
Perché è nata e dove sta andando la rivoluzione dei fenicotteri in Albania
NapoliMONiTOR - Thursday, June 25, 2026
(disegno di giulia beat)Il pestaggio di un manifestante per mano di guardie private, il 30 maggio scorso, ha indignato l’intera società albanese, trasformando una protesta nel sud-ovest del paese in quella che oggi viene definita la “rivoluzione dei fenicotteri”: una mobilitazione popolare contro il governo Rama, in difesa dei beni pubblici e dell’ambiente. L’aggressione al manifestante è avvenuta alla presenza della polizia; le guardie private hanno spruzzato spray urticante persino contro gli stessi poliziotti. In una messa in scena altamente cinematografica, polizia e manifestanti si sono trovati insieme da un lato della recinzione, mentre le guardie private erano dall’altro lato della barriera che delimitava l’area destinata alla costruzione di un progetto per il quale, a quanto pare, non esiste né un piano definitivo né un’autorizzazione.
All’inizio di quest’anno la zona era stata visitata da Ivanka Trump, figlia del presidente degli Stati Uniti, accompagnata da architetti e imprenditori locali e stranieri. La signora Trump ha incontrato anche il primo ministro Rama, ma nessuno degli abitanti della zona ha preso parte agli incontri. Già nel 2024 suo marito Jared Kushner aveva dichiarato di avere in programma la costruzione di resort di lusso lungo la costa di Zvërnec e sull’isola di Sazan, progetti nati dopo la sua prima visita nella zona nel 2021. Kushner aveva pianificato anche la ristrutturazione degli edifici centrali dell’ex ministero dell’interno jugoslavo a Belgrado – un progetto poi bloccato dalle grandi proteste in Serbia, e dalle indagini sui funzionari responsabili dell’appalto. Kushner però non si è ancora ritirato dall’investimento in Albania, la sua società ha dichiarato di essere pronta a investire oltre un miliardo di dollari nei 14 mila ettari dell’isola di Sazan.
In un’intervista, Ivanka Trump ha presentato Sazan come una terra deserta e inesplorata, in modo simile alle narrazioni coloniali che cancellano la presenza delle popolazioni locali. Ma Sazan non è un’isola deserta: durante il periodo socialista era stata una base militare, e tuttora è sotto l’amministrazione del ministero della difesa. Governi albanesi e capitali stranieri hanno puntato gli occhi sull’isola già dagli inizi del secolo, ma la mancanza di infrastrutture ha impedito lo sviluppo dei progetti. Inoltre, a causa del suo passato militare, l’isola presenta aree minate e residui bellici inesplosi, costosi da rimuovere e fonte di rischi. Perciò i progetti per ora si sono concentrati nella zona di Zvërnec, dove la società di Kushner non risulta direttamente implicata, ma vi ha probabilmente svolto un ruolo di intermediazione con alcuni dei suoi rappresentanti.
Il 30 aprile scorso l’attivista Taulant Bino aveva notato che a Zvërnec alcune persone stavano recintando l’area con il filo spinato, mentre camion carichi di materiale inerte entravano e uscivano dalla zona. La società aveva iniziato i lavori senza un’autorizzazione formale e senza alcun coordinamento tra istituzioni locali e centrali. Le agenzie locali sono state costrette a sospendere le attività chiedendo conferma delle autorizzazioni alle istituzioni centrali. Il primo ministro ha dichiarato che la recinzione dell’area serviva agli studiosi per preparare la valutazione di impatto ambientale del progetto; ma attivisti e ambientalisti avevano già iniziato a pubblicare video che documentavano interventi con mezzi pesanti. Nel corso di maggio si è scoperto che nel 2025 il Consiglio nazionale del territorio (presieduto dal primo ministro stesso) aveva concesso le autorizzazioni per la costruzione un resort turistico a Zvërnec, legate al progetto di Kushner del 2024. La società beneficiaria si chiama Zvërnec South Adriatic Development ed è controllata dalla Dutch Trust Management BV, registrata nei Paesi Bassi, i cui proprietari non sono stati resi noti. Le indagini hanno rivelato una catena di società collegate al progetto di Sazan, che coinvolge i due fratelli miliardari del Qatar Ramez e Mohamad Al-Khayyat, nonché un imprenditore albanese accusato di legami con la mafia, un ex giudice espulso dal sistema giudiziario per patrimoni non dichiarati, un imprenditore assassinato e Shefqet Kastrati, uno dei maggiori oligarchi dell’Albania.
