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In solidarietà al Movimento No Tav della Valsusa
Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento: Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa «Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione, che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea (ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati? Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è accaduto». In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus, quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa. Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav… Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo” (compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il “terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di polizia! I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso. Trento, 31 luglio 2026 Comitato No Tav di Trento
Stato di emergenza
[it, fr, es, other languages] Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione
Riceviamo, traduciamo e diffondiamo: [it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per liberare… In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta… Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile? La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra! Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue «soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di distruzione/ricostruzione e di controllo sociale. Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per «mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di «unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali, come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli armamenti! La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema! È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le nostre lotte dallo Stato. Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati; sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista. Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto reciproco. Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno, opponiamo l’attacco contro chi ci opprime. Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera. Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione. Assemblea antimilitarista a Bruxelles -------------------------------------------------------------------------------- [fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar, Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser pour libérer… En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout, s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité ? Aucune autre perspective ne serait envisageable ? La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre ! Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses « solutions », offrant au système économique un mécanisme de destruction/reconstruction et de contrôle social. Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour « sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population, notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de l’armement ! La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système ! Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle : organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos luttes de l’État. Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ; soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste. Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide. Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons l’attaque contre ceux qui nous oppriment. Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté. Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution. Assemblée antimilitariste à Bruxelles -------------------------------------------------------------------------------- [es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN ¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar… En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para “perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra perspectiva posible? ¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra! Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las “soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción, reconstrucción y control social. El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria armamentística! La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema! Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala: organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer las luchas contra el Estado. Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas; defender una perspectiva internacionalista. Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua. Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos por una vida de libertad. Ni guerra ni “paz”, revolución. Asamblea Antimilitarista – Bruselas -------------------------------------------------------------------------------- Altre lingue/other languages: ČESKY: https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce [3] # PDF [4]_ PORTUGUÊS: https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao [5] # PDF [6]_
Rompere le righe
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Babele
La scintilla di Tell e la polveriera cisgiordana
Riprendiamo da http://invictapalestina.org questo articolo che aiuta a leggere, inquadrandoli nel loro contesto, i fatti dello scorso 24 luglio nel villaggio cisgiordano di Tell (quegli stessi fatti che TG1 e TG2 sono riusciti a presentare come aggressione a un gruppo di escursionisti!) La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania di Ramzy Baroud Durante un’incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale sottomissione palestinese. Di fronte alle incessanti incursioni militari, alla confisca delle terre e alle vessazioni e violenze dei coloni, gli abitanti del villaggio e gli agricoltori locali si sono rifiutati di arrendersi. Nello scontro che ne è seguito, un singolo palestinese ha disarmato un soldato israeliano e aperto il fuoco contro le forze d’invasione vicino all’avamposto dell’insediamento illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone altri tre. Ciò che è accaduto dopo è stata la prevedibile e implacabile furia dell’Occupazione: le forze israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato hanno lanciato immediatamente una serie di incursioni a Tell e nelle comunità limitrofe, uccidendo quattro palestinesi, incendiando case e trasformando edifici residenziali in centri di interrogatorio da campo. In una rapida campagna di Punizione Collettiva, le Forze di Occupazione Israeliane hanno arrestato oltre 70 palestinesi, di cui più di 40 solo a Tell, estendendo al contempo le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarm, Ramallah, Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz hanno immediatamente ordinato “un’operazione militare su vasta scala”, mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha condannato inequivocabilmente gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni definendoli “pogrom contro civili indifesi”, ribadendo la richiesta di un embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele. Tuttavia, per