Le nuove indicazioni per la scuola primaria e dell’infanzia che sono state
diffuse da una settimana ci riportano ad un clima da Minculpop, allo slogan
“libro e moschetto, fascista perfetto”. Ad una prima lettura sembra un ritorno
al passato. Il latino nelle medie, le poesie imparate a memoria, il focus sulla
storia patria rimandano direttamente […]
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(copertina di enrico pantani)
Dal numero 13 de Lo stato delle città
Apro la casella delle mail e mi ritrovo una sfilza di circolari, comunicazioni,
avvisi con numero di protocollo. Comincia un altro anno di lavoro dentro la
scuola, il secondo da quando sono uscita dall’università. Un anno fa a quest’ora
non immaginavo che sarei riuscita a imparare più di duecento nomi e cognomi,
stare di fronte a trenta ragazzi senza potermi nascondere, parlare di
disequazioni, rette, termodinamica e riuscire a tenere il filo del discorso per
un’ora nonostante interruzioni, domande, rumori. Non mi ero chiesta cosa
aspettarmi dal lavorare a scuola, forse non me lo chiedo tuttora. Non sapevo
come si compilasse un registro elettronico né un pdp o un pei, quanto fossero
noiosi i collegi docenti né come parlare ai genitori durante gli incontri
scuola-famiglia. Mentre ogni ora passata dentro le classi mi impone di esserci
senza tregua, ascoltare e non stare altrove, tento di addentrarmi in questo
magma senza deformarmi, di osservare le persone e le pratiche senza schiacciarmi
all’osservanza.
Un giorno squilla il telefono e scopro che insegnerò in un istituto tecnico
elettrico e in un liceo scientifico, una piccola scuola di provincia, unico
plesso a rischio chiusura tra gli ultimi paesi del Lazio all’incrocio con Umbria
e Toscana. Non faccio in tempo a conoscere tutte le classi che già inciampo in
chi dispensa consigli vedendomi giovane e inesperta. «Devi mostrarti padrona di
quello che dici, fai le prove a casa per strillare come si deve, dal tono di
voce devono capire chi comanda, sennò ti mangiano». È la prima di infinite volte
in cui sentirò parlare dei ragazzi del tecnico elettrico come di bestie allo
sbando. Prima di pensare a come ribattere, mi chiedo se quando ero al liceo
anch’io, nemmeno dieci anni fa, i miei professori parlassero allo stesso modo di
noi. All’inizio gli studenti sono volti e corpi sconosciuti, ma mi
incuriosiscono le loro vite, la loro cadenza così diversa dalla mia, i paesi in
cui si muovono e per me nuovi. So di non poterli capire dai primi giorni, non
spero che mi considerino loro amica, ma non voglio nemmeno ingabbiarli e
domarli. C’è come un intuito primitivo a credere in quegli sguardi, non come
atto di fede ma di fedeltà, sarà che quella mattina ascoltavo Heart of
gold guidando verso scuola. Sono sguardi storti, di sbieco, mi spiano quando ho
gli occhi sul libro o alla lavagna quasi non li riguardasse la presenza di una
prof nuova. Penso che posso guardare obliquo anch’io, restare aperta a quegli
esseri un po’ alieni che magari non avranno grandi passioni per la matematica,
ma per qualcos’altro sì.
Nel tempo ho scoperto che ad alcuni di loro piace stare in campagna, «qua è
terra di patate, prof», e svegliarsi alle cinque di mattina per andare col
trattore, che quest’anno le fave crescono al contrario perché è bisestile. Che
si possono fare mille modifiche a un apetto, come lì chiamano l’ape Piaggio:
l’impianto stereo con subwoofer, marmitta e motore Polini, vetri oscurati, ruote
con distanziali, pure luci di Natale per addobbare l’abitacolo. La storia delle
fave non l’ho ben capita, ma erano troppo convinti per smontarli. Non ho fatto
le prove per gridare da professionista come mi era stato suggerito, ma almeno ho
vissuto paesi come li vedono loro, alla deriva fra tre regioni dove per non
sentirsi fuori dal mondo e non morire di noia serve molto più sforzo che per
risolvere un’equazione. Andare a sgommare con gli apetti nel parcheggio del
cimitero, spingersi con motorini fino al paese più grosso per trovare le
ricariche delle sigarette elettroniche che tengono perennemente in mano. Quegli
stesi paesi sul web e sulle locandine dei festival sono i “borghi autentici
della Tuscia incontaminata”, dove i pellegrini percorrono la via Francigena “in
compagnia degli Etruschi”.
STUDENTI PER CASO
Quando eravamo alle medie, c’era un compagno di classe che era un mostro in
matematica. Trovava vie alternative per arrivare al risultato, saltava passaggi
intermedi, riusciva a vedere con facilità le conclusioni. Non lo dico per
celebrare capacità aliene e neppure per entrare nelle dinamiche di talento e
predestinazione che ritengo fuorvianti, soprattutto nel contesto dell’istruzione
pubblica. Era forte con i numeri, poi andava un po’ peggio nelle altre materie.
Possibile che ora abbia cambiato idea e abbia trovato in Boccaccio la sua
ragione di vita, ci siamo persi di vista da un po’. Era nato in Marocco e si era
trasferito in Italia a un anno, e insieme ai fratelli doveva mantenere la
famiglia come poteva.