Il progetto prevede la creazione di circa 20 mila unità ricettive e una capacità di accoglienza di diecimila visitatori al giorno in una zona che comprende tre aree protette: Pishë Poro-Nartë, il corso selvaggio del fiume Vjosa e il Parco Marino di Karaburun-Sazan. La straordinaria diversità di uccelli e fauna rende l’area una delle zone con maggiore biodiversità del paese e uno degli habitat naturali più importanti d’Europa. Al suo interno si trovano tre monumenti naturali: la laguna di Limopuos, l’isola del Monastero e le rare dune sabbiose dove nidificano le tartarughe marine. L’investimento quindi distruggerebbe un ecosistema fragile, da cui dipendono sessanta famiglie di pescatori. Centinaia di altre famiglie, legate a quest’area da generazioni, rischiano di perdere l’accesso.
LA QUESTIONE FONDIARIA
Dopo la caduta del socialismo, la questione fondiaria in Albania si è enormemente complicata. La dittatura di Enver Hoxha aveva abolito costituzionalmente la proprietà privata; i governi che seguirono al suo crollo inizialmente distribuirono le terre nazionalizzate in usufrutto a famiglie appartenenti alle cooperative agricole e alle aziende statali, nel tentativo di garantire l’accesso alla casa e ai servizi a una popolazione con la crescita demografica più elevata del continente e livelli di povertà tra i più alti al mondo. Tali terreni furono poi venduti dai titolari del diritto d’uso, mentre gli antichi proprietari o i loro eredi iniziarono a rivendicarne la restituzione. Parallelamente, numerosi migranti interni che avevano costruito case su terreni senza titolo entrarono in un processo di regolarizzazione. Migliaia di fascicoli rimangono tuttora pendenti nei tribunali. Un caso esemplare è proprio quello della comunità di Zvërnec coinvolta nel progetto turistico. Nel 1991 gli abitanti avevano ottenuto il diritto d’uso per alcune terre, ma nel 2012 scoprirono che la proprietà delle stesse terre era stata riconosciuta anche agli eredi della famiglia Shehu, di cui fa parte l’imprenditore Artur Shehu, accusato di avere legami con la Sacra Corona Unita italiana. Di recente la Corte Suprema ha riconosciuto la falsità di almeno uno dei documenti utilizzati da Shehu per reclamare quelle terre.
Nel 2021 il governo ha ridotto le protezioni dell’ecosistema di Pishë Poro-Nartë e autorizzato la costruzione di un aeroporto. La legge che vietava la costruzione in territori protetti è stata modificata nel 2022, riducendo l’estensione delle aree protette, soprattutto nei territori dove erano già in corso progetti infrastrutturali. Nel 2023 oltre trenta ettari di pineta sono stati distrutti da incendi dolosi. Nel 2024 si è autorizzata la costruzione di grandi strutture destinate al turismo di lusso anche all’interno delle aree protette. Nonostante le proteste e le iniziative legislative promosse da organizzazioni ambientaliste e dalla stessa delegazione dell’Unione europea, il governo ha continuato a presentare il turismo d’élite come imprescindibile per la crescita del paese. Inoltre, nel 2015 il governo albanese ha approvato una legge sugli investimenti strategici. Formalmente, la normativa promette di accrescere le capacità produttive industriali, ma l’ottanta per cento degli investimenti riconosciuti riguarda il settore turistico. Gli imprenditori del turismo ottengono tutela giuridica, infrastrutture pubbliche, perfino l’espropriazione di proprietà private in nome dell’interesse pubblico. In questi anni, lo stato albanese ha messo a disposizione terreni pubblici a prezzi molto inferiori a quelli di mercato, addirittura a un canone simbolico di un euro, e ha esentato dalle tasse per dieci anni gli alberghi a cinque stelle. La normativa ha favorito società vicine al governo, ed è stata criticata dall’Unione europea, che la considera incompatibile con i criteri di tutela ambientale richiesti per l’integrazione dell’Albania nell’Ue.
