Riceviamo e diffondiamo:
Qui la chiamata in pdf: Continuiamo a parlare di Sara e Sandro
Continuiamo a parlare di Sara e Sandro
La morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, avvenuta la notte tra il 19
e il 20 marzo a Roma a seguito dell’esplosione e del crollo di un casolare nel
Parco degli Acquedotti, ha aperto una ferita che non vuole essere rimarginata.
La reazione spontanea del movimento anarchico in Italia e nel mondo è stata in
larghissima parte dignitosa, coerentemente con il percorso di vita di due
rivoluzionari caduti combattendo. È mancato però fin’ora un vero e proprio
momento di confronto. Non è un fatto di cui ci rammarichiamo, anzi pensiamo che
i tempi dilatati siano in qualche modo necessari di fronte alla natura di questo
evento. Sono inevitabilmente i tempi lunghi del dolore, ma sono anche i tempi
lunghi della comprensione materiale dei fatti.
Non crediamo che la postura da prendere nei confronti di questa tragedia debba
essere quella di una lotta specifica, con le urgenze e le contingenze e l’ansia
di fare qualcosa di “pratico” che una lotta specifica impone. Certamente una
vicenda del genere ha avuto come corollario anche il manifestarsi di una serie
di momenti di lotta: il tentativo di sabotare con ogni misero stratagemma la
partecipazione ai funerali, il fermo preventivo di 91 anarchici nel tentativo di
depositare dei fiori nei presi del luogo dell’incidente la mattina del 29 marzo,
la macchina del fango mediatica contro la pasquetta in Valnerina in ricordo di
Sara. Tutti momenti che se sono diventati di lotta lo sono diventati a causa
dell’atteggiamento dello Stato e dei suoi servi, nei diversi posti di
combattimento allocati (nelle questure e nelle redazioni, nei ministeri e nei
tribunali), un atteggiamento teso a voler stendere una coltre di silenzio e di
emarginazione morale sui nostri compagni. Si pensi su tutti alla rivendicazione
politica del presidente del consiglio Giorgia Meloni del fermo preventivo dei 91
anarchici, prima applicazione assoluta di questo dispositivo introdotto
nell’ultimo “pacchetto sicurezza”.
Al netto di questi episodi di lotta, tanto più necessari in quanto era di
primaria importanza respingere al mittente il monito da parte dello Stato teso a
isolare socialmente e moralmente i due compagni caduti, non intendiamo la
questione essenziale della memoria di Sara e Sandro come una vicenda da
subordinare alle urgenze di una rivendicazione specifica, ma come un’eredità e
un patrimonio da conservare negli anni e nei decenni, da portare esso stesso
nelle lotte, in ogni lotta specifica.
Pensiamo che passati alcuni mesi da questo evento possa essere convocato un
primo momento di confronto globale sui fatti. Un confronto che dovrebbe
prendersi il tempo necessario per riflettere su almeno tre grandi ambiti.
In primo luogo, l’aspetto tecnico. Dovrebbe infatti essere prevista entro due
mesi la scadenza dei tempi per il deposito dei risultati delle autopsie, così
come potrebbero cominciare a essere depositate le informative di sbirri e
magistrati su come a loro parere si sarebbero svolti i fatti. Dire che non
abbiamo alcuna fiducia nel lavoro dei professionisti della repressione sarebbe
un eufemismo, in quanto il nostro atteggiamento nei loro confronti è di aperta
ostilità. Nondimeno, nelle condizioni date, con lo Stato che detiene il
monopolio della scienza, della ricerca, della stessa disponibilità fisica dei
corpi e del luogo dell’esplosione, le risultanze delle loro sgradite ricerche
assumono il valore di materiale “oggettivo”. Un compito importante sarà allora
quello di decostruire questo materiale, cercando di capire se c’è qualcosa che
non torna, qualcosa da denunciare, qualcosa su cui fare controinformazione e
controinchiesta.
In secondo luogo, vorremmo aprire una discussione di tipo etico-politico sulla
vicenda. Una discussione che per la verità è iniziata immediatamente dopo i
fatti, grazie ai tantissimi comunicati che hanno rivendicato con fierezza la
fratellanza e la complicità con Sara e con Sandro, che si è tenuta nelle
assemblee improvvisate a poche ore dalla diffusione della notizia della loro
morte, che è proseguita ai margini delle manifestazioni che ci sono state, negli
interventi nei pressi dei cimiteri, come pure all’interno delle celle di
sicurezza della questura di Roma. Vuoi perché alienata dalla diffusione
virtuale, vuoi perché dispersa nei rivoli delle diverse iniziative, vuoi
soprattutto per mancanza, del tutto naturale, di lucidità a seguito di una
tragedia che per molte settimane ha sconvolto ogni nostro pensiero, è mancato un
momento di discussione orizzontale e globale, convocato con sufficiente
preavviso affinché i compagni potessero organizzarsi per essere presenti e che
potessero arrivarci con dei ragionamenti che nel frattempo si sono sedimentati.