La fine di gennaio del nostro ultimo anno alle medie era il termine per
procedere alle iscrizioni alle superiori. Già da novembre i referenti
dell’orientamento delle varie scuole erano in fila per accaparrarsi lo studente
in più. Parecchi di noi avevano idee chiarissime: chi era improntato su percorsi
liceali, chi si avvicinava agli istituti tecnici, chi ai percorsi
professionalizzanti. A un certo punto ci avevano chiesto se volessimo fare
l’università. Avevamo quattordici anni e la sola prospettiva di doversi
svegliare ogni giorno alle sei per prendere un bus e fare i pendolari ci pareva
enorme e lontanissima, non avevamo neanche gli strumenti per immaginarci futuro
da lì a cinque anni. Con lo sguardo consapevole di ora, ci presentavano la
scelta che avremmo dovuto fare come una di quelle importanti, quelle che
tracciano i percorsi dell’esistenza. Quasi non si potesse cambiare, né noi come
persone né la scelta che dovrebbe essere a noi secondaria: sarebbe stata una
perdita di tempo, un fallimento. È proprio questo che hanno provato alcuni
compagni del liceo dopo che, nel corso degli anni, si sono accorti che un altro
indirizzo incrociava di più i loro interessi. Ancora fanno fatica ad ammettere
che hanno cambiato scuola, come se non aver finito il liceo contasse veramente
qualcosa.
La scadenza si avvicinava ma i dubbi restavano un po’ a tutti. Poi era venuta
fuori la questione del potersi permettere l’università. Già in terza media ci
veniva chiesto di conoscere la situazione familiare, il reddito che traccia
confini pretenziosi, limiti invalicabili. Ci mancava solo che un quattordicenne
prima di scegliere la scuola dovesse andare dal commercialista, al Caf o in
banca per richiedere un prestito studentesco, magari c’è qualche tasso agevolato
per minori. Avevamo fatto tutti una scelta. Il mio amico bravo in matematica non
poteva frequentare un liceo, troppo poche sicurezze: ci avevano detto che finito
il liceo si deve necessariamente andare all’università e lui non era in grado di
dire se genitori lo avrebbero potuto mantenere ancora dopo il diploma. Per
questo aveva scelto un istituto tecnico. Glielo dissi in tutti i modi che doveva
venire allo scientifico.
Me lo racconta Tommaso, un ragazzo di quarta che ho conosciuto l’anno scorso,
mesi dopo l’inizio della scuola. Un giorno di gennaio entro in classe e scopro
che quel banco che ero abituata a vedere vuoto non era più lì, il ragazzo
sconosciuto che era stato all’estero per uno scambio era tornato. Così, ora che
non sono più in quella scuola e la classe di Tommaso si ritrova con il sesto o
il settimo supplente diverso in cinque anni di liceo, abbiamo cominciato a
scriverci per pensare a una scuola altra o almeno per dirci poche cose senza
l’abisso dei ruoli che affossa il parlarsi e il tramandare tra generazioni.
Ci siamo chiesti a cosa serva una scuola come quella che si trovano a
frequentare, a cosa li prepari; alla vita? a che tipo di vita? È dalla
definizione del fine che si possono trarre dei giudizi sul funzionamento di una
cosa. Che la scuola italiana non funzioni, tutti lo sentono e alcuni lo dicono.
Quello che non si dice è che forse la scuola non funziona più proprio perché è
programmata per non funzionare. Scuola-azienda, scuola-parcheggio,
scuola-ufficio, scuola-prigione. Chissà che il non funzionamento apparente del
dispositivo scolastico sia proprio l’anima del suo lavoro. Se la scuola produce
sempre più ignoranza, allora funziona fin troppo bene come catena di
trasmissione verso un mercato del lavoro che si crea da sé la propria manodopera
generica e molto docile, poco pensante e molto vociante, che non sa niente di
specifico, povera (se non priva) di spirito critico. Stagisti da reclutare e
dismettere a seconda delle volubili tendenze del mercato. Così con Tommaso
cominciamo a dialogare sul fine, i fini, per poi a ritroso confrontarli con
quello che facciamo o vediamo fare nel quotidiano.
Quando penso al compagno forte in matematica che non poteva scegliere il liceo,
penso che la scuola ha smesso di essere un luogo dove emanciparsi, crescere
guadagnando consapevolezza, ed è tornata un organo di riproduzione sociale che
divide brutalmente chi è nato per zappare da chi è nato per studiare. Mi viene
in mente la mail inquietante di un collega: «Dovete entrare in una prospettiva
Pnrr/Stem/Didattica orientativa che è sistemica e irrinunciabile nel mondo della
scuola». Che senso ha avere fiumi di soldi europei per progetti pomeridiani che
orientino gli studenti verso le competenze Stem (scienze, tecnologia, ingegneria
e matematica) cosi richieste dal mercato del lavoro, se a quei progetti
approdano solo pochi privilegiati? Eppure, nella palude delle retoriche sul
merito, l’intera responsabilità educativa pare ridotta alla responsabilità
individuale del singolo studente. Se va bene o meno dipende da quanto ti sforzi.
L’impegno come condizione necessaria e sufficiente per la buona riuscita del
percorso di studi. In una terza scientifico, Andrea si sente ripetere da più di
un anno che il liceo non fa per lui, che deve passare al tecnico, tanto se dopo
vuole fare il muratore come suo padre gli basta un diploma qualsiasi. Ogni
giorno che entro in classe lo trovo con lo sguardo sempre più spento, con sempre
più rabbia contro i professori che lo escludono, e a fine anno già sa che sarà
bocciato. Ora fa una scuola privata telematica per recuperare due anni in uno.
