Riprendiamo e rilanciamo da
https://pungolorosso.com/2026/06/03/da-portella-della-ginestra-ad-amendolara-il-filo-nero-della-repubblica-fondata-sul-lavoro/
questo ottimo articolo sull’orribile strage di Amendolara. Nella pagina
originale del Pungolo rosso si trovano anche due consigli di lettura sulla
questione del razzismo di Stato.
DA PORTELLA DELLA GINESTRA AD AMENDOLARA, IL FILO NERO DELLA REPUBBLICA “FONDATA
SUL LAVORO”
La strage di braccianti afghani e pakistani di Amendolara è stata il solo
momento di verità di un 2 giugno sommerso dall’ipocrisia di regime degli
oligarchi convocati al Quirinale, con un codazzo di giullari, e dalla retorica
“pacifista” dei bellicisti organizzatori della sfilata ai Fori imperiali –
produttore, regista e primattore l’inamovibile d.c. Mattarella.
Per spontanea associazione di idee, ci è tornata alla mente la strage di
Portella della Ginestra, 1° maggio 1947.
Erano passati solo pochi mesi dal referendum su repubblica o monarchia,
addirittura pochi giorni dalla vittoria alle prime elezioni regionali del Blocco
del popolo (PCI-PSI). Nella contrada di Piana degli Albanesi qualche centinaio
di contadini poveri e braccianti festeggiavano con le famiglie e i loro
dirigenti sindacali. Si ballava tra le bandiere rosse. La festa fu spezzata
dalle raffiche sparate dalla banda di Salvatore Giuliano: 11 assassinati (tre di
loro sotto i 15 anni), più di 50 feriti.
Una strage di stato (sicuro il coinvolgimento dei servizi segreti). Bisognava
stroncare sul nascere, nel sangue, la speranza di un’Italia
democratico-repubblicana radicalmente differente da quella monarchico-fascista,
nutrita da quei contadini senza terra e braccianti.
Servizi segreti-agrari-mafia e, sullo sfondo anche gli Stati Uniti, collegati in
un’azione esemplare per stroncare quella speranza per sempre, caso mai non fosse
stata sufficiente la vile amnistia pochi mesi prima concessa alla quasi totalità
dei gerarchi e criminali fascisti dal ministro della giustizia “comunista”
Palmiro Togliatti. Quella amnistia, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 23
giugno 1946, fu il primo atto politico identificativo della democrazia
post-fascista. Era necessario, sostenne Togliatti, “un rapido avviamento del
Paese a condizioni di pace politica e sociale”.
E dunque, scarcerazione di massa dei fascisti, servi prezzolati delle classi
sfruttatrici. Di lì a poco, il Primo Maggio successivo, a Portella della
Ginestra “anche le pietre bevvero sangue”… sangue di sfruttati.
Ottant’anni dopo, si festeggia l’anniversario della repubblica con la strage di
Amendolara.
Non c’è bisogno di pensare ai servizi segreti come diretti mandanti. Ma sta di
fatto che in questo nuovo crimine ci sono di mezzo ancora una volta la grande
proprietà terriera e la mafia: quella piccola di importazione (pakistana) che
forse pagherà qualcosa, e quella grande (la ‘ndrangheta) che non pagherà nulla,
perché è al servizio delle grandi società che controllano la grande
distribuzione e la produzione alimentare. Sono loro a fissare il prezzo dei
prodotti alla fonte (si tratti di pomodori, fragole, agrumi, ortaggi), e questo
prezzo è tale – in genere – che non consente se non salari da fame, vita in
baracche o (come nel caso degli assassinati) in dormitori da dieci in due
stanze, orari di lavoro e carichi di fatica fisica da antica schiavitù.
E lo stato dov’è? Dalla stessa parte del Primo Maggio 1947.
Infatti, era tutto noto a tutti: carabinieri, polizia, magistrati, sindaci,
regione, parlamento, governo, vertici dello stato. Lo ammette “la Repubblica” di
oggi:
“La strage di Amendolara era già scritta nelle inchieste delle procure di
Castrovillari, Matera e Potenza. Nelle relazioni delle forze dell’ordine. Nei
dossier dei sindacati. Da anni tutti raccontano la stessa storia: quella di un
nuovo caporalato pachistano e indiano radicato tra la Sibaritide, il Metapontino
e la Puglia. Un caporalato che parla urdu e punjabi, ma che in realtà resta
profondamente italiano, perché italiani sono quelli che guadagnano dagli
schiavi”.
Proprietari terrieri, imprese della commercializzazione, dei trasporti, le
grandi bande mafiose, le banche (la vera Cupola) dove finiscono i proventi dello
schiavismo, etc. Nelle parole, per una volta semplici e veritiere, del
segretario regionale della Cgil: “Gli schiavi lavorano, i caporali controllano,
i padroni guadagnano”. La stima è questa: “il business del lavoro irregolare e
del caporalato in agricoltura vale circa 4,8 miliardi di euro l’anno”, fondato
sull’”asse di ferro tra ‘ndrangheta e caporali: chi si ribella qui, muore”.
Altre stime meno restrittive (Eurispes, ad es.) arrivano a 25,2 miliardi di euro
– se fosse quest’ultima la stima giusta, sarebbero moltiplicate le ragioni di
morte.
E’ tutto noto a tutti: l’Istat certifica 117.000 lavoratori in nero nella
Calabria, in larga misura in agricoltura. In Italia sono almeno 200.000 i
braccianti costretti a lavorare nei campi in condizioni brutali, anche
attraverso il ricatto del permesso di soggiorno. Ma non è necessariamente
diversa la sorte per quelli che il permesso di soggiorno ce l’hanno, come i 4
bruciati vivi ad Amendolara.
80 anni dopo la Repubblica democratica del capitale “fondata sul lavoro” è
sempre quella di Portella della Ginestra.
Poco importa se oggi i suoi picciotti sono scuri di pelle e vengono da fuori
(come gli ascari dell’esercito monarchico-fascista) – essa resta fondata, come
ieri, sullo spietato sfruttamento del lavoro, in particolare del lavoro dei
proletari immigrati.
E la famosa legge 199 del 2016 contro il caporalato che punisce i caporali con
la reclusione da 1 a 6 anni, prevede la confisca dei beni dei condannati e la
responsabilità della aziende committenti? Perfino il trombone Saviano riconosce:
“è sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura. Per scelta“.
Per scelta delle istituzioni della Repubblica democratica, coerente con la
propria natura di classe: da Portella della Ginestra ad Amendolara, proprietà
privata dei mezzi di produzione e profitto non si possono toccare.
Noi onoriamo per la loro ribellione a questo sistema di iper-sfruttamento
protetto dallo stato i nostri fratelli di classe afghani e pakistani Fazal Amin
Khogiamy (28 anni), Waseem Khan (29 anni), Safi Amjad (19 anni), Ismat Ullah
Oiemi (19 anni) assassinati, e il loro compagno sopravvissuto Taj Mohammad (35
anni).
Ancora una volta sono loro, dei proletari immigrati, a dare un esempio di
combattività. Il momento in cui anche i proletari italiani sapranno essere alla
loro altezza, verranno tempi duri per le mafie, le multinazionali e la
repubblica dei padroni e dei parassiti che si è auto-festeggiata ieri ai Fori
imperiali e al Quirinale.
Tag - Stato di emergenza
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: sempre al fianco di alfredo cospito 15 giugno 2026
Sempre al fianco di Alfredo Cospito
Sara e Sandro, non vi dimenticheremo mai
Spoleto, 15 giugno 2026
Lunedì 15 giugno si terrà a Spoleto un’udienza del processo che vede sul banco
degli imputati alcuni tra coloro che scesero in piazza il 1º novembre 2022,
accusati di aver partecipato a un corteo spontaneo che attraversò alcune vie del
centro storico a seguito del presidio fuori dal carcere cittadino in solidarietà
con il compagno anarchico Alfredo Cospito, allora al dodicesimo giorno del suo
lungo sciopero della fame contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Un episodio
senz’altro marginale, ma che rappresenta ancora una volta un’occasione per
manifestare contro la detenzione del nostro compagno in questo regime di
annientamento: è necessario tornare a mobilitarci contro l’estensione indefinita
di questo trattamento vendicativo contro un prigioniero che non riescono a
piegare.
Una giornata che assume un valore particolarmente significativo in quanto si
tratta della prima volta in cui si svolgerà un’udienza di un processo nel quale
è imputata la nostra compagna Sara Ardizzone, morta tra il 19 e il 20 marzo
insieme al compagno Alessandro Mercogliano nell’incidente avvenuto
verosimilmente nel corso di una azione rivoluzionaria che stavano preparando.
Ricorderemo Sara con la postura che la compagna ha sempre tenuto di fronte alle
ingiustizie e agli inquisitori che si ergono a garanzia della loro
perpetrazione.
Mentre le tensioni internazionali ci trascinano sempre più rapidamente
nell’abisso di un conflitto bellico su scala mondiale, con l’Italia – elmetto in
testa – schierata al fianco della NATO, degli USA e dei sionisti su tutti i
fronti, è bene ricordare come la repressione sia da sempre l’espressione più
eloquente della guerra sul fronte interno, dove lo Stato e i padroni fanno di
tutto per combattere i rivoluzionari e le classi oppresse. Porteremo con noi il
ricordo dolce e l’esempio luminoso di chi è caduto combattendo per la sola
guerra che è giusto combattere: quella contro ogni Stato, a partire dal nostro.
Pace fra gli oppressi, guerra agli oppressori!
Sabotiamo il fronte interno supportando i prigionieri della guerra sociale!
Il 41 bis è un carcere di guerra. Vogliamo Alfredo Cospito fuori dal 41 bis!
Sara e Sandro, non vi dimenticheremo mai.
Ci vediamo lunedì 15 giugno 2026 a Spoleto per una presenza nei pressi del
tribunale. Appuntamento in piazza Pianciani alle ore 08:30.
È con grande piacere ed emozione che riceviamo e diffondiamo questa trascrizione
della deposizione di Alfredo Cospito al tribunale di Bologna dello scorso 18
maggio. Parole intelligenti e acuminate oltre che toccanti, che ci forniscono
molti spunti di riflessione: sulla natura del regime carcerario 41-bis, sulla
minaccia che esso rappresenta per tutti i movimenti di opposizione, sulla
capacità delle lotte di sventare gli attacchi del nemico e rispedirli al
mittente…
Come in precedenti occasioni, ci sembra il caso che queste parole restino a
lungo visibili sul nostro sito, così da ridare il più possibile al compagno
Alfredo Cospito la voce che gli è stata tolta.
L’ultima volta che Alfredo aveva potuto parlare era stato durante un’udienza
dell’Operazione Sibilla. La sua presa di parola è leggibile qui:
https://ilrovescio.info/2025/01/19/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-parole-vive-dalludienza-preliminare-dellop-sibilla/
(vi si trova, insieme a quelle di altri compagni, anche l’ormai celebre
dichiarazione della compagna Sara Ardizzone).
Solidarietà ad Alfredo Cospito! Fuori Alfredo dal 41-bis!
Qui in pdf: la parola ad alfredo!
LA PAROLA AD ALFREDO!
Trascrizione della testimonianza
Bologna, 18 maggio 2026
In occasione della seconda udienza del processo a carico di sei compagnx,
imputati per una serie di episodi inerenti la mobilitazione contro il 41 bis e
l’ergastolo, tra i testimoni della difesa è stato ascoltato Alfredo Cospito, in
video collegamento dal carcere di Bancali.
Per poter rendere meglio leggibili le preziose parole di Alfredo e poterle
diffondere anche fuori da quell’aula, abbiamo ridotto al minimo tutti gli
interventi dellx altrx interlocutorx.
Anarchicx
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Alfredo inizia con la richiesta che gli venga ridato il foglio con i suoi
appunti sequestratogli dai secondini prima di entrare in collegamento. La
giudice, dopo aver chiesto al secondino se il sequestro fosse dovuto a
disposizioni interne connesse al suo trattamento carcerario e ottenendo in
risposta un imbarazzante silenzio, accoglie la richiesta di Alfredo e chiede
alla guardia in questione di farglielo riavere trattandosi di suoi appunti per
la testimonianza. Di fatto però gli appunti non gli verranno ridati.
L’avvocato dei compagnx imputatx spiega ad Alfredo che è stato indicato come
testimone della difesa in questo processo, poiché le sue condizioni detentive e
la sua protesta hanno creato un acceso dibattito pubblico e i fatti contestati
aglx imputatx attengono a manifestazioni di vicinanza e solidarietà nei suoi
confronti. Pertanto gli farà alcune domande relative appunto alla sua condizione
detentiva e allo sciopero della fame da lui intrapreso.
Da quanto tempo è detenuto e in quale regime?
Sono detenuto dal 2011 ma sono quattro anni, scattati proprio adesso, di 41 bis.
Diciamo che nella mia vita ho fatto varie forme di carcere, dal carcere normale,
all’Alta Sicurezza. Il 41 bis è l’ “abiettizzazione” del carcere, qui ne ho
visto l’essenza stessa, con il tentativo di annientare l’individuo tagliando
ogni tipo di comunicazione.
Nell’Alta Sicurezza sono stato a Ferrara e poi a Terni.
Nel 2022 vengo direttamente trasferito qui a Sassari, in 41 bis.
Decide in quel momento di intraprendere lo sciopero della fame? Per quale
motivo?
Certo, quasi immediatamente.
