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Lancia in resta contro il drago. Diario di viaggio in Georgia e Armenia
(disegno di enrico pantani) Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra. Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi. Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino, sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide, il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino. A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli, mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia loro impedito di penetrare le recinzioni. Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto “Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce: lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino. Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale. L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure, minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia prominente. SOGNO GEORGIANO All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori: nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano. L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia. Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia», mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia, a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli eroi!». Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università: «Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche noi Europa!», corregge impaziente Mariam. Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate. Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere: “Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale, vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno georgiano. Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto. Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto, guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale. UN MUSEO ARMENO Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh, una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno, però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan? In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua, misteriosa e cosmopolita a Erevan. Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati, libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero. Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia, Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida. Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica: obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo. Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti discorsi nazionalistici. Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale: l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca. Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana, stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale. Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea guerra globale. BAZAR DEI DISERTORI A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere, sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica. Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena; interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – / che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”. Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea ad addormentarlo con un incantesimo. Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale, l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali, celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso, di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui gradini sotto i drappi. Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi, era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?». Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la diserzione. (francesco migliaccio)
mondo
La terra non si vende. Educazione popolare e conflitto sociale nel nord argentino
(archivio disegni napolimonitor) Sedute in cerchio nello spazio comune al chiuso, costruito dai campesinos, aspettiamo l’inizio del Congresso Tierra y Educación promosso dal Movimiento pedagógico de Liberación (MPL) e dal Movimento Campesino de Liberación (MCL). Nel mezzo della selva misionera, nel territorio di Montecarlo, in una giornata uggiosa di luglio, con i vestiti sporchi di terra rossa e il nostro spagnolo poco fluido, assistiamo all’arrivo dei contadini e delle contadine tareferas, raccoglitori e raccoglitrici di yerba mate, che da anni lottano contro il saccheggio delle loro terre, case e vite da parte di grandi speculatori che vengono prima a disboscare e poi a piantare pini ed eucalipti per l’industria cartiera. Siamo ai margini del barrio Malvinas, il quartiere popolare che nasce come occupazione di terre da parte delle famiglie del Movimento, per dare una casa a tutte e tutti, seguita da una lotta decennale che ha portato non solo ad avere strade, fognature e corrente elettrica, ma anche alla proprietà dei singoli lotti e delle abitazioni. Siamo state chiamate a partecipare a queste giornate di dialogo e formazione dalla scuola popolare Ñande Kokue, in lingua guaranì “la nostra terra”, esperienza nata durante un’espropriazione comunitaria di terre della famiglia Avellaneda, una delle più ricche e potenti dell’industria del settore. Veniamo invitate come Movimento delle Scuole Popolari di Roma a parlare di estrattivismo urbano, turistificazione e precarizzazione della vita nella nostra città, e di come dal basso ci stiamo organizzando per rispondere ai violenti attacchi delle istituzioni pubbliche e dei grandi speculatori privati. Al centro del Congresso c’è la nuova legge chiamata espressamente di “Inviolabilità della proprietà privata”, un pacchetto di norme promosso dal governo di Javier Milei che contiene tra le altre cose una vera e propria riforma della legge delle terre del 2011. Il provvedimento favorirebbe la (s)vendita ai capitali stranieri delle terre argentine e faciliterebbe gli sgomberi delle comunità indigene e contadine che in esse vivono e resistono. L’esame del disegno di legge al Senato era previsto per giovedì 6 agosto, quando le organizzazioni sociali e i movimenti ambientalisti hanno indetto una mobilitazione davanti al Congresso nazionale per l’intera giornata. L’Observatorio de Tierras, gruppo di ricerca del Conicet (Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas) e dell’Università di Buenos Aires, definisce l’iniziativa come una vera e propria controriforma a favore della speculazione straniera. Julieta Caggiano, una delle sue ricercatrici, è la prima a prendere parola per raccontare delle gravissime conseguenze di questa riforma. Spiega, infatti, che attualmente già tredici milioni di ettari di terre argentine sono nelle mani di imprenditori stranieri. A partire dal 2008, infatti, in seguito alla crisi finanziaria globale, l’acquisto di terre è diventato un vero e proprio bene d’interesse strategico a livello mondiale per i capitali stranieri, come si evince dal rapporto Los señores de la tierra pubblicato da Fian Internacional e Focus on the Global South. Per far fronte ai rischi che il mercato estrattivo della terra avrebbe potuto comportare, nel 2011 è stata approvata la Ley de Tierras che stabilisce dei limiti alla vendita delle terre a capitali stranieri e definisce quali terre possono essere vendute e quali no. Secondo questa legge, le persone fisiche o giuridiche straniere, così come le imprese controllate fino al venticinque per cento da persone fisiche o giuridiche di nazionalità diversa da quella argentina, non possono acquistare più del quindici per cento dei terreni rurali sul territorio nazionale. Inoltre questa legge vieta la vendita di terre in aree di frontiera o in aree fluviali e pone un limite di un massimo di mille ettari a persona o impresa straniera nell’area della Pampa umida, nucleo della produzione agricola e zootecnica argentina. Infine definisce le responsabilità e i compiti di un organismo garante del rispetto della legge. Se già durante il governo del neoliberista Mauricio Macri questo limite è stato alzato a più del cinquanta per cento, l’attuale riforma proposta dal partito di governo ultra-capitalista La Libertad Avanza, propone di eliminare qualsiasi limite di vendita delle terre a persone e imprese straniere e di deregolamentare tutte le altre misure di protezione della terra. La riforma, oltretutto, introduce giudizi sommari per facilitare e accelerare gli sgomberi in aree urbane e rurali e prevede modifiche della Ley de Manejo del Fuego, soprattutto per quanto riguarda la proibizione di cambiare destinazione d’uso del suolo a seguito di incendi, con grande preoccupazione di organizzazioni popolari e ambientaliste. Dei tredici milioni di ettari di proprietà di persone o imprese straniere nel paese la maggior parte si concentrano in aree strategiche, come zone di frontiera, fluviali e di interesse estrattivo, per la presenza di gas, combustibili fossili, ghiacciai o miniere.  A oggi, già trentasei municipi del paese superano il limite del quindici per cento stabilito dalla legge del 2011 e quattro eccedono il cinquanta per cento con proprietari di altri paesi. I principali speculatori sono statunitensi (2,7 milioni di ettari), italiani (2 milioni) e spagnoli (1,7 milioni). La Gran Bretagna occupa 1,1 milioni di ettari nelle Isole Malvine, ma possiede anche altri 246 mila ettari nel resto del territorio nazionale. Dei tredici milioni di ettari venduti a capitali stranieri, 2,2 milioni sono controllati da società con sede in paradisi fiscali o in paesi con normative fiscali speciali. Sempre dalle relazioni del gruppo di ricerca emerge che le maggiori aziende con capitali in Argentina sono Arauco (Cile), Benetton Group (Italia) e Cresud (dell’argentino Eduardo Elsztain, alleato del presidente Milei). Secondo l’ultimo censimento agricolo e zootecnico nazionale (2018) l’uno per cento delle aziende presenti in Argentina controlla il trentasei per cento del territorio nazionale. Il lavoro principale dell’osservatorio è stato la creazione della mappa delle terre in mano a capitali stranieri. Il progetto di svendita dei beni comuni del paese al capitale speculativo straniero e di spoliazione dei diritti delle popolazioni locali emerge con chiarezza nelle fonti utilizzate per la mappatura. La modifica della Ley de Glaciares ha lasciato alle province la facoltà di escludere ghiacciai o zone periglaciali dall’inventario nazionale a favore della speculazione, mentre la Ley de Emergencia Territorial Indígena, che promuoveva la regolarizzazione delle terre delle comunità indigene e il loro censimento, è stata abrogata con la firma del presidente Milei nel dicembre 2024. Ma l’impianto di norme che permettono il saccheggio non si ferma qui: l’approvazione del Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones (RIGI) garantisce ai capitali stranieri agevolazioni fiscali, tributarie e doganali per trenta anni. Finora il governo ha approvato ventuno progetti nell’ambito del RIGI, per lo più nel settore minerario. Il cosiddetto Super RIGI, infine, presentato in parallelo alla Ley de la inviolabilidad de la propiedad privada, e ancora in fase di discussione da parte del governo, estende tali agevolazioni alle “nuove industrie” ad alto fabbisogno di terre, risorse idriche ed energetiche, come per esempio gli enormi data center. Non sembra un caso quindi che il magnate dell’AI Peter Thiel abbia già puntato questo paese – ricco d’acqua e di zone gelate utili per il raffreddamento degli imponenti data center – per i suoi progetti estrattivi. Dopo l’intervento di Julieta Caggiano, alcuni rappresentanti del MCL riportano come l’esperienza pedagogica e di recupero delle terre che si sta sviluppando a Ñande Kokue sia stata costantemente attaccata e minacciata da tentativi di sgombero nel corso degli anni. L’ultimo di questi, avvenuto appena poche settimane fa, è stato bloccato grazie alla lotta del movimento contadino e all’ampia solidarietà di centinaia di organizzazioni mobilitate in tutto il paese e nel continente. Due fratelli, Isabelino e José Cerpa, che vivono in terre espropriate vicino alla località di Dos Hermanas, raccontano di aver trascorso un mese in carcere per aver risposto alle provocazioni delle forze dell’ordine chiamate dal proprietario delle terre in cui loro e le loro famiglie vivono da più di cinquant’anni. Hanno costruito una scuola popolare e hanno chiamato i/le docenti del MPL a sostenere con l’educazione la loro lotta. Prende la parola anche Basilio Escobar, portavoce della comunità indigena Guaranì Mbya, ricordandoci che la lotta dei popoli indigeni è la nostra lotta e che la difesa della vita che portano avanti le sedici comunità di cui è portavoce sono una grande risposta popolare al capitalismo sfrenato e alle sue politiche di morte. Sono tante le esperienze popolari che si raccontano durante il congresso e che ci dimostrano che l’educazione popolare è uno strumento fondamentale per l’organizzazione comunitaria e le lotte territoriali. L’esperienza di Ñande Kokué lo conferma, poiché in questa scuola si insegna e si impara lavorando la terra, sviluppando un’agricoltura senza pesticidi, valorizzando i saperi delle comunità e costruendo collettivamente le conoscenze necessarie per creare alternative al capitalismo. A fronte della forte mobilitazione che si preannunciava fuori dal Congresso e che in effetti è stata imponente, il governo ha momentaneamente estromesso la Ley de Tierras dal pacchetto di norme sulla cosiddetta inviolabilità della proprietà privata. In assenza di numeri certi in parlamento, vista la reticenza dei deputati più esposti sui propri territori alle mobilitazioni delle comunità, per ora la legge viene fermata dalla pressione popolare. La piazza del Congresso, dove eravamo presenti, si è riempita nonostante la pioggia e nonostante le notizie sullo stop alla legge fossero ormai date per certe. Tuttavia, non solo resta intatto il resto dell’impianto normativo repressivo, privatistico, pericoloso per le comunità e per la sovranità dei territori, ma la stessa legge sulla extranjerización verrà riproposta in altre forme, provando a blindare tutte le alleanze che il governo e i grandi capitali stranieri – soprattutto quelli legati alle big tech – riusciranno a tessere dentro e fuori le istituzioni, ai vari livelli della repubblica argentina. L’unica altra certezza è che, ancora una volta, troveranno compatta la resistenza di organizzazioni popolari, forze sociali, comunità, territori. Tra questi, i contadini e le contadine del MPL/MCL, nella provincia di Misiones, la più esposta ai processi di svendita al capitale straniero, dove educazione popolare e lotta per la terra sono così intrinsecamente legate tra loro, al punto di rappresentare un unico fronte, un solo strumento di lotta. (a cura delle scuole popolari in movimento)
mondo
Ballando sulle macerie. L’assalto alla Newcastle post-industriale
(disegno di enrico pantani) Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città Anche tra i privilegiati, così come tra i disperati, ci sono uomini con destini più fortunati di altri. David Ginola è stato un ottimo calciatore, centrocampista della Francia e vincitore di vari titoli individuali e di squadra. È stato il fantasista della nazionale nel periodo tra il ritiro di Platini e la consacrazione di Zidane, non proprio una cosa facile. Finì ai margini della nazionale nell’anno in cui il talento franco-algerino ottenne il premio come miglior esordiente del campionato francese. Ginola invece diventava il capro espiatorio della mancata qualificazione ai mondiali del ’94. Riferendosi a un suo errore, che costò la partita e il torneo alla Francia, il suo stesso allenatore disse: “Ginola ha lanciato un missile contro l’intera nazionale. Ha commesso un crimine contro l’Equipe de France”. Poco tempo dopo Ginola lasciò il suo paese e andò a giocare in Inghilterra, in una squadra importante ma che non vince mai nulla. Fu accolto a Newcastle come un divo, il presidente gli mise a disposizione la sua Rolls Royce e il suo autista per mostrargli le bellezze della città. La moglie Coraline, che sperava suo marito firmasse per il Barcellona, una volta tornata in albergo gli urlò in faccia: “Non vorrai mica venire a giocare in questo schifo di città?”