Ha diciassette anni e non mette più piede in una classe, guarda lezioni
registrate in aule virtuali senza compagni, convinto che non gli va di fare
niente, che non gli piace niente, «prof, io non so’ bono». Intanto la stessa
scuola che l’ha risputato fuori si affanna ad accaparrarsi fondi Pnrr per
progetti di lotta alla dispersione scolastica e la riduzione dei divari
territoriali. Per colpa di questi fondi hanno anche tagliato gli unici alberi
che c’erano intorno alla scuola, dei pini marittimi. Tommaso mi raccontava che
aveva scelto questa scuola perché, quando era venuto a visitarla durante uno
degli open days, gli alberi lo facevano pensare al mare anche in mezzo al
grigiore.
MORIBONDI EFFICACI
Nell’assillo all’efficienza è difficile convincere i ragazzi che quei numeri con
la virgola che vedono comparire sui loro profili di carriera sono
insignificanti. Ogni volta che entro in classe qualcuno viene a chiedermi, in
qualità di massima esperta di numeri, che voto devono prendere in qualche
materia per alzare la media da cinque virgola trentasette a otto. Mi mostrano i
grafici del rendimento che l’app del registro elettronico genera per ogni
disciplina e mi sorprende vedere come loro si rispecchino negli andamenti
ascendenti ○ calanti, nei colori verde o rosso a seconda che il voto sia
sufficiente o no. Non sono voti che registrano reali evoluzioni, dicono solo
quanto bene hai obbedito incamerando informazioni e rigurgitando a comando
biografie, date, regole che puoi scordare dopo aver incassato il premio
(l’addestramento perfetto per fare un lavoro che non ti piace). Il voto diventa
oppressione: se svolgi bene il tuo lavoro verrai premiato, sennò verrai punito.
L’ansia della verifica, la paura delle insufficienze, il panico della
prestazione, il terrore del fallimento. Invece vorrei intuissero che fuori da
scuola non ci sono premi e punizioni, che i sacrifici non hanno ricompense e le
cattive azioni non sempre ricevono castigo, anzi a volte sono retribuite in
successo e denaro. Ma come possono intuirlo, se dai genitori sono ossessionati
con i voti? Appena non vanno così bene come la famiglia pretende, sorgono
malcontento, minacce, divieti per il tempo libero, oppure genitori e figli si
atteggiano a vittime di un’ingiustizia per l’insegnante che non sa capire, che
non sa apprezzare. Come se si potesse tenere insieme la crescita personale, che
non ha scansioni e calendari, con la crescita da studente e rispettare tutti
alla lettera la stessa tabella di marcia. Come se fosse ovvio che uno stesso
software possa andare bene su tutti i dispositivi: ci sono ragazzi che
attraverso lo studio riescono a esprimersi, ad avvicinarsi a quello che vogliono
essere, ma ce ne sono molti altri per cui la scuola è ingombro, condanna senza
via d’uscita. E finiscono per credere di essere sbagliati: se la scuola è la
cosa più normale del mondo, se ci vanno o ci sono andate tutte le persone che
conosci, allora è l’unica realtà possibile e quello incapace sei tu.
Quando esci da scuola. fai cose dopo non sei più lo stesso; nessuno se ne
accorge, devi per forza stare al passo con gli altri. Se il pomeriggio prima non
l’hai passato in camera a leggere sul libro di scuola le cose precise su cui
verrai interrogato, sei insufficiente. Anche se sei stato a tagliare la legna o
a raccogliere l’uva per guadagnarti qualcosa, come Stefano. Sta all’ultimo banco
dentro il corpo di un gigante, ma ha solo sedici anni. Quando ti ritrovi la voce
grossa e quella stazza non scappi all’idea del vandalo vagabondo: gli altri
insegnanti ne parlano come di uno che dà solo problemi, che a scuola ci capita
perché il pullman lo lascia lì vicino, da tenere sotto controllo per quello che
porta nello zaino. Comincio a guardarlo attraverso i fogli che consegna per le
verifiche, strappati da un quaderno a caso e pieni di caratteri grandi e
sgangherati, tante cancellature rabbiose e un disordine che farebbe sbagliare
calcoli a chiunque. Colgo la voragine tra lui e la pagina bianca, la posizione
curva e concentrata sul banco così distante dai gesti a cui è abituato, lavorare
in campagna con attrezzi pesanti, non una penna sottile nella mano enorme con i
calli alle dita. Provo a farlo intervenire durante le lezioni, che in quella
classe sono intermezzi tra richiami, battute estemporanee e risate. Quando
risponde o fa domande, dagli altri banchi si sollevano frasi sorprese e principi
di insulti per tradimento al disinteresse collettivo.
Quando li avviso che per le interrogazioni non serve dire cose a memoria, mi
vedo sguardi diffidenti, pronti alla fregatura. Trovarsi problemi mai affrontati
prima fa saltare le categorie che avevano regnato in base alla media di ognuno.
Ciascuno può metterci del suo, modi di rappresentare graficamente il problema e
strade diverse per risolverlo, non come quando studiano tutti la stessa cosa e
vince chi la dice meglio senza tentennare. Voglio indurli ad attingere qualcosa
dentro di sé, così quando propongo un quesito sul confronto tra preventivi di
noleggio di trattori e furgoni, usano rette e sistemi lineari e si fanno aiutare
dal senso pratico dove i calcoli si inceppano.
