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Ritorno a Mariana, un crimine lungo dieci anni
(disegno di roberto c.)   Era il 5 novembre 2015, intorno alle 16, quando un boato si udì dalle prossimità del Fundão, una zona a pochi chilometri dal villaggio di Bento Rodrigues, distretto rurale del comune di Mariana. Una delle tre dighe contenenti gli scarti del processo di estrazione del ferro dell’impresa Samarco S.A. – joint venture tra la brasiliana Vale S.A. e l’anglo-australiana BHP Billiton – fracassò al suolo. In poco tempo, il ruggire di quaranta milioni di metri cubi di fango tossico formò un’alluvione devastante che inondò il sistema idrico della regione di sedimenti di ematite, metalli pesanti e altri elementi chimici. Il fango scivolò nel Rio Gualaxo do Norte per poi confluire nel Rio do Carmo e da qui nel Rio Doce, percorrendolo circa seicentosessanta chilometri fino a raggiungere il villaggio costiero di Regência nello stato dello Spirito Santo e l’oceano Atlantico, il 21 novembre 2015. Nella sua discesa, il fango sommerse i distretti di Bento Rodrigues e Paracatu, e colpì parzialmente numerosi villaggi nella zona rurale di Mariana e il villaggio di Gesteira nel comune di Barra Longa. Più di mille e duecento persone rimasero senza casa. Scuole, ospedali e aree urbane furono distrutte. Oltre a provocare la morte di diciannove persone, il fango pregiudicò in modo diretto o indiretto la vita di due milioni e mezzo di persone in quarantanove comuni: agricoltori, pescatori, artigiani, popoli indigeni, allevatori e lavoratori del turismo che dipendevano dal fiume e dal mare. I danni andarono dalla contaminazione delle acque e dei terreni agricoli, alla riduzione drastica delle risorse ittiche. Gli effetti persisteranno per secoli e per alcuni ricercatori i danni saranno irreversibili. Dopo dieci anni, il processo di riparazione dei danni prosegue lentamente, il fiume è in coma e le vittime attendono ancora giustizia. STORIA DI ESTRAZIONE Nell’esplorare l’area di Vila Rica, l’odierna Ouro Preto, nello stato di Minas Gerais, il botanico francese Auguste de Saint-Hilaire – che percorse diverse regioni brasiliane tra il 1816 e il 1822, e poi ancora nel 1830 – parlava di un paesaggio che assume “un’aria di tristezza”: “dappertutto, non si scoprono che campi deserti, senza coltura e senza gregge, i contorni delle montagne sono per lo più ruvidi e irregolari; si avvistano continuamente lavaggi d’oro; la terra vegetale è stata eliminata, con essa è sparita la vegetazione e non restano che cumuli di ghiaia”. Il periodo intorno alla metà del XVIII secolo fu l’apogeo dell’estrazione d’oro nella regione, quando sorgevano chiese e cattedrali in città emerse in paesaggi naturali spesso ostili. Le Minas barocche, tutto oro, sogno e fede. Eppure, nonostante l’opulenza, il naturalista francese descriveva la decadenza di questo primo ciclo di estrazioni minerarie nel paese. Dalla metà del XVIII secolo, l’estrazione cominciò a diminuire. Il sistema tributario della Corona portoghese, che imponeva il pagamento di un quinto dell’oro raccolto, fu una delle cause principali, oltre al fatto che con il tempo le riserve superficiali si erano esaurite. I minatori si basavano su metodi di estrazione rudimentali, non erano preparati a estrarre depositi più profondi e difficili. Saint-Hilaire, tuttavia, non poteva immaginare che, dopo l’epoca delle riserve aurifere superficiali, l’ingresso di ingenti capitali stranieri e la modernizzazione delle tecniche avrebbero dato nuova linfa ai cicli di estrazione, passando dall’oro al ferro come principale minerale da sfruttare. Nel ventesimo secolo le élite politiche nazionali e locali si adoperarono per attrarre investimenti esteri volti a sfruttare le abbondanti riserve identificate nella regione centrale dello stato: il cosiddetto Quadrilatero Ferrifero. Nel 1942, gli accordi di Washington tra il governo di Getúlio Vargas, Franklin Roosvelt e Winston Churchill, determinarono la fondazione della Companhia Vale do Rio Doce, l’attuale Vale S.A., con l’obiettivo di fornire ferro all’industria bellica nel mezzo della Seconda guerra mondiale. Nell’accordo, il governo degli Stati Uniti s’impegnava a concedere un finanziamento di quattordici milioni di dollari per l’acquisto di macchinari e la Vale avrebbe venduto a prezzi inferiori a quelli di mercato circa un milione e mezzo di tonnellate di ferro; mentre il governo britannico offriva i giacimenti di ferro della Itabira Iron Ore Company in cambio della modernizzazione della ferrovia che da Itabira ancora oggi trasporta il ferro fino al porto di Vittoria. Nel 1976, la Vale era già la principale impresa esportatrice del Brasile. Quella che oggi è un leader globale del settore, beneficiò di una politica di concessione delle licenze di estrazione “a maglie larghe”, alla base dell’avvento della cosiddetta mega-minerazione a cielo aperto, un regime estrattivo alimentato negli anni Novanta e Duemila dal vorace appetito di risorse cinese. Ma a gigantesche miniere corrispondono altrettanto giganteschi impatti. Basta affacciarsi dal finestrino di un aereo in atterraggio all’aeroporto Tancredo Neves di Belo Horizonte, capitale dello Stato, per osservare la groviera di faraoniche cave a cielo aperto, le immense lagune di decantazione degli scarti tossici e le enormi dighe di contenzione degli stessi, impilati a colmare superfici di valli un tempo rigogliose; oppure raggiungere il museo dedicato al poeta Carlos Drummond de Andrade a Itabira, da cui si ha la visione di una corona di cave i cui terrazzamenti sembrano trasformare le montagne in gigantesche piramidi irregolari; o andare in visita alla Chiesa dei Profeti di Congonhas, dalla cui collina si può vedere l’immensa diga di scarti Casa de Pedra della Companhia Siderurgica Nacional, che sovrasta un quartiere popolare con migliaia di abitanti. L’attuale panorama del quadrilatero ferrifero è questo: una mega devastazione socio-ecologica che sconvolge la vita degli abitanti ben oltre il pur gigantesco perimetro degli impianti di estrazione. Qui l’Antropocene si esprime in maniera letterale. Un panorama poco osservato a causa di un consenso estrattivista che dalle sfere di governo, irrorate dai benefici fiscali delle royalties, alle classi popolari, vittime del ricatto occupazionale, informa la maggioranza della società mineira. Una dipendenza viscerale dall’industria estrattiva che dieci anni fa ha tuttavia subito un sussulto con il materializzarsi del disastro di Mariana, il più grave della storia del Brasile e della minerazione mondiale. Un crimine, come non si stancano di gridare le vittime del disastro. LA PRIMA CITTÀ Situata in una valle, la città di Mariana è protetta da montagne che conservano secoli di storia. Considerata la matrice di Minas Gerais, è qui che il 16 luglio 1696 una spedizione di bandeirantes – esploratori del periodo coloniale alla ricerca di ricchezze –, geograficamente guidati dalla vetta del Pico de Itacolomi, scoprì gli agognati giacimenti d’oro sul letto di un piccolo ruscello. Quel giorno, il frate Gonçalves Lopes, seguendo il comandante della bandeira, eresse un rozzo altare sormontato dall’immagine dell’Immacolata Concezione. Essendo il giorno della Madonna del Carmine, in suo omaggio il ruscello fu battezzato Ribeirão do Carmo. Da allora, un grande processo migratorio investì il territorio, facendo sorgere diversi accampamenti di cercatori d’oro e giungendo all’attenzione della Corona portoghese. Fu creata una nuova unità amministrativa, la Capitania de São Paulo e Minas de Ouro, e successivamente, la Carta Reale del 23 aprile 1745 elevò il villaggio al rango di città: in omaggio alla regina Maria Anna d’Austria, fu finalmente stabilito il nome di Mariana. Chi percorre la Rodovia dos Inconfidentes da Belo Horizonte, può osservare cartelloni che invitano il viaggiatore a visitare “la prima città di Minas Gerais”. La strada tortuosa conduce attraverso le montagne. Passando per Ouro Preto, si possono notare gli ingressi di vecchie miniere vicino al quartiere Taquaral, l’ingresso della miniera d’oro di Piscinão e alcuni punti di estrazione dalla famosa pietra di Ouro Preto, detta anche pietra di Itacolomi. I segnali stradali indicano che la miniera d’oro di Passagem è sul cammino e invitano a una visita. Da lì, per entrare a Mariana, si imbocca la Rodovia Rodrigo de Melo Franco da cui è possibile vedere la stazione degli autobus e alcuni alberghi e negozi in stile coloniale. I vecchi edifici, con porte e finestre in legno e balconi in ferro battuto, si fondono con gli edifici moderni. Oltre a essere stata la prima città di Minas Gerais, Mariana divenne presto sede dell’Arcivescovado. L’origine a partire dalla scoperta dell’oro, l’essere cellula madre dello stato di Minas Gerais e figlia dello sfruttamento del ferro, sono tutti elementi vivi nei discorsi dei marianesi. Sono stato per la prima volta nei pressi di Bento Rodrigues circa un mese dopo il crollo della diga del Fundão. La strada principale era interdetta, ma Paulão conosceva un cammino secondario. Bisognava uscire dal nucleo urbano di Mariana in direzione del distretto di Antonio Perreira. Dopo circa tre chilometri, al bivio va presa una strada sterrata. Paulão era un operaio della Samarco, mi raccontava quanto fosse stato orgoglioso di far parte dell’azienda e quanto il crollo della diga avesse colto di sorpresa lui e tutti i suoi colleghi: «Le norme sulla sicurezza interne all’azienda erano molto restrittive. È davvero assurdo quel che è successo». Il giorno prima, a casa con la moglie – che lo ha lasciato dopo la perdita del lavoro dovuta alla paralisi delle attività dell’impresa, superata solo nel 2020 –, mi aveva mostrato un libro che l’azienda distribuiva a tutti i dipendenti. In esso venivano illustrati i principi della responsabilità sociale d’impresa: un elenco stucchevole di buone pratiche e tutele del personale, dell’ambiente e della comunità in cui si inseriva. Superati diversi alberi crollati che ostruivano il cammino, dopo alcuni chilometri di curve strette circondati dalla vegetazione di quel che resta della Foresta Atlantica, avevamo preso un piccolo sentiero verso il Rio Gualaxo do Norte. L’acqua era putrida, melmosa, marrone tendente al rosso. Detriti formati da rami e tronchi strappati dal suolo si accatastavano lungo le sponde. Gli alberi sopravvissuti portavano il segno del passaggio del fango, per circa due metri sul tronco. Percorremmo ancora qualche chilometro, costeggiando una radura fangosa da cui si scorgevano gli impianti a beneficio delle miniere. La devastazione era ovunque. Era come se fosse eruttato un vulcano di fango e la lava fosse scesa dalle pendici ricoprendo tutto lungo i trecento metri di dislivello tra la diga del Fundão e la valle. Oltrepassato un ultimo ponticello a lato di una laguna di acque reflue, eravamo a Bento. Le ruspe erano all’opera, aprivano varchi e disponevano materiale per contenere il fango che a ogni pioggia scendeva da quel che restava della laguna di residui. Non riuscimmo a entrare nel villaggio, il passaggio era consentito solo agli operai. Ci posizionammo su una collina, in silenzio. Il fango aveva coperto quasi l’intero gruppo di case, a eccezione di quelle nella parte più alta. Emergevano confusamente strutture edilizie e quel che restava di alberi divelti. Un odore sgradevole pizzicava le narici, la gola e gli occhi. Quando nel 2018 sono tornato a Mariana e ho stabilito rapporti con alcune delle vittime della tragedia che abitavano a Bento, ho preferito non chiedere di quel giorno. Qualcuno, spontaneamente, mi ha raccontato delle scene di terrore vissute, della fortuna di essere riusciti a mettersi in salvo “graças a Deus”, fuggendo in alto sulla collina in attesa dei soccorsi. Della chiesa dedicata a São Bento restano solo alcuni grandi massi alla base che ne ricordano il perimetro, oltre il quale, inglobando le rovine, si innalza una tendostruttura per accogliere i fedeli. La festa di São Bento, patrono di Bento Rodrigues, avviene ogni anno l’ultimo fine settimana di luglio. È il 2018 e per l’occasione è giunto anche il vescovo dell’arcidiocesi di Mariana, Don Airton José dos Santos, che accompagna padre Geraldo Barbosa, parroco benvoluto dalla comunità devota di Bento: è quest’ultimo a recitare una potente omelia: «Questo luogo era amato quando era bello ma è amato anche ora nel modo in cui sta!»; «Dio non lascerà che sparisca, parola sua: “Non ponete fiducia in parole mendaci”: attenti agli inganni, alle deturpazioni che vogliono dividervi!». Padre Geraldo evoca poi il salmo di Matteo sul grano e la zizzania per ribaltarlo: «E se dicessi che la zizzania è buona e il grano no? E allora in questo giorno di festa vorrei dirvi: non siate grano ma siate zizzania! Siate zizzania per infastidire molta gente che pensa che il tempo è già finito! Siate zizzania per infastidire questa gente che pensa solo al denaro e al profitto! Siate zizzania per infastidire le imprese che pensano che il grano sta nascendo nuovamente! Siate zizzania per non lasciare che il fango aumenti di nuovo e distrugga la casa del Signore! Siate zizzania! Date fastidio a chiunque pratichi malvagità e ingiustizia!». La processione tra le rovine del villaggio è toccante. In testa i fedeli trasportano a spalla la statua del santo, a seguire le cariche ecclesiastiche, i canti di preghiera del coro e infine la banda. Camminando tra quel che rimane delle case infangate e dai tetti divelti, sul muro di quella che era la scuola di Bento, una scritta recita: “La Samarco ci voleva ammazzare ma Gesù ci ha salvati”. Il villaggio di Bento è sempre stato un impedimento ai progetti di espansione delle miniere e la preoccupazione è che, ora che Bento è un mucchio di rovine, le imprese ne possano approfittare. Già nel 2009 la Vale elaborò un progetto di costruzione di una nuova diga nell’area denominata Mirandinha. All’epoca, l’impresa incontrò l’ostilità degli abitanti che non volevano cedere i propri terreni. Eppure, dove non erano riuscite le imprese, ci ha pensato il governo di Minas Gerais che, con un decreto del 21 settembre 2016, ha disposto per la Samarco l’autorizzazione alla costruzione del Dique S4, una struttura di ampliamento del sistema di contenzione degli scarti – una nuova diga. Il decreto è stato motivato da ragioni emergenziali di sicurezza ambientale e prevede l’uso dell’opera per soli tre anni, ma attualmente è ancora lì. La preoccupazione è grande ma gli abitanti non si stancano di lottare per le proprie radici. Non perdono occasione per celebrare culti e organizzare feste, anche per contrastare la rottura delle relazioni di vicinato dovuta alla sistemazione provvisoria in diversi quartieri di Mariana, in attesa della costruzione del Nuovo Bento. Così hanno messo su l’associazione Loucos por Bento – Pazzi per Bento – formata da abitanti che ogni fine settimana ritornano nel luogo che hanno dovuto lasciare. «Il nostro ombelico è sotterrato qui», mi disse Simaira Quintão, tra le fondatrici dell’associazione, durante un evento musicale organizzato tra le rovine. L’obiettivo è riuscire a vincolare il territorio in quanto patrimonio storico e costruire un memoriale. ASSOLUZIONE E RIPARAZIONE In questi dieci anni le persone hanno dovuto lottare per essere riconosciute in quanto vittime, per una degna ricollocazione abitativa, così come per l’ampliamento dei criteri di valutazione dei danni subiti, ma soprattutto per lo sradicamento, la perdita dei modi di vita; danni morali e immateriali difficili da misurare. Il dramma vissuto non si è limitato al giorno in cui il fango ha devastato tutto: case, cortili, orti, frutteti, animali, persone e comunità; non è qualcosa di congelato al giorno in cui si è dovuto correre o nuotare nel fango per salvare sé stessi, amici, parenti. Il disastro fa parte della vita quotidiana di queste persone. A ogni incontro, il desiderio più grande è quello di ripristinare i propri luoghi, i progetti e le vecchie condizioni di vita. Quando è crollata la diga, Mirelle aveva diciassette anni. Un giorno, di fronte a quella che era la sua casa nel villaggio di strade di terra rossa di Ponte do Gama, mi indicava il luogo dove sorgeva un grande albero: «Ero solita mettermi sotto la sua ombra a leggere o fare i compiti di scuola: è tra le cose che mi mancano di più e nessuno me lo darà indietro». Attraverso l’immagine di una famosa canzone di Chico Buarque mi raccontava come la roda viva, la ruota della nuova routine innescata dal crollo del Fundao, stesse portando il destino di migliaia di persone “di là”; molto lontano dalle proprie