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Continuiamo a parlare di Sara e Sandro. Discussione a Foligno domenica 5 luglio
Riceviamo e diffondiamo: Qui la chiamata in pdf: Continuiamo a parlare di Sara e Sandro Continuiamo a parlare di Sara e Sandro La morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, avvenuta la notte tra il 19 e il 20 marzo a Roma a seguito dell’esplosione e del crollo di un casolare nel Parco degli Acquedotti, ha aperto una ferita che non vuole essere rimarginata. La reazione spontanea del movimento anarchico in Italia e nel mondo è stata in larghissima parte dignitosa, coerentemente con il percorso di vita di due rivoluzionari caduti combattendo. È mancato però fin’ora un vero e proprio momento di confronto. Non è un fatto di cui ci rammarichiamo, anzi pensiamo che i tempi dilatati siano in qualche modo necessari di fronte alla natura di questo evento. Sono inevitabilmente i tempi lunghi del dolore, ma sono anche i tempi lunghi della comprensione materiale dei fatti. Non crediamo che la postura da prendere nei confronti di questa tragedia debba essere quella di una lotta specifica, con le urgenze e le contingenze e l’ansia di fare qualcosa di “pratico” che una lotta specifica impone. Certamente una vicenda del genere ha avuto come corollario anche il manifestarsi di una serie di momenti di lotta: il tentativo di sabotare con ogni misero stratagemma la partecipazione ai funerali, il fermo preventivo di 91 anarchici nel tentativo di depositare dei fiori nei presi del luogo dell’incidente la mattina del 29 marzo, la macchina del fango mediatica contro la pasquetta in Valnerina in ricordo di Sara. Tutti momenti che se sono diventati di lotta lo sono diventati a causa dell’atteggiamento dello Stato e dei suoi servi, nei diversi posti di combattimento allocati (nelle questure e nelle redazioni, nei ministeri e nei tribunali), un atteggiamento teso a voler stendere una coltre di silenzio e di emarginazione morale sui nostri compagni. Si pensi su tutti alla rivendicazione politica del presidente del consiglio Giorgia Meloni del fermo preventivo dei 91 anarchici, prima applicazione assoluta di questo dispositivo introdotto nell’ultimo “pacchetto sicurezza”. Al netto di questi episodi di lotta, tanto più necessari in quanto era di primaria importanza respingere al mittente il monito da parte dello Stato teso a isolare socialmente e moralmente i due compagni caduti, non intendiamo la questione essenziale della memoria di Sara e Sandro come una vicenda da subordinare alle urgenze di una rivendicazione specifica, ma come un’eredità e un patrimonio da conservare negli anni e nei decenni, da portare esso stesso nelle lotte, in ogni lotta specifica. Pensiamo che passati alcuni mesi da questo evento possa essere convocato un primo momento di confronto globale sui fatti. Un confronto che dovrebbe prendersi il tempo necessario per riflettere su almeno tre grandi ambiti. In primo luogo, l’aspetto tecnico. Dovrebbe infatti essere prevista entro due mesi la scadenza dei tempi per il deposito dei risultati delle autopsie, così come potrebbero cominciare a essere depositate le informative di sbirri e magistrati su come a loro parere si sarebbero svolti i fatti. Dire che non abbiamo alcuna fiducia nel lavoro dei professionisti della repressione sarebbe un eufemismo, in quanto il nostro atteggiamento nei loro confronti è di aperta ostilità. Nondimeno, nelle condizioni date, con lo Stato che detiene il monopolio della scienza, della ricerca, della stessa disponibilità fisica dei corpi e del luogo dell’esplosione, le risultanze delle loro sgradite ricerche assumono il valore di materiale “oggettivo”. Un compito importante sarà allora quello di decostruire questo materiale, cercando di capire se c’è qualcosa che non torna, qualcosa da denunciare, qualcosa su cui fare controinformazione e controinchiesta. In secondo luogo, vorremmo aprire una discussione di tipo etico-politico sulla vicenda. Una discussione che per la verità è iniziata immediatamente dopo i fatti, grazie ai tantissimi comunicati che hanno rivendicato con fierezza la fratellanza e la complicità con Sara e con Sandro, che si è tenuta nelle assemblee improvvisate a poche ore dalla diffusione della notizia della loro morte, che è proseguita ai margini delle manifestazioni che ci sono state, negli interventi nei pressi dei cimiteri, come pure all’interno delle celle di sicurezza della questura di Roma. Vuoi perché alienata dalla diffusione virtuale, vuoi perché dispersa nei rivoli delle diverse iniziative, vuoi soprattutto per mancanza, del tutto naturale, di lucidità a seguito di una tragedia che per molte settimane ha sconvolto ogni nostro pensiero, è mancato un momento di discussione orizzontale e globale, convocato con sufficiente preavviso affinché i compagni potessero organizzarsi per essere presenti e che potessero arrivarci con dei ragionamenti che nel frattempo si sono sedimentati. Da ultimo vorremmo affrontare una discussione sulle questioni pratiche e organizzative da mettere in campo per continuare a far vivere Sara e Sandro nei nostri percorsi. Dalle manifestazioni pubbliche, alle iniziative di tipo editoriale, dalla dedica di spazi a loro nome alla postura da tenere nei processi in cui questi compagni erano nostri coimputati, e altro ancora che dovesse emergere nel corso della discussione. PER CONTINUARE A PARLARE DI SARA E SANDRO. PERCHÉ NIENTE SIA STATO VANO. PERCHÉ QUELLA FIACCOLA È ANCORA ACCESA. CI VEDIAMO DOMENICA 5 LUGLIO DALLE ORE 10:30 AL CIRCOLO ANARCHICO “LA FAGLIA” IN VIA MONTE BIANCO 23, FOLIGNO. IN CASO DI CALDO ECCESSIVO O SE GLI SPAZI FOSSERO INSUFFICIENTI CI SPOSTEREMO NEI VICINI GIARDINI PUBBLICI
