Atene: una scuola di lingua, la lezione di sempre

NapoliMONiTOR - Friday, June 19, 2026
(disegno di martina di gennaro)

Bisognava aspettare. Loro sapevano da sempre che il tempo è una cura. Così come erano consapevoli che la libertà richiede virtù e coraggio, come recita il verso di Andreas Kalvos inciso nel cortile del Politecnico di Atene, a ricordo della rivolta del novembre 1973. Fu proprio lei, la libertà, che in greco è Elefterìa, “a dare le ali a Icaro (ché il mito nasconde sempre un seme di verità). E se è vero che l’alato cadde nel mare, precipitò però dall’alto del cielo e morì libero”. 

Poi, un giorno, davanti alla lavagna, è arrivata. E voglio restituirla così com’è giunta, perché non c’è modo più saggio di donare ciò che si è ricevuto se non raccontandolo.

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Chi chiedeva con insistenza il motivo non restava quasi mai soddisfatto dalla risposta. Imparare il greco? Il punto è che chi lo domandava non aveva mai visto il volto eterno di Nikos, fratello di Sideris, mentre ballava uno zeibekiko alle tre di notte sotto i platani di Therma, a Ikaria. Sarà stato intorno al 2012. Gli altri sedevano in silenzio, battendo le mani, per rispetto del ballerino e della sua catarsi. Il volto di Nikos esprimeva la concreta e semplice fermezza di chi sa che per essere liberi bisogna lottare.

Si dice che lo zeibekiko può ballarlo bene solo chi ha amato e sofferto tanto. E chissà quanto avrà sofferto Nikos, infermiere all’ospedale di Agios Kirikos. Quella notte d’estate roteava con gli occhi chiusi, leggiadro nei suoi centoventi chili, ubriaco e in estasi, mentre una voce lamentosa cantava: Theé mou megalodýname, eccetera eccetera, che tradotto vuol dire: Dio mio onnipotente / che sei lassù in alto / getta un po’ di tabacco, mio piccolo Dio / sopra il mio narghilè…

Quelle parole all’epoca erano insignificanti eppure potenti nel suono, e per capirle bisognava approfondire. Non esistevano scorciatoie, ma una strada lunga e in salita. E dopo qualche anno eccoci qui, in un’aula piccola e affollata, a imparare quella lingua così mistica e complicata. Una lingua che parlano solo loro.

Avevo saputo dell’esistenza di una scuola per rifugiati a Exàrchia da un’amica italiana che viveva ad Atene. Si varca un portone in una strada pedonale; si sale una scala di legno scricchiolante. Siamo allo Steki Metanastòn, il ritrovo degli immigrati. Uno spazio autogestito. L’insegnante di turno chiede in modo sbrigativo se conosci l’alfabeto. Se sì, siedi; se no, scendi dove le classi partono da zero. Non esiste altro modo per interiorizzare la prima regola di una scuola autogestita per stranieri: il sano pragmatismo. Parlano i fatti. Quanto alle parole, quelle vengono da sé: occorre impararle, capirle, farsele amiche. Acquisirle e usarle, e piano piano si avanza. È in quel processo che si svela tutto il resto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Ti siedi, un po’ spaesato ma dotato di buona volontà, sedotto dal fascino dell’incomprensione che si trasforma in sapere, in una stanza con i banchi disposti a ferro di cavallo. Di fronte, una lavagna bianca. Quel pomeriggio la composizione è da incipit delle barzellette: ci sono due cinesi, una tedesca, un napoletano e un francese. È lunedì, ma negli altri giorni si incontrano anche iraniani, afghani, algerini. Gente che sa cosa vuol dire perseverare.

Fuori c’è Atene. La civiltà del quotidiano, il blasone della povertà. La crisi sistemica. Un tavolino e due sedie fuori a un negozio di cianfrusaglie, sotto a un porticato di cemento armato pieno di scritte, da cui scendono a cascata fiori di bouganville. Strade trafficate con le acacie lungo i lati. Palazzi abitati da alberi. Il venditore di koulouri che nonostante tutto sorride all’angolo tra la Akadimias e Dimokritou. Duecento famiglie sotto sgombero a Prosfighikà.

Dentro, invece, siamo noi, attenti ad ascoltare un insegnante di nome Vassilis. Sulla cinquantina, calvo, più paziente di Chirone il centauro, più saggio di un Tiresia. Se penso per un momento solo a chi glielo fa fare, non riesco a non pensare alla poesia di Kavafis su coloro che, nella loro vita, decisero di presidiare con onore le Termopili: “Mai mancando al dovere: giusti e retti in tutte le loro azioni, ma con pietà, e con misericordia: valorosi se ricchi, e se poveri non certo meno arditi, danno il loro contributo, per quel che possono: dicendo sempre il vero, senza odio nei confronti dei mentitori. E ancora più onore gli è dovuto se prevedono (e molti lo prevedono) che alla fine arriverà Efialte e i persiani, alla fine, passeranno”.

