ASSEMBLEA PUBBLICA "NESSUN* È STRANIER*
Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(venerdì, 6 novembre 18:00)
Il 30 ottobre centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, studenti e
studentesse hanno animato le piazze di tutta italia in occasione dello sciopero
generale indetto dai sindacati di base. Oggi, appena due giorni dopo apprendiamo
dai giornali che nel disegno di legge di Bilancio per il 2027, è prevista una
riduzione di 6.974 posti in meno tra docenti e personale amministrativo, tecnico
e ausiliario. Sommando questa misura ai tagli già disposti dalla manovra 2025,
le riduzioni arrivano a 14.808 posti tra gli anni scolastici 2025/26 e 2027/28.
Un massacro sociale nei confronti della nostra categoria, già oppressa da
precarietà e bassi salari, che si abbatterà non solo sui singoli, ma anche su
intere famiglie. Per questo denunciamo la miopia di una politica che risponde
alle istanze delle piazze con misure devastanti per la tenuta sociale del paese.
La violenza istituzionale ed economica che questo governo esercita produrrà
legittime risposte violente di cui deve già cominciare ad assumersi la
responsabilità. Inoltre, a materializzare in modo ancora evidente l'idea di
scuola di questo governo, viene prorogato anche il "bonus paritaria" una misura
prevede un contributo economico fino a 1.500 euro per studente per sostenere le
spese delle rette di iscrizione e frequenza a tali scuole.
Negli anni abbiamo assistito a diverse riforme “scuolicide”, tutte in continuità
le une con le altre, che hanno trasformato la scuola pubblica in un baluardo
culturale dell’ideologia nazionalista e di quella classista del merito, in un
serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali e le aziende, e in
un luogo di sfruttamento per ogni lavoratore e lavoratrice precari. A ciò va
aggiunto anche il problema annoso dell’infimo salario percepito dalle
lavoratrici e dai lavoratori della scuola. Perché diciamolo tranquillamente:
anche noi dobbiamo decidere se fare il pieno di benzina o andare a fare la
spesa; anche noi ormai non arriviamo che alla terza settimana del mese, perché
abbiamo uno stipendio bassissimo, eroso dall’inflazione e taglieggiato
dall’aumento delle utenze dovuto alle guerre altrui.
Anche noi ormai sappiamo cosa vuol dire povertà!
Come docenti e lavoratori della scuola, dobbiamo opporci con fermezza a questo
progetto di scuola che prende sempre più chiaramente forma, un passo alla volta,
anche attraverso il nuovo DL scuola, classista e razzista: un decreto che
trasforma noi docenti in guardiani del buon costume adibiti a vigilare
sull'abbigliamento degli studenti/esse e che perseguita alcune persone in quanto
non considerate italiane, perché senza un pezzo di carta o perché praticano una
religione diversa da quella permessa promossa da questo regime democratico.
La nostra vuole essere un’opposizione intransigente anche contro la riforma dei
tecnici: un dispositivo che impoverisce l’offerta formativa accorpando le
materie e che, facendo saltare migliaia di cattedre, non farà altro che
aumentare i tassi di disoccupazione tra i docenti.Un’idea di scuola che
costringe giovanissimi a essere sfruttati in azienda sin dal secondo anno delle
superiori con la nuova alternanza scuola-lavoro.
Siamo statə in piazza a migliaia per tutti questi motivi e vogliamo continuare
a confrontarci e organizzarci per lottare insieme, rivendicando anche aumenti
salariali per tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, lottando per una
scuola libera dalle logiche di profitto libera e solidale, contro un sistema
politico ed economico che fa enormi profitti grazie all’economia di guerra,
tagliando sanità, scuola e welfare.
Perciò invitiamo docenti, lavoratrici e lavoratori ATA, amministrativi,
educatori ed educatrici, studenti e studentesse, genitorə ad un’assemblea
pubblica venerdì 6 novembre, presso il Campus Einaudi alle ore 18:00.
Per bloccare davvero tutto, a oltranza: fino alle dimissioni di questo Governo,
fino al ritiro di questo DL da parte di quell’autoritario di Valditara, fino a
ottenere ciò che giustamente pretendiamo.
Vi aspettiamo!
Tag - scuola
(disegno di irene servillo)
Mentre il dibattito pubblico italiano sulla scuola si concentra su studenti
provenienti da altri paesi e su quelli che, pur cresciuti in Italia, hanno una
storia migratoria alle spalle, la casa editrice Astarte pubblica un libro che
coglie la complessità delle questioni che sono in campo quando si parla di
sistemi educativi. Lo ha scritto Sara Rossetti, insegnante di scuola secondaria
e si chiama La scuola a colori. Per un’educazione femminista e decoloniale.
Per dirla con le parole di Rahma Nur, insegnante e poeta, autrice della
prefazione all’edizione italiana di Insegnare comunità di bell hooks (il cui
pensiero risuona in molte delle pagine del libro di Rossetti), “questo libro è
necessario. Non solo importante nel senso accademico – necessario nel senso
fisico, urgente. Necessario per chi insegna, per chi forma insegnanti, per chi
fa politica scolastica, per chi pensa che il problema sia solo la lingua e non
capisce che la lingua è solo la punta dell’iceberg”. Ogni capitolo è infatti un
raggio di luce che illumina un aspetto della nostra scuola e, illuminandolo, ci
fa anche vedere la polvere che c’è intorno. Ma è appunto necessario vederla la
polvere, se si vuole trovare il modo per toglierla. E chi altri può aiutare a
fare questa operazione se non coloro grazie ai quali la scuola trova la sua
ragione d’esistere? Come scrive Sara Rossetti nel primo capitolo, il libro è
stato infatti costruito cercando di mettere insieme quante più voci fosse
possibile: “Ho provato – scrive l’autrice – a decentrare lo sguardo volgendolo
agli e alle studenti, facendomi raccontare il mondo scolastico visto da chi
maggiormente ne fruisce”.
