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«Stupidi e ciechi reazionari». Impressioni di febbraio
Che lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata stampa). Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi” ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante), più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un «terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi tutti in galera (e magari in 41-bis)”. Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e “pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli effetti sempre più tangibili della sua economia. E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14 milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4 milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno “radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo), il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla – potrebbe riservare brutte sorprese. Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda. Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad accelerarne il varo? “Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata, davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto sicurezza “ex ddl 1660”). Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra. Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione, prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo bastonate. Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti, feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando. Per quanto ci riguarda, bene così.
Stato di emergenza
In primo piano
Ubu Re e il suo Consiglio di amministrazione
Quella riportata sotto è la struttura del “Consiglio di Pace” promosso da Trump, per come è stata rivelata da “The Times of Israel”. Come già sottolineato (https://ilrovescio.info/2025/10/03/ubu-re-nellera-della-tecnocrazia/), siamo oltre la più fervida letteratura distopica. Siamo al grottesco dotato di poteri mostruosi. Nessun imperatore nella storia – nemmeno il Caligola messo in scena da Camus – ha mai pensato di autoincoronarsi Presidente a vita del Consiglio di Amministrazione della Pace per governare il mondo intero (da notare che Gaza non viene nominata nemmeno di sfuggita). Un club con ingresso a pagamento su cui il Presidente ha ogni potere di controllo. E soprattutto nessuno nella storia aveva mai pensato di riunire nello stesso Board un “governo tecnocratico” a rappresentare un popolo sottoposto a genocidio insieme al governo che il genocidio lo sta compiendo. L’entrata nel Consiglio di Amministrazione da parte del regime sionista avviene proprio nei giorni in cui emerge che l’esercito israeliano ha utilizzato a Gaza anche armi termiche e termobariche fornite dagli Stati Uniti. Chiamate “bombe a vuoto” o “aerosol”, capaci di generare temperature superiori ai 3.500 gradi Celsius (6.332 gradi Fahrenheit), queste armi hanno fatto evaporare – lasciando al loro posto pezzi di carne e mucchi di cenere – centinaia di gazawi. Provando a immaginare l’inimmaginabile (i corpi inceneriti, i loro inceneritori ancora in carica, accolti a braccia aperte da chi ha fornito loro gli strumenti di incenerimento), possiamo leggere il finale dello statuto: «Il Consiglio della Pace è dotato di un sigillo ufficiale, che deve essere approvato dal Presidente». Il sigillo della ridicolaggine assassina. L’inconfondibile Armand Robin scrisse alla Gestapo, il 5 ottobre 1943: «È esattissimo che io vi disapprovo di una disapprovazione per la quale non esiste nome in nessuna delle lingue che conosco (e certamente neppure nella lingua ebraica, che voi mi fate desiderare di studiare). Voi siete degli assassini, signori; e aggiungo anche (è un punto di vista cui tengo molto) che siete degli assassini ridicoli». STATUTO DEL CONSIGLIO DI PACE Preambolo Dichiarando che una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito; Riconoscendo che una pace duratura mette radici quando le persone sono messe nelle condizioni di assumere il controllo e la responsabilità del proprio futuro; Affermando che solo una partnership sostenuta e orientata ai risultati, fondata sulla condivisione degli