(archivio disegni monitor)
L’articolo è uscito su Safircom, 24 aprile 2026. La traduzione in italiano è a
cura di Ghassan Waïl e Stefano Portelli.
* * *
Le lacrime, la tristezza, il dolore della separazione; la rabbia, l’impotenza e
il senso di umiliazione (in arabo: hogra); il rumore dei bulldozer, la polvere
nell’aria, le guardie di sicurezza; così i figli e le figlie dell’antica medina
di Casablanca – la città vecchia – dicono addio ai loro quartieri, alle loro
strade, ai loro mercati, ai negozi, e soprattutto alle loro memorie, ai loro
amici e ai loro vicini. Stanno dicendo addio a una parte di loro stessi. I
quartieri di Derb Lngliz, Derb Rmad, Derb Fssa, Derb El Kelb, Derb Gnawa,
Boutwil, Moha and Saïd, Nzala, Lbheira, tutti questi quartieri sono stati
distrutti e ora sono in rovina, sepolti tra le macerie e spianati dalle ruspe.
Un abitante della zona racconta: «Abbiamo lasciato indietro un’intera vita.
Siamo nati qui, i nostri figli sono cresciuti in questo quartiere, l’antica
medina ci ha dato anche il pane». Le memorie, le vite, le storie, i percorsi che
l’hanno attraversata, intrecciati in decenni, hanno modellato la storia
dell’antica medina di Casablanca, e ora sono scomparsi per sempre. Casablanca si
è disfatta di una parte della sua storia, l’ha lasciata ai bulldozer, che
l’hanno gettata via e sepolta tra le macerie.
Per Mourad Messaad, uno dei residenti del quartiere Derb El Ramad, il cui nome
significa “quartiere delle ceneri”, e che è davvero diventato cenere, la città
vecchia è una patria e un essere vivo, in ogni senso. Con tristezza, dice: «È
difficile essere obbligati a lasciare il posto in cui sei cresciuto, lasciare i
tuoi vicini e i tuoi amici ed essere gettato nell’ignoto». La città vecchia è un
capolavoro e una scuola di arte e di vita. Dalle sue strade e dai suoi spazi
aperti sono venuti su l’amatissimo comico Lamfadal Lah’rizi, nonché Bouchaïb El
Baydawi, il Re dell’Aita, uno stile musicale tradizionale. Da questo mondo così
ricco sono emersi il campione di pugilato Marcel Cerdan, il lottatore di
wrestling Saïd El Sawakan e l’artista Souad Sabir. Qui sono passati i calciatori
Larbi Ahardane e Aziz Bouderbala, entrambi del Wydad e della nazionale
marocchina che vinse la Coppa d’Africa; Idriss Chacha, del Raja; qui sono
cresciuti e hanno costruito il loro talento.
La maledizione dei mondiali di calcio ha colpito gli abitanti della città
vecchia come una tragedia greca. I discendenti dell’antica Anfa – la città
antica che sorgeva sul sito di Casablanca – oggi si trovano circondati da nuove
macerie. Con l’unica eccezione del consigliere municipale Abdellah Abaakil del
Partito Socialista Unificato (PSU), tutti i partiti politici, le associazioni, i
funzionari pubblici della città, sono rimasti in silenzio; e i residenti non
hanno altro che le loro lacrime e i loro telefoni per registrare le demolizioni
e per dire addio alle loro case e ai loro negozi. Non hanno altro che i social
media per condividere le loro sofferenze e raccontare al mondo la loro
situazione. Qui, dove i commercianti, i residenti, i fan del Wydad, hanno
raccolto le storie e le vittorie che hanno modellato la vecchia città; qui, dove
sono state messe a tacere per sempre le voci e le energie dei bambini che
riempivano ben tredici scuole; tutta questa eredità culturale, tradizionale,
storica, è stata distrutta dalla maledizione della Coppa del Mondo, e da
quaranta anni di pianificazione caotica per il progetto di un grande boulevard
chiamato Avenue Royale.
UNA MOSCHEA E UN BOULEVARD
A metà degli anni Ottanta, il re Hassan II decise di costruire una delle più
grandi moschee del mondo, seconda solo ai due enormi templi di Mecca e Medina,
proprio sul litorale di Casablanca, in un’area chiamata Bahr Merizika. Era un
luogo importante per la memoria dei residenti della città vecchia; molti
abitanti vi avevano imparato a nuotare e a pescare, e vi si conservavano anche i
resti delle antiche piscine municipali, uno stagno per la pesca, e una grande
area aperta chiamata Chouinty, dove si tenevano gare sportive o semplicemente si
imparava ad andare in bicicletta.
La costruzione della Grande Moschea iniziò il 12 luglio 1986. L’inaugurazione
avvenne il 30 agosto 1993. L’idea di un boulevard reale fu discussa durante la
costruzione e annunciata ufficialmente nel 1989. Quando il progetto fu lanciato,
si sparse la voce che anche i quartieri intorno sarebbero cambiati. Alcuni
dicevano che sarebbero stati demoliti per aprire la strada a questa Avenue
Royale che avrebbe collegato la moschea con il palazzo reale di Derb Sultan.
L’idea lentamente divenne realtà. Alla fine degli anni Ottanta iniziarono i
primi censimenti, e il progetto di spostare circa diecimila famiglie. Si
sviluppò un nuovo progetto, una città nuova di 350 ettari chiamata Medinat
Nassim, nella periferia sudoccidentale della città, che avrebbe ospitato i
residenti trasferiti. I primi trasferimenti iniziarono a metà anni Novanta: si
demolirono le case del quartiere Derb Sufi, i cui residenti furono trasferiti in
un quartiere chiamato Tacharouk. Ci furono problemi, ma il processo procedeva
senza grandi tensioni. Le famiglie sradicate ottennero case alternative, il che
inizialmente conferì una certa rispettabilità al progetto. Quando le demolizioni
arrivarono alla zona di Arsat Ben Slama, iniziarono i problemi. Ci furono
dispute sulle compensazioni economiche, conflitti tra inquilini e proprietari, e
questioni sugli indennizzi dei proprietari dei locali commerciali.
La Sonadac, compagnia pubblica che gestiva lo sviluppo urbano, aveva problemi
organizzativi e finanziari che fecero ritardare tutto il progetto; ci furono
persone che ricevettero case senza una giustificazione, e altre che videro
peggiorare gravemente la loro situazione, persero le loro fonti di reddito e non
riuscirono più a pagare i prestiti, spingendo le banche a ritirare il credito.
Così il progetto arrivò a uno stallo. I problemi burocratici e le dispute
giurisdizionali peggiorarono ancora, finché l’intero processo si bloccò di
colpo. Nel frattempo, la popolazione raddoppiò, le famiglie crebbero ed emersero
alcuni gruppi che volevano trarre beneficio dalla trasformazione del quartiere:
inquilini che ottennero certificati di residenza, altri che avevano abitato
delle case abbandonate. Alcune parti del quartiere rimasero vuote, e divennero
luoghi di delinquenza e criminalità, il che rese la situazione ancora più
complicata.
Dopo anni in cui si pensava che il progetto fosse archiviato, nel 2025 il
Marocco venne designato come una delle sedi dei Mondiali di calcio del 2030,
insieme alla Spagna e al Portogallo. Il governatore di Casablanca convocò una
riunione inaspettata del consiglio comunale, per approvare una nuova partnership
e accelerare il progetto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della Sonadac e
il trasferimento delle sue competenze a una compagnia di sviluppo locale,
Casablanca Housing, il cui direttore era il governatore stesso. Questa compagnia
ricevette un miliardo di dirham per completare lo svuotamento della città
vecchia e costruire la Avenue Royale. La confusione si diffuse quando arrivarono
i primi ordini di sfratto. Naima, madre di tre figli, spiega: «Il mondo è
diventato stretto per noi. Siamo inquilini, e non ce ne facciamo niente delle
promesse. Ci hanno detto di trovare un alloggio temporaneo; così ho dovuto
mettere tutti i mobili a casa di amici, e mia sorella si è presa carico dei miei
figli».
Le demolizioni sono iniziate una notte d’inverno, durante l’anno scolastico, con
un grande spiegamento di forze di sicurezza. Secondo un residente, «è stato uno
shock, ci hanno detto di lasciare la casa rapidamente, non sapevamo dove
andare». La velocità dell’operazione ha fatto affiorare dubbi sulla giustizia e
sul destino delle famiglie sradicate. Un altro residente: «Non abbiamo avuto
neanche tempo di trovare un’altra casa. Dopo la demolizione, siamo dovuti
tornare a cercare i libri dei nostri figli in mezzo alle macerie».
Ma com’è possibile che un progetto che le autorità non erano riusciti a finire
per quarant’anni, nonostante i miliardi di dirham spesi, si completi in appena
quattro anni? Tra la partenza promettente di inizio anni Ottanta, il lungo
periodo di stallo e il revival improvviso, questo progetto mostra una crisi più
ampia nella gestione della trasformazione urbana e nel bilanciamento con i
diritti dei residenti. Oggi, dopo quattro decenni di improvvisazione e di
sprechi, ai residenti si chiede di pagare il prezzo. I residenti non sono
contrari al progetto ma si rifiutano di esserne le vittime. Non si può essere
costretti a scegliere tra burocrazia e bulldozer, come una donna della città
vecchia ha riassunto la proposta ricevuta. La demolizione oggi rappresenta una
storia culturale e sociale che viene sradicata senza aver avuto il tempo per una
transizione equa. Nell’affrettarsi delle ruspe e delle decisioni, resta aperta
una questione: un progetto urbanistico per quanto importante, può ignorare gli
abitanti? Oggi a Casablanca non si demoliscono solo i quartieri, si mette anche
alla prova il senso della giustizia nella pianificazione e la fedeltà alla sua
memoria. Tra queste due rimane ancora la speranza che la Avenue Royale non sarà
solo il testimone di un vecchio fallimento che ritorna.
ALCUNE CRITICHE AL PROGETTO
Fatima Tamni, deputata del Partito Socialista Unificato (PSU): «Ho seguito
questo caso sin dall’inizio, visitando l’area e parlando con le famiglie. Ho
anche interrogato il governo, per scritto e oralmente, per avere informazioni
chiare. I problemi principali sono nella gestione: i residenti lamentano la
mancanza di comunicazione chiara e di informazioni ufficiali, nonché la
confusione nelle procedure di demolizione e sgombero; in alcuni casi c’è
mancanza di rispetto per la dignità umana, specialmente per famiglie povere,
anziani, donne vulnerabili. Dicono che ci sono degli studi che mostrano che
molte case non erano a rischio di crollo, ma che sono stati ignorati. La
risposta ufficiale è limitata, le informazioni fornite sono troppo generiche, e
in generale i residenti non riescono a farsi un’idea chiara del loro futuro.
Riceveranno delle compensazioni? Dove saranno trasferiti? Quali saranno le
garanzie legali e sociali che impediranno di rimanere senza casa, o di
peggiorare le loro condizioni? Sono domande legittime, che dovrebbero essere al
cuore di ogni progetto che miri al miglioramento della vita delle persone, non
al loro trasferimento forzato. La stessa cosa si può dire per i negozi che sono
stati svuotati contro la volontà dei proprietari, anche quando erano la loro
fonte di reddito. Non si sa quante sono le famiglie colpite, com’è stato fatto
il censimento, come sono stati stabiliti i compensi economici, le procedure di
sfratto, i luoghi dove le persone saranno trasferite, i tempi delle operazioni.
Non si può gestire una cosa del genere con la logica del fatto compiuto. Bisogna
gestirlo in modo trasparente e partecipativo, mettendo i residenti al centro
delle decisioni, rispettando il loro diritto alla casa e a una vita dignitosa,
assicurandosi che i progetti di rinnovamento urbano non diventino progetti per
l’esclusione sociale o per il trasferimento forzato. Il Parlamento dovrebbe
monitorare la situazione da vicino. Dobbiamo usare tutti i meccanismi di
controllo che abbiamo, perché la dignità e i diritti non possono essere il
prezzo di nessun progetto, qualunque cosa esso rappresenti».
Abdellah Abaakil, consigliere comunale del PSU: «Tutto quello che vediamo nei
vecchi quartieri di Casablanca – la demolizione delle case e dei negozi, lo
sradicamento delle famiglie e la distruzione del cuore pulsante della città – è
il risultato del fatto che i consiglieri comunali hanno votato senza avere
informazioni fondamentali. I documenti che ci sono stati dati per quell’incontro
erano privi delle informazioni necessarie per decidere. Non ci sono stati dati
progetti né piani, né il cronoprogramma dei lavori, neanche la lista delle
proprietà da espropriare. Non abbiamo avuto neanche spiegazioni chiare
dell’interesse pubblico legato al progetto. L’unica spiegazione che abbiamo
avuto dalla presidentessa del consiglio comunale era che la decisione veniva dal
ministero degli interni a Rabat, e che era tempo di riprendere il progetto del
defunto re Hassan II, dopo oltre quarant’anni di stallo. Questi progetti urbani
ormai sono datati, dopo due generazioni! Ci sarebbero voluti nuovi studi e
aggiornamenti che non sono stati fatti. Per queste ragioni, come rappresentante
dei residenti al consiglio comunale per il PSU, ho votato contro. Ma molti
consiglieri non hanno avuto lo stesso coraggio o senso di responsabilità verso
gli abitanti per rifiutare questa presentazione del progetto».
Youssef Mezzi, membro di Attac. «Noi di Attac Marocco, come parte di una
coalizione che difende le vittime delle demolizioni, siamo stati tra i primi a
creare questo quadro di lavoro collettivo per il diritto alla casa. Abbiamo
raccolto firme da diciassette organizzazioni della società civile e dei
residenti. Il lavoro è continuato su due livelli: da una parte visite sul campo
e incontri con i residenti; dall’altra gli interventi mediatici per fare luce su
quanto stava avvenendo. Consideriamo che l’Avenue Royal è un esempio di
corruzione amministrativa e finanziaria di lunga durata, le cui radici affondano
a molti decenni fa e continuano fino a ora, come conferma la Corte dei Conti e i
vari procedimenti giudiziari contro gli ex funzionari. Il paradosso è che oggi i
residenti, che non sono responsabili di questi problemi, stanno pagando il
prezzo di questo fallimento. Le autorità stanno cercando di completare il
progetto in pochi mesi anche se è stato fermo per più di trent’anni. Il lato
sociale del progetto è stato quasi ignorato. Molti residenti sono poveri o
vulnerabili e non possono pagare i centomila dirham extra richiesti. Non c’è
stato neanche il supporto sociale e l’approccio caso per caso che sarebbe stato
necessario. Almeno diecimila famiglie sono state trasferite senza vere
alternative; è stato chiesto loro di trovare case provvisorie in affitto, mentre
la costruzione degli appartamenti promessi continuava a slittare nel tempo.
Questo ha creato una crisi degli affitti, specialmente in zone periferiche come
Rahma o Lissasfa, dove i prezzi sono saliti molto e sono rimaste poche case
disponibili. Tra l’altro c’è stata mancanza di trasparenza sulla scelta dei
beneficiari; gli ordini di sfratto sono spesso orali e senza abbastanza
preavviso. Le demolizioni rapide sono state usate senza garanzie, lasciando i
residenti davanti a un futuro incerto. Non si è considerato l’anno scolastico
per i bambini, né la distanza che le persone avrebbero dovuto percorrere per
andare al lavoro, né i proprietari dei negozi, e neanche le condizioni
atmosferiche, visto che gli sfratti sono avvenuti in inverno. Siamo di fronte a
un grande fallimento del diritto alla casa, nonché della pianificazione urbana
di Casablanca. I più vulnerabili hanno dovuto pagare il prezzo di problemi
strutturali di lungo periodo». (omar lebchirit, otman ashki)
Tag - mondo
(disegno di cyop&kaf)
Non sono albanese, non ho origini connesse alla diaspora e non parlo la lingua.
Il mio interesse per quella sponda dell’Adriatico è sorto casualmente: da circa
otto anni ho avuto modo di trascorrere periodi più o meno lunghi nella Terra
delle Aquile (la traduzione letterale di Shqipëria, il nome albanese del proprio
paese). Dapprima esplorazioni vacanziere, poi rapide incursioni per il teknival,
un grande rave autogestito che si è tenuto ogni anno sulla costa albanese dal
2019. Nonostante gli svaghi, non ho potuto fare a meno di notare le
trasformazioni che l’industria turistica stava producendo lungo il litorale. E
così, sul finire del 2020, da dottorando, con un progetto focalizzato
sull’impatto del turismo balneare in quei luoghi, ho passato quasi tre anni, di
cui uno intero in Albania, a interrogarmi sul modello di sviluppo che stava
rapidamente trasformando la costa albanese, e che aveva già segnato
irrimediabilmente quella italiana.
I risultati sono confluiti in un volume pubblicato di recente, ma ciò che più
conta sono le relazioni stabilite in quel periodo, quelle che mi hanno portato a
prendere in mano il telefono quando, nei primi giorni di giugno, ho letto le
notizie delle mobilitazioni nell’area protetta di Narta e poi a Tirana.
La ricostruzione della storia sembrava tutto sommata chiara: un’area naturale
protetta al largo di Valona (Pishë Poro-Narta) al centro di un progetto della
famiglia Trump-Kushner, autorizzata dal primo ministro albanese a costruire un
resort di lusso sull’isola di Sazan, mettendo a rischio gli ecosistemi
dell’isola e della laguna di Zvernec. L’opposizione di cittadine e ambientalisti
è stata repressa con violenza dalle guardie private, sotto gli occhi della
polizia, e i video hanno fatto il giro del web. In poco tempo, a Tirana hanno
iniziato a riunirsi ogni sera migliaia di manifestanti che chiedevano
l’interruzione dei lavori, il ritiro degli emendamenti del 2024 alla legge sulle
aree protette e le dimissioni del primo ministro Edi Rama.
Per saperne di più, avrei potuto limitarmi a qualche intervista telefonica,
visto che non ho alcun contratto per finanziarmi gli spostamenti a questo giro,
ma ogni volta che chiamavo amiche e amici da Tirana e Durazzo percepivo
l’eccitazione nella loro voce ed era difficile andare oltre un rapido scambio.
Così, dopo due settimane di proteste consecutive, ho deciso di prendere un volo
e il 17 giugno sono arrivato all’aeroporto di Rinas, nello stesso giorno in cui
il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede al governo albanese
di abrogare gli emendamenti sulle aree protette e di sospendere i progetti nelle
zone tutelate.
La prima persona che incontro è Artan, caro amico di Durazzo e ricercatore
all’Università Polis di Tirana, che mi spiega che quel giorno la manifestazione
sarà guidata da pensionati e pensionate, poiché nell’ultima settimana si è
deciso di mettere al centro le istanze di diversi segmenti della società
albanese. Quando arriviamo al concentramento alle 19, ci sono già migliaia di
persone, un dato sorprendente al diciottesimo giorno consecutivo di
mobilitazione. Lasciamo la piazza verso le 21 per prendere un autobus verso
Durazzo, mentre la marcia deve ancora iniziare e proseguono gli interventi dal
palco circondato da bandiere nazionali e raffigurazioni di fenicotteri (tra le
specie che trovano riparo nella laguna e che sono messe a rischio dal progetto).
Penso di capire finalmente l’emozione che avevo percepito dalle chiamate. Artan
mi spiega che la protesta, dalla richiesta di revisione delle norme sulle
concessioni nelle aree protette, si è allargata in un movimento che chiede una
radicale trasformazione del sistema politico albanese, accusato di essere
corrotto e al servizio degli interessi degli oligarchi o, come li definisce
Artan, «di un gruppo di persone strettamente legate al sistema politico e al
primo ministro, un clan con i suoi interessi principalmente nell’edilizia, che
usufruisce di una legge per gli investimenti strategici firmata nel 2015».