Iniziative
Stato di emergenza
“Raìces y radicalidad”: nuova chiamata internazionale alla poesia da Juan Sorroche e Miguel Peralta
Riceviamo e diffondiamo: Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi e scatenati, nata come continuazione del progetto “Haiku senza haiku” del 2023. La nuova raccolta prendera’ il nome di “Raices y radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato messicano”. Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere ogni giorno” in diverse latitudini. Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo nuovo progetto. Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così come ad ogni modalità di espressione libera. Questa e’una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare infiniti mondi nuovi! Qui l’indirizzo email: raicesyradicalidad@canaglie.net
Stato di emergenza
Materiali
Torino, venerdì 22 maggio: TAZ CONTRO LA GUERRA vol.2_Lockdown energetico o Blackout come occasione?
Riceviamo e diffondiamo: Già su https://gancio.cisti.org/event/taz-contro-la-guerra-vol2 TAGLIAMO LA CORRENTE ALLE RETI DELLA GUERRA, ORGANIZZIAMOCI IN STRADA! Da dove arriva l’energia che alimenta la macchina urbana e quale legame ha con la guerra? Negli anni Settanta si è reso esplicito il nesso tra guerra e energia come ambito strategico del tecno-capitalismo. Dalla “sicurezza energetica” alle misure di austerità sociale, l’energia e la sua gestione entrano stabilmente nell’orizzonte della sicurezza nazionale e del controllo dei comportamenti. Oggi come allora, da Nord Stream, al blocco di Hormuz, ai contatori digitali, la guerra non è solo al fronte: è nelle case e nella città che si fa smart, dove il controllo passa sempre più dalla stessa infrastruttura tecnica che governa la circolazione dei “flussi”. Città dei varchi, delle soglie, delle frontiere interne, fatta di algoritmi, checkpoint, polizia. Si fa strada il concetto di “lockdown energetico”, in una continuità inquietante con l’esperienza del lockdown pandemico. Vengono descritti scenari in cui l’energia non sarebbe più sufficiente a garantire la continuità della vita sociale, rendendo inevitabili – ma solo per per qualcuno! – razionamento, riduzione dei consumi, limitazione della mobilità, secondo la solita retorica della necessità e della catastrofe naturale che cancella le cause sociali e presenta ogni scelta come inevitabile. In altri termini, una possibile di riorganizzazione coercitiva della vita ridotta a flusso da parte dello stato e dei racket che governano la riproduzione materiale di questo mondo, con effetti che si scaricano in modo diseguale sulle condizioni di vita delle classi popolari. La possibilità di lockdown energetico tiene insieme guerra esterna e guerra interna: la competizione mondiale per il controllo dell’energia si riflette direttamente nella gestione interna della scarsità indotta, nella selezione delle priorità di circolazione e nella distribuzione differenziale e coercitiva del peso e dei costi della guerra. Smart working e didattica a distanza, austerità energetica governata da contatori digitali, teleriscaldamento, ZTL, checkpoint, QR code e telecamere che decidono chi può muoversi e chi deve restare confinato, al buio o al freddo: chi ha un’auto a benzina, chi vive in un palazzo vecchio e non efficiente, chi è uno studente o un lavoratore “non essenziale”. Intanto, i data center, le fabbriche della guerra e la loro logistica energivora devono continuare a girare in regime di continuità assoluta, difesi militarmente, perché la loro interruzione coinciderebbe con un collasso del sistema. LA “SCARSITÀ” NON È UNIFORME. QUALE PARTE DELLA SOCIETÀ DEVE “RISPARMIARE” ENERGIA, E QUALE INVECE È AUTORIZZATA A DIVORARLA SENZA LIMITI? MA SOPRATTUTTO: ENERGIA PER PRODURRE E CONSUMARE COSA? PER QUALE SOCIETÀ? PER QUALE VITA? Per non farci trovare ancora una volta impreparati. Per iniziare a discutere di come organizzarci contro il prossimo lockdown. Per riattivare il rimosso di quella guerra contro la popolazione chiamata green pass. Come l’anno scorso più dell’anno scorso… TAZ CONTRO LA GUERRA VOL.2 22 MAGGIO, GIARDINI REALI × IN CASO DI PIOGGIA PARCO DORA ×   🔥BENEFIT LOTTA CONTRO LA GUERRA & OP. IPOGEO🔥 🧨DALLE 17🧨 + PANINI + BAR + DISTRO + LABORATORIO DI PRODUZIONE DI COLLA PER ATTACCHINAGGIO STAMPE CONTRO LA GUERRA CON GRAFICATTAC Porta pennellessa e secchiello! 💡ALLE 18:30 DISCUSSIONE APERTA💡 LOCKDOWN ENERGETICO O BLACKOUT COME OPPORTUNITÀ? DA NORD STREAM E HORMUZ A TORINO: CHI DECIDE COSA RESTA ACCESO E CHI PUÒ CIRCOLARE? CON: TORINO DISERTA STEFANO CAPELLO (CUB) CIBELE (RBO) ALCUNI EX NOGREENPASS DI ROMA 🪇DALLE 21 MUSICA LIVE🪇 BUDA RAKSHAZA MOMPANTRONICS …& ALTRI A SEGUIRE DJ-SET ❤️‍🔥NON FARTELA RACCONTARE❤️‍🔥
Iniziative
Rompere le righe
Stato di emergenza
Lecce, 6 maggio: Compagno perquisito e arrestato per “terrorismo della parola”