Da ultimo vorremmo affrontare una discussione sulle questioni pratiche e
organizzative da mettere in campo per continuare a far vivere Sara e Sandro nei
nostri percorsi. Dalle manifestazioni pubbliche, alle iniziative di tipo
editoriale, dalla dedica di spazi a loro nome alla postura da tenere nei
processi in cui questi compagni erano nostri coimputati, e altro ancora che
dovesse emergere nel corso della discussione.
PER CONTINUARE A PARLARE DI SARA E SANDRO. PERCHÉ NIENTE SIA STATO VANO. PERCHÉ
QUELLA FIACCOLA È ANCORA ACCESA.
CI VEDIAMO DOMENICA 5 LUGLIO DALLE ORE 10:30 AL CIRCOLO ANARCHICO “LA FAGLIA” IN
VIA MONTE BIANCO 23, FOLIGNO. IN CASO DI CALDO ECCESSIVO O SE GLI SPAZI FOSSERO
INSUFFICIENTI CI SPOSTEREMO NEI VICINI GIARDINI PUBBLICI
Tag - Stato di emergenza
Riceviamo e diffondiamo:
Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi
e scatenati, nata come continuazione del progetto
“Haiku senza haiku” del 2023. La nuova raccolta prendera’ il nome di “Raices y
radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel
carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in
qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato
messicano”.
Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed
espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere
ogni giorno” in diverse latitudini.
Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo
nuovo progetto.
Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che
resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così
come ad ogni modalità di espressione libera.
Questa e’una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare
infiniti mondi nuovi!
Qui l’indirizzo email: raicesyradicalidad@canaglie.net
Riceviamo e diffondiamo:
Già su https://gancio.cisti.org/event/taz-contro-la-guerra-vol2
TAGLIAMO LA CORRENTE ALLE RETI DELLA GUERRA, ORGANIZZIAMOCI IN STRADA!
Da dove arriva l’energia che alimenta la macchina urbana e quale legame ha con
la guerra? Negli anni Settanta si è reso esplicito il nesso tra guerra e energia
come ambito strategico del tecno-capitalismo. Dalla “sicurezza energetica” alle
misure di austerità sociale, l’energia e la sua gestione entrano stabilmente
nell’orizzonte della sicurezza nazionale e del controllo dei comportamenti. Oggi
come allora, da Nord Stream, al blocco di Hormuz, ai contatori digitali, la
guerra non è solo al fronte: è nelle case e nella città che si fa smart, dove il
controllo passa sempre più dalla stessa infrastruttura tecnica che governa la
circolazione dei “flussi”. Città dei varchi, delle soglie, delle frontiere
interne, fatta di algoritmi, checkpoint, polizia.
Si fa strada il concetto di “lockdown energetico”, in una continuità inquietante
con l’esperienza del lockdown pandemico. Vengono descritti scenari in cui
l’energia non sarebbe più sufficiente a garantire la continuità della vita
sociale, rendendo inevitabili – ma solo per per qualcuno! – razionamento,
riduzione dei consumi, limitazione della mobilità, secondo la solita retorica
della necessità e della catastrofe naturale che cancella le cause sociali e
presenta ogni scelta come inevitabile.
In altri termini, una possibile di riorganizzazione coercitiva della vita
ridotta a flusso da parte dello stato e dei racket che governano la riproduzione
materiale di questo mondo, con effetti che si scaricano in modo diseguale sulle
condizioni di vita delle classi popolari. La possibilità di lockdown energetico
tiene insieme guerra esterna e guerra interna: la competizione mondiale per il
controllo dell’energia si riflette direttamente nella gestione interna della
scarsità indotta, nella selezione delle priorità di circolazione e nella
distribuzione differenziale e coercitiva del peso e dei costi della guerra.
Smart working e didattica a distanza, austerità energetica governata da
contatori digitali, teleriscaldamento, ZTL, checkpoint, QR code e telecamere che
decidono chi può muoversi e chi deve restare confinato, al buio o al freddo: chi
ha un’auto a benzina, chi vive in un palazzo vecchio e non efficiente, chi è uno
studente o un lavoratore “non essenziale”. Intanto, i data center, le fabbriche
della guerra e la loro logistica energivora devono continuare a girare in regime
di continuità assoluta, difesi militarmente, perché la loro interruzione
coinciderebbe con un collasso del sistema.
LA “SCARSITÀ” NON È UNIFORME. QUALE PARTE DELLA SOCIETÀ DEVE “RISPARMIARE”
ENERGIA, E QUALE INVECE È AUTORIZZATA A DIVORARLA SENZA LIMITI?
MA SOPRATTUTTO: ENERGIA PER PRODURRE E CONSUMARE COSA? PER QUALE SOCIETÀ? PER
QUALE VITA?
Per non farci trovare ancora una volta impreparati.
Per iniziare a discutere di come organizzarci contro il prossimo lockdown.
Per riattivare il rimosso di quella guerra contro la popolazione chiamata green
pass.