. Newcastle sconta una reputazione peggiore rispetto alla sua reale natura. È una città di provincia, nel profondo nord, a pochi chilometri dal confine con la Scozia. È stata da sempre un importante centro produttivo, della lana, del vetro e poi del carbone, e un punto nevralgico per gli scambi commerciali, grazie alla presenza del fiume Tyne che sfocia – dopo meno di dieci miglia di navigazione – in un punto del Mare del Nord equidistante da Paesi Bassi e Scandinavia. Ha un elegante centro pieno di edifici neoclassici, vittoriani e georgiani: dei quattrocentocinquanta esistenti, più della metà sono tutelati dalla Historic buildings and monuments commission for England. La storia architettonica e quella sociale di Newcastle si intersecano nelle sue epocali trasformazioni. Alla fine del Settecento la città e il suo hinterland diventavano un territorio chiave per la Rivoluzione industriale, con continui spostamenti di popolazione dalle campagne alla città. Allo sviluppo industriale seguì quello commerciale, e la ricchezza dei primi decenni dell’Ottocento diventò occasione per rifare il centro urbano, riedificato dal costruttore Grainger, che “trovò una città cupa in mattoni e legno e la riconsegnò in luminosa ed elegante pietra”. Questo tipo di sviluppo contribuì alla nascita di microcosmi operai che presero corpo nelle aree vicine alle fabbriche e al fiume, ma lontane qualche chilometro da Grainger Town, il suo Theatre Royal e il mercato al coperto. Elswick, Byker, Arthurs Hill, zone che da decenni finiscono in tutte le guide d’Inghilterra come luoghi da cui stare alla larga, diventarono agglomerati operai con un’altissima densità di popolazione, pochi servizi e tante case. Anche la parabola che Newcastle vive nel Novecento è comune a quella di altre città industriali d’Europa: crescita della popolazione, welfare dignitoso, boom dell’edilizia popolare, crisi (almeno due, durissime), deindustrializzazione, devastazione sociale, crescita nel settore dei servizi con espulsione di ampie fasce della popolazione. Anche qui, come nelle principali città dell’Inghilterra, operai e minatori hanno lottato per resistere al thatcherismo e mantenere quel po’ di benessere che si erano conquistati, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: mentre nel centro città si costruivano giganteschi centri commerciali (fine anni Ottanta e inizio Novanta) e sul fiume si smantellavano le attività industriali per fare spazio all’economia dei servizi (fine anni Novanta) il tessuto sociale si impoveriva, la disoccupazione e la povertà raggiungevano i livelli più alti di tutto il paese, la dismissione del welfare pubblico lasciava migliaia di persone nelle mani di enti assistenziali e fondazioni private. Il costo della vita sempre più basso, e la ricerca di mano d’opera non qualificata e disposta al lavoro occasionale, attiravano nei quartieri di periferia le comunità migranti, la cui presenza si candidava a essere una bomba a orologeria. PIOGGIA D’ESTATE Westgate Road segna il confine tra il centro e la periferia. È giugno, ma sembra marzo e i notiziari meteo parlano dell’estate più fredda e piovosa da quarant’anni. Da un paio di settimane sto in una ex fabbrica di manifattura tabacchi, la Robert Sinclair Tobacco, nella quale sono stati ricavati una quarantina di appartamenti da uno o due stanze, affittati per lo più a professionisti junior, impiegati, o giovani che lavorano nel prestigioso complesso universitario. In alto, sulla facciata del più grande dei palazzi in mattoni arancioni che componevano la fabbrica c’è ancora una scritta nera con il nome della compagnia. Di fronte, una delle tante fondazioni benefiche. A destra, un pub e un piccolo teatro indipendente. A sinistra un barbiere, un laboratorio di tatuaggi, un altro pub, con una clientela un po’ più giovane. Dalle finestre a ghigliottina in legno dell’appartamento posso vedere una porzione di questa lunga arteria cittadina, che parte dalla stazione centrale e arriva fino all’estrema periferia nord, costeggiando le mura romane, la Chinatown e spingendosi al confine con Denton, uno di quei posti che per i giornali esistono solo grazie alle bande di teenager asiatici e afrocaraibici che vi imperversano. Westgate è un piccolo manuale di geografia urbana. Percorrendola si ha chiaro come anche la periferia della città sia in trasformazione, in modo diverso però rispetto alla prima cintura intorno al centro, dove si continuano a costruire grattacieli. Questo invece è un territorio ibrido, dove si alternano speculazioni edilizie e abbandono, privatizzazione dello spazio pubblico e assenza istituzionale, investimenti “a lungo termine” sul mattone e disagio abitativo estremo. Qualche tempo prima del mio ultimo soggiorno in città avevo conosciuto Ben, un tifoso del Newcastle membro di un gruppo che denuncia lo sportwashing del fondo arabo che ha rilevato il club, legato al principe ereditario nonché primo ministro Mohammad Bin Salman Al Sau’ud (noto per lo sprezzo con cui risponde a chi gli contesta le violazioni dei diritti umani). Un pomeriggio in cui la pioggia è più insistente del solito e il cielo sembra un blocco d’ardesia, Ben mi porta a vedere il cimitero di Westgate Hill, uno dei più antichi del paese, la cui costruzione risale a inizio Ottocento. Mentre ci aggiriamo tra decine di lapidi distrutte e ricoperte dalla vegetazione veniamo agganciati da una signora gallese, che con una costosa macchina fotografica si cala tra le tombe e immortala dettagli all’esterno, dagli enormi grilli fino ai contenitori in metallo dove chi va lì a bucarsi può buttare la siringa. La donna ci chiede di fotografarla accanto a un castagno abbattutosi chissà quanti anni prima su una piccola cappella. La accontentiamo e ci allontaniamo. Westgate Hill è un luogo di confine, una zona franca dove il tempo si è fermato, oltre la quale lo scenario si fa meno comprensibile. Varcato il cancello d’uscita, ci si accorge subito che accanto ai vecchi edifici in mattoni sono stati costruiti, in ogni spazio possibile, palazzoni popolari pieni zeppi di case. Le torri più alte sono quelle del Todds Nook, il cui circondario, all’incrocio tra Westgate ed Elswick Road, mostra come da queste parti il consumo di eroina non sia un’emergenza di qualche decennio fa. Buona parte del cemento versato in queste aree risale alla metà dei Sessanta, e al progetto delirante del sindaco laburista Smith, che di Newcastle voleva fare “una città nel cielo”, la cosiddetta “Brasilia del Nord”: «In quegli anni – mi spiega Ben – sono state abbattute centinaia di case popolari a due piani e la gente è stata messa in questi mostri facendogli credere che case più moderne volesse dire migliore qualità della vita. Dopo dieci anni, le case erano già distrutte e la comunità si era totalmente disgregata, anche perché nel frattempo era iniziata la crisi industriale e le persone cominciavano a perdere il lavoro». Dopo avere esitato un po’, Ben mi mostra il panorama da uno dei ballatoi della prima torre, e in particolare la vista su Elswick, il principale quartiere operaio dell’allora città industriale. Siamo a due miglia circa dal centro georgiano e a uno dalla stazione. È qui, oggi, che il Real Estate ha individuato una redditizia area di sviluppo, costruendo decine e decine di case per lo più all’interno di mini-enclave dotate di servizi autonomi, in modo che, nell’attesa della sparizione dei vecchi abitanti, i nuovi inquilini possano evitare il contatto con la suburra circostante. L’apice dell’industrializzazione di Newcastle è rappresentato dall’insediamento in città della Armstrong Whitworth & company, a metà Ottocento. La compagnia inizia producendo macchine idrauliche, ma in cinquant’anni si specializzerà in armamenti, navi, automobili, aerei, locomotive, che continuerà a costruire fino alla chiusura, nel 1977. Alla dismissione del colosso industriale e delle altre fabbriche seguirà quella di tante attività che sopravvivevano grazie all’indotto. Il territorio si impoverirà in fretta, tornando indietro di cento anni. A differenza del centro, inoltre, dove la nuova economia della cultura, dell’arte, dei servizi e del turismo incoraggia la popolazione a stringersi intorno all’identità locale (quella dei geordies, una classe operaia autarchica e imperturbabile, ormai ridotta a una macchietta deteriore), qui la popolazione non riesce nemmeno ad aggrapparsi al senso di comunità che ha costruito in decenni di lavoro industriale. Il calcio, l’alcol, il crack e l’eroina sembrano gli unici rifugi alla portata di tutti. CRONACHE DI ELSWICK Una sera Ben mi porta a conoscere suo padre, che a Elswick ci è nato e ci ha vissuto fino a poco prima della nascita del figlio. È un uomo sulla settantina, alto e magro, ha occhi verdi che risaltano sulla pelle bianchissima, capelli grigi e due mani enormi. Mi racconta la sua vita in un pub vicino la stazione, in bilico tra quella che è stata definita smokestack nostalgia (la nostalgia delle ciminiere) e il cinismo ruvido tipico di queste latitudini. «Pochi anni dopo la nascita di Ben – mi dice – venne fuori la moda di fare queste classifiche con i peggiori posti di Inghilterra. Elswick era sempre in cima, ma non perché fosse così brutta, anzi credo che oggi sia veramente feccia, molto peggio di vent’anni fa. Era perché di questo posto, prima, quando sopravviveva con dignità nonostante le difficoltà, le morti sul lavoro, la violenza dei mariti sulle mogli, non se n’era accorto nessuno. Hanno scoperto Elswick quando la gente ha cominciato a farsi, i ragazzi ad ammazzarsi per strada, e probabilmente non c’era più niente da fare». Secondo un censimento del 2021, Elswick è la zona urbana di Newcastle con la minor percentuale di popolazione bianca (il 43,5%). Un residente su dieci è nero e i musulmani sono più dei cristiani. Il consolidamento delle comunità migranti, che riescono a mantenersi coese grazie agli aggregatori sociali che si sono guadagnate (la moschea, la scuola coranica, il piccolo mercato dei tessuti), corrisponde alla condizione degli operai bianchi che per tutto il Novecento erano riusciti a galleggiare, come mi dice più volte il papà di Ben, pur con l’acqua alla gola: «Per tanti bianchi che non hanno resistito e sono andati via, sono arrivati tanti neri, ma per me è ok. Fanno un sacco di figli e mantengono vivo un posto che sennò sarebbe un luogo di zombie e tossici». A dispetto delle difficoltà, Elswick conta ancora sedicimila abitanti, la percentuale più alta degli adolescenti a Newcastle e il dieci per cento in meno di over sessanta rispetto alla media. Se in città il 49,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà, in questa zona la percentuale crolla al 26,1%. Il pomeriggio successivo ritorno da solo a Elswick per visitare la moschea. Salgo fino al primo piano, attraversando un garage e una scala di emergenza, senza incontrare nessuno. Sbuco in un’antisala piena di tappeti e di indicazioni sul comportamento da tenere, e dopo in una stanza grande e luminosa dove un maestro parla in arabo a una classe di una ventina di bambini tra i dieci e i quindici anni. L’uomo mi accompagna dall’imam, che mi offre un thè e mi racconta delle attività che fanno con i più piccoli per tenerli lontani dalla strada. Le bande rivali qui si fronteggiano di continuo, basta una parola fuori posto per tirar fuori armi di ogni tipo e la violenza è il modo più facile per risolvere i conflitti. Una volta che i ragazzi diventano grandi, le bande si uniscono e si coalizzano contro quelle di altri quartieri. A tamponare l’emorragia ci sono un centro antiviolenza sulle donne, la parrocchia locale, qualche associazione che tenta di intervenire sulla dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile attraverso percorsi formativi. Esco dalla moschea e incontro un gruppo di ragazzi sulla ventina, tutti bianchi, che parlano a voce molto alta nell’incomprensibile dialetto geordie. Mentre mi allontano, percorrendo il viale principale, il gruppo viene avvicinato da un’auto della polizia. Gli agenti, dopo essersi presi un bel po’ di insulti, cominciano a chiedere a tutti i documenti, noncuranti delle persone che escono fuori dalle case e prendono in giro tanto i ragazzi quanto i poliziotti. Faccio il giro dell’edificio e mi ritrovo di nuovo davanti al gruppo, libero ormai dalla seccatura delle divise gialle. Solo a quel punto riesco a vedere che alle loro spalle c’è una scritta e delle foto che ricordano un ragazzo morto: Gordon “Gaulty” EMB. Sul muro, in bianco-blu, c’è anche quella che presumo sia la data di morte: 20 maggio 2008. A terra, un casco da moto bianco, e inchiodato al muro un orso di peluche con la sciarpa del Newcastle. Provo ad attaccare bottone ma i ragazzi non hanno voglia di parlare. Mi dicono solo che un loro amico è stato ucciso due anni fa e che da allora ogni volta che incontrano qualcuno di Benwell, un quartiere vicino, «lo ammazzano». Una volta a casa scoprirò che Gordon è stato ucciso con un machete da due diciassettenni di Benwell. Aveva quattordici anni. 20 maggio 2008 era la sua data di nascita. RESTA IL FOOTBALL Sono i giorni dei campionati europei di calcio, e ogni pomeriggio ascolto il podcast The Rest is Football, o seguo la trasmissione su BBC Sport condotta da tre vecchie glorie del calcio inglese, tutti ottimisti rispetto alla possibile vittoria della loro nazionale, che invece perderà la seconda finale di fila in pochi anni. Per le strade di Newcastle, però, l’entusiasmo è minore di quello che i telegiornali mostrano in altre città. Vado a vedere l’esordio dell’Inghilterra allo Strawberry Pub, storico punto di ritrovo della tifoseria geordie, ma lo trovo semivuoto. Due signori anziani mi confermano che da queste parti il legame tra la gente e la nazionale è diverso da quello che lega la popolazione alla squadra della città, un’incontrollabile attrazione a cui non riesce invece a scampare nessuno. Inghilterra-Serbia sarà una partita abbastanza noiosa, ma al fischio finale porterò con me due regali: una mappa disegnata su un tovagliolino di carta che illustra il susseguirsi dei quartieri ex operai nei pressi del fiume; una foto che dopo tanti tentennamenti trovo il coraggio di chiedere ai due vecchietti, con in mano le pinte di Newcastle Brown che mi hanno lasciato pagare. Per tornare a Westgate percorro sempre la via dove sorge Saint James’ Park, il tempio della fede calcistica bianconera. Nei giorni dell’Europeo il campionato è in pausa estiva, e i dirigenti del club hanno approfittato dell’assenza di partite per avviare una forte ristrutturazione che darà vita a una gigantesca “fan-zone”, dove una folla festante e tendente all’ubriacatura si radunerà ogni fine settimana per vedere tanto le partite casalinghe quanto le trasferte. A giugno i lavori dell’area, sponsorizzata da Stack, grosso marchio del settore del divertimento, e da Sela, la compagnia intorno a cui gravita mezza industria dello sport in Arabia Saudita, che è ovviamente sponsor del Newcastle, sono a buon punto. Durante il primo fine settimana di campionato, a metà agosto, l’area registrerà trentamila accessi e quindicimila litri di birra venduti. Negli ultimi anni, la passione per la squadra di calcio è un elemento in fase di forte recupero da parte di un mercato che ha interesse nel commercializzare identità ben definite. È un processo che ha ridisegnato il profilo di Newcastle dopo la deindustrializzazione, e che da qualche anno cerca di vendersi in ogni maniera possibile l’immagine di una tifoseria appassionata, di una popolazione che vive in simbiosi con la sua squadra, di un complesso rapporto tra il senso di appartenenza e la relazione verso l’esterno, derivata da secoli di commerci con la parte settentrionale del mondo. I capitali in questo caso sono quelli arabi (ma anche l’Adidas sta facendo grossi investimenti), in ogni caso cambia poco rispetto a quelli inglesi, europei e nordamericani che avevano dato un nuovo volto all’area lungo il Tyne tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Il fattore trainante, in quella fase, era la cultura. Nel 1995 l’organizzazione Northern Arts indirizza al governo un progetto di rigenerazione dell’ex distretto industriale attraverso la costruzione di musei e centri culturali. Il progetto viene finanziato, il governo raccoglie fondi anche dall’Unione europea e ci mette di suo quattrocento milioni di sterline, progettando una sorta di network di produzione e progettazione culturale tra le due sponde del fiume, quelle di Newcastle e Gateshead. Il Baltic, edificio un tempo dedicato alla lavorazione del grano, diventa sede espositiva per l’arte contemporanea. Nel 1996 arriva lo Year of the Visual Arts e nel 1998 viene inaugurato l’Angelo del Nord, mega scultura in acciaio alta venti metri e con un’apertura alare di oltre cinquanta. Di lì a poco nascono il Sage Gateshead, sofisticata architettura dedicata allo studio e alla produzione musicale, e altre strutture minori, mentre nel 2007 tra Newcastle e Gateshead si svolge il World Summit on Arts and culture, la conferenza internazionale dei più importanti policy maker culturali del mondo. Intanto, anche al centro vengono fatti nuovi investimenti, tramutando definitivamente le tre vie principali in un gigantesco centro commerciale a cielo aperto. È inutile dire che l’impatto di questo genere di infrastrutture sulle fasce meno tutelate della popolazione è nullo, anzi negativo in termini di espulsione degli abitanti dalla cintura urbana e di espropriazione di parti di città che fino a qualche decennio prima erano vissute soprattutto dalla working class, i cui figli e nipoti sono invece disoccupati o non qualificati per un certo tipo di lavori. Per quanto concerne la crescita economica, non è difficile immaginare chi se ne avvantaggi, e d’altronde i dati parlano chiaro: l’ultimo rapporto della North East Child Poverty Commission registra che più di un terzo di bambini e adolescenti del Nordest vivono sotto la soglia di povertà, superando a Newcastle il quaranta per cento. Se si restringe il campo alle comunità con background migratorio, la percentuale impenna al sessantaquattro per cento (dato 2022), praticamente due terzi della popolazione giovanile. Anche il divario tra le classi è inclemente: tra la percentuale più alta di minori in povertà (Elswick) e quella più bassa (Jesmond) della città ci sono più di cinquanta punti di differenza. Il tasso di disoccupazione è quasi il doppio della media nazionale, mentre le persone senza casa, nella regione, sono più di millecinquecento. Eppure di soldi ne girano. Nell’ambito della strategia Saudi Vision 2030, PIF – il fondo sovrano che controlla il Newcastle – ha programmato miliardi di euro di investimenti in Europa in molti settori differenti, per “alleggerire” la dipendenza del paese dal petrolio. Tra questi c’è il calcio, ma anche la riprogettazione di ex città industriali in funzione turistico-commerciale, con un illustre precedente proprio in Inghilterra. A Manchester, lo sceicco Mansour, proprietario del City, vicepresidente e vice primo ministro degli Emirati Arabi, ha forti interessi immobiliari nell’East End, e sfruttando i bassi tassi di gestione concessigli dal comune attraverso una joint venture ha trasformato i quartieri popolari circostanti lo stadio in uno dei centri economici della città. Già nel 2019 un’inchiesta del Sunday Times titolava: “Manchester, la città che si è venduta ad Abu Dhabi”. Anche a Newcastle la politica sembra orientata a lasciar fare, anche perché da queste parti gli investimenti statali sono rari, e i tagli nell’ultimo quindicennio sulla spesa pubblica hanno raggiunto quasi i trecentocinquanta milioni di sterline. A settembre il Times ha mostrato le lettere scambiate tra il ministro degli esteri inglese e i vertici dei servizi segreti, che mostravano grande preoccupazione rispetto al fatto che la Premier League avesse aperto un’indagine sull’origine dell’investimento saudita, poi chiusasi con un nulla di fatto. Durante le partite del Newcastle, nella tribuna vip, i principi e i grandi investitori arabi sono spesso a guardare il match insieme alle élite economiche della regione (su tutti i costruttori multimilionari della famiglia Reuben), con cui stanno stringendo relazioni sempre più solide. Lascio Newcastle dopo quasi un mese. Mentre aspetto il treno per Londra mi attardo in un negozio della stazione che vende souvenir carini per turisti, fatti meglio e costosi il triplo rispetto alla paccottiglia classica delle strade principali. Alla fine, per ingannare l’attesa, compro un bavaglino a mia nipote con su scritto in dialetto geordie “Shy bairns get nowt” (ovvero “Shy babies get nothing”: le bambine timide non ottengono niente). Poi attendo composto il treno al binario, su una panchina anti-clochard, mentre sullo schermo passa uno spot di benvenuto, di cui faccio in tempo ad annotare solo alcune frasi: “Collegate da numerosi ponti intorno a rive assai vive, Newcastle e Gateshead sono un luogo imperdibile per ogni turista. […] L’Angelo del Nord, la più grande scultura del paese, vi dà il benvenuto a braccia aperte in un luogo dove la storia incontra l’innovazione green. Assisti a spettacoli affascinanti al Glasshouse International Centre for music, goditi ristoranti di classe e concediti una pausa nei centri commerciali e nei caffè nel cuore della città, magari prima di una partita dell’iconica squadra locale. […] Newcastle è spesso in cima alle classifiche per il miglior posto in cui andare in discoteca, oltre a offrire serate per ogni interesse, dai cabaret ai corsi per mixologist. Ma qui è bello anche vivere a ritmo lento: la città ha spazi verdi accoglienti e funge da ottima base per esplorare il Vallo di Adriano…”. (riccardo rosa)
