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[2026-11-06] Assemblea pubblica "Nessun* è stranier* @ Campus Luigi Einaudi
ASSEMBLEA PUBBLICA "NESSUN* È STRANIER* Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino (venerdì, 6 novembre 18:00) Il 30 ottobre centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse hanno animato le piazze di tutta italia in occasione dello sciopero generale indetto dai sindacati di base. Oggi, appena due giorni dopo apprendiamo dai giornali che nel disegno di legge di Bilancio per il 2027, è prevista una riduzione di 6.974 posti in meno tra docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Sommando questa misura ai tagli già disposti dalla manovra 2025, le riduzioni arrivano a 14.808 posti tra gli anni scolastici 2025/26 e 2027/28. Un massacro sociale nei confronti della nostra categoria, già oppressa da precarietà e bassi salari, che si abbatterà non solo sui singoli, ma anche su intere famiglie. Per questo denunciamo la miopia di una politica che risponde alle istanze delle piazze con misure devastanti per la tenuta sociale del paese. La violenza istituzionale ed economica che questo governo esercita produrrà legittime risposte violente di cui deve già cominciare ad assumersi la responsabilità. Inoltre, a materializzare in modo ancora evidente l'idea di scuola di questo governo,  viene prorogato anche il "bonus paritaria" una misura prevede un contributo economico fino a 1.500 euro per studente per sostenere le spese delle rette di iscrizione e frequenza a tali scuole. Negli anni abbiamo assistito a diverse riforme “scuolicide”, tutte in continuità le une con le altre, che hanno trasformato la scuola pubblica in un baluardo culturale dell’ideologia nazionalista e di quella classista del merito, in un serbatoio di manodopera a basso costo per le multinazionali e le aziende, e in un luogo di sfruttamento per ogni lavoratore e lavoratrice precari. A ciò va aggiunto anche il problema annoso dell’infimo salario percepito dalle lavoratrici e dai lavoratori della scuola. Perché diciamolo tranquillamente: anche noi dobbiamo decidere se fare il pieno di benzina o andare a fare la spesa; anche noi ormai non arriviamo che alla terza settimana del mese, perché abbiamo uno stipendio bassissimo, eroso dall’inflazione e taglieggiato dall’aumento delle utenze dovuto alle guerre altrui. Anche noi ormai sappiamo cosa vuol dire povertà! Come docenti e lavoratori della scuola, dobbiamo opporci con fermezza a questo progetto di scuola che prende sempre più chiaramente forma, un passo alla volta, anche attraverso  il nuovo DL scuola, classista e razzista: un decreto che trasforma noi docenti in guardiani del buon costume adibiti a vigilare sull'abbigliamento degli studenti/esse e che perseguita alcune persone in quanto non considerate italiane, perché senza un pezzo di carta o perché praticano una religione diversa da quella permessa promossa da questo regime democratico. La nostra vuole essere un’opposizione intransigente anche contro la riforma dei tecnici: un dispositivo che impoverisce l’offerta formativa accorpando le materie e che, facendo saltare migliaia di cattedre, non farà altro che aumentare i tassi di disoccupazione tra i docenti.Un’idea di scuola che costringe giovanissimi a essere sfruttati in azienda sin dal secondo anno delle superiori con la nuova alternanza scuola-lavoro. Siamo statə  in piazza a migliaia per tutti questi motivi e vogliamo continuare a confrontarci e organizzarci per lottare insieme, rivendicando anche aumenti salariali per tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, lottando per una scuola libera dalle logiche di profitto libera e solidale, contro un sistema politico ed economico che fa enormi profitti grazie all’economia di guerra, tagliando sanità, scuola e welfare. Perciò invitiamo docenti, lavoratrici e lavoratori ATA, amministrativi, educatori ed educatrici, studenti e studentesse, genitorə ad un’assemblea pubblica venerdì 6 novembre, presso il Campus Einaudi alle ore 18:00. Per bloccare davvero tutto, a oltranza: fino alle dimissioni di questo Governo, fino al ritiro di questo DL da parte di quell’autoritario di Valditara, fino a ottenere ciò che giustamente pretendiamo. Vi aspettiamo!