Non è una scorciatoia: è una precisa indicazione di metodo, quello di chi
rifiuta anche per sé stessa il potere di parlare delle altre e degli altri e
invece si mette in ascolto cercando di utilizzare il proprio potere, quello di
autrice di un libro, per fare spazio a chi normalmente non lo ha. Si tratta di
un approccio di per sé significativo, ma che lo è ancora di più in un contesto,
come quello scolastico, in cui i protagonisti del percorso formativo sono
normalmente senza voce, o meglio una voce la hanno ma nei modi e nei tempi
stabiliti dal docente.
In uno dei migliori libri usciti di recente sulla scuola, Dipende dalla classe,
le cui pagine riecheggiano anche nel libro di Rossetti, Michele Arena ricorda
degli studi secondo cui il docente mediamente tiene la parola in classe per il
settanta per cento del tempo; il restante trenta per cento va diviso per gli
studenti. Quindi nel corso di un’ora di lezione per quarantadue minuti parla
l’insegnante, per diciotto la classe: in una classe di venti alunni (a voler
essere ottimisti, viste le tantissime classi con venticinque studenti e oltre)
si tratta di cinquantaquattro secondi a testa in un’ora di lezione. Se si
considera che, per le ragioni esposte con cura nel libro di Arena come in questo
di Rossetti, gli alunni maschi bianchi italiani di estrazione borghese prendono
la parola più degli altri e soprattutto delle altre, significa che molte e molti
rimangono in silenzio, come ben sa chiunque abbia frequentato un’aula
scolastica, da docente o da studente.
Mettersi in ascolto degli studenti, rappresenta perciò il punto da cui partire
per analizzare il presente e immaginare il futuro. Non deve essere un caso se
anche un altro dei migliori libri in circolazione sulla scuola italiana, Tra i
bianchi di scuola. Voci per un’educazione accogliente, di Esperance Hakuzwimana,
sia costruito riportando le voci delle studenti e degli studenti con background
internazionale. Un’operazione del genere significa non solo lasciare che le
studenti e gli studenti parlino ma anche ascoltarli quando il loro discorso
sconfina in zone scomode, come il razzismo, il maschilismo, il classismo a
scuola, fenomeni che vengono sistematicamente sminuiti o del tutto ignorati.
All’inizio della sua indagine, partendo dalla considerazione che le statistiche
mostrano come gli studenti con background internazionale siano i più esposti
all’insuccesso scolastico, Rossetti pone alcune domande fondamentali: “Perché in
molti non ce la fanno? Perché le esperienze raccontate e vissute sono sovente
negative? […] Perché, invece di rappresentare uno strumento di ascesa sociale,
la scuola diventa spesso un ostacolo e una vera e propria nemica per i ragazzi e
le ragazze?”. Per rispondere a quest’ultima domanda, poco più avanti l’autrice
ne pone altre. Sono tutte domande che mirano a costruire una scuola più giusta,
che dia realmente pari opportunità a tutti coloro che la frequentano: “Che cosa
insegniamo? Come vogliamo farlo? Che tipo di luogo vogliamo che diventi?”. Da
qui prende le mosse un racconto che, partendo dall’osservazione del modo in cui
la scuola agisce, ne mette in luce il carattere maschilista, classista e
razzista.
A titolo esemplificativo, si possono citare due questioni che fanno ben capire i
meccanismi con i quali la scuola produce discriminazione anziché inclusione:
l’orientamento scolastico e la partecipazione delle famiglie. In entrambi i casi
la scuola, anziché appianare le disuguaglianze economiche e sociali,
contribuisce a mantenerle. Scrive Rossetti a proposito dell’orientamento: “I
consigli degli e delle insegnanti, più o meno consapevolmente, appaiono e
vengono espressi come il tentativo di tutelare ragazze e ragazzi evitando loro
delusioni e frustrazioni e vengono espressi affermando di non tenere conto del
contesto sociale e familiare di provenienza ma solo delle attitudini e
competenze dei diretti interessati, pratica in realtà smentita dai fatti. Molti
tra questi consigli limitano in realtà l’immaginazione delle persone e dei
contesti verso i quali sono rivolti, rimandando a scelte molto pratiche che,
così facendo, pongono un freno ai desideri, che siano più o meno palesi o del
tutto nascosti. Sono indicazioni che, pur se nella maggior parte dei casi in
buona fede, sono volte al mantenimento di uno status quo e di conferma di
modelli dominanti”. Il più delle volte, infatti, il risultato dell’orientamento
scolastico consiste nell’indirizzare i figli delle persone con titoli di studio
più bassi verso gli istituti professionali e i figli dei laureati verso i licei.
