Che lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed
energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del
centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è
seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo
dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a
fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per
l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata
stampa).
Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli
scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi”
ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante),
più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per
l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche
il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la
decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha
tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi
nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un
«terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo
appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente
il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere
quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre
più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia
contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi
tutti in galera (e magari in 41-bis)”.
Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche
dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello
voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e
“pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la
criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una
sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà
di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli
effetti sempre più tangibili della sua economia.
E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla
mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14
milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni
precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera
storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4
milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si
considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato
che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno
“radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra
Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del
governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di
governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza
cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono
molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a
votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che
pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo),
il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla –
potrebbe riservare brutte sorprese.
Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe
pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati
da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si
presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al
malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto
alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa
per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda.
Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione
penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto
sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad
accelerarne il varo?
“Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo
che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde
sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata,
davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni
spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti
a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello
scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto
sicurezza “ex ddl 1660”).
Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra.
Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza
sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno
dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la
guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro
presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione,
prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore
locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente
convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno
al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso
barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta
dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un
attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta
intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente
a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo
bastonate.
Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di
arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato
inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi
ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i
giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle
centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per
passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca
della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti,
feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi
collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono
facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a
differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu
per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di
Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e
sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di
morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando.
Per quanto ci riguarda, bene così.
Tag - Stato di emergenza
Riceviamo e diffondiamo
Quella riportata sotto è la struttura del “Consiglio di Pace” promosso da Trump,
per come è stata rivelata da “The Times of Israel”. Come già sottolineato
(https://ilrovescio.info/2025/10/03/ubu-re-nellera-della-tecnocrazia/), siamo
oltre la più fervida letteratura distopica. Siamo al grottesco dotato di poteri
mostruosi. Nessun imperatore nella storia – nemmeno il Caligola messo in scena
da Camus – ha mai pensato di autoincoronarsi Presidente a vita del Consiglio di
Amministrazione della Pace per governare il mondo intero (da notare che Gaza non
viene nominata nemmeno di sfuggita). Un club con ingresso a pagamento su cui il
Presidente ha ogni potere di controllo. E soprattutto nessuno nella storia aveva
mai pensato di riunire nello stesso Board un “governo tecnocratico” a
rappresentare un popolo sottoposto a genocidio insieme al governo che il
genocidio lo sta compiendo. L’entrata nel Consiglio di Amministrazione da parte
del regime sionista avviene proprio nei giorni in cui emerge che l’esercito
israeliano ha utilizzato a Gaza anche armi termiche e termobariche fornite dagli
Stati Uniti. Chiamate “bombe a vuoto” o “aerosol”, capaci di generare
temperature superiori ai 3.500 gradi Celsius (6.332 gradi Fahrenheit), queste
armi hanno fatto evaporare – lasciando al loro posto pezzi di carne e mucchi di
cenere – centinaia di gazawi. Provando a immaginare l’inimmaginabile (i corpi
inceneriti, i loro inceneritori ancora in carica, accolti a braccia aperte da
chi ha fornito loro gli strumenti di incenerimento), possiamo leggere il finale
dello statuto: «Il Consiglio della Pace è dotato di un sigillo ufficiale, che
deve essere approvato dal Presidente». Il sigillo della ridicolaggine assassina.
L’inconfondibile Armand Robin scrisse alla Gestapo, il 5 ottobre 1943: «È
esattissimo che io vi disapprovo di una disapprovazione per la quale non esiste
nome in nessuna delle lingue che conosco (e certamente neppure nella lingua
ebraica, che voi mi fate desiderare di studiare). Voi siete degli assassini,
signori; e aggiungo anche (è un punto di vista cui tengo molto) che siete degli
assassini ridicoli».
