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Rovereto, sabato 25 luglio: Contestiamo la nazionale israeliana al campionato di Eurobasket!
Riceviamo e diffondiamo: Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui gioca la nazionale israeliana? E soprattutto, perché si permette ancora a Israele – uno Stato guerrafondaio e genocida – di partecipare alle competizioni sportive? Ci riferiamo ovviamente alla partita Israele-Grecia che inaugurerà il campionato europeo di basket under 18 il prossimo 25 luglio (Rovereto, Palamarchetti ore 13), e a quelle che seguiranno nei prossimi giorni a Trento e Rovereto. Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può. Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare, torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento. I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi divorare come un’anguria. I giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della «convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per primi ogni connivenza con il loro Stato. Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per noi siete i benvenuti. Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la accoglie e la sua pelosa “solidarietà”. Mentre, in questi giorni, Israele sta cominciando a internare i palestinesi di Gaza in riserve-lager, dobbiamo dare ancora più voce alla solidarietà reale. Contestiamo la partita! Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese Rovereto, 25 luglio Contestiamo rumorosamente la partita di basket under 18 Israele-Grecia al Palamarchetti Appuntamento ai Giardini “Perlasca” (Giardini Milano) dalle ore 12 Qui la chiamata in pdf: rovereto eurobasket 25 luglio Qui le locandine scaricabili:
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Rovereto: Estate zitti. Il Comune accoglie a braccia aperte la nazionale israeliana di basket under 18
Diffondiamo questo volantino, che sta venendo diffuso a Rovereto in varie iniziative patrocinate dal Comune in vista della partita Israele-Grecia, con la quale, il prossimo 25 luglio, si vorrebbe inaugurare il campionato europeo di basket under 18 proprio nella “città della pace”: Qui il volantino: A colori: estate rovereto-1 In bianco e nero: estate rovereto bn ROVERETO, “CITTÀ DELLA PACE”, ACCOGLIE A BRACCIA APERTE LA NAZIONALE ISRAELIANA NEL CAMPIONATO EUROPEO DI BASKET UNDER 18 Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui gioca la nazionale israeliana? Israele non è forse uno Stato che si trova fuori dall’Europa, responsabile della cacciata, segregazione, eliminazione di un popolo arrivata al suo ultimo stadio – il genocidio? Ci riferiamo ovviamente alla partita che inaugurerà il campionato a Rovereto il prossimo 25 luglio (Palamarchetti ore 13). A spiegarci il perché – si fa per dire – è lo stesso Comune di Rovereto, in un dépliant dove viene esibita l’immagine di un’anguria (realizzata dagli studenti del Liceo Depero nell’ambito della tristemente nota “alternanza scuola-lavoro”). Con queste parole: «non [è] solo [un] frutto estivo e simbolo di condivisione. Tagliata a fette, rivela infatti i colori della bandiera palestinese […] Nata come emblema di identità e resistenza pacifica, l’anguria è oggi un’icona globale di solidarietà. Attraverso questo potente contrasto visivo, la città di Rovereto si fa portavoce di un messaggio di pace, invitando a superare le apparenze e a riflettere sul valore universale dei diritti umani e della convivenza civile.» Insomma, è questa la “solidarietà” ai palestinesi del Comune di Rovereto: scippare loro un simbolo di resistenza e disarmarlo con tante parole vuote, e un «contrasto» non solo visivo. Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può. Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare, torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento. I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi divorare come un’anguria, e rinfrescare un po’ le coscienze in una calda estate roveretana. Difficile essere insieme più complici e più ipocriti. Al di là delle «apparenze», i giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della «convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per primi ogni connivenza con il loro Stato. Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per noi siete i benvenuti. Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la accoglie e la sua pelosa “solidarietà”. Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