Anche la richiesta di partecipazione che la scuola rivolge insistentemente alle
famiglie non è neutra, perché presuppone un genitore ideale che spesso non
esiste nella realtà. Scrive Rossetti: “La figura della ‘madre collaborativa’
sembra essere implicita nella prassi e nel discorso scolastico, in
corrispondenza di un preciso modello di maternità aderente ai modi di vivere
tipici delle classi medie bianche. La donna presente è infatti italofona,
disponibile, capace di comprendere e, anzi, padroneggiare i codici burocratici e
relazionali dell’istituzione, in perfetta adesione ai suoi tempi e alle sue
richieste. In questa ottica le difficoltà delle madri migranti vengono lette
come mancanze individuali o culturali, senza mai interrogarsi sufficientemente
sulle disuguaglianze materiali e lavorative. Ma non solo, ad apparire difformi
dal modello risultano anche le precarie, le donne in difficoltà economiche e
sociali o anche tutte le donne, laddove le stesse naturalizzazioni del ruolo
genitoriale non vengono richieste alla controparte maschile. In altre parole,
I’idea standard di come dovrebbe essere e comportarsi una buona madre si mostra
fortemente classista, razzializzata e sessuata”.
Anche in questo caso, il libro di Sara Rossetti consente, grazie alla
prospettiva intersezionale che permea tutti i capitoli, di mettere in
discussione abitudini e prassi consolidate, svelando cosa c’è dietro ciascuna di
esse e invitando quindi chi legge a riflettere su come potrebbe essere una
scuola diversa. (francesco feola)
ASSEMBLEA CITTADINA VERSO TDOR E 25 NOVEMBRE
Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino
(mercoledì, 4 novembre 19:00)
PARLATE DI NATALITA' MA LA VOSTRA VIOLENZA NON CI FA VIVERE: ASSEMBLEA VERSO
TDOR E 25 NOVEMBRE.
Ci vediamo il 4 novembre alle ore 19 allo spazio popolare Neruda per costruire
insieme le prossime mobilitazioni.
Dopo un primo incontro cittadino, invitiamo tuttə a una nuova assemblea
transfemminista per proseguire il confronto, mettere in relazione le lotte e le
esperienze che attraversano la città e costruire insieme nuove pratiche e
alleanze verso il Tdor e il 25 novembre.
Quest'anno proprio il 25 novembre, nella giornata internazionale contro la
violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, il governo ha convocato a
Roma gli Stati Generali della natalità. E' l'ennesima provocazione, che porta ad
un livello ancora più grave l'attacco alle donne e alle persone queer in questo
paese. Si parla di incentivare la natalità rendendo ancora più difficile
l'accesso all'aborto e pressando le donne - solo quelle etero-cis, bianche,
abili - a fare figli per la patria, mentre la violenza di questa realtà non ci
fa nemmeno vivere, tanto meno possiamo crescere figliə.
Non si può vivere in un mondo in cui donne e persone trans vengono uccise ogni 3
giorni, mentre le violenze di genere nelle case, nelle strade, nelle scuole e
nei posti di lavoro sono continue.
Non si può vivere in un mondo di guerra, genocidio, devastazione, riarmo e
carovita, che ci rende sempre più poverə e precariə.
Non si può vivere su un pianeta al collasso: la crisi climatica colpisce
maggiormente donne e soggettività marginalizzate. Le alte temperature e i
disastri ambientali acuiscono le disuguaglianze e la violenza del sistema
patriarcale, aumentando i casi di violenza domestica e sessuale.
Non si può vivere se non c'è accesso alla sanità pubblica, senza servizi per la
salute delle persone trans, senza asili nido.
Non si può vivere in scuole che diventano caserme, in cui viene vietata
l'educazione sessuo-affettiva, in cui non ci sono abbastanza insegnanti ma
sempre più spesso entrano le forze dell'ordine.
Celebrare la natalità a tutti i costi quando si semina solo guerra e precarietà
è violento.
Il governo che dice di pensare alla natalità è lo stesso che sceglie di non
ascoltare le nuove generazioni che scendono in piazza. È lo stesso incapace di
farsi carico della salute mentale dell3 più giovan3. È lo stesso che non riesce
ad assicurare loro un lavoro dignitoso, un futuro. (Se too much o ridondante
togliete pure, vitto)
È lo stesso che devasta gli ecosistemi, sacrificando il futuro della Terra e
delle generazioni presenti e future.
A partire dalle mobilitazioni contro guerra, carovita e per una scuola libera da
razzismo, sessismo, abilismo, classismo e precariato, vogliamo continuare a
interrogarci su come la violenza patriarcale, lo sfruttamento dei corpi e della
terra, gli attacchi all’autodeterminazione e il peggioramento delle condizioni
di vita si intrecciano.
Perché la vostra violenza non ci fa vivere, ma insieme vogliamo cambiare tutto!
(disegno di cyop&kaf)
«Non capiscono un cazzo e non hanno voglia di fare un cazzo!».
«Protestano per il caro benzina? Ma cosa c’azzecca con la scuola».
«Lo fanno solo per saltare le lezioni, non hanno un’idea».
«Non c’è ciccia, vogliono solo spaccare tutto».
«Bisogna aumentare la sicurezza, più polizia e provvedimenti lampo sui minori».
«Sono pagati per rovinare le manifestazioni».
«Non è la Francia».