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Meno turismo più vita. Una manifestazione a Maiorca
(foto di miquel angel ballester) Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone, con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli. *   *   * Marc Morell. Avevo deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di un ateneu popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di Maiorca, uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La Fionderia: la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di recente è diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un autobus tre quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza. Il corteo partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto nome” – che è come in certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre aspettavo l’autobus mi ha sorpreso la quantità di furgoni della polizia nazionale che circolavano su e giù per i viali intorno al centro. L’ho messo in relazione con le tensioni crescenti degli ultimi giorni: la settimana scorsa c’era stata una catena umana per proteggere Es Trenc, la più grande spiaggia libera dell’isola, e la segretaria del Partito popolare locale aveva provato a prendere in giro e a provocare i partecipanti (ci sonno immagini veramente da ridere). Poi c’erano stati gli arresti di alcune compagne a Santa Maria, perché avevano fatto delle scritte sulla parete di un’agenzia immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal Pp e da Vox, aveva proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto, che già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça del Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per età che come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a camminare sotto il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi amici man mano che il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona di Dalt Murada, il sentiero che corre lungo ciò che resta delle antiche mura della città, fino a Ses Voltes, un recinto di fronte alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura che si affacciano sul mare. Ho pensato che era un po’ strano che la manifestazione terminasse lì; mi sembrava che fossimo circa 50 mila persone, e che lì non c’era abbastanza spazio per tutta questa gente. Per cui sono avanzato ancora dentro la piazza, per lasciare spazio a chi veniva dopo, allontanandomi dalla folla sotto la Seu. A quel punto mi ha sorpreso la presenza di circa sette poliziotti antisommossa, con un atteggiamento molto aggressivo, proprio accanto alla folla: faceva paura solo a guardarli. Non è passato molto tempo che qualche manifestante iniziasse a gridare contro di loro, ma niente di più. Però già si cominciava a percepire una certa tensione nell’aria. Da sopra le mura potevo vedere le migliaia di persone che non riuscivano a entrare nel recinto, e che quindi si dirigevano verso l’altra sponda del lago artificiale di fronte alla Seu e al Palau de l’Almudaina, il palazzo gotico della famiglia reale. Due persone si sono buttate nelle acque torbide del lago per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi minuti dopo, da fuori ho visto che la polizia antisommossa aveva iniziato a caricare un gruppo di persone che volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma erano così lontani che non sono riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non ricordo se questo è successo prima o dopo i discorsi e le performance, di cui non sono riuscito a sentire niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non avevano potuto usare le prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune aveva tagliato la corrente. Solo quando sono arrivato a casa e ho visto il telegiornale sulla IB3, la rete della regione autonoma delle Baleari, ho visto le violenze. Era successo proprio dall’altra parte rispetto a dove mi trovavo io, sotto le mura e vicino a una zona molto turistica: s’Hort del Rei e le aree circostanti. È il primo spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine degli anni Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre andavo verso casa, ma in coda al corteo, mentre io ero in testa. La polizia dice che eravamo 25 mila, l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto della mia prima impressione di 50 mila manifestanti. Le autorità dicono che l’organizzazione non ha voluto seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli organizzatori dicono che gli avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto tempo di avvisare i potenziali manifestanti, o qualcosa del genere. Martedì sono andato anche alla protesta davanti alla delegazione provinciale, per chiedere le dimissioni del delegato del governo centrale, anche a capo della polizia nazionale, naturalmente del partito socialista. Eravamo circa cinquecento. Sono andato via quando metà dei partecipanti aveva lasciato la manifestazione, e non ho sentito che fosse successo nulla di simile a quanto accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il delegato provinciale, la presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al governo con Vox), nonché i sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto programmato. Si dice che le violenze erano state pianificate in modo da boicottare il successo della manifestazione, per me però l’obiettivo delle violenze non erano tanto i manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo. Criminalizzando la manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia grossa, nella grande battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la linea del governo di Pedro Sánchez). Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa prospettiva, da sopra le mura. Rispetto alla tua idea che le cariche fossero pianificate – nel senso di quella “provocazione controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un libro che abbiamo recensito su Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento che ho visto dalla mia prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno caricato. Non mi hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani, addirittura un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno spaccato la testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo, l’hanno dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il giornalista avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa volesse dire. In breve: la polizia ha bloccato a sorpresa il passaggio tra le mura e il lago artificiale, da dove doveva passare ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra chi voleva arrivare al recinto dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti bloccati una decina di poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso perché leggessero il manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era rimasta fuori e che non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro sono arrivati almeno altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno cominciato a spingere per attraversare la passerella e raggiungere i loro compagni, con la scusa che questi erano rimasti bloccati nella folla. Non tutti li hanno visti. Hanno iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la gente ha iniziato a cadere dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago. Poteva essere un disastro. Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento la gente era nervosa per il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non c’era intenzione di alzare la tensione. Le spinte e le manganellate per passare, sono state il detonatore. Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e male organizzata; invece si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono arrivati più di dodici blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato tutta la zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di poliziotti; c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti indietro. Poi però sono iniziati ad arrivare gli altri; c’è stata qualche carica, con cui hanno preso tempo per raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e hanno aspettato che la folla gli si scagliasse contro; ma siccome la gente non reagiva, e siccome è una zona molto turistica, sono arrivati gruppi di turisti che provocavano i manifestanti; la gente rispondeva con fischi e grida, e la polizia ne ha approfittato per caricare, come se stessero difendendo i turisti. Le dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno mostrato quale fosse la loro strategia: usare la categoria del “turista” per far emergere tutti gli stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che uscisse l’idea che c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere invece le accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria del turismo, gli speculatori, i politici, la stessa polizia per gli arresti dei giorni precedenti, e così via. Hanno esasperato, hanno provocato, per presentare la situazione come se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le cariche “in difesa del turista”. Un altro studioso della polizia, Paul Rocher, afferma una cosa che stiamo vedendo in atto: oltre al razzismo, che fomenta la guerra tra gli ultimi e i penultimi, c’è un secondo grande fattore di fascistizzazione sociale, cioè l’autonomia “selettiva” della polizia. La polizia ha sempre una certa autonomia quando si tratta di perseguitare i settori più impoveriti della classe lavoratrice, oppure quelli più organizzati in termini antagonisti, siano i loro contenuti politicamente espliciti, oppure no. È una cosa che non dobbiamo dimenticare. (marc morell / xesc alemany)
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In Marocco la libertà d’espressione è ancora sotto attacco del governo
Sono tempi bui per la libertà d’espressione, da questo e quel lato del Mediterraneo. Lunedi 13 luglio Mehdi Blackwind, all’anagrafe El Mahdi Lyoubi, classe 1992, rapper e video-maker marocchino residente in Francia – a Marsiglia – dal 2017, è stato stato messo in stato di fermo a Casablanca, con comparizione immediata prevista per mercoledi 15 luglio al Tribunal Correctionnel di Aïn Sebâa, a est di Casablanca. Lo stato di fermo è stato convalidato in arresto, con processo per direttissima fissato al 22 luglio. L’accusa non è stata formalmente precisata, in attesa della presenza di un avvocato (il sistema è attualmente paralizzato a causa dello sciopero degli avvocati che prosegue da cinque settimane), ma é stata poi diffusa da organi di stampa locali: si tratterebbe del reato di “oltraggio a organo costituzionale” in relazione ai suoi testi fortemente critici e al sostegno dimostrato al movimento della GenZ 212. Eppure la libertà di pensiero, opinione e espressione sarebbe tutelata dalla Costituzione marocchina all’art. 25. Blackwind é il quarto rapper, dopo Pause Flow, Hamza Raid e Souhaib Qabli a essere stato arrestato da novembre a oggi. Questi ultimi hanno ricevuto condanne tra i tre e gli otto mesi, con le stesse accuse di “oltraggio a organo costituzionale”. L’informazione era stata diffusa dall’entourage dell’artista: venerdì 10 luglio all’aeroporto di Rabat-Salé gli era stato vietato di lasciare il Marocco ed era stato convocato presso la Brigata nazionale della polizia giudiziaria di Casablanca per il lunedì successivo, durante il quale è stato poi interrogato e messo in stato di fermo. Un comitato in suo sostegno si è immediatamente costituito a Marsiglia, in comunicazione costante con familiari e amici in Marocco. L’obiettivo è quello di lanciare una campagna mediatica e di fare pressione sulle autorità marocchine per favorire il suo rilascio immediato. Stessa sorte è toccata al giornalista Ali Mrabet, bloccato il 12 luglio al suo arrivo in Marocco all’aeroporto di Tangeri, chiamato a comparire il 15 luglio davanti al procuratoire del tribunale di Aïn Sebâa a Casablanca e rilasciato nella mattinata dello stesso giorno. Lo abbiamo incontrato al caffé Doria nei pressi del tribunale, subito dopo essere stato rilasciato. Ci ha raccontato di essere stato messo a conoscenza di un dossier di una cinquantina di pagine sul suo conto; niente di schiacciante, però, per trattenerlo ulteriormente. L’accusa maggiore sarebbe quella di aver diffuso informazioni diffamatorie, recanti pregiudizio alle istituzioni marocchine e di avere relazioni con esponenti algerini non ben identificati. La sua difesa, in assenza del suo avvocato, è stata quella di affermare il diritto alla critica, la quale non ha nulla a che vedere con presunte diffamazioni rivolte a personalità del governo. Per quanto riguarda l’accusa di avere relazioni con l’Algeria, essa appare come un ritornello vuoto di significato che torna in voga in svariati processi contro i giornalisti; la stessa sorte era toccata a Omar Radi qualche anno fa. Secondo lo stesso Mrabet, le accuse mosse contro di lui appaiono molto deboli; nessuna formalizzazione in “oltraggio alla monarchia” o “tradimento della patria”; quest’ultimo prevederebbe pene molto severe e sarebbe più complesso da scardinare. Non è la prima volta che Mrabet finisce nel mirino della polizia giudiziaria. Già nel 2003 era stato arrestato e condannato a quattro anni di reclusione per “oltraggio alla monarchia” a seguito della pubblicazione di alcuni articoli che avrebbero criticato aspramente il sistema di potere. Fu graziato dallo stesso re del Marocco l’anno successivo, ma dal 2005 è formalmente impossibilitato a esercitare la sua professione in Marocco. A seguito di ciò, presa la nazionalità francese, ha continuato a scrivere da esiliato in Europa e da diversi anni ormai ha la residenza in Spagna. È forse questo suo “scudo internazionale” che fa muovere cautamente la macchina repressiva contro di lui. A ogni modo non ci è parso affatto inquieto e preoccupato, sicuramente non intenzionato a farsi intimorire. Purtroppo non è una novità che il sistema giudiziario marocchino si scagli contro giornalisti, artisti e attivisti, in una tendenza che ha visto picchi di repressione violenta dagli anni Settanta ai Novanta col precedente sovrano. Durante quelli che sono passti alla storia come “gli anni di piombo”, secondo l’associazione marocchina dei diritti dell’uomo, qualche decina di migliaia di persone sono state arrestate più o meno arbitrariamente, numerosissime detenute in prigioni segrete e qualche migliaio fatte misteriosamente sparire. La stagione di proteste del 2011 è stata soffocata con la riforma costituzionale che prometteeva importanti cambiamenti in ambito sociale. Poi nel 2016-17 la persecuzione del movimento nel Rif ha riacceso i riflettori sul pugno di ferro del potere. Nasser Zefzafi, presunto leader del movimento, è stato condannato nel 2019 a venti anni di reclusione. Da allora il paese è stato attraversato da diverse ondate di proteste, contro il rincaro dei prezzi delle utenze e dei beni di prima necessità, contro sgomberi violenti ed espropri incrementati negli ultimi tempi anche in vista degli eventi internazionali previsti nei prossimi anni. Allora la politica dei bulldozer si accompagna a quella del bavaglio, soprattutto dopo le proteste della GenZ 212, che hanno movimentato il paese nell’autunno scorso al grido di “più ospedali, meno stadi!”