Il progetto su Narta, mi spiega, non è un unicum: solo alcuni mesi fa vicino a
Scutari ci sono state proteste contro un grande costruttore che ha acquistato
un’area agricola costiera per farci un resort, distruggendo dune e paesaggi
naturali. Mentre in questi ultimi giorni, gli abitanti di Kakome, una piccola
località costiera nella prefettura di Saranda, hanno divelto le barriere che da
oltre vent’anni impedivano l’accesso al litorale e ai terreni circostanti per
difendere la proprietà esclusiva di un’oligarca locale. Non si tratta, mi dice
Artan, di cacciare solo Rama, ma di sovvertire un sistema che comprende anche
Berisha e il Partito Democratico, che in questi giorni prova a cavalcare le
piazze nonostante queste scandiscano slogan contro di loro. «Per oltre
trent’anni abbiamo avuto solo due persone al governo, pensi che sia normale?».
Questa mobilitazione straordinaria si spiega, a suo dire, con il malessere
accumulato da decenni e con la convergenza di una serie di fattori scatenanti.
«Ha avuto un peso il fatto che proprio da Valona fosse partito il primo
cittadino albanese salito su una nave della Flotilla, così le rivendicazioni per
la tutela del territorio si sono intrecciate con le mobilitazioni contro il
genocidio in Palestina, denunciando la presenza di interessi israeliani in
diversi progetti del governo. In piazza si vedono fratelli e sorelle musulmane
e, anche se non articolano un messaggio esplicito contro le guerre, la
connessione c’è ed è la prima volta che si vede questa cosa. Ci sono poi anche i
nazionalisti con le loro bandiere e gli ambientalisti con le immagini dei
fenicotteri per difendere il territorio».
Il giorno seguente torniamo a Tirana. Mi dirigo verso la sede di Lëvizja Bashkë,
il partito di cui fa parte anche Artan da due anni a questa parte. Una volta
entrato riconosco gli spazi di quella che prima era stata la base organizzativa
di un gruppo denominato Organizata Politike, che nell’ultimo decennio ha
sostenuto le proteste degli studenti, dei minatori e dei lavoratori dei
call-center. Artan mi presenta Fred, con cui ci perdiamo in una lunga
chiacchierata. Quando gli chiedo delle forme organizzative del movimento, tenta
di nascondere un certo imbarazzo: anche il loro partito, pur essendo nato da
pochi anni e avendo solamente due delegati in Parlamento, non è autorizzato a
prendere il microfono in piazza e non ha contatti diretti con chi gestisce il
microfono e chiama i cortei.
Stando a quanto mi dice Fred, il gruppo alla testa delle mobilitazioni non
costituisce un’organizzazione vera e propria, quanto una sommatoria di figure
riconosciute, «una società civile che si è fatta conoscere soprattutto
attraverso i social». Uscito dalla sede incontro per strada due amici conosciuti
in Italia e in modi diversi connessi alla diaspora albanese. Il primo è tornato
a vivere in Albania, mentre il secondo abita a Roma ed è qui per le proteste.
Pranzo con loro. I due sono concordi nel rimarcare la distanza del movimento dai
partiti, ma le opinioni si disallineano quando la discussione vira sul peso
della questione palestinese, che il primo vede lontana dalle richieste della
piazza e interpreta come una forzatura della diaspora, abituata ai paradigmi di
lotta occidentali.
La sera in piazza la scena è simile a quella del giorno prima, con un piccolo
palco montato nella piazza, di fronte agli uffici del primo ministro, e
interventi che si susseguono per oltre due ore mentre le persone continuano ad
arrivare. La maggior parte degli interventi non li comprendo e chiedo ai miei
amici di tradurmeli. Per fortuna non mancano anche interventi in italiano e
inglese, rivolti forse ai turisti di passaggio o ai figli della diaspora che non
hanno mai imparato la lingua dei propri parenti.
Uno che proviene da Elvin di Valona, guida escursionistica e panettiere, dice di
essere stanco di dover evadere il fisco per sopravvivere e se ne scusa con
tutti, accusando il governo di sfruttare questa precarietà. A un certo punto un
gruppo si stacca dalla piazza e raggiunge i cancelli del Parlamento (ubicato
poco distante) e, dopo qualche coro rivolto al primo ministro Rama, torna verso
il presidio, divenuto nel frattempo imponente.
Alle 21 partiamo in migliaia e mi accorgo della grande quantità di giovani che è
arrivata in piazza solo ora, probabilmente ormai un po’ annoiati dalle assemblee
che precedono i cortei. Camminiamo per chilometri bloccando la circonvallazione
di Tirana, tra cori, tamburi e fischietti, sotto bandiere albanesi e un grande
striscione che recita Shqipëria e Re (una nuova Albania). Durante il percorso mi
colpisce la solidarietà di chi in quel momento non sta partecipando al corteo,
ma lo vede passare e saluta sventolando una bandiera da casa o suona il clacson
dell’auto bloccata nel traffico. Non posso far altro che camminare, immerso in
questa euforia collettiva, fino a quando, intorno a mezzanotte, la
manifestazione fa il suo ritorno alla piazza centrale.
Il giorno seguente mi muovo verso Valona, per visitare l’area protetta e magari
vedere anche l’isola. Mi offre un passaggio Julie, una ragazza albanese
cresciuta in Italia conosciuta durante il corteo. Si definisce un’attivista per
i diritti dei migranti e la liberazione del popolo palestinese e dice di essere
tornata per le proteste, ancor prima che si verificassero i disordini a Narta.
Durante il viaggio mi dice che «quella della famiglia Trump è stata solo la
goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché in Albania siamo molto legati
alle aree naturali del nostro territorio. Pensa che persino durante il regime
erano state preservate, mentre oggi stanno vendendo tutto. Per noi difenderle
significa difendere una tradizione millenaria di rapporto con queste terre».
Una volta arrivati, Julie controlla freneticamente il telefono, seguendo in
tempo reale gli aggiornamenti sulle future mobilitazioni, mentre a più riprese
sottolinea il ruolo della diaspora e dei social network nell’organizzazione
delle proteste. Giunti al porticciolo di Valona salgo su un gommone con una
decina di turisti francesi, diretti verso l’isola di Sazan. La guida ci spiega
che era un’area militare e che fu sfruttata anche dall’esercito fascista
italiano al tempo del protettorato e della colonizzazione dell’Albania, prima di
diventare un’ area protetta riconosciuta anche da diversi trattati
internazionali. Per questo vi si trovano ancora i resti di strutture belliche
abbandonate, mentre il resto dell’isola è selvatico. Non è solo il mare
cristallino a colpirmi una volta arrivato, ma la vegetazione fitta e disordinata
che ricopre ogni centimetro dell’isola, una macchia mediterranea che avanza
indisturbata tra le rovine. Penso ai mostruosi residence affacciati sul mare che
da Velipoja a Ksamil deturpano il panorama costiero albanese e penso che, sì,
questa è davvero l’ultima goccia in un vaso già stracolmo.
Tornato a terra incontro Alban, guida escursionistica e volontario di
un’associazione ambientalista locale, che mi accompagna a visitare la laguna
raccontandomi i primi giorni delle proteste. Parla soprattutto dei più giovani,
di una «generazione Z che ha capito che il nemico storico della tutela
ambientale è il sistema economico e politico in cui viviamo, il quale considera
l’ambiente esclusivamente per il valore commerciale. Questi ragazzi hanno
dimostrato abbastanza intelligenza da comprendere che questo sistema era
all’origine di molti dei problemi che i loro genitori hanno vissuto, e
abbastanza coraggio da attaccarlo direttamente. D’altronde, già oggi molti
albanesi non possono accedere alle spiagge per colpa dei prezzi e la costruzione
di resort di lusso non farebbe che aggravare la situazione». Anche questo
problema di natura economica, in un paese in cui il reddito minimo si aggira
intorno ai quattrocento euro, può aiutare a spiegare la rivolta delle ultime
settimane.
La laguna che mi mostra è un mondo a sé rispetto al resto della costa: acque
basse e salmastre in cui pozze si alternano a canneti fitti, mentre sullo sfondo
si intravede il campanile del monastero di Zvërnec, un isolotto raggiungibile
solo attraverso un pontile di legno. Aree umide come questa sono fondamentali
per l’ecosistema terrestre, soprattutto in tempi di crisi climatica, poiché
ospitano una biodiversità difficilmente riproducibile e, dato spesso trascurato,
sequestrano carbonio in misura superiore alle foreste. Tali ambienti non si
rigenerano facilmente e il progetto di Kushner, che guarda all’isola di Sazan (a
oggi priva di acqua corrente ed elettricità), potrebbe trasformare violentemente
questo paesaggio, colonizzandolo con le infrastrutture per far funzionare un
resort inaccessibile alla maggioranza della popolazione albanese.
Salutato Alban, concludo la giornata nella piazza di Valona che si affaccia sul
Teatro, dove centinaia di persone si sono riunite nel tardo pomeriggio. Dopo
alcuni interventi al microfono, iniziamo una sfilata che attraversa il centro
della città e si sviluppa su lungomare, tra cartelloni a forma di fenicottero e
bandiere albanesi, accompagnata dai clacson e dagli applausi. Nel frattempo, è
arrivata notizia dell’attracco di una nave con a bordo attiviste che stanno
rientrando dal viaggio della Flotilla verso Gaza e che avrebbero voluto
realizzare un’azione in mare di fronte alla laguna.
L’indomani, tutte e tutti sono concentrati sulla piazza di Tirana, attesa come
la più grande manifestazione delle ultime settimane, nel giorno in cui il
movimento ha chiamato a raccolta la diaspora. Io invece prenderò un aereo per
l’Italia, lasciando un paese che non avevo mai visto così, in cui centinaia di
migliaia di persone rispondono alla svendita del territorio e a un modello di
sviluppo che arricchisce costruttori e oligarchi, distruggendo l’ambiente senza
offrire alcuna stabilità economica ai residenti.
Durante il volo, penso alla costa che meglio conosco e che ho studiato per anni,
all’ottanta per cento di litorale balneabile riservato a uso commerciale
privato, alla parola Riminizzazione coniata per descrivere quello che la
cementificazione ha fatto ai litorali della Penisola. Il modello è lo stesso che
si osserva a Narta, cambia forse la velocità con cui si è imposto, non certo la
logica. In Albania, in poche settimane, chi difendeva il territorio e chi non ha
un reddito sufficiente né per vivere né per permettersi la spiaggia ha trovato
un linguaggio comune per attaccare il sistema politico che quel modello
protegge. La domanda che mi risuona in testa è forse scontata: che cosa può
servire perché questa sollevazione possa darsi anche altrove? (matteo lupoli)
(disegno di giulia beat)
Il pestaggio di un manifestante per mano di guardie private, il 30 maggio
scorso, ha indignato l’intera società albanese, trasformando una protesta nel
sud-ovest del paese in quella che oggi viene definita la “rivoluzione dei
fenicotteri”: una mobilitazione popolare contro il governo Rama, in difesa dei
beni pubblici e dell’ambiente. L’aggressione al manifestante è
avvenuta alla presenza della polizia; le guardie private hanno spruzzato spray
urticante persino contro gli stessi poliziotti. In una messa in scena altamente
cinematografica, polizia e manifestanti si sono trovati insieme da un lato della
recinzione, mentre le guardie private erano dall’altro lato della barriera che
delimitava l’area destinata alla costruzione di un progetto per il quale, a
quanto pare, non esiste né un piano definitivo né un’autorizzazione.
All’inizio di quest’anno la zona era stata visitata da Ivanka Trump, figlia del
presidente degli Stati Uniti, accompagnata da architetti e imprenditori locali e
stranieri. La signora Trump ha incontrato anche il primo ministro
Rama, ma nessuno degli abitanti della zona ha preso parte agli incontri. Già nel
2024 suo marito Jared Kushner aveva dichiarato di avere in programma
la costruzione di resort di lusso lungo la costa di Zvërnec e sull’isola di
Sazan, progetti nati dopo la sua prima visita nella zona nel 2021. Kushner aveva
pianificato anche la ristrutturazione degli edifici centrali dell’ex ministero
dell’interno jugoslavo a Belgrado – un progetto poi bloccato dalle grandi
proteste in Serbia, e dalle indagini sui funzionari responsabili dell’appalto.
Kushner però non si è ancora ritirato dall’investimento in
Albania, la sua società ha dichiarato di essere pronta a investire oltre un
miliardo di dollari nei 14 mila ettari dell’isola di Sazan.
In un’intervista, Ivanka Trump ha presentato Sazan come una terra deserta
e inesplorata, in modo simile alle narrazioni coloniali che cancellano la
presenza delle popolazioni locali. Ma Sazan non è un’isola deserta: durante il
periodo socialista era stata una base militare, e tuttora è sotto
l’amministrazione del ministero della difesa. Governi albanesi e capitali
stranieri hanno puntato gli occhi sull’isola già dagli inizi del secolo, ma la
mancanza di infrastrutture ha impedito lo sviluppo dei progetti. Inoltre, a
causa del suo passato militare, l’isola presenta aree minate e residui bellici
inesplosi, costosi da rimuovere e fonte di rischi. Perciò i progetti per ora si
sono concentrati nella zona di Zvërnec, dove la società di Kushner non risulta
direttamente implicata, ma vi ha probabilmente svolto un ruolo di
intermediazione con alcuni dei suoi rappresentanti.
Il 30 aprile scorso l’attivista Taulant Bino aveva notato che a Zvërnec alcune
persone stavano recintando l’area con il filo spinato, mentre camion carichi di
materiale inerte entravano e uscivano dalla zona. La società aveva iniziato i
lavori senza un’autorizzazione formale e senza alcun coordinamento tra
istituzioni locali e centrali. Le agenzie locali sono state costrette a
sospendere le attività chiedendo conferma delle autorizzazioni alle istituzioni
centrali. Il primo ministro ha dichiarato che la recinzione dell’area serviva
agli studiosi per preparare la valutazione di impatto ambientale del
progetto; ma attivisti e ambientalisti avevano già iniziato a pubblicare video
che documentavano interventi con mezzi pesanti. Nel corso di maggio si è
scoperto che nel 2025 il Consiglio nazionale del territorio (presieduto dal
primo ministro stesso) aveva concesso le autorizzazioni per la costruzione un
resort turistico a Zvërnec, legate al progetto di Kushner del 2024. La
società beneficiaria si chiama Zvërnec South Adriatic Development ed è
controllata dalla Dutch Trust Management BV, registrata nei Paesi Bassi, i cui
proprietari non sono stati resi noti. Le indagini hanno rivelato una catena di
società collegate al progetto di Sazan, che coinvolge i due fratelli miliardari
del Qatar Ramez e Mohamad Al-Khayyat, nonché un imprenditore albanese accusato
di legami con la mafia, un ex giudice espulso dal sistema giudiziario per
patrimoni non dichiarati, un imprenditore assassinato e Shefqet Kastrati, uno
dei maggiori oligarchi dell’Albania.
Il progetto prevede la creazione di circa 20 mila unità ricettive e una capacità
di accoglienza di diecimila visitatori al giorno in una zona che comprende tre
aree protette: Pishë Poro-Nartë, il corso selvaggio del fiume Vjosa e il Parco
Marino di Karaburun-Sazan. La straordinaria diversità di uccelli e
fauna rende l’area una delle zone con maggiore biodiversità del paese e uno
degli habitat naturali più importanti d’Europa. Al suo interno si trovano tre
monumenti naturali: la laguna di Limopuos, l’isola del Monastero e le rare dune
sabbiose dove nidificano le tartarughe marine. L’investimento quindi
distruggerebbe un ecosistema fragile, da cui dipendono sessanta famiglie di
pescatori. Centinaia di altre famiglie, legate a quest’area da generazioni,
rischiano di perdere l’accesso.
LA QUESTIONE FONDIARIA
Dopo la caduta del socialismo, la questione fondiaria in Albania si è
enormemente complicata. La dittatura di Enver Hoxha aveva abolito
costituzionalmente la proprietà privata; i governi che seguirono al suo crollo
inizialmente distribuirono le terre nazionalizzate in usufrutto a famiglie
appartenenti alle cooperative agricole e alle aziende statali, nel tentativo
di garantire l’accesso alla casa e ai servizi a una popolazione con la crescita
demografica più elevata del continente e livelli di povertà tra i più alti al
mondo. Tali terreni furono poi venduti dai titolari del diritto d’uso, mentre
gli antichi proprietari o i loro eredi iniziarono a rivendicarne la
restituzione. Parallelamente, numerosi migranti interni che avevano
costruito case su terreni senza titolo entrarono in un processo di
regolarizzazione. Migliaia di fascicoli rimangono tuttora pendenti nei
tribunali. Un caso esemplare è proprio quello della comunità di Zvërnec
coinvolta nel progetto turistico. Nel 1991 gli abitanti avevano ottenuto il
diritto d’uso per alcune terre, ma nel 2012 scoprirono che la proprietà delle
stesse terre era stata riconosciuta anche agli eredi della famiglia Shehu, di
cui fa parte l’imprenditore Artur Shehu, accusato di avere legami con la Sacra
Corona Unita italiana. Di recente la Corte Suprema ha riconosciuto la falsità
di almeno uno dei documenti utilizzati da Shehu per reclamare quelle terre.
Nel 2021 il governo ha ridotto le protezioni dell’ecosistema di Pishë Poro-Nartë
e autorizzato la costruzione di un aeroporto. La legge che vietava la
costruzione in territori protetti è stata modificata nel 2022, riducendo
l’estensione delle aree protette, soprattutto nei territori dove erano già in
corso progetti infrastrutturali. Nel 2023 oltre trenta ettari di pineta sono
stati distrutti da incendi dolosi. Nel 2024 si è autorizzata la costruzione di
grandi strutture destinate al turismo di lusso anche all’interno delle aree
protette. Nonostante le proteste e le iniziative legislative promosse da
organizzazioni ambientaliste e dalla stessa delegazione dell’Unione europea, il
governo ha continuato a presentare il turismo d’élite come imprescindibile per
la crescita del paese. Inoltre, nel 2015 il governo albanese ha approvato una
legge sugli investimenti strategici. Formalmente, la normativa promette di
accrescere le capacità produttive industriali, ma l’ottanta per cento degli
investimenti riconosciuti riguarda il settore turistico. Gli imprenditori del
turismo ottengono tutela giuridica, infrastrutture pubbliche, perfino
l’espropriazione di proprietà private in nome dell’interesse pubblico. In questi
anni, lo stato albanese ha messo a disposizione terreni pubblici a prezzi
molto inferiori a quelli di mercato, addirittura a un canone simbolico di un eur
o, e ha esentato dalle tasse per dieci anni gli alberghi a cinque stelle. La
normativa ha favorito società vicine al governo, ed è stata criticata
dall’Unione europea, che la considera incompatibile con i criteri di tutela
ambientale richiesti per l’integrazione dell’Albania nell’Ue.
DAL CAPITALE CRIMINALE A QUELLO IMMOBILIARE
Modifiche alla legge sulle aree protette, nuova legge sugli investimenti
strategici: questi sono i due strumenti normativi che hanno accelerato la
privatizzazione e l’alienazione del patrimonio pubblico e privato in Albania.
Tali cambiamenti hanno aperto nuove opportunità di investimento per gli
oligarchi albanesi nel settore turistico, destinato a diventare il pilastro
dell’economia nazionale. In un contesto caratterizzato dalla convergenza tra
capitale nazionale e governo, la situazione nella quale oligarchi locali e
stranieri, in collaborazione con lo Stato e con gruppi criminali, si appropriano
di terreni e case attraverso la violenza, la falsificazione dei documenti e la
corruzione del sistema giudiziario, non rappresenta un’anomalia, bensì la norma
stessa. Tale situazione è il risultato dell’orientamento economico e politico
seguito negli ultimi trentacinque anni.
Dopo la caduta della dittatura socialista, infatti, le forze politiche che si
sono succedute al governo hanno gareggiato nel dimostrare quale fosse la più
neoliberista. Negli anni Novanta i governi albanesi si concentrarono
sull’adozione di drastiche misure di contenimento dell’inflazione che portarono
ai più consistenti tagli della spesa pubblica registrati in Europa, a una quasi
totale deindustrializzazione del paese, e alla privatizzazione delle piccole e
medie imprese. Nel decennio successivo l’attenzione si spostò sulla
privatizzazione delle grandi società pubbliche e sull’apertura di nuovi mercati.