Queste sono frasi che ho sentito a scuola, nei media e nei commenti. L’ultima
settimana è stata una ventata di caos e novità nelle scuole – quelle scuole che
solitamente sono estranee alle mobilitazioni – e nelle piazze. Quello che ai
miei occhi è stata fonte di entusiasmo, curiosità e rinata vitalità, per la
maggior parte degli adulti intorno a me è stato incomprensibile e inaccettabile,
una disgrazia della contemporaneità.
Non sono le immagini degli scontri e di questi alveari di mobilitazione ad
allarmarmi, ma è la lettura che di questi fenomeni ne facciamo. Se da una parte
la società distopica in cui viviamo produce ancora delle forme di dissenso e
radicalità a tratti ingovernabili, dall’altra è incapace di dare spessore a
quello che succede. Ribaltando totalmente la prospettiva, incomprensibile è la
diffusa incapacità di orientarsi nella complessità del reale. Si osserva la
facciata senza vederne l’architettura e ci si arresta sul messaggio
sgrammaticato o sulla grafica fatta con ChatGPT, si enfatizza l’ambiguità di
alcune rivendicazioni o ci si aggrappa a una presunta povertà di contenuto di
un’occupazione o assemblea d’istituto. Ecco il cortocircuito: chi critica
mancanza di senso e contenuto nelle rivolte dei giovanissimi non è in grado di
delineare per questo fenomeno delle relazioni di causa ed effetto, né sa
riconoscere che riproduciamo le stesse fallacie logiche che attribuiamo agli
altri.
LINGUAGGIO
Lavorando a scuola ho visto che dal caos totale – non degli ultimi giorni, ma
dell’ultimo decennio – possono iniziare a svilupparsi forme di organizzazione e
rivendicazione snelle e ancora difficilmente comprensibili. Poche azioni da
fare: mettersi in ascolto, supportare e colmare quelle lacune critiche che il
sistema, nel quale la scuola come istituzione è compresa, ha reso gigantesche.
Bisogna quindi interpretare linguaggi nuovi che solo in apparenza non sono
linguaggi. Essi sono il risultato del continuo smantellamento di ogni forma di
sapere, creatività, lentezza, contemplazione attraverso l’oligarchia tecnologica
che continua a bussare alle nostre porte con genocidi, disastri climatici e
repressioni. Questo linguaggio nuovo nasce da suoni e gesti non codificati,
inediti e talvolta troppo spiazzanti per poterli accogliere.
Come nasce un nuovo linguaggio, che è di per sé la più grande forma di
soggettivazione dell’esistenza umana, in un mondo che continuamente lo riduce e
lo semplifica? Per tentativi, sentimenti viscerali e sensazioni. La sensazione
della possibilità di poter rompere l’ordinario, per esempio. Poco importa se lo
stimolo arriva da reels che riportano, frammentariamente e sommariamente come
fanno le grandi testate nazionali, le rivolte in Francia, Spagna e Albania;
quello che importa è cosa possono far germogliare. In un reale assopito e
individualista, schermato da vite on line, riuscire ad assumere un comportamento
che nessuno aveva ascoltato, condiviso o avvallato fino alla settimana prima non
era facile, ma è bastata una scintilla a far saltare il banco.
Anche i miei studenti hanno deciso di mobilitarsi sulla scia delle proteste
francesi e delle scuole intorno a loro. Fino al giorno prima, nelle nostre
discussioni in classe molti consideravano qualsiasi forma di dissenso inutile:
«da comunisti», «da ammazzare quelli che bloccano le strade». Alla fine della
scorsa settimana, però, convocavano la prima assemblea d’istituto per parlare
dei problemi della scuola. Pescando dagli immaginari e dalle categorie a loro
note, ed è indubbio che siano più fragili rispetto alle generazioni precedenti,
in una settimana si sono costruiti un mondo che ha rotto energicamente con il
copione di una quotidianità pacifica.
Sono pratiche imitate ma condivise, forme di organizzazione prese dalla vita di
tutti i giorni e trapiantate nella rivolta. Avere il coraggio oggi di occupare,
oppure più semplicemente saltare collettivamente le lezioni perché c’è un
malessere profondo: queste azioni rappresentano qualcosa di importante e bisogna
preservarlo prima che venga spazzato via dalla repressione. Vedo un miracolo, un
miracolo che avviene in mezzo a presidi sceriffi, docenti che cordonano istituti
per evitarne l’occupazione, condanne ferme e richieste di provvedimenti
liberticidi nei confronti di minorenni, genitori che dopo i fermi dichiarano:
«Doveva prenderle, così imparava». Mi terrorizza notare come la deriva
securitaria e autoritaria si è impadronita anche della scuola e della lingua.
Addio al linguaggio allora, che bruci il nostro linguaggio.
APPRENDIMENTO
Gli studenti sono quotidianamente marginalizzati ed etichettati, anche nel luogo
dove questo non dovrebbe accadere. Nella mia esperienza, in un centro di
formazione professionale, gli studenti spesso arrivano con dei traumi
inaccettabili ma giustificati dal sistema scolastico e valoriale del nostro
paese: bocciature intransigenti in momenti complicati della vita, emarginazione
causata da comportamenti giudicati irreversibili, stigmatizzazione delle
difficoltà linguistiche e didattiche e mancanza di supporto, sostegno e fiducia
nelle loro inclinazioni e passioni.