STATUTO DEL CONSIGLIO DI PACE
Preambolo
Dichiarando che una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di
buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso
hanno fallito;
Riconoscendo che una pace duratura mette radici quando le persone sono messe
nelle condizioni di assumere il controllo e la responsabilità del proprio
futuro;
Affermando che solo una partnership sostenuta e orientata ai risultati, fondata
sulla condivisione degli oneri e degli impegni, può garantire la pace in luoghi
dove essa si è dimostrata troppo a lungo irraggiungibile;
Deplorando che troppi approcci alla costruzione della pace favoriscano una
dipendenza perpetua e istituzionalizzino la crisi invece di aiutare le persone a
superarla;
Sottolineando la necessità di un organismo internazionale per la costruzione
della pace più agile ed efficace; e
Decidendo di costituire una coalizione di Stati volenterosi, impegnati nella
cooperazione pratica e nell’azione efficace,
guidati dal giudizio e nel rispetto della giustizia, le Parti adottano il
presente Statuto del Consiglio di Pace.
Articolo 1: Missione
CAPITOLO I – FINALITÀ E FUNZIONI
Il Consiglio di Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la
stabilità, ristabilire una governance affidabile e conforme alla legge e
garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti.
Il Consiglio di Pace svolgerà tali funzioni di costruzione della pace in
conformità al diritto internazionale e secondo quanto approvato ai sensi del
presente Statuto, inclusi lo sviluppo e la diffusione di migliori pratiche
applicabili da tutte le nazioni e comunità che perseguono la pace.
CAPITOLO II – ADESIONE
Articolo 2.1: Stati membri
L’adesione al Consiglio di Pace è limitata agli Stati invitati a partecipare dal
Presidente e ha inizio con la notifica del consenso dello Stato a essere
vincolato dal presente Statuto, in conformità al Capitolo XI.
Articolo 2.2: Responsabilità degli Stati membri
(a) Ogni Stato membro sarà rappresentato nel Consiglio di Pace dal proprio Capo
di Stato o di Governo.
(b) Ogni Stato membro sosterrà e assisterà le operazioni del Consiglio di Pace
in conformità con le rispettive autorità legali interne. Nulla nel presente
Statuto deve essere interpretato come conferimento al Consiglio di Pace di
giurisdizione all’interno del territorio degli Stati membri, né come obbligo per
gli Stati membri di partecipare a una specifica missione di costruzione della
pace senza il loro consenso.
(c) Ogni Stato membro servirà un mandato non superiore a tre anni dall’entrata
in vigore del presente Statuto, soggetto a rinnovo da parte del Presidente. Il
mandato triennale non si applica agli Stati membri che contribuiscono con oltre
1.000.000.000 di dollari USA in fondi in contanti al Consiglio di Pace entro il
primo anno dall’entrata in vigore dello Statuto.
Articolo 2.3: Cessazione dell’adesione
L’adesione termina al verificarsi della prima delle seguenti condizioni:
(i) scadenza del mandato triennale, soggetta all’Articolo 2.2(c) e a rinnovo da
parte del Presidente;
(ii) recesso, ai sensi dell’Articolo 2.4;
(iii) decisione di rimozione da parte del Presidente, soggetta al veto di una
maggioranza dei due terzi degli Stati membri; o
(iv) scioglimento del Consiglio di Pace ai sensi del Capitolo X.
Uno Stato la cui adesione termina cessa anche di essere Parte dello Statuto, ma
può essere nuovamente invitato a diventare Stato membro ai sensi dell’Articolo
2.1.
Articolo 2.4: Recesso
Qualsiasi Stato membro può recedere dal Consiglio di Pace con effetto immediato
mediante comunicazione scritta al Presidente.
CAPITOLO III – GOVERNANCE
Articolo 3.1: Il Consiglio di Pace
(a) Il Consiglio di Pace è composto dai suoi Stati membri.
(b) Il Consiglio di Pace vota su tutte le proposte all’ordine del giorno,
incluse quelle relative ai bilanci annuali, all’istituzione di entità
sussidiarie, alla nomina di alti dirigenti esecutivi e alle principali
determinazioni politiche, come l’approvazione di accordi internazionali e
l’avvio di nuove iniziative di costruzione della pace.
(c) Il Consiglio di Pace si riunisce in sedute deliberative almeno una volta
all’anno e in ulteriori occasioni e luoghi ritenuti opportuni dal Presidente.
(d) Ogni Stato membro dispone di un voto.