Come risultato, l’Albania nel 2003 possedeva un settore privato più ampio della
media dei paesi OCSE e intorno al 2010 aveva concesso più autorizzazioni di
qualsiasi altro paese europeo per la costruzione di centrali idroelettriche e
l’apertura di università private. Nello stesso periodo, il paese conobbe anche
una straordinaria espansione dei media privati.
Questi sviluppi si verificarono in un contesto caratterizzato da uno Stato con
capacità amministrative estremamente ridotte, incapace di elaborare strategie e
regolamenti attuativi e privo degli strumenti necessari per garantire
l’effettiva applicazione delle leggi. Nel frattempo, i sindacati nel settore
privato erano pressoché inesistenti, mentre quelli del settore pubblico
intervenivano solo raramente.
L’oligarchia capitalista si era formata nel corso degli anni Novanta grazie
all’importazione di beni di consumo, dai quali l’Albania dipendeva quasi
interamente. Con uno Stato debole, una povertà estrema e il deterioramento dei
servizi pubblici, il contrabbando e la criminalità organizzata contribuirono in
modo significativo al rafforzamento di gruppi radicati in aree costiere
strategiche, che controllavano il traffico di sigarette, carburanti,
stupefacenti ed esseri umani. Due decenni di politiche neoliberali hanno
favorito il consolidamento di questi gruppi, che si sono integrati nelle reti
criminali internazionali divenendo attori centrali intorno a cui ruotano le
economie di intere regioni del paese. Il loro peso economico e territoriale è
divenuto tale che nel 2013 una parte significativa dei loro esponenti ha
ottenuto una rappresentanza parlamentare, contribuendo all’ascesa al potere del
primo ministro Edi Rama. La presenza di membri di organizzazioni criminali in
Parlamento è diventato un problema tanto grave da costringere l’assemblea
legislativa ad approvare una legge ad hoc, anche sotto la pressione
internazionale.
Tra il 2013 e il 2018, in presenza di una forte contrazione della spesa
pubblica, l’economia albanese ha evitato la recessione soltanto grazie a due
grandi investimenti esteri: la costruzione del gasdotto TAP e quella della
centrale idroelettrica di Devoll. A partire dal 2018 si è assistito a
un’impennata delle concessioni edilizie, un fenomeno tuttora in espansione. La
maggior parte dei permessi di costruzione si concentra su Tirana e riguarda
l’edificazione di torri residenziali e commerciali. Nel 2024, il settore delle
costruzioni rappresentava il 14,4% del valore aggiunto lordo dell’Albania, una
quota tre volte superiore alla media dell’Unione europea e la più elevata del
continente; inoltre, della crescita economica del 3,8% registrata dal paese nel
2025, ben 1,17 punti percentuali provenivano da questo settore.
Ma questo comparto richiede una continua espansione territoriale verso progetti
caratterizzati da rendimenti elevati e rapidi. Proprio per questo il governo
Rama ha individuato nel turismo d’élite il settore strategico sul quale fondare
l’intera crescita economica. Gli investimenti previsti sull’isola di Sazan sono
solo un esempio di tale orientamento. Rama ha promosso il trasferimento del
principale porto del paese, quello di Durazzo, in un’altra area, aprendo la
strada a un progetto immobiliare dal valore dichiarato di due miliardi e mezzo
di dollari, affidato alla società Alabar, che promette di trasformare Durazzo in
una città sul modello di Dubai. Il progetto segue le modalità tipiche del
settore edilizio albanese: società riconducibili agli oligarchi vicini al
governo Rama ottengono terreni pubblici e ne finanziano lo sviluppo attraverso
la vendita anticipata degli appartamenti, ancor prima dell’inizio dei lavori di
costruzione.
La Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha
avviato indagini su una parte significativa degli investitori strategici,
ritenuti coinvolti in gruppi criminali dediti alla falsificazione di documenti,
all’appropriazione indebita di proprietà e al riciclaggio di denaro attraverso
tali progetti. Le indagini interessano quasi l’intero territorio costiero, da
Scutari fino a Butrinto. Individui legati al traffico internazionale di droga,
all’oligarchia locale e al governo Rama riescono, grazie alla loro vicinanza al
potere, a convincere i contadini a collaborare con loro. Ai contadini viene
garantito che solo tali soggetti possono assicurare loro l’ottenimento dei
documenti di proprietà, rimasti per decenni bloccati negli uffici statali e nei
tribunali, a condizione che, una volta riconosciuta la proprietà, vendano loro i
terreni. L’appropriazione dei terreni sulla costa albanese è
così strutturalmente legata all’ingerenza dei gruppi criminali, che negli ultimi
dieci anni più di venti direttori degli uffici catastali del comune di Valona si
sono dimessi per le pressioni subite, dopo aver ricoperto l’incarico solo per
pochi mesi.
Il primo ministro Rama ha garantito il funzionamento di tale assetto economico
fin dal 2013, durante ben quattro mandati. Il patto tra Rama e l’oligarchia di
origine criminale è stato accompagnato da un forte processo di centralizzazione
delle istituzioni pubbliche nelle mani del primo ministro. Il suo punto di forza
è stata la sua capacità di presentarsi investito del sostegno internazionale.
Finché l’Ue e gli Usa erano dominati da progetti politici liberali di sinistra
in materia di diritti politici e da politiche economiche neoliberali, Rama
costruiva il proprio profilo come la figura politica più liberale dello scenario
albanese. Con l’ascesa della destra radicale in numerosi paesi chiave
dell’Occidente, Rama ha dimostrato la capacità di adattarsi a tali cambiamenti.
Negli ultimi anni, infatti, ha accolto le richieste di Giorgia Meloni per
l’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori nel territorio albanese,
ha sostenuto gli investimenti di Kushner sull’isola di Sazan e intensificato il
sostegno incondizionato allo stato di Israele.
L’opposizione a questo sistema si è materializzata il 30 maggio scorso, in quei
pochi secondi catturati dalle telecamere in cui le guardie private colpivano un
manifestante, mentre questi, insieme alla polizia e ad altri manifestanti, si
trovava dall’altro lato di una recinzione che separava una proprietà privata
recintata e un progetto edilizio privo di autorizzazione.
LE PROTESTE E I LORO EFFETTI
Le mobilitazioni popolari, in realtà, non si sono mai interrotte nel corso
dell’ultimo decennio. Le più frequenti sono state quelle delle comunità rurali
contro la privazione dell’accesso ai fiumi, a causa della costruzione del numero
più elevato di centrali idroelettriche di tutti i Balcani. Numerose sono state
anche le proteste contro la gentrificazione conseguente alla costruzione di
grattacieli nella capitale. Nel frattempo, un vasto movimento studentesco è
culminato nella richiesta, nel 2019, di un aumento degli investimenti
nell’istruzione superiore.
A Zvërnec, subito dopo la visita di Ivanka Trump, un gruppo di attivisti e
artisti ha organizzato un’azione creativa per attirare l’attenzione e denunciare
l’appropriazione di un’area pubblica e protetta. Gli attivisti hanno monitorato
per mesi gli sviluppi nella zona. Grazie a questo lavoro è stata organizzata
anche la protesta del 23 maggio. Per tutto il mese di maggio, ambientalisti e
residenti hanno documentato gli interventi nell’area, sottolineando la mancanza
di trasparenza e di consultazione con la popolazione, e organizzando proteste
periodiche.
Rappresentanti dell’oligarca Kastrati e la sindaca di Valona hanno incontrato la
comunità locale nel tentativo di comprarne il consenso o intimidirla, al fine di
scoraggiare la partecipazione alle proteste e alle iniziative legali collettive.
Tuttavia, a partire dal primo giugno la protesta è diventata un’ampia
mobilitazione che ha coinvolto l’intera città di Tirana e una parte
significativa della diaspora albanese in tutto il mondo. La portata di questa
mobilitazione è senza precedenti. Il movimento è eterogeneo e comprende gruppi
politici di orientamenti molto diversi. Particolare evidente è la notevole
partecipazione di ragazze, donne e bambini. Sul boulevard dove si svolge la
protesta è stata persino creata un’ampia area dove i bambini possono giocare in
sicurezza, scrivere slogan e allo stesso tempo partecipare alla manifestazione.
Il fulcro delle proteste sono le due ore di mobilitazioni quotidiane davanti
all’ufficio del primo ministro. Dopodiché, migliaia di partecipanti marciano
lungo le principali arterie di Tirana, sospendendo la normalità del traffico
cittadino. La maggior parte dei cittadini e delle attività commerciali della
capitale, pur non partecipando direttamente, sostiene la protesta fermando le
automobili, offrendo acqua potabile lungo il percorso e salutando i manifestanti
dalle finestre delle case. La protesta si è estesa ad altre grandi città, tra
cui Valona. Anche in diverse comunità rurali negli ultimi giorni sono
state avviate iniziative comunitarie per rimuovere e demolire le recinzioni
delle società private che avevano privato tali territori dell’accesso all’acqua
potabile e per l’irrigazione.
Le richieste dei manifestanti si sono ormai ampliate, includendo una serie di
ingiustizie sistemiche nella società albanese. Esse sono iniziate con la domanda
di annullamento del progetto a Sazan e Zvërnec, per poi estendersi a richieste
di modifiche legislative volte a impedire l’appropriazione indebita delle
proprietà da parte degli oligarchi, nonché alla tutela dei beni pubblici e delle
aree protette. Successivamente, le rivendicazioni si sono concentrate sulla
richiesta di dimissioni del primo ministro e sugli appelli rivolti al sistema
giudiziario affinché venga incarcerato sia l’attuale capo del governo sia il suo
predecessore, Sali Berisha, leader del principale partito di opposizione. Tale
richiesta riflette l’indipendenza di questo movimento popolare rispetto
all’opposizione parlamentare, e un approccio più sistemico alle ingiustizie che
la società sta affrontando: anche i governi precedenti al 2013 sono considerati
responsabili dell’attuale assetto politico ed economico.
Non potendo accusare i manifestanti di essere privi del sostegno popolare, Rama
e il suo partito hanno messo in opera una serie di meccanismi di
delegittimazione. In un primo momento i manifestanti sono stati accusati di
essere strumenti delle agenzie greche e serbe, e successivamente di essere
collegati a servizi segreti iraniani. Anche l’oligarca Kastrati ha cercato di
presentare i manifestanti come parte di un piano volto a screditare il progetto
a Zvërnec, con la diffusione sui media nazionali di una dichiarazione rilanciata
anche dalla sindaca di Valona.
Attualmente, la retorica del governo si concentra sull’accusa secondo cui la
protesta avrebbe un carattere fascista. A sostegno di tale tesi, ministri e
principali media nazionali hanno diffuso una serie di notizie false, incluse
immagini e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. I media nazionali,
fortemente legati al governo e spesso parte degli stessi investimenti strategici
nel settore costiero, continuano a non riportare le proteste o a descriverle
come fenomeni disorganizzati e potenzialmente pericolosi. Tuttavia, grazie alla
combinazione dell’uso dei diversi social network e al forte interesse dei media
internazionali, la protesta è riuscita a ottenere un’ampia visibilità e a essere
seguita anche da molti cittadini che non hanno potuto partecipare direttamente.
PERCHÉ UNA RIVOLUZIONE
A seguito delle proteste, anche la Struttura speciale contro la corruzione e la
criminalità organizzata ha avviato indagini sull’appropriazione indebita delle
proprietà e sul riciclaggio di denaro nel progetto di Zvërnec. I centoventotto
milioni di euro sborsati per l’acquisto dei terreni sono stati
sequestrati dalla Procura. La stessa struttura investigativa ha annunciato
l’apertura di indagini su una parte significativa degli imprenditori edili e dei
gruppi criminali coinvolti in casi di appropriazione di terreni, costruzione di
resort e grattacieli. Tra queste figura anche la più grande operazione
di riciclaggio attualmente sotto indagine in Albania, che riguarda i legami tra
il settore delle costruzioni di grattacieli a Tirana, i principali oligarchi del
paese e il riciclaggio dei proventi di gruppi criminali albanesi attivi in
Europa e in America Latina. Il proprietario della maggior parte dei terreni di
Zvërnec è attualmente ricercato.
Al momento, la protesta continua a essere di massa.
Numerose organizzazioni ambientaliste e associazioni impegnate nella tutela del
territorio hanno boicottato i processi di consultazione legale del governo, fino
a quando quest’ultimo non ritirerà i progetti e le leggi che consentono la
distruzione dell’ambiente naturale. Novantasei organizzazioni hanno rivolto un
appello al governo affinché riveda la legge sulle aree protette. Nel frattempo,
la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, ha espresso sostegno al
primo ministro Rama, contribuendo ad accrescere la delusione dei manifestanti
rispetto alla posizione dell’Unione europea sulla questione. La posizione della
Kos è stata immediatamente criticata da settantasette organizzazioni
ambientaliste nazionali.
L’Albania è uno dei paesi più filo-americani e filo-europei al mondo. Nel
contesto in cui la famiglia del presidente degli Usa è coinvolta in un
investimento che intensifica l’appropriazione dei terreni e dei beni pubblici in
collaborazione con reti mafiose criminali – e nel contesto in cui l’Unione
europea continua a sostenere un primo ministro che gestisce un capitalismo
oligarchico e criminale che distrugge beni pubblici e ambientali ed espelle
intere comunità dai propri territori espropriando le terre –, le proteste di
massa in Albania mostrano i limiti dell’egemonia occidentale anche in società
tradizionalmente considerate tra le più filo-occidentali. Questa configurazione
del capitale albanese e internazionale ha creato nel paese una condizione
generale in cui i cittadini si percepiscono come superflui nelle proprie case,
nei propri villaggi e nelle proprie città, come se fossero un ostacolo
all’espansione del capitale negli spazi in cui vivono. Le proteste di massa in
Albania rappresentano una contestazione di questo tipo di capitale e delle sue
modalità di espansione. La rivoluzione dei fenicotteri evoca un nuovo rapporto
con la natura, con lo spazio comunitario e con le economie locali – ma più in
generale con il capitale, sia nazionale che internazionale. (pavjo gjini e diana
malaj)
(disegno di martina di gennaro)
Bisognava aspettare. Loro sapevano da sempre che il tempo è una cura. Così come
erano consapevoli che la libertà richiede virtù e coraggio, come recita il verso
di Andreas Kalvos inciso nel cortile del Politecnico di Atene, a ricordo della
rivolta del novembre 1973. Fu proprio lei, la libertà, che in greco è Elefterìa,
“a dare le ali a Icaro (ché il mito nasconde sempre un seme di verità). E se è
vero che l’alato cadde nel mare, precipitò però dall’alto del cielo e morì
libero”.
Poi, un giorno, davanti alla lavagna, è arrivata. E voglio restituirla così
com’è giunta, perché non c’è modo più saggio di donare ciò che si è ricevuto se
non raccontandolo.
* * *
Chi chiedeva con insistenza il motivo non restava quasi mai soddisfatto dalla
risposta. Imparare il greco? Il punto è che chi lo domandava non aveva mai visto
il volto eterno di Nikos, fratello di Sideris, mentre ballava uno zeibekiko alle
tre di notte sotto i platani di Therma, a Ikaria. Sarà stato intorno al 2012.
Gli altri sedevano in silenzio, battendo le mani, per rispetto del ballerino e
della sua catarsi. Il volto di Nikos esprimeva la concreta e semplice fermezza
di chi sa che per essere liberi bisogna lottare.
Si dice che lo zeibekiko può ballarlo bene solo chi ha amato e sofferto tanto. E
chissà quanto avrà sofferto Nikos, infermiere all’ospedale di Agios Kirikos.
Quella notte d’estate roteava con gli occhi chiusi, leggiadro nei suoi
centoventi chili, ubriaco e in estasi, mentre una voce lamentosa cantava: Theé
mou megalodýname, eccetera eccetera, che tradotto vuol dire: Dio mio onnipotente
/ che sei lassù in alto / getta un po’ di tabacco, mio piccolo Dio / sopra il
mio narghilè…
Quelle parole all’epoca erano insignificanti eppure potenti nel suono, e per
capirle bisognava approfondire. Non esistevano scorciatoie, ma una strada lunga
e in salita. E dopo qualche anno eccoci qui, in un’aula piccola e affollata, a
imparare quella lingua così mistica e complicata. Una lingua che parlano solo
loro.
Avevo saputo dell’esistenza di una scuola per rifugiati a Exàrchia da un’amica
italiana che viveva ad Atene. Si varca un portone in una strada pedonale; si
sale una scala di legno scricchiolante. Siamo allo Steki Metanastòn, il ritrovo
degli immigrati. Uno spazio autogestito. L’insegnante di turno chiede in modo
sbrigativo se conosci l’alfabeto. Se sì, siedi; se no, scendi dove le classi
partono da zero. Non esiste altro modo per interiorizzare la prima regola di una
scuola autogestita per stranieri: il sano pragmatismo. Parlano i fatti. Quanto
alle parole, quelle vengono da sé: occorre impararle, capirle, farsele amiche.
Acquisirle e usarle, e piano piano si avanza. È in quel processo che si svela
tutto il resto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.
Ti siedi, un po’ spaesato ma dotato di buona volontà, sedotto dal fascino
dell’incomprensione che si trasforma in sapere, in una stanza con i banchi
disposti a ferro di cavallo. Di fronte, una lavagna bianca. Quel pomeriggio la
composizione è da incipit delle barzellette: ci sono due cinesi, una tedesca, un
napoletano e un francese. È lunedì, ma negli altri giorni si incontrano anche
iraniani, afghani, algerini. Gente che sa cosa vuol dire perseverare.
Fuori c’è Atene. La civiltà del quotidiano, il blasone della povertà. La crisi
sistemica. Un tavolino e due sedie fuori a un negozio di cianfrusaglie, sotto a
un porticato di cemento armato pieno di scritte, da cui scendono a cascata fiori
di bouganville. Strade trafficate con le acacie lungo i lati. Palazzi abitati da
alberi. Il venditore di koulouri che nonostante tutto sorride all’angolo tra la
Akadimias e Dimokritou. Duecento famiglie sotto sgombero a Prosfighikà.
Dentro, invece, siamo noi, attenti ad ascoltare un insegnante di nome Vassilis.
Sulla cinquantina, calvo, più paziente di Chirone il centauro, più saggio di un
Tiresia. Se penso per un momento solo a chi glielo fa fare, non riesco a non
pensare alla poesia di Kavafis su coloro che, nella loro vita, decisero di
presidiare con onore le Termopili: “Mai mancando al dovere: giusti e retti in
tutte le loro azioni, ma con pietà, e con misericordia: valorosi se ricchi, e se
poveri non certo meno arditi, danno il loro contributo, per quel che possono:
dicendo sempre il vero, senza odio nei confronti dei mentitori. E ancora più
onore gli è dovuto se prevedono (e molti lo prevedono) che alla fine arriverà
Efialte e i persiani, alla fine, passeranno”.
Perché è di poesia e di nient’altro che qui si parla. E i nostri occhi sono
puntati sul maestro Vassilis che con naturale spontaneità usa un metodo
maieutico. È da noi stessi che fa partorire il significato intimo di quelle
parole. Dal nostro vissuto, dalle nostre biografie. Nessuno sa niente dell’altro
eppure è come se fossimo la stessa cosa insieme in quel preciso momento. Come se
possedessimo già, da qualche parte dentro di noi, quella lingua da cui tutto
sembra trarre origine, e il maestro fosse là, levatrice di vocaboli, per
tirarcela fuori con ostinazione.
Una parola allora diventa l’universo intero. Su un quaderno le lettere viaggiano
in un groviglio di pensieri che, passo dopo passo, avanzano a forza di
intuizioni. Si cade talvolta nell’errore, ma a chi non piace vincere facile è
fin troppo evidente che da quello sbaglio s’impara la differenza tra maschile,
femminile e neutro.
A un certo punto Vassilis propone un paichnídi. Un gioco. Non c’è modo più
efficace per imparare. Dobbiamo scegliere una frase nella nostra lingua
d’origine da una canzone, un poema o una favola, scriverla alla lavagna,
leggerla ad alta voce e tradurla in greco. Prendiamo tempo. E nel frattempo
impariamo che il tempo è il medico dei mali senza rimedio. In greco ha una
doppia accezione che, come insegnano i dotti, racchiude tutta una filosofia di
vita e di morte, di limite e di infinito che tormenta noi mortali dalla notte
dei tempi.
