(disegno di renaud eymony)
Durerà quel che durerà, come da più di dieci anni a questa parte, ma quanto ci
saremo divertiti nel frattempo: a vedere il panico del governo, lo scandalo dei
razzisti, il terrore della borghesia.
Beviamo le loro lacrime, ma non dimentichiamo niente: un ragazzino di sedici
anni ha perso un occhio dopo aver ricevuto una flash-ball in faccia, uno di
quattordici ha la mascella ridotta in poltiglia dopo che dei poliziotti gli
hanno sparato un lacrimogeno addosso a bruciapelo. In un video si vede un
poliziotto in borghese mentre cerca di mettere la testa di un ragazzo nell’acqua
di un ruscello, per fargli paura (poi è risalito, e se le è prese di santa
ragione, suscitando lo scandalo dei media); un altro ancora mostra un ragazzo
minuto, accovacciato a terra tra quattro energumeni (poliziotti, pardon), col
braccio gonfio, piange, dice che gliel’hanno rotto, e quelli ridono, gli
storcono il braccio ancora di più, uno di loro dice che ne ha già mutilati agli
occhi almeno quattro.
‘Sti ragazzini sono forti, non c’è che dire. Ultra-politicizzati, ben coscienti
del razzismo che subiscono, delle violenze della polizia, delle discriminazioni
che li dannano ancor prima che raggiungano la maggiore età. Hanno una padronanza
dei media avanzatissima, un discorso ben costruito da servire ai giornalisti
come me che accorrono davanti al loro liceo quando brucia la spazzatura. Io
sono, d’altronde, un bersaglio facile. Passati i trentacinque anni non posso che
sembrargli vecchio e loro mi stordiscono con le storie di aule fatiscenti e
insegnanti che mancano, ma lo senti subito che la realtà è un’altra: sono
incazzati neri col mondo, e a ben donde.
Loro hanno un lemma ormai generazionale per definire tutto ciò che alimenta la
loro giusta collera: «la France à Macron», la Francia di Macron, o meglio, più
esattamente: “la Francia a immagine e somiglianza di Macron”, ovvero la
Francia-Macron. Una Francia ultra-liberista, in crisi di bilancio nera, pronta a
farla pagare a tutti meno che ai ricchi e ai padroni, desiderosa di vendere lo
stato (sociale ma non solo) al primo offerente, tranne per quanto riguarda gli
apparati della repressione. La Francia-Macron infatti si regge su due gambe,
entrambe purulente: i desideri dei padroni e la violenza della polizia.
In dieci anni la polizia di Macron ha mutilato e ucciso decine e decine di
persone, ne ha arrestate decine di migliaia di altre, dai gilet gialli ai
movimenti contro le pensioni. Ma soprattutto, ha fatto un decennio di guerra ai
giovani, in particolar modo quelli delle classi popolari.
È come parte di questa guerra che va inteso l’omicidio di Nahel Merzouk,
diciassette anni, nel giugno 2023. Le rivolte seguite alla sua morte sono state
affrontate sul piano militare dalla macronie, letteralmente: carri armati, teste
di cuoio, armi non convenzionali, coprifuoco, assedi. E prigionieri: migliaia di
arresti, condanne, fedine penali sporcate per punire e intimidire, ben sapendo
che, se vieni dal basso, una fedina penale sporca significa non poter più
lavorare.
È in questa guerra contro i giovani che Macron ha istituito la terrificante
piattaforma Parcoursup, che decide lei dove potrai andare a studiare, se hai la
fortuna di passare la selezione, amplificando com’è ovvio che sia le
diseguaglianze. È in questa guerra che ha ridotto i sussidi giovanili, tagliato
i servizi, i fondi di scuola e università, precarizzato gli insegnanti,
aumentato le rette universitarie.
Anche in questo caso, la macronie ha reagito come ha sempre fatto quando si è
trovata davanti alla ribellione dei giovani: militarizzando il conflitto.
Davanti a quella che sembrava inizialmente una normale maretta studentesca, il
governo ha spedito migliaia di energumeni armati di tutto punto con la consegna
precisa di usare la mano pesante, costi quel che costi.
Un’evidente recipe for a disaster: la maretta si è fatta tempesta e presto
tsunami. Ora, persino i sindacati hanno deciso di unirsi agli studenti, un fatto
senza precedenti nella storia sociale francese. La Cgt, Solidaires e tutti gli
altri, persino la Cfdt (tipo la Cisl) hanno annunciato che sciopereranno e
saranno in piazza il 6 ottobre, a fianco agli studenti e nella data scelta da
questi ultimi, per proteggerli e denunciare all’unisono la violenza della
polizia.
C’è la finanziaria da approvare, poi le elezioni ad aprile. Non hanno una
maggioranza in parlamento e come faranno? Chissà, forse ancora una volta si
appoggeranno ai voti del Rassemblement National, loro – i macronisti – che
avevano promesso dieci anni fa che, ora che erano giunti al potere, la gente
avrebbe smesso di «votare per gli estremi».
Sarebbe coerente: a parte La France Insoumise e qualche altro pezzo di gauche,
nessun partito ha espresso solidarietà con i giovani ribelli. Mi ha detto un
amico, prof in un liceo di banlieue: siccome questi ragazzi sono prevalentemente
razzializzati e/o dei quartieri popolari, gli si nega persino il “diritto” di
essere bambini. Per definizione sono animali, pericolosi, classes dangereuses. E
quindi è legittimo mazzuolarli, mutilarli, sbatterli in galera: a poco vale la
loro età anagrafica, cioè il fatto che l’85% degli arrestati siano minori, come
comunicato dalla prefettura di Parigi per quanto riguarda gli arrestati nella
regione della capitale.
È qui che si opera la vera, reale, concreta fusione tra macronismo e lepenismo,
che poi appare sempre più come un passaggio di testimone. In questo razzismo e
classismo senza imbarazzi, anzi fiero della propria crudeltà, che fa dell’uso
della nuda violenza una strategia di governo. Questo rapprochement non a caso è
dapprima emerso durante le rivolte per Nahel, quando tutti (a parte La France
Insoumise) invocavano “l’ordine repubblicano”, che poi assomigliava parecchio a
un ordine mortifero. Anche oggi s’invoca il ritorno alla calma, ma quello che
vogliono, in realtà, sono la morte e il silenzio.
Hanno spaccato teste e occhi, gambe e braccia, hanno fatto la frittata. Che se
la mangino. Con l’augurio che gli vada di traverso una volta per tutte. (filippo
ortona)
Tag - mondo
(disegno di guerrilla spam)
Da: officinaprimomaggio.eu
In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un
parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland)
nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici
del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si
chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila
follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider,
laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del
partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di
origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto
tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?”
Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a
Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di
estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a
Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce
lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con
loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU.
Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene,
grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte
ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non
posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen)
si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo
di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert
Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione
all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che
abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti
dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche
anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume.
Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70
anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una
piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni
con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi
fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR,
nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la
Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia.
Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera
diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la
votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le
regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con
capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con
capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono
particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa
d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese
fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della
forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne
vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone
prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la
globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e
lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone
incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei
colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta
verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD
che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati,
più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono
andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al
governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in
Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in
quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno
opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania
ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo
indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò
malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non
conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion
d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali
tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! –
persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma
persistono.
Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione
impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi
anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte
flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in
Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel
godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso
una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche
questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi
fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della
forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione.
In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello
dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti
degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione).
Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche
sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso
vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta.
Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione
alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della
classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù
iperprecarizzata.
Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone
sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male
economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico,
come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in
difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a
Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e
del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e
all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità
diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc.
L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali,
fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali
dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto,
così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”.
Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei
giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E
non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato,
avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di
sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano
queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive
positive”.
Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali.
Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con
posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le
cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti
sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività
delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come
l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non
c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima
membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della
Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni
soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto
il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi;
colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono
bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco
sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel
ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza
comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue
Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare
i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è
un neonazi, secondo me.
Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il
discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra
europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del
nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la
trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova
destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al
quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se
noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci
chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un
granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o
di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei
rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in
Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono
andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche
più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi
contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene
chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura,
logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in
genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro,
le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a
Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il
modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in
poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono
stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del
primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di
macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria.
Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare
con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha
fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato
l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo
a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario
al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura
tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché
la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della
procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva
incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che
aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere
soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del
sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il
colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a
dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa
congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare
sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz
che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una
nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore
di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato
sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il
mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci,
inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della
responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a
Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”.
Ma di che riforme sta parlando?
“Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale
che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno
i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di
destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica
abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose
vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e
la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la
soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul
rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per
formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle
loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io,
non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR.
Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il
rischio AfD”?
Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli
che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte
uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza.
Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione
online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi
l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke
(quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo
governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il
riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz
rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È
un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer)
costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che
possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente
comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è
uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”.
Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che
combinano Merz e il suo Ministro delle finanze Lars Klingbeil.
Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare
vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi
questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità
indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di
competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz?
La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel
trattore è in panne?
Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi
predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha
portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la
loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen
prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero
fare? La stessa cosa: barcamenarsi.
Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un
rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di
fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a
vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le
nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle.
Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di
Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci,
sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il
rapporto con lo stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può
creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del
prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino
e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti
sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella
riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi
che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella
parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella
fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista
della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus
aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura
tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho
viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund,
Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva
cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano
con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia”
diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove
hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto
un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove
abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità
scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un Istituto con prestigio
internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per
infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo.
Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario
della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla
CDU.
Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR
– l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della
storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto. (sergio
bologna)
(disegno di martina di gennaro)
Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a
Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la
gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone
accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di
notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de
Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto
in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in
piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante.
Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al
microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la
forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo
permesso che succedesse tutto questo?».
Parte l’ennesimo coro: Hace falta ya / una huelga de alquileres / hace falta ya
/ una huelga general (c’è bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di
uno sciopero generale). Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della
guerra di Spagna, riadattati alla battaglia contro la grande proprietà
immobiliare, e alla solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla
difesa dal fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo –
conferisce profondità storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro
la guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados, fino ai tre anni
di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è sempre quello. Oggi, che
la grande acampada è sulla questione della casa e degli affitti, molti forse
ricordano che una delle campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a
consolidare il movimento antifascista fu proprio un grande sciopero degli
affitti. Proprio come quello di cui si sta parlando qui: una grande azione
collettiva contro la classe che estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué
viva / la lucha / de la clase obrera! si scandisce.
Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione europea per il diritto alla casa e
alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per
l’abitare da tutta Europa e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e
tavole rotonde partecipano gli organizzatori del referendum per l’esproprio di
Berlino; ci sono i sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e
dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli affitti;
ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater
Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale
ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo, l’Albania, la Polonia, e
anche alcuni argentini e statunitensi. Si parla inglese, ma il Sindicato de
Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea. Intervengono
molti militanti di base di Madrid e Barcellona, anche diverse donne diventate
attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte sono di origine migrante.
