(disegno di roberto c.)
Era il 5 novembre 2015, intorno alle 16, quando un boato si udì dalle prossimità
del Fundão, una zona a pochi chilometri dal villaggio di Bento Rodrigues,
distretto rurale del comune di Mariana. Una delle tre dighe contenenti gli
scarti del processo di estrazione del ferro dell’impresa Samarco S.A. – joint
venture tra la brasiliana Vale S.A. e l’anglo-australiana BHP Billiton –
fracassò al suolo. In poco tempo, il ruggire di quaranta milioni di metri cubi
di fango tossico formò un’alluvione devastante che inondò il sistema idrico
della regione di sedimenti di ematite, metalli pesanti e altri elementi chimici.
Il fango scivolò nel Rio Gualaxo do Norte per poi confluire nel Rio do Carmo e
da qui nel Rio Doce, percorrendolo circa seicentosessanta chilometri fino a
raggiungere il villaggio costiero di Regência nello stato dello Spirito Santo e
l’oceano Atlantico, il 21 novembre 2015.
Nella sua discesa, il fango sommerse i distretti di Bento Rodrigues e Paracatu,
e colpì parzialmente numerosi villaggi nella zona rurale di Mariana e il
villaggio di Gesteira nel comune di Barra Longa. Più di mille e duecento persone
rimasero senza casa. Scuole, ospedali e aree urbane furono distrutte. Oltre a
provocare la morte di diciannove persone, il fango pregiudicò in modo diretto o
indiretto la vita di due milioni e mezzo di persone in quarantanove comuni:
agricoltori, pescatori, artigiani, popoli indigeni, allevatori e lavoratori del
turismo che dipendevano dal fiume e dal mare. I danni andarono dalla
contaminazione delle acque e dei terreni agricoli, alla riduzione drastica delle
risorse ittiche. Gli effetti persisteranno per secoli e per alcuni ricercatori i
danni saranno irreversibili. Dopo dieci anni, il processo di riparazione dei
danni prosegue lentamente, il fiume è in coma e le vittime attendono ancora
giustizia.
STORIA DI ESTRAZIONE
Nell’esplorare l’area di Vila Rica, l’odierna Ouro Preto, nello stato di Minas
Gerais, il botanico francese Auguste de Saint-Hilaire – che percorse diverse
regioni brasiliane tra il 1816 e il 1822, e poi ancora nel 1830 – parlava di un
paesaggio che assume “un’aria di tristezza”: “dappertutto, non si scoprono che
campi deserti, senza coltura e senza gregge, i contorni delle montagne sono per
lo più ruvidi e irregolari; si avvistano continuamente lavaggi d’oro; la terra
vegetale è stata eliminata, con essa è sparita la vegetazione e non restano che
cumuli di ghiaia”.
Il periodo intorno alla metà del XVIII secolo fu l’apogeo dell’estrazione d’oro
nella regione, quando sorgevano chiese e cattedrali in città emerse in paesaggi
naturali spesso ostili. Le Minas barocche, tutto oro, sogno e fede. Eppure,
nonostante l’opulenza, il naturalista francese descriveva la decadenza di questo
primo ciclo di estrazioni minerarie nel paese. Dalla metà del XVIII secolo,
l’estrazione cominciò a diminuire. Il sistema tributario della Corona
portoghese, che imponeva il pagamento di un quinto dell’oro raccolto, fu una
delle cause principali, oltre al fatto che con il tempo le riserve superficiali
si erano esaurite. I minatori si basavano su metodi di estrazione rudimentali,
non erano preparati a estrarre depositi più profondi e difficili.
Saint-Hilaire, tuttavia, non poteva immaginare che, dopo l’epoca delle riserve
aurifere superficiali, l’ingresso di ingenti capitali stranieri e la
modernizzazione delle tecniche avrebbero dato nuova linfa ai cicli di
estrazione, passando dall’oro al ferro come principale minerale da sfruttare.
Nel ventesimo secolo le élite politiche nazionali e locali si adoperarono per
attrarre investimenti esteri volti a sfruttare le abbondanti riserve
identificate nella regione centrale dello stato: il cosiddetto Quadrilatero
Ferrifero. Nel 1942, gli accordi di Washington tra il governo di Getúlio Vargas,
Franklin Roosvelt e Winston Churchill, determinarono la fondazione
della Companhia Vale do Rio Doce, l’attuale Vale S.A., con l’obiettivo di
fornire ferro all’industria bellica nel mezzo della Seconda guerra mondiale.
Nell’accordo, il governo degli Stati Uniti s’impegnava a concedere un
finanziamento di quattordici milioni di dollari per l’acquisto di macchinari e
la Vale avrebbe venduto a prezzi inferiori a quelli di mercato circa un milione
e mezzo di tonnellate di ferro; mentre il governo britannico offriva i
giacimenti di ferro della Itabira Iron Ore Company in cambio della
modernizzazione della ferrovia che da Itabira ancora oggi trasporta il ferro
fino al porto di Vittoria.
Nel 1976, la Vale era già la principale impresa esportatrice del Brasile. Quella
che oggi è un leader globale del settore, beneficiò di una politica di
concessione delle licenze di estrazione “a maglie larghe”, alla base
dell’avvento della cosiddetta mega-minerazione a cielo aperto, un regime
estrattivo alimentato negli anni Novanta e Duemila dal vorace appetito di
risorse cinese.
Ma a gigantesche miniere corrispondono altrettanto giganteschi impatti. Basta
affacciarsi dal finestrino di un aereo in atterraggio all’aeroporto Tancredo
Neves di Belo Horizonte, capitale dello Stato, per osservare la groviera di
faraoniche cave a cielo aperto, le immense lagune di decantazione degli scarti
tossici e le enormi dighe di contenzione degli stessi, impilati a colmare
superfici di valli un tempo rigogliose; oppure raggiungere il museo dedicato al
poeta Carlos Drummond de Andrade a Itabira, da cui si ha la visione di una
corona di cave i cui terrazzamenti sembrano trasformare le montagne in
gigantesche piramidi irregolari; o andare in visita alla Chiesa dei Profeti di
Congonhas, dalla cui collina si può vedere l’immensa diga di scarti Casa de
Pedra della Companhia Siderurgica Nacional, che sovrasta un quartiere popolare
con migliaia di abitanti.
L’attuale panorama del quadrilatero ferrifero è questo: una mega devastazione
socio-ecologica che sconvolge la vita degli abitanti ben oltre il pur gigantesco
perimetro degli impianti di estrazione. Qui l’Antropocene si esprime in maniera
letterale. Un panorama poco osservato a causa di un consenso estrattivista che
dalle sfere di governo, irrorate dai benefici fiscali delle royalties, alle
classi popolari, vittime del ricatto occupazionale, informa la maggioranza della
società mineira.
Una dipendenza viscerale dall’industria estrattiva che dieci anni fa ha tuttavia
subito un sussulto con il materializzarsi del disastro di Mariana, il più grave
della storia del Brasile e della minerazione mondiale. Un crimine, come non si
stancano di gridare le vittime del disastro.
LA PRIMA CITTÀ
Situata in una valle, la città di Mariana è protetta da montagne che conservano
secoli di storia. Considerata la matrice di Minas Gerais, è qui che il 16 luglio
1696 una spedizione di bandeirantes – esploratori del periodo coloniale alla
ricerca di ricchezze –, geograficamente guidati dalla vetta del Pico de
Itacolomi, scoprì gli agognati giacimenti d’oro sul letto di un piccolo
ruscello. Quel giorno, il frate Gonçalves Lopes, seguendo il comandante
della bandeira, eresse un rozzo altare sormontato dall’immagine dell’Immacolata
Concezione. Essendo il giorno della Madonna del Carmine, in suo omaggio il
ruscello fu battezzato Ribeirão do Carmo. Da allora, un grande processo
migratorio investì il territorio, facendo sorgere diversi accampamenti di
cercatori d’oro e giungendo all’attenzione della Corona portoghese. Fu creata
una nuova unità amministrativa, la Capitania de São Paulo e Minas de Ouro, e
successivamente, la Carta Reale del 23 aprile 1745 elevò il villaggio al rango
di città: in omaggio alla regina Maria Anna d’Austria, fu finalmente stabilito
il nome di Mariana.
Chi percorre la Rodovia dos Inconfidentes da Belo Horizonte, può osservare
cartelloni che invitano il viaggiatore a visitare “la prima città di Minas
Gerais”. La strada tortuosa conduce attraverso le montagne. Passando per Ouro
Preto, si possono notare gli ingressi di vecchie miniere vicino al quartiere
Taquaral, l’ingresso della miniera d’oro di Piscinão e alcuni punti di
estrazione dalla famosa pietra di Ouro Preto, detta anche pietra di Itacolomi. I
segnali stradali indicano che la miniera d’oro di Passagem è sul cammino e
invitano a una visita. Da lì, per entrare a Mariana, si imbocca la Rodovia
Rodrigo de Melo Franco da cui è possibile vedere la stazione degli autobus e
alcuni alberghi e negozi in stile coloniale. I vecchi edifici, con porte e
finestre in legno e balconi in ferro battuto, si fondono con gli edifici
moderni. Oltre a essere stata la prima città di Minas Gerais, Mariana divenne
presto sede dell’Arcivescovado. L’origine a partire dalla scoperta dell’oro,
l’essere cellula madre dello stato di Minas Gerais e figlia dello sfruttamento
del ferro, sono tutti elementi vivi nei discorsi dei marianesi.
Sono stato per la prima volta nei pressi di Bento Rodrigues circa un mese dopo
il crollo della diga del Fundão. La strada principale era interdetta, ma Paulão
conosceva un cammino secondario. Bisognava uscire dal nucleo urbano di Mariana
in direzione del distretto di Antonio Perreira. Dopo circa tre chilometri, al
bivio va presa una strada sterrata. Paulão era un operaio della Samarco, mi
raccontava quanto fosse stato orgoglioso di far parte dell’azienda e quanto il
crollo della diga avesse colto di sorpresa lui e tutti i suoi colleghi: «Le
norme sulla sicurezza interne all’azienda erano molto restrittive. È davvero
assurdo quel che è successo». Il giorno prima, a casa con la moglie – che lo ha
lasciato dopo la perdita del lavoro dovuta alla paralisi delle attività
dell’impresa, superata solo nel 2020 –, mi aveva mostrato un libro che l’azienda
distribuiva a tutti i dipendenti. In esso venivano illustrati i principi della
responsabilità sociale d’impresa: un elenco stucchevole di buone pratiche e
tutele del personale, dell’ambiente e della comunità in cui si
inseriva. Superati diversi alberi crollati che ostruivano il cammino, dopo
alcuni chilometri di curve strette circondati dalla vegetazione di quel che
resta della Foresta Atlantica, avevamo preso un piccolo sentiero verso il Rio
Gualaxo do Norte. L’acqua era putrida, melmosa, marrone tendente al rosso.
Detriti formati da rami e tronchi strappati dal suolo si accatastavano lungo le
sponde. Gli alberi sopravvissuti portavano il segno del passaggio del fango, per
circa due metri sul tronco. Percorremmo ancora qualche chilometro, costeggiando
una radura fangosa da cui si scorgevano gli impianti a beneficio delle miniere.
La devastazione era ovunque. Era come se fosse eruttato un vulcano di fango e la
lava fosse scesa dalle pendici ricoprendo tutto lungo i trecento metri di
dislivello tra la diga del Fundão e la valle.
Oltrepassato un ultimo ponticello a lato di una laguna di acque reflue, eravamo
a Bento. Le ruspe erano all’opera, aprivano varchi e disponevano materiale per
contenere il fango che a ogni pioggia scendeva da quel che restava della laguna
di residui. Non riuscimmo a entrare nel villaggio, il passaggio era consentito
solo agli operai. Ci posizionammo su una collina, in silenzio. Il fango aveva
coperto quasi l’intero gruppo di case, a eccezione di quelle nella parte più
alta. Emergevano confusamente strutture edilizie e quel che restava di alberi
divelti. Un odore sgradevole pizzicava le narici, la gola e gli occhi. Quando
nel 2018 sono tornato a Mariana e ho stabilito rapporti con alcune delle vittime
della tragedia che abitavano a Bento, ho preferito non chiedere di quel giorno.
Qualcuno, spontaneamente, mi ha raccontato delle scene di terrore vissute, della
fortuna di essere riusciti a mettersi in salvo “graças a Deus”, fuggendo in alto
sulla collina in attesa dei soccorsi.
Della chiesa dedicata a São Bento restano solo alcuni grandi massi alla base che
ne ricordano il perimetro, oltre il quale, inglobando le rovine, si innalza una
tendostruttura per accogliere i fedeli. La festa di São Bento, patrono di Bento
Rodrigues, avviene ogni anno l’ultimo fine settimana di luglio. È il 2018 e per
l’occasione è giunto anche il vescovo dell’arcidiocesi di Mariana, Don Airton
José dos Santos, che accompagna padre Geraldo Barbosa, parroco benvoluto dalla
comunità devota di Bento: è quest’ultimo a recitare una potente omelia: «Questo
luogo era amato quando era bello ma è amato anche ora nel modo in cui sta!»;
«Dio non lascerà che sparisca, parola sua: “Non ponete fiducia in parole
mendaci”: attenti agli inganni, alle deturpazioni che vogliono dividervi!».
Padre Geraldo evoca poi il salmo di Matteo sul grano e la zizzania per
ribaltarlo: «E se dicessi che la zizzania è buona e il grano no? E allora in
questo giorno di festa vorrei dirvi: non siate grano ma siate zizzania! Siate
zizzania per infastidire molta gente che pensa che il tempo è già finito! Siate
zizzania per infastidire questa gente che pensa solo al denaro e al profitto!
Siate zizzania per infastidire le imprese che pensano che il grano sta nascendo
nuovamente! Siate zizzania per non lasciare che il fango aumenti di nuovo e
distrugga la casa del Signore! Siate zizzania! Date fastidio a chiunque pratichi
malvagità e ingiustizia!».
La processione tra le rovine del villaggio è toccante. In testa i fedeli
trasportano a spalla la statua del santo, a seguire le cariche ecclesiastiche, i
canti di preghiera del coro e infine la banda. Camminando tra quel che rimane
delle case infangate e dai tetti divelti, sul muro di quella che era la scuola
di Bento, una scritta recita: “La Samarco ci voleva ammazzare ma Gesù ci ha
salvati”. Il villaggio di Bento è sempre stato un impedimento ai progetti di
espansione delle miniere e la preoccupazione è che, ora che Bento è un mucchio
di rovine, le imprese ne possano approfittare. Già nel 2009 la Vale elaborò un
progetto di costruzione di una nuova diga nell’area
denominata Mirandinha. All’epoca, l’impresa incontrò l’ostilità degli abitanti
che non volevano cedere i propri terreni. Eppure, dove non erano riuscite le
imprese, ci ha pensato il governo di Minas Gerais che, con un decreto del 21
settembre 2016, ha disposto per la Samarco l’autorizzazione alla costruzione del
Dique S4, una struttura di ampliamento del sistema di contenzione degli scarti –
una nuova diga.
Il decreto è stato motivato da ragioni emergenziali di sicurezza ambientale e
prevede l’uso dell’opera per soli tre anni, ma attualmente è ancora lì. La
preoccupazione è grande ma gli abitanti non si stancano di lottare per le
proprie radici. Non perdono occasione per celebrare culti e organizzare feste,
anche per contrastare la rottura delle relazioni di vicinato dovuta alla
sistemazione provvisoria in diversi quartieri di Mariana, in attesa della
costruzione del Nuovo Bento. Così hanno messo su l’associazione Loucos por
Bento – Pazzi per Bento – formata da abitanti che ogni fine settimana ritornano
nel luogo che hanno dovuto lasciare. «Il nostro ombelico è sotterrato qui», mi
disse Simaira Quintão, tra le fondatrici dell’associazione, durante un evento
musicale organizzato tra le rovine. L’obiettivo è riuscire a vincolare il
territorio in quanto patrimonio storico e costruire un memoriale.
ASSOLUZIONE E RIPARAZIONE
In questi dieci anni le persone hanno dovuto lottare per essere riconosciute in
quanto vittime, per una degna ricollocazione abitativa, così come per
l’ampliamento dei criteri di valutazione dei danni subiti, ma soprattutto per lo
sradicamento, la perdita dei modi di vita; danni morali e immateriali difficili
da misurare. Il dramma vissuto non si è limitato al giorno in cui il fango ha
devastato tutto: case, cortili, orti, frutteti, animali, persone e comunità; non
è qualcosa di congelato al giorno in cui si è dovuto correre o nuotare nel fango
per salvare sé stessi, amici, parenti. Il disastro fa parte della vita
quotidiana di queste persone. A ogni incontro, il desiderio più grande è quello
di ripristinare i propri luoghi, i progetti e le vecchie condizioni di vita.
Quando è crollata la diga, Mirelle aveva diciassette anni. Un giorno, di fronte
a quella che era la sua casa nel villaggio di strade di terra rossa di Ponte do
Gama, mi indicava il luogo dove sorgeva un grande albero: «Ero solita mettermi
sotto la sua ombra a leggere o fare i compiti di scuola: è tra le cose che mi
mancano di più e nessuno me lo darà indietro». Attraverso l’immagine di una
famosa canzone di Chico Buarque mi raccontava come la roda viva, la ruota della
nuova routine innescata dal crollo del Fundao, stesse portando il destino di
migliaia di persone “di là”; molto lontano dalle proprie identità, tradizioni,
storie, vincoli affettivi. Oggi ha ventisette anni. È divenuta donna nel mezzo
di una lotta per riconquistare ciò che la sua famiglia aveva costruito: «Non era
tanto ma era quel che ci rendeva felici». Al telefono mi racconta di come la sua
vita sia piuttosto corrida, di quanto è indaffarata. Lavora al Comune e ha solo
un giorno libero per pulire casa, lavare i vestiti, leggere i testi
dell’università, accompagnare le riunioni della commissione e le udienze. «Anche
la conquista della ricollocazione familiare – dice – è stato qualcosa per cui
abbiamo dovuto lottare noi della zona rurale, le imprese volevano semplicemente
ricostruire le case nello stesso posto. Nel complesso non c’è ancora stata
un’effettiva riparazione. Alcune case sono state consegnate ma è solo la
restituzione delle abitazioni. La restituzione del nostro modo di vita non è
avvenuta. Le persone dei villaggi rurali vivevano della terra, delle colture,
dell’allevamento di bestiame, della vendita dei prodotti. E oggi a causa della
diga non riescono più ad avere questi introiti. Dunque ciò a cui assistiamo è un
processo di impoverimento forzato, perché le persone possono aver ricevuto anche
una casa meravigliosa, ma se non riescono a piantare e coltivare in questa nuova
casa, a che serve? La diga crollata ha fatto crollare anche aspetti della vita
delle persone che non si possono quantificare in denaro, con un’indennizzazione
che tra l’altro ancora oggi molte persone, come la mia famiglia, non hanno
ricevuto».