A tredici anni sono etichettati come irrecuperabili, definiti come problema da
gestire nella scuola, tenuti in cattività. Se i docenti non si prendono
responsabilità e non assumono posizioni radicali ma, al contrario, giudicano e
reprimono la costruzione dell’identità di un adolescente, cosa si deve
pretendere da questi giovanissimi fisiologicamente incazzati e anti-autoritari?
Non è un caso che sappiano posizionarsi su diverse questioni con posture molto
forti e radicali, ma con argomentazioni deboli se non inesistenti; e non è
altrettanto un caso il fatto che nel valutarsi non si rendano conto della
mancanza. Mi viene in mente che quando in classe ci esercitiamo sul testo
argomentativo è sempre complicato, salvo rarissime eccezioni, riuscire a far
passare il concetto dell’argomentazione e dei suoi possibili orizzonti retorici
e di contenuto. Non bastano esempi ed esercizi decisamente creativi:
l’argomentazione è un meccanismo che non ingrana. Ovviamente non sono gli
studenti a essere ignoranti o fagnani, semplicemente non hanno esempi a loro
disposizione. Da cosa sono circondati? Dai discorsi politici delle classi
dirigenti, dalle ramanzine e dalle chiacchiere tra adulti legittimate dalla
narrazione dominante.
Oggi in classe abbiamo fatto un tema d’opinione sulla scorsa settimana, dovevano
esprimersi sulle proteste studentesche, le pratiche e le reazioni. «Prof, non so
cosa dire», «Ci fa fare delle robe noiosissime, senz’offesa», «Cazzo me ne
frega», «Posso usare Gemini?». Alcuni intanto scrivevano animatamente.
Correggendo insieme all’ultima ora ci siamo resi conto che fino a oggi non
avevano mai azzeccato interamente la struttura e la completezza di un testo
argomentativo. Qualcosa è cambiato grazie all’esperienza di una settimana.
Gli sviluppi degli ultimi giorni non mettono d’accordo gli studenti, eppure il
dibattito è straordinariamente acceso e le motivazioni di base godono del più
totale assenso. Le loro esistenze non sono lontane né sorde al carovita,
all’inflazione, alle critiche rivolte a strutture scolastiche fatiscenti e
inadeguate, alle diseguaglianze anacronistiche e agli svariati livelli di
oppressione e razzializzazione. Nel deserto autoritario della classe e del mondo
esterno, loro si costruiscono da sé gli strumenti. Intanto il mondo del sapere e
della cultura si sta arrovellando sulla vetrina di Feltrinelli.
VIOLENZA
Qualche anno fa ho avuto una discussione molto spiacevole con un mio studente
che per ridere mi faceva vedere un video atroce di un carro armato che
schiacciava cadaveri. Non capiva quale fosse il problema, d’altronde come
avrebbe potuto? È essenziale superare le derive banali e tediose di classismo
che in questi giorni si sprecano. Certo, la malizia del potere gode d’una
generale debolezza critica perché tutto questo circo sciatto nutre il consenso e
l’agibilità delle classi dirigenti. Al contempo i nativi digitali accettano la
tecnologia e le varie forme di controllo che questa esercita sulle loro vite:
esiste da sempre e si è radicata nelle viscere. Per questo l’azione non è
ricondotta automaticamente alle conseguenze e la violenza è il linguaggio che li
martella incessantemente.
EMERGENZA
Dicevano che sarebbe andato tutto bene: con semplici precauzioni avremmo
superato anche la piaga della pandemia. Il discorso medico si è impossessato
della nostra capacità critica, la legge marziale delle nostre esistenze. Lo
stato di emergenza ha creato degli enormi margini per istituire, e non
smantellare, forme di repressione e controllo totali. L’emergenza è stata poi la
guerra o il fittizio mantenimento della pace. Ora l’emergenza è ritornata e non
possiamo più commettere lo stesso errore.
Mentre i proclami diventano dittatoriali e attuativi, la mia ossessione è quella
della consapevolezza nelle piazze. Per prima cosa vorrei si smettesse di
disumanizzare gli adolescenti incastrandoli in categorie degne di sceneggiatori
scafati. La proiezione del maranza assume ogni giorno di più i tratti grotteschi
da villain dei cartoni animati. C’è qualcosa di buono dalla perdita di senso: si
possono spazzare via parole ridicole e soffermarsi su quello che serve per
tutelare l’esistenza e la libertà di questa generazione che continua a
destabilizzarci.
L’ingenuità che è insita nella generosità di stare nei momenti di rottura deve
essere resa saggezza, bisogna condividere sapere ed esperienze per non
permettere che la violenza più forte di tutte, quella dello stato, abbia la
meglio. Esagero con il maternage nel proporre il bollettino degli aggiornamenti
dei vari decreti sicurezza a fine lezione e mi auguro che la settimana prossima
altri studenti non siano arrestati o attaccati dalle forze dell’ordine.
PROSPETTIVE DEL CAOS
Quando facciamo storia, per gli studenti è ostico avere contezza della
temporalità: non esiste una chiara linea del passato storico e manca la
coscienza di come alcune condizioni attuali siano il processo di movimenti più
lunghi e radicati. Quello che esiste adesso non si dà che nell’oggi, nella
brevità. Diventare protagonisti, percepire di essere soggetti attivi è il
miglior metodo di apprendimento.
Decido di andare alla manifestazione percependo a scuola un interesse inedito.
