Estratti dalla puntata del 6 Luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA
Commentiamo i decreti attuativi del mese scorso che disciplinano l’applicazione
dell’intelligenza artificiale a scuola, nei luoghi di lavoro e nelle operazioni
di polizia. Torniamo ad intervistare Stefano Barale, uno tra i promotori
dell’appello neo-luddista I.A.Basta! che promuove una sottrazione dall’adozione
imposta dell’intelligenza artificiale nella didattica nella scuola pubblica.
Oltre alle argomentazioni razionali chi domandiamo “che genere di mutamento
antropologico rende possibile, perfino indifferente, la sostituzione della
relazione umana con l’interazione con una macchina? Che genere di umanità
produce l’utilizzo massivo dei Large Language Models in ambiti sociali
particolarmente densi di relazione come quello dell’educazione? Con quale idea
di vita degna di essere vissuta accettiamo l’adozione dell’I.A. a scuola? E
ancora, nella pratica quotidiana, come può resistere un* insegnante all’imperio
dell’innovazione tecnologica?
TENTATIVI DI INFILTRAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI
A partire dalla recente vicenda di un compagno e lavoratore accademico che ha
subito ripetuti tentativi di approccio da parte dei servizi segreti, ragioniamo
sull’utilizzo sempre più diffuso degli infiltrati e dei tentativi di
arruolamento di persone interne ai movimenti come dispositivo repressivo. Come
socializzare e gestire queste ingerenze limitandone i danni? Allargando lo
sguardo, come si sta evolvendo l’istituzione accademica, sempre più aruolata sul
fronte interno ed esterno?
OBIEZIONE DI COSCIENZA IN UNIVERSITA’, CONTRO LA GUERRA
Marco Cervino, professore al CNR di Faenza ci racconta la mobilitazione dei
tecnici e ricercatori del CNR per interrompere le collaborazioni con Israele e
con le industrie belliche. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso
contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si esteso a livello nazionale,
con una certa rilevanza mediatica negli scorsi giorni. Discutiamo di possibili
strumenti pratici e canali formali per la sottrazzione dalla partecipazione alla
macchina bellica e all’occupazione sionista come l’obiezione di coscienza.
Tag - scuola
(archivio disegni monitor)
Ad aprile è stata pubblicata la bozza delle Nuove Indicazioni Nazionali per i
licei, che segue la pubblicazione delle Nuove Indicazioni Nazionali per la
scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione. Del primo testo si è
sottolineato più volte il carattere colonialista – “Solo l’Occidente conosce la
Storia” – ma, nonostante il periodo di consultazione intercorso tra la
pubblicazione delle bozze e la pubblicazione ufficiale, questo non è cambiato
molto. Del testo per i licei, a far discutere è soprattutto la parte di
Letteratura italiana, curata da Claudio Giunta; in particolar modo, la scelta di
rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi di Manzoni. Questa
sembrerebbe una delle poche scelte che guardano avanti all’interno di
un’operazione sapientemente rivolta all’indietro.
C’è un motivo per cui I Promessi Sposi sono stati così a lungo il romanzo
italiano per eccellenza, quello che ogni studente ha dovuto leggere dalla fine
dell’Ottocento a oggi: il romanzo di Manzoni riesce a unire, in maniera così
conciliante, l’emarginazione di Renzo e Lucia con la loro inscalfibile
correttezza. I due reagiscono all’ingiustizia subita con una purezza e una
caparbietà uniche, perfette per costituire un buon esempio agli occhi dei
ragazzi: gli oppressi ben educati.
Nessun governo avrebbe l’ardore di proporre come classico
contemporaneo Tattoo di Earl Thompson, pubblicato negli Stati Uniti nel 1974 ma
tradotto in italiano solo nel 2025 da Tommaso Pincio per Feltrinelli.
Il romanzo racconta la storia di Jack, un quattordicenne del Kansas che vive
nella miseria con i nonni. Il ragazzo, figlio di una prostituta e di un “avanzo
di galera”, detesta talmente tanto l’odore della catapecchia in cui vive e i
buoni pasto con cui i nonni lo mandano a fare la spesa che riesce a farsi
assumere in Marina fingendo di aver già compiuto diciotto anni. Presta servizio
prima in Cina, durante la guerra civile tra Mao e Chiang Kai-shek e poi nella
guerra di Corea, questa volta nell’Esercito. Al suo ritorno, quasi
venticinquenne, rifiuta di restare nell’Esercito e si iscrive all’Università di
Belle Arti. Nel decennio che intercorre tra le due scelte succede di tutto.
Jack è un ragazzino gracile e docile, Topino lo soprannomina qualcuno. È spesso
vittima di personaggi maschili più burberi e violenti di lui: innanzitutto il
nonno, un omaccione tremendamente arrabbiato con la vita e soprattutto con
Roosevelt; poi il suo migliore amico Glenn, delinquentello sessista che non gli
perdonerà mai di aver scelto una vita diversa da lui, arrivando, alla fine del
romanzo, a pestarlo brutalmente; e poi le molteplici figure della Marina e
dell’Esercito che occupano posizioni superiori alla sua: rozzi vili spacconi
sempre pronti a usare le mani, tanto con gli uomini quanto con le donne. Jack
non li sopporta: “Era la vecchia stronzata di sempre, dimostra che sei un uomo.
Al diavolo, se erano quelli gli uomini, lui non aveva nessuna voglia di
esserlo”.
