(disegno di ginevra naviglio)
Kabareh Cheikhat è una performance teatrale marocchina fondata a Casablanca da
Ghassan El Hakim, che celebra la figura tradizionale delle cheikhat,
intrattenitrici donne che con il canto e la danza denunciavano gli abusi di
potere e portavano la parola del popolo, usando uno stile di musica tradizionale
chiamato ‘Aita. Nello spettacolo, le cheikhat sono interpretate da uomini
mascherati da donne, sovvertendo i ruoli di genere e introducendo un elemento di
critica radicale attraverso una forma di arte tradizionale. Abbiamo trascritto
ed editato un’intervista a Ghassan El Hakim, registrata il 23 settembre 2026.
Ghassan El Hakim. Tutto è cominciato dieci anni fa, alla fine di un laboratorio
con alcuni giovani del quartiere di Aïn Sebaâ e della medina di Casablanca.
L’ultimo giorno avevo proposto un provino sul tema delle cheikhat. Vennero molti
ragazzi a fare una parodia delle cheikhat, alcuni cantando, altri ballando. Mi
dissi: tutto questo è molto ricco, e inoltre ha a che vedere con il mascherarsi,
e a me piace recitare con le maschere; dietro alle maschere siamo più liberi,
abbiamo più possibilità di parlare. Così selezionai cinque attori e gli chiesi
di lavorare con me per scrivere uno spettacolo sulle cheikhat; ma alla prima
prova si presentarono in undici. Ne volevo solo cinque, ma gli altri dissero:
“vogliamo solo vedere come lavori”. Poi un giorno mi serviva qualcuno che
suonasse il bendir (tamburello), e nessuno dei cinque lo sapeva suonare, ma uno
degli altri sì, così abbiamo continuato.
Ho deciso di mettere su uno spettacolo in forma di cabaret, con gli sketch,
molte canzoni, molti testi, per esempio quelli di Mririda n’Aït Attik, che è
stata una delle prime voci considerate femministe. In Marocco non abbiamo
aspettato che venissero gli europei a portarci il femminismo, già ce l’avevamo
nella poesia amazigh, nelle cheikhat... Alcune donne erano delle vere leader.
Cosa sono esattamente le cheikhat?
Per gli italiani richiamano in parte quella tradizione che c’era al Sud: le
donne pagate per piangere ai funerali. Le cheikhat cantavano la ʿAita, che è un
grido. Erano persone pagate per gridare la nostra miseria. Oltre che
lamentatrici, però, le cheikhat erano anche delle messaggere tra il popolo e
l’autorità. Immagina il Marocco dell’Ottocento: il sultano non poteva tenere
d’occhio tutto il popolo, ma grazie alle cheikhat veniva a sapere delle
ingiustizie. Magari un ministro corrotto ti aveva rubato la terra? Se conoscevi
una chikha le avresti chiesto di cantare la tua miseria e allora il sultano, o
il re, lo avrebbe saputo. Per me, il ruolo principale delle cheikhat era quello
di creare una connessione tra il popolo e le alte sfere. In altre forme
artistiche, solitamente le donne cantano per un pubblico femminile e gli uomini
per un pubblico maschile. Poiché la chikha ha accesso ovunque, la questione del
genere non si pone: pur essendo donna, può cantare in mezzo agli uomini.
Erano solo donne?
In alcuni casi abbiamo registrazioni di uomini che cantano nel ruolo di una
donna. C’è un famoso cheik degli anni Cinquanta, Bouchaib Al Bidaoui, che ha
democratizzato il canto degli chioukh uomini, cantando in televisione e alla
radio, e rendendo più comune questo tipo di voce, di uomini che imitano le
donne. Ma ne abbiamo scoperti anche altri, come Omar Slaoui. Già venti o
trent’anni prima di Buchaib, c’erano uomini che cantavano come donne. È una
tradizione antica, solo che non ne avevamo mai sentito parlare. Grazie al lavoro
di ricerca negli archivi – siamo partiti proprio da lì – il progetto ha assunto
anche la forma di una narrazione storica. Perché quella delle cheikhat è,
innanzitutto, una figura che è andata perduta a causa del Protettorato
francese.
Qual è stato il ruolo del colonialismo? Come ha contribuito a far scomparire
le cheikhat?
È la stessa cosa che hanno fatto anche con la religione. Prima di Lyautey [il
generale francese che governò il Protettorato del Marocco tra il 1912 e il 1925]
si poteva scegliere se osservare o no il Ramadan; con Lyautey diventò
obbligatorio digiunare, e fu proibito mangiare in pubblico, addirittura si
andava in carcere. Ma non era una legge marocchina; era una legge francese! I
francesi in Marocco trovarono tanti islam diversi: alcuni bevevano, altri
digiunavano, altri seguivano i Sufi, c’erano i culti animisti degli Gnawa… Loro
imposero una sorta di conformismo, vollero creare una religione singola. Per il
pensiero coloniale non si poteva essere musulmani e avere donne che si
comportassero così. Così le inquadrarono in una determinata categoria – e
naturalmente anche alcuni marocchini hanno contribuito a questo – in modo da
relegare le cheikhat al ruolo di prostitute.
I militari francesi che arrivarono in Marocco erano discepoli del generale
Gallieni, il governatore del Madagascar, che fu un grande criminale. In
Madagascar c’era una regina e un esercito comandato da donne. Per questi uomini
europei era impossibile che delle donne avessero ruoli simili, così distrussero
quella tradizione. Quando i discepoli di Gallieni – Mangin, Pétain, Lyautey –
arrivarono in Marocco, trovarono le cheikhat che sostenevano le tribù ribelli,
che cantavano per motivare le tribù e rappresentavano una forma di resistenza.
Quindi dovevano essere eliminate, come la regina del Madagascar. Molti articoli
di quell’epoca descrivono le cheikhat come “donne facili”, proprio in un momento
in cui era in corso un processo di modernizzazione volto a sconfiggere
l’arcaismo. Furono confinate in quartieri specifici come Bousbir a Casablanca.
Alcune furono avvelenate, assassinate. Vennero emanate leggi – firmate anche dal
sultano – che proibivano le pratiche Gnawa, Aissawa, Jillala e Hamadsha, tutte
confraternite che rappresentavano anche forme di resistenza.
La colonizzazione fu troppo veloce, praticamente non ci fu resistenza politica,
tranne che nelle montagne, nelle confederazioni delle tribù: a Tafraout si
resistette fino al 1934. Ma nelle città non c’era niente. L’unico spazio di
resistenza erano le zawiyat, le sedi delle confraternite. L’unica forma di
opposizione fu semplicemente una preghiera: in tutte le moschee del paese si
recitò il Latif, di giorno e di notte, per un anno. Solo una parola, ripetuta
per tutto il tempo: ya Latif, ya Latif, ya Latif, come dire, “che vergogna, che
vergogna”.
Una cosa simile è successa anche durante il Coronavirus, se ben ricordo.
Sì, anche durante il Coronavirus si è recitato il Latif. È una cosa che si fa
quando c’è una catastrofe. Dicono che i francesi lasciarono Fez a causa
del Latif. Probabilmente è solo una leggenda. Però fu una forma di resistenza,
senza lotta, solo creando uno stato psicologico. Non so esattamente la data,
negli anni Venti mi sembra, molte confraternite Sufi furono chiuse e proibite. E
questa è l’epoca in cui si creano le nuove istituzioni, su questo modello
coloniale. Intanto le cheikhat continuavano a cantare, e venivano registrate,
anche di nascosto; abbiamo trovato una registrazione in cui si sente
una cheikhat cantare: “Questo che mi sta registrando è un figlio di puttana!”,
ma in modo discreto, in modo che chi registrava non se ne accorgesse. Così cento
anni dopo possiamo sentire la voce, e il suo messaggio ha attraversato i
decenni. Ci fa capire che lei non era affatto contenta di essere
registrata. Oggi ci rimangono solo pallide imitazioni di cos’erano
le cheikhat che cantavano l’‘Aita, in tutte le sue varianti – quella marsaoui di
Casablanca, quella mahloun di Fez e Meknes. Credo che la musica debba evolversi
per continuare a esistere e a sopravvivere. L’ ‘Aita, ha resistito anche in
questo modo: è stato necessario tutelare questo repertorio e, dato che il
pubblico è più sensibile alla melodia, è diventato indispensabile cantare
seguendo una linea melodica. Da qui l’introduzione del violino, talvolta
dell’oud e, più recentemente, della batteria. Per sopravvivere, bisogna sapersi
adattare.
Casablanca è un centro importante per le cheikhat?
Casablanca e Rabat furono due nuovi porti creati dai francesi per distruggere
l’impero marocchino. I grandi paesi hanno sempre le capitali nell’interno,
perché la costa è più pericolosa: ti attaccano ed è finita. Quando hai grandi
città nell’interno, come Marrakech, Fez o Meknes, è un conto; ma Rabat e
Casablanca sono state create per distruggere il potere delle città imperiali,
per creare questo nuovo Marocco sul mare, lontano dai centri imperiali. E così
tutti quanti – i mercanti, gli ebrei, gli amazigh, e anche le cheikat – sono
andate a Casablanca a lavorare. Quando il potere si spostò, anche le cheikhat si
spostarono. C’è questo aspetto: lo spostamento della popolazione.
Come ti poni, oggi, di fronte alla profonda trasformazione che sta interessando
il Marocco e le sue città – anche in vista della Coppa del Mondo 2030 –, un
processo che si accompagna a fenomeni di “folclorizzazione” e
“festivalizzazione” della cultura popolare; dinamiche che, in un certo senso,
possono rivelarsi persino più violente di un esplicito divieto, non credi?
Siamo caduti nella trappola del Protettorato e della colonizzazione. Sono
riusciti a convincerci che eravamo arcaici, e che da questo arcaismo non
potevamo creare la nostra modernità. E siamo diventati una pallida copia
dell’Europa. Eppure, qui c’era una civilizzazione, che abbiamo scambiato per una
cultura del ready to wear, ready to eat, ready to build… È diventato molto
facile cadere nel cliché del folklorismo, finire esposti nei musei,
plastificati. Siamo bombardati dal termine “arcaismo”. Le cheikhat sono
arcaiche, le djillaba [le tuniche], le baboush [le calzature], andare
all’hammam, è tutto arcaico. Ma questi sono gli elementi della nostra
civilizzazione. Invece di vivere nella medina, dobbiamo andare a vivere nei
quartieri residenziali – per lo meno i ricchi; i poveri non hanno niente, sono
sfrattati dal centro e portati nelle periferie. Se abbandoniamo le culture
popolari perdiamo tutta questa eredità. Le nuove generazioni la dimenticano,
vedono solo quello che brilla. Solo l’erba e l’asfalto.
E qual è il ruolo di Kabareh Cheikhat in tutto questo?
È come un megafono, è la voce di persone che non hanno voce. Nello spettacolo
c’è una persona, una donna piccola, fisicamente molto debole, che però ha la
forza di gridare, e che usa Kabareh Cheikhat per gridare ancora più forte,
rendendoci tutti portatori del suo messaggio. Questo lo facciamo senza neanche
accorgercene. Pensa alla comunità Lgbt: noi siamo gli unici rappresentanti di
questa possibilità, anche se non lo diciamo esplicitamente. Chi viene a vederci,
e mi vede con la barba, che danzo e canto, con la parrucca e il trucco, beh per
chi non conosce il Marocco è molto interessante. Potrebbe pensare che le persone
Lgbt vivono bene in Marocco, e ovviamente non è così. Ma le cheikhat hanno
creato un punto d’entrata, una crepa nel muro, una piccola finestra per
respirare.
Mi chiedo se anche nel Kabareh Cheikhat si riscontri la contraddizione: il fatto
che i media o le società occidentali vi invitino perché venite percepiti come
soggetti che sovvertono l’arcaismo, o qualcosa del genere.
