Riceviamo e diffondiamo:
Introduzione. Sui fatti dello scorso 27 aprile: nota 27 aprile
Sulla falsa solidarietà di PD, AVS e ANPI a una giornata di lotta contro i
fascisti: scritto solidarietà 27 DEF
Tag - Stato di emergenza
Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento:
Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa
«Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci
viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che
noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione,
che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e
bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea
(ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica
utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati?
Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo
contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo
che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci
difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da
prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e
tutti rivendichiamo quello che è accaduto».
In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da
Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus,
quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa.
Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello
praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli
resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e
ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima
difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è
una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In
questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav…
Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un
coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta
per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei
semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo”
(compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il
“terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di
resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato
sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di
polizia!
I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più
giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di
guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere
devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai
mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.
Trento, 31 luglio 2026
Comitato No Tav di Trento
Riceviamo, traduciamo e diffondiamo:
[it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE
Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano
diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar,
Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per
bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per
liberare…
In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha
fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari
che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla
difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo
Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a
tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare
volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta…
Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi
a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi
una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile?
La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra!
Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue
«soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di
distruzione/ricostruzione e di controllo sociale.
Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per
«mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo
delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle
tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di
«unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per
disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che
sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali,
come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle
strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando
così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei
periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è
qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli
armamenti!
La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può
sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema!
È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci
senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le
nostre lotte dallo Stato.
Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati;
sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le
rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di
partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee
antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista.
Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto
reciproco.
Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno,
opponiamo l’attacco contro chi ci opprime.
Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera.
Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione.
Assemblea antimilitarista a Bruxelles
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[fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION
Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se
répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar,
Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des
excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser
pour libérer…
En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a
fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires
qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense
partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo
Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous
les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire
volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout,
s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se
battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité
? Aucune autre perspective ne serait envisageable ?
La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre !
Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses «
solutions », offrant au système économique un mécanisme de
destruction/reconstruction et de contrôle social.
Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour
« sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des
ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions
politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à
un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population,
notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme
menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par
exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de
l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors
une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de
conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien
quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de
l’armement !
La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut
survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système !
Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle :
organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos
luttes de l’État.
Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ;
soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et
révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer
à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées
antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste.
Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide.
Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons
l’attaque contre ceux qui nous oppriment.
Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté.
Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution.
Assemblée antimilitariste à Bruxelles
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[es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN
¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución
Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se
extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar,
Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para
bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar…
En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo
su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan
escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las
calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de
Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años
invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits
de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que
hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para
“perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra
perspectiva posible?
¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra!
Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las
“soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción,
reconstrucción y control social.
El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y
apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar
la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la
miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el
patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la
represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y
movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el
fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los
presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay
periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay
alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria
armamentística!
La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin
ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema!
Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala:
organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer
las luchas contra el Estado.
Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los
Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las
luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en
el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas;
defender una perspectiva internacionalista.
Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua.
Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos
atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos
por una vida de libertad.
Ni guerra ni “paz”, revolución.
Asamblea Antimilitarista – Bruselas
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Altre lingue/other languages:
ČESKY:
https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce
[3] # PDF [4]_
PORTUGUÊS:
https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao
[5] # PDF [6]_
Riprendiamo da http://invictapalestina.org questo articolo che aiuta a leggere,
inquadrandoli nel loro contesto, i fatti dello scorso 24 luglio nel villaggio
cisgiordano di Tell (quegli stessi fatti che TG1 e TG2 sono riusciti a
presentare come aggressione a un gruppo di escursionisti!)
La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la
strategia israeliana in Cisgiordania
di Ramzy Baroud
Durante un’incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di
Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale
sottomissione palestinese.
Di fronte alle incessanti incursioni militari, alla confisca delle terre e alle
vessazioni e violenze dei coloni, gli abitanti del villaggio e gli agricoltori
locali si sono rifiutati di arrendersi.
Nello scontro che ne è seguito, un singolo palestinese ha disarmato un soldato
israeliano e aperto il fuoco contro le forze d’invasione vicino all’avamposto
dell’insediamento illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone
altri tre.
Ciò che è accaduto dopo è stata la prevedibile e implacabile furia
dell’Occupazione: le forze israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato
hanno lanciato immediatamente una serie di incursioni a Tell e nelle comunità
limitrofe, uccidendo quattro palestinesi, incendiando case e trasformando
edifici residenziali in centri di interrogatorio da campo.
In una rapida campagna di Punizione Collettiva, le Forze di Occupazione
Israeliane hanno arrestato oltre 70 palestinesi, di cui più di 40 solo a Tell,
estendendo al contempo le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarm, Ramallah,
Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa
Israel Katz hanno immediatamente ordinato “un’operazione militare su vasta
scala”, mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha
condannato inequivocabilmente gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni
definendoli “pogrom contro civili indifesi”, ribadendo la richiesta di un
embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele.
