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[it, en] Sciopero della fame dei Prisoners for Palestine: appello per Heba Muraisi
Ringraziando chi l’ha fatta, riceviamo e pubblichiamo questa importante traduzione: Qui l’originale: Take Action: Demand Heba is moved to HMP Bronzefield – Prisoners For Palestine https://prisonersforpalestine.org/take-action-demand-heba-is-moved-to-hmp-bronzefield/   Agisci: chiedi che Heba venga trasferita all’HMP Bronzefield Heba Muraisi è al 56° giorno di sciopero della fame. Chiede di essere trasferita nuovamente all’HMP Bronzefield [carcere femminile di Bronzfieldt, ndt]   Heba si sente isolata perché è stata trasferita a chilometri di distanza dalla sua famiglia e dalla sua comunità a Brent, Londra. Il viaggio è troppo lungo per la sua famiglia. Sua madre non è in grado di percorrere i 286 chilometri che separano Londra da Wakefield a causa delle sue condizioni di salute e non vede sua figlia da oltre 4 mesi.   In ogni caso, le visite sono raramente approvate nell’HMP New Hall. Anche i propri cari che sono in grado di viaggiare non hanno potuto visitare Heba.     Agisci Contatta oggi stesso l’HMP Bronzefield e chiedi che accettino la richiesta di trasferimento. Di seguito i recapiti:   01784 425690: Numero principale   01932 232300: Numero di telefono alternativo   charlotte.wilson@sodexogov.co.uk   bf.correspondence@sodexogov.co.uk   bfsafercustody@sodexogov.co.uk   socialvisits.bronzefield@sodexojusticeservices.com   HMPPSPublicEnquiries@justice.gov.u
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La guerra interna si intensifica. Sulle 32 denunce per il blocco al porto di Ravenna
Riceviamo e diffondiamo questo comunicato di diverse realtà anarchiche e libertarie romagnole. Anche su https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/la-guerra-interna-si-intensifica/ Qui una versione impaginata per la lettura: laguerrainterna Qui una versione in opuscolo: comunicato-opuscolato-stampa   LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO DI RAVENNA. In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28 novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion. Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli come MSC, Zim e Maersk. La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale, oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di natura amministrativa”. Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche non allineate. Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il 13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte della stessa logica. Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una cornice di guerra. Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive. I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad un conflitto sempre più diffuso. La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a vedere i propri figli morire al fronte”(1). Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza. Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di perdere il posto di lavoro. Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici: lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna, ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil. La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano. Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action. In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto. Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo, appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia – significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi). La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità. I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania. Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali che gestiscono i territori. Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne satellitari “dual use” (progetto ERiS). Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità. Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna. La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la logistica militare é giusto, oltre che necessario! – Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena – Collettivo Samara – Equal Rights Forlì – Brigata Prociona Imola – Assemblea Anarchica Imolese – Spazio Autogestito Capolinea Faenza ______ NOTA (1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non lontano. 
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[it, en] Aggiornamento sullo sciopero della fame dei “Prisoners for Palestine” [23/12/2025]
Ringraziando chi l’ha tradotto, pubblichiamo questo ennesimo e importante aggiornamento. Qui l’originale: https://prisonersforpalestine.org/two-hunger-strikers-pause/ Quattro scioperanti della fame continuano la protesta mentre altri due sospendono lo sciopero dopo 49 giorni, nel corso del procedimento legale contro Lammy (vice primo ministro inglese e segretario di Stato per la Giustizia) Venerdì 19 dicembre, Qesser Zuhrah ha deciso di interrompere il suo sciopero della fame dopo 48 giorni di digiuno. Ad essa si è unita Amu Gib, che ha ripreso a nutrirsi dopo 49 giorni di sciopero della fame. Questa decisione è stata presa dopo che a Zuhrah è stata negata l’ambulanza per oltre 18 ore durante la notte dall’HMP Bronzefield, mettendo in pericolo la sua vita e alimentando le proteste fuori dal carcere, tra cui quella di una parlamentare, Zarah Sultana, che si è rifiutata di andarsene fino a quando a Qesser non fosse stata fornita un’ambulanza. Sia Qesser Zuhrah che Amu Gib sono detenuti in custodia cautelare presso l’HMP Bronzefield. La decisione di porre fine allo sciopero è stata presa dopo che Qesser ha sofferto di continui dolori lancinanti all’addome, mentre Amu ha sofferto di grave debolezza e annebbiamento mentale che l’ha costretto su una sedia a rotelle. Altri quattro, Kamran Ahmed, Heba Muraisi, Teuta Hoxha e Lewie Chiaramello, continuano lo sciopero della fame, nonostante Kamran