Eppure, Jack non si comporta meglio di loro. Fin dall’inizio del romanzo, il
ragazzo è carnefice tanto quanto gli altri maschi: molesta le donne che incontra
nel quartiere; poi, assieme ai suoi compagni della Marina, realizza un vero e
proprio stupro di gruppo ai danni di un’infermiera in alcune tra le più
agghiaccianti pagine scritte da Thompson. Anche quando ha dei rapporti con donne
consenzienti, come nel caso della sua futura moglie, Sharon, il ragazzo è
costantemente ossessionato dal corpo di lei, lo cerca e lo circuisce fino a
ridurlo alla passività. In guerra non si comporta tanto meglio, basti pensare a
quando prende la testa di un giapu e se la porta in caserma come un trofeo per
ottenere una ricompensa in denaro. Earl Thompson non ci risparmia nulla: lascia
che chi legge si inacidisca lo stomaco con le meschinità di Jack e dei suoi
amici, sporca l’inchiostro del romanzo con un liquido vischioso che rischia di
attaccare irrimediabilmente le pagine del libro prima di averlo finito. Ma poi,
in qualche modo, si va avanti. La storia prende aria. Jack si emancipa, almeno
parzialmente, dal contesto di provenienza e lo fa soprattutto grazie alla
lettura. E allora leggendolo siamo lì, con lo stesso Jack che prima stava
stuprando. Siamo lì nei momenti più poetici, come quando cammina da solo di
notte sulla Retreat, il barcone su cui è arruolato, e scrutando le luci della
notte viene quasi travolto dalla mareggiata; quando entra in un bordello di
lusso, con la speranza di essere diverso dalle bestie con cui condivide il
reparto; o quando si isola in una cabina per leggere Furore di Steinbeck che gli
piace, sì, ma ha l’impressione che parli “di gente un gradino più sopra rispetto
ai suoi familiari o che i suoi familiari fossero davvero un branco di
delinquenti che dovevano ritenersi fortunati a non essere stati spazzati via
dalla faccia della terra”. Ma siamo con Jack soprattutto nelle ultime pagine del
romanzo quando rimane vittima prima di un agguato da parte del suo migliore
amico e poi di una feroce sparatoria in Corea, rischiando di perdere la vita.
Ecco che Jack è anche vittima, e in questo anche c’è tutta la differenza con il
romanzo buonista di Manzoni.
La scelta di rimuovere la lettura integrale de I Promessi Sposi dal programma
dei licei prova indubbiamente a risolvere il problema che è, per ogni ragazzo
oggi a scuola, leggere il testo di Manzoni senza l’ausilio di note, parafrasi e
commenti, cioè senza approcciarlo come fosse La Divina Commedia. Il capolavoro
di Dante invece – con i suddetti ausili – riesce ancora incredibilmente ad
affascinare i ragazzi, ma offre un’esperienza di lettura ben diversa da quella
di un romanzo.
Eliminare I Promessi Sposi apre quindi una voragine: quali romanzi leggere ora?
E, soprattutto, il romanzo è ancora una forma ricevibile per gli alunni? Io
credo di sì, ma solo se proposto in modo diverso da quanto fatto finora. Il
testo delle Indicazioni Nazionali propone un elenco di autori molto lungo:
Moravia, Palazzeschi, Brancati, Ginzburg, Sciascia, Romano, Ammaniti, Defoe,
Swift, Austen, Brontë, Dumas, Flaubert, Stendhal, Dostoevskij, Kafka, Salinger,
Dahl e altri ancora. Non si può entrare nel merito di tutti questi nomi, ed è
evidente che questa varietà è, di fatto, un campo aperto, motivo per cui da
settembre ogni insegnante dovrà scegliere con dei propri criteri ciò che ritiene
più importante leggano i propri alunni, con i vantaggi e gli svantaggi che
questa libertà comporta. È evidente anche che questa scelta sarà fatta,
giustamente, sulla base del tipo di classe che si ha di fronte, motivo per cui
quanto sto per dire va sempre ricalibrato e riconsiderato in relazione al
contesto in cui ci si trova. Mi sembra però che il genere romanzo, forse proprio
per la storica associazione di questa forma letteraria con I Promessi Sposi, sia
diventato, nell’immaginario dei nostri alunni, l’erede della favola. Il numero
di pagine è moltiplicato certo, ma la struttura volta al dispiegamento di una
morale, ai loro occhi rimane, rimane. È significativo, per esempio, che una
collega quest’anno abbia proposto alle sue classi, con successo, I miei stupidi
intenti di Bernardo Zannoni: romanzo di alta qualità, ma ricevibile anche in
virtù del suo impianto favolistico. Bisogna provare a scardinare il romanzo dal
suo legame con la morale e, per far ciò, l’unico modo è scegliere dei testi che
abitino il male, lo attraversino nelle sue pieghe e lo accettino come parte non
solo della vita, ma soprattutto di ognuno di noi, come fa Tattoo di Earl
Thompson.
Quando ero al liceo, la professoressa di italiano ci lesse Il Gorgo di Beppe
Fenoglio. Ricordo ancora la sensazione di terrore che provai nell’immaginare
quel padre allontanare il figlio minacciandolo con il forcone “come si fa con le
bestie feroci”, mentre lui lo insegue convinto che stia “andando a finirsi”.
