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Un Tribunale popolare a Madrid contro la complicità nel genocidio
(da un disegno di raffaele lippi) Mentre una tempesta di vento si abbatte su Gaza, rovesciando le tende e inondando i terreni brulli su cui migliaia di sfollati sopravvivevano al freddo, alla fame e alla devastazione, la Palestina è sparita dal dibattito pubblico. Il “cessate il fuoco” di base è un “cessate le proteste”, che avevano mobilitato milioni di persone in tutta Italia. Il genocidio continua attraverso la fame, i piani di deportazione e i continui attacchi militari. I guerrafondai sono riusciti a bloccare l’ondata di manifestazioni di piazza, e a farci parlare d’altro. Avanza anche la contra: non solo con il decreto che equipara opposizione al genocidio all’antisemitismo, ma anche con la censura a personaggi pubblici e continui provvedimenti disciplinari contro docenti e ricercatori pacifisti, spesso su richiesta di militari israeliani nelle università italiane. Fortunatamente, molti percorsi iniziati nei mesi scorsi vanno avanti: la solidarietà ai detenuti palestinesi o filopalestinesi (i presidi a L’Aquila per Anan Yaeesh, la liberazione di Mohamed Shahin dal Cpr), e anche il faticoso lavoro di fermare le collaborazioni accademiche con Israele. Su pressione studentesca, la facoltà di Lettere della Sapienza ha interrotto gli accordi con Israele, come prima quella di Fisica e l’intera Università Roma Tre (è da vedere se queste dichiarazioni saranno rispettate). La Società italiana di antropologia culturale ha appena approvato una mozione che richiede a tutti i membri di non collaborare con istituzioni accademiche e di ricerca israeliane “finché esse non pongano fine alla loro complicità con il genocidio, l’occupazione militare illegale del Territorio Palestinese e il regime di apartheid” (si trova anche qui). Vale la pena anche vedere cosa succede fuori dall’Italia. Il 28 e 29 novembre a Madrid si è celebrato un evento ambizioso: il Tribunale dei popoli sulla complicità con il genocidio palestinese nello Stato spagnolo, o TPCGP-25. L’evento è stato organizzato dalla Red Universitaria por Palestina – una rete che ha i nodi in tutte e cinquanta le università pubbliche spagnole, che già l’anno scorso aveva organizzato un grande evento a Barcellona dal titolo “L’Università di fronte al genocidio” (e un libro pubblicato per l’occasione). Il Tribunale dei Popoli si tiene nella sala grande della facoltà di Scienze Politiche e Sociologia dell’Università Complutense. Il campus non è lontano dal Puente de los franceses, il ponte sul Manzanarre dove alla fine del 1936 le forze repubblicane bloccarono i golpisti di Francisco Franco per la prima volta, anche grazie alle Brigate internazionali. La Batalla de la Ciudad Universitaria inaugurò la difesa di Madrid dal fascismo, come ricorda una famosa canzone. Ma mentre si sa che Franco arruolò migliaia di marocchini (per poi abbandonarli al loro destino), pochi sanno che sul fronte di Madrid c’erano anche alcuni comunisti palestinesi, che combatterono al fianco di italiani, inglesi, francesi, statunitensi, e migliaia di ebrei. “Il genocidio va compreso al di là del razzismo, dell’odio etnico o religioso”, scrive Manuel Delgado nel libro pubblicato l’anno scorso dalla RuxP. “Smascherando questa visione, un genocidio esprime la cultura degli stati, e in particolare del progetto coloniale e imperiale in cui pretendono di essere coinvolti”. Sulla grande cattedra della sala campeggia uno striscione: “Università per la decolonizzazione della Palestina: fermiamo il genocidio”. Potrebbe sembrare un’assemblea di movimento o un convegno accademico; l’evento invece è inquadrato come un Tribunale: uno strumento che l’università offre alla società civile, orientato all’azione. Ci sono commissioni e tavoli tematici, ognuno dei quali delibera su uno specifico aspetto della complicità dello stato spagnolo con il genocidio. COSA SONO I TRIBUNALI DEI POPOLI «Questo non è un tribunale giuridico», dice nel suo discorso di apertura Ángeles Diez, professoressa all’Università Complutense. «Non siamo qui per sostituirci a istituzioni nazionali o internazionali. È un tribunale d’opinione, un tribunale di coscienza. Seguiamo la linea dei tribunali Russell, e dei tribunali popolari basati sulla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli di Algeri». Perché in questi anni non ho sentito nessuno parlare dei tribunali Russell? In un libro del 1966 il filosofo Bertrand Russell, già premio Nobel, auspicò la creazione di un tribunale d’opinione sui crimini di guerra degli Usa in Vietnam. La prima sessione si tenne nel novembre 1966 a Stoccolma, il presidente era Jean-Paul Sartre, e vi presero parte (tra gli altri) Tariq Ali, James Baldwin, Lelio Basso, Stokely Carmichael, Simone de Beauvoir, Günther Anders, Alice Walker. Si ascoltarono più di trenta testimonianze, anche di militari Usa; venticinque esperti, membri di associazioni pacifiste, giudicarono i crimini degli Usa in Vietnam. Anche il governo di Ho Chi Minh contribuì a finanziare i lavori. “Se alcuni atti o violazioni sono crimini, lo devono essere sia che li commetta la Germania sia che li commettano gli Usa”, spiegò Russell. “Un regolamento sul comportamento criminale altrui deve prevedere che si possa applicare anche a noi”. Il Tribunale deliberò che gli Usa avevano violato la legge internazionale, con la complicità di molti altri paesi, usando armi proibite e imponendo trattamenti inumani ai civili: si considerò il governo Usa responsabile di genocidio. Il Tribunale Russell non poteva imporre sanzioni, ma mirava a “contribuire alla giustizia globale, al ristabilimento della pace e alla liberazione dei popoli oppressi”. Altri tribunali Russell giudicarono le dittature latinoamericane, le violazioni verso i popoli indigeni, i diritti in psichiatria. Nel 2010 a Barcellona un tribunale Russell giudicò la complicità dell’Ue nell’occupazione della Palestina. Ma i tempi sono decisamente cambiati. Tre giorni prima dell’inizio del tribunale la decana della facoltà ha ricevuto delle lettere di denuncia: una da un’associazione di avvocati sionisti, finanziata direttamente da Israele, dalla Federazione di giovani ebrei spagnoli e dalla Rete accademica contro l’antisemitismo nelle università, una lobby esterna alle università. Il giorno prima, il rettore della Complutense Joaquín Goyache ha scritto personalmente alla decana chiedendo di non celebrare l’evento. Ma la RUxP ha inserito giuristi della rete “Juristas por Palestina” in ogni tavolo a verbalizzare. Così non ha dato spazio alle pressioni esterne che tentavano di presentare il Tribunale come evento illegale.  LE COLLABORAZIONI TRA SPAGNA E ISRAELE La Spagna da noi gode di un’ottima stampa, al punto da farci credere davvero che il governo Sánchez stia mantenendo un embargo verso Israele (anche per le recenti minacce ricevute dagli Usa). Il TPCGP-25 ha dimostrato invece, e con un’enorme quantità di documentazione, che il governo spagnolo è strutturalmente complice del genocidio in Palestina. Non solo la Spagna collabora intensamente con Israele, ma le collaborazioni continuano ad aumentare. Basti pensare, come si è detto in apertura del Tribunale, che tutte le navi statunitensi che attraversano il Mediterraneo cariche di munizioni e carburante per il genocidio passano per le acque territoriali spagnole. Se Sánchez avesse voluto davvero un embargo, avrebbe bloccato i porti di Algeciras, Cartagena, Valencia, Barcellona a quelle navi. Senza quei porti, lo sterminio dei palestinesi sarebbe stato più difficile. Il Tribunale prevedeva sette tavoli tematici che presentavano le prove raccolte: uno sull’impresa, il commercio e le “banche armate”, cioè la finanza che foraggia il traffico di armi; uno sui media; uno sul sistema sanitario; uno su sport e cultura; uno sulla repressione e le lobby sioniste; una su università, ricerca, educazione e istituzioni culturali. Per ogni tavolo una decina di professori e ricercatori discutevano i dettagli delle complicità. Quello sulle imprese, per esempio, ha elencato le sei corporazioni spagnole incluse nel report Onu sulle complicità imprenditoriali nel genocidio: sono imprese di logistica, costruzione e trasporti, impegnate nel sostenere le colonie illegali costruite da Israele sul territorio palestinese occupato. Il presunto embargo ha costretto semplicemente le imprese a muoversi in modo meno visibile. Così, la Santa Barbara Systems continua a montare le torrette dei carri armati israeliani della Elbit, ma invece di farlo nella sua fabbrica in Asturias, va a montarle in Lettonia. Banco Santander e il BBVA hanno operazioni da miliardi di euro con le compagnie di armamenti coinvolte nel genocidio (si veda qui), ma ora devono nasconderle con triangolazioni e maggiore opacità nelle operazioni finanziarie. Il che non è una buona notizia neanche per la democrazia spagnola. Ogni tavolo ha elaborato un dossier riassuntivo; presto saranno caricati tutti sul sito. Il tavolo sulla repressione e le lobby sioniste, presieduto da Manuel Delgado dell’Università di Barcellona, ha già pubblicato il suo dossier. Vi si descrivono le reti con cui si “diffondono, sostengono e promuovono le narrative che giustificano o legittimano i crimini perpetrati dal progetto coloniale israeliano”. In Spagna, come in tutta Europa, c’è una “rete di collaborazione pubblico-privata che vincola istituzioni statali, associazioni private e imprese” (la cui genealogia è ricostruita in un altro rapporto del Tribunale), che organizza continui attacchi alle mobilitazioni per la Palestina – dagli accampamenti studenteschi alle manifestazioni contro la Vuelta, il Giro di Spagna, interrotto da proteste quasi a ogni tappa. Nel dossier ci sono anche le trascrizioni di tutti gli interventi strumentali e menzogneri sui giornali e in televisione, i meme, e tutta la pubblicistica riconducibile al lavoro di lobby esercitato dallo stato israeliano e dai suoi sostenitori. LA COMPLICITÀ DI SCUOLE E UNIVERSITÀ Il tavolo sulla ricerca e sull’educazione è partito dallo “scolasticidio” operato da Israele a Gaza, con la distruzione di tutte le strutture educative e di ricerca e l’assassinio di migliaia di studenti e centinaia di docenti (anche in Cisgiordania). Lo ha illustrato l’antropologa israeliana Maya Wind, che è intervenuta con un video. Le università spagnole sono coscienti del ruolo dei loro omologhi israeliani nel genocidio, e in alcuni casi hanno dichiarato la  sospensione delle collaborazioni. A maggio 2024 la stessa Conferenza dei Rettori ha votato per il boicottaggio; ma la destra al potere in varie parti della Spagna ha provato a fermarle, per lo più senza successo. Un intervento ha descritto il contributo dell’Ue alla ricerca israeliana: Israele è il primo paese non Ue a essere incluso nel programma Horizon, e il secondo beneficiario di fondi per la ricerca, nonostante sia uno stato con pochi milioni di abitanti. La commissione Ue discute fin dal 2020 dell’esclusione di Israele da Horizon, ma questa ancora non è stata resa effettiva. Nello stesso tavolo si è parlato dell’incredibile quantità di ricerca israeliana su sorveglianza e cybertecnologie. È quasi impossibile lavorare su questi temi senza collaborare con università israeliane, e infatti moltissime università spagnole continuano a lavorare con le istituzioni che sviluppano i software usati per i check-point, o gli algoritmi militari – come Lavender, che assegna automaticamente ai palestinesi dei punti sulla base dei quali possono essere uccisi; o l’ancora più perverso Where’s Daddy, che calcola come colpire i palestinesi quando tornano a casa dai figli. Ma anche la Biblioteca Nacional de España usa software israeliano: il programma Alma, prodotto dalla Ex Libris, un’impresa che ha sede a Malha, in Cisgiordania. Fino al 1948 Malha era il villaggio palestinese di Al Maliha: i suoi 2.250 abitanti furono uccisi o deportati mentre l’esercito israeliano distruggeva e razziava non solo le case, ma anche archivi e biblioteche. Su segnalazione di oltre cinquecento biblioteche, il mese scorso il Dipartimento della Cultura spagnolo ha cancellato il contratto con la Ex Libris, come impresa legata all’occupazione illegale del territorio palestinese. Altre testimonianze riguardavano le scuole, obbligate per legge a educare ai diritti umani, eppure continuamente sottoposte a ingerenze verso chi denuncia crimini riconosciuti dall’Onu. Molti docenti, organizzati in Marea Palestina. Educación contra el genocidio, rispondono al tentativo di instillare loro paura con la sistematica documentazione di ogni abuso. Neves Arza, professoressa dell’Università di La Coruña, ha raccontato che in una scuola della Galizia il preside aveva chiesto di togliere l’immagine di un cocomero, dichiarando che poteva “risultare offensivo a chi non condivide le critiche al genocidio” (sic!).Quando studenti e docenti hanno chiesto una lettera scritta che motivasse la richiesta, la direzione si è tirata indietro, e il cocomero è ancora lì. Il tavolo ha deliberato di richiedere a ogni istituzione educativa misure che rendano strutturale non solo l’obbligo di non collaborare con il genocidio, ma anche la partecipazione di palestinesi e altre voci anticoloniali. LA SENTENZA CONCLUSIVA La conclusione dei lavori è iniziata con un potente discorso di Rabab Abdulhadi, professoressa palestinese dell’Università Statale di San Francisco, che ha collegato la resistenza attuale al genocidio alla storia centenaria di lotta contro la colonizzazione e contro il fascismo. Per questo nomina la guerra civile e lo sterminio dei nativi americani. Il suo intervento allinea domande importanti: per esempio, “come possiamo collegarci ai nostri fratelli ebrei antisionisti?” Our siblings è il termine che usa. Ma anche: come comportarci di fronte al fatto che l’Ue e l’Onu intervengono nella riscrittura dei programmi accademici palestinesi, finanziando l’Autorità Palestinese perché rimuova ogni menzione alla resistenza anticoloniale. Le università palestinesi quando non sono distrutte, vengono rimodellate secondo le necessità strategiche di Israele. Infine, al termine dei lavori, arriva la sentenza: la “Dichiarazione di Madrid” del 29 novembre 2025, il cui obiettivo è “studiare, comprendere e mobilitare la società civile spagnola”. A partire dalle prove esposte, dall’analisi dei rapporti presentati dai vari tavoli tematici, il Tribunale conclude che lo stato spagnolo collabora da decenni con l’occupazione, l’apartheid e la Nakba permanente, e infine con il genocidio, e che il suo governo ha piena coscienza di questi crimini. Seguono venti punti in cui queste complicità vengono esposte, per tutti gli ambiti analizzati. E conclude: “Il Tribunale dichiara che questa risoluzione si approva con la convinzione che la voce della coscienza collettiva sia uno strumento indispensabile di fronte all’impunità, specialmente quando i meccanismi istituzionali formali sono insufficienti o troppo lenti di fronte alla gravità dei fatti. La fase attuale del genocidio ci obbliga a continuare questo lavoro di documentazione, denuncia e memoria. Chiediamo a tutti i partecipanti e collaboratori di questo Tribunale di continuare i lavori che hanno iniziato”. Non ci sono molti dubbi sul fatto che i tribunali veri non daranno nessuna importanza a questo tribunale, così come hanno ignorato quello di Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre. Ma non c’è neanche molto dubbio che sia un dovere per la comunità accademica raccogliere e ordinare le informazioni che si vorrebbero far passare sotto silenzio. Una rete simile in Italia, la Rete Ricerca e Università per la Palestina, sta ugualmente cercando di sistematizzare le informazioni sulla complicità accademiche italiane con Israele. Ma le frontiere nazionali (e linguistiche) sembrano obbligarci a ripetere più volte lo stesso lavoro. Ci sono anche importanti differenze politiche tra Italia e Spagna: la più evidente, che durante tutto il Tribunale nessuno dei partecipanti ha fatto riferimento ai propri sindacati o partiti di appartenenza. Si lavora insieme, pur essendo ognuno legato ai propri gruppi; l’obiettivo è adempiere al proprio ruolo storico collettivo, non egemonizzare un processo. Luz Gómez dell’Università Autonoma, presidentessa del Tribunale con Rabab Abdulhadi, così ha concluso il suo intervento: «La Palestina oggi è in pezzi, frammentata e sul punto di sparire, sepolta sotto strati giuridici, bellici, politici ed economici normalizzati da Israele a forza di fatti consumati e crimini impuniti, con il sostegno diretto dell’Occidente e dei suoi alleati arabi. In Spagna la denuncia della complicità con il genocidio ci porta oggi all’Università Complutense di Madrid, perché non concepiamo la vita accademica senza giustizia né riparazione». E termina: «La Palestina è nata dalle sue ceneri dopo Karameh, Beirut, Oslo, e rinascerà dopo Gaza, nonostante le controrivoluzioni arabe e l’ascesa dell’ultradestra mondiale. La vita e la bellezza che ci insegna la storia della resistenza palestinese sono insolenti. Parafrasando Pasolini, sono, come le mura di Sana, “una bellezza scandalosamente rivoluzionaria”. Oggi speriamo, insieme alle palestinesi e ai palestinesi, che il mondo si stia svegliando alla loro causa – che è la sua stessa causa: la causa dell’umanità». (stefano portelli)
