Casablanca si prepara ai mondiali del 2030 demolendo i quartieri dell’antica medina

NapoliMONiTOR - Friday, July 10, 2026
(archivio disegni monitor)

L’articolo è uscito su Safircom, 24 aprile 2026. La traduzione in italiano è a cura di Ghassan Waïl e Stefano Portelli.

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Le lacrime, la tristezza, il dolore della separazione; la rabbia, l’impotenza e il senso di umiliazione (in arabo: hogra); il rumore dei bulldozer, la polvere nell’aria, le guardie di sicurezza; così i figli e le figlie dell’antica medina di Casablanca – la città vecchia – dicono addio ai loro quartieri, alle loro strade, ai loro mercati, ai negozi, e soprattutto alle loro memorie, ai loro amici e ai loro vicini. Stanno dicendo addio a una parte di loro stessi. I quartieri di Derb Lngliz, Derb Rmad, Derb Fssa, Derb El Kelb, Derb Gnawa, Boutwil, Moha and Saïd, Nzala, Lbheira, tutti questi quartieri sono stati distrutti e ora sono in rovina, sepolti tra le macerie e spianati dalle ruspe. Un abitante della zona racconta: «Abbiamo lasciato indietro un’intera vita. Siamo nati qui, i nostri figli sono cresciuti in questo quartiere, l’antica medina ci ha dato anche il pane». Le memorie, le vite, le storie, i percorsi che l’hanno attraversata, intrecciati in decenni, hanno modellato la storia dell’antica medina di Casablanca, e ora sono scomparsi per sempre. Casablanca si è disfatta di una parte della sua storia, l’ha lasciata ai bulldozer, che l’hanno gettata via e sepolta tra le macerie.

Per Mourad Messaad, uno dei residenti del quartiere Derb El Ramad, il cui nome significa “quartiere delle ceneri”, e che è davvero diventato cenere, la città vecchia è una patria e un essere vivo, in ogni senso. Con tristezza, dice: «È difficile essere obbligati a lasciare il posto in cui sei cresciuto, lasciare i tuoi vicini e i tuoi amici ed essere gettato nell’ignoto». La città vecchia è un capolavoro e una scuola di arte e di vita. Dalle sue strade e dai suoi spazi aperti sono venuti su l’amatissimo comico Lamfadal Lah’rizi, nonché Bouchaïb El Baydawi, il Re dell’Aita, uno stile musicale tradizionale. Da questo mondo così ricco sono emersi il campione di pugilato Marcel Cerdan, il lottatore di wrestling Saïd El Sawakan e l’artista Souad Sabir. Qui sono passati i calciatori Larbi Ahardane e Aziz Bouderbala, entrambi del Wydad e della nazionale marocchina che vinse la Coppa d’Africa; Idriss Chacha, del Raja; qui sono cresciuti e hanno costruito il loro talento.

La maledizione dei mondiali di calcio ha colpito gli abitanti della città vecchia come una tragedia greca. I discendenti dell’antica Anfa – la città antica che sorgeva sul sito di Casablanca – oggi si trovano circondati da nuove macerie. Con l’unica eccezione del consigliere municipale Abdellah Abaakil del Partito Socialista Unificato (PSU), tutti i partiti politici, le associazioni, i funzionari pubblici della città, sono rimasti in silenzio; e i residenti non hanno altro che le loro lacrime e i loro telefoni per registrare le demolizioni e per dire addio alle loro case e ai loro negozi. Non hanno altro che i social media per condividere le loro sofferenze e raccontare al mondo la loro situazione. Qui, dove i commercianti, i residenti, i fan del Wydad, hanno raccolto le storie e le vittorie che hanno modellato la vecchia città; qui, dove sono state messe a tacere per sempre le voci e le energie dei bambini che riempivano ben tredici scuole; tutta questa eredità culturale, tradizionale, storica, è stata distrutta dalla maledizione della Coppa del Mondo, e da quaranta anni di pianificazione caotica per il progetto di un grande boulevard chiamato Avenue Royale.