Fenoglio è un autore italiano e, soprattutto, è entrato a pieno titolo nel
nostro canone, motivo per cui leggerlo in classe non fa notizia, ma quello che
contiene quel brevissimo racconto è la sintesi di quello che mi auguro si legga
nelle classi da settembre in poi: Non posso dire che faccia avesse, perché
guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e
soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la
vergogna di vederlo come nudo. (federico murzi)
In questa puntata di Macerie su Macerie parliamo con una compagna e insegnante
del Collettivo Trickster dei cambiamenti che stanno interessando il mondo
scolastico e del lungo processo di tecnicizzazione che vede nell’implementazione
dell’IA il suo ultimo sviluppo.
Una giornata di sciopero importante quella che ha portato 80 mila persone in
piazza martedì a Barcellona. E non solo. Tutto il mondo della scuola è
mobilitato: sono in strada le insegnanti di ogni grado e ruolo.
E il percorso non si arresta: sono state indette 17 giornate di sciopero,
previste da qui a fine giugno, con l’obiettivo di creare più disagio possibile,
come ricorda lo slogan “non porteremo a termine l’anno scolastico”.
Al centro delle proteste vi è la richiesta del miglioramento del sistema
educativo in toto, che al momento vede un rapporto tra il numero di alunni e
docenti insostenibile. Oltre che la questione salariale.
Con Victor Serri, giornalista che vive e lavora a Barcellona, analizziamo queste
giornate, in particolare i temi e metodi di protesta.
PROIEZIONE DEL FILM D'ISTRUZIONE PUBBLICA (INGRESSO LIBERO)
Teatro Magnetto - Via Avigliana 17, 10040 Almese (TO)
(sabato, 9 maggio 15:00)
Il Coordinamento Scuole Valsusa vi invita a partecipare a un momento di
confronto aperto sulla scuola, sul suo ruolo e sulle trasformazioni che la
attraversano.
Sabato 9 maggio
Cinema Magnetto, Ore 15:00
Proietteremo il film “D’istruzione pubblica”, a cui seguirà una discussione
aperta.
"D'istruzione pubblica" (2026) è un documentario inchiesta italiano diretto da
Federico Greco e Mirko Melchiorre che denuncia lo smantellamento sistematico
della scuola pubblica e la sua aziendalizzazione.
Non si tratta solo di una proiezione tradizionale.Crediamo che il film possa
essere un’occasione, un pretesto per vederci e parlare, perché troppo spesso
mancano spazi reali in cui confrontarsi sulla scuola.
Vogliamo costruire uno spazio collettivo in cui interrogarci su cosa sta
diventando la scuola oggi:
tra precarizzazione, aziendalizzazione, disuguaglianze crescenti e perdita di
senso del lavoro educativo.
Crediamo che la scuola non sia un luogo neutrale, ma uno spazio attraversato da
conflitti, scelte politiche e possibilità di trasformazione.
Per questo sentiamo l’urgenza di aprire momenti di confronto reali, fuori dalle
logiche formali, tra chi la scuola la vive ogni giorno e chi ne immagina il
futuro.
L’invito è rivolto a docenti, studenti, famiglie e a tutta la comunità.
Ingresso libero
di Genitori e insegnanti contro la guerra e la militarizzazione – Monza e
Brianza Quando l’educazione cede il passo alla divisa: scuole trasformate in
vetrine della militarizzazione e propaganda rivolta …
(disegno di flavia andolfi)
La Rete degli Istituti tecnici in mobilitazione di Torino e provincia ha indetto
per oggi, lunedì 20 aprile (ore 14:30), un presidio presso l’Ufficio Scolastico
Regionale a Torino, in corso Vittorio Emanuele. La rete intende contestare la
riforma dell’istruzione tecnica prevista dal governo. Qui è possibile leggere
l’appello e firmare per sostenere la causa. Per definire i contenuti della
riforma e fornirne un inquadramento critico, pubblichiamo una riflessione che
l’Assemblea scuola Torino ha scritto per noi.
* * *
Trattare di scuola nello spazio pubblico genera sempre alcuni equivoci. Esiste
uno scarto significativo tra la scuola per come appare agli occhi dell’opinione
generale e la scuola per come è vissuta da coloro che la abitano ogni giorno.
Non è mai facile colmare questa divaricazione e lo è ancora meno a proposito di
un tema che, nelle ultime settimane, ha attirato una certa attenzione mediatica,
vale a dire la cosiddetta “riforma degli istituti tecnici”.
A offuscare la comprensione concorrono due fattori: da un lato il linguaggio di
settore, ormai avvolto da un’aura esoterica; dall’altro la legislazione
scolastica, una stratificazione caotica e antinomica. È un ginepraio dove la
norma primaria affoga nelle eccezioni di circolari che la ridefiniscono in corso
d’opera. Ma questa riforma non è una semplice questione “tecnica”, quanto
piuttosto la tessera di un più ampio mosaico. Osservarne il disegno complessivo
– le cui forme, seppur incompiute, sono già riconoscibili – ci rivela una
precisa idea di scuola.
Ciò che sta accadendo nel segmento dell’istruzione tecnica italiana, con la
sperimentazione dei quadriennali elevata a rango ordinamentale, dopo un rodaggio
brevissimo, e con la contestuale riscrittura dei quadri orari e delle
metodologie didattiche per i percorsi quinquennali, rappresenta infatti
l’applicazione più spietata della teoria economica del capitale umano. È bene
chiarire che si tratta di una visione del mondo totalmente schiacciata sulla
prospettiva utilitaristica, che vede ogni attività umana attraverso la griglia
dei costi-benefici, dell’investimento e della profittabilità futura. Per questo,
anche se al momento sui mezzi di informazione risuonano più che altro le
comprensibili preoccupazioni sindacali per il taglio delle cattedre o la
stigmatizzazione di un riordino imposto a iscrizioni ormai concluse e senza
linee guida per le discipline, dovremmo allarmarci in una prospettiva più ampia.