Come l’anno scorso più dell’anno scorso…
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Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/
Perquisizione e arresto a Lecce (6 maggio 2026)
Nella mattina del 6 maggio un compagno di Lecce è stato perquisito per delle
scritte avvenute in città a gennaio scorso. Nove poliziotti si sono presentati a
casa del compagno e della sua famiglia alla ricerca di bombolette spray. Il
ritrovamento di un libretto però ha fatto sì che il compagno venisse denunciato
e condotto in carcere verosimilmente per quanto previsto dall’art. 1 del decreto
sicurezza 2025 che ha introdotto l’art. 270 quinquies del codice penale che
punisce chi detiene materiale con istruzioni contenenti anche tecniche di
sabotaggio. Entro cinque giorni si terrà l’interrogatorio di garanzia.
Seguiranno aggiornamenti
[Ricevuto via e-mail | Pubblicato in
https://disordine.noblogs.org/post/2026/05/07/perquisizione-e-arresto-a-lecce/ |
Ripubblicato in
https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/]
Riceviamo e volentieri diffondiamo questo testo appassionato e ricco di spunti,
che costringe a riflettere sui limiti della nostra (in)azione nell’epoca in cui
“l’uomo [è giunto] ai limiti della propria inesistenza”. Il titolo, assente nel
testo inviato, è nostro.
Qui in pdf: guerriglia sì
«È certo vero che l’organizzazione dell’esistente si sta sgretolando, vacilla,
non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa
debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani
iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che
resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito
anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza.
Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando
saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.»
Queste parole di Piero Coppo, da Critica radicale e rivoluzione, mi aiutano a
chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito
finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno
dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso
orale del questore di Messina.
Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine
pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della
giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme
sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo
la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un
freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei
“comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere
proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”.
Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la
revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata.
Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al
più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di
niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di
cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei
mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in
vita.
Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto
esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro
intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente,
sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel
mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a
ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi
sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e
il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè)
disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della
repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a
cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di
riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il
sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non
colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui
ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io
stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni
da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera
di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi,
(necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a
quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in
tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura.
Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante,
anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il
genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi
al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al
carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale
due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo
imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per
“rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto – novello “monello”
chapliniano – una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque
giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non
voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto”
ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo
l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco
demolito con le ruspe la palestra Lupo affinché dei luoghi di aggregazione e
discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole
passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile
per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”,
dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni, fogli di
via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza
rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe
sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler
espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non
sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si
accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure
continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse:
anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto
trentunenne aveva tentato il suicidio.
Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là
davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in
rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per
quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante
e tanto più si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni
interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo
sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della
galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un
corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza
subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia:
nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole
vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così
gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della
verbalizzazione inerte.
Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza
organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi
all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto.
Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di
detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i
corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti,
finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il
pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità
di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno
del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro
vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine
insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare
i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del
vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito
un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata
violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho
chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto
provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e
fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il
campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale
avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere
insieme i soldi per curarsi da un tumore.
La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo
Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera
pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi?
Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in
condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da
un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà
sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per
la messa in sicurezza di case scuole e ospedali?
Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna
economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la
stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha
inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di
un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una
bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa
penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o
Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso
le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? È stata forse rasa al suolo
da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle
migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi
insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo
etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”?
Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due
polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o
per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”?
Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca
di essere un terrorista, uno che si augura di far paura.
Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie
stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime
persone.
Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva
ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo
stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli
antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa
collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa
succederebbe oggi?
Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane
camerata col poster di Almirante – firmatario del Manifesto della razza che
diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché
si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele.
E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in
questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e
Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria
inconciliabilità con questo mondo immondo.
Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la
compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un
ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i
servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla
stazione di Bologna, a via dei Georgofili.
È storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato
uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita
deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare
il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele
all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo
scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia
e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in
carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi
da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse
io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere
finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri
privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto
i propri piedi?
Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il
terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla
ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso
dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è
giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la
popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di
giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non
a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici.
Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda
queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di
ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui
intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di
rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella
vita – l’adeguato seguito pratico.
Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine
esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto
questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa!
Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere
costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che
tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone – alla faccia
degli ayatollah della mega-macchina capitalistica – ne fanno davvero esperienza
in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito
minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di
apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento
sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di
non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha
sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a
Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi
compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza
quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei
sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il
coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per
fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo
slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in
nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del
conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin
da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni
prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile
mela marcia venivano quasi tutti da fuori. Mi viene da vomitare e da piangere
nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è
davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori
dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle
maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi
riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a
lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a
porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto.
Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti,
leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente
a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non
direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa
vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo
statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di
banche, nei cui articoli mi posso riconoscere.