Mentre il processo penale nei confronti dei vertici della Samarco e degli
organismi di controllo si è chiuso con l’assoluzione per l’impossibilità di
ricondurre a essi la responsabilità del crollo, l’amministrazione del disastro è
stata derubricata al trattamento giuridico che si conferisce ai “conflitti
ambientali”, con la disposizione di tavoli di discussione, riunioni di
negoziazione, udienze pubbliche di conciliazione e stipula di accordi. Così,
vittime e responsabili sono passati a confrontarsi su un’infinita e sfiancante
progressione di misure riparatorie. Alle persone colpite veniva richiesta una
routine estenuante di riunioni, attenzione agli eventi, alle strategie delle
entità coinvolte e alle azioni che influenzassero la garanzia dei diritti –
presupponendo eguali correlazioni di forza lì dove non ci sono. È quanto
avvenuto prima nel 2016 con la stipula del TTAC, un accordo siglato dagli
Avvocati Generali dell’Unione Federale, quelli degli stati di Minas Gerais e
Spirito Santo, le imprese (Samarco, Vale e BHP Billiton) e i due governi statali
coinvolti, attraverso il quale fu istituita la contestata Fondazione Renova, con
il compito di gestire i programmi socio-ambientali e socio-economici di
riparazione, restaurazione e ricostruzione delle regioni colpite; poi nel 2024,
quando le imprese e lo Stato hanno firmato un Nuovo Accordo del valore di
centosettanta miliardi di reais, visto che le precedenti misure di riparazione
della Fondazione Renova sono state considerate insufficienti. Con il nuovo
accordo, parte degli obblighi della Renova vengono trasferiti al potere
pubblico. Inoltre, per rimediare all’assenza di partecipazione delle vittime
nella stipula dell’accordo, è stato istituito un fondo del valore di cinque
miliardi di reais per lo sviluppo di progetti comunitari.
Tuttavia, al di là della complessa vicenda giuridica, fatta di impugnazioni,
sospensioni e rimandi tra le varie istanze – finita persino nella giurisdizione
inglese giacché l’impresa BHP aveva sede a Londra quando la diga è crollata, e
che recentemente ha visto una sentenza storica che incolpa le aziende di
negligenza –, le vittime di Mariana si sono viste obbligate ad apprendere nuove
dinamiche di partecipazione alle riunioni, a formare commissioni, a disciplinare
pensieri e comportamenti, a stabilire strategie di dialogo e negoziazione.
Benché alla COP30 di Belem – finanziata dalla stessa Vale –
un panel istituzionale lodasse il Nuovo Accordo per la sua capacità di
articolare diversi ambiti coinvolti nell’amministrazione del disastro, queste
istanze istituzionalizzate sembra non facciano che contribuire allo svuotamento
del senso politico delle lotte ambientali, allontanando i dibattiti dalla sfera
delle decisioni strutturali e rendendo invisibili diritti e soggetti collettivi.
Il disastro di Mariana ha generato nell’opinione pubblica nazionale un
sentimento di grande commozione, ma nonostante i proclami politici e gli sforzi
della società civile nel rivendicare maggiore sicurezza e norme più stringenti
per le imprese minerarie, solo dopo il crollo di un’altra diga della Vale a
Brumadinho, sempre nel Minas Gerais – che ha seppellito duecento e settantadue
persone, producendo ulteriori drammi socio-ambientali nell’area del Rio
Paraopeba –, si è giunti all’adozione di una legge che ha vietato l’uso di
questo tipo di dighe, dette “a montante”, per la gestione degli scarti del
processo di minerazione e obbligato le imprese a installare sirene di allerta e
a istruire la popolazione sulle vie di fuga nelle zone a rischio inondazione.
Dopo quell’evento, l’apprensione generata ha fatto sì che molte comunità
localizzate in aree di rischio – nel Minas Gerais ci sono trecento e
cinquantaquattro dighe, di cui ventitré considerate di livello tre, ovvero a
rischio di rottura imminente – venissero evacuate senza sapere del loro destino.
Alcuni ricercatori parlano di “terrorismo delle dighe” e c’è il sospetto che le
imprese vogliano approfittare delle preoccupazioni sulla sicurezza per rimuovere
le comunità ed espandere i progetti estrattivi.
Gli eventi che dal crollo della diga del Fundão si ripercuotono a Mariana e
sull’intero bacino del Rio Doce e del litorale Capixaba costituiscono scenari in
cui gli attori sociali occupano posizioni asimmetriche e dove la distribuzione
diseguale di capitale economico, politico, sociale e simbolico definisce il
potere di azione ed enunciazione. Del resto, se “di tutte le forme di
‘persuasione occulta’, la più implacabile è quella esercitata semplicemente
dall’ordine delle cose”, come scrisse il sociologo Pierre Bourdieu, ebbene,
l’ordine delle cose, da queste parti del Brasile, da secoli è dettato da un
regime estrattivo. Mariana, dieci anni dopo, respira ancora il lutto mischiato
alla polvere rossa delle montagne scavate, la cui promessa di progresso ha
presentato un conto impagabile. E se è pur vero, come mi disse qualcuno, che “la
storia in Brasile viene scritta col gesso, non con l’inchiostro”, bisogna allora
tener viva la memoria. Per non dimenticare. (giuseppe orlandini)
Tag - mondo
(disegno di resli)
A dicembre scorso avevo programmato un viaggio di dieci giorni a
Cuba. Il suo senso è stato nel tempo modificato dagli eventi geopolitici che lo
hanno trasformato in un’occasione di testimonianza diretta di un momento
particolarmente difficile per l’isola, con un sostanziale collasso del sistema
energetico e dei trasporti, dovuto all’inasprimento dell’embargo statunitense
dopo la cattura di Maduro, il 3 gennaio scorso. Amici, colleghi, familiari e
compagni si sono interessati al mio viaggio e mi hanno chiesto di scrivere
qualcosa.
Ma scrivere di Cuba è estremamente difficile: fin dal 1959, ma soprattutto dopo
che la fine della Guerra Fredda ha spazzato via le altre esperienze socialiste
in giro per il mondo, il mito della rivoluzione cubana è un articolo di fede
incrollabile per quel che resta della sinistra internazionale.
È necessaria allora un’avvertenza: ciò che scrivo è frutto di
impressioni di prima mano, di ciò che ho visto e del dialogo con le persone con
cui ho parlato. Non mi è possibile tracciare uno spaccato dell’isola nel suo
complesso perché, a causa del prezzo della benzina ormai alle stelle (in media
otto dollari al litro nel mercato nero, mentre in quello ufficiale non è
disponibile) e delle enormi difficoltà a muoversi, sono rimasto per
quasi tutto il tempo a L’Avana, fatto salvo un breve viaggio a Trinidad e Santa
Clara. (L’Avana è da sempre il polo più economicamente dinamico di Cuba, con
maggior turismo e con una popolazione più scontenta in relazione al regime
politico rispetto alle province orientali).
Nella mia vita, ho avuto la fortuna di andare a Cuba parecchie volte: questa è
stata la quarta (le altre sono state nel 2010, nel 2012, e nel 2016, quando
presi un volo di fretta e furia dal Messico per assistere ai funerali e alle
celebrazioni per la morte di Fidel Castro). In relazione a tutte le mie
esperienze precedenti, la Cuba che ho visto è profondamente cambiata. In passato
l’avevo sempre percepita come un paese povero, con enormi difficoltà di vario
genere, dovute in parte all’embargo in parte a problemi interni, con un certo
scontento nella popolazione, ma anche come un paese che, se confrontato con i
suoi vicini immediati dei Caraibi e dell’America Centrale, poteva vantare alcune
conquiste indiscutibili: era sicuro, nessuno viveva per strada o moriva di fame,
tutti avevano la possibilità di studiare e di curarsi e c’era – nonostante
alcune liberalizzazioni in corso e gli squilibri dovuti alla dipendenza dal
settore turistico – una relativa uguaglianza di fatto.
Qualcosa che poteva, forse, davvero essere chiamato socialismo, con tutti i
limiti che l’esperienza storica di questo sistema ha dimostrato. La Cuba del
2026 è l’opposto di tutto questo: sebbene sia ancora un paese piuttosto sicuro,
dove nonostante i sempre più frequenti black out non si incorre in grandi rischi
a passeggiare la notte a piedi, è un paese che ha importato tutti gli altri
principali aspetti (e vizi) della società capitalista: una disuguaglianza sempre
più accentuata, una miseria dilagante, la fame, perfino la droga.
La disuguaglianza oggi è palpabile e non è più circoscritta alle differenze tra
i lavoratori che hanno o non hanno accesso al settore turistico, anche perché,
in questo periodo, di turismo a Cuba quasi non ce n’è, in risultato alle
politiche assassine di Donald Trump. Sebbene sia difficile sostenere l’esistenza
di una borghesia (nel senso tradizionale e marxista di proprietari dei mezzi di
produzione privati), è sempre esistita una classe dirigente statale che gode di
un livello di vita molto sopra la media (nel vecchio socialismo reale sovietico
era chiamata “nomenclatura”). Oltre ad essa, oggi a L’Avana esiste una classe
media in crescita, che frequenta locali hipster con prezzi insostenibili per un
salario cubano, dotata di macchine elettriche di ultima generazione che non
soffrono i rincari al costo della benzina.
Il salario di un medico è oggi a Cuba di ventiquattro dollari, ma al Festival
della Salsa in cui siamo stati nel Vedado (e che era
predominantemente popolare), il costo di ingresso dell’area VIP, vicino al
palco, era di quarantacinque dollari, e l’area vip era strapiena di cubani.
Questa nuova classe media in ascesa è rappresentata soprattutto dai cosiddetti
mipymes (padroni di micro, piccoli e medi imprese, fino a un massimo di cento
impiegati per azienda), la cui esistenza è stata formalizzata nel 2021 e che
dominano oggi i settori del commercio e della ristorazione. Sono in parte
persone con parenti all’estero, che hanno facilitato gli investimenti iniziali,
in parte persone vincolate in qualche modo all’élite dirigente socialista.
In quest’ultimo caso, l’impressione è che esista una tendenza della classe
dirigente a sfruttare le aperture economiche per riciclarsi nella prospettiva di
una transizione definitiva al capitalismo: in questo stesso senso potrebbe
andare la recente apertura alla possibilità di possedere fino a tre case per
persona, quando all’indomani della Rivoluzione il limite era una.
La crescita delle disuguaglianze va di pari passo con la perdita drammatica del
potere d’acquisto dei salari. Gli unici salari sopra la soglia di povertà sono
quelli privati (una minoranza della fascia salariale, seppure in crescita), dove
si registra però un’assoluta precarizzazione delle condizioni di lavoro e
assenza di libertà sindacale. Oggi a Cuba non si può vivere di salario, chi
sopravvive lo fa perché esiste qualche altra fonte di reddito: affittare una
stanza ai turisti, offrire un mezzo di trasporto, vendere oggetti elettronici
per strada, mettere da parte della benzina dei camion e rivenderla al mercato
nero… Per paradosso, nel paese dove lo Stato, fino agli anni Ottanta, possedeva
e controllava tutto, oggi la vita economica non dipende più dallo Stato, che a
sua volta non riesce più a garantire i servizi vitali. Con il recente blocco
energetico, i trasporti pubblici già precari sono diminuiti del novanta per
cento, la spazzatura si accatasta ovunque nelle strade, mentre la sanità, una
volta il fiore all’occhiello del modello cubano, è entrata anch’essa in crisi e
regge a fatica il peso delle epidemie sempre più frequenti di Dengue e
Chicongunya.
La miseria a Cuba è ormai enorme, alla luce del sole, ovunque. La pratica di
chiedere soldi per strada ha ormai affiancato (e in parte sostituito) quella del
jineterismo, l’arrangiarsi magari fregando il turista. Mentre l’inflazione è
alle stelle e i salari sono al palo da decenni, la libreta (libretto a
disposizione di ogni cubano per ricevere beni di prima necessità in forma
gratuita o quasi gratuita), che fino agli anni Ottanta garantiva parte del
fabbisogno alimentare completo di una famiglia, oggi si limita a pane, farina e
zucchero. Le proteine sono praticamente inaccessibili, trenta uova costano sei
dollari. In questo processo di impoverimento – costante e crescente negli ultimi
anni – un fattore importante è portato dall’escalation recente del blocco di
Trump: la fine del turismo è stato un colpo mortale soprattutto per chi viveva
delle briciole di quel settore. Parte di questi nuovi miserabili sembrano essere
vittime anche di un altro vizio tipico del capitalismo e quasi sconosciuto nella
Cuba del passato: la droga, e specialmente il Fentanil, che a Cuba chiamano el
Químico. Molte persone stanno oggi vivendo per la prima volta l’esperienza del
mendicante: lottano per mantenere, principalmente a se stessi, una parvenza di
dignità, fingono di star lavorando, di offrire un servizio, di venderti per
cento pesos (venti centesimi) una moneta di tre pesos con la faccia di Che
Guevara. È molto doloroso: si tratta di persone spesso con ottima istruzione e
capitale culturale, che si trovano sul crinale della disumanizzazione, ma che
provano a non arrendersi a questa evidenza.
Un aspetto relativo a questa perdita del settore pubblico è rappresentato
dall’enorme diminuzione dei negozi e ristoranti pubblici. I negozi al dettaglio,
in particolare, sono ormai tutti dominati dai mipymes, mentre lo Stato si
riserva il monopolio di alcuni negozi di prodotti cari di importazione, prezzati
direttamente in dollari. È, questo, un tema particolarmente spinoso: per quanto
possano persistere dubbi in relazione alla politica della nazionalizzazione
forzata delle piccole attività economiche (parrucchieri, bar, negozietti,
officine meccaniche individuali) realizzata dal governo cubano a partire dal
1968, quando sotto il governo di Raúl Castro sono cominciate le prime
liberalizzazioni, l’opzione cooperativista è stata sconfitta da una scelta più
incline alla libera proprietà individuale. La sensazione è che il modo in cui si
sta operando questa nuova trasformazione, quasi sessant’anni dopo dalla prima,
abbia più a che vedere con l’imposizione di un capitalismo straccione che con
qualsiasi prospettiva socialista.
Con l’aumento di miseria e disuguaglianza, e il venir poco a poco meno
dell’unico aspetto che rappresentava, pur con tutti i limiti e le difficoltà, la
specificità cubana, è comprensibile che diminuisca l’appoggio al governo. A
sentire alcuni interlocutori – o a leggere le poche analisi disponibili – sembra
di capire che non più del venti per cento della popolazione appoggi
convintamente il governo (storicamente, dagli anni Novanta in poi, questa cifra
era stata di più o meno un terzo della popolazione). Anche quel venti per cento,
tuttavia, è molto critico nei confronti della corruzione, di Raúl Castro, che ha
cominciato a togliere le assicurazioni sociali, di Díaz Canel, del processo
rivoluzionario che sta perdendo la sua forza… Quanto al resto, neanche a
parlarne: la maggioranza nega addirittura l’esistenza,dell’embargo («Ma quale
embargo, l’embargo è interno!»). Trump è, nel migliore dei casi, considerato “un
pazzo”, e nel peggiore “un salvatore”, (per molti in ogni caso è un “male
minore”). I cubani di Miami non sono più gusanos (vermi), ma anzi salvatori
della patria, perché garantiscono il mantenimento del poco che funziona. Certo,
da qui a essere “opposizione” al governo ce ne passa: forse per disillusione,
forse per paura della repressione, non sembra esserci un’opposizione sociale
organizzata a Cuba, sebbene alcuni episodi recenti rappresentino delle
avvisaglie: l’enorme movimento spontaneo del 21 luglio 2021, le proteste di
questi giorni (a Ciego di Ávila è stato dato fuoco a una sede del Partito
Comunista), alcune scritte sui muri di L’Avana (Vivimos en la mierda, circo sin
pan…) potrebbero indicare un’indisposizione che, a torto o a ragione, individua
sempre più nel governo, e sempre meno nell’embargo straniero, la causa dei
problemi. Certamente, in questi scontenti si mescolano elementi tra loro diversi
e contraddittori: se per gli avversari più ideologici del governo (e spesso per
chi viene dalla classe medio-alta impoverita dalla rivoluzione) il problema è il
modello socialista in quanto tale, molti altri sembrano additare le mancate
risposte del governo alla crisi sociale, la politica di liberalizzazione che ha
favorito solo alcuni, la riduzione della libreta, l’inflazione, il non
funzionamento dei trasporti e dei servizi pubblici, la corruzione.
Paradossalmente, tuttavia, non sembrano esistere rivendicazioni esplicite di un
“socialismo” diverso, più vero, più profondo, di fronte al dramma del presente.
Anzi, il socialismo viene associato alla politica del governo, qualunque essa
sia, e in quanto tale soffre un processo di grande legittimazione.
Un altro aspetto drammatico di questa totale perdita di legittimità del regime
politico è l’abbandono quasi totale della propaganda socialista e patriottica,
tanto presente nelle strade cubane fino a dieci-quindici anni fa. Pochissime
immagini di Fidel, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, quasi nessuna denuncia
pubblica dell’embargo (la scritta “Tumbar el bloqueo” l’abbiamo vista un paio di
volte in dieci giorni di viaggio). Sembra proprio che lo stesso governo abbia
rinunciato a fare propaganda di qualcosa a cui la gente ha da tempo smesso di
credere.