So bene che in Europa vogliono solo parlare della situazione femminile nei paesi
musulmani, senza mai mettere le cose nel loro contesto. Come sai le donne ci
sono sempre nei rituali tradizionali, come nella Gnawa. Alcune tradizioni
consentono forme di libertà, di diventare altro, di trasformarsi, anche se non
lo si dice esplicitamente. Non si dice “omosessuali”, ma “toccati da Lalla
Aïcha”, è l’invisibile che si manifesta, e la cosa finisce lì. Ma c’è sempre
bisogno di mostrarlo come un “arcaismo”, come africani sottosviluppati, che puoi
sempre dire che dobbiamo “salvarli”. I giornali quando parlano di noi vogliono
parlare della comunità Lgbt in Marocco, e io gli dico: sì, la comunità c’è,
nella sua forma europea, ma c’è anche questo lato invisibile. Tutti vogliono
parlare degli omosessuali borghesi, non di quelli proletari, che invece non
interessano a nessuno. I borghesi diranno quello che i media vogliono sentire,
ma i proletari non hanno quel linguaggio; le loro forme vengono considerate
“arcaismo”. Siamo molto coscienti di questo.
Che tipo di rapporto intrattenete con quello che in Europa definiremmo
“movimento sociale”? Le proteste politiche recenti si collegano a questo genere
di attività culturale?
Non so bene cosa dire, ognuno di noi partecipa a modo suo. Di recente, con
quanto è accaduto con la Gen Z, abbiamo seguito molto gli arresti, le nuove
leggi, le nuove regole sulla libertà d’espressione su internet e i social
network. Vedi, siamo uomini che cantano insieme, cerchiamo di evitare di essere
strumentalizzati. Ma credo anche che i movimenti di opposizione non abbiano
ancora capito cosa stanno facendo gli artisti. Nei movimenti di protesta l’arte
è vista come animazione, non come un motore di cambiamento. I partiti di
opposizione – e intendo di vera opposizione, e non ce ne sono oggi – non
capiscono che le nuove forme di arte, come le cheikhat, sono anch’essi un motore
di trasformazione, e possono essere un buon sostegno per i movimenti… non solo
un modo per passare la serata tra manifestanti, capito? È qualcosa che si
potrebbe sfruttare, ma non possiamo essere noi a imporlo. Credo ci voglia molto
tempo per creare una forma di protesta attraverso l’arte e la cultura.
Credi che stia crescendo il consenso verso la modernizzazione, il potere, i
mondiali del 2030, oppure sta salendo la tensione?
Un giornalista francese degli anni Cinquanta o Sessanta si era fatto la stessa
domanda. Aveva visto le proteste a Casablanca, e aveva detto: “Ecco, in Marocco
c’è la rivoluzione”. Il giorno dopo non c’era più niente. Mi ricordo le proteste
del 20 febbraio [2011: la primavera araba]: ero a protestare, e i poliziotti
erano gentilissimi, ci distribuivano l’acqua… E io pensavo: “Wow, quindi non ci
sarà lo scontro”. Dicevano: “Siete i nostri figli, siete i nostri fratelli”. Noi
non volevamo lo scontro, ma essere ascoltati, però ho avuto l’impressione che
quella fosse una strategia pensata apposta per contenere il movimento. In
Marocco, siamo fatti un po’ così. Fanno la Tav tra Marrakech e Tangeri, e la
gente dice: “Spendono un sacco di soldi, perché non li usano per le scuole?”.
Poi appena il potere ci compra, siamo di nuovo d’accordo.
In alcune regioni magari è diverso, ma la coscienza popolare non è all’ordine
del giorno. Il makhzen è un potere che esiste da secoli, dalla dinastia
precedente, ed è ovunque, in ogni casa. E sappiamo che non è solo il Marocco, ci
sono gli Usa, Israele, la Francia, l’Ue, tutti ci guardano. Ma le persone sono
anche spaventate. La gente ha paura di ritrovarsi come in Libia o come in Siria.
C’è un certo equilibrio in questo gioco, per il momento. Il Marocco in fondo è
un paese sicuro, non c’è terrorismo, e alle persone piace vivere in pace,
svegliarsi la mattina e andare al mercato. I prezzi della frutta e della verdura
aumentano, ma la gente trova sempre una forma di solidarietà. (a cura di stefano
portelli e stefania spinelli)
Tag - mondo
(disegno di luis c. marighella)
Domenica scorsa, il secondo turno delle elezioni in Brasile ha sancito la
vittoria di Lula contro il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro. Con una
differenza di circa 4,4 milioni di voti rispetto all’avversario, Lula diventa
presidente del Brasile per la quarta volta, a ottantun anni. Nessun presidente
democraticamente eletto ha mai collezionato quattro mandati nella storia del
Brasile. Sebbene questo sia già di per sé un record, lo è maggiormente se si
considera che mai nella storia del paese un candidato arrivato secondo al primo
turno della tornata elettorale è riuscito a ribaltare il risultato e vincere al
secondo turno. Abbiamo chiesto a Giuseppe Cocco, professore dell’Università
Federale di Rio de Janeiro e animatore della rete Universidade Nômade, cosa ha
determinato un risultato così straordinario. Intanto, a conferma del pericolo
scampato per la democrazia brasiliana, mentre postiamo, apprendiamo che Flavio
Bolsonaro, sul quale pendono diverse inchieste per corruzione, riciclaggio di
denaro, appropriazione indebita e legami con la criminalità organizzata, ha
attraversato il confine con l’Argentina e da lì con un aereo è scappato negli
Stati Uniti.
Si può dare una prima risposta alla vittoria di Lula, generale ed emotiva: la
sensazione è di grande sollievo davanti a un vero e proprio incubo. Una
sensazione ancora più forte del 2022, quando venne sconfitto il padre di Flavio
Bolsonaro. Questa volta sarebbe stato molto, ma molto peggio. La prima
spiegazione di quel che è successo è che siamo passati da un voto nel primo
turno orientato al cambiamento a un voto di sbarramento. La gestione burocratica
e sostanzialmente vuota della campagna di Lula nel primo turno (guidata dalla
convinzione di avere la vittoria in tasca davanti a un candidato senza carisma e
neppure esperienza), insieme con la grave crisi della Corte Suprema, aveva
portato al quasi-disastro: non solo il figlio di Bolsonaro si è mostrato
competitivo, ma è arrivato addirittura primo (contro ogni previsione). Allo
stesso tempo, la differenza tra i due candidati restava molto piccola: Flavio
superava Lula di appena 2,2 milioni di voti, in un paese di circa 160 milioni di
aventi diritto al voto.
Cos’è successo dunque tra il primo il secondo turno? Tre movimenti, che possiamo
riassumere schematicamente così: la mobilitazione della piazza; l’occupazione
della sfera digitale; il lancio di un’agenda attiva di governo (con appoggio del
Parlamento e del Senato). A questi tre movimenti, se ne può aggiungere un
quarto, importantissimo: con l’avvicinarsi del ballottaggio, un numero crescente
di figure politiche e pubbliche indipendenti, anche di destra, hanno
moltiplicato le dichiarazioni di voto per Lula, contro la minaccia alla
democrazia. Insomma, il santo che ha compiuto il miracolo della rimonta di Lula
è una moltitudine trasversale: in parte spontanea, in parte istituzionale.
IL PRIMO MOVIMENTO
Anche se c’erano tanti segni premonitori, il risultato elettorale del 5 ottobre
(il primo turno) è stato per gli elettori di Lula e per quelli che erano
mobilitati contro il ritorno del fascismo, più che una doccia fredda, un pugno
nella bocca dello stomaco. La compagine di estrema destra si rafforzava
minacciosa al Senato e al Parlamento, con Flavio Bolsonaro al primo posto. Ma
già nella notte del 5 alcune migliaia di studenti dell’Università Federale
Fluminense, manifestavano spontaneamente a Niterói (città limitrofa a Rio de
Janeiro). La manifestazione, forte e determinata, passava nelle reti sociali,
diventava virale e dava il via ad altre manifestazioni sorte spontaneamente un
po’ dappertutto. Da quel momento non ci saranno più comizi di Lula dove recarsi,
ma sarà Lula ad andare nelle manifestazioni che non smetteranno di amplificarsi
fino al sabato della vigilia elettorale. La difesa della democrazia non è più
uno slogan astratto: ma un terreno di mobilitazione che tutti i giorni aggrega
giovani, donne e un po’ tutti.
IL SECONDO MOVIMENTO
La mazzata del primo turno ha avuto l’effetto di scuotere le posizioni
consolidate e Lula ha avuto il coraggio di affidare la battaglia delle reti a
una figura relativamente nuova nel “serraglio” lulista. Se compariamo la foto
del discorso dopo la sconfitta nel primo turno con la foto della vittoria, i
presenti sono completamente diversi. Nella prima, la vecchia guardia della
nomenclatura del Partito dei lavoratori. Nella seconda, numerosi giovani, molte
donne e Janones. Il deputato federale André Janones ha cominciato a organizzare
le reti digitali dandogli un nome, una strategia generale (spiegata
dettagliatamente da lui stesso in numerose dirette) e degli obiettivi specifici.
In uno dei suoi primi discorsi online, con tono veemente, il nuovo responsabile
per la campagna digitale di Lula ha fatto due affermazioni: la prima, che Lula
avrebbe certamente vinto se, ed ecco la seconda, si fossero seguite le sue
“direttive”. Ha invitato quindi con veemenza gli intellettuali, i ricercatori, i
professori a lavorare per la rielezione di Lula seguendo le linee definite da
una entità che ha chiamato Exército do Lula: un canale di WhatsApp che ha
rapidamente messo insieme dieci milioni di soldados. Articolato con Instagram e
Youtube, l’esercito comandato dal “generale” Janones in nome del “maresciallo”
Lula è riuscito, prima, a spiazzare l’egemonia bolsonarista nelle reti e, poi, a
rispondere a una gigantesca domanda di mobilitazione che poteva così diventare
capillare e circolare dalle grandi metropoli (quasi tutte luliste) all’immensità
continentale del paese. Le manifestazioni di strada riverberano nelle reti e
viceversa, in tempo reale, senza mai fermarsi. Storcendo il naso e nonostante le
molte critiche, tutti hanno progressivamente aderito e nel giro di una decina di
giorni, l’esercito di Lula è diventato una realtà incredibile, al punto che il
presidente – bolsonarista – del Tribunale Elettorale ha tentato più volte di
metterlo offline.
IL TERZO MOVIMENTO
La campagna elettorale di Lula era burocratica e sostanzialmente vuota. La
grande idea era la sua biografia. Dal momento che i sondaggi hanno cominciato a
mostrare la crescita di Bolsonaro (amplificata dalla crisi istituzionale della
Corte Suprema), il governo ha cominciato a mettere in piedi una serie di misure:
aumento del Bolsa Familia (un assegno per i più poveri), incremento dei
programmi di negoziazione dei debiti delle famiglie, la proibizione delle case
di scommesse, linee di credito per i microimprenditori. Dopo la sconfitta nel
primo turno, c’è stata un’accelerazione: con l’appoggio dei centristi presidente
del Senato e della Camera, Lula ha fatto votare la riduzione della settimana di
lavoro (da sei a cinque giorni) e annunciato una misura per garantire la
gratuità dei trasporti nel fine settimana. Oltre a questo, ha messo in opera un
altro piano di appoggio alle famiglie indebitate, microcredito per le
microimprese e, dulcis in fundo, anticipato di una settimana – cioè prima del
secondo turno – il pagamento (incrementato del diciassette per cento) del Bolsa
Familia. Quel che prima era vuoto, si è riempito di contenuti: politica attiva
di gestione del credito, distribuzione del reddito, giornata di lavoro, accesso
ai servizi, ecc.
IL QUARTO MOVIMENTO
Nel clima generale di mobilitazione nelle piazze e nelle reti, si moltiplicano
le prese di posizione degli indipendenti non lulisti. Giornalisti, figure dello
spettacolo, uomini politici di destra ma democratici chiamano a votare contro
Bolsonaro in video pubblicati nei social che immediatamente sono ripresi anche
dalla campagna ufficiale del PT. Mentre nel primo turno, la domanda di
cambiamento era finita nelle tasche di Bolsonaro, il segno del secondo turno si
inverte: Bolsonaro torna a essere il simbolo di un passato minaccioso che non
vuole morire e Lula l’espressione della vitalità della democrazia. Quando si
prendono i risultati nelle grandi metropoli, questo appare molto chiaramente: a
Rio de Janeiro, feudo del bolsonarismo e del suo modo di governo mafioso, Lula
vince con ampio margine in tutti i quartieri “ricchi” (tra il 56 e il 69%),
mentre perde nelle zone più povere, controllate dalle milizie (dove il voto non
è pienamente libero). Una vasta parte della popolazione ha realizzato che
Bolsonaro, presidente con una forte presenza parlamentare, avrebbe significato
una paradossale deriva “venezuelana” del Brasile.