DAL CAPITALE CRIMINALE A QUELLO IMMOBILIARE
Modifiche alla legge sulle aree protette, nuova legge sugli investimenti strategici: questi sono i due strumenti normativi che hanno accelerato la privatizzazione e l’alienazione del patrimonio pubblico e privato in Albania. Tali cambiamenti hanno aperto nuove opportunità di investimento per gli oligarchi albanesi nel settore turistico, destinato a diventare il pilastro dell’economia nazionale. In un contesto caratterizzato dalla convergenza tra capitale nazionale e governo, la situazione nella quale oligarchi locali e stranieri, in collaborazione con lo Stato e con gruppi criminali, si appropriano di terreni e case attraverso la violenza, la falsificazione dei documenti e la corruzione del sistema giudiziario, non rappresenta un’anomalia, bensì la norma stessa. Tale situazione è il risultato dell’orientamento economico e politico seguito negli ultimi trentacinque anni.
Dopo la caduta della dittatura socialista, infatti, le forze politiche che si sono succedute al governo hanno gareggiato nel dimostrare quale fosse la più neoliberista. Negli anni Novanta i governi albanesi si concentrarono sull’adozione di drastiche misure di contenimento dell’inflazione che portarono ai più consistenti tagli della spesa pubblica registrati in Europa, a una quasi totale deindustrializzazione del paese, e alla privatizzazione delle piccole e medie imprese. Nel decennio successivo l’attenzione si spostò sulla privatizzazione delle grandi società pubbliche e sull’apertura di nuovi mercati. Come risultato, l’Albania nel 2003 possedeva un settore privato più ampio della media dei paesi OCSE e intorno al 2010 aveva concesso più autorizzazioni di qualsiasi altro paese europeo per la costruzione di centrali idroelettriche e l’apertura di università private. Nello stesso periodo, il paese conobbe anche una straordinaria espansione dei media privati.
Questi sviluppi si verificarono in un contesto caratterizzato da uno Stato con capacità amministrative estremamente ridotte, incapace di elaborare strategie e regolamenti attuativi e privo degli strumenti necessari per garantire l’effettiva applicazione delle leggi. Nel frattempo, i sindacati nel settore privato erano pressoché inesistenti, mentre quelli del settore pubblico intervenivano solo raramente.
L’oligarchia capitalista si era formata nel corso degli anni Novanta grazie all’importazione di beni di consumo, dai quali l’Albania dipendeva quasi interamente. Con uno Stato debole, una povertà estrema e il deterioramento dei servizi pubblici, il contrabbando e la criminalità organizzata contribuirono in modo significativo al rafforzamento di gruppi radicati in aree costiere strategiche, che controllavano il traffico di sigarette, carburanti, stupefacenti ed esseri umani. Due decenni di politiche neoliberali hanno favorito il consolidamento di questi gruppi, che si sono integrati nelle reti criminali internazionali divenendo attori centrali intorno a cui ruotano le economie di intere regioni del paese. Il loro peso economico e territoriale è divenuto tale che nel 2013 una parte significativa dei loro esponenti ha ottenuto una rappresentanza parlamentare, contribuendo all’ascesa al potere del primo ministro Edi Rama. La presenza di membri di organizzazioni criminali in Parlamento è diventato un problema tanto grave da costringere l’assemblea legislativa ad approvare una legge ad hoc, anche sotto la pressione internazionale.