identità, tradizioni, storie, vincoli affettivi. Oggi ha ventisette anni. È divenuta donna nel mezzo di una lotta per riconquistare ciò che la sua famiglia aveva costruito: «Non era tanto ma era quel che ci rendeva felici». Al telefono mi racconta di come la sua vita sia piuttosto corrida, di quanto è indaffarata. Lavora al Comune e ha solo un giorno libero per pulire casa, lavare i vestiti, leggere i testi dell’università, accompagnare le riunioni della commissione e le udienze. «Anche la conquista della ricollocazione familiare – dice – è stato qualcosa per cui abbiamo dovuto lottare noi della zona rurale, le imprese volevano semplicemente ricostruire le case nello stesso posto. Nel complesso non c’è ancora stata un’effettiva riparazione. Alcune case sono state consegnate ma è solo la restituzione delle abitazioni. La restituzione del nostro modo di vita non è avvenuta. Le persone dei villaggi rurali vivevano della terra, delle colture, dell’allevamento di bestiame, della vendita dei prodotti. E oggi a causa della diga non riescono più ad avere questi introiti. Dunque ciò a cui assistiamo è un processo di impoverimento forzato, perché le persone possono aver ricevuto anche una casa meravigliosa, ma se non riescono a piantare e coltivare in questa nuova casa, a che serve? La diga crollata ha fatto crollare anche aspetti della vita delle persone che non si possono quantificare in denaro, con un’indennizzazione che tra l’altro ancora oggi molte persone, come la mia famiglia, non hanno ricevuto». Mentre il processo penale nei confronti dei vertici della Samarco e degli organismi di controllo si è chiuso con l’assoluzione per l’impossibilità di ricondurre a essi la responsabilità del crollo, l’amministrazione del disastro è stata derubricata al trattamento giuridico che si conferisce ai “conflitti ambientali”, con la disposizione di tavoli di discussione, riunioni di negoziazione, udienze pubbliche di conciliazione e stipula di accordi. Così, vittime e responsabili sono passati a confrontarsi su un’infinita e sfiancante progressione di misure riparatorie. Alle persone colpite veniva richiesta una routine estenuante di riunioni, attenzione agli eventi, alle strategie delle entità coinvolte e alle azioni che influenzassero la garanzia dei diritti – presupponendo eguali correlazioni di forza lì dove non ci sono. È quanto avvenuto prima nel 2016 con la stipula del TTAC, un accordo siglato dagli Avvocati Generali dell’Unione Federale, quelli degli stati di Minas Gerais e Spirito Santo, le imprese (Samarco, Vale e BHP Billiton) e i due governi statali coinvolti, attraverso il quale fu istituita la contestata Fondazione Renova, con il compito di gestire i programmi socio-ambientali e socio-economici di riparazione, restaurazione e ricostruzione delle regioni colpite; poi nel 2024, quando le imprese e lo Stato hanno firmato un Nuovo Accordo del valore di centosettanta miliardi di reais, visto che le precedenti misure di riparazione della Fondazione Renova sono state considerate insufficienti. Con il nuovo accordo, parte degli obblighi della Renova vengono trasferiti al potere pubblico. Inoltre, per rimediare all’assenza di partecipazione delle vittime nella stipula dell’accordo, è stato istituito un fondo del valore di cinque miliardi di reais per lo sviluppo di progetti comunitari. Tuttavia, al di là della complessa vicenda giuridica, fatta di impugnazioni, sospensioni e rimandi tra le varie istanze – finita persino nella giurisdizione inglese giacché l’impresa BHP aveva sede a Londra quando la diga è crollata, e che recentemente ha visto una sentenza storica che incolpa le aziende di negligenza –, le vittime di Mariana si sono viste obbligate ad apprendere nuove dinamiche di partecipazione alle riunioni, a formare commissioni, a disciplinare pensieri e comportamenti, a stabilire strategie di dialogo e negoziazione. Benché alla COP30 di Belem – finanziata dalla stessa Vale – un panel istituzionale lodasse il Nuovo Accordo per la sua capacità di articolare diversi ambiti coinvolti nell’amministrazione del disastro, queste istanze istituzionalizzate sembra non facciano che contribuire allo svuotamento del senso politico delle lotte ambientali, allontanando i dibattiti dalla sfera delle decisioni strutturali e rendendo invisibili diritti e soggetti collettivi. Il disastro di Mariana ha generato nell’opinione pubblica nazionale un sentimento di grande commozione, ma nonostante i proclami politici e gli sforzi della società civile nel rivendicare maggiore sicurezza e norme più stringenti per le imprese minerarie, solo dopo il crollo di un’altra diga della Vale a Brumadinho, sempre nel Minas Gerais – che ha seppellito duecento e settantadue persone, producendo ulteriori drammi socio-ambientali nell’area del Rio Paraopeba –, si è giunti all’adozione di una legge che ha vietato l’uso di questo tipo di dighe, dette “a montante”, per la gestione degli scarti del processo di minerazione e obbligato le imprese a installare sirene di allerta e a istruire la popolazione sulle vie di fuga nelle zone a rischio inondazione. Dopo quell’evento, l’apprensione generata ha fatto sì che molte comunità localizzate in aree di rischio – nel Minas Gerais ci sono trecento e cinquantaquattro dighe, di cui ventitré considerate di livello tre, ovvero a rischio di rottura imminente – venissero evacuate senza sapere del loro destino. Alcuni ricercatori parlano di “terrorismo delle dighe” e c’è il sospetto che le imprese vogliano approfittare delle preoccupazioni sulla sicurezza per rimuovere le comunità ed espandere i progetti estrattivi. Gli eventi che dal crollo della diga del Fundão si ripercuotono a Mariana e sull’intero bacino del Rio Doce e del litorale Capixaba costituiscono scenari in cui gli attori sociali occupano posizioni asimmetriche e dove la distribuzione diseguale di capitale economico, politico, sociale e simbolico definisce il potere di azione ed enunciazione. Del resto, se “di tutte le forme di ‘persuasione occulta’, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose”, come scrisse il sociologo Pierre Bourdieu, ebbene, l’ordine delle cose, da queste parti del Brasile, da secoli è dettato da un regime estrattivo. Mariana, dieci anni dopo, respira ancora il lutto mischiato alla polvere rossa delle montagne scavate, la cui promessa di progresso ha presentato un conto impagabile. E se è pur vero, come mi disse qualcuno, che “la storia in Brasile viene scritta col gesso, non con l’inchiostro”, bisogna allora tener viva la memoria. Per non dimenticare. (giuseppe orlandini)
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Dove va Cuba, tra embargo e transizione capitalistica
(disegno di resli) A dicembre scorso avevo programmato un viaggio di dieci giorni a Cuba. Il suo senso è stato nel tempo modificato dagli eventi geopolitici che lo hanno trasformato in un’occasione di testimonianza diretta di un momento particolarmente difficile per l’isola, con un sostanziale collasso del sistema energetico e dei trasporti, dovuto all’inasprimento dell’embargo statunitense dopo la cattura di Maduro, il 3 gennaio scorso. Amici, colleghi, familiari e compagni si sono interessati al mio viaggio e mi hanno chiesto di scrivere qualcosa. Ma scrivere di Cuba è estremamente difficile: fin dal 1959, ma soprattutto dopo che la fine della Guerra Fredda ha spazzato via le altre esperienze socialiste in giro per il mondo, il mito della rivoluzione cubana è un articolo di fede incrollabile per quel che resta della sinistra internazionale. È necessaria allora un’avvertenza: ciò che scrivo è frutto di impressioni di prima mano, di ciò che ho visto e del dialogo con le persone con cui ho parlato. Non mi è possibile tracciare uno spaccato dell’isola nel suo complesso perché, a causa del prezzo della benzina ormai alle stelle (in media otto dollari al litro nel mercato nero, mentre in quello ufficiale non è disponibile) e delle enormi difficoltà a muoversi, sono rimasto per quasi tutto il tempo a L’Avana, fatto salvo un breve viaggio a Trinidad e Santa Clara. (L’Avana è da sempre il polo più economicamente dinamico di Cuba, con maggior turismo e con una popolazione più scontenta in relazione al regime politico rispetto alle province orientali). Nella mia vita, ho avuto la fortuna di andare a Cuba parecchie volte: questa è stata la quarta (le altre sono state nel 2010, nel 2012, e nel 2016, quando presi un volo di fretta e furia dal Messico per assistere ai funerali e alle celebrazioni per la morte di Fidel Castro). In relazione a tutte le mie esperienze precedenti, la Cuba che ho visto è profondamente cambiata. In passato l’avevo sempre percepita come un paese povero, con enormi difficoltà di vario genere, dovute in parte all’embargo in parte a problemi interni, con un certo scontento nella popolazione, ma anche come un paese che, se confrontato con i suoi vicini immediati dei Caraibi e dell’America Centrale, poteva vantare alcune conquiste indiscutibili: era sicuro, nessuno viveva per strada o moriva di fame, tutti avevano la possibilità di studiare e di curarsi e c’era – nonostante alcune liberalizzazioni in corso e gli squilibri dovuti alla dipendenza dal settore turistico – una relativa uguaglianza di fatto. Qualcosa che poteva, forse, davvero essere chiamato socialismo, con tutti i limiti che l’esperienza storica di questo sistema ha dimostrato. La Cuba del 2026 è l’opposto di tutto questo: sebbene sia ancora un paese piuttosto sicuro, dove nonostante i sempre più frequenti black out non si incorre in grandi rischi a passeggiare la notte a piedi, è un paese che ha importato tutti gli altri principali aspetti (e vizi) della società capitalista: una disuguaglianza sempre più accentuata, una miseria dilagante, la fame, perfino la droga. La disuguaglianza oggi è palpabile e non è più circoscritta alle differenze tra i lavoratori che hanno o non hanno accesso al settore turistico, anche perché, in questo periodo, di turismo a Cuba quasi non ce n’è, in risultato alle politiche assassine di Donald Trump. Sebbene sia difficile sostenere l’esistenza di una borghesia (nel senso tradizionale e marxista di proprietari dei mezzi di produzione privati), è sempre esistita una classe dirigente statale che gode di un livello di vita molto sopra la media (nel vecchio socialismo reale sovietico era chiamata “nomenclatura”). Oltre ad essa, oggi a L’Avana esiste una classe media in crescita, che frequenta locali hipster con prezzi insostenibili per un salario cubano, dotata di macchine elettriche di ultima generazione che non soffrono i rincari al costo della benzina. Il salario di un medico è oggi a Cuba di ventiquattro dollari, ma al Festival della Salsa in cui siamo stati nel Vedado (e che era predominantemente popolare), il costo di ingresso dell’area VIP, vicino al palco, era di quarantacinque dollari, e l’area vip era strapiena di cubani. Questa nuova classe media in ascesa è rappresentata soprattutto dai cosiddetti mipymes (padroni di micro, piccoli e medi imprese, fino a un massimo di cento impiegati per azienda), la cui esistenza è stata formalizzata nel 2021 e che dominano oggi i settori del commercio e della ristorazione. Sono in parte persone con parenti all’estero, che hanno facilitato gli investimenti iniziali, in parte persone vincolate in qualche modo all’élite dirigente socialista. In quest’ultimo caso, l’impressione è che esista una tendenza della classe dirigente a sfruttare le aperture economiche per riciclarsi nella prospettiva di una transizione definitiva al capitalismo: in questo stesso senso potrebbe andare la recente apertura alla possibilità di possedere fino a tre case per persona, quando all’indomani della Rivoluzione il limite era una. La crescita delle disuguaglianze va di pari passo con la perdita drammatica del potere d’acquisto dei salari. Gli unici salari sopra la soglia di povertà sono quelli privati (una minoranza della fascia salariale, seppure in crescita), dove si registra però un’assoluta precarizzazione delle condizioni di lavoro e assenza di libertà sindacale. Oggi a Cuba non si può vivere di salario, chi sopravvive lo fa perché esiste qualche altra fonte di reddito: affittare una stanza ai turisti, offrire un mezzo di trasporto, vendere oggetti elettronici per strada, mettere da parte della benzina dei camion e rivenderla al mercato nero… Per paradosso, nel paese dove lo Stato, fino agli anni Ottanta, possedeva e controllava tutto, oggi la vita economica non dipende più dallo Stato, che a sua volta non riesce più a garantire i servizi vitali. Con il recente blocco energetico, i trasporti pubblici già precari sono diminuiti del novanta per cento, la spazzatura si accatasta ovunque nelle strade, mentre la sanità, una volta il fiore all’occhiello del modello cubano, è entrata anch’essa in crisi e regge a fatica il peso delle epidemie sempre più frequenti di Dengue e Chicongunya. La miseria a Cuba è ormai enorme, alla luce del sole, ovunque. La pratica di chiedere soldi per strada ha ormai affiancato (e in parte sostituito) quella del jineterismo, l’arrangiarsi magari fregando il turista. Mentre l’inflazione è alle stelle e i salari sono al palo da decenni, la libreta (libretto a disposizione di ogni cubano per ricevere beni di prima necessità in forma gratuita o quasi gratuita), che fino agli anni Ottanta garantiva parte del fabbisogno alimentare completo di una famiglia, oggi si limita a pane, farina e zucchero. Le proteine sono praticamente inaccessibili, trenta uova costano sei dollari. In questo processo di impoverimento – costante e crescente negli ultimi anni – un fattore importante è portato dall’escalation recente del blocco di Trump: la fine del turismo è stato un colpo mortale soprattutto per chi viveva delle briciole di quel settore. Parte di questi nuovi miserabili sembrano essere vittime anche di un altro vizio tipico del capitalismo e quasi sconosciuto nella Cuba del passato: la droga, e specialmente il Fentanil, che a Cuba chiamano el Químico. Molte persone stanno oggi vivendo per la prima volta l’esperienza del mendicante: lottano per mantenere, principalmente a se stessi, una parvenza di dignità, fingono di star lavorando, di offrire un servizio, di venderti per cento pesos (venti centesimi) una moneta di tre pesos con la faccia di Che Guevara. È molto doloroso: si tratta di persone spesso con ottima istruzione e capitale culturale, che si trovano sul crinale della disumanizzazione, ma che provano a non arrendersi a questa evidenza. Un aspetto relativo a questa perdita del settore pubblico è rappresentato dall’enorme diminuzione dei negozi e ristoranti pubblici. I negozi al dettaglio, in particolare, sono ormai tutti dominati dai mipymes, mentre lo Stato si riserva il monopolio di alcuni negozi di prodotti cari di importazione, prezzati direttamente in dollari. È, questo, un tema particolarmente spinoso: per quanto possano persistere dubbi in relazione alla politica della nazionalizzazione forzata delle piccole attività economiche (parrucchieri, bar, negozietti, officine meccaniche individuali) realizzata dal governo cubano a partire dal 1968, quando sotto il governo di Raúl Castro sono cominciate le prime liberalizzazioni, l’opzione cooperativista è stata sconfitta da una scelta più incline alla libera proprietà individuale. La sensazione è che il modo in cui si sta operando questa nuova trasformazione, quasi sessant’anni dopo dalla prima, abbia più a che vedere con l’imposizione di un capitalismo straccione che con qualsiasi prospettiva socialista. Con l’aumento di miseria e disuguaglianza, e il venir poco a poco meno dell’unico aspetto che rappresentava, pur con tutti i limiti e le difficoltà, la specificità cubana, è comprensibile che diminuisca l’appoggio al governo. A sentire alcuni interlocutori – o a leggere le poche analisi disponibili – sembra di capire che non più del venti per cento della popolazione appoggi convintamente il governo (storicamente, dagli anni Novanta in poi, questa cifra era stata di più o meno un terzo della popolazione). Anche quel venti per cento, tuttavia, è molto critico nei confronti della corruzione, di Raúl Castro, che ha cominciato a togliere le assicurazioni sociali, di Díaz Canel, del processo rivoluzionario che sta perdendo la sua forza… Quanto al resto, neanche a parlarne: la maggioranza nega addirittura l’esistenza,dell’embargo («Ma quale embargo, l’embargo è interno!»). Trump è, nel migliore dei casi, considerato “un pazzo”, e nel peggiore “un salvatore”, (per molti in ogni caso è un “male minore”). I cubani di Miami non sono più gusanos (vermi), ma anzi salvatori