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Prisoners for Palestine: 100 arresti a una manifestazione per Umer Khalid, in sciopero della fame e della sete
Riceviamo e diffondiamo questo aggiornamento (ringraziando chi l’ha tradotto): Qui l’originale (con un video): https://prisonersforpalestine.org/breaking-around-100-arrested-as-police-violently-attack-protestors-on-second-day-of-umer-khalids-thirst-strike/ ULTIME NOTIZIE: CIRCA 100 ARRESTATI MENTRE LA POLIZIA ATTACCA VIOLENTEMENTE I MANIFESTANTI NEL SECONDO GIORNO DELLO SCIOPERO DELLA SETE DI UMER KHALID 25 gennaio 2026 Ieri sera almeno 86 persone sono state arrestate per aver protestato a Wormwood Scrubs per chiedere che al ventiduenne Umer Khalid fossero consegnate per iscritto le promesse fatte dal direttore del carcere HMP Wormwood Scrubs, Amy Frost, riguardo al suo trattamento in prigione. In risposta a questa notizia dell’ultima ora, un portavoce di Prisoners for Palestine ha dichiarato: “Ieri sera, la polizia ha reagito in modo violento e sproporzionato alla protesta fuori dal carcere di Wormwood Scrubs, mentre Umer entrava nel secondo giorno del suo sciopero della sete. I partecipanti, tra cui alcuni pensionati, sono stati picchiati, presi a calci e legati a terra a faccia in giù dalla polizia. Un comandante è stato ripreso mentre prendeva ripetutamente a pugni un manifestante immobilizzato. Quasi un centinaio di arresti violenti hanno messo a nudo la fragilità e la paura dello Stato britannico. I nostri prigionieri hanno dimostrato che nessuna sbarra può fermare la loro resistenza, e all’esterno nessuna violenza ci impedirà di intensificare la nostra lotta per la Palestina. Centinaia di persone si sono impegnate a cacciare Elbit dalla Gran Bretagna con azioni dirette a seguito degli scioperi della fame, e questa repressione e violenza non faranno altro che renderci più forti”. In risposta alle accuse della polizia di violazione aggravata di domicilio, un testimone ha descritto le accuse come “tutte sciocchezze”, dicendo: «Non c’è nulla che vieti l’accesso al cortile. Si trattava di un ingresso per i visitatori con enormi cancelli aperti e senza personale di sicurezza. A nessuno è stato chiesto di andarsene e nessuno ha bloccato il personale penitenziario. Anzi, ho visto il personale penitenziario camminare intorno a noi ed entrare dall’ingresso che i manifestanti sono stati ingiustamente accusati di aver bloccato». Umer, che soffre di una rara malattia genetica, la distrofia muscolare dei cingoli, ed è attualmente detenuto in custodia cautelare presso l’HMP Wormwood Scrubs, è l’ultimo scioperante della fame rimasto a partecipare alla campagna di sciopero della fame Prisoners for Palestine. Umer è ora al sedicesimo giorno di sciopero della fame e al terzo giorno di sciopero della sete. Il fatto che Umer soffra di distrofia muscolare dei cingoli aumenta notevolmente i rischi associati al suo sciopero della fame. Inizialmente ha fatto lo sciopero della fame per dodici giorni prima di ammalarsi gravemente e non essere più in grado di camminare. Umer è stato accusato in relazione a un’azione che ha avuto luogo presso la base RAF di Brize Norton, dove due aerei militari sono stati imbrattati con vernice spray. I dati non filtrati dei transponder di volo pubblicati la scorsa estate hanno mostrato che gli aerei da rifornimento aereo KC-707 “Re’em” dell’aeronautica militare israeliana atterravano alla base RAF di Brize Norton prima di partire per Gaza. Un aereo israeliano che ha fatto scalo alla base RAF Brize Norton si trovava nei cieli sopra Gaza all’epoca di due evidenti crimini di guerra, tra cui quello dell’ottobre 2024, quando l’IAF ha bombardato un complesso residenziale nella città settentrionale di Beit Lahiya, uccidendo 73 persone.