Tra il 2013 e il 2018, in presenza di una forte contrazione della spesa pubblica, l’economia albanese ha evitato la recessione soltanto grazie a due grandi investimenti esteri: la costruzione del gasdotto TAP e quella della centrale idroelettrica di Devoll. A partire dal 2018 si è assistito a un’impennata delle concessioni edilizie, un fenomeno tuttora in espansione. La maggior parte dei permessi di costruzione si concentra su Tirana e riguarda l’edificazione di torri residenziali e commerciali. Nel 2024, il settore delle costruzioni rappresentava il 14,4% del valore aggiunto lordo dell’Albania, una quota tre volte superiore alla media dell’Unione europea e la più elevata del continente; inoltre, della crescita economica del 3,8% registrata dal paese nel 2025, ben 1,17 punti percentuali provenivano da questo settore.
Ma questo comparto richiede una continua espansione territoriale verso progetti caratterizzati da rendimenti elevati e rapidi. Proprio per questo il governo Rama ha individuato nel turismo d’élite il settore strategico sul quale fondare l’intera crescita economica. Gli investimenti previsti sull’isola di Sazan sono solo un esempio di tale orientamento. Rama ha promosso il trasferimento del principale porto del paese, quello di Durazzo, in un’altra area, aprendo la strada a un progetto immobiliare dal valore dichiarato di due miliardi e mezzo di dollari, affidato alla società Alabar, che promette di trasformare Durazzo in una città sul modello di Dubai. Il progetto segue le modalità tipiche del settore edilizio albanese: società riconducibili agli oligarchi vicini al governo Rama ottengono terreni pubblici e ne finanziano lo sviluppo attraverso la vendita anticipata degli appartamenti, ancor prima dell’inizio dei lavori di costruzione.
La Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha avviato indagini su una parte significativa degli investitori strategici, ritenuti coinvolti in gruppi criminali dediti alla falsificazione di documenti, all’appropriazione indebita di proprietà e al riciclaggio di denaro attraverso tali progetti. Le indagini interessano quasi l’intero territorio costiero, da Scutari fino a Butrinto. Individui legati al traffico internazionale di droga, all’oligarchia locale e al governo Rama riescono, grazie alla loro vicinanza al potere, a convincere i contadini a collaborare con loro. Ai contadini viene garantito che solo tali soggetti possono assicurare loro l’ottenimento dei documenti di proprietà, rimasti per decenni bloccati negli uffici statali e nei tribunali, a condizione che, una volta riconosciuta la proprietà, vendano loro i terreni. L’appropriazione dei terreni sulla costa albanese è così strutturalmente legata all’ingerenza dei gruppi criminali, che negli ultimi dieci anni più di venti direttori degli uffici catastali del comune di Valona si sono dimessi per le pressioni subite, dopo aver ricoperto l’incarico solo per pochi mesi.
Il primo ministro Rama ha garantito il funzionamento di tale assetto economico fin dal 2013, durante ben quattro mandati. Il patto tra Rama e l’oligarchia di origine criminale è stato accompagnato da un forte processo di centralizzazione delle istituzioni pubbliche nelle mani del primo ministro. Il suo punto di forza è stata la sua capacità di presentarsi investito del sostegno internazionale. Finché l’Ue e gli Usa erano dominati da progetti politici liberali di sinistra in materia di diritti politici e da politiche economiche neoliberali, Rama costruiva il proprio profilo come la figura politica più liberale dello scenario albanese. Con l’ascesa della destra radicale in numerosi paesi chiave dell’Occidente, Rama ha dimostrato la capacità di adattarsi a tali cambiamenti. Negli ultimi anni, infatti, ha accolto le richieste di Giorgia Meloni per l’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori nel territorio albanese, ha sostenuto gli investimenti di Kushner sull’isola di Sazan e intensificato il sostegno incondizionato allo stato di Israele.
L’opposizione a questo sistema si è materializzata il 30 maggio scorso, in quei pochi secondi catturati dalle telecamere in cui le guardie private colpivano un manifestante, mentre questi, insieme alla polizia e ad altri manifestanti, si trovava dall’altro lato di una recinzione che separava una proprietà privata recintata e un progetto edilizio privo di autorizzazione.