della patria, perché garantiscono il mantenimento del poco che funziona. Certo, da qui a essere “opposizione” al governo ce ne passa: forse per disillusione, forse per paura della repressione, non sembra esserci un’opposizione sociale organizzata a Cuba, sebbene alcuni episodi recenti rappresentino delle avvisaglie: l’enorme movimento spontaneo del 21 luglio 2021, le proteste di questi giorni (a Ciego di Ávila è stato dato fuoco a una sede del Partito Comunista), alcune scritte sui muri di L’Avana (Vivimos en la mierda, circo sin pan…) potrebbero indicare un’indisposizione che, a torto o a ragione, individua sempre più nel governo, e sempre meno nell’embargo straniero, la causa dei problemi. Certamente, in questi scontenti si mescolano elementi tra loro diversi e contraddittori: se per gli avversari più ideologici del governo (e spesso per chi viene dalla classe medio-alta impoverita dalla rivoluzione) il problema è il modello socialista in quanto tale, molti altri sembrano additare le mancate risposte del governo alla crisi sociale, la politica di liberalizzazione che ha favorito solo alcuni, la riduzione della libreta, l’inflazione, il non funzionamento dei trasporti e dei servizi pubblici, la corruzione. Paradossalmente, tuttavia, non sembrano esistere rivendicazioni esplicite di un “socialismo” diverso, più vero, più profondo, di fronte al dramma del presente. Anzi, il socialismo viene associato alla politica del governo, qualunque essa sia, e in quanto tale soffre un processo di grande legittimazione. Un altro aspetto drammatico di questa totale perdita di legittimità del regime politico è l’abbandono quasi totale della propaganda socialista e patriottica, tanto presente nelle strade cubane fino a dieci-quindici anni fa. Pochissime immagini di Fidel, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, quasi nessuna denuncia pubblica dell’embargo (la scritta “Tumbar el bloqueo” l’abbiamo vista un paio di volte in dieci giorni di viaggio). Sembra proprio che lo stesso governo abbia rinunciato a fare propaganda di qualcosa a cui la gente ha da tempo smesso di credere. L’unico mito socialista che non è ancora crollato è quello di Fidel: a dieci anni dalla morte, sembra essere ancora maggioritario il rispetto per la figura del líder maximo. È però un sentimento confuso, espressione soprattutto di una nostalgia da parte delle vecchie generazioni di un tempo passato, migliore del presente, tanto che non è raro incappare in persone che manifestano contestualmente approvazione per Castro e per Trump. E qui si arriva a una questione dolente, un problema che è cominciato ben prima di Trump, ben prima della morte di Fidel, ben prima della caduta del muro di Berlino: la sensazione, comune a tutti, che le decisioni sono prese chissà dove, in qualche spazio al quale il popolo cubano non ha accesso. È il problema della mancanza di partecipazione democratica, qualunque cosa questa parola possa significare. Torno da questo viaggio, in sostanza, con la sensazione, o forse l’illusione, che se dieci o venti anni fa ci fosse stato un processo costituente aperto, un tentativo di condividere con la popolazione le decisioni strategiche fondamentali per la vita in comune, forse ci sarebbero stati gli anticorpi per un esito non catastrofico, o per la preservazione materiale e simbolica di alcune delle conquiste della rivoluzione, o quanto meno di certa capacità di resistenza collettiva di fronte alle minacce di oggi. È evidente che l’embargo e tutti i problemi menzionati abbiano una relazione, spesso decisiva, con ciò che sta accadendo a Cuba. Ma non si possono ignorare fattori interni, se si vuole analizzare la realtà per quella che è, sottraendola ai nostri sogni e alle nostre illusioni. La transizione al capitalismo è un processo già in corso a Cuba, non in discussione. Quel che è in discussione è la gestione e il ritmo di questo processo, lo spazio che in esso avranno le imprese statunitensi in relazione al peso che ha oggi la collaborazione con Cina e Russia, se ci sarà una terapia dello shock o un’apertura più graduale, e quanto potere politico ed economico riuscirà a preservare l’establishment attuale. Non sono questioni minori, ma hanno poco a che vedere con la rivoluzione e il socialismo. (perez gallo)  
mondo
Noi siamo portatori di scintille. La lotta ecologista in Tunisia tra repressione e resistenza
(disegno dall’archivio monitor) Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès, la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre, oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione della resistenza, dall’altra. È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere, Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”. Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il “complesso della morte”. Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo. Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio, cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965 a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti. L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee, malformazioni alla nascita. Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre 2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il 21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel momento in cui la mobilitazione si arresta. Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario. Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre, sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si combatteva con i corpi e i fumogeni. DUE SENTENZE Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa, nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento, insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione della resistenza. Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”. Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda Islem. Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo, nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci sono prove del danno? È semplicemente un insulto». Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa: “Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro tutto questo, sei un criminale». È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso: da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città – proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni. Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente, oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
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Un traditore ad Algeri. Viaggio sulle tracce di Fernand Iveton
(disegno di otarebill) Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città A El Mouradia, quartiere popolare di Algeri, mi svegliavo all’alba quando cantavano il muezzin e il gallo. Nell’incertezza del risveglio le voci si mescolavano e immaginavo che il gallo annunciasse il sole che sorgeva, la tenuta del mondo un giorno ancora e l’immensità dell’universo. La finestra della mia stanza s’affacciava sul minareto della moschea e in basso, nel cortile, c’era un pollaio: ero sulle colline di Algeri e si sentiva ancora la presenza antica della campagna. Uscivo in strada presto, quando il ferramenta era ancora chiuso e il fruttivendolo esponeva le merci nelle cassette, saliva l’odore di pomodori marci e schiacciati. Un venditore ambulante di sardine aspettava sul bordo della via. All’incrocio c’era una piccola rivendita di pentole e accanto Amin, l’uomo dei telefoni, scambiava sottobanco euro con dinari a un tasso conveniente. Al bar chiedevo il solito caffè e il dolce al cioccolato, parlavano solo arabo ma ci intendevamo e sul televisore seguivo le azioni migliori della nazionale algerina. Vedevo sulle insegne di alcuni negozi il nome francese La Redoute e i primi giorni non capivo perché. Due panettieri mi dicevano “arrivederci” in italiano quando camminavo lungo la via che portava alla rotonda e alla strada larga, là dove finiva El Mouradia. Davanti alla rotonda stazionava sempre una camionetta della polizia, giorno e notte, e un contingente di agenti sostava con aria pigra e sfaccendata. Dall’altra parte della strada larga si trovava la residenza presidenziale, in un quartiere inaccessibile di bianchi edifici coloniali. Prendevo un taxi collettivo per lasciarmi alle spalle il presidio di polizia e i palazzi del potere, scendevo in basso verso il porto e la casbah. Il mare appariva dalle curve sinuose, ero su un vasto terrazzo d’asfalto. Tornavo a casa al tramonto, prima del canto serale, quando donne e uomini si affrettavano per gli ultimi acquisti e il panettiere vendeva le baguette che restavano. I ragazzi giravano in bici e nel bar si beveva solo gazzosa Hamoud, la stessa dall’Ottocento. Una sera il mio occhio vagava sui muri del quartiere, seguivo le scritte – spesso in italiano – lasciate dagli ultras del Mouludia, slogan in rosso e verde, quando a un tratto vidi su un muro di cinta alcune piastrelle verdi dove era scritto in caratteri gialli “Paroisse Sainte Anne” e due pesci stilizzati sormontavano la scritta. Era un resto, un segno del mondo precedente alla guerra d’Algeria. El Mouradia si chiamava La Redoute e qui vivevano comunità di pieds-noirs, gli europei d’Algeria, coloni e discendenti di coloni, ma ora non ci sono più. C’era una chiesa, la chiesa di Sainte Anne con due palme all’ingresso. Le palme esistono ancora, ma l’edificio cristiano è stato abbattuto e oggi sorge un edificio in vetro sede dell’Anam, l’Agence nationale des activités minières. Alla sera osservavo i tetti e cercavo quelli spioventi: leggevo forse i segni di vite coloniali scomparse. Come interpretare questi resti? Ero disorientato. Gli strumenti che avevo appreso in Palestina erano inutili – impossibile osservare le macerie coloniali con lo stesso sguardo dedicato alle pietre di villaggi scomparsi in Galilea – e certo non riuscivo a contemplare con nostalgia le piastrelle che ricordavano una comunità cristiana scomparsa. A El Mouradia, un tempo La Redoute, ho scoperto fantasmi a me nuovi e non sapevo quale sguardo adottare per loro. FERNAND IVETON, TORNITORE Uno stimolo per una nuova configurazione dello sguardo mi attendeva nell’antica casbah di Algeri. Andavo spesso a osservare la moschea Ketchaoua, oltre la via dei venditori di datteri, ai piedi della cittadella ottomana. La moschea fu innalzata nel Quindicesimo secolo dal dey Hassan Pacha, ma fu demolita dai francesi che costruirono nell’Ottocento una cattedrale cattolica in stile moresco. L’edificio è tornato luogo di culto islamico nel 1962, dopo la sconfitta del governo coloniale. Il mio sguardo vagava incerto tra minareti che ricordavano campanili, solidi muri di navata con arabeschi. Salivo tra le vie della casbah sopra la moschea e nel viavai di un mercato di frutta e verdura sostavo sotto l’antica sinagoga, oggi una moschea con gli arbusti che crescono dalle sporgenze e un alto minareto con le finestre ocra. Un mattino ho proseguito oltre e ho raggiunto il piccolo museo dedicato ad Ali La Pointe, sottoproletario e militante del Fronte di liberazione nazionale, personaggio protagonista nel film di Gillo Pontecorvo. Nell’unica stanza del museo c’era la riproduzione di un documento che riportava la lista di tutti i combattenti e rivoluzionari condannati a morte ad Algeri durante la guerra anticoloniale dal 1954 al 1962. Comparivano i sessantasette giustiziati e si riportava la loro professione, la data di detenzione e il giorno della morte. Ho riconosciuto subito nomi arabi e cabili. Il quarto nome è stato un richiamo: “Fernand Iveton”. Fernand Iveton – vi era scritto – nato ad Algeri il 1926, tornitore, catturato il 19 novembre 1956 e decapitato all’alba di un febbraio del 1957. Un francese d’Algeria, un pied-noir tra i combattenti caduti per decreto dello stato. Ho ritrovato il nome di Iveton nella città coloniale quello stesso pomeriggio. Ero alla Librairie du Tiers Monde in piazza Emir Abdelkader. Sfogliavo un pamphlet di Rachid Boudjedra, scrittore e intellettuale comunista algerino. Nel piccolo libro del 2017, Les contrabandiers de l’Histoire, Boudjedra si scaglia contro gli artisti e intellettuali algerini che negli ultimi decenni hanno iniziato un’opera di revisionismo storico, criticando la lotta coloniale e dipingendo con colori nostalgici gli occupanti cacciati. Verso la fine l’autore mostra come il revisionismo tenda a cancellare il contributo degli algerini di origine francese alla lotta contro la madrepatria e menziona Fernand Iveton, “comunista algerino” che “fu militante della causa nazionale” e fu ucciso “sotto il regno dei socialisti” quando François Mitterand era ministro della giustizia e “rifiutò di accordargli la grazia”. Oggi Iveton è dimenticato ad Algeri. Esiste una piccola via con il suo nome alle estreme propaggini della città, presso l’ultima fermata della metro. Un suo ricordo, tuttavia, è mantenuto in Francia ed è merito di Jean-Luc Einaudi, storico indipendente francese, e di estrema sinistra, che ha dedicato le sue ricerche ai militanti comunisti francesi d’Algeria, alle violenze e ai crimini commessi dal governo coloniale durante gli anni della guerra. Nel 1986 Einaudi ha scritto un libro d’inchiesta dedicato al giovane militante algerino ghigliottinato: Pour l’exemple. L’affaire Fernand Iveton. Qui ho scoperto che Iveton nacque sulle colline di Algeri, quando la città estendeva appena le sue dita su un territorio di campagna. Era di Clos-Salembier, oggi El Madania, un quartiere sorto accanto a El Mouradia, a pochi minuti a piedi dalla casa dove vivevo. Ho visitato El Madania una sera e ricordo vecchi algerini giocare a carte sugli scalini, accanto a un albero, e un uomo dai capelli bianchi che pittava il muro della via dove abitavano gli Iveton. Il padre di Fernand era un comunista e la famiglia si installò prima in una baracca, poi costruì una casa in muratura. Vivevano accanto agli arabi musulmani e agli ebrei e la povertà li accomunava. Iveton era andato a scuola vicino Clos-Salembier e poi, da maggiorenne, frequentava la sezione del partito comunista algerino a La Redoute. Era il 1947 e il partito, dopo le esitazioni del dopoguerra, aveva sostenuto le prime rivolte nazionaliste e anticoloniali. Molti pieds-noirs uscirono dal partito comunista per questo, mentre vi entrarono nuovi lavoratori arabi. Iveton vi rimase e racconta un suo compagno, Ahmed Akkache: “Aveva una voce grave, seria. Aveva dei movimenti lenti, ma fermi e sicuri. Era un ragazzo un po’ sentimentale. La domenica, all’uscita dello stadio, andava a vendere i giornali”. Per ricostruire, a quasi vent’anni dalla morte, la storia di Iveton, Einaudi consulta documenti dell’epoca – le sue lettere, le parole lasciate al processo, le audizioni verbali dei testimoni, le dichiarazioni dei suoi compagni di lotta di allora – e raccoglie testimonianze orali di chi gli è stato vicino e gli è sopravvissuto. Emerge tra loro la voce di Hélène, la compagna polacca che lo raggiunse in Algeria nel 1954. Trovarono casa ancora in Clos-Salembier, El Madania. Fernand lavorava nel quartiere di Hamma, era operaio presso il gasometro che forniva l’energia elettrica alle strade della città. Hélène non aveva le stesse convinzioni di Fernand, ma era sconcertata dalle ineguaglianze, in particolare dalle condizioni dei braccianti. E racconta a Einaudi di aver comparato la situazione algerina a quello che aveva visto in Francia sotto l’occupazione tedesca: “Che cosa hanno fatto i ragazzi quando non ne potevano più? Ils sont partis dans le maquis, sono diventati partigiani. Qui è la stessa cosa”. Si sposarono nel luglio del 1955, ad agosto esplose l’insurrezione guidata dal Fln e un mese dopo il partito comunista algerino fu dichiarato illegale dal governo coloniale. Nei primi mesi del conflitto Fernand, raccontano i testimoni, accoglieva con un senso di malessere e di impotenza le ambiguità del partito comunista algerino. Legati alla linea del partito comunista francese, i dirigenti algerini sostenevano che gli atti di insurrezione servivano al gioco dei colonialisti, erano mere provocazioni. Eppure, all’interno del partito algerino era nata un’organizzazione militare, le Combattants de la libération, conosciuta anche come Maquis Rouge. I militanti del Cdl desideravano unirsi alla battaglia, ma erano osservati con sospetto dai nazionalisti che temevano la concorrenza di forze politiche alternative nella lotta per la liberazione. Così i comunisti algerini erano schiacciati tra la linea del partito francese, incapace di fare i conti con il colonialismo, e i sospetti del Fln. Al Maquis Rouge aderì Henri Maillot, ragazzo