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Riceviamo e diffondiamo questo importante testo e appuntamento:
Scarica la chiamata in pdf: testo su 9 (rev REV)
Resistenza a Oltranza
I fronti di guerra si allargano sempre di più e il genocidio in Palestina
continua senza sosta. L’Italia è in prima fila in ogni massacro. È in prima fila
in Asia occidentale con la guida della missione Aspides, con l’invio di ben 700
soldati in Arabia Saudita e con l’utilizzo delle basi militari in territorio
italiano, nonché con l’uso di radar per i bombardamenti. È in prima fila in
Ucraina, fornendo materiale bellico, supporto logistico e politico, inviando
addestratori e dando appoggio incondizionato al governo fantoccio di Kiev. È da
sempre in prima fila nel sostenere il genocidio del popolo palestinese, fornendo
copertura politica, economica e cooperazione a tutti i livelli all’entità
sionista, arrivando addirittura a lucrare sul massacro stesso, riuscendo, ad
esempio, ad accaparrarsi lo sfruttamento del gas di fronte alle coste di Gaza
tramite Eni. Per permettere che questa carneficina continui indisturbata, lo
Stato italiano deve blindare sempre di più il fronte interno e quindi portare la
guerra alle classi subalterne e a tutte le forme di opposizione e resistenza,
anche potenziali, alla macchina da guerra. Da qui nasce l’esigenza di varare una
lunga serie di provvedimenti liberticidi che hanno preso la forma di decreti o
pacchetti sicurezza. Anche il disegno di Legge Romeo si inserisce in questo
apparato repressivo ed è rivolto in particolare al movimento in sostegno alla
Palestina nato per opporsi al genocidio in corso. Come Coordinamento di
solidarietà col popolo palestinese ci siamo subito resi conto della pericolosità
di questo ennesimo attacco e insieme alla Rete Liberi di Lottare abbiamo
prodotto un’opuscolo “da battaglia” che spiega nel dettaglio i contenuti nonché
la genesi di questo ddl e lo abbiamo presentato in decine di spazi e contesti
sociali. Per questo non approfondiremo qui i contenuti specifici ma ci
limiteremo a dire che il DDL mira ad equiparare l’antisemitismo
all’antisionismo, adottando la faziosa definizione formulata dall’International
Holocaust Remebrance Alliance (IHRA, organizzazione governativa costituita dai
Paesi NATO, a cui si aggiungono Argentina ed Israele). Ci teniamo invece a
sottolineare come nella Commissione Parlamentare dedicata, tutti i partiti
dell’arco parlamentare abbiano partecipato attivamente alla stesura del testo.
La cosiddetta opposizione si è spinta addirittura a proporre varie altre
formulazioni perfettamente sovrapponibili a quella votata al Senato (es. Del
Rio). Il decreto è stato approvato al Senato anche con i voti del PD e la
ridicola opposizione di M5S e AVS. Infatti, se da un lato il M5S è responsabile
insieme al PD dell’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA sotto
il 2° governo Conte, dall’altro ricordiamo tutti le scomposte e imbarazzanti
prese di distanza dei vertici di AVS da Hannoun e compagni che continuano a
restare in galera accusati di terrorismo. Sono tutti complici. Quindi a chi
parla di difesa della democrazia facciamo presente che il regime democratico
capitalista e genocidario occidentale è la causa di tutte le guerre e i massacri
a cui stiamo assistendo e non può essere riformato ma solo combattuto con tutte
le forze di cui disponiamo. A chi si spinge a suggerire allo Stato forme
alternative e più sostenibili di repressione (ad es. la Dichiarazione di
Gerusalemme), ricordiamo che le barricate hanno solo due lati: o si sta con
l’imperialismo occidentale o si sta con le popolazioni martoriate e oppresse da
esso. L’illusione di poter riformare il sistema è sepolta sotto un cumulo di
macerie insanguinate. Per noi esiste un’unica risposta possibile a questo
ennesimo attacco repressivo: Resistenza a Oltranza! Continueremo a difendere la
gloriosa resistenza del popolo palestinese in tutte le sue forme! Continueremo a
gridare “Palestina libera dal fiume fino al mare!” Continueremo a difendere i
prigionieri politici, palestinesi e non, perseguitati dallo Stato! Continueremo
a sostenere che il 7 ottobre è stato un atto di legittima resistenza!
Continueremo a dire che Israele è un’entità coloniale, suprematista e genocida!
Per questo il 9 settembre saremo sotto il Parlamento italiano dove avrà inizio
la discussione sul ddl “salva-sionismo” che rappresenta una intollerabile forma
di censura che di fatto istituisce il “terrorismo della parola” per chi non si
allinea con il sionismo.