Per spiegare le mie motivazioni, innanzitutto vorrei dire una cosa, secondo me,
inerente alla domanda che mi ha fatto. In questo momento per me è abbastanza
emozionante essere qui, perché l’ultima volta che mi hanno tolto la mordacchia,
la benda, è stato un anno e mezzo fa, quando ho potuto vedere delle facce amiche
di compagni, perché qui l’isolamento è costante. Un anno e mezzo fa da quella
parte c’era Sara e c’era Sandrone, che sono morti, e proprio questo isolamento
non mi permette neanche di dare la mia solidarietà a tutti quei compagni che
amavano Sandrone e Sara quindi do tutta la mia solidarietà a questi compagni. È
l’unico modo, per esempio, che ho di esternare questo, perché qui l’isolamento è
totale, assolutamente totale. Per esempio nel 41 bis ci sono delle sezioni di
quattro persone, di quattro celle isolate. Ci sono persone che hanno ergastoli
ostativi qui dentro che, per anni e anni, non vedono più l’erba, un albero, è
realmente una cosa abbastanza traumatizzante, ma la cosa che mi ha fatto
veramente iniziare lo sciopero della fame è che questa specie di stato di
eccezione che è il 41bis sta diventando veramente regola… uno strumento nelle
mani dello Stato. Per capire perché ho iniziato lo sciopero della fame, bisogna
capire, avere una minima idea di cos’è questo sistema carcerario.
Per farvi un’idea: in questo momento, soltanto per venire in questa cella ho
dovuto attraversare dei corridoi, come nel Miglio Verde, dove c’è la guardia che
urla “Uomo morto che cammina”. La stessa cosa è qui, mentre cammino nel
corridoio che è nello sprofondo, sotto il livello della terra, le guardie che
stanno affianco a te urlano “Prima, seconda..” perché tu mentre attraversi il
corridoio non devi vedere nessun essere umano, nessuno ti deve parlare. Ci sono
sezioni di un isolamento mai viste in vita mia, in tutta l’esperienza carceraria
che ho fatto. Ogni sezione è di quattro sole celle e tu puoi avere rapporti
soltanto con quattro persone quando vai all’aria. L’aria è una vasca di cemento
con delle sbarre di ferro che non vedi neanche il cielo. Di solito le persone
che sono al 41 bis dopo tanti anni sono delle persone alienate, non hanno più
voglia di parlare, neanche più escono dalla prigione. La cosa che mi ha
veramente colpito e mi ha portato a fare lo sciopero è vedere le persone qui
dentro per le quali veramente l’ergastolo è ergastolo. Sono persone che da
vent’anni, qui dentro, davvero non hanno mai visto un albero, non hanno mai
visto un filo di erba. È una sensazione realmente terrificante, la censura è
totale; nel mio caso la censura, il senso del 41 bis, è proprio non farti
parlare, non farti scrivere e neanche leggere. Ovviamente devo fare processi e
processi per avere un libro. Addirittura per sentire la musica ci ho messo due
anni ad ottenere, attraverso dei processi, la possibilità di avere un lettore
cd. La musica che ascolto tentano di bloccarmela perché dicono che è contro il
patriarcato, che sono canzoni che esaltano il femminismo quindi fanno ricorsi e
ricorsi per non farmi ascoltare musica o farmi leggere libri.
Senta, quanto è durato il suo sciopero della fame?
Credo il mio sciopero della fame sia durato mesi, esattamente centosessanta
giorni [in realtà è durato dal 20 ottobre 2022 al 19 aprile 2023, quindi circa
centottanta giorni].
Dopo un bel po’ sono stato portato a Opera, per le mie condizioni di salute,
perché lì c’è un reparto medico. Lì mi sono reso conto della situazione. Era
pieno di persone anziane, quasi tutte con l’Alzheimer che non si ricordavano
neanche chi erano o dove si trovavano, tutte in 41 bis, che andavano in giro con
la carrozzella, con il catetere, si pisciavano e cagavano addosso.
Però capiamoci, se volete realmente sapere le motivazioni dello sciopero io
avevo addosso la quasi certezza dell’ergastolo ostativo e grazie alle
manifestazioni dei compagni fuori e alla loro mobilitazione in qualche modo sono
stati costretti a togliermelo, perché era veramente assurdo.
Mi avevano dato l’ergastolo per una serie di attentati dimostrativi.
La cosa che mi ha più motivato e mi ha fatto rischiare la vita sino quasi alla
fine è stato che loro vogliono estendere e rendere questo stato di eccezione una
regola. La militarizzazione in questo periodo di guerra veramente si vede in
modo lampante qui e la volevano estendere oltre. Già ci sono dei compagni delle
Brigate Rosse, tre compagni al 41, però volevano estenderlo al movimento e hanno
iniziato con me, con l’anarchico, perché è più facile poi, una volta che mettono
me, iniziare ad allargare. Quindi, mi sono detto, “È sopravvivenza”, ho cercato
di bloccare questo processo che era iniziato e in quel momento lì mi è sembrato
si fosse bloccato, effettivamente lo è.
Adesso il 41bis rimane con le restrizioni che ha, però ultimamente ho visto
aumentare il numero delle persone che entrano qua dentro per motivi anche
abbastanza futili, ho visto persone entrare perché avevano nell’Alta Sicurezza
il telefonino o… non ci sono più quei “boss” che c’erano prima.
Successivamente allo sciopero della fame, ha potuto notare un ulteriore
irrigidimento nelle condizioni detentive?
Allora secondo me ci sono state sicuramente delle ritorsioni. Però durante il
periodo dello sciopero queste ritorsioni si erano allentate. La posta mi
arrivava a frotte, ma lì dipende all’attenzione dei media.
Ci sono stati tanti fenomeni all’interno del 41 bis che ho notato, legati anche
alla mia lotta.
La prima cosa di cui mi sono reso conto è l’influenza che questo governo,
attraverso Delmastro, ha avuto rispetto sia alla volontà del DAP che alla
direzione del carcere. Per esempio sapendo che dovevano venire dei parlamentari
a incontrarmi, nella loro ottica miseramente politica, per usare il 41bis come
loro strumento, qualche giorno prima che questi parlamentari arrivassero mi
hanno trasferito in un’altra sezione dove c’erano dei boss, così poi potevano
rinfacciarmi questa cosa, perché dove stavo prima io c’erano persone che avevano
una caratura molto molto minore.
Poi grazie all’aver incontrato questi personaggi – tra i primi ad entrare al
41bis – mi sono reso conto che il 41bis, almeno agli inizi, non è servito tanto
per non far comunicare i prigionieri con l’esterno, ma per zittire quelle
persone che hanno avuto rapporti con lo Stato italiano in passato, con cui hanno
fatto accordi, accordi che sono stati spesso non rispettati e adesso li hanno
seppelliti qui dentro per non farli parlare.
Ho iniziato lo sciopero della fame quando mi sono reso conto del meccanismo
assurdo in cui mi trovavo che, oltre ad essere liberticida, usa le persone come
strumenti politici per dare addosso a una corrente o all’altra… insomma il
motivo è questo.
Vorrei chiederle se lei attualmente riceve lettere o può scrivere lettere.
In questo momento non ricevo più lettere. Una volta mi venivano notificate,
sequestrate e non date, adesso invece non mi vengono neanche più notificate,
spariscono. Sono certo che arrivano ma non… eh, sono tipo mesi che non ne
ricevo. Adesso ne ho ricevuta una dell’altro anno, dicembre del 2025.
Per quanto riguarda la possibilità di lettura, lei ha fatto delle richieste e le
sono stati negati dei libri, anche quelli indicati nella lista da cui potrebbe
attingere?
Questo, diciamo, è un fatto che io conosco perché è stato reso pubblico.
Ecco questo non lo sapevo grazie… perché l’isolamento qui dentro è notevole.
Sì i libri ultimamente mi vengono bloccati.
Allora vi spiego, qui c’è la possibilità di avere libri dalla biblioteca, la
piccola biblioteca di sezione del 41bis, quelli mi vengono dati.
Poi, dopo qualche anno, sono riuscito a ottenere anche la possibilità di
usufruire della biblioteca centrale del carcere. Ho avuto due volte libri da
questa biblioteca, dopodiché le mie domande non sono state più soddisfatte, sono
state ignorate, infatti ho fatto causa.
Quando compro dei libri ogni tanto mi vengono bloccati, ad esempio ultimamente
mi hanno bloccato un libro sulla meccanica quantistica, uno sulle sette eretiche
dell’inizio del cristianesimo. Sembrano delle ripicche, però fanno da
scarica-barile: il comandante dice che la colpa è della direttrice, la
direttrice probabilmente dirà che è il DAP, quindi non si sa. Posso dire che
secondo me chiaramente sono ritorsioni, posso dire che non hanno voglia di
comprarli, però in realtà i libri qui vengono comprati. L’obiettivo è quello di
sfiancarti, di isolarti totalmente, hanno iniziato col tagliarmi totalmente
qualunque tipo di comunicazione con l’esterno e adesso addirittura cercano di
impedirti di leggere libri. Devi stare lì davanti al televisore come un idiota
24 ore su 24 o usufruire dei libri della biblioteca che sono pochissimi. Anche
quando chiedi qualcosa al tribunale di sorveglianza, che poi alla fine dopo
tanto, un anno o due riesci a ottenere, certe volte non vengono neanche
rispettate le cose del tribunale. Ho dovuto lottare quattro anni per ottenere
l’abbonamento a “Le Scienze”. Però questo è parte di quel meccanismo di
isolamento che per me è importante, è fondamentale rispetto a questo tipo di
carcerazione che ha come obiettivo la tortura.
Qui dentro le persone sono messe semplicemente per farle parlare quindi devono
essere torturate in questo modo qui, è una cosa che è riconosciuta anche
dall’Unione Europea a quanto pare.
Sono delle leggi speciali fatte in un determinato periodo che adesso stanno
diventando regola. E la motivazione è che in determinati momenti una democrazia
tenderà a diventare più democratura perché queste leggi stanno iniziando ad
essere adottate. L’hanno messa nei miei confronti, l’hanno messa in passato nei
confronti dei compagni delle BR, poi inizieranno a portare quelli dell’Alta
Sicurezza qui, stanno iniziando a costruire carceri in Sardegna, Sardegna già
militarizzata, vogliono costruire altri 41. Quindi è come un cancro all’interno.
Anche gli stessi giuristi, io non credo a quel tipo di… però anche gli stessi
giuristi lo dicono che il 41bis è un’anomalia che sta dirompendo. E il mio
sciopero della fame è stato un modo di attirare l’attenzione. Mi dispiace che
molti compagni adesso stanno scontando e rischiano mesi e mesi di galera, anni
di galera, però penso realmente ne valga la pena rispetto a quello che lo Stato
sta facendo, è un punto veramente importante perché è un’arma micidiale in mano
ad uno Stato. Qui dentro per esempio la foglia di fico della Costituzione, della
democrazia di diritto, non esiste. Qui cos’è la democrazia, è chiaro, lampante,
è una questione di forza, il più forte vince su quello più debole. Qui non hai
diritti, hai soltanto proibizioni e anche quei pochi diritti che hai non vengono
neanche rispettati perché si attaccano alla burocrazia…
Per esempio adesso per vietarmi la lettura dei libri si stanno inventando che
devono controllare i libri, ma sono i libri che vanno a comprare loro, perché
qui libri per posta non se ne possono ricevere, quindi sanno benissimo che i
libri che comprano loro stessi in libreria non hanno messaggi dentro,
semplicemente serve a fiaccare. Poi chiaramente c’è uno scontro tra me e
l’istituzione, il DAP e anche questo governo che chiaramente fa in modo che ci
siano delle ritorsioni, delle pressioni… Questo governo e sicuramente quello che
viene dopo, perché nessuno mette in discussione il 41, perché è fondamentale.
Scusate la confusione però non avendo il foglio… che dopo un po’ il 41 ti
rincoglionisce, perché l’isolamento dopo un po’… parli sempre delle stesse cose…
Lei ha percepito che le manifestazioni di solidarietà dall’esterno abbiano
portato in qualche modo un contributo anche all’interno e anche alla sua
condizione?
Sì, nel mio caso posso dire tranquillamente che mi ha salvato la vita. Adesso ho
un fine pena che sarà quando avrò 72 anni. Se non c’era tutta quella pressione
fuori mi avrebbero tranquillamente confermato l’ergastolo ostativo che era una
roba assolutamente certa, l’attenzione ha fatto in modo che non potessero
giocare così sporco. La situazione dentro il carcere è rimasta esattamente la
stessa, però va bene, non è che me ne lamento, nel senso qui comunque ho deciso
di combattere anche per gli altri che stanno qui dentro che non hanno voce, che
non riescono neanche a esprimere dei concetti. La vita di un prigioniero
anarchico è sempre quella di cercare di cambiare le cose anche per gli altri e
io non faccio distinzioni tra un mafioso o uno spacciatore… per me un
prigioniero è un prigioniero. Quindi secondo me è un problema che riguarda un
po’ tutti perché, se questa cosa si estende, l’obiettivo è usarla poi quando
servirà, per reprimere i movimenti sociali, questo è talmente lampante.
E comunque saluto tutti i compagni che mi stanno vicino.
Attualmente le è stato riconfermato il 41 bis. Come si sente e che tipo di
comunicazione a riguardo ha ricevuto e rispetto al fuori, che notizie – anche
tramite quotidiani o altro – è riuscito a ricevere?
La cosa strana è che il 41 mi è stato riconfermato con un mappazzo di quasi
novanta fogli, anche ai “super boss” di solito lo riconfermano con due
paginette. Qui sono tutti sorpresi perché è la più grande riconferma della
storia del 41bis, neanche a Totò Riina hanno fatto ottanta pagine… Praticamente
lo Stato italiano mi ha aggiornato con questi fogli di tutte le lotte che ci son
state nel mondo di cui non sapevo niente. Perché lo scopo del 41bis è
l’isolamento, mentre invece grazie a Piantedosi, a Nordio c’è proprio un
aggiornamento fitto di tutte le azioni successe, in Indonesia, la solidarietà
data me… un po’ tutto, il compagno in Grecia che è morto, a cui do la
solidarietà, come a tutti i compagni greci. Cose di cui qui dentro ero
assolutamente all’oscuro.