di Clos-Salembier e amico d’infanzia di Iveton. Una sera a El Mouradia sono uscito per mangiare una pizza da Mario in cima alla salita oltre il portone. Quando non c’era il sole le strade diventavano libero territorio di scarafaggi e di richiami divertiti tra i giovani alla fine dell’estate. Dalla pizzeria ho poi passeggiato verso il cimitero cristiano. Davanti ai suoi cancelli c’erano un hotel chiuso e abbandonato, la casupola di un parrucchiere e la luce di un chiosco che vendeva caffè la notte. Gli edifici si affacciavano su una piccola piazza e la targa riportava il nome di Henri Maillot. Nell’ottobre del 1955 Maillot fu costretto a servire nell’esercito francese. Accolse la chiamata con l’intento di disertare al momento giusto. L’occasione si presentò nella primavera del 1956. A Maillot fu affidata la direzione di un convoglio d’armi e il militante riuscì a dirottare un camion carico di più di cento mitragliatrici, centoquaranta revolver e casse di granate. Fuggì con le armi e si diede alla macchia assieme a compagni di partito. Sia il governo che i nazionalisti algerini iniziarono a cercare il gruppo di Maillot per neutralizzarlo: era un pericolo per entrambe le compagini. Maillot e i suoi compagni furono uccisi a freddo dopo essere stati catturati dai soldati francesi, era il giugno del 1956. La morte dell’amico convinse Iveton della necessità di passare all’azione. Ci fu un accordo tra Fln e partito comunista algerino: i militanti di quest’ultimo potevano unirsi all’insurrezione a titolo individuale, accettando di essere inquadrati nelle strutture nazionaliste. Iveton divenne parte di una cellula comunista che rispondeva agli ordini del Fln. Tra loro c’era anche un ingegnere che forniva gli esplosivi agli insorti: era Georges Arbib, un ebreo di origine italiana nato a Tunisi. Racconta Arbib a Einaudi: “Ho percepito l’antisemitismo molto presto e per questo mi sono avvicinato a persone che erano maltrattate come noi. Ho compreso che il problema era lo stesso. A questo si aggiungeva la miseria raccapricciante che vedevo intorno a me, le ingiustizie palesi. […] Ho aderito al partito comunista a diciassette anni, quando era illegale in Tunisia. Volevamo rivoltarci e il partito comunista era l’organizzazione che, all’epoca, nella lotta antifascista, ci permetteva di esprimere al meglio la nostra rivolta. […] Tutto ciò che vedevamo intorno a noi, la nostra situazione di minorità, non oppressa da un punto di vista economico, ma disprezzata e rigettata, ci costrinse a batterci per avere un posto al sole, contro le discriminazioni e le leggi antiebraiche, e tutto questo mi ha portato a riflettere sul problema dei musulmani. Così abbiamo sentito un moto di avvicinamento a loro”. LA SOLITUDINE DI IVETON Il 30 settembre 1956 esplosero due bombe in luoghi pubblici di Algeri – una nel Milk-Bar – e colpirono civili, anche donne e bambini. Erano le prime bombe poste dal Fln nella capitale. Racconta un compagno di Iveton: “Non eravamo d’accordo nel fare delle vittime nei bar. Iveton era contro le operazioni del Milk-Bar […]. C’erano delle vittime che non avevano fatto nulla. Noi siamo contro l’esercito, i colonialisti, coloro che agivano”. Un altro membro della cellula era contrario a quegli attentati, “ma bisognava comprendere il perché di queste bombe. C’era paura da parte della popolazione algerina in seguito alla bomba della casbah [posta dalla polizia francese]. Bisognava dimostrare a questa popolazione che il Fln era capace di fare altrettanto. Era una risposta. Anche se questa azione non ha scusanti, si può spiegare”. E disse Iveton a Hélène: “Non è così che si deve agire, non è uccidendosi tra loro che troveranno una soluzione”. Iveton sentiva il bisogno di agire perché percepiva l’apertura di un divario sempre più netto tra il mondo arabo e quello europeo. La guerra – con la repressione del governo coloniale e gli attentati in risposta – stava nutrendo le identità contrapposte. Mesi dopo, durante il processo intentato contro di lui, Iveton avrebbe detto al giudice: “Sono sincero nelle mie idee politiche e pensavo che la mia azione poteva provare che non tutti gli europei d’Algeria sono anti-arabi, perché c’è questo fossato tra noi che si scava sempre di più…”. L’azione, per Iveton, era un tentativo di colmare quel fossato. La cellula di Iveton scelse come obiettivo il gasometro nel quartiere di Hamma. Iveton poteva accedervi facilmente perché vi lavorava. Non c’era l’intenzione di far saltare la struttura principale: era troppo sorvegliata e l’esplosione avrebbe sventrato l’intero quartiere causando vittime civili. Scelsero di piazzare la bomba accanto al tubo che collegava al gasometro il forno dove bruciava il carbone. Era un gesto dimostrativo: avrebbero lasciato la città al buio. L’ordigno era programmato per esplodere alle sei e mezza di sera, ma Iveton chiese di ritardare di un’ora la deflagrazione per avere la certezza di non ferire alcun operaio. Il 14 novembre 1956 raggiunse il posto di lavoro con la bomba nel borsone, la depositò in uno sgabuzzino, ma un collega, insospettito dai suoi movimenti, denunciò la presenza dell’ordigno. Giunsero i militari ad arrestare Iveton. Imprigionato e interrogato, a inizio dicembre Iveton scrisse un resoconto sulle torture subite: “Mi hanno fatto passare su tutto il corpo, il collo, le parti eccetera, la corrente elettrica. Se la mia immaginazione è buona (perché avevo gli occhi bendati), penso che dovesse avvenire con un apparecchio del tipo spinterogeno. […] Vedendo di certo che non avevo più spazio per la corrente perché ero del tutto bruciato […] mi hanno fatto subire il supplizio dell’acqua. Sempre nudo, mi hanno avvolto il corpo con una coperta umida, sdraiato su un tavolo e legato molto forte, il collo che cadeva indietro all’estremità del tavolo, un uomo, qualche volta due, seduto sulla mia pancia, uno straccio a mo’ di garza sulla bocca e sul naso. Mi portano sotto un lavandino e l’acqua inizia a scendere; lo straccio si attacca al naso, impedendomi di respirare e sono obbligato a bere fino al soffocamento completo”. La simulazione d’annegamento era stata praticata anche dalla Gestapo nell’ultimo conflitto mondiale. Iveton era solo. L’attenzione internazionale era concentrata sull’Algeria e la Francia intendeva dimostrare che la lotta anticoloniale aveva una matrice comunista e il paese, in caso di sconfitta di Parigi, sarebbe entrato nell’orbita sovietica. Iveton era un utile simbolo da immolare per validare il teorema. Il Fln, invece, non aveva alcun interesse a rivendicare l’attentato al gasometro di Hamma, anzi il supplizio di Iveton consentiva di allontanare l’attenzione dai suoi quadri. Così il processo al giovane militante divenne funzionale alle compagini in guerra. Il dibattimento si svolse rapido e Iveton fu condannato a morte, la grazia non fu mai concessa. Scriveva al suo avvocato a dicembre: “Viva la fraternità dei nostri due popoli, viva l’Algeria liberata per sempre dal colonialismo dove, uniti fraternamente, europei e musulmani formeranno l’Algeria di domani”. La sua solitudine mi appare ora come allegoria di una possibilità storica mancata. E ancora, a fine gennaio, quando attendeva con speranza la grazia dal presidente della Repubblica, scriveva: “Penso che per l’Algeria di domani, con la lotta di classe che si annuncia, noi avremo bisogno di tutti i compagni e gli algerini d’origine europea vi devono partecipare. Alla fine è il mio punto di vista. Ma quando dico questo, nel mio spirito non c’è distinzione razziale perché anche i musulmani sanno che dovranno lottare per le loro rivendicazioni sociali. E tutti insieme, europei e musulmani, faremo dell’Algeria un bel paese, fraternamente unito…”. Dicono che un giorno Iveton abbia detto al suo carceriere francese: “Imbecille, non hai capito che lotto anche per te?”. I prigionieri erano rinchiusi in cima alla casbah nella prigione di Barbarossa, costruita tra i bastioni delle fortificazioni ottomane. Dall’alto della cittadella vedevo l’intero tratto costiero, d’estate il cielo era di cobalto e pesava sui polmoni, il mare una lastra immobile d’argento. I terrazzi delle case mi ricordavano Napoli e le strette vie erano frequentate da un silenzioso turismo interno. Gli avventori s’aggregavano ai tavolini dei ristoranti che friggevano sardine. Giravo lo sguardo ai vuoti lasciati dagli edifici crollati per cogliere d’improvviso uno scorcio lontano. Raccontano anche che l’11 febbraio 1957, mentre camminava nel corridoio della prigione che portava alla ghigliottina, Fernand Iveton abbia urlato in maldestro arabo: “Tahia el Djazaïr!”,  “Viva l’Algeria!”. LA CATENA DEL DOMINIO La vicenda di Fernand Iveton mostra una modalità di interpretare il mondo: la storia di un traditore che attraversa i confini tra le identità diventa una mappa per agire e pensare. Dalle testimonianze di amici e compagni emerge il suo animo sentimentale, eppure non  credo che Iveton fosse un ingenuo. Ancora, il desiderio di lottare insieme agli oppressi senza colpire i civili e adeguarsi così ai metodi del nemico non è l’esito di un’attitudine romantica. Nell’impostazione di Iveton intravedo un progetto politico capace di immaginare un’Algeria possibile – socialista, indipendente e aperta alle nazionalità araba, cabila ed europea – dopo la sconfitta francese e la dissoluzione del colonialismo. La mia interpretazione è suggerita dalla scoperta di un’altra storia, quella di Bachir Hadj Ali. Ali era originario della casbah di Algeri, aveva pochi anni in più di Iveton. Era un poeta, musicologo, appassionato di musica popolare algerina e comunista. Aderì anch’egli, come Iveton e Maillot, al gruppo dei Combattants de la libération e durante la guerra anticoloniale divenne il segretario del partito comunista algerino. Alla fine del conflitto il Fln assunse il governo del paese e dopo pochi mesi l’esecutivo dichiarò il partito comunista fuori legge. Nel giugno 1965 il colonnello e ministro della difesa Houari Boumediène organizzò un colpo di stato e prese il controllo della repubblica algerina. La giunzione tra i vertici del Fln e le gerarchie dell’esercito – consolidata dal carisma del presidente Boumediène – garantì per decenni la stabilità politica, soffocando però la speranza di una rivoluzione sociale. A pochi giorni dal colpo di stato Bachir Hadj Ali creò una organizzazione di resistenza popolare, nel settembre fu arrestato e torturato nelle prigioni del nuovo regime repubblicano. Bachir Hadj Ali subì le torture della polizia algerina per settimane. Riuscì tuttavia a scrivere un memoriale della sua prigionia su fogli di carta igienica che nascose all’interno di sigarette svuotate. Consegnò poi i testi alla moglie durante i colloqui e il suo racconto venne pubblicato in Francia l’anno dopo da Éditions de Minuit con il titolo L’arbitraire. Leggo dal capitolo dedicato alle torture fisiche: “Affondo nella morte. Risalita, urla, domande, silenzio, ‘Non so nulla’, affondato, risalita, urla, silenzio, urla fino a far esplodere le corde vocali, affondato. Mi risveglio, sdraiato sul cemento bagnato, vicino agli escrementi di coloro che mi hanno preceduto, uno stivale pesante e sporco si schiaccia sulla mia pancia gonfia d’acqua a dismisura. Prenderò questo bagno forzato ancora due volte”. Ancora la tortura dell’annegamento, la stessa che fu riservata a Iveton dal governo coloniale. Frequentavo spesso un bar ai piedi della casbah, davanti al porto dei pescherecci dove tirava vento. Il locale era accanto all’antica moschea almoravide El Kebir e al bancone c’era sempre un ragazzo con la maglia del Napoli. Prendevo un caffè e un makroud con pasta di datteri. Al tavolino leggevo di Iveton e Bachir Hadj Ali, trovavo nei loro fantasmi il lascito di speranze irrealizzate e il monito che il potere cambia, muore e rinasce e spesso ripete le sue forme e tecniche di sopraffazione. Le loro figure mi sembravano argini impotenti, eppure necessari, alla barbarie del dominio cangiante e perpetuo degli uomini. L’11 febbraio 1957, quando uccisero Fernand Iveton, nella prigione Barbarossa era reclusa una militante anticoloniale di origine europea. Scrisse quel mattino una poesia e riuscì a consegnarla a Hélene Iveton. Gli ultimi versi erano: “Puis le coq a chanté / Ce matin ils ont osé, / Ils ont osé vous assassiner. / En nos corps fortifiés / Que vive notre idéal / Et vos sangs entremêlés / Pour que demain, ils n’osent plus / Ils n’osent plus, nous assassiner”. (francesco migliaccio)
mondo
Nakba in immagini. Sul cinema di Kamal Aljafari
(disegno di cyop&kaf) Kamal Aljafari è un regista palestinese nato nel 1972 a Ramla e cresciuto a Jaffa. Il suo primo film dedicato alla Palestina è The Roof(2006) ed è ambientato a Ramla; in Port of Memory (2010) appare invece il vecchio porto di Jaffa. Nel 2015 Aljafari realizza Recollection, un’esplorazione delle immagini di Jaffa depositate in vecchie pellicole di finzione israeliane e statunitensi. Grazie alla manipolazione dei materiali di repertorio Recollection mostra un mondo rimosso: la città palestinese ricordata, i suoi edifici e gli abitanti ormai scomparsi. Cinque anni dopo Aljafari lavora con nuovi materiali: le videocassette di una camera di videosorveglianza posta dal padre fuori dalla casa di Ramla, d’estate. An Unusual Summer è un’opera dove l’inconscio ottico della videosorveglianza coglie personaggi legati alla memoria affettiva dell’autore. A Fidai Film del 2024 recupera un archivio visivo disperso: Aljafari rielabora brandelli di sequenze tratte da un repertorio palestinese depredato dall’esercito israeliano. Poi nel 2025 ha realizzato With Hasan in Gaza: il film s’origina dal ritrovamento di immagini catturate dallo stesso autore al tempo della seconda Intifada a Gaza, dove era andato alla ricerca di un amico conosciuto nelle carceri israeliane. Compare un appunto in An Unusual Summer: “La vita deve essere distrutta per essere rivelata”. Il cinema di Aljafari manipola le immagini di repertorio fin quasi alla consunzione, ma da questa ricerca emergono persistenti le tracce di una vita, quella palestinese, che si vorrebbe cancellata e rimossa sin dal giorno della Nakba, il 15 maggio 1948. Il Museo Nazionale del Cinema ha organizzato una retrospettiva questa primavera. Trascrivo qui la traduzione del discorso che Kamal Aljafari ha tenuto al cinema Massimo di Torino il 23 aprile, stimolato dalle domande di Carlo Chatrian e Grazia Paganelli. (francesco migliaccio) *     *     * Sono nato a Ramla e sono cresciuto a Jaffa, il posto da cui viene mia madre. Ho realizzato il mio primo film nel 2006, The Roof, e il film era dedicato al tornare indietro. Stavo studiando all’accademia di Colonia e ho fatto il mio primo film sul tornare indietro al primo luogo, al luogo originario. Questa tendenza a tornare indietro riguardava i due luoghi dove sono nato e dove sono cresciuto e ho trascorso la mia infanzia. E questi due luoghi sono Ramla e Jaffa. Queste due città sono oggi parte di Israele, sono diventate Israele nel 1948 con l’occupazione della costa e dopo il 1948 solo una piccola minoranza di palestinesi può vivere lì. La maggioranza dei palestinesi si è dispersa altrove, ha abbandonato le città, ma fino al 1948 Jaffa era la più importante città portuale in Palestina, la più importante città da un punto di vista culturale ed economico. Prima del 1948 abitavano a Jaffa cento ventimila palestinesi e dopo solo duemila sono rimasti. Fu davvero la fine di una società, di quella società che abitava la città. È stato puramente per caso che sono nato in Palestina, perché i miei nonni, quando scappavano dalla guerra, erano già su una nave che andava a Beirut nel 1948 e c’era una tempesta in mare e il capitano del vascello disse: «È meglio se torniamo indietro, perché possiamo morire in mare: morire per morire, meglio morire nel nostro paese». Tornarono indietro e si nascosero nella zona del porto per due settimane e poi l’esercito decise di permettere a questi palestinesi di restare lì, ma erano tutti costretti a vivere in un solo quartiere che praticamente divenne una sorta di ghetto. Lo stesso accadde in una città, Ramla, molto importante da un punto di vista geografico perché si trovava sulla via che connetteva Gerusalemme a Jaffa. Nel 1948 la città fu occupata, molti fuggirono e solo una piccola minoranza rimase fra cui i miei nonni dalla parte di mio padre. Lo stesso accadde a loro: furono costretti a vivere in un quartiere che è proprio chiamato “il Ghetto”. Ancora oggi quando torno a visitare la mia famiglia a Ramla e prendo un taxi, cerco di evitare questo nome perché trovo sia veramente