
Il litorale non si tocca. Reportage sulle mobilitazioni in Albania
NapoliMONiTOR - Thursday, July 2, 2026
(disegno di cyop&kaf)Non sono albanese, non ho origini connesse alla diaspora e non parlo la lingua. Il mio interesse per quella sponda dell’Adriatico è sorto casualmente: da circa otto anni ho avuto modo di trascorrere periodi più o meno lunghi nella Terra delle Aquile (la traduzione letterale di Shqipëria, il nome albanese del proprio paese). Dapprima esplorazioni vacanziere, poi rapide incursioni per il teknival, un grande rave autogestito che si è tenuto ogni anno sulla costa albanese dal 2019. Nonostante gli svaghi, non ho potuto fare a meno di notare le trasformazioni che l’industria turistica stava producendo lungo il litorale. E così, sul finire del 2020, da dottorando, con un progetto focalizzato sull’impatto del turismo balneare in quei luoghi, ho passato quasi tre anni, di cui uno intero in Albania, a interrogarmi sul modello di sviluppo che stava rapidamente trasformando la costa albanese, e che aveva già segnato irrimediabilmente quella italiana.
I risultati sono confluiti in un volume pubblicato di recente, ma ciò che più conta sono le relazioni stabilite in quel periodo, quelle che mi hanno portato a prendere in mano il telefono quando, nei primi giorni di giugno, ho letto le notizie delle mobilitazioni nell’area protetta di Narta e poi a Tirana.
La ricostruzione della storia sembrava tutto sommata chiara: un’area naturale protetta al largo di Valona (Pishë Poro-Narta) al centro di un progetto della famiglia Trump-Kushner, autorizzata dal primo ministro albanese a costruire un resort di lusso sull’isola di Sazan, mettendo a rischio gli ecosistemi dell’isola e della laguna di Zvernec. L’opposizione di cittadine e ambientalisti è stata repressa con violenza dalle guardie private, sotto gli occhi della polizia, e i video hanno fatto il giro del web. In poco tempo, a Tirana hanno iniziato a riunirsi ogni sera migliaia di manifestanti che chiedevano l’interruzione dei lavori, il ritiro degli emendamenti del 2024 alla legge sulle aree protette e le dimissioni del primo ministro Edi Rama.
Per saperne di più, avrei potuto limitarmi a qualche intervista telefonica, visto che non ho alcun contratto per finanziarmi gli spostamenti a questo giro, ma ogni volta che chiamavo amiche e amici da Tirana e Durazzo percepivo l’eccitazione nella loro voce ed era difficile andare oltre un rapido scambio. Così, dopo due settimane di proteste consecutive, ho deciso di prendere un volo e il 17 giugno sono arrivato all’aeroporto di Rinas, nello stesso giorno in cui il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede al governo albanese di abrogare gli emendamenti sulle aree protette e di sospendere i progetti nelle zone tutelate.
La prima persona che incontro è Artan, caro amico di Durazzo e ricercatore all’Università Polis di Tirana, che mi spiega che quel giorno la manifestazione sarà guidata da pensionati e pensionate, poiché nell’ultima settimana si è deciso di mettere al centro le istanze di diversi segmenti della società albanese. Quando arriviamo al concentramento alle 19, ci sono già migliaia di persone, un dato sorprendente al diciottesimo giorno consecutivo di mobilitazione. Lasciamo la piazza verso le 21 per prendere un autobus verso Durazzo, mentre la marcia deve ancora iniziare e proseguono gli interventi dal palco circondato da bandiere nazionali e raffigurazioni di fenicotteri (tra le specie che trovano riparo nella laguna e che sono messe a rischio dal progetto).
Penso di capire finalmente l’emozione che avevo percepito dalle chiamate. Artan mi spiega che la protesta, dalla richiesta di revisione delle norme sulle concessioni nelle aree protette, si è allargata in un movimento che chiede una radicale trasformazione del sistema politico albanese, accusato di essere corrotto e al servizio degli interessi degli oligarchi o, come li definisce Artan, «di un gruppo di persone strettamente legate al sistema politico e al primo ministro, un clan con i suoi interessi principalmente nell’edilizia, che usufruisce di una legge per gli investimenti strategici firmata nel 2015».