sia stato ricoverato in ospedale per la terza volta da quando ha iniziato lo sciopero. Heba Muraisi ha dichiarato che non interromperà lo sciopero della fame a meno che non venga trasferita nuovamente all’HMP Bronzefield, dove era inizialmente detenuta prima di essere trasferita improvvisamente all’HMP New Hall, a chilometri di distanza dalla sua famiglia e dalla sua rete di sostegno. Oggi a Teuta Hoxha è stata negata la libertà provvisoria per motivi umanitari. Lewie Chiaramello continua a digiunare in modo intermittente nonostante sia affetto da diabete di tipo 1, il che sta avendo un impatto critico sulla sua salute, causandogli confusione, vertigini e debolezza. Sebbene il numero dei partecipanti allo sciopero della fame sia diminuito, questi ultimi hanno avviato un procedimento legale contro David Lammy, citando una violazione delle politiche governative in materia di sciopero della fame e la mancanza di risposta ai partecipanti allo sciopero, nonostante l’invio di numerose lettere al Segretario di Stato. La lettera, inviata lunedì, delinea l’intenzione del gruppo di intraprendere un’azione legale, citando il presunto abbandono da parte del governo del proprio quadro politico in materia di sicurezza carceraria. La lettera richiede una risposta entro 24 ore, sottolineando che la questione è “urgente” poiché “la salute dei nostri clienti continua a deteriorarsi, tanto che il rischio di morte aumenta ogni giorno”. La lettera è l’ultima mossa nel tentativo di coinvolgere il governo nell’avvio di negoziati. Un portavoce di Prisoners for Palestine ha dichiarato: “I quattro rimasti continueranno a rifiutare il cibo sulla base delle cinque richieste, specificando inoltre che le loro richieste includono la fine di tutti gli ordini di non associazione tra i detenuti, il trasferimento di Heba all’HMP Bronzefield e lo stesso accesso a tutti i corsi e le attività dei detenuti condannati. Gli ordini di non associazione sono utilizzati per isolare ulteriormente i detenuti gli uni dagli altri nonostante si trovino nella stessa prigione; proprio come Heba è stata trasferita dall’altra parte del Paese, lontano dalla sua famiglia e dai suoi amici a Londra. A causa del prolungato periodo di custodia cautelare, ben oltre il limite legale di sei mesi, è giusto che i detenuti possano accedere alle stesse attività di tutti gli altri”. Al termine dello sciopero della fame, Qesser Zuhrah ha dichiarato: “Al nostro governo diciamo: non rilassatevi, perché torneremo sicuramente a combattervi con i nostri stomaci vuoti nel nuovo anno, quando sarete tornati vergognosamente dalla vostra pausa intrisa di sangue, alla teatralità della vostra ‘democrazia’. Le nostre richieste rimangono comunque ineludibili, e questa pausa è la vostra occasione per soddisfarle, per fare la cosa giusta, per smettere di armare e aiutare questo genocidio, altrimenti ci costringerete a tornare ad affrontarvi con il nostro respiro, che sarà molto più disastroso e pericoloso di questa prima volta”. Amu Gib ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo ora. Non ci sarà nessuna cena a base di tacchino né alcuna pausa nel programma sionista di genocidio. Siamo impegnati nella resistenza al loro copione, non solo fino a Natale, ma per il resto delle nostre vite… Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla liberazione”.
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Sull’applicazione della Legge Anti-Rave, in Sudtirolo e non solo
Ci viene segnalato questo testo, che a nostra volta diffondiamo. Al di là di come viene tematizzata l’attuale svolta repressiva (certi passaggi sulla “inversione dell’onore della prova” e sulla negazione delle “garanzie normalmente concesse al cittadino” sembrano tradire la nostalgia di un garantismo che non è mai esistito e che non ci appartiene), ci pare un testo utile a non chiudere gli occhi sulla crescente negazione degli spazi di libertà e socialità, della quale la repressione dei “free party” è un aspetto significativo senza essere l’unico (pensiamo ad esempio, oltre allo sgombero degli spazi sociali occupati, alla soppressione delle aule autogestite all’interno delle università, o ancora all’istituzione delle “zone rosse” nelle aree urbane). Bene ribadire – come viene fatto nel testo – che se questa svolta repressiva trova il proprio motore nell’attuale governo (nella sua “cultura” fascistoide e nei suoi biechi calcoli elettoralistici), la causa più strutturale di questa repressione a 360 gradi è la corsa verso la guerra. Se questa è né più né meno che l’orizzonte del nostro presente, opporsi ad essa è la sola porta stretta da cui dovrà passare una riscossa sempre più urgente (come ha recentemente dimostrato il movimento per la Palestina, che con i suoi blocchi ha violato nei fatti la Legge Manganello ex-1660 come non avrebbero saputo fare centomila chiamate alla disobbedienza). Lunga vita a tutti i ribelli! Da https://www.facebook.com/photo?fbid=1312865777534506&set=a.467016962119396 e anche in https://oltreilponte.noblogs.org/post/2025/12/23/bz-41-denunce-per-una-festa-free-party-is-not-a-crime/   41 DENUNCE PER UNA FESTA FREE PARTY IS NOT A CRIME! Nella notte fra sabato 20 e domenica 21 dicembre i carabinieri hanno interrotto una festa organizzata in una galleria abbandonata della vecchia strada per Sarentino. Il titolo principale della prima pagina del quotidiano Alto Adige riporta: “Rave nella galleria, 41 denunce”. Secondo quanto descritto nell’articolo i solerti militari avrebbero inoltre sequestrato denaro e automezzi. I carabinieri sarebbero al lavoro per identificare e denunciare altri partecipanti. Qualora i denunciati fossero più di 50 i presunti organizzatori potrebbero quindi ricevere una denuncia per violazione del cosiddetto decreto anti-rave approvato nel 2022, uno dei primi provvedimenti adottati dal Governo di estrema destra Meloni/Salvini per colpire chi organizza e partecipa ai free party. Il