terribile. Inizio a spiegare l’indirizzo, descrivo il luogo, e la risposta è: «Ah, certo: il Ghetto. Tu intendi: il Ghetto!». È qualcosa che veramente… Ho vissuto per anni in Germania e avevo una consapevolezza del tutto differente su questo termine, sul suo significato e sul suo uso, e mi colpiva il fatto che venisse importato e adattato al contesto della Palestina. Ho realizzato che una persona può esprimere tutto a partire dal movimento di ritorno verso il luogo da cui è partito, oppure a partire dalla permanenza in un luogo. Forse conoscete lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz che ha scritto innumerevoli romanzi a partire dal singolo quartiere dove viveva. Mahfuz era solito dire che tutto quello che devi fare per scrivere dell’intera umanità è stare in un unico luogo. Credo che stare in un luogo o tornare indietro in un luogo per realizzare i film dipenda a volte da una scelta deliberata, altre volte non posso farne a meno come in A Fidai Film dove ho lavorato su materiali di archivio ritrovati e che provengono anche da Jaffa e Ramla. Recollection è l’inizio del mio lavoro con i materiali di archivio ritrovati, materiali d’archivio già esistenti. La realizzazione di Recollection è legata al ritorno in luoghi che di fatto non esistono più nella realtà. Jaffa è stata via via distrutta e poi mangiata da Tel Aviv. Ma negli anni Sessanta molti film israeliani erano girati a Jaffa e negli anni Ottanta era lo stesso per molti film americani. Ricordo che quando ero bambino un giorno tornavo da scuola e andavo alla casa dei miei nonni. C’era un gruppo di bambini riunito e la strada era piena di immagini di Khomeini e di svariati slogan libanesi perché proprio a Jaffa stavano girando un film sulla guerra civile in Libano. Rimasi con i bambini lì e stavo aspettando che le scene venissero girate. Vidi un furgoncino bianco, un Volkswagen bianco. Nel furgoncino c’erano due uomini e uno di loro era Chuck Norris che è morto pochi giorni fa. Quando ero bambino vidi Chuck Norris dal vivo mentre girava questo film, Delta Force One. E Delta Force One era un film girato a Jaffa, ma nel film Jaffa era Beirut durante la guerra civile. Era un tipico film di azione americano sui terroristi che dirottano un aereo e lo portano a Beirut, ma Chuck Norris arriva a liberare gli ostaggi. Io stavo lì e iniziarono a girare e vidi Chuck Norris con la mitragliatrice che sparava ovunque dal veicolo in movimento con la portiera aperta. Da bambino, come tutti i bambini, ero eccitato a vedere questa scena e non potevo capire il senso dietro questo tipo di film, non potevo capire il modo in cui stavano usando la città. Molti anni dopo nel 2010 ero invitato a proiettare un film a Londra e mi trovavo in un hotel e nella stanza c’era un messaggio di benvenuto sul televisore e diceva: “Welcome mister Kamal Aljafari”, poi cambiai canale e andai a farmi una doccia, uscii dalla doccia e vidi quella esatta scena trasmessa dal televisore. Era veramente incredibile: non avevo mai visto quel film, ma potevo riconoscere quella scena, così mi sedetti e vidi il film per la prima volta. Guardavo il film – lasciamo perdere che questi film sono orrendi – e potevo vedere sullo sfondo molti luoghi che non esistono più perché sono stati distrutti. Aspettavo solo che gli attori lasciassero l’inquadratura ma il film era americano, il che significa che l’inquadratura non è mai lasciata vuota. Così quando sono tornato a casa ho ordinato il DVD del film e ho iniziato a vedere i film girati a Jaffa perché volevo fare un film sui luoghi che appaiono sullo sfondo. Ma vorrei fare ancora un riferimento a Delta Force One: è un film veramente brutto per il modo in cui sono rappresentate le persone, ad esempio i terroristi erano interpretati da ebrei mizrahi [ebrei originari di paesi arabi] e non da palestinesi e parlavano un arabo davvero strano, un arabo che in certi passaggi non aveva alcun senso. E nella scena finale Chuck Norris arriva con questa Delta Force armata e attaccano il luogo dove gli ostaggi erano trattenuti. Questo luogo era una vecchia scuola vuota che la municipalità di Tel Aviv aveva concesso alla produzione. E nella scena finale l’edificio è fatto esplodere e l’esplosione è girata in presa diretta. Quindi alla fine della scena questa vecchia scuola non esisteva più. Allora era lo stesso cinema a produrre una violenza cinematografica e al contempo a partecipare alla distruzione materiale del luogo. Recollection è stata la prima volta in cui ho iniziato a lavorare con il materiale di archivio. Con Recollection ho lavorato con i film di finzione e ironicamente erano film di finzione israeliani. E perché erano girati a Jaffa e non a Tel Aviv? Perché Jaffa era una vecchia città e girare in una vecchia città fa una differenza narrativa enorme perché tu hai un luogo carico di storia.  Se invece giri a Tel Aviv, dai l’impressione di essere in una città nuova e mostri che tu sei nuovo in questo luogo. Jaffa è una vecchia città, è davvero fotogenica con tante architetture antiche, ed era importante per le produzioni israeliane reclamare una narrazione carica di storia. E questi film escludono i palestinesi come se non esistessero, in fondo i palestinesi sono rimossi e sradicati per due volte: prima nella realtà e poi nei film di finzione che erano girati lì. Non appaiono e dunque non esistono. Quando ho iniziato a raccogliere immagini la mia idea originaria era di fare un film sulla città di Jaffa, ma poi, e questo veramente mi ha sorpreso, ho iniziato a notare le persone che stavano sullo sfondo: passanti, figure che guardavano fuori dalla finestra. In un film ho addirittura ritrovato mio zio che passava. Allora ho rimosso tutti gli attori per vedere i luoghi e ho scoperto questi personaggi che passavano e non erano comparse: erano palestinesi che contrabbandavano sé stessi dentro l’immagine. Questo è diventato il tema più importante: trovare i fantasmi che davvero esistevano sullo sfondo, ma a cui nessuno dedicava attenzione. Sembrava che stessero aspettando me: erano lì e io dovevo scoprirli. L’idea di impegnarmi in un film che lavorasse su archivi di immagini già esistenti mi ha portato a manipolare le immagini. Gli interventi di Recollection servono a esprimere me stesso, mi servono a trasformare l’archivio ritrovato in qualcosa di nuovo, in una nuova immagine. Non è un modo per cercare di essere oggettivo, perché non credo nell’oggettività nel cinema o nell’arte in generale. È un’operazione totalmente soggettiva: quando iniziamo a realizzare un film, ad avvicinare un tema, emerge il punto di vista del regista. E questa soggettività è un aspetto importante e in molte occasioni mi prendo la totale libertà di intervenire. Ad esempio in A Fidai Film metto maschere di colore su parti d’immagine, uso il colore rosso per coprire le frasi di propaganda impresse sulla pellicola dagli israeliani. Queste frasi in ebraico erano state aggiunte per descrivere le immagini saccheggiate nel 1982 dall’archivio audiovisivo palestinese che era conservato a Beirut. Molte persone lavorano con gli archivi e ci sono diverse tradizioni: alcuni approcci sono molto artistici, come Pelešjan, o penso alla coppia italiana Gianikian e Ricci Lucchi. Ma li ho scoperti in un secondo momento. Il mio lavoro era in molti modi legato all’esperienza e alla mia provenienza, alle esperienze che abbiamo attraversato come popolo. La rielaborazione delle immagini in A Fidai Film riguarda le poche tracce che ho trovato appartenenti ai materiali razziati dall’esercito israeliano nel 1982. Quelle immagini si trovavano in un istituto di ricerca palestinese che conteneva un grande archivio con immagini, vecchie mappe, libri – tutti materiali rubati dall’esercito. La limitazione in un certo senso ha permesso il mio intervento e mi ha aiutato a trovare una via per esprimere me stesso. Trovo sempre la limitazione veramente affascinante: quando hai pochi materiali, sei spinto a una maggiore creatività. Ma le manipolazioni non mi aiutavano solo a esprimere me stesso, ma anche a creare una nuova immagine. Gli archivi – come recita un capitolo del film – sono la macchina da presa del diseredato o di chi ha perso tutto. Raccogli tutto quello che è disponibile e lavori con questo, lavori con questa limitazione. In generale l’idea di salvare non mi è vicina, non credo che il cinema possa salvare qualcuno o qualcosa. Tutto quello che posso fare è esprimere me stesso, condividere i miei sentimenti e le mie idee con le persone. Certo è romantico credere che possiamo salvare i luoghi o le persone prendendone l’immagine. Fare film mi dà soddisfazione perché grazie a questo possiamo continuare a esistere, a sognare, anche se è un’illusione. Ma non credo che fare film o foto possa salvare alcunché, i film sono proiettati nei cinema ma allo stesso tempo il paese continua a essere distrutto, i crimini continuano a essere commessi. È questa la situazione in cui siamo, anche se vorrei che il cinema potesse cambiare la realtà. Certo, desidero che la vita che non esiste più possa tornare a esistere e questo è il caso di With Hasan in Gaza che è realizzato con riprese fatte da me nel 2001 a Gaza. Ora molti dei luoghi che si vedono non esistono più e anche le persone sono state uccise, o sono disperse, ferite: tutti sono stati toccati. Possiamo riprendere ciò che scomparirà perché grazie a questo gesto ci garantiamo un’esistenza, possiamo continuare a sperare e a sognare, ed è tutto quello che possiamo fare. Mi piace molto lavorare con l’astrazione, un’astrazione che riguarda tanto le immagini quanto i suoni. Attraverso l’astrazione puoi raggiungere l’universalità e credo davvero che la condizione palestinese sia infine una condizione umana, una condizione dell’umanità. Con il suono è possibile realizzare qualcosa che non necessita traduzione, perché le emozioni espresse dal suono possono raggiungere le persone e non importa quale lingua parlino o a quale nazionalità appartengano: il suono è suono. Ad esempio in A Fidai Film c’è una sequenza di repertorio che ho trovato dove un bambino palestinese cammina in un campo profughi in Libano, un campo dell’UNRWA. E questo film era stato realizzato dall’UNRWA perché giravano film sui rifugiati negli anni Sessanta e Settanta. Quando l’ho trovato non aveva suono, così ho creato il suono e l’ho aggiunto sull’immagine del bambino che cammina nel fango: non un suono sincronizzato, è un suono fuori sincrono. Lavoro molto con il suono non sincronizzato perché questo in qualche modo facilita l’immaginazione e permette una maggiore partecipazione. Così si trasforma la scena del bambino che cammina nel fango: quando aggiungi il suono, diventa emozionante. Sono stato davvero fortunato perché ho lavorato con due artisti del suono. Ho iniziato a lavorare con loro sei anni fa: uno è Attila Faravelli di Milano e ha realizzato molti suoni per A Fidai Film e With  Hasan in Gaza; il secondo è un musicista, Simon Fisher Turner. Lavorare con entrambi è stato un vero arricchimento per i miei ultimi film perché ho potuto lavorare con persone a cui non era necessario dicessi con le parole che cosa cercavo. Abbiamo raggiunto la condizione in cui io non ho la necessità di spiegare me stesso: hanno creato i suoni di cui il film aveva bisogno. Un esempio riguarda With Hasan in Gaza: Simon ha visto il girato e ha iniziato a inviarmi davvero tanti file, ho un archivio enorme con le sue registrazioni e alcune duravano anche tre ore e mi diceva di ascoltare tutto perché a un certo punto c’era una variazione, una trasformazione, ma non mi diceva quando. Un giorno mi ha mandato la registrazione di un allarme, un allarme simile a quello che senti quando non metti la cintura in auto. Il film aveva molte scene con le auto e mi sono ricordato che avevo questo suono in mente, ma non gliel’ho detto. Quando tornavo a casa e visitavo la mia famiglia, mio padre era già abbastanza vecchio e la sera andava al bar a incontrare i suoi amici. Il bar non era molto lontano da casa, ma lui prendeva l’auto e io andavo con lui e non metteva mai la cintura e io stavo sempre con lui sentendo questo suono. Simon ha colto questo suono, lo ha manipolato e l’ha usato molto nel film, ma io non avevo comunicato con lui a proposito di questo. Comunichiamo su un livello che è al di là della spiegazione: sono coincidenze che non sono coincidenze. Quando ho iniziato a lavorare per Recollection, ho pensato che accadeva qualcosa di irripetibile. Quando studi per diventare regista non pensi di realizzare film con materiali di repertorio: vuoi girare tu stesso quei film. Nessuno parte con l’idea di realizzare film con materiali già esistenti. Allora ho pensato che Recollection fosse un’esperienza unica, ma dopo sono andato a trovare la mia famiglia ed è stata l’occasione per poi realizzare An Unusual Summer. E mia sorella, che è avvocata, mi prendeva in giro perché ci metto molto a realizzare un film e mi ha detto: «Forse dovresti vedere le videocassette che ho trovato. Potresti fare un film con quelle». Quali videocassette? Allora mi ha raccontato una storia su mio padre, che allora era già morto. Lei ha trovato questi nastri perché quando era vivo qualcuno aveva rotto i vetri della sua auto e nostro padre voleva sapere chi era stato in quartiere a farlo e aveva filmato per un mese, senza sosta. Iniziai a guardare questi materiali e per me erano incredibili: in un mese chiunque viveva nel quartiere appariva nell’inquadratura, anche la mia famiglia appariva fra la casa e l’auto. Conosco la maggior parte di queste persone e certo ho una connessione intima con loro, emozionale. Nel film ci sono le due sorelle che camminano assieme e sin da bambino non ho mai visto queste due sorelle separate. Quando camminavano in strada, camminavano assieme. Da bambino vedevo un vicino sempre in bicicletta e di nuovo nel film appare con la sua bicicletta. Molti aspetti non potrebbero essere notati se non appartenessi a quel luogo, se non conoscessi quelle persone e la loro biografia, ma allo stesso tempo per me c’è qualcosa di universale. Infatti se metti una videocamera così, in quasi in ogni luogo del mondo troverai questi personaggi. E questo è particolarmente impressionante con la camera di videosorveglianza perché questa videocamera ha una pazienza infinita che nessun regista può avere. Nessun regista si metterebbe alla finestra per filmare il mondo per ventiquattro ore senza fermarsi. Il film è strutturato su alcuni appunti che scrissi e uno dice: “Nella videocamera di mio padre chiunque ha l’occasione di esistere”. Perché quando fai un film devi selezionare, devi fare un casting per gli attori, ma la camera di videosorveglianza non seleziona: registra chiunque, chiunque per lei può essere un criminale. With Hasan in Gaza è stata davvero una sorpresa per me perché davvero ho scoperto il materiale solo nell’ultimo anno. Stavo cercando un vecchio disco rigido e mi sono imbattuto in una cassetta Mini Dv con un titolo scritto in arabo: “With Hasan in Gaza”. Non avevo idea di che cosa fosse e sono andato in un laboratorio che aveva modo di riprodurre la cassetta e ho visto immagini di repertorio di Gaza e ancora non sapevo di che cosa si trattasse finché non ho sentito la mia voce. Poco dopo c’è una scena dove appaio. Sono tornato a casa alla ricerca di più cassette perché ho capito che dovevano essercene altre e ne ho trovate altre due senza titoli. Così ho capito perché alle scuole di cinema dicevano che bisogna sempre scrivere sulle cassette. Questi materiali erano stati girati nel 2001 a Gaza e il loro ritrovamento avvenne nel momento in cui mi stavo chiedendo, combattendo con me stesso, che tipo di film o di arte si può fare di fronte a questa distruzione di massa, a questo omicidio di massa. Come agire? E non volevo fare un film mostrando persone uccise, persone che passano attraverso eventi orribili. Non volevo mostrare di nuovo tutto ciò, ho pensato che non volevo ripetere tutto l’orrore. In un certo senso fare cinema con i materiali recenti di Gaza avrebbe urtato la dignità delle persone coinvolte, perché il cinema ha bisogno di tempo, ha bisogno di una giusta distanza che ti permette di impiegare materiali di repertorio che registrino qualcosa che cambia a fondo la vita delle persone o che distrugge quelle stesse vite. Nello stesso periodo in cui mi dibattevo in queste domande ho trovato i materiali di Gaza del 2001 e ritrovarli era la risposta naturale ai miei dilemmi. Era davvero come scoprire segni di vita catturati dalla videocamera ed era anche la prova che la distruzione non ha mai successo: ci sono sempre delle tracce.