LE PROTESTE E I LORO EFFETTI
Le mobilitazioni popolari, in realtà, non si sono mai interrotte nel corso dell’ultimo decennio. Le più frequenti sono state quelle delle comunità rurali contro la privazione dell’accesso ai fiumi, a causa della costruzione del numero più elevato di centrali idroelettriche di tutti i Balcani. Numerose sono state anche le proteste contro la gentrificazione conseguente alla costruzione di grattacieli nella capitale. Nel frattempo, un vasto movimento studentesco è culminato nella richiesta, nel 2019, di un aumento degli investimenti nell’istruzione superiore.
A Zvërnec, subito dopo la visita di Ivanka Trump, un gruppo di attivisti e artisti ha organizzato un’azione creativa per attirare l’attenzione e denunciare l’appropriazione di un’area pubblica e protetta. Gli attivisti hanno monitorato per mesi gli sviluppi nella zona. Grazie a questo lavoro è stata organizzata anche la protesta del 23 maggio. Per tutto il mese di maggio, ambientalisti e residenti hanno documentato gli interventi nell’area, sottolineando la mancanza di trasparenza e di consultazione con la popolazione, e organizzando proteste periodiche.
Rappresentanti dell’oligarca Kastrati e la sindaca di Valona hanno incontrato la comunità locale nel tentativo di comprarne il consenso o intimidirla, al fine di scoraggiare la partecipazione alle proteste e alle iniziative legali collettive. Tuttavia, a partire dal primo giugno la protesta è diventata un’ampia mobilitazione che ha coinvolto l’intera città di Tirana e una parte significativa della diaspora albanese in tutto il mondo. La portata di questa mobilitazione è senza precedenti. Il movimento è eterogeneo e comprende gruppi politici di orientamenti molto diversi. Particolare evidente è la notevole partecipazione di ragazze, donne e bambini. Sul boulevard dove si svolge la protesta è stata persino creata un’ampia area dove i bambini possono giocare in sicurezza, scrivere slogan e allo stesso tempo partecipare alla manifestazione.
Il fulcro delle proteste sono le due ore di mobilitazioni quotidiane davanti all’ufficio del primo ministro. Dopodiché, migliaia di partecipanti marciano lungo le principali arterie di Tirana, sospendendo la normalità del traffico cittadino. La maggior parte dei cittadini e delle attività commerciali della capitale, pur non partecipando direttamente, sostiene la protesta fermando le automobili, offrendo acqua potabile lungo il percorso e salutando i manifestanti dalle finestre delle case. La protesta si è estesa ad altre grandi città, tra cui Valona. Anche in diverse comunità rurali negli ultimi giorni sono state avviate iniziative comunitarie per rimuovere e demolire le recinzioni delle società private che avevano privato tali territori dell’accesso all’acqua potabile e per l’irrigazione.
Le richieste dei manifestanti si sono ormai ampliate, includendo una serie di ingiustizie sistemiche nella società albanese. Esse sono iniziate con la domanda di annullamento del progetto a Sazan e Zvërnec, per poi estendersi a richieste di modifiche legislative volte a impedire l’appropriazione indebita delle proprietà da parte degli oligarchi, nonché alla tutela dei beni pubblici e delle aree protette. Successivamente, le rivendicazioni si sono concentrate sulla richiesta di dimissioni del primo ministro e sugli appelli rivolti al sistema giudiziario affinché venga incarcerato sia l’attuale capo del governo sia il suo predecessore, Sali Berisha, leader del principale partito di opposizione. Tale richiesta riflette l’indipendenza di questo movimento popolare rispetto all’opposizione parlamentare, e un approccio più sistemico alle ingiustizie che la società sta affrontando: anche i governi precedenti al 2013 sono considerati responsabili dell’attuale assetto politico ed economico.