L’ipotesi concreta è che siamo di fronte alle battute finali di un lungo
processo di mutamento antropologico del “fare scuola”: ne parla un bel libro di
Fabrizio Capoccetti dal titolo Scuola e insegnanti nella società neoliberale
(Meltemi, 2026). Se facciamo lo sforzo di leggere tra le righe delle
incrostazioni normative, ci accorgiamo che, sotto la cappa ideologica di parole
seduttive che ci vengono imposte come “innovazione”, “modernità”, “apertura al
territorio”, “personalizzazione degli apprendimenti”, l’istruzione cessa di
essere il luogo della crescita umana – in quel senso generale ben restituito dal
vocabolo tedesco Bildung – per ridursi ad addestramento funzionale alle mutevoli
esigenze del sistema produttivo. L’istruzione diventa, nella logica della
governamentalità neoliberale, un costo-opportunità che va calibrato,
ottimizzato, se possibile abbreviato alla minima durata indispensabile, ridotto
di tutto ciò che non è utile in ottica economicistica. Reso immediatamente
remunerativo per il mercato del lavoro.
Non si tratta di una deriva attribuibile solo all’attuale governo di estrema
destra: le linee generali della riforma in corso risalgono al governo Draghi e
il modello a cui esse si ispirano è da cercarsi in riforme che hanno le radici
negli anni Novanta. Non è nemmeno una tendenza esclusivamente italiana. Siamo
piuttosto di fronte all’applicazione locale di una strategia europea che da
decenni spinge per una maggiore integrazione tra istruzione e logica di mercato.
Lo ha documentato con precisione lo studioso belga Nico Hirtt, acuto critico
delle politiche scolastiche europee e autore dell’Appello per una scuola
democratica; e lo diceva già Christian Laval nel 2011 quando parlava di “una
nuova scuola capitalista”: le trasformazioni subite dai sistemi scolastici in
tutta l’area UE altro non sono state che l’inveramento delle richieste avanzate,
sin dalla fine degli anni Ottanta, dalla Tavola Rotonda degli Industriali
Europei, quando questo board dei colossi dell’impresa reclamava esplicitamente
che il mondo dell’industria avesse maggiore influenza sui programmi scolastici e
lamentava con malcelato fastidio che gli insegnanti avessero “una comprensione
insufficiente dell’ambiente economico e della nozione di profitto”¹.
Quanto prevede la riforma degli istituti tecnici è la realizzazione di quel
disegno, ora sistematizzato in altre iniziative come la recente Union of Skills,
programma europeo che subordina in modo esplicito l’istruzione alla razionalità
economica orientata alla competitività. Il cuore tecnico della riforma,
mascherato da ammiccanti parole d’ordine come “flessibilità” e “autonomia”,
opera una sforbiciata al monte ore complessivo e, soprattutto, una decurtazione
mirata delle discipline umanistiche e scientifiche di base, quelle stesse
discipline che forniscono alle studentesse e agli studenti le chiavi
linguistiche e logiche per non essere semplici esecutori di processi ma
cittadine e cittadini in grado di sottoporre a severa critica lo stato di cose
vigente.
È qui che la teoria del capitale umano mostra il suo volto più brutale:
dopotutto, se l’obiettivo è formare “lavoratori tecnici”, intesi come ingranaggi
perfettamente lubrificati per le imprese, a che serve insistere (leggasi:
investire risorse economiche) per insegnare discipline come la letteratura e le
lingue o dedicarsi ai fondamenti epistemologici delle scienze? È il trionfo di
una logica strumentale che ci precipita in un mondo alienante dove contano solo
risultati misurabili e quantificabili in termini economici, a scapito di
patrimoni immateriali come il libero pensiero, l’immaginazione e soprattutto la
non “produttiva” vita democratica: un pericolo da cui Hannah Arendt ci metteva
in guardia già nel 1958, quando scriveva Vita Activa.
E così si spiega anche un altro pilastro della riforma degli istituti tecnici:
l’imposizione ai docenti della “didattica per competenze” come metodologia
esclusiva. La filosofa francese Angélique del Rey, nel suo fondamentale studio
Alla scuola delle competenze (uscito in Francia quasi quindici anni fa, ma
tradotto in italiano solo nel 2026), ha ricostruito con precisione la genealogia
di questo approccio. La sua analisi dimostra in modo inconfutabile come la
didattica per competenze rappresenti la colonizzazione del discorso educativo da
parte delle teorie del management. Questo approccio è una mistificazione
pedagogica funzionale a formare lavoratori flessibili e adattabili, pronti a
essere riciclati secondo le esigenze di un capitalismo in perenne crisi e
bisognoso di reinventarsi continuamente. Ecco che, con un pacchetto di
competenze tecniche immediatamente dimostrabili e certificabili, validate
possibilmente da quegli “esperti del mondo imprenditoriale” che la riforma
vorrebbe far accomodare in cattedra, l’aula si trasformerà definitivamente in
una sezione distaccata di un’agenzia interinale.