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Tunisia in rivolta. Genealogie femministe e queer tra repressione e resistenza
(archivio disegni napolimonitor) Verranno al contrattacco con elmi e armi nuove, verranno al contrattacco, ma intanto adesso curami. [CCCP] È il 29 novembre, siamo in piazza a Tunisi con una delle sorelle che ho disseminato lungo le sponde del Mediterraneo. Camminiamo insieme sul percorso che da piazza Pasteur taglia la città lungo le sue meridiane fino ad Avenue Bourguiba, mentre una marea femminista avanza compatta e rumorosa per le strade che attraversiamo ogni giorno. “La strada appartiene al popolo”, risuona intorno a noi, e oggi quel popolo ha il volto di donne, militanti storiche e giovanissime, salde contro un sistema corrotto e patriarcale che le opprime. A un mese dalla sospensione arbitraria delle sue attività, l’Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD) torna a mobilitarsi e a rivendicare la fine della violenza e della repressione. Centinaia di persone attraversano il centro di Tunisi con striscioni e cartelli che denunciano la criminalizzazione delle attività politiche e civili, la violenza esercitata sulle donne e le soggettività non conformi, così come reclamano la solidarietà con tutte le prigioniere di coscienza. In testa al corteo, le storiche militanti dell’ATFD marciano accanto alle più giovani, intrecciando genealogie di lotta e un presente in cui la strada torna a essere il luogo da cui si rivendica il diritto alla vita e all’autodeterminazione. Il corteo del 29 novembre non è un episodio isolato: si inserisce dentro una stagione di mobilitazioni che, a partire dalle proteste ambientali di Gabès iniziate a ottobre e ancora in corso, prova a tessere una risposta collettiva alla svolta autoritaria del presidente Kais Saied. In queste settimane, la piazza si è riempita più volte: un corteo femminista ha attraversato Tunisi anche il 22 novembre, mentre il 6 dicembre la società civile è tornata in strada per richiedere il rilascio di prigionieri e prigioniere politiche. Dal luglio 2021, con la sospensione straordinaria del parlamento, lo scioglimento del governo e la progressiva subordinazione della magistratura all’esecutivo, Kais Saied ha concentrato nelle proprie mani poteri sempre più ampi, trascinando il paese in una profonda regressione democratica. Da allora, un’ondata di arresti arbitrari senza precedenti dalla caduta di Ben Ali ha travolto oppositori, giornalisti, avvocate, sindacalisti, attiviste. Il numero di persone imprigionate cresce di giorno in giorno, mentre una calma solo apparente cela un malcontento diffuso che continua a fermentare in profondità. Oggi, prendere parte a una manifestazione in Tunisia, come d’altronde esporsi e schierarsi politicamente, significa prima di tutto mettere a rischio la propria incolumità. Quando cala la sera, proprio in quella stessa giornata del 29 novembre, arriva la notizia che gela la piazza: Chaima Issa, una delle oppositrici più note del regime, già arrestata nel 2023 e sottoposta a restrizioni che le impedivano persino di apparire in pubblico, è stata sequestrata da uomini in borghese nel pieno della manifestazione. Il suo rapimento, che si inserisce nel processo per complotto contro la sicurezza dello stato che oggi le è costato vent’anni di carcere, è parte di una repressione sistematica che investe la società civile tunisina con violenza crescente. Alle porte di questo inverno, l’aria che si respira in Tunisia è pesante. Eppure, ridurre a silenzio la massa critica è più difficile di quanto si possa credere. È proprio qui che un libro come Tunisia in rivolta. Femminismi e queerness fra strada e cyberspazio di Guendalina Simoncini e Maria Nicola Stragapede offre un varco. Ricostruendo la lunga storia della resistenza femminista e queer in questo paese, le autrici mostrano quanto le soggettività in lotta continuino a reinventare strumenti e spazi di opposizione. Il volume, di recente pubblicazione, è parte della collana Manifesta di Astarte edizioni che, sotto la direzione di Renata Pepicelli, propone una lente femminista e decoloniale sulla storia e l’attualità del Mediterraneo e dell’Asia sud-occidentale. In questo caso, è la Tunisia stessa a prendere parola. Attraverso un lavoro di ricerca tanto denso quanto radicato, le autrici mettono al centro del testo le voci delle donne e delle soggettività non conformi, intrecciando memoria delle lotte, rotture generazionali e nuove forme di resistenza. Simoncini, che si occupa di attivismo digitale e linguaggi della lotta femminista e queer nello spazio mediterraneo, e Stragapede, che studia le trasformazioni biografiche e politiche di chi ha partecipato alle rivolte del 2010-2011, portano sguardi complementari sulla Tunisia postcoloniale. Forti di questa complementarità, costruiscono un testo con un duplice obiettivo: da una parte raccontare a un pubblico italiano la Tunisia contemporanea, senza semplificarne contraddizioni e ambivalenze; dall’altra, provare a tessere legami di sorellanza e solidarietà tra le due sponde del Mediterraneo. Tunisia in rivolta diventa così più di una genealogia dei movimenti femministi e queer: si fa strumento per ripensare le relazioni tra nord e sud, tra maschile e femminile, tra chi abita il centro e chi la periferia. Il libro si muove consapevolmente tra due poli. Da un lato, le storie, le utopie, le eredità politiche dei movimenti: le biografie di militanti, le campagne, le rivendicazioni, le fratture interne. Dall’altro, le trasformazioni intime che l’attivismo porta nella vita delle persone coinvolte: reti di sorellanza informali, spazi di confronto quotidiano, esperimenti artistici e digitali che ridisegnano l’immaginario della rivolta. Da una riva all’altra del Mediterraneo, Tunisia in rivolta ci invita a domandarci come resistere al presente, a partire da genealogie spesso cancellate o marginalizzate. “La nonna partigiana ce l’ha insegnato”, scandiamo nelle piazze italiane e sappiamo bene dove rivolgere lo sguardo quando tempi bui si avvicinano. Il libro restituisce la memoria negata delle donne tunisine che hanno partecipato ai processi di indipendenza e di quelle che, più tardi, hanno resistito al femminismo di stato dei presidenti postcoloniali, indicando una via per l’oggi. Reti e rivendicazioni dal basso, scioperi, collettivi, riviste: sono questi i fili che Tunisia in rivolta riannoda, facendo emergere le continuità e le rotture tra le lotte del Novecento e quelle contemporanee. Dopo aver ricostruito la storia dei movimenti femminili, femministi e queer dagli anni Venti a oggi, la seconda parte del volume si concentra su pratiche, metodologie e saperi combattenti: intersezionalità, cyberattivismo, arte politica. SPAZI SICURI Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, la Tunisia è attraversata da una serie di proteste che portano alla caduta del regime di Ben Ali, al potere da oltre vent’anni, e che sono ricordate dal popolo tunisino come la Rivoluzione della Dignità. Da quel momento si assiste a una vera e propria esplosione di esperienze politiche e culturali che continuano a mescolarsi tra personale e collettivo, tra eredità dei movimenti storici e rotture generazionali. Emergono femminismi plurali che, pur in dialogo con il passato, si dichiarano intersezionali, decoloniali, antirazzisti. Il concetto di intersezionalità, nato all’interno del femminismo nero negli Stati Uniti negli anni Ottanta, è uno degli strumenti centrali del libro: permette di leggere come le diverse forme di discriminazione – di genere, classe, razza, orientamento sessuale – si intreccino nella vita delle persone. Nel corso dei decenni, il dibattito tra i diversi femminismi globali ne ha allargato lo sguardo, portando alla luce nuove linee di oppressione e di alleanza. Nel rivendicare questo posizionamento, i movimenti tunisini mostrano una capacità di intreccio e contaminazione che affonda le radici nelle lotte per l’indipendenza e che oggi si rinnova nei conflitti contro la stretta autoritaria e la precarietà imposta dal regime. A quasi quindici anni dalla rivoluzione, la svolta repressiva del presidente Saied rende evidente quanto sia difficile immaginare luoghi pienamente sicuri. Gli spazi e gli strumenti di lotta non sono più soltanto fisici, ma si estendono al digitale, dove chi fa attivismo femminista e queer sfida censura, sorveglianza e violenza online. In un contesto in cui nessun luogo è davvero al riparo, né la piazza né le piattaforme digitali, né le case né gli spazi associativi, chi milita preferisce parlare di safer spaces: contesti che non negano il rischio, ma provano a ridurlo e a redistribuirlo attraverso pratiche di cura reciproca e responsabilizzazione. Le voci raccolte nel libro ricordano che non può esistere uno spazio davvero sicuro finché il sistema patriarcale, capitalista e coloniale resta intatto; il senso diventa allora costruire dei margini di respiro dentro un mondo insicuro. In Tunisia, questo discorso pesa ancora di più: la comunità femminista e queer è esposta in modo specifico alla violenza di genere e alla discriminazione istituzionale, tanto nello spazio digitale quanto per strada, soprattutto quando entra nelle maglie del sistema giudiziario e carcerario. Non è un caso, inoltre, che in copertina compaia il teatro municipale di Tunisi, scenografia storica delle mobilitazioni popolari su Avenue Bourguiba fin dai giorni della Rivoluzione della Dignità: la strada “dove tutto succede” incontra la scena. Attraversato da figure intente a graffitarne le mura, il teatro richiama le forme di arte urbana che dalla rivoluzione in poi hanno dato corpo e colore alle pulsioni di cambiamento. Nel capitolo sui “linguaggi artistici della protesta”, il libro dedica ampio spazio ai muri femministi di Tunisi e all’arte dei corpi in scena, mostrando come questa possa diventare una delle principali forme di agency politica nella Tunisia contemporanea. Uno degli elementi più preziosi del volume sta inoltre nella struttura: gli intermezzi che punteggiano i capitoli – manifesti, riflessioni, raccolte di graffiti – sono traduzioni e montaggi di materiali prodotti all’interno del movimento tunisino. Attraverso un lavoro di traduzione accurato, le autrici, in dialogo con Gemma Baccini e Luce Laquaniti, offrono al pubblico italiano accesso diretto ad alcuni dei testi più vivi delle lotte in corso, trasformando il libro in un dispositivo corale in cui la voce delle ricercatrici dialoga continuamente con quella di attiviste, giornaliste e artiste. Questa coralità è il risultato di una precisa scelta metodologica: Simoncini e Stragapede si interrogano su cosa significhi oggi fare ricerca “con le altre” e non soltanto “sulle altre”. L’approccio decoloniale orienta la scrittura e si traduce in scelte che attraversano e costruiscono il testo stesso: le autrici riflettono sulla propria posizione di ricercatrici italiane che hanno vissuto e studiato la Tunisia, lasciando spazio alle voci e alle storie del paese, come nella prefazione firmata da Henda Chennaoui, fondatrice della prima scuola femminista intersezionale dedicata a Lina Ben Mhenni. Il libro non si esaurisce sulla carta. La presenza di qr code che rimandano a podcast, video, articoli e materiali d’archivio amplia l’orizzonte, rafforzando il legame tra pagina, strada e cyberspazio. Il linguaggio resta accessibile senza rinunciare alla complessità. In questo modo il volume si propone apertamente come strumento nelle mani del pubblico italiano per costruire ponti di solidarietà consapevole, nella piena coscienza delle lotte condivise e dei privilegi che ci attraversano in modo asimmetrico. Di fronte a un Mediterraneo attraversato da muri, respingimenti e nuove forme di fascismo, Tunisia in rivolta ci chiede cosa significhi davvero essere solidali, oltre che sorelle, oggi: qual è il nostro posto al fianco delle altre? Che cosa ci insegnano i femminismi e le queerness tunisine alle porte di quello che anche per noi sembra essere un lungo inverno? La risposta sembra trovarsi tra le pagine conclusive del libro, nelle quali la tenerezza assume una dimensione esplicitamente politica e radicale. Ricorre, tra i muri di Tunisi e le immaginazioni mediterranee, l’idea che solo con rabbia e tenerezza ci possiamo salvare, solo rendendo collettivo il cuore possiamo resistere al presente. “Rendete collettivo il cuore, di modo che si apra e non si spezzi. Che contenga il dolore del e nel mondo, senza anestetizzarsi e senza esserne divorato”. (matilde collavini)
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La politica della morte. Dopo i massacri nelle favelas di Rio de Janeiro