Arriva la festa di carnevale, ogni classe sceglie un tema per mascherarsi e una
giuria di professori decreta i migliori durante la sfilata nel parcheggio della
scuola. È la corsa ad affittare costumi elaborati, trovare idee alternative e
scenografie clamorose, ma solo per gli studenti del liceo. I ragazzi del
tecnico nemmeno ci provano, stanno in disparte a fumare di nascosto, come
avessero introiettato il loro destino subalterno e marginale. Stefano si era
offerto di portare le casse per la musica e una consolle un po’ casereccia, è
indaffarato a sistemare l’attrezzatura sui banchi e indossa le cuffie da dj
facendo partire a comando le musiche di sottofondo per la sfilata di ogni
classe, mentre gli insegnanti sono presi a fare video euforici ai travestimenti
ricercati. Quando finalmente può scegliere la sua musica, Stefano si sfoga con
la techno, ma i liceali mascherati arrivano a lamentarsi chiedendo i balli di
gruppo. Lui si incazza, stacca i fili e smonta tutto anche se non è ancora tempo
per uscire da scuola. La mia macchina è lì vicino, carichiamo l’attrezzatura e
al suono della campanella lo accompagno al suo paese, attraverso le strade
sterrate dell’alta Tuscia. Scopro che vive in una casa di campagna con i nonni,
che il padre è malato da tempo a causa di prodotti tossici inalati lavorando la
terra, la madre ha altre due figlie da crescere e pochi soldi. Mentre
scarichiamo le casse in uno scantinato che sento familiare tra legna e attrezzi
da lavoro, si affaccia la nonna con delle uova fresche per me e quel senso di
riverenza quasi feudale per dottori e notabili, Mi dice che Stefano è un bravo
ragazzo, «un po’ fori de capoccia» ma lavora ogni pomeriggio dove trova, si fa i
chilometri con la Vespa anche sotto la pioggia, più il volontariato alla
Protezione civile nel fine settimana. A volte deve lavorare anche di mattina
quando è stagione piena per la campagna, eppure a fine anno, quando lo
minacciano con la bocciatura per le troppe assenze, lui non dice mezza parola
sul perché salti spesso scuola. All’idea di perdere l’anno perde la pazienza,
smonta la porta dell’aula a pugni e prende l’ennesima nota, la mattina dopo
entra in classe con avvitatore e cassetta degli attrezzi per ripararla.
Mi chiedo perché le cose pesanti o tragiche che gli studenti portano in aula, e
ce ne sono tantissime, non possano esistere tra quelle mura, perché la scuola
resti incapace o rinunci a interrogare il difficile. ragazzi sono ostaggio della
loro sofferenza mentre passano metà della giornata in un luogo che non sa
vederla. Se quel malessere non sai portarlo in sordina ed essere uno studente
come gli altri, vedi la media dei voti e il grafico decrescere. Come Maksym, che
è scappato dall’Ucraina con la madre e nonostante vada a scuola da due anni non
vuole parlare italiano, tiene tutto il tempo gli auricolari sotto i capelli
ricci, ma finché sta piegato sul banco senza dare fastidio nessun insegnante si
accorge di lui. Continuano a bocciarlo perché non fa niente, qualcuno ha il
coraggio di dire «meglio bocciato che morto, tanto se torna al paese suo lo
mandano a sparare». Quando incontro la madre di Maksym ai colloqui pomeridiani,
chiedo se lei parla italiano, risponde di sì con uno sguardo spaesato che grida
aiuto e appena le chiedo come sta scoppia in lacrime. Mi dice che il figlio odia
la scuola, odia l’Italia, odia lei che l’ha portato qui, parla solo con i suoi
amici rimasti lontano e sta in camera a giocare al cellulare e tirare pugni al
muro. Durante gli stessi colloqui arriva la madre di Stefano e mi guarda come
fossi un miraggio. Mi racconta che una mattina il figlio doveva saltare le
lezioni per aiutare gli zii in un casolare, ma le chiede di andarlo a prendere
da scuola dopo la prima ora perché doveva finire il compito di matematica e poi
andare al lavoro. Lei non l’ha creduto fino a quando l’ha visto con lo zaino di
scuola e la tuta da lavoro ripiegata dentro.
MACERIE E MACIGNI
Mi sono ricordato di quell’ incontro con ITS Academy di Viterbo
sull’orientamento in uscita post diploma, c’era anche lei? Il primo a parlare è
stato un uomo sulla cinquantina a capo di non so quale azienda «leader» nel
preparare i ragazzi al processo che dovrebbe concludersi con l’assunzione.
Insomma, per un ora ha annoiato tutti con metodi efficaci per apparire sicuri,
affidabili, veloci, disponibili, competenti e tutta una gamma di aggettivi
inseriti in un grande frullatore che appiattisce differenze interessi in uno
smoothie organico che ti rende il più feroce dei lupi di Wall Street. Si sporge
pure sul lato psicologico, facendo occhiolino alle più basse teorie
motivazionali che passano dal banale «you can do it» ai corsi tenuti da guru
abbastanza carismatici per intortare la gente, tipo quelli che spopolano su
YouTube nelle pubblicità prima dei video. Ci stava iniziando alla trattativa di
un pacchetto di successo: il lavoro c’è, sicuro; assoggettatevi al sistema che
poi ci pensa lui a rendervi abbastanza produttivi per accontentare le richieste
del padroncino di turno.