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Valsusa: scoperto dispositivo di videoregistrazione davanti a una casa
Riceviamo e diffondiamo: Condividiamo quanto successo in Val Susa in seguito agli arresti e le perquisizioni del 16 giugno. In allegato testo e immagini, da condividere nei modi preferiti, per conoscenza e autodifesa in casi futuri. Nella giornata di martedì 30 giugno due persone vestite da lavoratori ENEL con relativi mezzi, un cestello e un’auto di servizio, son state avvistate mentre installavano, a circa 9 metri di altezza, una scatola elettrica su un palo della luce davanti a una casa di montagna a Mattie, in ValSusa, in uno dei luoghi in cui sono avvenuti gli arresti del 16 Giugno, a scapito di 7 persone anarchiche in giro per l’italia, legati ad attacchi all’infrastruttura ferroviaria ad alta velocità in occasione del magna-magna olimpico. All’interno della scatola, collegata direttamente alla rete tramite un semplice cavo inguainato bianco, son state trovate una videocamera, un trasformatore AC-DC, un dispositivo di controllo a distanza e una SIM. Che in questura si patisca il caldo torinese è risaputo; che sfruttino tutte le occasioni per una trasferta sui monti è comprensibile; che vogliano spiare e rovinare la vita delle persone solo perché ne hanno il potere, rimane tuttora inaccettabile da chi aspira a un mondo diverso. Sapendo che non sarà l’ultima che metteranno, ma neanche l’ultima che cadrà dal palo, continuiamo a rivendicarci una vita di lotta contro un mondo che non sa fare altro che controllare, reprimere e sterminare qualsiasi difformità rispetto al sistema capitalista. Solidarietà a Bibi, Micol, Giu, Luna, Nico, Pietro, Arnau, Stefano e Toni! MILLE MODI, UN SOLO ORIZZONTE: LIBERTÀ! Cassa AntiRepressione delle Alpi Occidentali
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Riserve indiane a Gaza, pulizia etnica in Cisgiordania
Riprendiamo e diffondiamo da https://pungolorosso.com/2026/07/16/gaza-il-board-of-peace-prepara-le-riserve-in-cui-rinchiudere-i-palestinesi-di-gaza-mentre-il-governo-netanyahu-fonda-altre-colonie-in-cisgiordania-eliana-riva/ Come abbiamo fatto altre volte, riprendiamo due articoli che Eliana Riva ha scritto per Adalah che, con l’abituale puntualità, illustrano e denunciano gli ultimi sviluppi dei criminali piani dei sionisti e dei loro protettori internazionali sulle popolazioni palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. (Red.) -------------------------------------------------------------------------------- https://elianariva.substack.com/p/israele-investe-oltre-600-milioni GAZA, IL BOARD OF PEACE PREPARA LE RISERVE IN CUI RINCHIUDERE LA POPOLAZIONE PALESTINESE FONTI ISRAELIANE PARLANO DI UN PIANO COORDINATO USA-ISRAELE SECONDO CUI TEL AVIV OCCUPA E AVANZA MENTRE WASHINGTON RINCHIUDE LA POPOLAZIONE IN AREE CHIUSE E CONTROLLATE DALLE FORZE MULTINAZIONALI La prima zona individuata è Tal al-Sultan, nei pressi di Rafah. Qui dovrebbero essere indirizzati civili palestinesi senza armi e non affiliati ad Hamas. A decidere chi è dentro e chi fuori sarà Israele, senza neanche mostrare le prove eventuali e senza alcuna possibilità di ricorso da parte dei palestinesi marchiati da Tel Aviv. Ad allontanarli sarebbero invece i contingenti multinazionali, che sotto la gestione del Board of Peace vestiranno i panni di costosi e mastodontici “buttafuori”. Secondo la ricostruzione israeliana avranno base a Camp Amitai, vicino alla Striscia, in una struttura costruita per ospitarli, e saranno equipaggiati con armi non letali. L’esercito di Tel Aviv, intanto, continuerà a mantenere le proprie posizioni di occupazione ad approfondire la presa sulle aree oltre la cosiddetta linea gialla. Il linguaggio, come sempre, è quello dell’assistenza. Cibo, cure mediche, servizi essenziali, rifugi per la popolazione. Ma la logica del piano è esplicitamente politica e militare: separare Hamas dalla società palestinese, “pezzo dopo pezzo”, spostando i civili verso aree amministrate da un’autorità esterna e sottraendo al movimento islamico il controllo sulla popolazione. Un piano fallimentare, perché Hamas, come già dimostrato in due anni di stragi e distruzioni israeliane, non è un movimento esterno, definito limitato ed “estraibile”. Il modello è quello classico di una riserva coloniale. Spazi chiusi, sorvegliati, privati di sovranità, in cui una popolazione viene