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Da Jujuy a Buenos Aires. Reportage sulla lotta indigena contro l’estrazione del litio
(disegno di manincuore) Dal numero 12 (maggio 2024) de Lo stato delle città.  «Noi, dopo che hanno pascolato, i lama li leghiamo tutti insieme e li mettiamo dentro l’ovile, ben stretti. E io così mi sento quando saliamo al Subte [la metropolitana di Buenos Aires], come gli animali da pascolo» – mi ha detto un giorno Flavia, trent’anni, oggi presidente della comunità indigena di Santuario de Tres Pozos, situata nella regione di Salinas Grandes y Laguna de Guayatayoc, nella provincia argentina di Jujuy. «Poi quando si apre la porta, scappano tutti». È ormai scesa dalle scale mobili e si è messa in attesa della metro, insieme alle sue compagne di lotta del Tercer Malón de la Paz. «Prima di venire qui non ero mai salita su un Subte. All’inizio le scale mobili mi spaventavano, non riuscivo a salire da sola. Allora qualcuno mi spingeva e mi aiutava, per più di tre volte ho rischiato di cadere» – l’arrivo della metro ha interrotto la risata di Flavia. Siamo saliti sulla linea D, in direzione dell’Hotel Hilton a Puerto Madero. Dal 22 novembre 2023 vi si riunivano ministri e impresari per il secondo vertice argentino sul litio, perciò il Malón aveva organizzato, fuori dall’albergo, un presidio di contestazione con finalità informative. Il brusio della metropolitana si riempì di un canto: «Cinco siglos resistiendo, cinco siglos de coraje, manteniendo siempre la esencia…». All’uscita dal vagone Wili, la guida spirituale di questa nuova comunità urbana in lotta, continuava a soffiare nella sua conchiglia. Il suono che ne usciva sovrastava il frastuono della metropolitana in ripartenza. Il Tercer Malón de la Paz è arrivato a Buenos Aires il primo agosto del 2023. Erano circa duecento persone, membri di più di cento comunità indigene di tutte le regioni della provincia di Jujuy, situata nel nord-ovest dell’Argentina, al confine con Cile e Bolivia. Hanno attraversato tutte le provincie nordoccidentali del paese per avvicinare il loro grido di protesta ai luoghi del potere istituzionale. Sono giunti fin qui per contestare la riforma costituzionale della loro provincia, volta a favorire l’estrazione del litio dalla loro terra. IL MALON DE LA PAZ La parola “malón” appartiene al lessico colonizzatore castigliano e veniva utilizzata per significare un’offensiva rapida e inaspettata da parte degli indigeni ai danni di uno stanziamento colono o criollo. Il significato è cambiato con il primo Malón de la Paz quando, era il 1946, 174 indigeni del pueblo kolla partirono dalla regione di Cochinoca nell’altopiano andino della regione del Jujuy per camminare in direzione di Buenos Aires. Nella capitale il governo di Juan Domingo Peron era prossimo all’insediamento e intendeva realizzare una riforma agraria. Certi di vedere ascoltato e riconosciuto il loro diritto di preesistenza ancestrale e dunque alla restituzione di terra appropriata o acquistata compulsivamente dallo Stato, i manifestanti camminarono per duemila chilometri da Jujuy a Plaza de Mayo. Eppure, non fu mantenuta la promessa di restituire le terre. E poche settimane dopo le forze della milizia navale, armate di spranghe e gas lacrimogeni, procedettero allo sgombero del primo Malón de la Paz. I maloneros furono caricati su un treno già predisposto sulla linea ferroviaria alle spalle dell’Hotel degli immigranti – dove erano stati alloggiati, per quanto immigranti non fossero –, comunicante direttamente con la stazione di Retiro; li scortarono fino a Jujuy, dove ancora oggi i popoli originari non vedono applicato il loro diritto all’esercizio della possessione ancestrale delle terre che abitano, lavorano e difendono. Sono passati quasi ottant’anni e la politica di sfruttamento del potere istituzionale ai danni dei popoli originari e delle loro terre ricche di risorse naturali prosegue indisturbata. Un tempo i coloni estraevano l’oro, ma oggi la ricchezza ha cambiato nome e colore: l’oro si è fatto bianco e si chiama litio. In nome della riconversione energetica all’elettrico, le imprese mondiali insistono nel risucchiare su larga scala le risorse non rinnovabili nascoste nel cuore del pianeta. È la cosiddetta rivoluzione verde: il Consiglio Mondiale dell’Energia ha affermato che le risorse di petrolio si esauriranno entro una cinquantina di anni. Perciò al combustibile fossile nelle automobili si comincia a sostituire il motore elettrico, la marmitta si trasforma in batteria al litio. Il sole e il vento sono intermittenti, il litio c’è e si sa anche dove. L’ottanta per cento delle risorse mondiali si trova in un triangolo di terra che tocca Cile, Bolivia e Argentina. Quest’ultima è la nazione eletta: le multinazionali hanno già avviato più di sessanta progetti minerari nel paese, nelle provincie di Catamarca, Salta e Jujuy. Il territorio argentino vince la gara della dinamite mineraria perché qui i grossi investitori devono pagare solo il tre per cento delle regalie allo Stato e non subiscono nessuna restrizione né controllo sull’esportazione. «Così l’Argentina diventerà la fornitrice di più della metà del litio necessario a soddisfare la domanda mondiale», annunciava fieramente qualche anno fa Mauricio Macri, presidente del paese dal 2015 al 2019. In pochi anni il valore di una tonnellata di carbonato di litio è passato da duemila a dodicimila dollari. Per produrre una tonnellata di questo minerale servono due milioni di litri di acqua. Per costruire un’auto elettrica (equivalente a circa diciassettemila cellulari) sono necessari più di quattro chili di litio. Una Tesla S contiene una batteria di sei chili di litio. Due milioni di litri d’acqua provenienti dalle Ande di Jujuy si trasformano così in duecento auto elettriche prodotte da compagnie europee, nordamericane, australiane, cinesi, giapponesi e poi distribuite nei rispettivi paesi. Come? Si pompa l’acqua salmastra già a disposizione nelle immense saline jujeñe e la si colloca in enormi piscine la cui superficie equivale a varie migliaia di stadi di calcio. Sotto la radiazione solare l’acqua evapora, il carbonato di litio si deposita. Dopodiché deve essere separato, usando la calce, e poi lavato, e per lavarlo è necessaria acqua pura, di sorgente, che è l’acqua che beve la gente delle comunità dell’altopiano argentino. Le miniere di litio sono miniere d’acqua. Esce più acqua di quella che entra nel sistema, e quest’ultima, quella che vi ritorna, rientra contaminata dalle sostanze tossiche disperse durante la separazione del litio. Il punto della questione attuale, quella gridata per le strade di Buenos Aires dal Tercer Malón de la Paz, non si ferma dunque alla difesa e alla tutela della preesistenza dei popoli originari e del loro diritto a disporre liberamente e rispettosamente delle risorse della terra che abitano, ma consiste anche nel prendere coscienza che la cosiddetta “energia verde” corrisponde in realtà all’ennesimo dispositivo di distruzione dell’ecosistema. Iber mi ha riferito i dati sul processo estrattivo del litio. Eravamo sull’autobus che ci portava verso la sede del SERPAJ (Servicio Paz y Justicia), le cui avvocate si sono occupate di appoggiare e fortificare legalmente le rivendicazioni del Tercer Malón. Iber ha ventiquattro anni ed è di Alfarcito, una piccola comunità situata nella regione di Salinas Grandes, la stessa da cui proviene Flavia. Lì si concentra la maggior parte delle risorse di litio argentine e per questo la lotta contro i progetti di esplorazione per l’apertura di nuove miniere cominciò già nel primo decennio del Duemila. Iber è nato nella lotta. Prima di scendere dall’autobus mi ha detto: «Oggi siamo in guerra, perché è una guerra questa. Tra chi vuole difendere la Madre Terra e chi vuole continuare a venderla per profitto. Stiamo lottando per l’acqua, perché sia libera e ce ne sia per tutti e per tutte. Se perdiamo questa guerra, domani la guerra sarà tra di noi: io e il mio vicino di casa arriveremo a litigare per un bicchiere d’acqua». Poi è squillato il suo cellulare e una voce diceva: “Cinco siglos resistiendo”. LA RIFORMA DI MORALES Dopo una lunga battaglia nell’ambito dei diritti umani indigeni, cinque secoli dopo l’inizio della colonizzazione e della resistenza a essa, nell’agosto 1994, la Costituzione Nazionale Argentina accolse l’articolo 75, che all’inciso 17 stabilisce la responsabilità del Congresso ad “ammettere la preesistenza etnica e culturale dei popoli originari, garantire il rispetto della loro identità culturale e linguistica, riconoscere la persona giuridica delle comunità e la possessione comunitaria delle terre che tradizionalmente occupano e infine assicurare la partecipazione dei popoli originari nella gestione delle loro risorse naturali e degli interessi che le riguardano”. Grazie all’incorporamento di questi statuti normativi, sul finire degli anni Novanta alcune, ma non tutte, delle comunità originarie dislocate nel territorio jujeño si videro legalmente riconosciuta la personalità giuridica, nonché assegnati i titoli di possessione delle porzioni territoriali di insistenza, assegnazione avvenuta in parte in forma comunitaria e in parte direttamente a famiglie o singoli. Nonostante la sussistenza di questi baluardi costituzionali e dei conseguenti atti notarili, lo scorso giugno a Jujuy è stata approvata, senza previa consultazione dei popoli originari, una riforma provinciale, promossa dal governatore Gerardo Morales, che ha facilitato il via libera alle procedure estrattiviste nei territori indigeni e ha autorizzato misure repressive ai danni di qualsiasi tentativo di resistenza. Per via del carattere federale del governo argentino, infatti, le province sono considerate “antecedenti” all’unificazione dello stato-nazione e mantengono un forte potere di autonomia. Per questo ogni provincia dispone di una Carta Costituzionale ed è su di essa che Morales ha agito. Il governatore è riuscito a modificare 66 dei 212 articoli della Carta provinciale, la maggioranza dei quali riguardavano il tema delle risorse naturali. Dichiarando il litio come “risorsa strategica” e stabilendo al minimo la quota di interessi da tributare allo Stato, la nuova riforma sancisce il contratto di svendita del sottosuolo jujeño alle multinazionali estere. Mentre nel governo di Jujuy si discuteva la riforma, Flavia, Iber, Wili e tutto il Tercer Malón de la Paz, erano in marcia sulla Ruta che da Abrapampa cammina verso la capitale di Jujuy. All’alba del 16 giugno Morales ha annunciato l’approvazione della riforma provinciale. Dopo un giorno di mobilitazione a San Salvador de Jujuy, con i popoli originari uniti ai docenti già in protesta per la rivendicazione di un salario degno, il Malón ha organizzato un blocco stradale lì dove si incontrano la Ruta 9 e la 52, quella che porta all’area di Salinas Grandes, la più minacciata dagli interessi speculativi. Il blocco era un’azione di protesta volta anche a informare i passanti sull’incostituzionalità della riforma. Vi sono confluite quasi duecento comunità, per un totale di più di quattrocento persone. I cortes, i blocchi stradali, sono stati un grande esperimento di gestione comunitaria della lotta. Il blocco avveniva su tre fronti: a nord e sud della ruta 9, per i veicoli provenienti rispettivamente dalle regioni al confine con la Bolivia e dalla capitale jujeña, e sulla ruta 52, per bloccare qualsiasi accesso alla zona di Salinas. L’intento era tanto quello di generare scompiglio e sensibilizzazione, quanto di impedire il passaggio di camion trasportanti calce o altri elementi necessari alla estrazione e separazione del litio già in corso nel Salar de Olaroz, centocinquanta chilometri dopo Salinas. Si lasciavano circolare solo i veicoli sanitari o le auto con a bordo minori e anziani. Uno dei ruoli principali, nonché di maggiore responsabilità, nel funzionamento dei cortes era pertanto quello di chi circolava tra i veicoli fermi in strada, distribuendo materiali informativi sull’incostituzionalità della riforma e cercando di dialogare con gli autisti più spazientiti. Ogni ruolo veniva scandito da turni di quattro o sei ore. Oltre a chi volantinava, c’era chi si impegnava a sorvegliare ed eventualmente rafforzare le barricate, costruite con massi e pezzi di legna. La cucina del campo era gestita in modo comunitario: si teneva sempre acceso il fuoco, per smorzare le basse temperature invernali e poter riscaldare i pasti provenienti dalla non troppo lontana Tilcara. Lì infatti, nel campo base di un gruppo di militanti, si cucinavano grosse quantità di zuppa e carne stufata per poi distribuirle nei tre blocchi di Purmamarca, il paese più vicino al luogo del presidio. Di notte ci si turnava per fare da guardia all’accampamento mentre sulle colorate montagne che sovrastano l’incrocio stradale erano presenti gruppi di vedetta pronti ad avvisare dell’arrivo di veicoli delle forze del supposto ordine. E infatti, forti dei nuovi decreti costituzionali che proibivano espressamente blocchi stradali totali così come qualsiasi altro ostacolo alla libera circolazione, alle sei di mattina, poi alle tre e alle sette del pomeriggio del 17 giugno 2023, sono arrivate puntuali le repressioni. La fanteria e la polizia federale hanno iniziato a colpire chiunque avesse a tiro, usando pallottole di gomma e gas lacrimogeni di nuovo brevetto. Hanno distrutto cellulari e videocamere, caricato uomini e donne sui camion pronti a partire verso la questura. A Tilcara, a pochi giorni dall’inizio del Carnevale del 2024, Maria mi ha raccontato la sua esperienza di lotta nei cortes mentre cucivamo la bandiera che avrebbero utilizzato durante la parata del collettivo femminista delle Cari Chupi (belle facce). Mi ha mostrato con orgoglio la sua cicatrice sul polso destro e mi ha detto che non c’era praticamente nessuna e nessun manifestante che non riportasse il segno di un proiettile di gomma sulle gambe o sulle mani usate per proteggersi la faccia. La fanteria sparava ad altezza viso ed è così che tre uomini hanno perso la vista da un occhio. Mi ricordo di quando dagli occhi di Karen, bardati dietro due spesse lenti nere che la riparavano dal sole accecante delle Salinas, è colata una grossa lacrima mentre ripercorreva i fatti del 17 giugno e mi chiedeva di non parlarne più. Karen, insieme a Santiago, rappresentanti della comunità di Pozo Colorado, sono stati detenuti per una decina di giorni nel carcere di Jujuy. Oggi anche loro sono imputati nelle centinaia di cause che il governo provinciale porta avanti in nome della criminalizzazione delle proteste di giugno. Nonostante le repressioni, i cortes sono proseguiti per settimane, continuando a informare i veicoli di passaggio sulla pericolosità della nuova riforma. Non sono mancati episodi di resistenza a nuovi tentativi di attacco delle forze armate. Gridato l’annuncio dalle vedette d’altura, erano spesso le donne a schierarsi in prima linea e a lanciare contro le guardie olio bollente e pietre. «Sembrava una guerra civile – mi ha raccontato uno dei militanti di Tilcara –, dato anche l’alto numero di familiari e conoscenti impiegati nelle forze di polizia locale». E quella guerra civile sembrava anche sostenibile, per quanto indicibilmente stancante e dolorosa, fin