L’unico mito socialista che non è ancora crollato è quello di Fidel: a dieci
anni dalla morte, sembra essere ancora maggioritario il rispetto per la figura
del líder maximo. È però un sentimento confuso, espressione soprattutto di una
nostalgia da parte delle vecchie generazioni di un tempo passato, migliore del
presente, tanto che non è raro incappare in persone che manifestano
contestualmente approvazione per Castro e per Trump. E qui si arriva a una
questione dolente, un problema che è cominciato ben prima di Trump, ben prima
della morte di Fidel, ben prima della caduta del muro di Berlino: la sensazione,
comune a tutti, che le decisioni sono prese chissà dove, in qualche spazio al
quale il popolo cubano non ha accesso. È il problema della mancanza di
partecipazione democratica, qualunque cosa questa parola possa significare.
Torno da questo viaggio, in sostanza, con la sensazione, o forse l’illusione,
che se dieci o venti anni fa ci fosse stato un processo costituente aperto, un
tentativo di condividere con la popolazione le decisioni strategiche
fondamentali per la vita in comune, forse ci sarebbero stati gli anticorpi per
un esito non catastrofico, o per la preservazione materiale e simbolica di
alcune delle conquiste della rivoluzione, o quanto meno di certa capacità di
resistenza collettiva di fronte alle minacce di oggi.
È evidente che l’embargo e tutti i problemi menzionati abbiano una relazione,
spesso decisiva, con ciò che sta accadendo a Cuba. Ma non si possono ignorare
fattori interni, se si vuole analizzare la realtà per quella che è, sottraendola
ai nostri sogni e alle nostre illusioni. La transizione al capitalismo è un
processo già in corso a Cuba, non in discussione. Quel che è in discussione è la
gestione e il ritmo di questo processo, lo spazio che in esso avranno le imprese
statunitensi in relazione al peso che ha oggi la collaborazione con Cina e
Russia, se ci sarà una terapia dello shock o un’apertura più graduale, e quanto
potere politico ed economico riuscirà a preservare l’establishment attuale. Non
sono questioni minori, ma hanno poco a che vedere con la rivoluzione e il
socialismo. (perez gallo)
(disegno dall’archivio monitor)
Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès,
la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre
cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre,
oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il
più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il
tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno
spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione
della resistenza, dall’altra.
È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno
di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora
gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola
brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere,
Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo
lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti
i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere
costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”.
Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre
cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue
radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione
mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo
aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il
vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto
fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques
maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe
Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione
risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed
Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo
l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il
“complesso della morte”.
Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di
acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in
bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro
diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti
basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della
regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema
unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso
terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e
collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla
spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della
morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo.
Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto
pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio,
cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel
golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di
conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della
biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965
a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi
di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali
fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti.
L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e
silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee,
malformazioni alla nascita.
Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e
risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo
collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di
resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di
mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova
ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti
industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un
impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi
di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e
bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di
breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre
2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande
mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla
caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo
necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il
21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo
senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse
permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel
momento in cui la mobilitazione si arresta.
Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna
questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale
all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un
contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai
pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras
cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli
agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una
rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera
peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino
e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il
movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è
movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila
persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e
lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario.
Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua
efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre
gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre,
sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati
a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di
Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una
causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti
del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si
combatteva con i corpi e i fumogeni.
DUE SENTENZE
Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il
diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi
dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi
vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione
viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A
Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo
in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per
opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma
sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso
indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima
ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria
al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa,
nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere
l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va
letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A
febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha
respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato
a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento,
insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi
giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione
della resistenza.
Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la
sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue
mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa
nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social
che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il
banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di
ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime
era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del
presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”.
Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott
Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte
chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della
causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze
rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non
prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente
le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui
un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda
Islem.
Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in
preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale
per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è
solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo,
nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un
danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente
riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva
Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed
essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto
per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci
sono prove del danno? È semplicemente un insulto».
Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è
arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha
prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna
citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa:
“Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando
l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per
l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto
amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro
tutto questo, sei un criminale».
È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso:
da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e
riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone
sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non
risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia
entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le
persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto
anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta
l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La
subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala
nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è
arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città –
proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in
passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni.
Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop
Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della
Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di
quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non
si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse
non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta
un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente,
oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che
accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri
attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul
futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
(disegno di otarebill)
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
A El Mouradia, quartiere popolare di Algeri, mi svegliavo all’alba quando
cantavano il muezzin e il gallo. Nell’incertezza del risveglio le voci si
mescolavano e immaginavo che il gallo annunciasse il sole che sorgeva, la tenuta
del mondo un giorno ancora e l’immensità dell’universo. La finestra della mia
stanza s’affacciava sul minareto della moschea e in basso, nel cortile, c’era un
pollaio: ero sulle colline di Algeri e si sentiva ancora la presenza antica
della campagna. Uscivo in strada presto, quando il ferramenta era ancora chiuso
e il fruttivendolo esponeva le merci nelle cassette, saliva l’odore di pomodori
marci e schiacciati. Un venditore ambulante di sardine aspettava sul bordo della
via. All’incrocio c’era una piccola rivendita di pentole e accanto Amin, l’uomo
dei telefoni, scambiava sottobanco euro con dinari a un tasso conveniente. Al
bar chiedevo il solito caffè e il dolce al cioccolato, parlavano solo arabo ma
ci intendevamo e sul televisore seguivo le azioni migliori della nazionale
algerina.
Vedevo sulle insegne di alcuni negozi il nome francese La Redoute e i primi
giorni non capivo perché. Due panettieri mi dicevano “arrivederci” in italiano
quando camminavo lungo la via che portava alla rotonda e alla strada larga, là
dove finiva El Mouradia. Davanti alla rotonda stazionava sempre una camionetta
della polizia, giorno e notte, e un contingente di agenti sostava con aria pigra
e sfaccendata. Dall’altra parte della strada larga si trovava la residenza
presidenziale, in un quartiere inaccessibile di bianchi edifici coloniali.
Prendevo un taxi collettivo per lasciarmi alle spalle il presidio di polizia e i
palazzi del potere, scendevo in basso verso il porto e la casbah. Il mare
appariva dalle curve sinuose, ero su un vasto terrazzo d’asfalto.
Tornavo a casa al tramonto, prima del canto serale, quando donne e uomini si
affrettavano per gli ultimi acquisti e il panettiere vendeva le baguette che
restavano. I ragazzi giravano in bici e nel bar si beveva solo gazzosa Hamoud,
la stessa dall’Ottocento. Una sera il mio occhio vagava sui muri del quartiere,
seguivo le scritte – spesso in italiano – lasciate dagli ultras del Mouludia,
slogan in rosso e verde, quando a un tratto vidi su un muro di cinta alcune
piastrelle verdi dove era scritto in caratteri gialli “Paroisse Sainte Anne” e
due pesci stilizzati sormontavano la scritta. Era un resto, un segno del mondo
precedente alla guerra d’Algeria.
El Mouradia si chiamava La Redoute e qui vivevano comunità di pieds-noirs, gli
europei d’Algeria, coloni e discendenti di coloni, ma ora non ci sono più. C’era
una chiesa, la chiesa di Sainte Anne con due palme all’ingresso. Le palme
esistono ancora, ma l’edificio cristiano è stato abbattuto e oggi sorge un
edificio in vetro sede dell’Anam, l’Agence nationale des activités minières.
Alla sera osservavo i tetti e cercavo quelli spioventi: leggevo forse i segni di
vite coloniali scomparse. Come interpretare questi resti? Ero disorientato. Gli
strumenti che avevo appreso in Palestina erano inutili – impossibile osservare
le macerie coloniali con lo stesso sguardo dedicato alle pietre di villaggi
scomparsi in Galilea – e certo non riuscivo a contemplare con nostalgia le
piastrelle che ricordavano una comunità cristiana scomparsa. A El Mouradia, un
tempo La Redoute, ho scoperto fantasmi a me nuovi e non sapevo quale sguardo
adottare per loro.
FERNAND IVETON, TORNITORE
Uno stimolo per una nuova configurazione dello sguardo mi attendeva nell’antica
casbah di Algeri. Andavo spesso a osservare la moschea Ketchaoua, oltre la via
dei venditori di datteri, ai piedi della cittadella ottomana. La moschea fu
innalzata nel Quindicesimo secolo dal dey Hassan Pacha, ma fu demolita dai
francesi che costruirono nell’Ottocento una cattedrale cattolica in stile
moresco. L’edificio è tornato luogo di culto islamico nel 1962, dopo la
sconfitta del governo coloniale. Il mio sguardo vagava incerto tra minareti che
ricordavano campanili, solidi muri di navata con arabeschi. Salivo tra le vie
della casbah sopra la moschea e nel viavai di un mercato di frutta e verdura
sostavo sotto l’antica sinagoga, oggi una moschea con gli arbusti che crescono
dalle sporgenze e un alto minareto con le finestre ocra. Un mattino ho
proseguito oltre e ho raggiunto il piccolo museo dedicato ad Ali La Pointe,
sottoproletario e militante del Fronte di liberazione nazionale, personaggio
protagonista nel film di Gillo Pontecorvo.
Nell’unica stanza del museo c’era la riproduzione di un documento che riportava
la lista di tutti i combattenti e rivoluzionari condannati a morte ad Algeri
durante la guerra anticoloniale dal 1954 al 1962. Comparivano i sessantasette
giustiziati e si riportava la loro professione, la data di detenzione e il
giorno della morte. Ho riconosciuto subito nomi arabi e cabili. Il quarto nome è
stato un richiamo: “Fernand Iveton”. Fernand Iveton – vi era scritto – nato ad
Algeri il 1926, tornitore, catturato il 19 novembre 1956 e decapitato all’alba
di un febbraio del 1957. Un francese d’Algeria, un pied-noir tra i combattenti
caduti per decreto dello stato.
Ho ritrovato il nome di Iveton nella città coloniale quello stesso pomeriggio.
Ero alla Librairie du Tiers Monde in piazza Emir Abdelkader. Sfogliavo un
pamphlet di Rachid Boudjedra, scrittore e intellettuale comunista algerino. Nel
piccolo libro del 2017, Les contrabandiers de l’Histoire, Boudjedra si scaglia
contro gli artisti e intellettuali algerini che negli ultimi decenni hanno
iniziato un’opera di revisionismo storico, criticando la lotta coloniale e
dipingendo con colori nostalgici gli occupanti cacciati. Verso la fine l’autore
mostra come il revisionismo tenda a cancellare il contributo degli algerini di
origine francese alla lotta contro la madrepatria e menziona Fernand Iveton,
“comunista algerino” che “fu militante della causa nazionale” e fu ucciso “sotto
il regno dei socialisti” quando François Mitterand era ministro della giustizia
e “rifiutò di accordargli la grazia”.
Oggi Iveton è dimenticato ad Algeri. Esiste una piccola via con il suo nome alle
estreme propaggini della città, presso l’ultima fermata della metro. Un suo
ricordo, tuttavia, è mantenuto in Francia ed è merito di Jean-Luc Einaudi,
storico indipendente francese, e di estrema sinistra, che ha dedicato le sue
ricerche ai militanti comunisti francesi d’Algeria, alle violenze e ai crimini
commessi dal governo coloniale durante gli anni della guerra. Nel 1986 Einaudi
ha scritto un libro d’inchiesta dedicato al giovane militante algerino
ghigliottinato: Pour l’exemple. L’affaire Fernand Iveton.
Qui ho scoperto che Iveton nacque sulle colline di Algeri, quando la città
estendeva appena le sue dita su un territorio di campagna. Era di
Clos-Salembier, oggi El Madania, un quartiere sorto accanto a El Mouradia, a
pochi minuti a piedi dalla casa dove vivevo. Ho visitato El Madania una sera e
ricordo vecchi algerini giocare a carte sugli scalini, accanto a un albero, e un
uomo dai capelli bianchi che pittava il muro della via dove abitavano gli
Iveton. Il padre di Fernand era un comunista e la famiglia si installò prima in
una baracca, poi costruì una casa in muratura. Vivevano accanto agli arabi
musulmani e agli ebrei e la povertà li accomunava. Iveton era andato a scuola
vicino Clos-Salembier e poi, da maggiorenne, frequentava la sezione del partito
comunista algerino a La Redoute. Era il 1947 e il partito, dopo le esitazioni
del dopoguerra, aveva sostenuto le prime rivolte nazionaliste e anticoloniali.
Molti pieds-noirs uscirono dal partito comunista per questo, mentre vi entrarono
nuovi lavoratori arabi. Iveton vi rimase e racconta un suo compagno, Ahmed
Akkache: “Aveva una voce grave, seria. Aveva dei movimenti lenti, ma fermi e
sicuri. Era un ragazzo un po’ sentimentale. La domenica, all’uscita dello
stadio, andava a vendere i giornali”.
Per ricostruire, a quasi vent’anni dalla morte, la storia di Iveton, Einaudi
consulta documenti dell’epoca – le sue lettere, le parole lasciate al processo,
le audizioni verbali dei testimoni, le dichiarazioni dei suoi compagni di lotta
di allora – e raccoglie testimonianze orali di chi gli è stato vicino e gli è
sopravvissuto. Emerge tra loro la voce di Hélène, la compagna polacca che lo
raggiunse in Algeria nel 1954. Trovarono casa ancora in Clos-Salembier, El
Madania. Fernand lavorava nel quartiere di Hamma, era operaio presso il
gasometro che forniva l’energia elettrica alle strade della città. Hélène non
aveva le stesse convinzioni di Fernand, ma era sconcertata dalle ineguaglianze,
in particolare dalle condizioni dei braccianti. E racconta a Einaudi di aver
comparato la situazione algerina a quello che aveva visto in Francia sotto
l’occupazione tedesca: “Che cosa hanno fatto i ragazzi quando non ne potevano
più? Ils sont partis dans le maquis, sono diventati partigiani. Qui è la stessa
cosa”. Si sposarono nel luglio del 1955, ad agosto esplose l’insurrezione
guidata dal Fln e un mese dopo il partito comunista algerino fu dichiarato
illegale dal governo coloniale.
Nei primi mesi del conflitto Fernand, raccontano i testimoni, accoglieva con un
senso di malessere e di impotenza le ambiguità del partito comunista algerino.
Legati alla linea del partito comunista francese, i dirigenti algerini
sostenevano che gli atti di insurrezione servivano al gioco dei colonialisti,
erano mere provocazioni. Eppure, all’interno del partito algerino era nata
un’organizzazione militare, le Combattants de la libération, conosciuta anche
come Maquis Rouge. I militanti del Cdl desideravano unirsi alla battaglia, ma
erano osservati con sospetto dai nazionalisti che temevano la concorrenza di
forze politiche alternative nella lotta per la liberazione. Così i comunisti
algerini erano schiacciati tra la linea del partito francese, incapace di fare i
conti con il colonialismo, e i sospetti del Fln. Al Maquis Rouge aderì Henri
Maillot, ragazzo di Clos-Salembier e amico d’infanzia di Iveton.
Una sera a El Mouradia sono uscito per mangiare una pizza da Mario in cima alla
salita oltre il portone. Quando non c’era il sole le strade diventavano libero
territorio di scarafaggi e di richiami divertiti tra i giovani alla fine
dell’estate. Dalla pizzeria ho poi passeggiato verso il cimitero cristiano.
Davanti ai suoi cancelli c’erano un hotel chiuso e abbandonato, la casupola di
un parrucchiere e la luce di un chiosco che vendeva caffè la notte. Gli edifici
si affacciavano su una piccola piazza e la targa riportava il nome di Henri
Maillot. Nell’ottobre del 1955 Maillot fu costretto a servire nell’esercito
francese. Accolse la chiamata con l’intento di disertare al momento giusto.
L’occasione si presentò nella primavera del 1956. A Maillot fu affidata la
direzione di un convoglio d’armi e il militante riuscì a dirottare un camion
carico di più di cento mitragliatrici, centoquaranta revolver e casse di
granate. Fuggì con le armi e si diede alla macchia assieme a compagni di
partito. Sia il governo che i nazionalisti algerini iniziarono a cercare il
gruppo di Maillot per neutralizzarlo: era un pericolo per entrambe le compagini.
Maillot e i suoi compagni furono uccisi a freddo dopo essere stati catturati dai
soldati francesi, era il giugno del 1956.
La morte dell’amico convinse Iveton della necessità di passare all’azione. Ci fu
un accordo tra Fln e partito comunista algerino: i militanti di quest’ultimo
potevano unirsi all’insurrezione a titolo individuale, accettando di essere
inquadrati nelle strutture nazionaliste. Iveton divenne parte di una cellula
comunista che rispondeva agli ordini del Fln. Tra loro c’era anche un ingegnere
che forniva gli esplosivi agli insorti: era Georges Arbib, un ebreo di origine
italiana nato a Tunisi. Racconta Arbib a Einaudi: “Ho percepito l’antisemitismo
molto presto e per questo mi sono avvicinato a persone che erano maltrattate
come noi. Ho compreso che il problema era lo stesso. A questo si aggiungeva la
miseria raccapricciante che vedevo intorno a me, le ingiustizie palesi. […] Ho
aderito al partito comunista a diciassette anni, quando era illegale in Tunisia.
Volevamo rivoltarci e il partito comunista era l’organizzazione che, all’epoca,
nella lotta antifascista, ci permetteva di esprimere al meglio la nostra
rivolta. […] Tutto ciò che vedevamo intorno a noi, la nostra situazione di
minorità, non oppressa da un punto di vista economico, ma disprezzata e
rigettata, ci costrinse a batterci per avere un posto al sole, contro le
discriminazioni e le leggi antiebraiche, e tutto questo mi ha portato a
riflettere sul problema dei musulmani. Così abbiamo sentito un moto di
avvicinamento a loro”.