(e) Le decisioni sono adottate a maggioranza degli Stati membri presenti e
votanti, previa approvazione del Presidente, che può anche esprimere un voto in
caso di parità.
(f) Il Consiglio di Pace terrà inoltre riunioni regolari non deliberative con il
Consiglio Esecutivo.
(g) Gli Stati membri possono essere rappresentati da un alto funzionario
alternativo, previa approvazione del Presidente.
(h) Il Presidente può invitare organizzazioni regionali di integrazione
economica a partecipare ai lavori.
Articolo 3.2: Presidente
(a) Donald J. Trump fungerà da Presidente inaugurale del Consiglio di Pace e
separatamente da rappresentante inaugurale degli Stati Uniti d’America.
(b) Il Presidente ha autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere
entità sussidiarie.
Articolo 3.3: Successione e sostituzione
Il Presidente designerà in ogni momento un successore. La sostituzione potrà
avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o incapacità, determinate da
voto unanime del Consiglio Esecutivo.
Articolo 3.4: Sottocomitati
Il Presidente può istituire sottocomitati e definirne mandato, struttura e
regole.
CAPITOLO 4. Consiglio Esecutivo
Articolo 4.1: Composizione e rappresentanza del Consiglio Esecutivo
(a) Il Consiglio Esecutivo è selezionato dal Presidente ed è composto da leader
di statura globale.
(b) I membri del Consiglio Esecutivo restano in carica per mandati di due anni,
sono soggetti a revoca da parte del Presidente e possono essere rinnovati a sua
discrezione.
(c) Il Consiglio Esecutivo è guidato da un Direttore Esecutivo nominato dal
Presidente e confermato da un voto di maggioranza del Consiglio Esecutivo.
(d) Il Direttore Esecutivo convoca il Consiglio Esecutivo ogni due settimane per
i primi tre mesi successivi alla sua istituzione e, successivamente, con cadenza
mensile, nonché in ulteriori occasioni qualora il Direttore Esecutivo lo ritenga
opportuno.
(e) Le decisioni del Consiglio Esecutivo sono adottate a maggioranza dei membri
presenti e votanti, incluso il Direttore Esecutivo. Tali decisioni entrano in
vigore immediatamente, fatta salva la facoltà del Presidente di esercitare il
veto in qualsiasi momento successivo.
(f) Il Consiglio Esecutivo determina il proprio regolamento interno.
Articolo 4.2: Mandato del Consiglio Esecutivo
Il Consiglio Esecutivo:
(a) esercita i poteri necessari e appropriati per attuare la missione del
Consiglio della Pace, in conformità con il presente Statuto;
(b) riferisce al Consiglio della Pace sulle proprie attività e decisioni con
cadenza trimestrale, in conformità all’Articolo 3.1(f), nonché in ulteriori
occasioni che il Presidente potrà determinare.
CAPITOLO V – DISPOSIZIONI FINANZIARIE
Articolo 5.1: Spese
Il finanziamento delle spese del Consiglio della Pace avviene tramite contributi
volontari degli Stati membri, di altri Stati, di organizzazioni o di altre
fonti.
Articolo 5.2: Conti
Il Consiglio della Pace può autorizzare l’istituzione di conti nella misura
necessaria allo svolgimento della propria missione. Il Consiglio Esecutivo
autorizza l’adozione di sistemi di controllo e di meccanismi di vigilanza in
materia di bilanci, conti finanziari e erogazioni, nella misura necessaria o
opportuna a garantirne l’integrità.
Articolo 6
(a) Il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari possiedono personalità
giuridica internazionale. Essi dispongono della capacità giuridica necessaria al
perseguimento della loro missione (inclusa, a titolo esemplificativo e non
esaustivo, la capacità di stipulare contratti, acquisire e alienare beni mobili
e immobili, promuovere procedimenti giudiziari, aprire conti bancari, ricevere
ed erogare fondi pubblici e privati, nonché assumere personale).
pratiche orientate ai risultati(b) Il Consiglio della Pace assicura la
concessione dei privilegi e delle immunità necessari all’esercizio delle
funzioni del Consiglio della Pace, dei suoi enti sussidiari e del relativo
personale, da stabilirsi mediante accordi con gli Stati nei quali il Consiglio
della Pace e i suoi enti sussidiari operano, ovvero attraverso altre misure
adottate da tali Stati in conformità ai rispettivi ordinamenti giuridici
interni. Il Consiglio può delegare l’autorità a negoziare e concludere tali
accordi o intese a funzionari designati all’interno del Consiglio della Pace e/o
dei suoi enti sussidiari.