mondo
Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
(disegno di simone massi) Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni. Sempre il solito mio discorso: Barcellona città morta (come nel documentario omonimo), promessa al diavolo dall’alto della montagna del Tibidabo, che significa proprio “te la darò”. Lo ripeto stancamente al malcapitato mentre entriamo in plaça de les Glòries Catalanes, porta dell’antico quartiere industriale di Poblenou, oggi trasformato nel “distretto della tecnologia e dell’innovazione” grazie al cambio di destinazione d’uso di duecento ettari di città nei primi anni Duemila. La brutalità della spianata di cemento, le nuove architetture da rivista patinata del museo del design, la copertura scintillante del nuovo mercato sono stemperate da un nuovo parco, meraviglioso e accessibile, dalle aiuole rigogliose, dai bambù e dai cactus che sorgono dalla torba che interrompe la pavimentazione di pietra. Cerco di descrivergli cosa ci fosse prima, come se i relitti industriali fossero le vere glorie catalane del nome della piazza – un nome sarcastico, giacché la storia della Catalogna è soprattutto una storia di sconfitte: dal 1714 al 1939, fino al 2017. Ma il mio ricordo è avvolto nella nebbia. Alzo gli occhi all’enorme Torre Glòries di Jean Nouvel, il grattacielo più alto di Barcellona, la cui forma fallica si erge imponente contro il cielo, inaugurando la fila di palazzoni di vetro che costeggia la Diagonal fino al mare. L’ho vista crescere, prima si chiamava Torre Agbar: ricordo i peruviani che giocavano a pallavolo intorno al suo cantiere, i gitani che occupavano le fabbriche vicino, gli okupas che manifestavano contro il progresso e contro il consenso fabbricatovi intorno. La piazza era un enorme ovale sopraelevato in cui confluivano le tre grandi arterie metropolitane, sotto il quale brulicava un grande mercato delle pulci. Mentre la torre si alzava, piano dopo piano, calava l’ombra sulle antiche fabbriche di mattoni rossi, sulle casette imbiancate demolite a mucchi. Le scritte sui muri profetizzavano una catastrofe, il crollo di quei grandi oggetti singolari: “Torres más altas hemos visto caer” (“Abbiamo visto cadere torri più alte” – eravamo poco dopo l’11 settembre), o: “Un día la gran polla de la Torre Agbar caerá en el coño de la plaça Glòries”. Oggi che la sopraelevata è stata sotterrata, l’analogia femminile non regge più. Quella maschile è più erta che mai. Il progetto del distretto dell’innovazione aveva avuto sempre andamenti altalenanti. Le imprese tech trovavano Barcellona più adatta a congressi sporadici per pippare cocaina nelle discoteche del litorale che ad aprirvi una sede. Quando arrivò la “sindaca ribelle” Colau, l’intero progetto di trasformazione urbana rimase in piedi, ma cambiò il discorso: alla retorica progressista dell’innovazione si sommò quella della “sostenibilità”, e la gentrificazione divenne “green gentrification”, molto più insidiosa. Nel 2018 Facebook annunciò che avrebbe affittato dieci piani della Torre Glòries per farne un bastione della lotta alla disinformazione e alle fake news, in realtà un centro di moderazione di contenuti. Colau annunciò l’accordo come prova del successo nell’attrarre le imprese tecnologiche anche sotto la sua amministrazione, anche perché le loro tasse avrebbero permesso di investire nello spazio pubblico. Ma era la seconda giunta dei “Comuns”, quando il potenziale trasformativo degli anni degli indignados era sfumato. L’amministrazione si fece imbrogliare dalla promessa di un milione di euro della Coppa America, spendendone quattro e mezzo per preparare il porto; anche il greenwashing di progetti speculativi – come i mille appartamenti di lusso a Bon Pastor, presentati come un ecodistretto contro l’emergenza climatica – riusciva sempre meno bene. Oggi intorno alla Torre non ci sono più né gli okupas che protestano, né i gitani nelle fabbriche – e io non ho visto neanche i peruviani che giocavano a pallavolo. I prezzi delle case sono impazziti, le case in affitto sono più introvabili che a New York, e per strada si sente più inglese che catalano. C’è un parco dedicato all’attivista indigena Berta Cáceres, ma lo frequentano soprattutto tech boys e nomadi digitali nordeuropei che fanno jogging. Gli indios de Barcelona, catalani e non, sono emigrati nell’entroterra, nonostante lo stato preoccupante dei trasporti. L’oscurità calata su quel deserto chiamato distretto tecnologico però non è solo la sostituzione della popolazione operaia con gli expat dalla pelle più chiara. C’è qualcosa di più cupo, dentro i nuovi grattacieli di Poblenou. Già qualche anno dopo l’apertura del centro moderazione di Meta sui giornali si iniziò a parlare del malessere dei seicento dipendenti, che però avevano firmato accordi aggressivi di “non disclosure” con l’azienda subcontrattata (Barcelona Digital Services, poi Telus Digital). Nel 2023 una web aveva lanciato l’allarme sullo stress post-traumatico nella Torre, chiamandolo addirittura “Sindrome Torre Glòries”. Per chi ci lavorava, quel luogo era Mordor: la reggia tetra di un oscuro sire chiamato Mark Zuckerberg. Un anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Questa primavera, dopo la chiusura dell’azienda e il licenziamento di tutti i lavoratori, uno di loro ha violato il patto del silenzio con Meta, rivelando l’oscurità dell’abisso tecnologico. In una fanzine gratuita pubblicata da un collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano –, l’ex moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor. Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni “gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha invaso la città post-industriale. Perché gli operai e le operaie che “puliscono quotidianamente la merda secondo i capricci del signorino Mark” avevano corpi e vite, fuori dalla Torre. I video visionati tornavano nei loro sogni, o durante le conversazioni con le amiche, o al bar, come crisi di pianto, o dolori inspiegabili che non riuscivano neanche a ricondurre allo stress post-traumatico. L’azienda minimizzava: “Immaginate di star vedendo un film dell’orrore”, consigliava il dipartimento di wellness, fomentando lo scollamento tra realtà e rappresentazione che regge l’intero impero digitale. Quando Horacio e i suoi colleghi protestarono perché un video di violenze pedofile indicibili continuava a tornare online nonostante le loro segnalazioni, i dirigenti li rimproverano: “Fate troppo rumore!”. Un impiegato traumatizzato a un certo punto prende a capocciate l’ascensore, mentre aspetta lo sblocco del sistema digitale; viene subito licenziato per “poco autocontrollo”. Horacio dice che il problema “era proprio il contrario: ci stavamo controllando troppo”. La fanzine riporta estratti delle interviste a molti dipendenti per ricostruire l’orrore che Meta aveva infilato nelle loro vite. Un lavoratore colombiano si era suicidato, distrutto dalle immagini che aveva dovuto visionare. Quasi nessuno riusciva a parlare del suo lavoro. Molti avevano rotto con i partner. Uno si ubriacava dalla fine del turno fino all’inizio del turno successivo. Una donna rifiutava il contatto con il figlio piccolo, allo stesso tempo era terrorizzata per lui. La sequenza di stupri, pedofilia e violenze impresse nelle loro menti, la coscienza del fatto che non erano un film, non poteva lasciare indifferenti dei corpi umani. E poi c’erano i manuali su cosa tecnicamente andava considerato un cadavere; i protocolli per fare eccezione ai contenuti nazisti se provenivano dall’Ucraina; la sensazione che tutto quell’orrore non venisse mai realmente cancellato, solo tolto dalla circolazione e immagazzinato altrove, per essere poi usato chissà come. Gli stessi dati delle lavoratrici e dei lavoratori, i loro registri, commenti, scambi di opinioni sul lavoro, sono sicuramente custoditi da qualche parte, anche dopo la chiusura, pronti ad essere utilizzati per estrarne nuovi profitti. “In internet tutto è eterno”, scrive Horacio. Solo qualche settimana dopo la fanzine è uscita la notizia che Meta usa i dati dei lavoratori per addestrare l’AI che li licenzierà. All’improvviso, lo scorso aprile, l’impresa ha chiuso. Era il giorno in cui Trump annunciò i dazi a mezzo pianeta, il cosiddetto Liberation day. I lavoratori hanno avuto pochi minuti per riprendere le loro cose dagli armadietti, alcuni non sono neanche riusciti a farlo. Già da qualche mese erano in cassa integrazione per presunti “problemi finanziari” dell’azienda (problemi finanziari, Facebook?). Lo stato spagnolo aveva dovuto pagare prima un expediente temporal de regulación de empresa – una misura pensata per il Covid-19, ma molti anni dopo la pandemia; e poi un expediente definitivo, tutti soldi dei contribuenti per coprire i presunti problemi finanziari di Zuckerberg. Nessuno credeva che il governo socialista avrebbe accettato; e invece ha accettato. Poi il sistema sanitario pubblico catalano ha dovuto curare, o almeno provare a curare, le centinaia di persone lasciate da sole con i loro incubi. Fortunatamente quattrocento ex dipendenti hanno intentato una causa all’azienda per danni psicologici: “Ride bene chi ride ultimo” è la frase che conclude la fanzine. La questione non è certo idealizzare il passato industriale. Le fabbriche di Poblenou erano già chiuse a fine anni Novanta, alcune occupate da punk o gitani, altre diventate locali notturni mitologici come il Razzmatazz. Ma per tante persone il quartiere era uno spazio familiare, o un luogo di lavoro, ancora nei primi anni Duemila. C’erano vicoli pieni di case dove ora ci sono le sedi delle mega-multinazionali informatiche. Nei laboratori industriali di Can Ricart, dove ora c’è il Parc Central di Jean Nouvel, c’erano tornitori che producevano componenti metalliche per la Seat; altri che avevano lavorato alle macrostrutture delle Olimpiadi del 1992; c’era anche un grande laboratorio di candele artigianali con quaranta dipendenti, che chiuse per sempre con la riqualificazione tecnologica. Il comune le considerava “imprese rumorose e inquinanti”, e ne promosse la chiusura o la delocalizzazione. Le aziende di oggi sono sicuramente più silenziose, ma infinitamente più inquinanti. Oltre a Meta e ai suoi abissi di perversione, a Poblenou c’è la sede di Indra, una delle imprese militari più importanti della Spagna; ci sono Unmanned Life e Dronelab, che producono droni; non è lontano anche Airbus Intelligence, partner di guerra di Israele e di Palantir. Siamo molto oltre la gentrificazione. Per quanto siano belli i parchi e le piazze, per quanto gli architetti apprezzino i nuovi edifici, la città è stata consegnata a un’ombra, i cui danni non sono neanche più esternalizzati altrove. (stefano portelli)
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La Israeli Apartheid Week in Germania. Contro la complicità accademica nei crimini israeliani
(archivio disegni monitor)   Dal 20 al 24 aprile 2026 diverse organizzazioni per la Palestina in Germania hanno organizzato una settimana di azioni contro la complicità accademica nell’apartheid e genocidio in Palestina, con il nome di Israeli Apartheid Week. Pubblichiamo questa intervista inedita a due studenti dell’organizzazione “Students for Palestine Germany” che hanno organizzato il boicottaggio accademico. L’intervista, realizzata da Sabine Broeck, professoressa dell’Università di Brema, è stata tradotta e editata per chiarezza. *   *   *  Qual è l’obiettivo della Israeli Apartheid Week? La Settimana dell’Apartheid israeliano è la prima settimana di azioni coordinate per il boicottaggio accademico in Germania, per esporre le complicità dell’accademia tedesca nei crimini israeliani e lanciare la rete ABC-DE come infrastruttura di boicottaggio sul lungo termine. I suoi obiettivi sono tre: esporre i legami strutturali tra le università tedesche e le università israeliane impegnate nell’occupazione e nell’apartheid; costruire un contropotere organizzato studentesco e docente per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele) nelle diverse università; e ribadire che la solidarietà con la Palestina e il BDS sono forme di espressione politica che le università non possono censurare. Prevede un programma denso di eventi in ventitré città, tra cui Berlino e Monaco: lezioni, dibattiti, teach-in, proiezioni e azioni nei campus per esporre le collaborazioni istituzionali al dibattito pubblico. Della rete formano parte ben quarantatré organizzazioni studentesche e accademiche.  Avete già subito qualche forma di repressione? Già da prima che iniziasse la settimana, alcune università hanno proibito le iniziative: la Ruhr-Universität di Bochum ha cancellato un’intera serie di eventi a partire dalla diffamazione ufficiale del BDS come antisemita e sostenendo che il programma non avesse “basi scientifiche”. Tutti gli eventi sulla Palestina in Germania sono proibiti preventivamente, le aule vengono negate all’ultimo momento e gli organizzatori sono criminalizzati con vaghe accuse di “estremismo”. Ma tanto i tribunali tedeschi come gli esperti Onu hanno ribadito che le restrizioni sul BDS e sulla solidarietà alla Palestina violano diritti di base: diversi relatori speciali riconoscono che l’accusa di “estremismo” al BDS contraddice la libertà di opinione, di espressione, di associazione e di assemblea. Alcuni tribunali amministrativi tedeschi, per esempio quello di Colonia, hanno annullato le proibizioni a eventi BDS, considerandole incostituzionali. Ci puoi spiegare il contesto in generale? Al di là del movimento studentesco, sempre più radicale, sembra che le istituzioni accademiche abbiano dimostrato una adesione senza precedenti alle posizioni del governo. In Germania siamo testimoni di una chiusura sempre più stretta della “ragion di stato” sionista: la lealtà allo stato di Israele viene elevata a un principio semi-costituzionale, contrario al diritto nazionale e internazionale, specialmente quando prendono la parola i palestinesi e i loro alleati. Le autorità tedesche continuano a evocare la Costituzione, ma scavalcano continuamente le sue garanzie per implementare questa politica. Diversi ricercatori e centri di supporto legale hanno documentato come dal 2023 la Germania abbia costruito un’infrastruttura repressiva che criminalizza ogni forma di solidarietà reale con la Palestina, con le proibizioni, la violenza della polizia, i tagli ai fondi e le sanzioni professionali. Le università sono laboratori chiave di questa politica: strumentalizzano l’antisemitismo utilizzando le sue definizioni più espansive, usano una risoluzione non vincolante del Bundestag contro il BDS come se fosse una legge, e marginalizzano le ricerche critiche verso la politica estera tedesca – ironicamente, in nome della libertà accademica. L’unico contropotere esistente finora è quello del crescente movimento studentesco che insiste sui principi di base: che la libertà accademica deve includere la Palestina e la nostra abilità di rifiutare la complicità nell’apartheid, e che la “ragion di stato” non può essere usata come strumento per il genocidio e per l’occupazione Sono impressionata dal livello di ricerca e attivismo che avete costruito negli ultimi anni. Potreste descrivermi come funziona questa struttura organizzativa e politica? La campagna non è nata dal nulla: è il risultato di due anni di lavoro cumulativo svolto da dozzine di gruppi che rifiutavano la censura sulla Palestina. Un pilastro è stata la ricerca: studenti e docenti hanno compilato rapporti dettagliati sui legami con Israele delle loro università, dei programmi europei come Horizon, e anche con l’industria della difesa – rendendo empiricamente innegabile la complicità accademica. Un secondo pilastro è stata la creazione di coalizioni. I gruppi locali per la Palestina si sono collegati a sindacati, iniziative antirazziste e antimilitariste, a reti internazionali come il PACBI. Infine, abbiamo lavorato molto sull’educazione politica e la diffusione mediatica, organizzando convegni come “Academic Boycott Now!”, elaborando rapporti pubblici, formando dei portavoce, e ora con la IAW, in modo che, nonostante l’intensa repressione, il movimento possa esprimere un discorso chiaro e articolato a favore del boicottaggio. Gli attacchi alla solidarietà con la Palestina sono sempre più vili, a volte rasentano la follia. Che ruolo può avere la solidarietà internazionale? È il nostro salvavita. Anche osservatori istituzionali come il Commissario europeo sui diritti umani ormai hanno riconosciuto che la Germania è diventata uno degli ambienti più repressivi per le organizzazioni palestinesi. Per questo abbiamo urgente bisogno di testimoni, partner, e di pressione transnazionale. Quando dei ricercatori, dei sindacati e delle organizzazioni studentesche dall’estero sostengono il boicottaggio accademico in Germania, non solo rafforzano la chiamata al BDS guidata dai palestinesi, ma proteggono anche gli attivisti locali. Il boicottaggio accademico, inoltre, è intrinsecamente internazionale: si concentra sulle collaborazioni nella ricerca, i programmi di scambio, i circuiti di finanziamento transnazionali che sostengono apartheid, occupazione e genocidio. Creare campagne coordinate tra campus tedeschi e università estere ci permette di passare dai comunicati simbolici all’azione reale – per esempio quando delle istituzioni partner questionano o sospendono la loro collaborazione con le università tedesche che censurano la solidarietà alla Palestina. Avete un messaggio finale per i lettori in altri paesi, o qualche richiesta di contatto? Il nostro messaggio è semplice: se siete parte di un’università o di un’istituzione di ricerca ovunque nel mondo, siete già legati al sistema che stiamo sfidando – e per questo siete in grado di evocare un cambiamento di cui c’è urgente bisogno. Vi invitiamo a mettervi in contatto con ABC-DE, a scambiare informazioni sui loro legami alle università israeliane e coordinare campagne di boicottaggio accademico che fanno pressione su entrambi i lati di queste partnership. Siamo particolarmente interessate al contatto con le organizzazioni studentesche, con le associazioni di docenti, con i collettivi di ricerca e con le associazioni professionali che stanno ragionando o adottando risoluzioni sul BDS, o che stanno facendo campagne contro la complicità delle loro università. La nostra richiesta è: non trattate la Germania come un caso speciale che non può essere criticato. La Germania è un campo di battaglia centrale nella lotta per difendere dei diritti universali, e per terminare la complicità accademica con l’apartheid. 