UNA MOSCHEA E UN BOULEVARD
A metà degli anni Ottanta, il re Hassan II decise di costruire una delle più grandi moschee del mondo, seconda solo ai due enormi templi di Mecca e Medina, proprio sul litorale di Casablanca, in un’area chiamata Bahr Merizika. Era un luogo importante per la memoria dei residenti della città vecchia; molti abitanti vi avevano imparato a nuotare e a pescare, e vi si conservavano anche i resti delle antiche piscine municipali, uno stagno per la pesca, e una grande area aperta chiamata Chouinty, dove si tenevano gare sportive o semplicemente si imparava ad andare in bicicletta.

La costruzione della Grande Moschea iniziò il 12 luglio 1986. L’inaugurazione avvenne il 30 agosto 1993. L’idea di un boulevard reale fu discussa durante la costruzione e annunciata ufficialmente nel 1989. Quando il progetto fu lanciato, si sparse la voce che anche i quartieri intorno sarebbero cambiati. Alcuni dicevano che sarebbero stati demoliti per aprire la strada a questa Avenue Royale che avrebbe collegato la moschea con il palazzo reale di Derb Sultan.

L’idea lentamente divenne realtà. Alla fine degli anni Ottanta iniziarono i primi censimenti, e il progetto di spostare circa diecimila famiglie. Si sviluppò un nuovo progetto, una città nuova di 350 ettari chiamata Medinat Nassim, nella periferia sudoccidentale della città, che avrebbe ospitato i residenti trasferiti. I primi trasferimenti iniziarono a metà anni Novanta: si demolirono le case del quartiere Derb Sufi, i cui residenti furono trasferiti in un quartiere chiamato Tacharouk. Ci furono problemi, ma il processo procedeva senza grandi tensioni. Le famiglie sradicate ottennero case alternative, il che inizialmente conferì una certa rispettabilità al progetto. Quando le demolizioni arrivarono alla zona di Arsat Ben Slama, iniziarono i problemi. Ci furono dispute sulle compensazioni economiche, conflitti tra inquilini e proprietari, e questioni sugli indennizzi dei proprietari dei locali commerciali.

La Sonadac, compagnia pubblica che gestiva lo sviluppo urbano, aveva problemi organizzativi e finanziari che fecero ritardare tutto il progetto; ci furono persone che ricevettero case senza una giustificazione, e altre che videro peggiorare gravemente la loro situazione, persero le loro fonti di reddito e non riuscirono più a pagare i prestiti, spingendo le banche a ritirare il credito. Così il progetto arrivò a uno stallo. I problemi burocratici e le dispute giurisdizionali peggiorarono ancora, finché l’intero processo si bloccò di colpo. Nel frattempo, la popolazione raddoppiò, le famiglie crebbero ed emersero alcuni gruppi che volevano trarre beneficio dalla trasformazione del quartiere: inquilini che ottennero certificati di residenza, altri che avevano abitato delle case abbandonate. Alcune parti del quartiere rimasero vuote, e divennero luoghi di delinquenza e criminalità, il che rese la situazione ancora più complicata.

Dopo anni in cui si pensava che il progetto fosse archiviato, nel 2025 il Marocco venne designato come una delle sedi dei Mondiali di calcio del 2030, insieme alla Spagna e al Portogallo. Il governatore di Casablanca convocò una riunione inaspettata del consiglio comunale, per approvare una nuova partnership e accelerare il progetto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della Sonadac e il trasferimento delle sue competenze a una compagnia di sviluppo locale, Casablanca Housing, il cui direttore era il governatore stesso. Questa compagnia ricevette un miliardo di dirham per completare lo svuotamento della città vecchia e costruire la Avenue Royale. La confusione si diffuse quando arrivarono i primi ordini di sfratto. Naima, madre di tre figli, spiega: «Il mondo è diventato stretto per noi. Siamo inquilini, e non ce ne facciamo niente delle promesse. Ci hanno detto di trovare un alloggio temporaneo; così ho dovuto mettere tutti i mobili a casa di amici, e mia sorella si è presa carico dei miei figli».