Articolo 7
CAPITOLO VII – INTERPRETAZIONE E RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE
Le controversie interne tra e all’interno dei membri, degli enti e del personale
del Consiglio della Pace, relative a questioni attinenti al Consiglio della
Pace, dovrebbero essere risolte mediante una collaborazione amichevole, in
conformità con le autorità organizzative stabilite dal presente Statuto; a tal
fine, il Presidente è l’autorità finale in merito al significato,
all’interpretazione e all’applicazione del presente Statuto.
CAPITOLO VIII – MODIFICHE ALLO STATUTO
Articolo 8
Le modifiche allo Statuto possono essere proposte dal Consiglio Esecutivo oppure
da almeno un terzo degli Stati membri del Consiglio della Pace che agiscano
congiuntamente. Le proposte di modifica sono trasmesse a tutti gli Stati membri
almeno trenta (30) giorni prima della loro messa ai voti. Tali modifiche sono
adottate previa approvazione con una maggioranza dei due terzi del Consiglio
della Pace e pratiche orientate ai risultati confermata da parte del Presidente.
Le modifiche ai Capitoli II, III, IV, V, VIII e X richiedono l’approvazione
unanime del Consiglio della Pace e la conferma del Presidente. Una volta
soddisfatti i requisiti pertinenti, le modifiche entrano in vigore alla data
indicata nella risoluzione di modifica o, in mancanza di tale indicazione,
immediatamente.
CAPITOLO IX – RISOLUZIONI O ALTRE DIRETTIVE
Articolo 9
Il Presidente, agendo per conto del Consiglio della Pace, è autorizzato ad
adottare risoluzioni o altre direttive, in conformità con il presente Statuto,
al fine di attuare la missione del Consiglio della Pace.
CAPITOLO X – DURATA, SCIOGLIMENTO E TRANSIZIONE
Articolo 10.1: Durata
Il Consiglio della Pace continua ad esistere fino a quando non venga sciolto in
conformità al presente Capitolo, momento in cui il presente Statuto cesserà
altresì di avere efficacia.
Articolo 10.2: Condizioni per lo scioglimento
Il Consiglio della Pace si scioglie nel momento in cui il Presidente lo ritenga
necessario o opportuno, oppure alla fine di ogni anno solare dispari, salvo
rinnovo da parte del Presidente entro e non oltre il 21 novembre di tale anno
solare dispari. Il Consiglio Esecutivo stabilisce le norme e le procedure
relative alla definizione di tutti i beni, le passività e le obbligazioni in
caso di scioglimento.
CAPITOLO XI – ENTRATA IN VIGORE
Articolo 11.1: Entrata in vigore e applicazione provvisoria
(a) Il presente Statuto entra in vigore con l’espressione del consenso a essere
vincolati da parte di tre Stati.
(b) Gli Stati che sono tenuti a ratificare, accettare o approvare il presente
Statuto mediante procedure interne convengono di applicarne provvisoriamente le
disposizioni, salvo che abbiano informato il Presidente, al momento della firma,
dell’impossibilità di farlo. Gli Stati che non applicano provvisoriamente il
presente Statuto possono partecipare ai lavori del Consiglio della Pace in
qualità di Membri senza diritto di voto, in attesa della ratifica, accettazione
o approvazione dello Statuto in conformità ai rispettivi ordinamenti giuridici
interni, previa approvazione del Presidente.
Articolo 11.2: Depositario
Il testo originale del presente Statuto, nonché ogni sua modifica, è depositato
presso gli Stati Uniti d’America, che sono designati quali Depositari del
presente Statuto. Il Depositario provvede tempestivamente a fornire a tutti i
firmatari del presente Statuto una copia certificata conforme del testo
originale, nonché di ogni modifica o protocollo aggiuntivo ad esso.
CAPITOLO XII – RISERVE
Articolo 12
Non possono essere formulate riserve al presente Statuto.