comprendere la scintilla di Tell, è necessario comprendere la pentola a pressione esplosiva in cui si è trasformata la Cisgiordania Occupata. Il calcolo primitivo di Netanyahu  La risposta immediata di Netanyahu all’incidente di Tell non è stata un allontanamento dalla politica, bensì l’attivazione di una vecchia e radicata dottrina: ogni atto di Resistenza palestinese, per quanto localizzato, deve essere strumentalizzato per accelerare il furto di terre palestinesi sponsorizzato dallo Stato. Per decenni, l’apparato di sicurezza israeliano ha utilizzato la Resistenza locale come copertura per raggiungere ambizioni demografiche e territoriali di lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha raggiunto livelli di velocità e brutalità senza precedenti. L’entità della distruzione  Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media globali si concentrava principalmente sugli orrori di Gaza, Israele ha sistematicamente esteso la sua offensiva in tutta la Cisgiordania Occupata: Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato. Oltre 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili veri, schegge e aggressioni fisiche, con gli attacchi dei coloni che rappresentano la maggior parte dei recenti feriti civili. Più di 10.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza a causa della demolizione delle loro case, delle violenze dei coloni e delle severe restrizioni di accesso. Intere comunità beduine e rurali nelle colline a Sud di Hebron e nella valle del Giordano sono state sistematicamente spopolate e ripulite. Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante rastrellamenti notturni militari e posti in detenzione amministrativa arbitraria senza accusa né processo. Sotto la guida del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a cui erano stati conferiti poteri ufficiali sugli affari civili in Cisgiordania, il governo israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunam di territorio palestinese “terra demaniale”, segnando la più grande e continua appropriazione di terre dai tempi degli Accordi di Oslo. Contemporaneamente, decine di avamposti di coloni illegali sono stati legalizzati retroattivamente e sono state promosse migliaia di nuove unità abitative negli insediamenti. Scopo strategico dietro la recrudescenza  La campagna sistematica di Israele in Cisgiordania persegue tre distinti obiettivi politici e militari per Netanyahu e il suo governo. Primo, prevenire un secondo fronte:  Israele si è reso conto che se la Cisgiordania si sollevasse in una ribellione organizzata su vasta scala mentre il suo esercito è impegnato in una snervante e interminabile Campagna Genocida a Gaza, contenere entrambe le entità si rivelerebbe praticamente impossibile. Non essendo riuscito a schiacciare la Resistenza palestinese a Gaza nonostante la sua schiacciante forza militare, Israele ha applicato una violenza preventiva e brutale in Cisgiordania per terrorizzare la popolazione e costringerla alla sottomissione totale. Secondo, proteggere Netanyahu attraverso l’influenza dell’estrema destra: Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al fallimento del suo esercito nel raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati, Netanyahu ha avuto bisogno di mantenere intatta la sua coalizione. Ha concesso ai ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir assoluta libertà di attuare la loro agenda ideologica: espandere gli insediamenti illegali, annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e invadere ripetutamente e alterare lo status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme Est Occupata. Terzo, mascherare il fallimento con atteggiamenti offensivi: Nel disperato tentativo di evitare di apparire come un leader impotente intrappolato in una guerra di logoramento su più fronti, Netanyahu ha utilizzato operazioni militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei campi profughi della Cisgiordania (da Jenin e Tulkarem a Nablus) per proiettare un’immagine di forza e controllo davanti al suo elettorato interno di destra. Il terrore dei coloni e il fallimento dell’Autorità palestinese  Questa campagna di espansione sponsorizzata dallo Stato è stata agevolata da due fattori principali sul campo. Primo, paramilitarismo incontrollato dei coloni: Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale di Itamar Ben-Gvir, le bande violente di coloni sono state pienamente integrate nelle milizie paramilitari sponsorizzate dallo Stato. I coloni lanciano regolarmente Pogrom organizzati contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando bestiame e sparando contro i civili, con la protezione diretta e la partecipazione attiva dell’esercito israeliano. Secondo, la sottomissione e l’inazione dell’Autorità Palestinese:  L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il suo dovere fondamentale di proteggere il suo popolo. Invece di formulare una strategia di difesa nazionale o di fornire almeno una dirigenza simbolica per resistere all’espropriazione delle terre, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese hanno continuato a coordinarsi con l’Occupazione. L’Autorità Palestinese ha represso attivamente i combattenti della Resistenza locale, confiscato armi e represso manifestazioni pubbliche, agendo come forza amministrativa subappaltata per gestire la sottomissione palestinese per conto di Israele. Perché l’analisi corrente fallisce  La maggior parte dei media e degli analisti politici inquadrerà inevitabilmente l’attuale recrudescenza in base a ristretti parametri parlamentari. Faranno riferimento alle imminenti elezioni israeliane, sostenendo che Netanyahu sta provocando la violenza unicamente per consolidare il voto dell’estrema destra, accontentare Ben-Gvir e Smotrich e sbaragliare i suoi rivali politici. Gli organismi internazionali per i diritti umani lanceranno i soliti avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere esprimeranno allarme per gli attacchi contro strutture mediche come l’Ospedale Specializzato di Nablus, e blocchi politici come l’Unione Europea lanceranno appelli inefficaci a “tutte le parti per una distensione”. Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire miliardi di dollari in armamenti pesanti a Israele, rafforzando un episodio di Complicità storica. Ciò che queste analisi non riescono costantemente a cogliere è la realtà dell’azione palestinese. Trattano i palestinesi come vittime passive in attesa di un intervento internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma l’esplosione di Tell ha dimostrato che lo status quo di accerchiamento totale, umiliazione quotidiana e spossessamento esistenziale è intrinsecamente insostenibile. La ribellione non è iniziata dove si aspettavano gli analisti militari tradizionali: è divampata in una piccola cittadina agricola tra persone che hanno deciso che la Resistenza era l’unica risposta possibile a un lenta e graduale annientamento. La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche convenzionali. [Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di “The Palestine Chronicle”. È autore di sei libri, tra cui La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).]