Tuttavia, per comprendere la scintilla di Tell, è necessario comprendere la
pentola a pressione esplosiva in cui si è trasformata la Cisgiordania Occupata.
Il calcolo primitivo di Netanyahu
La risposta immediata di Netanyahu all’incidente di Tell non è stata un
allontanamento dalla politica, bensì l’attivazione di una vecchia e radicata
dottrina: ogni atto di Resistenza palestinese, per quanto localizzato, deve
essere strumentalizzato per accelerare il furto di terre palestinesi
sponsorizzato dallo Stato.
Per decenni, l’apparato di sicurezza israeliano ha utilizzato la Resistenza
locale come copertura per raggiungere ambizioni demografiche e territoriali di
lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha
raggiunto livelli di velocità e brutalità senza precedenti.
L’entità della distruzione
Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media globali si concentrava
principalmente sugli orrori di Gaza, Israele ha sistematicamente esteso la sua
offensiva in tutta la Cisgiordania Occupata:
Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle
forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato.
Oltre 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili veri, schegge e
aggressioni fisiche, con gli attacchi dei coloni che rappresentano la maggior
parte dei recenti feriti civili.
Più di 10.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza a causa della
demolizione delle loro case, delle violenze dei coloni e delle severe
restrizioni di accesso. Intere comunità beduine e rurali nelle colline a Sud di
Hebron e nella valle del Giordano sono state sistematicamente spopolate e
ripulite.
Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante rastrellamenti notturni
militari e posti in detenzione amministrativa arbitraria senza accusa né
processo.
Sotto la guida del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a cui erano stati
conferiti poteri ufficiali sugli affari civili in Cisgiordania, il governo
israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunam di territorio palestinese
“terra demaniale”, segnando la più grande e continua appropriazione di terre dai
tempi degli Accordi di Oslo. Contemporaneamente, decine di avamposti di coloni
illegali sono stati legalizzati retroattivamente e sono state promosse migliaia
di nuove unità abitative negli insediamenti.
Scopo strategico dietro la recrudescenza
La campagna sistematica di Israele in Cisgiordania persegue tre distinti
obiettivi politici e militari per Netanyahu e il suo governo.
Primo, prevenire un secondo fronte:
Israele si è reso conto che se la Cisgiordania si sollevasse in una ribellione
organizzata su vasta scala mentre il suo esercito è impegnato in una snervante e
interminabile Campagna Genocida a Gaza, contenere entrambe le entità si
rivelerebbe praticamente impossibile. Non essendo riuscito a schiacciare la
Resistenza palestinese a Gaza nonostante la sua schiacciante forza militare,
Israele ha applicato una violenza preventiva e brutale in Cisgiordania per
terrorizzare la popolazione e costringerla alla sottomissione totale.
Secondo, proteggere Netanyahu attraverso l’influenza dell’estrema destra:
Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al
fallimento del suo esercito nel raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati,
Netanyahu ha avuto bisogno di mantenere intatta la sua coalizione. Ha concesso
ai ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir assoluta
libertà di attuare la loro agenda ideologica: espandere gli insediamenti
illegali, annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e invadere
ripetutamente e alterare lo status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa
nella Gerusalemme Est Occupata.
Terzo, mascherare il fallimento con atteggiamenti offensivi:
Nel disperato tentativo di evitare di apparire come un leader impotente
intrappolato in una guerra di logoramento su più fronti, Netanyahu ha utilizzato
operazioni militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei
campi profughi della Cisgiordania (da Jenin e Tulkarem a Nablus) per proiettare
un’immagine di forza e controllo davanti al suo elettorato interno di destra.
Il terrore dei coloni e il fallimento dell’Autorità palestinese
Questa campagna di espansione sponsorizzata dallo Stato è stata agevolata da due
fattori principali sul campo.
Primo, paramilitarismo incontrollato dei coloni:
Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale di Itamar Ben-Gvir, le bande
violente di coloni sono state pienamente integrate nelle milizie paramilitari
sponsorizzate dallo Stato. I coloni lanciano regolarmente Pogrom organizzati
contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando
bestiame e sparando contro i civili, con la protezione diretta e la
partecipazione attiva dell’esercito israeliano.
Secondo, la sottomissione e l’inazione dell’Autorità Palestinese:
L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il suo dovere fondamentale
di proteggere il suo popolo. Invece di formulare una strategia di difesa
nazionale o di fornire almeno una dirigenza simbolica per resistere
all’espropriazione delle terre, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese
hanno continuato a coordinarsi con l’Occupazione.
L’Autorità Palestinese ha represso attivamente i combattenti della Resistenza
locale, confiscato armi e represso manifestazioni pubbliche, agendo come forza
amministrativa subappaltata per gestire la sottomissione palestinese per conto
di Israele.