quando il 20 agosto, a una settimana dalla sconfitta nelle primarie come candidato alla vice-presidenza dell’Argentina, Gerardo Morales ha mandato un plotone dell’esercito non più in assetto anti-sommossa, bensì dotato di armi belliche vere e proprie. Il plotone ha proceduto allo sgombero e allo smantellamento definitivo dell’accampamento. Il traffico di Jujuy è stato ripristinato senza più interruzioni. I grossi camion di calce hanno ricominciato a raggiungere le miniere di Olaroz Chico e le auto della Toyota, una delle principali case automobilistiche giapponesi, bramosa di batterie al litio, hanno ripreso a fermarsi sulla ruta 52 per proporre alle comunità locali nuovi accordi di esplorazione. IL MALON A BUENOS AIRES Un mese prima, il 25 luglio 2023, il Tercer Malón de la Paz aveva preso la decisione collettiva di cominciare il cammino verso Buenos Aires e ho passato giornate intere con loro nella capitale. A Buenos Aires Flavia mi ha raccontato il costante aumento delle visite da parte delle imprese nella sua comunità di Santuario de Tres Pozos, che vive soprattutto di estrazione del sale, allevamento di lama, turismo e artigianato. Il villaggio di Santuario lo fondò suo nonno, costruendolo a poco a poco, a partire da una scuola. Flavia è nata a casa sua, del nonno, «anche per questo sto lottando – mi ha detto – non voglio che quel luogo venga distrutto». Suo nonno è morto il 26 maggio 2023, non c’è stato abbastanza tempo per stare con il dolore prima del nuovo caos generato dalle repressioni nei cortes di Purmamarca. «Eppure, io da qui mi porto una nuova famiglia». Eravamo nella sua tenda, nell’accampamento di Plaza Lavalle, sotto la Corte Suprema che ormai da più di quattro mesi non offriva ascolto né udienza alle rivendicazioni del Malón. Come nominò la parola “famiglia” il vento forte di quella sera buttò a terra il suo telefono, che appoggiato su un asse del tetto faceva da torcia per illuminare il viso di Flavia e la whipala che le stava dietro, la bandiera dei popoli originari. Abbiamo riso al buio. Fuori dalla tenda di Flavia era una sera come un’altra. Alcune maloneras si godevano il ritmo di una samba cantata da Ivan, un altro dei giovani del Malón. José, che per trent’anni ha lavorato in una miniera di rame, per poi cominciare a unirsi alle lotte sindacali fino ad arrivare a Buenos Aires con il Malón, aveva il piede gonfio per una qualche infezione. Wili glielo massaggiava, poi lo ha lasciato riposare in un secchio pieno di ghiaccio. Raul, uno dei più impegnati nel lavoro di approfondimento dei diritti indigeni, masticava coca mentre leggeva al computer. Iber era appena tornato con le bocce piene d’acqua. Era andato a riempirle davanti al teatro Colón, dall’altro lato della piazza, perché dalla parte dell’accampamento le autorità cittadine avevano tagliato la distribuzione idrica alle fonti pubbliche, per rendere più scomoda la permanenza degli indios di questa fase della storia. L’abuelita Sabina intrecciava tranquilla fili di tutti i colori nel suo piccolo telaio portatile. Yamil, un altro giovane, lottava contro il sonno e cercava di studiare: doveva tornare a San Salvador per dare un esame di ingegneria. Fabiana, una senzatetto adottata dall’accampamento di Plaza Lavalle, veniva a chiedere con la sua andatura claudicante un piatto di zuppa. Estela lo riscaldò e Monica glielo servì fumante. Per pranzo, come ogni lunedì, aveva cucinato un gruppo di donne e uomini salteñi che risiedono da tempo a Buenos Aires e che partecipavano così alla lotta delle loro sorelle e fratelli. Un uccello cantava alla luna calante di quella notte. Era stata la giornata internazionale di lotta all’estrattivismo, il 4 dicembre. Il Tercer Malón aveva aperto il corteo che partiva dall’obelisco di Avenida 9 de Julio fino a Plaza de Mayo, a suon di canti e del motto “Arriba los derechos! Abajo la reforma!”. Erano tutte e tutti stanchi, e presto sarebbero andati a dormire. Da agosto a dicembre Plaza Lavalle è stata attraversata da migliaia di persone, alcune delle quali hanno porto ascolto e gesti di adesione alla lotta, che fossero un pacco di pasta, una chitarra per fare musica insieme, un cartellone preparato per la manifestazione del giorno, e magari tradotto in una lingua altra dal castigliano, per poter cogliere l’attenzione di un turista di passaggio, o insomma una delle infinite modalità possibili per allargare la cassa di risonanza di questa storia che ha urgenza e portata di coinvolgimento universale. Persino il 19 novembre 2023, giorno della vittoria elettorale di Javier Milei, la piazza del Malón è stato un luogo dove versare lacrime e stringersi nel silenzio e nella forza di un abbraccio. Ricordo che Wili ha insitito e alla fine, mentre cominciavano a levarsi suonate di clacson e grida moleste come «Viva la libertad, carajo!», abbiamo giocato a calcio e per un attimo i pensieri sono rotolati insieme al pallone. Durante la partita Wili è caduto molte volte e a gioco finito mi ha detto: «Sai cosa significano tutte queste cadute? Che abbiamo ancora qualcosa da fare su questa terra». Per questo Yamil, tornato all’accampamento con un altro esame superato sul libretto, si dichiarava felice di avere rallentato il suo percorso di studi per unirsi a una lotta in nome della giustizia. Quando tornò a Plaza Lavalle urlando «Jallalla!», il grido che sempre si ripete a sostegno della lotta delle comunità andine del nord-ovest argentino, produsse un’eco che durò fino all’ultimo pomeriggio del Malón a Buenos Aires. L’ombra del potere di Milei, il nuovo presidente nazionale di estrema destra, era sceso sul Jujuy e sull’intera Argentina. Il Tercer Malón de la Paz ha annunciato in conferenza stampa la sua ritirata, prevista per la notte tarda del 15 dicembre. Si preparava così a lasciare la capitale argentina senza aver visto, da parte dei due governi succedutisi al potere durante la sua permanenza in città, alcuna mossa in direzione dell’obiettivo principale della sua lotta: l’abolizione della riforma provinciale di Jujuy sulla base della sua incostituzionalità, tanto procedurale quanto contenutistica. Anzi, l’insediamento del nuovo presidente Milei già lascia intuire ciò che da tempo il popolo jujeño profetizzava: la riforma provinciale, tanto nella sua parte impegnata a criminalizzare le proteste, quanto nella sua più generale ottica produttivistica, è un perfetto laboratorio in cui sperimentare misure da attuare poi su scala nazionale. Il sole stava per tramontare. I lavori di smontaggio delle tende si sono fermati: è giunta la notizia di un guasto meccanico al pullman che da Jujuy stava muovendo verso la capitale per poi riprendere il viaggio in direzione contraria. Era fermo a settecento chilometri di distanza in attesa di una riparazione, che probabilmente sarebbe potuta avvenire solo la mattina seguente. Solo Wili ha proseguito i preparativi del suo bagaglio. Non sarebbe tornato subito in Jujuy col resto del Malón, aveva intenzione di fermarsi ancora un paio di settimane nella provincia di Buenos Aires per continuare un percorso di formazione spirituale con un vecchio saggio della zona. Mentre mi indicava un punto del cielo sopra il teatro Colón, da dove ogni giorno vedeva sorgere il sole, mi ha detto: «I nostri anziani dicono che siamo esseri solari». Secondo la cultura andina indigena il sole, e con esso il pianeta Terra e l’umanità tutta, sono recentemente entrati in un nuovo ciclo temporale chiamato Pachacuti. Significa ritorno all’anteriore, a tutta la saggezza anteriore che invoca la cura della Madre Terra e delle future generazioni. Mentre continuava a disarmare la sua tenda Wili ha aggiunto: «Noi abbiamo lasciato questo messaggio alla società qui a Buenos Aires affinché ne prenda consapevolezza, perché è l’unica forma di sopravvivenza, se no scompariremo tutti». Scioglieva un nodo, poi un altro. Suo nonno aveva partecipato al primo Malón de la Paz. Ha rimosso il telo di plastica che gli faceva da copertura anti-pioggia. Il sole tramontava, Wili è partito col suo sorriso. Il pullman era sempre fermo nella provincia di Córdoba. Il Malón è andato a dormire ancora incerto sull’orario di partenza, ma ben convinto che era tempo di tornare al territorio, a progettare da lì nuove strategie di resistenza e difesa collettive. Eppure, l’assalto è avvenuto prima del previsto. All’alba dell’indomani, a sei mesi esatti dal giorno dell’approvazione della riforma incostituzionale, non è stato il pullman ad arrivare, bensì, come settantasette anni prima, in pieno rispetto della ciclicità della storia, la polizia della città. Li hanno svegliati alle sei di mattina, entrando nelle tende, e intanto già cominciavano a “bonificare” (questo il lessico usato dalle forze dell’ordine) il lato dell’accampamento dove fino alla sera prima c’erano la cucina e la dispensa, gettando nel tritarifiuti tutto ciò che non era stato ancora imballato, e cioè gli alimenti per la colazione e per il lungo viaggio fino a Jujuy. Il Malón così risvegliato ha cercato un dialogo: spiegava il ritardo imprevisto, sosteneva l’inutilità di questa misura di forza visto l’annuncio della partenza imminente, chiedeva dunque pazienza affinché potessero finire di disarmare l’accampamento seguendo i propri criteri e aspettare l’arrivo del mezzo di trasporto. Ma il capo della polizia ripeteva di «dover pulire immediatamente questa spazzatura» e infine far arrivare una squadra di polizia federale che contava un’ottantina di uomini e donne, a fronte della trentina di persone rimaste. I poliziotti filmavano le azioni dei lavoratori di Buenos Aires Ciudad Verde e di un’azienda privata, convocati per lo smantellamento completo dell’accampamento, l’arrivo trionfante delle forze federali, il coordinamento delle operazioni da parte dei capisquadra e le strette di mano forti e complici tra gli stessi. Più o meno in questa sequenza hanno montato le immagini nel video che è comparso il pomeriggio stesso sulle pagine social della Policía de la Ciudad de Buenos Aires, con la didascalia scritta in maiuscolo: “Si è posto fine alla fattoria a Tribunales – e con ordine”. Seguiva il cartello finale: “Proteggere i porteñi, rafforzare l’ordine, rispetto alla polizia della città”. Io con la mia telecamera seguivo la nonna Sabina, che si aggirava tra le forze dell’ordine con il fuoco sacro «per togliere la malaonda». Poi con disinvoltura ha chiesto a un poliziotto di spostarsi. Stava in piedi sopra alla Pachamama, e cioè a un punto del giardino della piazza dove era stato fatto un buco, all’arrivo del Malón in agosto, per offrire omaggi alla Madre Terra, chiederle accoglienza e protezione durante il periodo di permanenza in quel luogo. Poi ha ripreso il suo cammino, emanante essenza di terra e foglie di coca, rapida e sicura, dicendo tra sé: «Facciano ciò che vogliono con noi, però con lei non possono fare ciò che vogliono, lei è l’autorità più forte e più potente ed è grazie a lei che viviamo». Il Malón è salito sul pullman alle quattro del pomeriggio del 16 dicembre 2023. Subito prima erano canti, lacrime e sorrisi, abbracci e saluti con le persone che nel corso di quei quattro mesi e mezzo hanno accompagnato la lotta. Il Malón che partiva verso Jujuy ringraziava a pugno chiuso la città che restava, a ricordare che questa lotta è di tutte e di tutti, e non il capriccio di “poveri indios selvaggi”, perché è la lotta in difesa della vita contro il sistema neoliberista che sfrutta e fagocita ogni pezzo di terra, ogni goccia d’acqua, ogni essere umano in nome del profitto. (agnese giovanardi)  
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Algeri-Marsiglia-Roma. Piccola storia di Camila e dei suoi viaggi
(archivio disegni napoli monitor) «Sbah el kheir, mama!». Mi sveglio in questo caldo mese di agosto in modo diverso. Oggi partiamo per Roma. Mio padre mi ha regalato questo viaggio. Sapeva quanto l’Italia fosse importante per me. L’importanza di poter finalmente parlare una lingua che padroneggio quasi perfettamente e che ho imparato per sette anni. L’importanza di scoprire la città che vedo solo attraverso il Colosseo e gli infiniti capitoli di storia sull’Impero Romano a scuola. La possibilità di iniziare questa serie di viaggi che voglio intraprendere per il resto della mia vita. Neanche i miei genitori hanno mai visitato l’Italia. Forse alla fine è grazie a me che la visiteranno. Hanno sempre vissuto in Algeria e mi hanno trasmesso l’amore per il mio paese. Il loro paese è diventato il mio: amo l’Algeria come amo la mia famiglia, scorre nel mio sangue ogni minuto e mi legherà sempre alle mie radici. Ma ora che siamo a Marsiglia è tutto diverso. dobbiamo imparare a tenere per noi le nostre origini quando possono portarci pregiudizio. A volte dobbiamo confonderci con la folla per non essere giudicati o discriminati. In un paese in cui la diversità etnica non è valorizzata, a volte è meglio nasconderla. Anche se questo non ci impedisce di andare in Algeria ogni estate con lo stesso piacere. Ho scoperto lì l’italiano, tra i ferventi tifosi algerini e i venditori itineranti di karantika, vicino allo stadio di Algeri. La karantika è la specialità che appartiene all’Algeria, è una delle prime cose da mangiare lì. L’autentica karantika si trova solo in Algeria. Si trova ovunque, in ogni panificio, fast food, pasticceria, pizzeria, ma soprattutto in ogni angolo di strada. È un piatto e panino algerino a base di farina di ceci, simile a un gratin o a uno sformato. Venduto spesso da venditori ambulanti nelle principali città algerine, si consuma preferibilmente caldo. Il principio della karantika è semplice. Si mette una fetta di questo gratin in un pane croccante e si condisce con cumino per un sapore più intenso e, soprattutto, con harissa. Il sapore della karantika è dolce ma allo stesso tempo piccante. Un po’ come in Algeria, caldo ma piccante. Il gratin di ceci è molto leggero al palato, ma il cumino e l’harissa aggiungono un’esplosione di sapore e danno alla leggerezza del gratin un gusto nuovo. Assaggiare una karantika, anche dopo centinaia di volte, mi riporta sempre alla mia infanzia, come una fiamma che sto riaccendendo, che quella karantika sta accendendo… Mi ricordo di quel momento speciale che non ricorderò mai di aver vissuto, ma che rivive nei racconti della mia famiglia. Estate 2008. Il sole caldo batte sul giardino della nostra casa tra le montagne della Cabilia. Ero già immersa nella lingua cabila, che ho imparato prima del francese. Ma quel giorno ho mosso i primi passi. Comincio a camminare, a scoprire il mondo che mi circondava e in quell’occasione assaggio per la prima volta la karantika. Mia zia aveva solo quindici anni e giocava con me come se fossi la sua sorellina. Giocava con me con una karantika in mano. Quello che aveva in mano mi incuriosiva. Capisco subito che si trattava di qualcosa da mangiare. Solo che era pieno di harissa, e l’harissa punge. La famiglia intorno a me aspettava che la sputassi. «Outhezmirara atecith!» (in cabilo: «Non può mangiarlo!») dicevano le mie zie e mia madre. Inaspettatamente, lo mangiai tutto, sorprendendoli. Mi ero già innamorata della karantika. Poi chiedo loro di darmi dell’acqua. Ho gridato: «Fkiyid aman!», che è stata anche la mia prima frase in cabilo. Da quando sono piccola, ascoltavo l’italiano. Appassionata di calcio, vado ogni anno in Algeria, allo stadio della mia città. Lo stadio è impressionante quando si entra, anche se non è esattamente di dimensioni enormi. È l’atmosfera di uno stadio e dei suoi tifosi che rende grande uno stadio, e questo l’ho scoperto in Algeria. Nei giorni delle partite, le strade solitamente vuote si riempiono di uomini, donne, bambini e anziani. I negozianti non chiudono e i bar lavorano fino all’alba. La coda per entrare allo stadio è fastidiosa e stimolante. Da un lato, non vedo l’ora di entrare allo stadio, ma dall’altro l’attesa è sempre lunga. Seduta al mio posto, le poche migliaia di tifosi mi hanno fatto sentire come se fossi allo Stade de France, circondata da ottantamila persone. La squadra di Algeri riprende molte frasi in italiano. «Forza Alger!», «La magia rosso e nera», «Non dimenticheremo mai quello che abbiamo passato…»; o ancora: «La guerra non è niente; l’abbiamo già vinta», «Sempre con fierezza». Queste ultime frasi si riferiscono a uno stesso periodo che risuona e fa parte della vita quotidiana di ogni algerino: la guerra e l’indipendenza dell’Algeria. Sappiamo tutti che se oggi siamo qui è perché i nostri antenati sono morti per la nostra indipendenza. Mi hanno sempre detto: quando ti senti male, ricordati che sei algerina e tutto andrà meglio. Anche i miei antenati hanno vissuto questa guerra. Alcuni sono morti, altri hanno imparato a convivere con le loro cicatrici.  