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Le parole sono pietre, le pietre sono parole: riguardo il riesame di Pietro
Riceviamo e diffondiamo: LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE. Dopo il riesame negativo di Pietro, compagno anarchico arrestato nell’operazione del 16 giugno Mentre scorrono ancora sugli schermi di tutta Italia le immagini dell’omicidio per mano di due poliziotti di Abderrahim Fakir al Pilastro; mentre gli sbirri assassini che hanno ammazzato Fakir godranno dello “scudo penale” introdotto da questo governo per le forze dell’ordine; mentre un bottegaio milionario che ha assassinato due persone sparando loro alle spalle, il “gioielliere Roggero”, diventa l’icona pop di un fascismo suprematista che nulla ha da invidiare al trumpismo; mentre nel “paese del Duce” centinaia di fascisti in camicia nera sfilano per commemorare il compleanno di un dittatore; mentre il governo “licenzia” l’ennesimo pacchetto di leggi liberticide contro “i maranza”, per annichilire definitivamente ogni spinta di ribellione giovanile, ecco, mentre tutto questo accade (e purtroppo ce ne sarebbero molte altre da dire) il tribunale del Riesame di Bologna decide (23/07) che un compagno anarchico debba restare in cella nel carcere di Alta Sicurezza di Terni per “detenzione di opuscoli terroristici”. Senza voler sminuire l’importanza della parola scritta e della sua diffusione e senza voler cedere all’indignazione democratica, ci pare però doveroso (oltre che necessario per sfogare un po’ di nausea) concentrare le nostre energie su questa fotografia: il paese in cui viviamo è uno stato di polizia sempre più attrezzato all’eliminazione del dissenso interno (eliminazione anche fisica) e sempre più razzista, colonialista, fascista. Questo dato di fatto, che non è nuovo per nessunx che abbia avuto negli anni un certo sguardo critico sul mondo, con la contestazione sempre più frequente (specialmente per quelle persone accusate di “terrorismo islamico”) del 270quinques ter. sta davvero segnando una svolta repressiva inaudita anche per queste desolate terre italiche. Il “terrorismo della parola” sta colpendo principalmente lx anarchicx e lx solidalx palestinesi, ma, come sempre, dopo gli apripista facili da sbattere sul giornale, si passerà alla sua più larga attuazione. In questo momento di rabbia e di incredulità, dobbiamo mantenerci saldx, con l’esempio che ci mandano lx compagnx prigionierx in tutto il mondo (dal Cile alla Grecia alla Palestina passando per l’Italia) che resistono fermamente nonostante la situazione più sfavorevole possibile, come il compagno Alfredo Cospito, tumulato nel 41bis. Saldx e serenx e fierx di questx compagnx e delle idee che portano nel cuore, idee, che sulla carta stampata, adesso valgono la galera: difenderle è ancora più importante e necessario. Il nemico è sempre più spietato, sta a noi essere sempre più unitx nella diversità ma accumunatx dalla gioia rabbiosa di voler veder cancellato questo mondo di sopruso e oppressione come il più infame degli incubi del genere umano. Che la calura dell’estate non ci ottenebri i pensieri e i sogni, che la rabbia non ci accechi ma ci faccia affinare la mira, che la tristezza per l’ennesimo fratello dietro le sbarre non ci immobilizzi, ma ci sproni a proseguire con gioia nelle (anche) sue scelte di lotta e di vita! Pietrino libero e selvaggio!! 🙂 Tuttx liberx! Forza amicx, compagnx, sorelle e fratelli, avanti tutta!!  Cassa Antirepressione Capitano ACAB        capitanoacab@insiberia.net
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Assemblea No CPR di Milano: Sull’operazione anti-anarchica del 16 giugno (e non solo)
Riceviamo e diffondiamo dall’Assemblea No CPR di Torino questo contributo, che – a partire dalla solidarietà ai compagni arrestati e indagati – tocca un tema importante: il controllo delle emigrazioni come laboratorio del controllo poliziesco e tecnologico che si stringe sul mondo intero. Qui l’introduzione: L’operazione del 16 giugno 2026 non può lasciarci indifferenti. In quanto persone che si organizzano contro i CPR, ci fa rabbia e ci spinge all’azione ogni strumento che lo stato adopera per bloccare i corpi dentro le strette maglie di ciò che è permesso e di ciò che non lo è, in nome di un ordine democratico da difendere e dei suoi confini da salvaguardare. Sappiamo bene quanto questo fantomatico ordine da difendere sia basato su gerarchie razziste e classiste, e per questo non possiamo che essere profondamente solidalx con chi cerca di metterlo in discussione. Ma, oltre