L’incontro dell’EAC era programmato per questi giorni in corrispondenza con The
District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid
tra il 22 e il 24 settembre, mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e
le tragedie connesse. Il nome di questo contro-vertice era El Barrio, il
quartiere, che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di
autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei
grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale.
Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale
degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena
poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina
e militante del sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc
Sabadell. Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco mediatica, in
una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è molto presente –
grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo stato. A quel
punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal – ottantasettenne disabile
– che ha fatto esplodere la situazione.
Non era ancora finito il District quando giornali e televisioni hanno trasmesso
le immagini di Maricarmen trascinata fuori casa in barella, con la polizia che
manganellava le persone accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che
ha deciso di portare la situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi
sfrattare con la forza perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile.
Nelle interviste che ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva
sul fatto che la sua resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma
perché altra gente imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei,
ma parte del percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con
la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era
riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi
triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati sulle città
della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo discorso, il
coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della polizia, hanno
“bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di questi anni, la
storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la destra xenofoba
– che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con l’idea della
“priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di indignazione
contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato dall’abuso della
rendita immobiliare.
La presidentessa della comunità autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore
dopo lo sfratto ha dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto
fortunata”. La destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a
minimizzare la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di
una serie di scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso,
tra cui un attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei
dall’amministrazione che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori
dicevano: “Quando abbiamo permesso che tutto questo fosse normale? Che poche
Ayuso vivano nel lusso, mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”.
Alcuni giornalisti sono andati all’uscita del District a chiedere agli
speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta.
Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A
Barcellona migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al
grido di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna altra
Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.
Così, quando è partito il corteo di sabato 26 a Puerta del Sol, nel resto dello
stato spagnolo si stavano svolgendo almeno altre sedici manifestazioni. Le reti
di contatto tra i diversi sindacati, nonostante le affiliazioni politiche
divergenti – anarchici, comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di
protesta comune. Nel frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si
dichiarava rattristato dalla situazione, incolpando l’amministrazione comunale e
regionale di Madrid, entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto
approvare un decreto per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe
di Sánchez strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è
certo l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo
che ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo
contratto indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva
fin dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti
indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato
della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si
rimpallano le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.
Alla manifestazione di sabato si calcolano almeno duecentomila persone. In una
città da tre milioni di abitanti, questo vuol dire una persona su dieci, e con
appena due giorni di preparazione. Il corteo dura tre ore e arriva alla sede del
Parlamento. La polizia si tiene ai margini, sovrastata dalla marea umana. La
città è in strada, tira fuori le chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las
llaves / de toda Madrid! Si gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza
me daría! (mi vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa,
qué pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che emergono
dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito che il
nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la stessa mattina
aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie del centro di Madrid),
ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di rendita estratta dalle vite, dai
territori e dalle case della popolazione: il rentismo. Così, se durante la
guerra civile si gridava Madrid será la tumba del fascismo, oggi si dice
anche Madrid será la tumba del rentismo.
Percorriamo il corteo cantando gli slogan con gli altri militanti dell’EAC. Una
compagna romena mi spiega le grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca,
con lo stato che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare
le comunità, espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un
militante del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent
control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la
mobilitazione storica per il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda,
oltre un secolo fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad
Atene, e sullo stato di salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero
della fame. E con le mie compagne dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma
ragioniamo sulle differenze tra i movimenti romani e quelli di Madrid, sul
rapporto tra lotta per la casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di
far crescere la battaglia sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati
sul rentismo in Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna
sotto sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha comprato
la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto
arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.
L’accampamento a Puerta del Sol richiama direttamente il 15-M, il mese
di acampada che era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì
si estese a tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento
degli Indignados c’erano solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia
fin dalla prima sera; la notte la parte centrale della piazza è già quasi piena.
La nuova mobilitazione sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici
anni fa: il sindacato ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un
enorme margine per la spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un
gazebo, organizza le attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale
con il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’
di musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del
sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente
nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della
manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che
l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di
migliaia in manifestazione.
Il giorno dopo, domenica, il numero di persone e di tende è incalcolabile; solo
il drone che volteggia sopra i palazzi di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma
non ce lo dirà. Una sindacalista mi spiega che la capienza della piazza è di
ottantamila persone; la zona coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola
dell’intera superficie. A mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola
pubblica, che di nuovo vede sfilare decine di migliaia di persone, forse
centomila. Le magliette verdi dei docenti e delle docenti si spargono per il
centro città, alcune raggiungono l’accampamento, che continua a crescere. Cinque
furgoni di polizia antisommossa entrano nella piazza, si schierano davanti al
Comune, poi se ne vanno come sono arrivati. Forse temono che la pressione della
polizia potrebbe portare ancora più gente in piazza.
Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera l’accampamento è una città autogestita,
completamente illegale, in cui si aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i
teli di plastica, percorse da migliaia di curiosi, militanti, inquiline,
turisti. C’è cibo per tutti, gratis; sono arrivate così tante donazioni che
hanno dovuto chiedere di non portare più niente. Un paio di ragazze, con le
magliette verdi dello sciopero per la scuola, si aprono un quadrato di spazio e
montano una nuova tenda. Mi vedono scrivere questo articolo al computer su una
sedia lì accanto, e mi preparano la loro tenda, con i cuscini e il tappetino,
per farmi scrivere più comodo. Passa una volontaria offrendo acqua. Una bandiera
palestinese sventola sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone
continuano a gridare, al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya /
una huelga una huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser rentista / no
es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno progresista?
Dal canto suo, il governo progressista è in seria difficoltà. Martedì dovrà
votare sul decreto che avrebbe potuto fermare lo sfratto di Maricarmen. Il
consiglio dei ministri potrebbe accettare o rifiutare la proposta del sindacato,
che prevede di restaurare i contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere
obbligatoria un’alternativa dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e,
naturalmente, di congelare il prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà
sicuramente fino a martedì, e anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove –
si sta organizzando una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione
sull’esecutivo di Sánchez. Se si votasse, questo “decreto Maricarmen”
rappresenterebbe la prima svolta davvero radicale nelle politiche abitative in
Europa, dopo quarant’anni di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della
casa. Sarebbe un precedente colossale, che toglierebbe ogni appoggio della
classe rentista al governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di
voti e finanziamenti che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente
un provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se
si arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza,
soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che ha
organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni
connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo
quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto
le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare
affitti insostenibili.
Qualunque cosa succeda, le conseguenze saranno importanti. Ma anche le
ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero essere grandi, a seconda di come
ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare questo momento di mobilitazione,
verso la fin del rentismo. Come dice la European Action Coalition, la sfida
adesso è internazionalizzare la lotta inquilina. Siccome il capitale
finanziario, i fondi immobiliari, le agenzie immobiliari, sono internazionali,
deve diventare internazionale anche il lavoro che dobbiamo fare per liberarci
del loro parassitismo. Saremo all’altezza di questa sfida? (stefano portelli)
(archivio disegni napolimonitor)
Se allora, desolato, ti fermassi,
Abbandono ovunque
Pietra e neve, aria e silenzio
Ricorda i grandi trapassati,
E onora il destino che sei,
In viaggio e tormentato,
Dialettico e bizzarro.
W. H. Auden, 1944
Da qualsiasi villaggio provenissero, gli abitanti dell’isola hanno sempre
diffidato del loro mare.
Lo guardano dalle alture dei villaggi nascosti nell’entroterra senza mancargli
di rispetto, come un nemico giusto. Quelli di Oxé, di Panaghià e Monokambi
tirano avanti lavorando sodo ma secondo i loro tempi, vivendo dei frutti della
terra alla stessa maniera dei loro avi. Pastori e contadini prima che marinai,
producono un vino che pure Omero deve aver assaggiato, un vino che d’estate va
allungato con l’acqua tanto è forte. Preferiscono la carne delle capre di cui
dispongono, al pesce pescato. Di tanto in tanto, dall’alto di quei villaggi, in
cui vivono come nascosti, gli uomini e le donne escono dalle case basse con le
finestre rivolte verso l’interno, si asciugano la fronte e si siedono a guardare
il pelago, stringendo tra le mani pane e kathoura, e un bicchiere di quel vino.
E tra loro pensano di temere più la profondità del mare che l’altezza da cui lo
guardano.
Lo straniero che arriva per la prima volta in quelle terre ha l’impressione di
approdare su un’isola quasi disabitata. Con una superficie di circa
duecentocinquanta chilometri quadrati, ha una forma stretta che ricorda l’ala di
un uccello. L’attraversa una dorsale di granito emersa dalle viscere del mare da
cui cadde l’uomo alato. La vetta più alta della montagna che taglia l’isola
arriva a mille metri, dividendola in due versanti distinti.
Verso nord la schiena è ricoperta di foreste di pini, querce, lecci e corsi
d’acqua. Verso sud, invece, la montagna crolla a picco nell’Egeo con pareti
verticali alte diverse centinaia di metri, scogliere inaccessibili, gole e
burroni. Da un lato il vento soffia calmo; dall’altro soffia forte, soprattutto
d’estate, sferzando il pelo d’acqua color cobalto. Si sente arrivare sotto forma
di ululato che attraversa le rocce, e poi come raffica che piega gli alberi,
sprigionando nell’aria il profumo del timo e della salvia pomifera, da cui si
ricava il faskòmilo, un infuso dalle proprietà benefiche.
Gli abitanti dell’isola lo chiamano semplicemente xenos. Ospitali dalla notte
dei tempi, lo guardano negli occhi e capiscono subito la differenza tra chi
approda per ritrovare se stesso o per perdersi. Non si vedono i flussi di
migranti provenienti dalla rotta balcanica come a Lesbo, ma stranieri rimasti
talmente folgorati da decidere di restare lì a vita. A poco a poco la comunità
li accoglie, a patto che lavorino e che a parlare siano i fatti.
È probabile che lo straniero sia attratto dalla fama della longevità per cui è
nota l’isola, ma con il tempo capirà che non esiste alcun elisir, e che il
segreto dei suoi abitanti sta tutto nella consapevolezza della fine e nella
predisposizione a resistere contro le avversità di una terra impervia.
Basta guardare – perché ci sono cose che si possono non conoscere, ma che si
conoscono meglio se le si vedono. E così una notte d’estate, verso i primi di
luglio, ci si può ritrovare a una festa comandata in un villaggio come Therma o
Karavostamo, sul versante est. E là si possono osservare gli abitanti
esorcizzare la fatica e i lutti dell’inverno attraverso una danza cadenzata e
ipnotica, da soli e tutti insieme, in una spirale che avvolge le anime
irredente, in cui ognuno è legato a ciascuno come in una catena, senza
gerarchie, e sembra in procinto di cadere, ma poi si rialza, e poi ricade
all’unisono, e poi ancora, i passi che calpestano la terra, senza fermarsi.
Gli abitanti si conoscono tra loro e, sebbene i villaggi siano sparsi, le
notizie corrono veloci. I rapporti sono fondati sulla forza dei legami reali,
sul principio della reciprocità, del mutuo sostegno. La ricchezza è figlia del
sacrificio e dell’emigrazione, e la vita è organizzata in comunità coese. Di
tanto in tanto scoppiano faide, ma a prevalere è uno spontaneo collettivismo
basato sulla cooperazione e sul senso di appartenenza a una terra che per
qualche mese si liberò dagli ottomani.