(disegno di federica pagano) Il 26 novembre di nuovo un’operazione della polizia militare a Rio de Janeiro ha provocato dei morti, questa volta nella favela del Maré; i proiettili hanno raggiunto un bambino di dodici anni che era nel cortile di una scuola, e hanno perforato i muri di una sede dell’Università Federal de Rio de Janeiro. Camila Felix che stava preparando questo pezzo per Monitor sul massacro avvenuto il mese scorso nella favela di Penha, a poca distanza dal Maré, era all’Università quando sono arrivati gli spari. UN PRESIDIO, DUE CORTEI Il 28 ottobre 2025 è entrato nella storia come il giorno del più grande massacro mai realizzato in Brasile; il cinico “successo dell’operazione” suona come una minaccia. Possiamo aspettarci che “la peggiore operazione di polizia a Rio sarà sempre la prossima”. Claudio Castro, il governatore dello stato di Rio de Janeiro vuole proseguire con la presunta strategia di recupero dei territori sotto il controllo dei gruppi armati usando sempre la stessa tattica delle incursioni della polizia, quella che ha consegnato l’intera città – e in particolare le favelas – nelle mani dell’incertezza e della politica della morte. Tre giorni dopo il massacro c’è stata una manifestazione unitaria di protesta con lo slogan “Basta massacri, Claudio Castro fuori!”. Il luogo d’incontro era un campo di calcio, il Campo do Ordem, nel complesso de La Penha, nella zona nord di Rio – il quartiere dov’è avvenuto il massacro. Si sono incontrati gli abitanti dei quartieri Penha e Alemão, i parenti delle vittime, nonché organizzazioni politiche e sociali come i movimenti dei neri, organizzazioni comuniste, sindacati, organizzazioni giovanili, eccetera. La strada era piena di gente; pioveva, le persone erano schiacciate sotto gli ombrelli, vestite di bianco o con magliette a lutto. Quando la pioggia si è calmata, lentamente le persone, le moto e i furgoncini sono entrati nel campo di calcio, e lo hanno riempito finché era difficile camminare. Mi sono fatta un giro, salutando amici e compagni di lotta, e fermandomi ad ascoltare gli sconosciuti che condividevano il loro dolore, i politici e gli attivisti che pronunciavano i loro discorsi, mentre altri registravano o trasmettevano in diretta, insieme a giornalisti di testate indipendenti. L’indignazione era evidente. In fondo al campo c’era un secchio con vernice rossa diluita e magliette bianche da dipingere. Macchie rosse per una moltitudine. Il presidio è rimasto lì per circa tre ore, poi è partita una manifestazione che si è divisa in due. Alcuni dei partecipanti si sono incamminati in corteo verso Penha, mentre un’altra parte si è avviata con i furgoni e le moto in una carovana verso il Palacio de Guanabara, la residenza del governatore dello stato di Rio nel quartiere centrale di Laranjeiras. Io mi sono avviata con il primo gruppo, e ci siamo diretti verso la piazza São Lucas, dove la settimana precedente gli abitanti avevano allineato decine di cadaveri abbandonati dai poliziotti dopo il massacro. Mentre camminavamo per le strade gridavamo: “Claudio Castro, assassino!”, “Non è finita; deve finire; voglio la fine della Polizia Militare”, e “Marielle lo chiese, io pure lo chiedo: quanti devono morire perché questa guerra finisca?” [un riferimento a Marielle Franco, l’attivista per la casa uccisa nel 2018 a Rio, Ndr]. Dalla piazza São Lucas abbiamo continuato a camminare per l’avenida Nossa Senhora da Penha, dove molti negozi sono rimasti chiusi fin dal giorno del massacro. Siamo passati davanti alla sede del 28º Battaglione di pompieri militari, da dove alcuni pompieri osservavano attentamente la manifestazione. Una volta arrivati all’avenida Brás de Pina, almeno otto pattuglie di polizia ci aspettavano parcheggiate. Lì la manifestazione ha iniziato a disperdersi. SICUREZZA PUBBLICA E IDEOLOGIA Secondo il giornale Foro de Teresina, il saldo del massacro è stato di centoventuno morti confermati, nessuno dei quali aveva un ordine di arresto che giustificasse l’operazione. Nessuna delle persone assassinate dal braccio armato dello Stato era il vero obiettivo di quella azione, che ha avuto luogo in un paese dove la pena di morte non è prevista dalla legge. Tra i centotredici arrestati, solo venti avevano dei mandati di arresto. La Defensoría Pública non ha potuto realizzare la perizia sui cadaveri, che avrebbe permesso di distinguere tra uno scontro e un’esecuzione. Il governatore Castro ha dichiarato: “Tutto il Brasile ora ha visto che è possibile affrontare queste organizzazioni. La società ci chiede continuità: e noi gliela daremo”. Il “successo”, tuttavia, con tutta probabilità non risiede negli arresti o nel sequestro di armi, né nel “recupero del territorio”, che non è avanzato neanche di un centimetro. Come mostrano le “mappe storiche dei gruppi armati” sviluppate dal Gruppo di studio sulle nuove illegalità dell’Università Federal Fluminense e dall’organizzazione Fogo Cruzado, questa politica di sicurezza pubblica che va avanti da quasi trent’anni sta diventando sempre più letale, ma continua a fallire nel contenere l’avanzata dei gruppi armati. Una comparazione sull’area di azione di Rio de Janeiro mostra un aumento del quattrocento per cento nel territorio controllato dai gruppi armati, tra il 2008 e il 2023. Queste mappe mostrano una riorganizzazione del dominio territoriale dei gruppi armati nella regione, specialmente con l’espansione del Comando Vermelho e delle milizie. Il “successo” si spiega quindi forse per un’altra cifra: che il sessantaquattro per cento della popolazione si è dichiarata favorevole alla mega-operazione. Così, possiamo formulare un’ipotesi: la “sicurezza pubblica” a Rio de Janeiro funziona come un’ideologia che sostiene le campagne elettorali, e con molto successo. Se studiamo il momento successivo al massacro, e le sue ripercussioni politiche, alla luce di questa ipotesi, possiamo identificare alcuni elementi e prese di posizioni diverse: il rifiuto del massacro, la rivendicazione del suo successo, e anche la strumentalizzazione dell’episodio per trattare altri temi. In primo luogo, spicca la ripercussione relativa agli eccessi commessi. Il 3 novembre, sei giorni dopo i fatti, il gruppo del Psol nell’Assemblea legislativa dello stato di Rio ha presentato una richiesta di impeachment contro il governatore Castro. Il giorno dopo, il presidente federale Luiz Inácio Lula da Silva del Partito dei lavoratori (Pt) ha affermato che “c’è stato un massacro”, dichiarando che ci sarebbe stata un’inchiesta parallela sull’operato della polizia. Ventisette organizzazioni hanno espresso la loro indignazione in una lettera pubblica che affermava “la sicurezza pubblica non si costruisce con il sangue”. La seconda linea di ripercussione consiste nella disputa sulle cause e il senso dell’avanzamento dei gruppi armati a Rio, e – in conseguenza – del massacro stesso. Gli alleati di Bolsonaro legano la crisi della sicurezza a Rio al presunto abbandono della città da parte del governo federale, particolarmente in relazione alla figura di Lula. In questo contesto, è importante analizzare le continue critiche alla Arguição de Descumprimento de Preceito Fundamental, un’azione giudiziaria conosciuta anche come ADPF das favelas, presentata nel 2019 dal Partito socialista (Psb) insieme a diversi movimenti neri, collettivi di madri e parenti di vittime della violenza della polizia, abitanti delle favelas e altre organizzazioni della società civile. L’obiettivo dell’ADPF 635 era diminuire la letalità della polizia nelle operazioni di sicurezza pubblica nelle favelas, ed era stata accettata parzialmente nel 2020. Tra i risultati di tale azione c’era l’installazione di telecamere nelle uniformi degli agenti, la presenza obbligatoria delle ambulanze nei luoghi dove si realizzano le operazioni e la richiesta di maggior trasparenza e dialogo con il Ministerio Público. Tuttavia, le organizzazioni di attivisti e in difesa dei diritti umani hanno denunciato che il testo ha delle falle che permettono un’applicazione flessibile, per non dire selettiva, delle sue direttive. Claudio Castro, che inizialmente aveva elogiato la ADPF quando era stata approvata, ora la chiama “maledetta” e la accusa di rendere meno efficace l’azione della polizia durante il massacro. Secondo Pedro Venceslau, questa argomentazione è in linea con la narrativa adottata dalla destra, e particolarmente dai leader del Partido liberal, per orientare il dibattito sulla sicurezza pubblica verso una critica non solo del governo federale, ma anche del Tribunale federale supremo. Sono due i fattori decisivi per cui la ADPF 635 è stata così criticata. Da una parte, nell’ambito statale, serve come base per la richiesta di impeachment: secondo il gruppo che ha avanzato la richiesta, i protocolli che stabilisce – rispetto alla proporzionalità, alla presenza delle ambulanze, all’uso delle telecamere corporali e alla preservazione della scena dell’operazione per le perizie indipendenti – non sono stati rispettati. Dall’altro lato, nell’ambito federale, la ADPF è servita anche come base per l’apertura dell’inchiesta portata avanti dal giudice Alexandre de Moraes, che ha convocato in udienza il governatore Castro il 3 novembre, richiedendogli un rapporto sull’operazione. Questo rapporto, elaborato dal governo dello stato di Rio, è stato mandato al Tribunale superiore federale il 17 novembre, ma presentava contraddizioni tra il numero degli arresti e il numero delle armi sequestrate. Un’altra discrepanza era sulla quantità di telecamere utilizzate durante il massacro: inizialmente il governo aveva dichiarato che tutti i poliziotti che avevano partecipato all’operazione avevano le telecamere corporali, ma nel rapporto Castro afferma che solo sessanta poliziotti civili avevano tali dispositivi; inoltre, oltre la metà di essi (trentadue) non funzionavano. In più, l’operazione del governo federale, capeggiata da Lula e dal Partito dei lavoratori, fa parte di una strategia di lunga durata nei confronti dei candidati del Partito liberale, a cui appartiene il governatore Castro così come buona parte dei candidati bolsonaristas, sia dello stesso Partito liberale che di altri partiti di destra come i Repubblicani e Progressisti. Però, oltre a questa opposizione, la destra brasiliana da anni deve affrontare anche il Tribunale federale supremo, e in particolare proprio il giudice Alexandre de Moraes. Il punto più alto di questa tensione è stato l’assalto al Tribunale, al Parlamento nazionale e al palazzo presidenziale di Planalto a Brasilia l’8 gennaio 2023, all’indomani della vittoria di Lula. La storia prosegue convulsa dopo il recente arresto di Jair Bolsonaro. Infine, il terzo piano comprende una posizione che considera le favelas come spazi d’eccezione. “Un drone del Comando Vermelho ha lanciato bombe durante l’operazione della polizia, eppure la sinistra insorge se io suggerisco di bombardare le barche dei trafficanti!”, ha scritto Flavio Bolsonaro, senatore e figlio dell’ex presidente. L’associazione di idee segnalata dal senatore è rivelatrice: si riferisce agli attacchi statunitensi contro le barche venezuelane. Non è la prima dichiarazione di questo tipo: suo fratello, il consigliere Carlos Bolsonaro, aveva già criticato la decisione del governo brasiliano di rifiutare, nel 2025, una proposta degli Usa perché fazioni armate come il Comando Vermelho e il PCC (Primer Comando da Capital) fossero considerate organizzazioni terroriste. Secondo la professoressa dell’UFF Carolina Grillo, classificare tali “fazioni” come gruppi terroristi o narcoterroristi sarebbe una strategia per costruire un’alterità radicale che permette la sospensione delle leggi in alcuni spazi specifici. Sono più di tre decenni che in Brasile le politiche di sicurezza sono orientate dall’idea della crisi come forma di governo. L’alterità e la crisi sono elementi essenziali per instaurare questa modalità di azione differenziata delle forze dello Stato, come un vero e proprio stato di eccezione. Altre due studiose, Gizele Martins e Juliana Farias, sostengono invece che la militarizzazione non ha un carattere eccezionale nelle favelas e nelle comunità; è un dispositivo di disciplinamento dei corpi neri e poveri, naturalizzato dalla sua ripetizione. È una politica che si basa su una morte allargata che disorganizza la vita come conseguenza di tale violenza. Essa va oltre la morte e il lutto; si configura anche come irruzione della paura, dei coprifuoco e della imprevedibilità nella vita quotidiana degli abitanti. Così, la violenza in Brasile prevale nelle forme extralegali, tanto quando è esercitata dai gruppi armati, che quando la pratica lo stesso Stato, che trasgredisce le sue stesse determinazioni legali sull’uso della forza. La vita politica che si è articolata dopo il massacro sta mostrando che questo modo di gestire la sicurezza pubblica ha altre ragioni rispetto a quelle dichiarate. (camila felix)
mondo
Se oggi il popolo reclama la vita. Un mese di mobilitazioni per l’ambiente in Tunisia
(disegno di dalila amendola) Che cosa significa, oggi, richiedere il diritto alla vita in Tunisia? A Gabès, città del sudest trasformata in una zona di sacrificio, la risposta risuona nelle piazze. Riecheggia, in questi giorni, la sensazione che vivere a Gabès, la più grande città del sudest tunisino, sia come vivere in una zona di guerra. Un tempo nota per ospitare un sistema unico al mondo di oasi litorali, la città è ora paradigma di un sistema di sfruttamento del territorio senza limiti né confini. Le ragioni sono da ricercare nelle relazioni coloniali tra Sud e Nord globale e, nello specifico, nella trasformazione del territorio tunisino in una fabbrica a cielo aperto per la produzione – per lo più – di fertilizzanti da esportare in Europa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso: i casi di soffocamento. È però nei paradossi del capitale che si sviluppano comunità resistenti in grado di inceppare l’avanzare delle faglie dell’accumulazione. È quanto sta accadendo questo mese nel territorio di Gabès, dove, a partire dall’inizio di ottobre, si sono susseguite una serie di mobilitazioni finalizzate allo smantellamento delle unità produttive inquinanti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Le proteste, che hanno raggiunto il loro apice nel grande sciopero regionale del 21 ottobre, affondano le radici nei numerosi casi di soffocamento verificatisi a settembre. Le aree circostanti il complesso chimico e industriale sono state – e continuano a essere – colpite da fughe di gas tossici che causano asfissia, difficoltà respiratorie e motorie nelle persone esposte. Tra queste, numerosi bambini e bambine che il 10 ottobre sono stati trasferiti in ospedale perché, mentre erano in classe, stavano improvvisamente soffocando. Le immagini virali di quel giorno hanno segnato un punto di rottura definitivo per un territorio che da decenni si mobilita per rivendicare il diritto alla vita. La risposta della comunità è stata immediata e, nei giorni a seguire, si sono susseguite numerose proteste davanti ai cancelli della GCT, durante le quali non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine. In questo clima, il 14 ottobre si sono verificati nuovi casi di soffocamento, scatenando una nuova ondata di rabbia raccolta nella marcia popolare del giorno seguente. I video di quei momenti mostrano scene di forte tensione e una rabbia sociale diretta contro gli impianti inquinanti dell’industria dei fosfati. Le oasi e le spiagge, un tempo descritte