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Mettersi in ascolto nella scuola a colori
(disegno di irene servillo) Mentre il dibattito pubblico italiano sulla scuola si concentra su studenti provenienti da altri paesi e su quelli che, pur cresciuti in Italia, hanno una storia migratoria alle spalle, la casa editrice Astarte pubblica un libro che coglie la complessità delle questioni che sono in campo quando si parla di sistemi educativi. Lo ha scritto Sara Rossetti, insegnante di scuola secondaria e si chiama La scuola a colori. Per un’educazione femminista e decoloniale. Per dirla con le parole di Rahma Nur, insegnante e poeta, autrice della prefazione all’edizione italiana di Insegnare comunità di bell hooks (il cui pensiero risuona in molte delle pagine del libro di Rossetti), “questo libro è necessario. Non solo importante nel senso accademico – necessario nel senso fisico, urgente. Necessario per chi insegna, per chi forma insegnanti, per chi fa politica scolastica, per chi pensa che il problema sia solo la lingua e non capisce che la lingua è solo la punta dell’iceberg”. Ogni capitolo è infatti un raggio di luce che illumina un aspetto della nostra scuola e, illuminandolo, ci fa anche vedere la polvere che c’è intorno. Ma è appunto necessario vederla la polvere, se si vuole trovare il modo per toglierla. E chi altri può aiutare a fare questa operazione se non coloro grazie ai quali la scuola trova la sua ragione d’esistere? Come scrive Sara Rossetti nel primo capitolo, il libro è stato infatti costruito cercando di mettere insieme quante più voci fosse possibile: “Ho provato – scrive l’autrice – a decentrare lo sguardo volgendolo agli e alle studenti, facendomi raccontare il mondo scolastico visto da chi maggiormente ne fruisce”. Non è una scorciatoia: è una precisa indicazione di metodo, quello di chi rifiuta anche per sé stessa il potere di parlare delle altre e degli altri e invece si mette in ascolto cercando di utilizzare il proprio potere, quello di autrice di un libro, per fare spazio a chi normalmente non lo ha. Si tratta di un approccio di per sé significativo, ma che lo è ancora di più in un contesto, come quello scolastico, in cui i protagonisti del percorso formativo sono normalmente senza voce, o meglio una voce la hanno ma nei modi e nei tempi stabiliti dal docente. In uno dei migliori libri usciti di recente sulla scuola, Dipende dalla classe, le cui pagine riecheggiano anche nel libro di Rossetti, Michele Arena ricorda degli studi secondo cui il docente mediamente tiene la parola in classe per il settanta per cento del tempo; il restante trenta per cento va diviso per gli studenti. Quindi nel corso di un’ora di lezione per quarantadue minuti parla l’insegnante, per diciotto la classe: in una classe di venti alunni (a voler essere ottimisti, viste le tantissime classi con venticinque studenti e oltre) si tratta di cinquantaquattro secondi a testa in un’ora di lezione. Se si considera che, per le ragioni esposte con cura nel libro di Arena come in questo di Rossetti, gli alunni maschi bianchi italiani di estrazione borghese prendono la parola più degli altri e soprattutto delle altre, significa che molte e molti rimangono in silenzio, come ben sa chiunque abbia frequentato un’aula scolastica, da docente o da studente. Mettersi in ascolto degli studenti, rappresenta perciò il punto da cui partire per analizzare il presente e immaginare il futuro. Non deve essere un caso se anche un altro dei migliori libri in circolazione sulla scuola italiana, Tra i bianchi di scuola. Voci per un’educazione accogliente, di Esperance Hakuzwimana, sia costruito riportando le voci delle studenti e degli studenti con background internazionale. Un’operazione del genere significa non solo lasciare che le studenti e gli studenti parlino ma anche ascoltarli quando il loro discorso sconfina in zone scomode, come il razzismo, il maschilismo, il classismo a scuola, fenomeni che vengono sistematicamente sminuiti o del tutto ignorati. All’inizio della sua indagine, partendo dalla considerazione che le statistiche mostrano come gli studenti con background internazionale siano i più esposti all’insuccesso scolastico, Rossetti pone alcune domande fondamentali: “Perché in molti non ce la fanno? Perché le esperienze raccontate e vissute sono sovente negative? […] Perché, invece di rappresentare uno strumento di ascesa sociale, la scuola diventa spesso un ostacolo e una vera e propria nemica per i ragazzi e le ragazze?”. Per rispondere a quest’ultima domanda, poco più avanti l’autrice ne pone altre. Sono tutte domande che mirano a costruire una scuola più giusta, che dia realmente pari opportunità a tutti coloro che la frequentano: “Che cosa insegniamo? Come vogliamo farlo? Che tipo di luogo vogliamo che diventi?”