Questo per far capire le contraddizioni di questo sistema. Nel mio caso, invece
di isolarmi dal contesto, in qualche modo mi hanno reso ancor più pericoloso,
credo, rispetto al sistema. Hanno esaltato la mia figura, mi hanno fatto da
cassa di risonanza. Perché quando stavo in AS avevo i contatti con i compagni
però non avevo un’influenza così forte. Da quando sono al 41bis invece… beh
questa è una cosa buona del 41, le mie parole comunque poi sono girate di più,
quindi nel mio caso c’è un po’ questo paradosso. Paradosso che è addirittura
scritto nei fogli che ho letto. L’ultima volta che avevano discusso il 41
avevano dato pareri positivi perché uscissi, dopo è stato riconfermato secondo
me come ritorsione e adesso che le mie parole girano dicono che ho un’influenza
maggiore, non so loro cosa intendono con influenza rispetto agli anarchici dato
che noi ragioniamo individualmente… comunque dicono che ho un’influenza maggiore
quindi anche se prima non ero pericoloso adesso il 41 mi ha reso pericoloso…
insomma il cane che si morde la coda.
Comunque rispetto a tutti quelli che sono al 41 adesso e anche in passato, ho
avuto il più grande fascicolo informativo mai visto, l’ha detto sia chi me l’ha
consegnato, sia gli altri detenuti con cui ho parlato, sia gli avvocati. È una
cosa abbastanza indicativa di quello che è diventato il 41, una specie di
involucro vuoto che non sanno neanche più a cosa serve… Serve, sì, serve come
un’arma a disposizione quando le condizioni sociali muteranno e allora potranno
censurare qualunque tipo di dissenso. Perché nel mio caso è indubbio che sto qui
dentro semplicemente per quello che dico, non per quello che faccio, quindi per
le mie parole.
Riceviamo e diffondiamo questo testo che prende parola sulla vicenda
dell’Electrolux. A seguito di un confronto con noi, chi ha scritto il testo ci
tiene a specificare che gli scioperi operai del marzo 2020 sono citati solo come
esempio di autorganizzazione diretta. Che cosa li ha motivati e a cosa hanno
portato dovrebbe essere oggetto di un’analisi e una discussione a sé
(all’interno di una riflessione sulla vicenda del Covid che evidentemente non
abbiamo ancora finito di sviscerare) che non può certo essere fatta in questa
sede.
PARLARE DI LAVORO È PARLARE DI UN RICATTO: da quando il capitalismo ci ha
private dell’autonomia e della capacità di vivere in sinergia con la madre
Terra, tutto ciò che ci serve è diventato a pagamento (cibo, cure, abitazione,
vestiario, cultura, spostamenti…) e per soddisfare questo ricatto tocca
sottomettersi al salario. Chi mai, davvero, può considerare “nobilitante” fare
tutto il giorno, per tutti i giorni della propria vita, la stessa cosa?!
PARLARE DI GOVERNO È PARLARE DI OPPRESSIONE: i politici che ci promettono
benessere, pace, giustizia, sono solo dei bugiardi che sfruttano la nostra
rassegnazione (talvolta la buona fede) per diventare potenti e fare i loro
interessi. Che gentaglia del genere si presenti, in casi di “emergenza sociale”
come paladini del bene delle lavoratrici, fa semplicemente vomitare. Che uno
come Zattini, cioè un seguace di Salvini, uno dei più viscidi e assassini
politici anti-poveri e anti-operai, si proponga come solidale è assurdo e
schifoso.
PARLARE DI CASAPOUND È PARLARE DI FASCISTI: il fascismo nasce come braccio
armato (e impunito) degli agrari, degli industriali, del clero; suo principale,
se non unico obiettivo, schiacciare le spinte di emancipazione della classe
operaia e contadina (bruciare case del popolo, pestare e ammazzare sindacalisti:
le principali occupazioni). Che un partito come CasaPound porti solidarietà ai
lavoratori è, oltre che vomitevole, falso sotto tutti i punti di vista.
PARLARE DI PARTITI DI OPPOSIZIONE È PARLARE DI UN TEATRINO: se adesso al
governo, locale come nazionale, c’è una melma di reazionari, bigotti, fascisti e
razzisti, ciò non significa che “dall’altra parte” vi siano delle brave persone.
Il Partito Democratico e i suoi sottoinsiemi non sono altro che il volto
sorridente di Confindustria. Le sfruttate non hanno “santi in paradiso”, non
hanno “governi amici”. Hanno solo l’unità e la solidarietà come armi.
PARLARE DI SINDACATI CONFEDERALI È PARLARE DI TRADIMENTO: se il sindacato alla
sua nascita, cent’anni e passa or sono, era un organismo conflittuale, da
decenni, in Italia, CGIL, CISL e UIL non sono altro che le stampelle dei padroni
delle fabbriche, funzionari stipendiati per arginare la reale conflittualità,
per “strappare” dei contentini e fare sì che il calderone della rabbia non
esploda mai davvero, e via di cassa integrazione, licenziamenti concordati etc.
PARLARE DI RICONVERSIONE INDUSTRIALE È PARLARE DI GUERRA: se invece di produrre
cucine, o laminati, ci proponessero di costruire materiale bellico, accetteremmo
di sfamare “la nostra famiglia” contribuendo a produrre le armi che maciullano
persone e città in altre parti del mondo!? Questo sta già accadendo al settore
“dell’automotive” che sta venendo riconvertito al bellico. Per quanto
giustificheremo la complicità in massacri e genocidi con la scusa di “portare a
casa il pane”!?
PARLARE DEL CASO ELECTROLUX È PARLARE DI TUTTO QUESTO, E DI MOLTO ALTRO!
PARLARE DI LAVORO È METTERE LE MANI IN UNA CONTRADDIZIONE ENORME: lavorare fa
schifo e il lavoro ti uccide, sia che ce l’hai sia che non ce l’hai (lo sanno
bene all’ILVA di Taranto e lo sanno bene i 3 morti sul lavoro al giorno in
Italia) ma fintanto che non avremo nel cuore e nella testa l’orizzonte di un
modo altro di vivere e sopravvivere, lottare sul posto di lavoro, lottare in
autogestione, solidale con i propri compagni (senza divisioni razziste, che
fanno il gioco dei padroni), senza deleghe agli “specialisti”, non può che
essere un valido strumento per sentire che non è tutto perduto, che con l’unione
tra sfruttate si può vincere l’arroganza degli sfruttatori, che la dignità ha un
valore che non ha prezzo e ci spinge a cercare sempre più e sempre meglio di non
farci mettere i piedi in testa, di essere libere.
Gli scioperi spontanei del periodo Covid, scioperi organizzati dalle
lavoratrici, senza che i sindacati muovessero un dito, sono un bell’esempio,
anche a Forlì, proprio all’Electrolux, di quello di cui scriviamo.
SOLIDARIETÀ A CHI LOTTA!
PER LA DISTRUZIONE DEL LAVORO SALARIATO E DELLE FABBRICHE, E PER FARLO ASSIEME,
COSTRUENDO UN’ALTERNATIVA DI MUTUO APPOGGIO CHE CI FACCIA VIVERE BENE TUTTE,
SENZA IL RICATTO DELLA SVEGLIA E DELLA BOLLETTA.
IN UNA PAROLA: PER LA RIVOLUZIONE!
Alcunx Anarchicx da sempre e per sempre contro il lavoro salariato
La scorsa domenica 25 maggio una prigioniera di 21 anni è stata ritrovata
impiccata in una cella del carcere trentino di Spini di Gardolo. Soccorsa dalle
guardie, a quel che sembra, soltanto dopo un’ora dalla scoperta, muore il giorno
successivo all’Ospedale Santa Chiara. Immediata la reazione di compagni e
compagne, che già nella serata di domenica fanno un primo saluto al carcere di
Spini. Si saprà nei giorni successivi che la ragazza si chiamava Abrar Jarrar,
era originaria del cremonese ed era stata trasferita dal carcere di Montorio
Veronese. Una vicenda straziante, che per una volta sembra squarciare il velo di
indifferenza sul carcere. Da parte nostra, siamo tornati altre due volte sotto
il muro di Spini e abbiamo sollevato la vicenda in città, sia con un
volantinaggio/speakeraggio a partire dalla via del Tribunale di sorveglianza
effettuato giovedì, sia con uno striscione e interventi per Abrar al corteo
contro la guerra chiamato dai sindacati di base in occasione dello sciopero
generale di venerdì 29 maggio. Mentre la vicenda, per una volta, fa discutere di
carcere in città, la madre di Abrar solleva pesanti interrogativi sulla versione
ufficiale, dichiarando di non credere che la figlia si sia suicidata.
Seguiranno aggiornamenti.
Nell’immagine, una scultura realizzata da Abrar quand’era a Montorio.
Di seguito il volantino distribuito in città.
Il carcere di Spini ha ucciso una ragazza di 21 anni
non serve un dizionario per capire cos’è un penitenziario / è solo che non lo
comprendo il vostro sistema carcerario / non è mancanza d’affetto che mi ha
portato qui dentro / è solo che lo Stato non mi ha apprezzato / ci danno dei
criminali abbiamo preso dagli sbirri infami / in 36 imputati ci hanno tutti
inculati / il giudice vuole interrogarmi per infamarli / te lo dico chiaro
preferisco amarli
[“Rich”, canzone scritta da Abrar Jarrar]
Domenica 24 maggio si è diffusa la notizia che una ragazza si era impiccata nel
carcere di Spini di Gardolo. Già in serata trapelava che le sue condizioni
fossero disperate e si parlava di “morte cerebrale”. Dal poco che hanno
riportato i giornali nei giorni seguenti si sa che Abrar Jarrar avrebbe compiuto
a breve 22 anni, che era stata trasferita a febbraio a Trento dal carcere di
Verona, che proveniva dalla Lombardia, che le rimanevano da scontare cinque anni
e che aveva iniziato a frequentare un corso di gelateria in carcere. I secondini
fanno sapere che aveva manifestato «una certa indole ribelle» e che era
attenzionata per la possibilità che tentasse il suicidio.
Il giorno prima la Casa Circondariale di Trento aveva ospitato un incontro del
Festival dell’Economia con relatore in videoconferenza il ministro della
Giustizia Carlo Nordio, che nell’occasione ha avuto la faccia tosta di affermare
che non esiste un «rapporto di causa-effetto» tra sovraffollamento e sucidi,
rallegrandosi che i sucidi nel 2025 sono stati meno che nel 2024 (76 invece di
83).
Quello di domenica è almeno il 25esimo suicidio in carcere in Italia dall’inizio
dell’anno e il secondo a Spini nel giro di cinque anni – le statistiche
ufficiali, infatti, non contano chi muore in ospedale dopo un tentativo di
suicidio.
Non sappiamo la dinamica esatta di quanto successo, ma tanti episodi simili
degli anni scorsi e l’esperienza di chi in carcere ci è stato ci fanno
concludere che, se è stata lei a mettersi il cappio al collo, è stato tutto il
sistema carcerario a fabbricare la corda e a stringere il nodo.
Nel 2023 Indira – a cui avevano negato il trasferimento in un carcere più vicino
alla famiglia – era stata lasciata morire dalle guardie, che hanno atteso prima
di chiamare i soccorsi.
Ed è notorio che la magistratura di sorveglianza di Trento – che decide su
permessi, riduzioni della pena, accesso alle misure alternative – nega
sistematicamente ogni richiesta dei detenuti e delle detenute.
A Spini la percentuale di consumo di psicofarmaci è tra le più alte in Italia,
sono frequentissimi gli atti di autolesionismo (quasi sempre quale forma di
protesta) e come in tutte le carceri sono giornaliere le angherie e i soprusi
dei secondini.
Ogni morto in carcere è un morto di carcere, la cui responsabilità è tutta di
chi mette e tiene in carcere le persone: magistrati e secondini.
Nei giorni scorsi abbiamo portato solidarietà fuori dal carcere ai detenuti e
alle detenute, per fare sapere la notizia di quanto accaduto alle sezioni dove
non si sapeva e non far sentire solo/a chi invece ne era al corrente.
La risposta, sia al maschile che al femminile è stata calorosa, rendendo chiaro
che per tanti reclusi la morte di una compagna di prigionia non passa come se
niente fosse e che “solidarietà” è ancora una parola con un significato.
Ora portiamo la notizia in città e davanti al Tribunale di Sorveglianza, perché
questo fatto non deve passare in silenzio come una “tragica fatalità” ma si deve
sapere chi è responsabile di questa morte, come della sofferenza quotidiana che
lo Stato elargisce dietro le mura di Spini.
29/05/26
Anarchiche e anarchici
Qui in pdf: Il carcere di Spini ha ucciso una ragazza di 21 anni MODIFICATO
Pubblichiamo la dichiarazione che Daniela Klette ha pronunciato davanti al
tribunale di Verden il 12 maggio scorso (il titolo, che riprende un passaggio
della sua arringa, è nostro). Nelle sue parole, la coerenza di una vita intera
dedicata alla lotta, in cui l’impegno internazionalista della “generazione
Vietnam” risuona con grande forza (e con un’esemplare modestia) nei compiti a
cui si trova confrontata la “generazione Gaza”. Daniela libera!