al desiderio di esprimere solidarietà, questo testo punta anche a mettere in luce alcuni aspetti in comune tra la repressione che subiscono alcune figure che lo stato identifica come nemiche. Che si tratti di persone in movimento o di chi crede che lo Stato sia una contingenza storica oppressiva e non necessaria, quello che constatiamo con angoscia è la continuità dei dispositivi tecnologici e di controllo che vengono adoperati. Infatti, se di per sé non sono niente di nuovo le operazioni ‘anti-anarchiche’ e le indagini per 270, se è vero che non c’è alcuna novità particolare nel fatto che lo Stato cerchi di controllare chi può attraversare e stanziare nel suo territorio e chi no (si tratta di uno dei suoi obiettivi fondanti), quello che rappresenta una novità è la capillarità con cui alcune nuove tecnologie si diffondono silenziosamente nelle vite di tutti i giorni, fornendo materiale per operazioni giudiziarie fondate sul nulla, controllando ogni azione che avviene durante un corteo, o ancora tracciando gli indesiderati da rispedire oltre i confini della Fortezza Europa. Qui il testo completo: 16giugno.nocprmilano  
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Per chi interrompe il sonno dei potenti. Un contributo sull’operazione del 16 giugno
Riceviamo e diffondiamo: Il 16 giugno 2026 la polizia irrompe in casa di molti compagni e compagne in tutta la penisola per effettuare perquisizioni ed arresti. In nove sono accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e, fra questi, alcuni sono anche indagati, insieme ad altri compagni e compagne, per alcuni sabotaggi alla linea ferroviaria dell’alta velocità in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Inoltre due compagni, in seguito al ritrovamento di alcuni opuscoli nelle loro abitazioni, vengono anche accusati di 270 quinquies ter, il cosiddetto “terrorismo della parola” e condotti anche loro in carcere. I giornali, con la retorica giustizialista delle aule di tribunale, riportano fedelmente le veline della Questura: “terrorismo”, “violenti”, “cellula terroristica”, “pianificavano azioni violente”. ll potere ha sempre trovato un nome per chi interrompeva il suo sonno, rendendolo il nemico interno di cui avere paura. Crea il mostro e lo sbatte in prima pagina. Dal canto nostro invece sappiamo bene che esiste una differenza profonda tra la violenza che serve a conservare un dominio e quella che nasce dal desiderio di spezzarlo. La prima appartiene ai potenti: ha eserciti, bilanci, tribunali e uffici stampa. La seconda nasce dalle mani comuni, dalle vite ordinarie, da chi non dispone di altro se non della propria immaginazione e della complicità di spiriti affini. Vediamo sempre più chiaramente che il progresso coincide – per questo sistema – con opere che cancellano foreste, quartieri e costringono alla fuga popolazioni. Negli anni abbiamo infatti visto ferrovie divorare montagne, fiumi spostati e il cielo riempito di cavi, antenne, droni, satelliti. Questa distruzione viene amministrata, finanziata, inaugurata con i nastri e gli applausi. Eppure nessuno osa chiamarla violenza. Ne abbiamo avuto esempi anche con questi ultimi giochi olimpici invernali: i residenti della Val di Flemme chiusi fra recinti e check-point; interi boschi abbattuti per costruire le strutture necessarie alle competizioni; l’addetto alla sorveglianza degli impianti lasciato a morire di freddo, le persone sgomberate dai quartieri di Milano in cui vivevano, le strade militarizzate, i rastrellamenti e gli omicidi della polizia. Abbiamo visto l’arrivo di mezzi militari da diverse parti del mondo (ricordiamo la sfilata dei blindati del Qatar) e corpi di polizia, compresi membri dell’ICE, responsabili di rapimenti, torture e omicidi negli Stati Uniti. Non ci stupisce dunque se qualcuno abbia voluto in quelle giornate ricordare che non c’è nulla da festeggiare sabotando la linea ferroviaria dell’alta velocità, soprattutto se guardiamo all’accordo siglato fra RFI e Leonardo due anni fa riguardante la collaborazione per la mobilità militare. Accordo in linea con il piano di riarmo dei Paesi Europei che si preparano alla guerra per cui, anche nel nostro contesto, le infrastrutture civili vengono messe a disposizione per soddisfare le necessità militari di trasporto e di controllo (il cosiddetto dual use) creando così un filo diretto tra i nostri governi e aziende e le guerre odierne vicine e lontane. Quindi nel sabotaggio vediamo la liberazione oltre la distruzione. Il sabotaggio è il gesto con cui chi non possiede