Perché l’analisi corrente fallisce
La maggior parte dei media e degli analisti politici inquadrerà inevitabilmente
l’attuale recrudescenza in base a ristretti parametri parlamentari. Faranno
riferimento alle imminenti elezioni israeliane, sostenendo che Netanyahu sta
provocando la violenza unicamente per consolidare il voto dell’estrema destra,
accontentare Ben-Gvir e Smotrich e sbaragliare i suoi rivali politici.
Gli organismi internazionali per i diritti umani lanceranno i soliti
avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere esprimeranno
allarme per gli attacchi contro strutture mediche come l’Ospedale Specializzato
di Nablus, e blocchi politici come l’Unione Europea lanceranno appelli
inefficaci a “tutte le parti per una distensione”.
Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire miliardi di
dollari in armamenti pesanti a Israele, rafforzando un episodio di Complicità
storica.
Ciò che queste analisi non riescono costantemente a cogliere è la realtà
dell’azione palestinese.
Trattano i palestinesi come vittime passive in attesa di un intervento
internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma
l’esplosione di Tell ha dimostrato che lo status quo di accerchiamento totale,
umiliazione quotidiana e spossessamento esistenziale è intrinsecamente
insostenibile.
La ribellione non è iniziata dove si aspettavano gli analisti militari
tradizionali: è divampata in una piccola cittadina agricola tra persone che
hanno deciso che la Resistenza era l’unica risposta possibile a un lenta e
graduale annientamento.
La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e
nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche
convenzionali.
[Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di “The Palestine Chronicle”. È
autore di sei libri, tra cui La Nostra Visione per la Liberazione: Leader
Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano, curato insieme a Ilan Pappé. Il
suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non
di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA),
dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).]
Riceviamo e diffondiamo:
LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE.
Dopo il riesame negativo di Pietro, compagno anarchico arrestato nell’operazione
del 16 giugno
Mentre scorrono ancora sugli schermi di tutta Italia le immagini dell’omicidio
per mano di due poliziotti di Abderrahim Fakir al Pilastro; mentre gli sbirri
assassini che hanno ammazzato Fakir godranno dello “scudo penale” introdotto da
questo governo per le forze dell’ordine; mentre un bottegaio milionario che ha
assassinato due persone sparando loro alle spalle, il “gioielliere Roggero”,
diventa l’icona pop di un fascismo suprematista che nulla ha da invidiare al
trumpismo; mentre nel “paese del Duce” centinaia di fascisti in camicia nera
sfilano per commemorare il compleanno di un dittatore; mentre il governo
“licenzia” l’ennesimo pacchetto di leggi liberticide contro “i maranza”, per
annichilire definitivamente ogni spinta di ribellione giovanile, ecco, mentre
tutto questo accade (e purtroppo ce ne sarebbero molte altre da dire) il
tribunale del Riesame di Bologna decide (23/07) che un compagno anarchico debba
restare in cella nel carcere di Alta Sicurezza di Terni per “detenzione di
opuscoli terroristici”.
Senza voler sminuire l’importanza della parola scritta e della sua diffusione e
senza voler cedere all’indignazione democratica, ci pare però doveroso (oltre
che necessario per sfogare un po’ di nausea) concentrare le nostre energie su
questa fotografia: il paese in cui viviamo è uno stato di polizia sempre più
attrezzato all’eliminazione del dissenso interno (eliminazione anche fisica) e
sempre più razzista, colonialista, fascista.
Questo dato di fatto, che non è nuovo per nessunx che abbia avuto negli anni un
certo sguardo critico sul mondo, con la contestazione sempre più frequente
(specialmente per quelle persone accusate di “terrorismo islamico”) del
270quinques ter. sta davvero segnando una svolta repressiva inaudita anche per
queste desolate terre italiche.
Il “terrorismo della parola” sta colpendo principalmente lx anarchicx e lx
solidalx palestinesi, ma, come sempre, dopo gli apripista facili da sbattere sul
giornale, si passerà alla sua più larga attuazione.
In questo momento di rabbia e di incredulità, dobbiamo mantenerci saldx, con
l’esempio che ci mandano lx compagnx prigionierx in tutto il mondo (dal Cile
alla Grecia alla Palestina passando per l’Italia) che resistono fermamente
nonostante la situazione più sfavorevole possibile, come il compagno Alfredo
Cospito, tumulato nel 41bis.
Saldx e serenx e fierx di questx compagnx e delle idee che portano nel cuore,
idee, che sulla carta stampata, adesso valgono la galera: difenderle è ancora
più importante e necessario.
Il nemico è sempre più spietato, sta a noi essere sempre più unitx nella
diversità ma accumunatx dalla gioia rabbiosa di voler veder cancellato questo
mondo di sopruso e oppressione come il più infame degli incubi del genere umano.