Qui in pdf: Dichiarazione Klette
Non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme
(dichiarazione di Daniela Klette al tribunale di Verden)
La presunta ex militante della RAF Daniela Klette ha tenuto il 12 maggio 2026
davanti al Tribunale di Verden la sua arringa finale nel processo per 13 rapine
a furgoni portavalori e uffici cassa di supermercati, che avrebbe commesso
durante la sua vita nella clandestinità insieme ai suoi coimputati ancora
ricercati Burkhard Garweg ed Ernst-Volker Staub. L’arringa, originariamente
scritta a mano, viene qui pubblicata integralmente in una versione
editorialmente leggermente rivista. (junge Welt)
Ora questo primo lungo processo contro di me volge al termine. Nel corso del
procedimento si è confermata la valutazione che c’è stata fin dall’inizio. Ed è
diventato fin troppo chiaro: l’indagine e il processo sono determinati
politicamente. Si tratta di imporre a tutti i costi il dominio e la
sottomissione. La procura lo ha sottolineato ancora una volta con la sua
requisitoria. Non si tratta di singoli atti né tanto meno di me, ma di
delegittimare una storia di resistenza radicale di sinistra e punirla in modo
esemplare.
Ringrazio tutti coloro che mi sono stati solidali, qui nell’aula, dall’esterno,
davanti alle mura del carcere, con lettere, cartoline e pensieri. E anche il mio
avvocato Ulrich von Klinggräff, che purtroppo si è ammalato gravemente e quindi
non può più essere qui. A tutti loro e alla parte del pubblico che se ne
interessa, è rivolto ciò che dirò oggi.
Vorrei dire qualcosa in breve sulla mia storia, che è anche la storia di tante
altre compagne e compagni. Molti di coloro che mi hanno scritto sono così
giovani che non hanno vissuto il periodo dai primi anni Settanta fino agli anni
Novanta nella Germania Ovest. Oppure sono cresciuti nella Germania Est o in
altre parti del mondo. Ho scritto questo senza pretesa di completezza, ma spero
che da quanto detto diventi chiaro perché difendo la ricerca di un mondo
migliore, in cui capitalismo, razzismo e patriarcato siano superati, e la lotta
per esso.
E perché difendo anche il diritto di costruirsi e mantenere una vita nella
clandestinità, anche quando si tratta “solo” di sottrarsi alla repressione dello
Stato. Questo è del tutto indipendente dal fatto che per me quest’ultima
situazione è finita da più di due anni. Per questo è compito mio fare tutto ciò,
per quanto possibile, da qui.
Da adolescente sentivo che una vita secondo le regole capitalistiche è
distruttiva. Gli esseri umani sono esseri sociali e orientati alla cooperazione.
Ma la sottomissione alle costrizioni prodotte dal capitalismo, dell’isolamento
attraverso la competizione, attacca questo aspetto e crea estraneità e distanza
reciproca. Doversi far funzionare senza chiedersi per cosa, e l’inseguire per
corrispondere a immagini e norme prodotte da questo sistema, crea distanza da se
stessi.
Naturalmente non avevo ancora un concetto né una spiegazione precisa per questo.
Ma mi sentivo logorata dalla pressione e dallo sconforto che tutto ciò generava,
e la mia opposizione cresceva. Per questo fui presto turbata da domande su
un’altra vita, che doveva pur essere possibile.
Questo accadeva anche se a casa ebbi grande fortuna. I miei genitori erano
persone aperte. Mia madre lo è sempre stata, credo. Mio padre, che da ragazzo
entrò nella Gioventù hitleriana e da adolescente combatté nella guerra dalla
parte dei nazisti, dopo il 1945 si confrontò intensamente con i crimini del
nazionalsocialismo e ne trasse le conseguenze per sé. Entrambi volevano
trasmettere ai loro figli valori umani. Così potevo avere amiche e amici da ogni
dove, sia per quanto riguarda i paesi, il colore della pelle, sia la posizione
sociale.
All’inizio del periodo della migrazione per lavoro, alcuni di loro venivano da
Spagna, Italia, Portogallo. Attraverso il contatto con queste amiche e amici
ebbi la possibilità di conoscere diversi modi di vivere. Era qualcosa di
speciale. Solo una delle mie compagne e compagni di scuola poteva uscire con noi
per strada.
Come ovunque, anche nel nostro quartiere erano diffuse posizioni razziste nei
confronti dei migranti. Così i miei genitori dovettero resistere alle critiche
di insegnanti che osservavano preoccupati le mie “relazioni”. Notai anche quanto
fosse respingente ed escludente il comportamento verso i lavoratori immigrati.
Vidi container in cui lavoratori edili turchi dovevano vivere ammassati in
molti, per poi spezzarsi le ossa nel duro lavoro. Dovevano farsi sfruttare al
massimo al lavoro, ma non dovevano assolutamente diventare una parte paritaria
di questa società. Anche queste ingiustizie mi facevano arrabbiare.
A scuola non si trattava di stare insieme, no, ci volevano inculcare che si
trattava sempre di “essere migliori”, migliori della migliore amica. E di stare
al passo per poter raggiungere una carriera che permettesse di partecipare al
consumo ritenuto desiderabile. Un consumo che non è orientato ai bisogni reali,
ma per il quale i bisogni vengono artificialmente creati per aumentare i
profitti delle aziende.
Ancora oggi è così che ti viene fatto credere che non conta come sei, ma cosa
hai, come appari e cosa realizzi. Per il profitto crescente del capitale, che
determina qui il tuo valore. Allora mi chiedevo spesso cosa ci fosse di
sbagliato in me, perché non sentivo alcuna attrazione nel tenere il passo. Al
contrario, ogni tentativo di sottomettermi a questo mi toglieva ogni energia da
tutte le fibre.
L’essere abbattuta da questo si risolse solo quando mi riunii con amiche della
sinistra spontaneista e non dogmatica. Ci confrontammo con testi del Collettivo
Socialista dei Pazienti, come ad esempio il libro Trasformare la malattia in
un’arma, che mi impressionò molto.
Attraverso questi confronti imparai che alla base del mio smarrimento non c’era
un problema individuale, ma era dovuto alle condizioni sociali. Capire questo
aprì ancora di più gli occhi sull’ingiustizia che ci circondava. Lo sfruttamento
e l’oppressione imperialista brutale in molte parti del mondo e le guerre che
partivano dai ricchi paesi capitalisti.
Non volevo assolutamente diventare complice. Divenni convinta che nel
superamento di queste condizioni risieda la speranza di una vita libera e
dignitosa per tutti, che è necessario conquistare.
Questa convinzione non mi ha mai più abbandonato. Perché ogni decennio, ogni
singolo anno e ogni giorno portano nuove prove che all’interno del capitalismo i
problemi dell’umanità non sono risolvibili. Anzi: si aggravano sempre di più.
Insieme a molti altri, non volevo sottomettermi a questo sistema che aliena le
persone da se stesse. Volevamo essere visti per quello che siamo, senza dover
corrispondere a bugie e immagini imposte dalla società dei consumi e della
prestazione. Non volevamo rimanere prigionieri di ciò e volevamo cambiare noi
stessi e la società determinata dal capitalismo.
Era verso la metà degli anni Settanta. Aleggiava ancora un soffio del movimento
di ribellione del Sessantotto contro le istituzioni e le posizioni politiche
ancora, o di nuovo, infiltrate da nazisti e contro le mentalità plasmate dal
fascismo nella società.
C’era stato l’inizio di una sinistra rivoluzionaria internazionalista, con
enormi manifestazioni di solidarietà con la lotta di liberazione vietnamita
contro l’aggressione statunitense e con la lotta contro il regime fascista dello
scià in Iran, allora fortemente sostenuta dalla sinistra rivoluzionaria
iraniana.
Ma c’era stato anche il primo manifestante ucciso dalla polizia in questo
inizio. Il 2 giugno 1967, lo studente Benno Ohnesorg fu ucciso da un poliziotto
durante una manifestazione contro la complicità della RFT con il regime fascista
dello scià.
Erano già avvenuti gli attacchi della RAF contro i quartieri generali
statunitensi a Francoforte e Heidelberg, da dove venivano coordinati i
bombardamenti dell’esercito statunitense in Vietnam. Anche il Movimento 2 Giugno
e le Cellule Rivoluzionarie si erano costituiti allora. E più tardi si aggiunse
la Rote Zora, organizzata da donne.
A scuola si sentivano ancora i resti della rivolta del ’68. Nonostante i divieti
di professione, c’erano alcuni insegnanti che praticavano con noi altre forme di
insegnamento, orientate all’apprendimento insieme e non alla competizione.
Leggevamo libri come quelli di B. Traven sulle storie di resistenza in America
Latina o L’onore perduto di Katharina Blum di Heinrich Böll. In religione
apprendemmo della teologia della liberazione in America Latina e dei preti che
lì si erano uniti alla lotta per la liberazione. Come Dom Hélder Câmara in
Brasile e Camilo Torres in Colombia.
Tutto questo, ma anche il fatto che questi insegnanti venivano disciplinati e
trasferiti davanti ai nostri occhi, mi ha fatto imparare di più sulle condizioni
mondiali e sul ruolo e la realtà della RFT. Ci indignava anche che a quel tempo
non faceva parte del curriculum scolastico confrontarsi in modo approfondito con
il nazifascismo. Figurarsi sulle conseguenze che se ne dovevano trarre. Col
senno di poi, non c’è da stupirsi, perché non erano previste conseguenze
fondamentali.
Le nostre conoscenze in merito le acquisivamo al di fuori della scuola. Ricordo
un raccoglitore ad anelli compilato da studentesse di sinistra. Si chiamava
Imparare dal basso, credo.
Da esso apprendemmo la responsabilità del capitale per la presa del potere da
parte del fascismo e l’intera dimensione della catastrofe umana, la brutale
persecuzione del movimento operaio di sinistra e degli intellettuali di
sinistra, la crudele politica di sterminio contro la popolazione ebraica, contro
i rom e i sinti, i campi di concentramento e l’eutanasia, lo sterminio di ogni
opposizione, la guerra di sterminio persa contro l’Unione Sovietica, che costò
la vita a più di 25 milioni di cittadini sovietici, gli attacchi e l’occupazione
nell’Europa orientale e occidentale, ma anche la resistenza antifascista e
comunista contro di essa in tutta Europa.
In quel periodo, studenti e studentesse più grandi invitavano anche a proiezioni
di film e discussioni sulla lotta di liberazione vietnamita. Formammo un
collettivo scolastico per poter imporre richieste nella vita scolastica
quotidiana.
Fino all’età di 15 anni mi ero opposta all’idea che le persone che vogliono
lottare per un mondo migliore dovrebbero imporlo e difenderlo con la violenza.
Il mio sogno era un cambiamento non violento. Guardare alla storia e al mondo
rendeva sempre più chiara la consapevolezza che i potenti beneficiari, i più
coinvolti nel sistema capitalistico, avrebbero combattuto qualsiasi cambiamento
fondamentale con la violenza più brutale.
L’esempio del colpo di Stato militare fascista sostenuto dagli USA e l’omicidio
di Salvador Allende in Cile nel 1973 avevano mostrato che le possibilità e
l’esistenza di qualsiasi governo socialista eletto sarebbero state schiacciate
se non avessero potuto difendersi armate.
“Che tu debba difenderti se non vuoi soccombere, lo capirai” era allora uno
slogan su molti volantini e molti muri. Negli anni della mia politicizzazione a
Karlsruhe, ho sempre saputo qualcosa della RAF attraverso slogan o manifesti sui
muri. Anche della lotta dei prigionieri politici contro la tortura
dell’isolamento e della solidarietà con loro.
Presto seguii consapevolmente tutto questo, anche i loro scioperi della fame.
Aveva su di me una grande attrazione che ci fosse qualcuno che lottava così
risolutamente contro questo sistema, dal quale anch’io, come molti altri, mi
sentivo oppressa.
Avevo 16 anni quando seppi che un uomo era stato ucciso in custodia mentre
lottava con lo sciopero della fame contro la tortura della detenzione in
isolamento. Era Holger Meins, che si era ribellato alle condizioni ed era stato
ucciso in prigione dalla malnutrizione mirata durante l’alimentazione forzata
statale e dal rifiuto di assistenza medica.
Avevo 17 anni quando la lotta di liberazione vietnamita sconfisse l’imperialismo
guidato dagli USA. L’incredibile vittoria fu conquistata anche con la
solidarietà mondiale. Nonostante il napalm, nonostante l’enorme macchina
militare che si opponeva al movimento di liberazione, e nonostante i massacri
della popolazione vietnamita commessi dai militari statunitensi con l’aiuto e la
complicità dell’Occidente, prima di tutto della Germania.
Fu in molti paesi un periodo di tentativi di liberazione e lotte anticoloniali:
ad esempio le Pantere Nere contro l’oppressione razzista e per la rivoluzione
negli USA, la lotta contro l’apartheid in Sudafrica o l’FSLN in Nicaragua contro
la dittatura. Iniziai a capire cosa l’umanità ha da aspettarsi dal capitalismo e
dall’imperialismo. Sì, mi consideravo parte dei movimenti mondiali che lottavano
per la liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, contro il capitalismo
e il patriarcato e contro la guerra e il militarismo.
Nel 1976/77 iniziai a visitare prigionieri politici. Il primo fu Johannes
Thimme, che era in prigione per presunto sostegno alla RAF e fu messo
immediatamente in isolamento. Volevo esprimere la mia solidarietà contro questo
e oppormi all’isolamento. In risposta, iniziarono a terrorizzarmi con
osservazioni. Nel 1977, agenti di polizia in borghese in auto erano davanti alla
mia porta di casa già al mattino presto e mi seguivano a passo d’uomo fino a
scuola.
Dopo il 1977, quando il tentativo di liberare undici prigionieri della RAF fallì
e dei prigionieri di Stammheim solo Irmgard Möller sopravvisse gravemente ferita
alla notte del 18 ottobre 1977, decisi di trasferirmi a Wiesbaden. Lì avevo
conosciuto compagne e compagni con i quali volevo continuare la solidarietà con
i prigionieri politici. Lo consideravamo una parte importante e urgentemente
necessaria della lotta antimperialista e antifascista.