come un paradiso terrestre e oggi devastate dalla contaminazione, sono diventate teatro di scontri tra polizia e manifestanti, con l’uso di gas lacrimogeni. È di quei giorni anche la notizia, diffusa dall’ospedale, della fine delle bombole d’ossigeno necessarie per trattare i casi di asfissia. Segue il tentativo di organizzare la rabbia: a guidare il processo c’è il movimento ecologista Stop Pollution, nato a Gabès dopo la rivoluzione e oggi capofila nella resistenza al disastro ecologico. Cosa succede quando un corpo “rifiutabile” diventa corpo politico? Quando la lotta per sopravvivere si trasforma in sabotaggio delle relazioni di scarto? Sale la marea. Dalla convergenza tra Stop Pollution e lo storico sindacato UGTT nasce la chiamata allo sciopero regionale del 21 ottobre, che ha coinvolto oltre centomila persone e ottenuto l’adesione totale delle attività commerciali del territorio. Le immagini di quella storica giornata raccontano una comunità che, all’unisono, rivendica il diritto alla vita e lo smantellamento delle unità produttive responsabili di un genocidio urbano senza precedenti nel territorio tunisino. Il popolo si solleva contro la narrazione tossica dello sviluppo, secondo cui alcune comunità sarebbero residuali e sacrificabili, inondando le strade di Gabès con una mobilitazione senza eguali. LE RADICI DEL DISASTRO Le cause del dissenso nel sudest tunisino sono antiche e risalgono alla scoperta, durante la colonizzazione francese, di fosfati nell’area. A partire da allora, l’intera economia materiale e immateriale della regione è stata stravolta e asservita all’estrazione e successiva lavorazione dei fosfati, portando sul lungo termine a una catastrofe ecologica e sociale. L’instaurarsi del monopolio minerario, di cui ancora oggi la Tunisia è schiava, ha consolidato il modello estrattivista basato sulla marginalizzazione sociale e sulla degradazione ambientale. Così Gabès, per la sua posizione strategica, è stata scelta come nodo principale di trasformazione dei fosfati, culminando nella costruzione nel 1972 dell’impianto del GCT. Raccontare cosa avviene a Gabès impone una difficoltà: non si sa dove cominciare. L’impatto ecologico del GCT si inserisce in un quadro più ampio di sfruttamento eccessivo delle terre e delle risorse idriche delle oasi che ne hanno determinato la progressiva scomparsa. Oggi si parla della morte del corpo dell’oasi, metafora potente per la lenta agonia di Gabès. La quasi totalità delle oasi è stata sacrificata per lasciare spazio all’urbanizzazione seguita all’insediamento industriale, ma l’aspetto più grave riguarda l’espropriazione delle risorse idriche: per esempio, nell’oasi di Chenini erano presenti quattrocento sorgenti naturali utilizzate collettivamente e gratuitamente per l’irrigazione; oggi sono tutte esaurite. Quando si parla di acqua, bisogna inoltre guardare al mare, dove quotidianamente l’impianto del GCT scarica — senza alcun trattamento — gli scarti della produzione. Nello specifico, si tratta del fosfogesso, pericoloso a causa dell’elevata presenza di metalli pesanti e materiali radioattivi. Nel corso dei decenni, ciò ha causato un crollo drastico della biodiversità del golfo, che è passato da ospitare duecentocinquanta specie nel 1965 a sole cinquanta nel 2023. Parallelamente all’espropriazione e contaminazione dell’acqua, le ciminiere rilasciano costantemente ammoniaca, anidride solforica e ossido di azoto, trasformando l’aria in veleno. A marzo è emersa anche la notizia della pianificazione di nuovi impianti per la produzione di ammoniaca e idrogeno verde. Dinnanzi a tutto ciò, possiamo davvero parlare di emergenza? Da decenni Gabès soffoca non per un incidente, ma per causa diretta di politiche neocoloniali che si perpetuano. In tal senso, le rivendicazioni dei movimenti sociali ed ecologisti sono chiare: lo smantellamento delle unità inquinanti e la riconversione ecologica del territorio, insieme a un’indagine sugli impatti dell’industria. Le mobilitazioni proseguono, e il 25 ottobre una grande marcia di sostegno ha raggiunto la capitale, inondando le strade di Tunisi. LA DOPPIA FACCIA DEL POTERE Davanti a questo grande movimento popolare, il presidente Kais Saied ha dovuto prendere posizione, garantendo sostegno e solidarietà. Con una strategia tipica, però, ha scaricato la responsabilità del disastro sui governi precedenti, senza offrire prospettive concrete d’intervento. L’unico intervento tempestivo osservato è stato quello delle forze dell’ordine, impegnate a difendere le macchine della morte e a reprimere con violenza i manifestanti. La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Saied, che dal 2021 ha intensificato la repressione contro ogni forma di dissenso. Recentemente, sono state sospese per un mese organizzazioni storiche come l’Association Tunisienne des Femmes Démocrates, il Forum Tunisien pour les Droit Economiques et Sociaux e la rivista indipendente Nawaat. Queste sospensioni si inseriscono in una strategia di silenziamento della società civile tunisina, tesa a controllare e limitare ogni opposizione al potere assoluto del presidente. Gli arresti politici – fondati su decreti contro la “cospirazione contro la sicurezza di Stato”, come quello del giudice Ahmed Sawab, condannato a cinque anni di carcere dopo un processo lampo – testimoniano il vortice di regressione democratica in corso. Dal luglio 2021, con lo scioglimento arbitrario del parlamento e l’accentramento dei poteri nelle mani di Saied, le istituzioni si sono progressivamente indebolite, la magistratura subordinata all’esecutivo e le libertà civili fortemente ridotte. La crisi di Gabès mette in luce non solo le sfide ambientali e sociali, ma anche la profonda crisi politica e di legittimità del regime, che risponde con repressione e controllo mediatico piuttosto che con soluzioni inclusive e trasparenti. A soli tredici anni dalla rivoluzione, il popolo tunisino torna a chiedersi cosa significhi davvero lottare per la propria vita in un contesto dominato da violenza e repressione. Nel 2024 e 2025, parallelamente a proteste sociali e ambientali, sono stati registrati ulteriori arresti arbitrari di attivisti e manifestanti. Un caso emblematico è quello di Mohamed Ali Rtimi, attivista queer dell’Association tunisienne pour la justice et l’égalité, arrestato durante una mobilitazione di Stop Pollution il 23 maggio 2025. Le recenti proteste a Gabès sono state represse con arresti e detenzioni arbitrarie, spesso in condizioni che violano i diritti processuali, con accusati privi di avvocati e accusati ingiustamente di essere “cospiratori finanziati dall’estero”. Gli arresti di massa – oltre centocinquanta in due settimane – e la repressione delle proteste pacifiche dimostrano una chiara volontà politica di criminalizzare la mobilitazione popolare e soffocare ogni voce critica. Gabès torna però a sollevarsi, si fa marea contro un potere che vorrebbe sacrificarla, inondando ancora una volta le strade il 31 ottobre. Lottare per il diritto alla vita a Gabès significa rivendicare un diritto basilare come quello di respirare ma anche quello di restare, o meglio, tornare: tornare ad abitare un territorio senza che ciò costi la vita. Significa essere quel sole che sorge ogni giorno, tra i colori lividi della contaminazione e della repressione, sapendo che, per quanto gli si spari addosso, “nessuno può spegnere il sole”. (matilde collavini)
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Spagna, la miniera di Manresa e la devastazione ambientale dell’Israeli Corporation
(disegno di giancarlo savino) Nei giorni del “blocchiamo tutto” contro l’attacco alla Global Sumud Flotilla, in Catalogna c’è stata un’importante protesta contro le miniere dell’impresa israeliana ICL, nella zona di Manresa. La manifestazione è stata caricata violentemente dalla polizia della regione autonoma, i Mossos d’Esquadra: gli agenti avevano i passamontagna ed erano molto aggressivi, hanno trattato i manifestanti come terroristi, sostenendo che ci fossero sbarre di ferro e altri oggetti pericolosi nascosti dal corteo. La protesta ha mostrato la convergenza tra il movimento in difesa del territorio, che da anni denuncia la devastazione causata dalle miniere, e il movimento di solidarietà per la Palestina, molto forte in tutta la Catalogna. Non ci sono solo le grandi mobilitazioni di Barcellona – come quelle in occasione della partenza della Flotilla, forse anche troppo mediatizzate, con grandi schermi e personalità politiche. Come anche in Italia, il movimento è decentralizzato, con azioni in moltissime altre città e regioni, anche piccole o periferiche. Nella città di Manresa, che ha meno di centomila abitanti ma una rete di associazionismo molto forte, il 2 ottobre una grande manifestazione aveva bloccato i binari del treno: i manifestanti avevano bruciato anche delle traversedi legno per mantenere ferma la circolazione; il 4, invece, gli studenti delle scuole superiori hanno bloccato per un’ora l’autostrada Eix Transversal. L’azione più importante però è stata la protesta del 3 ottobre davanti alle miniere della multinazionale israeliana ICL a Súria. Queste proteste hanno visto la convergenza tra il movimento per il boicottaggio a Israele e le proteste locali in difesa del territorio e dalla popolazione da una delle forme più dannose di estrattivismo capitalista. La Israeli Corporation Limited, ICL, che acquistò le miniere di Súria e Sallent in Catalogna negli anni Novanta, fa parte della vasta rete di grandi aziende che sostengono il sionismo sin da prima della nascita di Israele. Già negli anni Venti ICL estraeva minerali dai territori palestinesi; si è consolidata negli anni Sessanta, con progetti di estrazione nei territori occupati del Naqab e delle sponde del Mar Morto, diventando un pilastro importante del capitalismo israeliano. Le miniere di Súria e Sallent erano state pubbliche, ed erano già di per sé causa di devastazione ambientale prima dell’acquisto da parte di ICL: una delle ragioni per cui l’acqua a Barcellona è imbevibile nonostante i tantissimi acquiferi sotterranei, è che per decenni i residui salini delle miniere sono stati sversati sul territorio, in particolare in una conca che è diventata una colossale montagna di sale alta cinquecento metri e larga cinquanta ettari. Il sale penetra nelle falde acquifere e raggiunge il fiume Cardener, che alimenta Manresa, e il fiume Llobregat, che alimenta Barcellona. Con l’arrivo dell’impresa israeliana, si sono aperte le porte a tutti i progetti e le richieste dell’industria: la Generalitat ha sempre avuto legami stretti con Israele, e oggi il sostengo pubblico alla ICL mette in difficoltà ogni altro produttore della zona. Oltre a provare a presentare l’incredibile cumulo di residui salini come un’attrazione turistica, la Generalitat ha offerto i suoi Ferrocarrils, i treni regionali, per il trasporto del potassio verso il porto di Barcellona. Un progetto da cento milioni di euro approvato pochi anni fa prevede la canalizzazione diretta dei residui verso il mare, con una linea di tubature di settanta chilometri. Nella zona di Manresa i lavori sono già visibili: posare le tubature richiede il taglio di boschi e lo scempio di aree naturali, sempre accanto al fiume Llobregat, con i conseguenti rischi di sversamento. La Generalitat sta coprendo il dieci per cento dei costi di questa devastazione con fondi pubblici. Inoltre, nel 2023 ci fu un gravissimo incidente, in cui morirono due giovani tirocinanti e un geologo, tutti con meno di trent’anni, che rimasero bloccati in un tunnel a un chilometro di profondità. Le proteste sono cresciute sin dal 2015, quando l’industria ha patrocinato la squadra di basket di Manresa. La contestazione ha portato la questione all’attenzione pubblica, convergendo anche con le lotte per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a Israele. La convergenza ha fatto sì anche che si conoscesse il coinvolgimento della ICL nell’industria militare e nella colonizzazione della Palestina. I vertici di ICL infatti sono stati militari e imprenditori dell’industria militare: Yohannan Loker, direttore tra il 2016 e il 2019, era pilota dell’esercito, poi capo di stato maggiore con Netanyahu; gli azionisti sono anche azionisti della Elbit System, una delle principali industrie militari, e la compagnia è legata anche a la Naviera ZIM, che trasporta le armi dagli Usa a Israele. Il sospetto più grave però è che il fosforo bianco estratto non sia usato solo per la produzione di fertilizzanti, come dichiarato, bensì che rifornisca le terribili armi che bruciano la pelle in modo irreversibile, arrivando fino all’osso, e che sono state denunciate da Amnesty International e proibite dalle convenzioni internazionali. Ovviamente non ci sono prove definitive: ma alcuni documenti mostrano che la filiale ICL America, che ha una fabbrica a Saint Louis, sia vincolata alla fabbricazione del fosforo bianco per gli eserciti di Usa e Israele (tra l’altro, insieme alla Monsanto, altro nome noto della produzione di fertilizzanti chimici). L’enorme sostegno alla ICL da parte della Generalitat catalana e dalla sua polizia – che riceve anche addestramento dalla polizia israeliana – ovviamente frustra molte delle azioni che denunciano la devastazione ambientale e umana provocata da questa compagnia. Manresa è una città con una forte componente operaia e una forte rete di associazionismo in difesa del territorio. Negli ultimi mesi il movimento locale ha tentato di bloccare anche la partita che la squadra di basket  doveva giocar con l’Hapoel di Gerusalemme, cercando di impedire l’accesso degli atleti in campo. I Mossos hanno dispiegato un grosso contingente di furgoni della Brigata Mòvil per impedire le proteste. Alla fine la partita si è giocata, ma la mobilitazione ha avuto molto eco. Anche il giorno della protesta davanti alla miniera di Súria, nonostante l’aggressività dei Mossos, i manifestanti sono riusciti comunque a piantare un ulivo subito fuori dalla miniera. (josep lluís mateo dieste e stefano portelli) 
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Atene, dieci giorni di scioperi e cortei