Che la calura dell’estate non ci ottenebri i pensieri e i sogni, che la rabbia
non ci accechi ma ci faccia affinare la mira, che la tristezza per l’ennesimo
fratello dietro le sbarre non ci immobilizzi, ma ci sproni a proseguire con
gioia nelle (anche) sue scelte di lotta e di vita!
Pietrino libero e selvaggio!! 🙂
Tuttx liberx!
Forza amicx, compagnx, sorelle e fratelli, avanti tutta!!
Cassa Antirepressione Capitano ACAB
capitanoacab@insiberia.net
Riceviamo e diffondiamo dall’Assemblea No CPR di Torino questo contributo, che –
a partire dalla solidarietà ai compagni arrestati e indagati – tocca un tema
importante: il controllo delle emigrazioni come laboratorio del controllo
poliziesco e tecnologico che si stringe sul mondo intero.
Qui l’introduzione:
L’operazione del 16 giugno 2026 non può lasciarci indifferenti. In quanto
persone che si organizzano contro i CPR, ci fa rabbia e ci spinge all’azione
ogni strumento che lo stato adopera per bloccare i corpi dentro le strette
maglie di ciò che è permesso e di ciò che non lo è, in nome di un ordine
democratico da difendere e dei suoi confini da salvaguardare.
Sappiamo bene quanto questo fantomatico ordine da difendere sia basato su
gerarchie razziste e classiste, e per questo non possiamo che essere
profondamente solidalx con chi cerca di metterlo in discussione. Ma, oltre al
desiderio di esprimere solidarietà, questo testo punta anche a mettere in luce
alcuni aspetti in comune tra la repressione che subiscono alcune figure che lo
stato identifica come nemiche. Che si tratti di persone in movimento o di chi
crede che lo Stato sia una contingenza storica oppressiva e non necessaria,
quello che constatiamo con angoscia è la continuità dei dispositivi tecnologici
e di controllo che vengono adoperati. Infatti, se di per sé non sono niente di
nuovo le operazioni ‘anti-anarchiche’ e le indagini per 270, se è vero che non
c’è alcuna novità particolare nel fatto che lo Stato cerchi di controllare chi
può attraversare e stanziare nel suo territorio e chi no (si tratta di uno dei
suoi obiettivi fondanti), quello che rappresenta una novità è la capillarità con
cui alcune nuove tecnologie si diffondono silenziosamente nelle vite di tutti i
giorni, fornendo materiale per operazioni giudiziarie fondate sul nulla,
controllando ogni azione che avviene durante un corteo, o ancora tracciando gli
indesiderati da rispedire oltre i confini della Fortezza Europa.
Qui il testo completo: 16giugno.nocprmilano
Riceviamo e diffondiamo:
Il 16 giugno 2026 la polizia irrompe in casa di molti compagni e compagne in
tutta la penisola per effettuare perquisizioni ed arresti.
In nove sono accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e,
fra questi, alcuni sono anche indagati, insieme ad altri compagni e compagne,
per alcuni sabotaggi alla linea ferroviaria dell’alta velocità in occasione
delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Inoltre due compagni, in seguito al ritrovamento di alcuni opuscoli nelle loro
abitazioni, vengono anche accusati di 270 quinquies ter, il cosiddetto
“terrorismo della parola” e condotti anche loro in carcere.
I giornali, con la retorica giustizialista delle aule di tribunale, riportano
fedelmente le veline della Questura: “terrorismo”, “violenti”, “cellula
terroristica”, “pianificavano azioni violente”. ll potere ha sempre trovato un
nome per chi interrompeva il suo sonno, rendendolo il nemico interno di cui
avere paura. Crea il mostro e lo sbatte in prima pagina.
Dal canto nostro invece sappiamo bene che esiste una differenza profonda tra la
violenza che serve a conservare un dominio e quella che nasce dal desiderio di
spezzarlo. La prima appartiene ai potenti: ha eserciti, bilanci, tribunali e
uffici stampa. La seconda nasce dalle mani comuni, dalle vite ordinarie, da chi
non dispone di altro se non della propria immaginazione e della complicità di
spiriti affini.
Vediamo sempre più chiaramente che il progresso coincide – per questo sistema –
con opere che cancellano foreste, quartieri e costringono alla fuga popolazioni.
Negli anni abbiamo infatti visto ferrovie divorare montagne, fiumi spostati e il
cielo riempito di cavi, antenne, droni, satelliti. Questa distruzione viene
amministrata, finanziata, inaugurata con i nastri e gli applausi. Eppure nessuno
osa chiamarla violenza.
Ne abbiamo avuto esempi anche con questi ultimi giochi olimpici invernali: i
residenti della Val di Flemme chiusi fra recinti e check-point; interi boschi
abbattuti per costruire le strutture necessarie alle competizioni; l’addetto
alla sorveglianza degli impianti lasciato a morire di freddo, le persone
sgomberate dai quartieri di Milano in cui vivevano, le strade militarizzate, i
rastrellamenti e gli omicidi della polizia. Abbiamo visto l’arrivo di mezzi
militari da diverse parti del mondo (ricordiamo la sfilata dei blindati del
Qatar) e corpi di polizia, compresi membri dell’ICE, responsabili di rapimenti,
torture e omicidi negli Stati Uniti.