Divenne una vita piena di attività di resistenza contro l’isolamento e per il
riunire i prigionieri, di solidarietà con le lotte di liberazione in Palestina,
Sudafrica, Nicaragua ed El Salvador, con compagne e compagni turchi contro il
colpo di stato della NATO in Turchia.
Attraverso la lotta in solidarietà con i prigionieri politici si svilupparono
discussioni e amicizie che andavano oltre con altre compagne e compagni
dall’Irlanda, dai Paesi Baschi, dall’Italia, dalla Spagna e dalla Francia. E
c’erano contatti con la resistenza iraniana di sinistra.
I movimenti di liberazione internazionali rappresentavano per noi anche la lotta
per la liberazione delle donne in tutto il mondo. Leila Khaled del FPLP in
Palestina, Assata Shakur e Angela Davis del movimento di liberazione nera negli
USA e anche le compagne dei gruppi armati dell’Europa occidentale erano per noi
esempi. Rappresentavano milioni di donne in tutto il mondo.
Negli ultimi decenni, l’esempio del movimento di liberazione curdo, specialmente
in Rojava, ha mostrato quanta forza nasca per tutti quando la liberazione delle
donne è una parte determinante della lotta.
Vivevamo e organizzavamo la nostra vita quotidiana insieme. Ci furono
occupazioni di case e la lotta contro la pista Ovest, contro il disboscamento
della foresta e contro l’ampliamento della capacità dell’aeroporto di
Francoforte e quindi della base aerea statunitense.
Andavamo lì per le passeggiate domenicali, in parte pacifiche, in parte
militanti, verso il muro della pista, facevamo teatro politico, molti incontri
di resistenza ed eventi che si opponevano alla politica imperialista degli USA e
della NATO.
Eravamo insieme a manifestazioni di solidarietà con i movimenti di liberazione
in Nicaragua ed El Salvador, contro le visite di Stato di Reagan, allora
presidente USA, e Haig, allora comandante supremo US-NATO, e in solidarietà con
i prigionieri politici.
Gli attacchi della RAF contro Haig e Kroesen, così come contro l’aeroporto
militare statunitense di Ramstein come base per le loro guerre in tutto il mondo
e il tentativo a Oberammergau, li consideravamo all’epoca delle grandi
mobilitazioni contro lo stazionamento di missili a raggio intermedio
statunitensi e le guerre di contro-insurrezione statunitensi contro i movimenti
di liberazione come un rafforzamento della nostra resistenza e viceversa.
In questo periodo arrivò anche la proposta della RAF e di Action Directe di
formare un fronte di resistenza comune nella lotta contro la formazione
dell’Europa occidentale come blocco imperialista e in solidarietà con i
movimenti di liberazione.
La polizia di Stato colpì duramente con una repressione rafforzata. Diverse
compagne e compagni antimperialisti noti alla polizia di Stato furono arrestati.
La Procura Generale Federale si dotò, con la costruzione di una presunta “RAF
legale“, dello strumento che rese possibile portare in prigione i compagni per
molti anni con condanne senza prove della loro presunta partecipazione ad azioni
militanti.
Fin dalle visite ai prigionieri politici, noi – e questo “noi” lo riferisco a
molte compagne e compagni – eravamo sorvegliati quasi ad ogni passo. Ci
terrorizzavano con pedinamenti palesi, con controlli anche più volte al giorno,
in cui venivamo chiamati per nome e dovevamo esibire i documenti. Nella strada
in cui vivevamo, allestivano spesso posti di blocco, in modo che nessun
visitatore potesse arrivare da noi senza essere registrato. L’altra variante
erano i pedinamenti nascosti, che non dovevamo notare.
Queste pratiche di sorveglianza erano come malattie contagiose che si
trasmettevano da persona a persona. In ogni caso dovevamo sempre presumere che i
“signori del crepuscolo mattutino” fossero in agguato da qualche parte. Ci
voleva un grande sforzo per potersi sottrarre a questa sorveglianza almeno per
qualche ora, fosse per poter parlare senza la paura di essere ascoltati, fosse
per scrivere qualche slogan o attaccare manifesti.
È evidente che la resistenza non avrebbe mai potuto lasciarsi mettere in catene
come queste, che significano far controllare ogni attività dalla polizia di
Stato. E naturalmente non volevamo nemmeno spiattellare la nostra vita
sentimentale davanti alle guardie.
Già negli anni ’70 e ’80, c’erano sempre compagn* che notavano come la rete
intorno a loro si stringesse sempre di più, e che sparivano per paura e per
arresto, scomparivano dalla scena e – alcuni, anche per anni – vivevano
all’estero.
Alla fine degli anni ’80, all’inizio degli anni ’90, era evidente che doveva
esserci una ridefinizione e una riflessione fondamentale della politica
rivoluzionaria. Perché da un lato le condizioni quadro internazionali erano
profondamente cambiate, dall’altro si trattava di elaborare le esperienze
passate.
Allora ero una dei tanti a cui non venne in mente di ritirarsi di fronte alla
svolta epocale. Non volevamo accettare il crollo dell’Unione Sovietica come una
vittoria definitiva del capitalismo. Era chiaro che questo indebolimento del
movimento socialista mondiale avrebbe avuto conseguenze catastrofiche.
Nella RFT portò al ritorno della Bundeswehr come esercito apertamente
belligerante e subito nella guerra contro la Jugoslavia, contraria al diritto
internazionale. Portò all’annessione della DDR da parte della RFT, imposta anche
contro la volontà di coloro che avevano iniziato la loro ascesa nella DDR con
l’obiettivo di un cambiamento positivo lì e al di là del sistema capitalistico e
della realtà della Germania Ovest, e portò con sé l’attacco neoliberale alle
conquiste sociali faticosamente ottenute. E una mobilitazione razzista
alimentata dalla CDU come deviazione della rabbia eventualmente scatenata e
della resistenza nascente.
Allo stesso tempo, veniva celebrata un’ebbrezza giubilante nazionalista. Questo
fu prontamente raccolto dalla destra e portò, nella Germania unita, a ovest e a
est, a mortali attentati incendiari come a Solingen e Mölln e ad attacchi contro
migranti, rifugiati e persone di sinistra e le loro strutture. Ricordo solo
Rostock-Lichtenhagen e Hoyerswerda e le notizie di antifascisti che si trovano
attualmente davanti ai tribunali e che da giovani sono stati esposti a
quest’atmosfera nella Germania dell’Est.
Naturalmente ci rendemmo conto di questa dolorosa debolezza della sinistra in
tutto il mondo, e anche per questo eravamo in giro con la sensazione di voler
fare tutti gli sforzi possibili per trovare risposte alle domande che ci
attendevano e per continuare ad esistere come forza radicale di sinistra. Le
discussioni su questo avvenivano insieme a persone in clandestinità. A lungo
andare era troppo pericoloso sottrarsi più e più volte alla sorveglianza per poi
tornare.
Decisi di non continuare a guardare questa situazione e quindi rimasi via. Fu la
decisione di fare della resistenza il centro della mia vita, e i contatti e le
discussioni con altre compagne e compagni che si facevano le stesse domande su
“Come continuare?” e sulla ridefinizione della politica rivoluzionaria erano
diventati per me una priorità.
La RAF non esiste più da 28 anni. Che la RAF abbia avuto un ruolo importante
nella mia vita deriva da ciò che ho scritto qui. Queste compagne e compagni
rappresentavano per me la possibilità di rompere con questo sistema e lottare
nella resistenza fondamentale per la liberazione.
Attraverso la discussione sulle prime azioni della RAF durante la guerra del
Vietnam, capimmo di più sul ruolo della RFT e sugli equilibri di potere mondiali
e su come le lotte possano sostenersi a livello internazionale.
Anche dalle carceri, la lotta dei prigionieri contro la tortura dell’isolamento
e per la collettività, per poter stare insieme e agire, con coloro che lo
volevano per sé, ha trasmesso un’idea di ciò che realmente conta nella lotta per
la liberazione. Vale a dire una società in cui il “per tutti” è al centro e non
il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme.
Questo è rimasto a lungo così per me, indipendentemente dalle critiche che avevo
già allora su alcune azioni e sulle determinazioni alla base. Anche
indipendentemente dalla consapevolezza della necessità di confrontarsi con gli
errori della storia della sinistra radicale e militante, quindi anche nella RAF.
Nacque l’idea che la lotta armata dovesse essere politicamente vincolante e
integrata in un contropotere dal basso. Ma l’intera situazione politica non lo
permetteva. Trovai completamente giusto lo scioglimento della RAF e le sue
motivazioni.
Noi come sinistra radicale o militante abbiamo sicuramente commesso molti
errori, ma sicuramente non quello di accettare con indifferenza la miseria del
nostro tempo.
Naturalmente mi piacerebbe partecipare a una discussione e, soprattutto, a
colloqui su quest’epoca della resistenza. Burkhard Garweg aveva assolutamente
ragione quando scrisse questo alla fine della sua lettera a Caroline Braunmühl.
Una discussione con coloro che a un certo punto hanno fatto parte di questa
storia di resistenza e con tutti coloro che vogliono appropriarsi delle
esperienze per il futuro della resistenza. Non trovo che l’aula di tribunale sia
il luogo giusto per un contributo approfondito alla discussione.
Così, per me, una discussione è già ostacolata in partenza. Le visite di ex
prigionieri della RAF e del Movimento 2 Giugno sono state respinte con le
motivazioni più strampalate. Inoltre, durante le visite, ogni frase viene
registrata per la polizia di Stato, ancor prima che io possa scambiare un
pensiero con i visitatori.
La Procura Generale Federale fa sequestrare ogni mia affermazione, anche la più
generale, sulla storia della resistenza come “prove” di partecipazione alla RAF,
e queste a loro volta le valutano come prova della mia partecipazione alle
azioni che mi attribuiscono.
Vedo in questo, così come nelle citazioni a comparire esagerate con cui sempre
più compagne e compagni degli anni ’70 e ’80 vengono molestati, una minaccia non
solo per me. Naturalmente, all’epoca i gruppi armati della sinistra non si
muovevano nel vuoto. Come me, hanno toccato, influenzato e sfidato la
solidarietà, il sostegno politico e/o pratico e le critiche di molte compagne e
compagni che avevano le loro pratiche di resistenza.
Ma ora, dopo 40/50 anni, colpire le persone con multe elevate e minacciarle con
la carcerazione preventiva se non sono disposte a raccontare la propria vita
all’Ufficio Criminale Federale e alla Procura Generale Federale e a fare altri
nomi che poi verranno anch’essi citati a comparire, ignorando completamente lo
stato di salute delle singole compagne e compagni durante le citazioni, mostra
l’intenzione di punire ancora oggi i compagni, come capri espiatori per la
storia della resistenza, a scopo deterrente.
All’inizio degli anni ’90, il 10 aprile 1992, la RAF dichiarò che avrebbe
cessato gli attacchi letali contro rappresentanti dello Stato e dell’economia
per il necessario processo di discussione e che avrebbe ritirato l’escalation da
parte sua.
Allo stesso tempo, crebbe la solidarietà con la lotta dei prigionieri politici e
il desiderio di averli con sé nelle discussioni della sinistra radicale.
Sembrava che lo Stato si stesse muovendo in una direzione positiva per quanto
riguarda le richieste di miglioramento delle condizioni di detenzione e di
rilascio dei prigionieri malati.
Ma non appena la polizia di Stato ai massimi livelli venne a sapere che
l’Ufficio per la Protezione della Costituzione aveva con Klaus Steinmetz una
spia in contatto con persone in clandestinità, riprese subito l’escalation.
Rispetto alle richieste dei prigionieri, si tornò a chiudersi.
Nel marzo 1993, la RAF fece saltare il nuovo edificio carcerario in costruzione
a Weiterstadt. Lo Stato preparava contemporaneamente una grande ondata di
arresti. Poi colpirono a Bad Kleinen. Wolfgang Grams fu ucciso e Birgit Hogefeld
arrestata. I prigionieri della RAF e della resistenza furono sommersi da nuovi
processi e lunghe pene detentive.
Nel 1998, la RAF si sciolse di propria iniziativa. Sia la polizia di Stato che i
suoi tanto citati esperti come Butz Peters o Alexander Strassner parlarono di un
massimo di 30 persone che potevano costituire la RAF negli ultimi anni della sua
esistenza. Dissero più volte molto apertamente che in fondo non ne avevano idea.
E così deve rimanere. In un serio esame e confronto sociale sulla storia, non si
tratta di singole persone, ma del contenuto politico della discussione.
Dopo il 1998, solo Burkhard Garweg, Volker Staub e io venimmo ricercati
pubblicamente. Per nessuno, che fosse o meno cacciato con liste di ricercati,
era possibile costituirsi. Dallo Stato erano stati posti fatti chiari su ciò che
ci avrebbe aspettato se avessero messo le mani su uno di noi. Avrebbero voluto
celebrare su di noi la loro marcia trionfale contro la RAF e con essa una parte
importante della resistenza fondamentale nella storia della RFT.
Questo si è mostrato ancora quasi 30 anni dopo, dopo il mio arresto, sia nel mio
trattamento, nella mia presentazione, sia nell’accompagnamento mediatico
dell’intera vicenda.
Non volevamo esporci a questo. Quindi era quasi ovvio non farsi prendere in
nessun caso. Non volevamo esporci a rituali di condanna che erano già in pratica
da anni. Né subire lunghe pene detentive per tutte le possibili azioni della RAF
e della resistenza non ancora condannate. Né correre il rischio di essere uccisi
durante un arresto.