oneri e degli impegni, può garantire la pace in luoghi dove essa si è dimostrata troppo a lungo irraggiungibile; Deplorando che troppi approcci alla costruzione della pace favoriscano una dipendenza perpetua e istituzionalizzino la crisi invece di aiutare le persone a superarla; Sottolineando la necessità di un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace; e Decidendo di costituire una coalizione di Stati volenterosi, impegnati nella cooperazione pratica e nell’azione efficace, guidati dal giudizio e nel rispetto della giustizia, le Parti adottano il presente Statuto del Consiglio di Pace. Articolo 1: Missione CAPITOLO I – FINALITÀ E FUNZIONI Il Consiglio di Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ristabilire una governance affidabile e conforme alla legge e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Il Consiglio di Pace svolgerà tali funzioni di costruzione della pace in conformità al diritto internazionale e secondo quanto approvato ai sensi del presente Statuto, inclusi lo sviluppo e la diffusione di migliori pratiche applicabili da tutte le nazioni e comunità che perseguono la pace. CAPITOLO II – ADESIONE Articolo 2.1: Stati membri L’adesione al Consiglio di Pace è limitata agli Stati invitati a partecipare dal Presidente e ha inizio con la notifica del consenso dello Stato a essere vincolato dal presente Statuto, in conformità al Capitolo XI. Articolo 2.2: Responsabilità degli Stati membri (a) Ogni Stato membro sarà rappresentato nel Consiglio di Pace dal proprio Capo di Stato o di Governo. (b) Ogni Stato membro sosterrà e assisterà le operazioni del Consiglio di Pace in conformità con le rispettive autorità legali interne. Nulla nel presente Statuto deve essere interpretato come conferimento al Consiglio di Pace di giurisdizione all’interno del territorio degli Stati membri, né come obbligo per gli Stati membri di partecipare a una specifica missione di costruzione della pace senza il loro consenso. (c) Ogni Stato membro servirà un mandato non superiore a tre anni dall’entrata in vigore del presente Statuto, soggetto a rinnovo da parte del Presidente. Il mandato triennale non si applica agli Stati membri che contribuiscono con oltre 1.000.000.000 di dollari USA in fondi in contanti al Consiglio di Pace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello Statuto. Articolo 2.3: Cessazione dell’adesione L’adesione termina al verificarsi della prima delle seguenti condizioni: (i) scadenza del mandato triennale, soggetta all’Articolo 2.2(c) e a rinnovo da parte del Presidente; (ii) recesso, ai sensi dell’Articolo 2.4; (iii) decisione di rimozione da parte del Presidente, soggetta al veto di una maggioranza dei due terzi degli Stati membri; o (iv) scioglimento del Consiglio di Pace ai sensi del Capitolo X. Uno Stato la cui adesione termina cessa anche di essere Parte dello Statuto, ma può essere nuovamente invitato a diventare Stato membro ai sensi dell’Articolo 2.1. Articolo 2.4: Recesso Qualsiasi Stato membro può recedere dal Consiglio di Pace con effetto immediato mediante comunicazione scritta al Presidente. CAPITOLO III – GOVERNANCE Articolo 3.1: Il Consiglio di Pace (a) Il Consiglio di Pace è composto dai suoi Stati membri. (b) Il Consiglio di Pace vota su tutte le proposte all’ordine del giorno, incluse quelle relative ai bilanci annuali, all’istituzione di entità sussidiarie, alla nomina di alti dirigenti esecutivi e alle principali determinazioni politiche, come l’approvazione di accordi internazionali e l’avvio di nuove iniziative di costruzione della pace. (c) Il Consiglio di Pace si riunisce in sedute deliberative almeno una volta all’anno e in ulteriori occasioni e luoghi ritenuti opportuni dal Presidente. (d) Ogni Stato membro dispone di un voto. (e) Le decisioni sono adottate a maggioranza degli Stati membri presenti e votanti, previa approvazione del Presidente, che può anche esprimere un voto in caso di parità. (f) Il Consiglio di Pace terrà inoltre riunioni regolari non deliberative con il Consiglio Esecutivo. (g) Gli Stati membri possono essere rappresentati da un alto funzionario alternativo, previa approvazione