I docenti rimasero abbastanza attoniti dalle esclamazioni di quello che era
parso più uno showman che un educatore. Un prof alla fine dell’incontro fu
chiaro: ore sprecate, parole inutili. Non capiva perché quell’evento fosse stato
proposto al liceo. Ne uscimmo quasi indenni, stanchi e annoiati ma sicuri che
l’esperto non aveva modificato le nostre prospettive future. Avevamo attivato
meccanismi di decodificazione di messaggi neanche troppo subliminali; eravamo
riusciti a riconoscere che quel trainer non stava realmente parlando a noi ma a
qualcos’altro. Solamente un nostro compagno ne era uscito interessato, aveva
anche preso appunti.
Ricordo bene l’incontro di cui parla Tommaso, ho assistito in più giorni a
quelle scene patetiche con classi diverse. C’era una formatrice ossessionata
da soft skills e public speaking che illustrava alle ragazze le performance di
Milly Carlucci elogiando il suo modo di padroneggiare il microfono e suggeriva
l’abbigliamento perfetto per fare colpo a un colloquio di lavoro, mentre io
abbassavo lo sguardo su jeans e scarpe da ginnastica con cui avevo calcato
corridoi e aule per tutti quei mesi. Tommaso descrive una scuola-impresa che
tratta i genitori come utenti da conquistare e gli scolari come clienti,
incitati a consumare e non a capire. Queste academy esistono in ogni regione:
sono fondazioni che offrono percorsi post diploma finanziati dal ministero
dell’istruzione, ad alta specializzazione tecnica che assecondano le specifiche
vocazioni dei territori. Parafrasando senza troppe perdite semantiche, formano
la forza lavoro necessaria alle aziende del distretto territoriale
dell’istituto. Per esempio, andando a leggere tra le academy in Puglia, spicca
la specializzazione per «le nuove professioni del turismo del futuro: digital
storytelling, narrative design, innovation management». La formazione impostata
sui bisogni del mercato corrode la scuola pubblica: in un collegio docenti siamo
stati chiamati: a votare la nascita di un nuovo indirizzo, il liceo del Made in
Italy, pensato per promuovere «le conoscenze e le abilità connesse
all’eccellenza del pro dotti e della tradizione italiana attraverso un percorso
liceale in grado di dare competenze storico- giuridiche, artistiche,
linguistiche, economiche e di mercato idonee alla promozione e alla
valorizzazione dei singoli settori produttivi nazionali». A questo si aggiunge
il Pcto (percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento) che spalanca
le porte alle aziende che sfruttano ragazzi e comprano consensi.
Il portfolio, la piattaforma Unica, il «capolavoro», i crediti: sono alcune
delle aberrazioni a cui ha portato l’interiorizzazione delle logiche aziendali
in campo pedagogico. Si marginalizzano le conoscenze per puntare alle
competenze, si accorcia il tempo dell’apprendimento per rincorrere i tempi di
un’istruzione orizzontale che si muove in estensione e non in profondità.
Massimizzare il profitto individuale si traduce in capitalizzare ciò che si è
imparato per spenderlo nella carriera successiva. Il sapere non immediatamente
spendibile scompare e con questo la possibilità di utilizzare le conoscenze per
contestare un mondo fondato sui profitti. Si educa all’efficacia immediata del
gesto, le domande di senso sono percepite come inutili, la crescita personale è
rimpiazzata da risposte meccaniche a stimoli precisi. Non serve chiedersi perché
e per che, basta chiedersi come si fa: a prendere otto, a passare l’esame, a
fare contenti i genitori.
Gli insegnanti sono ridotti a funzionari che devono incassare risultati a breve
termine, il valore degli alunni deve essere visto in modo chiaro e quantizzabile
dentro griglie elettroniche, i fogli excel, che calcolano punteggi e medie.
Peggio ancora, con la digitalizzazione galoppante il docente è relegato alla
funzione di operatore della macchina, addetto al controllo e alla programmazione
del dispositivo che lo espropria del suo ruolo. In un corso di formazione sulla
realtà virtuale e aumentata e sull’uso dei visori 3D (imposto dalla scuola
sempre con i fondi del Pnrr per la «transizione digitale» del personale
scolastico), il formatore ci annuncia trionfante che grazie ai visori finalmente
possiamo smettere di accompagnare i ragazzi in gita, «potranno vedere gli scavi
di Pompei senza combinare casini in albergo, vi liberate dalle responsabilità».
Chiedo ai colleghi se la relazione educativa debba tramutarsi in una simbiosi
utente-macchina e mi sento rispondere che Meta ha recentemente ridotto il
requisito minimo di età per l’uso dei visori a dieci anni, mentre un’altra
docente propone di chiudere un occhio su questo limite e proporre i visori anche
alle elementari, per innovare la didattica e far immergere i bambini nella
storia e nelle scienze. Mi spaventa il fatto che gli insegnanti sono impiegati
dello Stato e perciò non si sentono messi in discussione perché hanno dalla loro
parte il sistema che li protegge. L’affaticamento si trasforma in indifferenza:
i docenti precari e abituati a ritenere inevitabili le loro condizioni
lavorative sono in posizione così subalterna nell’organizzazione del lavoro che
diventano moltiplicatori di rassegnazione, missionari dell’ineluttabilità dei
rapporti di sfruttamento e della precarietà esistenziale. Mi risuona in testa
uno stornello popolare umbro sulla transumanza, che Alessandro Portelli ha
registrato nei primi anni Settanta direttamente dalle voci di pastori, contadini
e operai della provincia di Terni.