(disegno di escif) Arrivo ad Atene la sera del 2 ottobre, su un aereo in ritardo di due ore. Alle 2.30 sono in aeroporto, alle 5.30, ora locale, a casa. Una veglia non richiesta ed eppure essenziale: mentre mi sposto verso sud-est, i compagni e le compagne italiani mi aggiornano sull’abbordaggio delle navi della Sumud Flottilla. Molti di loro sono già in piazza, tanti altri e tante altre li raggiungeranno l’indomani. Intanto esco fiacca dalla porta del gate, i tassisti rimangono fermi davanti alle loro macchine. «Απεργία», mi ripetono. «Απεργία! Strike!». Lo sciopero prevede ventiquattr’ore di stop ininterrotto. Tutte le categorie, tutti i sindacati. È stato chiamato il primo ottobre: sul piano delle contestazioni una riforma del lavoro terrificante che estende la durata della giornata lavorativa a tredici ore. Come me, i miei genitori, in visita ad Atene per pochi giorni, sono esausti. Con un occhio alle dirette della Global Sumud, con un altro alla strada, un notturno ci porta tentennante a casa. Dormiamo poco. Aggiorniamo le notizie. Le piazze iniziano a organizzarsi. Incontro il mio coinquilino per la prima volta. Mi saluta velocemente: «I am going to the demo, sorry». Riesco a chiedergli da dove partirà la manifestazione. Ci diamo appuntamento in piazza, recupero i miei. Mia madre sembra felice e mi dice: «Per lo meno manifestiamo qui, almeno se non a casa lo facciamo qui». Avanziamo tra cori sconosciuti, in una lingua dolce ma per me incomprensibile. Pian piano capiamo, le lotte si connettono, i cori tornano ovvi, impariamo a ripeterlo: “ΛΕΥΤΕΡΙΑ ΣΤΗΝ ΠΑΛΑΙΣΤΙΝΗ” – Palestina libera! Il corteo riempie le strade, si muove dalla metro Panormou all’ambasciata israeliana, la composizione è iper-variegata. Proviamo a tradurre gli slogan sugli striscioni: “Sanzioni allo stato di Israele assassino, rilascio dei prigionieri della Flottilla. Libertà in Palestina”. “Isoliamo Israele, Solidarietà ai fratelli palestinesi”. Il traffico è bloccato, il corteo sembra non finire. A quel corteo seguono giornate piene, durante la settimana diverse piazze e strade sono presidiate dall’Alleanza Stop the war e dalla Comunità palestinese greca. La manifestazione del 7 ottobre in solidarietà per Gaza, a due anni dall’inizio del genocidio, si conclude con venti arresti e sei feriti a seguito delle cariche della polizia. Intanto, ci si prepara allo sciopero del 10. Pochi giorni prima, una testata locale riporta il comunicato di Stop the war che richiama a “uno sciopero per la Palestina in risposta alle sporche manovre di Trump con i cosiddetti ‘negoziati di pace’ […]. Vogliamo unirci ad un’onda internazionale di solidarietà con gli scioperi generali in Italia e milioni di manifestanti in tutto il mondo. L’elenco dei sindacati è impressionante e sale di ora in ora, mentre insieme ai lavoratori, studenti e alunni si uniscono alle danze dopo la decisione di OLME (Federazione degli insegnanti delle scuole medie e superiori) di chiudere le scuole con uno stop al lavoro”. Negli stessi giorni incontro L.; vive ad Atene da ormai sei anni e dice: «Non è che in Italia non mi senta più a casa, ma è come se lo fossi un po’ di più qui». Mi racconta com’è stare qui, e di questo periodo: «Ce n’è sempre una, non temere», mi dice. «Ogni fine settimana c’è una chiamata alla piazza e in questi giorni c’è da essere sempre in giro». L., come altre persone incrociate in questi primi giorni in città, mi spiega la composizione della piazza o, meglio, delle piazze. Il corteo principale partirà da piazza Klafthmonos alle ore 13. La stampa locale conferma l’adesione di più di cinquanta sindacati. Il secondo si muoverà invece alle 19, ripetendo il percorso del 2 ottobre e concludendosi all’ambasciata di Israele. Parteciperanno principalmente il movimento studentesco e i sindacati di ricercatori e docenti. È il 10 ottobre. Incontro L. in piazza, riusciamo a trovarci solo alla fine della manifestazione. È sera, intorno a noi la gente sembra stanca, ma ostinata a voler continuare a mantenere alta l’attenzione. «C’è bisogno che ora non finisca tutto qui, dobbiamo continuare». Mi viene in mente che pochi giorni prima mi ero fermata a parlare per strada con una militante dell’area comunista. Mi aveva chiesto da dove venissi – la condanna dell’uso dell’inglese pesa sui rapporti tra visitatori e residenti, un po’ rassegnati alla presenza altalenante di studenti, lavoratori, nomadi digitali. «Italia!», avevo risposto, e lei mi aveva detto che era importante guardare cosa stava succedendo da noi, che «sarebbe importante riuscire a fare così anche qui, anche in Spagna, ovunque». All’indomani della giornata di sciopero mi fermo a guardare indietro a questa dilatatissima settimana. Come L. non posso che chiedermi cosa succederà ora, dopo l’ufficializzazione del piano di “pace” che ancora una volta porta la firma occidentale e coloniale su un cessate il fuoco dopo un massacro durato due anni. Nel mentre, passeggiando per la città, guardo i manifesti, giorno per giorno accumulati sui muri di Atene, con la sensazione che siano sempre freschi di attacchinaggio, in aggiornamento continuo come le lotte in questa città. Allo stesso modo, le scritte e le tag “Zionist not welcome”, “Death to the Idf” risuonano per i quartieri. Qualche angolo più in là, nel pieno di Exarchia – ex quartiere anarchico oramai vittima di processi di gentrificazione e speculazione urbana – appaiono nuove scritte: “Burn BNB + Burn the IDF” e ancora “When an Israeli buys your home, OCCUPY THE HOME”. Penso alla concomitanza delle lotte, alle forme di multiple di potere e oppressione che si accavallano sugli spazi che attraversiamo, e che ogni giorno proviamo a combattere. In una città come Atene in cui sembra di non riuscire a stare al passo con il movimento, lo spazio fisico e la sua materialità ci ricorda ogni giorno l’importanza delle alleanze e delle solidarietà che la Palestina ci chiede di costruire. Qualcuno in questi giorni urlava «Volevamo liberare la Palestina, ma è la Palestina che ha liberato noi». Forse è presto per poterlo dire, ma qualcosa si è mosso. L’importante sarà, nelle settimane a venire, continuare a scuotersi, a organizzarsi, a capire che nuova forma vogliamo dare a questa marea che sembra essersi finalmente alzata. (marina volpe)
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“Macron! Démission!”. Il 10 settembre a Parigi
(disegno di escif) Alla fine è arrivato questo dieci settembre francese. Se n’è parlato per tutta l’estate: dai grandi giornali era tutto un fiorire di “-isti”: “complottisti”, “putinisti”, “sovranisti”. Aggettivi-spauracchio, buttati lì senza attenzione, però è vero che la data era, più che nebulosa, avvolta nella nebbia, imperscrutabile. Così ho cominciato il mio giro al mattino a place des Fêtes, sopra Belleville. I blocchi erano iniziati sulla porta della tangenziale all’alba, ben prima dell’orario al quale sono giunto in piazza. Lì c’erano diverse centinaia di persone, soprattutto tanti studenti. Una folla era assiepata in assemblea, ma c’era chiasso e mi arrivavano dei lemmi come a intermittenza: Palestina, taxer les riches, occupation, blocages… Più in giù, a République, c’erano invece diverse migliaia di persone. La piazza era gestita dai movimenti dei lavoratori sans-papiers. Dal palco un uomo gridava: «Abbiamo fatto cadere [il governo di François] Bayrou, ora facciamo cadere Macron!». Ed effettivamente il nome del Président è su tutte le bocche e su altrettanti muri, spesso seguito dall’urlo: «Démission!». Mentre passeggio e guardo, la nebbia si dissipa. Ancora non so mettere a fuoco precisamente i contorni del paesaggio, ma riconosco la sensazione di trovarmi in terreno conosciuto: quello che succede è nuovo nelle pratiche, ma anche famigliare e, soprattutto, la gente che vi partecipa non mi è estranea. In disparte scorgo un gruppetto di gilets jaunes. Due di loro hanno il gilet ricoperto da delle date tracciate a mano, in linea retta, col pennarello blu; l’inchiostro è ormai appassito dalle intemperie. Lei si chiama Michèle, lui Jean-Claude e sono entrambi gilet gialli della prima ora, ormai dei veterani. Lavorano entrambi nell’industria farmaceutica nella grande banlieue parigina. Si dicono “tecnici”, ma hanno l’aspetto umile. Lei ha i capelli bianchi arruffati, dice di aspettare con ansia la pensione; lui, alto e magro, ha un filo di barba e qualche problema ai denti. Michèle dice che è contenta «che la gente sia fuori, per strada», ma giudica l’appello – “bloccare tutto” – un po’ «confuso». Comunque, dice, «è un buon inizio». Jean-Claude fa tutto un discorso che risale a quel fatidico 2018. Quando sono scesi in piazza, dice, «era per ottenere il referendum d’iniziativa cittadina» (in Francia il referendum all’italiana non esiste), ovvero, «per riprendere il controllo sulle istituzioni». Hanno fallito, riconosce, e quindi eccoci qua con un presidente che fa quel che vuole con le istituzioni, un presidente che «nomina primi ministri senza tener conto del voto». E il risultato è che si producono movimento come quello odierno. Scendo nella metro mentre qualcuno offre dei panini («Prenez des forces! Vous en aurez besoin!»), mi ritrovo intruppato in un gruppo e di giovani. Una ragazza: «Ce ne siamo presi di lacrimogeni. A Gare du Nord, sì». Poco prima, qualche centinaio di persone avevano tentato di bloccare la stazione ed erano stati caricati dalla polizia. Sui video mi aveva colpito il fatto che, per la prima volta da anni, i ragazzi facessero cordone e non retrocedessero alla prima carica. C’era come un’abitudine, una disinvoltura allo scontro. Esco dal sottosuolo a Hotel de Ville. Voglio andare a Châtelet, ma anche fare due passi, vedere. Non appena metto i piedi sulla strada, sono avvolto da centinaia di bolle di sapone: sorpreso, scorgo un saltimbanco che, con due grandi corde e un pezzo di tela, intrattiene dei turisti riempiendo il parvis del comune con queste grandi bolle insaponate. Più in là la piazza di Châtelet è gremita. Qui la piazza è quella sindacale, convocata dalle federazioni della Cgt che, disobbedendo all’imbarazzo della direzione centrale, si sono buttate nel sostegno a questa protesta spontanea. Chiacchiero con una compagna che torna dai blocchi mattutini, stravolta dalla stanchezza. Dice che è andata bene, che erano ovunque, anche se la composizione è quella solita: tanti gauchistes… Un’infermiera in sciopero mi racconta di un’assemblea con cinquecento persone davanti al suo ospedale, gremita di colleghi e di abitanti del quartiere; e di come dopo siano andati in gruppo al deposito Ratp lì vicino dove c’era un picchetto. Un compagno mi racconta dei picchetti agli inceneritori. Un’altra dell’assemblea dei ferrovieri a Gare de Lyon, poi giunta in corteo a Châtelet, e dell’aggressività della polizia che aveva paura bloccassero i binari. Faccio un giro. Una ragazza bardata con uno scialle dice che ora vanno a bloccare rue de Rivoli, ma è tutto calmo. Poi la massa si muove verso République, come una gigantesca manif sauvage: rivoli di folla emergono sul boulevard Sébastopol, non credo di aver mai visto una manif sauvage così grossa. Spuntano le prime barricate, cassonetti rovesciati e dati alle fiamme, due materassi coperti da spazzatura bloccano il traffico, un giovane dà loro fuoco e partono i primi lacrimogeni. Le persone a malapena ci fanno caso: l’unico gesto di risposta avviene all’unisono, ed è quello della mano che rapida e sicura mette la mascherina a coprire la bocca e il naso. La gente si perde nelle viuzze, verso Opéra. La sera vado a Place des Fêtes, piove. Ci sono migliaia di persone. Un’assemblea gigante, memore di Nuit Debout, ma meno organizzata, il suono degli interventi si perde tra il battere della pioggia sugli ombrelli. Qualcuno fa una barricata e le dà fuoco, le batterie al litio delle bici in sharing scoppiettano e mandano scintille bianche, sotto lo sguardo scazzato dei pompieri. Dopo un po’ la polizia sgombera, e ora riconosco il paesaggio: è quello del movimento nel 2023 contro la riforma delle pensioni di Macron. Che si svegliava all’alba per partecipare ai picchetti davanti ai depositi dei trasporti, agli inceneritori, alle stazioni e agli ospedali. Ma questa volta si è attivato senza chiedere il permesso delle “centrali” sindacali, e quindi non solo detta l’agenda, ma pesca liberamente dalle pratiche dell’ultimo decennio: ecco allora i blocchi e le azioni da gilet jaunes e le assemblee alla Nuit debout, i picchetti… Un decennio di lotte condensato in una strana festa, assembleare, incerta. Promette molto e bene. Chissà. In ogni caso, Macron démission. (filippo ortona)
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Viaggio nei territori occupati della Cisgiordania. Intervista a un contadino di Via Campesina
(disegno di giancarlo savino) Nel dicembre 2024 una delegazione di agricoltori europei affiliati al movimento Via Campesina è andata in visita in Cisgiordania, da un lato per esprimere solidarietà ai lavoratori agricoli palestinesi dell’UAWC, dall’altra per promuovere la salvaguardia dell’autonomia alimentare palestinese: dalla produzione di ortaggi, all’olio di oliva, fino ai prodotti locali coltivati nei territori occupati. Via Campesina è un movimento internazionale nato nei primi anni Novanta in Belgio, per unire le rivendicazioni di milioni di contadini, lavoratori senza terra, popolazioni indigene, pastori, pescatori, lavoratori agricoli migranti, piccoli e medi agricoltori; una lotta che naturalmente oggi si intreccia con le rivendicazioni palestinesi, visto che l’attacco alla sovranità alimentare è un fattore chiave del sistema di oppressione israeliano, poiché il controllo dei mezzi di produzione agricoli  impedisce l’autonomia del popolo palestinese. Per parlare dell’esperienza in Cisgiordania contatto uno dei delegati che ha preso parte alla visita. Partiamo da Gaza. Qual è la situazione rispetto ai dati in vostro possesso? La situazione a Gaza è catastrofica. Il pesce prodotto in Palestina arrivava dai pescatori a Gaza, ma quella flotta di pescatori non esiste più. Anche la situazione dell’agricoltura è drammatica. La quasi totalità delle terre sono completamente inutilizzabili. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite rileva che solo l’8,6% dei terreni coltivabili a Gaza è ancora accessibile, mentre solo l’1,5% dei terreni coltivabili è sia accessibile che intatto. Alcuni campi sono stati resi non coltivabili dai residui chimici dei bombardamenti, che nessuno sa come smaltire. Inoltre il cuscinetto di sicurezza che Israele sta imponendo nella Striscia sta diventando sempre più esteso, si parla di una zona inaccessibile profonda fino a due chilometri dal confine della Striscia. Una dimostrazione di come Israele non voglia che Gaza torni a essere abitabile. Siamo preoccupati dall’indifferenza degli organismi istituzionali. Già dai primi mesi del 2024 disponevano di dati che mostravano come a Gaza fosse in atto una carestia. Tuttavia a causa del blocco imposto dall’esercito israeliano all’ingresso di ispettori internazionali, il comitato tecnico legato alle Nazioni Unite ha ritardato il riconoscimento dello status, ratificandolo pubblicamente solo alcuni giorni fa. In Cisgiordania, invece, c’è stato un attacco molto recente a Hebron, contro l’unità di riproduzione di sementi dell’UAWC. L’attacco dimostra come nessun luogo in Cisgiordania è al sicuro, nemmeno gli uffici o i campi coltivati di un’organizzazione. L’offensiva ha colpito una delle unità di riproduzione delle sementi palestinesi nei territori occupati ed è stato lanciato senza alcun preavviso. L’unità di riproduzione garantiva la salvaguardia di un assortimento evolutivo di sementi selezionando, attraverso laboratori all’avanguardia, quelle più vitali e più salubri da distribuire ai contadini che ne facciano richiesta. L’UAWC svolge un altro ruolo fondamentale: identificare i terreni che sono a rischio requisizione. Nel 1950 in Israele è stata approvata una legge che stabilisce che tutti i terreni non coltivati o non lavorati regolarmente, vengano requisiti e redistribuiti a coloni o cittadini che ne facciano richiesta. Per questo è fondamentale il ruolo di supporto a UAWC: perché piantare degli ulivi o prendersi cura della terra viene visto come un’attività che mette a repentaglio l’esistenza stessa di Israele. Tuttavia i metodi di persecuzione maggiormente utilizzati dal governo israeliano consistono nel fiaccare i contadini attraverso attacchi mirati. L’esercito israeliano, per esempio, attacca gli allevamenti di polli quando sono pronti per la vendita, come accaduto nel villaggio di Qusra, dove sono stati messi i sigilli, chiusi gli edifici e staccata l’elettricità. Stessa cosa succede nei campi con la distruzione del frumento poco prima della trebbiatura. Tuttavia vediamo una coscienza contadina e delle radici ancora molto forti. A Betlemme abbiamo visitato un campo profughi palestinese, in luoghi dove l’acqua è razionata. Nel campo, sopra il tetto di una casa, gli abitanti avevano costruito una serra idroponica per svolgere attività educative con i bambini. Un’immagine iconica che dimostra quanto i palestinesi abbiano a cuore il rapporto con la terra e con le proprie coltivazioni. Quali sono i pericoli a cui vanno incontro i contadini che coltivano le terre in Cisgiordania? In primo luogo i contadini ci hanno raccontato delle difficoltà incontrate per l’accesso ai campi. Viene negato l’ingresso ai contadini con un’età inferiore ai quaranta anni. Una strategia per rendere l’agricoltura un settore minoritario e non attrattivo per i giovani. Inoltre, circa il sessanta per cento della Cisgiordania ricade nella zona controllata da Israele, secondo gli accordi di Oslo, denominata zona C; in questa fascia di terra troviamo la maggior parte della produzione agricola palestinese. Per coltivare i terreni è necessario che gli agricoltori dispongano di un documento, rilasciato da un ufficio di coordinamento, che autorizzi i contadini ad accedere ai propri terreni. Senza l’autorizzazione diventa più semplice per i coloni e l’esercito giustificare attacchi violenti contro gli agricoltori e i volontari internazionali. L’altra cosa che abbiamo visto, in particolare nella valle del Giordano, è la presenza di fiumi e fonti d’acqua circondati dal filo spinato. Un modo per negare ai palestinesi il prelievo dell’acqua. Nei casi in cui l’accesso ai pozzi non viene recintato, l’accesso viene regolato da aziende israeliane parastatali, come la Mekorot, che ricattano la popolazione palestinese creando una sorta di competizione interna nei villaggi, costringendo gli abitanti a scegliere se mandare l’acqua verso le case o per l’irrigazione dei terreni. In taluni casi, in cui i villaggi palestinesi vengono dotati di condutture idriche grazie a finanziamenti provenienti da fondi europei – come nel paese di Bardala, nella valle del Giordano, dove un centinaio di famiglie beneficiavano dell’infrastruttura – i soldati hanno distrutto centinaia di metri di tubature. Un’altra questione è legata alla diffusione di un lavoro agricolo, specialmente nella valle del Giordano, in cui si cerca di attrarre manodopera palestinese nelle colonie di monocolture intensive israeliane garantendo paghe molto alte e creando così una doppia frattura: rafforzamento del sistema produttivo israeliano e indebolimento dell’agricoltura palestinese. Non tutti cadono in questa trappola. In alcuni villaggi dove esiste un’organizzazione sociale più radicata, l’intero villaggio sceglie collettivamente, in assemblea, di non piegarsi a questo meccanismo coloniale. Cosa è cambiato dopo il 7 ottobre? Dopo il sette ottobre l’occupazione delle terre procede a una velocità impressionante. Rispetto al 2017 – il mio precedente viaggio in Cisgiordania – il movimento dei coloni ha sviluppato metodologie sempre più violente, come le colonie pastoraliste mobili che si dotano di capi bestiame più o meno numerosi e che, con delle roulotte, si fanno spazio nelle aree semi desertiche tra la valle del Giordano e le zone più popolate della Cisgiordania. Una modalità che aggredisce le comunità beduine che vivono una vita seminomade. Questi ultimi non avendo lo spazio per muoversi, e non essendo più liberi di spostarsi, sono costretti a restare nello stesso posto; a dover comprare il mangime, l’acqua e i medicinali perché gli animali abituati a pascolare allo stato brado cominciano a produrre meno latte. Un’altra cosa che abbiamo notato è la crescita dei cosiddetti “avamposti bandiera”. I coloni che piantano una bandiera israeliana in cima a una collina. E formando un recinto e un piccolo muro bloccano l’accesso ai campi agli agricoltori palestinesi. Basta una bandiera piantata su un mucchio di terra e di colpo interi campi diventano di proprietà dei coloni israeliani come accaduto a Gerusalemme Est. Come movimento su cosa bisogna lavorare per supportare la lotta in Palestina? Abbiamo notato come la presenza di volontari e attivisti internazionali sia fondamentale. Tuttavia bisogna osservare la questione con una lente decoloniale. Nel movimento europeo forse è presente un paternalismo di fondo, una modalità frequente nei progetti della comunità internazionale, dove eleggiamo i rappresentanti e scegliamo quelli che sono i temi. In realtà, sono i palestinesi che devono indicarci le loro priorità. Questo ci è stato segnalato da un’organizzazione femminista incontrata a Ramallah, dove abbiamo parlato per un’ora e mezza su come la violenza di genere, l’oppressione delle donne, e le violenze sessuali sono rilevanti nella strategia di oppressione e di massacro della popolazione palestinese. Allo stesso tempo ci hanno detto che quando la loro organizzazione si rapporta con i movimenti femministi europei, nord americani e le Ong si tende a dare più peso alla violenza domestica, piuttosto che alla violenza strutturale contro le donne nell’occupazione sionista. Noi crediamo in un rapporto orizzontale e internazionalista tra popoli, non a una solidarietà selettiva nei confronti del popolo palestinese. Dobbiamo lavorare per spogliarci di questi retaggi colonialistici, concentrando gli sforzi in ciò che i palestinesi chiedono: cessate il fuoco, fine del genocidio e delle politiche espansionistiche di occupazione in Cisgiordania. Per questo è necessario pressare Israele attraverso campagne di boicottaggio economico, nonché sanzioni e cessazioni degli accordi internazionali. (intervista a cura di giuseppe mammana)
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Da Jujuy a Buenos Aires. Reportage sulla lotta indigena contro l’estrazione del litio
(disegno di manincuore) Dal numero 12 (maggio 2024) de Lo stato delle città.  «Noi, dopo che hanno pascolato, i lama li leghiamo tutti insieme e li mettiamo dentro l’ovile, ben stretti. E io così mi sento quando saliamo al Subte [la metropolitana di Buenos Aires], come gli animali da pascolo» – mi ha detto un giorno Flavia, trent’anni, oggi presidente della comunità indigena di Santuario de Tres Pozos, situata nella regione di Salinas Grandes y Laguna de Guayatayoc, nella provincia argentina di Jujuy. «Poi quando si apre la porta, scappano tutti». È ormai scesa dalle scale mobili e si è messa in attesa della metro, insieme alle sue compagne di lotta del Tercer Malón de la Paz. «Prima di venire qui non ero mai salita su un Subte. All’inizio le scale mobili mi spaventavano, non riuscivo a salire da sola. Allora qualcuno mi spingeva e mi aiutava, per più di tre volte ho rischiato di cadere» – l’arrivo della metro ha interrotto la risata di Flavia. Siamo saliti sulla linea D, in direzione dell’Hotel Hilton a Puerto Madero. Dal 22 novembre 2023 vi si riunivano ministri e impresari per il secondo vertice argentino sul litio, perciò il Malón aveva organizzato, fuori dall’albergo, un presidio di contestazione con finalità informative. Il brusio della metropolitana si riempì di un canto: «Cinco siglos resistiendo, cinco siglos de coraje, manteniendo siempre la esencia…». All’uscita dal vagone Wili, la guida spirituale di questa nuova comunità urbana in lotta, continuava a soffiare nella sua conchiglia. Il suono che ne usciva sovrastava il frastuono della metropolitana in ripartenza. Il Tercer Malón de la Paz è arrivato a Buenos Aires il primo agosto del 2023. Erano circa duecento persone, membri di più di cento comunità indigene di tutte le regioni della provincia di Jujuy, situata nel nord-ovest dell’Argentina, al confine con Cile e Bolivia. Hanno attraversato tutte le provincie nordoccidentali del paese per avvicinare il loro grido di protesta ai luoghi del potere istituzionale. Sono giunti fin qui per contestare la riforma costituzionale della loro provincia, volta a favorire l’estrazione del litio dalla loro terra. IL MALON DE LA PAZ La parola “malón” appartiene al lessico colonizzatore castigliano e veniva utilizzata per significare un’offensiva rapida e inaspettata da parte degli indigeni ai danni di uno stanziamento colono o criollo. Il significato è cambiato con il primo Malón de la Paz quando, era il 1946, 174 indigeni del pueblo kolla partirono dalla regione di Cochinoca nell’altopiano andino della regione del Jujuy per camminare in direzione di Buenos Aires. Nella capitale il governo di Juan Domingo Peron era prossimo all’insediamento e intendeva realizzare una riforma agraria. Certi di vedere ascoltato e riconosciuto il loro diritto di preesistenza ancestrale e dunque alla restituzione di terra appropriata o acquistata compulsivamente dallo Stato, i manifestanti camminarono per duemila chilometri da Jujuy a Plaza de Mayo. Eppure, non fu mantenuta la promessa di restituire le terre. E poche settimane dopo le forze della milizia navale, armate di spranghe e gas lacrimogeni, procedettero allo sgombero del primo Malón de la Paz. I maloneros furono caricati su un treno già predisposto sulla linea ferroviaria alle spalle dell’Hotel degli immigranti – dove erano stati alloggiati, per quanto immigranti non fossero –, comunicante direttamente con la stazione di Retiro; li scortarono fino a Jujuy, dove ancora oggi i popoli originari non vedono applicato il loro diritto all’esercizio della possessione ancestrale delle terre che abitano, lavorano e difendono. Sono passati quasi ottant’anni e la politica di sfruttamento del potere istituzionale ai danni dei popoli originari e delle loro terre ricche di risorse naturali prosegue indisturbata. Un tempo i coloni estraevano l’oro, ma oggi la ricchezza ha cambiato nome e colore: l’oro si è fatto bianco e si chiama litio. In nome della riconversione energetica all’elettrico, le imprese mondiali insistono nel risucchiare su larga scala le risorse non rinnovabili nascoste nel cuore del pianeta. È la cosiddetta rivoluzione verde: il Consiglio Mondiale dell’Energia ha affermato che le risorse di petrolio si esauriranno entro una cinquantina di anni. Perciò al combustibile fossile nelle automobili si comincia a sostituire il motore elettrico, la marmitta si trasforma in batteria al litio. Il sole e il vento sono intermittenti, il litio c’è e si sa anche dove. L’ottanta per cento delle risorse mondiali si trova in un triangolo di terra che tocca Cile, Bolivia e Argentina. Quest’ultima è la nazione eletta: le multinazionali hanno già avviato più di sessanta progetti minerari nel paese, nelle provincie di Catamarca, Salta e Jujuy. Il territorio argentino vince la gara della dinamite mineraria perché qui i grossi investitori devono pagare solo il tre per cento delle regalie allo Stato e non subiscono nessuna restrizione né controllo sull’esportazione. «Così l’Argentina diventerà la fornitrice di più della metà del litio necessario a soddisfare la domanda mondiale», annunciava fieramente qualche anno fa Mauricio Macri, presidente del paese dal 2015 al 2019. In pochi anni il valore di una tonnellata di carbonato di litio è passato da duemila a dodicimila dollari. Per produrre una tonnellata di questo minerale servono due milioni di litri di acqua. Per costruire un’auto elettrica (equivalente a circa diciassettemila cellulari) sono necessari più di quattro chili di litio. Una Tesla S contiene una batteria di sei chili di litio. Due milioni di litri d’acqua provenienti dalle Ande di Jujuy si trasformano così in duecento auto elettriche prodotte da compagnie europee, nordamericane, australiane, cinesi, giapponesi e poi distribuite nei rispettivi paesi. Come? Si pompa l’acqua salmastra già a disposizione nelle immense saline jujeñe e la si colloca in enormi piscine la cui superficie equivale a varie migliaia di stadi di calcio. Sotto la radiazione solare l’acqua evapora, il carbonato di litio si deposita. Dopodiché deve essere separato, usando la calce, e poi lavato, e per lavarlo è necessaria acqua pura, di sorgente, che è l’acqua che beve la gente delle comunità dell’altopiano argentino. Le miniere di litio sono miniere d’acqua. Esce più acqua di quella che entra nel sistema, e quest’ultima, quella che vi ritorna, rientra contaminata dalle sostanze tossiche disperse durante la separazione del litio. Il punto della questione attuale, quella gridata per le strade di Buenos Aires dal Tercer Malón de la Paz, non si ferma dunque alla difesa e alla tutela della preesistenza dei popoli originari e del loro diritto a disporre liberamente e rispettosamente delle risorse della terra che abitano, ma consiste anche nel prendere coscienza che la cosiddetta “energia verde” corrisponde in realtà all’ennesimo dispositivo di distruzione dell’ecosistema. Iber mi ha riferito i dati sul processo estrattivo del litio. Eravamo sull’autobus che ci portava verso la sede del SERPAJ (Servicio Paz y Justicia), le cui avvocate si sono occupate di appoggiare e fortificare legalmente le rivendicazioni del Tercer Malón. Iber ha ventiquattro anni ed è di Alfarcito, una piccola comunità situata nella regione di Salinas Grandes, la stessa da cui proviene Flavia. Lì si concentra la maggior parte delle risorse di litio argentine e per questo la lotta contro i progetti di esplorazione per l’apertura di nuove miniere cominciò già nel primo decennio del Duemila. Iber è nato nella lotta. Prima di scendere dall’autobus mi ha detto: «Oggi siamo in guerra, perché è una guerra questa. Tra chi vuole difendere la Madre Terra e chi vuole continuare a venderla per profitto. Stiamo lottando per l’acqua, perché sia libera e ce ne sia per tutti e per tutte. Se perdiamo questa guerra, domani la guerra sarà tra di noi: io e il mio vicino di casa arriveremo a litigare per un bicchiere d’acqua». Poi è squillato il suo cellulare e una voce diceva: “Cinco siglos resistiendo”. LA RIFORMA DI MORALES Dopo una lunga battaglia nell’ambito dei diritti umani indigeni, cinque secoli dopo l’inizio della colonizzazione e della resistenza a essa, nell’agosto 1994, la Costituzione Nazionale Argentina accolse l’articolo 75, che all’inciso 17 stabilisce la responsabilità del Congresso ad “ammettere la preesistenza etnica e culturale dei popoli originari, garantire il rispetto della loro identità culturale e linguistica, riconoscere la persona giuridica delle comunità e la possessione comunitaria delle terre che tradizionalmente occupano e infine assicurare la partecipazione dei popoli originari nella gestione delle loro risorse naturali e degli interessi che le riguardano”. Grazie all’incorporamento di questi statuti normativi, sul finire degli anni Novanta alcune, ma non tutte, delle