del Presidente. (h) Il Presidente può invitare organizzazioni regionali di integrazione economica a partecipare ai lavori. Articolo 3.2: Presidente (a) Donald J. Trump fungerà da Presidente inaugurale del Consiglio di Pace e separatamente da rappresentante inaugurale degli Stati Uniti d’America. (b) Il Presidente ha autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie. Articolo 3.3: Successione e sostituzione Il Presidente designerà in ogni momento un successore. La sostituzione potrà avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o incapacità, determinate da voto unanime del Consiglio Esecutivo. Articolo 3.4: Sottocomitati Il Presidente può istituire sottocomitati e definirne mandato, struttura e regole. CAPITOLO 4. Consiglio Esecutivo Articolo 4.1: Composizione e rappresentanza del Consiglio Esecutivo (a) Il Consiglio Esecutivo è selezionato dal Presidente ed è composto da leader di statura globale. (b) I membri del Consiglio Esecutivo restano in carica per mandati di due anni, sono soggetti a revoca da parte del Presidente e possono essere rinnovati a sua discrezione. (c) Il Consiglio Esecutivo è guidato da un Direttore Esecutivo nominato dal Presidente e confermato da un voto di maggioranza del Consiglio Esecutivo. (d) Il Direttore Esecutivo convoca il Consiglio Esecutivo ogni due settimane per i primi tre mesi successivi alla sua istituzione e, successivamente, con cadenza mensile, nonché in ulteriori occasioni qualora il Direttore Esecutivo lo ritenga opportuno. (e) Le decisioni del Consiglio Esecutivo sono adottate a maggioranza dei membri presenti e votanti, incluso il Direttore Esecutivo. Tali decisioni entrano in vigore immediatamente, fatta salva la facoltà del Presidente di esercitare il veto in qualsiasi momento successivo. (f) Il Consiglio Esecutivo determina il proprio regolamento interno. Articolo 4.2: Mandato del Consiglio Esecutivo Il Consiglio Esecutivo: (a) esercita i poteri necessari e appropriati per attuare la missione del Consiglio della Pace, in conformità con il presente Statuto; (b) riferisce al Consiglio della Pace sulle proprie attività e decisioni con cadenza trimestrale, in conformità all’Articolo 3.1(f), nonché in ulteriori occasioni che il Presidente potrà determinare. CAPITOLO V – DISPOSIZIONI FINANZIARIE Articolo 5.1: Spese Il finanziamento delle spese del Consiglio della Pace avviene tramite contributi volontari degli Stati membri, di altri Stati, di organizzazioni o di altre fonti. Articolo 5.2: Conti Il Consiglio della Pace può autorizzare l’istituzione di conti nella misura necessaria allo svolgimento della propria missione. Il Consiglio Esecutivo autorizza l’adozione di sistemi di controllo e di meccanismi di vigilanza in materia di bilanci, conti finanziari e erogazioni, nella misura necessaria o opportuna a garantirne l’integrità. Articolo 6 (a) Il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari possiedono personalità giuridica internazionale. Essi dispongono della capacità giuridica necessaria al perseguimento della loro missione (inclusa, a titolo esemplificativo e non esaustivo, la capacità di stipulare contratti, acquisire e alienare beni mobili e immobili, promuovere procedimenti giudiziari, aprire conti bancari, ricevere ed erogare fondi pubblici e privati, nonché assumere personale). pratiche orientate ai risultati(b) Il Consiglio della Pace assicura la concessione dei privilegi e delle immunità necessari all’esercizio delle funzioni del Consiglio della Pace, dei suoi enti sussidiari e del relativo personale, da stabilirsi mediante accordi con gli Stati nei quali il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari operano, ovvero attraverso altre misure adottate da tali Stati in conformità ai rispettivi ordinamenti giuridici interni. Il Consiglio può delegare l’autorità a negoziare e concludere tali accordi o intese a funzionari designati all’interno del Consiglio della Pace e/o dei suoi enti sussidiari. Articolo 7 CAPITOLO VII – INTERPRETAZIONE E RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE Le controversie interne tra e all’interno dei membri, degli enti e del personale