Nella clandestinità avevamo la possibilità, come sinistra radicale, seppur entro
limiti e ritirati, di continuare a vivere in libertà. Qui potevamo vivere in
relazioni autonome e solidali con compagne e compagni, amiche e amici e decidere
della nostra strada futura.
Questo Stato non è amico delle soluzioni politiche, ma amico del capitale. Tutti
devono sottomettersi ad esso.
Una vita così lunga nella clandestinità è nata da questa storia. Non da spirito
d’avventura e tanto meno per arricchirsi. Negli ultimi decenni ed oggi è una
posizione difensiva della resistenza. Anche se la vita a cui sono stata
strappata significava molto per me, non c’era alcun piano di tentare di
liberarsi dalla situazione con violenza e sparando. Ecco perché nulla di simile
è accaduto.
Quando ho ascoltato la requisitoria della Procura, ho pensato a quante piroette
abbia dovuto fare per mentire su tutto questo. Nel processo, infatti, si
continua a sostenere una presunta volontà di uccidere per colpirmi con un
martello. Qui vengono eseguite intenzioni in parte vendicative, ma soprattutto
tecniche di dominio. Questa contraddizione mostra di che si tratta: di una
demonizzazione che dovrebbe continuare a legittimare la caccia a presunti
criminali pericolosi per la collettività e creare un esempio.
A questo contrappongo la richiesta: basta con la caccia a Burkhard Garweg e
Volker Staub!
Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche per alcune delle persone colpite
dalle rapine, discusse qui nel processo, mi associo completamente alla
dichiarazione di Burkhard Garweg nei suoi saluti dalla clandestinità
dell’ottobre 2024: “Le traumatizzazioni di cassiere e addetti al trasporto di
denaro sono da deplorare“.
Dopo aver saputo nel processo quanto ancora stiano male alcune persone colpite,
ad esempio l’autista Mirko Kramer di Wolfsburg o la signora Ulmer di Bochum,
un’impiegata di cassa, devo dire che mi dispiace molto per loro a causa di tali
gravi ferite psicologiche menzionate nel processo.
Prima di aver letto gli atti del processo, avrei potuto immaginare
traumatizzazioni a seguito di rapine più facilmente per il personale di cassa
che per un addetto al trasporto di denaro armato. È sorprendente che gli addetti
al trasporto di denaro non ricevano una formazione che li abiliti ad agire in
modo calcolatore e freddo in una situazione del genere, invece di rimanere
totalmente scioccati. Soprattutto perché il lavoro esiste proprio a causa del
reale pericolo di rapine. Ed è notevole che in caso di rapina debbano prima
restare in attesa per ore da soli o in due in auto. Sempre per proteggere il
denaro, anche se è già tutto pieno di polizia, invece di ricevere un primo
soccorso psicologico.
Solo in relazione a questo processo sono stata messa a confronto per la prima
volta con il fatto che gli autisti di furgoni portavalori e gli addetti al
trasporto di denaro parlano di “traumatizzazioni”.
Quando insieme ai miei avvocati ho deciso di non mettere in discussione le
conseguenze psicologiche per i testimoni nel processo, c’erano due ragioni. La
ragione principale era che non si doveva fare nulla che potesse contribuire a
una ritraumatizzazione o a un peggioramento. Si tratta anche di questioni molto
personali, soprattutto per quanto riguarda i carichi pregressi della storia di
vita dei singoli colpiti. Non abbiamo ritenuto corretto indagare pubblicamente
su questo.
La seconda ragione era che ritengo possibile e generalmente giustificato che le
persone colpite, dopo una tale rapina o tentativo di rapina, si siano prese il
diritto a una vacanza pagata più lunga in questo modo.
Che ciò accada è stato dimostrato dalla dichiarazione dell’autista Whitley, il
cui capo intervenne immediatamente dopo la rapina a Duisburg per impedire una
cosa del genere. Non lo menziono qui per insinuarlo a qualcuna delle persone qui
colpite. Voglio solo chiarire un rapporto: sia il personale di cassa che gli
addetti al trasporto di denaro e valori sono proletari, non nemici.
È noto che le condizioni di lavoro nel settore del trasporto di denaro e valori
sono scarse e il lavoro non è ben pagato. A questo si adatta la dichiarazione
dell’autista Immes, che la direzione aziendale dopo la rapina a Stuhr si informò
prima subito dello stato dell’auto, ma non dello stato delle persone. È
sorprendente che alcuni equipaggi di trasporto di denaro e valori rischino
comunque così tanto per “la loro” azienda. Tanto più che c’è la direttiva di non
dover rischiare la propria vita per il denaro.
L’ex soldato e autista Whitley dichiarò che forse avrebbe persino iniziato una
sparatoria se avesse avuto la sua arma con sé. Che esista la direttiva di
servizio di lasciare il corriere con i rapinatori se l’autista può andarsene,
l’avevo già letto in un articolo dopo il fatto di Wolfsburg. Tuttavia, non
l’avevo preso sul serio, ma solo come un’affermazione del capo dell’azienda per
proteggere pubblicamente il suo autista, che dopo tutto aveva salvato un mucchio
di soldi per l’azienda.
Il fatto che avesse abbandonato il suo collega fu inizialmente messo in dubbio
moralmente dalla stampa locale. Solo quando fu espresso il sospetto che la
tentata rapina fosse stata commessa dalla ex RAF tanto evocata, la stampa
aumentò i toni e scrisse di rapinatori spietati e brutali.
Quando lessi negli atti del disturbo da stress post-traumatico dell’autista
Immes di Stuhr, mi sembrò plausibile fin dall’inizio. Sebbene i miei avvocati
abbiano chiarito più volte che non si mirava a lui e che faceva persino parte
della sua terapia realizzare che nessuno voleva ucciderlo, rimane il fatto che
lui lo ha percepito così ed è stato gravemente scioccato, tanto più che si
trovava in una situazione che, per qualcuno che aveva problemi in spazi piccoli
e chiusi, doveva essere un orrore già solo per il fatto di essere rinchiuso. Di
Mirko Kramer, l’autista di Wolfsburg, inizialmente, leggendo gli atti, non ho
creduto a una parola.
Era stato direttamente coinvolto nella situazione della rapina solo per secondi.
Aveva persino messo in difficoltà i rapinatori e si era rapidamente allontanato
dalla zona di pericolo concreta. Solo poco prima della sua testimonianza in
tribunale ho capito che qualcosa lo aveva effettivamente sconvolto
completamente.
Il fattore scatenante è stata la rapina, perché solo così si è trovato in questa
situazione, a dover prendere una decisione. Per mettere al sicuro i soldi dei
capi, ha scelto di seguire la direttiva aziendale, abbandonando il suo collega
con i rapinatori.
Quest’ultimo ha dichiarato che il signor Kramer aveva agito correttamente
secondo la direttiva, ma ha anche detto, in sostanza, che questa direttiva non è
umanamente corretta. È esattamente ciò che penso anch’io. È puro capitalismo.
Lui stesso ha dichiarato al riguardo: “Ho dovuto sentirmi dire che il denaro è
più importante della persona”. Questo coglie nel segno.
Dalle dichiarazioni dell’autista di Cremlingen, Michael Sohn, ho dedotto che
nell’ambiente dei colleghi dopo la rapina non ci si è avvicinati a Kramer.
Persino sulla stampa il suo comportamento è stato messo in dubbio. Penso che lui
stesso ne avesse dubbi. Dopo aver visto allontanarsi l’auto dei rapinatori, è
tornato indietro per cercare il suo collega. È facile immaginare quanto deve
essere stato preso dal panico quando inizialmente non riusciva a trovarlo da
nessuna parte.
Come ho già detto prima, mi è dispiaciuto molto quando ho visto e sentito quanto
stesse male da allora. Spero che presto si sentirà meglio. Anche per l’autista
Immes di Stuhr mi è dispiaciuto molto. Perché ha percepito la sua vita come
minacciata e ha sofferto a lungo sotto questo shock.
Nel capitalismo, la proprietà e il denaro dei ricchi sono protetti dalla
popolazione con grande sforzo. Viceversa, nei casi di “criminalità dei colletti
bianchi“, come ad esempio nell’affare Cum-Ex, in cui è stato fatto un bottino di
30 miliardi di euro per arricchire ulteriormente i ricchi, lo Stato e la
struttura giudiziaria proteggono i criminali ostacolando le indagini effettive.
Certamente ci saranno sempre situazioni in cui le persone, a causa della
persecuzione o della mancanza di altre possibilità di sopravvivenza, saranno
costrette, in quanto non possidenti, a dover rubare denaro.
Nella storia della sinistra c’è stata spesso questa necessità. Non ha nulla a
che fare con la leggerezza o l’avventura. In ogni caso, sono da preferire tutte
le possibilità di procurarsi il denaro in cui il pericolo per le persone può
essere mantenuto il più basso possibile.
In definitiva, però, si tratta di creare condizioni in cui per le persone non ci
sia più bisogno di dover procurarsi il denaro in qualche modo per sopravvivere.
Sia facendosi sfruttare nel lavoro salariato, attraverso lavoro illegale,
auto-sfruttamento o attraverso rapine e furti.
Piuttosto che occuparci di garantire la sopravvivenza come non possidenti,
avremmo in ogni momento preferito investire le nostre energie in cose più
significative, in cose costruttive, in confronti politici, nell’imparare cose
utili insieme nelle amicizie. Abbiamo tutti molti interessi e capacità che
possono avere a che fare, tra l’altro, con la ricerca di risposte alle domande
del nostro tempo, su come fermare la furia della distruzione e delle guerre e
costruire una realtà diversa.
Qualche tempo dopo che questa rapina a Stuhr era avvenuta, Volker, Burkhard ed
io fummo perseguiti pubblicamente per tentato omicidio.
Per diversi anni, la procura e l’Ufficio Criminale della Bassa Sassonia non
trovarono apparentemente tracce utilizzabili, motivo per cui, accanitamente,
dopo il 2023 tornarono alla carica con forza. Con interrogatori di chissà quante
vecchie amiche, amici e conoscenti, perquisizioni dai genitori e altri parenti,
appelli in “Aktenzeichen XY” e altri servizi, e mandando le loro squadre dietro
a ogni indizio.
Purtroppo, così si sono imbattuti in me. Da allora, la Procura ha portato il
terrore nella vita di amiche e amici e ancora sorelle, fratelli, genitori, nei
vicinati, al piazzale delle roulotte con vere e proprie marce, senza alcun
riguardo per la causazione di traumi.
Ma queste sono rapine legali, volute dalla giustizia di classe e che ovviamente
non vengono perseguite. Con questo gli accusatori non hanno problemi morali. La
Procura ha chiarito nel corso del processo che non le interessa affatto il
benessere dei testimoni o delle persone colpite dalle rapine.
Per quale altro motivo avrebbe insistito così tanto durante gli interrogatori
quando i testimoni dichiaravano che dopo le rispettive rapine non stavano così
male? Che le avevano superate abbastanza in fretta, e a volte diventava anche
brusca quando qualcuno diceva: “era chiaro, non era contro di me”.
La Procura avrebbe voluto sentire qualcosa di diverso in ogni caso. Quanto
grande deve essere stata la delusione che il posto riservato a molti querelanti
accessori non fosse tutto occupato? Perché per loro le persone colpite sono solo
un mezzo per raggiungere un fine, per ottenere una condanna il più alta
possibile contro di me e per continuare a spingere la caccia a Burkhard e
Volker. Per questo, a quanto pare, avrebbero preferito di gran lunga diversi
colpiti ritraumatizzati e gravemente danneggiati.
A questo si adatta anche il fatto che in questo processo, da parte dell’accusa,
si faccia finta che sia completamente irrilevante come si comportano i
rapinatori. Sembra anche infastidirli quando si dice che il loro comportamento
nei confronti delle persone colpite era educato e rassicurante. Trovo che sia
abissale, perché naturalmente non è così, né per i rapinatori né per i rapinati,
il modo in cui ci si comporta.
Sulla scia dell’accusa, il tribunale si è inserito poche settimane fa
respingendo una richiesta della mia difesa, sostenendo che chi fa rapine include
nella sua valutazione una grave ritraumatizzazione, perché è noto che si
incontrano persone traumatizzate ovunque, dagli addetti al trasporto di denaro,
ai furgoni portavalori, alle cassiere, fino alle squadre speciali e a tutti i
presenti casuali comunque. Anche tra soldati e poliziotti è noto che si sono
verificate traumatizzazioni.
Quest’ultima cosa mi era effettivamente già nota, e cioè quando si erano trovati
in situazioni in cui persone, anche colleghi, erano morte in missione, quando
erano stati coinvolti in massacri o ne erano stati testimoni.
Tali persone traumatizzate non me le aspetterei né in servizio di polizia né
come addette al trasporto di denaro armate, bensì in trattamento psicologico o
in posizioni adatte alla guarigione. Ma cosa si vuole dire con questo? Anche qui
riecheggia questa fatale affermazione che sia irrilevante se le persone in tali
rapine si presentino in modo brutalmente violento e aggressivo o meno, perché se
incontrano persone traumatizzate, è comunque lo stesso? Quanto sono
irresponsabili e false tali affermazioni!
Ma inoltre: cosa dice questo sullo stato di questa società, se oggi incontriamo
persone traumatizzate e psicologicamente ferite ad ogni passo, quindi non come
rara eccezione, ma come regola sempre più frequente? È vero che con la continua
propaganda per il riarmo e la militarizzazione, con il sostegno al diritto del
più forte militarmente nei conflitti internazionali per il potere e l’accesso a
risorse e terra, si accompagna il rafforzamento della destra e la diffusione del
pensiero fascistoide. Le concezioni violente e patriarcali vengono rafforzate.