. La risposta governativa si è tradotta in quasi duemilacinquecento arresti, anche di minori, con pene detentive che hanno raggiunto in alcuni casi i quindici anni. Non bisogna poi dimenticare i tre manifestanti morti durante gli scontri con le forze di polizia nelle notte del 2 ottobre 2025 nella cittadina di Lqliaâ nei pressi di Agadir. In una dichiarazione rilasciata durante il festival di musica indipendente L’Boulevard di Casablanca del 2025 e diffusa sul profilo Instagram #free.el.mahdi, lo stesso Mehdi Blackwind dichiarava che la libertà d’espressione non si misura sul numero di persone a cui non succede niente di spiacevole, ma “su quelle alle quali è successo qualcosa” dopo aver espresso le loro opinioni. Lo scorso febbraio Zineb Kharroubi, giovane marocchina residente in Francia e impegnata nella distribuzione cinematografica, è stata arrestata appena atterrata sul suolo marocchino. L’accusa: “incitazione a commettere dei reati”, a causa di una sua iniziativa di solidarietà al movimento della GenZ 212 promossa in Francia: si tratta nello specifico di una chiamata a manifestare davanti all’ambasciata del Marocco a Parigi diffusa via Instagram. Il reato imputato a Zineb sarebbe di aver appoggiato le proteste scatenatesi a seguito della morte, in un breve lasso di tempo, di ben otto donne nell’ospedale Hassan II di Agadir per complicanze e/o mancanza di cure legate al parto. Il movimento denunciava lo stato di abbandono di scuole e ospedali pubblici, nonché il regime di corruzione vigente nel paese (già al centro delle proteste nel 2011). Ha stupito il verdetto emesso dal tribunale di prima istanza di Casablanca lo scorso 29 giugno, che prevede per Zineb Kharroubi la reclusione di sei mesi e il pagamento di una multa di 460 euro per un ipotetico reato commesso, tra l’altro, al di fuori del territorio marocchino. Ingerenze giudiziarie tra giurisdizione marocchina e suolo francese che quasi non si vedevano dal triste affare Mehdi Ben Barka! Eppure il diritto a manifestare non è formalmente reato in Marocco, punibile secondo la sua legge penale, in quanto sancito dall’art. 29 della Costituzione del 2011, nei limiti previsti dalla legge (obbligo di dichiarazione preventiva agli organi competenti; possibilità di organizzazione in capo esclusivamente ad associazioni, sindacati e organizzazioni legalmente costituite; potere di scioglimento da parte delle autorità amministrative locali). Più forte del diritto a manifestare appare allora il divieto di critica esplicita e pubblica al governo, fatto passare sotto l’etichetta di “oltraggio alla monarchia e agli organi governativi”, le cui condanne sono inasprite in caso di diffusione delle proprie opinioni via social network. Passeggiando per i quartieri delle principali città del Regno si ha l’impressione di trovarsi in un boom economico senza precedenti: aumento dei consumi ma anche dei prezzi al consumo, cantieri mastodontici di nuovi quartieri residenziali, complessi turistici e poli finanzairi, senza contare tutte le nuove costruzioni destinate a ospitare i prossimi mondiali di calcio del 2030. Ma i villaggi dell’entroterra piangono ancora le perdite causate dal mortifero terremoto del 2023, insieme alla mancanza di politiche di welfare e di infrastrutture per i servizi pubblici di educazione, sanità e trasporti – la rete ferroviaria piuttosto sviluppata nel nord del paese, a sud non supera la città di Marrakech – che si accompagnao a sconvolgimenti ambientali quali siccità e desertificazione. Allora forse il Marocco non dovrebbe solo rammaricarsi dell’essere stato eliminato dagli attuali mondiali di calcio, ma piuttosto di non riuscire a raggiungere quegli standard di civiltà ai quali uno stato di diritto dovrebbe attenersi, al rispetto di fondamentali diritti quali la libertà di espressione e il lecito dissenso verso le politiche e gli organi istituzionali. (laura guarino)
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Casablanca si prepara ai mondiali del 2030 demolendo i quartieri dell’antica medina
(archivio disegni monitor) L’articolo è uscito su Safircom, 24 aprile 2026. La traduzione in italiano è a cura di Ghassan Waïl e Stefano Portelli. *   *   * Le lacrime, la tristezza, il dolore della separazione; la rabbia, l’impotenza e il senso di umiliazione (in arabo: hogra); il rumore dei bulldozer, la polvere nell’aria, le guardie di sicurezza; così i figli e le figlie dell’antica medina di Casablanca – la città vecchia – dicono addio ai loro quartieri, alle loro strade, ai loro mercati, ai negozi, e soprattutto alle loro memorie, ai loro amici e ai loro vicini. Stanno dicendo addio a una parte di loro stessi. I quartieri di Derb Lngliz, Derb Rmad, Derb Fssa, Derb El Kelb, Derb Gnawa, Boutwil, Moha and Saïd, Nzala, Lbheira, tutti questi quartieri sono stati distrutti e ora sono in rovina, sepolti tra le macerie e spianati dalle ruspe. Un abitante della zona racconta: «Abbiamo lasciato indietro un’intera vita. Siamo nati qui, i nostri figli sono cresciuti in questo quartiere, l’antica medina ci ha dato anche il pane». Le memorie, le vite, le storie, i percorsi che l’hanno attraversata, intrecciati in decenni, hanno modellato la storia dell’antica medina di Casablanca, e ora sono scomparsi per sempre. Casablanca si è disfatta di una parte della sua storia, l’ha lasciata ai bulldozer, che l’hanno gettata via e sepolta tra le macerie. Per Mourad Messaad, uno dei residenti del quartiere Derb El Ramad, il cui nome significa “quartiere delle ceneri”, e che è davvero diventato cenere, la città vecchia è una patria e un essere vivo, in ogni senso. Con tristezza, dice: «È difficile essere obbligati a lasciare il posto in cui sei cresciuto, lasciare i tuoi vicini e i tuoi amici ed essere gettato nell’ignoto». La città vecchia è un capolavoro e una scuola di arte e di vita. Dalle sue strade e dai suoi spazi aperti sono venuti su l’amatissimo comico Lamfadal Lah’rizi, nonché Bouchaïb El Baydawi, il Re dell’Aita, uno stile musicale tradizionale. Da questo mondo così ricco sono emersi il campione di pugilato Marcel Cerdan, il lottatore di wrestling Saïd El Sawakan e l’artista Souad Sabir. Qui sono passati i calciatori Larbi Ahardane e Aziz Bouderbala, entrambi del Wydad e della nazionale marocchina che vinse la Coppa d’Africa; Idriss Chacha, del Raja; qui sono cresciuti e hanno costruito il loro talento. La maledizione dei mondiali di calcio ha colpito gli abitanti della città vecchia come una tragedia greca. I discendenti dell’antica Anfa – la città antica che sorgeva sul sito di Casablanca – oggi si trovano circondati da nuove macerie. Con l’unica eccezione del consigliere municipale Abdellah Abaakil del Partito Socialista Unificato (PSU), tutti i partiti politici, le associazioni, i funzionari pubblici della città, sono rimasti in silenzio; e i residenti non hanno altro che le loro lacrime e i loro telefoni per registrare le demolizioni e per dire addio alle loro case e ai loro negozi. Non hanno altro che i social media per condividere le loro sofferenze e raccontare al mondo la loro situazione. Qui, dove i commercianti, i residenti, i fan del Wydad, hanno raccolto le storie e le vittorie che hanno modellato la vecchia città; qui, dove sono state messe a tacere per sempre le voci e le energie dei bambini che riempivano ben tredici scuole; tutta questa eredità culturale, tradizionale, storica, è stata distrutta dalla maledizione della Coppa del Mondo, e da quaranta anni di pianificazione caotica per il progetto di un grande boulevard chiamato Avenue Royale. UNA MOSCHEA E UN BOULEVARD A metà degli anni Ottanta, il re Hassan II decise di costruire una delle più grandi moschee del mondo, seconda solo ai due enormi templi di Mecca e Medina, proprio sul litorale di Casablanca, in un’area chiamata Bahr Merizika. Era un luogo importante per la memoria dei residenti della città vecchia; molti abitanti vi avevano imparato a nuotare e a pescare, e vi si conservavano anche i resti delle antiche piscine municipali, uno stagno per la pesca, e una grande area aperta chiamata Chouinty, dove si tenevano gare sportive o semplicemente si imparava ad andare in bicicletta. La costruzione della Grande Moschea iniziò il 12 luglio 1986. L’inaugurazione avvenne il 30 agosto 1993. L’idea di un boulevard reale fu discussa durante la costruzione e annunciata ufficialmente nel 1989. Quando il progetto fu lanciato, si sparse la voce che anche i quartieri intorno sarebbero cambiati. Alcuni dicevano che sarebbero stati demoliti per aprire la strada a questa Avenue Royale che avrebbe collegato la moschea con il palazzo reale di Derb Sultan. L’idea lentamente divenne realtà. Alla fine degli anni Ottanta iniziarono i primi censimenti, e il progetto di spostare circa diecimila famiglie. Si sviluppò un nuovo progetto, una città nuova di 350 ettari chiamata Medinat Nassim, nella periferia sudoccidentale della città, che avrebbe ospitato i residenti trasferiti. I primi trasferimenti iniziarono a metà anni Novanta: si demolirono le case del quartiere Derb Sufi, i cui residenti furono trasferiti in un quartiere chiamato Tacharouk. Ci furono problemi, ma il processo procedeva senza grandi tensioni. Le famiglie sradicate ottennero case alternative, il che inizialmente conferì una certa rispettabilità al progetto. Quando le demolizioni arrivarono alla zona di Arsat Ben Slama, iniziarono i problemi. Ci furono dispute sulle compensazioni economiche, conflitti tra inquilini e proprietari, e questioni sugli indennizzi dei proprietari dei locali commerciali. La Sonadac, compagnia pubblica che gestiva lo sviluppo urbano, aveva problemi organizzativi e finanziari che fecero ritardare tutto il progetto; ci furono persone che ricevettero case senza una giustificazione, e altre che videro peggiorare gravemente la loro situazione, persero le loro fonti di reddito e non riuscirono più a pagare i prestiti, spingendo le banche a ritirare il credito. Così il progetto arrivò a uno stallo. I problemi burocratici e le dispute giurisdizionali peggiorarono ancora, finché l’intero processo si bloccò di colpo. Nel frattempo, la popolazione raddoppiò, le famiglie crebbero ed emersero alcuni gruppi che volevano trarre beneficio dalla trasformazione del quartiere: inquilini che ottennero certificati di residenza, altri che avevano abitato delle case abbandonate. Alcune parti del quartiere rimasero vuote, e divennero luoghi di delinquenza e criminalità, il che rese la situazione ancora più complicata. Dopo anni in cui si pensava che il progetto fosse archiviato, nel 2025 il Marocco venne designato come una delle sedi dei Mondiali di calcio del 2030, insieme alla Spagna e al Portogallo. Il governatore di Casablanca convocò una riunione inaspettata del consiglio comunale, per approvare una nuova partnership e accelerare il progetto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della Sonadac e il trasferimento delle sue competenze a una compagnia di sviluppo locale, Casablanca Housing, il cui direttore era il governatore stesso. Questa compagnia ricevette un miliardo di dirham per completare lo svuotamento della città vecchia e costruire la Avenue Royale. La confusione si diffuse quando arrivarono i primi ordini di sfratto. Naima, madre di tre figli, spiega: «Il mondo è diventato stretto per noi. Siamo inquilini, e non ce ne facciamo niente delle promesse. Ci hanno detto di trovare un alloggio temporaneo; così ho dovuto mettere tutti i mobili a casa di amici, e mia sorella si è presa carico dei miei figli». Le demolizioni sono iniziate una notte d’inverno, durante l’anno scolastico, con un grande  spiegamento di forze di sicurezza. Secondo un residente, «è stato uno shock, ci hanno detto di lasciare la casa rapidamente, non sapevamo dove andare». La velocità dell’operazione ha fatto affiorare dubbi sulla giustizia e sul destino delle famiglie sradicate. Un altro residente: «Non abbiamo avuto neanche tempo di trovare un’altra casa. Dopo la demolizione, siamo dovuti tornare a cercare i libri dei nostri figli in mezzo alle macerie». Ma com’è possibile che un progetto che le autorità non erano riusciti a finire per quarant’anni, nonostante i miliardi di dirham spesi, si completi in appena quattro anni? Tra la partenza promettente di inizio anni Ottanta, il lungo periodo di stallo e il revival improvviso, questo progetto mostra una crisi più ampia nella gestione della trasformazione urbana e nel bilanciamento con i diritti dei residenti. Oggi, dopo quattro decenni di improvvisazione e di sprechi, ai residenti si chiede di pagare il prezzo. I residenti non sono contrari al progetto ma si rifiutano di esserne le vittime. Non si può essere costretti a scegliere tra burocrazia e bulldozer, come una donna della città vecchia ha riassunto la proposta ricevuta. La demolizione oggi rappresenta una storia culturale e sociale che viene sradicata senza aver avuto il tempo per una transizione equa. Nell’affrettarsi delle ruspe e delle decisioni, resta aperta una questione: un progetto urbanistico per quanto importante, può ignorare gli abitanti? Oggi a Casablanca non si demoliscono solo i quartieri, si mette anche alla prova il senso della giustizia nella pianificazione e la fedeltà alla sua memoria. Tra queste due rimane ancora la speranza che la Avenue Royale non sarà solo il testimone di un vecchio fallimento che ritorna. ALCUNE CRITICHE AL PROGETTO Fatima Tamni, deputata del Partito Socialista Unificato (PSU): «Ho seguito questo caso sin dall’inizio, visitando l’area e parlando con le famiglie. Ho anche interrogato il governo, per scritto e oralmente, per avere informazioni chiare. I problemi principali sono nella gestione: i residenti lamentano la mancanza di comunicazione chiara e di informazioni ufficiali, nonché la confusione nelle procedure di demolizione e sgombero; in alcuni casi c’è mancanza di rispetto per la dignità umana, specialmente per famiglie povere, anziani, donne vulnerabili. Dicono che ci sono degli studi che mostrano che molte case non erano a rischio di crollo, ma che sono stati ignorati. La risposta ufficiale è limitata, le informazioni fornite sono troppo generiche, e in generale i residenti non riescono a farsi un’idea chiara del loro futuro. Riceveranno delle compensazioni? Dove saranno trasferiti? Quali saranno le garanzie legali e sociali che impediranno di rimanere senza casa, o di peggiorare le loro condizioni? Sono domande legittime, che dovrebbero essere al cuore di ogni progetto che miri al miglioramento della vita delle persone, non al loro trasferimento forzato. La stessa cosa si può dire per i negozi che sono stati svuotati contro la volontà dei proprietari, anche quando erano la loro fonte di reddito. Non si sa quante sono le famiglie colpite, com’è stato fatto il censimento, come sono stati stabiliti i compensi economici, le procedure di sfratto, i luoghi dove le persone saranno trasferite, i tempi delle operazioni. Non si può gestire una cosa del genere con la logica del fatto compiuto. Bisogna gestirlo in modo trasparente e partecipativo, mettendo i residenti al centro delle decisioni, rispettando il loro diritto alla casa e a una vita dignitosa, assicurandosi che i progetti di rinnovamento urbano non diventino progetti per l’esclusione sociale o per il trasferimento forzato. Il Parlamento dovrebbe monitorare la situazione da vicino. Dobbiamo usare tutti i meccanismi di controllo che abbiamo, perché la dignità e i diritti non possono essere il prezzo di nessun progetto, qualunque cosa esso rappresenti». Abdellah Abaakil, consigliere comunale del PSU: «Tutto quello che vediamo nei vecchi quartieri di Casablanca – la demolizione delle case e dei negozi, lo sradicamento delle famiglie e la distruzione del cuore pulsante della città – è il risultato del fatto che i consiglieri comunali hanno votato senza avere informazioni fondamentali. I documenti che ci sono stati dati per quell’incontro erano privi delle informazioni necessarie per decidere. Non ci sono stati dati progetti né piani, né il cronoprogramma dei lavori, neanche la lista delle proprietà da espropriare. Non abbiamo avuto neanche spiegazioni chiare dell’interesse pubblico legato al progetto. L’unica spiegazione che abbiamo avuto dalla presidentessa del consiglio comunale era che la decisione veniva dal ministero degli interni a Rabat, e che era tempo di riprendere il progetto del defunto re Hassan II, dopo oltre quarant’anni di stallo. Questi progetti urbani ormai sono datati, dopo due generazioni! Ci sarebbero voluti nuovi studi e aggiornamenti che non sono stati fatti. Per queste ragioni, come rappresentante dei residenti al consiglio comunale per il PSU, ho votato contro. Ma molti consiglieri non hanno avuto lo stesso coraggio o senso di responsabilità verso gli abitanti per rifiutare questa presentazione del progetto». Youssef Mezzi, membro di Attac. «Noi di Attac Marocco, come parte di una coalizione che difende le vittime delle demolizioni, siamo stati tra i primi a creare questo quadro di lavoro collettivo per il diritto alla casa. Abbiamo raccolto firme da diciassette organizzazioni della società civile e dei residenti. Il lavoro è continuato su due livelli: da una parte visite sul campo e incontri con i residenti; dall’altra gli interventi mediatici per fare luce su quanto stava avvenendo. Consideriamo che l’Avenue Royal è un esempio di corruzione amministrativa e finanziaria di lunga durata, le cui radici affondano a molti decenni fa e continuano fino a ora, come conferma la Corte dei Conti e i vari procedimenti giudiziari contro gli ex funzionari. Il paradosso è che oggi i residenti, che non sono responsabili di questi problemi, stanno pagando il prezzo di questo fallimento. Le autorità stanno cercando di completare il progetto in pochi mesi anche se è stato fermo per più di trent’anni. Il lato sociale del progetto è stato quasi ignorato. Molti residenti sono poveri o vulnerabili e non possono pagare i centomila dirham extra richiesti. Non c’è stato neanche il supporto sociale e l’approccio caso per caso che sarebbe stato necessario. Almeno diecimila famiglie sono state trasferite senza vere alternative; è stato chiesto loro di trovare case provvisorie in affitto, mentre la costruzione degli appartamenti promessi continuava a slittare nel tempo. Questo ha creato una crisi degli affitti, specialmente in zone periferiche come Rahma o Lissasfa, dove i prezzi sono saliti molto e sono rimaste poche case disponibili. Tra l’altro c’è stata mancanza di trasparenza sulla scelta dei beneficiari; gli ordini di sfratto sono spesso orali e senza abbastanza preavviso. Le demolizioni rapide sono state usate senza garanzie, lasciando i residenti davanti a un futuro incerto. Non si è considerato l’anno scolastico per i bambini, né la distanza che le persone avrebbero dovuto percorrere per andare al lavoro, né i proprietari dei negozi, e neanche le condizioni atmosferiche, visto che gli sfratti sono avvenuti in inverno. Siamo di fronte a un grande fallimento del diritto alla casa, nonché della pianificazione urbana di Casablanca. I più vulnerabili hanno dovuto pagare il prezzo di problemi strutturali di lungo periodo». (omar lebchirit, otman ashki)