L’estrema destra resta comunque forte, sia socialmente che nel Parlamento. La
Corte Suprema è in crisi. La formazione del nuovo governo di Lula incontrerà non
pochi ostacoli. Un rischio è che Lula torni a governare come ha fatto negli
ultimi quattro anni, praticamente senza agenda positiva e, ancora peggio, che
una parte della sinistra lulista si intesti il risultato di questa grande
mobilitazione democratica come una vittoria esclusiva della “sinistra”.
La seconda sconfitta del clan Bolsonaro (il padre nel 2022 e il figlio domenica
scorsa) può trasformarsi in un punto di inflessione: il ricatto fascista e
mafioso sulla destra da parte del bolsonarismo potrebbe apparire finalmente come
un problema e forse aprire qualche breccia all’emergere di nuove figure,
stavolta interne al gioco democratico. (giuseppe cocco)
(disegno di manincuore)
Il parallelismo tra l’acampada per la casa a Madrid e il movimento del 2011,
nato nella stessa piazza, non ci permette di comprendere l’enorme lavoro
preparatorio realizzato dal Sindicato de Inquilinas di Madrid, né le analisi
politiche maturate in questi quindici anni all’interno del movimento. A breve
uscirà in italiano il libro Generazione inquilina. Farla finita con la
disuguaglianza abitativa, scritto da uno dei fondatori del Sindacato Inquiline
di Madrid, Javier Gil, che espone proprio la teoria e le prospettive del “nuovo
sindacalismo inquilino”. Questo articolo pubblicato il 10 ottobre su El Salto, e
di cui presentiamo a seguire alcuni estratti, ci aiuta a capire l’evoluzione
delle riflessioni interne al movimento spagnolo. La traduzione è di Stefano
Portelli.
* * *
È strano paragonare la recente acampada a Puerta del Sol con il movimento del
15M. L’immagine ce lo suggerisce: le tende, la piazza occupata, le commissioni,
le cucine improvvisate, le assemblee, e una sensazione difficile da spiegare,
come se il tempo accelerasse e tutto sembrasse possibile. E poi c’è la memoria.
Le tende del 2011 sono probabilmente lo spazio politico più carico di
significato della storia della sinistra contemporanea a Madrid: basta piantare
qualche tenda, e subito appaiono i fantasmi del 2011. Ma la parte più
interessante di quello che sta succedendo ora è proprio quello che non somiglia
al 15M. Forse abbiamo davanti qualcosa di molto più interessante che una
ripetizione del ciclo delle piazze. È possibile che stiamo entrando in un nuovo
ciclo politico, in cui la parola “organizzazione” non ci fa più venire
l’allergia.
IL LUNGO CICLO DELL’AUTONOMIA
Per decenni, buona parte della sinistra extraparlamentare ha mantenuto una
profonda diffidenza verso le organizzazioni forti. C’erano buone ragioni: il
ventesimo secolo ci aveva lasciato partiti comunisti burocratizzati, sindacati
trasformati troppo spesso in apparati di concertazione, organizzazioni in cui la
disciplina aveva sostituito il dibattito, avanguardie che avevano finito per
confondere i propri interessi con quelli delle persone che pretendevano di
rappresentare. La crisi del comunismo e la caduta dell’Urss completarono lo
screditamento dell’immaginario organizzativo. In risposta a tutto questo si
consolidò un altro senso comune militante, che non nasce nel 1991, ma che parte
invece dalla nuova sinistra degli anni Sessanta, dal femminismo autonomo,
l’autonomia italiana, lo zapatismo, il movimento no-global, le esperienze
argentine dopo il 2001, Occupy, le piazze arabe, infine il 15M. Queste
tradizioni, nonostante le loro differenze, condivisero alcune intuizioni: il
sospetto verso la rappresentanza, il rifiuto delle gerarchie formali, la
preferenza per strutture decentrate, la rivendicazione di orizzontalità e una
grande fiducia nel potenziale politico degli eventi spontanei. […] Per molto
tempo, questa è sembrata una rottura necessaria con il ventesimo secolo; e forse
lo era. I problemi sono iniziati quando la critica delle organizzazioni
burocratiche è diventata una critica dell’organizzazione in quanto tale; quando
non avere leader iniziò a sembrare più democratico che averne; quando l’assenza
di strutture formali si confuse con l’assenza di rapporti di potere; quando
crescere iniziò a considerarsi sospetto, e quando preservare la purezza di
piccoli gruppi di militanti apparve più importante che costruire organizzazioni
capaci di includere chi non condivideva i nostri codici politici.
Quel mondo ha prodotto risultati importanti, proteggendo la sinistra da molte
patologie del ventesimo secolo; ha insegnato la diffidenza verso gli apparati,
la cura dei processi, l’attenzione verso chi prende la parola e chi rimane
escluso, la necessità di sperimentare nuove forme di democrazia. Sarebbe assurdo
liquidarlo come trenta anni persi; di certo, però, una domanda è rimasta senza
risposta: come si costruisce potere su una scala più ampia? […] Oggi che la
precarietà si è generalizzata, e che la proprietà si concentra sempre di più,
diventando una frontiera tra chi ha un patrimonio e chi non ne ha, oggi che la
promessa di inclusione delle classi medie perde la capacità materiale di
ordinare la società, si riapre lo spazio per organizzazioni costruite
direttamente sul conflitto tra interessi contrapposti. Se l’autonomia aveva
trovato il suo terreno tra chi si posizionava fuori da una società ancora capace
di integrare grandi maggioranze, il nuovo sindacalismo potrebbe trovarlo
precisamente in una società che ha sempre più difficoltà a integrarle. Ci sono
indizi del fatto che questo slittamento non appartiene solo al movimento per la
casa. Come scriveva di recente il militante della Cnt Rafa Cuesta su El Salto,
il ritorno della forma sindacale coincide con un recupero più ampio del
conflitto sul lavoro e con l’arrivo di esperienze in cui sindacati combattivi di
base, piattaforme unitarie e grandi assemblee di lavoratori stanno ritrovando
capacità di iniziativa. Forse allora il sindacalismo inquilino non è
un’anomalia, ma una delle espressioni più visibili di una ricomposizione ancora
ai suoi inizi.
Se la rottura della società delle classi medie torna a rendere nitidi degli
interessi che per decenni erano stati ammortizzati dall’accesso a un impiego
stabile, al consumo, ai servizi pubblici o alla proprietà, non sarebbe strano
che stiano riapparendo organizzazioni costruite precisamente per trasformare
questi interessi condivisi in un conflitto collettivo. Il ritorno del sindacato
potrebbe non essere una moda militante, ma il sintomo organizzativo di una
trasformazione sociale più profonda.
FARSI TROVARE PRONTI
Il libro If We Burn si chiede come organizzare potere su ampia scala, guardando
indietro dopo l’entusiasmo. Il giornalista Vincent Bevins ha intervistato i
partecipanti a movimenti di massa in una dozzina di paesi, trovando enormi
differenze tra Brasile, Egitto, Cile, Turchia, Hong Kong o Ucraina, ma anche un
punto ricorrente: i movimenti capaci di riunire centinaia di migliaia di
persone, di abbattere governi o di paralizzare città, erano sorprendentemente
poco preparati per decidere cosa sarebbe dovuto succedere il giorno dopo. La
mobilitazione poteva produrre un vuoto di potere, ma qualcuno doveva riempirlo.
Se il movimento ha rinunciato a farlo, però, quegli spazi non sono rimasti
vuoti: altri attori – partiti, eserciti, élite economiche, organizzazioni
religiose, nuove destre – erano molto più preparati per approfittarne. Questa è
una delle tesi centrali di Bevins: aprire una crisi politica e disporre di
un’organizzazione in grado di intervenire su di essa sono due capacità distinte.
La Spagna ha seguito naturalmente il suo percorso. Il 15M non ha “fallito” e
basta, poiché ha trasformato il linguaggio politico, ha prodotto delle nuove
organizzazioni (e ne ha alimentate altre, come la Plataforma de Afectados por la
Hipoteca), ha modificato il dibattito pubblico; in seguito ha aperto un ciclo
istituzionale completamente nuovo, in grado di superare il bipartitismo e di
durare fino a ora. Ridurlo a una sconfitta sarebbe una semplificazione pari a
idealizzarlo; ma ha lasciato aperta la stessa domanda: cosa succede quando la
piazza si svuota?
Per alcuni anni, la risposta spagnola è stata, in qualche misura, elettorale.
Parte dell’energia del 15M è stata incanalata in nuovi partiti e nuove
candidature. Un’altra parte è tornata nei movimenti sociali, nei centri sociali,
nelle reti di solidarietà e nell’attivismo settoriale. Un’ultima parte è rimasta
troppo stanca e ferita per poter continuare a partecipare attivamente. Oggi
sembra che stia affiorando una terza risposta: il ritorno del sindacalismo di
base.
Questa è la cosa davvero interessante del sindacalismo inquilino contemporaneo.
Un sindacato non è un partito politico, non pretende necessariamente di
conquistare lo Stato né ha bisogno di presentarsi alle elezioni. Ma non è
neanche semplicemente uno spazio di incontro tra attivisti, perché aspira a
organizzare una parte specifica della società a partire da una relazione
materiale condivisa.
È una differenza gigantesca. Un’inquilina può non considerarsi di sinistra, non
sapere cosa vuol dire “autonomia”, non aver partecipato mai a una manifestazione
e non avere nessuna opinione sulla Comune di Parigi. Eppure, sa perfettamente
quanto paga di affitto, quando finisce il suo contratto, chi è il suo padrone di
casa, sa che nell’appartamento accanto cinque famiglie hanno ricevuto la sua
stessa raccomandata. È lì che comincia l’ipotesi sindacale: non in una
convergenza ideologica preesistente, ma nella possibilità di costruire interessi
comuni a partire da una relazione sociale esistente. Per questo il Sindicato de
Inquilinas di Madrid si organizza per territori, per palazzi e per proprietari.
Il suo metodo per organizzare una palazzo consiste nel localizzare il resto
degli abitanti, concordare delle richieste comuni ampie e condivise, aprire una
negoziazione collettiva, e allargare il conflitto se il proprietario rifiuta di
negoziare. Non è una strategia molto spettacolare, ma forse questa è la sua
virtù. Perché uno dei paradossi della politica contemporanea è che abbiamo
imparato a produrre degli eventi straordinari mentre perdevamo la capacità di
costruire istituzioni ordinarie.
In questo senso, non è stato irrilevante scegliere di chiamarsi “sindacato”. C’è
qualcosa di politicamente significativo nel fatto che, dopo decenni in cui buona
parte dei movimenti sociali hanno preferito chiamarsi piattaforme, collettivi,
reti o assemblee, una nuova generazione di organizzazioni abbia recuperato
coscientemente una parola così carica di storia. Chiamarsi sindacato esprime
un’ambizione specifica: non ci si limita a denunciare un’ingiustizia, ad
accompagnare le persone che la subiscono o a intervenire episodicamente; si
punta invece a costruire un’istituzione permanente del conflitto –
un’organizzazione capace di aggregare interessi materiali, creare appartenenza,
formare i suoi membri, negoziare collettivamente, imporre costi all’avversario e
accumulare potere tra un conflitto e quello successivo. Il ritorno della parola
è importante, perché segnala anche il ritorno di questa ambizione.