La piazza di sabato, a Torino, è rumorosa più del solito, ribolle di persone e
idee molto diverse tra loro. Cerca di dominarla, con scarsi risultati, una
decina di militanti di Futuro nazionale sotto mentite spoglie, lanciando dal
megafono messaggi generici contro il governo e inveendo contro gli
incappucciati. Gli “incappucciati”, che coperti non sono, stanno ai limiti del
presidio e si riappropriano gioiosamente del monumento al duca di Aosta. I cori
di una parte della piazza che esortano a togliere questi fantomatici cappucci
cadono nel vuoto. Quello che un occhio meno pigro vede è qualcosa di diverso:
tantissime studentesse e studenti delle scuole che solitamente non erano
comprese nelle mobilitazioni, come quella del giorno prima durante il corteo
studentesco. E accanto a loro ci sono altri che invece erano già attivi negli
ultimi anni nei movimenti Propal. Si aggiunge qualche cittadino richiamato dal
tam tam social e i militanti. È una piazza strana e antigovernativa che invoca
l’idea di avere diritto a una vita dignitosa, alcuni in maniera strategica in
vista delle elezioni. Il tentativo di controllo da parte della cripto-destra è
fallimentare, basta una via per azzerare la loro presenza. Il corteo è grande e
giovanissimo, le parole d’ordine sono chiare: basta carovita, scuola di qualità,
antifascismo. Sento in me l’euforia di qualcosa di nuovo, vivo e poco
incasellabile. (ilaria magariello)
Il primo argomento della puntata è stato quello dei lavoratori agricoli nella
zona della Langhe, una zona di grandi introiti per produttori di vini e non
solo, fatti sulle spalle di chi lavora in condizioni terribili e con altrettante
condizioni abitative. Abbiamo ospitato in collegamento telefonico Nicola del
Collettivo Monoke per lanciare il corteo che si terrà ad Alba il 9 ottobre
“Corteo contro lo sfruttamento lavorativo”:
Nonostante gli anni di mobilitazioni dal basso e d’attenzione mediatica
nazionale e internazionale, la situazione dello sfruttamento nelle Langhe e
nell’albese non è cambiata. Anzi è peggiorata: sia dal punto di vista abitativo
(più di 50 persone costrette all’addiaccio), sia dal punto di vista
contrattuale.
Facciamo chiarezza: il problema è il sistema economico, non si tratta di
un’emergenza temporanea.
Dopo quattro anni di mobilitazioni continuiamo a ribadire che chi detiene il
potere sceglie di rimanere cieco di fronte all’ovvietà.
Le soluzioni esistono, ma sono scomode per chi vuole arricchirsi attraverso lo
sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici.
1. Occorrono soluzioni abitative pubbliche dedicate ai lavoratori, specialmente
per i lavoratori immigrati. Non bastano dormitori, dove non è garantita la
dignità. Inoltre il ricongiungimento familiare è possibile solo con la
regolarità d’affitto e i documenti di residenza in ordine.
2. Le assunzioni devono avvenire in maniera diretta. Ove circolano i grandi
flussi di denaro, fioriscono pratiche e atteggiamenti mafiosi. Eliminare le
false cooperative, significa eliminare l’intermediario che specula
sull’operaio.
3. I veri responsabili vanno nominati: non soltanto le false cooperative, ma
anche il comparto delle aziende agroalimentari, che da Foggia e Rosarno fino
al Piemonte alimenta il circolo del lavoro povero, e che fa leva sulle
fragilità dei soggetti più precari, per ricattarli con paghe misere e
contratti fasulli o inesistenti.
Una delle aggravanti è il fatto che gran parte del vino delle Langhe è un
prodotto di lusso, non un prodotto della grande distribuzione. Alla luce di ciò,
sono ancor più imperdonabili le condizioni al limite dello schiavismo subite da
persone di cui portiamo il racconto.
Tutto questo va contestualizzato: Alba è la città che ospita alcune tra le più
grandi e ricche aziende/società d’Italia. La fiera del tartufo di ottobre e
vinum in primavera sono due eventi che raccolgono capitali e attenzioni enormi.
Ci vediamo in piazza il 9 ottobre per la manifestazione dei collettivi.
Seguiteci per news.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di
Augustin Bruno Breda RSU presso Electrolux Italia Spa e Componente Comitato
Centrale Fiom sulla retro marcia apparente che Electrolux ha presentato davanti
al governo.
Electrolux fa marcia indietro sui licenziamenti forzati, ma il prezzo sociale
della ristrutturazione resta altissimo. Sotto la pressione della mobilitazione
operaia e del duro scontro sindacale, la multinazionale svedese
dell’elettrodomestico ha depositato le armi della cacciata unilaterale al tavolo
del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). La minaccia dei decreti
di espulsione immediata si converte in un “piano morbido”, fatto di uscite
esclusivamente volontarie e incentivate, sostenute dagli ammortizzatori sociali.
Una parziale vittoria del conflitto dal basso, che tuttavia non cancella lo
svuotamento strutturale dei siti produttivi del paese.
Buon ascolto
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Il terzo argomento della serata è stato quello del nuovo ddl scuola, che con una
riforma carica di razzismo, ha voluto più fare propaganda che agire sui bisogni
effettivi del sistema scolastico. In compagnia telefonica di Viviana del
Collettivo Ujamaà e redattrice di Radio Blackout, abbiamo voluto lanciare
l’assemblea organizzata dal collettivo, assieme a Docenti per Gaza, proprio
riguardo al ddl scuola, venerdì 9 ottobre:
Con l’ultimo decreto, l’opera di distruzione della scuola pubblica compie un
ulteriore, inquietante passo. La propaganda razzista non risparmia neanche i
bambini le bambine, ma anzi li strumentalizza per beceri fini di campagna
elettorale.