. Da qui prende le mosse un racconto che, partendo dall’osservazione del modo in cui la scuola agisce, ne mette in luce il carattere maschilista, classista e razzista. A titolo esemplificativo, si possono citare due questioni che fanno ben capire i meccanismi con i quali la scuola produce discriminazione anziché inclusione: l’orientamento scolastico e la partecipazione delle famiglie. In entrambi i casi la scuola, anziché appianare le disuguaglianze economiche e sociali, contribuisce a mantenerle. Scrive Rossetti a proposito dell’orientamento: “I consigli degli e delle insegnanti, più o meno consapevolmente, appaiono e vengono espressi come il tentativo di tutelare ragazze e ragazzi evitando loro delusioni e frustrazioni e vengono espressi affermando di non tenere conto del contesto sociale e familiare di provenienza ma solo delle attitudini e competenze dei diretti interessati, pratica in realtà smentita dai fatti. Molti tra questi consigli limitano in realtà l’immaginazione delle persone e dei contesti verso i quali sono rivolti, rimandando a scelte molto pratiche che, così facendo, pongono un freno ai desideri, che siano più o meno palesi o del tutto nascosti. Sono indicazioni che, pur se nella maggior parte dei casi in buona fede, sono volte al mantenimento di uno status quo e di conferma di modelli dominanti”. Il più delle volte, infatti, il risultato dell’orientamento scolastico consiste nell’indirizzare i figli delle persone con titoli di studio più bassi verso gli istituti professionali e i figli dei laureati verso i licei. Anche la richiesta di partecipazione che la scuola rivolge insistentemente alle famiglie non è neutra, perché presuppone un genitore ideale che spesso non esiste nella realtà. Scrive Rossetti: “La figura della ‘madre collaborativa’ sembra essere implicita nella prassi e nel discorso scolastico, in corrispondenza di un preciso modello di maternità aderente ai modi di vivere tipici delle classi medie bianche. La donna presente è infatti italofona, disponibile, capace di comprendere e, anzi, padroneggiare i codici burocratici e relazionali dell’istituzione, in perfetta adesione ai suoi tempi e alle sue richieste. In questa ottica le difficoltà delle madri migranti vengono lette come mancanze individuali o culturali, senza mai interrogarsi sufficientemente sulle disuguaglianze materiali e lavorative. Ma non solo, ad apparire difformi dal modello risultano anche le precarie, le donne in difficoltà economiche e sociali o anche tutte le donne, laddove le stesse naturalizzazioni del ruolo genitoriale non vengono richieste alla controparte maschile. In altre parole, I’idea standard di come dovrebbe essere e comportarsi una buona madre si mostra fortemente classista, razzializzata e sessuata”. Anche in questo caso, il libro di Sara Rossetti consente, grazie alla prospettiva intersezionale che permea tutti i capitoli, di mettere in discussione abitudini e prassi consolidate, svelando cosa c’è dietro ciascuna di esse e invitando quindi chi legge a riflettere su come potrebbe essere una scuola diversa. (francesco feola)
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[2026-11-04] Assemblea cittadina verso TDOR e 25 Novembre @ Spazio Popolare Neruda
ASSEMBLEA CITTADINA VERSO TDOR E 25 NOVEMBRE Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino (mercoledì, 4 novembre 19:00) PARLATE DI NATALITA' MA LA VOSTRA VIOLENZA NON CI FA VIVERE: ASSEMBLEA VERSO TDOR E 25 NOVEMBRE. Ci vediamo il 4 novembre alle ore 19 allo spazio popolare Neruda per costruire insieme le prossime mobilitazioni. Dopo un primo incontro cittadino, invitiamo tuttə a una nuova assemblea transfemminista per proseguire il confronto, mettere in relazione le lotte e le esperienze che attraversano la città e costruire insieme nuove pratiche e alleanze verso il Tdor e il 25 novembre. Quest'anno proprio il 25 novembre, nella giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, il governo ha convocato a Roma gli Stati Generali della natalità. E' l'ennesima provocazione, che porta ad un livello ancora più grave l'attacco alle donne e alle persone queer in questo paese. Si parla di incentivare la natalità rendendo ancora più difficile l'accesso all'aborto e pressando le donne - solo quelle etero-cis, bianche, abili - a fare figli per la patria, mentre la violenza di questa realtà non ci fa nemmeno vivere, tanto meno possiamo crescere figliə. Non si può vivere in un mondo in cui donne e persone trans vengono uccise ogni 3 giorni, mentre le violenze di genere nelle case, nelle strade, nelle scuole e nei posti di lavoro sono continue. Non si può vivere in un mondo di guerra, genocidio, devastazione, riarmo e carovita, che ci rende sempre più poverə e precariə. Non si può vivere su un pianeta al collasso: la crisi climatica colpisce maggiormente donne e soggettività marginalizzate. Le alte temperature e i disastri ambientali acuiscono le disuguaglianze e la violenza del sistema patriarcale, aumentando i casi di violenza domestica e sessuale. Non si può vivere se non c'è accesso alla sanità pubblica, senza servizi per la salute delle persone trans, senza asili nido. Non si può vivere in scuole che diventano caserme, in cui viene vietata l'educazione sessuo-affettiva, in cui non ci sono abbastanza insegnanti ma sempre più spesso entrano le forze dell'ordine. Celebrare la natalità a tutti i costi quando si semina solo guerra e precarietà è violento.  Il governo che dice di pensare alla natalità è lo stesso che sceglie di non ascoltare le nuove generazioni che scendono in piazza. È lo stesso incapace di farsi carico della salute mentale dell3 più giovan3. È lo stesso che non riesce ad assicurare loro un lavoro dignitoso, un futuro. (Se too much o ridondante togliete pure, vitto) È lo stesso che devasta gli ecosistemi, sacrificando il futuro della Terra e delle generazioni presenti e future. A partire dalle mobilitazioni contro guerra, carovita e per una scuola libera da razzismo, sessismo, abilismo, classismo e precariato, vogliamo continuare a interrogarci su come la violenza patriarcale, lo sfruttamento dei corpi e della terra, gli attacchi all’autodeterminazione e il peggioramento delle condizioni di vita si intrecciano.  Perché la vostra violenza non ci fa vivere, ma insieme vogliamo cambiare tutto!