MOBILITARE E ORGANIZZARE
Qui appare una distinzione che per troppo tempo abbiamo trattato come se fosse
una differenza semantica. Mobilitare vuol dire riuscire a far sì che molta gente
faccia qualcosa; organizzare significa far sì che quelle stesse persone siano in
grado di fare cose che prima non potevano fare. Una combinazione di
indignazione, reti sociali, copertura mediatica e congiuntura politica può fare
in modo che cinquantamila persone arrivino a Puerta del Sol: questo dimostra una
grande capacità di mobilitazione. Ma se dopo una settimana ci sono dieci nuovi
palazzi organizzati, centinaia di persone capaci di convocare riunioni nei loro
edifici, nuovi affiliati, nuove brigate e strutture in grado di sostenere
conflitti per mesi, allora è successo qualcosa di diverso. Si è creata
organizzazione. […] Le strutture più capaci sono quelle che combinano
mobilitazione e organizzazione: creano opportunità di partecipazione accessibile
per migliaia di persone, e allo stesso tempo sviluppano meccanismi con cui una
parte di queste persone acquisisce responsabilità, formazione, capacità politica
e leadership. Senza mobilitazione, l’organizzazione rischia di chiudersi su se
stessa; ma senza organizzazione, la mobilitazione può raggiungere grandi
dimensioni e lasciare dietro di sé ben poca capacità accumulata.
Questo ci permette di affrontare in un altro modo il dibattito sulla acampada.
Pablo Carmona in questi giorni proponeva di interpretare Puerta del Sol come una
nuova “Comune di Madrid”: un movimento capace di liberarsi progressivamente
dalle organizzazioni da cui è nata la protesta, per convertirsi in un soggetto
autonomo, destituente ed espansivo. L’immagine è suggestiva, ma appartiene
chiaramente al ciclo politico precedente. La piazza appare di nuovo come il
luogo dove le identità precedenti si diluiscono per produrre un nuovo soggetto.
Le organizzazioni esistenti sarebbero necessarie per accendere la miccia, ma
dopo dovrebbero farsi da parte, per permettere che l’evento dispieghi tutta la
sua potenzialità.
Un approccio sindacale permette di porre il problema in un altro modo, senza
arrivare alla conclusione superficiale che le organizzazioni semplicemente
assorbiranno l’evento. Questo riprodurrebbe, in senso contrario, uno dei
problemi storici di una certa sinistra organizzata, che tende a immaginare che
tutta l’energia popolare debba finire contenuta nelle sue strutture. I grandi
processi politici non funzionano mai così; ci sono sempre persone che arrivano
per la prima volta, reti informali, gruppi di abitanti, militanti di diverse
organizzazioni, persone che non vogliono affiliarsi a niente, spazi di
autorganizzazione nati durante il conflitto stesso, iniziative impossibili da
prevedere settimane prima. E tutto questo non è un’anomalia da correggere, ma
una fonte di potenza di qualunque movimento di massa.
La sfida consiste nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e
spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastruttura, esperienza
accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e
una lettura strategica. Il movimento popolare apporta la capacità di espandersi,
una creatività e un’iniziativa che nessuna organizzazione può fabbricare con una
strategia coordinata.
Uno sciopero generale, se un giorno riuscirà ad avere una vera dimensione di
massa, probabilmente dovrà creare proprio questo tipo di rapporto. Non dovrà
essere solo “lo sciopero del sindacato”; dovrà diventare uno sciopero di
migliaia e poi decine di migliaia di persone, molte delle quali già organizzate,
ma per la maggior parte – se siamo fortunati – composto da gente che non
apparteneva a nessuna organizzazione.
Questo ci obbliga a pensare a forme organizzative più ampie: comitati di
sciopero di quartiere, assemblee aperte, coordinamento tra palazzi, strutture a
cui partecipano sindacati, collettivi già esistenti e persone che arrivano per
la prima volta. Le organizzazioni forti non devono sparire, ma neanche
pretendere di sostituire il movimento. Il loro ruolo sarebbe quello di fare da
colonna vertebrale per una forza sociale necessariamente molto più grande di
loro. Forse questo è il miglior modo per descrivere il nostro compito ora: non
contenere lo straripamento, né adorarlo, ma organizzarlo.
IL RITORNO DELLA LEADERSHIP
Per questo forse si può formulare un’ipotesi, intenzionalmente eccessiva:
l’autonomia è morta. Ma spieghiamo subito cosa significhi, altrimenti
l’affermazione risulta immediatamente falsa. Non sta morendo l’autonomia verso
lo Stato o verso i partiti. Non sta morendo neanche la necessità che i movimenti
sociali mantengano la propria capacità di decidere le loro strategie. Quello che
potrebbe star morendo è l’autonomia come teoria sufficiente per
l’organizzazione: l’idea che connettere le lotte orizzontalmente, rispettare la
loro indipendenza e lasciare che l’intelligenza collettiva si sviluppi dal
basso, produrrà spontaneamente una strategia comune.
Per decenni, buona parte della politica radicale ha diffidato di una parola in
particolare, rappresentanza. La dicotomia vera, però, non è mai tra
rappresentanza o assenza di rappresentanza. L’alternativa era tra rappresentanza
controllata o rappresentanza informale; leaderismi visibili o invisibili;
strutture sottoposte a regole o strutture costruite con relazioni personali che
nessuno aveva votato.
Jo Freeman lo aveva segnalato già nel 1970, nella sua ben nota critica alla
“tirannia della mancanza di strutture”; e Bevins, mezzo secolo dopo, trova
un’intuizione simile in molti dei partecipanti ai movimenti che studia,
scoprendo che buona parte di coloro che hanno rivisto le loro posizioni dopo
quelle esperienze hanno iniziato a dare più importanza all’organizzazione, alla
presenza di leader e a qualche forma di rappresentanza esplicita. […] Non c’è
forse parola più malvista del termine “leader” in alcuni ambienti militanti. Per
anni sembrava che essa nascondesse sempre una minaccia. L’alternativa consisteva
nell’affermare che siamo tutte uguali, che non ci sono dirigenti e che le
decisioni sorgono spontaneamente dall’assemblea. Ma chiunque abbia passato
abbastanza tempo in un’“assemblea orizzontale” sa che questo raramente
corrisponde alla realtà. Ci sono persone che hanno più informazioni, persone che
sono lì da dieci anni, persone che conoscono tutti, persone i cui interventi
immediatamente modificano l’assemblea, persone che possono dedicare quaranta ore
a settimana alla militanza, e altre che ne hanno solo tre.
La leadership esiste anche quando decidiamo di non nominarla. Proprio per questo
la questione sindacale non si ossessiona con limitare la leadership, ma in come
moltiplicarla. Non si costruiscono dirigenti imprescindibili, ma centinaia di
dirigenti. La persona che arriva perché il suo padrone di casa vuole sfrattarla,
magari entro un anno starà organizzando il suo palazzo; in seguito può sostenere
un altro conflitto, poi formare dieci persone nuove. Per questo, un pilastro
dev’essere la formazione politica della pedagogia di Freire: partire
dall’esperienza vissuta per sviluppare un pensiero politico di classe e
anticapitalista. Questo processo è molto meno romantico di una piazza occupata,
e molto più pericoloso per chi ha il potere. La rendita immobiliare può
sopportare manifestazioni, ma ha molta difficoltà nel gestire migliaia di
persone che imparino collettivamente a negoziare, a disobbedire, e a sostenersi
durante lunghi conflitti. […] Visto così, anche il dibattito su quando bisogna
lasciare una acampada cambia completamente senso. Ridurre la presenza in piazza
non vuol dire smobilitare; potrebbe voler dire proprio il contrario. Il
Sindicato de Inquilinas questa settimana ha annunciato che ridurrà
progressivamente la sua presenza ufficiale nell’accampamento, per poter
orientare i suoi sforzi verso i quartieri, i palazzi organizzati, e la
preparazione di conflitti futuri, anche se altre persone decideranno di
mantenere l’acampada.
È una decisione strategicamente interessante, proprio perché rompe con
l’intuizione ben radicata che una mobilitazione può crescere solo rimanendo
fisicamente dove ha raggiunto la sua massima visibilità. Forse ora crescere
potrebbe diventare qualcos’altro. Il momento eccezionale si può usare non solo
per rimanervi indefinitamente, ma per modificare le condizioni della vita
quotidiana alla fine dell’evento. In questo senso, Puerta del Sol non sarebbe
tanto una Comune, come una gigantesca scuola sindacale accelerata; e il suo
successo non si può misurare contando il numero di tende. Bisognerà aspettare
dei mesi, e vedere in concreto come si materializza questo successo nello
sciopero generale che si sta preparando.
Perché preparare uno sciopero generale non vuol dire solo fissare una data sul
calendario. La costruzione dello sciopero può essere in sé un processo di
organizzazione di massa. Ogni comitato di sciopero che si costituisce, ogni
palazzo che si unisce, ogni conversazione con chi non si è già organizzato, ogni
nuova responsabile che impara a convocare una riunione, ogni cassa di resistenza
e ogni struttura di coordinamento, costruiscono già prima dello sciopero una
capacità che rimarrà anche dopo di essa. In questo senso, lo sciopero non è solo
il momento culminante in cui una forza già esistente si mette alla prova. Può
essere anche il processo con cui questa forza si costruisce. Prepararla
significa produrre il soggetto capace di sostenerla. […] Il 15M aveva prodotto
un’enorme indignazione sociale, ma a rappresentarla a medio termine non furono
le strutture popolari nate nei quartieri, bensì, soprattutto, le loro traduzioni
elettorali. Prima le candidature municipaliste, poi Podemos, e poi tutto il
ciclo politico che ha provato a trasportare nelle istituzioni una parte delle
richieste, del linguaggio e dell’energia che avevano fatto irruzione nelle
piazze. Non è stato né un tradimento né uno sviluppo inevitabile; ma di certo il
risultato di una debolezza organizzativa. Si era creata una grande capacità per
aprire una crisi, ma molta meno per darle una direzione propria, a una scala
sufficiente. […]
DOPO L’AUTONOMIA
C’è un’altra differenza importante con il ciclo politico precedente. Costruire
organizzazioni sindacali forti significa costruire un potere che non dipenda
interamente dai ritmi elettorali. […] Un sindacato può negoziare una legge,
contestare un decreto, fare pressioni su un governo o intervenire apertamente in
un dibattito politico. La differenza è che la sua capacità di agire non emerge
principalmente dall’aver occupato tali istituzioni. Emerge dalla gente che
organizza e dalla possibilità di alterare materialmente un rapporto economico.
Questa autonomia materiale dai cicli elettorali risulta specialmente importante
dopo l’esperienza posteriore al 15M. Una candidatura può perdere le elezioni, un
governo può cadere, una maggioranza parlamentare può sparire. Ma una palazzina
organizzata esisterà anche il giorno dopo; e anche una sezione sindacale, un
comitato di sciopero, una rete territoriale capace di smuovere migliaia di
persone. Puntare ad avere organizzazioni forti e non partitiche non consiste
nell’abbandono della politica istituzionale, ma nella costruzione di fonti
proprie di potere che permettano, tra l’altro, di intervenire su di essa senza
dipendere completamente dai suoi rovesci di fortuna. Un contropotere che possa
strappare conquiste a qualunque governo, scontrandosi quando necessario e
continuando a organizzarsi quando cambi la maggioranza in Parlamento.
Forse la lezione del ciclo precedente non è che le piazze non servono, ma che
tipo di organizzazioni rimangono quando le piazze si svuotano; lì forse si può
trovare la differenza tra le due epoche. L’immaginario politico del 2011
potrebbe riassumersi in una piazza che grida “nessuno ci rappresenta”.
L’immaginario che sta emergendo ora formula un problema differente: come
costruiamo organizzazioni di massa che possiamo realmente controllare, e che
siano abbastanza forti da rappresentarci quando decidiamo di agire insieme.
(assiatu diallo, elisa molina, pablo pérez ruiz)
(disegno di renaud eymony)
Durerà quel che durerà, come da più di dieci anni a questa parte, ma quanto ci
saremo divertiti nel frattempo: a vedere il panico del governo, lo scandalo dei
razzisti, il terrore della borghesia.
Beviamo le loro lacrime, ma non dimentichiamo niente: un ragazzino di sedici
anni ha perso un occhio dopo aver ricevuto una flash-ball in faccia, uno di
quattordici ha la mascella ridotta in poltiglia dopo che dei poliziotti gli
hanno sparato un lacrimogeno addosso a bruciapelo. In un video si vede un
poliziotto in borghese mentre cerca di mettere la testa di un ragazzo nell’acqua
di un ruscello, per fargli paura (poi è risalito, e se le è prese di santa
ragione, suscitando lo scandalo dei media); un altro ancora mostra un ragazzo
minuto, accovacciato a terra tra quattro energumeni (poliziotti, pardon), col
braccio gonfio, piange, dice che gliel’hanno rotto, e quelli ridono, gli
storcono il braccio ancora di più, uno di loro dice che ne ha già mutilati agli
occhi almeno quattro.