Per dirlo in modo più semplice, non si tratterà nemmeno di ridursi a insegnare
come eseguire specifiche mansioni, ma di addestrare a essere flessibili,
adattabili e sempre pronti ad aggiornarsi o a riorientarsi professionalmente
quando il sistema produttivo lo richiederà: bisognerà, insomma, insegnare a
essere “resilienti”. L’abbassamento a quindici anni dell’età per l’attivazione
dei progetti di Formazione Scuola-Lavoro sancisce, in questa ottica, non tanto
(o non soltanto) la trasformazione dello studente minorenne in manodopera a
costo zero, quanto piuttosto la privazione del sacrosanto diritto a un tempo di
vita non ancora monetizzato. È quel tempo della maturazione critica in cui si
impara a distinguere un’opinione da un dato, prima di essere scaraventati
nell’insicurezza e nell’aridità del mondo produttivo (o di ciò che ne rimarrà).
Quella che ci aspetta è l’esatto opposto di una scuola che si prende cura del
futuro del giovane. È un meccanismo che, attraverso la retorica del “talento” e
della “vocazione” individuale, alimenta logiche estrattive nei confronti dei
corpi e delle menti degli adolescenti, per rispondere a quelle contingenze
economiche di corto respiro che vanno sotto il nome di “mismatch tra domanda e
offerta di lavoro”.
Alla destrutturazione dei saperi e alla riprogettazione antropologica dello
stare al mondo la riforma degli istituti tecnici somma la demolizione delle
fondamenta del sistema scolastico nazionale, frantumando il principio di
comparabilità del titolo di studio. L’ampia autonomia concessa ai singoli
istituti nella modulazione dei curricoli, giustificata ancora una volta dalla
necessità di aderire alle “vocazioni produttive del territorio”, comporterà
infatti un’offerta formativa à la carte, un caleidoscopio di percorsi
disomogenei in cui il valore legale del diploma tecnico rischia di diventare un
guscio vuoto, variabile a seconda del quartiere, della città o della regione in
cui lo si consegue. È l’autonomia differenziata che si presenta sotto mutate
spoglie: abolendo di fatto il biennio comune tra gli istituti, la riforma
condanna le studentesse e gli studenti a una scelta precoce e irreversibile del
proprio percorso di studi già alla fine della scuola media, incanalando dei
quattordicenni su binari professionali rigidi. In questo modo, la riforma non
solo impoverisce l’istruzione pubblica, ma consolida una pericolosa “scuola di
classe”: chi sceglierà il tecnico, per condizione sociale o per orientamento
precoce, verrà di fatto espulso dalle possibilità di emancipazione attraverso la
prosecuzione accademica del proprio percorso di studi, confinato in un perimetro
di pseudo-specializzazione subalterna dettata dalle imprese.
Insomma, quella che i fautori della riforma presentano come una necessaria
modernizzazione per allineare la scuola ai bisogni del mercato del lavoro non è
altro che una resa incondizionata del sistema d’istruzione alla ragione
economica neoliberale, dove l’unica misura del valore educativo è l’utilità
marginale del lavoratore appena formato.
La posta in gioco non è quindi solo sindacale o didattica, ma squisitamente
politica. Fermare questa deriva, come chiedono le mobilitazioni che si stanno
diffondendo in tante province italiane, non significa certo difendere la scuola
del passato o la scuola così com’è, in una sterile autoreferenzialità, ma
difendere in primo luogo la possibilità stessa di conservare ancora un orizzonte
democratico, che permetta alle ragazze e ai ragazzi di domani di pensare un
futuro diverso dal mondo unidimensionale che viene loro imposto. (assemblea
scuola torino)
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¹ ERT, Education et compétence en Europe, in: Etude de la Table Ronde Européenne
sur l’Education et la Formation en Europe, Bruxelles, 1989.
Il primo argomento di questa puntata è stato il CCNL Istruzione e ricerca
siglato pochi giorni fa, ne abbiamo parlato in compagnia telefonica di Cosimo
Scarinzi di CUB Piemonte. La triade dei sindacati confederali, con l’ ausilio
dei sindacati politicamente più vicini al governo in carica, hanno sottoscritto
il nuovo CCNL di comparto nella giornata del primo aprile. L’ennesimo contratto
che coinvolge milioni di lavoratori, che però non vengono interpellati
minimamente sui contenuti dello stesso e che non recupera l’inflazione reale.
Con Cosimo Scarinzi ci siamo addentrati nelle dinamiche che hanno portato a
questo risultato e parlato delle prossimi mobilitazioni che si stanno
organizzando a riguardo.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Anna
Belligero (Cobas Scuola Torino) su come i fascisti di FdI stanno trasformando
quello che rimane della scuola pubblica.
Abbiamo affrontato con la nostra ospite il declino della scuola che non è solo
culturale e affronta, da quando è al governo FdI, una deriva che ci ricorda le
abitudini del ventennio: liste di professori di sinistra, schedature delle
scuole non allineate con interrogazioni parlamentari della maggioranza, etc.
Verso metà marzo il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli ha stilato una
lista di scuole che lo scorso 10 febbraio avrebbero ignorato il Giorno del
Ricordo, la commemorazione per le vittime delle Foibe. In un’interrogazione, il
parlamentare di FdI ha chiesto al ministro dell’Istruzione di effettuare delle
verifiche nei confronti degli istituti finiti sotto accusa.
Buon ascolto
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Il terzo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Alberto Russo dell’
ANLM (Assemblea Nazionale Lavoratori Manutenzione) manutentore che lavora in RFI
(Rete Ferroviaria Italiana) sullo sciopero di 24h previsto per l’11/04/2026 e
sul comunicato che l’assemblea sta facendo circolare su “Se proprio vogliamo
giocare giochiamo”.