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/ Perquisizione e arresto a Lecce (6 maggio 2026) Nella mattina del 6 maggio un compagno di Lecce è stato perquisito per delle scritte avvenute in città a gennaio scorso. Nove poliziotti si sono presentati a casa del compagno e della sua famiglia alla ricerca di bombolette spray. Il ritrovamento di un libretto però ha fatto sì che il compagno venisse denunciato e condotto in carcere verosimilmente per quanto previsto dall’art. 1 del decreto sicurezza 2025 che ha introdotto l’art. 270 quinquies del codice penale che punisce chi detiene materiale con istruzioni contenenti anche tecniche di sabotaggio. Entro cinque giorni si terrà l’interrogatorio di garanzia. Seguiranno aggiornamenti [Ricevuto via e-mail | Pubblicato in https://disordine.noblogs.org/post/2026/05/07/perquisizione-e-arresto-a-lecce/ | Ripubblicato in https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/08/perquisizione-e-arresto-a-lecce-6-maggio-2026/]
Stato di emergenza
“Guerriglia, sì!” Parole di un compagno a seguito di un avviso orale
Riceviamo e volentieri diffondiamo questo testo appassionato e ricco di spunti, che costringe a riflettere sui limiti della nostra (in)azione nell’epoca in cui “l’uomo [è giunto] ai limiti della propria inesistenza”. Il titolo, assente nel testo inviato, è nostro.  Qui in pdf: guerriglia sì «È certo vero che l’organizzazione dell’esistente si sta sgretolando, vacilla, non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza. Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.» Queste parole di Piero Coppo, da Critica radicale e rivoluzione, mi aiutano a chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso orale del questore di Messina. Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei “comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”. Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata. Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in vita. Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente, sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè) disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi, (necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura. Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante, anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per “rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto – novello “monello” chapliniano – una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto” ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco demolito con le ruspe la palestra Lupo affinché dei luoghi di aggregazione e discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”, dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni, fogli di via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse: anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto trentunenne aveva tentato il suicidio. Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante e tanto più si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia: nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della verbalizzazione inerte. Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto. Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti, finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere insieme i soldi per curarsi da un tumore. La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi? Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per la messa in sicurezza di case scuole e ospedali? Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? È stata forse rasa al suolo da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”? Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”? Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca di essere un terrorista, uno che si augura di far paura. Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime persone. Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa succederebbe oggi? Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane camerata col poster di Almirante – firmatario del Manifesto della razza che diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele. E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria inconciliabilità con questo mondo immondo. Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a via dei Georgofili. È storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto i propri piedi? Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici. Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella vita – l’adeguato seguito pratico. Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa! Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone – alla faccia degli ayatollah della mega-macchina capitalistica – ne fanno davvero esperienza in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile mela marcia venivano quasi tutti da fuori. Mi viene da vomitare e da piangere nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto. Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti, leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di banche, nei cui articoli mi posso riconoscere. «1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) I gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.» Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per istigazione a delinquere, si esprimeva così: «E’ innegabile che la diffusione capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente. Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.» Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a tutto il resto. Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione. Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme (rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale. Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx. Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse la neo-lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento un’operazione di polizia internazionale. (Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su cui sono piovute bombe al fosforo bianco.) Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che, specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare empatia. Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali. Delmastro – quello tutto law, order & camorra – ha proposto un encomio per gli agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra alla popolazione detenuta. (Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra, all’epoca del Covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.) In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è stato definito “terrorismo della parola”. Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili, che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto. Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo rifiuto. In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di un nodo veramente cruciale. Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente alla nostra contemporaneità. «Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale 1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno, appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono gli stessi che occupavano Budapest e Praga. Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche, che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T-47 e del Leopard, come si discute di modelli di automobili tra amici. Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza; sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il rifiuto dell’obbedienza ai feticci. Questa è la tragedia. Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi. ‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in passato, già risposero. A. Eichmann, per esempio. Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità anche più grandi’. La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario, anziché il cuore di ogni politica. Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa chi, per azioni che finiscono non si sa dove. Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui. Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli occhi, e poi partiamo’. Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e ‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi, ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione al potere. [..] Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata: il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia; l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato, unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo stile dell’ “Unità”, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno, ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano. E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo, inevitabilmente, aiutato il Vietnam.» Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando. E credo che ragione del nostro discorso non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri per la guerra del Vietnam ma sia: l’uso della violenza. Oggi molti la violenza costringe a non parlare.  A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando. E a pochi minuti da qui – ben distribuita fra storiche architetture e autostrade – un’altra violenza troppi più altri obbliga con le armi dei bisogni falsi e veri, troppi più altri obbliga spaventati o distratti a parlar d’altro o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando. Ma noi non vogliamo dire la penultima parola, la consolante penultima parola che ci fa sentire abbastanza onesti. La penultima parola che è la peggiore nemica dell’ultima.   Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione equivale a dire che oggi la situazione è rigida. Che quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti non è un episodio di polizia internazionale non è soltanto un episodio di neocolonialismo né soltanto una guerra d’aggressione. Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza. Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello del conflitto radicale fra due classi di uomini. Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini. [..] PER QUESTO I VIETNAMITI SONO OGGI IL POPOLO PIÙ LIBERO DELLA TERRA. PERCHÉ NESSUNO COME ESSI INCARNA OGGI LA COSCIENZA DELLA NECESSITÀ. NESSUNO SI DIMOSTRA CON TANTA COSTANZA DEGNO DELLA ELEZIONE STORICA FEROCE CHE IN SÉ RIASSUME TUTTI I CARATTERI DELL’OPPRESSIONE DEL PASSATO: DOVE RAZZA, SOTTOSVILUPPO E PERSINO LA STESSA CONSISTENZA ETNICA PAIONO FORMARE LA FIGURA DELL’UOMO RIDOTTO AL LIMITE DELLA PROPRIA INESISTENZA, AL MARGINE DELLA REALTÀ. MENTRE CHI LI SQUARTA E LI BRUCIA È L’EREDE DI TUTTO QUEL CHE GLI UOMINI D’OCCIDENTE HANNO SAPUTO E PENSATO, L’EREDE DEL CRISTIANESIMO, DEL RINASCIMENTO E DEL LIBERALISMO: L’AMERICANO DEL NORD. [..] C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare. È quello che dice Yankees go home, Americani a casa. È giusto dirlo? Era giusto e lo è dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa sola. Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo? I marines possono anche andarsene. Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria e coloro che per una lunga via gerarchica puntellano il sistema di potere e profitto, l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto, l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema. Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi. I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani Non hanno bisogno della NATO . Senza troppe lacrime lasciano la Francia. State attenti che, seguendo un collaudato sistema, partiti di governo o d’opposizione non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico contano già così poco nella strategia complessiva delle due superpotenze. E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere per nobili cause non essenziali. I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane ed i sinodi vescovili certo deplorano il massacro del Vietnam e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime – e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale – sarebbero molto lieti della pace. E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono. [..] Storia ed esperienza mi hanno insegnato  che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere. A dividere sempre più violentemente il mondo, a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione, divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria, per entro l’unità creata dal mercato internazionale, per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione. Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato, vuol dire vedere identificare interpretare l’unità confusa e corrotta che oggi esiste. [..] A noi la massima potenza industriale del mondo ha passato, come si fa talvolta con i servi, le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari, gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni. Se anzi c’era bisogno d’una conferma Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è nel loro odierno franco cinismo, in questa loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia. [..] I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano qualche bel gemito. I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo abbiamo accettato: il potere politico fondato su quello economico, lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti, temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma il sistema della libertà come scelta obbligatoria fra prodotti. Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano di ridursi alla parte che da essi anche i loro amici vorrebbero. Non accettano di essere i protagonisti di una situazione arretrata. E nemmeno un simbolo. Della loro lotta essi riconoscono amici ed eguali soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine, al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un modo diverso da quello che i loro padroni vorrebbero; dal modo che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».   Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il monopolio del furore e della violenza; non a chi ne fa o ne dispone l’uso che abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario, per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo, essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti dell’opportunismo siano le telecamere –, ritornava ossessivo il ritornello: “criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale, che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere? La nostra vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun giudice ha avuto alcunché da ridire). Questo però non dovrebbe mai significare revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi della sottomissione singolare e comune. Il questore scrive: “Risitano leggeva a tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa, con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che contiene tutti i crimini. «Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. È proprio vero che dove lo stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare; il mio pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me. La vita mi ha portato già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo. Il mio pensiero da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono rinchiusi. La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le prigioni come quella in cui sono rinchiuso io. Anche ora che ho perso il privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager solo per la sua provenienza. Questo pensiero rende ancora più insignificante la sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro. Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore. Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso Libertà per Andre Libertà per Guido Libertà per tuttx Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere! Fuoco alle questure, caserme e commissariati! Paura dell’indifferenza e dell’arresto Forza e grazie compagnx Viva l’anarchia! Viva gli e le harraga, che allah sia con voi! Un grosso abbraccio Poggioreale 14/09/2025» Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo affinché possano essere poste – in comune e ognunx per sè – delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro, le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma né più né meno che chiunque non sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere: la passione è irriducibile al calcolo.