Come collettivi e realtà che si occupano di antirazzismo a ogni livello, non
possiamo esimerci dall’opporci con forza a questo ennesimo attacco alla scuola
pubblica, che nei prossimi mesi potrebbe diventare un nuovo baluardo del
razzismo e dell’islamofobia di stato. Sappiamo bene quali sono i problemi della
scuola: infrastrutture fatiscenti, docenti che non bastano, classi pollaio,
riforme che non altro obiettivo se non quello di rendere gli studenti sempre più
ignoranti e proni all’obbedienza. Il nemico della scuola non sono gli studenti
stranieri e le loro famiglie, bensì i governi di ogni colore che negli ultimi
decenni hanno sottratto fondi all’istruzione pubblica per impiegarli nel riarmo
e nel finanziamento delle scuole private.
Venerdì 9 ottobre ci troviamo nel quartiere Aurora, uno dei più meticci della
nostra città, per confrontarci su come costruire insieme una risposta popolare a
questo decreto. Diffondi la voci e invita collegh* e amic*!
Buon ascolto
Con l’ultimo decreto l’opera di distruzione della scuola pubblica compie un
ulteriore, inquietante passo. E’ evidente che le misure del nuovo Decreto Scuola
varato dal governo Meloni non abbiano alcuna intenzione di risolvere i problemi
veri della scuola, ma hanno piuttosto le scopo di individuare un nuovo nemico
pubblico: gli studenti “stranieri” e le loro famiglie.
Questo governo sin dai primi giorni ha intrapreso una ampia azione politica
volta alla criminalizzazione dei giovani: partendo dal decreto antirave,
passando dal decreto Caivano e dal ddl Antimaranza fino ad arrivare a
quest’ultimo decreto sulla scuola. Il modus operandi è quasi sempre lo stesso:
sfruttare casi di cronaca particolarmente efferati per introdurre nuove misure
repressive. L’intento non è solo quello di criminalizzare i giovani (soprattutto
se razzializzati o abitanti delle periferie), ma anche di consolidare l’idea di
un nemico pubblico interno per distrarre l’opinione pubblica da sanità al
collasso, crisi economica sempre più feroce e il dirottamento dei fondi pubblici
verso il riarmo. Un altro obiettivo è sicuramente quello di strizzare
l’occhiolino a una certa destra populista e esplicitamente razzista, utilizzando
termini che ben solleticano le coscienze italiche: “burqa”, “sostituzione
etnica”, “bambini italiani che diventano la minoranza”. Il fatto che sia stato
utilizzato lo strumento legislativo del decreto legge e non quello di un
ordinario disegno di legge, aumenta la percezione dell’essere di fronte a
un’emergenza.
In realtà ad oggi gli studenti considerati stranieri sono appena l’11%; questo
dato diventa ancora più significativo se si considera che in questa fetta sono
compresi anche gli studenti nati e cresciuti in Italia, ma che grazie alle legge
razziste di questo paese (un* bambin* nat* sul suolo italiano deve aspettare il
compimento dei 18 anni per richiedere la cittadinanza”) la maggior parte di loro
compie tutto il percorso scolastico senza avere la cittadinanza italiana. Ciò dà
la misura di quanto gli interventi di questo decreto siano non solo inutili e
non rispondano alle necessità dell scuola, ma anche impossibili da applicare
poichè nelle scuole dei quartieri popolari, dove le persone razzializzate
costituiscono la maggior parte degli abitanti, sicuramente il tetto del 30% non
potrà essere rispettato. La ghettizzazione dei quartieri e la segregazione
scolastica sono problemi reali, ma che non possono certo essere risolti
deportando bambin* in scuole che distano km dalla loro abitazione per rispettare
i decreti legge.
E’ innegabile che la scuola italiana stia attraversando una fase di transizione
data dai cambiamenti sociali e demografici che si stanno verificando in buona
parte dei paesi europei; è altrettanto innegabile però che le misure di questo
decreto non saranno risolutive, ma anzi aumenteranno il divario fra gli studenti
di origine italiana e quelli di altre provenienze. Questo decreto contiene
misure studiate a tavolino per escludere sempre più gli studenti razzializzati e
le loro famiglie dal sistema scolastico, ne è un esempio lampante il divieto del
niqab a scuola, che altro effetto non avrà se non quello di rafforzare
l’islamofobia di stato, che ancora una volta utilizza il corpo delle donne per
attuare politiche razziste e xenophobe.
Ne parliamo con Docenti per Gaza e con un’insegnante di italiano L2.
Da due settimane, in Francia, sono in corso proteste e blocchi nelle scuole
superiori da parte di student3, insegnanti e personale educativo, con la
richiesta di maggiori risorse nell’istruzione e migliori condizioni di studio.
Per questo motivo, il ministro dell’Istruzione Edouard Geffray, ha deciso per la
giornata di oggi la chiusura preventiva di molti istituti, aggiungendo che 24
scuole sono state “incendiate o saccheggiate” dall’inizio della mobilitazione.