Il progetto su Narta, mi spiega, non è un unicum: solo alcuni mesi fa vicino a Scutari ci sono state proteste contro un grande costruttore che ha acquistato un’area agricola costiera per farci un resort, distruggendo dune e paesaggi naturali. Mentre in questi ultimi giorni, gli abitanti di Kakome, una piccola località costiera nella prefettura di Saranda, hanno divelto le barriere che da oltre vent’anni impedivano l’accesso al litorale e ai terreni circostanti per difendere la proprietà esclusiva di un’oligarca locale. Non si tratta, mi dice Artan, di cacciare solo Rama, ma di sovvertire un sistema che comprende anche Berisha e il Partito Democratico, che in questi giorni prova a cavalcare le piazze nonostante queste scandiscano slogan contro di loro. «Per oltre trent’anni abbiamo avuto solo due persone al governo, pensi che sia normale?». Questa mobilitazione straordinaria si spiega, a suo dire, con il malessere accumulato da decenni e con la convergenza di una serie di fattori scatenanti. «Ha avuto un peso il fatto che proprio da Valona fosse partito il primo cittadino albanese salito su una nave della Flotilla, così le rivendicazioni per la tutela del territorio si sono intrecciate con le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, denunciando la presenza di interessi israeliani in diversi progetti del governo. In piazza si vedono fratelli e sorelle musulmane e, anche se non articolano un messaggio esplicito contro le guerre, la connessione c’è ed è la prima volta che si vede questa cosa. Ci sono poi anche i nazionalisti con le loro bandiere e gli ambientalisti con le immagini dei fenicotteri per difendere il territorio».
Il giorno seguente torniamo a Tirana. Mi dirigo verso la sede di Lëvizja Bashkë, il partito di cui fa parte anche Artan da due anni a questa parte. Una volta entrato riconosco gli spazi di quella che prima era stata la base organizzativa di un gruppo denominato Organizata Politike, che nell’ultimo decennio ha sostenuto le proteste degli studenti, dei minatori e dei lavoratori dei call-center. Artan mi presenta Fred, con cui ci perdiamo in una lunga chiacchierata. Quando gli chiedo delle forme organizzative del movimento, tenta di nascondere un certo imbarazzo: anche il loro partito, pur essendo nato da pochi anni e avendo solamente due delegati in Parlamento, non è autorizzato a prendere il microfono in piazza e non ha contatti diretti con chi gestisce il microfono e chiama i cortei.
Stando a quanto mi dice Fred, il gruppo alla testa delle mobilitazioni non costituisce un’organizzazione vera e propria, quanto una sommatoria di figure riconosciute, «una società civile che si è fatta conoscere soprattutto attraverso i social». Uscito dalla sede incontro per strada due amici conosciuti in Italia e in modi diversi connessi alla diaspora albanese. Il primo è tornato a vivere in Albania, mentre il secondo abita a Roma ed è qui per le proteste. Pranzo con loro. I due sono concordi nel rimarcare la distanza del movimento dai partiti, ma le opinioni si disallineano quando la discussione vira sul peso della questione palestinese, che il primo vede lontana dalle richieste della piazza e interpreta come una forzatura della diaspora, abituata ai paradigmi di lotta occidentali.
La sera in piazza la scena è simile a quella del giorno prima, con un piccolo palco montato nella piazza, di fronte agli uffici del primo ministro, e interventi che si susseguono per oltre due ore mentre le persone continuano ad arrivare. La maggior parte degli interventi non li comprendo e chiedo ai miei amici di tradurmeli. Per fortuna non mancano anche interventi in italiano e inglese, rivolti forse ai turisti di passaggio o ai figli della diaspora che non hanno mai imparato la lingua dei propri parenti.
Uno che proviene da Elvin di Valona, guida escursionistica e panettiere, dice di essere stanco di dover evadere il fisco per sopravvivere e se ne scusa con tutti, accusando il governo di sfruttare questa precarietà. A un certo punto un gruppo si stacca dalla piazza e raggiunge i cancelli del Parlamento (ubicato poco distante) e, dopo qualche coro rivolto al primo ministro Rama, torna verso il presidio, divenuto nel frattempo imponente.
Alle 21 partiamo in migliaia e mi accorgo della grande quantità di giovani che è arrivata in piazza solo ora, probabilmente ormai un po’ annoiati dalle assemblee che precedono i cortei. Camminiamo per chilometri bloccando la circonvallazione di Tirana, tra cori, tamburi e fischietti, sotto bandiere albanesi e un grande striscione che recita Shqipëria e Re (una nuova Albania). Durante il percorso mi colpisce la solidarietà di chi in quel momento non sta partecipando al corteo, ma lo vede passare e saluta sventolando una bandiera da casa o suona il clacson dell’auto bloccata nel traffico. Non posso far altro che camminare, immerso in questa euforia collettiva, fino a quando, intorno a mezzanotte, la manifestazione fa il suo ritorno alla piazza centrale.
Il giorno seguente mi muovo verso Valona, per visitare l’area protetta e magari vedere anche l’isola. Mi offre un passaggio Julie, una ragazza albanese cresciuta in Italia conosciuta durante il corteo. Si definisce un’attivista per i diritti dei migranti e la liberazione del popolo palestinese e dice di essere tornata per le proteste, ancor prima che si verificassero i disordini a Narta. Durante il viaggio mi dice che «quella della famiglia Trump è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché in Albania siamo molto legati alle aree naturali del nostro territorio. Pensa che persino durante il regime erano state preservate, mentre oggi stanno vendendo tutto. Per noi difenderle significa difendere una tradizione millenaria di rapporto con queste terre».