spostata dopo essere stata bombardata, affamata e cacciata. Anche i nativi americani furono rinchiusi nelle riserve con la formula della “protezione”. A Gaza, il linguaggio è aggiornato: si parla di zone umanitarie. La fonte israeliana presenta il progetto come l’attuazione della sezione 17 del piano Trump, che prevede una “riabilitazione temporanea” nelle zone libere da Hamas. Nelle aree individuate, assicurano i funzionari citati dal quotidiano, non entrerà cemento per la ricostruzione di Gaza. Al suo posto saranno installati caravan. Niente case, quartieri, infrastrutture stabili, ma strutture provvisorie per una popolazione già costretta a spostarsi più volte, dopo mesi di bombardamenti, assedio, distruzione e fame. Il Board of Peace ha già iniziato a individuare siti nelle comunità israeliane attorno a Gaza per costruire grandi magazzini logistici destinati a servire i rifugi umanitari. La macchina si organizza fuori dalla Striscia, mentre dentro Gaza la popolazione resta oggetto del piano, non soggetto politico. I palestinesi vengono spostati, filtrati, assistiti, separati. Non rappresentati. La stessa fonte israeliana descrive la strategia come una manovra a tenaglia. Da un lato l’esercito israeliano continuerà a rafforzare il proprio controllo sul territorio e a sottrarre aree a Hamas. Dall’altro il Board of Peace proverà a sottrarre popolazione al movimento. L’obiettivo, nelle parole dei funzionari che hanno visionato i piani, è lasciare Hamas senza popolazione, senza territorio e senza risorse. Nel governo israeliano il progetto viene presentato come una risposta ai vincoli posti dagli Stati Uniti. Secondo Israel Hayom, Washington impedisce a Israele di riprendere pienamente i combattimenti nella Striscia, nonostante il rifiuto di Hamas di disarmare. Una fonte politica citata dal quotidiano dice che Israele si muove “entro i vincoli americani”, aumentando il ritmo delle eliminazioni ma restando sotto la soglia della critica internazionale. Nonostante la situazione umanitaria catastrofica, la fame, la distruzione “lunare” e l’assedio israeliano che causa scarsità di cibo, medicine e beni essenziali alla sopravvivenza, è prevedibile che la gran parte della popolazione rifiuti di rinchiudersi volontariamente nelle riserve costruite sulla propria terra. Gli Stati Uniti proporranno con ogni probabilità incentivi economici e di sostegno ma l’emigrazione “volontaria” evocata dalla leadership politica israeliana aleggia come un rapace sulle scelte della popolazione di Gaza, trasformando ogni “offerta” Israelo-statunitense in una trappola per la pulizia etnica. -------------------------------------------------------------------------------- https://elianariva.substack.com/p/israele-investe-oltre-600-milioni ISRAELE INVESTE OLTRE 600 MILIONI DI EURO IN NUOVE COLONIE: LE INFRASTRUTTURE MANGERANNO LA TERRA PALESTINESE ABITAZIONI PREFABBRICATE, STRADE E INFRASTRUTTURE SERVIRANNO A PRENDERE IL CONTROLLO, CON POCHI COLONI, DI AMPIE PORZIONI DELLA CISGIORDANIA PALESTINESE OCCUPATA, RENDENDO ANCORA PIÙ DIFFICILE SMANTELLARE GLI INSEDIAMENTI IN FUTURO. Israele investirà oltre 600 milioni di euro per costruire nuove colonie nella Cisgiordania occupata e le infrastrutture necessarie a sostenerle. L’approvazione è stata rivendicata con giubilo dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ultranazionalista religioso e principale ideologo dell’annessione della Cisgiordania, secondo il quale il piano servirà a “uccidere l’idea” della nascita di uno Stato palestinese. Il governo ha fatto sapere oggi di aver approvato lo stanziamento di 1,3 miliardi di shekel (circa 380 milioni di euro) per la realizzazione di 34 nuove colonie. Secondo Smotrich altri 1.075 miliardi di shekel (circa 315 milioni di euro) saranno destinati alla costruzione delle strade che le collegheranno alla rete viaria israeliana. Complessivamente, quasi 2,4 miliardi di shekel, oltre 600 milioni di euro, destinati a consolidare ed accrescere la presenza israeliana nei territori occupati. L’annuncio è arrivato da Smotrich e dalla ministra degli Insediamenti, l’ultraconservatrice ed estremista di destra Orit Strock. I fondi finanzieranno abitazioni prefabbricate, reti elettriche e idriche, infrastrutture e collegamenti stradali, con l’obiettivo di rendere immediatamente operative le nuove colonie, ancora prima del completamento di tutte le procedure amministrative. Come ha spiegato