Perché è di poesia e di nient’altro che qui si parla. E i nostri occhi sono puntati sul maestro Vassilis che con naturale spontaneità usa un metodo maieutico. È da noi stessi che fa partorire il significato intimo di quelle parole. Dal nostro vissuto, dalle nostre biografie. Nessuno sa niente dell’altro eppure è come se fossimo la stessa cosa insieme in quel preciso momento. Come se possedessimo già, da qualche parte dentro di noi, quella lingua da cui tutto sembra trarre origine, e il maestro fosse là, levatrice di vocaboli, per tirarcela fuori con ostinazione.

Una parola allora diventa l’universo intero. Su un quaderno le lettere viaggiano in un groviglio di pensieri che, passo dopo passo, avanzano a forza di intuizioni. Si cade talvolta nell’errore, ma a chi non piace vincere facile è fin troppo evidente che da quello sbaglio s’impara la differenza tra maschile, femminile e neutro.

A un certo punto Vassilis propone un paichnídi. Un gioco. Non c’è modo più efficace per imparare. Dobbiamo scegliere una frase nella nostra lingua d’origine da una canzone, un poema o una favola, scriverla alla lavagna, leggerla ad alta voce e tradurla in greco. Prendiamo tempo. E nel frattempo impariamo che il tempo è il medico dei mali senza rimedio. In greco ha una doppia accezione che, come insegnano i dotti, racchiude tutta una filosofia di vita e di morte, di limite e di infinito che tormenta noi mortali dalla notte dei tempi.

Tocca al primo dei due cinesi. Si chiama Wang, ha il pizzetto e parla solo se interpellato. È la rappresentazione viva di chi al mondo non ha altro che la propria volontà. Si alza e arriva alla lavagna. Scrive. Il testo è articolato, lungo, difficile. Wang l’avrà pescato dal suo cuore, che per un momento si svela a noi ignari di ogni cosa e poi ritorna nel suo mistero assoluto. Ascoltiamo la sua voce recitare parole che restano suoni da decifrare. Traduciamo parola per parola, cercando quelle giuste, scartando quelle controverse, pesando quelle adatte. Dal cinese al greco. Dal greco all’italiano: Lo stesso giorno dell’anno scorso / in questo giardino / c’era una donna con dei fiori di pesco. / Oggi la donna non si vede / ci sono solo i fiori / che profumano di primavera.

Il silenzio aiuta a metabolizzare ogni dettaglio. Ogni parola apre a un mondo nuovo da connettere con l’insieme. E il tutto sta nel molteplice. Avanti il prossimo, dice Vassilis con gli occhi. Si alza il francese e si dirige alla lavagna. Prende il pennarello e inizia a scrivere. Demain, dès l’aube, à l’heure où blanchit la campagne, Je partirai… Sono i versi di una poesia di Victor Hugo. Vassilis riflette insieme al francese sulle parole, ci consultiamo, alcune le conosciamo, altre le impariamo sul momento: Ávrio, me tin avghí, tin óra pou asprízi o kámpos, tha fígo…

La lavagna inizia a vivere di vita multiforme. Gli alfabeti si mescolano in un quadro espressionista. È il mio turno. Mi alzo, prendo il pennarello. “Lasciate ogni speranza voi che entrate” diventa Afíste káthe elpída prin mpeíte. Vassilis riconosce il celebre verso. Capisco solo adesso perché quel vecchio amico si chiamava Elpidio. Quando eravamo piccoli lo prendevano tutti in giro per quel nome.

Sotto a chi tocca. Si alza l’altro cinese e va verso la lavagna. Prende il pennarello e scrive nel suo alfabeto una frase che tradotta suona più o meno (ché tradurre è tradire) così: “La luce della luna davanti al letto”. Impariamo tutti che “luna” in greco è un sostantivo neutro e si dice feggàri. Una parola che sta in una vecchia canzone dell’esilio, con una voce che si rivolge a lei.

Tocca alla ragazza tedesca. Si alza, scrive una frase che ci riporta di nuovo là dove siamo e al contempo laggiù dove saremo: Qualcuno deve pur iniziare il futuro prima o poi. Non aspetterò ancora a lungo.

Insieme traduciamo, analizziamo, interpretiamo questa idea di futuro che in greco si dice Méllon. L’avremmo vista scritta tante, troppe volte, sui muri della città senza futuro, sugli striscioni appesi dai compagni. La lavagna è ormai un terreno coltivato a sementa di lettere. Un testamento collettivo. La osserviamo, e in quel preciso istante capiamo. Capiamo che un brivido ci corre a tutti dietro la schiena. Non ci conosciamo, ma lo sentiamo forte dentro. Vassilis osserva quel piccolo capolavoro senza degnarci di un elogio, ci parla di una rivista che lo Steki Metanastòn pubblica di tanto in tanto, e chiede il permesso di pubblicare ciò che siamo stati capaci di elaborare. Accettiamo. Un cenno di saluto. La lezione è finita, ma è la stessa lezione di sempre. La più antica di tutte le lezioni. (andrea bottalico)