Tocca al primo dei due cinesi. Si chiama Wang, ha il pizzetto e parla solo se
interpellato. È la rappresentazione viva di chi al mondo non ha altro che la
propria volontà. Si alza e arriva alla lavagna. Scrive. Il testo è articolato,
lungo, difficile. Wang l’avrà pescato dal suo cuore, che per un momento si svela
a noi ignari di ogni cosa e poi ritorna nel suo mistero assoluto. Ascoltiamo la
sua voce recitare parole che restano suoni da decifrare. Traduciamo parola per
parola, cercando quelle giuste, scartando quelle controverse, pesando quelle
adatte. Dal cinese al greco. Dal greco all’italiano: Lo stesso giorno dell’anno
scorso / in questo giardino / c’era una donna con dei fiori di pesco. / Oggi la
donna non si vede / ci sono solo i fiori / che profumano di primavera.
Il silenzio aiuta a metabolizzare ogni dettaglio. Ogni parola apre a un mondo
nuovo da connettere con l’insieme. E il tutto sta nel molteplice. Avanti il
prossimo, dice Vassilis con gli occhi. Si alza il francese e si dirige alla
lavagna. Prende il pennarello e inizia a scrivere. Demain, dès l’aube, à l’heure
où blanchit la campagne, Je partirai… Sono i versi di una poesia di Victor Hugo.
Vassilis riflette insieme al francese sulle parole, ci consultiamo, alcune le
conosciamo, altre le impariamo sul momento: Ávrio, me tin avghí, tin óra pou
asprízi o kámpos, tha fígo…
La lavagna inizia a vivere di vita multiforme. Gli alfabeti si mescolano in un
quadro espressionista. È il mio turno. Mi alzo, prendo il pennarello. “Lasciate
ogni speranza voi che entrate” diventa Afíste káthe elpída prin mpeíte. Vassilis
riconosce il celebre verso. Capisco solo adesso perché quel vecchio amico si
chiamava Elpidio. Quando eravamo piccoli lo prendevano tutti in giro per quel
nome.
Sotto a chi tocca. Si alza l’altro cinese e va verso la lavagna. Prende il
pennarello e scrive nel suo alfabeto una frase che tradotta suona più o meno
(ché tradurre è tradire) così: “La luce della luna davanti al letto”. Impariamo
tutti che “luna” in greco è un sostantivo neutro e si dice feggàri. Una parola
che sta in una vecchia canzone dell’esilio, con una voce che si rivolge a lei.
Tocca alla ragazza tedesca. Si alza, scrive una frase che ci riporta di nuovo là
dove siamo e al contempo laggiù dove saremo: Qualcuno deve pur iniziare il
futuro prima o poi. Non aspetterò ancora a lungo.
Insieme traduciamo, analizziamo, interpretiamo questa idea di futuro che in
greco si dice Méllon. L’avremmo vista scritta tante, troppe volte, sui muri
della città senza futuro, sugli striscioni appesi dai compagni. La lavagna è
ormai un terreno coltivato a sementa di lettere. Un testamento collettivo. La
osserviamo, e in quel preciso istante capiamo. Capiamo che un brivido ci corre a
tutti dietro la schiena. Non ci conosciamo, ma lo sentiamo forte dentro.
Vassilis osserva quel piccolo capolavoro senza degnarci di un elogio, ci parla
di una rivista che lo Steki Metanastòn pubblica di tanto in tanto, e chiede il
permesso di pubblicare ciò che siamo stati capaci di elaborare. Accettiamo. Un
cenno di saluto. La lezione è finita, ma è la stessa lezione di sempre. La più
antica di tutte le lezioni. (andrea bottalico)
(disegno di roberto c.)
Era il 5 novembre 2015, intorno alle 16, quando un boato si udì dalle prossimità
del Fundão, una zona a pochi chilometri dal villaggio di Bento Rodrigues,
distretto rurale del comune di Mariana. Una delle tre dighe contenenti gli
scarti del processo di estrazione del ferro dell’impresa Samarco S.A. – joint
venture tra la brasiliana Vale S.A. e l’anglo-australiana BHP Billiton –
fracassò al suolo. In poco tempo, il ruggire di quaranta milioni di metri cubi
di fango tossico formò un’alluvione devastante che inondò il sistema idrico
della regione di sedimenti di ematite, metalli pesanti e altri elementi chimici.
Il fango scivolò nel Rio Gualaxo do Norte per poi confluire nel Rio do Carmo e
da qui nel Rio Doce, percorrendolo circa seicentosessanta chilometri fino a
raggiungere il villaggio costiero di Regência nello stato dello Spirito Santo e
l’oceano Atlantico, il 21 novembre 2015.
Nella sua discesa, il fango sommerse i distretti di Bento Rodrigues e Paracatu,
e colpì parzialmente numerosi villaggi nella zona rurale di Mariana e il
villaggio di Gesteira nel comune di Barra Longa. Più di mille e duecento persone
rimasero senza casa. Scuole, ospedali e aree urbane furono distrutte. Oltre a
provocare la morte di diciannove persone, il fango pregiudicò in modo diretto o
indiretto la vita di due milioni e mezzo di persone in quarantanove comuni:
agricoltori, pescatori, artigiani, popoli indigeni, allevatori e lavoratori del
turismo che dipendevano dal fiume e dal mare. I danni andarono dalla
contaminazione delle acque e dei terreni agricoli, alla riduzione drastica delle
risorse ittiche. Gli effetti persisteranno per secoli e per alcuni ricercatori i
danni saranno irreversibili. Dopo dieci anni, il processo di riparazione dei
danni prosegue lentamente, il fiume è in coma e le vittime attendono ancora
giustizia.
STORIA DI ESTRAZIONE
Nell’esplorare l’area di Vila Rica, l’odierna Ouro Preto, nello stato di Minas
Gerais, il botanico francese Auguste de Saint-Hilaire – che percorse diverse
regioni brasiliane tra il 1816 e il 1822, e poi ancora nel 1830 – parlava di un
paesaggio che assume “un’aria di tristezza”: “dappertutto, non si scoprono che
campi deserti, senza coltura e senza gregge, i contorni delle montagne sono per
lo più ruvidi e irregolari; si avvistano continuamente lavaggi d’oro; la terra
vegetale è stata eliminata, con essa è sparita la vegetazione e non restano che
cumuli di ghiaia”.
Il periodo intorno alla metà del XVIII secolo fu l’apogeo dell’estrazione d’oro
nella regione, quando sorgevano chiese e cattedrali in città emerse in paesaggi
naturali spesso ostili. Le Minas barocche, tutto oro, sogno e fede. Eppure,
nonostante l’opulenza, il naturalista francese descriveva la decadenza di questo
primo ciclo di estrazioni minerarie nel paese. Dalla metà del XVIII secolo,
l’estrazione cominciò a diminuire. Il sistema tributario della Corona
portoghese, che imponeva il pagamento di un quinto dell’oro raccolto, fu una
delle cause principali, oltre al fatto che con il tempo le riserve superficiali
si erano esaurite. I minatori si basavano su metodi di estrazione rudimentali,
non erano preparati a estrarre depositi più profondi e difficili.
Saint-Hilaire, tuttavia, non poteva immaginare che, dopo l’epoca delle riserve
aurifere superficiali, l’ingresso di ingenti capitali stranieri e la
modernizzazione delle tecniche avrebbero dato nuova linfa ai cicli di
estrazione, passando dall’oro al ferro come principale minerale da sfruttare.
Nel ventesimo secolo le élite politiche nazionali e locali si adoperarono per
attrarre investimenti esteri volti a sfruttare le abbondanti riserve
identificate nella regione centrale dello stato: il cosiddetto Quadrilatero
Ferrifero. Nel 1942, gli accordi di Washington tra il governo di Getúlio Vargas,
Franklin Roosvelt e Winston Churchill, determinarono la fondazione
della Companhia Vale do Rio Doce, l’attuale Vale S.A., con l’obiettivo di
fornire ferro all’industria bellica nel mezzo della Seconda guerra mondiale.
Nell’accordo, il governo degli Stati Uniti s’impegnava a concedere un
finanziamento di quattordici milioni di dollari per l’acquisto di macchinari e
la Vale avrebbe venduto a prezzi inferiori a quelli di mercato circa un milione
e mezzo di tonnellate di ferro; mentre il governo britannico offriva i
giacimenti di ferro della Itabira Iron Ore Company in cambio della
modernizzazione della ferrovia che da Itabira ancora oggi trasporta il ferro
fino al porto di Vittoria.
Nel 1976, la Vale era già la principale impresa esportatrice del Brasile. Quella
che oggi è un leader globale del settore, beneficiò di una politica di
concessione delle licenze di estrazione “a maglie larghe”, alla base
dell’avvento della cosiddetta mega-minerazione a cielo aperto, un regime
estrattivo alimentato negli anni Novanta e Duemila dal vorace appetito di
risorse cinese.
Ma a gigantesche miniere corrispondono altrettanto giganteschi impatti. Basta
affacciarsi dal finestrino di un aereo in atterraggio all’aeroporto Tancredo
Neves di Belo Horizonte, capitale dello Stato, per osservare la groviera di
faraoniche cave a cielo aperto, le immense lagune di decantazione degli scarti
tossici e le enormi dighe di contenzione degli stessi, impilati a colmare
superfici di valli un tempo rigogliose; oppure raggiungere il museo dedicato al
poeta Carlos Drummond de Andrade a Itabira, da cui si ha la visione di una
corona di cave i cui terrazzamenti sembrano trasformare le montagne in
gigantesche piramidi irregolari; o andare in visita alla Chiesa dei Profeti di
Congonhas, dalla cui collina si può vedere l’immensa diga di scarti Casa de
Pedra della Companhia Siderurgica Nacional, che sovrasta un quartiere popolare
con migliaia di abitanti.
L’attuale panorama del quadrilatero ferrifero è questo: una mega devastazione
socio-ecologica che sconvolge la vita degli abitanti ben oltre il pur gigantesco
perimetro degli impianti di estrazione. Qui l’Antropocene si esprime in maniera
letterale. Un panorama poco osservato a causa di un consenso estrattivista che
dalle sfere di governo, irrorate dai benefici fiscali delle royalties, alle
classi popolari, vittime del ricatto occupazionale, informa la maggioranza della
società mineira.
Una dipendenza viscerale dall’industria estrattiva che dieci anni fa ha tuttavia
subito un sussulto con il materializzarsi del disastro di Mariana, il più grave
della storia del Brasile e della minerazione mondiale. Un crimine, come non si
stancano di gridare le vittime del disastro.
LA PRIMA CITTÀ
Situata in una valle, la città di Mariana è protetta da montagne che conservano
secoli di storia. Considerata la matrice di Minas Gerais, è qui che il 16 luglio
1696 una spedizione di bandeirantes – esploratori del periodo coloniale alla
ricerca di ricchezze –, geograficamente guidati dalla vetta del Pico de
Itacolomi, scoprì gli agognati giacimenti d’oro sul letto di un piccolo
ruscello. Quel giorno, il frate Gonçalves Lopes, seguendo il comandante
della bandeira, eresse un rozzo altare sormontato dall’immagine dell’Immacolata
Concezione. Essendo il giorno della Madonna del Carmine, in suo omaggio il
ruscello fu battezzato Ribeirão do Carmo. Da allora, un grande processo
migratorio investì il territorio, facendo sorgere diversi accampamenti di
cercatori d’oro e giungendo all’attenzione della Corona portoghese. Fu creata
una nuova unità amministrativa, la Capitania de São Paulo e Minas de Ouro, e
successivamente, la Carta Reale del 23 aprile 1745 elevò il villaggio al rango
di città: in omaggio alla regina Maria Anna d’Austria, fu finalmente stabilito
il nome di Mariana.
Chi percorre la Rodovia dos Inconfidentes da Belo Horizonte, può osservare
cartelloni che invitano il viaggiatore a visitare “la prima città di Minas
Gerais”. La strada tortuosa conduce attraverso le montagne. Passando per Ouro
Preto, si possono notare gli ingressi di vecchie miniere vicino al quartiere
Taquaral, l’ingresso della miniera d’oro di Piscinão e alcuni punti di
estrazione dalla famosa pietra di Ouro Preto, detta anche pietra di Itacolomi. I
segnali stradali indicano che la miniera d’oro di Passagem è sul cammino e
invitano a una visita. Da lì, per entrare a Mariana, si imbocca la Rodovia
Rodrigo de Melo Franco da cui è possibile vedere la stazione degli autobus e
alcuni alberghi e negozi in stile coloniale. I vecchi edifici, con porte e
finestre in legno e balconi in ferro battuto, si fondono con gli edifici
moderni. Oltre a essere stata la prima città di Minas Gerais, Mariana divenne
presto sede dell’Arcivescovado. L’origine a partire dalla scoperta dell’oro,
l’essere cellula madre dello stato di Minas Gerais e figlia dello sfruttamento
del ferro, sono tutti elementi vivi nei discorsi dei marianesi.
Sono stato per la prima volta nei pressi di Bento Rodrigues circa un mese dopo
il crollo della diga del Fundão. La strada principale era interdetta, ma Paulão
conosceva un cammino secondario. Bisognava uscire dal nucleo urbano di Mariana
in direzione del distretto di Antonio Perreira. Dopo circa tre chilometri, al
bivio va presa una strada sterrata. Paulão era un operaio della Samarco, mi
raccontava quanto fosse stato orgoglioso di far parte dell’azienda e quanto il
crollo della diga avesse colto di sorpresa lui e tutti i suoi colleghi: «Le
norme sulla sicurezza interne all’azienda erano molto restrittive. È davvero
assurdo quel che è successo». Il giorno prima, a casa con la moglie – che lo ha
lasciato dopo la perdita del lavoro dovuta alla paralisi delle attività
dell’impresa, superata solo nel 2020 –, mi aveva mostrato un libro che l’azienda
distribuiva a tutti i dipendenti. In esso venivano illustrati i principi della
responsabilità sociale d’impresa: un elenco stucchevole di buone pratiche e
tutele del personale, dell’ambiente e della comunità in cui si
inseriva. Superati diversi alberi crollati che ostruivano il cammino, dopo
alcuni chilometri di curve strette circondati dalla vegetazione di quel che
resta della Foresta Atlantica, avevamo preso un piccolo sentiero verso il Rio
Gualaxo do Norte. L’acqua era putrida, melmosa, marrone tendente al rosso.
Detriti formati da rami e tronchi strappati dal suolo si accatastavano lungo le
sponde. Gli alberi sopravvissuti portavano il segno del passaggio del fango, per
circa due metri sul tronco. Percorremmo ancora qualche chilometro, costeggiando
una radura fangosa da cui si scorgevano gli impianti a beneficio delle miniere.
La devastazione era ovunque. Era come se fosse eruttato un vulcano di fango e la
lava fosse scesa dalle pendici ricoprendo tutto lungo i trecento metri di
dislivello tra la diga del Fundão e la valle.
Oltrepassato un ultimo ponticello a lato di una laguna di acque reflue, eravamo
a Bento. Le ruspe erano all’opera, aprivano varchi e disponevano materiale per
contenere il fango che a ogni pioggia scendeva da quel che restava della laguna
di residui. Non riuscimmo a entrare nel villaggio, il passaggio era consentito
solo agli operai. Ci posizionammo su una collina, in silenzio. Il fango aveva
coperto quasi l’intero gruppo di case, a eccezione di quelle nella parte più
alta. Emergevano confusamente strutture edilizie e quel che restava di alberi
divelti. Un odore sgradevole pizzicava le narici, la gola e gli occhi. Quando
nel 2018 sono tornato a Mariana e ho stabilito rapporti con alcune delle vittime
della tragedia che abitavano a Bento, ho preferito non chiedere di quel giorno.
Qualcuno, spontaneamente, mi ha raccontato delle scene di terrore vissute, della
fortuna di essere riusciti a mettersi in salvo “graças a Deus”, fuggendo in alto
sulla collina in attesa dei soccorsi.
Della chiesa dedicata a São Bento restano solo alcuni grandi massi alla base che
ne ricordano il perimetro, oltre il quale, inglobando le rovine, si innalza una
tendostruttura per accogliere i fedeli. La festa di São Bento, patrono di Bento
Rodrigues, avviene ogni anno l’ultimo fine settimana di luglio. È il 2018 e per
l’occasione è giunto anche il vescovo dell’arcidiocesi di Mariana, Don Airton
José dos Santos, che accompagna padre Geraldo Barbosa, parroco benvoluto dalla
comunità devota di Bento: è quest’ultimo a recitare una potente omelia: «Questo
luogo era amato quando era bello ma è amato anche ora nel modo in cui sta!»;
«Dio non lascerà che sparisca, parola sua: “Non ponete fiducia in parole
mendaci”: attenti agli inganni, alle deturpazioni che vogliono dividervi!».
Padre Geraldo evoca poi il salmo di Matteo sul grano e la zizzania per
ribaltarlo: «E se dicessi che la zizzania è buona e il grano no? E allora in
questo giorno di festa vorrei dirvi: non siate grano ma siate zizzania! Siate
zizzania per infastidire molta gente che pensa che il tempo è già finito! Siate
zizzania per infastidire questa gente che pensa solo al denaro e al profitto!
Siate zizzania per infastidire le imprese che pensano che il grano sta nascendo
nuovamente! Siate zizzania per non lasciare che il fango aumenti di nuovo e
distrugga la casa del Signore! Siate zizzania! Date fastidio a chiunque pratichi
malvagità e ingiustizia!».
La processione tra le rovine del villaggio è toccante. In testa i fedeli
trasportano a spalla la statua del santo, a seguire le cariche ecclesiastiche, i
canti di preghiera del coro e infine la banda. Camminando tra quel che rimane
delle case infangate e dai tetti divelti, sul muro di quella che era la scuola
di Bento, una scritta recita: “La Samarco ci voleva ammazzare ma Gesù ci ha
salvati”. Il villaggio di Bento è sempre stato un impedimento ai progetti di
espansione delle miniere e la preoccupazione è che, ora che Bento è un mucchio
di rovine, le imprese ne possano approfittare. Già nel 2009 la Vale elaborò un
progetto di costruzione di una nuova diga nell’area
denominata Mirandinha. All’epoca, l’impresa incontrò l’ostilità degli abitanti
che non volevano cedere i propri terreni. Eppure, dove non erano riuscite le
imprese, ci ha pensato il governo di Minas Gerais che, con un decreto del 21
settembre 2016, ha disposto per la Samarco l’autorizzazione alla costruzione del
Dique S4, una struttura di ampliamento del sistema di contenzione degli scarti –
una nuova diga.
Il decreto è stato motivato da ragioni emergenziali di sicurezza ambientale e
prevede l’uso dell’opera per soli tre anni, ma attualmente è ancora lì. La
preoccupazione è grande ma gli abitanti non si stancano di lottare per le
proprie radici. Non perdono occasione per celebrare culti e organizzare feste,
anche per contrastare la rottura delle relazioni di vicinato dovuta alla
sistemazione provvisoria in diversi quartieri di Mariana, in attesa della
costruzione del Nuovo Bento. Così hanno messo su l’associazione Loucos por
Bento – Pazzi per Bento – formata da abitanti che ogni fine settimana ritornano
nel luogo che hanno dovuto lasciare. «Il nostro ombelico è sotterrato qui», mi
disse Simaira Quintão, tra le fondatrici dell’associazione, durante un evento
musicale organizzato tra le rovine. L’obiettivo è riuscire a vincolare il
territorio in quanto patrimonio storico e costruire un memoriale.
ASSOLUZIONE E RIPARAZIONE
In questi dieci anni le persone hanno dovuto lottare per essere riconosciute in
quanto vittime, per una degna ricollocazione abitativa, così come per
l’ampliamento dei criteri di valutazione dei danni subiti, ma soprattutto per lo
sradicamento, la perdita dei modi di vita; danni morali e immateriali difficili
da misurare. Il dramma vissuto non si è limitato al giorno in cui il fango ha
devastato tutto: case, cortili, orti, frutteti, animali, persone e comunità; non
è qualcosa di congelato al giorno in cui si è dovuto correre o nuotare nel fango
per salvare sé stessi, amici, parenti. Il disastro fa parte della vita
quotidiana di queste persone. A ogni incontro, il desiderio più grande è quello
di ripristinare i propri luoghi, i progetti e le vecchie condizioni di vita.