‘Sti ragazzini sono forti, non c’è che dire. Ultra-politicizzati, ben coscienti
del razzismo che subiscono, delle violenze della polizia, delle discriminazioni
che li dannano ancor prima che raggiungano la maggiore età. Hanno una padronanza
dei media avanzatissima, un discorso ben costruito da servire ai giornalisti
come me che accorrono davanti al loro liceo quando brucia la spazzatura. Io
sono, d’altronde, un bersaglio facile. Passati i trentacinque anni non posso che
sembrargli vecchio e loro mi stordiscono con le storie di aule fatiscenti e
insegnanti che mancano, ma lo senti subito che la realtà è un’altra: sono
incazzati neri col mondo, e a ben donde.
Loro hanno un lemma ormai generazionale per definire tutto ciò che alimenta la
loro giusta collera: «la France à Macron», la Francia di Macron, o meglio, più
esattamente: “la Francia a immagine e somiglianza di Macron”, ovvero la
Francia-Macron. Una Francia ultra-liberista, in crisi di bilancio nera, pronta a
farla pagare a tutti meno che ai ricchi e ai padroni, desiderosa di vendere lo
stato (sociale ma non solo) al primo offerente, tranne per quanto riguarda gli
apparati della repressione. La Francia-Macron infatti si regge su due gambe,
entrambe purulente: i desideri dei padroni e la violenza della polizia.
In dieci anni la polizia di Macron ha mutilato e ucciso decine e decine di
persone, ne ha arrestate decine di migliaia di altre, dai gilet gialli ai
movimenti contro le pensioni. Ma soprattutto, ha fatto un decennio di guerra ai
giovani, in particolar modo quelli delle classi popolari.
È come parte di questa guerra che va inteso l’omicidio di Nahel Merzouk,
diciassette anni, nel giugno 2023. Le rivolte seguite alla sua morte sono state
affrontate sul piano militare dalla macronie, letteralmente: carri armati, teste
di cuoio, armi non convenzionali, coprifuoco, assedi. E prigionieri: migliaia di
arresti, condanne, fedine penali sporcate per punire e intimidire, ben sapendo
che, se vieni dal basso, una fedina penale sporca significa non poter più
lavorare.
È in questa guerra contro i giovani che Macron ha istituito la terrificante
piattaforma Parcoursup, che decide lei dove potrai andare a studiare, se hai la
fortuna di passare la selezione, amplificando com’è ovvio che sia le
diseguaglianze. È in questa guerra che ha ridotto i sussidi giovanili, tagliato
i servizi, i fondi di scuola e università, precarizzato gli insegnanti,
aumentato le rette universitarie.
Anche in questo caso, la macronie ha reagito come ha sempre fatto quando si è
trovata davanti alla ribellione dei giovani: militarizzando il conflitto.
Davanti a quella che sembrava inizialmente una normale maretta studentesca, il
governo ha spedito migliaia di energumeni armati di tutto punto con la consegna
precisa di usare la mano pesante, costi quel che costi.
Un’evidente recipe for a disaster: la maretta si è fatta tempesta e presto
tsunami. Ora, persino i sindacati hanno deciso di unirsi agli studenti, un fatto
senza precedenti nella storia sociale francese. La Cgt, Solidaires e tutti gli
altri, persino la Cfdt (tipo la Cisl) hanno annunciato che sciopereranno e
saranno in piazza il 6 ottobre, a fianco agli studenti e nella data scelta da
questi ultimi, per proteggerli e denunciare all’unisono la violenza della
polizia.
C’è la finanziaria da approvare, poi le elezioni ad aprile. Non hanno una
maggioranza in parlamento e come faranno? Chissà, forse ancora una volta si
appoggeranno ai voti del Rassemblement National, loro – i macronisti – che
avevano promesso dieci anni fa che, ora che erano giunti al potere, la gente
avrebbe smesso di «votare per gli estremi».
Sarebbe coerente: a parte La France Insoumise e qualche altro pezzo di gauche,
nessun partito ha espresso solidarietà con i giovani ribelli. Mi ha detto un
amico, prof in un liceo di banlieue: siccome questi ragazzi sono prevalentemente
razzializzati e/o dei quartieri popolari, gli si nega persino il “diritto” di
essere bambini. Per definizione sono animali, pericolosi, classes dangereuses. E
quindi è legittimo mazzuolarli, mutilarli, sbatterli in galera: a poco vale la
loro età anagrafica, cioè il fatto che l’85% degli arrestati siano minori, come
comunicato dalla prefettura di Parigi per quanto riguarda gli arrestati nella
regione della capitale.
È qui che si opera la vera, reale, concreta fusione tra macronismo e lepenismo,
che poi appare sempre più come un passaggio di testimone. In questo razzismo e
classismo senza imbarazzi, anzi fiero della propria crudeltà, che fa dell’uso
della nuda violenza una strategia di governo. Questo rapprochement non a caso è
dapprima emerso durante le rivolte per Nahel, quando tutti (a parte La France
Insoumise) invocavano “l’ordine repubblicano”, che poi assomigliava parecchio a
un ordine mortifero. Anche oggi s’invoca il ritorno alla calma, ma quello che
vogliono, in realtà, sono la morte e il silenzio.
Hanno spaccato teste e occhi, gambe e braccia, hanno fatto la frittata. Che se
la mangino. Con l’augurio che gli vada di traverso una volta per tutte. (filippo
ortona)
(disegno di guerrilla spam)
Da: officinaprimomaggio.eu
In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un
parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland)
nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici
del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si
chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila
follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider,
laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del
partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di
origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto
tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?”
Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a
Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di
estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a
Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce
lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con
loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU.
Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene,
grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte
ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non
posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen)
si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo
di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert
Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione
all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che
abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti
dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche
anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume.
Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70
anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una
piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni
con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi
fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR,
nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la
Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia.
Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera
diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la
votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le
regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con
capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con
capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono
particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa
d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese
fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della
forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne
vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone
prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la
globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e
lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone
incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei
colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta
verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD
che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati,
più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono
andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al
governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in
Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in
quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno
opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania
ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo
indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò
malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non
conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion
d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali
tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! –
persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma
persistono.
Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione
impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi
anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte
flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in
Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel
godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso
una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche
questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi
fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della
forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione.
In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello
dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti
degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione).
Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche
sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso
vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta.
Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione
alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della
classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù
iperprecarizzata.
Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone
sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male
economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico,
come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in
difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a
Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e
del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e
all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità
diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc.
L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali,
fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali
dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto,
così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”.
Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei
giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E
non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato,
avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di
sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano
queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive
positive”.
Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali.
Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con
posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le
cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti
sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività
delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come
l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non
c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima
membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della
Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni
soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto
il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi;
colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono
bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco
sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel
ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza
comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue
Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare
i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è
un neonazi, secondo me.
Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il
discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra
europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del
nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la
trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova
destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al
quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se
noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci
chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un
granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o
di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei
rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in
Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono
andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche
più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi
contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene
chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura,
logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in
genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro,
le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a
Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il
modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in
poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono
stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del
primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di
macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria.
Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare
con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha
fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato
l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo
a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario
al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura
tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché
la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della
procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva
incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che
aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere
soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del
sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il
colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a
dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa
congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare
sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz
che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una
nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore
di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato
sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il
mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci,
inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della
responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a
Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”.
Ma di che riforme sta parlando?
“Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale
che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno
i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di
destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica
abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose
vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e
la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la
soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul
rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per
formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle
loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io,
non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR.
Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il
rischio AfD”?
Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli
che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte
uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza.
Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione
online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi
l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke
(quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo
governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il
riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz
rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È
un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer)
costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che
possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente
comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è
uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”.
Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che
combinano Merz e il suo Ministro delle finanze Lars Klingbeil.
Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare
vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi
questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità
indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di
competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz?
La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel
trattore è in panne?
Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi
predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha
portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la
loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen
prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero
fare? La stessa cosa: barcamenarsi.
Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un
rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di
fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a
vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le
nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle.
Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di
Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci,
sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il
rapporto con lo stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può
creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del
prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino
e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti
sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella
riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi
che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella
parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella
fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista
della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus
aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura
tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho
viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund,
Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva
cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano
con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia”
diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove
hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto
un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove
abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità
scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un Istituto con prestigio
internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per
infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo.
Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario
della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla
CDU.
Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR
– l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della
storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto. (sergio
bologna)
(disegno di martina di gennaro)
Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a
Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la
gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone
accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di
notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de
Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto
in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in
piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante.
Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al
microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la
forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo
permesso che succedesse tutto questo?».
Parte l’ennesimo coro: Hace falta ya / una huelga de alquileres / hace falta ya
/ una huelga general (c’è bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di
uno sciopero generale). Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della
guerra di Spagna, riadattati alla battaglia contro la grande proprietà
immobiliare, e alla solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla
difesa dal fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo –
conferisce profondità storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro
la guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados, fino ai tre anni
di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è sempre quello. Oggi, che
la grande acampada è sulla questione della casa e degli affitti, molti forse
ricordano che una delle campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a
consolidare il movimento antifascista fu proprio un grande sciopero degli
affitti. Proprio come quello di cui si sta parlando qui: una grande azione
collettiva contro la classe che estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué
viva / la lucha / de la clase obrera! si scandisce.
Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione europea per il diritto alla casa e
alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per
l’abitare da tutta Europa e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e
tavole rotonde partecipano gli organizzatori del referendum per l’esproprio di
Berlino; ci sono i sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e
dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli affitti;
ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater
Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale
ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo, l’Albania, la Polonia, e
anche alcuni argentini e statunitensi. Si parla inglese, ma il Sindicato de
Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea. Intervengono
molti militanti di base di Madrid e Barcellona, anche diverse donne diventate
attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte sono di origine migrante.
L’incontro dell’EAC era programmato per questi giorni in corrispondenza con The
District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid
tra il 22 e il 24 settembre, mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e
le tragedie connesse. Il nome di questo contro-vertice era El Barrio, il
quartiere, che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di
autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei
grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale.
Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale
degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena
poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina
e militante del sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc
Sabadell. Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco mediatica, in
una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è molto presente –
grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo stato. A quel
punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal – ottantasettenne disabile
– che ha fatto esplodere la situazione.
Non era ancora finito il District quando giornali e televisioni hanno trasmesso
le immagini di Maricarmen trascinata fuori casa in barella, con la polizia che
manganellava le persone accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che
ha deciso di portare la situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi
sfrattare con la forza perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile.
Nelle interviste che ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva
sul fatto che la sua resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma
perché altra gente imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei,
ma parte del percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con
la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era
riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi
triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati sulle città
della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo discorso, il
coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della polizia, hanno
“bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di questi anni, la
storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la destra xenofoba
– che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con l’idea della
“priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di indignazione
contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato dall’abuso della
rendita immobiliare.
La presidentessa della comunità autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore
dopo lo sfratto ha dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto
fortunata”. La destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a
minimizzare la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di
una serie di scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso,
tra cui un attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei
dall’amministrazione che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori
dicevano: “Quando abbiamo permesso che tutto questo fosse normale? Che poche
Ayuso vivano nel lusso, mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”.
Alcuni giornalisti sono andati all’uscita del District a chiedere agli
speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta.
Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A
Barcellona migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al
grido di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna altra
Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.
Così, quando è partito il corteo di sabato 26 a Puerta del Sol, nel resto dello
stato spagnolo si stavano svolgendo almeno altre sedici manifestazioni. Le reti
di contatto tra i diversi sindacati, nonostante le affiliazioni politiche
divergenti – anarchici, comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di
protesta comune. Nel frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si
dichiarava rattristato dalla situazione, incolpando l’amministrazione comunale e
regionale di Madrid, entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto
approvare un decreto per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe
di Sánchez strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è
certo l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo
che ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo
contratto indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva
fin dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti
indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato
della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si
rimpallano le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.