eserciti ricorda ai potenti che nessun ingranaggio è invincibile. È il momento in cui una macchina scopre di dipendere da una mano umana. È il momento in cui un sistema, che si racconta perfetto, lascia intravedere una crepa. Il nostro passato vicino e lontano è pieno di sabotaggi che hanno avuto un impatto sulla direzione in cui andavano le cose. Molti sabotaggi sono stati applauditi come quelli avvenuti durante la resistenza o in epoca più recente in territori toccati da grandi opere o grandi eventi: il Castor in Germania e Francia; il TAV in Italia. Il sabotaggio non è lo strumento di chi ha ricchezze, palazzi, ministeri. È accessibile a tutti ed è riproducibile. È il sapere di chi osserva con attenzione, di chi vuole conoscere il funzionamento delle cose e capisce che ogni meccanismo ha un punto vulnerabile. Per questo spaventa. Perché dimostra che gli esseri umani non sono fatti soltanto per eseguire ordini, ma sono fatti anche per trovare le falle, per immaginare deviazioni. Parlando di idee e immaginari ricordiamo che ad aprile 2025 è stato varato un decreto sicurezza – entrato in vigore il 9 giugno 2025 – in cui viene introdotto il reato di terrorismo della parola. Quindi non basta più punire quello che si fa, ma bisogna anche sorvegliare quello che s’immagina. Se pronunci una frase sbagliata, sei terrorista. Se sogni un mondo diverso, sei terrorista. Se possiedi determinati opuscoli, sei terrorista. Le idee fanno così paura che bisogna processarle prima ancora che diventino gesti. Lo abbiamo visto con l’applicazione del regime carcerario del 41bis ad Alfredo Cospito, giustificato anche con il fatto che continuasse a scrivere e ad avere scambi epistolari con altri compagni e compagne nonostante la reclusione. Ogni pensiero deve essere esaminato e sottoposto a censura. Ogni gesto che compiamo deve poter essere osservato. Così ci siamo abituati a convivere con occhi ovunque. Se poco tempo fa gli scenari di controllo totale e capillare facevano solo parte della fantascienza o dei libri di storia per raccontare il nazismo e altri regimi dittatoriali come fossero situazioni lontane, ora la sorveglianza è ormai trasformata in paesaggio, è la norma. A noi non stupisce se qualcuno cerca ancora un angolo d’ombra dove sia ancora possibile esprimersi liberamente ed esistere; colorare di nuovo il proprio immaginario. Una società smette di essere libera molto prima di perdere i suoi diritti. Comincia a perdere la libertà quando non riesce più nemmeno a immaginarla. Quando ogni orizzonte è già stato disegnato da qualcun altro. «Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi e quel paesaggio si è associato per sempre con la nostra idea di libertà.» (I piccoli maestri, Luigi Meneghello) La libertà è questo. Un paesaggio che cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo. E dopo averlo visto, non puoi più convincerti che la gabbia sia la natura delle cose. Ma nessuno raggiunge quel paesaggio da solo. Il potere ci vuole individui isolati, concorrenti, sospettosi gli uni degli altri. Vuole che ciascuno difenda soltanto il proprio piccolo recinto. Perché un individuo solo è prevedibile. Una comunità che immagina insieme, invece, è imprevedibile. Quando si vive la stessa oppressione non c’è bisogno di andare a cercare proseliti: si condivide la medesima rabbia ed è quella che fa incontrare e diventare complici. Non per nascondersi gli uni dietro gli altri, ma per vedere più lontano. Perché ogni immaginazione, quando incontra un’altra immaginazione, smette di essere un sogno privato e diventa un progetto comune. È così che nasce un sentiero: una persona da sola lascia un’orma; molte persone lasciano una strada. Ed è questo, forse, che li spaventa più di ogni altra cosa. Non il sabotaggio di una linea ferroviaria, ma il sabotaggio dell’idea che il loro mondo sia l’unico possibile. Perché ogni volta che qualcuno dimostra che un ingranaggio può fermarsi, dimostra anche che la storia può ripartire in un’altra direzione. E finché esisterà qualcuno disposto a immaginarla, nessun sistema potrà dirsi davvero al sicuro. Per quanto ci riguarda saremo sempre al fianco di chi trova i propri complici, di chi non si rassegna ai binari di quest’esistenza, di chi sogna dall’alto delle montagne la libertà. Nel momento in cui pubblichiamo questo testo solo un compagno fra gli/le arrestate del 16 giugno è ancora rinchiuso nella sezione AS2 del carcere di Terni, mentre gli altri e le altre sono state scarcerate dopo l’udienza di Riesame. Libertà per Pietro! Libertà per tutti e tutte!