L’ANLM è nata come assemblea di lavoratori autorganizzati della manutenzione in
Ferrovia dello Stato ha avuto la capacità di organizzare scioperi contro le
condizioni di lavoro dei manutentori e la loro sicurezza.
IL COMUNICATO:
“Sono passa più di due anni dalla firma del 10 gennaio.Il degrado del settore è
sotto gli occhi di tutti, siamo completamente allo sbando, e se mai fosse
possibile, giorno dopo giorno dobbiamo fare i con con una azienda, che grazie al
peggior quadro sindacale che abbia mai calcato le “scene” nel trasporto
ferroviario, sta disarticolando in maniera molto “pericolosa” l’idea stessa di
una Manutenzione dell’Infrastruttura che veda i ferrovieri avere un ruolo.
La firma degli accordi territoriali, non solo non ha corretto in alcun modo
l’impatto dell’iniziativa aziendale, ma legittimandone l’operato ha incentivato,
quella che a tutti gli effetti ricorda la pratica tipica dei campi di
rieducazione, producendo conseguenze pesanti, che impattano fortemente sui
lavoratori.
Così mentre Cum e Specialisti si ergono troppo spesso a controllori di qualsiasi
aspetto della nostra vita, registriamo un aumento dell’uso dello strumento
sanzionatorio, spesso in materie che attengono alla sicurezza sul lavoro, perché
quel modello Brandizzo che trova in questa riorganizzazione la sua massima
espressione, godendo del sostegno di sigle sindacali che nemmeno su questi
aspetti dimostrano un minimo di ritegno, sta infettando ogni aspetto della
realtà che ci circonda.
Non possiamo permetterci di vivere nella paura, perché è quello su cui contano,
perché è quello di cui azienda e sindacalai si nutrono e soprattutto perché in
una situazione come questa è molto più pericoloso assecondarli. Ovviamente la
tentazione di rintanarsi nel proprio angolo nella speranza di non essere
investiti da quel che accade, magari continuando a rivolgersi a quei sindaca che
ci stanno fottendo la vita senza esclusione di colpi, non aiuta, ma sappiamo e
dovreste saperlo anche voi, che con noi non hanno finito, e non ci sono santi a
cui rivolgersi se non a noi stessi. La ricerca di una parvenza di normalità, ci
sta facendo perdere di vista il terreno di gioco. Le cose, anche le più feroci,
continuano ad accadere ed ad un certo punto dovremo svegliarci. Come se il
quadro non fosse già complesso, a rendere tutto ancora più difficile è la
Commissione di Garanzia che oramai si erge al ruolo di portavoce di RFI,
spulciando nei più assurdi meandri per ostacolare le iniziative di sciopero che
portiamo avanti dal 2024. Pertanto all’ennesimo e ingiustificato intervento,
abbiamo deciso di cambiare passo, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire
e non si poteva continuare inermi a cercare di schivare lanci sempre più mirati.
Per come è scritto l’accordo sui servizi minimi, però, e per come è strutturata
la nostra reperibilità, la scelta della Commissione di smantellare l’accordo per
come da sempre applicato, ci riporta all’interpretazione integrale di quanto
scritto e questo paradossalmente ci apre opportunità in termini di efficacia.
Vi invitiamo a leggere attentamente le norme tecniche, perché se è vero che ci
porteranno ad effettuare il residuo di prestazione che non rientra nella fascia
21/21, ci esclude dall’obbligo di essere considerati reperibili nella finestra
temporale che corrisponde alla prestazione su cui stiamo scioperando, inoltre
tutto quello che succede all’interno di quella fascia è interessato dallo
sciopero e chi farà il pomeriggio il 10, andrà via prima e chi farà la notte
l’11 e dovesse entrare alle 20, entrerà alle 21. Siamo consapevoli che andare al
lavoro per un pezzetto di prestazione, stiamo parlando di 36 minuti/1 ora, è una
rottura di scatole che non ha alcun senso logico. Del resto è quello su cui la
Commissione di Garanzia ed RFI contano, ma la modifica va vista nel suo insieme.
Ora, se ritenete il disagio insopportabile, non fate sciopero, ma se per caso
foste addirittura reperibili pensateci, perché non dovendo garantire la
reperibilità, il vostro sciopero è particolarmente incisivo. In fondo, come
abbiamo riportato anche sulle norme tecniche, dovrete timbrare, andare a
mettervi i DPI, poi ricambiarvi, timbrare l’uscita e andare a casa. Se proprio
vogliono giocare, giochiamo.
Per difendere la nostra dignità, la nostra sicurezza e fermare questo disastro,
per riaffermare quel diritto di sciopero che tentano di eliminare del tutto, l’11
aprile 2026: SCIOPERO”
Buon ascolto
(archivio disegni monitor)
A chi osserva l’istituzione dal suo interno la scuola appare come un ircocervo,
o disordinato corpo di pratiche, regole e convenzioni che si sono cristallizzate
nei decenni con le diverse riforme e convivono nonostante le contraddizioni.