Alla manifestazione di sabato si calcolano almeno duecentomila persone. In una
città da tre milioni di abitanti, questo vuol dire una persona su dieci, e con
appena due giorni di preparazione. Il corteo dura tre ore e arriva alla sede del
Parlamento. La polizia si tiene ai margini, sovrastata dalla marea umana. La
città è in strada, tira fuori le chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las
llaves / de toda Madrid! Si gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza
me daría! (mi vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa,
qué pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che emergono
dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito che il
nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la stessa mattina
aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie del centro di Madrid),
ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di rendita estratta dalle vite, dai
territori e dalle case della popolazione: il rentismo. Così, se durante la
guerra civile si gridava Madrid será la tumba del fascismo, oggi si dice
anche Madrid será la tumba del rentismo.
Percorriamo il corteo cantando gli slogan con gli altri militanti dell’EAC. Una
compagna romena mi spiega le grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca,
con lo stato che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare
le comunità, espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un
militante del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent
control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la
mobilitazione storica per il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda,
oltre un secolo fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad
Atene, e sullo stato di salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero
della fame. E con le mie compagne dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma
ragioniamo sulle differenze tra i movimenti romani e quelli di Madrid, sul
rapporto tra lotta per la casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di
far crescere la battaglia sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati
sul rentismo in Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna
sotto sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha comprato
la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto
arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.
L’accampamento a Puerta del Sol richiama direttamente il 15-M, il mese
di acampada che era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì
si estese a tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento
degli Indignados c’erano solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia
fin dalla prima sera; la notte la parte centrale della piazza è già quasi piena.
La nuova mobilitazione sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici
anni fa: il sindacato ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un
enorme margine per la spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un
gazebo, organizza le attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale
con il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’
di musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del
sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente
nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della
manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che
l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di
migliaia in manifestazione.
Il giorno dopo, domenica, il numero di persone e di tende è incalcolabile; solo
il drone che volteggia sopra i palazzi di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma
non ce lo dirà. Una sindacalista mi spiega che la capienza della piazza è di
ottantamila persone; la zona coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola
dell’intera superficie. A mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola
pubblica, che di nuovo vede sfilare decine di migliaia di persone, forse
centomila. Le magliette verdi dei docenti e delle docenti si spargono per il
centro città, alcune raggiungono l’accampamento, che continua a crescere. Cinque
furgoni di polizia antisommossa entrano nella piazza, si schierano davanti al
Comune, poi se ne vanno come sono arrivati. Forse temono che la pressione della
polizia potrebbe portare ancora più gente in piazza.
Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera l’accampamento è una città autogestita,
completamente illegale, in cui si aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i
teli di plastica, percorse da migliaia di curiosi, militanti, inquiline,
turisti. C’è cibo per tutti, gratis; sono arrivate così tante donazioni che
hanno dovuto chiedere di non portare più niente. Un paio di ragazze, con le
magliette verdi dello sciopero per la scuola, si aprono un quadrato di spazio e
montano una nuova tenda. Mi vedono scrivere questo articolo al computer su una
sedia lì accanto, e mi preparano la loro tenda, con i cuscini e il tappetino,
per farmi scrivere più comodo. Passa una volontaria offrendo acqua. Una bandiera
palestinese sventola sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone
continuano a gridare, al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya /
una huelga una huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser rentista / no
es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno progresista?
Dal canto suo, il governo progressista è in seria difficoltà. Martedì dovrà
votare sul decreto che avrebbe potuto fermare lo sfratto di Maricarmen. Il
consiglio dei ministri potrebbe accettare o rifiutare la proposta del sindacato,
che prevede di restaurare i contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere
obbligatoria un’alternativa dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e,
naturalmente, di congelare il prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà
sicuramente fino a martedì, e anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove –
si sta organizzando una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione
sull’esecutivo di Sánchez. Se si votasse, questo “decreto Maricarmen”
rappresenterebbe la prima svolta davvero radicale nelle politiche abitative in
Europa, dopo quarant’anni di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della
casa. Sarebbe un precedente colossale, che toglierebbe ogni appoggio della
classe rentista al governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di
voti e finanziamenti che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente
un provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se
si arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza,
soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che ha
organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni
connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo
quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto
le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare
affitti insostenibili.
Qualunque cosa succeda, le conseguenze saranno importanti. Ma anche le
ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero essere grandi, a seconda di come
ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare questo momento di mobilitazione,
verso la fin del rentismo. Come dice la European Action Coalition, la sfida
adesso è internazionalizzare la lotta inquilina. Siccome il capitale
finanziario, i fondi immobiliari, le agenzie immobiliari, sono internazionali,
deve diventare internazionale anche il lavoro che dobbiamo fare per liberarci
del loro parassitismo. Saremo all’altezza di questa sfida? (stefano portelli)
(archivio disegni napolimonitor)
Se allora, desolato, ti fermassi,
Abbandono ovunque
Pietra e neve, aria e silenzio
Ricorda i grandi trapassati,
E onora il destino che sei,
In viaggio e tormentato,
Dialettico e bizzarro.
W. H. Auden, 1944
Da qualsiasi villaggio provenissero, gli abitanti dell’isola hanno sempre
diffidato del loro mare.
Lo guardano dalle alture dei villaggi nascosti nell’entroterra senza mancargli
di rispetto, come un nemico giusto. Quelli di Oxé, di Panaghià e Monokambi
tirano avanti lavorando sodo ma secondo i loro tempi, vivendo dei frutti della
terra alla stessa maniera dei loro avi. Pastori e contadini prima che marinai,
producono un vino che pure Omero deve aver assaggiato, un vino che d’estate va
allungato con l’acqua tanto è forte. Preferiscono la carne delle capre di cui
dispongono, al pesce pescato. Di tanto in tanto, dall’alto di quei villaggi, in
cui vivono come nascosti, gli uomini e le donne escono dalle case basse con le
finestre rivolte verso l’interno, si asciugano la fronte e si siedono a guardare
il pelago, stringendo tra le mani pane e kathoura, e un bicchiere di quel vino.
E tra loro pensano di temere più la profondità del mare che l’altezza da cui lo
guardano.
Lo straniero che arriva per la prima volta in quelle terre ha l’impressione di
approdare su un’isola quasi disabitata. Con una superficie di circa
duecentocinquanta chilometri quadrati, ha una forma stretta che ricorda l’ala di
un uccello. L’attraversa una dorsale di granito emersa dalle viscere del mare da
cui cadde l’uomo alato. La vetta più alta della montagna che taglia l’isola
arriva a mille metri, dividendola in due versanti distinti.
Verso nord la schiena è ricoperta di foreste di pini, querce, lecci e corsi
d’acqua. Verso sud, invece, la montagna crolla a picco nell’Egeo con pareti
verticali alte diverse centinaia di metri, scogliere inaccessibili, gole e
burroni. Da un lato il vento soffia calmo; dall’altro soffia forte, soprattutto
d’estate, sferzando il pelo d’acqua color cobalto. Si sente arrivare sotto forma
di ululato che attraversa le rocce, e poi come raffica che piega gli alberi,
sprigionando nell’aria il profumo del timo e della salvia pomifera, da cui si
ricava il faskòmilo, un infuso dalle proprietà benefiche.
Gli abitanti dell’isola lo chiamano semplicemente xenos. Ospitali dalla notte
dei tempi, lo guardano negli occhi e capiscono subito la differenza tra chi
approda per ritrovare se stesso o per perdersi. Non si vedono i flussi di
migranti provenienti dalla rotta balcanica come a Lesbo, ma stranieri rimasti
talmente folgorati da decidere di restare lì a vita. A poco a poco la comunità
li accoglie, a patto che lavorino e che a parlare siano i fatti.
È probabile che lo straniero sia attratto dalla fama della longevità per cui è
nota l’isola, ma con il tempo capirà che non esiste alcun elisir, e che il
segreto dei suoi abitanti sta tutto nella consapevolezza della fine e nella
predisposizione a resistere contro le avversità di una terra impervia.
Basta guardare – perché ci sono cose che si possono non conoscere, ma che si
conoscono meglio se le si vedono. E così una notte d’estate, verso i primi di
luglio, ci si può ritrovare a una festa comandata in un villaggio come Therma o
Karavostamo, sul versante est. E là si possono osservare gli abitanti
esorcizzare la fatica e i lutti dell’inverno attraverso una danza cadenzata e
ipnotica, da soli e tutti insieme, in una spirale che avvolge le anime
irredente, in cui ognuno è legato a ciascuno come in una catena, senza
gerarchie, e sembra in procinto di cadere, ma poi si rialza, e poi ricade
all’unisono, e poi ancora, i passi che calpestano la terra, senza fermarsi.
Gli abitanti si conoscono tra loro e, sebbene i villaggi siano sparsi, le
notizie corrono veloci. I rapporti sono fondati sulla forza dei legami reali,
sul principio della reciprocità, del mutuo sostegno. La ricchezza è figlia del
sacrificio e dell’emigrazione, e la vita è organizzata in comunità coese. Di
tanto in tanto scoppiano faide, ma a prevalere è uno spontaneo collettivismo
basato sulla cooperazione e sul senso di appartenenza a una terra che per
qualche mese si liberò dagli ottomani.
Lo straniero avrà l’impressione che il tempo, sull’isola, sia come un orologio
senza lancette. Le strade in certi tratti sono a strapiombo sul mare, qualche
capra pascola libera, e al bivio che sale verso Akamatra il mare è un vortice di
onde perpetue.
Tra gli abitanti dell’isola c’è Jorgos, il fornaio, che nei pomeriggi d’agosto
siede all’uscio del suo forno, assaporando quel momento di pausa con religiosa
solennità. Fuma senza fretta, beve il caffè tenendo sott’occhio il mare, l’isola
di sale e il profilo lontano di Samo e Furnoi. Dalle onde e dagli uccelli sa
dire se è tempo di saraghi o di sarde, se il vento soffierà forte, se i
pescatori di Agios Kirikos quella notte usciranno per mare. Ha i pantaloni
sporchi di farina e una maglietta lacerata dal calore dei macchinari per
lavorare il pane. Il mestiere l’ha ereditato dal padre. I baffi gli disegnano
sul volto un ghigno che tradisce il suo temperamento. Sono ben delineati e
bianchi, così come i capelli corti. Quel candore contrasta con il colore della
pelle scura. Gli occhi pure sono scuri, piccoli e attenti, a indagare un mondo
fatto di poche ma incrollabili certezze: il ciclo di produzione del pane
quotidiano, l’appartenenza alla comunità, sua nipote di tre anni che sorride di
fronte al suo sorriso imbronciato, il ritmo ricorrente delle stagioni
sull’isola, dove l’unica cosa che conta è vivere.
Uomo di poche parole, Jorgos ha il dono di trasmettere quiete a chi gli sta
accanto. Si può stare con lui in silenzio, seduti alla penombra di un pomeriggio
estivo, o si può ascoltare ciò che ha da dire quando decide di parlare con quel
suo leggero senso dell’umorismo. A ogni domanda risponde, ma sa anche il valore
esatto delle parole date. Conosce i segreti dell’isola, e chiunque, da Perdiki a
Proespera, vede in quel vecchio fornaio le virtù del màstoras, l’uomo
lavoratore, onesto e di buon cuore.
La gente con cui è cresciuto porta la salopette anche ad agosto, per lavorare la
terra e dare da mangiare agli animali. È gente abituata a sopportare la
nostalgia e a sublimare la sofferenza. Gli uomini e le donne del villaggio lo
ricordavano quando, il giorno del grande incendio nel luglio del ’93, andava
incontro alle fiamme partite da Mavrato che quasi arrivarono fino a Xilosirtis,
bruciando interi villaggi lungo le alture e uccidendo tredici persone. Con
quella gente Jorgos aveva sbarrato la strada al fuoco che avanzava.