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Il litorale non si tocca. Reportage sulle mobilitazioni in Albania
(disegno di cyop&kaf) Non sono albanese, non ho origini connesse alla diaspora e non parlo la lingua. Il mio interesse per quella sponda dell’Adriatico è sorto casualmente: da circa otto anni ho avuto modo di trascorrere periodi più o meno lunghi nella Terra delle Aquile (la traduzione letterale di Shqipëria, il nome albanese del proprio paese). Dapprima esplorazioni vacanziere, poi rapide incursioni per il teknival, un grande rave autogestito che si è tenuto ogni anno sulla costa albanese dal 2019. Nonostante gli svaghi, non ho potuto fare a meno di notare le trasformazioni che l’industria turistica stava producendo lungo il litorale. E così, sul finire del 2020, da dottorando, con un progetto focalizzato sull’impatto del turismo balneare in quei luoghi, ho passato quasi tre anni, di cui uno intero in Albania, a interrogarmi sul modello di sviluppo che stava rapidamente trasformando la costa albanese, e che aveva già segnato irrimediabilmente quella italiana. I risultati sono confluiti in un volume pubblicato di recente, ma ciò che più conta sono le relazioni stabilite in quel periodo, quelle che mi hanno portato a prendere in mano il telefono quando, nei primi giorni di giugno, ho letto le notizie delle mobilitazioni nell’area protetta di Narta e poi a Tirana. La ricostruzione della storia sembrava tutto sommata chiara: un’area naturale protetta al largo di Valona (Pishë Poro-Narta) al centro di un progetto della famiglia Trump-Kushner, autorizzata dal primo ministro albanese a costruire un resort di lusso sull’isola di Sazan, mettendo a rischio gli ecosistemi dell’isola e della laguna di Zvernec. L’opposizione di cittadine e ambientalisti è stata repressa con violenza dalle guardie private, sotto gli occhi della polizia, e i video hanno fatto il giro del web. In poco tempo, a Tirana hanno iniziato a riunirsi ogni sera migliaia di manifestanti che chiedevano l’interruzione dei lavori, il ritiro degli emendamenti del 2024 alla legge sulle aree protette e le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Per saperne di più, avrei potuto limitarmi a qualche intervista telefonica, visto che non ho alcun contratto per finanziarmi gli spostamenti a questo giro, ma ogni volta che chiamavo amiche e amici da Tirana e Durazzo percepivo l’eccitazione nella loro voce ed era difficile andare oltre un rapido scambio. Così, dopo due settimane di proteste consecutive, ho deciso di prendere un volo e il 17 giugno sono arrivato all’aeroporto di Rinas, nello stesso giorno in cui il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede al governo albanese di abrogare gli emendamenti sulle aree protette e di sospendere i progetti nelle zone tutelate. La prima persona che incontro è Artan, caro amico di Durazzo e ricercatore all’Università Polis di Tirana, che mi spiega che quel giorno la manifestazione sarà guidata da pensionati e pensionate, poiché nell’ultima settimana si è deciso di mettere al centro le istanze di diversi segmenti della società albanese. Quando arriviamo al concentramento alle 19, ci sono già migliaia di persone, un dato sorprendente al diciottesimo giorno consecutivo di mobilitazione. Lasciamo la piazza verso le 21 per prendere un autobus verso Durazzo, mentre la marcia deve ancora iniziare e proseguono gli interventi dal palco circondato da bandiere nazionali e raffigurazioni di fenicotteri (tra le specie che trovano riparo nella laguna e che sono messe a rischio dal progetto). Penso di capire finalmente l’emozione che avevo percepito dalle chiamate. Artan mi spiega che la protesta, dalla richiesta di revisione delle norme sulle concessioni nelle aree protette, si è allargata in un movimento che chiede una radicale trasformazione del sistema politico albanese, accusato di essere corrotto e al servizio degli interessi degli oligarchi o, come li definisce Artan, «di un gruppo di persone strettamente legate al sistema politico e al primo ministro, un clan con i suoi interessi principalmente nell’edilizia, che usufruisce di una legge per gli investimenti strategici firmata nel 2015». Il progetto su Narta, mi spiega, non è un unicum: solo alcuni mesi fa vicino a Scutari ci sono state proteste contro un grande costruttore che ha acquistato un’area agricola costiera per farci un resort, distruggendo dune e paesaggi naturali. Mentre in questi ultimi giorni, gli abitanti di Kakome, una piccola località costiera nella prefettura di Saranda, hanno divelto le barriere che da oltre vent’anni impedivano l’accesso al litorale e ai terreni circostanti per difendere la proprietà esclusiva di un’oligarca locale. Non si tratta, mi dice Artan, di cacciare solo Rama, ma di sovvertire un sistema che comprende anche Berisha e il Partito Democratico, che in questi giorni prova a cavalcare le piazze nonostante queste scandiscano slogan contro di loro. «Per oltre trent’anni abbiamo avuto solo due persone al governo, pensi che sia normale?». Questa mobilitazione straordinaria si spiega, a suo dire, con il malessere accumulato da decenni e con la convergenza di una serie di fattori scatenanti. «Ha avuto un peso il fatto che proprio da Valona fosse partito il primo cittadino albanese salito su una nave della Flotilla, così le rivendicazioni per la tutela del territorio si sono intrecciate con le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, denunciando la presenza di interessi israeliani in diversi progetti del governo. In piazza si vedono fratelli e sorelle musulmane e, anche se non articolano un messaggio esplicito contro le guerre, la connessione c’è ed è la prima volta che si vede questa cosa. Ci sono poi anche i nazionalisti con le loro bandiere e gli ambientalisti con le immagini dei fenicotteri per difendere il territorio». Il giorno seguente torniamo a Tirana. Mi dirigo verso la sede di Lëvizja Bashkë, il partito di cui fa parte anche Artan da due anni a questa parte. Una volta entrato riconosco gli spazi di quella che prima era stata la base organizzativa di un gruppo denominato Organizata Politike, che nell’ultimo decennio ha sostenuto le proteste degli studenti, dei minatori e dei lavoratori dei call-center. Artan mi presenta Fred, con cui ci perdiamo in una lunga chiacchierata. Quando gli chiedo delle forme organizzative del movimento, tenta di nascondere un certo imbarazzo: anche il loro partito, pur essendo nato da pochi anni e avendo solamente due delegati in Parlamento, non è autorizzato a prendere il microfono in piazza e non ha contatti diretti con chi gestisce il microfono e chiama i cortei. Stando a quanto mi dice Fred, il gruppo alla testa delle mobilitazioni non costituisce un’organizzazione vera e propria, quanto una sommatoria di figure riconosciute, «una società civile che si è fatta conoscere soprattutto attraverso i social». Uscito dalla sede incontro per strada due amici conosciuti in Italia e in modi diversi connessi alla diaspora albanese. Il primo è tornato a vivere in Albania, mentre il secondo abita a Roma ed è qui per le proteste. Pranzo con loro. I due sono concordi nel rimarcare la distanza del movimento dai partiti, ma le opinioni si disallineano quando la discussione vira sul peso della questione palestinese, che il primo vede lontana dalle richieste della piazza e interpreta come una forzatura della diaspora, abituata ai paradigmi di lotta occidentali. La sera in piazza la scena è simile a quella del giorno prima, con un piccolo palco montato nella piazza, di fronte agli uffici del primo ministro, e interventi che si susseguono per oltre due ore mentre le persone continuano ad arrivare. La maggior parte degli interventi non li comprendo e chiedo ai miei amici di tradurmeli. Per fortuna non mancano anche interventi in italiano e inglese, rivolti forse ai turisti di passaggio o ai figli della diaspora che non hanno mai imparato la lingua dei propri parenti. Uno che proviene da Elvin di Valona, guida escursionistica e panettiere, dice di essere stanco di dover evadere il fisco per sopravvivere e se ne scusa con tutti, accusando il governo di sfruttare questa precarietà. A un certo punto un gruppo si stacca dalla piazza e raggiunge i cancelli del Parlamento (ubicato poco distante) e, dopo qualche coro rivolto al primo ministro Rama, torna verso il presidio, divenuto nel frattempo imponente. Alle 21 partiamo in migliaia e mi accorgo della grande quantità di giovani che è arrivata in piazza solo ora, probabilmente ormai un po’ annoiati dalle assemblee che precedono i cortei. Camminiamo per chilometri bloccando la circonvallazione di Tirana, tra cori, tamburi e fischietti, sotto bandiere albanesi e un grande striscione che recita Shqipëria e Re (una nuova Albania). Durante il percorso mi colpisce la solidarietà di chi in quel momento non sta partecipando al corteo, ma lo vede passare e saluta sventolando una bandiera da casa o suona il clacson dell’auto bloccata nel traffico. Non posso far altro che camminare, immerso in questa euforia collettiva, fino a quando, intorno a mezzanotte, la manifestazione fa il suo ritorno alla piazza centrale. Il giorno seguente mi muovo verso Valona, per visitare l’area protetta e magari vedere anche l’isola. Mi offre un passaggio Julie, una ragazza albanese cresciuta in Italia conosciuta durante il corteo. Si definisce un’attivista per i diritti dei migranti e la liberazione del popolo palestinese e dice di essere tornata per le proteste, ancor prima che si verificassero i disordini a Narta. Durante il viaggio mi dice che «quella della famiglia Trump è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché in Albania siamo molto legati alle aree naturali del nostro territorio. Pensa che persino durante il regime erano state preservate, mentre oggi stanno vendendo tutto. Per noi difenderle significa difendere una tradizione millenaria di rapporto con queste terre». Una volta arrivati, Julie controlla freneticamente il telefono, seguendo in tempo reale gli aggiornamenti sulle future mobilitazioni, mentre a più riprese sottolinea il ruolo della diaspora e dei social network nell’organizzazione delle proteste. Giunti al porticciolo di Valona salgo su un gommone con una decina di turisti francesi, diretti verso l’isola di Sazan. La guida ci spiega che era un’area militare e che fu sfruttata anche dall’esercito fascista italiano al tempo del protettorato e della colonizzazione dell’Albania, prima di diventare un’ area protetta riconosciuta anche da diversi trattati internazionali. Per questo vi si trovano ancora i resti di strutture belliche abbandonate, mentre il resto dell’isola è selvatico. Non è solo il mare cristallino a colpirmi una volta arrivato, ma la vegetazione fitta e disordinata che ricopre ogni centimetro dell’isola, una macchia mediterranea che avanza indisturbata tra le rovine. Penso ai mostruosi residence affacciati sul mare che da Velipoja a Ksamil deturpano il panorama costiero albanese e penso che, sì, questa è davvero l’ultima goccia in un vaso già stracolmo. Tornato a terra incontro Alban, guida escursionistica e volontario di un’associazione ambientalista locale, che mi accompagna a visitare la laguna raccontandomi i primi giorni delle proteste. Parla soprattutto dei più giovani, di una «generazione Z che ha capito che il nemico storico della tutela ambientale è il sistema economico e politico in cui viviamo, il quale considera l’ambiente esclusivamente per il valore commerciale. Questi ragazzi hanno dimostrato abbastanza intelligenza da comprendere che questo sistema era all’origine di molti dei problemi che i loro genitori hanno vissuto, e abbastanza coraggio da attaccarlo direttamente. D’altronde, già oggi molti albanesi non possono accedere alle spiagge per colpa dei prezzi e la costruzione di resort di lusso non farebbe che aggravare la situazione». Anche questo problema di natura economica, in un paese in cui il reddito minimo si aggira intorno ai quattrocento euro, può aiutare a spiegare la rivolta delle ultime settimane. La laguna che mi mostra è un mondo a sé rispetto al resto della costa: acque basse e salmastre in cui pozze si alternano a canneti fitti, mentre sullo sfondo si intravede il campanile del monastero di Zvërnec, un isolotto raggiungibile solo attraverso un pontile di legno. Aree umide come questa sono fondamentali per l’ecosistema terrestre, soprattutto in tempi di crisi climatica, poiché ospitano una biodiversità difficilmente riproducibile e, dato spesso trascurato, sequestrano carbonio in misura superiore alle foreste. Tali ambienti non si rigenerano facilmente e il progetto di Kushner, che guarda all’isola di Sazan (a oggi priva di acqua corrente ed elettricità), potrebbe trasformare violentemente questo paesaggio, colonizzandolo con le infrastrutture per far funzionare un resort inaccessibile alla maggioranza della popolazione albanese. Salutato Alban, concludo la giornata nella piazza di Valona che si affaccia sul Teatro, dove centinaia di persone si sono riunite nel tardo pomeriggio. Dopo alcuni interventi al microfono, iniziamo una sfilata che attraversa il centro della città e si sviluppa su lungomare, tra cartelloni a forma di fenicottero e bandiere albanesi, accompagnata dai clacson e dagli applausi. Nel frattempo, è arrivata notizia dell’attracco di una nave con a bordo attiviste che stanno rientrando dal viaggio della Flotilla verso Gaza e che avrebbero voluto realizzare un’azione in mare di fronte alla laguna.  L’indomani, tutte e tutti sono concentrati sulla piazza di Tirana, attesa come la più grande manifestazione delle ultime settimane, nel giorno in cui il movimento ha chiamato a raccolta la diaspora. Io invece prenderò un aereo per l’Italia, lasciando un paese che non avevo mai visto così, in cui centinaia di migliaia di persone rispondono alla svendita del territorio e a un modello di sviluppo che arricchisce costruttori e oligarchi, distruggendo l’ambiente senza offrire alcuna stabilità economica ai residenti. Durante il volo, penso alla costa che meglio conosco e che ho studiato per anni, all’ottanta per cento di litorale balneabile riservato a uso commerciale privato, alla parola Riminizzazione coniata per descrivere quello che la cementificazione ha fatto ai litorali della Penisola. Il modello è lo stesso che si osserva a Narta, cambia forse la velocità con cui si è imposto, non certo la logica. In Albania, in poche settimane, chi difendeva il territorio e chi non ha un reddito sufficiente né per vivere né per permettersi la spiaggia ha trovato un linguaggio comune per attaccare il sistema politico che quel modello protegge. La domanda che mi risuona in testa è forse scontata: che cosa può servire perché questa sollevazione possa darsi anche altrove? (matteo lupoli)
mondo
Perché è nata e dove sta andando la rivoluzione dei fenicotteri in Albania
