Il tempo del 41-bis. Nelle prigioni italiane si muore soli, lentamente e senza cure

NapoliMONiTOR - Thursday, July 16, 2026
(disegno di martina di gennaro)

Ci sono malattie che arrivano durante la detenzione e altre che la detenzione accompagna per anni. Ci sono terapie che entrano nelle cartelle cliniche, si ripetono nelle prescrizioni e diventano parte della vita quotidiana. Poi ci sono i trasferimenti, le pratiche amministrative, i documenti che viaggiano da un istituto all’altro. A volte è proprio lì, negli ingranaggi più ordinari dell’amministrazione penitenziaria, che una vicenda apparentemente poco significativa finisce per raccontare qualcosa di molto più grande.

È il caso di Tommaso Costa, sessantasei anni, detenuto da quasi venti e oggi ristretto presso la Casa di reclusione di Milano Opera in regime di 41-bis. Costa convive con la sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che provoca una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione sanitaria in possesso dell’associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015, terapie e presìdi utilizzati per il trattamento della malattia, tra cui Plaquenil, saliva e lacrime artificiali. Una documentazione che per anni ha accompagnato il percorso del detenuto: la necessità di cure continue non risulta essere stata mai messa in discussione. Secondo quanto riferito dal figlio e tutore legale di Costa, tuttavia, dopo il trasferimento dal 41-bis di Viterbo a quello di Milano Opera sarebbe emersa una difficoltà nell’accesso al collirio utilizzato per il trattamento della xeroftalmia associata alla patologia. La motivazione consisterebbe in una presunta incompletezza della documentazione sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza.

A prima vista, questa potrebbe sembrare una questione burocratica. Un documento mancante, una pratica da verificare, un passaggio amministrativo da chiarire. Ma per una persona detenuta non esistono questioni amministrative neutre. Chi vive in carcere non può avere personalmente accesso alla propria documentazione clinica, non può verificare il percorso di una pratica, non può rivolgersi autonomamente a un altro medico o a un’altra struttura. La dipendenza dall’amministrazione esiste fin dal primo giorno di detenzione, ma quando gli anni diventano venti e alla detenzione si accompagnano una malattia cronica e terapie continuative, il peso di questa dipendenza diventa ancora più evidente. Se qualcosa si interrompe, se un documento non arriva, se una procedura si inceppa, è il detenuto a subirne le conseguenze.

Secondo quanto denunciato dal figlio di Costa, non risulterebbe nel caso specifico alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata autorizzazione del presidio terapeutico. Per questa ragione una diffida è stata trasmessa alla direzione della Casa di reclusione di Opera chiedendo chiarimenti sulla vicenda e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto. La questione, per quanto grave, e con pesanti conseguenze sul diritto alla cura di una persona, non riguarda naturalmente soltanto il collirio: una decisione che non viene formalizzata è una decisione difficile da conoscere, comprendere e contestare. Per una persona detenuta, conoscere l’esistenza e le ragioni di un eventuale provvedimento di diniego è il primo passo per poter attivare gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento, compreso il ricorso al magistrato di sorveglianza. Quando invece, come spesso accade, una decisione resta confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza: diventa più difficile esercitare i diritti di difesa e controllo che l’ordinamento riconosce.

Non è la prima volta che come associazione riceviamo segnalazioni di questo tipo, riguardanti il carcere di Opera, da parte di familiari, avvocati e persone detenute. In più occasioni queste hanno riguardato decisioni che incidevano pesantemente sulla vita detentiva e rispetto alle quali veniva denunciata l’assenza di un provvedimento formale di diniego. È anche per questa ragione che la vicenda di Tommaso Costa non si è fermata alla diffida trasmessa dal familiare: a seguito della documentazione acquisita e delle criticità segnalate abbiamo trasmesso segnalazioni alle autorità competenti chiedendo accertamenti sulla continuità terapeutica del detenuto, sulla gestione della documentazione sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Opera, sulle ragioni della mancata autorizzazione del presidio terapeutico e sull’eventuale esistenza di provvedimenti formali.

Emergono da questa vicenda, però, ancora altre questioni. La prima è quella relativa al tempo. Quando si parla di 41-bis si discute quasi sempre di sicurezza, di proroghe, di organizzazioni criminali e di esigenze investigative. Molto più raramente si parla del tempo. Eppure il tempo è probabilmente l’elemento più concreto di tutti. Diciannove anni e mezzo non sono un dato statistico. Sono una parte enorme di una vita. Sono anni durante i quali una persona invecchia, si ammala, sviluppa patologie croniche e accumula fragilità che nessun provvedimento amministrativo può fermare. Non è un dettaglio secondario. Molte delle persone che oggi si trovano nelle sezioni di 41-bis vi trascorrono anni, spesso decenni, della propria vita. Molte hanno ormai raggiunto un’età avanzata, vi sono detenuti addirittura ultraottantenni e ultranovantenni. Il tema della salute, dell’invecchiamento e della non autosufficienza non rappresenta quindi una questione marginale, ma una realtà ormai centrale all’interno del circuito del 41-bis.