Nell’arco di una stessa giornata un insegnante può costringere gli studenti a
stare in piedi accanto alla porta dell’aula per punizione, rivendicare la
democrazia degli organi collegiali, stipulare piani di studio per allievi cui è
stato diagnosticato un disturbo del comportamento secondo la classificazione del
manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La coercizione dei vecchi
tempi, la difesa degli organi democratici istituiti negli anni Settanta e gli
interventi personalizzati sugli studenti stabiliti dalla legislazione del nuovo
millennio coesistono nel medesimo, confuso spazio istituzionale.
In un saggio contenuto in un libro del 2021 (La relazione educativa, a cura di
Alessandro Mariani) Massimo Baldacci, studioso di pedagogia, sostiene che a
causa di un “accavallarsi dei cambiamenti della scuola”, “una fase sopravviene
sulla precedente prima che questa sia esaurita”. Baldacci individua
nell’istituzione contemporanea la sopravvivenza di aspetti della scuola
fascista, e classista, della riforma Gentile e la persistenza residuale delle
trasformazioni democratiche realizzate quando era forte il movimento operaio.
Più recente incrostazione è quella della “scuola neoliberista” che, secondo
Baldacci, non mira più alla formazione di “cittadini critici” ma di “produttori
competenti”, incentivando le eccellenze e la selezione dei meritevoli. La linea
neoliberale è ormai dominante e forse il governo attuale si distingue per
l’abilità di aggregare i valori aggiornati del capitalismo alle nostalgie
reazionarie: la riforma del voto in condotta ne è una prova.
Di recente due opere – un film e una raccolta di saggi – hanno ragionato
sull’egemonia e sulla storia della scuola neoliberale. Il film D’istruzione
pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre propone una storia delle riforme
neoliberali dagli anni Novanta a oggi: da Berlinguer a Moratti, Gelmini e Renzi.
Il film alterna la descrizione delle riforme all’osservazione di aule, uffici e
corridoi di un istituto di Torino, soffermandosi sulla figura del dirigente e di
alcuni docenti della secondaria di primo grado. Il libro Contro la scuola
neoliberale (Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, raccoglie saggi di
docenti e accademici attenti a descrivere gli aspetti peculiari della nuova
scuola trasformata in azienda, come l’ossessione per la valutazione, le
contraddizioni della formazione dei docenti, l’esito dei finanziamenti imposti
dal Pnrr.
D’istruzione pubblica e Contro la scuola neoliberale propongono, in sintonia, un
disegno complesso di scuola neoliberale e sono due opere organiche ai movimenti
di docenti che negli anni hanno lottato contro le diverse riforme. La
diminuzione dei finanziamenti statali è solo uno degli aspetti affrontati e non
il più rilevante. La scuola neoliberale, secondo entrambe le opere, è
un’istituzione che pensa e si comporta come un’azienda in competizione sul
territorio, trasformando gli studenti in clienti. Questa istituzione appare
sempre più ibrida, ovvero disponibile alla collaborazione con i privati: aziende
e fondazioni si insinuano con insistenza nei percorsi didattici e nelle proposte
educative. Ancora, la scuola neoliberale indebolisce la trasmissione delle
conoscenze a vantaggio dell’acquisizione delle competenze, ovvero s’impegna a
modellare soggetti docili e adeguati a un mondo del lavoro precario e
flessibile. Infine, la scuola neoliberale s’impegna a liquidare il potere dei
docenti prosciugando il ruolo degli organi democratici a vantaggio della figura
apicale di un dirigente sempre più simile a un capo d’impresa.
Sia il libro che il film hanno il merito di mostrare il ruolo complice della
sinistra nel decennale processo di trasformazione della scuola. È un merito
importante perché un quadro di lungo respiro – e spietato nei confronti delle
forze progressiste – permette all’osservatore di non concentrarsi solo sulle
derive reazionarie del governo vigente. La critica al ruolo della sinistra è
utile a corrodere ipocrisia e illusioni di un sistema scolastico che si vorrebbe
attento alle diversità. Non vi è alcuna emancipazione, per esempio, nella
variazione personalizzata degli strumenti didattici a partire da diagnosi
formulate grazie alle classificazioni delle discipline mediche e psichiatriche.
Anziché richiedere più insegnanti, compresenze in aula e gruppi classe ridotti
in modo da esaudire davvero le esigenze degli allievi, la scuola neoliberale
consente agli studenti bisognosi l’impiego di strumenti compensativi (più tempo
per le prove, la disponibilità di consultare schemi, e altro ancora) affinché
tutti possano partecipare alla medesima procedura valutativa. “Inclusione”, in
questo senso, corrisponde a una cieca fiducia in una competizione meritocratica
accessibile a tutti. Così, alla fine della selezione, la responsabilità del
fallimento va attribuita all’individuo che non s’è impegnato abbastanza.
Le tesi di fondo del film e della raccolta di saggi sono valide ed è importante
insistere sulla collaborazione delle forze progressiste nel modellare il volto
dell’economia e della società odierna. Le due opere, tuttavia, mostrano limiti
nella costruzione formale del discorso e nelle modalità dello sguardo
adottate. D’istruzione pubblica è un documentario a tesi dove una voce narrante
accompagna lo spettatore lungo un tracciato critico definito e stringente. Da
qui discende uno sguardo filmico poco incline all’esplorazione e poco sensibile
nei confronti degli studenti, mere comparse in un montaggio didascalico. I saggi
di Contro la scuola neoliberale sembrano più interessati a ponderare le letture
accademiche sull’interpretazione della fase attuale del capitalismo, e
intervenire nel dibattito teorico, ma mostrano scarsa attenzione alla formazione
concreta dei ragazzi e al rapporto con loro.