E continueremo poi, il 17 settembre alle 16:30 in aula Majorana al dipartimento
di Fisica, dove abbiamo convocato una assemblea a cui invitiamo a partecipare
tutti coloro che non vogliono rassegnarsi al silenzio o al collaborazionismo per
organizzarci e reagire insieme alla deriva repressiva. Avremo anche i contributi
di Georges Abdallah e dei compagni della rivista francese Supernova.
Riceviamo e diffondiamo:
Veneto, luglio 2026
Note a partire dai recenti atti di insubordinazione nel carcere di Padova e
dalle opposizioni spontanee ai rastrellamenti razziali nei quartieri
Carcere Due Palazzi di Padova
Di uno sbirro all’ospedale non possiamo che rallegrarci, specie se a mandarcelo
è un carcerato. Sappiamo quanto possa costare ogni atto di vita, ogni più
piccola presa di libertà dentro le galere dello stato. La nostra, però, è
un’allegria spuntata, un odio per un mondo che non riconosciamo che si mischia
all’amore per la vita che resiste, tradendo mondi vivi possibili e presenti,
mondi testimoni della sconfitta di questo presente che con tutti i suoi sforzi
ancora non riesce nel suo intento totale di morte.
Domenica 21 giugno un detenuto in isolamento al carcere Due Palazzi di Padova si
rivolta contro i suoi carcerieri. All’ennesimo rifiuto di poter usare la
palestra della sezione ha fatto a pezzi la sua cella per poi scagliarsi contro
gli aguzzini in divisa intervenuti per fermarlo, mandandone uno all’ospedale.
La settimana prima, ancora un carcerato in isolamento si era opposto al divieto
dei secondini di prendere un caffè con un altro detenuto, decidendo di
vendicarsi dei soprusi subiti fino ad allora e destinando al pronto soccorso tre
guardie.
Il 21 maggio un’altra aggressione contro la penitenziaria, per l’ennesimo
divieto discrezionale immotivato posto ad un detenuto. Detenuto che ha
prontamente proceduto a ricordare che le violenze agite dallo stato e dai suoi
servi, anche le più quotidiane, hanno un prezzo: in quel caso un setto nasale
rotto e qualche lesione su braccia e mani di tre sbirri.
Non ci interessa stare a fare stime su quanta disperazione, quanta rabbia o
quanta coscienza abbiano motivato questi gesti, quanto il caldo che rende quei
posti roventi e ancora più ostili alla vita sia stato determinante, o quanto i
colpi quotidianamente inferti alla dignità umana siano diventati intollerabili.
Ciò che ci preme in questo testo è illuminare una radice comune sottesa a quello
che sta accadendo al Due Palazzi, ma anche in ogni carcere e cpr che sia, nelle
strade e negli istituti di pena minorile.
Spontanea e informale si generalizza con nuovo vigore una richiesta di vita tra
persone che abitano luoghi distanti in questo mondo, temporalità ed esperienze
diversissime: senza che una coscienza politica ben formata sia essenziale, senza
che assemblee e riunioni varino la rivolta, questa si accende e si interra
carsicamente, abitando le vite dellx ultimx di questa società. Una rivolta che è
vita, che è umanità che si riprende il mondo a partire dai più piccoli atti di
insubordinazione al destino carcerario (materiale o sociale che sia) e che dà
corpo ad una tensione di libertà che è personalissima ma già sempre collettiva.
Assistiamo ad un’unica, profonda ed umana richiesta di vita che recita: “Aria!”.
Quartiere Arcella, Padova
Procede a tappe serrate il programma mortifero di occupazione militare dei
territori e di sottomissione delle popolazioni portato avanti dal cosiddetto
stato italiano: le istituzioni, con i rami sociali e civili conniventi,
approntano gli attacchi decisivi alle ultime province della vita negli
spazi-tempi che amministrano, tracciando le vie che conducono all’annichilimento
generalizzato. Ma qualcosa di imprevisto sta rovinando questi propositi.
Nel mondo della guerra totale si moltiplicano i fronti esterni e si
irrobustiscono quelli interni: leggi e nuove narrazioni inaspriscono la
repressione accettabile per chi si oppone allo stato delle cose, per tutte
quelle resistenze sociali (dalla delinquenza all’illegalità) e/o politiche
(basti soffermarsi sulle campagne anti-anarchiche che stanno avendo i loro
dolorosi sviluppi) non recuperabili nei fittizi meccanismi del dialogo
democratico.