primo di una serie di decreti costruiti sulla scia di emergenze inventate ad arte dai mass media di regime. Il decreto anti-rave, attraverso il solito pretesto della “sicurezza”, è un provvedimento ultrarepressivo e autoritario che trasforma l’organizzazione di una festa – o la semplice partecipazione ad essa – in un reato che può comportare pesanti condanne penali. Questa azione repressiva rientra in un quadro generale nazionale che da oltre tre anni vede la sistematica criminalizzazione di precise categorie sociali e comportamenti che non rientrano nel quadro normativo ultrareazionario della banda di borghesi fascistoidi al governo. Dal decreto anti-rave al decreto Caivano fino al decreto sicurezza il governo Meloni utilizza il codice penale come arma di propaganda a costo zero contro proletari e precise categorie sociali, criminalizzate e represse in ogni modo. Sulla stessa linea il DDL Gasparri (in questo seguito anche da quello del parlamentare del PD Delrio) ha l’obiettivo dichiarato di contrastare la lotta contro il genocidio del popolo palestinese. Il codice penale e le forze di polizia diventano così strumenti di repressione e oppressione contro soggetti, manifestanti e militanti non allineati alla linea governativa. A Bolzano abbiamo visto nella pratica in cosa consiste la criminalizzazione preventiva da parte della Questura. In particolare l’ex Questore Paolo Sartori – oltre a vietare e limitare numerose manifestazioni – ha utilizzato in maniera criminale le misure di repressione preventive e amministrative (avvisi orali, fogli di via, espulsioni, revoca permesso di soggiorno) per colpire per via extragiudiziale militanti politici, senzatetto, marginali, immigrati sospettati di avere commesso un reato. Soggetti verso i quali viene invertito l’onere della prova e nei cui confronti non è riconosciuta alcuna garanzia normalmente riservata ai cittadini. Si tratta di misure firmate sulla base di pregiudizi che non prevedono alcuna possibilità di difesa e che – come abbiamo visto nel caso di alcuni compagni e compagne sudtirolesi – limitano pesantemente la libertà delle persone anche in assenza di reato. A tal proposito basta ricordare il caso dell’Imam di Torino Mohammed Shahin, oggetto di un decreto di un espulsione e internato in un CPR da parte del Ministro dell’Interno per avere pronunciato un’ opinione non gradita al governo nel corso di una manifestazione. Ma casi del genere, in particolare nei confronti di immigrati e musulmani attivi nella lotta contro il genocidio del popolo palestinese, sono molti e restituiscono il pesante clima di intimidazione e repressione in cui siamo immersi. Questa allucinante operazione dei carabinieri altoatesini, che sposta sul piano penale una semplice festa autoorganizzata e autogestita da un gruppo di giovani, va quindi letta in un quadro generale più ampio dove lo strumento penale viene utilizzato per bastonare e reprimere il dissenso e minoranze ribelli. Il governo utilizza la violenza e la propria forza per imporre modelli di comportamento graditi e allineati all’ideologia al potere, in cui ogni forma di autonomia e pensiero critico viene osteggiato. In questo caso le forze di polizia ricorrono a denunce e sequestri mentre invece la scorsa primavera nelle Giudicarie in Trentino, un altro free party era stato sgomberato violentemente dai reparti celere con manganellate e pioggia di lacrimogeni. Nel corso dell’anno analoghe violenze poliziesche si sono verificate a Torino e Modena per sgomberare altre feste. Anche il modo di vivere il tempo libero diventa quindi un terreno di scontro in cui le feste libere e autogestite vengono viste come fumo negli occhi. Il modello “Produci – consuma – crepa” è il solito con cui ci vorrebbero addomesticare da anni, costretti a passare le serate in discoteche commerciali o locali alienanti e sovraffollati dai costi proibitivi, alienati e isolati in ambienti digitali o zitti ad acquistare in cattedrali del consumo come il Waltherpark. Secondo il governo le feste libere – autoorganizzate e autogestite – vanno represse perché escono dai circuiti commerciali e perché promuovono l’autogestione e la responsabilizzazione dei partecipanti, rompendo logiche di consumo passivo e di delega.  Stiamo vivendo tempi di guerra. Il Governo italiano, dopo aver sostenuto politicamente, militarmente ed economicamente il genocidio del popolo palestinese ha assunto l’impegno di dedicare il 5% del PIL al riarmo in vista di un possibile scontro armato con la Russia, dato per imminente dalle èlite europee. Per finanziare il business della guerra e del riarmo il governo Meloni taglia i fondi alla sanità, alla scuola, alle pensioni e ai servizi sociali. In questo clima distopico in cui gli spazi di pensiero e critica sono sempre più ristretti attraverso censure più o meno sofisticate il governo – con il supporto della stampa alleata – costruisce quindi nemici a costo zero per manipolare la realtà e distrarre la popolazione di fronte alle criminali responsabilità di chi ci sta portando in guerra. Dagli immigrati ai rave, poi i giudici che non approvano le decisioni del Governo, i musulmani, i maranza e ora i centri sociali occupati, dove il ministro dell’Interno interviene direttamente nelle città per esibire lo sgombero del Leoncavallo a Milano o di Askatasuna a Torino come scalpi propagandistici. La libertà va difesa in ogni ambito di vita. Al lavoro, a scuola, nel tempo libero. Massima solidarietà ai ragazzi denunciati in questa azione di propaganda Non lasciamo solo chi è stato colpito da questo delirio repressivo Non ci avrete mai come volete voi Vogliono consumatori passivi, avranno ribelli
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Chi ha paura dell’Anarchia? Su alcune denunce per blocco stradale a Padova