CAPITOLO XIII – DISPOSIZIONI GENERALI
Articolo 13.1: Lingua ufficiale
La lingua ufficiale del Consiglio della Pace è l’inglese.
Articolo 13.2: Sede
Il Consiglio della Pace e i suoi enti sussidiari possono, in conformità con il
presente Statuto, istituisce una sede centrale e uffici sul territorio. Il
Consiglio della Pace negozierà, ove necessario, un accordo di sede e accordi
disciplinanti gli uffici sul territorio con lo Stato o gli Stati ospitanti.
Articolo 13.3: Sigillo
Il Consiglio della Pace è dotato di un sigillo ufficiale, che deve essere
approvato dal Presidente.
IN FEDE DI CHE, i sottoscritti, debitamente autorizzati, hanno firmato il
presente Statuto.
Riceviamo e diffondiamo
Mentre viene approvata la prima bozza del cosiddetto “ddl antisemitismo”,
pubblichiamo questo testo dell’Assemblea di solidarietà con la resistenza
palestinese di Trento, distribuito in occasione di una manifestazione tenuta in
città (in forma di presidio statico) nel cosiddetto “giorno della memoria”,
nonostante e contro il divieto governativo di manifestare. Nel frattempo abbiamo
appreso con piacere che il divieto è stato rotto anche altrove (per quanto ne
sappiamo almeno a Roma, Venezia e Cagliari).
La memoria è nella lotta contro il genocidio
Il Ministero degli Interni ha vietato le manifestazioni durante la Giornata
della Memoria, qualora prevedano il riferimento al genocidio in Palestina e
critiche allo Stato d’Israele.
Lo fece già due anni fa, ma ora è l’anticipazione di quello che accadrebbe ogni
giorno con il disegno di legge in discussione al Senato (“Contrasto
all’antisemitismo”), il quale equipara l’antisionismo all’antisemitismo,
attraverso una definizione di quest’ultimo proposta da un organizzazione
sionista, incentrata sul «diritto all’esistenza dello Stato di Israele», cioè il
diritto di esistere di un progetto di colonialismo di insediamento a spese di
nativi che vanno espulsi. Addirittura prevede corsi annuali di antisionismo per
i docenti e l’obbligo di delazione per questi rispetto ad atti
“antisemiti/antisionisti” (un collega che ricorda gli studenti uccisi nei
bombardamenti a Gaza? uno studente con la kefiah? la diffusione di un volantino
che invita al boicottaggio d’Israele?).
Con il disegno di legge presentato da Gasparri di Fratelli d’Italia – non
diverso da quelli presentati da Delrio e Giorgis del Partito Democratico – la
propaganda sionista diventa legge e si traduce in censura e repressione.
Non si potrebbe paragonare la rivolta del Ghetto di Varsavia all’azione del 7
ottobre o il ruolo di IBM nel fornire la tecnologia per i campi di sterminio
nazisti a quello svolto da IBM nel genocidio algoritmico compiuto dall’IDF.
Non si potrebbero criticare i progetti in corso tra Università di Trento e IBM
Israel, riferendosi al ruolo di IBM Israel nel genocidio a Gaza.
Non si potrebbe accostare la schedatura in Italia degli studenti palestinesi
disposta a gennaio dal Ministero dell’Istruzione a quella degli ebrei sotto il
fascismo.
Non si potrebbe contestare la presenza di Israele ai Giochi Olimpici Invernali
di Milano-Cortina.
Uno scenario già realtà in altri paesi europei, come Germania e Regno Unito,
dove il gruppo d’azione diretta Palestine Action è stato dichiarato “terrorista”
e una trentina di suoi appartenenti sono tuttora in carcere – alcuni dei quali
hanno portato avanti uno sciopero della fame di più di due mesi, ottenendo la
revoca di un contratto tra l’azienda di droni israeliana Elbit Systems e il
governo britannico.