del Consiglio della Pace, relative a questioni attinenti al Consiglio della Pace, dovrebbero essere risolte mediante una collaborazione amichevole, in conformità con le autorità organizzative stabilite dal presente Statuto; a tal fine, il Presidente è l’autorità finale in merito al significato, all’interpretazione e all’applicazione del presente Statuto. CAPITOLO VIII – MODIFICHE ALLO STATUTO Articolo 8 Le modifiche allo Statuto possono essere proposte dal Consiglio Esecutivo oppure da almeno un terzo degli Stati membri del Consiglio della Pace che agiscano congiuntamente. Le proposte di modifica sono trasmesse a tutti gli Stati membri almeno trenta (30) giorni prima della loro messa ai voti. Tali modifiche sono adottate previa approvazione con una maggioranza dei due terzi del Consiglio della Pace e pratiche orientate ai risultati confermata da parte del Presidente. Le modifiche ai Capitoli II, III, IV, V, VIII e X richiedono l’approvazione unanime del Consiglio della Pace e la conferma del Presidente. Una volta soddisfatti i requisiti pertinenti, le modifiche entrano in vigore alla data indicata nella risoluzione di modifica o, in mancanza di tale indicazione, immediatamente. CAPITOLO IX – RISOLUZIONI O ALTRE DIRETTIVE Articolo 9 Il Presidente, agendo per conto del Consiglio della Pace, è autorizzato ad adottare risoluzioni o altre direttive, in conformità con il presente Statuto, al fine di attuare la missione del Consiglio della Pace. CAPITOLO X – DURATA, SCIOGLIMENTO E TRANSIZIONE Articolo 10.1: Durata Il Consiglio della Pace continua ad esistere fino a quando non venga sciolto in conformità al presente Capitolo, momento in cui il presente Statuto cesserà altresì di avere efficacia. Articolo 10.2: Condizioni per lo scioglimento Il Consiglio della Pace si scioglie nel momento in cui il Presidente lo ritenga necessario o opportuno, oppure alla fine di ogni anno solare dispari, salvo rinnovo da parte del Presidente entro e non oltre il 21 novembre di tale anno solare dispari. Il Consiglio Esecutivo stabilisce le norme e le procedure relative alla definizione di tutti i beni, le passività e le obbligazioni in caso di scioglimento. CAPITOLO XI – ENTRATA IN VIGORE Articolo 11.1: Entrata in vigore e applicazione provvisoria (a) Il presente Statuto entra in vigore con l’espressione del consenso a essere vincolati da parte di tre Stati. (b) Gli Stati che sono tenuti a ratificare, accettare o approvare il presente Statuto mediante procedure interne convengono di applicarne provvisoriamente le disposizioni, salvo che abbiano informato il Presidente, al momento della firma, dell’impossibilità di farlo. Gli Stati che non applicano provvisoriamente il presente Statuto possono partecipare ai lavori del Consiglio della Pace in qualità di Membri senza diritto di voto, in attesa della ratifica, accettazione o approvazione dello Statuto in conformità ai rispettivi ordinamenti giuridici interni, previa approvazione del Presidente. Articolo 11.2: Depositario Il testo originale del presente Statuto, nonché ogni sua modifica, è depositato presso gli Stati Uniti d’America, che sono designati quali Depositari del presente Statuto. Il Depositario provvede tempestivamente a fornire a tutti i firmatari del presente Statuto una copia certificata conforme del testo originale, nonché di ogni modifica o protocollo aggiuntivo ad esso. CAPITOLO XII – RISERVE Articolo 12 Non possono essere formulate riserve al presente Statuto. CAPITOLO XIII – DISPOSIZIONI GENERALI Articolo 13.1: Lingua ufficiale La lingua ufficiale del Consiglio della Pace è l’inglese. Articolo 13.2: Sede Il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari possono, in conformità con il presente Statuto, istituisce una sede centrale e uffici sul territorio. Il Consiglio della Pace negozierà, ove necessario, un accordo di sede e accordi disciplinanti gli uffici sul territorio con lo Stato o gli Stati ospitanti. Articolo 13.3: Sigillo Il Consiglio della Pace è dotato di un sigillo ufficiale, che deve essere approvato dal Presidente. IN FEDE DI CHE, i sottoscritti, debitamente autorizzati, hanno firmato il presente Statuto.