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Salento, 26, 27 e 28 giugno: Luoghi-Corpi-Frontiere. Tre giorni contro la mercificazione dei territori
Riceviamo e diffondiamo: Luoghi-corpi-frontiere Salento: tre giorni contro la mercificazione dei territori Tre parole per provare a tracciare ed intrecciare un’idea di internazionalismo che, per diventare concreta, necessita di dare significato a ciò che siamo, entro e attraverso i luoghi che abitiamo. Animate da questa tensione stiamo organizzando un campeggio di 3 giorni, in Salento, confine meridionale della fortezza europea, nel tentativo di agevolare questa prospettiva attraverso incontri e dibattiti. Perché pensiamo che lottare contro la colonizzazione e la rapina capitalista debba necessariamente comportare l’osservazione dei luoghi come a degli organismi complessi, composti di elementi umani e non umani che viaggiano nello spazio e nel tempo, resistendo o piegandosi alla pressione esercitata dall’esterno. Esattamente come fanno i nostri corpi. Abbiamo visto lo stravolgimento del territorio in cui viviamo sotto la violenza della ragione dello Stato e del mercato: ridotto a discarica di rifiuti della grande industria europea, spopolato dal ricatto occupazionale, stravolto dalle infrastrutture energetiche e militari e oggi venduto sul banco del turismo. Che questa sia storia antica e non solo nostra, non ci induce a consolata rassegnazione ma ci incoraggia a cercare complicità attraverso e oltre quel limes abitato da altre come noi. Sappiamo che il colonialismo, la repressione e lo sfruttamento possono realizzarsi in forme e intensità molto diverse, fino ad arrivare al genocidio e all’ecocidio, ma sappiamo anche che c’è molto che ci accomuna, perché la frontiera, che è fatta per separare, è pur sempre il luogo in cui si può anche stare di fronte, in una postura dialogica. Radicamento e disposizione alla mobilità hanno permesso di sviluppare una capacità di condivisione che vorremmo sperimentare attraverso la realtà concreta dell’incontro. Durante i tre giorni andranno a susseguirsi interventi e dibattiti, presentazioni ed escursioni alla scoperta del territorio circostante. Parleremo e ci confronteremo su pratiche di lotta ma anche di sussistenza e di resistenza, su forme di organizzazione e modi di intendere il nostro essere nel presente. Presenteremo una rivista antimilitarista redatta in Italia, che guarda da una prospettiva internazionalista alle pratiche di insubordinazione, disfattismo e sabotaggio della macchina bellica. In continuità con questo tema discuteremo di spazio mediterraneo come spazio di guerra con particolare riferimento alle rotte migratorie e alla città di Taranto come avamposto del controllo militare. Parleremo della terra e del lavoro che la lega agli uomini e alle donne nel passato e nel presente dei territori che viviamo: la resistenza dei contadini attraverso la rivolta contro l’usurpazione e l’esproprio dei mezzi di sussistenza; la condizione del lavoro agricolo oggi, sotto il ricatto dell’industria per la grande distribuzione. Parleremo di turismo come industria di estrazione di profitto, mettendo a confronto le diverse realtà dei nostri territori, discutendo sulle prospettive che riusciamo a rappresentare. Si parlerà di frontiera come luogo di possibilità: cerniera che mette le comunità una di fronte all’altra, nell’organizzazione di “ecoregioni” come quella occitana premoderna in cui le Alpi occidentali furono fertile luogo di incrocio. Ancora, frontiera come luogo da attraversare, luogo di sospensione e di pericolo, in cui fondamentale è la solidarietà e l’organizzazione: ne parleremo con un compagno attivo sul confine tra Polonia e Bielorussia. E poi ancora di frontiera come spazio di comunicazione e organizzazione fra margini, tema di discussione che sarà introdotto dalla presentazione del lavoro collettivo di “Les peuples veulent”, un piccolo libro illuminante che, in qualche modo, ha dato ispirazione e impresso una forte energia all’organizzazione di questo incontro. La tre giorni sarà ospite all’interno di un campeggio attrezzato, a circa 5 chilometri dal mar Jonio, completamente autogestita e autofinanziata. Avremo dunque necessità di sapere quanto prima il numero delle persone partecipanti. A tal fine scriveteci all’indirizzo: maisiaturista@riseup.net
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Lecco, 2 giugno: Corteo antimilitarista e discussione
Riceviamo e diffondiamo: 2 Giugno a Lecco Piazza Diaz ore 10 Corteo Antimilitarista contro fascismo, sionismo e ogni imperialismo Continuare a costruire mobilitazioni e percorsi di lotta in grado di bloccare la guerra globale in divenire a partire dai propri territori resta a nostro avviso la sola strada percorribile. I proclami di pace e le false tregue dei governanti dell’occidente sono serviti esclusivamente a sedare le mobilitazioni di massa contro guerra, riarmo e genocidio del popolo palestinese: una strategia propagandistica per impedire che dalla rabbia degli oppressi possano svilupparsi pratiche ancora più incisive. Chi come noi ha ben chiaro che solo una risposta dal basso può essere efficace, continua a cercare di essere sabbia negli ingranaggi del militarismo, sia esso sotto forma di produzione bellica, indottrinamento, repressione o carcere. Riteniamo essenziale che le molteplici espressioni della lotta alla guerra comunichino tra loro, in modo che ciò che viene messo in campo dagli individui e dai gruppi a livello internazionale diventi patrimonio di lotta comune; convinti noi, che solo un approccio internazionalista può incrementare la capacità di far fronte in modo sempre più efficace alla guerra che avanza. PER UNA LOTTA ANTIMPERIALISTA SENZA FRONTIERE Arrivo al parchetto AVIS a Pescarenico A seguire Ore 13 pranzo popolare Ore 14.30 Discussione a partire dalle lotte in corso contro la guerra in varie parti della penisola. AREA LIBRI, DISTRO, MOSTRE FOTOGRAFICHE
