
Automi assassini. Bologna, 19 luglio 2026
il Rovescio - Friday, July 24, 2026Riceviamo e diffondiamo:
Dolore e rabbia per ancora un altro omicidio di stato.
Il potere mostra la sua odiosa essenza lasciando un corpo senza vita sull’asfalto, soffocato per mano dei suoi professionisti addestrati.
È il corpo di un oppresso come noi, un individuo che a suo modo non ci stava al gioco sporco di chi domina il mondo nel nome del profitto e del terrore.
Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato.
Gruppo anarchico fuoricontrollo – Savona
Automi assassini – Bologna 19 luglio 2026
Domenica 19 luglio, quartiere Pilastro di Bologna, un uomo di 42 anni viene ucciso sull’asfalto. Un fatto orrendo, purtroppo l’ennesimo omicidio di stato.
Ma qualcosa lo rende speciale: c’è un video di circa cinque minuti ripreso dall’alto da parte di qualcuno che ha intuito la drammaticità e l’orrore che si sta compiendo.
Questo video (pubblicato su acta-media) è la variabile imprevista che fa esplodere la collera nella città (e oltre) e squarcia la coltre di menzogne che altrimenti avrebbero cercato di coprire il vero deviando l’attenzione sui consueti binari delle veline da questura. Peraltro la strategia delle menzogne partirà ugualmente ma fuori tempo, quando ormai i buoi sono fuori dal recinto o meglio quando il video è sfuggito alla censura ed ha già fatto il suo corso.
La potenza del video è sconvolgente, innanzitutto perché sono immagini di morte (si sta ammazzando un uomo che spende le sue ultime energie per mantenersi vivo e urla “aiuto” e “basta!”), ogni essere umano non ancora “sterilizzato” e deumanizzato si identifica con Abderrahim Fakir, l’uomo che agonizza sull’asfalto. Il secondo motivo è che sono in tre che infieriscono contro di lui portandolo a morire soffocato mentre intorno ci sono quattro o cinque “spettatori passivi” che appaiono del tutto indifferenti a ciò che sta accadendo.
Analizziamo lo scenario: chi sono gli attori in causa? Questo scenario rappresenta in modo esatto e inequivocabile una triste allegoria del mondo che viviamo e che è stato predisposto dal potere e dal suo culto, dall’indifferenza e dalle peggiori pulsioni umane diventate “norma”.
In posa muscolare con le ginocchia sul dorso del morente due giovani palestrati che indossano le polo blu della polizia di stato con anfibi d’ordinanza e guanti: il più intraprendente si impegna a spingere con entrambe le mani la nuca dell’uomo in posizione prona, facendo sì che la sua bocca rimanga premuta contro l’asfalto (prova anche ad ammanettare la vittima), il secondo si mantiene a cavalcioni un po’ più indietro impedendo ogni movimento del bacino. Questi due si prendono la centralità della scena, possiamo definirli “quelli che comandano”, sono il potere, l’ordine costituito.
A collaborare con i due in divisa si nota un altro giovane in abiti civili che si mantiene sopra i polpacci e le caviglie di Abderrahim, già bloccate con una fascetta in plastica; non sappiamo come questo sia entrato nella scena (se su “ordine” o richiesta degli altri o per sua diretta iniziativa) il fatto è che collabora ad assassinare di buon grado. Costui è il collaboratore o secondo un altro gergo “l’infame”. Quello che potrebbe, anzi dovrebbe solidarizzare con l’essere umano che subisce e invece sceglie di schierarsi con chi comanda, sommando i suoi sforzi alla forza esercitata da chi reprime e soffoca.
Ci sono ancora i quattro militi della Croce Rossa riconoscibilissimi per gli abiti, questi risultano spaventosi per il fatto di non battere ciglio di fronte a ciò che sta accadendo sotto i loro occhi a un metro di distanza. Non una parola né un cenno a chi sta infierendo (del resto indossa l’uniforme, è l’autorità…) anche dopo che le urla disperate sono cessate non vi è solerzia nel constatare le condizioni dell’uomo e portare cure (del resto sarebbe il loro compito primario, giusto?). Con tutta calma i quattro attendono che il più grosso tra gli energumeni in divisa si alzi per accertare che non c’è più traccia di pulsazione alla carotide. Non si scompongono né si affrettano. Come se la procedura fosse completata. I militi del soccorso sono i “tecnici”, gli addetti che in ogni caso sono subalterni al potere.
C’è ancora un uomo in abiti civili che ad un certo punto si avvicina in silenzio per allontanarsi poco dopo, non mostra segni di disapprovazione esplicita ma reagisce con scarso coinvolgimento o forse una punta di disagio. È il passante occasionale che vede e non vuole sapere: l’ignavo, quello che gramscianamente appartiene alla categoria degli indifferenti.
In questo scenario da incubo c’è qualcosa che sconvolge più del resto: la netta impressione che compimento ed esito del dramma appaiano ineluttabili, una procedura fredda e automatica.