E io dormo tra le pecore e li cani
pe’ fa’ magna’ l’agnelli a ‘sti padroni
se magnano la carne li padroni
e a noi ce danno l’ossa come cani
vonno li nostri figli a fa’ il garzone
e i figliol loro a fare ul professore
Invece che ridurci a controllori dei tempi di produzione dentro questa fabbrica
dell’obbedienza, abbiamo il dovere di tenere in vita le domande, chiederci quali
sono le conseguenze di ciò che facciamo e di ciò che non facciamo. Occorre
insistere sulla teoria pedagogica perché l’attenzione e la precisione richieste
per educare alla critica e smascherare dispositivi di potere non rendono più
possibili approcci dilettantistici. Occorre «prendere coscienza delle
implicazioni politiche del lavoro educativo e scandagliarle in tutte le
direzioni assumendosene la responsabilità etica», ha scritto Emiliano Schember
nel numero 11 di questa rivista. Resisto nel credere che insegnare sia fare nel
futuro, un lavoro alla cieca quasi, vago e incerto. I segnali di ritorno, se mai
arriveranno, saranno indecifrabili, e comunque ci vorranno decenni. Intanto da
settembre è cominciato un altro anno in un altro posto, con nuove classi e nuove
dinamiche. Penso a Sisifo e al suo macigno ai piedi del monte, poi a Camus che
scrive che «ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella
montagna ammantata di notte, formano, da soli, un mondo». (chiara romano e
tommaso santori)
ll podcast del nostro viaggio del venerdì su Anarres, il pianeta delle utopie
concrete.
Dalle 11 alle 13 sui 105,250 delle libere frequenze di Blackout. Anche in
streaming.
Ascolta e diffondi l’audio della puntata:
> Anarres del 17 gennaio. Valditara. Bibbia, latino e fantasy. Smascheriamo i
> nazionalismi. Gaza. La tregua tra le macerie…
Dirette, approfondimenti, idee, proposte, appuntamenti:
Valditara. Bibbia, latino e fantasy
Il ministro dell’Istruzione e del merito Valditara ha annunciato le linee guida
della sua riforma dei programmi della scuola. Nel mirino bambin e ragazz tra i 3
e i 14 anni.
Ad una prima lettura quella di Valditara sembra una operazione di ritorno al
passato. Il latino nelle medie, le poesie imparate a memoria, il focus sulla
storia patria rimandano direttamente al periodo intercorso tra l’istituzione
della scuola media unificata e la fine degli anni Settanta.
In realtà il senso dell’operazione, sebbene gli strumenti paiano simili, è del
tutto differente. Consentire a tutt di studiare latino e letteratura italiana
nella scuola media significava dare la possibilità anche a chi proveniva dai
quartieri popolari di poter accedere ai licei e, quindi, nella gerarchia
valoriale dell’epoca, ad un’istruzione di tipo superiore.
Oggi invece fa parte del progetto di scuola sovranista, escludente, suprematista
che i fascisti al governo sponsorizzano.
Se a questo si aggiunge la fantasy, tanto cara a certa destra e la Bibbia, il
quadro è completo.
Ne abbiamo discusso con Cosimo Scarinzi
Aboliamo gli eserciti. Fermiamo le guerre. Smascheriamo i nazionalismi
Dal 3 al 6 gennaio si è tenuto a Carrara il congresso della FAI.
“…sviluppare nuove iniziative per decostruire le frontiere e contestare ogni
idea di nazionalismo e di sovranità territoriale dello stato-nazione o di
qualsiasi altra entità che aspiri a diventarlo, sostituendola con nuovi
meccanismi di solidarietà internazionale e sorellanza/fratellanza universale…”
Qui potete leggere il testo sul militarismo e la guerra emerso dal lungo
confronto tra compagne e compagni.
Gaza. La tregua tra le macerie
Nonostante, le pressioni di Gvir e Smotrich, i rappresentanti dei due partiti
religiosi di destra che puntellano il governo del Likud, Netanyahu, pressato da
Trump, ha dato il via libera agli accordi, che erano stati sottoscritti a Doha.
Domenica è scattato il cessate il fuoco ed iniziati gli scambi di ostaggi tra le
due parti.
Per un’analisi della situazione e sulle, comunque incerte, prospettive, ne
abbiamo parlato con Stefano Capello.
Appuntamenti:
Venerdì 31 gennaio
Crisi climatica e azione diretta
Strumenti di ricerca, misurazione, analisi e lotta
ore 21 alla FAT
corso Palermo 46 Torino
Interverrà il fisico Andrea Merlone, Dirigente di ricerca all’Istituto Nazionale
di Ricerca Metrologica (INRiM) e ricercatore associato all’Istituto di Scienze
Polari del CNR.
A-Distro e SeriRiot
ogni mercoledì
dalle 18 alle 20
in corso Palermo 46
(A)distro – libri, giornali, documenti e… tanto altro
SeriRiot – serigrafia autoprodotta benefit lotte
Vieni a spulciare tra i libri e le riviste, le magliette e i volantini!
Sostieni l’autoproduzione e l’informazione libera dallo stato e dal mercato!
Informati su lotte e appuntamenti!