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Dalla Sicilia. Adesione alla “Giornata della memoria del colonialismo” chiamata per il 15 maggio
Riceviamo e diffondiamo. Per saperne di più sulla rivista “Il Movente”, che sarà presentata a Polizzi Generosa (Madonie) il 17 maggio, si veda qui: https://ilmoventerivista.noblogs.org/ “Se questa data è già, in tutto il mondo, una giornata di mobilitazione dei palestinesi e dei loro solidali, la nostra proposta è rafforzarla, rendendo il 15 maggio la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo occidentale. Una giornata, cioè, in cui insieme alla tragedia dei palestinesi venga ricordato lo sterminio secolare di centinaia di milioni di “nativi” americani, asiatici, africani; la deportazione e schiavizzazione di almeno 10 milioni di persone dall’Africa; la sistematica distruzione delle strutture sociali, politiche ed economiche in India e in Cina; lo spaccio di alcol e oppio per infragilire i sudditi renitenti e aprire le frontiere; la guerra contro le popolazioni oceaniche da parte dei mercanti e dei soldati di Sua Maestà britannica; lo sterminio degli Herero da parte della Germania; il Congo trasformato in un enorme campo di lavoro e di sterminio da Leopoldo II del Belgio; la spartizione dell’Asia Occidentale da parte di Francia e Gran Bretagna con gli accordi Sykes-Picot (1916); le stragi francesi in Nordafrica, Madagascar e Indocina; le guerre statunitensi alla Corea, al Vietnam del Nord, all’Afghanistan, all’Iraq; le «guerre sporche» degli USA in America latina… E infine, per quanto riguarda “noi”, le «imprese» italiane nei Balcani e in Africa, con gli orribili primati del primo bombardamento aereo di una città (Tripoli, 1911) e dell’uso dei gas contro la popolazione civile (Etiopia, 1935-36).” Da “Appello: Facciamo del 15 maggio la giornata della memoria del colonialismo”, leggibile per intero qui https://ilrovescio.info/2026/03/23/appello-facciamo-del-15-maggio-la-giornata-della-memoria-del-colonialismo/ Abbiamo letto con piacere e con piacere aderiamo all’appello lanciato dalle amiche e dai compagni della “Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese di Trento”, a fare del 15 maggio la giornata della memoria del colonialismo. Nel farlo, affiancheremo a tutte le ragioni espresse in maniera cristallina nel comunicato trentino – quell’intreccio di materiale disfattismo internazionalista e di classe e coltura di uno sguardo sovversivo sul passato – le ragioni più specifiche della nostra storia. Vogliamo ricordare quello che vorrebbero farci dimenticare: che nella costruzione dell’italianità c’è stata una lunga campagna di colonialismo interno che continua tanto sul piano materiale quanto su quello della memoria e della rimozione: con quei capolavori che tutto tengono che sono l’antimafia di Stato e il 41 bis, con quelle tecnocrazie del bispensiero per cui tortura è libertà. Siamo figlie e figli del colonialismo interno, delle sue politiche del terrore militare e dei suoi spettacoli macabri (si pensi alle foto delle truppe piemontesi ai castelli di cadaveri della lotta al brigantaggio) e siamo figli e figlie di quel filo lungo di rivolte, sommosse e resistenze, che lo Stato vorrebbe fare dimenticare – pennellando anche le pareti interne del come siamo per farci abboccare all’immagine di eterni passivi, fatalisti, ubbidienti ed educati come i già morti. Abbiamo detto “affiancare i due sguardi” non come metafora. Sentiamo nelle viscere e nei momenti più minuti quello che i palestinesi chiamano sumud – qualcosa che ha a che fare con gli ulivi/la loro tenacia, con il lungo vento dei racconti tramandati, con la cocciuta convinzione dell’altrimenti. Pensiamo che i tizzoni di questo sentire covino ancora, anche nei cuori di chi non conosciamo, dei poveri di queste lande; e sappiamo quanto soffiare via le ceneri e fare sfavillare la scintilla della lotta qui possa avere effetti e risultati anche in Palestina, in Libano, dovunque l’Occidente colonialista schiacci terre e vite con i suoi stivali. Vivere come lottare è un fatto di prospettive e certe prospettive non si improvvisano, le ereditiamo e le buttiamo in faccia al presente, alle sue macchine di morte e di oblio, ai suoi amministratori. Per dare il nostro contributo alla memoria del presente e del passato, presenteremo la neo-nata rivista “Il movente” ad Alavò – Laboratorio per l’autogestione a Polizzi Generosa. Siamo costretti purtroppo a spostare al 17 maggio l’iniziativa: il 15 e il 16 maggio si terrà infatti la Targa Florio, competizione automobilistica di riccastri, epigoni di quei Florio sfruttatori industriali di carne meridionale, che renderà impraticabili le strade intorno e dentro il paese per quasi tutti i due giorni.