Gli slogan dei tifosi sono in italiano o in arabo. Nello stadio ascolto i canti dei tifosi che ripetono le espressioni in italiano, tutti insieme, come se fosse l’ultima partita della loro vita. L’arrivo dei giocatori è l’unico momento di silenzio. L’intero stadio ascolta il silenzio nell’attesa di riprendere i canti. Quello che ascolto cambia totalmente all’arrivo della squadra avversa. I canti si trasformano in fischi. È sgradevole per le mie orecchie, ma fischio anch’io. L’atmosfera è unica e magica. La miscela di canti e fischi si accompagna agli odori del fumo e dei fuochi d’artificio. La nebbia del fumo mi nascondeva sempre una parte del campo. È sorprendente, ma non è un ostacolo alla mia gioia e al mio impegno.  Questo momento di condivisione è il mio momento preferito, ogni vacanza in Algeria. Vivo simili notti a Marsiglia, allo stadio Velodrome. Stessi canti, stessi odori, ma con una passione differente. Sento sempre un’emozione particolare, un fiume in me quando torno nel mio paese. Una fiamma che non si consuma mai, che viene riaccesa in ogni momento da ogni cultura che vive in me. Una fiamma che ho cura di riaccendere e che mi infiamma soprattutto quando visito la terra dei genitori. La terra che vedo solo una volta all’anno, perché viviamo a Marsiglia. Questa è la storia dei miei genitori: cercare un futuro migliore per i loro figli in Francia. Marsiglia è tutta la mia vita. Mi chiedo ancora se potrò mai lasciare questa città. Marsiglia è il luogo dove sono nata e cresciuta, dove ho sorriso e pianto. Sono diciassette anni che trascorro lì la maggior parte del mio tempo. Ho visitato così tanto il Vecchio Porto che non mi impressiona più. Ho fatto il bagno così tanto alla spiaggia della Pointe Rouge che non ci vado più. Ma mi sono ripromessa di non lasciarla. Marsiglia è una culla dove sto bene, dove si sta sempre meglio. Ho sempre ritenuto che il mio carattere fosse compatibile con Marsiglia. Sanguigna e impulsiva, ma generosa e accogliente. Un po’ come l’Algeria e la karantika. Dolce ma allo stesso tempo piccante. Marsiglia e l’Algeria si assomigliano e mi assomigliano. Mi sento a casa in entrambi i luoghi. Sulle rive del Mediterraneo, con lo stesso clima e lo stesso temperamento. Ma questa volta presenterò ai miei genitori un mondo nuovo, lontano dall’Algeria che hanno conosciuto e dalla Marsiglia in cui abitano da diciott’anni. Oggi partiamo per Roma. Il mio cuore arde di attesa, so che qualcosa mi lega a questo paese. Non vedo l’ora di parlare italiano, di incontrare la gente, di immergermi nella cultura del paese. Non abbiamo scelto Roma senza motivo: avrei potuto scegliere Firenze, Venezia, Milano o ancora Napoli. Ma Roma è sempre stata nella mia mente. Ho aspettato pazientemente le dodici ore di viaggio. Che gioia incontrare i primi cartelli in italiano, ricevere un messaggio dal mio operatore che diceva “benvenuto in Italia” e vedere i controlli di frontiera. Finalmente sono qui! Forse la mia fiamma stava aspettando Roma per continuare a risplendere. La mattina del mio arrivo, naturalmente, sono passata davanti allo stadio Olimpico. Da appassionata di calcio non potevo andare a Roma senza vederlo. Quando sono tornata a Ostia, dove eravamo in campeggio, con i miei genitori e i miei tre fratelli, abbiamo avuto un incontro inaspettato. Abbiamo preso l’autobus 71 che dalla stazione della metropolitana di Eur-Fermi portava alla spiaggia di Ostia. Questo autobus ci ha lasciato il segno. Era l’autobus che collegava il nostro campeggio alla stazione della metropolitana che ci permetteva di raggiungere il centro città. Lo prendevamo la mattina e la sera, come tutte le altre famiglie del campeggio. Durante il viaggio, mi sono concentrata a cercare di individuare le persone che indossavano i famosi braccialetti gialli che consentono l’accesso al campeggio. Ho sentito parlare tutte le lingue: tedesco, libanese, inglese, francese e spagnolo. È stata una grande opportunità per incontrare persone di altri paesi e culture. Come al solito, mi destreggio tra arabo e cabilo con i genitori, francese con i miei fratelli e italiano con l’autista per chiedere se stiamo andando nella direzione giusta. All’improvviso, un uomo anziano mi si avvicina e mi parla in italiano. Molto alto, probabilmente si avvicina ai settant’anni. Mi chiedo cosa possa dirmi. Anche lui sembra essere un turista e porta uno zaino come me. Mi chiedo come possa aiutarmi se nemmeno lui è di qui. «Il campeggio di Ostia? Sì, siete sulla strada giusta, non preoccuparti». «Grazie signore», ho detto, ancora esitante per paura di fare un errore linguistico. «Non preoccuparti, neanche io sono di Roma. Abito a Bari. E voi da dove venite?». «Veniamo da Marsiglia, siamo francesi». I miei fratelli giocavano in fondo all’autobus e i miei genitori osservavano questo incontro, cercando di capire qualche parola che fosse trasparente. Sembrano attenti, come se capissero l’intera discussione. In realtà, durante il mio soggiorno ho insegnato loro le basi di come cavarsela, cioè buongiorno, grazie, per favore, mi scusi signore o signora, per esempio. Ma sono riusciti a capire le frasi usando come punti di riferimento parole trasparenti e il contesto. Per esempio, quando chiedo a qualcuno un’indicazione stradale dicendo «Siamo sulla strada giusta…?», riescono a dedurre dalla parola “giusta” ciò che ho chiesto. È stato molto emozionante vederli interessarsi all’italiano, aggrappandosi a quelle poche parole che potevano collegare al francese. Mi ricordavano me, quando ho preso il primo corso d’italiano della mia vita. Abbiamo confrontato tutto con la Francia: prezzi, cibo, strade, negozi, trasporti pubblici e soprattutto la lingua. Su alcuni punti, Francia e Italia si completano, su altri sono completamente diverse, ed è questo che le rende così affascinanti e uniche. Ecco perché l’Italia rimarrà impressa nel mio cuore, e soprattutto quel primo viaggio a Roma. «Come è possibile avere un aspetto così italiano? È bellissimo! Avete origini italiane? L’uomo ha detto ai miei genitori». «No, l’ho imparato a scuola», ho risposto. «Mia moglie è professoressa di francese. Abbiamo vissuto in Francia per molti anni». Dietro di lui apparve una donna, che sembrava essere sua moglie. È molto più bassa, con capelli rossi molto ben pettinati e assomigliava molto alle vecchie signore parigine. All’improvviso, la coppia comincia a parlarmi in francese, con un leggero accento italiano piuttosto affascinante. Originaria di Bari, l’anziana signora mi ha raccontato dei vent’anni trascorsi a studiare e insegnare a Parigi. A Parigi aveva conosciuto suo marito, che dopo aveva lasciato la città per raggiungerla. La storia era affascinante: sebbene fossero vicini di casa a Bari, si erano innamorati l’uno dell’altra solo dopo essersi incontrati a Parigi. Ormai in pensione, visitano le città d’Italia come amanti. Una storia d’amore all’interno della mia. Roma è diventata la mia storia d’amore quest’estate. È diventata parte della mia storia, già impregnata dalla Francia e dall’Algeria. A suo modo, ha contribuito a riaccendere la fiamma che mi ha permesso di forgiare la mia identità e di unire le culture e le lingue che riecheggiano dentro di me ogni giorno, ogni secondo. (camila abdelmoula)
mondo
Marsiglia, la sentenza sui “mercanti di sonno” sette anni dopo la strage di rue D’Aubagne
(archivio disegni monitor) 5 novembre 2018. Nove di mattina. Due edifici crollano a rue D’Aubagne a Marsiglia. È il mio quartiere, la strada in cui vivo da dieci anni. Un quartiere popolare in cui ci si era abituati che le scale degli immobili fossero storte, che le crepe a muri e soffitti disegnassero ogni mese nuove geometrie. Muoiono otto persone. I loro nomi e le loro biografie ci scuotono tutti. Studenti fuori sede, giovani lavoratori, madri di famiglia. Gli otto morti sono il quartiere, un miscuglio di traiettorie umane che condividono uno stesso luogo. Oulome, comoriana, madre di sei bambini, Marie-Emmanuelle, un’artista di Grenoble, per tutte e due la vita si ferma a 55 anni. Julien, franco-peruviano ha appena compiuto 30 anni, Fabien è pittore, Taher, tunisino e Cherif, algerino, sono ospiti a casa di Rachid, che non è lì quella mattina. Sono invece insieme Simona e Pape, italiani, lei di Taranto, lui di origine senegalese. La morte di Simona, appena trentenne, forse dà un brivido in più a tutti noi italiani e italofoni venuti negli anni a vivere qui. La città dà la colpa alla pioggia. Il sindaco non va sul luogo del dramma perché sta inaugurando un salone del cioccolato, e si sa, nella vita, e nella politica, ci sono priorità. La gente si indigna. Scende in strada, protesta, si fa riempire di gas lacrimogeni da una polizia che forse per imbarazzo reagisce con troppa veemenza. Un lacrimogeno sbaglia strada e colpisce Zineb, ottant’anni, che guarda la manifestazione al quarto piano, dalla finestra. Zineb muore. Nove. Questo va e vieni di manifestazioni, di indignazione e repressione violenta durano mesi, noi, forse, riscopriamo una dimensione collettiva di abitanti attraverso il lutto. Come un segreto di Pulcinella si scopre che decine, centinaia di case sono in pericolo. La gente è espulsa, per ragioni di sicurezza, alloggiata qualche settimana in un motel all’altro capo della città e poi dimenticata. Io ho appena comprato casa, ogni mattina mi informo con la vicina che ha la madre che lavora in Comune se rischiamo anche noi. Gli espulsi mi somigliano quasi più che i morti. I bobo. Siamo noi. Tutti per strada perché lo spazio pubblico è il nostro mezzo di informazione. E per una volta nessuno guarda agli altri con compassione, nessuno osserva con un piglio da antropologo la miseria altrui. Popolo in fondo lo si è tutti. Nella sfiga c’è posto per tutti. Nel quartiere si iniziano ad aggirare promotori immobiliari che come avvoltoi per qualche soldo ricomprano le case in cui la gente non può più entrare. Io faccio fatica a non notare con amarezza l’ironia dei supermercati: quando paghi ti propongono di dare soldi per Notre-Dame che è bruciata ad aprile: lutto nazionale. Della rue D’Aubagne e dei suoi morti, invece, ci sono i cartelli, le voci che gridano con rabbia, ma non certo molta eco tra giornali e discorso di massa. 7 luglio 2025. Sono passati quasi sette anni. Il tribunale emette la sentenza. Il sindaco è morto. Né per la pioggia, né per condizioni insalubri: era vecchio. Ma nel frattempo aveva perso le elezioni, dopo venticinque anni, anche per via dell’indignazione popolare per il dramma della rue D’Aubagne che aveva portato alla creazione della Primavera Marsigliese, un movimento popolare che aveva vinto le elezioni, per la prima volta con una donna sindaco, a dire il vero durata poco. Questo processo è sicuramente merito di un movimento che non ha smesso di rimanere attento, che non ha barattato l’indignazione e la rabbia per niente. Che si è organizzato. Nella sentenza si mette in evidenza tutto il sistema di malgoverno e quello della speculazione sulle abitazioni insalubri e popolari. Si dà finalmente una faccia ai marchands de sommeil, letteralmente “mercanti di sonno”, che di poetico hanno solo il nome. Si scopre che sono avvocati, società rispettabili, funzionari in doppio petto. A ricevere una condanna persino Ruas, vicesindaco e delegato agli alloggi insalubri della città. Il giudice lascia intuire che solo la morte ha salvato il vecchio sindaco da essere definito il vero capomafia di tutto l’inghippo. Eppure, le condanne sono nel peggiore dei casi un anno di braccialetto elettronico a bordo piscina. Per lo più sono pene di sursis, cioè stai attento, se lo rifai rischi grosso… Le multe poco più che per un divieto di sosta. La vita di Simona vale ottantamila, le persone che hanno perso casa, dopo aver dimostrato che avevano subito un danno psicologico maggiore, possono, forse, ottenere otto o novemila. Chi non aveva un contratto d’affitto in regola come potrà dimostrare che viveva lì? Si esce tutti dalla sala. Un processo importante. Necessario. Una lente d’ingrandimento sul giochino della mafia che ha scoperto che con più sabbia e meno cemento si gioca al lascia o raddoppia e soprattutto che la miseria e la precarietà sono un ottimo supermercato. Eppure si esce sgomenti. Si sono sentite cose tremende e letti messaggi sconcertanti degli imputati. Parole che trasudano un disprezzo per l’umano che sembra quasi grottesco. La distanza tra le frasi perentorie del giudice che li dichiara colpevoli di lunghe liste di atti vergognosi e le condanne quasi simboliche. Un meccanismo malsano è stato messo a nudo dal lavoro infaticabile dei superstiti. La città aveva sei milioni per gestire le case insalubri. Ne ha spesi solo trecentomila. Ma quel menefreghismo li assolve dal delitto di corruzione. In tutte quelle case gli abitanti avevano da tempo dato l’allarme. Un tecnico li aveva rassicurati il giorno prima del dramma. Partiva per la Grecia il giorno dopo. È dichiarato colpevole di negligenza, ma non di averne approfittato: la vacanza era prevista da tempo. Quando i colpevoli escono, la folla grida un qualche  indignato “assassini”. Nelle manifestazioni le urla erano molto più forti, qui lo si grida con voce rotta. Un avvocato, peraltro della difesa della parte civile, ci rimprovera dall’alto della sua consapevolezza del bene e del male. «Vergognatevi, non hanno mica pugnalato qualcuno. Siate grati, senza di noi non avreste mai avuto giustizia», ci insegna. Immagino Simona, Julien, Taher, Marie Emmanuel, Cherif, Pape, Ouolume, Fabien. La sentenza ha detto che non hanno avuto paura. Che non c’è stata agonia. La morte è arrivata improvvisa e per questo il rimborso vale meno. Quanto fa male una pugnalata? Quanto ci serve questa giustizia edulcorata? (manuel maria perrone)
mondo
Ballare sul genocidio. Musica, boicottaggio e grandi festival internazionali