comunità originarie dislocate nel territorio jujeño si videro legalmente riconosciuta la personalità giuridica, nonché assegnati i titoli di possessione delle porzioni territoriali di insistenza, assegnazione avvenuta in parte in forma comunitaria e in parte direttamente a famiglie o singoli. Nonostante la sussistenza di questi baluardi costituzionali e dei conseguenti atti notarili, lo scorso giugno a Jujuy è stata approvata, senza previa consultazione dei popoli originari, una riforma provinciale, promossa dal governatore Gerardo Morales, che ha facilitato il via libera alle procedure estrattiviste nei territori indigeni e ha autorizzato misure repressive ai danni di qualsiasi tentativo di resistenza. Per via del carattere federale del governo argentino, infatti, le province sono considerate “antecedenti” all’unificazione dello stato-nazione e mantengono un forte potere di autonomia. Per questo ogni provincia dispone di una Carta Costituzionale ed è su di essa che Morales ha agito. Il governatore è riuscito a modificare 66 dei 212 articoli della Carta provinciale, la maggioranza dei quali riguardavano il tema delle risorse naturali. Dichiarando il litio come “risorsa strategica” e stabilendo al minimo la quota di interessi da tributare allo Stato, la nuova riforma sancisce il contratto di svendita del sottosuolo jujeño alle multinazionali estere. Mentre nel governo di Jujuy si discuteva la riforma, Flavia, Iber, Wili e tutto il Tercer Malón de la Paz, erano in marcia sulla Ruta che da Abrapampa cammina verso la capitale di Jujuy. All’alba del 16 giugno Morales ha annunciato l’approvazione della riforma provinciale. Dopo un giorno di mobilitazione a San Salvador de Jujuy, con i popoli originari uniti ai docenti già in protesta per la rivendicazione di un salario degno, il Malón ha organizzato un blocco stradale lì dove si incontrano la Ruta 9 e la 52, quella che porta all’area di Salinas Grandes, la più minacciata dagli interessi speculativi. Il blocco era un’azione di protesta volta anche a informare i passanti sull’incostituzionalità della riforma. Vi sono confluite quasi duecento comunità, per un totale di più di quattrocento persone. I cortes, i blocchi stradali, sono stati un grande esperimento di gestione comunitaria della lotta. Il blocco avveniva su tre fronti: a nord e sud della ruta 9, per i veicoli provenienti rispettivamente dalle regioni al confine con la Bolivia e dalla capitale jujeña, e sulla ruta 52, per bloccare qualsiasi accesso alla zona di Salinas. L’intento era tanto quello di generare scompiglio e sensibilizzazione, quanto di impedire il passaggio di camion trasportanti calce o altri elementi necessari alla estrazione e separazione del litio già in corso nel Salar de Olaroz, centocinquanta chilometri dopo Salinas. Si lasciavano circolare solo i veicoli sanitari o le auto con a bordo minori e anziani. Uno dei ruoli principali, nonché di maggiore responsabilità, nel funzionamento dei cortes era pertanto quello di chi circolava tra i veicoli fermi in strada, distribuendo materiali informativi sull’incostituzionalità della riforma e cercando di dialogare con gli autisti più spazientiti. Ogni ruolo veniva scandito da turni di quattro o sei ore. Oltre a chi volantinava, c’era chi si impegnava a sorvegliare ed eventualmente rafforzare le barricate, costruite con massi e pezzi di legna. La cucina del campo era gestita in modo comunitario: si teneva sempre acceso il fuoco, per smorzare le basse temperature invernali e poter riscaldare i pasti provenienti dalla non troppo lontana Tilcara. Lì infatti, nel campo base di un gruppo di militanti, si cucinavano grosse quantità di zuppa e carne stufata per poi distribuirle nei tre blocchi di Purmamarca, il paese più vicino al luogo del presidio. Di notte ci si turnava per fare da guardia all’accampamento mentre sulle colorate montagne che sovrastano l’incrocio stradale erano presenti gruppi di vedetta pronti ad avvisare dell’arrivo di veicoli delle forze del supposto ordine. E infatti, forti dei nuovi decreti costituzionali che proibivano espressamente blocchi stradali totali così come qualsiasi altro ostacolo alla libera circolazione, alle sei di mattina, poi alle tre e alle sette del pomeriggio del 17 giugno 2023, sono arrivate puntuali le repressioni. La fanteria e la polizia federale hanno iniziato a colpire chiunque avesse a tiro, usando pallottole di gomma e gas lacrimogeni di nuovo brevetto. Hanno distrutto cellulari e videocamere, caricato uomini e donne sui camion pronti a partire verso la questura. A Tilcara, a pochi giorni dall’inizio del Carnevale del 2024, Maria mi ha raccontato la sua esperienza di lotta nei cortes mentre cucivamo la bandiera che avrebbero utilizzato durante la parata del collettivo femminista delle Cari Chupi (belle facce). Mi ha mostrato con orgoglio la sua cicatrice sul polso destro e mi ha detto che non c’era praticamente nessuna e nessun manifestante che non riportasse il segno di un proiettile di gomma sulle gambe o sulle mani usate per proteggersi la faccia. La fanteria sparava ad altezza viso ed è così che tre uomini hanno perso la vista da un occhio. Mi ricordo di quando dagli occhi di Karen, bardati dietro due spesse lenti nere che la riparavano dal sole accecante delle Salinas, è colata una grossa lacrima mentre ripercorreva i fatti del 17 giugno e mi chiedeva di non parlarne più. Karen, insieme a Santiago, rappresentanti della comunità di Pozo Colorado, sono stati detenuti per una decina di giorni nel carcere di Jujuy. Oggi anche loro sono imputati nelle centinaia di cause che il governo provinciale porta avanti in nome della criminalizzazione delle proteste di giugno. Nonostante le repressioni, i cortes sono proseguiti per settimane, continuando a informare i veicoli di passaggio sulla pericolosità della nuova riforma. Non sono mancati episodi di resistenza a nuovi tentativi di attacco delle forze armate. Gridato l’annuncio dalle vedette d’altura, erano spesso le donne a schierarsi in prima linea e a lanciare contro le guardie olio bollente e pietre. «Sembrava una guerra civile – mi ha raccontato uno dei militanti di Tilcara –, dato anche l’alto numero di familiari e conoscenti impiegati nelle forze di polizia locale». E quella guerra civile sembrava anche sostenibile, per quanto indicibilmente stancante e dolorosa, fin quando il 20 agosto, a una settimana dalla sconfitta nelle primarie come candidato alla vice-presidenza dell’Argentina, Gerardo Morales ha mandato un plotone dell’esercito non più in assetto anti-sommossa, bensì dotato di armi belliche vere e proprie. Il plotone ha proceduto allo sgombero e allo smantellamento definitivo dell’accampamento. Il traffico di Jujuy è stato ripristinato senza più interruzioni. I grossi camion di calce hanno ricominciato a raggiungere le miniere di Olaroz Chico e le auto della Toyota, una delle principali case automobilistiche giapponesi, bramosa di batterie al litio, hanno ripreso a fermarsi sulla ruta 52 per proporre alle comunità locali nuovi accordi di esplorazione. IL MALON A BUENOS AIRES Un mese prima, il 25 luglio 2023, il Tercer Malón de la Paz aveva preso la decisione collettiva di cominciare il cammino verso Buenos Aires e ho passato giornate intere con loro nella capitale. A Buenos Aires Flavia mi ha raccontato il costante aumento delle visite da parte delle imprese nella sua comunità di Santuario de Tres Pozos, che vive soprattutto di estrazione del sale, allevamento di lama, turismo e artigianato. Il villaggio di Santuario lo fondò suo nonno, costruendolo a poco a poco, a partire da una scuola. Flavia è nata a casa sua, del nonno, «anche per questo sto lottando – mi ha detto – non voglio che quel luogo venga distrutto». Suo nonno è morto il 26 maggio 2023, non c’è stato abbastanza tempo per stare con il dolore prima del nuovo caos generato dalle repressioni nei cortes di Purmamarca. «Eppure, io da qui mi porto una nuova famiglia». Eravamo nella sua tenda, nell’accampamento di Plaza Lavalle, sotto la Corte Suprema che ormai da più di quattro mesi non offriva ascolto né udienza alle rivendicazioni del Malón. Come nominò la parola “famiglia” il vento forte di quella sera buttò a terra il suo telefono, che appoggiato su un asse del tetto faceva da torcia per illuminare il viso di Flavia e la whipala che le stava dietro, la bandiera dei popoli originari. Abbiamo riso al buio. Fuori dalla tenda di Flavia era una sera come un’altra. Alcune maloneras si godevano il ritmo di una samba cantata da Ivan, un altro dei giovani del Malón. José, che per trent’anni ha lavorato in una miniera di rame, per poi cominciare a unirsi alle lotte sindacali fino ad arrivare a Buenos Aires con il Malón, aveva il piede gonfio per una qualche infezione. Wili glielo massaggiava, poi lo ha lasciato riposare in un secchio pieno di ghiaccio. Raul, uno dei più impegnati nel lavoro di approfondimento dei diritti indigeni, masticava coca mentre leggeva al computer. Iber era appena tornato con le bocce piene d’acqua. Era andato a riempirle davanti al teatro Colón, dall’altro lato della piazza, perché dalla parte dell’accampamento le autorità cittadine avevano tagliato la distribuzione idrica alle fonti pubbliche, per rendere più scomoda la permanenza degli indios di questa fase della storia. L’abuelita Sabina intrecciava tranquilla fili di tutti i colori nel suo piccolo telaio portatile. Yamil, un altro giovane, lottava contro il sonno e cercava di studiare: doveva tornare a San Salvador per dare un esame di ingegneria. Fabiana, una senzatetto adottata dall’accampamento di Plaza Lavalle, veniva a chiedere con la sua andatura claudicante un piatto di zuppa. Estela lo riscaldò e Monica glielo servì fumante. Per pranzo, come ogni lunedì, aveva cucinato un gruppo di donne e uomini salteñi che risiedono da tempo a Buenos Aires e che partecipavano così alla lotta delle loro sorelle e fratelli. Un uccello cantava alla luna calante di quella notte. Era stata la giornata internazionale di lotta all’estrattivismo, il 4 dicembre. Il Tercer Malón aveva aperto il corteo che partiva dall’obelisco di Avenida 9 de Julio fino a Plaza de Mayo, a suon di canti e del motto “Arriba los derechos! Abajo la reforma!”. Erano tutte e tutti stanchi, e presto sarebbero andati a dormire. Da agosto a dicembre Plaza Lavalle è stata attraversata da migliaia di persone, alcune delle quali hanno porto ascolto e gesti di adesione alla lotta, che fossero un pacco di pasta, una chitarra per fare musica insieme, un cartellone preparato per la manifestazione del giorno, e magari tradotto in una lingua altra dal castigliano, per poter cogliere l’attenzione di un turista di passaggio, o insomma una delle infinite modalità possibili per allargare la cassa di risonanza di questa storia che ha urgenza e portata di coinvolgimento universale. Persino il 19 novembre 2023, giorno della vittoria elettorale di Javier Milei, la piazza del Malón è stato un luogo dove versare lacrime e stringersi nel silenzio e nella forza di un abbraccio. Ricordo che Wili ha insitito e alla fine, mentre cominciavano a levarsi suonate di clacson e grida moleste come «Viva la libertad, carajo!», abbiamo giocato a calcio e per un attimo i pensieri sono rotolati insieme al pallone. Durante la partita Wili è caduto molte volte e a gioco finito mi ha detto: «Sai cosa significano tutte queste cadute? Che abbiamo ancora qualcosa da fare su questa terra». Per questo Yamil, tornato all’accampamento con un altro esame superato sul libretto, si dichiarava felice di avere rallentato il suo percorso di studi per unirsi a una lotta in nome della giustizia. Quando tornò a Plaza Lavalle urlando «Jallalla!», il grido che sempre si ripete a sostegno della lotta delle comunità andine del nord-ovest argentino, produsse un’eco che durò fino all’ultimo pomeriggio del Malón a Buenos Aires. L’ombra del potere di Milei, il nuovo presidente nazionale di estrema destra, era sceso sul Jujuy e sull’intera Argentina. Il Tercer Malón de la Paz ha annunciato in conferenza stampa la sua ritirata, prevista per la notte tarda del 15 dicembre. Si preparava così a lasciare la capitale argentina senza aver visto, da parte dei due governi succedutisi al potere durante la sua permanenza in città, alcuna mossa in direzione dell’obiettivo principale della sua lotta: l’abolizione della riforma provinciale di Jujuy sulla base della sua incostituzionalità, tanto procedurale quanto contenutistica. Anzi, l’insediamento del nuovo presidente Milei già lascia intuire ciò che da tempo il popolo jujeño profetizzava: la riforma provinciale, tanto nella sua parte impegnata a criminalizzare le proteste, quanto nella sua più generale ottica produttivistica, è un perfetto laboratorio in cui sperimentare misure da attuare poi su scala nazionale. Il sole stava per tramontare. I lavori di smontaggio delle tende si sono fermati: è giunta la notizia di un guasto meccanico al pullman che da Jujuy stava muovendo verso la capitale per poi riprendere il viaggio in direzione contraria. Era fermo a settecento chilometri di distanza in attesa di una riparazione, che probabilmente sarebbe potuta avvenire solo la mattina seguente. Solo Wili ha proseguito i preparativi del suo bagaglio. Non sarebbe tornato subito in Jujuy col resto del Malón, aveva intenzione di fermarsi ancora un paio di settimane nella provincia di Buenos Aires per continuare un percorso di formazione spirituale con un vecchio saggio della zona. Mentre mi indicava un punto del cielo sopra il teatro Colón, da dove ogni giorno vedeva sorgere il sole, mi ha detto: «I nostri anziani dicono che siamo esseri solari». Secondo la cultura andina indigena il sole, e con esso il pianeta Terra e l’umanità tutta, sono recentemente entrati in un nuovo ciclo temporale chiamato Pachacuti. Significa ritorno all’anteriore, a tutta la saggezza anteriore che invoca la cura della Madre Terra e delle future generazioni. Mentre continuava a disarmare la sua tenda Wili ha aggiunto: «Noi abbiamo lasciato questo messaggio alla società qui a Buenos Aires affinché ne prenda consapevolezza, perché è l’unica forma di sopravvivenza, se no scompariremo tutti». Scioglieva un nodo, poi un altro. Suo nonno aveva partecipato al primo Malón de la Paz. Ha rimosso il telo di plastica che gli faceva da copertura anti-pioggia. Il sole tramontava, Wili è partito col suo sorriso. Il pullman era sempre fermo nella provincia di Córdoba. Il Malón è andato a dormire ancora incerto sull’orario di partenza, ma ben convinto che era tempo di tornare al territorio, a progettare da lì nuove strategie di resistenza e difesa collettive. Eppure, l’assalto è avvenuto prima del previsto. All’alba dell’indomani, a sei mesi esatti dal giorno dell’approvazione della riforma incostituzionale, non è stato il pullman ad arrivare, bensì, come settantasette anni prima, in pieno rispetto della ciclicità della storia, la polizia della città. Li hanno svegliati alle sei di mattina, entrando nelle tende, e intanto già cominciavano a “bonificare” (questo il lessico usato dalle forze dell’ordine) il lato dell’accampamento dove fino alla sera prima c’erano la cucina e la dispensa, gettando nel tritarifiuti tutto