«1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che
determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano
a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di
chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non
accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del
loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in
piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e
per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) I
gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le
gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si
annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani
non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate
d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il
precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.»
Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della
questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di
imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per
istigazione a delinquere, si esprimeva così: «E’ innegabile che la diffusione
capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio
scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo
costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di
persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione
criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente.
Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla
violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da
chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di
coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e
tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.»
Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente
più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa
ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente
delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E
questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il
dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve
circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino
da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li
considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a
queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi
dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto
materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a
tutto il resto.
Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti
per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna
senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione.
Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti
sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le
università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme
(rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia
dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei
talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale.
Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali
nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi
all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare
con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi
schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la
promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto
sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi
hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti
poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi
establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran
parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada
dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere
torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero
pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx.
Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse
la neo-lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento
un’operazione di polizia internazionale.
(Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto
internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su
cui sono piovute bombe al fosforo bianco.)
Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che,
specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un
personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente
addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la
disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare
empatia.
Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua
Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere
fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in
carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più
ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi
lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati
dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta
schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto
processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria
delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta
dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è
quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e
dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica
che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali.
Delmastro – quello tutto law, order & camorra – ha proposto un encomio per gli
agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno
dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno
formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano
prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra
alla popolazione detenuta.
(Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra,
all’epoca del Covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte
reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.)
In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e
gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione
inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di
regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi
documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza
palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto
al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è
stato definito “terrorismo della parola”.
Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili,
che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un
regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla
possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che
“un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd
veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque
pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa
che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è
consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già
abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più
gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non
farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto.
Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo
rifiuto.
In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di
un nodo veramente cruciale.
Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio
due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence
italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in
poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla
rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una
manifestazione contro la guerra in Vietnam.
Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino
gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente
alla nostra contemporaneità.
«Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale
1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno,
appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni
degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono
gli stessi che occupavano Budapest e Praga.
Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche,
che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono
pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T-47 e del Leopard, come si
discute di modelli di automobili tra amici.
Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza;
sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il
rifiuto dell’obbedienza ai feticci.
Questa è la tragedia.
Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e
recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi.
‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come
potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in
passato, già risposero.
A. Eichmann, per esempio.
Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di
Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di
riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità
anche più grandi’.
La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario,
anziché il cuore di ogni politica.
Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa
chi, per azioni che finiscono non si sa dove.
Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario
dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha
cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito
allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più
gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui.
Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha
dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli
occhi, e poi partiamo’.
Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli
psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e
‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi,
ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione
al potere. [..]
Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata:
il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia;
l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini
del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato,
unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo
stile dell’ “Unità”, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno,
ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci
rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano.
E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo,
inevitabilmente, aiutato il Vietnam.»
Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando.
E credo che ragione del nostro discorso
non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri
per la guerra del Vietnam
ma sia: l’uso della violenza.
Oggi molti la violenza costringe a non parlare.
A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando.
E a pochi minuti da qui
– ben distribuita fra storiche architetture e autostrade –
un’altra violenza
troppi più altri obbliga
con le armi dei bisogni falsi e veri,
troppi più altri obbliga
spaventati o distratti
a parlar d’altro
o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando.
Ma noi non vogliamo dire la penultima parola,
la consolante penultima parola
che ci fa sentire abbastanza onesti.
La penultima parola che è
la peggiore nemica dell’ultima.
Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione
equivale a dire che oggi la situazione è rigida.
Che quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti
non è un episodio di polizia internazionale
non è soltanto un episodio di neocolonialismo
né soltanto una guerra d’aggressione.
Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori
che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza.
Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello
del conflitto radicale fra due classi di uomini.
Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini.
[..]
PER QUESTO I VIETNAMITI SONO OGGI IL POPOLO PIÙ LIBERO DELLA TERRA. PERCHÉ
NESSUNO COME ESSI INCARNA OGGI LA COSCIENZA DELLA NECESSITÀ.
NESSUNO SI DIMOSTRA CON TANTA COSTANZA
DEGNO DELLA ELEZIONE STORICA FEROCE
CHE IN SÉ RIASSUME TUTTI I CARATTERI DELL’OPPRESSIONE DEL PASSATO:
DOVE RAZZA, SOTTOSVILUPPO E PERSINO LA STESSA CONSISTENZA ETNICA
PAIONO FORMARE LA FIGURA DELL’UOMO RIDOTTO AL LIMITE
DELLA PROPRIA INESISTENZA, AL MARGINE DELLA REALTÀ.
MENTRE CHI LI SQUARTA E LI BRUCIA
È L’EREDE DI TUTTO QUEL CHE GLI UOMINI D’OCCIDENTE
HANNO SAPUTO E PENSATO, L’EREDE
DEL CRISTIANESIMO, DEL RINASCIMENTO E DEL LIBERALISMO:
L’AMERICANO DEL NORD.
[..]
C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare.