Le demolizioni sono iniziate una notte d’inverno, durante l’anno scolastico, con un grande  spiegamento di forze di sicurezza. Secondo un residente, «è stato uno shock, ci hanno detto di lasciare la casa rapidamente, non sapevamo dove andare». La velocità dell’operazione ha fatto affiorare dubbi sulla giustizia e sul destino delle famiglie sradicate. Un altro residente: «Non abbiamo avuto neanche tempo di trovare un’altra casa. Dopo la demolizione, siamo dovuti tornare a cercare i libri dei nostri figli in mezzo alle macerie».

Ma com’è possibile che un progetto che le autorità non erano riusciti a finire per quarant’anni, nonostante i miliardi di dirham spesi, si completi in appena quattro anni? Tra la partenza promettente di inizio anni Ottanta, il lungo periodo di stallo e il revival improvviso, questo progetto mostra una crisi più ampia nella gestione della trasformazione urbana e nel bilanciamento con i diritti dei residenti. Oggi, dopo quattro decenni di improvvisazione e di sprechi, ai residenti si chiede di pagare il prezzo. I residenti non sono contrari al progetto ma si rifiutano di esserne le vittime. Non si può essere costretti a scegliere tra burocrazia e bulldozer, come una donna della città vecchia ha riassunto la proposta ricevuta. La demolizione oggi rappresenta una storia culturale e sociale che viene sradicata senza aver avuto il tempo per una transizione equa. Nell’affrettarsi delle ruspe e delle decisioni, resta aperta una questione: un progetto urbanistico per quanto importante, può ignorare gli abitanti? Oggi a Casablanca non si demoliscono solo i quartieri, si mette anche alla prova il senso della giustizia nella pianificazione e la fedeltà alla sua memoria. Tra queste due rimane ancora la speranza che la Avenue Royale non sarà solo il testimone di un vecchio fallimento che ritorna.

ALCUNE CRITICHE AL PROGETTO
Fatima Tamni, deputata del Partito Socialista Unificato (PSU): «Ho seguito questo caso sin dall’inizio, visitando l’area e parlando con le famiglie. Ho anche interrogato il governo, per scritto e oralmente, per avere informazioni chiare. I problemi principali sono nella gestione: i residenti lamentano la mancanza di comunicazione chiara e di informazioni ufficiali, nonché la confusione nelle procedure di demolizione e sgombero; in alcuni casi c’è mancanza di rispetto per la dignità umana, specialmente per famiglie povere, anziani, donne vulnerabili. Dicono che ci sono degli studi che mostrano che molte case non erano a rischio di crollo, ma che sono stati ignorati. La risposta ufficiale è limitata, le informazioni fornite sono troppo generiche, e in generale i residenti non riescono a farsi un’idea chiara del loro futuro. Riceveranno delle compensazioni? Dove saranno trasferiti? Quali saranno le garanzie legali e sociali che impediranno di rimanere senza casa, o di peggiorare le loro condizioni? Sono domande legittime, che dovrebbero essere al cuore di ogni progetto che miri al miglioramento della vita delle persone, non al loro trasferimento forzato. La stessa cosa si può dire per i negozi che sono stati svuotati contro la volontà dei proprietari, anche quando erano la loro fonte di reddito. Non si sa quante sono le famiglie colpite, com’è stato fatto il censimento, come sono stati stabiliti i compensi economici, le procedure di sfratto, i luoghi dove le persone saranno trasferite, i tempi delle operazioni. Non si può gestire una cosa del genere con la logica del fatto compiuto. Bisogna gestirlo in modo trasparente e partecipativo, mettendo i residenti al centro delle decisioni, rispettando il loro diritto alla casa e a una vita dignitosa, assicurandosi che i progetti di rinnovamento urbano non diventino progetti per l’esclusione sociale o per il trasferimento forzato. Il Parlamento dovrebbe monitorare la situazione da vicino. Dobbiamo usare tutti i meccanismi di controllo che abbiamo, perché la dignità e i diritti non possono essere il prezzo di nessun progetto, qualunque cosa esso rappresenti».