Non ci stupisce dunque se qualcuno abbia voluto in quelle giornate ricordare che
non c’è nulla da festeggiare sabotando la linea ferroviaria dell’alta velocità,
soprattutto se guardiamo all’accordo siglato fra RFI e Leonardo due anni fa
riguardante la collaborazione per la mobilità militare. Accordo in linea con il
piano di riarmo dei Paesi Europei che si preparano alla guerra per cui, anche
nel nostro contesto, le infrastrutture civili vengono messe a disposizione per
soddisfare le necessità militari di trasporto e di controllo (il cosiddetto dual
use) creando così un filo diretto tra i nostri governi e aziende e le guerre
odierne vicine e lontane.
Quindi nel sabotaggio vediamo la liberazione oltre la distruzione.
Il sabotaggio è il gesto con cui chi non possiede eserciti ricorda ai potenti
che nessun ingranaggio è invincibile. È il momento in cui una macchina scopre di
dipendere da una mano umana. È il momento in cui un sistema, che si racconta
perfetto, lascia intravedere una crepa.
Il nostro passato vicino e lontano è pieno di sabotaggi che hanno avuto un
impatto sulla direzione in cui andavano le cose. Molti sabotaggi sono stati
applauditi come quelli avvenuti durante la resistenza o in epoca più recente in
territori toccati da grandi opere o grandi eventi: il Castor in Germania e
Francia; il TAV in Italia.
Il sabotaggio non è lo strumento di chi ha ricchezze, palazzi, ministeri. È
accessibile a tutti ed è riproducibile. È il sapere di chi osserva con
attenzione, di chi vuole conoscere il funzionamento delle cose e capisce che
ogni meccanismo ha un punto vulnerabile. Per questo spaventa. Perché dimostra
che gli esseri umani non sono fatti soltanto per eseguire ordini, ma sono fatti
anche per trovare le falle, per immaginare deviazioni.
Parlando di idee e immaginari ricordiamo che ad aprile 2025 è stato varato un
decreto sicurezza – entrato in vigore il 9 giugno 2025 – in cui viene introdotto
il reato di terrorismo della parola. Quindi non basta più punire quello che si
fa, ma bisogna anche sorvegliare quello che s’immagina. Se pronunci una frase
sbagliata, sei terrorista. Se sogni un mondo diverso, sei terrorista. Se
possiedi determinati opuscoli, sei terrorista. Le idee fanno così paura che
bisogna processarle prima ancora che diventino gesti.
Lo abbiamo visto con l’applicazione del regime carcerario del 41bis ad Alfredo
Cospito, giustificato anche con il fatto che continuasse a scrivere e ad avere
scambi epistolari con altri compagni e compagne nonostante la reclusione.
Ogni pensiero deve essere esaminato e sottoposto a censura.
Ogni gesto che compiamo deve poter essere osservato.
Così ci siamo abituati a convivere con occhi ovunque. Se poco tempo fa gli
scenari di controllo totale e capillare facevano solo parte della fantascienza o
dei libri di storia per raccontare il nazismo e altri regimi dittatoriali come
fossero situazioni lontane, ora la sorveglianza è ormai trasformata in
paesaggio, è la norma. A noi non stupisce se qualcuno cerca ancora un angolo
d’ombra dove sia ancora possibile esprimersi liberamente ed esistere; colorare
di nuovo il proprio immaginario.
Una società smette di essere libera molto prima di perdere i suoi diritti.
Comincia a perdere la libertà quando non riesce più nemmeno a immaginarla.
Quando ogni orizzonte è già stato disegnato da qualcun altro.
«Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi e
quel paesaggio si è associato per sempre con la nostra idea di libertà.» (I
piccoli maestri, Luigi Meneghello)
La libertà è questo. Un paesaggio che cambia per sempre il modo in cui guardi il
mondo. E dopo averlo visto, non puoi più convincerti che la gabbia sia la natura
delle cose.
Ma nessuno raggiunge quel paesaggio da solo.
Il potere ci vuole individui isolati, concorrenti, sospettosi gli uni degli
altri. Vuole che ciascuno difenda soltanto il proprio piccolo recinto. Perché un
individuo solo è prevedibile. Una comunità che immagina insieme, invece, è
imprevedibile.
Quando si vive la stessa oppressione non c’è bisogno di andare a cercare
proseliti: si condivide la medesima rabbia ed è quella che fa incontrare e
diventare complici. Non per nascondersi gli uni dietro gli altri, ma per vedere
più lontano. Perché ogni immaginazione, quando incontra un’altra immaginazione,
smette di essere un sogno privato e diventa un progetto comune. È così che nasce
un sentiero: una persona da sola lascia un’orma; molte persone lasciano una
strada.