Riceviamo e diffondiamo: La repressione ha sempre avuto gambe lunghe e piedi piatti Chi ha paura dell’Anarchia? Sul reato di blocco stradale contestato ad un compagno ed una compagna di Padova La repressione ha sempre avuto gambe lunghe e piedi piatti. Gambe lunghe, che superano ogni porta, cancello e siepe per cercare di prenderti; piedi piatti, per schiacciare tutto omogeneamente e sommariamente, senza farsi troppi pensieri sugli spazi sottostanti. Se di queste conformazioni fisiche della controparte in divisa avevamo ben coscienza da tempo, non ci aspettavamo certo di vederla diventare finta invalida e al contempo centometrista. Ma facciamo un passo indietro: durante il beneamato sciopero del 3 ottobre (amato perché si sa che non c’è gioia più grande che non lavorare), in tutta Italia, nelle strade, nelle piazze e anche nelle carceri (come alla Dozza di Bologna) succedevano accadimenti e vicende a sostegno del popolo palestinese. Così che anche a Padova in tanti e tante si è saltato lavoro, scuola, università o anche solo tempo libero per protestare contro l’entità sionista, che occupa territori palestinesi e porta avanti il suo genocidio di Stato. Le manifestazioni locali ci portano quindi all’interporto di Padova, dove un nutrito corteo va a contestare la presenza della Maersk (azienda che trasporta ben più che beni di prima necessità). Sulle modalità del corteo e sul resto non diremo molto di più, chi era presente ha ben visto cosa è successo e come è stata gestita la piazza, e chi vuole può trarre da sé le conclusioni che ritiene giuste. Quello che di sicuro ci siamo portati a casa è un sentimento di rabbia contro la società dello spettacolo che si rappresenta uguale sia dentro che fuori la manifestazione. Si apprende dai giornali che, durante suddetto girotondo e durante la suddetta manifestazione, 60 anarchici (magari!) avrebbero bloccato un camion lungo il percorso. Sempre stando alle dichiarazioni della stampa, pare che quel camion dovesse trasportare a destinazione un carico importantissimo, ma che la manifestazione e questi suddetti 60 anarchici (magari! di nuovo) l’avrebbero bloccato. Possiamo solo immaginare cosa veniva portato dentro il camion: l’elisir di eterna giovinezza? La pietra filosofale? Purtroppo non lo sapremo mai e quindi ci limiteremo a raccontarvi dei fatti accaduti. È un po’ complesso parlare di blocco stradale quando un blocco stradale non c’è stato, così come è complesso parlare di manifestazione non autorizzata mentre è in corso nello stesso luogo, nello stesso posto e nello stesso tempo un’altra manifestazione. Eppure a quanto pare due persone che camminano in mezzo alla strada (e pure sulle strisce pedonali a dirla tutta), così come il resto della manifestazione, sarebbero statx promotore e promotrice di un blocco stradale e di una manifestazione non autorizzata. Sui fatti specifici non c’è molto da dire, perchè non sussiste nulla: su una strada già bloccata da una manifestazione, in cui non si può né uscire né passare, è davvero possibile fare un ulteriore blocco stradale? E, essendo dentro una manifestazione, nello stesso posto e nello stesso tempo, è davvero possibile fare un’altra manifestazione? Ma per fortuna a queste domande a cui da qualche riga non troviamo risposta, abbiamo chi ci può indicare la via. La repressione finta invalida infatti fa finta di non vedere l’ovvietà dell’assurdità delle accuse mosse, e quindi al termine della manifestazione segue e insegue un compagno e una compagna per fargli fare una gioiosa gita in questura, durante la quale viene comunicato ad entrambi l’apertura di un’indagine per manifestazione non autorizzata, alla compagna una violazione del foglio di via da Padova (un altro degli scherzetti della questura per questo interessante 2025) e al compagno un avviso orale (condito di rassicurazioni sulla possibilità di ottenere in futuro anche una bella sorveglianza speciale). La domanda che sorge spontanea è perché proprio a queste due persone venga imputato un reato che non sussiste (ma su questo torneremo dopo). Fin qui la riproduzione della repressione non è qualcosa di non visto: processi inventati, accuse infondate e giustizia sommaria sono questioni trite e ritrite. Entra quindi in gioco il vero elemento di novità della vicenda: la repressione centometrista. Come infatti avrete potuto leggere, in questura non viene contestato subito il reato di blocco stradale. Come fanno quindi il compagno e la compagna ad esserne a conoscenza? Beh perchè poco più di un mese dopo dall’apertura dell’indagine, è arrivata anche la chiusura. Le chiusure indagini di solito impiegano mesi, se non anni per essere notificate: infatti in Italia l’unica cosa che ci è sempre andata bene è la lentezza della burocrazia e delle scartoffie, che compagni e compagne dal resto d’Europa ci invidiano ardentemente. La domanda che sorge quindi spontanea è: perché arriva una chiusura indagine dopo un mese per un fatto che non sussiste? Perché sono stati fermati proprio quel compagno e quella compagna? Torniamo quindi alla domanda di cui sopra a cui diamo una risposta con un’altra domanda: Chi ha paura dell’Anarchia? Eh sì, perché le due persone fermate sono così definite dalla giustizia locale: anarchici. Non è un caso che da settembre a questa parte diverse indagini di polizia, di cui siamo a conoscenza sempre leggendo dai giornali, abbiano portato ad indagare persone, che pare siano afferenti alla cosiddetta area anarchica. A settembre, infatti tre compagnx si vedevano entrare in casa sgherri in divisa, che accusavano, udite udite, del gravissimo reato di “striscioni appesi”: dalle foto sui giornali, apprendiamo fossero in solidarietà ad Alfredo Cospito, Mohamed Awad Attia ed ad alcune compagnx indagatx nei processi a Torino e Milano per i cortei contro il 41bis della stagione di lotta a fianco di Alfredo. Istigazione a delinquere e ricettazione i reati contestati. Parlando di quei mesi di lotta per e con Alfredo contro il 41bis, si nota un parallelismo quasi lineare. In coda a quel periodo, due anni e mezzo fa, sempre