Quando è crollata la diga, Mirelle aveva diciassette anni. Un giorno, di fronte
a quella che era la sua casa nel villaggio di strade di terra rossa di Ponte do
Gama, mi indicava il luogo dove sorgeva un grande albero: «Ero solita mettermi
sotto la sua ombra a leggere o fare i compiti di scuola: è tra le cose che mi
mancano di più e nessuno me lo darà indietro». Attraverso l’immagine di una
famosa canzone di Chico Buarque mi raccontava come la roda viva, la ruota della
nuova routine innescata dal crollo del Fundao, stesse portando il destino di
migliaia di persone “di là”; molto lontano dalle proprie identità, tradizioni,
storie, vincoli affettivi. Oggi ha ventisette anni. È divenuta donna nel mezzo
di una lotta per riconquistare ciò che la sua famiglia aveva costruito: «Non era
tanto ma era quel che ci rendeva felici». Al telefono mi racconta di come la sua
vita sia piuttosto corrida, di quanto è indaffarata. Lavora al Comune e ha solo
un giorno libero per pulire casa, lavare i vestiti, leggere i testi
dell’università, accompagnare le riunioni della commissione e le udienze. «Anche
la conquista della ricollocazione familiare – dice – è stato qualcosa per cui
abbiamo dovuto lottare noi della zona rurale, le imprese volevano semplicemente
ricostruire le case nello stesso posto. Nel complesso non c’è ancora stata
un’effettiva riparazione. Alcune case sono state consegnate ma è solo la
restituzione delle abitazioni. La restituzione del nostro modo di vita non è
avvenuta. Le persone dei villaggi rurali vivevano della terra, delle colture,
dell’allevamento di bestiame, della vendita dei prodotti. E oggi a causa della
diga non riescono più ad avere questi introiti. Dunque ciò a cui assistiamo è un
processo di impoverimento forzato, perché le persone possono aver ricevuto anche
una casa meravigliosa, ma se non riescono a piantare e coltivare in questa nuova
casa, a che serve? La diga crollata ha fatto crollare anche aspetti della vita
delle persone che non si possono quantificare in denaro, con un’indennizzazione
che tra l’altro ancora oggi molte persone, come la mia famiglia, non hanno
ricevuto».
Mentre il processo penale nei confronti dei vertici della Samarco e degli
organismi di controllo si è chiuso con l’assoluzione per l’impossibilità di
ricondurre a essi la responsabilità del crollo, l’amministrazione del disastro è
stata derubricata al trattamento giuridico che si conferisce ai “conflitti
ambientali”, con la disposizione di tavoli di discussione, riunioni di
negoziazione, udienze pubbliche di conciliazione e stipula di accordi. Così,
vittime e responsabili sono passati a confrontarsi su un’infinita e sfiancante
progressione di misure riparatorie. Alle persone colpite veniva richiesta una
routine estenuante di riunioni, attenzione agli eventi, alle strategie delle
entità coinvolte e alle azioni che influenzassero la garanzia dei diritti –
presupponendo eguali correlazioni di forza lì dove non ci sono. È quanto
avvenuto prima nel 2016 con la stipula del TTAC, un accordo siglato dagli
Avvocati Generali dell’Unione Federale, quelli degli stati di Minas Gerais e
Spirito Santo, le imprese (Samarco, Vale e BHP Billiton) e i due governi statali
coinvolti, attraverso il quale fu istituita la contestata Fondazione Renova, con
il compito di gestire i programmi socio-ambientali e socio-economici di
riparazione, restaurazione e ricostruzione delle regioni colpite; poi nel 2024,
quando le imprese e lo Stato hanno firmato un Nuovo Accordo del valore di
centosettanta miliardi di reais, visto che le precedenti misure di riparazione
della Fondazione Renova sono state considerate insufficienti. Con il nuovo
accordo, parte degli obblighi della Renova vengono trasferiti al potere
pubblico. Inoltre, per rimediare all’assenza di partecipazione delle vittime
nella stipula dell’accordo, è stato istituito un fondo del valore di cinque
miliardi di reais per lo sviluppo di progetti comunitari.
Tuttavia, al di là della complessa vicenda giuridica, fatta di impugnazioni,
sospensioni e rimandi tra le varie istanze – finita persino nella giurisdizione
inglese giacché l’impresa BHP aveva sede a Londra quando la diga è crollata, e
che recentemente ha visto una sentenza storica che incolpa le aziende di
negligenza –, le vittime di Mariana si sono viste obbligate ad apprendere nuove
dinamiche di partecipazione alle riunioni, a formare commissioni, a disciplinare
pensieri e comportamenti, a stabilire strategie di dialogo e negoziazione.
Benché alla COP30 di Belem – finanziata dalla stessa Vale –
un panel istituzionale lodasse il Nuovo Accordo per la sua capacità di
articolare diversi ambiti coinvolti nell’amministrazione del disastro, queste
istanze istituzionalizzate sembra non facciano che contribuire allo svuotamento
del senso politico delle lotte ambientali, allontanando i dibattiti dalla sfera
delle decisioni strutturali e rendendo invisibili diritti e soggetti collettivi.
Il disastro di Mariana ha generato nell’opinione pubblica nazionale un
sentimento di grande commozione, ma nonostante i proclami politici e gli sforzi
della società civile nel rivendicare maggiore sicurezza e norme più stringenti
per le imprese minerarie, solo dopo il crollo di un’altra diga della Vale a
Brumadinho, sempre nel Minas Gerais – che ha seppellito duecento e settantadue
persone, producendo ulteriori drammi socio-ambientali nell’area del Rio
Paraopeba –, si è giunti all’adozione di una legge che ha vietato l’uso di
questo tipo di dighe, dette “a montante”, per la gestione degli scarti del
processo di minerazione e obbligato le imprese a installare sirene di allerta e
a istruire la popolazione sulle vie di fuga nelle zone a rischio inondazione.
Dopo quell’evento, l’apprensione generata ha fatto sì che molte comunità
localizzate in aree di rischio – nel Minas Gerais ci sono trecento e
cinquantaquattro dighe, di cui ventitré considerate di livello tre, ovvero a
rischio di rottura imminente – venissero evacuate senza sapere del loro destino.
Alcuni ricercatori parlano di “terrorismo delle dighe” e c’è il sospetto che le
imprese vogliano approfittare delle preoccupazioni sulla sicurezza per rimuovere
le comunità ed espandere i progetti estrattivi.
Gli eventi che dal crollo della diga del Fundão si ripercuotono a Mariana e
sull’intero bacino del Rio Doce e del litorale Capixaba costituiscono scenari in
cui gli attori sociali occupano posizioni asimmetriche e dove la distribuzione
diseguale di capitale economico, politico, sociale e simbolico definisce il
potere di azione ed enunciazione. Del resto, se “di tutte le forme di
‘persuasione occulta’, la più implacabile è quella esercitata semplicemente
dall’ordine delle cose”, come scrisse il sociologo Pierre Bourdieu, ebbene,
l’ordine delle cose, da queste parti del Brasile, da secoli è dettato da un
regime estrattivo. Mariana, dieci anni dopo, respira ancora il lutto mischiato
alla polvere rossa delle montagne scavate, la cui promessa di progresso ha
presentato un conto impagabile. E se è pur vero, come mi disse qualcuno, che “la
storia in Brasile viene scritta col gesso, non con l’inchiostro”, bisogna allora
tener viva la memoria. Per non dimenticare. (giuseppe orlandini)
(disegno di resli)
A dicembre scorso avevo programmato un viaggio di dieci giorni a
Cuba. Il suo senso è stato nel tempo modificato dagli eventi geopolitici che lo
hanno trasformato in un’occasione di testimonianza diretta di un momento
particolarmente difficile per l’isola, con un sostanziale collasso del sistema
energetico e dei trasporti, dovuto all’inasprimento dell’embargo statunitense
dopo la cattura di Maduro, il 3 gennaio scorso. Amici, colleghi, familiari e
compagni si sono interessati al mio viaggio e mi hanno chiesto di scrivere
qualcosa.
Ma scrivere di Cuba è estremamente difficile: fin dal 1959, ma soprattutto dopo
che la fine della Guerra Fredda ha spazzato via le altre esperienze socialiste
in giro per il mondo, il mito della rivoluzione cubana è un articolo di fede
incrollabile per quel che resta della sinistra internazionale.
È necessaria allora un’avvertenza: ciò che scrivo è frutto di
impressioni di prima mano, di ciò che ho visto e del dialogo con le persone con
cui ho parlato. Non mi è possibile tracciare uno spaccato dell’isola nel suo
complesso perché, a causa del prezzo della benzina ormai alle stelle (in media
otto dollari al litro nel mercato nero, mentre in quello ufficiale non è
disponibile) e delle enormi difficoltà a muoversi, sono rimasto per
quasi tutto il tempo a L’Avana, fatto salvo un breve viaggio a Trinidad e Santa
Clara. (L’Avana è da sempre il polo più economicamente dinamico di Cuba, con
maggior turismo e con una popolazione più scontenta in relazione al regime
politico rispetto alle province orientali).
Nella mia vita, ho avuto la fortuna di andare a Cuba parecchie volte: questa è
stata la quarta (le altre sono state nel 2010, nel 2012, e nel 2016, quando
presi un volo di fretta e furia dal Messico per assistere ai funerali e alle
celebrazioni per la morte di Fidel Castro). In relazione a tutte le mie
esperienze precedenti, la Cuba che ho visto è profondamente cambiata. In passato
l’avevo sempre percepita come un paese povero, con enormi difficoltà di vario
genere, dovute in parte all’embargo in parte a problemi interni, con un certo
scontento nella popolazione, ma anche come un paese che, se confrontato con i
suoi vicini immediati dei Caraibi e dell’America Centrale, poteva vantare alcune
conquiste indiscutibili: era sicuro, nessuno viveva per strada o moriva di fame,
tutti avevano la possibilità di studiare e di curarsi e c’era – nonostante
alcune liberalizzazioni in corso e gli squilibri dovuti alla dipendenza dal
settore turistico – una relativa uguaglianza di fatto.
Qualcosa che poteva, forse, davvero essere chiamato socialismo, con tutti i
limiti che l’esperienza storica di questo sistema ha dimostrato. La Cuba del
2026 è l’opposto di tutto questo: sebbene sia ancora un paese piuttosto sicuro,
dove nonostante i sempre più frequenti black out non si incorre in grandi rischi
a passeggiare la notte a piedi, è un paese che ha importato tutti gli altri
principali aspetti (e vizi) della società capitalista: una disuguaglianza sempre
più accentuata, una miseria dilagante, la fame, perfino la droga.
La disuguaglianza oggi è palpabile e non è più circoscritta alle differenze tra
i lavoratori che hanno o non hanno accesso al settore turistico, anche perché,
in questo periodo, di turismo a Cuba quasi non ce n’è, in risultato alle
politiche assassine di Donald Trump. Sebbene sia difficile sostenere l’esistenza
di una borghesia (nel senso tradizionale e marxista di proprietari dei mezzi di
produzione privati), è sempre esistita una classe dirigente statale che gode di
un livello di vita molto sopra la media (nel vecchio socialismo reale sovietico
era chiamata “nomenclatura”). Oltre ad essa, oggi a L’Avana esiste una classe
media in crescita, che frequenta locali hipster con prezzi insostenibili per un
salario cubano, dotata di macchine elettriche di ultima generazione che non
soffrono i rincari al costo della benzina.
Il salario di un medico è oggi a Cuba di ventiquattro dollari, ma al Festival
della Salsa in cui siamo stati nel Vedado (e che era
predominantemente popolare), il costo di ingresso dell’area VIP, vicino al
palco, era di quarantacinque dollari, e l’area vip era strapiena di cubani.
Questa nuova classe media in ascesa è rappresentata soprattutto dai cosiddetti
mipymes (padroni di micro, piccoli e medi imprese, fino a un massimo di cento
impiegati per azienda), la cui esistenza è stata formalizzata nel 2021 e che
dominano oggi i settori del commercio e della ristorazione. Sono in parte
persone con parenti all’estero, che hanno facilitato gli investimenti iniziali,
in parte persone vincolate in qualche modo all’élite dirigente socialista.
In quest’ultimo caso, l’impressione è che esista una tendenza della classe
dirigente a sfruttare le aperture economiche per riciclarsi nella prospettiva di
una transizione definitiva al capitalismo: in questo stesso senso potrebbe
andare la recente apertura alla possibilità di possedere fino a tre case per
persona, quando all’indomani della Rivoluzione il limite era una.
La crescita delle disuguaglianze va di pari passo con la perdita drammatica del
potere d’acquisto dei salari. Gli unici salari sopra la soglia di povertà sono
quelli privati (una minoranza della fascia salariale, seppure in crescita), dove
si registra però un’assoluta precarizzazione delle condizioni di lavoro e
assenza di libertà sindacale. Oggi a Cuba non si può vivere di salario, chi
sopravvive lo fa perché esiste qualche altra fonte di reddito: affittare una
stanza ai turisti, offrire un mezzo di trasporto, vendere oggetti elettronici
per strada, mettere da parte della benzina dei camion e rivenderla al mercato
nero… Per paradosso, nel paese dove lo Stato, fino agli anni Ottanta, possedeva
e controllava tutto, oggi la vita economica non dipende più dallo Stato, che a
sua volta non riesce più a garantire i servizi vitali. Con il recente blocco
energetico, i trasporti pubblici già precari sono diminuiti del novanta per
cento, la spazzatura si accatasta ovunque nelle strade, mentre la sanità, una
volta il fiore all’occhiello del modello cubano, è entrata anch’essa in crisi e
regge a fatica il peso delle epidemie sempre più frequenti di Dengue e
Chicongunya.
La miseria a Cuba è ormai enorme, alla luce del sole, ovunque. La pratica di
chiedere soldi per strada ha ormai affiancato (e in parte sostituito) quella del
jineterismo, l’arrangiarsi magari fregando il turista. Mentre l’inflazione è
alle stelle e i salari sono al palo da decenni, la libreta (libretto a
disposizione di ogni cubano per ricevere beni di prima necessità in forma
gratuita o quasi gratuita), che fino agli anni Ottanta garantiva parte del
fabbisogno alimentare completo di una famiglia, oggi si limita a pane, farina e
zucchero. Le proteine sono praticamente inaccessibili, trenta uova costano sei
dollari. In questo processo di impoverimento – costante e crescente negli ultimi
anni – un fattore importante è portato dall’escalation recente del blocco di
Trump: la fine del turismo è stato un colpo mortale soprattutto per chi viveva
delle briciole di quel settore. Parte di questi nuovi miserabili sembrano essere
vittime anche di un altro vizio tipico del capitalismo e quasi sconosciuto nella
Cuba del passato: la droga, e specialmente il Fentanil, che a Cuba chiamano el
Químico. Molte persone stanno oggi vivendo per la prima volta l’esperienza del
mendicante: lottano per mantenere, principalmente a se stessi, una parvenza di
dignità, fingono di star lavorando, di offrire un servizio, di venderti per
cento pesos (venti centesimi) una moneta di tre pesos con la faccia di Che
Guevara. È molto doloroso: si tratta di persone spesso con ottima istruzione e
capitale culturale, che si trovano sul crinale della disumanizzazione, ma che
provano a non arrendersi a questa evidenza.
Un aspetto relativo a questa perdita del settore pubblico è rappresentato
dall’enorme diminuzione dei negozi e ristoranti pubblici. I negozi al dettaglio,
in particolare, sono ormai tutti dominati dai mipymes, mentre lo Stato si
riserva il monopolio di alcuni negozi di prodotti cari di importazione, prezzati
direttamente in dollari. È, questo, un tema particolarmente spinoso: per quanto
possano persistere dubbi in relazione alla politica della nazionalizzazione
forzata delle piccole attività economiche (parrucchieri, bar, negozietti,
officine meccaniche individuali) realizzata dal governo cubano a partire dal
1968, quando sotto il governo di Raúl Castro sono cominciate le prime
liberalizzazioni, l’opzione cooperativista è stata sconfitta da una scelta più
incline alla libera proprietà individuale. La sensazione è che il modo in cui si
sta operando questa nuova trasformazione, quasi sessant’anni dopo dalla prima,
abbia più a che vedere con l’imposizione di un capitalismo straccione che con
qualsiasi prospettiva socialista.
Con l’aumento di miseria e disuguaglianza, e il venir poco a poco meno
dell’unico aspetto che rappresentava, pur con tutti i limiti e le difficoltà, la
specificità cubana, è comprensibile che diminuisca l’appoggio al governo. A
sentire alcuni interlocutori – o a leggere le poche analisi disponibili – sembra
di capire che non più del venti per cento della popolazione appoggi
convintamente il governo (storicamente, dagli anni Novanta in poi, questa cifra
era stata di più o meno un terzo della popolazione). Anche quel venti per cento,
tuttavia, è molto critico nei confronti della corruzione, di Raúl Castro, che ha
cominciato a togliere le assicurazioni sociali, di Díaz Canel, del processo
rivoluzionario che sta perdendo la sua forza… Quanto al resto, neanche a
parlarne: la maggioranza nega addirittura l’esistenza,dell’embargo («Ma quale
embargo, l’embargo è interno!»). Trump è, nel migliore dei casi, considerato “un
pazzo”, e nel peggiore “un salvatore”, (per molti in ogni caso è un “male
minore”). I cubani di Miami non sono più gusanos (vermi), ma anzi salvatori
della patria, perché garantiscono il mantenimento del poco che funziona. Certo,
da qui a essere “opposizione” al governo ce ne passa: forse per disillusione,
forse per paura della repressione, non sembra esserci un’opposizione sociale
organizzata a Cuba, sebbene alcuni episodi recenti rappresentino delle
avvisaglie: l’enorme movimento spontaneo del 21 luglio 2021, le proteste di
questi giorni (a Ciego di Ávila è stato dato fuoco a una sede del Partito
Comunista), alcune scritte sui muri di L’Avana (Vivimos en la mierda, circo sin
pan…) potrebbero indicare un’indisposizione che, a torto o a ragione, individua
sempre più nel governo, e sempre meno nell’embargo straniero, la causa dei
problemi. Certamente, in questi scontenti si mescolano elementi tra loro diversi
e contraddittori: se per gli avversari più ideologici del governo (e spesso per
chi viene dalla classe medio-alta impoverita dalla rivoluzione) il problema è il
modello socialista in quanto tale, molti altri sembrano additare le mancate
risposte del governo alla crisi sociale, la politica di liberalizzazione che ha
favorito solo alcuni, la riduzione della libreta, l’inflazione, il non
funzionamento dei trasporti e dei servizi pubblici, la corruzione.
Paradossalmente, tuttavia, non sembrano esistere rivendicazioni esplicite di un
“socialismo” diverso, più vero, più profondo, di fronte al dramma del presente.
Anzi, il socialismo viene associato alla politica del governo, qualunque essa
sia, e in quanto tale soffre un processo di grande legittimazione.
Un altro aspetto drammatico di questa totale perdita di legittimità del regime
politico è l’abbandono quasi totale della propaganda socialista e patriottica,
tanto presente nelle strade cubane fino a dieci-quindici anni fa. Pochissime
immagini di Fidel, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, quasi nessuna denuncia
pubblica dell’embargo (la scritta “Tumbar el bloqueo” l’abbiamo vista un paio di
volte in dieci giorni di viaggio). Sembra proprio che lo stesso governo abbia
rinunciato a fare propaganda di qualcosa a cui la gente ha da tempo smesso di
credere.