Contatti:
Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
Riunioni – aperte agli interessati – ogni martedì dalle 20,30
per info scrivete a fai_torino@autistici.org
Contatti:
FB
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(archivio disegni napolimonitor)
Venerdì 17 gennaio il liceo Pitagora, al Rione Toiano, periferia di Pozzuoli, ha
ospitato l’incontro “Il coraggio di parlare. La forza di ascoltare”, promosso
dal Rotary Club Campi Flegrei sul tema della violenza di genere. All’evento
hanno partecipato diverse figure istituzionali: il sindaco di Pozzuoli Luigi
Manzoni, la presidentessa del Rotary Club Emilia Annunziata, l’assessore alle
politiche sociali di Pozzuoli Fabiana Riccobene; e poi ancora, tra gli altri:
Antonella Sica, presidente della commissione sulla violenza di genere del
Rotary, Shervi Haravi, attivista e funzionaria del ministero della giustizia, la
tenente Maria Virgilio, comandante della stazione dei carabinieri di Pozzuoli.
Un gruppo di studenti legati alla casa del popolo Villa Medusa di Bagnoli ha
organizzato quella stessa mattina un volantinaggio all’ingresso della scuola,
dove c’erano più di cinquecento tra ragazzi e ragazze, preoccupati soprattutto
dal dover entrare in tempo in classe per evitare grane.
Il volantino criticava l’ipocrisia dell’approccio istituzionale alla violenza di
genere. Gli studenti sottolineavano come la narrazione dominante si concentri
sulla “caccia al mostro” e sull’invito alla denuncia individuale, trascurando le
radici strutturali del fenomeno e i meccanismi di esclusione sociale che
colpiscono i soggetti più vulnerabili. Inoltre, veniva evidenziato il paradosso
di affidare l’analisi su un fenomeno così complesso a istituzioni come le forze
dell’ordine e il Rotary Club, elementi pienamente integrati in un sistema
sociale e di potere che ha una incidenza tutt’altro che secondaria sul problema
della violenza di genere.
Molto dura è stata la denuncia dei manifestanti contro le cosiddette politiche
istituzionali “di prevenzione”, incapaci di arginare la violenza, come
dimostrano i dati: solo nel 2024, in Italia, centodieci donne sono state uccise,
per lo più da un loro partner o familiare di sesso maschile.
La maggior parte degli studenti ha preso in consegna il volantino: qualcuno si è
fermato per chiedere informazioni, altri si sono detti d’accordo, ma non c’è
stato molto dibattito. I ragazzi dei diversi indirizzi – classico, scientifico,
scienze applicate – sembravano per lo più accomunati dagli zaini pesanti e
dall’aria assonnata e non sono mancati quelli che passavano oltre senza fermarsi
o gettando appena uno sguardo.
Giorgia, studentessa, ha spiegato di aver provato più volte a proporre la
nascita di un collettivo, ma di essere stata frenata dai rappresentanti di
istituto. La difficoltà ad aggregare gruppi anche piccoli di studenti è
certamente legata alle riforme scolastiche di questi anni, il cui il culmine
sembra essere quella Valditara, che stabilisce, tra le altre cose, la bocciatura
con il 6 in condotta: un provvedimento che limita ulteriormente la libertà degli
studenti, che fanno enorme fatica anche solo a pensare che si possa cambiare
qualcosa insieme.
La situazione strutturale del Pitagora è emblematica della difficoltà che hanno
gli studenti a elaborare una riflessione complessiva sulle condizioni in cui si
trovano a “fare scuola”: da tempo, qui, si ricorre per esempio al sistema della
“rotazione”, perché non ci sono classi per tutti. Una forte limitazione del
diritto allo studio, che però molti studenti percepiscono come un vantaggio:
meno giorni a scuola significa meno stress, meno interrogazioni e compiti
classe. Un’altra questione delicata riguarda i viaggi d’istruzione, che non sono
accessibili a tutti: le famiglie in difficoltà economica spesso non riescono a
sostenere le spese, rendendo queste esperienze, che dovrebbero essere formative,
un privilegio per pochi.
Obiettivamente difficile, in un contesto così ostico per lo sviluppo e la
condivisione di una coscienza critica come è la scuola oggi, che gli studenti
possano mettere in discussione il senso propagandato di certe iniziative, che
hanno come unico fine quello di rafforzare le relazioni istituzionali e di
potere. Lo stesso titolo, “il coraggio di denunciare”, più che analizzare le
cause più profonde del problema ha come unico obiettivo colpevolizzare chi
commette violenza. È come mostrare un quadro visibile a metà, oscurando le cause
sociali e culturali alla base del fenomeno, e l’ambiguo atteggiamento di forze
dell’ordine e istituzioni politiche, che tra l’altro sulla gestione patriarcale
dei rapporti sociali e professionali fondano buona parte del proprio equilibrio.
Le donne che non denunciano la violenza lo fanno anche, per esempio, per paura
di non essere credute o di non ricevere supporto dalle forze dell’ordine. A un
aumento delle chiamate al numero antiviolenza 1522 (quasi diciottomila solo nel
primo trimestre del 2024) non corrisponde una diminuzione delle violenze
sessuali e dei femminicidi. Anche i reati online, come sextortion e revenge
porn, sono cresciuti del 9% dal 2023.
Gli studenti che hanno protestato al Pitagora hanno chiesto che a esprimersi su
questi temi non siano sempre e solo soggetti esterni alla scuola, e percorsi di
autoeducazione: formazione degli insegnanti, presenza di psicologi e
psicoterapeuti, lavoro all’interno di spazi didattici e non, organizzato insieme
agli studenti e le studentesse. I nuovi fondi destinati alla già carente
educazione sessuale nelle scuole, invece, verranno usati (lo ha dichiarato il
ministro Luca Cirani) principalmente per formare gli insegnanti su fertilità e
prevenzione dell’infertilità.