ciò che non era stato ancora imballato, e cioè gli alimenti per la colazione e per il lungo viaggio fino a Jujuy. Il Malón così risvegliato ha cercato un dialogo: spiegava il ritardo imprevisto, sosteneva l’inutilità di questa misura di forza visto l’annuncio della partenza imminente, chiedeva dunque pazienza affinché potessero finire di disarmare l’accampamento seguendo i propri criteri e aspettare l’arrivo del mezzo di trasporto. Ma il capo della polizia ripeteva di «dover pulire immediatamente questa spazzatura» e infine far arrivare una squadra di polizia federale che contava un’ottantina di uomini e donne, a fronte della trentina di persone rimaste. I poliziotti filmavano le azioni dei lavoratori di Buenos Aires Ciudad Verde e di un’azienda privata, convocati per lo smantellamento completo dell’accampamento, l’arrivo trionfante delle forze federali, il coordinamento delle operazioni da parte dei capisquadra e le strette di mano forti e complici tra gli stessi. Più o meno in questa sequenza hanno montato le immagini nel video che è comparso il pomeriggio stesso sulle pagine social della Policía de la Ciudad de Buenos Aires, con la didascalia scritta in maiuscolo: “Si è posto fine alla fattoria a Tribunales – e con ordine”. Seguiva il cartello finale: “Proteggere i porteñi, rafforzare l’ordine, rispetto alla polizia della città”. Io con la mia telecamera seguivo la nonna Sabina, che si aggirava tra le forze dell’ordine con il fuoco sacro «per togliere la malaonda». Poi con disinvoltura ha chiesto a un poliziotto di spostarsi. Stava in piedi sopra alla Pachamama, e cioè a un punto del giardino della piazza dove era stato fatto un buco, all’arrivo del Malón in agosto, per offrire omaggi alla Madre Terra, chiederle accoglienza e protezione durante il periodo di permanenza in quel luogo. Poi ha ripreso il suo cammino, emanante essenza di terra e foglie di coca, rapida e sicura, dicendo tra sé: «Facciano ciò che vogliono con noi, però con lei non possono fare ciò che vogliono, lei è l’autorità più forte e più potente ed è grazie a lei che viviamo». Il Malón è salito sul pullman alle quattro del pomeriggio del 16 dicembre 2023. Subito prima erano canti, lacrime e sorrisi, abbracci e saluti con le persone che nel corso di quei quattro mesi e mezzo hanno accompagnato la lotta. Il Malón che partiva verso Jujuy ringraziava a pugno chiuso la città che restava, a ricordare che questa lotta è di tutte e di tutti, e non il capriccio di “poveri indios selvaggi”, perché è la lotta in difesa della vita contro il sistema neoliberista che sfrutta e fagocita ogni pezzo di terra, ogni goccia d’acqua, ogni essere umano in nome del profitto. (agnese giovanardi)  
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Algeri-Marsiglia-Roma. Piccola storia di Camila e dei suoi viaggi
(archivio disegni napoli monitor) «Sbah el kheir, mama!». Mi sveglio in questo caldo mese di agosto in modo diverso. Oggi partiamo per Roma. Mio padre mi ha regalato questo viaggio. Sapeva quanto l’Italia fosse importante per me. L’importanza di poter finalmente parlare una lingua che padroneggio quasi perfettamente e che ho imparato per sette anni. L’importanza di scoprire la città che vedo solo attraverso il Colosseo e gli infiniti capitoli di storia sull’Impero Romano a scuola. La possibilità di iniziare questa serie di viaggi che voglio intraprendere per il resto della mia vita. Neanche i miei genitori hanno mai visitato l’Italia. Forse alla fine è grazie a me che la visiteranno. Hanno sempre vissuto in Algeria e mi hanno trasmesso l’amore per il mio paese. Il loro paese è diventato il mio: amo l’Algeria come amo la mia famiglia, scorre nel mio sangue ogni minuto e mi legherà sempre alle mie radici. Ma ora che siamo a Marsiglia è tutto diverso. dobbiamo imparare a tenere per noi le nostre origini quando possono portarci pregiudizio. A volte dobbiamo confonderci con la folla per non essere giudicati o discriminati. In un paese in cui la diversità etnica non è valorizzata, a volte è meglio nasconderla. Anche se questo non ci impedisce di andare in Algeria ogni estate con lo stesso piacere. Ho scoperto lì l’italiano, tra i ferventi tifosi algerini e i venditori itineranti di karantika, vicino allo stadio di Algeri. La karantika è la specialità che appartiene all’Algeria, è una delle prime cose da mangiare lì. L’autentica karantika si trova solo in Algeria. Si trova ovunque, in ogni panificio, fast food, pasticceria, pizzeria, ma soprattutto in ogni angolo di strada. È un piatto e panino algerino a base di farina di ceci, simile a un gratin o a uno sformato. Venduto spesso da venditori ambulanti nelle principali città algerine, si consuma preferibilmente caldo. Il principio della karantika è semplice. Si mette una fetta di questo gratin in un pane croccante e si condisce con cumino per un sapore più intenso e, soprattutto, con harissa. Il sapore della karantika è dolce ma allo stesso tempo piccante. Un po’ come in Algeria, caldo ma piccante. Il gratin di ceci è molto leggero al palato, ma il cumino e l’harissa aggiungono un’esplosione di sapore e danno alla leggerezza del gratin un gusto nuovo. Assaggiare una karantika, anche dopo centinaia di volte, mi riporta sempre alla mia infanzia, come una fiamma che sto riaccendendo, che quella karantika sta accendendo… Mi ricordo di quel momento speciale che non ricorderò mai di aver vissuto, ma che rivive nei racconti della mia famiglia. Estate 2008. Il sole caldo batte sul giardino della nostra casa tra le montagne della Cabilia. Ero già immersa nella lingua cabila, che ho imparato prima del francese. Ma quel giorno ho mosso i primi passi. Comincio a camminare, a scoprire il mondo che mi circondava e in quell’occasione assaggio per la prima volta la karantika. Mia zia aveva solo quindici anni e giocava con me come se fossi la sua sorellina. Giocava con me con una karantika in mano. Quello che aveva in mano mi incuriosiva. Capisco subito che si trattava di qualcosa da mangiare. Solo che era pieno di harissa, e l’harissa punge. La famiglia intorno a me aspettava che la sputassi. «Outhezmirara atecith!» (in cabilo: «Non può mangiarlo!») dicevano le mie zie e mia madre. Inaspettatamente, lo mangiai tutto, sorprendendoli. Mi ero già innamorata della karantika. Poi chiedo loro di darmi dell’acqua. Ho gridato: «Fkiyid aman!», che è stata anche la mia prima frase in cabilo. Da quando sono piccola, ascoltavo l’italiano. Appassionata di calcio, vado ogni anno in Algeria, allo stadio della mia città. Lo stadio è impressionante quando si entra, anche se non è esattamente di dimensioni enormi. È l’atmosfera di uno stadio e dei suoi tifosi che rende grande uno stadio, e questo l’ho scoperto in Algeria. Nei giorni delle partite, le strade solitamente vuote si riempiono di uomini, donne, bambini e anziani. I negozianti non chiudono e i bar lavorano fino all’alba. La coda per entrare allo stadio è fastidiosa e stimolante. Da un lato, non vedo l’ora di entrare allo stadio, ma dall’altro l’attesa è sempre lunga. Seduta al mio posto, le poche migliaia di tifosi mi hanno fatto sentire come se fossi allo Stade de France, circondata da ottantamila persone. La squadra di Algeri riprende molte frasi in italiano. «Forza Alger!», «La magia rosso e nera», «Non dimenticheremo mai quello che abbiamo passato…»; o ancora: «La guerra non è niente; l’abbiamo già vinta», «Sempre con fierezza». Queste ultime frasi si riferiscono a uno stesso periodo che risuona e fa parte della vita quotidiana di ogni algerino: la guerra e l’indipendenza dell’Algeria. Sappiamo tutti che se oggi siamo qui è perché i nostri antenati sono morti per la nostra indipendenza. Mi hanno sempre detto: quando ti senti male, ricordati che sei algerina e tutto andrà meglio. Anche i miei antenati hanno vissuto questa guerra. Alcuni sono morti, altri hanno imparato a convivere con le loro cicatrici.  Gli slogan dei tifosi sono in italiano o in arabo. Nello stadio ascolto i canti dei tifosi che ripetono le espressioni in italiano, tutti insieme, come se fosse l’ultima partita della loro vita. L’arrivo dei giocatori è l’unico momento di silenzio. L’intero stadio ascolta il silenzio nell’attesa di riprendere i canti. Quello che ascolto cambia totalmente all’arrivo della squadra avversa. I canti si trasformano in fischi. È sgradevole per le mie orecchie, ma fischio anch’io. L’atmosfera è unica e magica. La miscela di canti e fischi si accompagna agli odori del fumo e dei fuochi d’artificio. La nebbia del fumo mi nascondeva sempre una parte del campo. È sorprendente, ma non è un ostacolo alla mia gioia e al mio impegno.  Questo momento di condivisione è il mio momento preferito, ogni vacanza in Algeria. Vivo simili notti a Marsiglia, allo stadio Velodrome. Stessi canti, stessi odori, ma con una passione differente. Sento sempre un’emozione particolare, un fiume in me quando torno nel mio paese. Una fiamma che non si consuma mai, che viene riaccesa in ogni momento da ogni cultura che vive in me. Una fiamma che ho cura di riaccendere e che mi infiamma soprattutto quando visito la terra dei genitori. La terra che vedo solo una volta all’anno, perché viviamo a Marsiglia. Questa è la storia dei miei genitori: cercare un futuro migliore per i loro figli in Francia. Marsiglia è tutta la mia vita. Mi chiedo ancora se potrò mai lasciare questa città. Marsiglia è il luogo dove sono nata e cresciuta, dove ho sorriso e pianto. Sono diciassette anni che trascorro lì la maggior parte del mio tempo. Ho visitato così tanto il Vecchio Porto che non mi impressiona più. Ho fatto il bagno così tanto alla spiaggia della Pointe Rouge che non ci vado più. Ma mi sono ripromessa di non lasciarla. Marsiglia è una culla dove sto bene, dove si sta sempre meglio. Ho sempre ritenuto che il mio carattere fosse compatibile con Marsiglia. Sanguigna e impulsiva, ma generosa e accogliente. Un po’ come l’Algeria e la karantika. Dolce ma allo stesso tempo piccante. Marsiglia e l’Algeria si assomigliano e mi assomigliano. Mi sento a casa in entrambi i luoghi. Sulle rive del Mediterraneo, con lo stesso clima e lo stesso temperamento. Ma questa volta presenterò ai miei genitori un mondo nuovo, lontano dall’Algeria che hanno conosciuto e dalla Marsiglia in cui abitano da diciott’anni. Oggi partiamo per Roma. Il mio cuore arde di attesa, so che qualcosa mi lega a questo paese. Non vedo l’ora di parlare italiano, di incontrare la gente, di immergermi nella cultura del paese. Non abbiamo scelto Roma senza motivo: avrei potuto scegliere Firenze, Venezia, Milano o ancora Napoli. Ma Roma è sempre stata nella mia mente. Ho aspettato pazientemente le dodici ore di viaggio. Che gioia incontrare i primi cartelli in italiano, ricevere un messaggio dal mio operatore che diceva “benvenuto in Italia” e vedere i controlli di frontiera. Finalmente sono qui! Forse la mia fiamma stava aspettando Roma per continuare a risplendere. La mattina del mio arrivo, naturalmente, sono passata davanti allo stadio Olimpico. Da appassionata di calcio non potevo andare a Roma senza vederlo. Quando sono tornata a Ostia, dove eravamo in campeggio, con i miei genitori e i miei tre fratelli, abbiamo avuto un incontro inaspettato. Abbiamo preso l’autobus 71 che dalla stazione della metropolitana di Eur-Fermi portava alla spiaggia di Ostia. Questo autobus ci ha lasciato il segno. Era l’autobus che collegava il nostro campeggio alla stazione della metropolitana che ci permetteva di raggiungere il centro città. Lo prendevamo la mattina e la sera, come tutte le altre famiglie del campeggio. Durante il viaggio, mi sono concentrata a cercare di individuare le persone che indossavano i famosi braccialetti gialli che consentono l’accesso al campeggio. Ho sentito parlare tutte le lingue: tedesco, libanese, inglese, francese e spagnolo. È stata una grande opportunità per incontrare persone di altri paesi e culture. Come al solito, mi destreggio tra arabo e cabilo con i genitori, francese con i miei fratelli e italiano con l’autista per chiedere se stiamo andando nella direzione giusta. All’improvviso, un uomo anziano mi si avvicina e mi parla in italiano. Molto alto, probabilmente si avvicina ai settant’anni. Mi chiedo cosa possa dirmi. Anche lui sembra essere un turista e porta uno zaino come me. Mi chiedo come possa aiutarmi se nemmeno lui è di qui. «Il campeggio di Ostia? Sì, siete sulla strada giusta, non preoccuparti». «Grazie signore», ho detto, ancora esitante per paura di fare un errore linguistico. «Non preoccuparti, neanche io sono di Roma. Abito a Bari. E voi da dove venite?». «Veniamo da Marsiglia, siamo francesi». I miei fratelli giocavano in fondo all’autobus e i miei genitori osservavano questo incontro, cercando di capire qualche parola che fosse trasparente. Sembrano attenti, come se capissero l’intera discussione. In realtà, durante il mio soggiorno ho insegnato loro le basi di come cavarsela, cioè buongiorno, grazie, per favore, mi scusi signore o signora, per esempio. Ma sono riusciti a capire le frasi usando come punti di riferimento parole trasparenti e il contesto. Per esempio, quando chiedo a qualcuno un’indicazione stradale dicendo «Siamo sulla strada giusta…?», riescono a dedurre dalla parola “giusta” ciò che ho chiesto. È stato molto emozionante vederli interessarsi all’italiano, aggrappandosi a quelle poche parole che potevano collegare al francese. Mi ricordavano me, quando ho preso il primo corso d’italiano della mia vita. Abbiamo confrontato tutto con la Francia: prezzi, cibo, strade, negozi, trasporti pubblici e soprattutto la lingua. Su alcuni punti, Francia e Italia si completano, su altri sono completamente diverse, ed è questo che le rende così affascinanti e uniche. Ecco perché l’Italia rimarrà impressa nel mio cuore, e soprattutto quel primo viaggio a Roma. «Come è possibile avere un aspetto così italiano? È bellissimo! Avete origini italiane? L’uomo ha detto ai miei genitori». «No, l’ho imparato a scuola», ho risposto. «Mia moglie è professoressa di francese. Abbiamo vissuto in Francia per molti anni». Dietro di lui apparve una donna, che sembrava essere sua moglie. È molto più bassa, con capelli rossi molto ben pettinati e assomigliava molto alle vecchie signore parigine. All’improvviso, la coppia comincia a parlarmi in francese, con un leggero accento italiano piuttosto affascinante. Originaria di Bari, l’anziana signora mi ha raccontato dei vent’anni trascorsi a studiare e insegnare a Parigi. A Parigi aveva conosciuto suo marito, che dopo aveva lasciato la città per raggiungerla. La storia era affascinante: sebbene fossero vicini di casa a Bari, si erano innamorati l’uno dell’altra solo dopo essersi incontrati a Parigi. Ormai in pensione, visitano le città d’Italia come amanti. Una storia d’amore all’interno della mia. Roma è diventata la mia storia d’amore quest’estate. È diventata parte della mia storia, già impregnata dalla Francia e dall’Algeria. A suo modo, ha contribuito a riaccendere la fiamma che mi ha permesso di forgiare la mia identità e di unire le culture e le lingue che riecheggiano dentro di me ogni giorno, ogni secondo. (camila abdelmoula)
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