In questo scenario le città si svuotano dellx indesideratx, e Padova non fa
eccezione. I quartieri cambiano volto mentre viene inesorabilmente portato
avanti il programma statale di morte che sta avvelenando gli ultimi pozzi di
umanità scavati dalle comunità resistenti in ogni dove. Le grandi opere
infrastrutturali segnano il tessuto materiale e umano delle città: in nome del
profitto e dell’interesse generale, ovverosia dello stato e dei suoi progetti,
il territorio viene deturpato, espropriato alle comunità che vi si erano
radicate e consegnato a chi può farne qualcosa di più economicamente
remunerativo o strategicamente efficace. Sfratti e daspi informali dalle zone in
via di riqualificazione sono consegnati allx indesideratx attraverso
fluttuazioni di mercato, emergenze giornalistiche e soprusi ad opera di sbirri
particolarmente zelanti. L’accesso a interi quartieri viene sottoposto, anche
attraverso le “zone rosse”, a checkpoint polizieschi ben coperti mediaticamente
da un’opinione pubblica addomesticata e prezzolata, pronta a soffiare benzina
sui venti caldi del razzismo e del classismo fortemente radicati tra alcuni
strati della cittadinanza.
In questo contesto, gli ultimi anni hanno permesso un buon rodaggio di nuovi
meccanismi che concretizzano l’ispirazione razzista dello stato: al fianco del
perfezionamento in atto del sistema dei Cpr ne vediamo il suo ampliamento ed il
cementarsi di retoriche razziste ad ogni altezza sociale, assieme ad un robusto
impianto normativo e di prassi che ne permetta un’agibilità ampia e
incontestata. L’istituzione delle zone rosse e la presenza ormai diventata
consuetudine di presidi polizieschi permanenti nelle zone a più alta presenza di
persone con background migratorio sono solo alcuni esempi di come il razzismo di
stato privilegi alla base dei suoi meccanismi un programma massivo di
profilazione e persecuzione razziale, che getta le basi per retate,
rastrellamenti e deportazioni. Così, interi pezzi di comunità razzializzate,
povere o marginalizzate per etnia, provenienza geografica o religione sono
lentamente costrette a spostarsi altrove, in zone più lontane dagli occhi
dell’opinione pubblica e degli investitori.
Nel solo 2025 a Padova, una città da poco più di 200.000 abitanti, sono state
identificate quasi 80.000 persone razzializzate, con grande giubilo del questore
e delle istituzioni. E quando parliamo della città che si svuota non lo facciamo
solamente per l’allontanamento dal perimetro cittadino a cui stanno venendo
costrette larghe fette di popolazione, ma ci riferiamo alle oltre 200 persone
fermate in strada per un controllo e trattenute per essere immediatamente
spedite in un Cpr dall’altro capo dell’Italia senza che nessunx sia avvertitx di
ciò (parenti, amicx o avvocatx), o alle 100 persone fermate e condotte nella
camera di sicurezza della questura che poi sono state direttamente accompagnate
in frontiera. A queste possiamo affiancare gli oltre 150 provvedimenti di
espulsione consegnati nelle mani di chi, da lì a pochi giorni, sarebbe stato
costretto ad uscire dal territorio nazionale. Più di una persona al giorno,
nella sola città di Padova, è stata presa per essere portata in un Cpr, alla
frontiera o per essere rilasciata con un ordine di rimpatrio.
Questi numeri dimostrano come la macchina del razzismo di stato stia funzionando
a pieno ritmo, ma testimoniano anche la piena omertà della società civile e
delle istituzioni politiche sull’operato e le direttive inoltrate dal ministero
degli interni e felicemente applicate dall’apparato di sicurezza pubblica
locale.
Negli scorsi mesi si sono verificati vari episodi di resistenza ai
rastrellamenti portati avanti quotidianamente in città dalla polizia. In
Arcella, una delle zone cittadine più colpite da operazioni sbirresche di
profilazione e persecuzione razzista, alcune persone razzializzate sono
intervenute spontaneamente durante due fermi particolarmente violenti:
assistendo all’ennesimo sopruso in divisa, si sono opposti verbalmente e
fisicamente al fermo, rallentando le operazioni e attirando l’attenzione del
circondario su ciò che stava succedendo e riuscendo a liberare i malcapitati
dalle grinfie degli sbirri, facendo allontanare le pattuglie dalla zona.
Episodi come questi, seppur si possonocontare sulle dita di una mano, ci sembra
testimonino qualcosa di prezioso. Non sono così rare le storie di chi sceglie di
agire spontaneamente nonostante la disparità con il nemico che lx si para
dinnanzi e con i suoi mezzi: il racconto di queste storie solitamente ci giunge
quando a viverle è qualche “gruppo politico” animato da buone idee e
dall’intenzione di applicarle. Ma quando ad esserne protagonisti sono persone
senza appartenenza politica e razzializzate, queste storie ci sfuggono; altre
memorie vivono, memorie che non ci appartengono e che non ci parlano, racconti
segreti e sediziosi che stanno al cuore di comunità a noi sconosciute. Non è
quindi nostra intenzione spendere altre parole sulla dinamica dei fatti, non ci
interessa trarne benefici tattici o narrare qualcosa che, a nostro parere, debba
rimanere sotterraneo, nascosto nei cuori di chi la agisce e delle tradizioni che
intesse.