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Operazione del 16 giugno: il Riesame si è espresso, Pietro rimane in carcere
Riceviamo e diffondiamo, con rabbia solidale: ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME CONFERMA IL CARCERE PER PIETRO https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/pietro_riesame/ Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire la reclusione del nostro compagno! Ricordiamo che Pietro era stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante la perquisizione. Toni, detenuto con la medesima accusa, era già stato scarcerato nei giorni scorsi dal Riesame di Roma. Pietro resta invece tutt’ora rinchiuso nel carcere di Terni nel circuito dell’Alta Sorveglianza. A questo punto gli avvocati faranno ricorso per Cassazione e nel mentre, quando si avranno anche le motivazioni del provvedimento, valuteranno un’istanza al Gip di modifica della misura. Ma serve fin d’ora continuare ad esprimergli la nostra vicinanza e solidarietà! Scriviamogli e antenne dritte sulle prossime mobilitazioni. Pietro Rosetti C.C. Terni Strada delle Campore 32 05100 Terni Solidali dalla Romagna 
Carcere
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Automi assassini. Bologna, 19 luglio 2026
Riceviamo e diffondiamo: Dolore e rabbia per ancora un altro omicidio di stato. Il potere mostra la sua odiosa essenza lasciando un corpo senza vita sull’asfalto, soffocato per mano dei suoi professionisti addestrati. È il corpo di un oppresso come noi, un individuo che a suo modo non ci stava al gioco sporco di chi domina il mondo nel nome del profitto e del terrore. Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato. Gruppo anarchico fuoricontrollo – Savona Automi assassini – Bologna 19 luglio 2026 Domenica 19 luglio, quartiere Pilastro di Bologna, un uomo di 42 anni viene ucciso sull’asfalto. Un fatto orrendo, purtroppo l’ennesimo omicidio di stato. Ma qualcosa lo rende speciale: c’è un video di circa cinque minuti ripreso dall’alto da parte di qualcuno che ha intuito la drammaticità e l’orrore che si sta compiendo. Questo video (pubblicato su acta-media) è la variabile imprevista che fa esplodere la collera nella città (e oltre) e squarcia la coltre di menzogne che altrimenti avrebbero cercato di coprire il vero deviando l’attenzione sui consueti binari delle veline da questura. Peraltro la strategia delle menzogne partirà ugualmente ma fuori tempo, quando ormai i buoi sono fuori dal recinto o meglio quando il video è sfuggito alla censura ed ha già fatto il suo corso. La potenza del video è sconvolgente, innanzitutto perché sono immagini di morte (si sta ammazzando un uomo che spende le sue ultime energie per mantenersi vivo e urla “aiuto” e “basta!”), ogni essere umano non ancora “sterilizzato” e deumanizzato si identifica con Abderrahim Fakir, l’uomo che agonizza sull’asfalto. Il secondo motivo è che sono in tre che infieriscono contro di lui portandolo a morire soffocato mentre intorno ci sono quattro o cinque “spettatori passivi” che appaiono del tutto indifferenti a ciò che sta accadendo. Analizziamo lo scenario: chi sono gli attori in causa? Questo scenario rappresenta in modo esatto e inequivocabile una triste allegoria del mondo che viviamo e che è stato predisposto dal potere e dal suo culto, dall’indifferenza e dalle peggiori pulsioni umane diventate “norma”. In posa muscolare con le ginocchia sul dorso del morente due giovani palestrati che indossano le polo blu della polizia di stato con anfibi d’ordinanza e guanti: il più intraprendente si impegna a spingere con entrambe le mani la nuca dell’uomo in posizione prona, facendo sì che la sua bocca rimanga premuta contro l’asfalto (prova anche ad ammanettare la vittima), il secondo si mantiene a cavalcioni un po’ più indietro impedendo ogni movimento del bacino. Questi due si prendono la centralità della scena, possiamo definirli “quelli che comandano”, sono il potere, l’ordine costituito. A collaborare con i due in divisa si nota un altro giovane in abiti civili che si mantiene sopra i polpacci e le caviglie di Abderrahim, già bloccate con una fascetta in plastica; non sappiamo come questo sia entrato nella scena (se su “ordine” o richiesta degli altri o per sua diretta iniziativa) il fatto è che collabora ad assassinare di buon grado. Costui è il collaboratore o secondo un altro gergo “l’infame”. Quello che potrebbe, anzi dovrebbe