È quello che dice Yankees go home, Americani a casa.
È giusto dirlo? Era giusto e lo è
dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa
sola.
Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America
La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo?
I marines possono anche andarsene.
Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria
e coloro che per una lunga via gerarchica
puntellano il sistema di potere e profitto,
l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto,
l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema.
Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi.
I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani
Non hanno bisogno della NATO .
Senza troppe lacrime lasciano la Francia.
State attenti che, seguendo un collaudato sistema,
partiti di governo o d’opposizione
non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino
a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire
dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico
contano già così poco
nella strategia complessiva delle due superpotenze.
E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere
per nobili cause non essenziali.
I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane
ed i sinodi vescovili
certo deplorano il massacro del Vietnam
e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime –
e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale –
sarebbero molto lieti della pace.
E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio
di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono.
[..]
Storia ed esperienza mi hanno insegnato
che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere.
A dividere sempre più violentemente il mondo,
a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione,
divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria,
per entro l’unità creata dal mercato internazionale,
per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione.
Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato,
vuol dire vedere identificare interpretare
l’unità confusa e corrotta che oggi esiste.
[..]
A noi la massima potenza industriale del mondo
ha passato, come si fa talvolta con i servi,
le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari,
gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie
di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni.
Se anzi c’era bisogno d’una conferma
Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti
dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è
nel loro odierno franco cinismo, in questa
loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia.
[..]
I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa
ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente
autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano
qualche bel gemito.
I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo
abbiamo accettato: il potere
politico fondato su quello economico,
lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti,
temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma
il sistema della libertà
come scelta obbligatoria
fra prodotti.
Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni
che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano
di ridursi alla parte che da essi
anche i loro amici vorrebbero. Non accettano
di essere i protagonisti di una situazione arretrata.
E nemmeno un simbolo. Della loro lotta
essi riconoscono amici ed eguali
soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico
ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine,
al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi
non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam
ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un
modo
diverso da quello che i loro padroni vorrebbero; dal modo
che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta
nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».
Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi
perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione
permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione
Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più
omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e
dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello
Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il
monopolio del furore e della violenza; non a chi ne fa o ne dispone l’uso che
abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in
solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come
Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario,
per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo,
essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti
dell’opportunismo siano le telecamere –, ritornava ossessivo il ritornello:
“criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per
poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale,
che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la
manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non
provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la
conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che
fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere? La nostra
vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è
successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da
certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande
statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco
costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di
fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun
giudice ha avuto alcunché da ridire). Questo però non dovrebbe mai significare
revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo
avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di
cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi
della sottomissione singolare e comune. Il questore scrive: “Risitano leggeva a
tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i
propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi
criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa,
con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o
sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a
Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il
resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non
finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che
contiene tutti i crimini.
«Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato
italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di
movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma
condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di
righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la
solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. È proprio vero che dove lo
stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare; il mio
pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me. La vita mi ha portato
già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza
rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la
detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma
con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo. Il mio pensiero
da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel
lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta
per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono
rinchiusi. La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le
prigioni come quella in cui sono rinchiuso io. Anche ora che ho perso il
privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene
perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager
solo per la sua provenienza. Questo pensiero rende ancora più insignificante la
sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei
CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di
essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che
si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro.
Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR
Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR
Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni
detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore.
Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da
questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx
Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso
Libertà per Andre
Libertà per Guido
Libertà per tuttx
Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere! Fuoco alle questure, caserme e commissariati!
Paura dell’indifferenza e dell’arresto
Forza e grazie compagnx
Viva l’anarchia!
Viva gli e le harraga, che allah sia con voi!
Un grosso abbraccio
Poggioreale 14/09/2025»
Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in
fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a
muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le
emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose
di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio
affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più
possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro
un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune
trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio
piccolo contributo affinché possano essere poste – in comune e ognunx per sè –
delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro,
le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti
nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri
no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi
piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte
e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato
qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla
costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento
di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che
contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E
infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda
è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che
riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi
psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma né più né meno che chiunque non
sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso
ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non
interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale
calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere:
la passione è irriducibile al calcolo.
Riceviamo e diffondiamo:
Luoghi-corpi-frontiere
Salento: tre giorni contro la mercificazione dei territori
Tre parole per provare a tracciare ed intrecciare un’idea di internazionalismo
che, per diventare concreta, necessita di dare significato a ciò che siamo,
entro e attraverso i luoghi che abitiamo. Animate da questa tensione stiamo
organizzando un campeggio di 3 giorni, in Salento, confine meridionale della
fortezza europea, nel tentativo di agevolare questa prospettiva attraverso
incontri e dibattiti. Perché pensiamo che lottare contro la colonizzazione e la
rapina capitalista debba necessariamente comportare l’osservazione dei luoghi
come a degli organismi complessi, composti di elementi umani e non umani che
viaggiano nello spazio e nel tempo, resistendo o piegandosi alla pressione
esercitata dall’esterno. Esattamente come fanno i nostri corpi.