Lo straniero avrà l’impressione che il tempo, sull’isola, sia come un orologio
senza lancette. Le strade in certi tratti sono a strapiombo sul mare, qualche
capra pascola libera, e al bivio che sale verso Akamatra il mare è un vortice di
onde perpetue.
Tra gli abitanti dell’isola c’è Jorgos, il fornaio, che nei pomeriggi d’agosto
siede all’uscio del suo forno, assaporando quel momento di pausa con religiosa
solennità. Fuma senza fretta, beve il caffè tenendo sott’occhio il mare, l’isola
di sale e il profilo lontano di Samo e Furnoi. Dalle onde e dagli uccelli sa
dire se è tempo di saraghi o di sarde, se il vento soffierà forte, se i
pescatori di Agios Kirikos quella notte usciranno per mare. Ha i pantaloni
sporchi di farina e una maglietta lacerata dal calore dei macchinari per
lavorare il pane. Il mestiere l’ha ereditato dal padre. I baffi gli disegnano
sul volto un ghigno che tradisce il suo temperamento. Sono ben delineati e
bianchi, così come i capelli corti. Quel candore contrasta con il colore della
pelle scura. Gli occhi pure sono scuri, piccoli e attenti, a indagare un mondo
fatto di poche ma incrollabili certezze: il ciclo di produzione del pane
quotidiano, l’appartenenza alla comunità, sua nipote di tre anni che sorride di
fronte al suo sorriso imbronciato, il ritmo ricorrente delle stagioni
sull’isola, dove l’unica cosa che conta è vivere.
Uomo di poche parole, Jorgos ha il dono di trasmettere quiete a chi gli sta
accanto. Si può stare con lui in silenzio, seduti alla penombra di un pomeriggio
estivo, o si può ascoltare ciò che ha da dire quando decide di parlare con quel
suo leggero senso dell’umorismo. A ogni domanda risponde, ma sa anche il valore
esatto delle parole date. Conosce i segreti dell’isola, e chiunque, da Perdiki a
Proespera, vede in quel vecchio fornaio le virtù del màstoras, l’uomo
lavoratore, onesto e di buon cuore.
La gente con cui è cresciuto porta la salopette anche ad agosto, per lavorare la
terra e dare da mangiare agli animali. È gente abituata a sopportare la
nostalgia e a sublimare la sofferenza. Gli uomini e le donne del villaggio lo
ricordavano quando, il giorno del grande incendio nel luglio del ’93, andava
incontro alle fiamme partite da Mavrato che quasi arrivarono fino a Xilosirtis,
bruciando interi villaggi lungo le alture e uccidendo tredici persone. Con
quella gente Jorgos aveva sbarrato la strada al fuoco che avanzava.
Aveva condiviso quasi tutto con loro: la solitudine invernale, quando il mare
grosso taglia i collegamenti; le storie d’amore travagliate, quando la bellezza
è una condanna piuttosto che un dono divino, come una gabbia di specchi in cui
si è per sempre prigionieri; e poi la vita in terra straniera e le danze
arcaiche spalla a spalla, nelle feste comandate, mentre una voce canta di
emigranti che hanno trascorso anni lontano, sentendosi come uccelli erranti, e
decidono di ritornare sull’isola per amore, lasciandosi alle spalle ogni
sofferenza e facendo festa al suono dei violini.
Osservandolo, in quei pomeriggi fatti di calma e di parole misurate, avvertivi
che la libertà è forse proprio questo: una questione di riconciliazione con se
stessi e con il proprio passato. Jorgos sapeva, per averlo imparato sulla
propria pelle di isolano dell’Egeo settentrionale, che in ogni uomo, per il solo
fatto di esistere e nella misura in cui egli dipende da tutti quelli che l’hanno
preceduto, c’è qualcosa che lo supera e lo sovrasta. Un filo invisibile e
antico.
Lo straniero può concedersi un lungo momento insieme a lui, fuori all’uscio di
quel forno, ma se vuole conoscere l’anima profonda dell’isola deve mettersi in
cammino verso ovest, lungo la strada per Karkinagri, un villaggio di metanàstis,
immigrati tornati dall’America che passano il tempo a bere. Laggiù, verso le
correnti all’estremità occidentale di Capo Papas, finisce l’isola, e un faro
isolato guarda l’orizzonte aperto, tormentato dal vento da sud.
Prima, però, dovrà informare Jorgos dei suoi spostamenti. E Jorgos, sentendo il
nome di quel villaggio, aggrotterà le sopracciglia. Poi si alzerà con tutta la
calma del mondo, sentendo i suoi settantacinque anni scricchiolare nelle
giunture delle ginocchia. Senza fretta, prenderà la tazzina dal tavolino, ne
rovescerà il fondo, e prima di varcare la soglia del forno dirà quasi tra sé,
sovrappensiero: «Karkinagri…». Poi aggiungerà, senza voltarsi, rivolgendosi allo
straniero: «Che ci vai a fare laggiù? C’è una strada sterrata e interrotta da
una frana. Dovrai penare per arrivarci». (andrea bottalico)
(archivio disegni napolimonitor)
A Zagabria, piazza Josip Jelačić è un passaggio difficile da evitare: si trova
in pieno centro, vicino alla cattedrale, e da lì transitano diverse linee della
rete di tram che attraversa la capitale croata, mentre a pochi passi si tiene il
grande mercato Dolac, sia all’aperto sia al chiuso. Sabato 5 settembre però in
piazza non passa nessun tram perché i binari sono occupati da un’enorme
manifestazione i cui contorni sono difficili da delineare per chi arrivava in
città ignaro della situazione e senza parlare bene la lingua.
Il primo elemento che colpisce è la presenza massiccia delle bandiere a scacchi
rossi e bianchi dello stato croato. Basta fare qualche giro in Croazia e ci si
rende conto che questo motivo è molto diffuso sul territorio: sulle macchine,
nelle case, sui cartelloni pubblicitari, sugli abiti delle persone, nelle
vetrine dei negozi oltre che sulle sedi istituzionali. Le bandiere nazionali
sono molto frequenti in Croazia e non bastano per connotare una manifestazione.
Molte persone indossano una maglietta bianca con scritto Dosta je bilo! (Ne
abbiamo abbastanza!), ma neanche questo ci aiuta a capire meglio. Ci sono però
dei nomi che ricorrono: Lika e Gospić. La prima è una regione che si trova tra
la costa dalmata e la Bosnia, mentre la seconda è una città di circa 12 mila
abitanti della stessa zona.
«Hanno portato dei rifiuti tossici da altri paesi alla Lika, va bene che ci sia
questa manifestazione», ci dice un venditore del mercato. Le cose iniziano ad
avere un senso e capiamo anche altri cartelli: “Marcia per la Lika, marcia per
la Croazia”, “La Lika non è la discarica d’Europa”. Dallo spiazzo che sovrasta
l’area in cui si svolge la manifestazione il colpo d’occhio è notevole: i
partecipanti hanno occupato quasi tutto lo spazio disponibile e a stento si
passa a piedi da una parte all’altra della piazza. Sul palco si susseguono gli
interventi organizzati dal gruppo Gospić je naš dom (Gospić è casa nostra)
accompagnati dal suono assordante di tantissimi fischietti. La polizia è poca,
quasi non si nota.
Vediamo un ragazzo che regge il cartello “La natura non può essere un danno
collaterale” e gli chiediamo qualche informazione: «Io vengo dalla Slavonia, una
regione dell’est della Croazia quasi al confine con la Serbia, e mi è sembrato
giusto venire qui per protestare. In questa piazza ci sono un po’ tutti, sia
persone di destra che di sinistra». Ci fa notare che buona parte della
responsabilità dell’arrivo dei rifiuti tossici è imputabile alle politiche
dell’Unione democratica croata, il partito al potere che dal 2016 esprime il
primo ministro Andrej Plenković e che con il suo fondatore Franjo Tudjman ha
avuto un ruolo determinante nella nascita dello stato croato all’inizio degli
anni Novanta. Notiamo anche un cartello portato da persone che vengono dalle
isole di Cherso e Lussino, collocate nel Quarnero, proprio tra la costa
orientale della penisola istriana e la parte settentrionale della costa dalmata.
Vediamo un cartello che reclama acqua pulita senza compromessi e poi un altro
con una sigla che può capire anche chi non parla croato: Pfas. Si tratta dei
composti poli e perfluoroalchilici caratterizzati da un legame forte e stabile
tra carbonio e fluoro che li rende praticamente indistruttibili in natura e che
sono usati ancora per diversi scopi, tra cui l’impermeabilizzazione dei tessuti.
In Italia ci sono almeno due aree interessate dalla loro presenza massiccia
(l’area di Trissino nella provincia di Vicenza, dove ha operato per anni
un’azienda che li produceva e l’area di Spinetta Marengo in Piemonte). Come
insegnano i casi italiani, una volta immesse nel ciclo dell’acqua le sostanze si
diffondono e la bonifica diventa difficilissima. Nella Lika ora la paura, già
espressa in una prima manifestazione tenutasi proprio a Gospić qualche settimana
fa, è che i rifiuti stiano rilasciando nell’acqua queste sostanze, anche se per
il momento le autorità hanno cercato di rassicurare la popolazione.
Cerchiamo qualche informazione in più: un lancio dell’agenzia Reuters dello
stesso 5 settembre parla di rifiuti medici e industriali (si parla di almeno 30
mila tonnellate) provenienti soprattutto dall’Italia e dalla Slovenia, oltre che
in parte dalla stessa Croazia, e capiamo che il movimento chiede anche che la
bonifica dell’area sia avviata in tempi molto più rapidi rispetto a quelli
previsti dal governo di Plenković. Lo stesso primo ministro, forse per cercare
di indebolire il movimento, mercoledì scorso ha visitato Gospić cercando di
offrire delle rassicurazioni. Il tentativo non sembra però aver funzionato e la
manifestazione di sabato è diventata una delle più partecipate della storia
croata recente.
«Sei mai stato nella Lika? – ci chiede un amico che incontriamo qualche ora dopo
la manifestazione – È un posto bello, verde e con molta acqua. Prima della
guerra in quella zona c’erano molti serbi che poi sono andati via. Da allora la
zona non è più stata ripopolata».
In effetti, tra gli anni Settanta e Ottanta a Gospić abitavano almeno 30 mila
persone, di cui circa un terzo si definiva serbo; dopo la guerra il numero di
serbi presenti è crollato a poche centinaia di persone. Facile immaginare che il
sito sia stato scelto per portare i rifiuti anche perché si pensava di non
trovare particolare resistenza. Invece il calcolo si è rivelato sbagliato.