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La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei palestinesi in Italia Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi, Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati sono stati assolti. Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh. Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di terrorismo). Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità dell’impianto accusatorio. Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente, erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2 del carcere di Melfi. Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a questo processo. Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la causa palestinese. Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed appoggio. Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente significativa. Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è l’espressione di una precisa volontà politica. Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia). Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo successivamente riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA). In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?» Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino». Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli interessi economici che legano Italia ed Israele. Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e l’Europa non sono luoghi sicuri per voi. In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che vengono scientemente fatte morire di fame e freddo. Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini. Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia, le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis. La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di antisionismo con quello di antisemitismo. Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione «Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano sommamente ipocrite. Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno materiale possibile. Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed impossessarsi delle loro risorse. Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare nella propria sfera di influenza. Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di stampo coloniale. Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra. La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale, che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina. La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine. La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario. Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici, omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione, attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di questi strumenti offensivi. L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari, per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di beni stranieri. Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere contro chi detiene il potere. Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa aggressione. Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando con questa operazione le fantasie più distopiche. In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che certo non rispettavano la fila… Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese (A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio. Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a spada tratta. Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire diversi aspetti che ci legano ad esse. C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora. Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare per noi. Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo passivo, ma sono parte in gioco. I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque. Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose. In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed autodistruttive della società capitalista. Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla repressione. Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a Torino Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action Per una Palestina libera in un mondo libero. Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni. Complici e solidali
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Un avviso orale a Saronno (e diverse denunce in arrivo) per le mobilitazioni di inizio ottobre
Riceviamo e diffondiamo, esprimendo solidarietà a compagni e compagne: Avviso orale a Saronno Il Questore di Varese, Carlo Mazza, ha fatto notificare un avviso orale in merito alle manifestazioni dello scorso ottobre. In particolare si fa riferimento alla manifestazione del 2 ottobre, quando per la seconda sera consecutiva un corteo attraversava il centro di Saronno e infine bloccava i binari della stazione ferroviaria. L’avviso orale preannuncia anche l’arrivo di diverse denunce a riguardo per “impedimento della libera circolazione su strada”, “interruzione di pubblico servizio” e “manifestazione non autorizzata”. Il giorno dopo, venerdì 3 ottobre, su quegli stessi binari, ci andranno migliaia di persone, in una bellissima esplosione collettiva. Che ai questurini abbia dato fastidio lo strabordare collettivo e voglia rifarsi su qualcuno? Toccano uno/a, toccano tutti/e. BASTA GUERRE, PALESTINA LIBERA compagni e compagne della provincia di Varese
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Sempre a fianco di Juan, condannato a 5 anni nel processo di Brescia