lo stesso Smotrich, il governo vuole evitare che le decisioni “rimangano sulla carta”, trasformandole rapidamente in “fatti sul terreno”. È la politica che Tel Aviv persegue da decenni: cambiare lo status quo prima che qualcuno arrivi a fermare l’espansione illegale. Uno stop che fino ad oggi non è mai arrivato – con sorpresa forse degli stessi israeliani – né purtroppo arriverà a breve.Iscriviti La scelta di accelerare la costruzione prima delle elezioni di ottobre risponde anche all’esigenza di rendere più difficile per eventuali futuri governi bloccare o revocare il progetto. Una volta costruite case, strade e servizi, smantellare una colonia diventa infatti una decisione politicamente e materialmente molto più complessa. L’opposizione all’attuale governo Netanyahu non si oppone all’occupazione totale della Cisgiordania né alla pulizia etnica dei palestinesi ma predica una colonizzazione più “ragionata”, che consenta all’esercito di controllare ampie fasce di territorio palestinese minimizzando gli interventi e i rischi. Con queste 34 nuove colonie salgono a 103 gli insediamenti approvati dall’attuale governo in poco più di tre anni. Un’accelerazione senza precedenti nella storia del movimento coloniale israeliano. Strock ha definito il provvedimento “il più importante nella storia del sionismo”, mentre Smotrich ha parlato di “una giornata di festa per Israele e per gli insediamenti”. Il ministro non ha nascosto il significato politico dell’operazione. “Stiamo rafforzando la sicurezza dello Stato di Israele, uccidendo l’idea della creazione di uno Stato terroristico nel cuore del Paese e consolidando la nostra presa sulla patria in Giudea e Samaria”, ha dichiarato, utilizzando la denominazione biblica con cui il governo israeliano indica la Cisgiordania occupata. Il riferimento allo “Stato terroristico” è l’espressione con cui Smotrich e altri membri del governo Netanyahu definiscono abitualmente l’ipotesi di uno Stato palestinese. Le nuove colonie sorgeranno in aree strategiche, tra cui la Valle del Giordano e le colline a sud di Hebron, contribuendo a rafforzare il controllo israeliano sull’Area C, che rappresenta circa il 60 per cento della Cisgiordania occupata. Le organizzazioni israeliane per i diritti umani avvertono che, pur ospitando un numero relativamente limitato di coloni, questi insediamenti consentiranno di estendere il controllo su vaste porzioni di territorio palestinese, con nuove confische di terre, restrizioni alla libertà di movimento e ulteriori difficoltà di accesso ai servizi essenziali per la popolazione palestinese. Le colonie israeliane nei territori occupati sono considerate illegali dal diritto internazionale. Il governo Netanyahu continua invece a finanziarle con risorse pubbliche, trasformando progressivamente l’occupazione militare in un controllo civile permanente del territorio. Con il violento e sanguinario supporto dei coloni, che agiscono completamente fuori dalla legge. Non solo da quella internazionale ma dalla stessa legge israeliana. ADALAH – Questioni mediorientali è una pubblicazione sostenuta dai lettori. 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Operazione del 16 giugno. Toni è libero, Pietro è ancora in carcere
Riprendiamo da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/07/13/aggiornamento-sugli-arrestati-del-16-giugno-revocate-le-misure-cautelari-per-otto-di-loro/ Aggiornamento sugli arrestati del 16 giugno. Revocate le misure cautelari per otto di loro Apprendiamo che, in seguito all’udienza presso il Tribunale del Riesame, sono state revocate le misure cautelari in carcere e ai domiciliari per Arnau, Bibi, Giulia, Luna, Micol, Nico e Stefano, applicate loro a seguito dell’operazione repressiva del 16 giugno per il reato associativo 270 bis. Anche per Toni, nei cui confronti il 16 giugno era stata applicata la custodia cautelare in carcere con l’accusa di “terrorismo della parola” (in applicazione della nuova fattispecie di reato 270 quinquies, comma terzo), è stata successivamente revocata la misura cautelare. Per quanto riguarda Pietro, perseguito con la medesima accusa mossa nei confronti di Toni, al momento è ancora imprigionato nel carcere di Terni. Per scrivergli: Pietro Rosetti Casa Circondariale di Terni Strada delle Campore, 32 05100 – Terni (TR)
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Trento, lunedì 20 luglio: Circondiamo (di nuovo) il Rettorato!