Verso l’una la manifestazione sta per finire. Continuano a sventolare tantissime
bandiere croate e adesso capiamo meglio il perché. Chi ha permesso il trasporto
dei rifiuti nella Lika in piazza viene definito un traditore della Croazia, un
termine che non è così abituale sentire nell’ambito di una lotta legata
all’ambiente. La scommessa del movimento è far vedere che una questione locale
in realtà è importante per tutta la Croazia e che l’impatto dell’inquinamento
non riguarda solo la comunità coinvolta in prima battuta. Sembra di scorgere un
connubio tra patriottismo e ambientalismo che, almeno per chi viene dall’Italia,
non è scontato. Per quanto la presenza di tutte queste bandiere desti una certa
preoccupazione, per il momento questa impostazione sembra portare dei frutti: il
tema è ripreso in prima pagina dai giornali, il presidente della repubblica
Zoran Milanović ha dato il suo appoggio e la questione sembra mettere d’accordo
gran parte dell’arco politico. Non è però tutto così lineare: un’altra persona
ci parla di tensioni tra esponenti dell’estrema destra locale e un gruppo di
anarchici presenti in piazza, mentre rimane da vedere quale sarà il risultato
concreto della mobilitazione, l’entità dei danni già causati all’ambiente e
quale sarà l’estensione della difficile bonifica dell’area di Gospić, per il
momento promessa ma non realizzata. (alessandro stoppoloni)
(disegno di enrico pantani)
Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un
mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre
due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si
chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un
bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel
pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i
lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le
nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera
Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva
invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia
meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il
lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra.
Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle
colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a
tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi.
Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino,
sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi
individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con
piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di
cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate
nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in
Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i
raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa
georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di
Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide,
il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino.
A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di
metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda
ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la
struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre
un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al
piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge
nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli,
mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia
loro impedito di penetrare le recinzioni.
Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al
più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al
villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto
“Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto
al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci
fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di
trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie
lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di
nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce:
lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho
immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i
suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via
sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino.
Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I
vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro
al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle
nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a
Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma
il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e
russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale.
L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano
a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza
differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure,
minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il
coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per
colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro
e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia
invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia
prominente.
SOGNO GEORGIANO
All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi
vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la
pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende
su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si
raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito
un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le
nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e
lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così
insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un
mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso
prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno
una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per
ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori:
nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi
bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano.
L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana
prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia.
Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia»,
mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i
vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene
di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza
in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il
calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia,
a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi
come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del
brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in
italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha
guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante
un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima
di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a
ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato
l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli
eroi!».
Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione
dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e
disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di
condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato
russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei
ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università:
«Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda
delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so
più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo
e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti
tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno
l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili
al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi
qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non
combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella
Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno
un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche
noi Europa!», corregge impaziente Mariam.
Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in
legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state
restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano
diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate.
Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di
simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere:
“Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le
bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso
vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al
simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava
salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone
o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la
cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza
dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale,
vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei
più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno
georgiano.
Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della
difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto.
Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un
pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto
ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto,
guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca
sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato
della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la
capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine
georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il
ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in
posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro
di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale.
UN MUSEO ARMENO
Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh,
una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era
proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto
prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza
dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di
fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno,
però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando
l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il
Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a
Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone
dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza
difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello
che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con
negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a
rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di
trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le
pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento
euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan?
In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei
locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso
con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le
targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una
famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un
locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici
sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in
russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava
in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da
dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante
la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua,
misteriosa e cosmopolita a Erevan.
Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di
Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati,
libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da
letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e
implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente
nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in
un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero.
Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una
redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia,
Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il
pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad
Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la
qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di
Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori
internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi
ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me
questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri
strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni
Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha
espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida.
Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica:
obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo.
Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera
capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le
due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in
territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano
a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il
genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto
mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento
e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il
ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno
dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti
discorsi nazionalistici.
Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che
ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano
prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le
cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la
barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali
sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che
diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci
odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e
intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze
oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale:
l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il
veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca.
Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana,
stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il
nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova
forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti
che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici
a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei
timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano
espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale.
Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea
guerra globale.
BAZAR DEI DISERTORI
A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi
di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia
settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi
edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio
Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di
vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega
ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce
alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi
sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è
possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere,
sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica.
Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre
un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di
acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della
frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla
stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con
albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni
frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di
frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova
riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran
dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena;
interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano
tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de
Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di
un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam
durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – /
che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la
pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro
putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”.
Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con
libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una
raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il
cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in
attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è
raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia
sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo
archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la
tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo
smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in
metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al
sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove
si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era
conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio
per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e
contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta
alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea
che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani
gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini
in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era
custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea
ad addormentarlo con un incantesimo.
Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale,
l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a
Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi
tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da
una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli
angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e
rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie
principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione
Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare
la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali,
celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della
Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono
oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso,
di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui
gradini sotto i drappi.
Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce
dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti
comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione
ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la
continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i
georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai
visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo
stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto
prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo
hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è
cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle
nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e
Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in
Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione
dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha
combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi,
era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi
ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non
resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui
senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?».
Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai
bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché
si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando
lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a
Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle
munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono
a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei
disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e
verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche
all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla
buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e
i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove
nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per
testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale
aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar
delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del
Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra
avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la
diserzione. (francesco migliaccio)
(archivio disegni napolimonitor)
Sedute in cerchio nello spazio comune al chiuso, costruito dai campesinos,
aspettiamo l’inizio del Congresso Tierra y Educación promosso dal Movimiento
pedagógico de Liberación (MPL) e dal Movimento Campesino de Liberación (MCL).
Nel mezzo della selva misionera, nel territorio di Montecarlo, in una giornata
uggiosa di luglio, con i vestiti sporchi di terra rossa e il nostro spagnolo
poco fluido, assistiamo all’arrivo dei contadini e delle contadine tareferas,
raccoglitori e raccoglitrici di yerba mate, che da anni lottano contro il
saccheggio delle loro terre, case e vite da parte di grandi speculatori che
vengono prima a disboscare e poi a piantare pini ed eucalipti per l’industria
cartiera. Siamo ai margini del barrio Malvinas, il quartiere popolare che nasce
come occupazione di terre da parte delle famiglie del Movimento, per dare una
casa a tutte e tutti, seguita da una lotta decennale che ha portato non solo ad
avere strade, fognature e corrente elettrica, ma anche alla proprietà dei
singoli lotti e delle abitazioni.
Siamo state chiamate a partecipare a queste giornate di dialogo e formazione
dalla scuola popolare Ñande Kokue, in lingua guaranì “la nostra terra”,
esperienza nata durante un’espropriazione comunitaria di terre della famiglia
Avellaneda, una delle più ricche e potenti dell’industria del settore. Veniamo
invitate come Movimento delle Scuole Popolari di Roma a parlare di estrattivismo
urbano, turistificazione e precarizzazione della vita nella nostra città, e di
come dal basso ci stiamo organizzando per rispondere ai violenti attacchi delle
istituzioni pubbliche e dei grandi speculatori privati.
Al centro del Congresso c’è la nuova legge chiamata espressamente di
“Inviolabilità della proprietà privata”, un pacchetto di norme promosso dal
governo di Javier Milei che contiene tra le altre cose una vera e propria
riforma della legge delle terre del 2011. Il provvedimento favorirebbe la
(s)vendita ai capitali stranieri delle terre argentine e faciliterebbe gli
sgomberi delle comunità indigene e contadine che in esse vivono e resistono.
L’esame del disegno di legge al Senato era previsto per giovedì 6 agosto, quando
le organizzazioni sociali e i movimenti ambientalisti hanno indetto una
mobilitazione davanti al Congresso nazionale per l’intera giornata.
L’Observatorio de Tierras, gruppo di ricerca del Conicet (Consejo Nacional de
Investigaciones Científicas y Técnicas) e dell’Università di Buenos Aires,
definisce l’iniziativa come una vera e propria controriforma a favore della
speculazione straniera. Julieta Caggiano, una delle sue ricercatrici, è la prima
a prendere parola per raccontare delle gravissime conseguenze di questa riforma.
Spiega, infatti, che attualmente già tredici milioni di ettari di terre
argentine sono nelle mani di imprenditori stranieri. A partire dal 2008,
infatti, in seguito alla crisi finanziaria globale, l’acquisto di terre è
diventato un vero e proprio bene d’interesse strategico a livello mondiale per i
capitali stranieri, come si evince dal rapporto Los señores de la
tierra pubblicato da Fian Internacional e Focus on the Global South. Per far
fronte ai rischi che il mercato estrattivo della terra avrebbe potuto
comportare, nel 2011 è stata approvata la Ley de Tierras che stabilisce dei
limiti alla vendita delle terre a capitali stranieri e definisce quali terre
possono essere vendute e quali no. Secondo questa legge, le persone fisiche o
giuridiche straniere, così come le imprese controllate fino al venticinque per
cento da persone fisiche o giuridiche di nazionalità diversa da
quella argentina, non possono acquistare più del quindici per cento dei terreni
rurali sul territorio nazionale. Inoltre questa legge vieta la vendita di terre
in aree di frontiera o in aree fluviali e pone un limite di un massimo di mille
ettari a persona o impresa straniera nell’area della Pampa umida, nucleo della
produzione agricola e zootecnica argentina. Infine definisce le responsabilità e
i compiti di un organismo garante del rispetto della legge.
Se già durante il governo del neoliberista Mauricio Macri questo limite è stato
alzato a più del cinquanta per cento, l’attuale riforma proposta dal partito di
governo ultra-capitalista La Libertad Avanza, propone di eliminare qualsiasi
limite di vendita delle terre a persone e imprese straniere e di deregolamentare
tutte le altre misure di protezione della terra. La riforma, oltretutto,
introduce giudizi sommari per facilitare e accelerare gli sgomberi in aree
urbane e rurali e prevede modifiche della Ley de Manejo del Fuego, soprattutto
per quanto riguarda la proibizione di cambiare destinazione d’uso del suolo a
seguito di incendi, con grande preoccupazione di organizzazioni popolari e
ambientaliste.
Dei tredici milioni di ettari di proprietà di persone o imprese straniere nel
paese la maggior parte si concentrano in aree strategiche, come zone di
frontiera, fluviali e di interesse estrattivo, per la presenza di gas,
combustibili fossili, ghiacciai o miniere. A oggi, già trentasei municipi del
paese superano il limite del quindici per cento stabilito dalla legge del 2011 e
quattro eccedono il cinquanta per cento con proprietari di altri paesi. I
principali speculatori sono statunitensi (2,7 milioni di ettari), italiani (2
milioni) e spagnoli (1,7 milioni). La Gran Bretagna occupa 1,1 milioni di ettari
nelle Isole Malvine, ma possiede anche altri 246 mila ettari nel resto del
territorio nazionale. Dei tredici milioni di ettari venduti a capitali
stranieri, 2,2 milioni sono controllati da società con sede in paradisi fiscali
o in paesi con normative fiscali speciali. Sempre dalle relazioni del gruppo di
ricerca emerge che le maggiori aziende con capitali in Argentina sono Arauco
(Cile), Benetton Group (Italia) e Cresud (dell’argentino Eduardo Elsztain,
alleato del presidente Milei).