(archivio disegni napolimonitor) “Stai dando a un’organizzazione il permesso implicito di essere complice del genocidio in Palestina, per poi fare donazioni a chi riesce a sopravvivere. Non ha davvero alcun senso ed è profondamente ipocrita. Hai potere nell’industria e potresti usare il tuo privilegio con intelligenza. Stai facendo una stronzata!”. “Hai passato così tanto tempo a suonare in Israele e il pubblico ti ha dato tutto il supporto e il rispetto di cui avevi bisogno. È triste e deludente vedere che non dici una parola sugli ostaggi israeliani o sulle persone innocenti uccise al festival musicale Nova. Vergognati!”. “Ecco un artista con le palle! Finalmente!”. Alla fine di maggio 2025, questi tre commenti dai toni decisamente divergenti sono apparsi sotto lo stesso post Instagram. E non sono stati gli unici. In poche ore, il comunicato di Dixon, nome di punta della scena techno e house berlinese, di commenti ne ha raccolti oltre tremila. Il post, molto atteso dai fan e dalla comunità EDM in generale, riguardava la sua partecipazione al Field Day, festival elettronico previsto per il 4 giugno a Brockwell Park, Londra, dove sarebbe stato uno degli headliner insieme a Peggy Gou. In quei giorni il Field Day era sulla bocca di tutti. Una lettera aperta firmata da duecentotrenta artisti – tra cui Ben Ufo, Brian Eno e Robert del Naja – aveva chiesto una presa di posizione forte da parte del festival contro il genocidio in Palestina e l’aderenza alle linee guida del BDS. La mancata risposta del Field Day, diventata poi tardiva, e, secondo molti, rimasta insufficiente, aveva convinto diversi artisti a passare all’azione. Nelle tre settimane precedenti al festival la line up del Field Day si era letteralmente dimezzata, con oltre venti artisti che hanno scelto di ritirarsi. Proprio mentre le cancellazioni iniziavano a prendere piede, Dixon ha pubblicato un post per confermare il proprio set, annunciando che avrebbe devoluto interamente il proprio cachet a un’organizzazione umanitaria attiva nella Striscia di Gaza. La scelta di Dixon ha scontentato molti, e per ragioni evidentemente opposte. Alla fine, pur decimato nella line up, il festival si è svolto regolarmente. Ma qual era il problema del Field Day? Dopo una quindicina di edizioni in crescita, nel 2023 Field Day è passato sotto la proprietà di Superstruct Entertainment, una società britannica attiva nella produzione di festival musicali diventata in pochi anni un gigante del settore. Dalla sua fondazione nel 2017, Superstruct ha condotto un’aggressiva campagna di acquisizione, inglobando oltre ottantacinque cosiddetti macrofestival, tra cui Szieget (Ungheria), Mighty Hoopla (UK), Parookaville (Germania), Øyafestivalen (Norvegia), Hideout (Croazia), Flow Festival (Finalndia), Zwarte Cross (Olanda) e dozzine di altri. Insomma, che siate animali da festival o semplicemente avete viaggiato per ascoltare dal vivo i vostri artisti preferiti negli ultimi anni, è molto probabile che abbiate fatto tappa anche voi a un evento targato Superstruct. Il passaggio non è stato traumatico come ci si potrebbe aspettare. Nella maggior parte dei casi, l’acquisizione ha riguardato non solo il marchio e le licenze, ma anche l’intero team di produzione dietro i singoli festival, assicurando continuità alle scelte artistiche e consolidando il lavoro fatto negli anni con una generosa iniezione di capitale. La campagna acquisti di Superstruct si è fatta più serrata nel post-pandemia, quando molti festival di successo erano sull’orlo della bancarotta. In quel periodo, il passaggio a una compagnia con grosse disponibilità finanziarie è stato visto da molti addetti ai lavori come un’ancora di salvezza – o una strada obbligata – per un comparto devastato da due anni di cancellazioni, incertezze e contributi statali insufficenti. Insomma, fin qui niente di nuovo. It’s capitalism, baby. I problemi veri iniziano nel giugno 2024, quando Superstruct Entertainment viene comprata per 1.7 miliardi di dollari da Providence Equity Partners L.L.C., a sua volta parte di Kohlberg Kravis Roberts & Co – meglio noto come KKR, dai nomi dei tre fondatori. KKR è un fondo fiduciario a stelle e strisce con cinquemila dipendenti, sedi in una ventina di paesi e un portafoglio di investimenti stimato poco sopra i settecento miliardi di dollari. Come è lecito aspettarsi, un fondo di questo tipo non è un esempio di finanza etica. KKR investe letteralmente in tutto il pianeta e in qualunque cosa possa generare profitti: telecomunicazioni e sanità, energie rinnovabili e sviluppo software, raccolta differenziata e costruzioni. E anche nella pulizia etnica. In Israele, KKR detiene quote di società operanti nel settore della cybersicurezza, dell’elaborazione dati e della produzione di armi. È anche azionista di maggioranza in una cordata di compagnie che offrono e pubblicizzano investimenti immobiliari nei territori occupati. Il corto circuito è servito: un comparto che lavora offrendo esperienze culturali e ricreative orientate (almeno sulla carta) alla promozione della diversità, della tolleranza e della pacifica convivenza si ritrova dalla sera alla mattina tra gli asset di un conglomerato che letteralmente investe nel genocidio. Come in un gioco di matrioske, nella più piccola c’è il tuo dj preferito – ma la più grande è sporca di sangue. Dopo il Field Day, l’attenzione si è concentrata sulla Spagna. Qui il dibattito è cresciuto per diversi motivi. In primo luogo, Superstruct in Spagna ha fatto man bassa, acquisendo oltre venti dei festival più amati, tra cui Sónar, Viña Rock, Resurrection Fest, Monegros, Arenal Sound e FIB. In secondo luogo, il sostegno alla causa palestinese nel paese è forte e trasversale, e include (almeno in parte) anche il governo in carica. Infine, i festival in questione non hanno solo un notevole peso economico, ma sono parte integrante dell’identità di un paese che nel giro di trent’anni ha visto crescere la produzione culturale, la qualità della vita e i diritti civili – seppur con tutte le contraddizioni del caso; e che dalla sera alla mattina si ritrova alle dipendenze di un fondo che fa profitti col genocidio. Il primo a finire sotto i riflettori è stato il Sónar, festival simbolo di Barcellona e riferimento europeo per gli appassionati di musica elettronica. Poche settimane prima dell’inizio, una lettera aperta firmata da ottanta artisti ha chiesto al festival di aderire alle raccomandazioni del PACBI (The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel), una delle entità al cuore del movimento BDS. Le richieste avanzate dal PACBI nei confronti del Sónar riguardavano inizialmente solo gli accordi di sponsorizzazione con McDonald’s e Coca Cola. Dopo un po’ di tentennamenti Sónar ha mollato gli sponsor, e PACBI ha rilanciato con la richiesta di una formale presa di distanza dagli investimenti di KKR e aderenza alle linee guida del BDS in termini di politica culturale. Come già il Field Day, Sónar ha preso tempo, probabilmente sperando che la polemica sfumasse. Alla fine, una tardiva presa di distanza c’è stata, assieme a dei chiarimenti circa la destinazione dei profitti. Nel mentre, circa cinquanta artisti hanno cancellato la propria esibizione. Sónar è comunque riuscito ad assorbire il colpo – per usare un eufemismo – segnando un record di 161 mila presenze tra il 18 e il 20 giugno. I biglietti per l’edizione 2026 sono già in vendita. In attesa che il calendario porti un altro festival sotto i riflettori (mentre questo pezzo viene ultimato stanno iniziando le cancellazioni per il Monegros) ci sembra il caso di prendere spunto dalla vicenda per provare a buttare giù delle considerazioni di carattere più generale sul rapporto tra forme di protesta dal basso, politiche culturali e il funzionamento dell’industria musicale nel post-pandemia. Iniziamo col dire che il boicottaggio spontaneo e diffuso a opera di artisti e pubblico dei festival targati KKR è sicuramente un’ottima notizia – per più di una ragione. Non solo testimonia la sempre più trasversale condanna delle politiche dello stato d’Israele, ma contribuisce a mantenere alta l’attenzione mentre Gaza scivola via dalle prime pagine dei giornali a causa del moltiplicarsi delle tensioni internazionali. Inoltre, cosa forse ancora più importante, segnala la diffusione di una serie di soglie etiche che tanta gente non è più disposta a superare e che riguardano la propria connivenza, anche involontaria, con il genocidio in corso. La pressione sui social costringe gli artisti a prendere posizione, e di conseguenza i festival, che devono dare conto delle assenze nella line up anche agli spettatori meno informati. Ci sono però altri fattori da considerare se si vuole sperare che questa campagna spontanea possa diventare qualcosa di più, e magari forgiare alleanze più ampie. In primo luogo è bene ricordare che un boicottaggio, per essere efficace, deve dotarsi di coordinamento, obiettivi chiari e una strategia per raggiungerli. Per esempio, le linee guida ufficiali del BDS identificano gli eventi o i prodotti culturali da boicottare in quelli che ricevono finanziamenti diretti o indiretti da governo o istituzioni israeliane, ne alimentano la propaganda, o normalizzano l’occupazione. Le stesse linee guida sono inoltre esplicite nell’indicare che il boicottaggio deve essere il più possibile mirato e avanzare richieste specifiche, che di solito consistono nella cancellazione di un accordo di collaborazione, sponsorizzazione o partecipazione. E questo non è esattamente il caso dei festival in questione, dove artisti e pubblico al momento procedono in ordine sparso, e dove il legame con l’occupazione è obliquo e, in molti casi, decisamente sgradito. In Spagna, assieme al dibattito è montato anche il disagio di chi si è trovato, suo malgrado, nell’occhio del ciclone. Il legame tra i singoli festival e KKR non è diretto, ma frutto di una catena di operazioni finanziarie che avvengono senza il coinvolgimento né il consenso dei diretti interessati. Macchine complesse come Sónar o Monegros impiegano migliaia di persone tra produzione, direzione, comparto tecnico e logistico, oltre agli artisti che – non dimentichiamolo – sono anch’essi lavoratori. Parlando con diverse di queste figure, i sentimenti più diffusi sono sconforto e senso di impotenza. Il fatto che larga parte del dibattito si svolga sui social con modalità che oscillano tra callout e shitstorm contribuisce ad aumentare la frustrazione di chi, da un giorno all’altro, si è ritrovato suo malgrado dalla parte sbagliata della storia. Tra quelli che soffrono la contraddizione ma non riescono a partecipare direttamente al boicottaggio ci sono molti lavoratori che non hanno la possibilità economica di rifiutare ingaggi. Per gli artisti di piccolo e medio calibro pesano le penali previste per le cancellazioni e il rapporto con le proprie agenzie. Tra gli artisti maggiori, che sicuramente avrebbero la possibilità economica di cancellare, molti fanno riferimento a una rete di relazioni personali che li legano a determinate organizzazioni attraverso traiettorie condivise negli anni. Per le persone che hanno fondato e diretto questi festival, ora legate a Superstruct da contratti pluriennali, l’unica via d’uscita sarebbe rassegnare le dimissioni, pagare importanti penali e vedere il lavoro di anni andare alle ortiche o passare nelle mani di qualcuno che la contraddizione non la sente neanche. Sono scelte non impossibili ma sicuramente non prive di conseguenze, che sarebbe più facile sostenere collettivamente avendo chiaro il risultato che si vuole ottenere. In assenza di coordinamento e obiettivi tangibili sembra però difficile segnare un punto che vada al di là di quanto già elencato. Se affondare il singolo festival è difficile, come dimostrano il Field Day e il Sónar, colpirne dozzine è praticamente impossibile. E anche se lo fosse, cosa si otterrebbe sul lungo termine? Superstruct è poca roba per KKR, la cui penetrazione nel tessuto economico rende inoltre difficile, se non impossibile, tenersene del tutto alla larga. In Spagna, per esempio, il fondo ha partecipazioni importanti nella prima compagnia telefonica del paese, MasMovil, nella catena di ristoranti Telepizza, nel parco divertimenti Port Aventura, e in decine di altre società. Nel Regno Unito, lo scorso anno è stato a un soffio dall’acquisire Thames Water, la società idrica di Londra. E via così in decine di altri paesi. In altre parole, l’eventuale collasso di Superstruct non sarebbe un grosso colpo per KKR, mentre disporre delle macerie potrebbe essere un compito titanico per il comparto musicale europeo. E allora, che fare? Quello che tanti artisti, fan e lavoratori solidali stanno manifestando nel modo che riescono a permettersi (boicottaggi, comunicati, cancellazioni, devoluzioni del cachet in beneficenza, denunce dal palco, rinuncia al lavoro, e chi più ne ha più ne metta) è l’espressione di un disagio profondo a cui si cerca di trovare una soluzione individuale. E se fosse invece proprio questo disagio – nella sua dimensione collettiva – il dato da cui ripartire per provare a ribaltare il tavolo? Il problema della presenza tossica di KKR non dovrebbe essere un affare del singolo festival, artista o spettatore. È invece un problema strutturale del settore culturale spagnolo e, per alcuni versi, europeo. Come tale, non può essere affrontato solo con scelte e sacrifici individuali, senz’altro ammirevoli, che hanno l’effetto di risolvere il malessere dei singoli senza tuttavia riuscire a intaccare lo stato delle cose. Il disagio, lo sconforto e la frustrazione andrebbero invece coltivati, condivisi, formalizzati e sbattuti sul tavolo con tutto il loro peso. Pensiamo a una piattaforma o una lettera aperta che coinvolga tutte le organizzazioni, gli artisti, i lavoratori, e la comunità degli spettatori e chiami in causa il governo e la società civile. Non per offrire soluzioni che sarebbero necessariamente parziali, ma precisamente per ingigantire la questione a tutti i livelli e farla diventare un problema condiviso. Qualcosa del tipo: “Hey, abbiamo questo grosso problema – così grosso che non è più solo nostro, ma anche vostro. Qualche idea per venirne fuori insieme?”. L’onere della prima mossa in questo senso spetta senz’altro ai festival, che nella maggior parte dei casi hanno gestito la situazione in maniera pasticciata e debole. Comunicati generici e poco efficaci, evidentemente affidati a uffici stampa non avvezzi a gestire questo tipo di questioni, non hanno fatto che peggiorare la situazione. Invece di arroccarsi su posizioni difensive o tentare di salvare il salvabile, i festival dovrebbero invece giocare in attacco, canalizzando il malessere che accomuna tutte la parti coinvolte per provare a rispedirlo al mittente. Ci sono già stati alcuni segnali di apertura in questa direzione. Il ministro spagnolo della cultura Ernest Urtasun ha affermato a maggio che “KKR non è il benvenuto in Spagna” esprimendo “preoccupazione” per la sua penetrazione nel settore della cultura. L’amministrazione di Rivas Vaciamadrid ha rescisso l’accordo con Sharemusic!, altra partecipata di KKR che organizza festival musicali, a partire dal prossimo anno. La creazione di una piattaforma comune potrebbe non solo amplificare ulteriormente le ragioni della protesta, ma anche incentivare il supporto istituzionale e, sul lungo termine, attivare la creazione di protocolli automatici di controllo o di una legislazione specifica che regoli gli investimenti nel settore della cultura. Infine, la situazione dovrebbe servire da monito per una riflessione più ampia sulla direzione della musica dal vivo. Il dogma della crescita a tutti costi negli ultimi venti anni ha avuto un impatto particolarmente forte sulla scena della musica elettronica, riconfezionandone le spinte più anti-normative in favore di un pubblico generalista. Ma prima o poi arriva il conto da  pagare. Oltre una certa soglia, i numeri iniziano a diventare appetibili proprio in quanto numeri, e non per quello che c’è dietro: cultura, sperimentazione, comunità. I grandi festival possono sembrare delle navi da guerra nello specchio d’acqua della musica dal vivo, ma nell’oceano del grande capitalismo finanziario sono poco più che zattere in balia delle onde – e dei pescecani. Voci in disaccordo con la logica dei macro-festival iniziavano a farsi sentire anche prima dell’arrivo di KKR, per motivi che vanno dall’appiattimento dell’esperienza all’impatto ambientale insostenibile. Ma se i dischi non si vendono più, lo streaming paga quasi zero, club e locali chiudono e i piccoli festival indipendenti soffrono l’aumento dei costi e della burocrazia, il peso dei grandi eventi nell’economia del settore cresce in modo esponenziale, fino a diventare irrinunciabile. È tempo, insomma, di ripensare il modo in cui la musica dal vivo si produce, si consuma e si performa. (brian d’aquino) 