a Padova, tra l’altro al compagno accusato di blocco stradale in questa vicenda, piombavano in casa le guardie. I reati contestati allora? Istigazione a delinquere e imbrattamento (compagno poi assolto in primo capitolo sempre durante questo movimentato autunno). Ma cos’altro accomuna questi due momenti? Beh, viene da pensare che in una città pacificata come è Padova una compagine anarchica venga vista un po’ come un elemento, che esce dagli oliati sistemi di pacificazione cittadina. Qui lo diciamo chiaro: gli ultimi reati contestati e le perquisizioni ‒ di adesso, come di allora ‒ fanno parte di un unico grande schema repressivo. Ogni volta che c’è la sensazione che esista una componente rilevante di anarchicx nel contesto patavino, la risposta immediata è quella dell’intimidazione. In primo luogo verso lx compagnx che si ritrovano a dover affrontare procedimenti penali per nulla, in secondo luogo per le persone che potrebbero avvicinarsi a questa suddetta area, che vengono intimorite indirettamente dal rischio di denunce indagini e quant’altro. Ed infine, la famosa teoria dell’accumulo, per cui più accuse senza senso ti do più, se un giorno mi va di darti una misura cautelare, ho terreno di manovra per richiederla. Pacificazione e Repressione diventano fenomeni contigui. La repressione come mezzo di pacificazione e la pacificazione come repressione interna, in uno spettacolo che si ripete sempre uguale dentro e fuori gli ambienti antagonisti. Fortuna vuole che il vittimismo (anch’esso figlio non riconosciuto della pacificazione) non sia qualcosa che ci appartiene, così come non ci appartiene il qualunquismo sensazionalista di chi dice che finiremo tuttx in galera. Parlare della repressione e fare considerazioni sulla stessa servono per osservare in maniera materiale la realtà che ci circonda. Capire come si muove la repressione nel nostro contesto geografico e capire come affrontarla al meglio. Per ribadire il concetto che non dobbiamo farci intimidire da accuse fasulle e inventate. Per dire che se il conflitto (politico o giudiziario che sia) viene a bussare alla porta saremo prontx ad accoglierlo a braccia aperte. Per dire ancora una volta, e non ci stancheremo, che finché sussisteranno le motivazioni delle nostre lotte, ci troverete, vostro malgrado, tra i vostri piatti e fetidi piedi. Se questa storia ci insegna qualcosa, e non ne siamo per forza certx, è che hanno più paura loro di noi, che noi di loro.
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La pace si fa con la Resistenza. Risposta dei Giovani Palestinesi e di UDAP alle minacce di Meloni
Riprendiamo da https://pungolorosso.com/2025/12/21/gpi-e-udap-rispondono-allattacco-della-meloni-ad-atreju/ queste parole fiere, puntuali e belle, diffuse dalle autentiche organizzazioni di lotta dei palestinesi in Italia contro le vili minacce di Meloni – e la comparsata del pagliaccio collaborazionista Abu Mazen – ad Atreju: COMUNICATO DI RISPOSTA ALL’ATTACCO DELLA MELONI ALLE ORGANIZZAZIONI PALESTINESI L’invito di Abu Mazen ad Atreju e l’esplicito attacco della Meloni alle realtà e ai movimenti palestinesi nel comizio finale, costituiscono un dato di fatto significativo: la capacità del movimento di resistenza palestinese di rivelare le fratture e  le contraddizioni del sistema politico italiano ed internazionale. Per rispondere più nel dettaglio alla Presidente, che ad Atreju ci ha interpellati direttamente, “pretendendo di sapere se la resistenza della quale parliamo sia Hms”. Siamo d’accordo con Meloni quando dice che “la pace non si fa con le canzoni di John Lennon ma con la deterrenza”, e ribadiamo che, come dimostra l’oltre un secolo di lotta anticoloniale del nostro popolo, in Palestina l’unica deterrenza contro “Israele” è la Resistenza. Chi ha storicamente rappresentato i palestinesi, in Palestina e nella diaspora, non è mai stato un organo imposto dall’esterno, ma il movimento di resistenza nella sua pluralità di movimenti, partiti, fazioni e gruppi, che hanno guidato e sostenuto nel tempo tutte le forme della lotta di liberazione. La resistenza palestinese non è un fenomeno contingente né riconducibile a un singolo attore, è un processo storico che si sviluppa da oltre un secolo e che si esprime in forme molteplici: dalla resistenza politica e sociale a quella culturale, dalla resilienza quotidiana delle comunità al sacrificio dei prigionieri, dei giornalisti, delle donne e dei bambini sotto assedio. Perciò l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese è chiunque e qualunque fazione lo difenda contro l’occupante sionista, compresi alcuni membri proprio del partito del suo ospite e caro amico Abu Mazen. Uno di questi si chiama Anan Yaeesh, detenuto in Italia, a Melfi, con false e ingiuste accuse. Anan non è né un membro di Hms né di qualche partito comunista, ma un militante di Fateh, che tecnicamente è il partito dell’Autorità Palestinese. Abu Mazen ha mai parlato a Meloni di Anan? Ha mai preteso la sua liberazione? Certamente no, e questo dà la misura di quanto sia traditore dei palestinesi, a partire da quelli che dovrebbero essergli più prossimi. Meloni ha paura delle “autoproclamate” associazioni palestinesi perché sa che noi abbiamo più legittimazione di un burattino come Abu Mazen, perché sa che alla testa della piazza del 4 ottobre c’eravamo noi e non l’ambasciata palestinese, che in due anni non ha proferito mezza parola sul genocidio e che non muove un dito per la liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti in Italia. Questa messinscena è un inutile tentativo di riabilitare un leader riconosciuto solo da una comunità internazionale che rifiuta di ammettere le proprie responsabilità storiche nel progetto coloniale israeliano; un leader non riconosciuto dal suo stesso popolo, per il suo ruolo di sostegno all’occupazione sionista. Allo stesso tempo, la sua partecipazione al convegno di Fratelli d’Italia, è un