(disegno di giulia beat) Il pestaggio di un manifestante per mano di guardie private, il 30 maggio scorso, ha indignato l’intera società albanese, trasformando una protesta nel sud-ovest del paese in quella che oggi viene definita la “rivoluzione dei fenicotteri”: una mobilitazione popolare contro il governo Rama, in difesa dei beni pubblici e dell’ambiente. L’aggressione al manifestante è avvenuta alla presenza della polizia; le guardie private hanno spruzzato spray urticante persino contro gli stessi poliziotti. In una messa in scena altamente cinematografica, polizia e manifestanti si sono trovati insieme da un lato della recinzione, mentre le guardie private erano dall’altro lato della barriera che delimitava l’area destinata alla costruzione di un progetto per il quale, a quanto pare, non esiste né un piano definitivo né un’autorizzazione. All’inizio di quest’anno la zona era stata visitata da Ivanka Trump, figlia del presidente degli Stati Uniti, accompagnata da architetti e imprenditori locali e stranieri. La signora Trump ha incontrato anche il primo ministro Rama, ma nessuno degli abitanti della zona ha preso parte agli incontri. Già nel 2024 suo marito Jared Kushner aveva dichiarato di avere in programma la costruzione di resort di lusso lungo la costa di Zvërnec e sull’isola di Sazan, progetti nati dopo la sua prima visita nella zona nel 2021. Kushner aveva pianificato anche la ristrutturazione degli edifici centrali dell’ex ministero dell’interno jugoslavo a Belgrado – un progetto poi bloccato dalle grandi  proteste in Serbia, e dalle indagini sui funzionari responsabili dell’appalto.  Kushner però non si è ancora ritirato dall’investimento in Albania, la sua società ha dichiarato di essere pronta a investire oltre un miliardo di dollari nei 14 mila ettari dell’isola di Sazan. In un’intervista, Ivanka Trump ha presentato Sazan come una terra deserta e inesplorata, in modo simile alle narrazioni coloniali che cancellano la presenza delle popolazioni locali. Ma Sazan non è un’isola deserta: durante il periodo socialista era stata una base militare, e tuttora è sotto l’amministrazione del ministero della difesa. Governi albanesi e capitali stranieri hanno puntato gli occhi sull’isola già dagli inizi del secolo, ma la mancanza di infrastrutture ha impedito lo sviluppo dei progetti. Inoltre, a causa del suo passato militare, l’isola presenta aree minate e residui bellici inesplosi, costosi da rimuovere e fonte di rischi. Perciò i progetti per ora si sono concentrati nella zona di Zvërnec, dove la società di Kushner non risulta direttamente implicata, ma vi ha probabilmente svolto un ruolo di intermediazione con alcuni dei suoi rappresentanti. Il 30 aprile scorso l’attivista Taulant Bino aveva notato che a Zvërnec alcune persone stavano recintando l’area con il filo spinato, mentre camion carichi di materiale inerte entravano e uscivano dalla zona. La società aveva iniziato i lavori senza un’autorizzazione formale e senza alcun coordinamento tra istituzioni locali e centrali. Le agenzie locali sono state costrette a sospendere le attività chiedendo conferma delle autorizzazioni alle istituzioni centrali. Il primo ministro ha dichiarato che la recinzione dell’area serviva agli studiosi per preparare la valutazione di impatto ambientale del progetto; ma attivisti e ambientalisti avevano già iniziato a pubblicare video che documentavano interventi con mezzi pesanti. Nel corso di maggio si è scoperto che nel 2025 il Consiglio nazionale del territorio (presieduto dal primo ministro stesso) aveva concesso le autorizzazioni per la costruzione un resort turistico a Zvërnec, legate al progetto di Kushner del 2024. La società beneficiaria si chiama Zvërnec South Adriatic Development ed è controllata dalla Dutch Trust Management BV, registrata nei Paesi Bassi, i cui proprietari non sono stati resi noti. Le indagini hanno rivelato una catena di società collegate al progetto di Sazan, che coinvolge i due fratelli miliardari del Qatar Ramez e Mohamad Al-Khayyat, nonché un imprenditore albanese accusato di legami con la mafia, un ex giudice espulso dal sistema giudiziario per patrimoni non dichiarati, un imprenditore assassinato e Shefqet Kastrati, uno dei maggiori oligarchi dell’Albania. Il progetto prevede la creazione di circa 20 mila unità ricettive e una capacità di accoglienza di diecimila visitatori al giorno in una zona che comprende tre aree protette: Pishë Poro-Nartë, il corso selvaggio del fiume Vjosa e il Parco Marino di Karaburun-Sazan. La straordinaria diversità di uccelli e fauna rende l’area una delle zone con maggiore biodiversità del paese e uno degli habitat naturali più importanti d’Europa. Al suo interno si trovano tre monumenti naturali: la laguna di Limopuos, l’isola del Monastero e le rare dune sabbiose dove nidificano le tartarughe marine. L’investimento quindi  distruggerebbe un ecosistema fragile, da cui dipendono sessanta famiglie di pescatori. Centinaia di altre famiglie, legate a quest’area da generazioni, rischiano di perdere l’accesso. LA QUESTIONE FONDIARIA Dopo la caduta del socialismo, la questione fondiaria in Albania si è enormemente complicata. La dittatura di Enver Hoxha aveva abolito  costituzionalmente la proprietà privata; i governi che seguirono al suo crollo inizialmente distribuirono le terre nazionalizzate in usufrutto a famiglie appartenenti alle cooperative agricole e alle aziende statali, nel tentativo di garantire l’accesso alla casa e ai servizi a una popolazione con la crescita demografica più elevata del continente e livelli di povertà tra i più alti al mondo. Tali terreni furono poi venduti dai titolari del diritto d’uso, mentre gli antichi proprietari o i loro eredi iniziarono a rivendicarne la restituzione. Parallelamente, numerosi migranti interni che avevano costruito case su terreni senza titolo entrarono in un processo di regolarizzazione. Migliaia di fascicoli rimangono tuttora pendenti nei tribunali. Un caso esemplare è proprio quello della comunità di Zvërnec coinvolta nel progetto turistico. Nel 1991 gli abitanti avevano ottenuto il diritto d’uso per alcune terre, ma nel 2012 scoprirono che la proprietà delle stesse terre era stata riconosciuta anche agli eredi della famiglia Shehu, di cui fa parte l’imprenditore Artur Shehu, accusato di avere legami con la Sacra Corona Unita italiana. Di recente la Corte Suprema ha riconosciuto la falsità di almeno uno dei documenti utilizzati da Shehu per reclamare quelle terre. Nel 2021 il governo ha ridotto le protezioni dell’ecosistema di Pishë Poro-Nartë  e autorizzato la costruzione di un aeroporto. La legge che vietava la costruzione in territori protetti è stata modificata nel 2022, riducendo l’estensione delle aree protette, soprattutto nei territori dove erano già in corso progetti infrastrutturali. Nel 2023 oltre trenta ettari di pineta sono stati distrutti da incendi dolosi. Nel 2024 si è autorizzata la costruzione di grandi strutture destinate al turismo di lusso anche all’interno delle aree protette. Nonostante le proteste e le iniziative legislative promosse da organizzazioni ambientaliste e dalla stessa delegazione dell’Unione europea, il governo ha continuato a presentare il turismo d’élite come imprescindibile per la crescita del paese. Inoltre, nel 2015 il governo albanese ha approvato una legge sugli investimenti strategici. Formalmente, la normativa promette di accrescere le capacità produttive industriali, ma l’ottanta per cento degli investimenti riconosciuti riguarda il settore turistico. Gli imprenditori del turismo ottengono tutela giuridica, infrastrutture pubbliche, perfino l’espropriazione di proprietà private in nome dell’interesse pubblico. In questi anni, lo stato albanese ha messo a disposizione terreni pubblici a prezzi molto inferiori a quelli di mercato, addirittura a un canone simbolico di un eur o, e ha esentato dalle tasse per dieci anni gli alberghi a cinque stelle. La normativa ha favorito società vicine al governo, ed è stata criticata dall’Unione europea, che la considera incompatibile con i criteri di tutela ambientale richiesti per l’integrazione dell’Albania nell’Ue. DAL CAPITALE CRIMINALE A QUELLO IMMOBILIARE Modifiche alla legge sulle aree protette, nuova legge sugli investimenti strategici: questi sono i due strumenti normativi che hanno accelerato la privatizzazione e l’alienazione del patrimonio pubblico e privato in Albania. Tali cambiamenti hanno aperto nuove opportunità di investimento per gli oligarchi albanesi nel settore turistico, destinato a diventare il pilastro dell’economia nazionale. In un contesto caratterizzato dalla convergenza tra capitale nazionale e governo, la situazione nella quale oligarchi locali e stranieri, in collaborazione con lo Stato e con gruppi criminali, si appropriano di terreni e case attraverso la violenza, la falsificazione dei documenti e la corruzione del sistema giudiziario, non rappresenta un’anomalia, bensì la norma stessa. Tale situazione è il risultato dell’orientamento economico e politico seguito negli ultimi trentacinque anni. Dopo la caduta della dittatura socialista, infatti, le forze politiche che si sono succedute al governo hanno gareggiato nel dimostrare quale fosse la più neoliberista. Negli anni Novanta i governi albanesi si concentrarono sull’adozione di drastiche misure di contenimento dell’inflazione che portarono ai più consistenti tagli della spesa pubblica registrati in Europa, a una quasi totale deindustrializzazione del paese, e alla privatizzazione delle piccole e medie imprese. Nel decennio successivo l’attenzione si spostò sulla privatizzazione delle grandi società pubbliche e sull’apertura di nuovi mercati. Come risultato, l’Albania nel 2003 possedeva un settore privato più ampio della media dei paesi OCSE e intorno al 2010 aveva concesso più autorizzazioni di qualsiasi altro paese europeo per la costruzione di centrali idroelettriche e l’apertura di università private. Nello stesso periodo, il paese conobbe anche una straordinaria espansione dei media privati. Questi sviluppi si verificarono in un contesto caratterizzato da uno Stato con capacità amministrative estremamente ridotte, incapace di elaborare strategie e regolamenti attuativi e privo degli strumenti necessari per garantire l’effettiva applicazione delle leggi. Nel frattempo, i sindacati nel settore privato erano pressoché inesistenti, mentre quelli del settore pubblico intervenivano solo raramente. L’oligarchia capitalista si era formata nel corso degli anni Novanta grazie all’importazione di beni di consumo, dai quali l’Albania dipendeva quasi interamente. Con uno Stato debole, una povertà estrema e il deterioramento dei servizi pubblici, il contrabbando e la criminalità organizzata contribuirono in modo significativo al rafforzamento di gruppi radicati in aree costiere strategiche, che controllavano il traffico di sigarette, carburanti, stupefacenti ed esseri umani. Due decenni di politiche neoliberali hanno favorito il consolidamento di questi gruppi, che si sono integrati nelle reti criminali internazionali divenendo attori centrali intorno a cui ruotano le economie di intere regioni del paese. Il loro peso economico e territoriale è divenuto tale che nel 2013 una parte significativa dei loro esponenti ha ottenuto una rappresentanza parlamentare, contribuendo all’ascesa al potere del primo ministro Edi Rama. La presenza di membri di organizzazioni criminali in Parlamento è diventato un problema tanto grave da costringere l’assemblea legislativa ad approvare una legge ad hoc, anche sotto la pressione internazionale. Tra il 2013 e il 2018, in presenza di una forte contrazione della spesa pubblica, l’economia albanese ha evitato la recessione soltanto grazie a due grandi investimenti esteri: la costruzione del gasdotto TAP e quella della centrale idroelettrica di Devoll. A partire dal 2018 si è assistito a un’impennata delle concessioni edilizie, un fenomeno tuttora in espansione. La maggior parte dei permessi di costruzione si concentra su Tirana e riguarda l’edificazione di torri residenziali e commerciali. Nel 2024, il settore delle costruzioni rappresentava il 14,4% del valore aggiunto lordo dell’Albania, una quota tre volte superiore alla media dell’Unione europea e la più elevata del continente; inoltre, della crescita economica del 3,8% registrata dal paese nel 2025, ben 1,17 punti percentuali provenivano da questo settore. Ma questo comparto richiede una continua espansione territoriale verso progetti caratterizzati da rendimenti elevati e rapidi. Proprio per questo il governo Rama ha individuato nel turismo d’élite il settore strategico sul quale fondare l’intera crescita economica. Gli investimenti previsti sull’isola di Sazan sono solo un esempio di tale orientamento. Rama ha promosso il trasferimento del principale porto del paese, quello di Durazzo, in un’altra area, aprendo la strada a un progetto immobiliare dal valore dichiarato di due miliardi e mezzo di dollari, affidato alla società Alabar, che promette di trasformare Durazzo in una città sul modello di Dubai. Il progetto segue le modalità tipiche del settore edilizio albanese: società riconducibili agli oligarchi vicini al governo Rama ottengono terreni pubblici e ne finanziano lo sviluppo attraverso la vendita anticipata degli appartamenti, ancor prima dell’inizio dei lavori di costruzione. La Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha avviato indagini su una parte significativa degli investitori strategici, ritenuti coinvolti in gruppi criminali dediti alla falsificazione di documenti, all’appropriazione indebita di proprietà e al riciclaggio di denaro attraverso tali progetti. Le indagini interessano quasi l’intero territorio costiero, da Scutari fino a Butrinto. Individui legati al traffico internazionale di droga, all’oligarchia locale e al governo Rama riescono, grazie alla loro vicinanza al potere, a convincere i contadini a collaborare con loro. Ai contadini viene garantito che solo tali soggetti possono assicurare loro l’ottenimento dei documenti di proprietà, rimasti per decenni bloccati negli uffici statali e nei tribunali, a condizione che, una volta riconosciuta la proprietà, vendano loro i terreni. L’appropriazione dei terreni sulla costa albanese è così strutturalmente legata all’ingerenza dei gruppi criminali, che negli ultimi dieci anni più di venti direttori degli uffici catastali del comune di Valona si sono dimessi per le pressioni subite, dopo aver ricoperto l’incarico solo per pochi mesi. Il primo ministro Rama ha garantito il funzionamento di tale assetto economico fin dal 2013, durante ben quattro mandati. Il patto tra Rama e l’oligarchia di origine criminale è stato accompagnato da un forte processo di centralizzazione delle istituzioni pubbliche nelle mani del primo ministro. Il suo punto di forza è stata la sua capacità di presentarsi investito del sostegno internazionale. Finché l’Ue e gli Usa erano dominati da progetti politici liberali di sinistra in materia di diritti politici e da politiche economiche neoliberali, Rama costruiva il proprio profilo come la figura politica più liberale dello scenario albanese. Con l’ascesa della destra radicale in numerosi paesi chiave dell’Occidente, Rama ha dimostrato la capacità di adattarsi a tali cambiamenti. Negli ultimi anni, infatti, ha accolto le richieste di Giorgia Meloni per l’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori nel territorio albanese, ha sostenuto gli investimenti di Kushner sull’isola di Sazan e intensificato il sostegno incondizionato allo stato di Israele. L’opposizione a questo sistema si è materializzata il 30 maggio scorso, in quei pochi secondi catturati dalle telecamere in cui le guardie private colpivano un manifestante, mentre questi, insieme alla polizia e ad altri manifestanti, si trovava dall’altro lato di una recinzione che separava una proprietà privata recintata e un progetto edilizio privo di autorizzazione. LE PROTESTE E I LORO EFFETTI Le mobilitazioni popolari, in realtà, non si sono mai interrotte nel corso dell’ultimo decennio. Le più frequenti sono state quelle delle comunità rurali contro la privazione dell’accesso ai fiumi, a causa della costruzione del numero più elevato di centrali idroelettriche di tutti i Balcani. Numerose sono state anche le proteste contro la gentrificazione conseguente alla costruzione di grattacieli nella capitale. Nel frattempo, un vasto movimento studentesco è culminato nella richiesta, nel 2019, di un aumento degli investimenti nell’istruzione superiore. A Zvërnec, subito dopo la visita di Ivanka Trump, un gruppo di attivisti e artisti ha organizzato un’azione creativa per attirare l’attenzione e denunciare l’appropriazione di un’area pubblica e protetta. Gli attivisti hanno monitorato per mesi gli sviluppi nella zona. Grazie a questo lavoro è stata organizzata anche la protesta del 23 maggio. Per tutto il mese di maggio, ambientalisti e residenti hanno documentato gli interventi nell’area, sottolineando la mancanza di trasparenza e di consultazione con la popolazione, e organizzando proteste periodiche. Rappresentanti dell’oligarca Kastrati e la sindaca di Valona hanno incontrato la comunità locale nel tentativo di comprarne il consenso o intimidirla, al fine di scoraggiare la partecipazione alle proteste e alle iniziative legali collettive. Tuttavia, a partire dal primo giugno la protesta è diventata un’ampia mobilitazione che ha coinvolto l’intera città di Tirana e una parte significativa della diaspora albanese in tutto il mondo. La portata di questa mobilitazione è senza precedenti. Il movimento è eterogeneo e comprende gruppi politici di orientamenti molto diversi. Particolare evidente è la notevole partecipazione di ragazze, donne e bambini. Sul boulevard dove si svolge la protesta è stata persino creata un’ampia area dove i bambini possono giocare in sicurezza, scrivere slogan e allo stesso tempo partecipare alla manifestazione. Il fulcro delle proteste sono le due ore di mobilitazioni quotidiane davanti all’ufficio del primo ministro. Dopodiché, migliaia di partecipanti marciano lungo le principali arterie di Tirana, sospendendo la normalità del traffico cittadino. La maggior parte dei cittadini e delle attività commerciali della capitale, pur non partecipando direttamente, sostiene la protesta fermando le automobili, offrendo acqua potabile lungo il percorso e salutando i manifestanti dalle finestre delle case. La protesta si è estesa ad altre grandi città, tra cui Valona. Anche in diverse comunità rurali negli ultimi giorni sono state avviate iniziative comunitarie per rimuovere e demolire le recinzioni delle società private che avevano privato tali territori dell’accesso all’acqua potabile e per l’irrigazione. Le richieste dei manifestanti si sono ormai ampliate, includendo una serie di ingiustizie sistemiche nella società albanese. Esse sono iniziate con la domanda di annullamento del progetto a Sazan e Zvërnec, per poi estendersi a richieste di modifiche legislative volte a impedire l’appropriazione indebita delle proprietà da parte degli oligarchi, nonché alla tutela dei beni pubblici e delle aree protette. Successivamente, le rivendicazioni si sono concentrate sulla richiesta di dimissioni del primo ministro e sugli appelli rivolti al sistema giudiziario affinché venga incarcerato sia l’attuale capo del governo sia il suo predecessore, Sali Berisha, leader del principale partito di opposizione. Tale richiesta riflette l’indipendenza di questo movimento popolare rispetto all’opposizione parlamentare, e un approccio più sistemico alle ingiustizie che la società sta affrontando: anche i governi precedenti al 2013 sono considerati responsabili dell’attuale assetto politico ed economico. Non potendo accusare i manifestanti di essere privi del sostegno popolare, Rama e il suo partito hanno messo in opera una serie di meccanismi di delegittimazione. In un primo momento i manifestanti sono stati accusati di essere strumenti delle agenzie greche e serbe, e successivamente di essere collegati a servizi segreti iraniani. Anche l’oligarca Kastrati ha cercato di presentare i manifestanti come parte di un piano volto a screditare il progetto a Zvërnec, con la diffusione sui media nazionali di una dichiarazione rilanciata anche dalla sindaca di Valona. Attualmente, la retorica del governo si concentra sull’accusa secondo cui la protesta avrebbe un carattere fascista. A sostegno di tale tesi, ministri e principali media nazionali hanno diffuso una serie di notizie false, incluse immagini e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. I