Ed è questo, forse, che li spaventa più di ogni altra cosa. Non il sabotaggio di
una linea ferroviaria, ma il sabotaggio dell’idea che il loro mondo sia l’unico
possibile. Perché ogni volta che qualcuno dimostra che un ingranaggio può
fermarsi, dimostra anche che la storia può ripartire in un’altra direzione. E
finché esisterà qualcuno disposto a immaginarla, nessun sistema potrà dirsi
davvero al sicuro.
Per quanto ci riguarda saremo sempre al fianco di chi trova i propri complici,
di chi non si rassegna ai binari di quest’esistenza, di chi sogna dall’alto
delle montagne la libertà.
Nel momento in cui pubblichiamo questo testo solo un compagno fra gli/le
arrestate del 16 giugno è ancora rinchiuso nella sezione AS2 del carcere di
Terni, mentre gli altri e le altre sono state scarcerate dopo l’udienza di
Riesame.
Libertà per Pietro! Libertà per tutti e tutte!
Riceviamo e diffondiamo, con rabbia solidale:
ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME CONFERMA IL CARCERE PER PIETRO
https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/pietro_riesame/
Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della
detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato
nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso.
Non abbiamo parole.
Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di
Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire
la reclusione del nostro compagno!
Ricordiamo che Pietro era stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della
parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto
sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante la perquisizione.
Toni, detenuto con la medesima accusa, era già stato scarcerato nei giorni
scorsi dal Riesame di Roma. Pietro resta invece tutt’ora rinchiuso nel carcere
di Terni nel circuito dell’Alta Sorveglianza.
A questo punto gli avvocati faranno ricorso per Cassazione e nel mentre, quando
si avranno anche le motivazioni del provvedimento, valuteranno un’istanza al Gip
di modifica della misura. Ma serve fin d’ora continuare ad esprimergli la nostra
vicinanza e solidarietà!
Scriviamogli e antenne dritte sulle prossime mobilitazioni.
Pietro Rosetti
C.C. Terni
Strada delle Campore 32
05100 Terni
Solidali dalla Romagna
Riceviamo e diffondiamo:
Dolore e rabbia per ancora un altro omicidio di stato.
Il potere mostra la sua odiosa essenza lasciando un corpo senza vita
sull’asfalto, soffocato per mano dei suoi professionisti addestrati.
È il corpo di un oppresso come noi, un individuo che a suo modo non ci stava al
gioco sporco di chi domina il mondo nel nome del profitto e del terrore.
Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato.
Gruppo anarchico fuoricontrollo – Savona
Automi assassini – Bologna 19 luglio 2026
Domenica 19 luglio, quartiere Pilastro di Bologna, un uomo di 42 anni viene
ucciso sull’asfalto. Un fatto orrendo, purtroppo l’ennesimo omicidio di stato.
Ma qualcosa lo rende speciale: c’è un video di circa cinque minuti ripreso
dall’alto da parte di qualcuno che ha intuito la drammaticità e l’orrore che si
sta compiendo.
Questo video (pubblicato su acta-media) è la variabile imprevista che fa
esplodere la collera nella città (e oltre) e squarcia la coltre di menzogne che
altrimenti avrebbero cercato di coprire il vero deviando l’attenzione sui
consueti binari delle veline da questura. Peraltro la strategia delle menzogne
partirà ugualmente ma fuori tempo, quando ormai i buoi sono fuori dal recinto o
meglio quando il video è sfuggito alla censura ed ha già fatto il suo corso.
La potenza del video è sconvolgente, innanzitutto perché sono immagini di morte
(si sta ammazzando un uomo che spende le sue ultime energie per mantenersi vivo
e urla “aiuto” e “basta!”), ogni essere umano non ancora “sterilizzato” e
deumanizzato si identifica con Abderrahim Fakir, l’uomo che agonizza
sull’asfalto. Il secondo motivo è che sono in tre che infieriscono contro di lui
portandolo a morire soffocato mentre intorno ci sono quattro o cinque
“spettatori passivi” che appaiono del tutto indifferenti a ciò che sta
accadendo.
Analizziamo lo scenario: chi sono gli attori in causa? Questo scenario
rappresenta in modo esatto e inequivocabile una triste allegoria del mondo che
viviamo e che è stato predisposto dal potere e dal suo culto, dall’indifferenza
e dalle peggiori pulsioni umane diventate “norma”.
In posa muscolare con le ginocchia sul dorso del morente due giovani palestrati
che indossano le polo blu della polizia di stato con anfibi d’ordinanza e
guanti: il più intraprendente si impegna a spingere con entrambe le mani la nuca
dell’uomo in posizione prona, facendo sì che la sua bocca rimanga premuta contro
l’asfalto (prova anche ad ammanettare la vittima), il secondo si mantiene a
cavalcioni un po’ più indietro impedendo ogni movimento del bacino. Questi due
si prendono la centralità della scena, possiamo definirli “quelli che
comandano”, sono il potere, l’ordine costituito.