mondo
Mario Paciolla, il tribunale archivia il caso ma la famiglia continua a lottare
(foto di archivio famiglia paciolla) Il 30 giugno scorso il tribunale di Roma ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta per la morte di Mario Paciolla, cooperante italiano dell’Onu trovato morto nel 2020 nella sua casa di San Vicente del Caguan, in Colombia. L’ipotesi del suicidio, sostenuta dalle autorità colombiane, è stata fortemente messa in discussione da diverse inchieste giornalistiche internazionali e dalla caparbietà nel chiedere giustizia dei genitori di Paciolla, supportati da un comitato nato dopo la sua morte. La procura di Roma ha invece ritenuto che non ci fossero elementi per aprire un nuovo procedimento e ha chiesto pertanto l’archiviazione, ora accordata dal tribunale. Al momento della sua morte Paciolla aveva trentatré anni e si trovava in missione in Colombia per conto delle Nazioni Unite, verificando l’applicazione dell’accordo di pace del 2016 tra le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) e il governo colombiano. Già una prima volta la procura romana aveva chiesto l’archiviazione del caso, richiesta respinta dal giudice per le indagini preliminari che aveva argomentato la sua decisione con una dettagliata ordinanza di settanta pagine, dalla quale emergevano le incongruenze e le lacune delle indagini: tra le altre, rimangono tuttora irrisolte la questione relativa alla “bonifica” fatta nell’appartamento in cui abitava Paciolla, nel quale non è stata rintracciata alcuna impronta digitale, e il ruolo rivestito nella vicenda da Christian Thompson, responsabile della sicurezza per la missione a cui partecipava il cooperante italiano, l’uomo che è arrivato prima di tutti sul luogo del delitto e che ha gestito le operazioni (qualche mese dopo la morte di Paciolla, Thompson è stato promosso a capo nazionale del Centro operazioni di sicurezza Onu a Bogotà). Oggi, 15 luglio, a cinque anni dalla morte di Paciolla, i familiari e il comitato hanno organizzato una serie di iniziative a Napoli per denunciare l’illogicità di questa decisione e chiedere giustizia per quello che, a ragion veduta, ritengono essere un omicidio. Un corteo attraverserà il centro a partire dalle 18:00, da piazza Municipio fino a piazza Dante; dopo, al parco Ventaglieri, verrà proiettata una video inchiesta sul caso realizzata dal quotidiano online Fanpage; infine, interventi al microfono di solidali, artisti e musicisti a supporto del comitato. (redazione)
mondo
Porto, tra scomparsa delle case e speculazione immobiliare. Un tentativo di resistenza
(disegno di escif) Il Largo do doutor Pedro Vitorino si trova nel centro di Porto. Nei pressi c’è un piccolo spiazzo panoramico, il Miradouro da Vitoria, da cui si possono vedere il fiume Douro e il ponte Luiz I, che unisce Porto con Vila nova de Gaia, città di oltre trecentomila abitanti che si estende a sud del fiume. Nel complesso i due comuni, situati nel nord nel Portogallo, superano i cinquecentomila abitanti, costituendo la seconda area urbana del paese dopo la capitale Lisbona. Dall’altra parte del Douro si vedono le sedi di alcune aziende produttrici del famoso vino locale, il Porto, mentre una funivia collega la riva del fiume con il parco chiamato Jardim do Morro. In mezzo alle case e agli edifici del centro, da entrambi i lati del fiume, si vedono diverse gru per costruzioni. Nelle sue zone centrali – come quella intorno alla stazione della metro Aliados, dove ha sede il Comune, e alla stazione ferroviaria di São Bento – Porto è piena di turisti. È forse scontato dire che il turismo sta cambiando la città, ma quello che altrove è ormai un fenomeno affermato qui sembra avere ancora margine di crescita. Sia in centro che in periferia si vedono diversi edifici fatiscenti: in più occasioni si possono notare piani interni crollati e solo la facciata in piedi, con poche travi all’interno. Come in rua Conde de Vizela, a due passi dalle aree più interessate dalla presenza turistica, dove un edificio in queste condizioni è affiancato da locali alla moda e da altri palazzi ristrutturati di recente. L’immobile, come molti altre nelle stesse condizioni, è in vendita. Basta passeggiare per le strade della città per rendersi conto che la questione abitativa a Porto è diventata di primaria importanza: nel centro sono affissi tanti manifesti di Habitação hoje, un’organizzazione politica nata nel 2021 che si occupa della difesa del diritto all’abitare. «Habitação hoje ha avuto da subito l’idea di aggregare una forza collettiva per provare a cambiare le cose. Facciamo il possibile per ritardare gli sfratti: in Portogallo la legge tutela i proprietari e quindi evitarli è quasi impossibile. Possiamo però allungare i tempi della procedura», afferma R. Il gruppo fornisce assistenza legale e promuove due volte al mese delle assemblee per chi si trova in condizione di fragilità o in emergenza abitativa. «Negli ultimi anni con il sindaco Rui Rio (in carica dal 2002 al 2013, ndr) e poi con l’attuale Rui Moreira (già al terzo mandato) la città si è trasformata in una sorta di parco giochi per immobiliaristi: si è progressivamente costruita l’immagine di una Porto accogliente per i turisti e questo ha sconvolto la vita di chi abita qui», ci dice ancora R. Una delle date fondamentali per ricostruire questo processo è il 1996, anno in cui il centro di Porto è entrato a far parte della lista dei siti “patrimonio dell’umanità” dell’Unesco. Oggi in quest’area sono frequenti i cartelli che ricordano il riconoscimento. Nel 2001, la città, allora amministrata dal sindaco Nuno Cardoso, è stata capitale europea della cultura. Oggi si possono vedere diversi interventi urbanistici risalenti a quel periodo, come la Casa della musica nel quartiere Boavista, sulla direttrice che dal centro porta verso occidente e quindi verso l’oceano. «Quello è stato un momento decisivo per la città – ci dice R. – anche perché Porto è entrata a far parte delle destinazioni della compagnia Ryanair e sono state approvate alcune leggi che favoriscono gli affitti brevi. Questi interventi si sono sommati a un percorso legislativo che negli anni Novanta aveva già indebolito le tutele verso gli affittuari». Negli ultimi venti anni anche la zona orientale della città ha subito profondi cambiamenti. Nel 2004 il Portogallo ha ospitato i campionati europei di calcio, che hanno portato alla costruzione di un nuovo stadio (il Do Dragão: “Del drago”) poi utilizzato dal Porto, la squadra di calcio locale. Accanto allo stadio si trovano un grande centro commerciale e diversi edifici a uso residenziale. Nella stessa zona, appena più verso il centro, c’è la stazione intermodale di Campanhã, in cui una recente stazione per i bus si affianca a una stazione dei treni che ora è diventata la principale di Porto. Su quest’area l’amministrazione di Rui Moreira sta investendo molto. In una conferenza stampa del 25 marzo scorso Pedro Baganha, il responsabile della giunta Moreira dell’assessorato all’urbanistica, si è detto soddisfatto di come stanno procedendo i lavori nella zona, sottolineando un aumento delle abitazioni disponibili e degli hotel, prima “praticamente inesistenti”. Prendiamo queste informazioni da Porto.pt, il portale di informazione gestito e promosso dal Comune, che è ben presente in città, soprattutto nelle metropolitane e in alcune piazze. «Il problema della gestione delle informazioni a Porto è cruciale: – aggiunge R. –  Porto.pt non dà notizie false, ma dice solo quello che fa comodo alla giunta comunale. Per esempio, tempo fa rispetto a un caso di persone in emergenza abitativa il portale ha annunciato che per loro era stata subito trovata una soluzione alternativa, senza però specificare che questa sarebbe durata appena qualche giorno». Per quanto riguarda l’aumento di case disponibili a Campanhã di cui parla Baganha, viene naturale chiedersi chi potranno esserne gli abitanti. Mentre il Comune rivendica di aver messo in piedi quella che è stata chiamata Strategia locale per l’abitazione (Estratégia local de Habitação), Habitação hoje fa notare che molte delle persone più in difficoltà, come le donne sole ultrasessantenni, finiscono per non poter accedere alle case presentate come “accessibili”. «Vengono affittate a un prezzo che è di poco inferiore a quello di mercato. Inoltre la quota che verrebbe “sottratta” al proprietario, impossibilitato a venderla al prezzo corrente, viene comunque data dal Comune che garantisce così la rendita. Ciò determina che chi partecipa all’assegnazione di queste case non avrebbe bisogno di un sostegno istituzionale, mentre chi si trova in difficoltà viene escluso e deve trovare altre soluzioni, se ci sono. Sono soprattutto le donne a rivolgersi ad Habitação hoje, in particolare quelle con più di sessantacinque anni, con pochi contributi versati e senza lavori stabili. Inoltre, il Comune non ha una vera e propria struttura che possa sostenere chi perde la casa: a quel punto queste persone possono solo contare sul sostegno di familiari e amici. Esistono dei rifugi notturni in città, ma sono abbastanza problematici e non riescono a far fronte a tutte le richieste. Di conseguenza diverse persone finiscono per strada», ci fa notare ancora R. Allo stesso tempo, il Portogallo negli ultimi anni si è dato da fare per attirare fasce di popolazione con una buona capacità di spesa, come i pensionati di altri paesi europei e cittadini di paesi esterni all’Unione Europea che, tramite un investimento fino al 2023 ottenevano il cosiddetto visto Gold, che permette di muoversi senza problemi in tutta l’Unione. Questo fenomeno ha sottratto ulteriori case dal mercato e ha anche innalzato i prezzi di molti immobili, spesso di quel tanto che bastava per raggiungere il livello minimo dell’investimento richiesto per ottenere il visto. Tutto ciò accade nonostante l’articolo 65 della costituzione portoghese garantisca il diritto a un’abitazione degna per ogni persona, impegnando anche lo Stato a promuovere delle forme adeguate di edilizia pubblica, senza escludere iniziative private o delle comunità che sentono in prima persona il problema abitativo: in realtà le case popolari oggi coprono solo una piccola parte del patrimonio immobiliare del paese e alcune esperienze innovatrici nate dopo il crollo della dittatura del cosiddetto Estado Novo, avvenuto il 25 aprile 1974 dopo quarantuno anni di regime, sono state riassorbite nel giro di pochi anni. Il riferimento è a quanto avvenuto durante il cosiddetto Prec (Proceso revolucionário em curso), cioè il tentativo di indirizzare la giovane repubblica portoghese verso una forma di socialismo. «L’esperienza di alcune cooperative ha garantito delle case a basso costo a diverse persone, ma alle condizioni attuali è molto difficile ripetere qualcosa di simile», ci spiega ancora R. Prima di lasciare la città diamo un’ultima occhiata al Douro dal Passeio das Virtudes, un piccolo parco in centro che offre una bellissimo panorama sul corso finale del fiume e sulle zone di Porto che si estendono fino all’Oceano Atlantico. Ripensiamo a quanto visto nei giorni precedenti. Ci sembra che la città stia subendo la sorte di tanti altri luoghi nel mondo: una grande potenzialità in termini di spazi disponibili si trasforma in una preda ghiotta per chi nel mercato immobiliare e nel turismo, con l’aiuto decisivo delle istituzioni, ha trovato uno strumento per realizzare forti profitti in breve tempo, facendo aumentare i costi della vita di chi abita in città. Rimane però anche l’impressione che, per chi vive problemi comuni, riconoscersi e organizzarsi sia il primo passo per trovare soluzioni collettive, soprattutto quando le istituzioni hanno altre priorità. (alessandro stoppoloni)
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“A Silivri fa freddo”. Violazioni dei diritti umani nei Cpr della Turchia