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Il cortocircuito. Appunti di un’insegnante sulle rivolte dei giovani
(disegno di cyop&kaf) «Non capiscono un cazzo e non hanno voglia di fare un cazzo!». «Protestano per il caro benzina? Ma cosa c’azzecca con la scuola». «Lo fanno solo per saltare le lezioni, non hanno un’idea». «Non c’è ciccia, vogliono solo spaccare tutto». «Bisogna aumentare la sicurezza, più polizia e provvedimenti lampo sui minori». «Sono pagati per rovinare le manifestazioni». «Non è la Francia». Queste sono frasi che ho sentito a scuola, nei media e nei commenti. L’ultima settimana è stata una ventata di caos e novità nelle scuole – quelle scuole che solitamente sono estranee alle mobilitazioni – e nelle piazze. Quello che ai miei occhi è stata fonte di entusiasmo, curiosità e rinata vitalità, per la maggior parte degli adulti intorno a me è stato incomprensibile e inaccettabile, una disgrazia della contemporaneità. Non sono le immagini degli scontri e di questi alveari di mobilitazione ad allarmarmi, ma è la lettura che di questi fenomeni ne facciamo. Se da una parte la società distopica in cui viviamo produce ancora delle forme di dissenso e radicalità a tratti ingovernabili, dall’altra è incapace di dare spessore a quello che succede. Ribaltando totalmente la prospettiva, incomprensibile è la diffusa incapacità di orientarsi nella complessità del reale. Si osserva la facciata senza vederne l’architettura e ci si arresta sul messaggio sgrammaticato o sulla grafica fatta con ChatGPT, si enfatizza l’ambiguità di alcune rivendicazioni o ci si aggrappa a una presunta povertà di contenuto di un’occupazione o assemblea d’istituto. Ecco il cortocircuito: chi critica mancanza di senso e contenuto nelle rivolte dei giovanissimi non è in grado di delineare per questo fenomeno delle relazioni di causa ed effetto, né sa riconoscere che riproduciamo le stesse fallacie logiche che attribuiamo agli altri. LINGUAGGIO Lavorando a scuola ho visto che dal caos totale – non degli ultimi giorni, ma dell’ultimo decennio – possono iniziare a svilupparsi forme di organizzazione e rivendicazione snelle e ancora difficilmente comprensibili. Poche azioni da fare: mettersi in ascolto, supportare e colmare quelle lacune critiche che il sistema, nel quale la scuola come istituzione è compresa, ha reso gigantesche. Bisogna quindi interpretare linguaggi nuovi che solo in apparenza non sono linguaggi. Essi sono il risultato del continuo smantellamento di ogni forma di sapere, creatività, lentezza, contemplazione attraverso l’oligarchia tecnologica che continua a bussare alle nostre porte con genocidi, disastri climatici e repressioni. Questo linguaggio nuovo nasce da suoni e gesti non codificati, inediti e talvolta troppo spiazzanti per poterli accogliere. Come nasce un nuovo linguaggio, che è di per sé la più grande forma di soggettivazione dell’esistenza umana, in un mondo che continuamente lo riduce e lo semplifica? Per tentativi, sentimenti viscerali e sensazioni. La sensazione della possibilità di poter rompere l’ordinario, per esempio. Poco importa se lo stimolo arriva da reels che riportano, frammentariamente e sommariamente come fanno le grandi testate nazionali, le rivolte in Francia, Spagna e Albania; quello che importa è cosa possono far germogliare. In un reale assopito e individualista, schermato da vite on line, riuscire ad assumere un comportamento che nessuno aveva ascoltato, condiviso o avvallato fino alla settimana prima non era facile, ma è bastata una scintilla a far saltare il banco. Anche i miei studenti hanno deciso di mobilitarsi sulla scia delle proteste francesi e delle scuole intorno a loro. Fino al giorno prima, nelle nostre discussioni in classe molti consideravano qualsiasi forma di dissenso inutile: «da comunisti», «da ammazzare quelli che bloccano le strade». Alla fine della scorsa settimana, però, convocavano la prima assemblea d’istituto per parlare dei problemi della scuola. Pescando dagli immaginari e dalle categorie a loro note, ed è indubbio che siano più fragili rispetto alle generazioni precedenti, in una settimana si sono costruiti un mondo  che ha  rotto energicamente con il copione di una quotidianità pacifica. Sono pratiche imitate ma condivise, forme di organizzazione prese dalla vita di tutti i giorni e trapiantate nella rivolta. Avere il coraggio oggi di occupare, oppure più semplicemente saltare collettivamente le lezioni perché c’è un malessere profondo: queste azioni rappresentano qualcosa di importante e bisogna preservarlo prima che venga spazzato via dalla repressione. Vedo un miracolo, un miracolo che avviene in mezzo a presidi sceriffi, docenti che cordonano istituti per evitarne l’occupazione, condanne ferme e richieste di provvedimenti liberticidi nei confronti di minorenni, genitori che dopo i fermi dichiarano: «Doveva prenderle, così imparava». Mi terrorizza notare come la deriva securitaria e autoritaria si è impadronita anche della scuola e della lingua. Addio al linguaggio allora, che bruci il nostro linguaggio. APPRENDIMENTO Gli studenti sono quotidianamente marginalizzati ed etichettati, anche nel luogo dove questo non dovrebbe accadere. Nella mia esperienza, in un centro di