Non è la prima volta che gli studenti di questa scuola si trovano a dover
affrontare interlocutori così ambigui: l’anno scorso, durante un altro incontro
dedicato alla violenza di genere, un tenente colonnello aveva definito “ottimo”
il sistema di sicurezza a tutela delle donne. Giorgia racconta di aver obiettato
a questo assunto, dato l’alto numero di femminicidi, criticando anche la scelta
di coinvolgere le forze dell’ordine in un contesto scolastico. Il tenente
colonnello, alzandosi con fare vagamente intimidatorio, e raccogliendo
l’approvazione dei docenti e di una parte degli studenti, le ha chiesto di
portare dati concreti a sostegno della sua tesi, affermando che avrebbe potuto
facilmente smentirli con le sue esperienze. Evidente già in quel caso fu
l’ipocrisia di coinvolgere militari (così come ricchi e influenti imprenditori,
al vertice di un sistema che alimenta e si fonda sulle disuguaglianze, comprese
quelle di genere) in queste iniziative, che presupporrebbero una capacità di
mettere in discussione la propria persona e il proprio ruolo sociale, cose che
queste due categorie non sembrano disposte a fare.
A ulteriore conferma di come le forze dell’ordine non possano essere un
interlocutore accreditato a esprimersi sul tema della violenza di genere, basta
guardare a quanto accaduto di recente a Brescia, dove le attiviste di Extinction
Rebellion hanno denunciato abusi da parte degli agenti, e raccontato di essere
state costrette a spogliarsi nude in questura, mentre gli uomini non hanno
subito lo stesso trattamento. Inoltre, le donne sono state obbligate a compiere
atti umilianti, come fare piegamenti sulle gambe davanti a un numero non
precisato di agenti, pratiche che alcuni tra i centri antiviolenza del paese
hanno condannato come vere e proprie violazioni dei diritti umani. (serena bruno
– laboratorio di narrazione)
Dallo studio della Bibbia e dell’epica classica già alle elementari, al
superamento della geo-storia, il sistema scolastico italiano si prepara a una
trasformazione profonda, come indicato da Valditara nelle anticipazioni delle
indicazioni ministeriali per il prossimo anno scolastico. Per rafforzare
l’identità culturale e le conoscenze delle radici del Paese italico, la riforma
introduce lo studio […]
“Non un euro finisca in progetti o attività ideologiche”, dichiara Jacopo Coghe,
portavoce di Pro Vita e Famiglia, riferendosi ai progetti delle associazioni
LGBTQ+ all’interno delle scuole. Una minaccia che accompagna il dirottamento del
fondo per l’educazione sessuale e all’affettività in una certo non ideologica e
indubbiamente scientifica “educazione alla fertilità”, mentre si moltiplicano da
[…]
Il 13/12 le scuole di Torino tornano in piazza per manifestare contro il
governo, la guerra e il genocidio. “Dopo le due significative manifestazioni del
15 novembre e del 29 novembre, vogliamo scendere in piazza ancora una volta per
ribadire le nostre posizioni e dare stabilità alla mobilitazione delle scuole!
Scendiamo in piazza contro il […]
LA GUERRA IN CASA 5 LA SCUOLA VA ALLA GUERRA
La Credenza - Via Walter Fontan 31 Bussoleno (Valsusa)
(sabato, 7 dicembre 10:00)
LA SCUOLA VA ALLA GUERRA
CONTROLLO, IRREGGIMENTAZIONE, PROPAGANDA BELLICA…
La guerra è onnipresente. Se qui da noi non si esprime ancora negli orrori del
conflitto armato, tutto sembra voler preparare il terreno in questa direzione.
Anche a scuola. «Contemporaneamente alla privatizzazione e precarizzazione del
sistema educativo, stiamo assistendo a un soffocante processo di
militarizzazione delle istituzioni scolastiche e degli stessi contenuti
culturali e formativi. Come accadeva ai tempi del fascismo, le scuole tornano a
essere caserme mentre le caserme si convertono in aule e palestre per formare lo
studente-soldato votato all’obbedienza» (A. Mazzeo). Se non vogliamo ritrovarci
assoldati in una guerra altrui, è ora di organizzare la diserzione, il
disfattismo, la resistenza.
NE PARLEREMO INSIEME, CON ANTONIO MAZZEO (AUTORE DI LA SCUOLA VA ALLA GUERRA,
MANIFESTOLIBRI, 2024) E CON ALCUNI REDATTORI DELLA RIVISTA “NUNATAK”
SABATO 7 DICEMBRE 2024, ALLE ORE 10:00
ASSOCIAZIONE “LA CREDENZA”, VIA WALTER FONTAN 31, BUSSOLENO
https://gancio.cisti.org/event/la-guerra-in-casa-5-la-scuola-va-alla-guerra
L’ultimo tassello nel processo di militarizzazione della scuola è stato messo
dal ministro dell’istruzione e del merito Valditara il 4 novembre. Il ministro
ha lanciato un concorso per studenti e studentesse delle scuole superiori il cui
focus è l’esaltazione delle forze armate. Ragazzi e ragazze potranno presentare
scritti, podcast, opere d’arte: il 2 giugno, in […]
Venerdì 15 novembre ci sono state mobilitazioni in più di 35 città per il “No
Meloni day”, sciopero del settore scuola. Oltre che contro le politiche del
governo nel settore dell’istruzione, lx studentx hanno dato vita a cortei in
tutta Italia in sostegno al popolo palestinese e contro l’operato del governo
israeliano. La mobilitazione ha […]