Aveva condiviso quasi tutto con loro: la solitudine invernale, quando il mare
grosso taglia i collegamenti; le storie d’amore travagliate, quando la bellezza
è una condanna piuttosto che un dono divino, come una gabbia di specchi in cui
si è per sempre prigionieri; e poi la vita in terra straniera e le danze
arcaiche spalla a spalla, nelle feste comandate, mentre una voce canta di
emigranti che hanno trascorso anni lontano, sentendosi come uccelli erranti, e
decidono di ritornare sull’isola per amore, lasciandosi alle spalle ogni
sofferenza e facendo festa al suono dei violini.
Osservandolo, in quei pomeriggi fatti di calma e di parole misurate, avvertivi
che la libertà è forse proprio questo: una questione di riconciliazione con se
stessi e con il proprio passato. Jorgos sapeva, per averlo imparato sulla
propria pelle di isolano dell’Egeo settentrionale, che in ogni uomo, per il solo
fatto di esistere e nella misura in cui egli dipende da tutti quelli che l’hanno
preceduto, c’è qualcosa che lo supera e lo sovrasta. Un filo invisibile e
antico.
Lo straniero può concedersi un lungo momento insieme a lui, fuori all’uscio di
quel forno, ma se vuole conoscere l’anima profonda dell’isola deve mettersi in
cammino verso ovest, lungo la strada per Karkinagri, un villaggio di metanàstis,
immigrati tornati dall’America che passano il tempo a bere. Laggiù, verso le
correnti all’estremità occidentale di Capo Papas, finisce l’isola, e un faro
isolato guarda l’orizzonte aperto, tormentato dal vento da sud.
Prima, però, dovrà informare Jorgos dei suoi spostamenti. E Jorgos, sentendo il
nome di quel villaggio, aggrotterà le sopracciglia. Poi si alzerà con tutta la
calma del mondo, sentendo i suoi settantacinque anni scricchiolare nelle
giunture delle ginocchia. Senza fretta, prenderà la tazzina dal tavolino, ne
rovescerà il fondo, e prima di varcare la soglia del forno dirà quasi tra sé,
sovrappensiero: «Karkinagri…». Poi aggiungerà, senza voltarsi, rivolgendosi allo
straniero: «Che ci vai a fare laggiù? C’è una strada sterrata e interrotta da
una frana. Dovrai penare per arrivarci». (andrea bottalico)
(archivio disegni napolimonitor)
A Zagabria, piazza Josip Jelačić è un passaggio difficile da evitare: si trova
in pieno centro, vicino alla cattedrale, e da lì transitano diverse linee della
rete di tram che attraversa la capitale croata, mentre a pochi passi si tiene il
grande mercato Dolac, sia all’aperto sia al chiuso. Sabato 5 settembre però in
piazza non passa nessun tram perché i binari sono occupati da un’enorme
manifestazione i cui contorni sono difficili da delineare per chi arrivava in
città ignaro della situazione e senza parlare bene la lingua.
Il primo elemento che colpisce è la presenza massiccia delle bandiere a scacchi
rossi e bianchi dello stato croato. Basta fare qualche giro in Croazia e ci si
rende conto che questo motivo è molto diffuso sul territorio: sulle macchine,
nelle case, sui cartelloni pubblicitari, sugli abiti delle persone, nelle
vetrine dei negozi oltre che sulle sedi istituzionali. Le bandiere nazionali
sono molto frequenti in Croazia e non bastano per connotare una manifestazione.
Molte persone indossano una maglietta bianca con scritto Dosta je bilo! (Ne
abbiamo abbastanza!), ma neanche questo ci aiuta a capire meglio. Ci sono però
dei nomi che ricorrono: Lika e Gospić. La prima è una regione che si trova tra
la costa dalmata e la Bosnia, mentre la seconda è una città di circa 12 mila
abitanti della stessa zona.
«Hanno portato dei rifiuti tossici da altri paesi alla Lika, va bene che ci sia
questa manifestazione», ci dice un venditore del mercato. Le cose iniziano ad
avere un senso e capiamo anche altri cartelli: “Marcia per la Lika, marcia per
la Croazia”, “La Lika non è la discarica d’Europa”. Dallo spiazzo che sovrasta
l’area in cui si svolge la manifestazione il colpo d’occhio è notevole: i
partecipanti hanno occupato quasi tutto lo spazio disponibile e a stento si
passa a piedi da una parte all’altra della piazza. Sul palco si susseguono gli
interventi organizzati dal gruppo Gospić je naš dom (Gospić è casa nostra)
accompagnati dal suono assordante di tantissimi fischietti. La polizia è poca,
quasi non si nota.
Vediamo un ragazzo che regge il cartello “La natura non può essere un danno
collaterale” e gli chiediamo qualche informazione: «Io vengo dalla Slavonia, una
regione dell’est della Croazia quasi al confine con la Serbia, e mi è sembrato
giusto venire qui per protestare. In questa piazza ci sono un po’ tutti, sia
persone di destra che di sinistra». Ci fa notare che buona parte della
responsabilità dell’arrivo dei rifiuti tossici è imputabile alle politiche
dell’Unione democratica croata, il partito al potere che dal 2016 esprime il
primo ministro Andrej Plenković e che con il suo fondatore Franjo Tudjman ha
avuto un ruolo determinante nella nascita dello stato croato all’inizio degli
anni Novanta. Notiamo anche un cartello portato da persone che vengono dalle
isole di Cherso e Lussino, collocate nel Quarnero, proprio tra la costa
orientale della penisola istriana e la parte settentrionale della costa dalmata.
Vediamo un cartello che reclama acqua pulita senza compromessi e poi un altro
con una sigla che può capire anche chi non parla croato: Pfas. Si tratta dei
composti poli e perfluoroalchilici caratterizzati da un legame forte e stabile
tra carbonio e fluoro che li rende praticamente indistruttibili in natura e che
sono usati ancora per diversi scopi, tra cui l’impermeabilizzazione dei tessuti.
In Italia ci sono almeno due aree interessate dalla loro presenza massiccia
(l’area di Trissino nella provincia di Vicenza, dove ha operato per anni
un’azienda che li produceva e l’area di Spinetta Marengo in Piemonte). Come
insegnano i casi italiani, una volta immesse nel ciclo dell’acqua le sostanze si
diffondono e la bonifica diventa difficilissima. Nella Lika ora la paura, già
espressa in una prima manifestazione tenutasi proprio a Gospić qualche settimana
fa, è che i rifiuti stiano rilasciando nell’acqua queste sostanze, anche se per
il momento le autorità hanno cercato di rassicurare la popolazione.
Cerchiamo qualche informazione in più: un lancio dell’agenzia Reuters dello
stesso 5 settembre parla di rifiuti medici e industriali (si parla di almeno 30
mila tonnellate) provenienti soprattutto dall’Italia e dalla Slovenia, oltre che
in parte dalla stessa Croazia, e capiamo che il movimento chiede anche che la
bonifica dell’area sia avviata in tempi molto più rapidi rispetto a quelli
previsti dal governo di Plenković. Lo stesso primo ministro, forse per cercare
di indebolire il movimento, mercoledì scorso ha visitato Gospić cercando di
offrire delle rassicurazioni. Il tentativo non sembra però aver funzionato e la
manifestazione di sabato è diventata una delle più partecipate della storia
croata recente.
«Sei mai stato nella Lika? – ci chiede un amico che incontriamo qualche ora dopo
la manifestazione – È un posto bello, verde e con molta acqua. Prima della
guerra in quella zona c’erano molti serbi che poi sono andati via. Da allora la
zona non è più stata ripopolata».
In effetti, tra gli anni Settanta e Ottanta a Gospić abitavano almeno 30 mila
persone, di cui circa un terzo si definiva serbo; dopo la guerra il numero di
serbi presenti è crollato a poche centinaia di persone. Facile immaginare che il
sito sia stato scelto per portare i rifiuti anche perché si pensava di non
trovare particolare resistenza. Invece il calcolo si è rivelato sbagliato.
Verso l’una la manifestazione sta per finire. Continuano a sventolare tantissime
bandiere croate e adesso capiamo meglio il perché. Chi ha permesso il trasporto
dei rifiuti nella Lika in piazza viene definito un traditore della Croazia, un
termine che non è così abituale sentire nell’ambito di una lotta legata
all’ambiente. La scommessa del movimento è far vedere che una questione locale
in realtà è importante per tutta la Croazia e che l’impatto dell’inquinamento
non riguarda solo la comunità coinvolta in prima battuta. Sembra di scorgere un
connubio tra patriottismo e ambientalismo che, almeno per chi viene dall’Italia,
non è scontato. Per quanto la presenza di tutte queste bandiere desti una certa
preoccupazione, per il momento questa impostazione sembra portare dei frutti: il
tema è ripreso in prima pagina dai giornali, il presidente della repubblica
Zoran Milanović ha dato il suo appoggio e la questione sembra mettere d’accordo
gran parte dell’arco politico. Non è però tutto così lineare: un’altra persona
ci parla di tensioni tra esponenti dell’estrema destra locale e un gruppo di
anarchici presenti in piazza, mentre rimane da vedere quale sarà il risultato
concreto della mobilitazione, l’entità dei danni già causati all’ambiente e
quale sarà l’estensione della difficile bonifica dell’area di Gospić, per il
momento promessa ma non realizzata. (alessandro stoppoloni)
(disegno di enrico pantani)
Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un
mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre
due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si
chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un
bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel
pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i
lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le
nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera
Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva
invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia
meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il
lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra.
Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle
colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a
tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi.
Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino,
sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi
individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con
piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di
cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate
nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in
Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i
raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa
georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di
Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide,
il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino.
A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di
metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda
ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la
struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre
un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al
piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge
nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli,
mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia
loro impedito di penetrare le recinzioni.
Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al
più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al
villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto
“Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto
al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci
fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di
trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie
lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di
nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce:
lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho
immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i
suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via
sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino.
Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I
vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro
al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle
nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a
Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma
il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e
russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale.
L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano
a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza
differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure,
minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il
coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per
colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro
e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia
invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia
prominente.
SOGNO GEORGIANO
All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi
vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la
pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende
su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si
raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito
un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le
nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e
lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così
insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un
mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso
prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno
una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per
ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori:
nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi
bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano.
L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana
prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia.
Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia»,
mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i
vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene
di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza
in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il
calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia,
a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi
come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del
brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in
italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha
guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante
un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima
di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a
ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato
l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli
eroi!».
Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione
dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e
disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di
condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato
russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei
ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università:
«Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda
delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so
più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo
e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti
tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno
l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili
al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi
qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non
combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella
Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno
un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche
noi Europa!», corregge impaziente Mariam.
Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in
legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state
restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano
diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate.
Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di
simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere:
“Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le
bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso
vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al
simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava
salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone
o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la
cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza
dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale,
vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei
più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno
georgiano.
Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della
difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto.
Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un
pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto
ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto,
guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca
sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato
della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la
capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine
georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il
ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in
posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro
di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale.
UN MUSEO ARMENO
Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh,
una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era
proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto
prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza
dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di
fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno,
però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando
l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il
Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a
Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone
dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza
difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello
che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con
negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a
rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di
trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le
pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento
euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan?
In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei
locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso
con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le
targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una
famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un
locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici
sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in
russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava
in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da
dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante
la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua,
misteriosa e cosmopolita a Erevan.
Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di
Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati,
libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da
letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e
implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente
nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in
un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero.
Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una
redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia,
Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il
pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad
Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la
qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di
Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori
internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi
ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me
questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri
strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni
Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha
espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida.
Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica:
obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo.
Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera
capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le
due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in
territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano
a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il
genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto
mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento
e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il
ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno
dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti
discorsi nazionalistici.
Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che
ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano
prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le
cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la
barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali
sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che
diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci
odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e
intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze
oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale:
l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il
veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca.
Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana,
stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il
nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova
forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti
che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici
a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei
timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano
espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale.
Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea
guerra globale.
BAZAR DEI DISERTORI
A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi
di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia
settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi
edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio
Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di
vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega
ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce
alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi
sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è
possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere,
sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica.
Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre
un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di
acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della
frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla
stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con
albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni
frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di
frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova
riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran
dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena;
interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano
tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de
Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di
un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam
durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – /
che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la
pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro
putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”.
Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con
libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una
raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il
cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in
attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è
raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia
sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo
archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la
tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo
smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in
metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al
sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove
si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era
conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio
per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e
contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta
alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea
che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani
gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini
in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era
custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea
ad addormentarlo con un incantesimo.
Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale,
l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a
Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi
tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da
una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli
angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e
rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie
principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione
Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare
la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali,
celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della
Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono
oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso,
di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui
gradini sotto i drappi.
Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce
dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti
comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione
ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la
continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i
georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai
visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo
stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto
prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo
hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è
cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle
nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e
Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in
Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione
dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha
combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi,
era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi
ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non
resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui
senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?».
Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai
bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché
si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando
lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a
Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle
munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono
a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei
disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e
verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche
all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla
buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e
i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove
nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per
testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale
aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar
delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del
Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra
avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la
diserzione. (francesco migliaccio)
(archivio disegni napolimonitor)
Sedute in cerchio nello spazio comune al chiuso, costruito dai campesinos,
aspettiamo l’inizio del Congresso Tierra y Educación promosso dal Movimiento
pedagógico de Liberación (MPL) e dal Movimento Campesino de Liberación (MCL).
Nel mezzo della selva misionera, nel territorio di Montecarlo, in una giornata
uggiosa di luglio, con i vestiti sporchi di terra rossa e il nostro spagnolo
poco fluido, assistiamo all’arrivo dei contadini e delle contadine tareferas,
raccoglitori e raccoglitrici di yerba mate, che da anni lottano contro il
saccheggio delle loro terre, case e vite da parte di grandi speculatori che
vengono prima a disboscare e poi a piantare pini ed eucalipti per l’industria
cartiera. Siamo ai margini del barrio Malvinas, il quartiere popolare che nasce
come occupazione di terre da parte delle famiglie del Movimento, per dare una
casa a tutte e tutti, seguita da una lotta decennale che ha portato non solo ad
avere strade, fognature e corrente elettrica, ma anche alla proprietà dei
singoli lotti e delle abitazioni.
Siamo state chiamate a partecipare a queste giornate di dialogo e formazione
dalla scuola popolare Ñande Kokue, in lingua guaranì “la nostra terra”,
esperienza nata durante un’espropriazione comunitaria di terre della famiglia
Avellaneda, una delle più ricche e potenti dell’industria del settore. Veniamo
invitate come Movimento delle Scuole Popolari di Roma a parlare di estrattivismo
urbano, turistificazione e precarizzazione della vita nella nostra città, e di
come dal basso ci stiamo organizzando per rispondere ai violenti attacchi delle
istituzioni pubbliche e dei grandi speculatori privati.
Al centro del Congresso c’è la nuova legge chiamata espressamente di
“Inviolabilità della proprietà privata”, un pacchetto di norme promosso dal
governo di Javier Milei che contiene tra le altre cose una vera e propria
riforma della legge delle terre del 2011. Il provvedimento favorirebbe la
(s)vendita ai capitali stranieri delle terre argentine e faciliterebbe gli
sgomberi delle comunità indigene e contadine che in esse vivono e resistono.
L’esame del disegno di legge al Senato era previsto per giovedì 6 agosto, quando
le organizzazioni sociali e i movimenti ambientalisti hanno indetto una
mobilitazione davanti al Congresso nazionale per l’intera giornata.
L’Observatorio de Tierras, gruppo di ricerca del Conicet (Consejo Nacional de
Investigaciones Científicas y Técnicas) e dell’Università di Buenos Aires,
definisce l’iniziativa come una vera e propria controriforma a favore della
speculazione straniera. Julieta Caggiano, una delle sue ricercatrici, è la prima
a prendere parola per raccontare delle gravissime conseguenze di questa riforma.
Spiega, infatti, che attualmente già tredici milioni di ettari di terre
argentine sono nelle mani di imprenditori stranieri. A partire dal 2008,
infatti, in seguito alla crisi finanziaria globale, l’acquisto di terre è
diventato un vero e proprio bene d’interesse strategico a livello mondiale per i
capitali stranieri, come si evince dal rapporto Los señores de la
tierra pubblicato da Fian Internacional e Focus on the Global South. Per far
fronte ai rischi che il mercato estrattivo della terra avrebbe potuto
comportare, nel 2011 è stata approvata la Ley de Tierras che stabilisce dei
limiti alla vendita delle terre a capitali stranieri e definisce quali terre
possono essere vendute e quali no. Secondo questa legge, le persone fisiche o
giuridiche straniere, così come le imprese controllate fino al venticinque per
cento da persone fisiche o giuridiche di nazionalità diversa da
quella argentina, non possono acquistare più del quindici per cento dei terreni
rurali sul territorio nazionale. Inoltre questa legge vieta la vendita di terre
in aree di frontiera o in aree fluviali e pone un limite di un massimo di mille
ettari a persona o impresa straniera nell’area della Pampa umida, nucleo della
produzione agricola e zootecnica argentina. Infine definisce le responsabilità e
i compiti di un organismo garante del rispetto della legge.
Se già durante il governo del neoliberista Mauricio Macri questo limite è stato
alzato a più del cinquanta per cento, l’attuale riforma proposta dal partito di
governo ultra-capitalista La Libertad Avanza, propone di eliminare qualsiasi
limite di vendita delle terre a persone e imprese straniere e di deregolamentare
tutte le altre misure di protezione della terra. La riforma, oltretutto,
introduce giudizi sommari per facilitare e accelerare gli sgomberi in aree
urbane e rurali e prevede modifiche della Ley de Manejo del Fuego, soprattutto
per quanto riguarda la proibizione di cambiare destinazione d’uso del suolo a
seguito di incendi, con grande preoccupazione di organizzazioni popolari e
ambientaliste.
Dei tredici milioni di ettari di proprietà di persone o imprese straniere nel
paese la maggior parte si concentrano in aree strategiche, come zone di
frontiera, fluviali e di interesse estrattivo, per la presenza di gas,
combustibili fossili, ghiacciai o miniere. A oggi, già trentasei municipi del
paese superano il limite del quindici per cento stabilito dalla legge del 2011 e
quattro eccedono il cinquanta per cento con proprietari di altri paesi. I
principali speculatori sono statunitensi (2,7 milioni di ettari), italiani (2
milioni) e spagnoli (1,7 milioni). La Gran Bretagna occupa 1,1 milioni di ettari
nelle Isole Malvine, ma possiede anche altri 246 mila ettari nel resto del
territorio nazionale. Dei tredici milioni di ettari venduti a capitali
stranieri, 2,2 milioni sono controllati da società con sede in paradisi fiscali
o in paesi con normative fiscali speciali. Sempre dalle relazioni del gruppo di
ricerca emerge che le maggiori aziende con capitali in Argentina sono Arauco
(Cile), Benetton Group (Italia) e Cresud (dell’argentino Eduardo Elsztain,
alleato del presidente Milei).
Secondo l’ultimo censimento agricolo e zootecnico nazionale (2018) l’uno per
cento delle aziende presenti in Argentina controlla il trentasei per cento del
territorio nazionale. Il lavoro principale dell’osservatorio è stato la
creazione della mappa delle terre in mano a capitali stranieri. Il progetto di
svendita dei beni comuni del paese al capitale speculativo straniero e di
spoliazione dei diritti delle popolazioni locali emerge con chiarezza nelle
fonti utilizzate per la mappatura. La modifica della Ley de Glaciares ha
lasciato alle province la facoltà di escludere ghiacciai o zone periglaciali
dall’inventario nazionale a favore della speculazione, mentre la Ley de
Emergencia Territorial Indígena, che promuoveva la regolarizzazione delle terre
delle comunità indigene e il loro censimento, è stata abrogata con la firma del
presidente Milei nel dicembre 2024.
Ma l’impianto di norme che permettono il saccheggio non si ferma qui:
l’approvazione del Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones (RIGI)
garantisce ai capitali stranieri agevolazioni fiscali, tributarie e doganali per
trenta anni. Finora il governo ha approvato ventuno progetti nell’ambito del
RIGI, per lo più nel settore minerario. Il cosiddetto Super RIGI, infine,
presentato in parallelo alla Ley de la inviolabilidad de la propiedad privada, e
ancora in fase di discussione da parte del governo, estende tali agevolazioni
alle “nuove industrie” ad alto fabbisogno di terre, risorse idriche ed
energetiche, come per esempio gli enormi data center. Non sembra un caso quindi
che il magnate dell’AI Peter Thiel abbia già puntato questo paese – ricco
d’acqua e di zone gelate utili per il raffreddamento degli imponenti data center
– per i suoi progetti estrattivi.
Dopo l’intervento di Julieta Caggiano, alcuni rappresentanti del MCL riportano
come l’esperienza pedagogica e di recupero delle terre che si sta sviluppando a
Ñande Kokue sia stata costantemente attaccata e minacciata da tentativi di
sgombero nel corso degli anni. L’ultimo di questi, avvenuto appena poche
settimane fa, è stato bloccato grazie alla lotta del movimento contadino e
all’ampia solidarietà di centinaia di organizzazioni mobilitate in tutto il
paese e nel continente. Due fratelli, Isabelino e José Cerpa, che vivono in
terre espropriate vicino alla località di Dos Hermanas, raccontano di aver
trascorso un mese in carcere per aver risposto alle provocazioni delle forze
dell’ordine chiamate dal proprietario delle terre in cui loro e le loro famiglie
vivono da più di cinquant’anni. Hanno costruito una scuola popolare e hanno
chiamato i/le docenti del MPL a sostenere con l’educazione la loro lotta. Prende
la parola anche Basilio Escobar, portavoce della comunità indigena Guaranì Mbya,
ricordandoci che la lotta dei popoli indigeni è la nostra lotta e che la difesa
della vita che portano avanti le sedici comunità di cui è portavoce sono una
grande risposta popolare al capitalismo sfrenato e alle sue politiche di morte.
Sono tante le esperienze popolari che si raccontano durante il congresso e che
ci dimostrano che l’educazione popolare è uno strumento fondamentale per
l’organizzazione comunitaria e le lotte territoriali. L’esperienza di Ñande
Kokué lo conferma, poiché in questa scuola si insegna e si impara lavorando la
terra, sviluppando un’agricoltura senza pesticidi, valorizzando i saperi delle
comunità e costruendo collettivamente le conoscenze necessarie per creare
alternative al capitalismo.
A fronte della forte mobilitazione che si preannunciava fuori dal Congresso e
che in effetti è stata imponente, il governo ha momentaneamente estromesso
la Ley de Tierras dal pacchetto di norme sulla cosiddetta inviolabilità della
proprietà privata. In assenza di numeri certi in parlamento, vista la reticenza
dei deputati più esposti sui propri territori alle mobilitazioni delle comunità,
per ora la legge viene fermata dalla pressione popolare. La piazza del
Congresso, dove eravamo presenti, si è riempita nonostante la pioggia e
nonostante le notizie sullo stop alla legge fossero ormai date per certe.
Tuttavia, non solo resta intatto il resto dell’impianto normativo repressivo,
privatistico, pericoloso per le comunità e per la sovranità dei territori, ma la
stessa legge sulla extranjerización verrà riproposta in altre forme, provando a
blindare tutte le alleanze che il governo e i grandi capitali stranieri –
soprattutto quelli legati alle big tech – riusciranno a tessere dentro e fuori
le istituzioni, ai vari livelli della repubblica argentina. L’unica altra
certezza è che, ancora una volta, troveranno compatta la resistenza di
organizzazioni popolari, forze sociali, comunità, territori. Tra questi, i
contadini e le contadine del MPL/MCL, nella provincia di Misiones, la più
esposta ai processi di svendita al capitale straniero, dove educazione popolare
e lotta per la terra sono così intrinsecamente legate tra loro, al punto di
rappresentare un unico fronte, un solo strumento di lotta. (a cura delle scuole
popolari in movimento)