A collaborare con i due in divisa si nota un altro giovane in abiti civili che
si mantiene sopra i polpacci e le caviglie di Abderrahim, già bloccate con una
fascetta in plastica; non sappiamo come questo sia entrato nella scena (se su
“ordine” o richiesta degli altri o per sua diretta iniziativa) il fatto è che
collabora ad assassinare di buon grado. Costui è il collaboratore o secondo un
altro gergo “l’infame”. Quello che potrebbe, anzi dovrebbe solidarizzare con
l’essere umano che subisce e invece sceglie di schierarsi con chi comanda,
sommando i suoi sforzi alla forza esercitata da chi reprime e soffoca.
Ci sono ancora i quattro militi della Croce Rossa riconoscibilissimi per gli
abiti, questi risultano spaventosi per il fatto di non battere ciglio di fronte
a ciò che sta accadendo sotto i loro occhi a un metro di distanza. Non una
parola né un cenno a chi sta infierendo (del resto indossa l’uniforme, è
l’autorità…) anche dopo che le urla disperate sono cessate non vi è solerzia nel
constatare le condizioni dell’uomo e portare cure (del resto sarebbe il loro
compito primario, giusto?). Con tutta calma i quattro attendono che il più
grosso tra gli energumeni in divisa si alzi per accertare che non c’è più
traccia di pulsazione alla carotide. Non si scompongono né si affrettano. Come
se la procedura fosse completata. I militi del soccorso sono i “tecnici”, gli
addetti che in ogni caso sono subalterni al potere.
C’è ancora un uomo in abiti civili che ad un certo punto si avvicina in silenzio
per allontanarsi poco dopo, non mostra segni di disapprovazione esplicita ma
reagisce con scarso coinvolgimento o forse una punta di disagio. È il passante
occasionale che vede e non vuole sapere: l’ignavo, quello che gramscianamente
appartiene alla categoria degli indifferenti.
In questo scenario da incubo c’è qualcosa che sconvolge più del resto: la netta
impressione che compimento ed esito del dramma appaiano ineluttabili, una
procedura fredda e automatica.
Il più attivo dei due “tutori dell’ordine” quando non sente più resistenza
provenire dal corpo su cui ha insistito con tutta la sua forza, si alza, fa
qualche passo, simula due mossette rispetto a ciò di cui è stato attivo
protagonista, si riavvicina all’uomo che ha ucciso, gli dà un lieve schiaffetto
sulla guancia come per rianimarlo, atto che a questo punto suona grottesco, poi
se ne va fuori dalla scena rimettendosi gli occhialetti da sole sul volto. I
suoi gesti sono quelli di un automa, senza sentimenti, passione né tantomeno
compassione, senza odio (o forse con un odio introiettato a fondo e reso
gelido), senza anima; non è un lottatore che vive la disputa con il nemico,
piuttosto l’esecutore di una procedura tecnica. Quelli che collaborano e quelli
che osservano non si discostano dal paradigma. Unico elemento dissonante sono le
urla di chi muore e non si arrende alla sequenza che lo vuole annichilire.
L’assassinio di Abderrahim è l’epitome di un mondo disumanizzazato in cui la
tecnica la fa da padrona, i protocolli, gli algoritmi, le applicazioni e le
procedure seguono il loro corso, pertanto i fatti del mondo che riguardano,
sempre e necessariamente, il vivente (per non limitarsi agli esseri umani)
ricadono sotto il dominio del gelido potere che si occupa solo di profitto,
ordine (immancabilmente mortifero) ed eliminazione di ogni traccia residua di
autenticità umana, ancorché con la sua molteplicità contraddittoria. Nessuno
spazio è più concesso alla dimensione umana, allo scarto o al dissenso rispetto
ai piani dettati dal dominio.
Non è questo un mondo che ha futuro oltre ad essere rivoltante: questo mondo
deve essere demolito prima che giunga a compimento il suo piano di morte e
controllo totale, sterminio e irreggimentazione, terrore e pianificazione di
ogni suo ingranaggio.
Palantir, programma di controllo globale, e il suo padrone Peter Thiel, Elon
Musk e soci delle meraviglie digitali, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e suoi
sgherri sterminatori seriali, Javier Milei e molti altri… I fratellini d’italia
che si azzerbinano, il generaluccio chiacchierone, neonazisti disseminati per il
globo sotto qualunque bandiera, propagandisti sovranisti digitali, fascistelli e
razzisti vari del web… Siete tutti coinvolti dentro questo incubo, ognuno con la
sua porzione di responsabilità, che siate prezzolati o utili idioti poco cambia.