media nazionali, fortemente legati al governo e spesso parte degli stessi investimenti strategici nel settore costiero, continuano a non riportare le proteste o a descriverle come fenomeni disorganizzati e potenzialmente pericolosi. Tuttavia, grazie alla combinazione dell’uso dei diversi social network e al forte interesse dei media internazionali, la protesta è riuscita a ottenere un’ampia visibilità e a essere seguita anche da molti cittadini che non hanno potuto partecipare direttamente. PERCHÉ UNA RIVOLUZIONE A seguito delle proteste, anche la Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha avviato indagini sull’appropriazione indebita delle proprietà e sul riciclaggio di denaro nel progetto di Zvërnec. I centoventotto milioni di euro sborsati per l’acquisto dei terreni sono stati  sequestrati dalla Procura. La stessa struttura investigativa ha annunciato l’apertura di indagini su una parte significativa degli imprenditori edili e dei gruppi criminali coinvolti in casi di appropriazione di terreni, costruzione di resort e grattacieli. Tra queste figura anche la più grande operazione di riciclaggio attualmente sotto indagine in Albania, che riguarda i legami tra il settore delle costruzioni di grattacieli a Tirana, i principali oligarchi del paese e il riciclaggio dei proventi di gruppi criminali albanesi attivi in Europa e in America Latina. Il proprietario della maggior parte dei terreni di Zvërnec è attualmente ricercato. Al momento, la protesta continua a essere di massa. Numerose organizzazioni ambientaliste e associazioni impegnate nella tutela del territorio hanno boicottato i processi di consultazione legale del governo, fino a quando quest’ultimo non ritirerà i progetti e le leggi che consentono la distruzione dell’ambiente naturale. Novantasei organizzazioni hanno rivolto un appello al governo affinché riveda la legge sulle aree protette. Nel frattempo, la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, ha espresso sostegno al primo ministro Rama, contribuendo ad accrescere la delusione dei manifestanti rispetto alla posizione dell’Unione europea sulla questione. La posizione della Kos è stata immediatamente criticata da settantasette organizzazioni  ambientaliste nazionali. L’Albania è uno dei paesi più filo-americani e filo-europei al mondo. Nel contesto in cui la famiglia del presidente degli Usa è coinvolta in un investimento che intensifica l’appropriazione dei terreni e dei beni pubblici in collaborazione con reti mafiose criminali – e nel contesto in cui l’Unione europea continua a sostenere un primo ministro che gestisce un capitalismo oligarchico e criminale che distrugge beni pubblici e ambientali ed espelle intere comunità dai propri territori espropriando le terre –, le proteste di massa in Albania mostrano i limiti dell’egemonia occidentale anche in società tradizionalmente considerate tra le più filo-occidentali. Questa configurazione del capitale albanese e internazionale ha creato nel paese una condizione generale in cui i cittadini si percepiscono come superflui nelle proprie case, nei propri villaggi e nelle proprie città, come se fossero un ostacolo all’espansione del capitale negli spazi in cui vivono. Le proteste di massa in Albania rappresentano una contestazione di questo tipo di capitale e delle sue modalità di espansione. La rivoluzione dei fenicotteri evoca un nuovo rapporto con la natura, con lo spazio comunitario e con le economie locali – ma più in generale con il capitale, sia nazionale che internazionale. (pavjo gjini e diana malaj)
mondo
Atene: una scuola di lingua, la lezione di sempre
(disegno di martina di gennaro) Bisognava aspettare. Loro sapevano da sempre che il tempo è una cura. Così come erano consapevoli che la libertà richiede virtù e coraggio, come recita il verso di Andreas Kalvos inciso nel cortile del Politecnico di Atene, a ricordo della rivolta del novembre 1973. Fu proprio lei, la libertà, che in greco è Elefterìa, “a dare le ali a Icaro (ché il mito nasconde sempre un seme di verità). E se è vero che l’alato cadde nel mare, precipitò però dall’alto del cielo e morì libero”.  Poi, un giorno, davanti alla lavagna, è arrivata. E voglio restituirla così com’è giunta, perché non c’è modo più saggio di donare ciò che si è ricevuto se non raccontandolo. *     *     * Chi chiedeva con insistenza il motivo non restava quasi mai soddisfatto dalla risposta. Imparare il greco? Il punto è che chi lo domandava non aveva mai visto il volto eterno di Nikos, fratello di Sideris, mentre ballava uno zeibekiko alle tre di notte sotto i platani di Therma, a Ikaria. Sarà stato intorno al 2012. Gli altri sedevano in silenzio, battendo le mani, per rispetto del ballerino e della sua catarsi. Il volto di Nikos esprimeva la concreta e semplice fermezza di chi sa che per essere liberi bisogna lottare. Si dice che lo zeibekiko può ballarlo bene solo chi ha amato e sofferto tanto. E chissà quanto avrà sofferto Nikos, infermiere all’ospedale di Agios Kirikos. Quella notte d’estate roteava con gli occhi chiusi, leggiadro nei suoi centoventi chili, ubriaco e in estasi, mentre una voce lamentosa cantava: Theé mou megalodýname, eccetera eccetera, che tradotto vuol dire: Dio mio onnipotente / che sei lassù in alto / getta un po’ di tabacco, mio piccolo Dio / sopra il mio narghilè… Quelle parole all’epoca erano insignificanti eppure potenti nel suono, e per capirle bisognava approfondire. Non esistevano scorciatoie, ma una strada lunga e in salita. E dopo qualche anno eccoci qui, in un’aula piccola e affollata, a imparare quella lingua così mistica e complicata. Una lingua che parlano solo loro. Avevo saputo dell’esistenza di una scuola per rifugiati a Exàrchia da un’amica italiana che viveva ad Atene. Si varca un portone in una strada pedonale; si sale una scala di legno scricchiolante. Siamo allo Steki Metanastòn, il ritrovo degli immigrati. Uno spazio autogestito. L’insegnante di turno chiede in modo sbrigativo se conosci l’alfabeto. Se sì, siedi; se no, scendi dove le classi partono da zero. Non esiste altro modo per interiorizzare la prima regola di una scuola autogestita per stranieri: il sano pragmatismo. Parlano i fatti. Quanto alle parole, quelle vengono da sé: occorre impararle, capirle, farsele amiche. Acquisirle e usarle, e piano piano si avanza. È in quel processo che si svela tutto il resto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Ti siedi, un po’ spaesato ma dotato di buona volontà, sedotto dal fascino dell’incomprensione che si trasforma in sapere, in una stanza con i banchi disposti a ferro di cavallo. Di fronte, una lavagna bianca. Quel pomeriggio la composizione è da incipit delle barzellette: ci sono due cinesi, una tedesca, un napoletano e un francese. È lunedì, ma negli altri giorni si incontrano anche iraniani, afghani, algerini. Gente che sa cosa vuol dire perseverare. Fuori c’è Atene. La civiltà del quotidiano, il blasone della povertà. La crisi sistemica. Un tavolino e due sedie fuori a un negozio di cianfrusaglie, sotto a un porticato di cemento armato pieno di scritte, da cui scendono a cascata fiori di bouganville. Strade trafficate con le acacie lungo i lati. Palazzi abitati da alberi. Il venditore di koulouri che nonostante tutto sorride all’angolo tra la Akadimias e Dimokritou. Duecento famiglie sotto sgombero a Prosfighikà. Dentro, invece, siamo noi, attenti ad ascoltare un insegnante di nome Vassilis. Sulla cinquantina, calvo, più paziente di Chirone il centauro, più saggio di un Tiresia. Se penso per un momento solo a chi glielo fa fare, non riesco a non pensare alla poesia di Kavafis su coloro che, nella loro vita, decisero di presidiare con onore le Termopili: “Mai mancando al dovere: giusti e retti in tutte le loro azioni, ma con pietà, e con misericordia: valorosi se ricchi, e se poveri non certo meno arditi, danno il loro contributo, per quel che possono: dicendo sempre il vero, senza odio nei confronti dei mentitori. E ancora più onore gli è dovuto se prevedono (e molti lo prevedono) che alla fine arriverà Efialte e i persiani, alla fine, passeranno”. Perché è di poesia e di nient’altro che qui si parla. E i nostri occhi sono puntati sul maestro Vassilis che con naturale spontaneità usa un metodo maieutico. È da noi stessi che fa partorire il significato intimo di quelle parole. Dal nostro vissuto, dalle nostre biografie. Nessuno sa niente dell’altro eppure è come se fossimo la stessa cosa insieme in quel preciso momento. Come se possedessimo già, da qualche parte dentro di noi, quella lingua da cui tutto sembra trarre origine, e il maestro fosse là, levatrice di vocaboli, per tirarcela fuori con ostinazione. Una parola allora diventa l’universo intero. Su un quaderno le lettere viaggiano in un groviglio di pensieri che, passo dopo passo, avanzano a forza di intuizioni. Si cade talvolta nell’errore, ma a chi non piace vincere facile è fin troppo evidente che da quello sbaglio s’impara la differenza tra maschile, femminile e neutro. A un certo punto Vassilis propone un paichnídi. Un gioco. Non c’è modo più efficace per imparare. Dobbiamo scegliere una frase nella nostra lingua d’origine da una canzone, un poema o una favola, scriverla alla lavagna, leggerla ad alta voce e tradurla in greco. Prendiamo tempo. E nel frattempo impariamo che il tempo è il medico dei mali senza rimedio. In greco ha una doppia accezione che, come insegnano i dotti, racchiude tutta una filosofia di vita e di morte, di limite e di infinito che tormenta noi mortali dalla notte dei tempi. Tocca al primo dei due cinesi. Si chiama Wang, ha il pizzetto e parla solo se interpellato. È la rappresentazione viva di chi al mondo non ha altro che la propria volontà. Si alza e arriva alla lavagna. Scrive. Il testo è articolato, lungo, difficile. Wang l’avrà pescato dal suo cuore, che per un momento si svela a noi ignari di ogni cosa e poi ritorna nel suo mistero assoluto. Ascoltiamo la sua voce recitare parole che restano suoni da decifrare. Traduciamo parola per parola, cercando quelle giuste, scartando quelle controverse, pesando quelle adatte. Dal cinese al greco. Dal greco all’italiano: Lo stesso giorno dell’anno scorso / in questo giardino / c’era una donna con dei fiori di pesco. / Oggi la donna non si vede / ci sono solo i fiori / che profumano di primavera. Il silenzio aiuta a metabolizzare ogni dettaglio. Ogni parola apre a un mondo nuovo da connettere con l’insieme. E il tutto sta nel molteplice. Avanti il prossimo, dice Vassilis con gli occhi. Si alza il francese e si dirige alla lavagna. Prende il pennarello e inizia a scrivere. Demain, dès l’aube, à l’heure où blanchit la campagne, Je partirai… Sono i versi di una poesia di Victor Hugo. Vassilis riflette insieme al francese sulle parole, ci consultiamo, alcune le conosciamo, altre le impariamo sul momento: Ávrio, me tin avghí, tin óra pou asprízi o kámpos, tha fígo… La lavagna inizia a vivere di vita multiforme. Gli alfabeti si mescolano in un quadro espressionista. È il mio turno. Mi alzo, prendo il pennarello. “Lasciate ogni speranza voi che entrate” diventa Afíste káthe elpída prin mpeíte. Vassilis riconosce il celebre verso. Capisco solo adesso perché quel vecchio amico si chiamava Elpidio. Quando eravamo piccoli lo prendevano tutti in giro per quel nome. Sotto a chi tocca. Si alza l’altro cinese e va verso la lavagna. Prende il pennarello e scrive nel suo alfabeto una frase che tradotta suona più o meno (ché tradurre è tradire) così: “La luce della luna davanti al letto”. Impariamo tutti che “luna” in greco è un sostantivo neutro e si dice feggàri. Una parola che sta in una vecchia canzone dell’esilio, con una voce che si rivolge a lei. Tocca alla ragazza tedesca. Si alza, scrive una frase che ci riporta di nuovo là dove siamo e al contempo laggiù dove saremo: Qualcuno deve pur iniziare il futuro prima o poi. Non aspetterò ancora a lungo. Insieme traduciamo, analizziamo, interpretiamo questa idea di futuro che in greco si dice Méllon. L’avremmo vista scritta tante, troppe volte, sui muri della città senza futuro, sugli striscioni appesi dai compagni. La lavagna è ormai un terreno coltivato a sementa di lettere. Un testamento collettivo. La osserviamo, e in quel preciso istante capiamo. Capiamo che un brivido ci corre a tutti dietro la schiena. Non ci conosciamo, ma lo sentiamo forte dentro. Vassilis osserva quel piccolo capolavoro senza degnarci di un elogio, ci parla di una rivista che lo Steki Metanastòn pubblica di tanto in tanto, e chiede il permesso di pubblicare ciò che siamo stati capaci di elaborare. Accettiamo. Un cenno di saluto. La lezione è finita, ma è la stessa lezione di sempre. La più antica di tutte le lezioni. (andrea bottalico)
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Ritorno a Mariana, un crimine lungo dieci anni
(disegno di roberto c.)   Era il 5 novembre 2015, intorno alle 16, quando un boato si udì dalle prossimità del Fundão, una zona a pochi chilometri dal villaggio di Bento Rodrigues, distretto rurale del comune di Mariana. Una delle tre dighe contenenti gli scarti del processo di estrazione del ferro dell’impresa Samarco S.A. – joint venture tra la brasiliana Vale S.A. e l’anglo-australiana BHP Billiton – fracassò al suolo. In poco tempo, il ruggire di quaranta milioni di metri cubi di fango tossico formò un’alluvione devastante che inondò il sistema idrico della regione di sedimenti di ematite, metalli pesanti e altri elementi chimici. Il fango scivolò nel Rio Gualaxo do Norte per poi confluire nel Rio do Carmo e da qui nel Rio Doce, percorrendolo circa seicentosessanta chilometri fino a raggiungere il villaggio costiero di Regência nello stato dello Spirito Santo e l’oceano Atlantico, il 21 novembre 2015. Nella sua discesa, il fango sommerse i distretti di Bento Rodrigues e Paracatu, e colpì parzialmente numerosi villaggi nella zona rurale di Mariana e il villaggio di Gesteira nel comune di Barra Longa. Più di mille e duecento persone rimasero senza casa. Scuole, ospedali e aree urbane furono distrutte. Oltre a provocare la morte di diciannove persone, il fango pregiudicò in modo diretto o indiretto la vita di due milioni e mezzo di persone in quarantanove comuni: agricoltori, pescatori, artigiani, popoli indigeni, allevatori e lavoratori del turismo che dipendevano dal fiume e dal mare. I danni andarono dalla contaminazione delle acque e dei terreni agricoli, alla riduzione drastica delle risorse ittiche. Gli effetti persisteranno per secoli e per alcuni ricercatori i danni saranno irreversibili. Dopo dieci anni, il processo di riparazione dei danni prosegue lentamente, il fiume è in coma e le vittime attendono ancora giustizia. STORIA DI ESTRAZIONE Nell’esplorare l’area di Vila Rica, l’odierna Ouro Preto, nello stato di Minas Gerais, il botanico francese Auguste de Saint-Hilaire – che percorse diverse regioni brasiliane tra il 1816 e il 1822, e poi ancora nel 1830 – parlava di un paesaggio che assume “un’aria di tristezza”: “dappertutto, non si scoprono che campi deserti, senza coltura e senza gregge, i contorni delle montagne sono per lo più ruvidi e irregolari; si avvistano continuamente lavaggi d’oro; la terra vegetale è stata eliminata, con essa è sparita la vegetazione e non restano che cumuli di ghiaia”. Il periodo intorno alla metà del XVIII secolo fu l’apogeo dell’estrazione d’oro nella regione, quando sorgevano chiese e cattedrali in città emerse in paesaggi naturali spesso ostili. Le Minas barocche, tutto oro, sogno e fede. Eppure, nonostante l’opulenza, il naturalista francese descriveva la decadenza di questo primo ciclo di estrazioni minerarie nel paese. Dalla metà del XVIII secolo, l’estrazione cominciò a diminuire. Il sistema tributario della Corona portoghese, che imponeva il pagamento di un quinto dell’oro raccolto, fu una delle cause principali, oltre al fatto che con il tempo le riserve superficiali si erano esaurite. I minatori si basavano su metodi di estrazione rudimentali, non erano preparati a estrarre depositi più profondi e difficili. Saint-Hilaire, tuttavia, non poteva immaginare che, dopo l’epoca delle riserve aurifere superficiali, l’ingresso di ingenti capitali stranieri e la modernizzazione delle tecniche avrebbero dato nuova linfa ai cicli di estrazione, passando dall’oro al ferro come principale minerale da sfruttare. Nel ventesimo secolo le élite politiche nazionali e locali si adoperarono per attrarre investimenti esteri volti a sfruttare le abbondanti riserve identificate nella regione centrale dello stato: il cosiddetto Quadrilatero Ferrifero. Nel 1942, gli accordi di Washington tra il governo di Getúlio Vargas, Franklin Roosvelt e Winston Churchill, determinarono la fondazione della Companhia Vale do Rio Doce, l’attuale Vale S.A., con l’obiettivo di fornire ferro all’industria bellica nel mezzo della Seconda guerra mondiale. Nell’accordo, il governo degli Stati Uniti s’impegnava a concedere un finanziamento di quattordici milioni di dollari per l’acquisto di macchinari e la Vale avrebbe venduto a prezzi inferiori a quelli di mercato circa un milione e mezzo di tonnellate di ferro; mentre il governo britannico offriva i giacimenti di ferro della Itabira Iron Ore Company in cambio della modernizzazione della ferrovia che da Itabira ancora oggi trasporta il ferro fino al porto di Vittoria. Nel 1976, la Vale era già la principale impresa esportatrice del Brasile. Quella che oggi è un leader globale del settore, beneficiò di una politica di concessione delle licenze di estrazione “a maglie larghe”, alla base dell’avvento della cosiddetta mega-minerazione a cielo aperto, un regime estrattivo alimentato negli anni Novanta e Duemila dal vorace appetito di risorse cinese. Ma a gigantesche miniere corrispondono altrettanto giganteschi impatti. Basta affacciarsi dal finestrino di un aereo in atterraggio all’aeroporto Tancredo Neves di Belo Horizonte, capitale dello Stato, per osservare la groviera di faraoniche cave a