(disegno di martina di gennaro) Può accadere che trovandosi a Istanbul e dicendo che ti stai recando in uno dei suoi distretti, a Silivri, qualcuno ti risponderà che “a Silivri fa freddo”. Anche se è estate inoltrata e ci sono trentacinque gradi. Situata sulla sponda europea della provincia di Istanbul, antico villaggio di pescatori, dal 2008 ospita la più grande prigione europea con una capienza di 11 mila persone e ne detiene attualmente circa 22 mila, tra cui una buona parte di prigionieri politici detenuti in un regime di carcere duro noto come prigione di tipo F. È da questa grigia superficie, che si estende su 955.354 metri quadrati, che proviene l’aria gelida di Silivri. All’interno dello stesso comune, a circa venti chilometri di distanza, sorge un’altra struttura detentiva, meno rinomata, il Centro di permanenza per il rimpatrio femminile di Selimpaşa, uno dei trenta Cpr costruiti in Turchia in seguito agli ingenti finanziamenti che dal 2015 vengono stanziati dall’Unione europea all’interno di progetti per il supporto di “pace e stabilità” (IcPS) con l’intento di contenere e controllare i migranti verso l’Europa da Siria, Iran, Iraq e Afghanistan. In un comunicato stampa in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il partito Dem (partito dell’uguaglianza e della democrazia tra i popoli) afferma che i Cpr “sono luoghi costruiti appositamente per torture e maltrattamenti” e che “l’accordo con l’Unione europea è di per sé un crimine”. Sono numerosi gli immigrati a essere arrestati e trattenuti arbitrariamente in questi centri e rispediti illegalmente nei paesi di provenienza, anche in seguito a richiesta di asilo, attraverso l’ottenimento delle loro firme di rimpatrio volontario, sottratte utilizzando tecniche ingannevoli o violenza psicologica e fisica. Il numero di arresti si è intensificato notevolmente dopo le ultime elezioni presidenziali, con l’aumento di controlli capillari supportati da camionette predisposte esclusivamente alla detenzione degli immigrati. Nel giugno 2024 il ministro dell’interno Ali Yerlikaya ha dichiarato compiaciuto che “nell’ultimo anno si è raggiunto il numero record di 141.187 espulsioni di stranieri irregolari”. Fuori al Cpr di Selimpaşa, ogni mercoledì, una fitta folla aspetta in fila per registrare le impronte digitali su un veicolo sul quale compaiono, congiunte, la bandiera turca insieme a quella dell’Unione Europea. Per chi è riuscito a uscire e si trova sotto sorveglianza amministrativa con obbligo di firma in attesa di processo, l’incremento dei detenuti è stato tangibile: “Una volta al mese veniamo a firmare – dice una donna in fila –, se prima si aspettava non più di mezz’ora, dalla metà del 2023 la gente che è entrata qui è aumentata e si sta in fila in piedi anche per quattro ore sotto il sole e le intemperie; ci sono donne incinte e bambini piccoli, se ci si lamenta e ci si siede in un angolo fuori dalla fila i gendarmi richiamano all’ordine e minacciano di rimetterci dentro. Se sono stranieri, minacciano anche i nostri accompagnatori”. Alcune attiviste arrestate in seguito al corteo del 25 novembre (giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere) descrivono lo spazio detentivo come insufficiente e malsano: “La struttura si compone di tre piani riservati alle sezioni. In ognuna di esse, appena superate le sbarre, si è subito catapultati nello stretto corridoio affollato da materassi, ai cui lati si aprono sette stanze fornite di letti. La più grande ne conteneva sei. I bagni utilizzabili nella nostra sezione erano tre. Le docce due, di cui una ricavata da un precedente bagno alla turca riempito grossolanamente con qualcosa di simile allo stucco per chiudere l’orinatoio. Abbiamo provato a contare le donne detenute al terzo piano e crediamo raggiungessero circa il centinaio al nostro ultimo giorno di detenzione. Riscontriamo più persone che entrano rispetto a quelle che escono ed è molto probabile che una buona parte di chi è uscito sia stata in realtà trasferita in altri centri; accade spesso che ti dicano che verrai liberato, ma in realtà ti trasferiscono in Cpr più lontani dal luogo di residenza, a Gaziantep, Şanlıurfa e Erzurum, più vicini ai confini con Siria, Afghanistan e Iran, rallentando cosi le procedure legali per le scarcerazioni e agevolando la procedura di rimpatrio ‘volontario’ in piena violazione del principio di non-refoulement sancito dalla Convenzione di Ginevra. È raro che il trasferimento venga notificato, dal momento che sono frequenti i casi in cui avvocati e famiglie ne sono venuti a conoscenza a deportazione avvenuta. La comunicazione con l’esterno è assai limitata: hai a disposizione dieci minuti due giorni a settimana, dalle 16 alle 20 circa, ma gli orari vengono decisi arbitrariamente dalla guardia di turno. Il tempo non era mai sufficiente per le chiamate di tutte e inoltre, se non hai a disposizione il denaro contante per ricaricare la scheda telefonica non hai possibilità di comunicazione, così come di accedere ai beni di prima necessità venduti allo spaccio del centro a prezzi che superano quelli del mercato fuori. “È negato il diritto alla salute, è ostruito l’accesso a qualsiasi tipo di farmaco proveniente dall’esterno e l’unica cura possibile a qualsiasi tipo di male fornita dal centro è una pillola di ‘antibiotico’ del quale non conosciamo il principio attivo, consegnata direttamente sul palmo della mano, priva del suo blister. Jana, una giovane donna sudamericana [nome e provenienza di fantasia], che riportava una ferita sull’arco palmare suturata con dei punti metallici per spillatrice, svigorita dalla permanenza in quel luogo firmò per il rimpatrio. Per legge, la Direzione provinciale per la gestione delle migrazioni dovrebbe finanziarne i costi, ma fu costretta a chiedere un prestito a qualcuno oltreoceano per acquistare un biglietto aereo. Il giorno del volo partì in direzione aeroporto con la camionetta guidata dai gendarmi. Non sappiamo esattamente cosa accadde ma la riportarono indietro dopo qualche ora. Ci dirigemmo verso di lei non appena oltrepassò le sbarre: il suo sguardo era orientato in una direzione che non era la nostra e quella di nessun altro lì dentro, non rispondeva a nessuno stimolo. Si accostò a uno dei materassi posizionati ai lati del corridoio per sdraiarsi e ci rimase come se fosse morta per i due giorni successivi. Dopodiché siamo uscite e non abbiamo saputo più niente di Jana, non ci ha mai richiamate al recapito che le avevamo lasciato”. In seguito agli arresti arbitrari di cinque persone straniere – tra cui anche di provenienza europea – avvenuti durante il ventunesimo Pride di Istanbul (2023), un’associazione di avvocati volontari ha denunciato le condizioni di detenzione in questi centri, i trattamenti inumani e degradanti, la mancanza di accesso a cure mediche adeguate, alla ventilazione, la scarsa igiene (GGM’lerde Neler Oluyor?). Uno degli attivisti arrestati riportava una ferita alla gamba che non è mai stata curata adeguatamente in un luogo sterile. È stato reso noto il limitato accesso alla protezione internazionale e il contenimento arbitrario della comunicazione con i propri clienti. Nell’autunno 2024 alcune studentesse e attiviste palestinesi dell’organizzazione Filistin için bin genç sono state arrestate (anche con raid domestici a seguito di perquisizioni a casa), trattenute in custodia cautelare per diciotto ore senza possibilità di soddisfare i propri bisogni primari e trasferite nel Cpr di Selimpaşa al cui ingresso, segnala l’organizzazione, è stato strappato loro l’hijab. L’accusa illegittima è di vilipendio al presidente e violazione dei termini della legge n. 2911, entrata in vigore dopo il golpe militare del 1980, che limita il diritto di riunione e manifestazione, per aver esposto all’interno della campagna “Stop fueling genocide” gli accordi commerciali turchi con Israele e la compagnia energetica azera Socar. Da Ceyhan, a sud della Turchia, viene spedito infatti il petrolio azero fino al porto di Ashkelon, circa il trenta per cento del petrolio importato dall’entità israeliana. Attribuendo in aggiunta vaghe accuse come il rappresentare una “minaccia per l’ordine pubblico” questi centri diventano anche il luogo per silenziare studenti non cittadini, migranti e tutte le persone in movimento che denunciano apertamente il razzismo, lo sfruttamento, la violenza patriarcale e le politiche governative. (dalila procopio)
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Spagna, i movimenti per la casa in piazza e l’intervento del governo sugli affitti brevi
Fotogalleria di Victor Serri Questa mattina il parlamento catalano ha finalmente approvato la regolamentazione degli affitti brevi turistici, dopo anni di pressioni da parte dei movimenti per la casa, e dopo le grandi manifestazioni in tutto lo stato spagnolo di sabato scorso. Oltre centomila persone, secondo gli organizzatori (poco più di ventimila per la polizia municipale), hanno sfilato a Barcellona per esigere la riduzione degli affitti, mentre un’altra manifestazione avveniva nello stesso momento a Madrid e in altre quaranta città dello stato spagnolo. La grande mobilitazione per la casa, in crescita da alcuni anni grazie al lavoro di base di un gran numero di strutture organizzate, per lo più assemblee territoriali, ha minacciato di far partire un grande sciopero degli affitti in tutto lo stato, se non verranno soddisfatte le richieste fondamentali degli inquilini: la riduzione degli affitti, il ritorno ai contratti indefiniti aboliti dal Partito Socialista negli anni Novanta, la fine delle compravendite speculative, il recupero delle case vuote e di quelle adibite a case vacanza, e l’aumento del numero di case popolari. La Catalogna è il territorio di tutto lo stato che sta subendo in modo più violento le conseguenze dell’impennata dei valori immobiliari: nei primi due trimestri del 2024 sono stati eseguiti più di quattromila sfratti, di cui mille e ottocento solo a Barcellona; gli affitti  sono aumentati del quarantacinque per cento in dieci anni, al punto che oggi l’affitto medio per una famiglia a Barcellona è di 1.300 euro al mese. Due grandi episodi di resistenza hanno segnato la fine del 2024 nella capitale catalana: lo sgombero della Antiga Massana, un’ex accademia d’arte occupata dal Movimento Socialista a due passi dalla Rambla, e il tentativo di sfratto degli inquilini della Casa Orsola, un palazzetto modernista del quartiere Eixample, acquistata da un fondo immobiliare. Nel primo caso, migliaia di attivisti e attiviste avevano riempito le strade del centro in protesta contro l’espulsione; nel secondo, un picchetto di almeno un migliaio di persone per impedire l’accesso alla polizia è durato tutta la notte, mentre alcuni artisti suonavano o parlavano dai balconi degli appartamenti minacciati di sfratto. Il movimento catalano comprende varie anime, ognuna con il suo modello organizzativo. La più antica è la PAH, la struttura creata dopo le mobilitazioni del 2010 per difendere gli abitanti che perdevano le case per la crisi dei mutui. La PAH era riuscita a occupare molto spazio nell’opinione pubblica di tutto lo stato, al punto che dalle sue fila era emerso il movimento municipalista di Barcelona en Comú, guidato dall’ex sindaca Ada Colau. La PAH ha segnato il modello per tutti gli altri movimenti, ma ultimamente ha perso forza, anche se si mantengono varie assemblee territoriali. Una seconda struttura, che oggi ha più protagonismo nella sfera pubblica, è quella dei Sindicats d’habitatge, i sindacati inquilini, emersi invece dalle lotte dei quartieri dopo il 2017. Si tratta per lo più di assemblee di inquilini, organizzate in forma orizzontale, con basi nelle diverse cittadine catalane e nei quartieri di Barcellona. Una struttura più grande chiamata Sindicat de llogateres de Catalunya mantiene la stessa struttura organizzativa e si coordina con i sindacati più piccoli, ma il suo ambito è tutto il territorio catalano. La confluenza di queste assemblee ha dato luogo alla Confederació Sindical de l’Habitatge, a cui partecipano anche diverse assemblee della PAH (ma non quella di Barcellona). Un terzo modello si è diffuso negli ultimi anni: il Moviment Socialista, emerso nel País Vasco e poi in Catalogna. In rottura con i movimenti indipendentisti e contro l’istituzionalizzazione del municipalismo di Podemos e Barcelona en Comù, considerato un fallimento, è cresciuta un’organizzazione comunista centralizzata, organizzata gerarchicamente, con sezioni locali e una struttura di coordinatori e rappresentanti. Il MS ha saputo fare un uso molto efficace delle reti sociali, mobilitando migliaia di giovani e giovanissimi: alcuni sindacati della casa catalani si sono dichiaratamente posizionati all’interno di questa organizzazione, e sono rappresentati da un Sindicat d’Habitatge Socialista. Questa struttura però potrebbe però aver raggiunto il suo limite di espansione, ed è la più reticente a coordinarsi con i gruppi di diverso orientamento politico. Eppure, la volontà di convergenza e organizzazione comune è generalizzata. Il congresso di febbraio e la manifestazione di sabato sono riusciti proprio perché hanno tenuto insieme le diverse anime – PAH, Confederació, Sindicat socialista – senza che nessuna perdesse le proprie strutture, facendone un movimento unitario. Il nuovo ciclo di lotte di cui le ultime manifestazioni sono espressione sarà il banco di prova per vedere se una forma organizzativa di questo tipo riuscirà a tenere insieme le migliaia di inquilini in lotta nello stato spagnolo organizzando uno sciopero degli affitti – con tutto ciò che comporta in termini di repressione e di sfratti – e a consolidare finalmente un ribaltamento radicale dei rapporti di potere intorno alla questione della casa. Il patto tra le forze di governo per regolare gli affitti brevi è sicuramente un primo passo, ottenuto dai movimenti non grazie a complesse alleanze istituzionali, ma grazie alla pressione popolare che si è espressa nei picchetti, nelle proteste e nell’ultima grande manifestazione. (stefano portelli)
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Molto più che un incidente ferroviario. Sulle ultime mobilitazioni in Grecia
(disegno di bonnie colin) Il 28 febbraio è stata una data storica per le mobilitazioni di piazza in Grecia. È stata, ormai su questo concordano tutti, anche i media mainstream, la più grande manifestazione mai avvenuta nel paese. Non solo ad Atene e a Salonicco. Nelle piazze di tutte le città e paesi le persone sono accorse per manifestare. Ed è qui, purtroppo, che comincia anche la narrazione dei media stranieri, sicuramente di quelli italiani. Quali sono le ragioni che hanno portato in piazza questo “popolo con le palle”? Nessuno lo sapeva veramente. Sono state abbozzate congetture e approssimazioni. Quando è stato assodato che il motivo erano i cinquantasette morti in un incidente ferroviario avvenuto due anni prima, qualcuno ha detto “ma evidentemente ci sono altre cose”. Non può essere solo questo. Durante gli anni della crisi, la Grecia, e in modo metonimico Atene, sono diventate per i movimenti di mezza Europa un modello di conflittualità sociale. “Fare come in Grecia”, era uno slogan diffusissimo, che alludeva più agli sforzi muscolari delle piazze, che non alla miriade di complesse negoziazioni e aggiustamenti che gruppi formali e informali, sindacati, persino confederazioni di professionisti si sono trovati a mettere in pratica per far funzionare le reti dal basso che hanno permesso alle persone di sopravvivere con dignità, in un periodo di grande depressione e di prepotenti ingerenze da parte delle istituzioni finanziarie e politiche europee. Purtroppo, l’Europa della solidarietà e dell’internazionalismo non è stata in grado, come non lo è ora, di costruire uno sguardo e delle pratiche che fossero veramente di supporto, e si è finiti (ora come allora) per parassitare un immaginario conflittuale che era utile all’immobilismo nostrano. Per un curioso cortocircuito, l’anarcoturismo che all’inizio era guardato come la possibilità, sebbene limitata nel tempo, di uno scambio di saperi e pratiche conflittuali, si è trasformato in uno dei motori della gentrificazione di quartieri come Exarchia, per esempio, mecca di questo genere di pratiche che con il tempo si sono fatte sempre meno interessate a una comprensione delle dinamiche interne e sempre più incentrate sull’esperienza individuale. Come scrive il geografo anarchico Antonis Vradis, Exarchia si è sempre caratterizzata per essere il luogo di un “contratto spaziale”: “La peculiare concentrazione di rivolte nel quartiere durante l’era post-dittatoriale in Grecia è […] la manifestazione di una sorta di contratto spaziale, in cui il conflitto locale e la contestazione della sovranità statale persistono all’interno della più ampia riproduzione regionale e nazionale dell’egemonia statale. La reputazione e la continuità di Exarchia come luogo di protesta diventano così spiegabili attraverso un tacito ma duraturo patto tra Stato e società, che