Non potendo accusare i manifestanti di essere privi del sostegno popolare, Rama e il suo partito hanno messo in opera una serie di meccanismi di delegittimazione. In un primo momento i manifestanti sono stati accusati di essere strumenti delle agenzie greche e serbe, e successivamente di essere collegati a servizi segreti iraniani. Anche l’oligarca Kastrati ha cercato di presentare i manifestanti come parte di un piano volto a screditare il progetto a Zvërnec, con la diffusione sui media nazionali di una dichiarazione rilanciata anche dalla sindaca di Valona.
Attualmente, la retorica del governo si concentra sull’accusa secondo cui la protesta avrebbe un carattere fascista. A sostegno di tale tesi, ministri e principali media nazionali hanno diffuso una serie di notizie false, incluse immagini e contenuti generati dall’intelligenza artificiale. I media nazionali, fortemente legati al governo e spesso parte degli stessi investimenti strategici nel settore costiero, continuano a non riportare le proteste o a descriverle come fenomeni disorganizzati e potenzialmente pericolosi. Tuttavia, grazie alla combinazione dell’uso dei diversi social network e al forte interesse dei media internazionali, la protesta è riuscita a ottenere un’ampia visibilità e a essere seguita anche da molti cittadini che non hanno potuto partecipare direttamente.
PERCHÉ UNA RIVOLUZIONE
A seguito delle proteste, anche la Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata ha avviato indagini sull’appropriazione indebita delle proprietà e sul riciclaggio di denaro nel progetto di Zvërnec. I centoventotto milioni di euro sborsati per l’acquisto dei terreni sono stati sequestrati dalla Procura. La stessa struttura investigativa ha annunciato l’apertura di indagini su una parte significativa degli imprenditori edili e dei gruppi criminali coinvolti in casi di appropriazione di terreni, costruzione di resort e grattacieli. Tra queste figura anche la più grande operazione di riciclaggio attualmente sotto indagine in Albania, che riguarda i legami tra il settore delle costruzioni di grattacieli a Tirana, i principali oligarchi del paese e il riciclaggio dei proventi di gruppi criminali albanesi attivi in Europa e in America Latina. Il proprietario della maggior parte dei terreni di Zvërnec è attualmente ricercato.
Al momento, la protesta continua a essere di massa. Numerose organizzazioni ambientaliste e associazioni impegnate nella tutela del territorio hanno boicottato i processi di consultazione legale del governo, fino a quando quest’ultimo non ritirerà i progetti e le leggi che consentono la distruzione dell’ambiente naturale. Novantasei organizzazioni hanno rivolto un appello al governo affinché riveda la legge sulle aree protette. Nel frattempo, la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, ha espresso sostegno al primo ministro Rama, contribuendo ad accrescere la delusione dei manifestanti rispetto alla posizione dell’Unione europea sulla questione. La posizione della Kos è stata immediatamente criticata da settantasette organizzazioni ambientaliste nazionali.
L’Albania è uno dei paesi più filo-americani e filo-europei al mondo. Nel contesto in cui la famiglia del presidente degli Usa è coinvolta in un investimento che intensifica l’appropriazione dei terreni e dei beni pubblici in collaborazione con reti mafiose criminali – e nel contesto in cui l’Unione europea continua a sostenere un primo ministro che gestisce un capitalismo oligarchico e criminale che distrugge beni pubblici e ambientali ed espelle intere comunità dai propri territori espropriando le terre –, le proteste di massa in Albania mostrano i limiti dell’egemonia occidentale anche in società tradizionalmente considerate tra le più filo-occidentali. Questa configurazione del capitale albanese e internazionale ha creato nel paese una condizione generale in cui i cittadini si percepiscono come superflui nelle proprie case, nei propri villaggi e nelle proprie città, come se fossero un ostacolo all’espansione del capitale negli spazi in cui vivono. Le proteste di massa in Albania rappresentano una contestazione di questo tipo di capitale e delle sue modalità di espansione. La rivoluzione dei fenicotteri evoca un nuovo rapporto con la natura, con lo spazio comunitario e con le economie locali – ma più in generale con il capitale, sia nazionale che internazionale. (pavjo gjini e diana malaj)