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: presidio 20 luglio Contro guerre, genocidio e divieti CIRCONDIAMO (DI NUOVO) IL RETTORATO! Il Rettore ha paura / gli salta la poltrona / e chiama la Questura Il contrattacco del Rettore dell’Università di Trento, Flavio Deflorian, che ha chiesto e ottenuto dalla Questura che le manifestazioni non si svolgano più sotto il Rettorato, gli si è rivolto contro come un piccolo boomerang. Il cacerolazo di lunedì 13 luglio, che ha “circondato” gli uffici del Rettore svolgendosi contemporaneamente alle due estremità di via Calepina, è stato il più partecipato e rumoroso. Facendo risuonare, nel pieno del centro di Trento, le responsabilità dell’Università trentina e di chi la rappresenta nel contribuire alla guerra e al genocidio dei palestinesi. «Prima vi ignorano, poi vi combattono, infine vincerete.» Ora più che mai, bisogna insistere! LUNEDÌ 20 LUGLIO DOPPIO PRESIDIO in via Garibaldi (Piazza d’Arogno) e via Roccabruna Ritrovo ore 17.30 in via Garibaldi Portare pentole, fischietti, trombe da stadio e tutto quel che serve per far rumore Microfono aperto PALESTINA LIBERA! Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese -------------------------------------------------------------------------------- Qui sotto la chiamata del 13 luglio, dopo il divieto della Questura di manifestare sotto il Rettorato: Contro guerre, genocidio e divieti CIRCONDIAMO IL RETTORATO Da alcune settimane a questa parte, come Assemblea di solidarietà alla resistenza palestinese, abbiamo ripreso l’attività di pressione contro l’Università di Trento, che – in omaggio alle lotte dei neri sudafricani contro l’apartheid – chiamiamo «campagna di sfida». Il nostro obiettivo è spingere Uni-Tn a rompere ogni collaborazione con le università israeliane, le aziende che collaborano al genocidio dei palestinesi e più in generale l’industria bellica. Abbiamo deciso di concentrarci in particolare contro il Rettorato di via Calepina, sotto il quale, tutti gli scorsi lunedì dalle 18, abbiamo tenuto dei rumorosi cacerolazo (battiture di pentole) alternati a interventi contro le collaborazioni, il genocidio e la guerra. La cosa deve avere almeno un po’ infastidito l’Ateneo e il rettore Deflorian, non nuovo peraltro alle reazioni scomposte (memorabile quando, l’anno scorso, negò su un giornale locale ogni collaborazione con la guerra e il genocidio, per essere sonoramente smentito nel giro di pochi giorni da una lettera aperta di un gruppo di ricercatori). La Questura, infatti, ci ha notificato negli scorsi giorni che la protesta potrà tenersi ovunque tranne sotto il Rettorato, perché disturberebbe «il regolare svogimento delle attività amministrative» e «potrebbe evolvere verso episodi di ulteriore intemperanza verso il Rettore», già apostrofato mentre usciva dagli uffici («si vergogni!», «complice del genocidio») e addirittura costretto a interrompere una telefonata (!). Se in fondo ci fa piacere che le nostre modeste attività abbiano dato almeno un po’ di fastidio, non possiamo ignorare lo sfondo su cui si colloca questa prova tecnica di silenziamento e repressione. Mentre al vertice di Ankara la NATO prepara riarmo e guerre per decenni; mentre viene varato un pacchetto “sicurezza” dietro l’altro; mentre Trump e i suoi preparano un vertice internazionale contro gli «Antifa» e «l’estremismo di sinistra», il messaggio non potrebbe essere più chiaro: in una società in guerra, disturbare il manovratore è vietato. Dopo non aver mai interrotto le proprie collaborazioni con la guerra e il genocidio, la «comunità accademica» trentina che Deflorian rappresenta e dice di avere dietro di sé, si fa coerentemente complice di ciò che la guerra porta sempre con sé: controllo e repressione. Facciamo appello a chi non vuole accettare tutto ciò a scendere in piazza con noi. Ne va delle lotte, della libertà, delle vite di tutti e tutte. Palestina libera!