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La memoria è nella lotta contro il genocidio
Mentre viene approvata la prima bozza del cosiddetto “ddl antisemitismo”, pubblichiamo questo testo dell’Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese di Trento, distribuito in occasione di una manifestazione tenuta in città (in forma di presidio statico) nel cosiddetto “giorno della memoria”, nonostante e contro il divieto governativo di manifestare. Nel frattempo abbiamo appreso con piacere che il divieto è stato rotto anche altrove (per quanto ne sappiamo almeno a Roma, Venezia e Cagliari). La memoria è nella lotta contro il genocidio Il Ministero degli Interni ha vietato le manifestazioni durante la Giornata della Memoria, qualora prevedano il riferimento al genocidio in Palestina e critiche allo Stato d’Israele. Lo fece già due anni fa, ma ora è l’anticipazione di quello che accadrebbe ogni giorno con il disegno di legge in discussione al Senato (“Contrasto all’antisemitismo”), il quale equipara l’antisionismo all’antisemitismo, attraverso una definizione di quest’ultimo proposta da un organizzazione sionista, incentrata sul «diritto all’esistenza dello Stato di Israele», cioè il diritto di esistere di un progetto di colonialismo di insediamento a spese di nativi che vanno espulsi. Addirittura prevede corsi annuali di antisionismo per i docenti e l’obbligo di delazione per questi rispetto ad atti “antisemiti/antisionisti” (un collega che ricorda gli studenti uccisi nei bombardamenti a Gaza? uno studente con la kefiah? la diffusione di un volantino che invita al boicottaggio d’Israele?). Con il disegno di legge presentato da Gasparri di Fratelli d’Italia – non diverso da quelli presentati da Delrio e Giorgis del Partito Democratico – la propaganda sionista diventa legge e si traduce in censura e repressione. Non si potrebbe paragonare la rivolta del Ghetto di Varsavia all’azione del 7 ottobre o il ruolo di IBM nel fornire la tecnologia per i campi di sterminio nazisti a quello svolto da IBM nel genocidio algoritmico compiuto dall’IDF. Non si potrebbero criticare i progetti in corso tra Università di Trento e IBM Israel, riferendosi al ruolo di IBM Israel nel genocidio a Gaza. Non si potrebbe accostare la schedatura in Italia degli studenti palestinesi disposta a gennaio dal Ministero dell’Istruzione a quella degli ebrei sotto il fascismo. Non si potrebbe contestare la presenza di Israele ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina. Uno scenario già realtà in altri paesi europei, come Germania e Regno Unito, dove il gruppo d’azione diretta Palestine Action è stato dichiarato “terrorista” e una trentina di suoi appartenenti sono tuttora in carcere – alcuni dei quali hanno portato avanti uno sciopero della fame di più di due mesi, ottenendo la revoca di un contratto tra l’azienda di droni israeliana Elbit Systems e il governo britannico. Anche in Italia stanno aumentando i “colpevoli di Palestina”: Mohamed Shahin che rischia l’espulsione per frasi dette a una manifestazione, Ahmed Salem in carcere di massima sicurezza per aver diffuso dei video della resistenza palestinese, Anan Yaeesh condannato in Italia a cinque anni e sei mesi per il coinvolgimento in azioni della resistenza palestinese in Cisgiordania, Tarek Dridi in prigione per il corteo del 5 ottobre 2024 a Roma, Mohammad Hannoun e gli altri tre palestinesi incarcerati con l’accusa di aver mandato soldi alla resistenza palestinese. E centinaia di persone stanno venendo denunciate – a Trento come nel resto d’Italia – per le giornate del “Blocchiamo Tutto” e degli scioperi generali. Quelle giornate hanno tracciato una rotta che dobbiamo seguire, una rotta che può anche portarci fuori dai confini della legalità di uno Stato complice di genocidio. Se passerà il ddl “antisemitismo” ogni manifestazione, ogni conferenza, ogni serata di raccolta fondi che sollevi critiche allo Stato d’Israele sarà potenzialmente contro la legge. Questo deve farci smettere di gridare che Israele sta compiendo un genocidio col supporto dell’Occidente? Ci può giustificare dal non provare concretamente a fare qualcosa per impedirlo, agendo sulle collaborazioni attive dove viviamo? Chi ha aiutato gli ebrei a sottrarsi a rastrellamenti e deportazioni, chi ha sostenuto i partigiani (anche ebrei), chi ha disertato o sabotato la Wehrmacht, come altri eserciti, non l’ha fatto nella legalità e spesso l’ha pagato con la vita. È questa la memoria che proviamo a tenere viva oggi, ben diversa da quella ipocrita di chi finge di ricordare i genocidi di ieri mentre si fa complice di quelli di oggi. Non accettiamo lezioni sull’antisemitismo da un governo di neofascisti che hanno tra i loro “padri nobili” gli estensori delle Leggi Razziali. La Fase 2 del Piano Trump per Gaza è la premessa alla deportazione della popolazione gazawi, mentre l’imperialismo statunitense si fa sempre più violento e spudorato, attaccando il Venezuela, progettando di attaccare l’Iran, lasciando i curdi alla mercé del nuovo governo siriano, dichiarando di volersi prendere