L3 student3 francesi avevano precedentemente lanciato la “Semaine noire” per i
giorni dal 5 al 9 ottobre.
Almeno 5.000 persone, principalmente adolescenti, sono state arrestate, mentre
decine di persone, tra cui student3 e insegnanti, sono rimaste ferite.
Per domani, 6 ottobre, sono previste manifestazioni in solidarietà alle proteste
studentesche, con scioperi e cortei, promosse da diversi sindacati (anche quelli
normalmente meno belligeranti), oltre che dai Gilet Gialli.
Ne abbiamo parlato con Filippo Ortona, giornalista.
Il primo argomento della puntata è stato quello dell’istruzione, infatti in
compagnia telefonica di Marco Meotto di USB scuola, abbiamo voluto ripercorrere
svariati aspetti del nuovo ddl scuola voluto dal presente governo Meloni.
Tra aspetti che giustamente fanno scalpore e indignano, e dettagli meno
discussi, abbiamo fatto un’ampia panoramica sugli effetti che questo ddl avrà
nel sistema scolastico e le implicazioni socio-politche che ne conseguono.
Questa misura si dimostra evidentemente propagandistica, data l’insistenza su
concetti razzisti che restano nelle proposte ma sono poi irrealizzabili a fatti,
nonostante ciò è importante diuscuterne tra chi lavora nella scuola e chi
usufruisce di questo servizio pubblico.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Maria Nanni
dell’Assemblea 29 Giugno, comitato nato a Viareggio in seguito alla strage
ferroviaria del 29 giugno 2009, in cui 32 persone persero la vita a causa del
deragliamento di un treno merci carico di GPL, sul presidio che si terrà
mercoledì 30 settembre 2026 al tribunale di Ivrea dove inizia il processo per la
strage di Brandizzo che causò la morte di 5 operai.
Qui di seguito il comunicato:
“Notte 30/31 agosto 2023, Brandizzo:
Kevin Laganà, Michael Zanera, Giuseppe Sorvillo, Saverio Giuseppe Lombardo,
Giuseppe Aversa, 5 operai travolti dal treno mentre eseguono lavori di
manutenzione.
30 agosto 2024, 2025, 2026: 3 anniversari della strage operaia.
30 settembre 2026 al Tribunale di Ivrea: udienza preliminare di fronte a una
strage conoscibile, prevedibile ed evitabile. Un percorso che ha un inizio, il
30 agosto 2023, ma si intreccia con i percorsi di tutte le stragi già avvenute e
con lo stillicidio di lavoratori e lavoratrici sistematico e quotidiano che
purtroppo conosciamo.
Un percorso per la verità, la giustizia e la sicurezza doloroso e accidentato
che ha bisogno di solidarietà, unità e lotta fuori e dentro al Tribunale.
Continuiamo a non dimenticare la strage di Brandizzo
– con la nostra presenza davanti al Tribunale di Ivrea;
– con l’informazione su quanto avvenuto, avviene e avverrà sulla strage
operaia (nei luoghi di lavoro, nelle assemblee e nelle iniziative, nei
quartieri, dovunque sib sviluppi la mobilitazione);
– con un’adeguata controinformazione che smascheri ogni tentativo di farla
pagare alla cosiddetta “ultima ruota del carro” al posto dei VERI
RESPONSABILI.
La strage di Brandizzo poteva avvenire ovunque! indifferenza, passività e
rassegnazione non ci appartengono. Facciamo sentire la nostra vicinanza e
solidarietà ai familiari:
presidio davanti al Tribunale di Ivrea dalle ore 10.00
“Ferrovieri per la sicurezza”, Assemblea PdM/PdB, Associazione familiari
Viareggio “Il mondo che vorrei”, Assemblea 29 giugno, Ferrovieri contro la
guerra, Cassa di solidarietà tra ferrovieri, rivista CubRail, Coordinamento 12
ottobre per la salute e la sicurezza/contro la repressione, Cub Trasporti, SGB,
SOL Cobas.. “
Buon ascolto
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Il terzo approfondimento di oggi lo abbiamo fatto in compagnia di Riccardo del
Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) sulle prossime iniziative
politiche /sindacali:
• Assemblea Generale Operativa• Data e Orario: 3 ottobre 2026 a Genova: Un
incontro organizzativo promosso insieme a USB e a rappresentanze sindacali per
costruire la mobilitazione internazionale del 30 ottobre, discutere del blocco
dei container diretti verso Israele e inaugurare il primo “Osservatorio sui
traffici d’armi nel porto di Genova”.
• Giornata Internazionale di Lotta e Sciopero dei Portuali – 30 ottobre 2026.
Al Porto di Genova e porti internazionali aderenti.
Seconda giornata di mobilitazione globale contro la militarizzazione e la guerra
(dopo quella del 6 febbraio), con l’adesione di svariati sindacati in diversi
porti europei e del Nord Africa per contestare il traffico di armi e le rotte
belliche.
Buon ascolto
di Mauro Armanino Le parole che usiamo raccontano il mondo che stiamo
costruendo. Tra armarsi, controllare, respingere e punire, Mauro Armanino
riscopre un verbo semplice e radicale: scegliere da che …
«Qui nessun* è stranier*»: due agenti in borghese rimuovono lo striscione della
scuola primaria Daneo. «Qui nessun* è stranier*». Una frase scritta su un grande
striscione colorato all’ingresso di una …