Anche in Italia stanno aumentando i “colpevoli di Palestina”: Mohamed Shahin che
rischia l’espulsione per frasi dette a una manifestazione, Ahmed Salem in
carcere di massima sicurezza per aver diffuso dei video della resistenza
palestinese, Anan Yaeesh condannato in Italia a cinque anni e sei mesi per il
coinvolgimento in azioni della resistenza palestinese in Cisgiordania, Tarek
Dridi in prigione per il corteo del 5 ottobre 2024 a Roma, Mohammad Hannoun e
gli altri tre palestinesi incarcerati con l’accusa di aver mandato soldi alla
resistenza palestinese.
E centinaia di persone stanno venendo denunciate – a Trento come nel resto
d’Italia – per le giornate del “Blocchiamo Tutto” e degli scioperi generali.
Quelle giornate hanno tracciato una rotta che dobbiamo seguire, una rotta che
può anche portarci fuori dai confini della legalità di uno Stato complice di
genocidio.
Se passerà il ddl “antisemitismo” ogni manifestazione, ogni conferenza, ogni
serata di raccolta fondi che sollevi critiche allo Stato d’Israele sarà
potenzialmente contro la legge.
Questo deve farci smettere di gridare che Israele sta compiendo un genocidio col
supporto dell’Occidente? Ci può giustificare dal non provare concretamente a
fare qualcosa per impedirlo, agendo sulle collaborazioni attive dove viviamo?
Chi ha aiutato gli ebrei a sottrarsi a rastrellamenti e deportazioni, chi ha
sostenuto i partigiani (anche ebrei), chi ha disertato o sabotato la Wehrmacht,
come altri eserciti, non l’ha fatto nella legalità e spesso l’ha pagato con la
vita.
È questa la memoria che proviamo a tenere viva oggi, ben diversa da quella
ipocrita di chi finge di ricordare i genocidi di ieri mentre si fa complice di
quelli di oggi.
Non accettiamo lezioni sull’antisemitismo da un governo di neofascisti che hanno
tra i loro “padri nobili” gli estensori delle Leggi Razziali.
La Fase 2 del Piano Trump per Gaza è la premessa alla deportazione della
popolazione gazawi, mentre l’imperialismo statunitense si fa sempre più violento
e spudorato, attaccando il Venezuela, progettando di attaccare l’Iran, lasciando
i curdi alla mercé del nuovo governo siriano, dichiarando di volersi prendere la
Groenlandia con le buone o con le cattive, scatenando sul fronte interno la
milizia ICE (peraltro addestrata dalle forze di sicurezza israeliane, che in
quanto a deportazioni e rastrellamenti “vantano” decenni di esperienza) e
prospettando guerre commerciali (di dazi e contro-dazi) che verranno pagate dai
lavoratori e lavoratrici del mondo. La nostra Fase 2 può invece essere la
ripresa di una lotta internazionalista contro chi fa le guerre, di cui saranno
appuntamenti lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio (lanciato dai
portuali genovesi) e gli scioperi studenteschi di marzo in Germania contro il
ripristino della leva militare.
Contro i divieti, scendiamo in strada!
Contro la repressione, rafforziamo la solidarietà!
Contro guerra e genocidio, alla lotta!
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
Riceviamo e diffondiamo:
Mentre aspettiamo di tradurre anche questo aggiornamento, apprendiamo e facciamo
sapere che anche Umer Khalid ha terminato lo sciopero, avendo ottenuto la fine
del blocco della corrispondenza. Inoltre tutti i Prisoners for Palestine hanno
dichiarato concluso il loro sciopero:
https://prisonersforpalestine.org/strike-ends/
Riceviamo e diffondiamo questo aggiornamento (ringraziando chi l’ha tradotto):
Qui l’originale (con un
video): https://prisonersforpalestine.org/breaking-around-100-arrested-as-police-violently-attack-protestors-on-second-day-of-umer-khalids-thirst-strike/
ULTIME NOTIZIE: CIRCA 100 ARRESTATI MENTRE LA POLIZIA ATTACCA VIOLENTEMENTE I
MANIFESTANTI NEL SECONDO GIORNO DELLO SCIOPERO DELLA SETE DI UMER KHALID
25 gennaio 2026
Ieri sera almeno 86 persone sono state arrestate per aver protestato a Wormwood
Scrubs per chiedere che al ventiduenne Umer Khalid fossero consegnate per
iscritto le promesse fatte dal direttore del carcere HMP Wormwood Scrubs, Amy
Frost, riguardo al suo trattamento in prigione.