chiaro tentativo di rilegittimare il governo Meloni di fronte all’opinione pubblica e di fare dimenticare il protagonismo italiano nel genocidio e nelle pratiche di oppressione coloniale. Ma il genocidio non sarebbe stato possibile senza il contributo fondamentale del made in Italy. L’Italia infatti è il terzo esportatore europeo di armi verso “Israele”, che invece è il secondo fornitore di armi all’Italia, che con i suoi contratti militari, economici e accademici sostiene pienamente l’occupazione e lo sterminio dei palestinesi. Il massacro non sarebbe stato possibile senza l’incessante lavoro di sostegno diplomatico che il suo Governo ha svolto per “Tel Aviv” a tutti i livelli e in ogni occasione. Solo questo completa e rende pienamente giustizia al quadro illusionista che la Premier ha dipinto ad Atreju: i bambini che lei ha fatto umanamente venire in Italia per curarsi sono doppiamente suoi, perché la mano italiana li ha bombardati prima e curati poi. Ugualmente gli aiuti sono stati possibili solo grazie al contributo dell’Italia all’assedio e alla fame di Gaza. Rimanere saldamente al fianco della resistenza e opporsi ai collaborazionisti è fondamentale, ora più che mai, perché è proprio sul disarmo e sulla riabilitazione dell’Autorità Palestinese che si gioca il piano Trump per la colonizzazione della Palestina e per la liquidazione della sua causa. Le organizzazioni palestinesi in Italia pretendono dallo Stato Italiano quello che Abu Mazen non pretenderà mai: l’embargo totale delle armi ad “Israele”, la rottura di ogni rapporto militare, economico politico e accademico, e soprattutto la liberazione di Anan Yaeesh e la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi e per la Palestina in Italia. Giovani Palestinesi d’Italia (GPI) Unione Democratica Arabo Palestinese (UDAP) 
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FUORI DAL VORTICE qualche parola su una nuova operazione repressiva a Genova
Riceviamo e diffondiamo: Qui in formato opuscolo: fuori dal vortice- operazione repressiva a genova- FUORI DAL VORTICE qualche parola su una nuova operazione repressiva a Genova Il 5 maggio 2024 un partecipato ed energico corteo ha attraversato le vie del centro storico di Genova in solidarietà a 8 compagne e compagni arrestati fuori dallo spazio occupato Ex Latteria. Un corteo nato per rispondere a un intervento brutale in cui i carabinieri, con uno spropositato dispiegamento di forze, l’uso di taser e spray urticanti, hanno compiuto l’ennesimo atto di superflua repressione in cui quotidianamente è possibile imbattersi se si abbandonano le vie patinate dello shopping e ci si spinge tra chi non è perfettamente assimilabile dal sistema, non è conforme o esprime dissenso. La partecipazione incondizionata, la determinazione e la rabbia di quel corteo hanno provato a ribadire l’inconciliabilità con un presente opprimente e tutti gli apparati che lo sorreggono. A metà ottobre i giornali rivelano che il PM Longo aveva cercato di accusare già mesi prima 26 persone, scelte secondo il suo discutibile criterio di appartenenza ad aree antagoniste invise alla questura, chiedendo per loro la custodia cautelare in carcere con l’addebito del reato di saccheggio e devastazione. La sua richiesta è stata inizialmente respinta dal tribunale per l’evidente incongruenza dell’apparato accusatorio, tra la frustrazione e l’indignazione di politici forcaioli sedicenti democratici e giornalisti. A seguito della rinnovata richiesta da parte di Longo, che si conferma essere l’ennesimo passacarte delle veline della questura, sono state per ora attribuite misure cautelari a 13 dellx indagatx: rientro notturno, obbligo di dimora e firma quotidiana, attualmente sospese in attesa della cassazione. Inoltre, per questa indagine in corso, ad un compagno di Genova è stato notificato il foglio di via da Genova perché residente in un piccolo comune limitrofo. Il recupero del reato di devastazione e saccheggio, introdotto in epoca fascista attraverso il famigerato Codice Rocco, è espressamente pensato per reprimere le rivolte spontanee che incendiano città e territori quando le persone sentono che la misura è più che colma, decidono di non tacere e smettono di essere passive, semplici spettatrici. Negli ultimi anni questo capo d’imputazione è stato utilizzato per colpire non solo momenti di piazza, ma ha visto applicazioni in carceri minorili e case circondariali, quando i detenuti in decine di città, isolati e privati della già minima possibilità di comunicare durante la pandemia del 2020, hanno attuato proteste sfociate in disordini durati giorni, represse da interventi brutali e feroci della polizia penitenziaria che hanno portato alla morte di 14 carcerati e centinaia di feriti. Anche nei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) della penisola, luoghi di estrema sofferenza ed emarginazione, il reato è stato più volte attribuito a seguito di proteste e rivolte più che legittime, date le disumane condizioni di reclusione e soprattutto l’ingiustificabile detenzione amministrativa di persone migranti rese “clandestine” dal sistema di accoglienza, che nega ogni possibilità di regolarizzare la propria posizione. Il governo, attraverso campagne di disinformazione mistificatorie, criminalizza il fenomeno della migrazione, creando false narrazioni e cercando di trarre vantaggio dal senso di insicurezza sociale e dall’ostilità tra sfruttati, lusinga il privilegio di chi ha un documento in tasca con l’idea di poter risolvere le dinamiche sociali innalzando muri, aumentando i trasferimenti coatti delle persone migranti e delocalizzando le strutture detentive negli avamposti neo-coloniali, sfruttando l’assoggettamento di paesi limitrofi alla politica della “fortezza Europa”. L’ingranaggio della reclusione, in tutte le sue forme, continua ad essere ben oliato e chiunque vi si opponga viene colpito da una durissima repressione. Il fatto che il reato