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Il tempo è finito ieri. Per il pediatra palestinese Hussam Abu Safiya
Riceviamo e diffondiamo questo racconto e appello. Sulla vicenda si veda anche qui. HUSSAM ABU SAFIYA La sua famiglia era di Hamama, antica città palestinese a pochi chilometri da Gaza, ma che non esiste più, occupata e distrutta da Israele nel 1948, i suoi 5mila abitanti scacciati e così Hussam è nato e cresciuto nel campo profughi di Jabalia, campo terribilmente noto per le migliaia di vittime che ha pagato e paga al terrorismo sionista. Riesce comunque a frequentare l’università, in Kazakistan: medicina, specializzazione pediatria, ma, ottenuta la laurea, torna immediatamente nella Striscia con Elbina, la moglie kazaka. Ad inizi 2024 nel pieno del genocidio è nominato direttore generale dell’ospedale di Beit Lahia nel nord di Gaza. Pur sotto continui bombardamenti e la mancanza di ogni cosa o quasi, l’ospedale mantiene una discreta, eroica operatività. Hussam vi si stabilisce in maniera stabile, per un certo periodo attraverso Instagram riesce a comunicare giornalmente l’orrore che sta vedendo e vivendo, ma tutto precipita a fine anno. Un drone uccide suo figlio quindicenne, in un’altra occasione anche lui rimane ferito da alcune schegge. Poi il 27 dicembre l’IDF va all’assalto dell’ospedale come fosse una fortezza nemica, un nemico composto da dottori, infermieri, pazienti gravemente ammalati, altri amputati, donne partorienti, neonati in incubatrice. Morti, feriti, distruzione, l’ospedale non esiste più. Tra le 200 e 300 persone vengono rapite: si rivedono le terribili immagini di lunghe colonne di uomini seminudi, legati e bendati, fucili puntati. Tra loro anche Hussam. È trascorso un anno e mezzo, Hussam non è stato semplicemente rapito, è stato letteralmente inghiottito, nel buio più orrorifico. Di lui si sa poco e quel poco è l’inferno. Giorni e giorni per scoprire che era nel campo di concentramento di Sde Teiman in pieno deserto, un vero lager, un campo di tortura ed ogni sorta di violenza e depravazione. Poi vari spostamenti, il suo avvocato lo può vedere solo a distanza di mesi e mesi e quello che ci riferisce è agghiacciante: Hussam è dimagrito di decine di chili, racconta dell’isolamento, dei continui lunghissimi interrogatori, ore e ore sotto tortura, botte, costole rotte, scosse elettriche e poi ogni umiliazione, la fame, nessun medicinale per i suoi problemi cardiaci. A differenza di migliaia di altri rapiti, di Hussam conosciamo bene il nome e il volto. Questo comporta che per la sua liberazione sia in atto una discreta mobilitazione internazionale, ma finché tanti, pur sinceramente vicini al popolo palestinese, non capiscono che se è Israele che lo tiene sequestrato, sono tutti gli Stati Occidentali che lo permettono, non si ottiene nulla. Ed infatti, come nulla fosse, un tribunale sionista decide periodicamente il prolungamento della sua detenzione a tempo indefinito senza specificare alcuna accusa. Si è potuto vedere l’ultima volta ad inizio giugno, con Hussam “miracolosamente” riapparso dopo 18 mesi da desaparecido, in collegamento video, unica misera concessione ottenuta dalle proteste internazionali. Rispetto al 7 ottobre Israele vuole allestire il più grande processo del secolo trasformandolo in un orrendo spettacolo mediatico, la più repellente propaganda, una narrazione tossica più che mai, il bene contro il male, o meglio, rispolverando la Bibbia, tanto cara ai giudici/carnefici sionisti, i figli della luce contro i figli delle tenebre. Trecento imputati e la pena di morte come prima richiesta dell’accusa, Hussam potrebbe essere tra loro se, tra stenti, torture e cure negate, non lo uccidono prima. Muoviamoci, per lui e tutti gli altri, concretamente, il tempo è finito ieri.