LA SOLITUDINE DI IVETON
Il 30 settembre 1956 esplosero due bombe in luoghi pubblici di Algeri – una nel
Milk-Bar – e colpirono civili, anche donne e bambini. Erano le prime bombe poste
dal Fln nella capitale. Racconta un compagno di Iveton: “Non eravamo d’accordo
nel fare delle vittime nei bar. Iveton era contro le operazioni del Milk-Bar
[…]. C’erano delle vittime che non avevano fatto nulla. Noi siamo contro
l’esercito, i colonialisti, coloro che agivano”. Un altro membro della cellula
era contrario a quegli attentati, “ma bisognava comprendere il perché di queste
bombe. C’era paura da parte della popolazione algerina in seguito alla bomba
della casbah [posta dalla polizia francese]. Bisognava dimostrare a questa
popolazione che il Fln era capace di fare altrettanto. Era una risposta. Anche
se questa azione non ha scusanti, si può spiegare”. E disse Iveton a Hélène:
“Non è così che si deve agire, non è uccidendosi tra loro che troveranno una
soluzione”.
Iveton sentiva il bisogno di agire perché percepiva l’apertura di un divario
sempre più netto tra il mondo arabo e quello europeo. La guerra – con la
repressione del governo coloniale e gli attentati in risposta – stava nutrendo
le identità contrapposte. Mesi dopo, durante il processo intentato contro di
lui, Iveton avrebbe detto al giudice: “Sono sincero nelle mie idee politiche e
pensavo che la mia azione poteva provare che non tutti gli europei d’Algeria
sono anti-arabi, perché c’è questo fossato tra noi che si scava sempre di più…”.
L’azione, per Iveton, era un tentativo di colmare quel fossato.
La cellula di Iveton scelse come obiettivo il gasometro nel quartiere di Hamma.
Iveton poteva accedervi facilmente perché vi lavorava. Non c’era l’intenzione di
far saltare la struttura principale: era troppo sorvegliata e l’esplosione
avrebbe sventrato l’intero quartiere causando vittime civili. Scelsero di
piazzare la bomba accanto al tubo che collegava al gasometro il forno dove
bruciava il carbone. Era un gesto dimostrativo: avrebbero lasciato la città al
buio. L’ordigno era programmato per esplodere alle sei e mezza di sera, ma
Iveton chiese di ritardare di un’ora la deflagrazione per avere la certezza di
non ferire alcun operaio. Il 14 novembre 1956 raggiunse il posto di lavoro con
la bomba nel borsone, la depositò in uno sgabuzzino, ma un collega, insospettito
dai suoi movimenti, denunciò la presenza dell’ordigno. Giunsero i militari ad
arrestare Iveton.
Imprigionato e interrogato, a inizio dicembre Iveton scrisse un resoconto sulle
torture subite: “Mi hanno fatto passare su tutto il corpo, il collo, le parti
eccetera, la corrente elettrica. Se la mia immaginazione è buona (perché avevo
gli occhi bendati), penso che dovesse avvenire con un apparecchio del tipo
spinterogeno. […] Vedendo di certo che non avevo più spazio per la corrente
perché ero del tutto bruciato […] mi hanno fatto subire il supplizio dell’acqua.
Sempre nudo, mi hanno avvolto il corpo con una coperta umida, sdraiato su un
tavolo e legato molto forte, il collo che cadeva indietro all’estremità del
tavolo, un uomo, qualche volta due, seduto sulla mia pancia, uno straccio a mo’
di garza sulla bocca e sul naso. Mi portano sotto un lavandino e l’acqua inizia
a scendere; lo straccio si attacca al naso, impedendomi di respirare e sono
obbligato a bere fino al soffocamento completo”. La simulazione d’annegamento
era stata praticata anche dalla Gestapo nell’ultimo conflitto mondiale.
Iveton era solo. L’attenzione internazionale era concentrata sull’Algeria e la
Francia intendeva dimostrare che la lotta anticoloniale aveva una matrice
comunista e il paese, in caso di sconfitta di Parigi, sarebbe entrato
nell’orbita sovietica. Iveton era un utile simbolo da immolare per validare il
teorema. Il Fln, invece, non aveva alcun interesse a rivendicare l’attentato al
gasometro di Hamma, anzi il supplizio di Iveton consentiva di allontanare
l’attenzione dai suoi quadri. Così il processo al giovane militante divenne
funzionale alle compagini in guerra. Il dibattimento si svolse rapido e Iveton
fu condannato a morte, la grazia non fu mai concessa. Scriveva al suo avvocato a
dicembre: “Viva la fraternità dei nostri due popoli, viva l’Algeria liberata per
sempre dal colonialismo dove, uniti fraternamente, europei e musulmani
formeranno l’Algeria di domani”. La sua solitudine mi appare ora come allegoria
di una possibilità storica mancata. E ancora, a fine gennaio, quando attendeva
con speranza la grazia dal presidente della Repubblica, scriveva: “Penso che per
l’Algeria di domani, con la lotta di classe che si annuncia, noi avremo bisogno
di tutti i compagni e gli algerini d’origine europea vi devono partecipare. Alla
fine è il mio punto di vista. Ma quando dico questo, nel mio spirito non c’è
distinzione razziale perché anche i musulmani sanno che dovranno lottare per le
loro rivendicazioni sociali. E tutti insieme, europei e musulmani, faremo
dell’Algeria un bel paese, fraternamente unito…”.
Dicono che un giorno Iveton abbia detto al suo carceriere francese: “Imbecille,
non hai capito che lotto anche per te?”. I prigionieri erano rinchiusi in cima
alla casbah nella prigione di Barbarossa, costruita tra i bastioni delle
fortificazioni ottomane. Dall’alto della cittadella vedevo l’intero tratto
costiero, d’estate il cielo era di cobalto e pesava sui polmoni, il mare una
lastra immobile d’argento. I terrazzi delle case mi ricordavano Napoli e le
strette vie erano frequentate da un silenzioso turismo interno. Gli avventori
s’aggregavano ai tavolini dei ristoranti che friggevano sardine. Giravo lo
sguardo ai vuoti lasciati dagli edifici crollati per cogliere d’improvviso uno
scorcio lontano. Raccontano anche che l’11 febbraio 1957, mentre camminava nel
corridoio della prigione che portava alla ghigliottina, Fernand Iveton abbia
urlato in maldestro arabo: “Tahia el Djazaïr!”, “Viva l’Algeria!”.
LA CATENA DEL DOMINIO
La vicenda di Fernand Iveton mostra una modalità di interpretare il mondo: la
storia di un traditore che attraversa i confini tra le identità diventa una
mappa per agire e pensare. Dalle testimonianze di amici e compagni emerge il suo
animo sentimentale, eppure non credo che Iveton fosse un ingenuo. Ancora, il
desiderio di lottare insieme agli oppressi senza colpire i civili e adeguarsi
così ai metodi del nemico non è l’esito di un’attitudine romantica.
Nell’impostazione di Iveton intravedo un progetto politico capace di immaginare
un’Algeria possibile – socialista, indipendente e aperta alle nazionalità araba,
cabila ed europea – dopo la sconfitta francese e la dissoluzione del
colonialismo.
La mia interpretazione è suggerita dalla scoperta di un’altra storia, quella di
Bachir Hadj Ali. Ali era originario della casbah di Algeri, aveva pochi anni in
più di Iveton. Era un poeta, musicologo, appassionato di musica popolare
algerina e comunista. Aderì anch’egli, come Iveton e Maillot, al gruppo dei
Combattants de la libération e durante la guerra anticoloniale divenne il
segretario del partito comunista algerino. Alla fine del conflitto il Fln
assunse il governo del paese e dopo pochi mesi l’esecutivo dichiarò il partito
comunista fuori legge. Nel giugno 1965 il colonnello e ministro della difesa
Houari Boumediène organizzò un colpo di stato e prese il controllo della
repubblica algerina. La giunzione tra i vertici del Fln e le gerarchie
dell’esercito – consolidata dal carisma del presidente Boumediène – garantì per
decenni la stabilità politica, soffocando però la speranza di una rivoluzione
sociale. A pochi giorni dal colpo di stato Bachir Hadj Ali creò una
organizzazione di resistenza popolare, nel settembre fu arrestato e torturato
nelle prigioni del nuovo regime repubblicano.
Bachir Hadj Ali subì le torture della polizia algerina per settimane. Riuscì
tuttavia a scrivere un memoriale della sua prigionia su fogli di carta igienica
che nascose all’interno di sigarette svuotate. Consegnò poi i testi alla moglie
durante i colloqui e il suo racconto venne pubblicato in Francia l’anno dopo da
Éditions de Minuit con il titolo L’arbitraire. Leggo dal capitolo dedicato alle
torture fisiche: “Affondo nella morte. Risalita, urla, domande, silenzio, ‘Non
so nulla’, affondato, risalita, urla, silenzio, urla fino a far esplodere le
corde vocali, affondato. Mi risveglio, sdraiato sul cemento bagnato, vicino agli
escrementi di coloro che mi hanno preceduto, uno stivale pesante e sporco si
schiaccia sulla mia pancia gonfia d’acqua a dismisura. Prenderò questo bagno
forzato ancora due volte”. Ancora la tortura dell’annegamento, la stessa che fu
riservata a Iveton dal governo coloniale.
Frequentavo spesso un bar ai piedi della casbah, davanti al porto dei
pescherecci dove tirava vento. Il locale era accanto all’antica moschea
almoravide El Kebir e al bancone c’era sempre un ragazzo con la maglia del
Napoli. Prendevo un caffè e un makroud con pasta di datteri. Al tavolino leggevo
di Iveton e Bachir Hadj Ali, trovavo nei loro fantasmi il lascito di speranze
irrealizzate e il monito che il potere cambia, muore e rinasce e spesso ripete
le sue forme e tecniche di sopraffazione. Le loro figure mi sembravano argini
impotenti, eppure necessari, alla barbarie del dominio cangiante e perpetuo
degli uomini. L’11 febbraio 1957, quando uccisero Fernand Iveton, nella prigione
Barbarossa era reclusa una militante anticoloniale di origine europea. Scrisse
quel mattino una poesia e riuscì a consegnarla a Hélene Iveton. Gli ultimi versi
erano: “Puis le coq a chanté / Ce matin ils ont osé, / Ils ont osé vous
assassiner. / En nos corps fortifiés / Que vive notre idéal / Et vos sangs
entremêlés / Pour que demain, ils n’osent plus / Ils n’osent plus, nous
assassiner”. (francesco migliaccio)
(disegno di cyop&kaf)
Kamal Aljafari è un regista palestinese nato nel 1972 a Ramla e cresciuto a
Jaffa. Il suo primo film dedicato alla Palestina è The Roof(2006) ed è
ambientato a Ramla; in Port of Memory (2010) appare invece il vecchio porto di
Jaffa. Nel 2015 Aljafari realizza Recollection, un’esplorazione delle immagini
di Jaffa depositate in vecchie pellicole di finzione israeliane e statunitensi.
Grazie alla manipolazione dei materiali di repertorio Recollection mostra un
mondo rimosso: la città palestinese ricordata, i suoi edifici e gli abitanti
ormai scomparsi. Cinque anni dopo Aljafari lavora con nuovi materiali: le
videocassette di una camera di videosorveglianza posta dal padre fuori dalla
casa di Ramla, d’estate. An Unusual Summer è un’opera dove l’inconscio ottico
della videosorveglianza coglie personaggi legati alla memoria affettiva
dell’autore. A Fidai Film del 2024 recupera un archivio visivo disperso:
Aljafari rielabora brandelli di sequenze tratte da un repertorio palestinese
depredato dall’esercito israeliano. Poi nel 2025 ha realizzato With Hasan in
Gaza: il film s’origina dal ritrovamento di immagini catturate dallo stesso
autore al tempo della seconda Intifada a Gaza, dove era andato alla ricerca di
un amico conosciuto nelle carceri israeliane.
Compare un appunto in An Unusual Summer: “La vita deve essere distrutta per
essere rivelata”. Il cinema di Aljafari manipola le immagini di repertorio fin
quasi alla consunzione, ma da questa ricerca emergono persistenti le tracce di
una vita, quella palestinese, che si vorrebbe cancellata e rimossa sin dal
giorno della Nakba, il 15 maggio 1948. Il Museo Nazionale del Cinema ha
organizzato una retrospettiva questa primavera. Trascrivo qui la traduzione del
discorso che Kamal Aljafari ha tenuto al cinema Massimo di Torino il 23 aprile,
stimolato dalle domande di Carlo Chatrian e Grazia Paganelli. (francesco
migliaccio)
* * *
Sono nato a Ramla e sono cresciuto a Jaffa, il posto da cui viene mia madre. Ho
realizzato il mio primo film nel 2006, The Roof, e il film era dedicato al
tornare indietro. Stavo studiando all’accademia di Colonia e ho fatto il mio
primo film sul tornare indietro al primo luogo, al luogo originario. Questa
tendenza a tornare indietro riguardava i due luoghi dove sono nato e dove sono
cresciuto e ho trascorso la mia infanzia. E questi due luoghi sono Ramla e
Jaffa. Queste due città sono oggi parte di Israele, sono diventate Israele nel
1948 con l’occupazione della costa e dopo il 1948 solo una piccola minoranza di
palestinesi può vivere lì. La maggioranza dei palestinesi si è dispersa altrove,
ha abbandonato le città, ma fino al 1948 Jaffa era la più importante città
portuale in Palestina, la più importante città da un punto di vista culturale ed
economico. Prima del 1948 abitavano a Jaffa cento ventimila palestinesi e dopo
solo duemila sono rimasti. Fu davvero la fine di una società, di quella società
che abitava la città. È stato puramente per caso che sono nato in Palestina,
perché i miei nonni, quando scappavano dalla guerra, erano già su una nave che
andava a Beirut nel 1948 e c’era una tempesta in mare e il capitano del vascello
disse: «È meglio se torniamo indietro, perché possiamo morire in mare: morire
per morire, meglio morire nel nostro paese». Tornarono indietro e si nascosero
nella zona del porto per due settimane e poi l’esercito decise di permettere a
questi palestinesi di restare lì, ma erano tutti costretti a vivere in un solo
quartiere che praticamente divenne una sorta di ghetto.
Lo stesso accadde in una città, Ramla, molto importante da un punto di vista
geografico perché si trovava sulla via che connetteva Gerusalemme a Jaffa. Nel
1948 la città fu occupata, molti fuggirono e solo una piccola minoranza rimase
fra cui i miei nonni dalla parte di mio padre. Lo stesso accadde a loro: furono
costretti a vivere in un quartiere che è proprio chiamato “il Ghetto”. Ancora
oggi quando torno a visitare la mia famiglia a Ramla e prendo un taxi, cerco di
evitare questo nome perché trovo sia veramente terribile. Inizio a spiegare
l’indirizzo, descrivo il luogo, e la risposta è: «Ah, certo: il Ghetto. Tu
intendi: il Ghetto!». È qualcosa che veramente… Ho vissuto per anni in Germania
e avevo una consapevolezza del tutto differente su questo termine, sul suo
significato e sul suo uso, e mi colpiva il fatto che venisse importato e
adattato al contesto della Palestina.
Ho realizzato che una persona può esprimere tutto a partire dal movimento di
ritorno verso il luogo da cui è partito, oppure a partire dalla permanenza in un
luogo. Forse conoscete lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz che ha scritto
innumerevoli romanzi a partire dal singolo quartiere dove viveva. Mahfuz era
solito dire che tutto quello che devi fare per scrivere dell’intera umanità è
stare in un unico luogo. Credo che stare in un luogo o tornare indietro in un
luogo per realizzare i film dipenda a volte da una scelta deliberata, altre
volte non posso farne a meno come in A Fidai Film dove ho lavorato su materiali
di archivio ritrovati e che provengono anche da Jaffa e Ramla.
Recollection è l’inizio del mio lavoro con i materiali di archivio ritrovati,
materiali d’archivio già esistenti. La realizzazione di Recollection è legata al
ritorno in luoghi che di fatto non esistono più nella realtà. Jaffa è stata via
via distrutta e poi mangiata da Tel Aviv. Ma negli anni Sessanta molti film
israeliani erano girati a Jaffa e negli anni Ottanta era lo stesso per molti
film americani. Ricordo che quando ero bambino un giorno tornavo da scuola e
andavo alla casa dei miei nonni. C’era un gruppo di bambini riunito e la strada
era piena di immagini di Khomeini e di svariati slogan libanesi perché proprio a
Jaffa stavano girando un film sulla guerra civile in Libano. Rimasi con i
bambini lì e stavo aspettando che le scene venissero girate. Vidi un furgoncino
bianco, un Volkswagen bianco. Nel furgoncino c’erano due uomini e uno di loro
era Chuck Norris che è morto pochi giorni fa. Quando ero bambino vidi Chuck
Norris dal vivo mentre girava questo film, Delta Force One. E Delta Force
One era un film girato a Jaffa, ma nel film Jaffa era Beirut durante la guerra
civile.
Era un tipico film di azione americano sui terroristi che dirottano un aereo e
lo portano a Beirut, ma Chuck Norris arriva a liberare gli ostaggi. Io stavo lì
e iniziarono a girare e vidi Chuck Norris con la mitragliatrice che sparava
ovunque dal veicolo in movimento con la portiera aperta. Da bambino, come tutti
i bambini, ero eccitato a vedere questa scena e non potevo capire il senso
dietro questo tipo di film, non potevo capire il modo in cui stavano usando la
città. Molti anni dopo nel 2010 ero invitato a proiettare un film a Londra e mi
trovavo in un hotel e nella stanza c’era un messaggio di benvenuto sul
televisore e diceva: “Welcome mister Kamal Aljafari”, poi cambiai canale e andai
a farmi una doccia, uscii dalla doccia e vidi quella esatta scena trasmessa dal
televisore. Era veramente incredibile: non avevo mai visto quel film, ma potevo
riconoscere quella scena, così mi sedetti e vidi il film per la prima volta.
Guardavo il film – lasciamo perdere che questi film sono orrendi – e potevo
vedere sullo sfondo molti luoghi che non esistono più perché sono stati
distrutti.