Secondo l’ultimo censimento agricolo e zootecnico nazionale (2018) l’uno per
cento delle aziende presenti in Argentina controlla il trentasei per cento del
territorio nazionale. Il lavoro principale dell’osservatorio è stato la
creazione della mappa delle terre in mano a capitali stranieri. Il progetto di
svendita dei beni comuni del paese al capitale speculativo straniero e di
spoliazione dei diritti delle popolazioni locali emerge con chiarezza nelle
fonti utilizzate per la mappatura. La modifica della Ley de Glaciares ha
lasciato alle province la facoltà di escludere ghiacciai o zone periglaciali
dall’inventario nazionale a favore della speculazione, mentre la Ley de
Emergencia Territorial Indígena, che promuoveva la regolarizzazione delle terre
delle comunità indigene e il loro censimento, è stata abrogata con la firma del
presidente Milei nel dicembre 2024.
Ma l’impianto di norme che permettono il saccheggio non si ferma qui:
l’approvazione del Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones (RIGI)
garantisce ai capitali stranieri agevolazioni fiscali, tributarie e doganali per
trenta anni. Finora il governo ha approvato ventuno progetti nell’ambito del
RIGI, per lo più nel settore minerario. Il cosiddetto Super RIGI, infine,
presentato in parallelo alla Ley de la inviolabilidad de la propiedad privada, e
ancora in fase di discussione da parte del governo, estende tali agevolazioni
alle “nuove industrie” ad alto fabbisogno di terre, risorse idriche ed
energetiche, come per esempio gli enormi data center. Non sembra un caso quindi
che il magnate dell’AI Peter Thiel abbia già puntato questo paese – ricco
d’acqua e di zone gelate utili per il raffreddamento degli imponenti data center
– per i suoi progetti estrattivi.
Dopo l’intervento di Julieta Caggiano, alcuni rappresentanti del MCL riportano
come l’esperienza pedagogica e di recupero delle terre che si sta sviluppando a
Ñande Kokue sia stata costantemente attaccata e minacciata da tentativi di
sgombero nel corso degli anni. L’ultimo di questi, avvenuto appena poche
settimane fa, è stato bloccato grazie alla lotta del movimento contadino e
all’ampia solidarietà di centinaia di organizzazioni mobilitate in tutto il
paese e nel continente. Due fratelli, Isabelino e José Cerpa, che vivono in
terre espropriate vicino alla località di Dos Hermanas, raccontano di aver
trascorso un mese in carcere per aver risposto alle provocazioni delle forze
dell’ordine chiamate dal proprietario delle terre in cui loro e le loro famiglie
vivono da più di cinquant’anni. Hanno costruito una scuola popolare e hanno
chiamato i/le docenti del MPL a sostenere con l’educazione la loro lotta. Prende
la parola anche Basilio Escobar, portavoce della comunità indigena Guaranì Mbya,
ricordandoci che la lotta dei popoli indigeni è la nostra lotta e che la difesa
della vita che portano avanti le sedici comunità di cui è portavoce sono una
grande risposta popolare al capitalismo sfrenato e alle sue politiche di morte.
Sono tante le esperienze popolari che si raccontano durante il congresso e che
ci dimostrano che l’educazione popolare è uno strumento fondamentale per
l’organizzazione comunitaria e le lotte territoriali. L’esperienza di Ñande
Kokué lo conferma, poiché in questa scuola si insegna e si impara lavorando la
terra, sviluppando un’agricoltura senza pesticidi, valorizzando i saperi delle
comunità e costruendo collettivamente le conoscenze necessarie per creare
alternative al capitalismo.
A fronte della forte mobilitazione che si preannunciava fuori dal Congresso e
che in effetti è stata imponente, il governo ha momentaneamente estromesso
la Ley de Tierras dal pacchetto di norme sulla cosiddetta inviolabilità della
proprietà privata. In assenza di numeri certi in parlamento, vista la reticenza
dei deputati più esposti sui propri territori alle mobilitazioni delle comunità,
per ora la legge viene fermata dalla pressione popolare. La piazza del
Congresso, dove eravamo presenti, si è riempita nonostante la pioggia e
nonostante le notizie sullo stop alla legge fossero ormai date per certe.
Tuttavia, non solo resta intatto il resto dell’impianto normativo repressivo,
privatistico, pericoloso per le comunità e per la sovranità dei territori, ma la
stessa legge sulla extranjerización verrà riproposta in altre forme, provando a
blindare tutte le alleanze che il governo e i grandi capitali stranieri –
soprattutto quelli legati alle big tech – riusciranno a tessere dentro e fuori
le istituzioni, ai vari livelli della repubblica argentina. L’unica altra
certezza è che, ancora una volta, troveranno compatta la resistenza di
organizzazioni popolari, forze sociali, comunità, territori. Tra questi, i
contadini e le contadine del MPL/MCL, nella provincia di Misiones, la più
esposta ai processi di svendita al capitale straniero, dove educazione popolare
e lotta per la terra sono così intrinsecamente legate tra loro, al punto di
rappresentare un unico fronte, un solo strumento di lotta. (a cura delle scuole
popolari in movimento)
(disegno di enrico pantani)
Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Anche tra i privilegiati, così come tra i disperati, ci sono uomini con destini
più fortunati di altri. David Ginola è stato un ottimo calciatore,
centrocampista della Francia e vincitore di vari titoli individuali e di
squadra. È stato il fantasista della nazionale nel periodo tra il ritiro di
Platini e la consacrazione di Zidane, non proprio una cosa facile. Finì ai
margini della nazionale nell’anno in cui il talento franco-algerino ottenne il
premio come miglior esordiente del campionato francese. Ginola invece diventava
il capro espiatorio della mancata qualificazione ai mondiali del ’94.
Riferendosi a un suo errore, che costò la partita e il torneo alla Francia, il
suo stesso allenatore disse: “Ginola ha lanciato un missile contro l’intera
nazionale. Ha commesso un crimine contro l’Equipe de France”.
Poco tempo dopo Ginola lasciò il suo paese e andò a giocare in Inghilterra, in
una squadra importante ma che non vince mai nulla. Fu accolto a Newcastle come
un divo, il presidente gli mise a disposizione la sua Rolls Royce e il suo
autista per mostrargli le bellezze della città. La moglie Coraline, che sperava
suo marito firmasse per il Barcellona, una volta tornata in albergo gli urlò in
faccia: “Non vorrai mica venire a giocare in questo schifo di città?”.
Newcastle sconta una reputazione peggiore rispetto alla sua reale natura. È una
città di provincia, nel profondo nord, a pochi chilometri dal confine con la
Scozia. È stata da sempre un importante centro produttivo, della lana, del vetro
e poi del carbone, e un punto nevralgico per gli scambi commerciali, grazie alla
presenza del fiume Tyne che sfocia – dopo meno di dieci miglia di navigazione –
in un punto del Mare del Nord equidistante da Paesi Bassi e Scandinavia. Ha un
elegante centro pieno di edifici neoclassici, vittoriani e georgiani: dei
quattrocentocinquanta esistenti, più della metà sono tutelati dalla Historic
buildings and monuments commission for England.
La storia architettonica e quella sociale di Newcastle si intersecano nelle sue
epocali trasformazioni. Alla fine del Settecento la città e il suo hinterland
diventavano un territorio chiave per la Rivoluzione industriale, con continui
spostamenti di popolazione dalle campagne alla città. Allo sviluppo industriale
seguì quello commerciale, e la ricchezza dei primi decenni dell’Ottocento
diventò occasione per rifare il centro urbano, riedificato dal costruttore
Grainger, che “trovò una città cupa in mattoni e legno e la riconsegnò in
luminosa ed elegante pietra”. Questo tipo di sviluppo contribuì alla nascita di
microcosmi operai che presero corpo nelle aree vicine alle fabbriche e al fiume,
ma lontane qualche chilometro da Grainger Town, il suo Theatre Royal e il
mercato al coperto. Elswick, Byker, Arthurs Hill, zone che da decenni finiscono
in tutte le guide d’Inghilterra come luoghi da cui stare alla larga, diventarono
agglomerati operai con un’altissima densità di popolazione, pochi servizi e
tante case.
Anche la parabola che Newcastle vive nel Novecento è comune a quella di altre
città industriali d’Europa: crescita della popolazione, welfare dignitoso, boom
dell’edilizia popolare, crisi (almeno due, durissime), deindustrializzazione,
devastazione sociale, crescita nel settore dei servizi con espulsione di ampie
fasce della popolazione. Anche qui, come nelle principali città
dell’Inghilterra, operai e minatori hanno lottato per resistere al thatcherismo
e mantenere quel po’ di benessere che si erano conquistati, ma i risultati sono
sotto gli occhi di tutti: mentre nel centro città si costruivano giganteschi
centri commerciali (fine anni Ottanta e inizio Novanta) e sul fiume si
smantellavano le attività industriali per fare spazio all’economia dei servizi
(fine anni Novanta) il tessuto sociale si impoveriva, la disoccupazione e la
povertà raggiungevano i livelli più alti di tutto il paese, la dismissione del
welfare pubblico lasciava migliaia di persone nelle mani di enti assistenziali e
fondazioni private. Il costo della vita sempre più basso, e la ricerca di mano
d’opera non qualificata e disposta al lavoro occasionale, attiravano nei
quartieri di periferia le comunità migranti, la cui presenza si candidava a
essere una bomba a orologeria.
PIOGGIA D’ESTATE
Westgate Road segna il confine tra il centro e la periferia. È giugno, ma sembra
marzo e i notiziari meteo parlano dell’estate più fredda e piovosa da
quarant’anni. Da un paio di settimane sto in una ex fabbrica di manifattura
tabacchi, la Robert Sinclair Tobacco, nella quale sono stati ricavati una
quarantina di appartamenti da uno o due stanze, affittati per lo più a
professionisti junior, impiegati, o giovani che lavorano nel prestigioso
complesso universitario. In alto, sulla facciata del più grande dei palazzi in
mattoni arancioni che componevano la fabbrica c’è ancora una scritta nera con il
nome della compagnia. Di fronte, una delle tante fondazioni benefiche. A destra,
un pub e un piccolo teatro indipendente. A sinistra un barbiere, un laboratorio
di tatuaggi, un altro pub, con una clientela un po’ più giovane. Dalle finestre
a ghigliottina in legno dell’appartamento posso vedere una porzione di questa
lunga arteria cittadina, che parte dalla stazione centrale e arriva fino
all’estrema periferia nord, costeggiando le mura romane, la Chinatown e
spingendosi al confine con Denton, uno di quei posti che per i giornali esistono
solo grazie alle bande di teenager asiatici e afrocaraibici che vi imperversano.
Westgate è un piccolo manuale di geografia urbana. Percorrendola si ha chiaro
come anche la periferia della città sia in trasformazione, in modo diverso però
rispetto alla prima cintura intorno al centro, dove si continuano a costruire
grattacieli. Questo invece è un territorio ibrido, dove si alternano
speculazioni edilizie e abbandono, privatizzazione dello spazio pubblico e
assenza istituzionale, investimenti “a lungo termine” sul mattone e disagio
abitativo estremo.