Abbiamo visto lo stravolgimento del territorio in cui viviamo sotto la violenza
della ragione dello Stato e del mercato: ridotto a discarica di rifiuti della
grande industria europea, spopolato dal ricatto occupazionale, stravolto dalle
infrastrutture energetiche e militari e oggi venduto sul banco del turismo. Che
questa sia storia antica e non solo nostra, non ci induce a consolata
rassegnazione ma ci incoraggia a cercare complicità attraverso e oltre quel
limes abitato da altre come noi.
Sappiamo che il colonialismo, la repressione e lo sfruttamento possono
realizzarsi in forme e intensità molto diverse, fino ad arrivare al genocidio e
all’ecocidio, ma sappiamo anche che c’è molto che ci accomuna, perché la
frontiera, che è fatta per separare, è pur sempre il luogo in cui si può anche
stare di fronte, in una postura dialogica.
Radicamento e disposizione alla mobilità hanno permesso di sviluppare una
capacità di condivisione che vorremmo sperimentare attraverso la realtà concreta
dell’incontro. Durante i tre giorni andranno a susseguirsi interventi e
dibattiti, presentazioni ed escursioni alla scoperta del territorio circostante.
Parleremo e ci confronteremo su pratiche di lotta ma anche di sussistenza e di
resistenza, su forme di organizzazione e modi di intendere il nostro essere nel
presente.
Presenteremo una rivista antimilitarista redatta in Italia, che guarda da una
prospettiva internazionalista alle pratiche di insubordinazione, disfattismo e
sabotaggio della macchina bellica. In continuità con questo tema discuteremo di
spazio mediterraneo come spazio di guerra con particolare riferimento alle rotte
migratorie e alla città di Taranto come avamposto del controllo militare.
Parleremo della terra e del lavoro che la lega agli uomini e alle donne nel
passato e nel presente dei territori che viviamo: la resistenza dei contadini
attraverso la rivolta contro l’usurpazione e l’esproprio dei mezzi di
sussistenza; la condizione del lavoro agricolo oggi, sotto il ricatto
dell’industria per la grande distribuzione.
Parleremo di turismo come industria di estrazione di profitto, mettendo a
confronto le diverse realtà dei nostri territori, discutendo sulle prospettive
che riusciamo a rappresentare.
Si parlerà di frontiera come luogo di possibilità: cerniera che mette le
comunità una di fronte all’altra, nell’organizzazione di “ecoregioni” come
quella occitana premoderna in cui le Alpi occidentali furono fertile luogo di
incrocio. Ancora, frontiera come luogo da attraversare, luogo di sospensione e
di pericolo, in cui fondamentale è la solidarietà e l’organizzazione: ne
parleremo con un compagno attivo sul confine tra Polonia e Bielorussia.
E poi ancora di frontiera come spazio di comunicazione e organizzazione fra
margini, tema di discussione che sarà introdotto dalla presentazione del lavoro
collettivo di “Les peuples veulent”, un piccolo libro illuminante che, in
qualche modo, ha dato ispirazione e impresso una forte energia
all’organizzazione di questo incontro.
La tre giorni sarà ospite all’interno di un campeggio attrezzato, a circa 5
chilometri dal mar Jonio, completamente autogestita e autofinanziata.
Avremo dunque necessità di sapere quanto prima il numero delle persone
partecipanti.
A tal fine scriveteci all’indirizzo: maisiaturista@riseup.net
Riceviamo e diffondiamo:
2 Giugno a Lecco Piazza Diaz ore 10
Corteo Antimilitarista contro fascismo, sionismo e ogni imperialismo
Continuare a costruire mobilitazioni e percorsi di lotta in grado di bloccare la
guerra globale in divenire a partire dai propri territori resta a nostro avviso
la sola strada percorribile. I proclami di pace e le false tregue dei governanti
dell’occidente sono serviti esclusivamente a sedare le mobilitazioni di massa
contro guerra, riarmo e genocidio del popolo palestinese: una strategia
propagandistica per impedire che dalla rabbia degli oppressi possano svilupparsi
pratiche ancora più incisive. Chi come noi ha ben chiaro che solo una risposta
dal basso può essere efficace, continua a cercare di essere sabbia negli
ingranaggi del militarismo, sia esso sotto forma di produzione bellica,
indottrinamento, repressione o carcere. Riteniamo essenziale che le molteplici
espressioni della lotta alla guerra comunichino tra loro, in modo che ciò che
viene messo in campo dagli individui e dai gruppi a livello internazionale
diventi patrimonio di lotta comune; convinti noi, che solo un approccio
internazionalista può incrementare la capacità di far fronte in modo sempre più
efficace alla guerra che avanza.