Giovedì 15 gennaio il nostro amico e compagno Juan è stato condannato a 5 anni per «atto con finalità di terrorismo» (280bis) nel processo bresciano per l’azione contro la POLGAI. Se questa condanna divenisse definitiva, il fine pena per Juanito, al momento fissato al 2045, si sposterebbe ancora più in là. Data la fragilità dell’inchiesta e degli elementi a carico del compagno, puntualmente contestati dalla difesa, si poteva sperare in un’assoluzione. Così non è stato: evidentemente i giudici bresciani e i giudici popolari che componevano la corte d’assise, con la consueta viltà e indifferenza per le vite degli altri, non hanno voluto mandare al macero un’indagine durata anni e costata molte migliaia di euro, poiché giunta al terzo tentativo di attribuire a Juan (e inizialmente anche a un altro compagno, poi definitivamente scagionato) la responsabilità dell’azione. Dal canto nostro, nell’attesa del processo d’appello, continuiamo la mobilitazione al fianco del nostro Juan: se è “innocente” merita tutta la nostra solidarietà, se è “colpevole” la merita ancora di più! I NOSTRI COMPAGNI NON LI SCORDIAMO MAI! JUAN LIBERO, ABBASSO LA POLGAI! Compagni e compagne Per continuare a scrivere al compagno: Juan Antonio Sorroche Fernandez C. C. di Terni strada delle Campore 32 05100 Terni -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito il volantino distribuito già dal giorno dopo (all’udienza aquilana in cui è stato condannato Anan Yaeesh e altrove): Sempre al fianco di Juan, Anan, Alì e Mansour Ieri, 15 gennaio 2025, il nostro amico e compagno Juan è stato condannato in primo grado dal tribunale di Brescia a 5 ulteriori anni di reclusione. L’azione di cui è accusato è un attacco esplosivo avvenuto nel 2015 nella stessa città contro la POLGAI, una struttura che collabora con le polizie di vari Paesi nelle tecniche di antisommossa e controguerriglia. Quando i dispensatori di terrore di Stato si vedono restituire una piccola parte della loro violenza, polizia politica e magistratura lavorano senza sosta per trovare i responsabili di un tale affronto – nessuno osi contrastare il monopolio borghese e statale della violenza! –, al punto che è la terza volta che Juan viene indagato per la stessa azione. Questa volta la farsa giudiziaria è riuscita a condannare il nostro compagno. Qual è la massima espressione del monopolio statale della violenza? La guerra. E mentre i diversi complessi scientifico-militar-industriali ci stanno trascinando verso la terza guerra mondiale – di cui il genocidio in corso a Gaza è la più brutale anticipazione –, le retrovie di questa mobilitazione totale devono rimanere pacificate. Per questo la stretta repressiva verso ogni pratica di lotta non simbolica (pensiamo alle misure repressive contro le manifestazioni in solidarietà col popolo palestinese, al drastico aumento di pene per i blocchi stradali, per le azioni di contrasto ai cantieri delle Grandi Opere o anche solo per la diffusione di testi ritenuti “istigatòri”). Per questo le manganellate contro gli studenti o le rappresaglie padronali-giudiziarie contro i facchini. Per questo le precettazioni in caso di sciopero. Per questo le continue inchieste contro compagne e compagni. Per questo il 41 bis applicato ad Alfredo Cospito. Per questo l’attacco alle idee e alle pubblicazioni anarchiche. In tempi di guerra finiscono le pantomime garantiste. Lo Stato mostra il suo grugno e il suo maglio. I confini tra fronte esterno e fronte interno si fanno sempre più sfumati; l’immigrato in lotta si confonde con l’antagonista, le sollevazioni nelle periferie incalzano i movimenti antimilitaristi nel ventre della bestia. Oggi, 16 gennaio, si celebra invece nel tribunale dell’Aquila l’ultima udienza del primo grado di giudizio contro il prigioniero palestinese Anan Yaeesh, insieme ai coimputati Mansour e Alì, durante la quale probabilmente ci sarà la sentenza. Benché la resistenza condotta da Anan nei territori palestinesi sia legittima persino secondo la carta straccia del Diritto internazionale; benché sia noto a tutti che nelle carceri israeliane si pratica sistematicamente la tortura contro i prigionieri palestinesi, la resistenza armata contro il colonialismo genocida sionista per i giudici italiani diventa “terrorismo”, la stessa accusa mossa a Juan per l’azione contro la POLGAI. Ricordiamo allora che questa struttura è attiva a Brescia dal 1974 (anno della strage di Piazza della Loggia) e che tra le polizie con cui collabora vi è anche quella israeliana. E ricordiamo che in provincia di Brescia (Ghedi) si trova uno snodo fondamentale di quell’imperialismo occidentale attivamente complice della strage senza fine del popolo palestinese: una base NATO in cui sono stipate bombe nucleari in grado di disintegrare popolazioni intere. Il cerchio si chiude. Dopo la condanna di Juan dunque, nell’esprimergli la nostra solidarietà e vicinanza, non possiamo che avere in testa ancora di più lo stesso pensiero: Per un’Intifada mondiale delle oppresse e degli oppressi. Per trasformare la guerra dei padroni in guerra ai padroni. compagne e compagni Qui in pdf: Juan-Anan sentenze
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“Il tempo dei padroni e dei mullah è finito”. Voci dall’Iran in rivolta
In vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso. Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli) della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste, l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca, dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza. Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran! Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta! Contro i padroni di casa nostra! Qui in pdf: Materiali Iran -------------------------------------------------------------------------------- Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” “Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo iraniano”. Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi, lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue: Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati fantoccio del regime. Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra protezione. Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie. Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere. Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” (*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della produzione di macchine per l’industria. ======= Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da disuguaglianze, corruzione e ingiustizia. Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie. Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in prima linea in queste lotte. Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo. Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la continuazione della violenza e della repressione da parte del governo. Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e perpetrato l’uccisione di persone. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe. ============= Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati nel loro undicesimo giorno.  Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.  Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di 25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati arrestati.  Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini, sono stati uccisi. Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401 (settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.  Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana. Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da disuguaglianza, corruzione e ingiustizia. Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e autoritarie imposte dall’alto.  In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste lotte.  Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere. Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello nazionale.  Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele.  Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il potere.  L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione 7 gennaio 2026 Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Collettivo Roja (*) (*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022 – di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”. https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja Aggiornamento, 9 gennaio Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento – soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46 città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti, spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979. La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli omicidi. Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente – si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza, comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela. I. La quinta insurrezione dal 2017 Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo. II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi. Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani. Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione. “Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica. Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane. Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo. Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa. Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica. III. La diffusione della rivolta Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste. Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria. Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese. IV. La geografia della rivolta Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022. Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa. Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali. La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione. Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza. V. L’impatto della guerra dei dodici giorni Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza. La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio. Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale. Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone. Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi. Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra. I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio. VI. Le contraddizioni Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele. Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran. La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica. Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente. VII. L’orizzonte L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione. Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa. Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione. Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti. Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione. Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno. Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979: Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio
Approfondimenti
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“Terrorista a chi?” Volantino distribuito a Trento nel giorno della condanna di Anan Yaeesh