In risposta a questa notizia dell’ultima ora, un portavoce di Prisoners for
Palestine ha dichiarato:
“Ieri sera, la polizia ha reagito in modo violento e sproporzionato alla
protesta fuori dal carcere di Wormwood Scrubs, mentre Umer entrava nel secondo
giorno del suo sciopero della sete.
I partecipanti, tra cui alcuni pensionati, sono stati picchiati, presi a calci e
legati a terra a faccia in giù dalla polizia. Un comandante è stato ripreso
mentre prendeva ripetutamente a pugni un manifestante immobilizzato.
Quasi un centinaio di arresti violenti hanno messo a nudo la fragilità e la
paura dello Stato britannico. I nostri prigionieri hanno dimostrato che nessuna
sbarra può fermare la loro resistenza, e all’esterno nessuna violenza ci
impedirà di intensificare la nostra lotta per la Palestina.
Centinaia di persone si sono impegnate a cacciare Elbit dalla Gran Bretagna con
azioni dirette a seguito degli scioperi della fame, e questa repressione e
violenza non faranno altro che renderci più forti”.
In risposta alle accuse della polizia di violazione aggravata di domicilio, un
testimone ha descritto le accuse come “tutte sciocchezze”, dicendo:
«Non c’è nulla che vieti l’accesso al cortile. Si trattava di un ingresso per i
visitatori con enormi cancelli aperti e senza personale di sicurezza. A nessuno
è stato chiesto di andarsene e nessuno ha bloccato il personale penitenziario.
Anzi, ho visto il personale penitenziario camminare intorno a noi ed entrare
dall’ingresso che i manifestanti sono stati ingiustamente accusati di aver
bloccato».
Umer, che soffre di una rara malattia genetica, la distrofia muscolare dei
cingoli, ed è attualmente detenuto in custodia cautelare presso l’HMP Wormwood
Scrubs, è l’ultimo scioperante della fame rimasto a partecipare alla campagna di
sciopero della fame Prisoners for Palestine. Umer è ora al sedicesimo giorno di
sciopero della fame e al terzo giorno di sciopero della sete. Il fatto che Umer
soffra di distrofia muscolare dei cingoli aumenta notevolmente i rischi
associati al suo sciopero della fame. Inizialmente ha fatto lo sciopero della
fame per dodici giorni prima di ammalarsi gravemente e non essere più in grado
di camminare.
Umer è stato accusato in relazione a un’azione che ha avuto luogo presso la base
RAF di Brize Norton, dove due aerei militari sono stati imbrattati con vernice
spray. I dati non filtrati dei transponder di volo pubblicati la scorsa estate
hanno mostrato che gli aerei da rifornimento aereo KC-707 “Re’em”
dell’aeronautica militare israeliana atterravano alla base RAF di Brize Norton
prima di partire per Gaza. Un aereo israeliano che ha fatto scalo alla base RAF
Brize Norton si trovava nei cieli sopra Gaza all’epoca di due evidenti crimini
di guerra, tra cui quello dell’ottobre 2024, quando l’IAF ha bombardato un
complesso residenziale nella città settentrionale di Beit Lahiya, uccidendo 73
persone.
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei
palestinesi in Italia
Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi,
Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati
sono stati assolti.
Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano
state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh.
Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro
rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di
terrorismo).
Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne
rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità
dell’impianto accusatorio.
Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente,
erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato
associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della
Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2
del carcere di Melfi.
Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle
richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate
dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio
difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a
questo processo.
Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava
questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa
giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di
Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio
è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la
causa palestinese.
Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze
dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta
alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano
Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito
dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di
drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per
influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a
delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli
imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed
appoggio.
Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si
trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza
che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per
questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente
significativa.
Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad
istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di
provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli
apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della
Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato
i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo
anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è
l’espressione di una precisa volontà politica.
Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di
inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I
casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un
richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in
Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di
accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto
recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea
di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova
e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla
chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al
mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno
dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia).
Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo
successivamente
riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo
all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al
ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA).