Le vicende emerse negli ultimi anni sono molto diverse una dall’altra e non possono essere sovrapposte né semplificate. Hanno però contribuito a portare in primo piano una questione che per lungo tempo è rimasta ai margini del dibattito pubblico: che cosa accade quando una persona trascorre decenni della propria vita in detenzione mentre il corpo invecchia, la malattia avanza e le fragilità aumentano? Le condizioni cliniche di questi detenuti sono diverse una dall’altra, così come diverse sono le vicende personali e giudiziarie. Esiste però un filo che le attraversa tutte: il modo in cui il tempo, la malattia e la detenzione finiscono per intrecciarsi quando una persona trascorre decenni all’interno di questo regime. Nelle sezioni di 41-bis ci sono uomini e donne che vi trascorrono una parte enorme della propria esistenza. Anni che diventano decenni. Decenni che diventano vecchiaia. C’è chi riesce a uscirne e chi non ne esce affatto. C’è chi si ammala gravemente, chi muore durante la detenzione dopo percorsi segnati dalla malattia, anche quando da tempo vengono denunciate condizioni fisiche sempre più compromesse e incompatibili con la detenzione. C’è chi arriva a convivere con patologie che consumano lentamente il corpo, con ferite che peggiorano, infezioni che avanzano, arti divorati dalla malattia fino a conseguenze irreversibili. C’è chi arriva alla fine della propria vita logorato da malattie degenerative, fino a non riconoscere più le persone che ha davanti, a non riuscire più a nutrirsi autonomamente, a dipendere dagli altri perfino per i gesti più elementari della quotidianità. Ci sono persone paraplegiche che continuano a vivere in questo regime torturatorio pur necessitando di cure riabilitative costanti. Ci sono persone affette da patologie gravissime che continuano a essere ritenute compatibili con la detenzione nonostante il progressivo aggravarsi delle loro condizioni, e nonostante le contestazioni avanzate da familiari, difensori, medici e associazioni.

Si potrebbe continuare ancora, ma il punto è chiedersi, piuttosto, cos’è che viene realmente valutato quando il potere decide dei destini di queste persone. Se ha un peso la malattia che avanza o se a contare è solo la storia giudiziaria che quella persona, a dispetto del passare dei decenni, continua a trascinarsi dietro di sé. Questa domanda attraversa molte delle vicende emerse negli anni attorno al 41-bis e continua a riemergere ogni volta che una firma in coda a un documento stabilisce la compatibilità tra una condizione di salute gravissima e la prosecuzione della detenzione. È dentro questa realtà che si colloca la vicenda di Tommaso Costa, e proprio per questo sarebbe un errore considerarla soltanto la storia di un collirio o di una pratica amministrativa. (luna casarotti, yairaiha ets)

A proposito di questa vicenda, Giampietro Costa, figlio e tutore legale di Tommaso, ha voluto affidare a Yairaiha una riflessione sulla vicenda: “Il 41-bis è davvero efficace? Serve davvero a evitare contatti con i sodali all’esterno e a impedire che vengano impartiti ordini? Se così fosse, mi chiedo per quanto tempo debba essere applicato. Insieme a queste domande me ne vengono molte altre su questa misura e sulle ragioni per cui continua a essere applicata, considerato che mio padre è rinchiuso al carcere duro da circa diciannove anni e mezzo, è gravemente malato e continua a proclamare la propria innocenza. È un grido che rimbomba sempre di più nella mia testa. Mio padre è stato condannato all’ergastolo per un omicidio del quale si è sempre dichiarato innocente. In altri due processi nei quali era imputato, sempre per omicidio, è stato invece assolto perché non aveva commesso il fatto. Mi chiedo come il carcere possa davvero rieducare una persona se le viene negato il diritto alla salute. Come possa favorire il reinserimento quando si è esclusi da ogni forma di socialità. Potrei scrivere mille pagine su questo argomento. Mi limito ad aggiungere che spero, un giorno, per tutti i detenuti, il carcere possa essere davvero un luogo in cui chi ha sbagliato sconta una pena, ma non viene privato della possibilità di una seconda opportunità”.