la Groenlandia con le buone o con le cattive, scatenando sul fronte interno la milizia ICE (peraltro addestrata dalle forze di sicurezza israeliane, che in quanto a deportazioni e rastrellamenti “vantano” decenni di esperienza) e prospettando guerre commerciali (di dazi e contro-dazi) che verranno pagate dai lavoratori e lavoratrici del mondo. La nostra Fase 2 può invece essere la ripresa di una lotta internazionalista contro chi fa le guerre, di cui saranno appuntamenti lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio (lanciato dai portuali genovesi) e gli scioperi studenteschi di marzo in Germania contro il ripristino della leva militare. Contro i divieti, scendiamo in strada! Contro la repressione, rafforziamo la solidarietà! Contro guerra e genocidio, alla lotta! Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Rompere le righe
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Prisoners for Palestine: 100 arresti a una manifestazione per Umer Khalid, in sciopero della fame e della sete
Riceviamo e diffondiamo questo aggiornamento (ringraziando chi l’ha tradotto): Qui l’originale (con un video): https://prisonersforpalestine.org/breaking-around-100-arrested-as-police-violently-attack-protestors-on-second-day-of-umer-khalids-thirst-strike/ ULTIME NOTIZIE: CIRCA 100 ARRESTATI MENTRE LA POLIZIA ATTACCA VIOLENTEMENTE I MANIFESTANTI NEL SECONDO GIORNO DELLO SCIOPERO DELLA SETE DI UMER KHALID 25 gennaio 2026 Ieri sera almeno 86 persone sono state arrestate per aver protestato a Wormwood Scrubs per chiedere che al ventiduenne Umer Khalid fossero consegnate per iscritto le promesse fatte dal direttore del carcere HMP Wormwood Scrubs, Amy Frost, riguardo al suo trattamento in prigione. In risposta a questa notizia dell’ultima ora, un portavoce di Prisoners for Palestine ha dichiarato: “Ieri sera, la polizia ha reagito in modo violento e sproporzionato alla protesta fuori dal carcere di Wormwood Scrubs, mentre Umer entrava nel secondo giorno del suo sciopero della sete. I partecipanti, tra cui alcuni pensionati, sono stati picchiati, presi a calci e legati a terra a faccia in giù dalla polizia. Un comandante è stato ripreso mentre prendeva ripetutamente a pugni un manifestante immobilizzato. Quasi un centinaio di arresti violenti hanno messo a nudo la fragilità e la paura dello Stato britannico. I nostri prigionieri hanno dimostrato che nessuna sbarra può fermare la loro resistenza, e all’esterno nessuna violenza ci impedirà di intensificare la nostra lotta per la Palestina. Centinaia di persone si sono impegnate a cacciare Elbit dalla Gran Bretagna con azioni dirette a seguito degli scioperi della fame, e questa repressione e violenza non faranno altro che renderci più forti”. In risposta alle accuse della polizia di violazione aggravata di domicilio, un testimone ha descritto le accuse come “tutte sciocchezze”, dicendo: «Non c’è nulla che vieti l’accesso al cortile. Si trattava di un ingresso per i visitatori con enormi cancelli aperti e senza personale di sicurezza. A nessuno è stato chiesto di andarsene e nessuno ha bloccato il personale penitenziario. Anzi, ho visto il personale penitenziario camminare intorno a noi ed entrare dall’ingresso che i manifestanti sono stati ingiustamente accusati di aver bloccato». Umer, che soffre di una rara malattia genetica, la distrofia muscolare dei cingoli, ed è attualmente detenuto in custodia cautelare presso l’HMP Wormwood Scrubs, è l’ultimo scioperante della fame rimasto a partecipare alla campagna di sciopero della fame Prisoners for Palestine. Umer è ora al sedicesimo giorno di sciopero della fame e al terzo giorno di sciopero della sete. Il fatto che Umer soffra di distrofia muscolare dei cingoli aumenta notevolmente i rischi associati al suo sciopero della fame. Inizialmente ha fatto lo sciopero della fame per dodici giorni prima di ammalarsi gravemente e non essere più in grado di camminare. Umer è stato accusato in relazione a un’azione che ha avuto luogo presso la base RAF di Brize Norton, dove due aerei militari sono stati imbrattati con vernice spray. I dati non filtrati dei transponder di volo pubblicati la scorsa estate hanno mostrato che gli aerei da rifornimento aereo KC-707 “Re’em” dell’aeronautica militare israeliana atterravano alla base RAF di Brize Norton prima di partire per Gaza. Un aereo israeliano che ha fatto scalo alla base RAF Brize Norton si trovava nei cieli sopra Gaza all’epoca di due evidenti crimini di guerra, tra cui quello dell’ottobre 2024, quando l’IAF ha bombardato un complesso residenziale nella città settentrionale di Beit Lahiya, uccidendo 73 persone.
Carcere
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Babele