di devastazione e saccheggio sia rimasto quasi invariato dall’epoca fascista (tranne per le aggravanti introdotte con il D.L. “Sicurezza-bis” per fatti commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico) mette in luce come la modalità di gestione dei conflitti all’interno della società non sia cambiata, e che ciò che più intimorisce il potere rimane il pericolo di propagazione di idee sovversive e la diffusione di conflittualità. Spiccano le pene elevatissime per questo reato, fino a 20 anni di reclusione, ma risulta ancor più pericoloso il concetto di “concorso morale”, secondo il quale è sufficiente un atteggiamento non ostile verso ciò che accade o la semplice partecipazione ad una situazione di piazza per concorrere e supportare il proposito “criminoso” di altrx. La narrazione poliziesca insiste nel cercare strutture e organizzazioni gerarchiche in azioni spontanee, nella rabbia individuale e nella voglia di scendere in piazza. Questo tentativo di individuare capi e logiche di potere è basato su direttive nazionali, che mirano a criminalizzare le lotte e dissuadere le persone dal partecipare. Essere presenti ad un corteo, scendere in strada, colpire gli strumenti del controllo, esprimere le proprie idee fissandole sui muri, condividere la rabbia contro la gabbia che chiamano normalità e la tirannia che chiamano democrazia è una necessità, un respiro, una gioia collettiva e individuale che non ha un vertice, non segue direttive, straborda da qualsiasi piano prestabilito. La repressione mira a minimizzare il livello del conflitto, agendo anche preventivamente per minare relazioni di solidarietà e pratiche sovversive, con la volontà di creare un deserto sociale basato sulla paura delle ripercussioni punitive e sulle divisioni interne. È un sistema che si prepara a piegare e bloccare qualsiasi forma di dissenso, producendo nuovi decreti e pacchetti sicurezza, oppure usando vecchie leggi in modi sempre nuovi, per smorzare qualunque istanza di rottura e conflitto, con la volontà di mettere fuori campo chi non accetta di farsi plasmare dal potere. In uno stato di guerra che è sempre più la realtà quotidiana, le bombe e il sangue decimano vite e distruggono territori: da Gaza al Myanmar, dallo Yemen all’Ucraina, dal Sudan al Pakistan (per un totale di più di 50 conflitti in corso nel mondo). La complicità e il sostegno diretto dell’Occidente sono ormai sotto gli occhi di tuttx: è palpabile l’incrementata militarizzazione di tutta la società, plasmata dall’economia di guerra, sempre più modellizzata in direzione autoritaria e gerarchica con il conseguente aumento della repressione e della censura. Alzando gli occhi dai nostri dispositivi elettronici, diventati estensione dei corpi umani, è facile accorgersi della corresponsabilità nel saccheggio costante del pianeta in termini umani ed ecosistemici da parte dei governi liberali e del loro braccio armato: i grandi gruppi industriali e di ricerca tecnologica come Leonardo, Fincantieri e l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), le banche come Intesa San Paolo e Unicredit, le compagnie di armatori come Bahri e MSC, le multinazionali dell’estrattivismo come Glencore o Altamin, i colossi rapaci dell’energia come Eni e gli sfruttatori di terre altrui e disgrazie nostrane come Benetton. Mentre soffiano ovunque venti di guerra, le condizioni di vita peggiorano e le prospettive si assottigliano, ci sembra normale e legittimo che la rabbia si manifesti in molteplici forme. Le cause dell’oppressione quotidiana sono riconoscibili in luoghi fisici che le rappresentano e per questo vengono spontaneamente attaccati. Le lotte di liberazione in luoghi diversi, come in Nepal, Indonesia, Perù, Marocco, Wallmapu, dove individui e popoli hanno deciso di lottare e autodeterminarsi, ci indicano che è giunto il momento di scegliere da che parte stare: se dalla parte di chi con autonomia e coraggio rivendica una vita dignitosa, oppure da quella di chi, dall’alto del proprio potere, bombarda e affama intere popolazioni, sottopone territori alla devastazione, incarcera e rende sempre più fragili e incerte le nostre esistenze. La violenza di Stato si fa chiamare legge, perciò non ci stupisce che chi la applica tenti di mettere al muro chi intende cambiare radicalmente una società basata su guerre e sfruttamento. Lx indagatx dalla procura genovese sono di fatto sotto accusa per non essere rimastx in silenzio davanti all’ennesimo episodio di ordinaria violenza autoritaria dei carabinieri. Le scritte di solidarietà sui muri, le telecamere oscurate, le vetrine delle banche infrante da anonimx autorganizzatx spontaneamente il 5 maggio, sono di sicuro un oltraggio per chi non vuole mettere in discussione i propri privilegi, ma non ci vuole l’intelligenza artificiale per capire che la vera violenza e il saccheggio avvengono tutti i giorni nelle nostre vite, nelle scuole, al lavoro, negli ospedali, dove ognunx di noi è sfruttatx senza ritegno e tutto è schiacciato dal profitto. Quel giorno la piazza ha saputo mettersi in gioco contro le disuguaglianze e l’oppressione che vengono sistematicamente messe in atto per le strade delle città, nei CPR, nelle carceri, nelle zone in cui il potere porta avanti genocidi e guerre più o meno distanti da qui. La mobilitazione di quei giorni a Genova ha saputo rompere l’indifferenza in maniera concreta, distruggendo la spirale di passività nella quale ci vorrebbero affossare. Per questo la nostra solidarietà va a tutte le persone indagate in questo procedimento, allx compagnx recentemente colpitx da provvedimenti tra Catania, Palermo, Bari, Messina, Siracusa, Torino, ax condannatx del Brennero, a tutte le persone recluse nelle carceri e nei CPR, a tutti i popoli in lotta e a coloro che non si arrendono. Genova, dicembre 2025 Abbiamo appreso che a metà febbraio avrà luogo l’udienza di cassazione per le misure cautelari, seguiranno aggiornamenti.