L’unico mito socialista che non è ancora crollato è quello di Fidel: a dieci
anni dalla morte, sembra essere ancora maggioritario il rispetto per la figura
del líder maximo. È però un sentimento confuso, espressione soprattutto di una
nostalgia da parte delle vecchie generazioni di un tempo passato, migliore del
presente, tanto che non è raro incappare in persone che manifestano
contestualmente approvazione per Castro e per Trump. E qui si arriva a una
questione dolente, un problema che è cominciato ben prima di Trump, ben prima
della morte di Fidel, ben prima della caduta del muro di Berlino: la sensazione,
comune a tutti, che le decisioni sono prese chissà dove, in qualche spazio al
quale il popolo cubano non ha accesso. È il problema della mancanza di
partecipazione democratica, qualunque cosa questa parola possa significare.
Torno da questo viaggio, in sostanza, con la sensazione, o forse l’illusione,
che se dieci o venti anni fa ci fosse stato un processo costituente aperto, un
tentativo di condividere con la popolazione le decisioni strategiche
fondamentali per la vita in comune, forse ci sarebbero stati gli anticorpi per
un esito non catastrofico, o per la preservazione materiale e simbolica di
alcune delle conquiste della rivoluzione, o quanto meno di certa capacità di
resistenza collettiva di fronte alle minacce di oggi.
È evidente che l’embargo e tutti i problemi menzionati abbiano una relazione,
spesso decisiva, con ciò che sta accadendo a Cuba. Ma non si possono ignorare
fattori interni, se si vuole analizzare la realtà per quella che è, sottraendola
ai nostri sogni e alle nostre illusioni. La transizione al capitalismo è un
processo già in corso a Cuba, non in discussione. Quel che è in discussione è la
gestione e il ritmo di questo processo, lo spazio che in esso avranno le imprese
statunitensi in relazione al peso che ha oggi la collaborazione con Cina e
Russia, se ci sarà una terapia dello shock o un’apertura più graduale, e quanto
potere politico ed economico riuscirà a preservare l’establishment attuale. Non
sono questioni minori, ma hanno poco a che vedere con la rivoluzione e il
socialismo. (perez gallo)
(disegno dall’archivio monitor)
Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès,
la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre
cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre,
oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il
più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il
tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno
spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione
della resistenza, dall’altra.
È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno
di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora
gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola
brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere,
Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo
lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti
i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere
costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”.
Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre
cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue
radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione
mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo
aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il
vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto
fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques
maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe
Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione
risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed
Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo
l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il
“complesso della morte”.
Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di
acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in
bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro
diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti
basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della
regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema
unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso
terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e
collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla
spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della
morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo.
Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto
pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio,
cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel
golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di
conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della
biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965
a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi
di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali
fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti.
L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e
silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee,
malformazioni alla nascita.
Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e
risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo
collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di
resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di
mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova
ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti
industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un
impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi
di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e
bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di
breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre
2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande
mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla
caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo
necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il
21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo
senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse
permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel
momento in cui la mobilitazione si arresta.
Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna
questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale
all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un
contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai
pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras
cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli
agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una
rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera
peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino
e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il
movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è
movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila
persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e
lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario.
Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua
efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre
gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre,
sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati
a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di
Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una
causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti
del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si
combatteva con i corpi e i fumogeni.
DUE SENTENZE
Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il
diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi
dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi
vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione
viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A
Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo
in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per
opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma
sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso
indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima
ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria
al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa,
nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere
l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va
letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A
febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha
respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato
a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento,
insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi
giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione
della resistenza.
Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la
sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue
mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa
nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social
che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il
banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di
ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime
era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del
presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”.
Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott
Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte
chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della
causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze
rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non
prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente
le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui
un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda
Islem.
Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in
preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale
per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è
solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo,
nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un
danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente
riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva
Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed
essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto
per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci
sono prove del danno? È semplicemente un insulto».
Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è
arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha
prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna
citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa:
“Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando
l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per
l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto
amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro
tutto questo, sei un criminale».
È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso:
da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e
riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone
sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non
risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia
entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le
persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto
anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta
l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La
subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala
nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è
arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città –
proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in
passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni.
Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop
Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della
Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di
quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non
si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse
non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta
un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente,
oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che
accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri
attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul
futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
(disegno di otarebill)
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
A El Mouradia, quartiere popolare di Algeri, mi svegliavo all’alba quando
cantavano il muezzin e il gallo. Nell’incertezza del risveglio le voci si
mescolavano e immaginavo che il gallo annunciasse il sole che sorgeva, la tenuta
del mondo un giorno ancora e l’immensità dell’universo. La finestra della mia
stanza s’affacciava sul minareto della moschea e in basso, nel cortile, c’era un
pollaio: ero sulle colline di Algeri e si sentiva ancora la presenza antica
della campagna. Uscivo in strada presto, quando il ferramenta era ancora chiuso
e il fruttivendolo esponeva le merci nelle cassette, saliva l’odore di pomodori
marci e schiacciati. Un venditore ambulante di sardine aspettava sul bordo della
via. All’incrocio c’era una piccola rivendita di pentole e accanto Amin, l’uomo
dei telefoni, scambiava sottobanco euro con dinari a un tasso conveniente. Al
bar chiedevo il solito caffè e il dolce al cioccolato, parlavano solo arabo ma
ci intendevamo e sul televisore seguivo le azioni migliori della nazionale
algerina.
Vedevo sulle insegne di alcuni negozi il nome francese La Redoute e i primi
giorni non capivo perché. Due panettieri mi dicevano “arrivederci” in italiano
quando camminavo lungo la via che portava alla rotonda e alla strada larga, là
dove finiva El Mouradia. Davanti alla rotonda stazionava sempre una camionetta
della polizia, giorno e notte, e un contingente di agenti sostava con aria pigra
e sfaccendata. Dall’altra parte della strada larga si trovava la residenza
presidenziale, in un quartiere inaccessibile di bianchi edifici coloniali.
Prendevo un taxi collettivo per lasciarmi alle spalle il presidio di polizia e i
palazzi del potere, scendevo in basso verso il porto e la casbah. Il mare
appariva dalle curve sinuose, ero su un vasto terrazzo d’asfalto.
Tornavo a casa al tramonto, prima del canto serale, quando donne e uomini si
affrettavano per gli ultimi acquisti e il panettiere vendeva le baguette che
restavano. I ragazzi giravano in bici e nel bar si beveva solo gazzosa Hamoud,
la stessa dall’Ottocento. Una sera il mio occhio vagava sui muri del quartiere,
seguivo le scritte – spesso in italiano – lasciate dagli ultras del Mouludia,
slogan in rosso e verde, quando a un tratto vidi su un muro di cinta alcune
piastrelle verdi dove era scritto in caratteri gialli “Paroisse Sainte Anne” e
due pesci stilizzati sormontavano la scritta. Era un resto, un segno del mondo
precedente alla guerra d’Algeria.
El Mouradia si chiamava La Redoute e qui vivevano comunità di pieds-noirs, gli
europei d’Algeria, coloni e discendenti di coloni, ma ora non ci sono più. C’era
una chiesa, la chiesa di Sainte Anne con due palme all’ingresso. Le palme
esistono ancora, ma l’edificio cristiano è stato abbattuto e oggi sorge un
edificio in vetro sede dell’Anam, l’Agence nationale des activités minières.
Alla sera osservavo i tetti e cercavo quelli spioventi: leggevo forse i segni di
vite coloniali scomparse. Come interpretare questi resti? Ero disorientato. Gli
strumenti che avevo appreso in Palestina erano inutili – impossibile osservare
le macerie coloniali con lo stesso sguardo dedicato alle pietre di villaggi
scomparsi in Galilea – e certo non riuscivo a contemplare con nostalgia le
piastrelle che ricordavano una comunità cristiana scomparsa. A El Mouradia, un
tempo La Redoute, ho scoperto fantasmi a me nuovi e non sapevo quale sguardo
adottare per loro.
FERNAND IVETON, TORNITORE
Uno stimolo per una nuova configurazione dello sguardo mi attendeva nell’antica
casbah di Algeri. Andavo spesso a osservare la moschea Ketchaoua, oltre la via
dei venditori di datteri, ai piedi della cittadella ottomana. La moschea fu
innalzata nel Quindicesimo secolo dal dey Hassan Pacha, ma fu demolita dai
francesi che costruirono nell’Ottocento una cattedrale cattolica in stile
moresco. L’edificio è tornato luogo di culto islamico nel 1962, dopo la
sconfitta del governo coloniale. Il mio sguardo vagava incerto tra minareti che
ricordavano campanili, solidi muri di navata con arabeschi. Salivo tra le vie
della casbah sopra la moschea e nel viavai di un mercato di frutta e verdura
sostavo sotto l’antica sinagoga, oggi una moschea con gli arbusti che crescono
dalle sporgenze e un alto minareto con le finestre ocra. Un mattino ho
proseguito oltre e ho raggiunto il piccolo museo dedicato ad Ali La Pointe,
sottoproletario e militante del Fronte di liberazione nazionale, personaggio
protagonista nel film di Gillo Pontecorvo.
Nell’unica stanza del museo c’era la riproduzione di un documento che riportava
la lista di tutti i combattenti e rivoluzionari condannati a morte ad Algeri
durante la guerra anticoloniale dal 1954 al 1962. Comparivano i sessantasette
giustiziati e si riportava la loro professione, la data di detenzione e il
giorno della morte. Ho riconosciuto subito nomi arabi e cabili. Il quarto nome è
stato un richiamo: “Fernand Iveton”. Fernand Iveton – vi era scritto – nato ad
Algeri il 1926, tornitore, catturato il 19 novembre 1956 e decapitato all’alba
di un febbraio del 1957. Un francese d’Algeria, un pied-noir tra i combattenti
caduti per decreto dello stato.
Ho ritrovato il nome di Iveton nella città coloniale quello stesso pomeriggio.
Ero alla Librairie du Tiers Monde in piazza Emir Abdelkader. Sfogliavo un
pamphlet di Rachid Boudjedra, scrittore e intellettuale comunista algerino. Nel
piccolo libro del 2017, Les contrabandiers de l’Histoire, Boudjedra si scaglia
contro gli artisti e intellettuali algerini che negli ultimi decenni hanno
iniziato un’opera di revisionismo storico, criticando la lotta coloniale e
dipingendo con colori nostalgici gli occupanti cacciati. Verso la fine l’autore
mostra come il revisionismo tenda a cancellare il contributo degli algerini di
origine francese alla lotta contro la madrepatria e menziona Fernand Iveton,
“comunista algerino” che “fu militante della causa nazionale” e fu ucciso “sotto
il regno dei socialisti” quando François Mitterand era ministro della giustizia
e “rifiutò di accordargli la grazia”.
Oggi Iveton è dimenticato ad Algeri. Esiste una piccola via con il suo nome alle
estreme propaggini della città, presso l’ultima fermata della metro. Un suo
ricordo, tuttavia, è mantenuto in Francia ed è merito di Jean-Luc Einaudi,
storico indipendente francese, e di estrema sinistra, che ha dedicato le sue
ricerche ai militanti comunisti francesi d’Algeria, alle violenze e ai crimini
commessi dal governo coloniale durante gli anni della guerra. Nel 1986 Einaudi
ha scritto un libro d’inchiesta dedicato al giovane militante algerino
ghigliottinato: Pour l’exemple. L’affaire Fernand Iveton.
Qui ho scoperto che Iveton nacque sulle colline di Algeri, quando la città
estendeva appena le sue dita su un territorio di campagna. Era di
Clos-Salembier, oggi El Madania, un quartiere sorto accanto a El Mouradia, a
pochi minuti a piedi dalla casa dove vivevo. Ho visitato El Madania una sera e
ricordo vecchi algerini giocare a carte sugli scalini, accanto a un albero, e un
uomo dai capelli bianchi che pittava il muro della via dove abitavano gli
Iveton. Il padre di Fernand era un comunista e la famiglia si installò prima in
una baracca, poi costruì una casa in muratura. Vivevano accanto agli arabi
musulmani e agli ebrei e la povertà li accomunava. Iveton era andato a scuola
vicino Clos-Salembier e poi, da maggiorenne, frequentava la sezione del partito
comunista algerino a La Redoute. Era il 1947 e il partito, dopo le esitazioni
del dopoguerra, aveva sostenuto le prime rivolte nazionaliste e anticoloniali.
Molti pieds-noirs uscirono dal partito comunista per questo, mentre vi entrarono
nuovi lavoratori arabi. Iveton vi rimase e racconta un suo compagno, Ahmed
Akkache: “Aveva una voce grave, seria. Aveva dei movimenti lenti, ma fermi e
sicuri. Era un ragazzo un po’ sentimentale. La domenica, all’uscita dello
stadio, andava a vendere i giornali”.
Per ricostruire, a quasi vent’anni dalla morte, la storia di Iveton, Einaudi
consulta documenti dell’epoca – le sue lettere, le parole lasciate al processo,
le audizioni verbali dei testimoni, le dichiarazioni dei suoi compagni di lotta
di allora – e raccoglie testimonianze orali di chi gli è stato vicino e gli è
sopravvissuto. Emerge tra loro la voce di Hélène, la compagna polacca che lo
raggiunse in Algeria nel 1954. Trovarono casa ancora in Clos-Salembier, El
Madania. Fernand lavorava nel quartiere di Hamma, era operaio presso il
gasometro che forniva l’energia elettrica alle strade della città. Hélène non
aveva le stesse convinzioni di Fernand, ma era sconcertata dalle ineguaglianze,
in particolare dalle condizioni dei braccianti. E racconta a Einaudi di aver
comparato la situazione algerina a quello che aveva visto in Francia sotto
l’occupazione tedesca: “Che cosa hanno fatto i ragazzi quando non ne potevano
più? Ils sont partis dans le maquis, sono diventati partigiani. Qui è la stessa
cosa”. Si sposarono nel luglio del 1955, ad agosto esplose l’insurrezione
guidata dal Fln e un mese dopo il partito comunista algerino fu dichiarato
illegale dal governo coloniale.
Nei primi mesi del conflitto Fernand, raccontano i testimoni, accoglieva con un
senso di malessere e di impotenza le ambiguità del partito comunista algerino.
Legati alla linea del partito comunista francese, i dirigenti algerini
sostenevano che gli atti di insurrezione servivano al gioco dei colonialisti,
erano mere provocazioni. Eppure, all’interno del partito algerino era nata
un’organizzazione militare, le Combattants de la libération, conosciuta anche
come Maquis Rouge. I militanti del Cdl desideravano unirsi alla battaglia, ma
erano osservati con sospetto dai nazionalisti che temevano la concorrenza di
forze politiche alternative nella lotta per la liberazione. Così i comunisti
algerini erano schiacciati tra la linea del partito francese, incapace di fare i
conti con il colonialismo, e i sospetti del Fln. Al Maquis Rouge aderì Henri
Maillot, ragazzo di Clos-Salembier e amico d’infanzia di Iveton.
Una sera a El Mouradia sono uscito per mangiare una pizza da Mario in cima alla
salita oltre il portone. Quando non c’era il sole le strade diventavano libero
territorio di scarafaggi e di richiami divertiti tra i giovani alla fine
dell’estate. Dalla pizzeria ho poi passeggiato verso il cimitero cristiano.
Davanti ai suoi cancelli c’erano un hotel chiuso e abbandonato, la casupola di
un parrucchiere e la luce di un chiosco che vendeva caffè la notte. Gli edifici
si affacciavano su una piccola piazza e la targa riportava il nome di Henri
Maillot. Nell’ottobre del 1955 Maillot fu costretto a servire nell’esercito
francese. Accolse la chiamata con l’intento di disertare al momento giusto.
L’occasione si presentò nella primavera del 1956. A Maillot fu affidata la
direzione di un convoglio d’armi e il militante riuscì a dirottare un camion
carico di più di cento mitragliatrici, centoquaranta revolver e casse di
granate. Fuggì con le armi e si diede alla macchia assieme a compagni di
partito. Sia il governo che i nazionalisti algerini iniziarono a cercare il
gruppo di Maillot per neutralizzarlo: era un pericolo per entrambe le compagini.
Maillot e i suoi compagni furono uccisi a freddo dopo essere stati catturati dai
soldati francesi, era il giugno del 1956.
La morte dell’amico convinse Iveton della necessità di passare all’azione. Ci fu
un accordo tra Fln e partito comunista algerino: i militanti di quest’ultimo
potevano unirsi all’insurrezione a titolo individuale, accettando di essere
inquadrati nelle strutture nazionaliste. Iveton divenne parte di una cellula
comunista che rispondeva agli ordini del Fln. Tra loro c’era anche un ingegnere
che forniva gli esplosivi agli insorti: era Georges Arbib, un ebreo di origine
italiana nato a Tunisi. Racconta Arbib a Einaudi: “Ho percepito l’antisemitismo
molto presto e per questo mi sono avvicinato a persone che erano maltrattate
come noi. Ho compreso che il problema era lo stesso. A questo si aggiungeva la
miseria raccapricciante che vedevo intorno a me, le ingiustizie palesi. […] Ho
aderito al partito comunista a diciassette anni, quando era illegale in Tunisia.
Volevamo rivoltarci e il partito comunista era l’organizzazione che, all’epoca,
nella lotta antifascista, ci permetteva di esprimere al meglio la nostra
rivolta. […] Tutto ciò che vedevamo intorno a noi, la nostra situazione di
minorità, non oppressa da un punto di vista economico, ma disprezzata e
rigettata, ci costrinse a batterci per avere un posto al sole, contro le
discriminazioni e le leggi antiebraiche, e tutto questo mi ha portato a
riflettere sul problema dei musulmani. Così abbiamo sentito un moto di
avvicinamento a loro”.
LA SOLITUDINE DI IVETON
Il 30 settembre 1956 esplosero due bombe in luoghi pubblici di Algeri – una nel
Milk-Bar – e colpirono civili, anche donne e bambini. Erano le prime bombe poste
dal Fln nella capitale. Racconta un compagno di Iveton: “Non eravamo d’accordo
nel fare delle vittime nei bar. Iveton era contro le operazioni del Milk-Bar
[…]. C’erano delle vittime che non avevano fatto nulla. Noi siamo contro
l’esercito, i colonialisti, coloro che agivano”. Un altro membro della cellula
era contrario a quegli attentati, “ma bisognava comprendere il perché di queste
bombe. C’era paura da parte della popolazione algerina in seguito alla bomba
della casbah [posta dalla polizia francese]. Bisognava dimostrare a questa
popolazione che il Fln era capace di fare altrettanto. Era una risposta. Anche
se questa azione non ha scusanti, si può spiegare”. E disse Iveton a Hélène:
“Non è così che si deve agire, non è uccidendosi tra loro che troveranno una
soluzione”.
Iveton sentiva il bisogno di agire perché percepiva l’apertura di un divario
sempre più netto tra il mondo arabo e quello europeo. La guerra – con la
repressione del governo coloniale e gli attentati in risposta – stava nutrendo
le identità contrapposte. Mesi dopo, durante il processo intentato contro di
lui, Iveton avrebbe detto al giudice: “Sono sincero nelle mie idee politiche e
pensavo che la mia azione poteva provare che non tutti gli europei d’Algeria
sono anti-arabi, perché c’è questo fossato tra noi che si scava sempre di più…”.
L’azione, per Iveton, era un tentativo di colmare quel fossato.
La cellula di Iveton scelse come obiettivo il gasometro nel quartiere di Hamma.
Iveton poteva accedervi facilmente perché vi lavorava. Non c’era l’intenzione di
far saltare la struttura principale: era troppo sorvegliata e l’esplosione
avrebbe sventrato l’intero quartiere causando vittime civili. Scelsero di
piazzare la bomba accanto al tubo che collegava al gasometro il forno dove
bruciava il carbone. Era un gesto dimostrativo: avrebbero lasciato la città al
buio. L’ordigno era programmato per esplodere alle sei e mezza di sera, ma
Iveton chiese di ritardare di un’ora la deflagrazione per avere la certezza di
non ferire alcun operaio. Il 14 novembre 1956 raggiunse il posto di lavoro con
la bomba nel borsone, la depositò in uno sgabuzzino, ma un collega, insospettito
dai suoi movimenti, denunciò la presenza dell’ordigno. Giunsero i militari ad
arrestare Iveton.