Aspettavo solo che gli attori lasciassero l’inquadratura ma il film era
americano, il che significa che l’inquadratura non è mai lasciata vuota. Così
quando sono tornato a casa ho ordinato il DVD del film e ho iniziato a vedere i
film girati a Jaffa perché volevo fare un film sui luoghi che appaiono sullo
sfondo. Ma vorrei fare ancora un riferimento a Delta Force One: è un film
veramente brutto per il modo in cui sono rappresentate le persone, ad esempio i
terroristi erano interpretati da ebrei mizrahi [ebrei originari di paesi arabi]
e non da palestinesi e parlavano un arabo davvero strano, un arabo che in certi
passaggi non aveva alcun senso. E nella scena finale Chuck Norris arriva con
questa Delta Force armata e attaccano il luogo dove gli ostaggi erano
trattenuti. Questo luogo era una vecchia scuola vuota che la municipalità di Tel
Aviv aveva concesso alla produzione. E nella scena finale l’edificio è fatto
esplodere e l’esplosione è girata in presa diretta. Quindi alla fine della scena
questa vecchia scuola non esisteva più. Allora era lo stesso cinema a produrre
una violenza cinematografica e al contempo a partecipare alla distruzione
materiale del luogo.
Recollection è stata la prima volta in cui ho iniziato a lavorare con il
materiale di archivio. Con Recollection ho lavorato con i film di finzione e
ironicamente erano film di finzione israeliani. E perché erano girati a Jaffa e
non a Tel Aviv? Perché Jaffa era una vecchia città e girare in una vecchia città
fa una differenza narrativa enorme perché tu hai un luogo carico di storia. Se
invece giri a Tel Aviv, dai l’impressione di essere in una città nuova e mostri
che tu sei nuovo in questo luogo. Jaffa è una vecchia città, è davvero
fotogenica con tante architetture antiche, ed era importante per le produzioni
israeliane reclamare una narrazione carica di storia. E questi film escludono i
palestinesi come se non esistessero, in fondo i palestinesi sono rimossi e
sradicati per due volte: prima nella realtà e poi nei film di finzione che erano
girati lì. Non appaiono e dunque non esistono.
Quando ho iniziato a raccogliere immagini la mia idea originaria era di fare un
film sulla città di Jaffa, ma poi, e questo veramente mi ha sorpreso, ho
iniziato a notare le persone che stavano sullo sfondo: passanti, figure che
guardavano fuori dalla finestra. In un film ho addirittura ritrovato mio zio che
passava. Allora ho rimosso tutti gli attori per vedere i luoghi e ho scoperto
questi personaggi che passavano e non erano comparse: erano palestinesi che
contrabbandavano sé stessi dentro l’immagine. Questo è diventato il tema più
importante: trovare i fantasmi che davvero esistevano sullo sfondo, ma a cui
nessuno dedicava attenzione. Sembrava che stessero aspettando me: erano lì e io
dovevo scoprirli.
L’idea di impegnarmi in un film che lavorasse su archivi di immagini già
esistenti mi ha portato a manipolare le immagini. Gli interventi
di Recollection servono a esprimere me stesso, mi servono a trasformare
l’archivio ritrovato in qualcosa di nuovo, in una nuova immagine. Non è un modo
per cercare di essere oggettivo, perché non credo nell’oggettività nel cinema o
nell’arte in generale. È un’operazione totalmente soggettiva: quando iniziamo a
realizzare un film, ad avvicinare un tema, emerge il punto di vista del regista.
E questa soggettività è un aspetto importante e in molte occasioni mi prendo la
totale libertà di intervenire. Ad esempio in A Fidai Film metto maschere di
colore su parti d’immagine, uso il colore rosso per coprire le frasi di
propaganda impresse sulla pellicola dagli israeliani. Queste frasi in ebraico
erano state aggiunte per descrivere le immagini saccheggiate nel 1982
dall’archivio audiovisivo palestinese che era conservato a Beirut.
Molte persone lavorano con gli archivi e ci sono diverse tradizioni: alcuni
approcci sono molto artistici, come Pelešjan, o penso alla coppia italiana
Gianikian e Ricci Lucchi. Ma li ho scoperti in un secondo momento. Il mio lavoro
era in molti modi legato all’esperienza e alla mia provenienza, alle esperienze
che abbiamo attraversato come popolo. La rielaborazione delle immagini in A
Fidai Film riguarda le poche tracce che ho trovato appartenenti ai materiali
razziati dall’esercito israeliano nel 1982. Quelle immagini si trovavano in un
istituto di ricerca palestinese che conteneva un grande archivio con immagini,
vecchie mappe, libri – tutti materiali rubati dall’esercito. La limitazione in
un certo senso ha permesso il mio intervento e mi ha aiutato a trovare una via
per esprimere me stesso. Trovo sempre la limitazione veramente affascinante:
quando hai pochi materiali, sei spinto a una maggiore creatività. Ma le
manipolazioni non mi aiutavano solo a esprimere me stesso, ma anche a creare una
nuova immagine. Gli archivi – come recita un capitolo del film – sono la
macchina da presa del diseredato o di chi ha perso tutto. Raccogli tutto quello
che è disponibile e lavori con questo, lavori con questa limitazione.
In generale l’idea di salvare non mi è vicina, non credo che il cinema possa
salvare qualcuno o qualcosa. Tutto quello che posso fare è esprimere me stesso,
condividere i miei sentimenti e le mie idee con le persone. Certo è romantico
credere che possiamo salvare i luoghi o le persone prendendone l’immagine. Fare
film mi dà soddisfazione perché grazie a questo possiamo continuare a esistere,
a sognare, anche se è un’illusione. Ma non credo che fare film o foto possa
salvare alcunché, i film sono proiettati nei cinema ma allo stesso tempo il
paese continua a essere distrutto, i crimini continuano a essere commessi. È
questa la situazione in cui siamo, anche se vorrei che il cinema potesse
cambiare la realtà. Certo, desidero che la vita che non esiste più possa tornare
a esistere e questo è il caso di With Hasan in Gaza che è realizzato con riprese
fatte da me nel 2001 a Gaza. Ora molti dei luoghi che si vedono non esistono più
e anche le persone sono state uccise, o sono disperse, ferite: tutti sono stati
toccati. Possiamo riprendere ciò che scomparirà perché grazie a questo gesto ci
garantiamo un’esistenza, possiamo continuare a sperare e a sognare, ed è tutto
quello che possiamo fare.
Mi piace molto lavorare con l’astrazione, un’astrazione che riguarda tanto le
immagini quanto i suoni. Attraverso l’astrazione puoi raggiungere l’universalità
e credo davvero che la condizione palestinese sia infine una condizione umana,
una condizione dell’umanità. Con il suono è possibile realizzare qualcosa che
non necessita traduzione, perché le emozioni espresse dal suono possono
raggiungere le persone e non importa quale lingua parlino o a quale nazionalità
appartengano: il suono è suono. Ad esempio in A Fidai Film c’è una sequenza di
repertorio che ho trovato dove un bambino palestinese cammina in un campo
profughi in Libano, un campo dell’UNRWA. E questo film era stato realizzato
dall’UNRWA perché giravano film sui rifugiati negli anni Sessanta e Settanta.
Quando l’ho trovato non aveva suono, così ho creato il suono e l’ho aggiunto
sull’immagine del bambino che cammina nel fango: non un suono sincronizzato, è
un suono fuori sincrono. Lavoro molto con il suono non sincronizzato perché
questo in qualche modo facilita l’immaginazione e permette una maggiore
partecipazione. Così si trasforma la scena del bambino che cammina nel fango:
quando aggiungi il suono, diventa emozionante.
Sono stato davvero fortunato perché ho lavorato con due artisti del suono. Ho
iniziato a lavorare con loro sei anni fa: uno è Attila Faravelli di Milano e ha
realizzato molti suoni per A Fidai Film e With Hasan in Gaza; il secondo è un
musicista, Simon Fisher Turner. Lavorare con entrambi è stato un vero
arricchimento per i miei ultimi film perché ho potuto lavorare con persone a cui
non era necessario dicessi con le parole che cosa cercavo. Abbiamo raggiunto la
condizione in cui io non ho la necessità di spiegare me stesso: hanno creato i
suoni di cui il film aveva bisogno. Un esempio riguarda With Hasan in Gaza:
Simon ha visto il girato e ha iniziato a inviarmi davvero tanti file, ho un
archivio enorme con le sue registrazioni e alcune duravano anche tre ore e mi
diceva di ascoltare tutto perché a un certo punto c’era una variazione, una
trasformazione, ma non mi diceva quando. Un giorno mi ha mandato la
registrazione di un allarme, un allarme simile a quello che senti quando non
metti la cintura in auto. Il film aveva molte scene con le auto e mi sono
ricordato che avevo questo suono in mente, ma non gliel’ho detto. Quando tornavo
a casa e visitavo la mia famiglia, mio padre era già abbastanza vecchio e la
sera andava al bar a incontrare i suoi amici. Il bar non era molto lontano da
casa, ma lui prendeva l’auto e io andavo con lui e non metteva mai la cintura e
io stavo sempre con lui sentendo questo suono. Simon ha colto questo suono, lo
ha manipolato e l’ha usato molto nel film, ma io non avevo comunicato con lui a
proposito di questo. Comunichiamo su un livello che è al di là della
spiegazione: sono coincidenze che non sono coincidenze.
Quando ho iniziato a lavorare per Recollection, ho pensato che accadeva qualcosa
di irripetibile. Quando studi per diventare regista non pensi di realizzare film
con materiali di repertorio: vuoi girare tu stesso quei film. Nessuno parte con
l’idea di realizzare film con materiali già esistenti. Allora ho pensato
che Recollection fosse un’esperienza unica, ma dopo sono andato a trovare la mia
famiglia ed è stata l’occasione per poi realizzare An Unusual Summer. E mia
sorella, che è avvocata, mi prendeva in giro perché ci metto molto a realizzare
un film e mi ha detto: «Forse dovresti vedere le videocassette che ho trovato.
Potresti fare un film con quelle». Quali videocassette? Allora mi ha raccontato
una storia su mio padre, che allora era già morto. Lei ha trovato questi nastri
perché quando era vivo qualcuno aveva rotto i vetri della sua auto e nostro
padre voleva sapere chi era stato in quartiere a farlo e aveva filmato per un
mese, senza sosta. Iniziai a guardare questi materiali e per me erano
incredibili: in un mese chiunque viveva nel quartiere appariva
nell’inquadratura, anche la mia famiglia appariva fra la casa e l’auto. Conosco
la maggior parte di queste persone e certo ho una connessione intima con loro,
emozionale. Nel film ci sono le due sorelle che camminano assieme e sin da
bambino non ho mai visto queste due sorelle separate. Quando camminavano in
strada, camminavano assieme. Da bambino vedevo un vicino sempre in bicicletta e
di nuovo nel film appare con la sua bicicletta. Molti aspetti non potrebbero
essere notati se non appartenessi a quel luogo, se non conoscessi quelle persone
e la loro biografia, ma allo stesso tempo per me c’è qualcosa di universale.
Infatti se metti una videocamera così, in quasi in ogni luogo del mondo troverai
questi personaggi. E questo è particolarmente impressionante con la camera di
videosorveglianza perché questa videocamera ha una pazienza infinita che nessun
regista può avere. Nessun regista si metterebbe alla finestra per filmare il
mondo per ventiquattro ore senza fermarsi. Il film è strutturato su alcuni
appunti che scrissi e uno dice: “Nella videocamera di mio padre chiunque ha
l’occasione di esistere”. Perché quando fai un film devi selezionare, devi fare
un casting per gli attori, ma la camera di videosorveglianza non seleziona:
registra chiunque, chiunque per lei può essere un criminale.
With Hasan in Gaza è stata davvero una sorpresa per me perché davvero ho
scoperto il materiale solo nell’ultimo anno. Stavo cercando un vecchio disco
rigido e mi sono imbattuto in una cassetta Mini Dv con un titolo scritto in
arabo: “With Hasan in Gaza”. Non avevo idea di che cosa fosse e sono andato in
un laboratorio che aveva modo di riprodurre la cassetta e ho visto immagini di
repertorio di Gaza e ancora non sapevo di che cosa si trattasse finché non ho
sentito la mia voce. Poco dopo c’è una scena dove appaio. Sono tornato a casa
alla ricerca di più cassette perché ho capito che dovevano essercene altre e ne
ho trovate altre due senza titoli. Così ho capito perché alle scuole di cinema
dicevano che bisogna sempre scrivere sulle cassette. Questi materiali erano
stati girati nel 2001 a Gaza e il loro ritrovamento avvenne nel momento in cui
mi stavo chiedendo, combattendo con me stesso, che tipo di film o di arte si può
fare di fronte a questa distruzione di massa, a questo omicidio di massa. Come
agire? E non volevo fare un film mostrando persone uccise, persone che passano
attraverso eventi orribili. Non volevo mostrare di nuovo tutto ciò, ho pensato
che non volevo ripetere tutto l’orrore. In un certo senso fare cinema con i
materiali recenti di Gaza avrebbe urtato la dignità delle persone coinvolte,
perché il cinema ha bisogno di tempo, ha bisogno di una giusta distanza che ti
permette di impiegare materiali di repertorio che registrino qualcosa che cambia
a fondo la vita delle persone o che distrugge quelle stesse vite. Nello stesso
periodo in cui mi dibattevo in queste domande ho trovato i materiali di Gaza del
2001 e ritrovarli era la risposta naturale ai miei dilemmi. Era davvero come
scoprire segni di vita catturati dalla videocamera ed era anche la prova che la
distruzione non ha mai successo: ci sono sempre delle tracce.
(disegno di simone massi)
Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale
partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle
grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un
amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze
costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli
artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la
violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli
sfrattati degli scorsi decenni. Sempre il solito mio discorso: Barcellona città
morta (come nel documentario omonimo), promessa al diavolo dall’alto della
montagna del Tibidabo, che significa proprio “te la darò”. Lo ripeto stancamente
al malcapitato mentre entriamo in plaça de les Glòries Catalanes, porta
dell’antico quartiere industriale di Poblenou, oggi trasformato nel “distretto
della tecnologia e dell’innovazione” grazie al cambio di destinazione d’uso di
duecento ettari di città nei primi anni Duemila. La brutalità della spianata di
cemento, le nuove architetture da rivista patinata del museo del design, la
copertura scintillante del nuovo mercato sono stemperate da un nuovo parco,
meraviglioso e accessibile, dalle aiuole rigogliose, dai bambù e dai cactus che
sorgono dalla torba che interrompe la pavimentazione di pietra.
Cerco di descrivergli cosa ci fosse prima, come se i relitti industriali fossero
le vere glorie catalane del nome della piazza – un nome sarcastico, giacché la
storia della Catalogna è soprattutto una storia di sconfitte: dal 1714 al 1939,
fino al 2017. Ma il mio ricordo è avvolto nella nebbia. Alzo gli occhi
all’enorme Torre Glòries di Jean Nouvel, il grattacielo più alto di Barcellona,
la cui forma fallica si erge imponente contro il cielo, inaugurando la fila di
palazzoni di vetro che costeggia la Diagonal fino al mare. L’ho vista crescere,
prima si chiamava Torre Agbar: ricordo i peruviani che giocavano a pallavolo
intorno al suo cantiere, i gitani che occupavano le fabbriche vicino, gli okupas
che manifestavano contro il progresso e contro il consenso fabbricatovi intorno.
La piazza era un enorme ovale sopraelevato in cui confluivano le tre grandi
arterie metropolitane, sotto il quale brulicava un grande mercato delle pulci.
Mentre la torre si alzava, piano dopo piano, calava l’ombra sulle antiche
fabbriche di mattoni rossi, sulle casette imbiancate demolite a mucchi. Le
scritte sui muri profetizzavano una catastrofe, il crollo di quei grandi oggetti
singolari: “Torres más altas hemos visto caer” (“Abbiamo visto cadere torri più
alte” – eravamo poco dopo l’11 settembre), o: “Un día la gran polla de la Torre
Agbar caerá en el coño de la plaça Glòries”. Oggi che la sopraelevata è stata
sotterrata, l’analogia femminile non regge più. Quella maschile è più erta che
mai.
Il progetto del distretto dell’innovazione aveva avuto sempre andamenti
altalenanti. Le imprese tech trovavano Barcellona più adatta a congressi
sporadici per pippare cocaina nelle discoteche del litorale che ad aprirvi una
sede. Quando arrivò la “sindaca ribelle” Colau, l’intero progetto di
trasformazione urbana rimase in piedi, ma cambiò il discorso: alla retorica
progressista dell’innovazione si sommò quella della “sostenibilità”, e la
gentrificazione divenne “green gentrification”, molto più insidiosa. Nel 2018
Facebook annunciò che avrebbe affittato dieci piani della Torre Glòries per
farne un bastione della lotta alla disinformazione e alle fake news, in realtà
un centro di moderazione di contenuti. Colau annunciò l’accordo come prova del
successo nell’attrarre le imprese tecnologiche anche sotto la sua
amministrazione, anche perché le loro tasse avrebbero permesso di investire
nello spazio pubblico. Ma era la seconda giunta dei “Comuns”, quando il
potenziale trasformativo degli anni degli indignados era sfumato.
L’amministrazione si fece imbrogliare dalla promessa di un milione di euro della
Coppa America, spendendone quattro e mezzo per preparare il porto; anche il
greenwashing di progetti speculativi – come i mille appartamenti di lusso a Bon
Pastor, presentati come un ecodistretto contro l’emergenza climatica – riusciva
sempre meno bene.