Stato di emergenza
Sul rinnovo del regime 41-bis ad Alfredo Cospito (30 aprile 2026)
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/05/02/rinnovato-il-regime-di-41-bis-per-lanarchico-alfredo-cospito-30-aprile-2026/ Rinnovato il regime di 41 bis per l’anarchico Alfredo Cospito (30 aprile 2026) Il 30 aprile 2026, il Ministero della Giustizia, nella figura del ministro Carlo Nordio, ha stabilito il rinnovo del regime di tortura e annientamento del 41 bis nei confronti dell’anarchico Alfredo Cospito. Questa decisione era attesa entro il 4 maggio, data di scadenza dei primi quattro anni di un provvedimento vendicativo e infame, il cui unico scopo è l’annientamento del prigioniero, con l’intento di spingerlo a rinnegare le proprie convinzioni rivoluzionarie e a collaborare con lo Stato. Un intento che, chiaramente, con Alfredo Cospito non riesce. Il ministro Nordio si assume quindi le responsabilità di questa scelta politica, in un momento in cui è tra l’altro al centro di una bufera mediatica a causa di continui scandali che lo riguardano. Ricordiamo che Alfredo è stato sottoposto al regime del 41 bis il 5 maggio 2022. Il 20 ottobre 2022 ha iniziato un lungo sciopero della fame, conclusosi il 19 aprile 2023, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 18 aprile che ha riconosciuto la prevalenza delle circostanze attenuanti rispetto alla recidiva reiterata nel caso di tutte le condanne per reati la cui pena fissa è l’ergastolo. Ciò impedì la sua condanna all’ergastolo ostativo, così come quella dell’anarchica Anna Beniamino a 27 anni, per l’accusa di “strage politica” relativa al duplice attacco esplosivo contro la caserma degli Allievi Carabinieri di Fossano del 2 giugno 2006. In quei mesi intensi che vanno dal 20 ottobre del ’22 al 19 aprile del ’23, molto è stato detto e molto è stato fatto. In misura senza precedenti, l’immagine di questo sistema di tortura ed estorsione che è il 41 bis è stata incrinata, così come la falsa aura immacolata di quel circo che va dalla Commissione Parlamentare Antimafia (un ossimoro grottesco!) alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. In quei mesi, mentre si spendevano molte parole su e contro gli anarchici, molti cuori riempivano le piazze e molte fiamme illuminavano le notti di varie parti del mondo. Dall’Italia alla Grecia, dalla Germania alla Francia, dalla Spagna al Cile, dal Regno Unito all’Indonesia. In quei sei mesi si è riusciti a sincronizzare i respiri, facendo della solidarietà, della propaganda anarchica e dell’azione una sinergia incessante. Nelle prigioni, i compagni anarchici e rivoluzionari hanno lottato insieme ad Alfredo tramite scioperi della fame e iniziative di solidarietà. In quei mesi, Alfredo ha sempre ribadito di non lottare solo per sé, ma per tutti i detenuti in regime di 41 bis. Il 15 gennaio 2025 a Perugia si è concluso con un non luogo a procedere il processo relativo alla cosiddetta “Operazione Sibilla”, che vedeva Alfredo imputato assieme ad altri undici anarchici e anarchiche – tra cui la compagna Sara Ardizzone, la cui vita, insieme a quella del compagno Alessandro Mercogliano, si è spezzata nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2026 durante la fase di preparazione di un attacco esplosivo, lasciando una ferita profonda nella lotta e nell’anarchismo. La sentenza del processo “Sibilla” ha di fatto segnato lo sgretolamento di uno degli elementi determinanti per il trasferimento di Alfredo in regime di 41 bis. Nonostante ciò, il compagno dovrà rimanere confinato in quella maledetta oubliette che chiamano 41 bis nella prigione “G. Bacchiddu” di Bancali, in Sardegna, per almeno altri due anni, fino alla successiva scadenza dei termini in cui lor signori saranno di nuovo chiamati a decidere su un provvedimento che potenzialmente può essere esteso all’infinito. Che i prossimi due anni pesino come piombo su tutti coloro che sono coinvolti nell’accanimento vendicativo contro il nostro compagno. Non dimentichiamo i prigionieri della guerra sociale e non dimentichiamo i caduti nella guerra sociale. Fuori Alfredo dal 41 bis! Sara e Sandro, sempre con noi. Per scrivere ad Alfredo: Alfredo Cospito C.C. “G.Bacchiddu” Strada Provinciale 56, n°4 Località Bancali 07100 Sassari
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