formazione professionale, gli studenti spesso arrivano con dei traumi inaccettabili ma giustificati dal sistema scolastico e valoriale del nostro paese: bocciature intransigenti in momenti complicati della vita, emarginazione causata da comportamenti giudicati irreversibili, stigmatizzazione delle difficoltà linguistiche e didattiche e mancanza di supporto, sostegno e fiducia nelle loro inclinazioni e passioni. A tredici anni sono etichettati come irrecuperabili, definiti come problema da gestire nella scuola, tenuti in cattività. Se i docenti non si prendono responsabilità e non assumono posizioni radicali ma, al contrario, giudicano e reprimono la costruzione dell’identità di un adolescente, cosa si deve pretendere da questi giovanissimi fisiologicamente incazzati e anti-autoritari? Non è un caso che sappiano posizionarsi su diverse questioni con posture molto forti e radicali, ma con argomentazioni deboli se non inesistenti; e non è altrettanto un caso il fatto che nel valutarsi non si rendano conto della mancanza. Mi viene in mente che quando in classe ci esercitiamo sul testo argomentativo è sempre complicato, salvo rarissime eccezioni, riuscire a far passare il concetto dell’argomentazione e dei suoi possibili orizzonti retorici e di contenuto. Non bastano esempi ed esercizi decisamente creativi: l’argomentazione è un meccanismo che non ingrana. Ovviamente non sono gli studenti a essere ignoranti o fagnani, semplicemente non hanno esempi a loro disposizione. Da cosa sono circondati? Dai discorsi politici delle classi dirigenti, dalle ramanzine e dalle chiacchiere tra adulti legittimate dalla narrazione dominante. Oggi in classe abbiamo fatto un tema d’opinione sulla scorsa settimana, dovevano esprimersi sulle proteste studentesche, le pratiche e le reazioni. «Prof, non so cosa dire», «Ci fa fare delle robe noiosissime, senz’offesa», «Cazzo me ne frega», «Posso usare Gemini?». Alcuni intanto scrivevano animatamente. Correggendo insieme all’ultima ora ci siamo resi conto che fino a oggi non avevano mai azzeccato interamente la struttura e la completezza di un testo argomentativo. Qualcosa è cambiato grazie all’esperienza di una settimana. Gli sviluppi degli ultimi giorni non mettono d’accordo gli studenti, eppure il dibattito è straordinariamente acceso e le motivazioni di base godono del più totale assenso. Le loro esistenze non sono lontane né sorde al carovita, all’inflazione, alle critiche rivolte a strutture scolastiche fatiscenti e inadeguate, alle diseguaglianze anacronistiche e agli svariati livelli di oppressione e razzializzazione. Nel deserto autoritario della classe e del mondo esterno, loro si costruiscono da sé gli strumenti. Intanto il mondo del sapere e della cultura si sta arrovellando sulla vetrina di Feltrinelli. VIOLENZA Qualche anno fa ho avuto una discussione molto spiacevole con un mio studente che per ridere mi faceva vedere un video atroce di un carro armato che schiacciava cadaveri. Non capiva quale fosse il problema, d’altronde come avrebbe potuto? È essenziale superare le derive banali e tediose di classismo che in questi giorni si sprecano. Certo, la malizia del potere gode d’una generale debolezza critica perché tutto questo circo sciatto nutre il consenso e l’agibilità delle classi dirigenti. Al contempo i nativi digitali accettano la tecnologia e le varie forme di controllo che questa esercita sulle loro vite: esiste da sempre e si è radicata nelle viscere. Per questo l’azione non è ricondotta automaticamente alle conseguenze e la violenza è il linguaggio che li martella incessantemente. EMERGENZA Dicevano che sarebbe andato tutto bene: con semplici precauzioni avremmo superato anche la piaga della pandemia. Il discorso medico si è impossessato della nostra capacità critica, la legge marziale delle nostre esistenze. Lo stato di emergenza ha creato degli enormi margini per istituire, e non smantellare, forme di repressione e controllo totali. L’emergenza è stata poi la guerra o il fittizio mantenimento della pace. Ora l’emergenza è ritornata e non possiamo più commettere lo stesso errore. Mentre i proclami diventano dittatoriali e attuativi, la mia ossessione è quella della consapevolezza nelle piazze. Per prima cosa vorrei si smettesse di disumanizzare gli adolescenti incastrandoli in categorie degne di sceneggiatori scafati. La proiezione del maranza assume ogni giorno di più i tratti grotteschi da villain dei cartoni animati. C’è qualcosa di buono dalla perdita di senso: si possono spazzare via parole ridicole e soffermarsi su quello che serve per tutelare l’esistenza e la libertà di questa generazione che continua a destabilizzarci. L’ingenuità che è insita nella generosità di stare nei momenti di rottura deve essere resa saggezza, bisogna condividere sapere ed esperienze per non permettere che la violenza più forte di tutte, quella dello stato, abbia la meglio. Esagero con il maternage nel proporre il bollettino degli aggiornamenti dei vari decreti sicurezza a fine lezione e mi auguro che la settimana prossima altri studenti non siano arrestati o attaccati dalle forze dell’ordine. PROSPETTIVE DEL CAOS Quando facciamo storia, per gli studenti è ostico avere contezza della temporalità: non esiste una