permette la prosecuzione della contestazione locale a condizione che essa rimanga anche spazialmente circoscritta”. Questa condizione ha reso il quartiere il luogo mitico dell’insurrezionalismo europeo, il catalizzatore di una narrazione, non importa se veritiera, ma sicuramente funzionale alla riaffermazione del sé. Il 28 febbraio scorso abbiamo perso un’altra grande occasione. Lo sguardo coloniale, mitico, ha narrato una giornata complessa e articolata, e ha soprattutto schiacciato tutta la sua portata storica nell’immaginario funzionale che essa evocava: quella di un popolo indomito. Per questo le ragioni della mobilitazione sembravano fuori luogo, inadatte, insufficienti. Cosa c’entra un incidente ferroviario con la rivolta, con il sempre evocato “fuoco greco”? Serve in questo senso fare un passo indietro e spiegare forse dal principio cosa è successo a Tempe più di due anni fa. Alle 23:21 del 28 febbraio 2023, un treno passeggeri InterCity che correva alla velocità di 160 km/h verso Salonicco si è scontrato frontalmente con un merci che proseguiva in direzione opposta, a 100 km/h, in prossimità della Valle di Tempe, vicino a Larissa. L’impatto ha generato un calore che ha letteralmente sciolto l’acciaio dei vagoni, alcuni dei quali si sono letteralmente disintegrati. E questo sarà un punto importante, che vale la pena tenere a mente. È stato uno degli incidenti ferroviari più gravi della storia europea dei trasporti su rotaia. Nelle ore immediatamente successive, a una dimissione formale del ministro delle infrastrutture e dei trasporti Konstantinos Karamanlis, è seguito l’arresto del capostazione di Larissa, identificato come unico colpevole dell’errore umano che ha causato l’incidente. Inoltre, “qualcuno” ha dato l’ordine di cementare il luogo dell’incidente, prima che gli ufficiali preposti alle indagini giungessero sul campo, e quando ancora si estraevano letteralmente pezzi di corpi e di effetti personali dal terreno e dalle lamiere. Chi sia quel “qualcuno”, a oltre due anni dall’incidente, è ancora sconosciuto e oggetto di dibattito. Nella linea ferroviaria Atene-Salonicco, l’unica del paese, mancano i telecomandi indispensabili agli scambiatori e al funzionamento ordinario delle linee, obbligando il personale a comunicare attraverso i propri telefoni cellulari e attivando tutto manualmente; dal 2009 al 2013, nonostante una spesa di 460 milioni di euro e nove diversi contratti, nessun sistema di segnalazione è stato mai installato nei punti critici della linea, come nella Valle di Tempe. Appena pochi giorni prima dell’incidente, il 24 febbraio, il sindacato nazionale dei ferrovieri aveva rilasciato un comunicato che denunciava la fatiscenza del sistema ferroviario, dichiarando a chiare lettere che “la politica delle privatizzazioni concepita e attuata da tutti i governi, specialmente dalla crisi in poi, ha decisamente peggiorato le condizioni della rete” e che “lo stato di profonda incuria in cui versa tutto il comparto, sia per quanto riguarda i mezzi che il personale”, con sistemi di sicurezza obsoleti e il blocco delle assunzioni dal 1985, metteva in grave pericolo la sicurezza di viaggiatori e personale. In effetti, dal 2018 al 2020 la Grecia ha avuto il più alto tasso di incidenti ferroviari mortali per chilometro di tutta l’Europa. In un’interrogazione parlamentare sul tema, il ministro dei trasporti si era rivolto con sdegno al sindacato dei ferrovieri per aver mosso tali insinuazioni circa la sicurezza della linea ferroviaria. Pochi giorni dopo è avvenuto lo scontro a Tempe. Fino al 2017, anno della privatizzazione delle ferrovie greche, come parte delle riforme imposte dalla Troika durante i dolorosi anni della crisi economica, quando Ferrovie Italiane si è assicurata il monopolio del trasporto merci e passeggeri comprando TrainOse per circa cinquanta milioni di euro, il trasporto su rotaia da e verso Salonicco poteva contare su un paio di treni al giorno che ci mettevano parecchie ore (si era soliti dire “una notte”) per connettere le due città. Tuttavia, da allora TrainOse, rinominata dai nuovi padroni italiani Hellenic Train, si è dotata di “treni veloci” (alcuni vecchi convogli dismessi che Trenitalia ha comprato dalla Svizzera) che riducono il tempo di viaggio a quattro ore e la politica commerciale delle offerte fa talvolta preferire questo mezzo di trasporto alle più comunemente utilizzate corriere. Le infrastrutture di terra e le linee invece sono rimaste “greche”, di proprietà di una partecipata, e versano da anni in uno stato di grave trascuratezza. Proprio questo tema era stato oggetto di forte critica dall’allora opposizione di Nea Demokratia, che riferiva come il governo di Syriza, attraverso la svendita del servizio su rotaia agli italiani, facesse circolare treni troppo “nuovi” su un’infrastruttura fatiscente. Una volta al governo però nessun ammodernamento di questa infrastruttura è mai stato portato in parlamento, nemmeno come proposta. Nei due anni trascorsi dalla tragedia, il governo ha fatto di tutto per insabbiare le indagini. È servito che il comitato delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti andasse alla Commissione europea a chiedere che l’indagine non venisse chiusa, che si indagasse sulle responsabilità specifiche. Il governo, oltre ad aver cercato di gettare tutta la colpa sul capostazione, ha più volte insultato le famiglie delle vittime accusandole di alzare polveroni per guadagnare più soldi dai risarcimenti. Un mese fa è stato pubblicato un audio inedito, nel quale si sentono le voci dei passeggeri del treno qualche minuto dopo la collisione, mentre chiamano il pronto intervento chiedendo aiuto. Nel video, che è stato montato dai periti di parte in modo tale da far coincidere i tempi reali dell’impatto con le chiamate dei passeggeri, le persone riferiscono di non riuscire a respirare, di non avere ossigeno. Inoltre, uno studio accurato da parte degli ingegneri di diversi politecnici del paese ha dimostrato che il grande fungo di fuoco scaturito durante l’incidente, sarebbe stato ingiustificato se nel treno merci non ci fosse stato – probabilmente nascosto, visto che il carico dichiarato erano recinzioni metalliche – del materiale infiammabile ed esplosivo. Queste due notizie hanno aperto una ferita profonda nell’opinione pubblica e già a fine gennaio la gente si è riversata nelle strade in una gigantesca mobilitazione, chiamata dal comitato delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti, per chiedere giustizia. Dalla pubblicazione di quel video non è passato un giorno senza che alle quotidiane rivelazioni sulla reale dinamica dei fatti seguissero reazioni scomposte da parte del governo, che hanno diffuso la comune percezione che non solo ci fosse qualcosa da nascondere, ma anche e soprattutto che si facesse sempre più difficile arrivare alla verità, e quindi alla giustizia, per le vittime e i sopravvissuti di questo incidente. In questo clima, il 28 febbraio, a due anni esatti dall’incidente, le persone sono scese in ogni piazza della Grecia e in diverse piazze del mondo, per chiedere giustizia per i morti e per protestare contro i tentativi di insabbiamento del governo. La manifestazione non aveva colore politico e, in effetti, erano svariate le componenti sociali che vi hanno partecipato. Da qualunque parte di Atene si cercasse di raggiungere Syntagma, strade e viali erano colmi di persone che si affrettavano a passo svelto verso il centro della città. Subito dopo gli interventi delle famiglie da piazza Syntagma e un collegamento con Larissa dove aveva luogo una commemorazione religiosa, sono cominciati gli scontri, al coro di “Mitsotaki gamiese”, letteralmente “Mitsotakis fottiti”, che sono durati alcune ore. La gestione della piazza da parte delle forze dell’ordine è stata una delle ragioni principali che ha spinto le persone a tornare sul posto anche i giorni successivi. Le cariche violente al corteo oceanico, che faticava a uscire dalla piazza e non trovava vie d’uscita, mentre ai crocevia gli operatori delle ambulanze prestavano aiuto a persone di tutte le età che si erano sentite male per i lacrimogeni o le bombe stordenti, ha suscitato ulteriore sdegno. Tanto che in quella, come nelle altre manifestazioni che da quel giorno si sono succedute a ritmi serrati per le strade, soprattutto di Atene e Salonicco, le persone respinte dalle cariche hanno poi sempre cercato di fare ritorno nella piazza dei presidi. Questa persistenza, questa volontà di riaffermare la propria contrarietà, non può essere ridotta al momento dello scontro di piazza che pure c’è stato ed è importante. Infatti, già nel corso degli scontri del 28 febbraio, hanno cominciato a diffondersi luoghi comuni e discorsi, ormai noti, sul fatto che ci fossero infiltrati che fomentavano gli scontri tra la folla pacifica che chiedeva solo giustizia. Se da un lato lo spauracchio dell’infiltrato può essere visto come funzionale alla “pessima reputazione” delle forze di polizia, dall’altra, e questo è il rischio a cui per fortuna molti sono riusciti a dare una risposta forte, è anche una retorica utile a pacificare le istanze radicali e le pratiche che sorgono dalla rabbia autentica di una componente importante della piazza. Come ha scritto l’antropologo Nikòlas Kosmatopoulos: “La rinuncia alla violenza politica come mezzo di liberazione da parte di alcuni settori della sinistra, in cambio della loro accettazione da parte del sistema borghese, ha come risultato il vedere ovunque agenti infiltrati all’interno del movimento, così come il non ‘vedere’ i movimenti di liberazione violenti del Sud Globale come solidali, vicini e spesso più avanzati – politicamente e strategicamente – rispetto a loro. […] Ciò che ora è necessario è una violenza politica efficace. Scioperi, occupazioni, scontri. Altrimenti, il governo fa finta di nulla (definendo le manifestazioni di rabbia collettiva come ‘cerimonie commemorative’) e investe nella teoria della provocazione per delegittimare la resistenza e guadagnare terreno. Una risposta di massa, organizzata ed efficace alla violenza governativa può diventare la scintilla del crollo, purché avvenga secondo principi di azione collettiva, autodifesa e obiettivi politici”.  Le manifestazioni in Grecia stanno continuando. Pur senza la massiccia portata del 28 febbraio, le persone sembrano non voler lasciare che la morte e la rassegnazione si impossessino delle loro vite. Quello che rimane da capire, ma serve uno sguardo non pruriginoso e più accorto di quello che i movimenti internazionali hanno riservato finora alla dimensione politica di questo paese, è in che modo le istanze di questa grande sollevazione anti-necropolitica, saranno in grado di non lasciarsi incanalare nella politica della rappresentanza e saranno invece capaci, come al momento sembrano perfettamente in grado di fare, di unire i punti di una politica oppressiva e neoliberale che causa morte e distruzione dovunque si posi: dai grandi incendi che devastano il paese ogni estate e che celano, malamente, il progetto di far diventare la Grecia un hub dell’energia “verde” in Europa, alla “rigenerazione urbana” dei grandi gruppi immobiliari greci e internazionali che erode patrimonio costruito a beneficio del turismo di massa e degli interessi finanziari di gruppi multinazionali, sino ai progetti faraonici come quello delle nuove linee metropolitane che hanno messo e metteranno in scacco gli spazi urbani di Atene e Salonicco e l’incolumità di abitanti e passeggeri. Se la ristrutturazione neoliberale e neocoloniale di questo paese potrà essere messa alla prova da un movimento in grado di reggere lo schianto delle retoriche interne della pacificazione sociale e dello sguardo mitizzante dei suoi osservatori internazionali, sarà la grande sfida dei prossimi tempi. (anna giulia della puppa)
mondo
“Heil Coca Cola”. Il passato di Berlino in un museo
(disegno di enrico pantani) Dal numero 13 de Lo Stato delle Città. Quando arrivai a Berlino la prima volta, nel settembre del 1997, la Germania era stata riunificata da pochi anni e la città era un immenso cantiere. Stava prendendo forma quella che i media mainstream e il governo chiamavano Das Neue Berlin, la nuova Berlino. La Berlino nuovamente capitale del paese. La Berlino non più divisa dal muro. Quel muro che prese forma il 13 agosto del 1961 e che per quarant’anni è stato il simbolo della Guerra Fredda. Uno spazio divisorio che nel corso del tempo era diventato un apparato urbanistico fatto di filo spinato, torrette di sorveglianza e terra di nessuno. Uno spazio lacerante che segnava il passaggio fisico tra l’est e l’ovest della città, ma anche uno spazio simbolico tra due mondi, sue società, due stili di vita, due culture materiali. Das Neue Berlin avrebbe cancellato ogni traccia del passato. O meglio, avrebbe gestito il passato in maniera funzionale alla nuova identità nazionale dei tedeschi finalmente riuniti, soprattutto sarebbe stata il nuovo orizzonte per quei sedici milioni di cittadini della Ddr che fino a quel momento avevano vissuto in un carcere a cielo aperto. In quel periodo la Repubblica Democratica Tedesca veniva considerata, in modo sprezzante, Stasiland, ovvero il paese della Stasi, la polizia per la sicurezza dello Stato che sorvegliava l’integrità politica, sociale e culturale della società tedesco-orientale. Era, in effetti, un dispositivo di sorveglianza e repressione capillare. L’apertura dei suoi archivi in seguito all’assalto dei cittadini nel novembre del 1989, aveva rivelato l’esistenza di una rete di informatori “non ufficiali” diffusa in tutti i gangli della società, una complicità con la Stasi che divenne un marchio di infamia per cittadini e cittadine di diversa estrazione sociale, dal semplice vicino di casa a figure apicali della controcultura. Fece scalpore il caso di Sasha Anderson, poeta della contestazione al realsocialismo, elemento di spicco della scena controculturale orientale che in realtà informava la Stasi in modo dettagliato ricavandone una serie di privilegi, primo tra tutti la possibilità di attraversare il muro senza difficoltà. Il drammaturgo Heiner Müller come la scrittrice Christa Wolf e altri eminenti esponenti della cultura ufficiale della Ddr furono accusati di essere stati tra i collaboratori. Fu creata una commissione governativa per l’analisi dei documenti della Stasi che si trasformò, in breve tempo, in un organo capace di assegnare patenti di integrità. Nessun funzionario pubblico della Ddr venne integrato nella nuova amministrazione unitaria. Venne smantellato il settore scolastico e accademico. Venne smantellato l’intero tessuto produttivo. Nel 1991 un milione di persone circa si ritrovarono disoccupate. Il patrimonio industriale e quello edilizio vennero privatizzati. A est, nei nuovi Bundesländer, la frustrazione sociale portava in molti a parlare di “annessione” della Ddr e non di riunificazione tedesca. Ecco, nei primi anni Novanta, si costruivano le fondamenta della profonda divisione che tutt’oggi separa i tedeschi dell’est da quelli dell’ovest. Fenomeno che oggi prende forma nei recenti risultati elettorali che hanno premiato in Turingia e Brandeburgo partiti di ispirazione nazionalista come l’estrema destra dell’AFD e la sinistra conservatrice del