Una volta arrivati, Julie controlla freneticamente il telefono, seguendo in tempo reale gli aggiornamenti sulle future mobilitazioni, mentre a più riprese sottolinea il ruolo della diaspora e dei social network nell’organizzazione delle proteste. Giunti al porticciolo di Valona salgo su un gommone con una decina di turisti francesi, diretti verso l’isola di Sazan. La guida ci spiega che era un’area militare e che fu sfruttata anche dall’esercito fascista italiano al tempo del protettorato e della colonizzazione dell’Albania, prima di diventare un’ area protetta riconosciuta anche da diversi trattati internazionali. Per questo vi si trovano ancora i resti di strutture belliche abbandonate, mentre il resto dell’isola è selvatico. Non è solo il mare cristallino a colpirmi una volta arrivato, ma la vegetazione fitta e disordinata che ricopre ogni centimetro dell’isola, una macchia mediterranea che avanza indisturbata tra le rovine. Penso ai mostruosi residence affacciati sul mare che da Velipoja a Ksamil deturpano il panorama costiero albanese e penso che, sì, questa è davvero l’ultima goccia in un vaso già stracolmo.
Tornato a terra incontro Alban, guida escursionistica e volontario di un’associazione ambientalista locale, che mi accompagna a visitare la laguna raccontandomi i primi giorni delle proteste. Parla soprattutto dei più giovani, di una «generazione Z che ha capito che il nemico storico della tutela ambientale è il sistema economico e politico in cui viviamo, il quale considera l’ambiente esclusivamente per il valore commerciale. Questi ragazzi hanno dimostrato abbastanza intelligenza da comprendere che questo sistema era all’origine di molti dei problemi che i loro genitori hanno vissuto, e abbastanza coraggio da attaccarlo direttamente. D’altronde, già oggi molti albanesi non possono accedere alle spiagge per colpa dei prezzi e la costruzione di resort di lusso non farebbe che aggravare la situazione». Anche questo problema di natura economica, in un paese in cui il reddito minimo si aggira intorno ai quattrocento euro, può aiutare a spiegare la rivolta delle ultime settimane.
La laguna che mi mostra è un mondo a sé rispetto al resto della costa: acque basse e salmastre in cui pozze si alternano a canneti fitti, mentre sullo sfondo si intravede il campanile del monastero di Zvërnec, un isolotto raggiungibile solo attraverso un pontile di legno. Aree umide come questa sono fondamentali per l’ecosistema terrestre, soprattutto in tempi di crisi climatica, poiché ospitano una biodiversità difficilmente riproducibile e, dato spesso trascurato, sequestrano carbonio in misura superiore alle foreste. Tali ambienti non si rigenerano facilmente e il progetto di Kushner, che guarda all’isola di Sazan (a oggi priva di acqua corrente ed elettricità), potrebbe trasformare violentemente questo paesaggio, colonizzandolo con le infrastrutture per far funzionare un resort inaccessibile alla maggioranza della popolazione albanese.
Salutato Alban, concludo la giornata nella piazza di Valona che si affaccia sul Teatro, dove centinaia di persone si sono riunite nel tardo pomeriggio. Dopo alcuni interventi al microfono, iniziamo una sfilata che attraversa il centro della città e si sviluppa su lungomare, tra cartelloni a forma di fenicottero e bandiere albanesi, accompagnata dai clacson e dagli applausi. Nel frattempo, è arrivata notizia dell’attracco di una nave con a bordo attiviste che stanno rientrando dal viaggio della Flotilla verso Gaza e che avrebbero voluto realizzare un’azione in mare di fronte alla laguna.
L’indomani, tutte e tutti sono concentrati sulla piazza di Tirana, attesa come la più grande manifestazione delle ultime settimane, nel giorno in cui il movimento ha chiamato a raccolta la diaspora. Io invece prenderò un aereo per l’Italia, lasciando un paese che non avevo mai visto così, in cui centinaia di migliaia di persone rispondono alla svendita del territorio e a un modello di sviluppo che arricchisce costruttori e oligarchi, distruggendo l’ambiente senza offrire alcuna stabilità economica ai residenti.
Durante il volo, penso alla costa che meglio conosco e che ho studiato per anni, all’ottanta per cento di litorale balneabile riservato a uso commerciale privato, alla parola Riminizzazione coniata per descrivere quello che la cementificazione ha fatto ai litorali della Penisola. Il modello è lo stesso che si osserva a Narta, cambia forse la velocità con cui si è imposto, non certo la logica. In Albania, in poche settimane, chi difendeva il territorio e chi non ha un reddito sufficiente né per vivere né per permettersi la spiaggia ha trovato un linguaggio comune per attaccare il sistema politico che quel modello protegge. La domanda che mi risuona in testa è forse scontata: che cosa può servire perché questa sollevazione possa darsi anche altrove? (matteo lupoli)