Imprigionato e interrogato, a inizio dicembre Iveton scrisse un resoconto sulle
torture subite: “Mi hanno fatto passare su tutto il corpo, il collo, le parti
eccetera, la corrente elettrica. Se la mia immaginazione è buona (perché avevo
gli occhi bendati), penso che dovesse avvenire con un apparecchio del tipo
spinterogeno. […] Vedendo di certo che non avevo più spazio per la corrente
perché ero del tutto bruciato […] mi hanno fatto subire il supplizio dell’acqua.
Sempre nudo, mi hanno avvolto il corpo con una coperta umida, sdraiato su un
tavolo e legato molto forte, il collo che cadeva indietro all’estremità del
tavolo, un uomo, qualche volta due, seduto sulla mia pancia, uno straccio a mo’
di garza sulla bocca e sul naso. Mi portano sotto un lavandino e l’acqua inizia
a scendere; lo straccio si attacca al naso, impedendomi di respirare e sono
obbligato a bere fino al soffocamento completo”. La simulazione d’annegamento
era stata praticata anche dalla Gestapo nell’ultimo conflitto mondiale.
Iveton era solo. L’attenzione internazionale era concentrata sull’Algeria e la
Francia intendeva dimostrare che la lotta anticoloniale aveva una matrice
comunista e il paese, in caso di sconfitta di Parigi, sarebbe entrato
nell’orbita sovietica. Iveton era un utile simbolo da immolare per validare il
teorema. Il Fln, invece, non aveva alcun interesse a rivendicare l’attentato al
gasometro di Hamma, anzi il supplizio di Iveton consentiva di allontanare
l’attenzione dai suoi quadri. Così il processo al giovane militante divenne
funzionale alle compagini in guerra. Il dibattimento si svolse rapido e Iveton
fu condannato a morte, la grazia non fu mai concessa. Scriveva al suo avvocato a
dicembre: “Viva la fraternità dei nostri due popoli, viva l’Algeria liberata per
sempre dal colonialismo dove, uniti fraternamente, europei e musulmani
formeranno l’Algeria di domani”. La sua solitudine mi appare ora come allegoria
di una possibilità storica mancata. E ancora, a fine gennaio, quando attendeva
con speranza la grazia dal presidente della Repubblica, scriveva: “Penso che per
l’Algeria di domani, con la lotta di classe che si annuncia, noi avremo bisogno
di tutti i compagni e gli algerini d’origine europea vi devono partecipare. Alla
fine è il mio punto di vista. Ma quando dico questo, nel mio spirito non c’è
distinzione razziale perché anche i musulmani sanno che dovranno lottare per le
loro rivendicazioni sociali. E tutti insieme, europei e musulmani, faremo
dell’Algeria un bel paese, fraternamente unito…”.
Dicono che un giorno Iveton abbia detto al suo carceriere francese: “Imbecille,
non hai capito che lotto anche per te?”. I prigionieri erano rinchiusi in cima
alla casbah nella prigione di Barbarossa, costruita tra i bastioni delle
fortificazioni ottomane. Dall’alto della cittadella vedevo l’intero tratto
costiero, d’estate il cielo era di cobalto e pesava sui polmoni, il mare una
lastra immobile d’argento. I terrazzi delle case mi ricordavano Napoli e le
strette vie erano frequentate da un silenzioso turismo interno. Gli avventori
s’aggregavano ai tavolini dei ristoranti che friggevano sardine. Giravo lo
sguardo ai vuoti lasciati dagli edifici crollati per cogliere d’improvviso uno
scorcio lontano. Raccontano anche che l’11 febbraio 1957, mentre camminava nel
corridoio della prigione che portava alla ghigliottina, Fernand Iveton abbia
urlato in maldestro arabo: “Tahia el Djazaïr!”, “Viva l’Algeria!”.
LA CATENA DEL DOMINIO
La vicenda di Fernand Iveton mostra una modalità di interpretare il mondo: la
storia di un traditore che attraversa i confini tra le identità diventa una
mappa per agire e pensare. Dalle testimonianze di amici e compagni emerge il suo
animo sentimentale, eppure non credo che Iveton fosse un ingenuo. Ancora, il
desiderio di lottare insieme agli oppressi senza colpire i civili e adeguarsi
così ai metodi del nemico non è l’esito di un’attitudine romantica.
Nell’impostazione di Iveton intravedo un progetto politico capace di immaginare
un’Algeria possibile – socialista, indipendente e aperta alle nazionalità araba,
cabila ed europea – dopo la sconfitta francese e la dissoluzione del
colonialismo.
La mia interpretazione è suggerita dalla scoperta di un’altra storia, quella di
Bachir Hadj Ali. Ali era originario della casbah di Algeri, aveva pochi anni in
più di Iveton. Era un poeta, musicologo, appassionato di musica popolare
algerina e comunista. Aderì anch’egli, come Iveton e Maillot, al gruppo dei
Combattants de la libération e durante la guerra anticoloniale divenne il
segretario del partito comunista algerino. Alla fine del conflitto il Fln
assunse il governo del paese e dopo pochi mesi l’esecutivo dichiarò il partito
comunista fuori legge. Nel giugno 1965 il colonnello e ministro della difesa
Houari Boumediène organizzò un colpo di stato e prese il controllo della
repubblica algerina. La giunzione tra i vertici del Fln e le gerarchie
dell’esercito – consolidata dal carisma del presidente Boumediène – garantì per
decenni la stabilità politica, soffocando però la speranza di una rivoluzione
sociale. A pochi giorni dal colpo di stato Bachir Hadj Ali creò una
organizzazione di resistenza popolare, nel settembre fu arrestato e torturato
nelle prigioni del nuovo regime repubblicano.
Bachir Hadj Ali subì le torture della polizia algerina per settimane. Riuscì
tuttavia a scrivere un memoriale della sua prigionia su fogli di carta igienica
che nascose all’interno di sigarette svuotate. Consegnò poi i testi alla moglie
durante i colloqui e il suo racconto venne pubblicato in Francia l’anno dopo da
Éditions de Minuit con il titolo L’arbitraire. Leggo dal capitolo dedicato alle
torture fisiche: “Affondo nella morte. Risalita, urla, domande, silenzio, ‘Non
so nulla’, affondato, risalita, urla, silenzio, urla fino a far esplodere le
corde vocali, affondato. Mi risveglio, sdraiato sul cemento bagnato, vicino agli
escrementi di coloro che mi hanno preceduto, uno stivale pesante e sporco si
schiaccia sulla mia pancia gonfia d’acqua a dismisura. Prenderò questo bagno
forzato ancora due volte”. Ancora la tortura dell’annegamento, la stessa che fu
riservata a Iveton dal governo coloniale.
Frequentavo spesso un bar ai piedi della casbah, davanti al porto dei
pescherecci dove tirava vento. Il locale era accanto all’antica moschea
almoravide El Kebir e al bancone c’era sempre un ragazzo con la maglia del
Napoli. Prendevo un caffè e un makroud con pasta di datteri. Al tavolino leggevo
di Iveton e Bachir Hadj Ali, trovavo nei loro fantasmi il lascito di speranze
irrealizzate e il monito che il potere cambia, muore e rinasce e spesso ripete
le sue forme e tecniche di sopraffazione. Le loro figure mi sembravano argini
impotenti, eppure necessari, alla barbarie del dominio cangiante e perpetuo
degli uomini. L’11 febbraio 1957, quando uccisero Fernand Iveton, nella prigione
Barbarossa era reclusa una militante anticoloniale di origine europea. Scrisse
quel mattino una poesia e riuscì a consegnarla a Hélene Iveton. Gli ultimi versi
erano: “Puis le coq a chanté / Ce matin ils ont osé, / Ils ont osé vous
assassiner. / En nos corps fortifiés / Que vive notre idéal / Et vos sangs
entremêlés / Pour que demain, ils n’osent plus / Ils n’osent plus, nous
assassiner”. (francesco migliaccio)
(disegno di cyop&kaf)
Kamal Aljafari è un regista palestinese nato nel 1972 a Ramla e cresciuto a
Jaffa. Il suo primo film dedicato alla Palestina è The Roof(2006) ed è
ambientato a Ramla; in Port of Memory (2010) appare invece il vecchio porto di
Jaffa. Nel 2015 Aljafari realizza Recollection, un’esplorazione delle immagini
di Jaffa depositate in vecchie pellicole di finzione israeliane e statunitensi.
Grazie alla manipolazione dei materiali di repertorio Recollection mostra un
mondo rimosso: la città palestinese ricordata, i suoi edifici e gli abitanti
ormai scomparsi. Cinque anni dopo Aljafari lavora con nuovi materiali: le
videocassette di una camera di videosorveglianza posta dal padre fuori dalla
casa di Ramla, d’estate. An Unusual Summer è un’opera dove l’inconscio ottico
della videosorveglianza coglie personaggi legati alla memoria affettiva
dell’autore. A Fidai Film del 2024 recupera un archivio visivo disperso:
Aljafari rielabora brandelli di sequenze tratte da un repertorio palestinese
depredato dall’esercito israeliano. Poi nel 2025 ha realizzato With Hasan in
Gaza: il film s’origina dal ritrovamento di immagini catturate dallo stesso
autore al tempo della seconda Intifada a Gaza, dove era andato alla ricerca di
un amico conosciuto nelle carceri israeliane.
Compare un appunto in An Unusual Summer: “La vita deve essere distrutta per
essere rivelata”. Il cinema di Aljafari manipola le immagini di repertorio fin
quasi alla consunzione, ma da questa ricerca emergono persistenti le tracce di
una vita, quella palestinese, che si vorrebbe cancellata e rimossa sin dal
giorno della Nakba, il 15 maggio 1948. Il Museo Nazionale del Cinema ha
organizzato una retrospettiva questa primavera. Trascrivo qui la traduzione del
discorso che Kamal Aljafari ha tenuto al cinema Massimo di Torino il 23 aprile,
stimolato dalle domande di Carlo Chatrian e Grazia Paganelli. (francesco
migliaccio)
* * *
Sono nato a Ramla e sono cresciuto a Jaffa, il posto da cui viene mia madre. Ho
realizzato il mio primo film nel 2006, The Roof, e il film era dedicato al
tornare indietro. Stavo studiando all’accademia di Colonia e ho fatto il mio
primo film sul tornare indietro al primo luogo, al luogo originario. Questa
tendenza a tornare indietro riguardava i due luoghi dove sono nato e dove sono
cresciuto e ho trascorso la mia infanzia. E questi due luoghi sono Ramla e
Jaffa. Queste due città sono oggi parte di Israele, sono diventate Israele nel
1948 con l’occupazione della costa e dopo il 1948 solo una piccola minoranza di
palestinesi può vivere lì. La maggioranza dei palestinesi si è dispersa altrove,
ha abbandonato le città, ma fino al 1948 Jaffa era la più importante città
portuale in Palestina, la più importante città da un punto di vista culturale ed
economico. Prima del 1948 abitavano a Jaffa cento ventimila palestinesi e dopo
solo duemila sono rimasti. Fu davvero la fine di una società, di quella società
che abitava la città. È stato puramente per caso che sono nato in Palestina,
perché i miei nonni, quando scappavano dalla guerra, erano già su una nave che
andava a Beirut nel 1948 e c’era una tempesta in mare e il capitano del vascello
disse: «È meglio se torniamo indietro, perché possiamo morire in mare: morire
per morire, meglio morire nel nostro paese». Tornarono indietro e si nascosero
nella zona del porto per due settimane e poi l’esercito decise di permettere a
questi palestinesi di restare lì, ma erano tutti costretti a vivere in un solo
quartiere che praticamente divenne una sorta di ghetto.
Lo stesso accadde in una città, Ramla, molto importante da un punto di vista
geografico perché si trovava sulla via che connetteva Gerusalemme a Jaffa. Nel
1948 la città fu occupata, molti fuggirono e solo una piccola minoranza rimase
fra cui i miei nonni dalla parte di mio padre. Lo stesso accadde a loro: furono
costretti a vivere in un quartiere che è proprio chiamato “il Ghetto”. Ancora
oggi quando torno a visitare la mia famiglia a Ramla e prendo un taxi, cerco di
evitare questo nome perché trovo sia veramente terribile. Inizio a spiegare
l’indirizzo, descrivo il luogo, e la risposta è: «Ah, certo: il Ghetto. Tu
intendi: il Ghetto!». È qualcosa che veramente… Ho vissuto per anni in Germania
e avevo una consapevolezza del tutto differente su questo termine, sul suo
significato e sul suo uso, e mi colpiva il fatto che venisse importato e
adattato al contesto della Palestina.
Ho realizzato che una persona può esprimere tutto a partire dal movimento di
ritorno verso il luogo da cui è partito, oppure a partire dalla permanenza in un
luogo. Forse conoscete lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz che ha scritto
innumerevoli romanzi a partire dal singolo quartiere dove viveva. Mahfuz era
solito dire che tutto quello che devi fare per scrivere dell’intera umanità è
stare in un unico luogo. Credo che stare in un luogo o tornare indietro in un
luogo per realizzare i film dipenda a volte da una scelta deliberata, altre
volte non posso farne a meno come in A Fidai Film dove ho lavorato su materiali
di archivio ritrovati e che provengono anche da Jaffa e Ramla.
Recollection è l’inizio del mio lavoro con i materiali di archivio ritrovati,
materiali d’archivio già esistenti. La realizzazione di Recollection è legata al
ritorno in luoghi che di fatto non esistono più nella realtà. Jaffa è stata via
via distrutta e poi mangiata da Tel Aviv. Ma negli anni Sessanta molti film
israeliani erano girati a Jaffa e negli anni Ottanta era lo stesso per molti
film americani. Ricordo che quando ero bambino un giorno tornavo da scuola e
andavo alla casa dei miei nonni. C’era un gruppo di bambini riunito e la strada
era piena di immagini di Khomeini e di svariati slogan libanesi perché proprio a
Jaffa stavano girando un film sulla guerra civile in Libano. Rimasi con i
bambini lì e stavo aspettando che le scene venissero girate. Vidi un furgoncino
bianco, un Volkswagen bianco. Nel furgoncino c’erano due uomini e uno di loro
era Chuck Norris che è morto pochi giorni fa. Quando ero bambino vidi Chuck
Norris dal vivo mentre girava questo film, Delta Force One. E Delta Force
One era un film girato a Jaffa, ma nel film Jaffa era Beirut durante la guerra
civile.
Era un tipico film di azione americano sui terroristi che dirottano un aereo e
lo portano a Beirut, ma Chuck Norris arriva a liberare gli ostaggi. Io stavo lì
e iniziarono a girare e vidi Chuck Norris con la mitragliatrice che sparava
ovunque dal veicolo in movimento con la portiera aperta. Da bambino, come tutti
i bambini, ero eccitato a vedere questa scena e non potevo capire il senso
dietro questo tipo di film, non potevo capire il modo in cui stavano usando la
città. Molti anni dopo nel 2010 ero invitato a proiettare un film a Londra e mi
trovavo in un hotel e nella stanza c’era un messaggio di benvenuto sul
televisore e diceva: “Welcome mister Kamal Aljafari”, poi cambiai canale e andai
a farmi una doccia, uscii dalla doccia e vidi quella esatta scena trasmessa dal
televisore. Era veramente incredibile: non avevo mai visto quel film, ma potevo
riconoscere quella scena, così mi sedetti e vidi il film per la prima volta.
Guardavo il film – lasciamo perdere che questi film sono orrendi – e potevo
vedere sullo sfondo molti luoghi che non esistono più perché sono stati
distrutti.
Aspettavo solo che gli attori lasciassero l’inquadratura ma il film era
americano, il che significa che l’inquadratura non è mai lasciata vuota. Così
quando sono tornato a casa ho ordinato il DVD del film e ho iniziato a vedere i
film girati a Jaffa perché volevo fare un film sui luoghi che appaiono sullo
sfondo. Ma vorrei fare ancora un riferimento a Delta Force One: è un film
veramente brutto per il modo in cui sono rappresentate le persone, ad esempio i
terroristi erano interpretati da ebrei mizrahi [ebrei originari di paesi arabi]
e non da palestinesi e parlavano un arabo davvero strano, un arabo che in certi
passaggi non aveva alcun senso. E nella scena finale Chuck Norris arriva con
questa Delta Force armata e attaccano il luogo dove gli ostaggi erano
trattenuti. Questo luogo era una vecchia scuola vuota che la municipalità di Tel
Aviv aveva concesso alla produzione. E nella scena finale l’edificio è fatto
esplodere e l’esplosione è girata in presa diretta. Quindi alla fine della scena
questa vecchia scuola non esisteva più. Allora era lo stesso cinema a produrre
una violenza cinematografica e al contempo a partecipare alla distruzione
materiale del luogo.
Recollection è stata la prima volta in cui ho iniziato a lavorare con il
materiale di archivio. Con Recollection ho lavorato con i film di finzione e
ironicamente erano film di finzione israeliani. E perché erano girati a Jaffa e
non a Tel Aviv? Perché Jaffa era una vecchia città e girare in una vecchia città
fa una differenza narrativa enorme perché tu hai un luogo carico di storia. Se
invece giri a Tel Aviv, dai l’impressione di essere in una città nuova e mostri
che tu sei nuovo in questo luogo. Jaffa è una vecchia città, è davvero
fotogenica con tante architetture antiche, ed era importante per le produzioni
israeliane reclamare una narrazione carica di storia. E questi film escludono i
palestinesi come se non esistessero, in fondo i palestinesi sono rimossi e
sradicati per due volte: prima nella realtà e poi nei film di finzione che erano
girati lì. Non appaiono e dunque non esistono.
Quando ho iniziato a raccogliere immagini la mia idea originaria era di fare un
film sulla città di Jaffa, ma poi, e questo veramente mi ha sorpreso, ho
iniziato a notare le persone che stavano sullo sfondo: passanti, figure che
guardavano fuori dalla finestra. In un film ho addirittura ritrovato mio zio che
passava. Allora ho rimosso tutti gli attori per vedere i luoghi e ho scoperto
questi personaggi che passavano e non erano comparse: erano palestinesi che
contrabbandavano sé stessi dentro l’immagine. Questo è diventato il tema più
importante: trovare i fantasmi che davvero esistevano sullo sfondo, ma a cui
nessuno dedicava attenzione. Sembrava che stessero aspettando me: erano lì e io
dovevo scoprirli.
L’idea di impegnarmi in un film che lavorasse su archivi di immagini già
esistenti mi ha portato a manipolare le immagini. Gli interventi
di Recollection servono a esprimere me stesso, mi servono a trasformare
l’archivio ritrovato in qualcosa di nuovo, in una nuova immagine. Non è un modo
per cercare di essere oggettivo, perché non credo nell’oggettività nel cinema o
nell’arte in generale. È un’operazione totalmente soggettiva: quando iniziamo a
realizzare un film, ad avvicinare un tema, emerge il punto di vista del regista.
E questa soggettività è un aspetto importante e in molte occasioni mi prendo la
totale libertà di intervenire. Ad esempio in A Fidai Film metto maschere di
colore su parti d’immagine, uso il colore rosso per coprire le frasi di
propaganda impresse sulla pellicola dagli israeliani. Queste frasi in ebraico
erano state aggiunte per descrivere le immagini saccheggiate nel 1982
dall’archivio audiovisivo palestinese che era conservato a Beirut.
Molte persone lavorano con gli archivi e ci sono diverse tradizioni: alcuni
approcci sono molto artistici, come Pelešjan, o penso alla coppia italiana
Gianikian e Ricci Lucchi. Ma li ho scoperti in un secondo momento. Il mio lavoro
era in molti modi legato all’esperienza e alla mia provenienza, alle esperienze
che abbiamo attraversato come popolo. La rielaborazione delle immagini in A
Fidai Film riguarda le poche tracce che ho trovato appartenenti ai materiali
razziati dall’esercito israeliano nel 1982. Quelle immagini si trovavano in un
istituto di ricerca palestinese che conteneva un grande archivio con immagini,
vecchie mappe, libri – tutti materiali rubati dall’esercito. La limitazione in
un certo senso ha permesso il mio intervento e mi ha aiutato a trovare una via
per esprimere me stesso. Trovo sempre la limitazione veramente affascinante:
quando hai pochi materiali, sei spinto a una maggiore creatività. Ma le
manipolazioni non mi aiutavano solo a esprimere me stesso, ma anche a creare una
nuova immagine. Gli archivi – come recita un capitolo del film – sono la
macchina da presa del diseredato o di chi ha perso tutto. Raccogli tutto quello
che è disponibile e lavori con questo, lavori con questa limitazione.