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In Svezia il capitale sposa l’estrema destra con le elezioni alle porte
(disegno di guerrilla spam) Il primo aprile Ulf Kristersson, primo ministro svedese e leader del Partito moderato, ha annunciato che, in caso di vittoria del centrodestra (ormai poco di centro e molto di destra) alle elezioni politiche previste per il 13 settembre, i Democratici di Svezia, partito nato nel 1988 da ambienti razzisti e neonazisti, non solo entreranno nel governo ma otterranno ministeri chiave: quelli dell’immigrazione e dell’integrazione. Due settimane prima erano stati i Liberali a comunicare il loro via libera all’alleanza di governo con i suprematisti, rifiutata categoricamente ancora l’ottobre scorso; la svolta ha provocato una ribellione interna, ma alla fine è stata approvata. Gli ultimi, e ipocriti, residui di “cordone sanitario” – l’esclusione dal salotto buono della politica di una formazione a lungo considerata, da tutti i partiti, incompatibile con i princìpi svedesi – si sono così sbriciolati. Gli antidoti al dilagare della xenofobia che il paese credeva di possedere, dall’alto della sua presunta superiorità non solo sull’Europa meridionale, ma anche sugli altri paesi nordici, si sono rivelati castelli di sabbia. Del resto, anche se i Democratici di Svezia sono entrati in parlamento nel 2010 l’ostilità verso le persone immigrate serpeggiava nel paese fin dall’inizio degli anni Novanta (non a caso il loro ingresso nelle amministrazioni locali data al 1994). La crisi dei rifugiati del 2015 ha poi rotto ogni argine. Jimmie Åkesson, che del partito suprematista è il leader incontrastato dal 2005, ha seguito la stessa traiettoria bifronte di Giorgia Meloni: accreditarsi come conservatore pragmatico nelle istituzioni, disposto ad accantonare (solo temporaneamente, beninteso) alcune delle proposte più controverse, e insieme dare libero sfogo al sessismo e razzismo della sua truppa nella società civile. Gli SD sono così passati dal 5,7% del 2010 al 17,5% del 2018, per poi diventare, nel 2022, il partito più votato dopo quello socialdemocratico (che da oltre un secolo è quello che raccoglie più consensi), nonché primo del centrodestra, superando, con il 20,5% dei voti, i Moderati (19,1%), che detenevano il primato nella coalizione dal 1979.  Al successo di Åkesson ha certo contribuito l’ascesa globale dell’estrema destra, ma la “normalizzazione” della Svezia – evidente anche nell’isteria bellicista e atlantista scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina – fa rumore, perché si tratta di un paese governato per lo più dal Partito socialdemocratico. Per permanenza al potere (dal 1932 al 2022), percentuale media di voti (fino ai tardi anni Novanta sopra il 40%) e risultati ottenuti (un welfare universalistico e politiche del lavoro ammirate in tutto il mondo), la traiettoria storica della socialdemocrazia svedese non ha eguali. L’altra faccia della medaglia del patto tra capitale e lavoro alla base del “modello svedese” è stata la neutralizzazione del conflitto sociale, con una marcata istituzionalizzazione dei movimenti, innanzitutto quello operaio; un dato, questo, che aiuta a spiegare la scarsa resistenza prima all’avvento del neoliberalismo e ora alla sua torsione autoritaria. Lo sdoganamento dei suprematisti comincia nel gennaio 2017, quando l’allora leader del Partito moderato, Anna Kinberg Batra, apre a una collaborazione in parlamento (ma non in un futuro governo). La sua uscita provoca un tale scandalo (con conseguente calo del partito nelle intenzioni di voto) da costringerla alle dimissioni. Il suo successore, Kristersson, inizialmente ribadisce la fedeltà al cordone sanitario, escludendo categoricamente qualsiasi accordo; tuttavia, dopo le elezioni del 2018 (perse anch’esse, dopo quelle del 2014) lo sfaldamento dell’alleanza di centrodestra, a causa della decisione dei Liberali e del Partito di centro di sostenere un governo socialdemocratico di minoranza, lo induce a intavolare un “dialogo costruttivo” con il partito-paria, diventato ormai il convitato di pietra della strategia per il ritorno al potere.    Un mese dopo le elezioni del 2022, la coalizione di centrodestra – che ha recuperato i Liberali, ma non i Centristi – annuncia di aver sottoscritto l’Accordo di Tidö (dal nome del luogo dove è stato siglato) con i suprematisti. Il patto prevede che il governo sia formato da Moderati, Liberali e Cristianodemocratici e guidato da Kristersson, mentre i Democratici di Svezia ne rimangono fuori, pur essendo stati i più votati. Åkesson e i suoi la fanno passare come una discriminazione che accettano per realismo (“il paese non è ancora pronto”), ma in verità si tratta di una posizione molto vantaggiosa: non si sporcano direttamente le mani e ottengono, in cambio dell’appoggio esterno (essenziale alla sopravvivenza dell’esecutivo), posti chiave nelle istituzioni e soprattutto il potere di dettare l’agenda del governo sulle materie concordate nel documento; a cominciare, naturalmente, da immigrazione e criminalità, di fatto ormai equiparate, sfruttando l’allarme per il fenomeno delle gang giovanili, la cui manovalanza è costituita da immigrati di seconda generazione. Anziché intervenire sulle cause del loro disagio, il nuovo governo sceglie la stretta repressiva (che peraltro colpisce anche l’attivismo, in particolare quello a sostegno della Palestina), integrata dall’introduzione di criteri più restrittivi sia per il diritto d’asilo che per l’immigrazione economica.  E gli avversari del centrodestra? Da anni i socialdemocratici, al governo come all’opposizione, fanno di tutto per dimostrare di essere più realisti del re – dove il realismo è quello del tecno-capitalismo xenofobo. In parlamento il partito guidato da Magdalena Andersson appoggia quasi sempre le proposte della maggioranza in materia di politica penale, migratoria ed estera; l’adesione alla Nato, impresa mai riuscita al centrodestra, è stata promossa proprio dai socialdemocratici, che sostengono incondizionatamente l’invio di armi all’Ucraina fino a una vittoria dai contorni indefiniti. Quanto al genocidio del popolo palestinese, è stato riconosciuto tardivamente e con molta cautela. Il Partito della sinistra ha sposato totalmente il regime di guerra, nella speranza di ottenere un ministero in un eventuale prossimo governo di centrosinistra (richiesta che sia i Socialdemocratici sia il Centro hanno rispedito al mittente); la sua leader, Nooshi Dadgostar, ha dichiarato che è giusto dare la vita per il proprio paese (nell’imminenza di una guerra contro la Russia…). Il suo patriottismo non trova riscontro in una recente ricerca condotta su oltre 100 mila giovanissimi che a breve cominceranno la trafila (obbligatoria) per la selezione di alcune migliaia di effettivi dell’esercito. Sette ragazze su dieci hanno risposto di essere indisponibili a combattere, in caso di guerra, con argomenti che vanno dalla nonviolenza al rifiuto di sacrificare la propria vita per un’entità astratta come lo Stato. Non bastasse il bellicismo russofobo, l’incapacità di Dadgostar di farsi portavoce del disagio giovanile (e non solo) è palese nella posizione ambigua sul genocidio in Palestina: la condanna di Israele non le ha impedito l’espulsione di esponenti del partito schierati al fianco della resistenza palestinese. L’esito delle elezioni di settembre è al momento molto incerto. Il definitivo sdoganamento dei suprematisti da parte dei tradizionali partiti di centrodestra può essere la carta vincente per mantenere il potere, a fronte di una coalizione rossoverde (Socialdemocratici, Partito della sinistra, Verdi e Partito di centro) molto divisa al suo interno, soprattutto su clima, immigrazione e politica economica. Dall’altro lato, in una parte dell’elettorato di centrodestra l’alleanza con i Democratici di Svezia continua a suscitare un malumore che potrebbe riflettersi in un calo dei Liberali, e forse degli stessi Moderati. Per niente scandalizzata è la Confindustria svedese. La riprova del fatto che la classe dominante ha deciso di fare del partito di Åkesson il suo referente politico, senza più alcun infingimento, è una pubblicazione uscita nel settembre dello scorso anno, Tidö 2.0. Un nuovo inizio per la Svezia. A firmarla sono due think tank, Timbro e Oikos, rispettivamente della Confindustria e dei Democratici di Svezia; il matrimonio ufficiale tra capitale e suprematismo si è consumato lì. Dopo aver precisato che le due organizzazioni hanno “premesse ideologiche diverse”, liberali per Timbro e conservatrici per Oikos, viene enfatizzato il comune, grande amore di entrambe le tradizioni di pensiero per la libertà. È proprio questo principio a ispirare l’ambizioso programma di riforme che viene presentato. Al governo in carica viene riconosciuto il merito di aver invertito “un processo che per molto tempo era andato nel verso sbagliato”, anche se non si capisce in che cosa consistano i successi di Kristersson, dal momento che il suo esecutivo non è riuscito, con l’approccio law and order, a debellare la criminalità giovanile – cavallo di battaglia della campagna elettorale del 2022 – né a ridurre la spesa pubblica, che anzi è aumentata per finanziare il riarmo; per tacere del clima, su cui la Svezia ha registrato uno sconcertante arretramento. Ora si tratta di osare ancora di più, scrivono gli autori del documento, incentrando il nuovo corso sull’iniziativa e la responsabilità individuale, ovvero ridimensionamento di tutto ciò che è pubblico (welfare, cultura, aiuti internazionali), privatizzazioni e deregulation (anche degli affitti), ulteriore precarizzazione del lavoro, enfasi sulla natalità e la famiglia, equiparazione a potenziali criminali delle persone migranti. Qualche segnale di rifiuto delle misure xenofobe più indecenti del governo si è visto, negli ultimi mesi, per esempio in occasione dell’espulsione di giovani di famiglia immigrata che, compiuti i diciotto anni, non sono più coperti dal permesso di soggiorno dei genitori e, se privi dei requisiti di reddito per la residenza, possono essere deportati nel paese di origine dei genitori, dove spesso non hanno mai messo piede; una norma aberrante, introdotta peraltro nel 2016 dai Socialdemocratici. Dopo le polemiche, Åkesson ha battuto in ritirata, contando sulla sua prossima partecipazione al governo per applicarla senza freni, così come tutto il repertorio della remigrazione (trasformazione dei permessi di soggiorno permanenti in temporanei, incentivi al rimpatrio “volontario”, revoca della cittadinanza [sic], e via dicendo). Nonostante le proteste di diverse amministrazioni locali (anche di centrodestra), dipendenti pubblici e giovani contro il razzismo istituzionalizzato, a ora mancano movimenti di massa che possano sfidare l’appiattimento di quasi tutto l’arco politico su programmi e (dis)valori che hanno raso al suolo l’egualitarismo, il femminismo e la solidarietà di cui il paese andava fiero (non senza ipocrisie). Il tempo del conflitto sociale è ora; se vincerà la “nuova” Svezia auspicata da padroni e suprematisti, esso non sarà nient’altro che un’eccedenza di cui sbarazzarsi. (monica quirico)
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Insegnare la storia in Israele e Palestina. Le Proiezioni di This is my land a Ivrea e Torino
(copertina di nadiia zhelieznova) Sarà proiettato alla biblioteca di Cascinette di Ivrea (il 10 aprile) e presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli a Torino (il 14 aprile) il film di Tamara Erde This is my land. Il film, realizzato nel 2014, esplora i modi di insegnare la storia in diverse scuole israeliane e palestinesi. Le proiezioni sono parte di un piccolo ciclo che ha l’ambizione di riunire comunità di docenti, studenti (e non solo) disposte a guardare film, ragionare sulla scuola, e discuterne. Pubblichiamo a seguire un’analisi del film scritta da Antonio Del Castello e pubblicata sul numero 12 de Lo stato delle città.  *     *     * Tamara Erde, ex alunna di un liceo di Tel Aviv, ha concluso il suo percorso liceale all’inizio del Duemila senza sapere nulla della Palestina e dell’occupazione israeliana, senza mai porsi domande sulla storia che le veniva insegnata. Studentessa patriottica, è cresciuta con l’intenzione di servire nell’esercito e così ha fatto. Solo durante il servizio militare le sono sorti i primi dubbi sulla parzialità dell’istruzione ricevuta. In questo la sua esperienza ricorda quella di numerosi veterani delle forze di difesa israeliane che negli ultimi vent’anni hanno fondato l’organizzazione Breaking the silence con l’intento di rendere nota la realtà delle pratiche militari di abuso quotidiano sui civili nei territori palestinesi occupati da Israele. Dopo alcuni anni in Francia, dove lavora come regista, sceneggiatrice e fotografa, Erde torna nel suo paese nel 2014 per girare This is my land, un documentario su come viene insegnata la storia del conflitto in Israele e in Palestina, con l’intento di capire se la situazione abbia conosciuto evoluzioni rispetto ai suoi anni da studentessa. A sette dei docenti da lei contattati per partecipare al suo documentario il ministero dell’istruzione israeliano nega l’autorizzazione. Nonostante ciò, Erde riesce a raccogliere una casistica ampia e diversificata. Tre le scuole secondarie coinvolte nel progetto: ad Haifa (ebraica, laica), a I’billin in Galilea (palestinese, laica) e a Itamar, scuola statale di Talmud e Torah in uno degli insediamenti colonici israeliani nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Tre le scuole primarie, tutte laiche: a Ramallah (Cisgiordania), a Neve Shalom/Whahat al Salam, villaggio israelo-palestinese fondato nel 1972 con intenti progressisti (il nome vuol dire “oasi della pace”), e l’ultima, gestita dall’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi) nel campo profughi di Balata, presso Nablus, in Cisgiordania. Restano fuori le scuole della striscia di Gaza, gestite da Hamas. Tutti sono istituti statali tranne quello di Neve Shalom/Whahat al Salam, che è anche l’unica scuola etnicamente mista, con bambini e insegnanti ebrei e palestinesi. Solo nelle scuole laiche ebree e in quella mista ebreo-palestinese le classi si compongono di alunni di entrambi i sessi. L’intenzione del documentario di Tamara Erde è filmare, nel corso dell’intero anno scolastico, le attività didattiche che si svolgono nell’aula o fuori dall’aula e intervistare in momenti diversi insegnanti e alunni. Non solo. In alcuni momenti prendono la parola due studiosi esperti di pedagogia: Mohammed S. Dajani Daoudi, palestinese, e Nurit Peled-Elhanan, israeliana, studiosa di scienze dell’educazione linguistica all’Università ebraica di Gerusalemme, che ha dedicato gli ultimi anni allo studio dei libri di testo israeliani (in italiano è disponibile il suo saggio del 2012 su La Palestina nei testi scolastici di Israele, tradotto nel 2015). Si pone subito in evidenza il problema della libertà di insegnamento per i palestinesi che vivono in Israele. Johnny Mansour, insegnante di storia nella scuola superiore di I’billin, in Galilea, racconta di aver realizzato un libro di testo che non ha ricevuto l’autorizzazione dal ministero. Per utilizzarlo avrebbe dovuto espungere interi capitoli e apportare modifiche sostanziali, specie alla parte dedicata alla Palestina: avrebbe dovuto essere chiamata Eretz Israel (Terra d’Israele). Se si vuole insegnare la storia delle rivolte palestinesi contro il mandato britannico o quella della Nakba tocca insomma autoprodurre, come docenti, i propri materiali d’insegnamento. La neutralità dello sguardo, la varietà delle situazioni mostrate, l’intreccio dei casi intendono evitare l’impressione di un film a tesi contro il governo del proprio paese. Tuttavia la selezione dei materiali e il confronto tra sistemi avanzano un’ipotesi: in classe, nei princìpi che ispirano la didattica così come nelle attività svolte all’aperto, sono gli insegnanti palestinesi più che gli israeliani a praticare una pedagogia della libertà, dell’immaginazione, del diritto, parlando di diritto al ritorno, di resistenza come pratica quotidiana di gioia e dignità contro l’oppressione (citando il poeta Mahmoud Darwish), ribadendo, in questa rivendicazione, la critica dell’antigiudaismo. Un giorno nella scuola elementare di Ramallah c’è un’adunata di tutti gli alunni per ricordare il “martire immolato nelle prigioni degli occupanti israeliani”. L’insegnante, Ziad Khaddash, propone come compito in classe di scrivere una lettera a un proprio coetaneo figlio di coloni israeliani in un insediamento vicino, e legge alcuni dei testi elaborati. In uno di questi un bambino rivendica gli scioperi della fame dei detenuti palestinesi come arma contro la violenza dei coloni. Durante la lezione va via la corrente, e tutto suggerisce che la pratica di scrittura alla luce delle candele sia abituale. Emergono le storie di alcuni ragazzini: c’è chi ha avuto il padre prigioniero per quattordici anni degli israeliani, chi ha avuto la madre uccisa dagli occupanti. Ma intervistati alla fine dell’anno scolastico comunicano i loro sogni per il futuro: uno vuole occuparsi di salvaguardia dell’ambiente, un altro vuole fare il medico. Diversa la situazione nelle scuole ebraiche, dove emerge invece di frequente la paura dei vicini. Il primo giorno di scuola, ad Haifa, l’insegnante chiede agli alunni della sua classe di secondaria superiore come immaginano Israele tra venti o trent’anni: “I palestinesi continuano a prenderci la terra”. “Non ci sarà mai pace – aggiunge un altro – se non a prezzo del nostro sacrificio”. Nel corso dell’anno emerge il tema dei villaggi abbandonati a forza dai palestinesi nel ’48, e ci sono studenti che si chiedono come poté Ben Gurion non porsi questo problema dopo la persecuzione che gli ebrei avevano subito in Europa. Il punto, ieri come oggi, è il diritto alla sicurezza rispetto ai nemici potenziali: questa la risposta, non priva di senso tragico, dell’insegnante. È una pedagogia da regime di guerra, con parate militari a cui prendono parte gli alunni. Nella scuola religiosa dell’insediamento di Itamar, uno degli alunni parla degli arabi come di una minaccia costante e afferma che “bisogna buttarli fuori, con il governo, con l’esercito”. Il caso più interessante per la ricerca di Tamara Erde è fornito dalla pratica didattica nella scuola non statale di Neve Shalom/Whahat al Salam, dove i due insegnanti in compresenza, un uomo ebreo e una donna palestinese, ciascuno parlando la propria lingua, compiono il tentativo di porre entrambe le prospettive su un piano di parità, senza negarne i tratti irriducibili (per cui, per esempio, il giorno dell’indipendenza di Israele coincide con quello della Nakba, la “catastrofe” palestinese) o le contraddizioni, come il fatto che, pur essendo ebrei e arabi nati sulla stessa terra, il simbolo nazionale presente sulla bandiera si riferisce ai soli ebrei. Gli alunni giungono a essere consapevoli della contraddizione, ma, come osserva Raida Aiashe-Katib, l’insegnante palestinese, se “è così facile per gli alunni ebrei identificarsi con tutte le popolazioni del mondo che vivono sotto occupazione”, è incredibilmente difficile per loro provare la medesima empatia per i loro vicini, i palestinesi, sulla terra dei quali vivono. Quando, nel corso di un’altra lezione, gli alunni sono invitati a commentare la proiezione del breve cartone animato di Nina Paley, This land is mine, del 2012, che illustra la millenaria catena di sangue per il possesso di questa terra, Aiashe-Katib chiede agli alunni: “Perché questa terra è mia?” – “Perché me l’ha concessa Dio”, risponde un alunno ebreo. “Noi non lo diciamo. Diciamo è la terra dei nostri avi”, risponde lei. Emerge infine, nel documentario, la questione delicata del perno ideologico della didattica della storia in Israele, e cioè l’uso della memoria dell’Olocausto. Per la Giornata della Memoria, gli alunni della scuola elementare di Neve Shalom/Whahat al Salam vengono portati in palestra ed esposti per due minuti al suono opprimente di una sirena. Gli alunni di Haifa sono accompagnati dalla regista nel loro viaggio di istruzione in Polonia, ai campi di sterminio di Belzec e Auschwitz, scortati dal loro insegnante e da Haim Megira, guida specializzata negli “Holocaust travels”. Guida professionale ma non priva di consapevolezza intorno al significato di questo tipo di viaggi: “Una cerimonia – racconta nell’intervista – non richiede domande. La nostra società non ha la maturità per affrontarle, ma siamo abbastanza sofisticati da usare questi monumenti come giustificazione morale”. Nel suo libro del 2023, Holocaust education, Nurit Peled-Elhanan mostra come nella didattica della storia israeliana le vittime dell’Olocausto siano intenzionalmente rappresentate – in modo traumatizzante – come i paria che gli israeliani potrebbero in qualsiasi momento tornare a essere qualora perdessero il controllo sugli arabi palestinesi, che per questo sono demonizzati e presentati come i futuri potenziali sterminatori. La retorica vittimaria diventa retorica del potere e il “mai più” diventa la giustificazione per l’occupazione militare e l’oppressione dei palestinesi. Qui nel documentario, intervistata diversi anni prima della pubblicazione di questo libro, Nurit Peled-Elhanan insiste sul fatto che nelle scuole israeliane la memoria del trauma non sia utilizzata in senso trasformativo: “Dopo la Giornata della Memoria, i bambini hanno degli incubi, bagnano il letto, e non fanno alcun passo avanti pensando a come una cosa del genere non possa più accadere in nessun posto”. E non sarebbero infrequenti, secondo i suoi studi, i casi in cui i bambini israeliani sono convinti che siano “gli arabi ad aver ucciso sei milioni di ebrei in Germania”. La conclusione, che resta implicita, è che no, la situazione non sembra essersi evoluta in meglio rispetto agli inizi del Duemila. Si può osservare, a margine di tutto questo, quanto la pedagogia della memoria sia divenuta un tema centrale anche per le nostre scuole europee, in un contesto allargato ai paesi dell’ex patto di Varsavia, quegli stessi che hanno spinto nel 2019 per la risoluzione del parlamento europeo Sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, che ha equiparato fascismo e comunismo. Il rischio è che, nella ricerca di un comune denominatore identitario di un’Europa altrimenti divisa per secoli, la condanna unanime (e naturalmente legittima) dei totalitarismi avvalori la liquidazione del Novecento unicamente come secolo dei genocidi e della violenza politica; che l’estensione del dispositivo vittimario come fattore costitutivo della nuova identità europea porti alla dispersione dell’intero giacimento di vittorie del movimento operaio e di emancipazione sociale e civile che il Novecento stesso ha portato. C’è il rischio che tutto ciò contribuisca a creare acquiescenza allo stato di cose che il neoliberismo ha determinato, indebolendo, peraltro, la critica al colonialismo israeliano in Palestina. Se un antidoto c’è all’uso strumentale e militarizzato della memoria e del dispositivo vittimario, questo è l’insegnamento critico e libero della storia nelle scuole di ogni ordine e grado.