Qualche tempo prima del mio ultimo soggiorno in città avevo conosciuto Ben, un
tifoso del Newcastle membro di un gruppo che denuncia lo sportwashing del fondo
arabo che ha rilevato il club, legato al principe ereditario nonché primo
ministro Mohammad Bin Salman Al Sau’ud (noto per lo sprezzo con cui risponde a
chi gli contesta le violazioni dei diritti umani). Un pomeriggio in cui la
pioggia è più insistente del solito e il cielo sembra un blocco d’ardesia, Ben
mi porta a vedere il cimitero di Westgate Hill, uno dei più antichi del paese,
la cui costruzione risale a inizio Ottocento. Mentre ci aggiriamo tra decine di
lapidi distrutte e ricoperte dalla vegetazione veniamo agganciati da una signora
gallese, che con una costosa macchina fotografica si cala tra le tombe e
immortala dettagli all’esterno, dagli enormi grilli fino ai contenitori in
metallo dove chi va lì a bucarsi può buttare la siringa. La donna ci chiede di
fotografarla accanto a un castagno abbattutosi chissà quanti anni prima su una
piccola cappella. La accontentiamo e ci allontaniamo.
Westgate Hill è un luogo di confine, una zona franca dove il tempo si è fermato,
oltre la quale lo scenario si fa meno comprensibile. Varcato il cancello
d’uscita, ci si accorge subito che accanto ai vecchi edifici in mattoni sono
stati costruiti, in ogni spazio possibile, palazzoni popolari pieni zeppi di
case. Le torri più alte sono quelle del Todds Nook, il cui circondario,
all’incrocio tra Westgate ed Elswick Road, mostra come da queste parti il
consumo di eroina non sia un’emergenza di qualche decennio fa.
Buona parte del cemento versato in queste aree risale alla metà dei Sessanta, e
al progetto delirante del sindaco laburista Smith, che di Newcastle voleva fare
“una città nel cielo”, la cosiddetta “Brasilia del Nord”: «In quegli anni – mi
spiega Ben – sono state abbattute centinaia di case popolari a due piani e la
gente è stata messa in questi mostri facendogli credere che case più moderne
volesse dire migliore qualità della vita. Dopo dieci anni, le case erano già
distrutte e la comunità si era totalmente disgregata, anche perché nel frattempo
era iniziata la crisi industriale e le persone cominciavano a perdere il
lavoro».
Dopo avere esitato un po’, Ben mi mostra il panorama da uno dei ballatoi della
prima torre, e in particolare la vista su Elswick, il principale quartiere
operaio dell’allora città industriale. Siamo a due miglia circa dal centro
georgiano e a uno dalla stazione. È qui, oggi, che il Real Estate ha individuato
una redditizia area di sviluppo, costruendo decine e decine di case per lo più
all’interno di mini-enclave dotate di servizi autonomi, in modo che, nell’attesa
della sparizione dei vecchi abitanti, i nuovi inquilini possano evitare il
contatto con la suburra circostante.
L’apice dell’industrializzazione di Newcastle è rappresentato dall’insediamento
in città della Armstrong Whitworth & company, a metà Ottocento. La compagnia
inizia producendo macchine idrauliche, ma in cinquant’anni si specializzerà in
armamenti, navi, automobili, aerei, locomotive, che continuerà a costruire fino
alla chiusura, nel 1977. Alla dismissione del colosso industriale e delle altre
fabbriche seguirà quella di tante attività che sopravvivevano grazie
all’indotto. Il territorio si impoverirà in fretta, tornando indietro di cento
anni. A differenza del centro, inoltre, dove la nuova economia della cultura,
dell’arte, dei servizi e del turismo incoraggia la popolazione a stringersi
intorno all’identità locale (quella dei geordies, una classe operaia autarchica
e imperturbabile, ormai ridotta a una macchietta deteriore), qui la popolazione
non riesce nemmeno ad aggrapparsi al senso di comunità che ha costruito in
decenni di lavoro industriale. Il calcio, l’alcol, il crack e l’eroina sembrano
gli unici rifugi alla portata di tutti.
CRONACHE DI ELSWICK
Una sera Ben mi porta a conoscere suo padre, che a Elswick ci è nato e ci ha
vissuto fino a poco prima della nascita del figlio. È un uomo sulla settantina,
alto e magro, ha occhi verdi che risaltano sulla pelle bianchissima, capelli
grigi e due mani enormi. Mi racconta la sua vita in un pub vicino la stazione,
in bilico tra quella che è stata definita smokestack nostalgia (la nostalgia
delle ciminiere) e il cinismo ruvido tipico di queste latitudini. «Pochi anni
dopo la nascita di Ben – mi dice – venne fuori la moda di fare queste
classifiche con i peggiori posti di Inghilterra. Elswick era sempre in cima, ma
non perché fosse così brutta, anzi credo che oggi sia veramente feccia, molto
peggio di vent’anni fa. Era perché di questo posto, prima, quando sopravviveva
con dignità nonostante le difficoltà, le morti sul lavoro, la violenza dei
mariti sulle mogli, non se n’era accorto nessuno. Hanno scoperto Elswick quando
la gente ha cominciato a farsi, i ragazzi ad ammazzarsi per strada, e
probabilmente non c’era più niente da fare».
Secondo un censimento del 2021, Elswick è la zona urbana di Newcastle con la
minor percentuale di popolazione bianca (il 43,5%). Un residente su dieci è nero
e i musulmani sono più dei cristiani. Il consolidamento delle comunità migranti,
che riescono a mantenersi coese grazie agli aggregatori sociali che si sono
guadagnate (la moschea, la scuola coranica, il piccolo mercato dei tessuti),
corrisponde alla condizione degli operai bianchi che per tutto il Novecento
erano riusciti a galleggiare, come mi dice più volte il papà di Ben, pur con
l’acqua alla gola: «Per tanti bianchi che non hanno resistito e sono andati via,
sono arrivati tanti neri, ma per me è ok. Fanno un sacco di figli e mantengono
vivo un posto che sennò sarebbe un luogo di zombie e tossici».
A dispetto delle difficoltà, Elswick conta ancora sedicimila abitanti, la
percentuale più alta degli adolescenti a Newcastle e il dieci per cento in meno
di over sessanta rispetto alla media. Se in città il 49,9% delle famiglie vive
in una casa di proprietà, in questa zona la percentuale crolla al 26,1%.
Il pomeriggio successivo ritorno da solo a Elswick per visitare la moschea.
Salgo fino al primo piano, attraversando un garage e una scala di emergenza,
senza incontrare nessuno. Sbuco in un’antisala piena di tappeti e di indicazioni
sul comportamento da tenere, e dopo in una stanza grande e luminosa dove un
maestro parla in arabo a una classe di una ventina di bambini tra i dieci e i
quindici anni. L’uomo mi accompagna dall’imam, che mi offre un thè e mi racconta
delle attività che fanno con i più piccoli per tenerli lontani dalla strada. Le
bande rivali qui si fronteggiano di continuo, basta una parola fuori posto per
tirar fuori armi di ogni tipo e la violenza è il modo più facile per risolvere i
conflitti. Una volta che i ragazzi diventano grandi, le bande si uniscono e si
coalizzano contro quelle di altri quartieri. A tamponare l’emorragia ci sono un
centro antiviolenza sulle donne, la parrocchia locale, qualche associazione che
tenta di intervenire sulla dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile
attraverso percorsi formativi.
Esco dalla moschea e incontro un gruppo di ragazzi sulla ventina, tutti bianchi,
che parlano a voce molto alta nell’incomprensibile dialetto geordie. Mentre mi
allontano, percorrendo il viale principale, il gruppo viene avvicinato da
un’auto della polizia. Gli agenti, dopo essersi presi un bel po’ di insulti,
cominciano a chiedere a tutti i documenti, noncuranti delle persone che escono
fuori dalle case e prendono in giro tanto i ragazzi quanto i poliziotti.
Faccio il giro dell’edificio e mi ritrovo di nuovo davanti al gruppo, libero
ormai dalla seccatura delle divise gialle. Solo a quel punto riesco a vedere che
alle loro spalle c’è una scritta e delle foto che ricordano un ragazzo morto:
Gordon “Gaulty” EMB. Sul muro, in bianco-blu, c’è anche quella che presumo sia
la data di morte: 20 maggio 2008. A terra, un casco da moto bianco, e inchiodato
al muro un orso di peluche con la sciarpa del Newcastle. Provo ad attaccare
bottone ma i ragazzi non hanno voglia di parlare. Mi dicono solo che un loro
amico è stato ucciso due anni fa e che da allora ogni volta che incontrano
qualcuno di Benwell, un quartiere vicino, «lo ammazzano».
Una volta a casa scoprirò che Gordon è stato ucciso con un machete da due
diciassettenni di Benwell. Aveva quattordici anni. 20 maggio 2008 era la sua
data di nascita.
RESTA IL FOOTBALL
Sono i giorni dei campionati europei di calcio, e ogni pomeriggio ascolto il
podcast The Rest is Football, o seguo la trasmissione su BBC Sport condotta da
tre vecchie glorie del calcio inglese, tutti ottimisti rispetto alla possibile
vittoria della loro nazionale, che invece perderà la seconda finale di fila in
pochi anni. Per le strade di Newcastle, però, l’entusiasmo è minore di quello
che i telegiornali mostrano in altre città.
Vado a vedere l’esordio dell’Inghilterra allo Strawberry Pub, storico punto di
ritrovo della tifoseria geordie, ma lo trovo semivuoto. Due signori anziani mi
confermano che da queste parti il legame tra la gente e la nazionale è diverso
da quello che lega la popolazione alla squadra della città, un’incontrollabile
attrazione a cui non riesce invece a scampare nessuno. Inghilterra-Serbia sarà
una partita abbastanza noiosa, ma al fischio finale porterò con me due regali:
una mappa disegnata su un tovagliolino di carta che illustra il susseguirsi dei
quartieri ex operai nei pressi del fiume; una foto che dopo tanti tentennamenti
trovo il coraggio di chiedere ai due vecchietti, con in mano le pinte di
Newcastle Brown che mi hanno lasciato pagare.
Per tornare a Westgate percorro sempre la via dove sorge Saint James’ Park, il
tempio della fede calcistica bianconera. Nei giorni dell’Europeo il campionato è
in pausa estiva, e i dirigenti del club hanno approfittato dell’assenza di
partite per avviare una forte ristrutturazione che darà vita a una gigantesca
“fan-zone”, dove una folla festante e tendente all’ubriacatura si radunerà ogni
fine settimana per vedere tanto le partite casalinghe quanto le trasferte. A
giugno i lavori dell’area, sponsorizzata da Stack, grosso marchio del settore
del divertimento, e da Sela, la compagnia intorno a cui gravita mezza industria
dello sport in Arabia Saudita, che è ovviamente sponsor del Newcastle, sono a
buon punto. Durante il primo fine settimana di campionato, a metà agosto, l’area
registrerà trentamila accessi e quindicimila litri di birra venduti.
Negli ultimi anni, la passione per la squadra di calcio è un elemento in fase di
forte recupero da parte di un mercato che ha interesse nel commercializzare
identità ben definite. È un processo che ha ridisegnato il profilo di Newcastle
dopo la deindustrializzazione, e che da qualche anno cerca di vendersi in ogni
maniera possibile l’immagine di una tifoseria appassionata, di una popolazione
che vive in simbiosi con la sua squadra, di un complesso rapporto tra il senso
di appartenenza e la relazione verso l’esterno, derivata da secoli di commerci
con la parte settentrionale del mondo. I capitali in questo caso sono quelli
arabi (ma anche l’Adidas sta facendo grossi investimenti), in ogni caso cambia
poco rispetto a quelli inglesi, europei e nordamericani che avevano dato un
nuovo volto all’area lungo il Tyne tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei
Duemila. Il fattore trainante, in quella fase, era la cultura.