Ci piacerebbe sottolineare, però, come i fuochi della vita continuino a
incendiare gli animi dell’umanità, come siano indomabili le fiamme di libertà
che continuano ad accendersi in ogni dove. Nonostante la miseria e il dolore a
cui questo mondo ci destina, nonostante le risorse e i soldi spesi a sostentare
l’ imponente e mostruosa macchina statale di morte, nonostante le vite immolate
per combattere la battaglia di un mondo più sicuro, perché ormai inerte e
inabitabile, combattivamente la vita continua a fiorire e a diffondersi.
Saremo ciò che il delitto ha fatto di noi
Trafittx da uno sguardo, farfalla
fissata su di un tappo di bottiglia,
tutti possono vedermi,
tutti possono sputarmi addosso.
Lo sguardo di questa società
fa di me materia
costituita.
Eppure bisogna vivere,
voglio farlo. Anche
se alla gogna,
la gola stretta in un collare di ferro.
Bisogna vivere,
ancora non sono argilla,
non m’importa che si fa di me,
ma ciò che faccio io stessx
di ciò che hanno fatto di me.
Spacciatorx, delinquenti, teppistx, rapinatorx, ladrx, terroristx: ognunx di noi
condivide un tacito impegno alla guerra. Non mera negligenza, o una distruzione
noncurante, ma una dedita avversione all’idea stessa di questa società, alla
silenziosa guerra che l’ha fondata e che, con la cieca forza della legge e della
giustizia, continua incessante a rifondarla.
Dal momento che ci rendono la vita invivibile, vivremo quest’impossibilità di
vivere come l’avessimo creata apposta per noi. Vogliamo il nostro destino, anche
questo destino terribile. Vogliamo la nostra vita, per amarla e odiarla.
Certamente la sventura è una cifra delle nostre vite, certamente indica
qualcosa. Ma ormai non si tratta più di comprendere, ma di agire. Agire la
nostra vita invivibile, agire quella maledizione che ci marchia e che dal fondo
del nostro passato risale fino a questo presente. La faremo nostra, e la
lanceremo davanti a noi: traccerà la rotta del nostro avvenire. Era il nostro
cruccio, ne faremo la nostra missione, la nostra buona, maledetta, balorda
stella.
Se noi siamo criminali, il nostro crimine è la libertà: la libertà di sottrarci
alla miseria di questo mondo, di derubarlo, di imbrattarlo, di rovinarlo, di
sabotarlo. Dalle galere alle strade fioriscono umanità illegali, umanità minori
e spurie che vivono sotto la pelle di questo mondo morente. In un mondo senza
cielo, senza luce, senza aria, noi abbiamo la nostra stella. E tanto ci basta.
A questa dolce e speranzosa guerra, all’odio che ci fonda le ossa e irrobustisce
la memoria, all’amore che ci lega e ci anima.
Per lx compagnx mortx e quelle portateci via.
Per le persone messe dentro a una gabbia o tenute in cattività.
Che guerra sia.
Riceviamo e diffondiamo:
[en] Server Called Paranoia ENG
[it] Server called Paranoia ITA OK
Riceviamo e diffondiamo:
Qui la chiamata in pdf: DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
A breve il programma completo dell’iniziativa
DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
La guerra è sempre un fatto di politica interna.
Sia perché le sue basi materiali sono vicine a noi (come industrie, logistica,
ricerca) sia perché ha un ritorno altrettanto materiale (nei termini di guerra
al nemico interno, intruppamento della società, costi che vengono fatti pagare
alla classe proletaria).
Se il compito di rovesciare la guerra tra Stati e tra gli sfruttati in guerra
contro gli sfruttatori non può gravare sulle spalle di un qualunque movimento
specifico, a noi rimane il compito di dare concretezza alla solidarietà
internazionalista e capire come essere all’altezza delle sfide della nostra
epoca.
Un anno fa la due giorni contro “carcere e guerra” al terreno No Tav di
Acquaviva (Trento) è stata occasione per ritrovarsi tra compagni e compagne e
pensare la lotta fuori dalle carceri unita a quella dentro di esse, anche grazie
a contributi scritti di diversi prigionieri. Cadendo a ridosso delle giornate di
blocco di settembre e ottobre, ha anche permesso un confronto rispetto a quello
che stava accadendo. A un anno di distanza, tanto è successo ma non sono venute
meno le ragioni per discutere di “carcere e guerra”.
Il genocidio a Gaza continua, con l’estensione della guerra totale a Yemen, Iran
e Libano.