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Resistere fino alla fine. La comunità di Prosfygika in lotta contro lo sgombero nel cuore di Atene
(disegno di irene servillo) E se non siamo pronti a morire l’uno per l’altro,  allora siamo già morti. Ma le serate come sono belle quando la terra esala di profumi Tasos Livaditis L’8 febbraio 2026, presso il chiosco dello storico complesso residenziale di Prosfygika, che si affaccia su uno dei viali più trafficati della città, è stata convocata un’assemblea aperta in difesa della comunità di occupazione, che affronta l’imminente minaccia di sgombero. Sotto al gazebo, seduti dietro un tavolo, alcuni abitanti pronti a prendere la parola, dall’altro lato una folla radunatasi per capire che cosa sta succedendo. Già da qualche giorno si era sparsa la voce che Aristotelis Chantzis, uno dei residenti, aveva scelto di intraprendere il più estremo atto di lotta, lo sciopero della fame fino alla morte. Mai come oggi, infatti, la sensazione è quella della battaglia finale, dopo che la regione Attica ha firmato nel giugno 2025 un contratto da quindici milioni di euro con il ministero della cultura e l’azienda per il pubblico impiego, che prevede la restaurazione di quattro degli otto blocchi da destinare al “social housing”. Si vocifera che lo sgombero dovrebbe arrivare entro giugno o luglio 2026. La comunità – composta da oltre quattrocento persone, tra cui bambini, anziani, malati, che finirebbero per strada – ha fatto la sua scelta, come si legge nelle parole di Aristotelis: “Abbiamo deciso di difendere fino in fondo la nostra proposta sociale, le persone che ne fanno parte, le strutture che abbiamo costruito e la memoria storica di Prosfygika. È una nostra scelta consapevole e una nostra responsabilità dare anche la vita per la continuazione della vita”. L’assemblea dell’8 febbraio ha inaugurato così una stagione decisiva di lotta. Ogni domenica pomeriggio un’assemblea aperta di centinaia di persone affolla uno dei cortili, mentre sabato 14 marzo un corteo di migliaia di persone ha marciato dal Politecnico, luogo simbolo della resistenza antifascista ateniese, fino al quartiere. La strada intrapresa è quella dell’apertura della comunità alla città e al mondo, attraverso una vera e propria chiamata alla solidarietà internazionalista, in difesa di un’esperienza politica unica in Europa. Una strada che non prevede compromessi o marce indietro.  È difficile comprendere il valore non solo materiale ma anche simbolico di questa occupazione senza conoscerne la storia. Il blocco di edifici che prende il nome di Prosfygika, costruito tra il 1933 e il 1935, rappresenta uno dei tanti complessi di edilizia popolare sorti in quegli anni per dare un tetto ai profughi greco-ortodossi in fuga dall’Anatolia, dopo la sconfitta ellenica nella guerra greco-turca. La cosiddetta Catastrofe dell’Asia Minore si concluse con il trattato di Losanna del 1923, che sancì lo scambio di popolazioni e portò in Grecia oltre un milione di esuli, da cui ancora oggi prendono il nome alcuni quartieri della capitale. La stessa parola “prosfygika”, significa letteralmente “dei profughi”. Il complesso è composto da otto fabbricati divisi in 228 appartamenti di cinquanta metri quadrati, dette “case minime”, con ampi spazi comuni all’esterno, lavanderie e terrazze condivise. Anche l’architettura, che riprende l’approccio modernista dell’edilizia popolare di inizio Novecento, ispirato allo stile Bauhaus, è stata pensata per una vita comunitaria. Come testimoniano ancora oggi i fori dei proiettili sulle pareti degli edifici, durante la seconda guerra mondiale proprio questi edifici furono una base logistica della resistenza antifascista e comunista. Durante la cosiddetta Battaglia di Atene del dicembre 1944 le truppe dell’esercito popolare greco di liberazione, principale movimento di resistenza all’occupazione nazifascista, difese insieme ai residenti il quartiere contro l’offensiva dell’esercito inglese e delle forze monarchiche. UN MUSEO VIVENTE La lotta sembra inscritta nelle pietre di questi edifici, che nel 2003 e nel 2009 sono stati dichiarati monumento storico dal Consiglio di Stato; ancora una volta, non grazie a una concessione dall’alto ma alla resistenza di cinquantuno residenti, che rifiutarono le promesse di ingenti ricompense e non cedettero all’esproprio. Questo riconoscimento, ottenuto con la collaborazione della Scuola di Architettura di Atene, non può difendere gli abitanti dallo sfratto ma ha finalmente bloccato i piani di demolizione, che si sono susseguiti fin dai tempi della dittatura dei Colonnelli. È da fine anni Sessanta, infatti, che Prosfygika è sotto assedio: la Corte Suprema da un lato, l’ospedale e la stazione centrale di polizia dall’altro e, esattamente dall’altra parte di Leoforos Alexandras, lo stadio del Panathinaikos. L’intonaco scrostato che da cui si intravedono i massicci muri in sasso e gli ampi spazi verdi tra gli edifici, luoghi di incontro per la comunità, stonano con lo scenario circostante. L’architettura imponente del tribunale e della stazione di polizia, con lo stile monumentale caratteristico del periodo della Junta, incarna anche visivamente il potere dello Stato. D’altro canto, la pressione dettata dagli interessi economici generati dallo stadio, costruito nel 1922, ha da sempre minacciato il quartiere, soprattutto negli anni Novanta, quando fu approvato un progetto di smantellamento degli edifici di Prosfygika per costruire un centro commerciale.  Oggi, fermata la demolizione, gli speculatori e i loro alleati istituzionali puntano alla “riqualificazione” degli edifici, facendo leva sulla retorica dell’abbandono e del degrado, che sono stati in realtà una precisa strategia adottata dai governi negli ultimi trent’anni per motivare e preparare l’assalto. I discorsi intorno al “salvataggio” di Prosfygika e a un suo presunto utilizzo sociale – come quello del governo di Syriza, che nel 2018 proponeva la museificazione del quartiere in memoria dei rifugiati e della resistenza, o quello attuale, che punta a costruire alloggi sociali e un ostello per i parenti dei pazienti del vicino ospedale oncologico – celano dietro un discorso “umanitario” gli interessi di appaltatori e aziende, legati alle autorità regionali e governative da fitte reti clientelari. Il paradosso di queste retoriche è che la comunità è già un luogo di accoglienza e cura per le persone senza casa, è già un luogo di ospitalità per i parenti dei pazienti dell’ospedale, è già un’esperienza unica di “social housing” e, come dicono i residenti, un “living museum” delle migrazioni e della resistenza di ieri e di oggi. Non a caso, il nuovo progetto di sgombero dell’occupazione di Leoforos Alexandras è stato approvato mentre è in costruzione un futuristico stadio per il Panathinaikos a Votanikos, in un’altra zona della città, per il quale è stato sgomberato nel 2022 l’ultimo campo per rifugiati inserito nel tessuto urbano della capitale, nonostante la determinata lotta dei residenti. Lo spostamento dello stadio aprirà per la zona antistante il vecchio impianto, compresa Prosfygika, nuove “opportunità di sviluppo”. Più in generale, quest’operazione si inserisce nel piano di un’Atene ripulita, moderna e finalmente “europea”, imposto dal governo Mitsotakis fin dai giorni della sua ascesa, nel 2019. Possiamo enumerare gli sgomberi di decine di occupazioni di migranti e antagonisti, la militarizzazione del quartiere di Exarchia e la chiusura della sua piazza per il cantiere della nuova linea di metropolitana, la gentrificazione e turistificazione di molte zone del centro grazie al moltiplicarsi dei bnb e degli appartamenti di lusso, stimolata in particolare dagli ingenti investimenti israeliani. I prezzi degli affitti si sono alzati vertiginosamente negli ultimi cinque anni, costringendo i residenti a spostarsi verso zone più periferiche della città.  Ma questo piano di “riqualificazione” non può essere letto solo come la messa a profitto dello spazio urbano e la ricerca di una vittoria simbolica da parte del governo Mitsotakis. Prosfygika è più di un’occupazione abitativa, è una vera e propria organizzazione politica rilevante all’interno del movimento radicale greco. Residenti e solidali della comunità sono in prima fila durante i cortei, sono coloro che animano le assemblee per il diritto alla casa, l’antirazzismo, l’antifascismo. Prosfyigika è allo stesso tempo una “living utopia” e un epicentro organizzativo dei movimenti più conflittuali del paese. Per questo, l’attacco a quest’esperienza rappresenta, per il governo, quello contro un nemico politico a tutti gli effetti, figlio del ciclo di rivolte nato nel 2008, dall’uccisione di Alexis Grigoropoulos e dalla crisi economica. È in quel contesto, con la progressiva precarizzazione della vita e l’indebolimento dello Stato, che gli spazi urbani sono diventati lo scenario non solo di grandi cortei e scontri con la polizia, ma anche di decine di sperimentazioni sociali e politiche di vita in comune. In questo humus sociale, si è costituita nel 2010 l’assemblea di Squatted Prosfygika (Sy.Ka.Pro), composta dalle persone che, già occupanti degli appartamenti, hanno deciso di mobilitarsi per creare, nelle parole di Aristotelis Chantzis, una proposta sociale “in opposizione alla solitudine, l’individualizzazione e all’insicurezza sociale che attualmente gli stati e il capitalismo impongono”. Così l’assemblea ha iniziato a organizzare cucine sociali, ambulatori popolari, corsi di lingua greca, sportelli legali per persone migranti, sport popolare e spazi abitativi. Fin da subito, è stata rilevante la presenza di membri di organizzazioni rivoluzionarie turche e curde, il cui apporto politico è ancora oggi fondamentale e percepibile nel modo di stare insieme.  Le oltre quattrocento persone che vivono nel quartiere provengono da ventisette aree geografiche diverse e parlano più di venti lingue. La comunità è l’insieme organizzato delle persone residenti e solidali, che si riuniscono nell’assemblea generale ogni lunedì. Esistono poi ventidue “strutture”, tra cui la casa di bambini e bambine, la struttura di autoeducazione, l’asilo nido, la struttura sanitaria e farmaceutica, quella di accoglienza per pazienti e accompagnatori dell’ospedale (in collaborazione con il sindacato dei dipendenti dell’ospedale), il forno, che produce anche un’entrata minima per la comunità, la struttura per la manutenzione degli edifici, il chiosco, il cinema e la biblioteca. Questi sottogruppi sono autonomi ma non indipendenti, nel senso che ognuno ha la propria assemblea e la propria cassa, ma tutti sono collegati tra loro attraverso l’assemblea plenaria. Quest’ultima rappresenta lo spazio decisionale fondamentale, dove vengono discusse le proposte delle strutture e vengono prese le decisioni. L’unica altra assemblea con potere decisionale è quella delle donne, che può prendere decisioni in modo indipendente informando l’assemblea generale. VINCERE O VINCERE La vita quotidiana a Prosfygika è fatta di lunghe ore di discussione, sveglie all’alba per preparare il pane, lavori di restaurazione, turni di guardia, pranzi collettivi. Ogni membro, secondo le proprie possibilità, contribuisce alla vita collettiva: nel mantenimento degli edifici, nella cura delle persone più fragili, nell’organizzazione dei numerosi eventi. Ma non si può dire che le giornate scorrano tranquillamente, soprattutto nelle ultime settimane. Recentemente, sono stati avvistati dei droni volare sopra gli edifici, e la presenza di polizia intorno al quartiere è visibilmente aumentata, anche in borghese. Nell’ultimo decennio, lo Stato ha attaccato già quattro volte, l’ultima nel 2024, quello che di fatto è uno degli ultimi squat abitativi della città. Nel 2016, durante un processo ad Alba Dorata nel vicino tribunale, fascisti e polizia invasero insieme gli spazi del quartiere. Nel 2019 la polizia anti-terrorismo entrò in uno degli edifici arrestando sette membri. Nel 2022 le forze dell’ordine fecero irruzione in un intero blocco di appartamenti arrestando settantanove persone.  Tuttavia, questa volta le minacce sembrano più concrete che in precedenza, anche perché il progetto beneficia dei fondi europei provenienti dal programma regionale ESPA 2021-2027. Come abbiamo visto nei casi del Pilastro a Bologna e del parco del Meisino a Torino, ancora una volta sono proprio i fondi europei ad accelerare, nel nome dell’inclusione sociale, processi di esproprio e privatizzazione di spazi prima liberi e autogestiti. Attraverso iniziative presentate come utili per la comunità, si mira in realtà a uniformare il paesaggio sociale e urbano, reprimendo le forme di autorganizzazione. Eppure, come abbiamo visto anche con gli sgomberi dei centri sociali occupati Leoncavallo e Askatasuna, la difesa degli spazi autogestiti può diventare anche la lotta per la legittimità e la memoria del conflitto sociale, e può creare convergenze inedite.  Dall’inizio dello sciopero della fame, Prosfygika è in uno stato di agitazione permanente. Per difendersi la comunità sta cercando di allargare la rete e stringere legami sempre più forti con il resto del movimento cittadino e internazionale. Durante il giorno, di fronte al primo blocco di edifici, si distribuiscono volantini ai passanti, e il calendario di eventi serali non è mai stato così fitto. Come può, Aristotelis prova a rispondere alle quotidiane richieste dei giornalisti, mentre sempre più solidali arrivano da tutta Europa per supportare con le proprie competenze il restauro degli edifici. Una delle strategie per opporsi al restauro statale, infatti, è l’auto-sistemazione degli esterni e degli interni dei blocchi, grazie al supporto di un gruppo di architetti, per cui è stata lanciata la campagna di raccolta fondi #saveprosfygika. Difendersi fino alla fine, però, significa anche prepararsi concretamente a un possibile imminente attacco della polizia, monitorare le vie di accesso, anche la notte, preparare le barricate, organizzare una tattica collettiva di resistenza e contrattacco che tenga conto della presenza di bambini, anziani, malati. Più che con il governo regionale, è chiaro che la partita si gioca direttamente con l’esecutivo Mitsotakis, che negli ultimi anni ha spinto il suo partito sempre più a destra, tanto nelle scelte economiche quanto nella repressione interna e nelle alleanze internazionali. Dopo aver appoggiato lo stato genocida di Israele, ora sta portando la Grecia a passi svelti verso la guerra. A giudicare dai plotoni di polizia in antisommossa agli angoli delle strade della città, l’impressione è che questa guerra sia iniziata già da un po’ di anni. Eppure, sembra che il governo non si sia mai sentito così forte nel reprimere il dissenso e pacificare ciò che resta dei movimenti conflittuali che hanno animato le strade di Atene negli ultimi quindici anni. Sgomberare Prosfygika, sarebbe per lo Stato una vittoria storica: significherebbe colpire il più grande squat abitativo in Europa, uno dei pochi esempi di comunità autonoma in grado di resistere nel cuore di una capitale europea. Mentre scriviamo, Aristotelis sta per superare i cinquanta giorni di sciopero della fame, il suo corpo è sempre più debole. Ha scelto di alimentarsi con acqua, tè, zucchero, vitamine e sali minerali per poter resistere senza mangiare il più a lungo possibile, perché questa battaglia non sarà uno sprint ma una maratona. Anche altri membri della comunità, a staffetta, stanno scioperando in solidarietà. Le richieste sono chiare: “L’annullamento immediato del contratto da parte della regione dell’Attica; tutti i residenti di Prosfygika devono poter rimanere nelle proprie abitazioni, nel luogo e nel contesto in cui vivono e hanno costruito legami sociali, culturali e vitali; garanzie concrete per il restauro di Prosfygika da parte della società di diritto civile senza scopo di lucro ‘Katoikoi kai filoi prosfygikon L. Alexandras’ con il proprio autofinanziamento”. “Vincere o vincere”, dicono in quartiere, non c’è nessun piano B. Di sicuro, non sarà facile per la polizia sgomberare centinaia di persone asserragliate in otto blocchi di edifici angusti e barricati, difendibili anche dai tetti. In fisica, la resistenza di un corpo non è un atto passivo, è una forza attiva, che reagisce a una forza esterna opponendo altrettanta forza. Ce lo insegna questa storia lunga quasi un secolo. Come si dice in Val di Susa, A sarà düra! Per loro. (vittorio zampinetti, giovanni marenda)
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