Tale approccio – tutto concentrato sulle tesi da dimostrare e le teorie da
elaborare – spinge le due opere a una polemica contro le derive dei saperi
pedagogici che vengono piegati e rielaborati dalle esigenze della scuola
neoliberale. In questa lettura i docenti “democratici”, fautori di una didattica
e pedagogia innovative, sarebbero impegnati in un conflitto contro i docenti
“autoritari”, legati alle desuete pratiche della scuola novecentesca. Scrive Lo
Vetere nel primo saggio di Contro la scuola neoliberale: “Il dibattito
pedagogico corrente ama voltolarsi nell’antinomia metafisica tra pedagogia
democratica e pedagogia autoritaria, tra desiderio di innovazione e resistenza
luddista, tra riformismo e gentilianesimo”. Un conflitto sterile, secondo gli
autori di entrambe le opere, perché sarebbe proprio la tradizione democratica
della pedagogia – ormai deviata, fuorviata – a consentire l’accelerazione delle
riforme neoliberali. Gli autori, così, liquidano le critiche alla “tirannia
degli insegnanti” perché queste sarebbero funzionali alla trasformazione
dell’istruzione in un addestramento aziendale.
Chi osserva aule e corridoi ogni giorno, tuttavia, può notare che i professori
tiranni, aguzzini, guardiani della morale ci sono, e sono la maggioranza. Che la
scuola neoliberale sia dolce, attenta alle diversità, più semplice per gli
studenti, è un mito. Certo gli studenti imparano meno rispetto a un tempo –
hanno ragione gli autori –, eppure sono sottoposti a un regime sottilmente
coercitivo, soffocante, ossessivo nella richiesta continua di prestazione, e in
ultima istanza vessatorio. Non vedere questo aspetto comporta un duplice limite:
non si coglie il fondamento dell’esperienza d’apprendimento odierna, non
s’afferra la natura capillarmente coercitiva, seppure ipocrita, del capitalismo
contemporaneo. Se gli studenti non sono più cittadini critici in formazione, ma
carne da macello per il lavoro precario, allora la scuola deve insegnare loro a
comportarsi bene, non protestare, essere mansueti e flessibili – e i docenti
sono i nuovi direttori di una pedagogia oppressiva.
Non è un caso che in queste opere non vi sia alcuno spazio per la voce degli
studenti. La loro presa di parola non interessa, eppure è quanto di più
auspicabile in questo momento. Che cosa pensano gli studenti? Qual è il loro
rapporto con la scuola? E non è solo interessante la voce critica – e in un
certo senso attesa, decodificata, per quanto ricca di speranza – degli studenti
dei licei disposti a occupare gli istituti. È necessario ascoltare la voce degli
studenti dei tecnici e dei professionali, tanto nelle metropoli quanto delle
province di questo paese. Non sono degli zombie alienati come molti credono: vi
sono in loro più pulsazioni di quante ve ne siano nel corpo docente, e hanno
idee, esigenze e slanci vitali, per quanto agli adulti spesso illeggibili. Anche
gli atti vandalici contro gli oggetti nei laboratori di un professionale o
contro gli arredi di un tecnico sono messaggi importantissimi, che dovrebbero
essere letti e interrogati, e non meramente puniti. Se la scuola non fa altro
che costruire un’architettura dell’obbedienza alla barbarie, insegnando a
eseguire ordini in uno stato di insensibilità, senza chiedere, capire o
criticare il perché e il per che, allora questi gesti non vengono da criminali
nati o bruti da civilizzare, ma dai prodotti della fabbrica-scuola.
Dobbiamo difendere la scuola pubblica dallo smantellamento messo in atto dal
capitalismo neoliberale, non c’è dubbio. Questa difesa – che deve essere strenua
e appassionata – non deve però rimuovere una contraddizione che disorienta: la
scuola pubblica va difesa dagli attacchi del capitale affinché siano gli
studenti a smantellarla, a smantellarci. Anziché addestrare gli studenti per
competenze, è opportuno insegnare loro come liberarsi di noi docenti e della
scuola. Fino a che ai ragazzi sarà impedito di sentire la scuola come uno spazio
di crescita di cui hanno bisogno, ma come una caserma, un carcere, un luogo di
costrizione, di performance valutate, di ordini immotivati da eseguire per non
essere puniti, allora servirà il lavoro di noi docenti per dissodare il terreno
verso la dissoluzione dell’istituzione scolastica. I docenti, che sempre più
ripetono di trovarsi a fare scuola nonostante la scuola, con i tempi della
didattica rosicchiati da attività inutili ma obbligatorie, le
incombenze burocratiche, la disarticolazione, hanno il compito di insegnare
questo agli studenti: a fare scuola nonostante la scuola, a individuarne le
contraddizioni e mappare le incoerenze, perché sono proprio queste incoerenze
che creano aperture nelle maglie, che ci permettono ancora di agire.
Vi è un’immagine forte e vivace in D’istruzione pubblica, anche se forse i
registi non lo sanno: alla fine suona la campanella di giugno e i ragazzi,
finalmente liberi, corrono fuori, urlanti, a godersi l’estate. L’energia utopica
della conclusione rovescia, in modo imprevisto, l’intero discorso del film.
(francesco migliaccio, chiara romano)
Una studentessa di 17 anni segnalata ai servizi sociali dopo la partecipazione
un sit-in di solidarietà per gli operai di Montemurlo. Studenti, docenti e
sindacato parlano di intimidazione e discriminazione …