Nel 1995 l’organizzazione Northern Arts indirizza al governo un progetto di
rigenerazione dell’ex distretto industriale attraverso la costruzione di musei e
centri culturali. Il progetto viene finanziato, il governo raccoglie fondi anche
dall’Unione europea e ci mette di suo quattrocento milioni di sterline,
progettando una sorta di network di produzione e progettazione culturale tra le
due sponde del fiume, quelle di Newcastle e Gateshead. Il Baltic, edificio un
tempo dedicato alla lavorazione del grano, diventa sede espositiva per l’arte
contemporanea. Nel 1996 arriva lo Year of the Visual Arts e nel 1998 viene
inaugurato l’Angelo del Nord, mega scultura in acciaio alta venti metri e con
un’apertura alare di oltre cinquanta. Di lì a poco nascono il Sage Gateshead,
sofisticata architettura dedicata allo studio e alla produzione musicale, e
altre strutture minori, mentre nel 2007 tra Newcastle e Gateshead si svolge
il World Summit on Arts and culture, la conferenza internazionale dei più
importanti policy maker culturali del mondo. Intanto, anche al centro vengono
fatti nuovi investimenti, tramutando definitivamente le tre vie principali in un
gigantesco centro commerciale a cielo aperto.
È inutile dire che l’impatto di questo genere di infrastrutture sulle fasce meno
tutelate della popolazione è nullo, anzi negativo in termini di espulsione degli
abitanti dalla cintura urbana e di espropriazione di parti di città che fino a
qualche decennio prima erano vissute soprattutto dalla working class, i cui
figli e nipoti sono invece disoccupati o non qualificati per un certo tipo di
lavori. Per quanto concerne la crescita economica, non è difficile immaginare
chi se ne avvantaggi, e d’altronde i dati parlano chiaro: l’ultimo rapporto
della North East Child Poverty Commission registra che più di un terzo di
bambini e adolescenti del Nordest vivono sotto la soglia di povertà, superando a
Newcastle il quaranta per cento. Se si restringe il campo alle comunità con
background migratorio, la percentuale impenna al sessantaquattro per cento (dato
2022), praticamente due terzi della popolazione giovanile. Anche il divario tra
le classi è inclemente: tra la percentuale più alta di minori in povertà
(Elswick) e quella più bassa (Jesmond) della città ci sono più di cinquanta
punti di differenza. Il tasso di disoccupazione è quasi il doppio della media
nazionale, mentre le persone senza casa, nella regione, sono più di
millecinquecento.
Eppure di soldi ne girano. Nell’ambito della strategia Saudi Vision 2030, PIF –
il fondo sovrano che controlla il Newcastle – ha programmato miliardi di euro di
investimenti in Europa in molti settori differenti, per “alleggerire” la
dipendenza del paese dal petrolio. Tra questi c’è il calcio, ma anche la
riprogettazione di ex città industriali in funzione turistico-commerciale, con
un illustre precedente proprio in Inghilterra. A Manchester, lo sceicco Mansour,
proprietario del City, vicepresidente e vice primo ministro degli Emirati Arabi,
ha forti interessi immobiliari nell’East End, e sfruttando i bassi tassi di
gestione concessigli dal comune attraverso una joint venture ha trasformato i
quartieri popolari circostanti lo stadio in uno dei centri economici della
città. Già nel 2019 un’inchiesta del Sunday Times titolava: “Manchester, la
città che si è venduta ad Abu Dhabi”.
Anche a Newcastle la politica sembra orientata a lasciar fare, anche perché da
queste parti gli investimenti statali sono rari, e i tagli nell’ultimo
quindicennio sulla spesa pubblica hanno raggiunto quasi i trecentocinquanta
milioni di sterline. A settembre il Times ha mostrato le lettere scambiate tra
il ministro degli esteri inglese e i vertici dei servizi segreti, che mostravano
grande preoccupazione rispetto al fatto che la Premier League avesse aperto
un’indagine sull’origine dell’investimento saudita, poi chiusasi con un nulla di
fatto. Durante le partite del Newcastle, nella tribuna vip, i principi e i
grandi investitori arabi sono spesso a guardare il match insieme alle élite
economiche della regione (su tutti i costruttori multimilionari della famiglia
Reuben), con cui stanno stringendo relazioni sempre più solide.
Lascio Newcastle dopo quasi un mese. Mentre aspetto il treno per Londra mi
attardo in un negozio della stazione che vende souvenir carini per turisti,
fatti meglio e costosi il triplo rispetto alla paccottiglia classica delle
strade principali. Alla fine, per ingannare l’attesa, compro un bavaglino a mia
nipote con su scritto in dialetto geordie “Shy bairns get nowt” (ovvero “Shy
babies get nothing”: le bambine timide non ottengono niente). Poi attendo
composto il treno al binario, su una panchina anti-clochard, mentre sullo
schermo passa uno spot di benvenuto, di cui faccio in tempo ad annotare solo
alcune frasi: “Collegate da numerosi ponti intorno a rive assai vive, Newcastle
e Gateshead sono un luogo imperdibile per ogni turista. […] L’Angelo del Nord,
la più grande scultura del paese, vi dà il benvenuto a braccia aperte in un
luogo dove la storia incontra l’innovazione green. Assisti a spettacoli
affascinanti al Glasshouse International Centre for music, goditi ristoranti di
classe e concediti una pausa nei centri commerciali e nei caffè nel cuore della
città, magari prima di una partita dell’iconica squadra locale. […] Newcastle è
spesso in cima alle classifiche per il miglior posto in cui andare in discoteca,
oltre a offrire serate per ogni interesse, dai cabaret ai corsi per mixologist.
Ma qui è bello anche vivere a ritmo lento: la città ha spazi verdi accoglienti e
funge da ottima base per esplorare il Vallo di Adriano…”. (riccardo rosa)
(foto di miquel angel ballester)
Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca
al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo
più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone,
con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato
pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha
raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le
trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due
resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi
antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di
Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è
uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle
Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e
scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel
Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli.
* * *
Marc Morell. Avevo deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di
un ateneu popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di
Maiorca, uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La Fionderia:
la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di recente è
diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un autobus tre
quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza. Il corteo
partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto nome” – che è come in
certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre aspettavo l’autobus mi ha
sorpreso la quantità di furgoni della polizia nazionale che circolavano su e giù
per i viali intorno al centro. L’ho messo in relazione con le tensioni crescenti
degli ultimi giorni: la settimana scorsa c’era stata una catena umana per
proteggere Es Trenc, la più grande spiaggia libera dell’isola, e la segretaria
del Partito popolare locale aveva provato a prendere in giro e a provocare i
partecipanti (ci sonno immagini veramente da ridere). Poi c’erano stati gli
arresti di alcune compagne a Santa Maria, perché avevano fatto delle scritte
sulla parete di un’agenzia immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal
Pp e da Vox, aveva proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto,
che già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça del
Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per età che
come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a camminare sotto
il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi amici man mano che
il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona di Dalt Murada, il
sentiero che corre lungo ciò che resta delle antiche mura della città, fino a
Ses Voltes, un recinto di fronte alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura
che si affacciano sul mare. Ho pensato che era un po’ strano che la
manifestazione terminasse lì; mi sembrava che fossimo circa 50 mila persone, e
che lì non c’era abbastanza spazio per tutta questa gente. Per cui sono avanzato
ancora dentro la piazza, per lasciare spazio a chi veniva dopo, allontanandomi
dalla folla sotto la Seu.
A quel punto mi ha sorpreso la presenza di circa sette poliziotti antisommossa,
con un atteggiamento molto aggressivo, proprio accanto alla folla: faceva paura
solo a guardarli. Non è passato molto tempo che qualche manifestante iniziasse a
gridare contro di loro, ma niente di più. Però già si cominciava a percepire una
certa tensione nell’aria. Da sopra le mura potevo vedere le migliaia di persone
che non riuscivano a entrare nel recinto, e che quindi si dirigevano verso
l’altra sponda del lago artificiale di fronte alla Seu e al Palau de
l’Almudaina, il palazzo gotico della famiglia reale. Due persone si sono buttate
nelle acque torbide del lago per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi
minuti dopo, da fuori ho visto che la polizia antisommossa aveva iniziato a
caricare un gruppo di persone che volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma
erano così lontani che non sono riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non
ricordo se questo è successo prima o dopo i discorsi e le performance, di cui
non sono riuscito a sentire niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non
avevano potuto usare le prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune
aveva tagliato la corrente.
Solo quando sono arrivato a casa e ho visto il telegiornale sulla IB3, la rete
della regione autonoma delle Baleari, ho visto le violenze. Era successo proprio
dall’altra parte rispetto a dove mi trovavo io, sotto le mura e vicino a una
zona molto turistica: s’Hort del Rei e le aree circostanti. È il primo
spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine degli anni
Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre andavo verso casa, ma
in coda al corteo, mentre io ero in testa.
La polizia dice che eravamo 25 mila, l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto
della mia prima impressione di 50 mila manifestanti. Le autorità dicono che
l’organizzazione non ha voluto seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli
organizzatori dicono che gli avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto
tempo di avvisare i potenziali manifestanti, o qualcosa del genere.
Martedì sono andato anche alla protesta davanti alla delegazione provinciale,
per chiedere le dimissioni del delegato del governo centrale, anche a capo della
polizia nazionale, naturalmente del partito socialista. Eravamo circa
cinquecento. Sono andato via quando metà dei partecipanti aveva lasciato la
manifestazione, e non ho sentito che fosse successo nulla di simile a quanto
accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il delegato provinciale, la
presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al governo con Vox), nonché i
sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto programmato. Si dice che le
violenze erano state pianificate in modo da boicottare il successo della
manifestazione, per me però l’obiettivo delle violenze non erano tanto i
manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo. Criminalizzando la
manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia grossa, nella grande
battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la linea del governo di
Pedro Sánchez).
Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa prospettiva, da sopra
le mura. Rispetto alla tua idea che le cariche fossero pianificate – nel senso
di quella “provocazione controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un
libro che abbiamo recensito su Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento
che ho visto dalla mia prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno
caricato. Non mi hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani,
addirittura un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno
spaccato la testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la
polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo, l’hanno
dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il giornalista
avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa volesse dire.
In breve: la polizia ha bloccato a sorpresa il passaggio tra le mura e il lago
artificiale, da dove doveva passare ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra
chi voleva arrivare al recinto dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti
bloccati una decina di poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso
perché leggessero il manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era
rimasta fuori e che non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro
sono arrivati almeno altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno
cominciato a spingere per attraversare la passerella e raggiungere i loro
compagni, con la scusa che questi erano rimasti bloccati nella folla.
Non tutti li hanno visti. Hanno iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la
gente ha iniziato a cadere dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago.