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Trento, lunedì 13 luglio: Contro guerra, genocidio e divieti, circondiamo il Rettorato!
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: comunicato rettorato Contro guerre, genocidio e divieti CIRCONDIAMO IL RETTORATO Da alcune settimane a questa parte, come Assemblea di solidarietà alla resistenza palestinese, abbiamo ripreso l’attività di pressione contro l’Università di Trento, che – in omaggio alle lotte dei neri sudafricani contro l’apartheid – chiamiamo «campagna di sfida». Il nostro obiettivo è spingere Uni-Tn a rompere ogni collaborazione con le università israeliane, le aziende che collaborano al genocidio dei palestinesi e più in generale l’industria bellica. Abbiamo deciso di concentrarci in particolare contro il Rettorato di via Calepina, sotto il quale, tutti gli scorsi lunedì dalle 18, abbiamo tenuto dei rumorosi cacerolazo (battiture di pentole) alternati a interventi contro le collaborazioni, il genocidio e la guerra. La cosa deve avere almeno un po’ infastidito l’Ateneo e il rettore Deflorian, non nuovo peraltro alle reazioni scomposte (memorabile quando, l’anno scorso, negò su un giornale locale ogni collaborazione con la guerra e il genocidio, per essere sonoramente smentito nel giro di pochi giorni da una lettera aperta di un gruppo di ricercatori). La Questura, infatti, ci ha notificato negli scorsi giorni che la protesta potrà tenersi ovunque tranne sotto il Rettorato, perché disturberebbe «il regolare svogimento delle attività amministrative» e «potrebbe evolvere verso episodi di ulteriore intemperanza verso il Rettore», già apostrofato mentre usciva dagli uffici («si vergogni!», «complice del genocidio») e addirittura costretto a interrompere una telefonata (!). Se in fondo ci fa piacere che le nostre modeste attività abbiano dato almeno un po’ di fastidio, non possiamo ignorare lo sfondo su cui si colloca questa prova tecnica di silenziamento e repressione. Mentre al vertice di Ankara la NATO prepara riarmo e guerre per decenni; mentre viene varato un pacchetto “sicurezza” dietro l’altro; mentre Trump e i suoi preparano un vertice internazionale contro gli «Antifa» e «l’estremismo di sinistra», il messaggio non potrebbe essere più chiaro: in una società in guerra, disturbare il manovratore è vietato. Dopo non aver mai interrotto le proprie collaborazioni con la guerra e il genocidio, la «comunità accademica» trentina che Deflorian rappresenta e dice di avere dietro di sé, si fa coerentemente complice di ciò che la guerra porta sempre con sé: controllo e repressione. Facciamo appello a chi non vuole accettare tutto ciò a scendere in piazza con noi. Ne va delle lotte, della libertà, delle vite di tutti e tutte. Palestina libera! TRENTO, LUNEDÌ 13 LUGLIO DOPPIO PRESIDIO in via Garibaldi (Piazza d’Arogno) e via Roccabruna Ritrovo ore 17.30 in via Garibaldi Portare pentole, fischietti, trombe da stadio e tutto quel che serve per far rumore Microfono aperto Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
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