Tattoo di Earl Thompson e le Nuove Indicazioni Nazionali per i licei

NapoliMONiTOR - Tuesday, July 7, 2026
(archivio disegni monitor)

Ad aprile è stata pubblicata la bozza delle Nuove Indicazioni Nazionali per i licei, che segue la pubblicazione delle Nuove Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione. Del primo testo si è sottolineato più volte il carattere colonialista – “Solo l’Occidente conosce la Storia” – ma, nonostante il periodo di consultazione intercorso tra la pubblicazione delle bozze e la pubblicazione ufficiale, questo non è cambiato molto. Del testo per i licei, a far discutere è soprattutto la parte di Letteratura italiana, curata da Claudio Giunta; in particolar modo, la scelta di rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi di Manzoni. Questa sembrerebbe una delle poche scelte che guardano avanti all’interno di un’operazione sapientemente rivolta all’indietro.

C’è un motivo per cui I Promessi Sposi sono stati così a lungo il romanzo italiano per eccellenza, quello che ogni studente ha dovuto leggere dalla fine dell’Ottocento a oggi: il romanzo di Manzoni riesce a unire, in maniera così conciliante, l’emarginazione di Renzo e Lucia con la loro inscalfibile correttezza. I due reagiscono all’ingiustizia subita con una purezza e una caparbietà uniche, perfette per costituire un buon esempio agli occhi dei ragazzi: gli oppressi ben educati.

Nessun governo avrebbe l’ardore di proporre come classico contemporaneo Tattoo di Earl Thompson, pubblicato negli Stati Uniti nel 1974 ma tradotto in italiano solo nel 2025 da Tommaso Pincio per Feltrinelli.

Il romanzo racconta la storia di Jack, un quattordicenne del Kansas che vive nella miseria con i nonni. Il ragazzo, figlio di una prostituta e di un “avanzo di galera”, detesta talmente tanto l’odore della catapecchia in cui vive e i buoni pasto con cui i nonni lo mandano a fare la spesa che riesce a farsi assumere in Marina fingendo di aver già compiuto diciotto anni. Presta servizio prima in Cina, durante la guerra civile tra Mao e Chiang Kai-shek e poi nella guerra di Corea, questa volta nell’Esercito. Al suo ritorno, quasi venticinquenne, rifiuta di restare nell’Esercito e si iscrive all’Università di Belle Arti. Nel decennio che intercorre tra le due scelte succede di tutto.

Jack è un ragazzino gracile e docile, Topino lo soprannomina qualcuno. È spesso vittima di personaggi maschili più burberi e violenti di lui: innanzitutto il nonno, un omaccione tremendamente arrabbiato con la vita e soprattutto con Roosevelt; poi il suo migliore amico Glenn, delinquentello sessista che non gli perdonerà mai di aver scelto una vita diversa da lui, arrivando, alla fine del romanzo, a pestarlo brutalmente; e poi le molteplici figure della Marina e dell’Esercito che occupano posizioni superiori alla sua: rozzi vili spacconi sempre pronti a usare le mani, tanto con gli uomini quanto con le donne. Jack non li sopporta: “Era la vecchia stronzata di sempre, dimostra che sei un uomo. Al diavolo, se erano quelli gli uomini, lui non aveva nessuna voglia di esserlo”.