Abdellah Abaakil, consigliere comunale del PSU: «Tutto quello che vediamo nei vecchi quartieri di Casablanca – la demolizione delle case e dei negozi, lo sradicamento delle famiglie e la distruzione del cuore pulsante della città – è il risultato del fatto che i consiglieri comunali hanno votato senza avere informazioni fondamentali. I documenti che ci sono stati dati per quell’incontro erano privi delle informazioni necessarie per decidere. Non ci sono stati dati progetti né piani, né il cronoprogramma dei lavori, neanche la lista delle proprietà da espropriare. Non abbiamo avuto neanche spiegazioni chiare dell’interesse pubblico legato al progetto. L’unica spiegazione che abbiamo avuto dalla presidentessa del consiglio comunale era che la decisione veniva dal ministero degli interni a Rabat, e che era tempo di riprendere il progetto del defunto re Hassan II, dopo oltre quarant’anni di stallo. Questi progetti urbani ormai sono datati, dopo due generazioni! Ci sarebbero voluti nuovi studi e aggiornamenti che non sono stati fatti. Per queste ragioni, come rappresentante dei residenti al consiglio comunale per il PSU, ho votato contro. Ma molti consiglieri non hanno avuto lo stesso coraggio o senso di responsabilità verso gli abitanti per rifiutare questa presentazione del progetto».

Youssef Mezzi, membro di Attac. «Noi di Attac Marocco, come parte di una coalizione che difende le vittime delle demolizioni, siamo stati tra i primi a creare questo quadro di lavoro collettivo per il diritto alla casa. Abbiamo raccolto firme da diciassette organizzazioni della società civile e dei residenti. Il lavoro è continuato su due livelli: da una parte visite sul campo e incontri con i residenti; dall’altra gli interventi mediatici per fare luce su quanto stava avvenendo. Consideriamo che l’Avenue Royal è un esempio di corruzione amministrativa e finanziaria di lunga durata, le cui radici affondano a molti decenni fa e continuano fino a ora, come conferma la Corte dei Conti e i vari procedimenti giudiziari contro gli ex funzionari. Il paradosso è che oggi i residenti, che non sono responsabili di questi problemi, stanno pagando il prezzo di questo fallimento. Le autorità stanno cercando di completare il progetto in pochi mesi anche se è stato fermo per più di trent’anni. Il lato sociale del progetto è stato quasi ignorato. Molti residenti sono poveri o vulnerabili e non possono pagare i centomila dirham extra richiesti. Non c’è stato neanche il supporto sociale e l’approccio caso per caso che sarebbe stato necessario. Almeno diecimila famiglie sono state trasferite senza vere alternative; è stato chiesto loro di trovare case provvisorie in affitto, mentre la costruzione degli appartamenti promessi continuava a slittare nel tempo. Questo ha creato una crisi degli affitti, specialmente in zone periferiche come Rahma o Lissasfa, dove i prezzi sono saliti molto e sono rimaste poche case disponibili. Tra l’altro c’è stata mancanza di trasparenza sulla scelta dei beneficiari; gli ordini di sfratto sono spesso orali e senza abbastanza preavviso. Le demolizioni rapide sono state usate senza garanzie, lasciando i residenti davanti a un futuro incerto. Non si è considerato l’anno scolastico per i bambini, né la distanza che le persone avrebbero dovuto percorrere per andare al lavoro, né i proprietari dei negozi, e neanche le condizioni atmosferiche, visto che gli sfratti sono avvenuti in inverno. Siamo di fronte a un grande fallimento del diritto alla casa, nonché della pianificazione urbana di Casablanca. I più vulnerabili hanno dovuto pagare il prezzo di problemi strutturali di lungo periodo». (omar lebchirit, otman ashki)