PER UNA LOTTA ANTIMPERIALISTA SENZA FRONTIERE
Arrivo al parchetto AVIS a Pescarenico
A seguire
Ore 13 pranzo popolare
Ore 14.30 Discussione a partire dalle lotte in corso contro la guerra in varie
parti della penisola.
AREA LIBRI, DISTRO, MOSTRE FOTOGRAFICHE
Riceviamo e diffondiamo. Per saperne di più sulla rivista “Il Movente”, che sarà
presentata a Polizzi Generosa (Madonie) il 17 maggio, si veda
qui: https://ilmoventerivista.noblogs.org/
“Se questa data è già, in tutto il mondo, una giornata di mobilitazione dei
palestinesi e dei loro solidali, la nostra proposta è rafforzarla, rendendo il
15 maggio la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e
dell’imperialismo occidentale. Una giornata, cioè, in cui insieme alla tragedia
dei palestinesi venga ricordato lo sterminio secolare di centinaia di milioni
di “nativi” americani, asiatici, africani; la deportazione e schiavizzazione di
almeno 10 milioni di persone dall’Africa; la sistematica distruzione delle
strutture sociali, politiche ed economiche in India e in Cina; lo spaccio di
alcol e oppio per infragilire i sudditi renitenti e aprire le frontiere; la
guerra contro le popolazioni oceaniche da parte dei mercanti e dei soldati di
Sua Maestà britannica; lo sterminio degli Herero da parte della Germania; il
Congo trasformato in un enorme campo di lavoro e di sterminio da Leopoldo II del
Belgio; la spartizione dell’Asia Occidentale da parte di Francia e Gran Bretagna
con gli accordi Sykes-Picot (1916); le stragi francesi in Nordafrica, Madagascar
e Indocina; le guerre statunitensi alla Corea, al Vietnam del Nord,
all’Afghanistan, all’Iraq; le «guerre sporche» degli USA in America latina… E
infine, per quanto riguarda “noi”, le «imprese» italiane nei Balcani e in
Africa, con gli orribili primati del primo bombardamento aereo di una città
(Tripoli, 1911) e dell’uso dei gas contro la popolazione civile (Etiopia,
1935-36).”
Da “Appello: Facciamo del 15 maggio la giornata della memoria del colonialismo”,
leggibile per intero
qui https://ilrovescio.info/2026/03/23/appello-facciamo-del-15-maggio-la-giornata-della-memoria-del-colonialismo/
Abbiamo letto con piacere e con piacere aderiamo all’appello lanciato dalle
amiche e dai compagni della “Assemblea di solidarietà con la resistenza
palestinese di Trento”, a fare del 15 maggio la giornata della memoria del
colonialismo. Nel farlo, affiancheremo a tutte le ragioni espresse in maniera
cristallina nel comunicato trentino – quell’intreccio di materiale disfattismo
internazionalista e di classe e coltura di uno sguardo sovversivo sul passato –
le ragioni più specifiche della nostra storia. Vogliamo ricordare quello che
vorrebbero farci dimenticare: che nella costruzione dell’italianità c’è stata
una lunga campagna di colonialismo interno che continua tanto sul piano
materiale quanto su quello della memoria e della rimozione: con quei capolavori
che tutto tengono che sono l’antimafia di Stato e il 41 bis, con quelle
tecnocrazie del bispensiero per cui tortura è libertà.
Siamo figlie e figli del colonialismo interno, delle sue politiche del terrore
militare e dei suoi spettacoli macabri (si pensi alle foto delle truppe
piemontesi ai castelli di cadaveri della lotta al brigantaggio) e siamo figli e
figlie di quel filo lungo di rivolte, sommosse e resistenze, che lo Stato
vorrebbe fare dimenticare – pennellando anche le pareti interne del come siamo
per farci abboccare all’immagine di eterni passivi, fatalisti, ubbidienti ed
educati come i già morti. Abbiamo detto “affiancare i due sguardi” non come
metafora. Sentiamo nelle viscere e nei momenti più minuti quello che i
palestinesi chiamano sumud – qualcosa che ha a che fare con gli ulivi/la loro
tenacia, con il lungo vento dei racconti tramandati, con la cocciuta convinzione
dell’altrimenti. Pensiamo che i tizzoni di questo sentire covino ancora, anche
nei cuori di chi non conosciamo, dei poveri di queste lande; e sappiamo quanto
soffiare via le ceneri e fare sfavillare la scintilla della lotta qui possa
avere effetti e risultati anche in Palestina, in Libano, dovunque l’Occidente
colonialista schiacci terre e vite con i suoi stivali. Vivere come lottare è un
fatto di prospettive e certe prospettive non si improvvisano, le ereditiamo e le
buttiamo in faccia al presente, alle sue macchine di morte e di oblio, ai suoi
amministratori.
Per dare il nostro contributo alla memoria del presente e del passato,
presenteremo la neo-nata rivista “Il movente” ad Alavò – Laboratorio per
l’autogestione a Polizzi Generosa. Siamo costretti purtroppo a spostare al 17
maggio l’iniziativa: il 15 e il 16 maggio si terrà infatti la Targa Florio,
competizione automobilistica di riccastri, epigoni di quei Florio sfruttatori
industriali di carne meridionale, che renderà impraticabili le strade intorno e
dentro il paese per quasi tutti i due giorni.