cielo aperto, le immense lagune di decantazione degli scarti tossici e le enormi dighe di contenzione degli stessi, impilati a colmare superfici di valli un tempo rigogliose; oppure raggiungere il museo dedicato al poeta Carlos Drummond de Andrade a Itabira, da cui si ha la visione di una corona di cave i cui terrazzamenti sembrano trasformare le montagne in gigantesche piramidi irregolari; o andare in visita alla Chiesa dei Profeti di Congonhas, dalla cui collina si può vedere l’immensa diga di scarti Casa de Pedra della Companhia Siderurgica Nacional, che sovrasta un quartiere popolare con migliaia di abitanti. L’attuale panorama del quadrilatero ferrifero è questo: una mega devastazione socio-ecologica che sconvolge la vita degli abitanti ben oltre il pur gigantesco perimetro degli impianti di estrazione. Qui l’Antropocene si esprime in maniera letterale. Un panorama poco osservato a causa di un consenso estrattivista che dalle sfere di governo, irrorate dai benefici fiscali delle royalties, alle classi popolari, vittime del ricatto occupazionale, informa la maggioranza della società mineira. Una dipendenza viscerale dall’industria estrattiva che dieci anni fa ha tuttavia subito un sussulto con il materializzarsi del disastro di Mariana, il più grave della storia del Brasile e della minerazione mondiale. Un crimine, come non si stancano di gridare le vittime del disastro. LA PRIMA CITTÀ Situata in una valle, la città di Mariana è protetta da montagne che conservano secoli di storia. Considerata la matrice di Minas Gerais, è qui che il 16 luglio 1696 una spedizione di bandeirantes – esploratori del periodo coloniale alla ricerca di ricchezze –, geograficamente guidati dalla vetta del Pico de Itacolomi, scoprì gli agognati giacimenti d’oro sul letto di un piccolo ruscello. Quel giorno, il frate Gonçalves Lopes, seguendo il comandante della bandeira, eresse un rozzo altare sormontato dall’immagine dell’Immacolata Concezione. Essendo il giorno della Madonna del Carmine, in suo omaggio il ruscello fu battezzato Ribeirão do Carmo. Da allora, un grande processo migratorio investì il territorio, facendo sorgere diversi accampamenti di cercatori d’oro e giungendo all’attenzione della Corona portoghese. Fu creata una nuova unità amministrativa, la Capitania de São Paulo e Minas de Ouro, e successivamente, la Carta Reale del 23 aprile 1745 elevò il villaggio al rango di città: in omaggio alla regina Maria Anna d’Austria, fu finalmente stabilito il nome di Mariana. Chi percorre la Rodovia dos Inconfidentes da Belo Horizonte, può osservare cartelloni che invitano il viaggiatore a visitare “la prima città di Minas Gerais”. La strada tortuosa conduce attraverso le montagne. Passando per Ouro Preto, si possono notare gli ingressi di vecchie miniere vicino al quartiere Taquaral, l’ingresso della miniera d’oro di Piscinão e alcuni punti di estrazione dalla famosa pietra di Ouro Preto, detta anche pietra di Itacolomi. I segnali stradali indicano che la miniera d’oro di Passagem è sul cammino e invitano a una visita. Da lì, per entrare a Mariana, si imbocca la Rodovia Rodrigo de Melo Franco da cui è possibile vedere la stazione degli autobus e alcuni alberghi e negozi in stile coloniale. I vecchi edifici, con porte e finestre in legno e balconi in ferro battuto, si fondono con gli edifici moderni. Oltre a essere stata la prima città di Minas Gerais, Mariana divenne presto sede dell’Arcivescovado. L’origine a partire dalla scoperta dell’oro, l’essere cellula madre dello stato di Minas Gerais e figlia dello sfruttamento del ferro, sono tutti elementi vivi nei discorsi dei marianesi. Sono stato per la prima volta nei pressi di Bento Rodrigues circa un mese dopo il crollo della diga del Fundão. La strada principale era interdetta, ma Paulão conosceva un cammino secondario. Bisognava uscire dal nucleo urbano di Mariana in direzione del distretto di Antonio Perreira. Dopo circa tre chilometri, al bivio va presa una strada sterrata. Paulão era un operaio della Samarco, mi raccontava quanto fosse stato orgoglioso di far parte dell’azienda e quanto il crollo della diga avesse colto di sorpresa lui e tutti i suoi colleghi: «Le norme sulla sicurezza interne all’azienda erano molto restrittive. È davvero assurdo quel che è successo». Il giorno prima, a casa con la moglie – che lo ha lasciato dopo la perdita del lavoro dovuta alla paralisi delle attività dell’impresa, superata solo nel 2020 –, mi aveva mostrato un libro che l’azienda distribuiva a tutti i dipendenti. In esso venivano illustrati i principi della responsabilità sociale d’impresa: un elenco stucchevole di buone pratiche e tutele del personale, dell’ambiente e della comunità in cui si inseriva. Superati diversi alberi crollati che ostruivano il cammino, dopo alcuni chilometri di curve strette circondati dalla vegetazione di quel che resta della Foresta Atlantica, avevamo preso un piccolo sentiero verso il Rio Gualaxo do Norte. L’acqua era putrida, melmosa, marrone tendente al rosso. Detriti formati da rami e tronchi strappati dal suolo si accatastavano lungo le sponde. Gli alberi sopravvissuti portavano il segno del passaggio del fango, per circa due metri sul tronco. Percorremmo ancora qualche chilometro, costeggiando una radura fangosa da cui si scorgevano gli impianti a beneficio delle miniere. La devastazione era ovunque. Era come se fosse eruttato un vulcano di fango e la lava fosse scesa dalle pendici ricoprendo tutto lungo i trecento metri di dislivello tra la diga del Fundão e la valle. Oltrepassato un ultimo ponticello a lato di una laguna di acque reflue, eravamo a Bento. Le ruspe erano all’opera, aprivano varchi e disponevano materiale per contenere il fango che a ogni pioggia scendeva da quel che restava della laguna di residui. Non riuscimmo a entrare nel villaggio, il passaggio era consentito solo agli operai. Ci posizionammo su una collina, in silenzio. Il fango aveva coperto quasi l’intero gruppo di case, a eccezione di quelle nella parte più alta. Emergevano confusamente strutture edilizie e quel che restava di alberi divelti. Un odore sgradevole pizzicava le narici, la gola e gli occhi. Quando nel 2018 sono tornato a Mariana e ho stabilito rapporti con alcune delle vittime della tragedia che abitavano a Bento, ho preferito non chiedere di quel giorno. Qualcuno, spontaneamente, mi ha raccontato delle scene di terrore vissute, della fortuna di essere riusciti a mettersi in salvo “graças a Deus”, fuggendo in alto sulla collina in attesa dei soccorsi. Della chiesa dedicata a São Bento restano solo alcuni grandi massi alla base che ne ricordano il perimetro, oltre il quale, inglobando le rovine, si innalza una tendostruttura per accogliere i fedeli. La festa di São Bento, patrono di Bento Rodrigues, avviene ogni anno l’ultimo fine settimana di luglio. È il 2018 e per l’occasione è giunto anche il vescovo dell’arcidiocesi di Mariana, Don Airton José dos Santos, che accompagna padre Geraldo Barbosa, parroco benvoluto dalla comunità devota di Bento: è quest’ultimo a recitare una potente omelia: «Questo luogo era amato quando era bello ma è amato anche ora nel modo in cui sta!»; «Dio non lascerà che sparisca, parola sua: “Non ponete fiducia in parole mendaci”: attenti agli inganni, alle deturpazioni che vogliono dividervi!». Padre Geraldo evoca poi il salmo di Matteo sul grano e la zizzania per ribaltarlo: «E se dicessi che la zizzania è buona e il grano no? E allora in questo giorno di festa vorrei dirvi: non siate grano ma siate zizzania! Siate zizzania per infastidire molta gente che pensa che il tempo è già finito! Siate zizzania per infastidire questa gente che pensa solo al denaro e al profitto! Siate zizzania per infastidire le imprese che pensano che il grano sta nascendo nuovamente! Siate zizzania per non lasciare che il fango aumenti di nuovo e distrugga la casa del Signore! Siate zizzania! Date fastidio a chiunque pratichi malvagità e ingiustizia!». La processione tra le rovine del villaggio è toccante. In testa i fedeli trasportano a spalla la statua del santo, a seguire le cariche ecclesiastiche, i canti di preghiera del coro e infine la banda. Camminando tra quel che rimane delle case infangate e dai tetti divelti, sul muro di quella che era la scuola di Bento, una scritta recita: “La Samarco ci voleva ammazzare ma Gesù ci ha salvati”. Il villaggio di Bento è sempre stato un impedimento ai progetti di espansione delle miniere e la preoccupazione è che, ora che Bento è un mucchio di rovine, le imprese ne possano approfittare. Già nel 2009 la Vale elaborò un progetto di costruzione di una nuova diga nell’area denominata Mirandinha. All’epoca, l’impresa incontrò l’ostilità degli abitanti che non volevano cedere i propri terreni. Eppure, dove non erano riuscite le imprese, ci ha pensato il governo di Minas Gerais che, con un decreto del 21 settembre 2016, ha disposto per la Samarco l’autorizzazione alla costruzione del Dique S4, una struttura di ampliamento del sistema di contenzione degli scarti – una nuova diga. Il decreto è stato motivato da ragioni emergenziali di sicurezza ambientale e prevede l’uso dell’opera per soli tre anni, ma attualmente è ancora lì. La preoccupazione è grande ma gli abitanti non si stancano di lottare per le proprie radici. Non perdono occasione per celebrare culti e organizzare feste, anche per contrastare la rottura delle relazioni di vicinato dovuta alla sistemazione provvisoria in diversi quartieri di Mariana, in attesa della costruzione del Nuovo Bento. Così hanno messo su l’associazione Loucos por Bento – Pazzi per Bento – formata da abitanti che ogni fine settimana ritornano nel luogo che hanno dovuto lasciare. «Il nostro ombelico è sotterrato qui», mi disse Simaira Quintão, tra le fondatrici dell’associazione, durante un evento musicale organizzato tra le rovine. L’obiettivo è riuscire a vincolare il territorio in quanto patrimonio storico e costruire un memoriale. ASSOLUZIONE E RIPARAZIONE In questi dieci anni le persone hanno dovuto lottare per essere riconosciute in quanto vittime, per una degna ricollocazione abitativa, così come per l’ampliamento dei criteri di valutazione dei danni subiti, ma soprattutto per lo sradicamento, la perdita dei modi di vita; danni morali e immateriali difficili da misurare. Il dramma vissuto non si è limitato al giorno in cui il fango ha devastato tutto: case, cortili, orti, frutteti, animali, persone e comunità; non è qualcosa di congelato al giorno in cui si è dovuto correre o nuotare nel fango per salvare sé stessi, amici, parenti. Il disastro fa parte della vita quotidiana di queste persone. A ogni incontro, il desiderio più grande è quello di ripristinare i propri luoghi, i progetti e le vecchie condizioni di vita. Quando è crollata la diga, Mirelle aveva diciassette anni. Un giorno, di fronte a quella che era la sua casa nel villaggio di strade di terra rossa di Ponte do Gama, mi indicava il luogo dove sorgeva un grande albero: «Ero solita mettermi sotto la sua ombra a leggere o fare i compiti di scuola: è tra le cose che mi mancano di più e nessuno me lo darà indietro». Attraverso l’immagine di una famosa canzone di Chico Buarque mi raccontava come la roda viva, la ruota della nuova routine innescata dal crollo del Fundao, stesse portando il destino di migliaia di persone “di là”; molto lontano dalle proprie identità, tradizioni, storie, vincoli affettivi. Oggi ha ventisette anni. È divenuta donna nel mezzo di una lotta per riconquistare ciò che la sua famiglia aveva costruito: «Non era tanto ma era quel che ci rendeva felici». Al telefono mi racconta di come la sua vita sia piuttosto corrida, di quanto è indaffarata. Lavora al Comune e ha solo un giorno libero per pulire casa, lavare i vestiti, leggere i testi dell’università, accompagnare le riunioni della commissione e le udienze. «Anche la conquista della ricollocazione familiare – dice – è stato qualcosa per cui abbiamo dovuto lottare noi della zona rurale, le imprese volevano semplicemente ricostruire le case nello stesso posto. Nel complesso non c’è ancora stata un’effettiva riparazione. Alcune case sono state consegnate ma è solo la restituzione delle abitazioni. La restituzione del nostro modo di vita non è avvenuta. Le persone dei villaggi rurali vivevano della terra, delle colture, dell’allevamento di bestiame, della vendita dei prodotti. E oggi a causa della diga non riescono più ad avere questi introiti. Dunque ciò a cui assistiamo è un processo di impoverimento forzato, perché le persone possono aver ricevuto anche una casa meravigliosa, ma se non riescono a piantare e coltivare in questa nuova casa, a che serve? La diga crollata ha fatto crollare anche aspetti della vita delle persone che non si possono quantificare in denaro, con un’indennizzazione che tra l’altro ancora oggi molte persone, come la mia famiglia, non hanno ricevuto». Mentre il processo penale nei confronti dei vertici della Samarco e degli organismi di controllo si è chiuso con l’assoluzione per l’impossibilità di ricondurre a essi la responsabilità del crollo, l’amministrazione del disastro è stata derubricata al trattamento giuridico che si conferisce ai “conflitti ambientali”, con la disposizione di tavoli di discussione, riunioni di negoziazione, udienze pubbliche di conciliazione e stipula di accordi. Così, vittime e responsabili sono passati a confrontarsi su un’infinita e sfiancante progressione di misure riparatorie. Alle persone colpite veniva richiesta una routine estenuante di riunioni, attenzione agli eventi, alle strategie delle entità coinvolte e alle azioni che influenzassero la garanzia dei diritti – presupponendo eguali correlazioni di forza lì dove non ci sono. È quanto avvenuto prima nel 2016 con la stipula del TTAC, un accordo siglato dagli Avvocati Generali dell’Unione Federale, quelli degli stati di Minas Gerais e Spirito Santo, le imprese (Samarco, Vale e BHP Billiton) e i due governi statali coinvolti, attraverso il quale fu istituita la contestata Fondazione Renova, con il compito di gestire i programmi socio-ambientali e socio-economici di riparazione, restaurazione e ricostruzione delle regioni colpite; poi nel 2024, quando le imprese e lo Stato hanno firmato un Nuovo Accordo del valore di centosettanta miliardi di reais, visto che le precedenti misure di riparazione della Fondazione Renova sono state considerate insufficienti. Con il nuovo accordo, parte degli obblighi della Renova vengono trasferiti al potere pubblico. Inoltre, per rimediare all’assenza di partecipazione delle vittime nella stipula dell’accordo, è stato istituito un fondo del valore di cinque miliardi di reais per lo sviluppo di progetti comunitari. Tuttavia, al di là della complessa vicenda giuridica, fatta di impugnazioni, sospensioni e rimandi tra le varie istanze – finita persino nella giurisdizione inglese giacché l’impresa BHP aveva sede a Londra quando la diga è crollata, e che recentemente ha visto una sentenza storica che incolpa le aziende di negligenza –, le vittime di Mariana si sono viste obbligate ad apprendere nuove dinamiche di partecipazione alle riunioni, a formare commissioni, a disciplinare pensieri e comportamenti, a stabilire strategie di dialogo e negoziazione. Benché alla COP30 di Belem – finanziata dalla stessa Vale – un panel istituzionale lodasse il Nuovo Accordo per la sua capacità di articolare diversi ambiti coinvolti nell’amministrazione del disastro, queste istanze istituzionalizzate sembra non facciano che contribuire allo svuotamento del senso politico delle lotte ambientali, allontanando i dibattiti dalla sfera delle decisioni strutturali e rendendo invisibili diritti e soggetti collettivi. Il disastro di Mariana ha generato nell’opinione pubblica nazionale un sentimento di grande commozione, ma nonostante i proclami politici e gli sforzi della società civile nel rivendicare maggiore sicurezza e norme più stringenti per le imprese minerarie, solo dopo il crollo di un’altra diga della Vale a Brumadinho, sempre nel Minas Gerais – che ha seppellito duecento e settantadue persone, producendo ulteriori drammi socio-ambientali nell’area del Rio Paraopeba –, si è giunti all’adozione di una legge che ha vietato l’uso di questo tipo di dighe, dette “a montante”, per la gestione degli scarti del processo di minerazione e obbligato le imprese a installare sirene di allerta e a istruire la popolazione sulle vie di fuga nelle zone a rischio inondazione. Dopo quell’evento, l’apprensione generata ha fatto sì che molte comunità localizzate in aree di rischio – nel Minas Gerais ci sono trecento e cinquantaquattro dighe, di cui ventitré considerate di livello tre, ovvero a rischio di rottura imminente – venissero evacuate senza sapere del loro destino. Alcuni ricercatori parlano di “terrorismo delle dighe” e c’è il sospetto che le imprese vogliano approfittare delle preoccupazioni sulla sicurezza per rimuovere le comunità ed espandere i progetti estrattivi. Gli eventi che dal crollo della diga del Fundão si ripercuotono a Mariana e sull’intero bacino del Rio Doce e del litorale Capixaba costituiscono scenari in cui gli attori sociali occupano posizioni asimmetriche e dove la distribuzione diseguale di capitale economico, politico, sociale e simbolico definisce il potere di azione ed enunciazione. Del resto, se “di tutte le forme di ‘persuasione occulta’, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose”, come scrisse il sociologo Pierre Bourdieu, ebbene, l’ordine delle cose, da queste parti del Brasile, da secoli è dettato da un regime estrattivo. Mariana, dieci anni dopo, respira ancora il lutto mischiato alla polvere rossa delle montagne scavate, la cui promessa di progresso ha presentato un conto impagabile. E se è pur vero, come mi disse qualcuno, che “la storia in Brasile viene scritta col gesso, non con l’inchiostro”, bisogna allora tener viva la memoria. Per non dimenticare. (giuseppe orlandini)
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