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Foligno, 4 gennaio: Befana internazionalista (con il dibattito “Dalle parole ai fatti”)
Riceviamo e diffondiamo: BEFANA INTERNAZIONALISTA 2026 Domenica 4 gennaio Circolo Anarchico “La Faglia”, Foligno, via Monte Bianco 23 Dal primo pomeriggio, per tutta la giornata Libri scatenati. Esposizione della mostra “La Cantonata” e bazar di materiale editoriale dissequestrato a seguito degli esiti dell’inchiesta Sibilla. Dalle 15:00 Proiezione del documentario To Kill a War Machine (2025) sulle azioni e le ragioni di Palestine Action. Dalle 17:00 Dibattito: Dalle parole ai fatti Da Luigi Mangione a Elias Rodriguez negli Stati Uniti, fino alle uccisioni dello stragista e reclutatore Demyan Hanul, ad opera di un coscritto ucraino, o dell’ex presidente del Parlamento ucraino Andrij Parubij, da parte di un padre che voleva vendicare il figlio disperso al fronte, fino alla vicenda italiana dei fratelli Ramponi. Ci chiederemo se si stia aprendo una nuova stagione di giustizieri individuali e ragioneremo sulle peculiarità di queste esplosioni di vendetta armata, sulla natura di un simile fenomeno sociale, laddove si possa considerare tale, a partire dalla sua estraneità ai movimenti antagonisti contemporanei. A seguire, cena e tombolata benefit per le spese legali dei processi scaturiti dalla mobilitazione in solidarietà con Alfredo Cospito, in cui sono coinvolti alcuni compagni e compagne del Circolo. Nel ribadire come il 41 bis sia un carcere di guerra, sabotiamo il fronte interno supportando i prigionieri della guerra sociale! Per contatti e informazioni E-mail: circoloanarchicolafaglia@inventati.org Canale telegram: https://t.me/circoloanarchicolafaglia DALLE PAROLE AI FATTI Da Luigi Mangione a Elias Rodriguez negli Stati Uniti, fino alle uccisioni dello stragista e reclutatore Demyan Hanul, ad opera di un coscritto ucraino, o dell’ex presidente del Parlamento ucraino Andrij Parubij, da parte di un padre che voleva vendicare il figlio disperso al fronte, fino alla vicenda italiana dei fratelli Ramponi. Sembra che stia emergendo una nuova stagione di giustizieri individuali che decidono di colpire in prima persona gli speculatori della sanità privata, i responsabili della guerra e del genocidio o che si difendono dall’esproprio del poco che gli resta, letteralmente, con ogni mezzo necessario. Intendiamo ragionare sulla natura di un simile fenomeno sociale – chiedendoci se sia possibile, innanzitutto, racchiudere tali azioni armate, lontane e distinte fra loro, in un monolitico fenomeno sociale – a partire dalla sua estraneità ai movimenti antagonisti contemporanei. Con l’eccezione di Elias Rodriguez, si tratta infatti di individui pressoché indifferenti alle consorterie politiche della militanza radicale. Parliamo di proletari o comunque di individui che hanno subito in prima persona una grave ingiustizia e che, nel vendicarsi – in un’epoca di qualunquismo e guerra fra poveri – identificano con una certa lucidità il nemico di classe e, in generale, i soggetti specificamente responsabili. Si tratta di aporie derivanti dalla fase storica attuale o sono la naturale espressione di un inevitabile conflitto sociale alle porte? Siamo di fronte a una nuova evoluzione della fase nichilista o al suo ripiegamento su se stessa? Azioni come quelle sopra citate, anche per la forza che esprimono, rimangono sempre nella storia, sia degli oppressi che degli oppressori. Quale ruolo giocano l’esasperazione delle condizioni sociali e il dilagare della guerra nel diffondersi di questi atti di aperta vendetta di classe? L’incendio all’orizzonte sono le luci dell’aurora o del crepuscolo della possibilità di un rovesciamento rivoluzionario, nei tempi moderni, di questa società? Ne parliamo domenica 4 gennaio alle 17:00, in occasione della BEFANA INTERNAZIONALISTA 2026 al Circolo Anarchico “La Faglia”, via Monte Bianco 23, Foligno. Scarica il programma: programma befana internazionalista 2026 foligno Scarica la traccia del dibattito “Dalle parole ai fatti”: dalle parole ai fatti 2026 foligno
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