chiara linea del passato storico e manca la coscienza di come alcune condizioni attuali siano il processo di movimenti più lunghi e radicati. Quello che esiste adesso non si dà che nell’oggi, nella brevità. Diventare protagonisti, percepire di essere soggetti attivi è il miglior metodo di apprendimento. Decido di andare alla manifestazione percependo a scuola un interesse inedito. La piazza di sabato, a Torino, è rumorosa più del solito, ribolle di persone e idee molto diverse tra loro. Cerca di dominarla, con scarsi risultati, una decina di militanti di Futuro nazionale sotto mentite spoglie, lanciando dal megafono messaggi generici contro il governo e inveendo contro gli incappucciati. Gli “incappucciati”, che coperti non sono, stanno ai limiti del presidio e si riappropriano gioiosamente del monumento al duca di Aosta. I cori di una parte della piazza che esortano a togliere questi fantomatici cappucci cadono nel vuoto. Quello che un occhio meno pigro vede è qualcosa di diverso: tantissime studentesse e studenti delle scuole che solitamente non erano comprese nelle mobilitazioni, come quella del giorno prima durante il corteo studentesco. E accanto a loro ci sono altri che invece erano già attivi negli ultimi anni nei movimenti Propal. Si aggiunge qualche cittadino richiamato dal tam tam social e i militanti. È una piazza strana e antigovernativa che invoca l’idea di avere diritto a una vita dignitosa, alcuni in maniera strategica in vista delle elezioni. Il tentativo di controllo da parte della cripto-destra è fallimentare, basta una via per azzerare la loro presenza. Il corteo è grande e giovanissimo, le parole d’ordine sono chiare: basta carovita, scuola di qualità, antifascismo. Sento in me l’euforia di qualcosa di nuovo, vivo e poco incasellabile. (ilaria magariello)
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Puntata del 06/10/2026@1
Il primo argomento della puntata è stato quello dei lavoratori agricoli nella zona della Langhe, una zona di grandi introiti per produttori di vini e non solo, fatti sulle spalle di chi lavora in condizioni terribili e con altrettante condizioni abitative. Abbiamo ospitato in collegamento telefonico Nicola del Collettivo Monoke per lanciare il corteo che si terrà ad Alba il 9 ottobre “Corteo contro lo sfruttamento lavorativo”: Nonostante gli anni di mobilitazioni dal basso e d’attenzione mediatica nazionale e internazionale, la situazione dello sfruttamento nelle Langhe e nell’albese non è cambiata. Anzi è peggiorata: sia dal punto di vista abitativo (più di 50 persone costrette all’addiaccio), sia dal punto di vista contrattuale. Facciamo chiarezza: il problema è il sistema economico, non si tratta di un’emergenza temporanea. Dopo quattro anni di mobilitazioni continuiamo a ribadire che chi detiene il potere sceglie di rimanere cieco di fronte all’ovvietà. Le soluzioni esistono, ma sono scomode per chi vuole arricchirsi attraverso lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici. 1. Occorrono soluzioni abitative pubbliche dedicate ai lavoratori, specialmente per i lavoratori immigrati. Non bastano dormitori, dove non è garantita la dignità. Inoltre il ricongiungimento familiare è possibile solo con la regolarità d’affitto e i documenti di residenza in ordine. 2. Le assunzioni devono avvenire in maniera diretta. Ove circolano i grandi flussi di denaro, fioriscono pratiche e atteggiamenti mafiosi. Eliminare le false cooperative, significa eliminare l’intermediario che specula sull’operaio. 3. I veri responsabili vanno nominati: non soltanto le false cooperative, ma anche il comparto delle aziende agroalimentari, che da Foggia e Rosarno fino al Piemonte alimenta il circolo del lavoro povero, e che fa leva sulle fragilità dei soggetti più precari, per ricattarli con paghe misere e contratti fasulli o inesistenti. Una delle aggravanti è il fatto che gran parte del vino delle Langhe è un prodotto di lusso, non un prodotto della grande distribuzione. Alla luce di ciò, sono ancor più imperdonabili le condizioni al limite dello schiavismo subite da persone di cui portiamo il racconto. Tutto questo va contestualizzato: Alba è la città che ospita alcune tra le più grandi e ricche aziende/società d’Italia. La fiera del tartufo di ottobre e vinum in primavera sono due eventi che raccolgono capitali e attenzioni enormi. Ci vediamo in piazza il 9 ottobre per la manifestazione dei collettivi. Seguiteci per news. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Augustin Bruno Breda RSU presso Electrolux Italia Spa e Componente Comitato Centrale Fiom sulla retro marcia apparente che Electrolux ha presentato davanti al governo. Electrolux fa marcia indietro sui licenziamenti forzati, ma il prezzo sociale della ristrutturazione resta altissimo. Sotto la pressione della mobilitazione operaia e del duro scontro sindacale, la multinazionale svedese dell’elettrodomestico ha depositato le armi della cacciata unilaterale al tavolo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). La minaccia dei decreti di espulsione immediata si converte in un “piano morbido”, fatto di uscite esclusivamente volontarie e incentivate, sostenute dagli ammortizzatori sociali. Una parziale vittoria del conflitto dal basso, che tuttavia non cancella lo svuotamento strutturale dei siti produttivi del paese. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della serata è stato quello del nuovo ddl scuola, che con una riforma carica di razzismo, ha voluto più fare propaganda che agire sui bisogni effettivi del sistema scolastico. In compagnia telefonica di Viviana del Collettivo Ujamaà e redattrice di Radio Blackout, abbiamo voluto lanciare l’assemblea organizzata dal collettivo, assieme a Docenti per Gaza, proprio riguardo al ddl scuola, venerdì 9 ottobre: Con l’ultimo decreto, l’opera di distruzione della scuola pubblica compie un ulteriore, inquietante passo. La propaganda razzista non risparmia neanche i bambini le bambine, ma anzi li strumentalizza per beceri fini di campagna elettorale. Come collettivi e realtà che si occupano di antirazzismo a ogni livello, non possiamo esimerci dall’opporci con forza a questo ennesimo attacco alla scuola pubblica, che nei prossimi mesi potrebbe diventare un nuovo baluardo del razzismo e dell’islamofobia di stato. Sappiamo bene quali sono i problemi della scuola: infrastrutture fatiscenti, docenti che non bastano, classi pollaio, riforme che non altro obiettivo se non quello di rendere gli studenti sempre più ignoranti e proni all’obbedienza. Il nemico della scuola non sono gli studenti stranieri e le loro famiglie, bensì i governi di ogni colore che negli ultimi decenni hanno sottratto fondi all’istruzione pubblica per impiegarli nel riarmo e nel finanziamento delle scuole private. Venerdì 9 ottobre ci troviamo nel quartiere Aurora, uno dei più meticci della nostra città, per confrontarci su come costruire insieme una risposta popolare a questo decreto. Diffondi la voci e invita collegh* e amic*! Buon ascolto
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Contro il nuovo Decreto Scuola
Con l’ultimo decreto l’opera di distruzione della scuola pubblica compie un ulteriore, inquietante passo. E’ evidente che le misure del nuovo Decreto Scuola varato dal governo Meloni non abbiano alcuna intenzione di risolvere i problemi veri della scuola, ma hanno piuttosto le scopo di individuare un nuovo nemico pubblico: gli studenti “stranieri” e le loro famiglie.  Questo governo sin dai primi giorni ha intrapreso una ampia azione politica volta alla criminalizzazione dei giovani: partendo dal decreto antirave, passando dal decreto Caivano e dal ddl Antimaranza fino ad arrivare a quest’ultimo decreto sulla scuola. Il modus operandi è quasi sempre lo stesso: sfruttare casi di cronaca particolarmente efferati per introdurre nuove misure repressive. L’intento non è solo quello di criminalizzare i giovani (soprattutto se razzializzati o abitanti delle periferie), ma anche di consolidare l’idea di un nemico pubblico interno per distrarre l’opinione pubblica da sanità al collasso, crisi economica sempre più feroce e il dirottamento dei fondi pubblici verso il riarmo. Un altro obiettivo è sicuramente quello di strizzare l’occhiolino a una certa destra populista e esplicitamente razzista, utilizzando termini che ben solleticano le coscienze italiche: “burqa”, “sostituzione etnica”, “bambini italiani che diventano la minoranza”. Il fatto che sia stato utilizzato lo strumento legislativo del decreto legge e non quello di un ordinario disegno di legge, aumenta la percezione dell’essere di fronte a un’emergenza. In realtà ad oggi gli studenti considerati stranieri sono appena l’11%; questo dato diventa ancora più significativo se si considera che in questa fetta sono compresi anche gli studenti nati e cresciuti in Italia, ma che grazie alle legge razziste  di questo paese (un* bambin* nat* sul suolo italiano deve aspettare il compimento dei 18 anni per richiedere la cittadinanza”) la maggior parte di loro compie tutto il percorso scolastico senza avere la cittadinanza italiana. Ciò dà la misura di quanto gli interventi di questo decreto siano non solo inutili e non rispondano alle necessità dell scuola, ma anche impossibili da applicare poichè nelle scuole dei quartieri popolari, dove le persone razzializzate costituiscono la maggior parte degli abitanti, sicuramente il tetto del 30% non potrà essere rispettato. La ghettizzazione dei quartieri e la segregazione scolastica sono problemi reali, ma che non possono certo essere risolti deportando bambin* in scuole che distano km dalla loro abitazione per rispettare i decreti legge. E’ innegabile che la scuola italiana stia attraversando una fase di transizione data dai cambiamenti sociali e demografici che si stanno verificando in buona parte dei paesi europei; è altrettanto innegabile però che le misure di questo decreto non saranno risolutive, ma anzi aumenteranno il divario fra gli studenti di origine italiana e quelli di altre provenienze. Questo decreto contiene misure studiate a tavolino per escludere sempre più gli studenti razzializzati e le loro famiglie dal sistema scolastico, ne è un esempio lampante il divieto del niqab a scuola, che altro effetto non avrà se non quello di rafforzare l’islamofobia di stato, che ancora una volta utilizza il corpo delle donne per attuare politiche razziste e xenophobe.  Ne parliamo con Docenti per Gaza e con un’insegnante di italiano L2.