Il più attivo dei due “tutori dell’ordine” quando non sente più resistenza provenire dal corpo su cui ha insistito con tutta la sua forza, si alza, fa qualche passo, simula due mossette rispetto a ciò di cui è stato attivo protagonista, si riavvicina all’uomo che ha ucciso, gli dà un lieve schiaffetto sulla guancia come per rianimarlo, atto che a questo punto suona grottesco, poi se ne va fuori dalla scena rimettendosi gli occhialetti da sole sul volto. I suoi gesti sono quelli di un automa, senza sentimenti, passione né tantomeno compassione, senza odio (o forse con un odio introiettato a fondo e reso gelido), senza anima; non è un lottatore che vive la disputa con il nemico, piuttosto l’esecutore di una procedura tecnica. Quelli che collaborano e quelli che osservano non si discostano dal paradigma. Unico elemento dissonante sono le urla di chi muore e non si arrende alla sequenza che lo vuole annichilire.
L’assassinio di Abderrahim è l’epitome di un mondo disumanizzazato in cui la tecnica la fa da padrona, i protocolli, gli algoritmi, le applicazioni e le procedure seguono il loro corso, pertanto i fatti del mondo che riguardano, sempre e necessariamente, il vivente (per non limitarsi agli esseri umani) ricadono sotto il dominio del gelido potere che si occupa solo di profitto, ordine (immancabilmente mortifero) ed eliminazione di ogni traccia residua di autenticità umana, ancorché con la sua molteplicità contraddittoria. Nessuno spazio è più concesso alla dimensione umana, allo scarto o al dissenso rispetto ai piani dettati dal dominio.
Non è questo un mondo che ha futuro oltre ad essere rivoltante: questo mondo deve essere demolito prima che giunga a compimento il suo piano di morte e controllo totale, sterminio e irreggimentazione, terrore e pianificazione di ogni suo ingranaggio.
Palantir, programma di controllo globale, e il suo padrone Peter Thiel, Elon Musk e soci delle meraviglie digitali, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e suoi sgherri sterminatori seriali, Javier Milei e molti altri… I fratellini d’italia che si azzerbinano, il generaluccio chiacchierone, neonazisti disseminati per il globo sotto qualunque bandiera, propagandisti sovranisti digitali, fascistelli e razzisti vari del web… Siete tutti coinvolti dentro questo incubo, ognuno con la sua porzione di responsabilità, che siate prezzolati o utili idioti poco cambia. E ancora un pensiero per i perbenisti, i borghesucci che si sentono tranquilli perché intanto queste brutte cose accadono soltanto nei quartieri ghetto, abitati dalla plebe, dai devianti e dagli “stranieri”: non cullatevi sugli allori, giacché potrà succedere un giorno che vostro figlio o nipote, una sera in cui ha alzato il gomito o sbagliato sostanza, arrecherà disturbo e allora potrebbe imbattersi in una pattuglia o più di solerti tutori dell’ordine per i quali oggi parteggiate e vi fanno sentire così sicuri e immaginate cosa potrebbe succedere… Sia chiaro che questo non è un augurio ma una considerazione molto amara perché non dovrebbe mai più esserci un altro omicidio di stato. Troppi sono gli esseri umani stroncati sulle strade in circostanze simili a quella sopra descritta. Un nome per tutti: Federico Aldrovandi, ragazzo diciottenne massacrato di botte e lasciato morto a Ferrara il 25 settembre 2005. Gli autori dell’omicidio furono quattro agenti di polizia che lo percossero con violenza tale da spezzare due manganelli in dotazione e infine lo uccisero per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle loro ginocchia. Sempre la stessa tristissima storia. Ma la tristezza deve farsi consapevolezza tra oppressi e sfruttati per diventare azione.
In chiusura una nota vitale e umana: bellissima la manifestazione in piazza che ha seguito di poche ore l’assassinio di Abderrahim, migliaia di persone a Bologna hanno rotto la cappa mortifera del potere e dei suoi guardiani, unitamente allo sciopero nel polo logistico cittadino. Nessuno escluso, chi è rimasto composto e chi ha fronteggiato i reparti della celere, dimostrando fino a notte che l’addomesticamento delle coscienze ne ha parecchia ancora di strada da compiere.
Quando gli oppressi si riconoscono e si manifestano con determinazione e rabbia, è sempre un bel momento, nonostante la piazza fosse sconvolta e addolorata da un lutto enorme. Quando gli oppressi si fanno vivi e mostrano il loro sangue che pulsa nelle vene insieme a intelligenza e coraggio, il potere arretra e ingoia il rospo (iniziando il suo piagnisteo e la diffusione di menzogne fuorvianti ma comunque accusando il colpo, eccome). A proposito di formulette evasive rispetto alla questione, ben presto diffuse da Meloni e dai suoi sottoposti: «accertare eventuali responsabilità ma è irresponsabile alimentare odio verso le forze dell’ordine». Pura ipocrisia e comunque non c’è alcun odio da alimentare, lo alimentano le divise stesse con il loro agire quotidiano arrogante, violento e talvolta (troppo spesso) omicida, cercando poi di recuperare consensi tramite deliranti comunicati prodotti da sindacati di polizia in odore di fascismo.
Solidarietà a quelli che sono stati in piazza, le distinzioni le lasciamo agli pseudo-oppositori di questo infame sistema di morte e sfruttamento. Non finisce qui.
Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato.
Gruppo anarchico fuoricontrollo