Dalla “svolta epocale” (Zeitenwende), i femminicidi, gli stupri, la violenza
sessualizzata – anche negli interventi di polizia – sono onnipresenti.
Nell’isolamento durante il periodo del COVID, gli scoppi di violenza patriarcale
nelle famiglie sono aumentati. Queste sono fonti ovvie di traumatizzazioni. Per
il resto, accadono così tante cose che riempiono sempre più persone di una
grande insicurezza e di una crescente paura per il futuro.
Ogni giorno, attraverso i media borghesi e sicuramente anche massicciamente su
internet, viene diffuso che i soldi che sarebbero effettivamente necessari per
il sociale e l’ecologico, per la salute, l’istruzione e la cultura, vengono ora
investiti nel riarmo.
La fredda scrematura diventa sempre più dominante nelle discussioni dei media
mainstream – il diritto all’aiuto e all’assistenza non dovrebbe più esistere per
parti sempre più grandi della società. Coloro che non hanno soldi per
assicurazioni private sono minacciati di ricevere cure mediche sempre più
ridotte, e una terapia costosa per il nonno, non vale più la pena!
I rifugiati dovrebbero essere deportati altrove o tenuti fuori anche con
violenza, ma vengono comunque utilizzati da qualche parte nell’economia.
Nella crisi, gli Stati capitalisti occidentali puntano all’esterno
sull’aggressione e all’interno sulla manipolazione delle società, su una
crescente brutalizzazione sociale. A tal fine, viene propagato il disprezzo per
una parte crescente della popolazione, diffamata come inutile.
Le richieste sociali, un modo di agire sociale, l’inclusione e la cura sono
attaccati come pericolosi per l’economia, e questo significa in realtà
pericolosi per la crescita dei profitti. La parola “riforma” oggi sta per passi
statali verso l’abolizione dello stato sociale.
Oggi lo Stato opprime attraverso la divisione, la repressione, la paura. Questo
funziona in un’epoca in cui migliaia di persone sono minacciate dalla perdita
del loro relativo benessere, quindi devono temere di ritrovarsi presto anch’esse
dalla parte di coloro che vengono insultati come “parassiti” e di dover
dipendere da un sostegno che è già stato ridotto.
La domanda è se per molti questo porti a farsi ricattare o adescare per produrre
ogni schifezza per la macchina bellica, o se nelle discussioni al riguardo
vengano finalmente riconosciuti coloro che hanno già da tempo elaborato proposte
per un’altra produzione civile ed ecologica, e se su questa base si possa
organizzare e imporre insieme.
I giovani dovrebbero accettare una prospettiva futura come carne da cannone.
Sebbene i ricercatori per la pace abbiano già più volte confutato l’intenzione
bellica o la capacità della Russia nei confronti della NATO, queste continuano a
essere usate come giustificazione per la concentrazione sulla militarizzazione e
sulle spese enormemente aumentate per l’esercito e l’industria bellica e per il
continuo alimento della guerra in Ucraina attraverso le immense forniture di
armi della NATO.
La sensazione di non avere possibilità di scelta si diffonde. Quando l’unica
prospettiva è il sì alla guerra e all’impoverimento, a un “continuare così” con
la distruzione della natura e la catastrofe climatica, questo genera
disperazione.
Da due anni e mezzo viene dimostrato in tutta la sua brutalità a livello
mondiale come i rappresentanti dei governi occidentali, che fino a poco tempo fa
si definivano ancora “comunità di valori“, trattano le persone che si
frappongono agli interessi imperialisti e capitalisti – vale a dire nel
genocidio permanentemente portato avanti contro la popolazione palestinese a
Gaza – nonché la pulizia etnica attraverso il terrore puro in Cisgiordania e ora
anche in Libano e Iran con la distruzione più brutale da parte della guerra di
Israele e degli USA.
È il governo tedesco che, come noto, sostiene tutto ciò attraverso forniture di
armi, relazioni commerciali e inchini politici, e perseguita coloro che si
oppongono a ciò. Con un cancelliere che, riguardo alla condotta aggressiva della
guerra da parte di Israele, già prima della nuova espansione della guerra
contraria al diritto internazionale, osservò che si tratta di “un lavoro sporco
che Israele fa per noi“.
Quindi è vero quando il tribunale constata che le strade sono piene di
traumatizzati, lo sono a causa della povertà, del razzismo, del patriarcato,
della violenza poliziesca e delle guerre imperialiste. Attribuirlo a me
strumentalizza la miseria e dovrebbe giustificare una lunga pena detentiva.
Il superamento dei traumi di massa richiede cambiamenti immediati, ma anche
profondi, e a livello internazionale. Perché è evidente che l’entità dei traumi
nei Paesi che sono già da anni investiti dalla guerra, come Sudan, Palestina,
Siria, Libano, Iran, Ucraina o che sono sottoposti a soffocamento tramite
sanzioni come Cuba, deve essere inimmaginabilmente più drastica.
Tutti possono davvero vederlo e capirlo! In fondo, la maggior parte lo sa.
Ma purtroppo molti hanno più paura dei passi verso un’altra organizzazione
sociale, che sarebbe sconosciuta, che della chiara e imminente distruzione
totale delle condizioni di vita con un “continuare così!” C’è urgente bisogno di
un “cambiamento di sistema” (System Change), perché il capitalismo racchiude,
oltre alla concorrenza, allo sfruttamento e all’oppressione, anche il fascismo,
il razzismo, la guerra, il comportamento violento di potere nel sistema politico
e tra le persone, la violenza patriarcale contro donne e queer, contro le
persone con disabilità e la distruzione della natura.
Tutto ciò, a seconda dello stato della crisi capitalista, passa più in secondo
piano o più in primo piano. Per questo lasceremo questa storia di sofferenza
alle nostre spalle solo quando avremo superato questo sistema. In questo momento
ci troviamo in un punto estremamente distruttivo di questa crisi.
Il vecchio e sbagliato ordine mondiale sta perdendo la sua egemonia, finalmente,
perché è assolutamente ingiusto verso la grande maggioranza dell’umanità. Ma
proprio per questo si agita selvaggiamente. Per noi, molto immediatamente, deve
trattarsi di invertire la rotta, lontano dal riarmo e dalla militarizzazione,
lontano dall’aggressione verso l’esterno e dalla repressione e dalle umiliazioni
all’interno, dal freddo sociale, dalla complicità nei crimini capitalisti e
imperialisti mondiali.
Fermate le guerre contrarie al diritto internazionale e la violenza imperiale!
Fermate le sanzioni oppressive che hanno come risultato fame, devastazione e
milioni di morti!
Invece, si deve concentrarsi su una produzione ecologicamente sensata, che non è
orientata al profitto per pochi, ma al benessere di tutti e alla trasformazione
della società in un modo tale che le persone possano vivere socialmente protette
e in sicurezza a livello internazionale.
“L’alternativa è mondiale ed è un socialismo che potrebbe essere ricco di
esperienze storiche e anche attraverso il superamento dei grandi e dei piccoli
errori della storia dei grandi e dei piccoli tentativi rivoluzionari, delle
guerriglie urbane, degli anarchici, dei comunisti, dei socialrivoluzionari e
delle lotte e movimenti antipatriarcali e anticoloniali. Raggiungere questo
obiettivo decide in ultima analisi se la vita su questo pianeta sarà
ulteriormente possibile e a quali condizioni. Ci troviamo a livello globale in
un punto critico. La domanda a tutti noi in tutto il mondo sull’alternativa al
capitalismo e sui processi sistemici e anche sui nostri processi per arrivarci è
esistenziale e non rinviabile.” Burkhard Garweg nel messaggio di saluto alla
Conferenza Rosa Luxemburg del gennaio 2026.
La traccia di ciò vive in tutte le diverse attività di resistenza di coloro che:
• sanno che i giovani, i non ricchi e i non potenti nella popolazione sono
coloro che nella guerra per il potere e le risorse devono servire come carne da
cannone e quindi si oppongono alla militarizzazione, alla leva obbligatoria e al
riarmo, quindi alla guerra,
• rifiutano di dare la propria vita o di prendere quella altrui per gli
interessi del capitale e non accettano che le risorse, invece che per la
popolazione, servano per armi, esercito, polizia e profitto delle
multinazionali,
• non accettano la militarizzazione perché sono consapevoli che in una società
militarizzata la violenza contro donne, queer, transgender e persone con
disabilità aumenterà inevitabilmente ulteriormente,
• come studenti e studentesse si oppongono direttamente con scioperi scolastici
a un futuro come carne da cannone,
• contrappongono la loro solidarietà e il loro internazionalismo alla politica e
ai crimini imperiali e non accettano la violenza statale di cui la lotta per il
potere e le risorse nel capitalismo ha bisogno e che viene rappresentata sempre
più apertamente e usata senza scrupoli dai potenti,
• non si piegano, sebbene come ebrei ed ebree siano i primi ad essere
massicciamente attaccati dallo Stato tedesco e dai media come presunti
antisemiti, perché in tempi di resistenza internazionale contro la violenza
estrema contro i palestinesi e le palestinesi, dovrebbe essere loro tolto il
diritto di rifiutare o anche solo mettere in discussione il colonialismo
israeliano di insediamento e la politica di apartheid contro la popolazione
palestinese, il sionismo, nonché di nominare la complicità della Germania nei
crimini di guerra e nel genocidio,
• come attiviste/attivisti, manifestanti, giornaliste/giornalisti,
artiste/artisti e scienziate/scienziati insistono sulla loro opposizione a ciò,
sebbene come ragion di Stato tedesca sia stata stabilita la solidarietà
incondizionata con qualsiasi politica, per quanto terroristica, di Israele, e a
tutti coloro che si oppongono a ciò minacciano emarginazione e
criminalizzazione,
• combattono l’antisemitismo e naturalmente presumono che ciò sia in generale
collegato alla lotta contro il razzismo,
• mettono in discussione il sistema capitalistico di fronte all’aggravarsi di
disuguaglianza, povertà, sfruttamento, affitti sempre più inaccessibili,
senzatetto di massa e disoccupazione, e chiedono immediatamente l’abolizione del
sistema dell’economia di profitto con la proprietà abitativa,
• contrappongono alla politica del continuo razzismo spinto, nazionalismo ed
esclusione delle persone già tagliate fuori dalla sicurezza sociale una politica
di solidarietà e la lotta contro il taglio del sociale; perché l’unica
possibilità per impedire che parti sempre più grandi della popolazione si
spostino a destra e per fermare la fascistizzazione dei vecchi Stati coloniali
in declino e degli USA è contrapporre all’istigazione razzista e a una politica
che si basa generalmente sulla divisione e sull’invito a salvarsi da soli
prendendo a calci quelli che stanno più in basso nella scala sociale, invece di
ribellarsi verso l’alto contro il potere, una prospettiva radicale di sinistra
che porti cambiamenti positivi concreti nella vita dei molti,
• si organizzano per fermare la graduale distruzione e militarizzazione
dell’assistenza sanitaria,
• si oppongono direttamente ai nazisti e organizzano protezione e allo stesso
tempo dicono che non basta, perché il fascismo è radicato nel capitalismo,
• si oppongono alla distruzione ecologica del mondo inevitabilmente causata dal
capitalismo e si impegnano per un’organizzazione dell’umanità che voglia
permettere una produzione ecologica sostenibile e quindi la sopravvivenza
dell’umanità e della natura,
• di fronte a sistemi di repressione e prigioni stanno dalla nostra parte, dalla
parte dei prigionieri, e chiedono con noi una prospettiva di libertà e infine
l’abolizione delle prigioni,
• non si arrendono dopo decenni di lotta per proteggere la vita di Mumia
Abu-Jamal, che è prigioniero politico negli USA da 48 anni, e con piena
solidarietà fanno di tutto per conquistare la sua libertà.
Queste non sono affatto tutte le diverse attività di resistenza che si sono
sviluppate oggi e negli ultimi anni su così tante contraddizioni o che esistono
in parte da molto tempo, come l’organizzazione femminista e oggi queerfemminista
contro la violenza patriarcale, le molte iniziative contro il sistema repressivo
di isolamento sempre più perfetto alle frontiere per respingere i rifugiati che
hanno urgentemente bisogno di aiuto, le flottiglie per Gaza e Cuba per rompere
l’affamamento e l’isolamento, i blocchi portuali contro le forniture di armi a
Gaza e contro la militarizzazione e gli scioperi di solidarietà dei lavoratori e
delle lavoratrici italiani e greci con la popolazione palestinese e la loro
lotta contro l’occupazione e lo sfollamento, le proteste contro il crescente
numero di sparatorie mortali della polizia contro persone nere, persone che
sembrano non tedesche o non conformi.
Anche se, per fortuna, non posso elencare tutto ciò che viene fatto, ho voluto
nominare almeno una parte, perché è così importante ricordarlo, rimanere fedeli
agli obiettivi e ai pensieri di liberazione e non lasciarsi abbattere dalla
brutalità apertamente ostentata dei dominanti riducendoli all’impotenza verbale.
Così come in tutte le diverse iniziative si tratta dell’effetto concreto contro
i rispettivi crimini e della difesa di “oasi di cooperazione umana” e allo
stesso tempo della loro espansione e sviluppo anche all’interno delle proprie
iniziative, così è molto importante come tutti insieme diventeranno una forza
comune che possa fermare lo sviluppo verso la terza guerra mondiale e ciò che
essa comporta già nella fase preliminare. Perché questa guerra minaccia
essenzialmente a livello internazionale tutti gli approcci e le idee positive.
Anche se questa forza non esiste ancora, sono tutte queste lotte che almeno ne
permettono lo sviluppo e che mi danno speranza.