Oggi intorno alla Torre non ci sono più né gli okupas che protestano, né i
gitani nelle fabbriche – e io non ho visto neanche i peruviani che giocavano a
pallavolo. I prezzi delle case sono impazziti, le case in affitto sono più
introvabili che a New York, e per strada si sente più inglese che catalano. C’è
un parco dedicato all’attivista indigena Berta Cáceres, ma lo frequentano
soprattutto tech boys e nomadi digitali nordeuropei che fanno jogging. Gli
indios de Barcelona, catalani e non, sono emigrati nell’entroterra, nonostante
lo stato preoccupante dei trasporti. L’oscurità calata su quel deserto chiamato
distretto tecnologico però non è solo la sostituzione della popolazione operaia
con gli expat dalla pelle più chiara. C’è qualcosa di più cupo, dentro i nuovi
grattacieli di Poblenou. Già qualche anno dopo l’apertura del centro moderazione
di Meta sui giornali si iniziò a parlare del malessere dei seicento dipendenti,
che però avevano firmato accordi aggressivi di “non disclosure” con l’azienda
subcontrattata (Barcelona Digital Services, poi Telus Digital). Nel 2023 una web
aveva lanciato l’allarme sullo stress post-traumatico nella Torre, chiamandolo
addirittura “Sindrome Torre Glòries”. Per chi ci lavorava, quel luogo era
Mordor: la reggia tetra di un oscuro sire chiamato Mark Zuckerberg. Un anello
per ghermirli e nel buio incatenarli.
Questa primavera, dopo la chiusura dell’azienda e il licenziamento di tutti i
lavoratori, uno di loro ha violato il patto del silenzio con Meta, rivelando
l’oscurità dell’abisso tecnologico. In una fanzine gratuita pubblicata da un
collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano –, l’ex
moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor.
Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si
chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un
cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e
giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di
video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il
flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in
diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni
“gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo
sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato
incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che
si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha
invaso la città post-industriale.
Perché gli operai e le operaie che “puliscono quotidianamente la merda secondo i
capricci del signorino Mark” avevano corpi e vite, fuori dalla Torre. I video
visionati tornavano nei loro sogni, o durante le conversazioni con le amiche, o
al bar, come crisi di pianto, o dolori inspiegabili che non riuscivano neanche a
ricondurre allo stress post-traumatico. L’azienda minimizzava: “Immaginate di
star vedendo un film dell’orrore”, consigliava il dipartimento di wellness,
fomentando lo scollamento tra realtà e rappresentazione che regge l’intero
impero digitale. Quando Horacio e i suoi colleghi protestarono perché un video
di violenze pedofile indicibili continuava a tornare online nonostante le loro
segnalazioni, i dirigenti li rimproverano: “Fate troppo rumore!”. Un impiegato
traumatizzato a un certo punto prende a capocciate l’ascensore, mentre aspetta
lo sblocco del sistema digitale; viene subito licenziato per “poco
autocontrollo”. Horacio dice che il problema “era proprio il contrario: ci
stavamo controllando troppo”.
La fanzine riporta estratti delle interviste a molti dipendenti per ricostruire
l’orrore che Meta aveva infilato nelle loro vite. Un lavoratore colombiano si
era suicidato, distrutto dalle immagini che aveva dovuto visionare. Quasi
nessuno riusciva a parlare del suo lavoro. Molti avevano rotto con i partner.
Uno si ubriacava dalla fine del turno fino all’inizio del turno successivo. Una
donna rifiutava il contatto con il figlio piccolo, allo stesso tempo era
terrorizzata per lui. La sequenza di stupri, pedofilia e violenze impresse nelle
loro menti, la coscienza del fatto che non erano un film, non poteva lasciare
indifferenti dei corpi umani. E poi c’erano i manuali su cosa tecnicamente
andava considerato un cadavere; i protocolli per fare eccezione ai contenuti
nazisti se provenivano dall’Ucraina; la sensazione che tutto quell’orrore non
venisse mai realmente cancellato, solo tolto dalla circolazione e immagazzinato
altrove, per essere poi usato chissà come. Gli stessi dati delle lavoratrici e
dei lavoratori, i loro registri, commenti, scambi di opinioni sul lavoro, sono
sicuramente custoditi da qualche parte, anche dopo la chiusura, pronti ad essere
utilizzati per estrarne nuovi profitti. “In internet tutto è eterno”, scrive
Horacio. Solo qualche settimana dopo la fanzine è uscita la notizia che Meta usa
i dati dei lavoratori per addestrare l’AI che li licenzierà.
All’improvviso, lo scorso aprile, l’impresa ha chiuso. Era il giorno in cui
Trump annunciò i dazi a mezzo pianeta, il cosiddetto Liberation day. I
lavoratori hanno avuto pochi minuti per riprendere le loro cose dagli
armadietti, alcuni non sono neanche riusciti a farlo. Già da qualche mese erano
in cassa integrazione per presunti “problemi finanziari” dell’azienda (problemi
finanziari, Facebook?). Lo stato spagnolo aveva dovuto pagare prima un
expediente temporal de regulación de empresa – una misura pensata per il
Covid-19, ma molti anni dopo la pandemia; e poi un expediente definitivo, tutti
soldi dei contribuenti per coprire i presunti problemi finanziari di Zuckerberg.
Nessuno credeva che il governo socialista avrebbe accettato; e invece ha
accettato. Poi il sistema sanitario pubblico catalano ha dovuto curare, o almeno
provare a curare, le centinaia di persone lasciate da sole con i loro incubi.
Fortunatamente quattrocento ex dipendenti hanno intentato una causa all’azienda
per danni psicologici: “Ride bene chi ride ultimo” è la frase che conclude la
fanzine.
La questione non è certo idealizzare il passato industriale. Le fabbriche di
Poblenou erano già chiuse a fine anni Novanta, alcune occupate da punk o gitani,
altre diventate locali notturni mitologici come il Razzmatazz. Ma per tante
persone il quartiere era uno spazio familiare, o un luogo di lavoro, ancora nei
primi anni Duemila. C’erano vicoli pieni di case dove ora ci sono le sedi delle
mega-multinazionali informatiche. Nei laboratori industriali di Can Ricart, dove
ora c’è il Parc Central di Jean Nouvel, c’erano tornitori che producevano
componenti metalliche per la Seat; altri che avevano lavorato alle
macrostrutture delle Olimpiadi del 1992; c’era anche un grande laboratorio di
candele artigianali con quaranta dipendenti, che chiuse per sempre con la
riqualificazione tecnologica. Il comune le considerava “imprese rumorose e
inquinanti”, e ne promosse la chiusura o la delocalizzazione. Le aziende di oggi
sono sicuramente più silenziose, ma infinitamente più inquinanti. Oltre a Meta e
ai suoi abissi di perversione, a Poblenou c’è la sede di Indra, una delle
imprese militari più importanti della Spagna; ci sono Unmanned Life e Dronelab,
che producono droni; non è lontano anche Airbus Intelligence, partner di guerra
di Israele e di Palantir. Siamo molto oltre la gentrificazione. Per quanto siano
belli i parchi e le piazze, per quanto gli architetti apprezzino i nuovi
edifici, la città è stata consegnata a un’ombra, i cui danni non sono neanche
più esternalizzati altrove. (stefano portelli)
(archivio disegni monitor)
Dal 20 al 24 aprile 2026 diverse organizzazioni per la Palestina in Germania
hanno organizzato una settimana di azioni contro la complicità accademica
nell’apartheid e genocidio in Palestina, con il nome di Israeli Apartheid Week.
Pubblichiamo questa intervista inedita a due studenti dell’organizzazione
“Students for Palestine Germany” che hanno organizzato il boicottaggio
accademico. L’intervista, realizzata da Sabine Broeck, professoressa
dell’Università di Brema, è stata tradotta e editata per chiarezza.
* * *
Qual è l’obiettivo della Israeli Apartheid Week?
La Settimana dell’Apartheid israeliano è la prima settimana di azioni coordinate
per il boicottaggio accademico in Germania, per esporre le complicità
dell’accademia tedesca nei crimini israeliani e lanciare la rete ABC-DE come
infrastruttura di boicottaggio sul lungo termine. I suoi obiettivi sono tre:
esporre i legami strutturali tra le università tedesche e le università
israeliane impegnate nell’occupazione e nell’apartheid; costruire un
contropotere organizzato studentesco e docente per il BDS (Boicottaggio,
Disinvestimento e Sanzioni contro Israele) nelle diverse università; e ribadire
che la solidarietà con la Palestina e il BDS sono forme di espressione politica
che le università non possono censurare. Prevede un programma denso di eventi in
ventitré città, tra cui Berlino e Monaco: lezioni, dibattiti, teach-in,
proiezioni e azioni nei campus per esporre le collaborazioni istituzionali al
dibattito pubblico. Della rete formano parte ben quarantatré organizzazioni
studentesche e accademiche.
Avete già subito qualche forma di repressione?
Già da prima che iniziasse la settimana, alcune università hanno proibito le
iniziative: la Ruhr-Universität di Bochum ha cancellato un’intera serie di
eventi a partire dalla diffamazione ufficiale del BDS come antisemita e
sostenendo che il programma non avesse “basi scientifiche”. Tutti gli eventi
sulla Palestina in Germania sono proibiti preventivamente, le aule vengono
negate all’ultimo momento e gli organizzatori sono criminalizzati con vaghe
accuse di “estremismo”. Ma tanto i tribunali tedeschi come gli esperti Onu hanno
ribadito che le restrizioni sul BDS e sulla solidarietà alla Palestina violano
diritti di base: diversi relatori speciali riconoscono che l’accusa di
“estremismo” al BDS contraddice la libertà di opinione, di espressione, di
associazione e di assemblea. Alcuni tribunali amministrativi tedeschi, per
esempio quello di Colonia, hanno annullato le proibizioni a eventi BDS,
considerandole incostituzionali.
Ci puoi spiegare il contesto in generale? Al di là del movimento studentesco,
sempre più radicale, sembra che le istituzioni accademiche abbiano dimostrato
una adesione senza precedenti alle posizioni del governo.
In Germania siamo testimoni di una chiusura sempre più stretta della “ragion di
stato” sionista: la lealtà allo stato di Israele viene elevata a un principio
semi-costituzionale, contrario al diritto nazionale e internazionale,
specialmente quando prendono la parola i palestinesi e i loro alleati. Le
autorità tedesche continuano a evocare la Costituzione, ma scavalcano
continuamente le sue garanzie per implementare questa politica. Diversi
ricercatori e centri di supporto legale hanno documentato come dal 2023 la
Germania abbia costruito un’infrastruttura repressiva che criminalizza ogni
forma di solidarietà reale con la Palestina, con le proibizioni, la violenza
della polizia, i tagli ai fondi e le sanzioni professionali. Le università sono
laboratori chiave di questa politica: strumentalizzano l’antisemitismo
utilizzando le sue definizioni più espansive, usano una risoluzione non
vincolante del Bundestag contro il BDS come se fosse una legge, e marginalizzano
le ricerche critiche verso la politica estera tedesca – ironicamente, in nome
della libertà accademica. L’unico contropotere esistente finora è quello del
crescente movimento studentesco che insiste sui principi di base: che la libertà
accademica deve includere la Palestina e la nostra abilità di rifiutare la
complicità nell’apartheid, e che la “ragion di stato” non può essere usata come
strumento per il genocidio e per l’occupazione
Sono impressionata dal livello di ricerca e attivismo che avete costruito negli
ultimi anni. Potreste descrivermi come funziona questa struttura organizzativa e
politica?
La campagna non è nata dal nulla: è il risultato di due anni di lavoro
cumulativo svolto da dozzine di gruppi che rifiutavano la censura sulla
Palestina. Un pilastro è stata la ricerca: studenti e docenti hanno
compilato rapporti dettagliati sui legami con Israele delle loro università, dei
programmi europei come Horizon, e anche con l’industria della difesa – rendendo
empiricamente innegabile la complicità accademica. Un secondo pilastro è stata
la creazione di coalizioni. I gruppi locali per la Palestina si sono collegati a
sindacati, iniziative antirazziste e antimilitariste, a reti internazionali come
il PACBI. Infine, abbiamo lavorato molto sull’educazione politica e la
diffusione mediatica, organizzando convegni come “Academic Boycott Now!”,
elaborando rapporti pubblici, formando dei portavoce, e ora con la IAW, in modo
che, nonostante l’intensa repressione, il movimento possa esprimere un discorso
chiaro e articolato a favore del boicottaggio.
Gli attacchi alla solidarietà con la Palestina sono sempre più vili, a volte
rasentano la follia. Che ruolo può avere la solidarietà internazionale?
È il nostro salvavita. Anche osservatori istituzionali come il Commissario
europeo sui diritti umani ormai hanno riconosciuto che la Germania è diventata
uno degli ambienti più repressivi per le organizzazioni palestinesi. Per questo
abbiamo urgente bisogno di testimoni, partner, e di pressione transnazionale.
Quando dei ricercatori, dei sindacati e delle organizzazioni studentesche
dall’estero sostengono il boicottaggio accademico in Germania, non solo
rafforzano la chiamata al BDS guidata dai palestinesi, ma proteggono anche gli
attivisti locali. Il boicottaggio accademico, inoltre, è intrinsecamente
internazionale: si concentra sulle collaborazioni nella ricerca, i programmi di
scambio, i circuiti di finanziamento transnazionali che sostengono apartheid,
occupazione e genocidio. Creare campagne coordinate tra campus tedeschi e
università estere ci permette di passare dai comunicati simbolici all’azione
reale – per esempio quando delle istituzioni partner questionano o sospendono la
loro collaborazione con le università tedesche che censurano la solidarietà alla
Palestina.
Avete un messaggio finale per i lettori in altri paesi, o qualche richiesta di
contatto?
Il nostro messaggio è semplice: se siete parte di un’università o di
un’istituzione di ricerca ovunque nel mondo, siete già legati al sistema che
stiamo sfidando – e per questo siete in grado di evocare un cambiamento di cui
c’è urgente bisogno. Vi invitiamo a mettervi in contatto con ABC-DE, a scambiare
informazioni sui loro legami alle università israeliane e coordinare campagne di
boicottaggio accademico che fanno pressione su entrambi i lati di queste
partnership. Siamo particolarmente interessate al contatto con le organizzazioni
studentesche, con le associazioni di docenti, con i collettivi di ricerca e con
le associazioni professionali che stanno ragionando o adottando risoluzioni sul
BDS, o che stanno facendo campagne contro la complicità delle loro università.
La nostra richiesta è: non trattate la Germania come un caso speciale che non
può essere criticato. La Germania è un campo di battaglia centrale nella lotta
per difendere dei diritti universali, e per terminare la complicità accademica
con l’apartheid.
(disegno di guerrilla spam)
Il primo aprile Ulf Kristersson, primo ministro svedese e leader del Partito
moderato, ha annunciato che, in caso di vittoria del centrodestra (ormai poco di
centro e molto di destra) alle elezioni politiche previste per il 13 settembre,
i Democratici di Svezia, partito nato nel 1988 da ambienti razzisti e
neonazisti, non solo entreranno nel governo ma otterranno ministeri chiave:
quelli dell’immigrazione e dell’integrazione. Due settimane prima erano stati i
Liberali a comunicare il loro via libera all’alleanza di governo con i
suprematisti, rifiutata categoricamente ancora l’ottobre scorso; la svolta ha
provocato una ribellione interna, ma alla fine è stata approvata.
Gli ultimi, e ipocriti, residui di “cordone sanitario” – l’esclusione dal
salotto buono della politica di una formazione a lungo considerata, da tutti i
partiti, incompatibile con i princìpi svedesi – si sono così sbriciolati. Gli
antidoti al dilagare della xenofobia che il paese credeva di possedere,
dall’alto della sua presunta superiorità non solo sull’Europa meridionale, ma
anche sugli altri paesi nordici, si sono rivelati castelli di sabbia. Del resto,
anche se i Democratici di Svezia sono entrati in parlamento nel 2010 l’ostilità
verso le persone immigrate serpeggiava nel paese fin dall’inizio degli anni
Novanta (non a caso il loro ingresso nelle amministrazioni locali data al 1994).
La crisi dei rifugiati del 2015 ha poi rotto ogni argine.
Jimmie Åkesson, che del partito suprematista è il leader incontrastato dal 2005,
ha seguito la stessa traiettoria bifronte di Giorgia Meloni: accreditarsi come
conservatore pragmatico nelle istituzioni, disposto ad accantonare (solo
temporaneamente, beninteso) alcune delle proposte più controverse, e insieme
dare libero sfogo al sessismo e razzismo della sua truppa nella società civile.
Gli SD sono così passati dal 5,7% del 2010 al 17,5% del 2018, per poi diventare,
nel 2022, il partito più votato dopo quello socialdemocratico (che da oltre un
secolo è quello che raccoglie più consensi), nonché primo del centrodestra,
superando, con il 20,5% dei voti, i Moderati (19,1%), che detenevano il primato
nella coalizione dal 1979.
Al successo di Åkesson ha certo contribuito l’ascesa globale dell’estrema
destra, ma la “normalizzazione” della Svezia – evidente anche nell’isteria
bellicista e atlantista scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina – fa rumore,
perché si tratta di un paese governato per lo più dal Partito socialdemocratico.
Per permanenza al potere (dal 1932 al 2022), percentuale media di voti (fino ai
tardi anni Novanta sopra il 40%) e risultati ottenuti (un welfare
universalistico e politiche del lavoro ammirate in tutto il mondo), la
traiettoria storica della socialdemocrazia svedese non ha eguali. L’altra faccia
della medaglia del patto tra capitale e lavoro alla base del “modello svedese” è
stata la neutralizzazione del conflitto sociale, con una marcata
istituzionalizzazione dei movimenti, innanzitutto quello operaio; un dato,
questo, che aiuta a spiegare la scarsa resistenza prima all’avvento del
neoliberalismo e ora alla sua torsione autoritaria.
Lo sdoganamento dei suprematisti comincia nel gennaio 2017, quando l’allora
leader del Partito moderato, Anna Kinberg Batra, apre a una collaborazione in
parlamento (ma non in un futuro governo). La sua uscita provoca un tale scandalo
(con conseguente calo del partito nelle intenzioni di voto) da costringerla alle
dimissioni. Il suo successore, Kristersson, inizialmente ribadisce la fedeltà al
cordone sanitario, escludendo categoricamente qualsiasi accordo; tuttavia, dopo
le elezioni del 2018 (perse anch’esse, dopo quelle del 2014) lo sfaldamento
dell’alleanza di centrodestra, a causa della decisione dei Liberali e del
Partito di centro di sostenere un governo socialdemocratico di minoranza, lo
induce a intavolare un “dialogo costruttivo” con il partito-paria, diventato
ormai il convitato di pietra della strategia per il ritorno al potere.