Riceviamo e diffondiamo quest’iniziativa della Assemblea di solidarietà con la
resistenza palestinese, che tiene fede all’Appello lanciato per il 15 maggio:
15maggio1
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/02/rinnovato-il-regime-di-41-bis-per-lanarchico-alfredo-cospito-30-aprile-2026/
Rinnovato il regime di 41 bis per l’anarchico Alfredo Cospito (30 aprile 2026)
Il 30 aprile 2026, il Ministero della Giustizia, nella figura del ministro Carlo
Nordio, ha stabilito il rinnovo del regime di tortura e annientamento del 41 bis
nei confronti dell’anarchico Alfredo Cospito. Questa decisione era attesa entro
il 4 maggio, data di scadenza dei primi quattro anni di un provvedimento
vendicativo e infame, il cui unico scopo è l’annientamento del prigioniero, con
l’intento di spingerlo a rinnegare le proprie convinzioni rivoluzionarie e a
collaborare con lo Stato. Un intento che, chiaramente, con Alfredo Cospito non
riesce. Il ministro Nordio si assume quindi le responsabilità di questa scelta
politica, in un momento in cui è tra l’altro al centro di una bufera mediatica a
causa di continui scandali che lo riguardano.
Ricordiamo che Alfredo è stato sottoposto al regime del 41 bis il 5 maggio 2022.
Il 20 ottobre 2022 ha iniziato un lungo sciopero della fame, conclusosi il 19
aprile 2023, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 18 aprile che ha
riconosciuto la prevalenza delle circostanze attenuanti rispetto alla recidiva
reiterata nel caso di tutte le condanne per reati la cui pena fissa è
l’ergastolo. Ciò impedì la sua condanna all’ergastolo ostativo, così come quella
dell’anarchica Anna Beniamino a 27 anni, per l’accusa di “strage politica”
relativa al duplice attacco esplosivo contro la caserma degli Allievi
Carabinieri di Fossano del 2 giugno 2006.
In quei mesi intensi che vanno dal 20 ottobre del ’22 al 19 aprile del ’23,
molto è stato detto e molto è stato fatto. In misura senza precedenti,
l’immagine di questo sistema di tortura ed estorsione che è il 41 bis è stata
incrinata, così come la falsa aura immacolata di quel circo che va dalla
Commissione Parlamentare Antimafia (un ossimoro grottesco!) alla Direzione
Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. In quei mesi, mentre si spendevano molte
parole su e contro gli anarchici, molti cuori riempivano le piazze e molte
fiamme illuminavano le notti di varie parti del mondo. Dall’Italia alla Grecia,
dalla Germania alla Francia, dalla Spagna al Cile, dal Regno Unito
all’Indonesia. In quei sei mesi si è riusciti a sincronizzare i respiri, facendo
della solidarietà, della propaganda anarchica e dell’azione una sinergia
incessante. Nelle prigioni, i compagni anarchici e rivoluzionari hanno lottato
insieme ad Alfredo tramite scioperi della fame e iniziative di solidarietà. In
quei mesi, Alfredo ha sempre ribadito di non lottare solo per sé, ma per tutti i
detenuti in regime di 41 bis.
Il 15 gennaio 2025 a Perugia si è concluso con un non luogo a procedere il
processo relativo alla cosiddetta “Operazione Sibilla”, che vedeva Alfredo
imputato assieme ad altri undici anarchici e anarchiche – tra cui la compagna
Sara Ardizzone, la cui vita, insieme a quella del compagno Alessandro
Mercogliano, si è spezzata nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2026 durante la
fase di preparazione di un attacco esplosivo, lasciando una ferita profonda
nella lotta e nell’anarchismo. La sentenza del processo “Sibilla” ha di fatto
segnato lo sgretolamento di uno degli elementi determinanti per il trasferimento
di Alfredo in regime di 41 bis. Nonostante ciò, il compagno dovrà rimanere
confinato in quella maledetta oubliette che chiamano 41 bis nella prigione “G.
Bacchiddu” di Bancali, in Sardegna, per almeno altri due anni, fino alla
successiva scadenza dei termini in cui lor signori saranno di nuovo chiamati a
decidere su un provvedimento che potenzialmente può essere esteso all’infinito.
Che i prossimi due anni pesino come piombo su tutti coloro che sono coinvolti
nell’accanimento vendicativo contro il nostro compagno.
Non dimentichiamo i prigionieri della guerra sociale e non dimentichiamo i
caduti nella guerra sociale.
Fuori Alfredo dal 41 bis!
Sara e Sandro, sempre con noi.
Per scrivere ad Alfredo:
Alfredo Cospito
C.C. “G.Bacchiddu”
Strada Provinciale 56, n°4
Località Bancali
07100 Sassari