Questa è una speranza per la mia e la nostra libertà e infine anche la libertà
di tutti e per un mondo che si lascia alle spalle ogni forma di oppressione. Un
mondo in cui non esistano più prigioni, né nella forma di molteplici e
intrecciate relazioni di violenza, né nella forma di cemento, pietra e acciaio,
in cui le persone vengono semplicemente rinchiuse dietro muri e filo spinato.
Un mondo in cui le persone possano vivere rivolte le une verso le altre e in
armonia con tutti gli altri esseri viventi della natura.
Potremo essere veramente liberi solo quando tutti saranno liberi.
Pubblichiamo questo chiaro e semplice comunicato dei Giovani Palestinesi
d’Italia. Parole inaggirabili.
Non cadiamo nella trappola umanitaria. Organizziamoci e lottiamo.
Sul movimento per la Palestina e la questione del fronte interno
La solidarietà con il popolo palestinese si misura su una sola domanda: la
nostra azione cambia qualcosa per chi resiste sotto le bombe? Cambia qualcosa
nei rapporti di forza reali tra chi sostiene il genocidio e chi lo subisce?
È con questo metro che dobbiamo valutare ogni forma di lotta — e possiamo dirlo
con convinzione — a partire da quelle che portiamo avanti in Italia. Dobbiamo
essere onesti con noi stessi: finché la nostra energia collettiva non si traduce
in costi reali per i complici del genocidio sul territorio italiano, stiamo
facendo politica simbolica. Dignitosa, necessaria forse, ma pur sempre
simbolica.
Ormai è chiaro agli occhi di tutti che l’Italia non è uno spettatore del
genocidio, ma ne è un ingranaggio centrale. Decine di ricerche e inchieste hanno
mostrato come la Leonardo SpA produce componenti che finiscono sugli F-35
dell’aviazione “israeliana”. Come le banche italiane finanziano imprese legate
all’occupazione delle nostre terre. Come i porti italiani movimentano merci e
carburante verso “Israele”. E come il governo Meloni ha mantenuto i flussi
militari con l’entità sionista mentre Gaza veniva rasa al suolo e il Libano
bombardato. Questa è la nostra realtà materiale, e questa realtà è il nostro
campo di battaglia.
Come organizzazione palestinese radicata in questo paese, lo diciamo senza
ambiguità: aprire una breccia nel tessuto della complicità imperialista italiana
è la forma più concreta di supporto alla resistenza del nostro popolo. Non la
più comoda, ma assolutamente la più efficace.
Il nostro obiettivo non può essere presentare petizioni alla Meloni o affidarci
alla buona volontà di chi ci governa. Il nostro obiettivo deve essere quello di
ribaltare i rapporti di forza fino al punto in cui sostenere il sionismo diventa
politicamente, economicamente e socialmente insostenibile per chi lo fa.
Scioperi nell’industria militare e nella logistica, blocchi nei porti, campagne
che rompano contratti, che fermino finanziamenti, che facciano costare cara ogni
forma di complicità con il progetto coloniale, ovunque essa si manifesti sul
territorio italiano.
C’è però un punto che non possiamo eludere, e lo diciamo chiaramente. Esiste una
parte del cosiddetto campo progressista italiano che vorrebbe abbracciare la
causa palestinese svuotandola del suo contenuto antimperialista, che vuole la
bandiera senza l’analisi materiale, la commozione senza la responsabilità, la
solidarietà senza il conflitto reale con i poteri che sostengono il
genocidio. Una solidarietà che non disturba nessuno e che quindi non cambia
niente, perfettamente compatibile con lo stesso sistema che quel genocidio lo
permette, lo finanzia e lo arma.
Questo svuotamento del contenuto politico va di pari passo con il tentativo
di isolare la causa palestinese dalla lotta globale per la liberazione dei
popoli dal sistema capitalistico. Si genera così un paradosso stridente: mentre
i palestinesi e le organizzazioni della diaspora chiedono al mondo di connettere
la loro lotta con ogni battaglia per cambiare lo stato di cose presente — perché
il miglior supporto alla Palestina è lottare per sé stessi e ovunque, per il
salario, per la dignità, contro ogni forma di sfruttamento e oppressione — il
campo cosiddetto “progressista” tenta sistematicamente di ridurre la lotta per
il popolo palestinese a una lotta “solo” per il popolo palestinese, anche quando
a parole è costretto ad affermare il contrario. Nulla ha reso questo più
evidente dell’incapacità di affrontare l’allargamento regionale della guerra
sionista, in particolare rispetto al Libano e all’Iran.
Noi non glielo permetteremo, non perché vogliamo escludere nessuno dalla lotta,
ma perché il popolo palestinese non ha bisogno di testimoni commossi né di
salvatori che vogliono sentirsi bene con la propria coscienza. Ha bisogno di un
movimento che sappia dove colpire, che agisca dove può agire davvero e che non
si lasci ridurre a gesto estetico da chi ha tutto l’interesse a tenerci innocui.
I dati che provano la complicità italiana sono documentati e inconfutabili: il
sionismo si regge su una rete globale di supporto materiale che passa anche per
l’Italia, le sue aziende militari, i suoi porti, le sue banche, le sue
istituzioni, i suoi media di regime. Non è un caso: è la strategia del Nemico.
Il sistema imperialista, di cui lo Stato in cui viviamo è parte integrante, ha
nell’entità sionista la sua testa di ponte. Solo combattendo questo sistema
dall’interno potremo sostenere concretamente la resistenza del nostro popolo. È
il momento di tradurre questa consapevolezza in azione.
Giovani Palestinesi d’Italia
Ringraziando chi l’ha fatta e inviata, diffondiamo la traduzione di un
comunicato cristallino di compagni iraniani e afghani. Al di là di quello che
“ci auguriamo” sulle sorti della guerra (la completa disfatta di Washington e
Tel Aviv), non abbiamo dubbi su dove “posizionarci”: dalla parte degli sfruttati
e oppressi che vogliono semplicemente vivere le proprie vite, contro tutte le
trame, gli interessi, le guerre dei potenti. Proprio come fanno questi compagni.
Per saperne di più sul Fronte Anarchico: https://anarchistfront.noblogs.org/
Comunicato dal fronte anarchico in Iran e Afganistan
Contro tutti gli Stati, contro tutte le guerre
Da più di un mese, le bombe statunitensi e israeliane stanno cadendo sopra
l’Iran.
I civili muoiono, centinaia di loro erano bambine/i.
Più di un milione di persone sono state sfollate. Internet è bloccato dal 28
febbraio. La guerra ormai si è estesa in tutta la regione.
Vogliamo dire qualcosa che i mezzi di comunicazione silenziano.
Non siamo in lutto per la repubblica islamica. Abbiamo lottato contro di essa da
tutta la vita. Ha torturato i nostri compagni e compagne. Ha imprigionato le
nostre sorelle. Ha massacrato la nostra gente per quarantasette anni.
Ma le bombe imperialiste non sono la nostra liberazione.
Lo stesso Trump l’ha detto. Non sta lottando per la democrazia. Non sta lottando
per le donne iraniane. Lotta per gli interessi strategici statunitensi, per
distruggere lo schieramento militare e controllare la regione. Washington non
bombarda per la libertà. Basterebbe chiederlo alla gente in Iraq. O la gente in
Afghanistan.
Mentre le bombe fuori cadono, la repubblica islamica crea una guerra interna.
Chi manifesta viene giustiziato.
I prigionieri politici son detenuti senza accesso al cibo. I nostri compagni e
compagne vengono fatte sparire.
La gente in Iran si trova intrappolata tra due forme di violenza. Una porta il
turbante. L’altra, giacca e cravatta.
A coloro che durante la diaspora sventolano la bandiera dello Shah, vogliamo
dire con tutta chiarezza: non siamo sopravvissuti durante questi 47 anni di
dittatura per consegnare la nostra terra al figlio dell’altro dittatore. La
corona e il turbante sono due facce della stessa medaglia. E rifiutiamo questa
medaglia.
Quello che vogliamo è semplice. Vogliamo una società dal basso. Senza re. Senza
mullah, senza scià. Vogliamo l’organizzazione del lavoro nelle mani di chi
davvero ci lavora. Comunità autorganizzate e autogestite. Tutte le persone
libere di decidere del proprio futuro.
Spalla a spalla con la gente in Iran. Non con Washington, non con la repubblica
islamica. Non con la corona.
Con i popoli.
Con la gente.
Contro la guerra imperialista! No ai mullah! No allo scià!
Riceviamo e diffondiamo.
Qui la locandina in pdf: Locandina A3-2
Qui delle “strisce” per pubblicizzare l’iniziativa: A3 per strisce
Riceviamo e diffondiamo:
PAROLA AD ALFREDO!
Il 18 maggio al tribunale di Bologna si è svolta la seconda udienza contro 6
compagnx, imputatx per fatti specifici inerenti la mobilitazione del 2022-23 al
fianco di Alfredo contro il 41-bis e l’ergastolo ostativo.
In quest’udienza sono stati sentiti diversi testimoni e, tra loro, ha potuto
prendere parola anche lo stesso Alfredo, in videoconferenza dal carcere di
Bancali.
La sue emozione, unita a quella della trentina di compagnx presenti in aula, è
stata fin da subito palpabile. Alfredo ha esordito con queste parole
In questo momento è emozionante stare qui, perché l’ultima volta che ho potuto
vedere facce amiche è stata un anno e mezzo fa e all’epoca c’erano Sara e
Sandrone che ora sono morti e non ho potuto dare loro la mia solidarietà perché
qua dentro il mio isolamento è totale, ti proibiscono di esistere.
Ha proseguito parlando delle motivazioni che nel 2022 , appena trasferito in
41-bis, l’hanno spinto ad intraprendere uno sciopero ad oltranza. Motivazioni
che, come lui stesso ha ricordato, hanno trovato ampia diffusione nella
mobilitazione internazionale che ha sostenuto la sua lotta. Ha evidenziato che,
senza il sostegno ricevuto da fuori, sarebbe stato condannato all’ergastolo
ostativo e che la sua lotta è stata mossa dalla necessità che la sua detenzione
in 41 bis non creasse un precedente estendibile al movimento.
A seguito di questo Alfredo ha raccontato il suo attuale stato di isolamento. Ha
ribadito di essere sottoposto ad un blocco pressoché totale della posta che
attualmente (a differenza del periodo antecedente la mobilitazione) vale anche
per le notifiche della posta trattenuta. Non riceve corrispondenza da mesi, gli
è stata recapitata di recente una lettera di dicembre 2025.
Ha poi parlato dell’ormai risaputa impossibilità dell’accesso ai libri, sia
tramite acquisto attraverso cataloghi che tramite la biblioteca centrale del
carcere. Ha raccontato il paradosso del suo isolamento, avendo avuto notizia di
larga parte delle mobilitazioni anarchiche degli ultimi anni attraverso il
corposissimo fascicolo che motiva il suo rinnovo al 41-bis, definito dalle
stesse guardie che gliel’hanno notificato “il più corposo della storia del
41-bis”.
Come ulteriore elemento della sua carcerazione ha descritto un 41-bis che va
allargandosi sempre più a persone prima non colpite da questo regime, in un
progressivo abbassamento della soglia di accesso, citando l’esempio di un
detenuto passato dall’AS al 41-bis perché trovato in possesso di un telefono
cellulare.
Quest’occasione ha consentito inoltre ad Alfredo di tratteggiare i passaggi
della sua detenzione, dal carcere militare per l’obiezione totale alla leva,
alle sezioni comuni, dalle sezioni di Alta Sicurezza di Ferrara e Terni, fino
all’approdo in 41-bis, definito luogo di isolamento totale. Sicuramente lo
sguardo di Alfredo non si è fermato alla sua personale esperienza e, anche
questa volta, non ha perso occasione per condannare la brutalità del 41-bis
tutto, ribadendo che per lui non c’è distinzione tra prigionieri all’interno di
tale sistema di reclusione e annientamento. Ha raccontato l’orrore del reparto
ospedaliero di 41-bis di Opera, dove sono detenute perlopiù persone molto
anziane, parecchie affette da Alzheimer, in carrozzina o con diverse autonomie
limitate, che non sanno manco più perché si trovano lì. Non ha potuto esimersi
dall’esprimere, infine, una valutazione sul senso di questo regime, voluto
originariamente per eliminare quei soggetti con cui lo Stato ha trattato e che
ha dovuto mettere a tacere una volta rivelatisi inutili ai suoi sporchi giochi.
A seguito della sua testimonianza si sono levati in aula inevitabili e calorosi
saluti carichi di affetto che hanno fatto indispettire la giudice con il
conseguente sgombero dell’aula. Anche all’inizio dell’udienza lx compagnx
presentx sono riuscitx a salutare Alfredo che ha ricambiato con affetto,
riuscendo così a rompere, seppur per una frazione di secondo, un isolamento
tremendo. È stata un’emozione fortissima, condivisa da entrambi i lati di quel
maledetto schermo.
Siamo certi che l’occasione di oggi sia stata molto preziosa per Alfredo, ma
ancor più per noi, che nelle sue parole e nella sua sempre presente ironia,
abbiamo trovato ancora una volta una determinazione enorme, un odio per gli
oppressori e un fortissimo amore per i suoi compagni, a partire dalle sue prime
parole per Sara e Sandro. Ed è con il loro vivo ricordo che anche noi vogliamo
concludere queste righe, per non dimenticare chi ha dato la propria vita per
lottare per un mondo diverso.
Con Sara e Sandro nel cuore.
Affinché di ogni prigione non restino che macerie.
Forza Alfredo!
Alcunx compagnx di Bologna imputatx e solidali
La prossima udienza del processo in questione sarà il 15 giugno alle ore 9.
Verranno sentiti gli ultimi testimoni e probabilmente si avvierà la discussione.