E ancora un pensiero per i perbenisti, i borghesucci che si sentono tranquilli
perché intanto queste brutte cose accadono soltanto nei quartieri ghetto,
abitati dalla plebe, dai devianti e dagli “stranieri”: non cullatevi sugli
allori, giacché potrà succedere un giorno che vostro figlio o nipote, una sera
in cui ha alzato il gomito o sbagliato sostanza, arrecherà disturbo e allora
potrebbe imbattersi in una pattuglia o più di solerti tutori dell’ordine per i
quali oggi parteggiate e vi fanno sentire così sicuri e immaginate cosa potrebbe
succedere… Sia chiaro che questo non è un augurio ma una considerazione molto
amara perché non dovrebbe mai più esserci un altro omicidio di stato. Troppi
sono gli esseri umani stroncati sulle strade in circostanze simili a quella
sopra descritta. Un nome per tutti: Federico Aldrovandi, ragazzo diciottenne
massacrato di botte e lasciato morto a Ferrara il 25 settembre 2005. Gli autori
dell’omicidio furono quattro agenti di polizia che lo percossero con violenza
tale da spezzare due manganelli in dotazione e infine lo uccisero per “asfissia
da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle loro ginocchia.
Sempre la stessa tristissima storia. Ma la tristezza deve farsi consapevolezza
tra oppressi e sfruttati per diventare azione.
In chiusura una nota vitale e umana: bellissima la manifestazione in piazza che
ha seguito di poche ore l’assassinio di Abderrahim, migliaia di persone a
Bologna hanno rotto la cappa mortifera del potere e dei suoi guardiani,
unitamente allo sciopero nel polo logistico cittadino. Nessuno escluso, chi è
rimasto composto e chi ha fronteggiato i reparti della celere, dimostrando fino
a notte che l’addomesticamento delle coscienze ne ha parecchia ancora di strada
da compiere.
Quando gli oppressi si riconoscono e si manifestano con determinazione e rabbia,
è sempre un bel momento, nonostante la piazza fosse sconvolta e addolorata da un
lutto enorme. Quando gli oppressi si fanno vivi e mostrano il loro sangue che
pulsa nelle vene insieme a intelligenza e coraggio, il potere arretra e ingoia
il rospo (iniziando il suo piagnisteo e la diffusione di menzogne fuorvianti ma
comunque accusando il colpo, eccome). A proposito di formulette evasive rispetto
alla questione, ben presto diffuse da Meloni e dai suoi sottoposti: «accertare
eventuali responsabilità ma è irresponsabile alimentare odio verso le forze
dell’ordine». Pura ipocrisia e comunque non c’è alcun odio da alimentare, lo
alimentano le divise stesse con il loro agire quotidiano arrogante, violento e
talvolta (troppo spesso) omicida, cercando poi di recuperare consensi tramite
deliranti comunicati prodotti da sindacati di polizia in odore di fascismo.
Solidarietà a quelli che sono stati in piazza, le distinzioni le lasciamo agli
pseudo-oppositori di questo infame sistema di morte e sfruttamento. Non finisce
qui.
Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato.
Gruppo anarchico fuoricontrollo
Riceviamo e diffondiamo:
Fervono i preparativi per il secondo numero de IL MOVENTE, che pensiamo di poter
far uscire attorno a settembre/ottobre!
Prima di poter far annunci e proporre una pubblicazione sufficientemente
strutturata e in linea con i propositi di non voler rincorrere gli eventi e gli
accadimenti, come per il primo numero, ci vorrà quindi ancora un po’ di tempo.
Tuttavia dei fatti di non trascurabile rilevanza ci portano a voler condividere
una riflessione che vogliamo non rimanga sospesa per troppo tempo.
Negli ultimi mesi, in Sicilia è stato inscenato un teatrino dai toni
allarmistici e drammatici, prontamente alimentato dallo Stato e dai sui
protettori, per rafforzare l’immaginario – razzista e estrattivista – di
un’escalation di violenze e antichi mali che dall’oltretomba sarebbero tornati
ad assediare le nostre quotidianità. Lo scopo? Più carceri, più polizia, più
militarizzazione e, chi lo avrebbe mai detto, proteggere il profitto dei soliti
pochi.
Puoi leggere “tragedie e tragediatori” qui:
https://ilmoventerivista.noblogs.org/2026/07/21/tragedie-e-tragediatori/ (eggià,
c’è pure il blog ora!)
In allegato, trovate anche una versione impaginata dell’articolo nel caso
voleste stamparla e diffonderla in autonomia.
Invitiamo tutte le persone che hanno voluto confrontarsi con la proposta del
primo numero a commentare o inviare riflessioni, mosse da spiriti complici, alla
mail: ilmoventerivista@bruttocarattere.org
PS: abbiamo ancora qualche copia. Il ricavato della distribuzione va a sostenere
la cassa VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carceri
una copia 7€, per più di dieci 5€. spedizione esclusa.
a presto!
La redazione de IL MOVENTE
Qui lo speciale infranumero in pdf: Tragedie e tragediatori