solidarizzare con l’essere umano che subisce e invece sceglie di schierarsi con chi comanda, sommando i suoi sforzi alla forza esercitata da chi reprime e soffoca. Ci sono ancora i quattro militi della Croce Rossa riconoscibilissimi per gli abiti, questi risultano spaventosi per il fatto di non battere ciglio di fronte a ciò che sta accadendo sotto i loro occhi a un metro di distanza. Non una parola né un cenno a chi sta infierendo (del resto indossa l’uniforme, è l’autorità…) anche dopo che le urla disperate sono cessate non vi è solerzia nel constatare le condizioni dell’uomo e portare cure (del resto sarebbe il loro compito primario, giusto?). Con tutta calma i quattro attendono che il più grosso tra gli energumeni in divisa si alzi per accertare che non c’è più traccia di pulsazione alla carotide. Non si scompongono né si affrettano. Come se la procedura fosse completata. I militi del soccorso sono i “tecnici”, gli addetti che in ogni caso sono subalterni al potere. C’è ancora un uomo in abiti civili che ad un certo punto si avvicina in silenzio per allontanarsi poco dopo, non mostra segni di disapprovazione esplicita ma reagisce con scarso coinvolgimento o forse una punta di disagio. È il passante occasionale che vede e non vuole sapere: l’ignavo, quello che gramscianamente appartiene alla categoria degli indifferenti. In questo scenario da incubo c’è qualcosa che sconvolge più del resto: la netta impressione che compimento ed esito del dramma appaiano ineluttabili, una procedura fredda e automatica. Il più attivo dei due “tutori dell’ordine” quando non sente più resistenza provenire dal corpo su cui ha insistito con tutta la sua forza, si alza, fa qualche passo, simula due mossette rispetto a ciò di cui è stato attivo protagonista, si riavvicina all’uomo che ha ucciso, gli dà un lieve schiaffetto sulla guancia come per rianimarlo, atto che a questo punto suona grottesco, poi se ne va fuori dalla scena rimettendosi gli occhialetti da sole sul volto. I suoi gesti sono quelli di un automa, senza sentimenti, passione né tantomeno compassione, senza odio (o forse con un odio introiettato a fondo e reso gelido), senza anima; non è un lottatore che vive la disputa con il nemico, piuttosto l’esecutore di una procedura tecnica. Quelli che collaborano e quelli che osservano non si discostano dal paradigma. Unico elemento dissonante sono le urla di chi muore e non si arrende alla sequenza che lo vuole annichilire. L’assassinio di Abderrahim è l’epitome di un mondo disumanizzazato in cui la tecnica la fa da padrona, i protocolli, gli algoritmi, le applicazioni e le procedure seguono il loro corso, pertanto i fatti del mondo che riguardano, sempre e necessariamente, il vivente (per non limitarsi agli esseri umani) ricadono sotto il dominio del gelido potere che si occupa solo di profitto, ordine (immancabilmente mortifero) ed eliminazione di ogni traccia residua di autenticità umana, ancorché con la sua molteplicità contraddittoria. Nessuno spazio è più concesso alla dimensione umana, allo scarto o al dissenso rispetto ai piani dettati dal dominio. Non è questo un mondo che ha futuro oltre ad essere rivoltante: questo mondo deve essere demolito prima che giunga a compimento il suo piano di morte e controllo totale, sterminio e irreggimentazione, terrore e pianificazione di ogni suo ingranaggio. Palantir, programma di controllo globale, e il suo padrone Peter Thiel, Elon Musk e soci delle meraviglie digitali, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e suoi sgherri sterminatori seriali, Javier Milei e molti altri… I fratellini d’italia che si azzerbinano, il generaluccio chiacchierone, neonazisti disseminati per il globo sotto qualunque bandiera, propagandisti sovranisti digitali, fascistelli e razzisti vari del web… Siete tutti coinvolti dentro questo incubo, ognuno con la sua porzione di responsabilità, che siate prezzolati o utili idioti poco cambia. E ancora un pensiero per i perbenisti, i borghesucci che si sentono tranquilli perché intanto queste brutte cose accadono soltanto nei quartieri ghetto, abitati dalla plebe, dai devianti e dagli “stranieri”: non cullatevi sugli allori, giacché potrà succedere un giorno che vostro figlio o nipote, una sera in cui ha alzato il gomito o sbagliato sostanza, arrecherà disturbo e allora potrebbe imbattersi in una pattuglia o più di solerti tutori dell’ordine per i quali oggi parteggiate