In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le
autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e
quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo
per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare
come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di
verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la
tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi
elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti
in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una
diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento
fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della
Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan
ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni
israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia
militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi
trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano
che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro
popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte
Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un
tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo
processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero
sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare
israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?»
Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani
saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino».
Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo
Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è
un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e
non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al
seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto
internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta
evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione
dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i
rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli
interessi economici che legano Italia ed Israele.
Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i
sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante
pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e
l’Europa non sono luoghi sicuri per voi.
In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si
correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del
loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere
liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una
parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire
organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che
vengono scientemente fatte morire di fame e freddo.
Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il
suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo
da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un
passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con
la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo
effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo
combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini.
Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed
Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato
si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia,
le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono
le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello
Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire
l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis.
La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo
capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha
dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi
convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi
interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di
antisionismo con quello di antisemitismo.
Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione
«Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano
sommamente ipocrite.
Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i
palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo
incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria
Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i
cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per
crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre
possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno
li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per
difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate
al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di
circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno
materiale possibile.
Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di
gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA
hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento
del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre
più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di
sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale
padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement
Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense
che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento
utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di
guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed
impossessarsi delle loro risorse.
Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti
della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo
dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali
di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco
militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima
operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha
l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare
nella propria sfera di influenza.
Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo
analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità
con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della
magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi
politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di
stampo coloniale.
Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle
nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni
repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che
hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra.
La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la
ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale,
che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura
di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina.
La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti
episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un
orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un
fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono
emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine.
La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici
forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è
solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di
strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario.
Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici,
omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie
pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione,
attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo
dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso
avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di
questi strumenti offensivi.
L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto
di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari,
per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei
conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di
reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di
beni stranieri.
Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte
quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in
quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere
sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da
cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da
un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere
contro chi detiene il potere.
Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono
l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la
limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare
rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure
d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce
l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei
disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione
degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di
sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto
sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente
l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce
giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i
movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la
Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di
conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i
diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa
aggressione.
Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i
palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il
blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per
affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta
perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa
organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per
uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando
con questa operazione le fantasie più distopiche.
In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione
degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e
manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che
prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa
una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto
la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la
modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione
volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche
un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che
certo non rispettavano la fila…
Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha
sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese
(A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola
d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui
è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si
tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la
sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno
parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere
distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima
necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La
chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un
atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di
Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie
da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio.
Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e
dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere
coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che
siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del
loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a
spada tratta.
Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi
ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire
diversi aspetti che ci legano ad esse.
C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora.
Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la
punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non
siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a
sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare
per noi.
Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza
palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed
il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso
anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche
questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale
all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo
passivo, ma sono parte in gioco.
I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti
della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il
maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro
progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di
Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto
lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e
umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque.
Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina
assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno
dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente
delle cose.
In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla
guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di
sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e
accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per
affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed
autodistruttive della società capitalista.
Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla
repressione.
Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a
Torino
Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action
Per una Palestina libera in un mondo libero.
Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali
Riceviamo e diffondiamo, esprimendo solidarietà a compagni e compagne:
Avviso orale a Saronno
Il Questore di Varese, Carlo Mazza, ha fatto notificare un avviso orale in
merito alle manifestazioni dello scorso ottobre. In particolare si fa
riferimento alla manifestazione del 2 ottobre, quando per la seconda sera
consecutiva un corteo attraversava il centro di Saronno e infine bloccava i
binari della stazione ferroviaria. L’avviso orale preannuncia anche l’arrivo di
diverse denunce a riguardo per “impedimento della libera circolazione su
strada”, “interruzione di pubblico servizio” e “manifestazione non autorizzata”.
Il giorno dopo, venerdì 3 ottobre, su quegli stessi binari, ci andranno migliaia
di persone, in una bellissima esplosione collettiva.
Che ai questurini abbia dato fastidio lo strabordare collettivo e voglia rifarsi
su qualcuno?
Toccano uno/a, toccano tutti/e.
BASTA GUERRE, PALESTINA LIBERA
compagni e compagne della provincia di Varese