Poteva essere un disastro. Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento
la gente era nervosa per il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non
c’era intenzione di alzare la tensione. Le spinte e le manganellate per passare,
sono state il detonatore. Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e
male organizzata; invece si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono
arrivati più di dodici blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato
tutta la zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di
poliziotti; c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti indietro. Poi però sono
iniziati ad arrivare gli altri; c’è stata qualche carica, con cui
hanno preso tempo per raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e
hanno aspettato che la folla gli si scagliasse contro; ma siccome la gente non
reagiva, e siccome è una zona molto turistica, sono arrivati gruppi di turisti
che provocavano i manifestanti; la gente rispondeva con fischi e grida, e la
polizia ne ha approfittato per caricare, come se stessero difendendo i
turisti. Le dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno
mostrato quale fosse la loro strategia: usare la categoria del “turista” per
far emergere tutti gli stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che
uscisse l’idea che c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere
invece le accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria del
turismo, gli speculatori, i politici, la stessa polizia per gli arresti dei
giorni precedenti, e così via. Hanno esasperato, hanno provocato, per presentare
la situazione come se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le
cariche “in difesa del turista”.
Un altro studioso della polizia, Paul Rocher, afferma una cosa che stiamo
vedendo in atto: oltre al razzismo, che fomenta la guerra tra gli ultimi e i
penultimi, c’è un secondo grande fattore di fascistizzazione sociale, cioè
l’autonomia “selettiva” della polizia. La polizia ha sempre una certa autonomia
quando si tratta di perseguitare i settori più impoveriti della classe
lavoratrice, oppure quelli più organizzati in termini antagonisti, siano i loro
contenuti politicamente espliciti, oppure no. È una cosa che non dobbiamo
dimenticare. (marc morell / xesc alemany)
Sono tempi bui per la libertà d’espressione, da questo e quel lato del
Mediterraneo.
Lunedi 13 luglio Mehdi Blackwind, all’anagrafe El Mahdi Lyoubi, classe 1992,
rapper e video-maker marocchino residente in Francia – a Marsiglia – dal
2017, è stato stato messo in stato di fermo a Casablanca, con comparizione
immediata prevista per mercoledi 15 luglio al Tribunal Correctionnel di Aïn
Sebâa, a est di Casablanca. Lo stato di fermo è stato convalidato in arresto,
con processo per direttissima fissato al 22 luglio. L’accusa non è stata
formalmente precisata, in attesa della presenza di un avvocato (il
sistema è attualmente paralizzato a causa dello sciopero degli avvocati che
prosegue da cinque settimane), ma é stata poi diffusa da organi di stampa
locali: si tratterebbe del reato di “oltraggio a organo costituzionale” in
relazione ai suoi testi fortemente critici e al sostegno dimostrato al movimento
della GenZ 212. Eppure la libertà di pensiero, opinione e espressione sarebbe
tutelata dalla Costituzione marocchina all’art. 25. Blackwind é il quarto
rapper, dopo Pause Flow, Hamza Raid e Souhaib Qabli a essere stato arrestato da
novembre a oggi. Questi ultimi hanno ricevuto condanne tra i tre e gli otto
mesi, con le stesse accuse di “oltraggio a organo costituzionale”.
L’informazione era stata diffusa dall’entourage dell’artista: venerdì 10 luglio
all’aeroporto di Rabat-Salé gli era stato vietato di lasciare il Marocco ed era
stato convocato presso la Brigata nazionale della polizia giudiziaria di
Casablanca per il lunedì successivo, durante il quale è stato poi interrogato e
messo in stato di fermo. Un comitato in suo sostegno si è immediatamente
costituito a Marsiglia, in comunicazione costante con familiari e amici in
Marocco. L’obiettivo è quello di lanciare una campagna mediatica e di fare
pressione sulle autorità marocchine per favorire il suo rilascio immediato.
Stessa sorte è toccata al giornalista Ali Mrabet, bloccato il 12 luglio al suo
arrivo in Marocco all’aeroporto di Tangeri, chiamato a comparire il 15 luglio
davanti al procuratoire del tribunale di Aïn Sebâa a Casablanca e rilasciato
nella mattinata dello stesso giorno. Lo abbiamo incontrato al caffé Doria nei
pressi del tribunale, subito dopo essere stato rilasciato. Ci ha raccontato di
essere stato messo a conoscenza di un dossier di una cinquantina di pagine sul
suo conto; niente di schiacciante, però, per trattenerlo ulteriormente. L’accusa
maggiore sarebbe quella di aver diffuso informazioni diffamatorie, recanti
pregiudizio alle istituzioni marocchine e di avere relazioni con esponenti
algerini non ben identificati. La sua difesa, in assenza del suo
avvocato, è stata quella di affermare il diritto alla critica, la quale non ha
nulla a che vedere con presunte diffamazioni rivolte a personalità del governo.
Per quanto riguarda l’accusa di avere relazioni con l’Algeria, essa appare come
un ritornello vuoto di significato che torna in voga in svariati processi contro
i giornalisti; la stessa sorte era toccata a Omar Radi qualche anno fa. Secondo
lo stesso Mrabet, le accuse mosse contro di lui appaiono molto deboli; nessuna
formalizzazione in “oltraggio alla monarchia” o “tradimento della
patria”; quest’ultimo prevederebbe pene molto severe e sarebbe più complesso da
scardinare. Non è la prima volta che Mrabet finisce nel mirino della polizia
giudiziaria. Già nel 2003 era stato arrestato e condannato a quattro anni di
reclusione per “oltraggio alla monarchia” a seguito della pubblicazione di
alcuni articoli che avrebbero criticato aspramente il sistema di potere. Fu
graziato dallo stesso re del Marocco l’anno successivo, ma dal
2005 è formalmente impossibilitato a esercitare la sua professione in Marocco. A
seguito di ciò, presa la nazionalità francese, ha continuato a scrivere da
esiliato in Europa e da diversi anni ormai ha la residenza in Spagna. È forse
questo suo “scudo internazionale” che fa muovere cautamente la macchina
repressiva contro di lui. A ogni modo non ci è parso affatto inquieto e
preoccupato, sicuramente non intenzionato a farsi intimorire.
Purtroppo non è una novità che il sistema giudiziario marocchino si scagli
contro giornalisti, artisti e attivisti, in una tendenza che ha visto picchi di
repressione violenta dagli anni Settanta ai Novanta col precedente sovrano.
Durante quelli che sono passti alla storia come “gli anni di piombo”, secondo
l’associazione marocchina dei diritti dell’uomo, qualche decina di migliaia di
persone sono state arrestate più o meno arbitrariamente, numerosissime detenute
in prigioni segrete e qualche migliaio fatte misteriosamente sparire.
La stagione di proteste del 2011 è stata soffocata con la riforma costituzionale
che prometteeva importanti cambiamenti in ambito sociale. Poi nel 2016-17 la
persecuzione del movimento nel Rif ha riacceso i riflettori sul pugno di
ferro del potere. Nasser Zefzafi, presunto leader del movimento, è stato
condannato nel 2019 a venti anni di reclusione. Da allora il paese è stato
attraversato da diverse ondate di proteste, contro il rincaro dei
prezzi delle utenze e dei beni di prima necessità, contro sgomberi violenti ed
espropri incrementati negli ultimi tempi anche in vista degli eventi
internazionali previsti nei prossimi anni.
Allora la politica dei bulldozer si accompagna a quella del bavaglio,
soprattutto dopo le proteste della GenZ 212, che hanno movimentato il paese
nell’autunno scorso al grido di “più ospedali, meno stadi!”. La risposta
governativa si è tradotta in quasi duemilacinquecento arresti, anche di minori,
con pene detentive che hanno raggiunto in alcuni casi i quindici anni. Non
bisogna poi dimenticare i tre manifestanti morti durante gli scontri con le
forze di polizia nelle notte del 2 ottobre 2025 nella cittadina di Lqliaâ nei
pressi di Agadir.
In una dichiarazione rilasciata durante il festival di musica indipendente
L’Boulevard di Casablanca del 2025 e diffusa sul profilo Instagram
#free.el.mahdi, lo stesso Mehdi Blackwind dichiarava che la libertà
d’espressione non si misura sul numero di persone a cui non succede niente di
spiacevole, ma “su quelle alle quali è successo qualcosa” dopo aver espresso le
loro opinioni.
Lo scorso febbraio Zineb Kharroubi, giovane marocchina residente in Francia e
impegnata nella distribuzione cinematografica, è stata arrestata appena
atterrata sul suolo marocchino. L’accusa: “incitazione a commettere dei reati”,
a causa di una sua iniziativa di solidarietà al movimento della GenZ 212
promossa in Francia: si tratta nello specifico di una chiamata a manifestare
davanti all’ambasciata del Marocco a Parigi diffusa via Instagram. Il reato
imputato a Zineb sarebbe di aver appoggiato le proteste scatenatesi a seguito
della morte, in un breve lasso di tempo, di ben otto donne nell’ospedale Hassan
II di Agadir per complicanze e/o mancanza di cure legate al parto. Il movimento
denunciava lo stato di abbandono di scuole e ospedali pubblici, nonché il regime
di corruzione vigente nel paese (già al centro delle proteste nel 2011). Ha
stupito il verdetto emesso dal tribunale di prima istanza di Casablanca lo
scorso 29 giugno, che prevede per Zineb Kharroubi la reclusione di sei mesi e il
pagamento di una multa di 460 euro per un ipotetico reato commesso, tra l’altro,
al di fuori del territorio marocchino. Ingerenze giudiziarie tra giurisdizione
marocchina e suolo francese che quasi non si vedevano dal triste affare Mehdi
Ben Barka!
Eppure il diritto a manifestare non è formalmente reato in Marocco, punibile
secondo la sua legge penale, in quanto sancito dall’art. 29 della Costituzione
del 2011, nei limiti previsti dalla legge (obbligo di dichiarazione preventiva
agli organi competenti; possibilità di organizzazione in capo esclusivamente ad
associazioni, sindacati e organizzazioni legalmente costituite; potere di
scioglimento da parte delle autorità amministrative locali). Più forte del
diritto a manifestare appare allora il divieto di critica esplicita e pubblica
al governo, fatto passare sotto l’etichetta di “oltraggio alla monarchia e agli
organi governativi”, le cui condanne sono inasprite in caso di diffusione delle
proprie opinioni via social network.
Passeggiando per i quartieri delle principali città del Regno si ha
l’impressione di trovarsi in un boom economico senza precedenti: aumento dei
consumi ma anche dei prezzi al consumo, cantieri mastodontici di nuovi quartieri
residenziali, complessi turistici e poli finanzairi, senza contare tutte le
nuove costruzioni destinate a ospitare i prossimi mondiali di calcio del 2030.
Ma i villaggi dell’entroterra piangono ancora le perdite causate dal mortifero
terremoto del 2023, insieme alla mancanza di politiche di welfare e di
infrastrutture per i servizi pubblici di educazione, sanità e trasporti – la
rete ferroviaria piuttosto sviluppata nel nord del paese, a sud non supera la
città di Marrakech – che si accompagnao a sconvolgimenti ambientali quali
siccità e desertificazione. Allora forse il Marocco non dovrebbe solo
rammaricarsi dell’essere stato eliminato dagli attuali mondiali di calcio, ma
piuttosto di non riuscire a raggiungere quegli standard di civiltà ai quali uno
stato di diritto dovrebbe attenersi, al rispetto di fondamentali diritti quali
la libertà di espressione e il lecito dissenso verso le politiche e gli organi
istituzionali. (laura guarino)