L’imperialismo statunitense mostra i muscoli in Sudamerica dietro la facciata
della lotta “al narco-terrorismo” e si rivale sui suoi alleati-vassalli europei,
scatenando nel frattempo la violenza anti-proletaria per le strade delle proprie
città (coi raid tecnologicamente equipaggiati dell’ICE).
La competizione tra le potenze – che per quanto ci concerne si concretizza nel
riarmo dell’Occidente – si traduce in una feroce predazione delle risorse
necessarie a un capitalismo digitale che sviluppa l’IA come nuova atomica,
mentre rende progressivamente il pianeta inadatto alla vita (come testimoniano
le temperature record dell’estate trascorsa).
Emerge in tutta la sua arroganza una tecno-oligarchia che non ha problemi a
considerare gran parte dell’umanità massa eccedente e a trattarla come bestiame
da macello.
Il razzismo sistemico si riverbera nelle periferie e nell’intera società
occidentale.
L’altra faccia del riarmo è la crescente repressione, in Italia strutturata
attorno ai costantemente aggiornati decreti sicurezza: impunità per gli omicidi
di Stato, allargamento della sorveglianza tecnologica, criminalizzazione della
gioventù immigrata, finanche la proposta di messa al bando degli “anarchici e
antifascisti” dopo la morte di Sara e Sandrone…
Ma non viviamo in un tempo in cui i soli colpi vengono assestati dal nemico di
classe.
Insurrezioni e sommosse si succedono per tutto il mondo (dall’Indonesia alla
Bolivia).
Nel ventre della Bestia alle resistenze contro l’ICE si aggiungono quelle contro
i progetti di datacenter e una crescente rabbia contro gli oligarchi capitalisti
(testimoniata dai vari attacchi a CEOs e dal ritorno del sabotaggio).
In Albania un progetto immobiliare israelo-saudita-statunitense ha scatenato un
movimento di massa contro il governo.
In Italia i moti del “Blocchiamo tutto” hanno palesato la disponibilità al
conflitto di nuove generazioni, riemersa poi in momenti di conflittualità come
la piazza bolognese per Fakir.
Le sfide che ci pone la tendenza alla guerra mondiale necessitano tanto di
riflessione quanto di iniziativa.
Proponiamo questa due giorni con in testa, più che delle proposte, degli
interrogativi da affinare assieme, per avere più slancio nelle lotte a cui
partecipiamo e parteciperemo.
Che strada dovremmo prendere come internazionalisti contro un mondo di guerra,
genocidio e incarcerazione tecnologica?
Che cosa significa essere con la resistenza palestinese e contro lo Stato di
Israele?
Quali valutazioni e quali prospettive possiamo condividere a partire da quanto
si è mosso nell’ultimo anno, in Italia e non solo, contro colonialismo e
genocidio?
Quali le possibilità di lotta a partire dai nervi scoperti che strutturano i
rapporti tra Israele e stati occidentali, dalle reti logistiche alla trama
dell’interesse economico?
A quali scenari di incarcerazione tecnologica lavorano gli stati e che ruolo
giocherà l’apparato di controllo nel disinnescare e reprimere la protesta alle
nostre latitudini?
Che forme di rivolta ed evasione sono praticabili contro le sue manifestazioni
più tangibili, come i data center?
Come sta cambiando la forma del potere (e dunque la possibilità di attaccarlo)
oggi che l’apparato tecnologico sta riempiendo il mondo di enormi “contenitori”
di dati necessari al suo stesso mantenimento?
Quello che sta venendo vidimato, decreto dopo decreto, è la costruzione di un
diritto penale da stato di guerra.
La lotta dentro le carceri è punita sempre più duramente e lottando fuori è
sempre più facile finirci dentro: con l’art. 270 quinquies è sufficiente la
disponibilità di testi o materiale video per essere arrestati con l’accusa di
terrorismo, mentre alle mobilitazioni al fianco della resistenza palestinese
hanno fatto seguito decine di misure cautelari, non ci dimentichiamo dei due
compagni che hanno perso la vita mentre erano sottoposti a tali misure.
Con quali prospettive possiamo immaginare di affrontare il carcere di oggi
nell’eventualità di essere arrestati/e?
Quali insegnamenti traiamo dall’esperienza dei Prisoners for Palestine e dalla
mobilitazione internazionale in loro sostegno?
Come provare dunque a dare una dimensione internazionale alle lotte all’interno
del carcere?
In che modo un movimento contro la guerra si fa carico di sostenere i propri
prigionieri a partire dai prigionieri palestinesi attualmente detenuti in
Italia?
Come si possono affrontare le nuove forme di repressione economica (es. multe
per manifestazioni e “grida sediziose”)?
Come affrontare collettivamente la risposta repressiva agli ultimi blocchi e
alla mobilitazioni per la Palestina?
Con Sara e Sandrone nel cuore.