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Continuano le proteste studentesche in Francia
Da due settimane, in Francia, sono in corso proteste e blocchi nelle scuole superiori da parte di student3, insegnanti e personale educativo, con la richiesta di maggiori risorse nell’istruzione e migliori condizioni di studio. Per questo motivo, il ministro dell’Istruzione Edouard Geffray, ha deciso per la giornata di oggi la chiusura preventiva di molti istituti, aggiungendo che 24 scuole sono state “incendiate o saccheggiate” dall’inizio della mobilitazione. L3 student3 francesi avevano precedentemente lanciato la “Semaine noire” per i giorni dal 5 al 9 ottobre. Almeno 5.000 persone, principalmente adolescenti, sono state arrestate, mentre decine di persone, tra cui student3 e insegnanti, sono rimaste ferite. Per domani, 6 ottobre, sono previste manifestazioni in solidarietà alle proteste studentesche, con scioperi e cortei, promosse da diversi sindacati (anche quelli normalmente meno belligeranti), oltre che dai Gilet Gialli. Ne abbiamo parlato con Filippo Ortona, giornalista.
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Puntata del 29/09/2026@0
Il primo argomento della puntata è stato quello dell’istruzione, infatti in compagnia telefonica di Marco Meotto di USB scuola, abbiamo voluto ripercorrere svariati aspetti del nuovo ddl scuola voluto dal presente governo Meloni. Tra aspetti che giustamente fanno scalpore e indignano, e dettagli meno discussi, abbiamo fatto un’ampia panoramica sugli effetti che questo ddl avrà nel sistema scolastico e le implicazioni socio-politche che ne conseguono. Questa misura si dimostra evidentemente propagandistica, data l’insistenza su concetti razzisti che restano nelle proposte ma sono poi irrealizzabili a fatti, nonostante ciò è importante diuscuterne tra chi lavora nella scuola e chi usufruisce di questo servizio pubblico. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Maria Nanni dell’Assemblea 29 Giugno, comitato nato a Viareggio in seguito alla strage ferroviaria del 29 giugno 2009, in cui 32 persone persero la vita a causa del deragliamento di un treno merci carico di GPL, sul presidio che si terrà mercoledì 30 settembre 2026 al tribunale di Ivrea dove inizia il processo per la strage di Brandizzo che causò la morte di 5 operai. Qui di seguito il comunicato: “Notte 30/31 agosto 2023, Brandizzo: Kevin Laganà, Michael Zanera, Giuseppe Sorvillo, Saverio Giuseppe Lombardo, Giuseppe Aversa, 5 operai travolti dal treno mentre eseguono lavori di manutenzione. 30 agosto 2024, 2025, 2026: 3 anniversari della strage operaia. 30 settembre 2026 al Tribunale di Ivrea: udienza preliminare di fronte a una strage conoscibile, prevedibile ed evitabile. Un percorso che ha un inizio, il 30 agosto 2023, ma si intreccia con i percorsi di tutte le stragi già avvenute e con lo stillicidio di lavoratori e lavoratrici sistematico e quotidiano che purtroppo conosciamo. Un percorso per la verità, la giustizia e la sicurezza doloroso e accidentato che ha bisogno di solidarietà, unità e lotta fuori e dentro al Tribunale. Continuiamo a non dimenticare la strage di Brandizzo – con la nostra presenza davanti al Tribunale di Ivrea; – con l’informazione su quanto avvenuto, avviene e avverrà sulla strage operaia (nei luoghi di lavoro, nelle assemblee e nelle iniziative, nei quartieri, dovunque sib sviluppi la mobilitazione); – con un’adeguata controinformazione che smascheri ogni tentativo di farla pagare alla cosiddetta “ultima ruota del carro” al posto dei VERI RESPONSABILI. La strage di Brandizzo poteva avvenire ovunque! indifferenza, passività e rassegnazione non ci appartengono. Facciamo sentire la nostra vicinanza e solidarietà ai familiari: presidio davanti al Tribunale di Ivrea dalle ore 10.00 “Ferrovieri per la sicurezza”, Assemblea PdM/PdB, Associazione familiari Viareggio “Il mondo che vorrei”, Assemblea 29 giugno, Ferrovieri contro la guerra, Cassa di solidarietà tra ferrovieri, rivista CubRail, Coordinamento 12 ottobre per la salute e la sicurezza/contro la repressione, Cub Trasporti, SGB, SOL Cobas.. “ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento di oggi lo abbiamo fatto in compagnia di Riccardo del Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) sulle prossime iniziative politiche /sindacali: • Assemblea Generale Operativa• Data e Orario: 3 ottobre 2026 a Genova: Un incontro organizzativo promosso insieme a USB e a rappresentanze sindacali per costruire la mobilitazione internazionale del 30 ottobre, discutere del blocco dei container diretti verso Israele e inaugurare il primo “Osservatorio sui traffici d’armi nel porto di Genova”. • Giornata Internazionale di Lotta e Sciopero dei Portuali – 30 ottobre 2026. Al Porto di Genova e porti internazionali aderenti. Seconda giornata di mobilitazione globale contro la militarizzazione e la guerra (dopo quella del 6 febbraio), con l’adesione di svariati sindacati in diversi porti europei e del Nord Africa per contestare il traffico di armi e le rotte belliche. Buon ascolto
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