Mentre apprendiamo della condanna di Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi, e ci rallegriamo delle assoluzioni di Alì Irar e Mansour Doghmosh nel processo-farsa dell’Aquila, diffondiamo questo volantino dell’Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese di Trento, distribuito al presidio per tutti i colpevoli di Palestina tenuto nel giorno della sentenza. Qui in pdf: terrorista a chi Per un approfondimento sulla storia del concetto di “terrorismo”, si veda qui: https://ilrovescio.info/2025/09/18/terrorizzare-e-reprimere-da-disfare-2/ “TERRORISTA A CHI?” Il concetto di “terrorismo” nasce all’indomani della Rivoluzione Francese per indicare la violenza indiscriminata esercitata da un governo. È solo dopo la sua applicazione alle rivolte dei popoli colonizzati che questa parola assume piano piano il senso corrente, indicando la violenza dei rivoluzionari e più in generale degli oppressi che si ribellano ai loro oppressori. Se questa operazione di rovesciamento di senso ha una lunga storia, è soprattutto negli anni Ottanta del secolo scorso che gli ambienti atlantisti cominciano a fare del “terrorismo” il nuovo nemico pubblico da combattere, imbastendo una narrazione tanto inconsistente quanto efficace. Nessuno vorrà stare dalla parte dei ribelli, se pensa che questi sono pronti a diffondere il terrore colpendo chiunque in modo indiscriminato. Viceversa, tutti applaudiranno alla violenza realmente terroristica delle guerre e della repressione poliziesca, dal momento in cui queste sono perpetrate dallo Stato. È su questa scia che si è partiti dall’applicare l’etichetta “terrorismo” alle organizzazioni armate marxiste o agli attentatori anarchici, e si è arrivati al suo utilizzo contro chiunque dissenta, anche solo a parole. Bombardare, affamare, falcidiare intere popolazioni – come fa l’IDF a Gaza e in Cisgiordania – non sarebbe “terrorismo”, ma “politica di sicurezza”. Per chi invece sostenga che è semplicemente sacrosanta la rivolta anche armata contro un’occupazione coloniale e genocida, si aprono le porte delle galere. Così, mentre nel Regno Unito i membri di Palestine Action sono in carcere per delle azioni contro l’industria bellica, chiunque osi solidarizzare con loro anche solo a parole viene arrestato. Così all’Aquila sta arrivando alle ultime battute un processo-farsa contro tre palestinesi – Anan Yaeesh, Alì Irar e Mansour Doghmosh – perseguiti come “terroristi” perché avrebbero progettato azioni contro il colonialismo israeliano, nonostante lo stesso diritto internazionale riconosca la legittimità della resistenza a un’occupazione armata. Così a Torino si tenta di espellere verso l’Egitto – dove lo attendono le galere e gli sgherri di al-Sisi – l’imam Mohamed Shahin, colpevole di aver parlato a favore della resistenza palestinese nel corso di manifestazioni – e solo una forte mobilitazione in città ne ha per ora impedito l’espulsione. Così il palestinese Ahmed Salem si trova incarcerato da mesi per “terrorismo della parola”. Così Tarek Dridi è stato condannato a 5 anni di galera per aver partecipato alla manifestazione per la Palestina del 5 ottobre 2024 a Roma. Così, lo scorso 27 dicembre, nove palestinesi sono stati arrestati a Genova e altrove come “finanziatori del terrorismo” perché avrebbero finanziato Hamas, ovvero una delle organizzazioni per la liberazione della Palestina nonché il governo di Gaza, quindi l’unico canale da cui è possibile fare arrivare soldi alla popolazione locale. Così in tutta Italia piovono denunce e misure cautelari per le mobilitazioni dello scorso autunno, mentre il governo prepara altri due pacchetti-sicurezza che metterebbero di fatto fuori legge la possibilità di manifestare. A ciascuno, a questo punto, spetta chiedersi chi è il vero terrorista – e soprattutto da che parte stare. Se con chi ci trascina verso l’autodistruzione sociale, ecologica, bellica per mantenere i propri privilegi e profitti, e vorrebbe pure imporci di tacere, oppure con chi si ribella a tutto ciò – prendendo la parola o scendendo in strada, continuando a ripiantare gli olivi espiantati dall’esercito israeliano o impugnando le armi. Sapete chi è uno dei principali “teorici” della propaganda “antiterrorista” cui accennavamo sopra? Un certo Benjamin Netanyahu, autore, nel 1986, di un libro intitolato Il terrorismo – Come l’Occidente può vincere. E abbiamo detto tutto. Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
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Il Vaccino Santus contro “l’antisemitismo”
Le svolte repressive sono sempre accompagnate da opportune “campagne d’opinione”, in cui i media padronali ripetono, ripetono, ripetono le stesse formule propagandistiche per far accettare l’inaccettabile alla cosiddetta opinione pubblica. Mentre sono in discussione ben due disegni di legge per equiparare antisionismo e antisemitismo, quello del governo (Gasparri) e quello del Pd (Delrio), entrambi basati sulla definizione di “antisemitismo” della Alleanza Internazionale per la Memoria della Shoah (un minculpop dei sionisti), non può certo mancare una propaganda mirata. Come quella di questa tal professoressa Daniela Santus, già in passato al centro di contestazioni e polemiche all’Università di Torino per il suo oltranzismo filo-israeliano. Trattandosi, appunto, di propaganda, poco importa che sia basata su dati infondati, come i 766 episodi di “antisemitismo” che si sarebbero verificati in Italia nei primi 9 mesi del 2025 (ma dove li hanno visti, questa saccentissima prof e le sue “fonti” della Cdec, tutti questi episodi di “antisemitismo”? Forse nelle centinaia di manifestazioni contro il genocidio a Gaza?). Ci sembra il caso di segnalare questa intervista alla professoressa. Se il suo furore ideologico può far sorridere (ma d’altronde dov’è il senso della realtà, quando commentatori più o meno autorevoli, e a volte anche “di movimento”, continuano a definire la sacrosanta azione anticoloniale del 7 ottobre come un “pogrom”?) – per i prossimi mesi abituiamoci a ricevere, e a rifiutare, abbondanti dosi di questo “vaccino” (un linguaggio autoritario che abbiamo già sentito…). Che si potrebbe riassumere in una frase: fare come in Germania – così che della Palestina si possa parlare solo come vogliono i massacratori sionisti e i loro beceri alleati.  https://alleyoop.ilsole24ore.com/2026/01/08/antisemitismo-malattia-non-condanna-serve-vaccino-curarlo/?uuid=90_pG7OdY6U