Anche quest’anno la due giorni si terrà al Terreno Notav di Acqua Viva
(Mattarello, Trento), Sabato 17 e Domenica 18 Ottobre. Sarà disponibile
campeggiare e sono gradite le distro.
Pranzi e cena saranno benefit per spese legali e mantenimento dei prigionieri.
Riceviamo e diffondiamo:
Mercoledì 12 agosto, a partire dalle ore 6:00, sono state effettuate tre
perquisizioni domiciliari a Berlino e nei dintorni: a Neukölln, Kreuzberg e
Brandeburgo.
L’indagine riguarda una rapina in banca avvenuta nel 2013 ad Aquisgrana. Questa
rapina è collegata a quella alla Paxbank avvenuta nel 2014 ad Aquisgrana, per la
quale nel 2017 sono stati* incriminat* divers* anarchic* e Lisa è stata
condannata. Già allora la Procura aveva cercato di stabilire un nesso tra la
rapina del 2014 e quella del 2013, ma le indagini non avevano avuto esito
positivo in quanto mancavano prove che supportassero questa tesi.
Venerdì scorso una persona è stata arrestata in Spagna ed estradata ad
Aquisgrana. Attualmente si trova in custodia cautelare. È accusato di aver
partecipato alla rapina in banca del 2013.
Il mandato di perquisizione era rivolto a Lisa in qualità di indagata e alla sua
partner e compagna in qualità di testimone. Cercavano supporti di memoria e
documenti manoscritti. Inoltre, la misura ha interessato * coinquilin*
dell’indagata, gli spazi comuni e le cantine degli appartamenti, nonché un luogo
in cui, secondo i dati di localizzazione delle celle di telefonia mobile, Lisa
si sarebbe recata più volte. La perquisizione è stata condotta dall’Ufficio
criminale regionale (LKA) della Renania Settentrionale-Vestfalia e dall’Ufficio
criminale regionale (LKA) di Berlino; era presente anche la stessa procuratrice,
la signora Breuer del Tribunale regionale di Aquisgrana, che già all’epoca del
processo del 2017 si era opposta con forza alle compagne. È stato impiegato
anche un cane da fiuto. Le perquisizioni sono durate 6-7 ore.
Lisa è stata condotta alla stazione di polizia, sottoposta a procedure di
identificazione (ovvero sono state scattate foto e rilevate le impronte
digitali) e poi rilasciata. Sono state scattate delle foto a parte per una
perizia antropometrica. Tutti coloro che si trovavano negli appartamenti stanno
bene.
Grazie per la solidarietà e il sostegno. E come sempre: non fate speculazioni,
non serve a nessuno.
Solidarietà con le persone coinvolte e con l’imputato attualmente in carcere!
❤️ Con forza, calma, amore e rabbia
https://de.indymedia.org/node/858128
Riceviamo e diffondiamo:
Introduzione. Sui fatti dello scorso 27 aprile: nota 27 aprile
Sulla falsa solidarietà di PD, AVS e ANPI a una giornata di lotta contro i
fascisti: scritto solidarietà 27 DEF
Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento:
Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa
«Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci
viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che
noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione,
che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e
bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea
(ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica
utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati?
Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo
contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo
che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci
difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da
prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e
tutti rivendichiamo quello che è accaduto».
In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da
Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus,
quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa.
Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello
praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli
resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e
ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima
difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è
una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In
questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav…
Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un
coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta
per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei
semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo”
(compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il
“terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di
resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato
sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di
polizia!
I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più
giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di
guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere
devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai
mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.
Trento, 31 luglio 2026
Comitato No Tav di Trento
Riceviamo, traduciamo e diffondiamo:
[it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE
Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano
diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar,
Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per
bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per
liberare…
In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha
fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari
che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla
difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo
Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a
tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare
volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta…
Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi
a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi
una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile?
La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra!
Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue
«soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di
distruzione/ricostruzione e di controllo sociale.
Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per
«mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo
delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle
tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di
«unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per
disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che
sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali,
come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle
strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando
così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei
periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è
qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli
armamenti!
La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può
sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema!
È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci
senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le
nostre lotte dallo Stato.
Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati;
sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le
rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di
partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee
antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista.
Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto
reciproco.
Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno,
opponiamo l’attacco contro chi ci opprime.
Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera.
Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione.
Assemblea antimilitarista a Bruxelles
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[fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION
Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se
répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar,
Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des
excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser
pour libérer…
En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a
fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires
qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense
partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo
Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous
les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire
volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout,
s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se
battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité
? Aucune autre perspective ne serait envisageable ?
La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre !
Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses «
solutions », offrant au système économique un mécanisme de
destruction/reconstruction et de contrôle social.
Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour
« sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des
ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions
politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à
un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population,
notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme
menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par
exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de
l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors
une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de
conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien
quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de
l’armement !
La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut
survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système !
Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle :
organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos
luttes de l’État.
Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ;
soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et
révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer
à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées
antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste.
Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide.
Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons
l’attaque contre ceux qui nous oppriment.
Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté.
Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution.
Assemblée antimilitariste à Bruxelles
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[es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN
¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución
Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se
extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar,
Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para
bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar…
En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo
su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan
escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las
calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de
Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años
invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits
de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que
hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para
“perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra
perspectiva posible?
¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra!
Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las
“soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción,
reconstrucción y control social.
El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y
apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar
la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la
miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el
patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la
represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y
movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el
fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los
presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay
periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay
alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria
armamentística!
La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin
ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema!
Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala:
organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer
las luchas contra el Estado.
Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los
Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las
luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en
el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas;
defender una perspectiva internacionalista.
Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua.
Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos
atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos
por una vida de libertad.
Ni guerra ni “paz”, revolución.
Asamblea Antimilitarista – Bruselas
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Altre lingue/other languages:
ČESKY:
https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce
[3] # PDF [4]_
PORTUGUÊS:
https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao
[5] # PDF [6]_
Riprendiamo da http://invictapalestina.org questo articolo che aiuta a leggere,
inquadrandoli nel loro contesto, i fatti dello scorso 24 luglio nel villaggio
cisgiordano di Tell (quegli stessi fatti che TG1 e TG2 sono riusciti a
presentare come aggressione a un gruppo di escursionisti!)
La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la
strategia israeliana in Cisgiordania
di Ramzy Baroud
Durante un’incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di
Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale
sottomissione palestinese.
Di fronte alle incessanti incursioni militari, alla confisca delle terre e alle
vessazioni e violenze dei coloni, gli abitanti del villaggio e gli agricoltori
locali si sono rifiutati di arrendersi.
Nello scontro che ne è seguito, un singolo palestinese ha disarmato un soldato
israeliano e aperto il fuoco contro le forze d’invasione vicino all’avamposto
dell’insediamento illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone
altri tre.
Ciò che è accaduto dopo è stata la prevedibile e implacabile furia
dell’Occupazione: le forze israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato
hanno lanciato immediatamente una serie di incursioni a Tell e nelle comunità
limitrofe, uccidendo quattro palestinesi, incendiando case e trasformando
edifici residenziali in centri di interrogatorio da campo.
In una rapida campagna di Punizione Collettiva, le Forze di Occupazione
Israeliane hanno arrestato oltre 70 palestinesi, di cui più di 40 solo a Tell,
estendendo al contempo le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarm, Ramallah,
Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa
Israel Katz hanno immediatamente ordinato “un’operazione militare su vasta
scala”, mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha
condannato inequivocabilmente gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni
definendoli “pogrom contro civili indifesi”, ribadendo la richiesta di un
embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele.
Tuttavia, per comprendere la scintilla di Tell, è necessario comprendere la
pentola a pressione esplosiva in cui si è trasformata la Cisgiordania Occupata.
Il calcolo primitivo di Netanyahu
La risposta immediata di Netanyahu all’incidente di Tell non è stata un
allontanamento dalla politica, bensì l’attivazione di una vecchia e radicata
dottrina: ogni atto di Resistenza palestinese, per quanto localizzato, deve
essere strumentalizzato per accelerare il furto di terre palestinesi
sponsorizzato dallo Stato.
Per decenni, l’apparato di sicurezza israeliano ha utilizzato la Resistenza
locale come copertura per raggiungere ambizioni demografiche e territoriali di
lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha
raggiunto livelli di velocità e brutalità senza precedenti.
L’entità della distruzione
Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media globali si concentrava
principalmente sugli orrori di Gaza, Israele ha sistematicamente esteso la sua
offensiva in tutta la Cisgiordania Occupata:
Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle
forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato.
Oltre 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili veri, schegge e
aggressioni fisiche, con gli attacchi dei coloni che rappresentano la maggior
parte dei recenti feriti civili.
Più di 10.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza a causa della
demolizione delle loro case, delle violenze dei coloni e delle severe
restrizioni di accesso. Intere comunità beduine e rurali nelle colline a Sud di
Hebron e nella valle del Giordano sono state sistematicamente spopolate e
ripulite.
Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante rastrellamenti notturni
militari e posti in detenzione amministrativa arbitraria senza accusa né
processo.