Eppure, Jack non si comporta meglio di loro. Fin dall’inizio del romanzo, il ragazzo è carnefice tanto quanto gli altri maschi: molesta le donne che incontra nel quartiere; poi, assieme ai suoi compagni della Marina, realizza un vero e proprio stupro di gruppo ai danni di un’infermiera in alcune tra le più agghiaccianti pagine scritte da Thompson. Anche quando ha dei rapporti con donne consenzienti, come nel caso della sua futura moglie, Sharon, il ragazzo è costantemente ossessionato dal corpo di lei, lo cerca e lo circuisce fino a ridurlo alla passività. In guerra non si comporta tanto meglio, basti pensare a quando prende la testa di un giapu e se la porta in caserma come un trofeo per ottenere una ricompensa in denaro. Earl Thompson non ci risparmia nulla: lascia che chi legge si inacidisca lo stomaco con le meschinità di Jack e dei suoi amici, sporca l’inchiostro del romanzo con un liquido vischioso che rischia di attaccare irrimediabilmente le pagine del libro prima di averlo finito. Ma poi, in qualche modo, si va avanti. La storia prende aria. Jack si emancipa, almeno parzialmente, dal contesto di provenienza e lo fa soprattutto grazie alla lettura. E allora leggendolo siamo lì, con lo stesso Jack che prima stava stuprando. Siamo lì nei momenti più poetici, come quando cammina da solo di notte sulla Retreat, il barcone su cui è arruolato, e scrutando le luci della notte viene quasi travolto dalla mareggiata; quando entra in un bordello di lusso, con la speranza di essere diverso dalle bestie con cui condivide il reparto; o quando si isola in una cabina per leggere Furore di Steinbeck che gli piace, sì, ma ha l’impressione che parli “di gente un gradino più sopra rispetto ai suoi familiari o che i suoi familiari fossero davvero un branco di delinquenti che dovevano ritenersi fortunati a non essere stati spazzati via dalla faccia della terra”. Ma siamo con Jack soprattutto nelle ultime pagine del romanzo quando rimane vittima prima di un agguato da parte del suo migliore amico e poi di una feroce sparatoria in Corea, rischiando di perdere la vita. Ecco che Jack è anche vittima, e in questo anche c’è tutta la differenza con il romanzo buonista di Manzoni.

La scelta di rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi dal programma dei licei prova indubbiamente a risolvere il problema che è, per ogni ragazzo oggi a scuola, leggere il testo di Manzoni senza l’ausilio di note, parafrasi e commenti, cioè senza approcciarlo come fosse La Divina Commedia. Il capolavoro di Dante invece – con i suddetti ausili – riesce ancora incredibilmente ad affascinare i ragazzi, ma offre un’esperienza di lettura ben diversa da quella di un romanzo.

Eliminare I Promessi Sposi apre quindi una voragine: quali romanzi leggere ora? E, soprattutto, il romanzo è ancora una forma ricevibile per gli alunni? Io credo di sì, ma solo se proposto in modo diverso da quanto fatto finora. Il testo delle Indicazioni Nazionali propone un elenco di autori molto lungo: Moravia, Palazzeschi, Brancati, Ginzburg, Sciascia, Romano, Ammaniti, Defoe, Swift, Austen, Brontë, Dumas, Flaubert, Stendhal, Dostoevskij, Kafka, Salinger, Dahl e altri ancora. Non si può entrare nel merito di tutti questi nomi, ed è evidente che questa varietà è, di fatto, un campo aperto, motivo per cui da settembre ogni insegnante dovrà scegliere con dei propri criteri ciò che ritiene più importante leggano i propri alunni, con i vantaggi e gli svantaggi che questa libertà comporta. È evidente anche che questa scelta sarà fatta, giustamente, sulla base del tipo di classe che si ha di fronte, motivo per cui quanto sto per dire va sempre ricalibrato e riconsiderato in relazione al contesto in cui ci si trova. Mi sembra però che il genere romanzo, forse proprio per la storica associazione di questa forma letteraria con I Promessi Sposi, sia diventato, nell’immaginario dei nostri alunni, l’erede della favola. Il numero di pagine è moltiplicato certo, ma la struttura volta al dispiegamento di una morale, ai loro occhi rimane, rimane. È significativo, per esempio, che una collega quest’anno abbia proposto alle sue classi, con successo, I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni: romanzo di alta qualità, ma ricevibile anche in virtù del suo impianto favolistico. Bisogna provare a scardinare il romanzo dal suo legame con la morale e, per far ciò, l’unico modo è scegliere dei testi che abitino il male, lo attraversino nelle sue pieghe e lo accettino come parte non solo della vita, ma soprattutto di ognuno di noi, come fa Tattoo di Earl Thompson.

Quando ero al liceo, la professoressa di italiano ci lesse Il Gorgo di Beppe Fenoglio. Ricordo ancora la sensazione di terrore che provai nell’immaginare quel padre allontanare il figlio minacciandolo con il forcone “come si fa con le bestie feroci”, mentre lui lo insegue convinto che stia “andando a finirsi”. Fenoglio è un autore italiano e, soprattutto, è entrato a pieno titolo nel nostro canone, motivo per cui leggerlo in classe non fa notizia, ma quello che contiene quel brevissimo racconto è la sintesi di quello che mi auguro si legga nelle classi da settembre in poi: Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo. (federico murzi)