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[it, en] È terminato – con alcune importanti vittorie – lo sciopero della fame dei Prisoner for Palestine
Riceviamo e diffondiamo: Qui l’originale: https://prisonersforpalestine.org/hunger-strikers-demands-met-on-73rd-day-as-three-end-strike/ Le richieste degli scioperanti della fame soddisfatte al 73° giorno, mentre tre di loro interrompono lo sciopero 14 gennaio 2026 Oggi Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Systems UK è stato negato un importante contratto governativo, una delle richieste chiave degli scioperanti. Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Lewie Chiaramello, Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser Zuhrah e Amu Gib hanno ora iniziato a reintegrare il loro apporto calorico in conformità con le linee guida sanitarie. È stato annunciato oggi che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe previsto l’addestramento di 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, Elbit ha vinto oltre 10 appalti pubblici, segnando un cambiamento nella sua popolarità tra i funzionari. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per dieci anni, è stato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che, secondo quanto rivelato, avevano collaborato con Elbit Systems UK e la sua società madre Elbit Systems in incontri segreti e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Venerdì 9 gennaio 2026, in un importante passo avanti, i leader nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria hanno finalmente incontrato i rappresentanti dei detenuti in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere delle condizioni carcerarie e delle raccomandazioni terapeutiche. La decisione arriva mentre il gruppo Prisoners for Palestine ha dichiarato una serie di vittorie dello sciopero della fame, descrivendole in una dichiarazione: “Oltre al soddisfacimento di questa richiesta fondamentale, vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: Solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono impegnate in azioni dirette contro il complesso militare-industriale genocida, più del numero di persone che hanno partecipato alla campagna quinquennale di Palestine Action. Durante quella campagna quinquennale, sono state chiuse 4 fabbriche di armi israeliane. Elbit Systems sta vivendo un tempo rubato: la vedremo chiudere definitivamente, non per merito del governo, ma grazie al popolo. Il trasferimento di Heba all’HMP Bronzefield è stato accettato dall’HMP Newhall, dove attualmente è detenuta in isolamento intenzionale dalla sua famiglia e dai suoi amici. A T. Hoxha è stato offerto un incontro con il capo della JEXU (Joint Extremism Unit) nella sua prigione, la stessa organizzazione che orchestra il trattamento dei prigionieri come “terroristi”. Nonostante la crudele e costante negligenza medica nei confronti dei detenuti in sciopero della fame, che ha comportato il mancato registro del rifiuto del cibo, il rifiuto di ambulanze in emergenze potenzialmente letali e trattamenti degradanti in ospedale, i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria ci hanno incontrati su richiesta del Ministero della Giustizia. Durante lo sciopero della fame, alcuni detenuti hanno iniziato a ricevere pacchi contenenti la posta trattenuta e, in un caso, hanno ricevuto le scuse del personale carcerario per una lettera che era stata ritardata di 6 mesi. Dopo mesi di attesa sono stati consegnati anche libri su Gaza e sul femminismo. Alla ricerca di un processo equo, i partecipanti allo sciopero della fame hanno chiesto la divulgazione delle licenze di esportazione degli ultimi cinque anni da parte di Elbit Systems. Dopo ripetute richieste, queste informazioni sono state divulgate a un ricercatore indipendente dal Dipartimento del Commercio durante lo sciopero della fame. Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato in Gran Bretagna, durato in totale 73 giorni, con Heba Muraisi che ha concluso dopo 73 giorni. Il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine ha sottolineato che la vittoria più preziosa dello sciopero della fame è stata la forte crescita dell’impegno nell’azione diretta: “Lo sciopero della fame dei nostri prigionieri sarà ricordato come un momento storico di pura sfida, un imbarazzo per lo Stato britannico. Ha rivelato al mondo che la Gran Bretagna ha prigionieri politici al servizio di un regime straniero genocida e ha visto centinaia di persone impegnarsi a intraprendere azioni dirette seguendo le orme dei prigionieri. Sebbene questi prigionieri abbiano concluso il loro sciopero della fame, la resistenza è appena iniziata. Vietare un gruppo e imprigionare i nostri compagni si è rivelato controproducente per lo Stato britannico: l’azione diretta è viva e il popolo caccerà Elbit dalla Gran Bretagna per sempre”. Amu Gib ha dichiarato: “Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo ora. Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla liberazione”. Lewie ha detto: “È sicuramente un momento di festa. Un momento per gioire e abbracciare la nostra gioia come rivoluzione e come liberazione. Lo facciamo per la Palestina, perché siamo stati ispirati, perché siamo stati autorizzati ad agire e a cercare di realizzare i nostri sogni per una Palestina libera, per un mondo emancipato”.
Carcere
Stato di emergenza
Babele