Sotto la guida del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a cui erano stati
conferiti poteri ufficiali sugli affari civili in Cisgiordania, il governo
israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunam di territorio palestinese
“terra demaniale”, segnando la più grande e continua appropriazione di terre dai
tempi degli Accordi di Oslo. Contemporaneamente, decine di avamposti di coloni
illegali sono stati legalizzati retroattivamente e sono state promosse migliaia
di nuove unità abitative negli insediamenti.
Scopo strategico dietro la recrudescenza
La campagna sistematica di Israele in Cisgiordania persegue tre distinti
obiettivi politici e militari per Netanyahu e il suo governo.
Primo, prevenire un secondo fronte:
Israele si è reso conto che se la Cisgiordania si sollevasse in una ribellione
organizzata su vasta scala mentre il suo esercito è impegnato in una snervante e
interminabile Campagna Genocida a Gaza, contenere entrambe le entità si
rivelerebbe praticamente impossibile. Non essendo riuscito a schiacciare la
Resistenza palestinese a Gaza nonostante la sua schiacciante forza militare,
Israele ha applicato una violenza preventiva e brutale in Cisgiordania per
terrorizzare la popolazione e costringerla alla sottomissione totale.
Secondo, proteggere Netanyahu attraverso l’influenza dell’estrema destra:
Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al
fallimento del suo esercito nel raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati,
Netanyahu ha avuto bisogno di mantenere intatta la sua coalizione. Ha concesso
ai ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir assoluta
libertà di attuare la loro agenda ideologica: espandere gli insediamenti
illegali, annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e invadere
ripetutamente e alterare lo status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa
nella Gerusalemme Est Occupata.
Terzo, mascherare il fallimento con atteggiamenti offensivi:
Nel disperato tentativo di evitare di apparire come un leader impotente
intrappolato in una guerra di logoramento su più fronti, Netanyahu ha utilizzato
operazioni militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei
campi profughi della Cisgiordania (da Jenin e Tulkarem a Nablus) per proiettare
un’immagine di forza e controllo davanti al suo elettorato interno di destra.
Il terrore dei coloni e il fallimento dell’Autorità palestinese
Questa campagna di espansione sponsorizzata dallo Stato è stata agevolata da due
fattori principali sul campo.
Primo, paramilitarismo incontrollato dei coloni:
Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale di Itamar Ben-Gvir, le bande
violente di coloni sono state pienamente integrate nelle milizie paramilitari
sponsorizzate dallo Stato. I coloni lanciano regolarmente Pogrom organizzati
contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando
bestiame e sparando contro i civili, con la protezione diretta e la
partecipazione attiva dell’esercito israeliano.
Secondo, la sottomissione e l’inazione dell’Autorità Palestinese:
L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il suo dovere fondamentale
di proteggere il suo popolo. Invece di formulare una strategia di difesa
nazionale o di fornire almeno una dirigenza simbolica per resistere
all’espropriazione delle terre, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese
hanno continuato a coordinarsi con l’Occupazione.
L’Autorità Palestinese ha represso attivamente i combattenti della Resistenza
locale, confiscato armi e represso manifestazioni pubbliche, agendo come forza
amministrativa subappaltata per gestire la sottomissione palestinese per conto
di Israele.
Perché l’analisi corrente fallisce
La maggior parte dei media e degli analisti politici inquadrerà inevitabilmente
l’attuale recrudescenza in base a ristretti parametri parlamentari. Faranno
riferimento alle imminenti elezioni israeliane, sostenendo che Netanyahu sta
provocando la violenza unicamente per consolidare il voto dell’estrema destra,
accontentare Ben-Gvir e Smotrich e sbaragliare i suoi rivali politici.
Gli organismi internazionali per i diritti umani lanceranno i soliti
avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere esprimeranno
allarme per gli attacchi contro strutture mediche come l’Ospedale Specializzato
di Nablus, e blocchi politici come l’Unione Europea lanceranno appelli
inefficaci a “tutte le parti per una distensione”.
Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire miliardi di
dollari in armamenti pesanti a Israele, rafforzando un episodio di Complicità
storica.
Ciò che queste analisi non riescono costantemente a cogliere è la realtà
dell’azione palestinese.
Trattano i palestinesi come vittime passive in attesa di un intervento
internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma
l’esplosione di Tell ha dimostrato che lo status quo di accerchiamento totale,
umiliazione quotidiana e spossessamento esistenziale è intrinsecamente
insostenibile.
La ribellione non è iniziata dove si aspettavano gli analisti militari
tradizionali: è divampata in una piccola cittadina agricola tra persone che
hanno deciso che la Resistenza era l’unica risposta possibile a un lenta e
graduale annientamento.
La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e
nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche
convenzionali.
[Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di “The Palestine Chronicle”. È
autore di sei libri, tra cui La Nostra Visione per la Liberazione: Leader
Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano, curato insieme a Ilan Pappé. Il
suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non
di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA),
dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).]