e vi fanno sentire così sicuri e immaginate cosa potrebbe succedere… Sia chiaro che questo non è un augurio ma una considerazione molto amara perché non dovrebbe mai più esserci un altro omicidio di stato. Troppi sono gli esseri umani stroncati sulle strade in circostanze simili a quella sopra descritta. Un nome per tutti: Federico Aldrovandi, ragazzo diciottenne massacrato di botte e lasciato morto a Ferrara il 25 settembre 2005. Gli autori dell’omicidio furono quattro agenti di polizia che lo percossero con violenza tale da spezzare due manganelli in dotazione e infine lo uccisero per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle loro ginocchia. Sempre la stessa tristissima storia. Ma la tristezza deve farsi consapevolezza tra oppressi e sfruttati per diventare azione. In chiusura una nota vitale e umana: bellissima la manifestazione in piazza che ha seguito di poche ore l’assassinio di Abderrahim, migliaia di persone a Bologna hanno rotto la cappa mortifera del potere e dei suoi guardiani, unitamente allo sciopero nel polo logistico cittadino. Nessuno escluso, chi è rimasto composto e chi ha fronteggiato i reparti della celere, dimostrando fino a notte che l’addomesticamento delle coscienze ne ha parecchia ancora di strada da compiere. Quando gli oppressi si riconoscono e si manifestano con determinazione e rabbia, è sempre un bel momento, nonostante la piazza fosse sconvolta e addolorata da un lutto enorme. Quando gli oppressi si fanno vivi e mostrano il loro sangue che pulsa nelle vene insieme a intelligenza e coraggio, il potere arretra e ingoia il rospo (iniziando il suo piagnisteo e la diffusione di menzogne fuorvianti ma comunque accusando il colpo, eccome). A proposito di formulette evasive rispetto alla questione, ben presto diffuse da Meloni e dai suoi sottoposti: «accertare eventuali responsabilità ma è irresponsabile alimentare odio verso le forze dell’ordine». Pura ipocrisia e comunque non c’è alcun odio da alimentare, lo alimentano le divise stesse con il loro agire quotidiano arrogante, violento e talvolta (troppo spesso) omicida, cercando poi di recuperare consensi tramite deliranti comunicati prodotti da sindacati di polizia in odore di fascismo. Solidarietà a quelli che sono stati in piazza, le distinzioni le lasciamo agli pseudo-oppositori di questo infame sistema di morte e sfruttamento. Non finisce qui. Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato. Gruppo anarchico fuoricontrollo
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Tragedie e tragediatori (“IL MOVENTE” – speciale infranumero – luglio 2026)
Riceviamo e diffondiamo: Fervono i preparativi per il secondo numero de IL MOVENTE, che pensiamo di poter far uscire attorno a settembre/ottobre! Prima di poter far annunci e proporre una pubblicazione sufficientemente strutturata e in linea con i propositi di non voler rincorrere gli eventi e gli accadimenti, come per il primo numero, ci vorrà quindi ancora un po’ di tempo. Tuttavia dei fatti di non trascurabile rilevanza ci portano a voler condividere una riflessione che vogliamo non rimanga sospesa per troppo tempo. Negli ultimi mesi, in Sicilia è stato inscenato un teatrino dai toni allarmistici e drammatici, prontamente alimentato dallo Stato e dai sui protettori, per rafforzare l’immaginario – razzista e estrattivista – di un’escalation di violenze e antichi mali che dall’oltretomba sarebbero tornati ad assediare le nostre quotidianità. Lo scopo? Più carceri, più polizia, più militarizzazione e, chi lo avrebbe mai detto, proteggere il profitto dei soliti pochi. Puoi leggere “tragedie e tragediatori” qui: https://ilmoventerivista.noblogs.org/2026/07/21/tragedie-e-tragediatori/ (eggià, c’è pure il blog ora!) In allegato, trovate anche una versione impaginata dell’articolo nel caso voleste stamparla e diffonderla in autonomia. Invitiamo tutte le persone che hanno voluto confrontarsi con la proposta del primo numero a commentare o inviare riflessioni, mosse da spiriti complici, alla mail: ilmoventerivista@bruttocarattere.org PS: abbiamo ancora qualche copia. Il ricavato della distribuzione va a sostenere la cassa VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carceri una copia 7€, per più di dieci 5€. spedizione esclusa. a presto! La redazione de IL MOVENTE Qui lo speciale infranumero in pdf: Tragedie e tragediatori
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