BSW. Quella in cui mi ritrovai, insomma, era una città al centro di un processo di riscrittura della propria storia. I segni tangibili della Berlino capitale della Ddr venivano sistematicamente smantellati. L’edilizia storica del centro cittadino, fatta di vecchi palazzi malandati, veniva sanificata, ristrutturata, “colorata”. Grandi società immobiliari occidentali comprarono a prezzi stracciati interi palazzi per rivenderli – ristrutturati – ai nuovi cittadini della capitale. C’è da dire che negli ultimi anni della Ddr il centro cittadino si era andato progressivamente svuotando. Molti degli abitanti si erano trasferiti nei casermoni dell’edilizia popolare realsocialista in quartieri periferici e la nomenklatura viveva nelle villette di Pankow. I quartieri di Mitte, Prenzlauerberg e Friedrichs’hain erano il luogo della bohème tedesco orientale. Die legende von Paul und Paula, di Heiner Carow del 1973, forse il film che meglio racconta la complessità della società tedesco-orientale, descrive con sguardo poetico le contraddizioni del processo di modernizzazione del socialismo tedesco insistendo, forse involontariamente, sulla trasformazione dell’abitare. Il desiderio di appartamenti funzionali e moderni che spingeva la popolazione ad abbandonare abitazioni sempre più fatiscenti che, dal canto loro, diventavano soluzioni abitative pressoché gratuite per quelli che lo Stato chiamava asociali e devianti. Certo, quando sono arrivato io Das Neue Berlin non era ancora compiuta. Si respirava l’odore del carbone che bruciava nelle enormi stufe con cui, negli appartamenti non ancora risanati, ci si proteggeva dal freddo intenso dei mesi invernali; resistevano intere palazzine occupate che un po’ alla volta venivano sgomberate con la forza dalla polizia. Soprattutto gli affitti si mantenevano per lo più a prezzi ragionevoli. C’erano ancora locali informali dove si poteva bere e ascoltare musica o assistere alle più svariate performance artistiche. In poche parole Berlino non era cool, anzi. Era una città in trasformazione, certo a suo modo aggredita dal modello neoliberale ma ancora piena di pratiche e discorsi di resistenza e sperimentazione radicale politica, sociale e culturale. Scelsi di prendere casa a est. Ero arrivato in città, infatti, per una ricerca di storia sociale sulla Ddr. Ero assetato di testimonianze sulla vita quotidiana. Frequentavo in maniera compulsiva i mercati delle pulci (all’epoca un’istituzione a Berlino) cercando oggetti e segni della Ddr. Incontravo lampade, libri, mobili dismessi, vestiti, dischi. Oggetti di un’archeologia contemporanea, simulacri di un paese che non esisteva più. Ero, in fin dei conti, curioso di capire come fosse stato possibile sopravvivere in un paese che veniva descritto come una distopia autoritaria. I libri e gli articoli specialistici che leggevo convergevano, con sfumature diverse, su una narrazione consolidata della Ddr come dittatura quasi peggiore del reich hitleriano. Un paese arido, popolato da una società immobile. Eppure, incontravo di continuo fonti, racconti e indizi che stridevano con il passato che veniva raccontato dagli storici e dall’industria culturale. Un certo stupore lo ebbi la prima volta che misi piede nella sezione dell’archivio federale di Stato dedicata alla documentazione della ex Ddr. Mi ritrovai a disposizione una massa ingente di documenti del governo e delle organizzazioni sociali. Potevo accedere a fonti ufficiali di ogni tipo senza nessuna limitazione. Ho passato diversi anni lavorando con quelle carte. Documenti ufficiali da cui, però, trasparivano elementi di un immaginario peculiare, così come di una cultura materiale decisamente originale. Trovai storie di libri di fantascienza, di avventura, di spionaggio, di western che venivano pubblicati o meno, e messi in circolazione in tutta la Ddr; trovai piani quinquennali per la produzione di alta moda realsocialista, indagini sui gusti della “gioventù”, pianificazione della produzione di rock realsocialista. Attraverso le relazioni delle forze dell’ordine emergevano anche i tratti delle controculture presenti a Berlino est e nelle altre città della Ddr. Mi resi conto di cosa fosse la criminalità, il contrabbando, la violazione delle regole del contratto sociale che reggeva la Germania dell’est. Fuori dall’archivio, intanto, facevo incetta di riviste della FDJ, l’organizzazione giovanile della SED, il partito-stato che aveva governato fino al 1989, e di fanzine fotocopiate dei poeti beat di Berlino est; parlavo con decine di persone che mi riportavano racconti di vita quotidiana; vedevo i film della DEFA, la casa di produzione cinematografica della Ddr, scoprivo il western realsocialista. E intanto intorno a me si sviluppava una tendenza che prese il nome di Ostalgie, la nostalgia dell’Est. Cos’era? La riscoperta, soprattutto estetica, ma anche politica, del mondo materiale della Ddr. Da un lato gli oggetti, i vestiti, la musica, dall’altro l’affermazione elettorale, nei nuovi bundesländer, del partito Die Linke, costruito sulle ceneri della SED. Una nostalgia che si esprimeva anche in forme di rifiuto della società multiculturale, di diffidenza verso lo straniero. Una reazione al sentimento di spoliazione economica e culturale che serpeggiava nelle contrade orientali. Ostalgie aprì un dibattito articolato nella comunità degli storici. Furono pubblicati articoli e saggi sulla storia sociale della Ddr che prendevano in esame la Alltagsgeschichte, la storia del quotidiano. Studi che posero la necessità di integrare la storia della Germania orientale all’interno della storia tedesca, non escludendola come infausta parentesi. Intanto Das Neue Berlin assumeva contorni sempre più definiti. Diventava sempre più una città da consumare. La scarna e cupa città divisa andava addobbata di attraenti destinazioni per i turisti. Dopo un lungo periodo mi sono allontanato tanto da Berlino quanto dalla storia della Ddr. A Berlino sono tornato spesso, ma in verità più attratto dalla sua metà occidentale, dai movimenti autonomi negli anni Ottanta e Novanta radicati a Kreuzberg, dalla mescolanza culturale che trasformava la capitale in una metropoli dapprima unica poi sempre più schiacciata sui palinsesti urbani delle grandi città occidentali. Quando ci sono tornato di recente per un periodo abbastanza lungo non ho più trovato Das Neue Berlin bensì il suo superamento. Una città del tutto anestetizzata. Benestante, giovane e prevalentemente bianca. Ma soprattutto ciò che mi ha colpito è stato l’uso della storia come attrazione turistica. Simbolo di tale fenomeno è senz’altro l’edificazione dell’antico castello federiciano settecentesco al posto della VolksKammer (il parlamento della Ddr) non lontano dalla centrale Alexander Platz. Un edificio ricostruito in pochi anni a ridosso delle architetture moderniste della vecchia Berlino est. Un simulacro dell’intenzione di scrivere una storia tedesca condivisa in cui l’Est va neutralizzato attraverso una musealizzazione progressiva e diffusa nel territorio urbano. Innanzitutto la città è stata dotata di infrastrutture esperienziali, ovvero luoghi e percorsi che offrono al turista una forma di intrattenimento basata sull’idea di vivere per un momento il passato in maniera diretta. Da un lato troviamo il Trabant Safari, ovvero un giro della città a bordo delle auto tipiche della Ddr (motori a due tempi estremamente inquinanti per altro) che tocca i luoghi più significativi della Berlino divisa. Dal check point Charlie (la stazione di confine tra le due Berlino controllata dai militari Usa), dove è anche possibile visitare una mostra fotografica e comprare souvenir a tema; la torre della televisione al centro dell’Alexander Platz; pezzi di muro superstiti e l’immancabile museo della Stasi. Dall’altro troviamo tour in bicicletta (più ecologici) che portano i visitatori alla scoperta dell’archeologia industriale della città, le fabbriche di origine ottocentesca come la AEG le cui strutture puntellano ancora diversi quartieri a ovest come a est. Altro tipo di esperienza, stavolta più statica, è data dai musei tematici. Il più stucchevole è il Berlin Ddr Museum, uno stanzone sito nella zona divenuta il centro turistico della città, in cui al modico prezzo di venti euro, viene offerta la possibilità di immergersi in una Ddr virtuale. Attraverso filmati, ricostruzione di ambienti e teche con gli oggetti più disparati si entra in una sorta di zoo in cui curiosare nella vita quotidiana di un paese sotto scacco della Stasi e dell’ideologia comunista. Un museo “per famiglie” che mette in mostra la ricostruzione di un paese che forse non è mai esistito. A fare da contraltare, troviamo un altro tipo di musealizzazione della Germania dell’est. La mostra permanente sulla vita quotidiana in Ddr ospitata dal Museo della Kultur Brauerei nel quartiere orientale di Prenzlauerberg. Qui il rigore scientifico è di altra caratura, anche se il modo di ricostruire gli ambienti (dalla fabbrica al salotto dei poeti della contestazione) resta quello imperante. Nella stessa struttura è ospitata per un breve periodo un’altra mostra, dedicata alla scena del Rock Metal della Ddr con tanto di ricostruzione dello studio di registrazione della band più famosa degli anni Ottanta. Qui la Ddr appare una società decisamente più complessa e articolata, emergono sfumature diverse del quotidiano, non ci sono animali da osservare ma il tentativo di restituire alle persone del passato la propria dignità. E sempre in tema Ddr troviamo, poco distante, il monumento della Bernauer Str. La strada dove sono avvenute il maggior numero di fughe (e vittime) dall’est verso l’ovest subito dopo la costruzione del muro. Qui il muro e i suoi dispositivi di sorveglianza sono stati mantenuti nella loro forma originale, non si è ricostruito ma si è conservato. Una mostra dettagliata, inoltre, documenta tutte le evoluzioni architettoniche del Muro. L’enfasi è sul dispositivo di sorveglianza della dittatura. Un modello mutuato dalla mostra Topographie des Terrors, nata alla fine degli anni Settanta e resa permanente a Berlino ovest nella zona in cui sorgevano i ministeri del Reich da cui si dirigeva l’Olocausto e la guerra. Sulle vecchie fondamenta una serie di pannelli ripercorre l’ascesa del nazismo e termina, in una strana continuità, con una breve storia della Ddr. Ma Berlino, oltre a essere una città divisa, è stata durante la Guerra Fredda la capitale delle spie. A ricordarcelo troviamo il Deutsches Spionage Museum in cui è possibile utilizzare direttamente molti dei trucchi utilizzati dai servizi segreti per spiare gli avversari (reali o supposti). I visitatori del museo possono calarsi per qualche ora nei panni delle spie che hanno alimentato tanto la storia che la letteratura della Guerra Fredda; aprono lettere con il vapore, montano un microfono e ascoltano di soppiatto le parole pronunziate nella stanza a fianco, scoprono doppifondi in valigette di pelle. Tecniche utilizzate da tutti i lati, ma grande risalto è dato, ovviamente, al lavoro della Stasi. Ospitato in una vecchia struttura tedesco-orientale dedicata all’ascolto delle onde radio del nemico, il museo è una delle casematte dell’uso pubblico della storia e del passato. I turisti ripartono portando con sé un’idea ben precisa di quanto sia avvenuto in passato nella capitale tedesca; consumano una narrazione costruita da elementi selezionati, riportano con sé souvenir di una vittoria del bene sul male. La musealizzazione e commercializzazione della Ddr risignifica un passato a senso unico, svilisce la complessità che ha determinato una cesura storica fondamentale come il crollo del Muro e il collasso del gigante sovietico. I safari in Trabant, la ricostruzione dozzinale di ambienti tipici della Ddr ridicolizzano il passato, trasformano oggetti ed esperienze reali di un passato recente in elementi stereotipati così come avviene ad altre latitudini investite dal turismo di massa. In assenza di vicoli caratteristici, di folklore popolare, di monumenti e opere d’arte da blindare con biglietti a pagamento, il fulcro del consumo è un oggetto immateriale, un folklore inventato, o meglio, una cultura materiale da esporre in vetrina, un’esperienza di quotidianità lacerante da dare in pasto a file di turisti pronte a digerire le cicatrici della Storia come un panino imbottito. I riverberi del consumo della storia, li ritrovo passeggiando per le strade di Kreuzberg, quartiere ribelle della Berlino occidentale. Non assumono la forma di mostre preconfezionate ma, al contrario, di una radicale trasformazione dei luoghi, di una lenta ma inesorabile sostituzione di popolazione. Hipster, consumo di prodotti biologici, bar e ritrovi à la page, affitti saliti alle stelle laddove le case erano per lo più occupate. Un multiculturalismo occidentale, bianco e benestante ha sostituto la miscela di lingue e culture che abitava lo stesso spazio. La ricerca dell’esperienza oltrepassa il momento, diventa quotidiano. Si cerca l’ebbrezza di una città scomparsa, trasformata quasi in un parco tematico di una controcultura anestetizzata, divenuta, per la gran parte, un dispositivo di intrattenimento. Creatività da commercializzare, consumare. Processo che, senza dubbio, incontra resistenze, ostacoli e che, tuttavia, sembra essere irresistibile, irrefrenabile. Se nella Das Neue Berlin di fine anni Novanta la storia era un oggetto ingombrante, un materiale vischioso, un peso da cancellare, nella Berlino contemporanea sembra essere diventata un utensile liquido, malleabile, da modellare, adattare ai gusti variegati dei consumatori. Certo, la ricerca professionale può ancora contare sul patrimonio archivistico ingente degli archivi di stato, municipali e perfino di quartiere. Ma è il suo uso pubblico che sembra essere stato del tutto ribaltato. Discorsi sbrindellati sull’identità nazionale sono ormai il carburante per visioni politiche identitarie che ripropongono in modo strumentale la passata divisione tra Est ed Ovest. L’annessione della Ddr o altrimenti la riunificazione tedesca ha sepolto qualsiasi opportunità di prospettiva cosmopolita, multiculturale, favorendo, al contrario una polarizzazione sociale, economica e razziale. Come se le diverse componenti che abitano la città diventassero sempre di più comunità separate. Turchi e arabi, classe media globale e benestante, proletariato orientale, poveri ed esclusi. Ognuno circoscritto nel proprio spazio urbano. E finalmente, dopo mezzo secolo, anche Berlino ha un suo centro cittadino riconoscibile. Vuoto, silenzioso. Musei e ministeri ne hanno ridefinito i contorni abitati da funzionari e turisti che si cibano di street food sofisticato. Heiner Müller, nel suo Hamletmaschine del 1977, aveva immaginato lo scenario di macerie: “Per le bugie che vengono credute/ Da coloro che le raccontano e da nessun altro Nausea/ per le facce dei facitori segnate/ Dalla lotta per i posti i Voti i Conti in Banca/ Nausea Carro falcato lampeggiante di battute/ Vado per strade per magazzini per facce/ Con le cicatrici della battaglia per il consumo Povertà/ Senza decoro Povertà senza dignità/ […] Risa di Pance Morte /Heil COCA COLA”. Il filo spinato che separava la città è diventato invisibile. (-ma)
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