Un mese dopo le elezioni del 2022, la coalizione di centrodestra – che ha
recuperato i Liberali, ma non i Centristi – annuncia di aver sottoscritto
l’Accordo di Tidö (dal nome del luogo dove è stato siglato) con i suprematisti.
Il patto prevede che il governo sia formato da Moderati, Liberali e
Cristianodemocratici e guidato da Kristersson, mentre i Democratici di Svezia ne
rimangono fuori, pur essendo stati i più votati. Åkesson e i suoi la fanno
passare come una discriminazione che accettano per realismo (“il paese non è
ancora pronto”), ma in verità si tratta di una posizione molto vantaggiosa: non
si sporcano direttamente le mani e ottengono, in cambio dell’appoggio esterno
(essenziale alla sopravvivenza dell’esecutivo), posti chiave nelle istituzioni e
soprattutto il potere di dettare l’agenda del governo sulle materie concordate
nel documento; a cominciare, naturalmente, da immigrazione e criminalità, di
fatto ormai equiparate, sfruttando l’allarme per il fenomeno delle gang
giovanili, la cui manovalanza è costituita da immigrati di seconda generazione.
Anziché intervenire sulle cause del loro disagio, il nuovo governo sceglie la
stretta repressiva (che peraltro colpisce anche l’attivismo, in particolare
quello a sostegno della Palestina), integrata dall’introduzione di criteri più
restrittivi sia per il diritto d’asilo che per l’immigrazione economica.
E gli avversari del centrodestra? Da anni i socialdemocratici, al governo come
all’opposizione, fanno di tutto per dimostrare di essere più realisti del re –
dove il realismo è quello del tecno-capitalismo xenofobo. In parlamento il
partito guidato da Magdalena Andersson appoggia quasi sempre le proposte della
maggioranza in materia di politica penale, migratoria ed estera; l’adesione alla
Nato, impresa mai riuscita al centrodestra, è stata promossa proprio dai
socialdemocratici, che sostengono incondizionatamente l’invio di armi
all’Ucraina fino a una vittoria dai contorni indefiniti. Quanto al genocidio del
popolo palestinese, è stato riconosciuto tardivamente e con molta cautela.
Il Partito della sinistra ha sposato totalmente il regime di guerra, nella
speranza di ottenere un ministero in un eventuale prossimo governo di
centrosinistra (richiesta che sia i Socialdemocratici sia il Centro hanno
rispedito al mittente); la sua leader, Nooshi Dadgostar, ha dichiarato che è
giusto dare la vita per il proprio paese (nell’imminenza di una guerra contro la
Russia…). Il suo patriottismo non trova riscontro in una recente ricerca
condotta su oltre 100 mila giovanissimi che a breve cominceranno la trafila
(obbligatoria) per la selezione di alcune migliaia di effettivi dell’esercito.
Sette ragazze su dieci hanno risposto di essere indisponibili a combattere, in
caso di guerra, con argomenti che vanno dalla nonviolenza al rifiuto di
sacrificare la propria vita per un’entità astratta come lo Stato. Non bastasse
il bellicismo russofobo, l’incapacità di Dadgostar di farsi portavoce del
disagio giovanile (e non solo) è palese nella posizione ambigua sul genocidio in
Palestina: la condanna di Israele non le ha impedito l’espulsione di esponenti
del partito schierati al fianco della resistenza palestinese.
L’esito delle elezioni di settembre è al momento molto incerto. Il definitivo
sdoganamento dei suprematisti da parte dei tradizionali partiti di centrodestra
può essere la carta vincente per mantenere il potere, a fronte di una coalizione
rossoverde (Socialdemocratici, Partito della sinistra, Verdi e Partito di
centro) molto divisa al suo interno, soprattutto su clima, immigrazione e
politica economica. Dall’altro lato, in una parte dell’elettorato di
centrodestra l’alleanza con i Democratici di Svezia continua a suscitare un
malumore che potrebbe riflettersi in un calo dei Liberali, e forse degli stessi
Moderati.
Per niente scandalizzata è la Confindustria svedese. La riprova del fatto che la
classe dominante ha deciso di fare del partito di Åkesson il suo referente
politico, senza più alcun infingimento, è una pubblicazione uscita nel settembre
dello scorso anno, Tidö 2.0. Un nuovo inizio per la Svezia. A firmarla sono
due think tank, Timbro e Oikos, rispettivamente della Confindustria e dei
Democratici di Svezia; il matrimonio ufficiale tra capitale e suprematismo si è
consumato lì. Dopo aver precisato che le due organizzazioni hanno “premesse
ideologiche diverse”, liberali per Timbro e conservatrici per Oikos, viene
enfatizzato il comune, grande amore di entrambe le tradizioni di pensiero per la
libertà. È proprio questo principio a ispirare l’ambizioso programma di riforme
che viene presentato. Al governo in carica viene riconosciuto il merito di aver
invertito “un processo che per molto tempo era andato nel verso sbagliato”,
anche se non si capisce in che cosa consistano i successi di Kristersson, dal
momento che il suo esecutivo non è riuscito, con l’approccio law and order, a
debellare la criminalità giovanile – cavallo di battaglia della campagna
elettorale del 2022 – né a ridurre la spesa pubblica, che anzi è aumentata per
finanziare il riarmo; per tacere del clima, su cui la Svezia ha registrato uno
sconcertante arretramento.
Ora si tratta di osare ancora di più, scrivono gli autori del documento,
incentrando il nuovo corso sull’iniziativa e la responsabilità individuale,
ovvero ridimensionamento di tutto ciò che è pubblico (welfare, cultura, aiuti
internazionali), privatizzazioni e deregulation (anche degli affitti), ulteriore
precarizzazione del lavoro, enfasi sulla natalità e la famiglia, equiparazione a
potenziali criminali delle persone migranti.
Qualche segnale di rifiuto delle misure xenofobe più indecenti del governo si è
visto, negli ultimi mesi, per esempio in occasione dell’espulsione di giovani di
famiglia immigrata che, compiuti i diciotto anni, non sono più coperti dal
permesso di soggiorno dei genitori e, se privi dei requisiti di reddito per la
residenza, possono essere deportati nel paese di origine dei genitori, dove
spesso non hanno mai messo piede; una norma aberrante, introdotta peraltro nel
2016 dai Socialdemocratici. Dopo le polemiche, Åkesson ha battuto in ritirata,
contando sulla sua prossima partecipazione al governo per applicarla senza
freni, così come tutto il repertorio della remigrazione (trasformazione dei
permessi di soggiorno permanenti in temporanei, incentivi al rimpatrio
“volontario”, revoca della cittadinanza [sic], e via dicendo).
Nonostante le proteste di diverse amministrazioni locali (anche di
centrodestra), dipendenti pubblici e giovani contro il razzismo
istituzionalizzato, a ora mancano movimenti di massa che possano sfidare
l’appiattimento di quasi tutto l’arco politico su programmi e (dis)valori che
hanno raso al suolo l’egualitarismo, il femminismo e la solidarietà di cui il
paese andava fiero (non senza ipocrisie). Il tempo del conflitto sociale è ora;
se vincerà la “nuova” Svezia auspicata da padroni e suprematisti, esso non sarà
nient’altro che un’eccedenza di cui sbarazzarsi. (monica quirico)
(copertina di nadiia zhelieznova)
Sarà proiettato alla biblioteca di Cascinette di Ivrea (il 10 aprile) e presso
l’Unione Culturale Franco Antonicelli a Torino (il 14 aprile) il film di Tamara
Erde This is my land. Il film, realizzato nel 2014, esplora i modi di insegnare
la storia in diverse scuole israeliane e palestinesi. Le proiezioni sono parte
di un piccolo ciclo che ha l’ambizione di riunire comunità di docenti, studenti
(e non solo) disposte a guardare film, ragionare sulla scuola, e discuterne.
Pubblichiamo a seguire un’analisi del film scritta da Antonio Del Castello e
pubblicata sul numero 12 de Lo stato delle città.
* * *
Tamara Erde, ex alunna di un liceo di Tel Aviv, ha concluso il suo percorso
liceale all’inizio del Duemila senza sapere nulla della Palestina e
dell’occupazione israeliana, senza mai porsi domande sulla storia che le veniva
insegnata. Studentessa patriottica, è cresciuta con l’intenzione di servire
nell’esercito e così ha fatto. Solo durante il servizio militare le sono sorti
i primi dubbi sulla parzialità dell’istruzione ricevuta. In questo la sua
esperienza ricorda quella di numerosi veterani delle forze di difesa israeliane
che negli ultimi vent’anni hanno fondato l’organizzazione Breaking the silence
con l’intento di rendere nota la realtà delle pratiche militari di abuso
quotidiano sui civili nei territori palestinesi occupati da Israele.
Dopo alcuni anni in Francia, dove lavora come regista, sceneggiatrice e
fotografa, Erde torna nel suo paese nel 2014 per girare This is my land, un
documentario su come viene insegnata la storia del conflitto in Israele e in
Palestina, con l’intento di capire se la situazione abbia conosciuto evoluzioni
rispetto ai suoi anni da studentessa. A sette dei docenti da lei contattati per
partecipare al suo documentario il ministero dell’istruzione israeliano nega
l’autorizzazione. Nonostante ciò, Erde riesce a raccogliere una casistica ampia
e diversificata. Tre le scuole secondarie coinvolte nel progetto: ad Haifa
(ebraica, laica), a I’billin in Galilea (palestinese, laica) e a Itamar, scuola
statale di Talmud e Torah in uno degli insediamenti colonici israeliani nei
territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Tre le scuole primarie, tutte
laiche: a Ramallah (Cisgiordania), a Neve Shalom/Whahat al Salam, villaggio
israelo-palestinese fondato nel 1972 con intenti progressisti (il nome vuol dire
“oasi della pace”), e l’ultima, gestita dall’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni
unite per i rifugiati palestinesi) nel campo profughi di Balata, presso Nablus,
in Cisgiordania. Restano fuori le scuole della striscia di Gaza, gestite da
Hamas. Tutti sono istituti statali tranne quello di Neve Shalom/Whahat al Salam,
che è anche l’unica scuola etnicamente mista, con bambini e insegnanti ebrei e
palestinesi. Solo nelle scuole laiche ebree e in quella mista ebreo-palestinese
le classi si compongono di alunni di entrambi i sessi.
L’intenzione del documentario di Tamara Erde è filmare, nel corso dell’intero
anno scolastico, le attività didattiche che si svolgono nell’aula o fuori
dall’aula e intervistare in momenti diversi insegnanti e alunni. Non solo. In
alcuni momenti prendono la parola due studiosi esperti di pedagogia: Mohammed S.
Dajani Daoudi, palestinese, e Nurit Peled-Elhanan, israeliana, studiosa di
scienze dell’educazione linguistica all’Università ebraica di Gerusalemme, che
ha dedicato gli ultimi anni allo studio dei libri di testo israeliani (in
italiano è disponibile il suo saggio del 2012 su La Palestina nei testi
scolastici di Israele, tradotto nel 2015). Si pone subito in evidenza il
problema della libertà di insegnamento per i palestinesi che vivono in Israele.
Johnny Mansour, insegnante di storia nella scuola superiore di I’billin, in
Galilea, racconta di aver realizzato un libro di testo che non ha ricevuto
l’autorizzazione dal ministero. Per utilizzarlo avrebbe dovuto espungere interi
capitoli e apportare modifiche sostanziali, specie alla parte dedicata alla
Palestina: avrebbe dovuto essere chiamata Eretz Israel (Terra d’Israele). Se si
vuole insegnare la storia delle rivolte palestinesi contro il mandato britannico
o quella della Nakba tocca insomma autoprodurre, come docenti, i propri
materiali d’insegnamento.
La neutralità dello sguardo, la varietà delle situazioni mostrate, l’intreccio
dei casi intendono evitare l’impressione di un film a tesi contro il governo del
proprio paese. Tuttavia la selezione dei materiali e il confronto tra sistemi
avanzano un’ipotesi: in classe, nei princìpi che ispirano la didattica così
come nelle attività svolte all’aperto, sono gli insegnanti palestinesi più che
gli israeliani a praticare una pedagogia della libertà, dell’immaginazione, del
diritto, parlando di diritto al ritorno, di resistenza come pratica quotidiana
di gioia e dignità contro l’oppressione (citando il poeta Mahmoud Darwish),
ribadendo, in questa rivendicazione, la critica dell’antigiudaismo.
Un giorno nella scuola elementare di Ramallah c’è un’adunata di tutti gli
alunni per ricordare il “martire immolato nelle prigioni degli occupanti
israeliani”. L’insegnante, Ziad Khaddash, propone come compito in classe di
scrivere una lettera a un proprio coetaneo figlio di coloni israeliani in un
insediamento vicino, e legge alcuni dei testi elaborati. In uno di questi un
bambino rivendica gli scioperi della fame dei detenuti palestinesi come arma
contro la violenza dei coloni. Durante la lezione va via la corrente, e tutto
suggerisce che la pratica di scrittura alla luce delle candele sia abituale.
Emergono le storie di alcuni ragazzini: c’è chi ha avuto il padre prigioniero
per quattordici anni degli israeliani, chi ha avuto la madre uccisa dagli
occupanti. Ma intervistati alla fine dell’anno scolastico comunicano i loro
sogni per il futuro: uno vuole occuparsi di salvaguardia dell’ambiente, un altro
vuole fare il medico.
Diversa la situazione nelle scuole ebraiche, dove emerge invece di frequente la
paura dei vicini. Il primo giorno di scuola, ad Haifa, l’insegnante chiede agli
alunni della sua classe di secondaria superiore come immaginano Israele tra
venti o trent’anni: “I palestinesi continuano a prenderci la terra”. “Non ci
sarà mai pace – aggiunge un altro – se non a prezzo del nostro sacrificio”. Nel
corso dell’anno emerge il tema dei villaggi abbandonati a forza dai palestinesi
nel ’48, e ci sono studenti che si chiedono come poté Ben Gurion non porsi
questo problema dopo la persecuzione che gli ebrei avevano subito in Europa. Il
punto, ieri come oggi, è il diritto alla sicurezza rispetto ai nemici
potenziali: questa la risposta, non priva di senso tragico, dell’insegnante. È
una pedagogia da regime di guerra, con parate militari a cui prendono parte gli
alunni. Nella scuola religiosa dell’insediamento di Itamar, uno degli alunni
parla degli arabi come di una minaccia costante e afferma che “bisogna buttarli
fuori, con il governo, con l’esercito”.
Il caso più interessante per la ricerca di Tamara Erde è fornito dalla pratica
didattica nella scuola non statale di Neve Shalom/Whahat al Salam, dove i due
insegnanti in compresenza, un uomo ebreo e una donna palestinese, ciascuno
parlando la propria lingua, compiono il tentativo di porre entrambe le
prospettive su un piano di parità, senza negarne i tratti irriducibili (per
cui, per esempio, il giorno dell’indipendenza di Israele coincide con quello
della Nakba, la “catastrofe” palestinese) o le contraddizioni, come il fatto
che, pur essendo ebrei e arabi nati sulla stessa terra, il simbolo nazionale
presente sulla bandiera si riferisce ai soli ebrei. Gli alunni giungono a essere
consapevoli della contraddizione, ma, come osserva Raida Aiashe-Katib,
l’insegnante palestinese, se “è così facile per gli alunni ebrei identificarsi
con tutte le popolazioni del mondo che vivono sotto occupazione”, è
incredibilmente difficile per loro provare la medesima empatia per i loro
vicini, i palestinesi, sulla terra dei quali vivono. Quando, nel corso di
un’altra lezione, gli alunni sono invitati a commentare la proiezione del breve
cartone animato di Nina Paley, This land is mine, del 2012, che illustra la
millenaria catena di sangue per il possesso di questa terra, Aiashe-Katib chiede
agli alunni: “Perché questa terra è mia?” – “Perché me l’ha concessa Dio”,
risponde un alunno ebreo. “Noi non lo diciamo. Diciamo è la terra dei nostri
avi”, risponde lei.
Emerge infine, nel documentario, la questione delicata del perno ideologico
della didattica della storia in Israele, e cioè l’uso della memoria
dell’Olocausto. Per la Giornata della Memoria, gli alunni della scuola
elementare di Neve Shalom/Whahat al Salam vengono portati in palestra ed esposti
per due minuti al suono opprimente di una sirena. Gli alunni di Haifa sono
accompagnati dalla regista nel loro viaggio di istruzione in Polonia, ai campi
di sterminio di Belzec e Auschwitz, scortati dal loro insegnante e da Haim
Megira, guida specializzata negli “Holocaust travels”. Guida professionale ma
non priva di consapevolezza intorno al significato di questo tipo di viaggi:
“Una cerimonia – racconta nell’intervista – non richiede domande. La nostra
società non ha la maturità per affrontarle, ma siamo abbastanza sofisticati da
usare questi monumenti come giustificazione morale”.
Nel suo libro del 2023, Holocaust education, Nurit Peled-Elhanan mostra come
nella didattica della storia israeliana le vittime dell’Olocausto siano
intenzionalmente rappresentate – in modo traumatizzante – come i paria che gli
israeliani potrebbero in qualsiasi momento tornare a essere qualora perdessero
il controllo sugli arabi palestinesi, che per questo sono demonizzati e
presentati come i futuri potenziali sterminatori. La retorica vittimaria diventa
retorica del potere e il “mai più” diventa la giustificazione per l’occupazione
militare e l’oppressione dei palestinesi. Qui nel documentario, intervistata
diversi anni prima della pubblicazione di questo libro, Nurit Peled-Elhanan
insiste sul fatto che nelle scuole israeliane la memoria del trauma non sia
utilizzata in senso trasformativo: “Dopo la Giornata della Memoria, i bambini
hanno degli incubi, bagnano il letto, e non fanno alcun passo avanti pensando a
come una cosa del genere non possa più accadere in nessun posto”. E non
sarebbero infrequenti, secondo i suoi studi, i casi in cui i bambini israeliani
sono convinti che siano “gli arabi ad aver ucciso sei milioni di ebrei in
Germania”.