La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei palestinesi in Italia Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi, Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati sono stati assolti. Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh. Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di terrorismo). Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità dell’impianto accusatorio. Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente, erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2 del carcere di Melfi. Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a questo processo. Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la causa palestinese. Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed appoggio. Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente significativa. Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è l’espressione di una precisa volontà politica. Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia). Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo successivamente riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA). In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?» Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino». Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli interessi economici che legano Italia ed Israele. Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e l’Europa non sono luoghi sicuri per voi. In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che vengono scientemente fatte morire di fame e freddo. Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini. Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia, le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis. La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di antisionismo con quello di antisemitismo. Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione «Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano sommamente ipocrite. Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno materiale possibile. Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed impossessarsi delle loro risorse. Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare nella propria sfera di influenza. Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di stampo coloniale. Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra. La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale, che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina. La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine. La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario. Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici, omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione, attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di questi strumenti offensivi. L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari, per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di beni stranieri. Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere contro chi detiene il potere. Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa aggressione. Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando con questa operazione le fantasie più distopiche. In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che certo non rispettavano la fila… Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese (A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio. Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a spada tratta. Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire diversi aspetti che ci legano ad esse. C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora. Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare per noi. Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo passivo, ma sono parte in gioco. I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque. Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose. In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed autodistruttive della società capitalista. Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla repressione. Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a Torino Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action Per una Palestina libera in un mondo libero. Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni. Complici e solidali
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Un avviso orale a Saronno (e diverse denunce in arrivo) per le mobilitazioni di inizio ottobre
Riceviamo e diffondiamo, esprimendo solidarietà a compagni e compagne: Avviso orale a Saronno Il Questore di Varese, Carlo Mazza, ha fatto notificare un avviso orale in merito alle manifestazioni dello scorso ottobre. In particolare si fa riferimento alla manifestazione del 2 ottobre, quando per la seconda sera consecutiva un corteo attraversava il centro di Saronno e infine bloccava i binari della stazione ferroviaria. L’avviso orale preannuncia anche l’arrivo di diverse denunce a riguardo per “impedimento della libera circolazione su strada”, “interruzione di pubblico servizio” e “manifestazione non autorizzata”. Il giorno dopo, venerdì 3 ottobre, su quegli stessi binari, ci andranno migliaia di persone, in una bellissima esplosione collettiva. Che ai questurini abbia dato fastidio lo strabordare collettivo e voglia rifarsi su qualcuno? Toccano uno/a, toccano tutti/e. BASTA GUERRE, PALESTINA LIBERA compagni e compagne della provincia di Varese
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