In generale l’idea di salvare non mi è vicina, non credo che il cinema possa
salvare qualcuno o qualcosa. Tutto quello che posso fare è esprimere me stesso,
condividere i miei sentimenti e le mie idee con le persone. Certo è romantico
credere che possiamo salvare i luoghi o le persone prendendone l’immagine. Fare
film mi dà soddisfazione perché grazie a questo possiamo continuare a esistere,
a sognare, anche se è un’illusione. Ma non credo che fare film o foto possa
salvare alcunché, i film sono proiettati nei cinema ma allo stesso tempo il
paese continua a essere distrutto, i crimini continuano a essere commessi. È
questa la situazione in cui siamo, anche se vorrei che il cinema potesse
cambiare la realtà. Certo, desidero che la vita che non esiste più possa tornare
a esistere e questo è il caso di With Hasan in Gaza che è realizzato con riprese
fatte da me nel 2001 a Gaza. Ora molti dei luoghi che si vedono non esistono più
e anche le persone sono state uccise, o sono disperse, ferite: tutti sono stati
toccati. Possiamo riprendere ciò che scomparirà perché grazie a questo gesto ci
garantiamo un’esistenza, possiamo continuare a sperare e a sognare, ed è tutto
quello che possiamo fare.
Mi piace molto lavorare con l’astrazione, un’astrazione che riguarda tanto le
immagini quanto i suoni. Attraverso l’astrazione puoi raggiungere l’universalità
e credo davvero che la condizione palestinese sia infine una condizione umana,
una condizione dell’umanità. Con il suono è possibile realizzare qualcosa che
non necessita traduzione, perché le emozioni espresse dal suono possono
raggiungere le persone e non importa quale lingua parlino o a quale nazionalità
appartengano: il suono è suono. Ad esempio in A Fidai Film c’è una sequenza di
repertorio che ho trovato dove un bambino palestinese cammina in un campo
profughi in Libano, un campo dell’UNRWA. E questo film era stato realizzato
dall’UNRWA perché giravano film sui rifugiati negli anni Sessanta e Settanta.
Quando l’ho trovato non aveva suono, così ho creato il suono e l’ho aggiunto
sull’immagine del bambino che cammina nel fango: non un suono sincronizzato, è
un suono fuori sincrono. Lavoro molto con il suono non sincronizzato perché
questo in qualche modo facilita l’immaginazione e permette una maggiore
partecipazione. Così si trasforma la scena del bambino che cammina nel fango:
quando aggiungi il suono, diventa emozionante.
Sono stato davvero fortunato perché ho lavorato con due artisti del suono. Ho
iniziato a lavorare con loro sei anni fa: uno è Attila Faravelli di Milano e ha
realizzato molti suoni per A Fidai Film e With Hasan in Gaza; il secondo è un
musicista, Simon Fisher Turner. Lavorare con entrambi è stato un vero
arricchimento per i miei ultimi film perché ho potuto lavorare con persone a cui
non era necessario dicessi con le parole che cosa cercavo. Abbiamo raggiunto la
condizione in cui io non ho la necessità di spiegare me stesso: hanno creato i
suoni di cui il film aveva bisogno. Un esempio riguarda With Hasan in Gaza:
Simon ha visto il girato e ha iniziato a inviarmi davvero tanti file, ho un
archivio enorme con le sue registrazioni e alcune duravano anche tre ore e mi
diceva di ascoltare tutto perché a un certo punto c’era una variazione, una
trasformazione, ma non mi diceva quando. Un giorno mi ha mandato la
registrazione di un allarme, un allarme simile a quello che senti quando non
metti la cintura in auto. Il film aveva molte scene con le auto e mi sono
ricordato che avevo questo suono in mente, ma non gliel’ho detto. Quando tornavo
a casa e visitavo la mia famiglia, mio padre era già abbastanza vecchio e la
sera andava al bar a incontrare i suoi amici. Il bar non era molto lontano da
casa, ma lui prendeva l’auto e io andavo con lui e non metteva mai la cintura e
io stavo sempre con lui sentendo questo suono. Simon ha colto questo suono, lo
ha manipolato e l’ha usato molto nel film, ma io non avevo comunicato con lui a
proposito di questo. Comunichiamo su un livello che è al di là della
spiegazione: sono coincidenze che non sono coincidenze.
Quando ho iniziato a lavorare per Recollection, ho pensato che accadeva qualcosa
di irripetibile. Quando studi per diventare regista non pensi di realizzare film
con materiali di repertorio: vuoi girare tu stesso quei film. Nessuno parte con
l’idea di realizzare film con materiali già esistenti. Allora ho pensato
che Recollection fosse un’esperienza unica, ma dopo sono andato a trovare la mia
famiglia ed è stata l’occasione per poi realizzare An Unusual Summer. E mia
sorella, che è avvocata, mi prendeva in giro perché ci metto molto a realizzare
un film e mi ha detto: «Forse dovresti vedere le videocassette che ho trovato.
Potresti fare un film con quelle». Quali videocassette? Allora mi ha raccontato
una storia su mio padre, che allora era già morto. Lei ha trovato questi nastri
perché quando era vivo qualcuno aveva rotto i vetri della sua auto e nostro
padre voleva sapere chi era stato in quartiere a farlo e aveva filmato per un
mese, senza sosta. Iniziai a guardare questi materiali e per me erano
incredibili: in un mese chiunque viveva nel quartiere appariva
nell’inquadratura, anche la mia famiglia appariva fra la casa e l’auto. Conosco
la maggior parte di queste persone e certo ho una connessione intima con loro,
emozionale. Nel film ci sono le due sorelle che camminano assieme e sin da
bambino non ho mai visto queste due sorelle separate. Quando camminavano in
strada, camminavano assieme. Da bambino vedevo un vicino sempre in bicicletta e
di nuovo nel film appare con la sua bicicletta. Molti aspetti non potrebbero
essere notati se non appartenessi a quel luogo, se non conoscessi quelle persone
e la loro biografia, ma allo stesso tempo per me c’è qualcosa di universale.
Infatti se metti una videocamera così, in quasi in ogni luogo del mondo troverai
questi personaggi. E questo è particolarmente impressionante con la camera di
videosorveglianza perché questa videocamera ha una pazienza infinita che nessun
regista può avere. Nessun regista si metterebbe alla finestra per filmare il
mondo per ventiquattro ore senza fermarsi. Il film è strutturato su alcuni
appunti che scrissi e uno dice: “Nella videocamera di mio padre chiunque ha
l’occasione di esistere”. Perché quando fai un film devi selezionare, devi fare
un casting per gli attori, ma la camera di videosorveglianza non seleziona:
registra chiunque, chiunque per lei può essere un criminale.
With Hasan in Gaza è stata davvero una sorpresa per me perché davvero ho
scoperto il materiale solo nell’ultimo anno. Stavo cercando un vecchio disco
rigido e mi sono imbattuto in una cassetta Mini Dv con un titolo scritto in
arabo: “With Hasan in Gaza”. Non avevo idea di che cosa fosse e sono andato in
un laboratorio che aveva modo di riprodurre la cassetta e ho visto immagini di
repertorio di Gaza e ancora non sapevo di che cosa si trattasse finché non ho
sentito la mia voce. Poco dopo c’è una scena dove appaio. Sono tornato a casa
alla ricerca di più cassette perché ho capito che dovevano essercene altre e ne
ho trovate altre due senza titoli. Così ho capito perché alle scuole di cinema
dicevano che bisogna sempre scrivere sulle cassette. Questi materiali erano
stati girati nel 2001 a Gaza e il loro ritrovamento avvenne nel momento in cui
mi stavo chiedendo, combattendo con me stesso, che tipo di film o di arte si può
fare di fronte a questa distruzione di massa, a questo omicidio di massa. Come
agire? E non volevo fare un film mostrando persone uccise, persone che passano
attraverso eventi orribili. Non volevo mostrare di nuovo tutto ciò, ho pensato
che non volevo ripetere tutto l’orrore. In un certo senso fare cinema con i
materiali recenti di Gaza avrebbe urtato la dignità delle persone coinvolte,
perché il cinema ha bisogno di tempo, ha bisogno di una giusta distanza che ti
permette di impiegare materiali di repertorio che registrino qualcosa che cambia
a fondo la vita delle persone o che distrugge quelle stesse vite. Nello stesso
periodo in cui mi dibattevo in queste domande ho trovato i materiali di Gaza del
2001 e ritrovarli era la risposta naturale ai miei dilemmi. Era davvero come
scoprire segni di vita catturati dalla videocamera ed era anche la prova che la
distruzione non ha mai successo: ci sono sempre delle tracce.
(disegno di simone massi)
Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale
partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle
grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un
amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze
costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli
artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la
violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli
sfrattati degli scorsi decenni. Sempre il solito mio discorso: Barcellona città
morta (come nel documentario omonimo), promessa al diavolo dall’alto della
montagna del Tibidabo, che significa proprio “te la darò”. Lo ripeto stancamente
al malcapitato mentre entriamo in plaça de les Glòries Catalanes, porta
dell’antico quartiere industriale di Poblenou, oggi trasformato nel “distretto
della tecnologia e dell’innovazione” grazie al cambio di destinazione d’uso di
duecento ettari di città nei primi anni Duemila. La brutalità della spianata di
cemento, le nuove architetture da rivista patinata del museo del design, la
copertura scintillante del nuovo mercato sono stemperate da un nuovo parco,
meraviglioso e accessibile, dalle aiuole rigogliose, dai bambù e dai cactus che
sorgono dalla torba che interrompe la pavimentazione di pietra.
Cerco di descrivergli cosa ci fosse prima, come se i relitti industriali fossero
le vere glorie catalane del nome della piazza – un nome sarcastico, giacché la
storia della Catalogna è soprattutto una storia di sconfitte: dal 1714 al 1939,
fino al 2017. Ma il mio ricordo è avvolto nella nebbia. Alzo gli occhi
all’enorme Torre Glòries di Jean Nouvel, il grattacielo più alto di Barcellona,
la cui forma fallica si erge imponente contro il cielo, inaugurando la fila di
palazzoni di vetro che costeggia la Diagonal fino al mare. L’ho vista crescere,
prima si chiamava Torre Agbar: ricordo i peruviani che giocavano a pallavolo
intorno al suo cantiere, i gitani che occupavano le fabbriche vicino, gli okupas
che manifestavano contro il progresso e contro il consenso fabbricatovi intorno.
La piazza era un enorme ovale sopraelevato in cui confluivano le tre grandi
arterie metropolitane, sotto il quale brulicava un grande mercato delle pulci.
Mentre la torre si alzava, piano dopo piano, calava l’ombra sulle antiche
fabbriche di mattoni rossi, sulle casette imbiancate demolite a mucchi. Le
scritte sui muri profetizzavano una catastrofe, il crollo di quei grandi oggetti
singolari: “Torres más altas hemos visto caer” (“Abbiamo visto cadere torri più
alte” – eravamo poco dopo l’11 settembre), o: “Un día la gran polla de la Torre
Agbar caerá en el coño de la plaça Glòries”. Oggi che la sopraelevata è stata
sotterrata, l’analogia femminile non regge più. Quella maschile è più erta che
mai.
Il progetto del distretto dell’innovazione aveva avuto sempre andamenti
altalenanti. Le imprese tech trovavano Barcellona più adatta a congressi
sporadici per pippare cocaina nelle discoteche del litorale che ad aprirvi una
sede. Quando arrivò la “sindaca ribelle” Colau, l’intero progetto di
trasformazione urbana rimase in piedi, ma cambiò il discorso: alla retorica
progressista dell’innovazione si sommò quella della “sostenibilità”, e la
gentrificazione divenne “green gentrification”, molto più insidiosa. Nel 2018
Facebook annunciò che avrebbe affittato dieci piani della Torre Glòries per
farne un bastione della lotta alla disinformazione e alle fake news, in realtà
un centro di moderazione di contenuti. Colau annunciò l’accordo come prova del
successo nell’attrarre le imprese tecnologiche anche sotto la sua
amministrazione, anche perché le loro tasse avrebbero permesso di investire
nello spazio pubblico. Ma era la seconda giunta dei “Comuns”, quando il
potenziale trasformativo degli anni degli indignados era sfumato.
L’amministrazione si fece imbrogliare dalla promessa di un milione di euro della
Coppa America, spendendone quattro e mezzo per preparare il porto; anche il
greenwashing di progetti speculativi – come i mille appartamenti di lusso a Bon
Pastor, presentati come un ecodistretto contro l’emergenza climatica – riusciva
sempre meno bene.
Oggi intorno alla Torre non ci sono più né gli okupas che protestano, né i
gitani nelle fabbriche – e io non ho visto neanche i peruviani che giocavano a
pallavolo. I prezzi delle case sono impazziti, le case in affitto sono più
introvabili che a New York, e per strada si sente più inglese che catalano. C’è
un parco dedicato all’attivista indigena Berta Cáceres, ma lo frequentano
soprattutto tech boys e nomadi digitali nordeuropei che fanno jogging. Gli
indios de Barcelona, catalani e non, sono emigrati nell’entroterra, nonostante
lo stato preoccupante dei trasporti. L’oscurità calata su quel deserto chiamato
distretto tecnologico però non è solo la sostituzione della popolazione operaia
con gli expat dalla pelle più chiara. C’è qualcosa di più cupo, dentro i nuovi
grattacieli di Poblenou. Già qualche anno dopo l’apertura del centro moderazione
di Meta sui giornali si iniziò a parlare del malessere dei seicento dipendenti,
che però avevano firmato accordi aggressivi di “non disclosure” con l’azienda
subcontrattata (Barcelona Digital Services, poi Telus Digital). Nel 2023 una web
aveva lanciato l’allarme sullo stress post-traumatico nella Torre, chiamandolo
addirittura “Sindrome Torre Glòries”. Per chi ci lavorava, quel luogo era
Mordor: la reggia tetra di un oscuro sire chiamato Mark Zuckerberg. Un anello
per ghermirli e nel buio incatenarli.
Questa primavera, dopo la chiusura dell’azienda e il licenziamento di tutti i
lavoratori, uno di loro ha violato il patto del silenzio con Meta, rivelando
l’oscurità dell’abisso tecnologico. In una fanzine gratuita pubblicata da un
collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano –, l’ex
moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor.
Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si
chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un
cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e
giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di
video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il
flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in
diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni
“gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo
sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato
incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che
si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha
invaso la città post-industriale.
Perché gli operai e le operaie che “puliscono quotidianamente la merda secondo i
capricci del signorino Mark” avevano corpi e vite, fuori dalla Torre. I video
visionati tornavano nei loro sogni, o durante le conversazioni con le amiche, o
al bar, come crisi di pianto, o dolori inspiegabili che non riuscivano neanche a
ricondurre allo stress post-traumatico. L’azienda minimizzava: “Immaginate di
star vedendo un film dell’orrore”, consigliava il dipartimento di wellness,
fomentando lo scollamento tra realtà e rappresentazione che regge l’intero
impero digitale. Quando Horacio e i suoi colleghi protestarono perché un video
di violenze pedofile indicibili continuava a tornare online nonostante le loro
segnalazioni, i dirigenti li rimproverano: “Fate troppo rumore!”. Un impiegato
traumatizzato a un certo punto prende a capocciate l’ascensore, mentre aspetta
lo sblocco del sistema digitale; viene subito licenziato per “poco
autocontrollo”. Horacio dice che il problema “era proprio il contrario: ci
stavamo controllando troppo”.
La fanzine riporta estratti delle interviste a molti dipendenti per ricostruire
l’orrore che Meta aveva infilato nelle loro vite. Un lavoratore colombiano si
era suicidato, distrutto dalle immagini che aveva dovuto visionare. Quasi
nessuno riusciva a parlare del suo lavoro. Molti avevano rotto con i partner.
Uno si ubriacava dalla fine del turno fino all’inizio del turno successivo. Una
donna rifiutava il contatto con il figlio piccolo, allo stesso tempo era
terrorizzata per lui. La sequenza di stupri, pedofilia e violenze impresse nelle
loro menti, la coscienza del fatto che non erano un film, non poteva lasciare
indifferenti dei corpi umani. E poi c’erano i manuali su cosa tecnicamente
andava considerato un cadavere; i protocolli per fare eccezione ai contenuti
nazisti se provenivano dall’Ucraina; la sensazione che tutto quell’orrore non
venisse mai realmente cancellato, solo tolto dalla circolazione e immagazzinato
altrove, per essere poi usato chissà come. Gli stessi dati delle lavoratrici e
dei lavoratori, i loro registri, commenti, scambi di opinioni sul lavoro, sono
sicuramente custoditi da qualche parte, anche dopo la chiusura, pronti ad essere
utilizzati per estrarne nuovi profitti. “In internet tutto è eterno”, scrive
Horacio. Solo qualche settimana dopo la fanzine è uscita la notizia che Meta usa
i dati dei lavoratori per addestrare l’AI che li licenzierà.
All’improvviso, lo scorso aprile, l’impresa ha chiuso. Era il giorno in cui
Trump annunciò i dazi a mezzo pianeta, il cosiddetto Liberation day. I
lavoratori hanno avuto pochi minuti per riprendere le loro cose dagli
armadietti, alcuni non sono neanche riusciti a farlo. Già da qualche mese erano
in cassa integrazione per presunti “problemi finanziari” dell’azienda (problemi
finanziari, Facebook?). Lo stato spagnolo aveva dovuto pagare prima un
expediente temporal de regulación de empresa – una misura pensata per il
Covid-19, ma molti anni dopo la pandemia; e poi un expediente definitivo, tutti
soldi dei contribuenti per coprire i presunti problemi finanziari di Zuckerberg.
Nessuno credeva che il governo socialista avrebbe accettato; e invece ha
accettato. Poi il sistema sanitario pubblico catalano ha dovuto curare, o almeno
provare a curare, le centinaia di persone lasciate da sole con i loro incubi.
Fortunatamente quattrocento ex dipendenti hanno intentato una causa all’azienda
per danni psicologici: “Ride bene chi ride ultimo” è la frase che conclude la
fanzine.
La questione non è certo idealizzare il passato industriale. Le fabbriche di
Poblenou erano già chiuse a fine anni Novanta, alcune occupate da punk o gitani,
altre diventate locali notturni mitologici come il Razzmatazz. Ma per tante
persone il quartiere era uno spazio familiare, o un luogo di lavoro, ancora nei
primi anni Duemila. C’erano vicoli pieni di case dove ora ci sono le sedi delle
mega-multinazionali informatiche. Nei laboratori industriali di Can Ricart, dove
ora c’è il Parc Central di Jean Nouvel, c’erano tornitori che producevano
componenti metalliche per la Seat; altri che avevano lavorato alle
macrostrutture delle Olimpiadi del 1992; c’era anche un grande laboratorio di
candele artigianali con quaranta dipendenti, che chiuse per sempre con la
riqualificazione tecnologica. Il comune le considerava “imprese rumorose e
inquinanti”, e ne promosse la chiusura o la delocalizzazione. Le aziende di oggi
sono sicuramente più silenziose, ma infinitamente più inquinanti. Oltre a Meta e
ai suoi abissi di perversione, a Poblenou c’è la sede di Indra, una delle
imprese militari più importanti della Spagna; ci sono Unmanned Life e Dronelab,
che producono droni; non è lontano anche Airbus Intelligence, partner di guerra
di Israele e di Palantir. Siamo molto oltre la gentrificazione. Per quanto siano
belli i parchi e le piazze, per quanto gli architetti apprezzino i nuovi
edifici, la città è stata consegnata a un’ombra, i cui danni non sono neanche
più esternalizzati altrove. (stefano portelli)