La conclusione, che resta implicita, è che no, la situazione non sembra essersi
evoluta in meglio rispetto agli inizi del Duemila. Si può osservare, a margine
di tutto questo, quanto la pedagogia della memoria sia divenuta un tema centrale
anche per le nostre scuole europee, in un contesto allargato ai paesi dell’ex
patto di Varsavia, quegli stessi che hanno spinto nel 2019 per la risoluzione
del parlamento europeo Sull’importanza della memoria europea per il futuro
dell’Europa, che ha equiparato fascismo e comunismo. Il rischio è che, nella
ricerca di un comune denominatore identitario di un’Europa altrimenti divisa per
secoli, la condanna unanime (e naturalmente legittima) dei totalitarismi
avvalori la liquidazione del Novecento unicamente come secolo dei genocidi e
della violenza politica; che l’estensione del dispositivo vittimario come
fattore costitutivo della nuova identità europea porti alla dispersione
dell’intero giacimento di vittorie del movimento operaio e di emancipazione
sociale e civile che il Novecento stesso ha portato. C’è il rischio che tutto
ciò contribuisca a creare acquiescenza allo stato di cose che il neoliberismo
ha determinato, indebolendo, peraltro, la critica al colonialismo israeliano in
Palestina. Se un antidoto c’è all’uso strumentale e militarizzato della memoria
e del dispositivo vittimario, questo è l’insegnamento critico e libero della
storia nelle scuole di ogni ordine e grado.
(disegno di irene servillo)
E se non siamo pronti a morire l’uno per l’altro,
allora siamo già morti.
Ma le serate come sono belle
quando la terra esala di profumi
Tasos Livaditis
L’8 febbraio 2026, presso il chiosco dello storico complesso residenziale di
Prosfygika, che si affaccia su uno dei viali più trafficati della città, è stata
convocata un’assemblea aperta in difesa della comunità di occupazione, che
affronta l’imminente minaccia di sgombero. Sotto al gazebo, seduti dietro un
tavolo, alcuni abitanti pronti a prendere la parola, dall’altro lato una folla
radunatasi per capire che cosa sta succedendo. Già da qualche giorno si era
sparsa la voce che Aristotelis Chantzis, uno dei residenti, aveva scelto di
intraprendere il più estremo atto di lotta, lo sciopero della fame fino alla
morte. Mai come oggi, infatti, la sensazione è quella della battaglia finale,
dopo che la regione Attica ha firmato nel giugno 2025 un contratto da quindici
milioni di euro con il ministero della cultura e l’azienda per il pubblico
impiego, che prevede la restaurazione di quattro degli otto blocchi da destinare
al “social housing”. Si vocifera che lo sgombero dovrebbe arrivare entro giugno
o luglio 2026. La comunità – composta da oltre quattrocento persone, tra cui
bambini, anziani, malati, che finirebbero per strada – ha fatto la sua scelta,
come si legge nelle parole di Aristotelis: “Abbiamo deciso di difendere fino in
fondo la nostra proposta sociale, le persone che ne fanno parte, le strutture
che abbiamo costruito e la memoria storica di Prosfygika. È una nostra scelta
consapevole e una nostra responsabilità dare anche la vita per la continuazione
della vita”.
L’assemblea dell’8 febbraio ha inaugurato così una stagione decisiva di lotta.
Ogni domenica pomeriggio un’assemblea aperta di centinaia di persone affolla uno
dei cortili, mentre sabato 14 marzo un corteo di migliaia di persone ha marciato
dal Politecnico, luogo simbolo della resistenza antifascista ateniese, fino al
quartiere. La strada intrapresa è quella dell’apertura della comunità alla città
e al mondo, attraverso una vera e propria chiamata alla solidarietà
internazionalista, in difesa di un’esperienza politica unica in Europa. Una
strada che non prevede compromessi o marce indietro.
È difficile comprendere il valore non solo materiale ma anche simbolico di
questa occupazione senza conoscerne la storia. Il blocco di edifici che prende
il nome di Prosfygika, costruito tra il 1933 e il 1935, rappresenta uno dei
tanti complessi di edilizia popolare sorti in quegli anni per dare un tetto ai
profughi greco-ortodossi in fuga dall’Anatolia, dopo la sconfitta ellenica nella
guerra greco-turca. La cosiddetta Catastrofe dell’Asia Minore si concluse con il
trattato di Losanna del 1923, che sancì lo scambio di popolazioni e portò in
Grecia oltre un milione di esuli, da cui ancora oggi prendono il nome alcuni
quartieri della capitale. La stessa parola “prosfygika”, significa letteralmente
“dei profughi”. Il complesso è composto da otto fabbricati divisi in 228
appartamenti di cinquanta metri quadrati, dette “case minime”, con ampi spazi
comuni all’esterno, lavanderie e terrazze condivise. Anche l’architettura, che
riprende l’approccio modernista dell’edilizia popolare di inizio Novecento,
ispirato allo stile Bauhaus, è stata pensata per una vita comunitaria. Come
testimoniano ancora oggi i fori dei proiettili sulle pareti degli edifici,
durante la seconda guerra mondiale proprio questi edifici furono una base
logistica della resistenza antifascista e comunista. Durante la cosiddetta
Battaglia di Atene del dicembre 1944 le truppe dell’esercito popolare greco di
liberazione, principale movimento di resistenza all’occupazione nazifascista,
difese insieme ai residenti il quartiere contro l’offensiva dell’esercito
inglese e delle forze monarchiche.
UN MUSEO VIVENTE
La lotta sembra inscritta nelle pietre di questi edifici, che nel 2003 e nel
2009 sono stati dichiarati monumento storico dal Consiglio di Stato; ancora una
volta, non grazie a una concessione dall’alto ma alla resistenza di cinquantuno
residenti, che rifiutarono le promesse di ingenti ricompense e non cedettero
all’esproprio. Questo riconoscimento, ottenuto con la collaborazione della
Scuola di Architettura di Atene, non può difendere gli abitanti dallo sfratto ma
ha finalmente bloccato i piani di demolizione, che si sono susseguiti fin dai
tempi della dittatura dei Colonnelli. È da fine anni Sessanta, infatti, che
Prosfygika è sotto assedio: la Corte Suprema da un lato, l’ospedale e la
stazione centrale di polizia dall’altro e, esattamente dall’altra parte di
Leoforos Alexandras, lo stadio del Panathinaikos. L’intonaco scrostato che da
cui si intravedono i massicci muri in sasso e gli ampi spazi verdi tra gli
edifici, luoghi di incontro per la comunità, stonano con lo scenario
circostante. L’architettura imponente del tribunale e della stazione di polizia,
con lo stile monumentale caratteristico del periodo della Junta, incarna anche
visivamente il potere dello Stato. D’altro canto, la pressione dettata dagli
interessi economici generati dallo stadio, costruito nel 1922, ha da sempre
minacciato il quartiere, soprattutto negli anni Novanta, quando fu approvato un
progetto di smantellamento degli edifici di Prosfygika per costruire un centro
commerciale.
Oggi, fermata la demolizione, gli speculatori e i loro alleati istituzionali
puntano alla “riqualificazione” degli edifici, facendo leva sulla retorica
dell’abbandono e del degrado, che sono stati in realtà una precisa strategia
adottata dai governi negli ultimi trent’anni per motivare e preparare l’assalto.
I discorsi intorno al “salvataggio” di Prosfygika e a un suo presunto utilizzo
sociale – come quello del governo di Syriza, che nel 2018 proponeva la
museificazione del quartiere in memoria dei rifugiati e della resistenza, o
quello attuale, che punta a costruire alloggi sociali e un ostello per i parenti
dei pazienti del vicino ospedale oncologico – celano dietro un discorso
“umanitario” gli interessi di appaltatori e aziende, legati alle autorità
regionali e governative da fitte reti clientelari. Il paradosso di queste
retoriche è che la comunità è già un luogo di accoglienza e cura per le persone
senza casa, è già un luogo di ospitalità per i parenti dei pazienti
dell’ospedale, è già un’esperienza unica di “social housing” e, come dicono i
residenti, un “living museum” delle migrazioni e della resistenza di ieri e di
oggi. Non a caso, il nuovo progetto di sgombero dell’occupazione di Leoforos
Alexandras è stato approvato mentre è in costruzione un futuristico stadio per
il Panathinaikos a Votanikos, in un’altra zona della città, per il quale è stato
sgomberato nel 2022 l’ultimo campo per rifugiati inserito nel tessuto urbano
della capitale, nonostante la determinata lotta dei residenti.
Lo spostamento dello stadio aprirà per la zona antistante il vecchio impianto,
compresa Prosfygika, nuove “opportunità di sviluppo”. Più in generale,
quest’operazione si inserisce nel piano di un’Atene ripulita, moderna e
finalmente “europea”, imposto dal governo Mitsotakis fin dai giorni della sua
ascesa, nel 2019. Possiamo enumerare gli sgomberi di decine di occupazioni di
migranti e antagonisti, la militarizzazione del quartiere di Exarchia e la
chiusura della sua piazza per il cantiere della nuova linea di metropolitana, la
gentrificazione e turistificazione di molte zone del centro grazie al
moltiplicarsi dei bnb e degli appartamenti di lusso, stimolata in particolare
dagli ingenti investimenti israeliani. I prezzi degli affitti si sono alzati
vertiginosamente negli ultimi cinque anni, costringendo i residenti a spostarsi
verso zone più periferiche della città.
Ma questo piano di “riqualificazione” non può essere letto solo come la messa a
profitto dello spazio urbano e la ricerca di una vittoria simbolica da parte del
governo Mitsotakis. Prosfygika è più di un’occupazione abitativa, è una vera e
propria organizzazione politica rilevante all’interno del movimento radicale
greco. Residenti e solidali della comunità sono in prima fila durante i cortei,
sono coloro che animano le assemblee per il diritto alla casa, l’antirazzismo,
l’antifascismo. Prosfyigika è allo stesso tempo una “living utopia” e un
epicentro organizzativo dei movimenti più conflittuali del paese. Per questo,
l’attacco a quest’esperienza rappresenta, per il governo, quello contro un
nemico politico a tutti gli effetti, figlio del ciclo di rivolte nato nel 2008,
dall’uccisione di Alexis Grigoropoulos e dalla crisi economica. È in quel
contesto, con la progressiva precarizzazione della vita e l’indebolimento dello
Stato, che gli spazi urbani sono diventati lo scenario non solo di grandi cortei
e scontri con la polizia, ma anche di decine di sperimentazioni sociali e
politiche di vita in comune. In questo humus sociale, si è costituita nel 2010
l’assemblea di Squatted Prosfygika (Sy.Ka.Pro), composta dalle persone che, già
occupanti degli appartamenti, hanno deciso di mobilitarsi per creare, nelle
parole di Aristotelis Chantzis, una proposta sociale “in opposizione alla
solitudine, l’individualizzazione e all’insicurezza sociale che attualmente gli
stati e il capitalismo impongono”. Così l’assemblea ha iniziato a organizzare
cucine sociali, ambulatori popolari, corsi di lingua greca, sportelli legali per
persone migranti, sport popolare e spazi abitativi. Fin da subito, è stata
rilevante la presenza di membri di organizzazioni rivoluzionarie turche e curde,
il cui apporto politico è ancora oggi fondamentale e percepibile nel modo di
stare insieme.
Le oltre quattrocento persone che vivono nel quartiere provengono da ventisette
aree geografiche diverse e parlano più di venti lingue. La comunità è l’insieme
organizzato delle persone residenti e solidali, che si riuniscono nell’assemblea
generale ogni lunedì. Esistono poi ventidue “strutture”, tra cui la casa di
bambini e bambine, la struttura di autoeducazione, l’asilo nido, la struttura
sanitaria e farmaceutica, quella di accoglienza per pazienti e accompagnatori
dell’ospedale (in collaborazione con il sindacato dei dipendenti dell’ospedale),
il forno, che produce anche un’entrata minima per la comunità, la struttura per
la manutenzione degli edifici, il chiosco, il cinema e la biblioteca. Questi
sottogruppi sono autonomi ma non indipendenti, nel senso che ognuno ha la
propria assemblea e la propria cassa, ma tutti sono collegati tra loro
attraverso l’assemblea plenaria. Quest’ultima rappresenta lo spazio decisionale
fondamentale, dove vengono discusse le proposte delle strutture e vengono prese
le decisioni. L’unica altra assemblea con potere decisionale è quella delle
donne, che può prendere decisioni in modo indipendente informando l’assemblea
generale.
VINCERE O VINCERE
La vita quotidiana a Prosfygika è fatta di lunghe ore di discussione, sveglie
all’alba per preparare il pane, lavori di restaurazione, turni di guardia,
pranzi collettivi. Ogni membro, secondo le proprie possibilità, contribuisce
alla vita collettiva: nel mantenimento degli edifici, nella cura delle persone
più fragili, nell’organizzazione dei numerosi eventi. Ma non si può dire che le
giornate scorrano tranquillamente, soprattutto nelle ultime settimane.
Recentemente, sono stati avvistati dei droni volare sopra gli edifici, e la
presenza di polizia intorno al quartiere è visibilmente aumentata, anche in
borghese. Nell’ultimo decennio, lo Stato ha attaccato già quattro volte,
l’ultima nel 2024, quello che di fatto è uno degli ultimi squat abitativi della
città. Nel 2016, durante un processo ad Alba Dorata nel vicino tribunale,
fascisti e polizia invasero insieme gli spazi del quartiere. Nel 2019 la polizia
anti-terrorismo entrò in uno degli edifici arrestando sette membri. Nel 2022 le
forze dell’ordine fecero irruzione in un intero blocco di appartamenti
arrestando settantanove persone.
Tuttavia, questa volta le minacce sembrano più concrete che in precedenza, anche
perché il progetto beneficia dei fondi europei provenienti dal programma
regionale ESPA 2021-2027. Come abbiamo visto nei casi del Pilastro a Bologna e
del parco del Meisino a Torino, ancora una volta sono proprio i fondi europei ad
accelerare, nel nome dell’inclusione sociale, processi di esproprio e
privatizzazione di spazi prima liberi e autogestiti. Attraverso iniziative
presentate come utili per la comunità, si mira in realtà a uniformare il
paesaggio sociale e urbano, reprimendo le forme di autorganizzazione. Eppure,
come abbiamo visto anche con gli sgomberi dei centri sociali occupati
Leoncavallo e Askatasuna, la difesa degli spazi autogestiti può diventare anche
la lotta per la legittimità e la memoria del conflitto sociale, e può creare
convergenze inedite.
Dall’inizio dello sciopero della fame, Prosfygika è in uno stato di agitazione
permanente. Per difendersi la comunità sta cercando di allargare la rete e
stringere legami sempre più forti con il resto del movimento cittadino e
internazionale. Durante il giorno, di fronte al primo blocco di edifici, si
distribuiscono volantini ai passanti, e il calendario di eventi serali non è mai
stato così fitto. Come può, Aristotelis prova a rispondere alle quotidiane
richieste dei giornalisti, mentre sempre più solidali arrivano da tutta Europa
per supportare con le proprie competenze il restauro degli edifici. Una delle
strategie per opporsi al restauro statale, infatti, è l’auto-sistemazione degli
esterni e degli interni dei blocchi, grazie al supporto di un gruppo di
architetti, per cui è stata lanciata la campagna di raccolta
fondi #saveprosfygika. Difendersi fino alla fine, però, significa anche
prepararsi concretamente a un possibile imminente attacco della polizia,
monitorare le vie di accesso, anche la notte, preparare le barricate,
organizzare una tattica collettiva di resistenza e contrattacco che tenga conto
della presenza di bambini, anziani, malati. Più che con il governo regionale, è
chiaro che la partita si gioca direttamente con l’esecutivo Mitsotakis, che
negli ultimi anni ha spinto il suo partito sempre più a destra, tanto nelle
scelte economiche quanto nella repressione interna e nelle alleanze
internazionali. Dopo aver appoggiato lo stato genocida di Israele, ora sta
portando la Grecia a passi svelti verso la guerra. A giudicare dai plotoni di
polizia in antisommossa agli angoli delle strade della città, l’impressione è
che questa guerra sia iniziata già da un po’ di anni. Eppure, sembra che il
governo non si sia mai sentito così forte nel reprimere il dissenso e pacificare
ciò che resta dei movimenti conflittuali che hanno animato le strade di Atene
negli ultimi quindici anni. Sgomberare Prosfygika, sarebbe per lo Stato una
vittoria storica: significherebbe colpire il più grande squat abitativo in
Europa, uno dei pochi esempi di comunità autonoma in grado di resistere nel
cuore di una capitale europea. Mentre scriviamo, Aristotelis sta per superare i
cinquanta giorni di sciopero della fame, il suo corpo è sempre più debole. Ha
scelto di alimentarsi con acqua, tè, zucchero, vitamine e sali minerali per
poter resistere senza mangiare il più a lungo possibile, perché questa battaglia
non sarà uno sprint ma una maratona. Anche altri membri della comunità, a
staffetta, stanno scioperando in solidarietà. Le richieste sono chiare:
“L’annullamento immediato del contratto da parte della regione dell’Attica;
tutti i residenti di Prosfygika devono poter rimanere nelle proprie abitazioni,
nel luogo e nel contesto in cui vivono e hanno costruito legami sociali,
culturali e vitali; garanzie concrete per il restauro di Prosfygika da parte
della società di diritto civile senza scopo di lucro ‘Katoikoi kai filoi
prosfygikon L. Alexandras’ con il proprio autofinanziamento”.
“Vincere o vincere”, dicono in quartiere, non c’è nessun piano B. Di sicuro, non
sarà facile per la polizia sgomberare centinaia di persone asserragliate in otto
blocchi di edifici angusti e barricati, difendibili anche dai tetti. In fisica,
la resistenza di un corpo non è un atto passivo, è una forza attiva, che
reagisce a una forza esterna opponendo altrettanta forza. Ce lo insegna questa
storia lunga quasi un secolo. Come si dice in Val di Susa, A sarà düra! Per
loro. (vittorio zampinetti, giovanni marenda)