Riprendiamo e segnaliamo
da https://pungolorosso.com/2026/01/02/200-metri-in-piu-per-la-tangenzialina-ma-non-per-la-palestina-collettivo-antiautoritari-di-valtellina/
Tag - Stato di emergenza
Riprendiamo
da https://pungolorosso.com/2026/01/02/liberta-per-anan-yaeesh-e-tutti-i-colpevoli-di-palestina-presidio-di-protesta-a-roma-9-gennaio-ore-11-30-davanti-alla-dnaa/
Ringraziando chi l’ha fatta, riceviamo e pubblichiamo questa importante
traduzione:
Qui l’originale: Take Action: Demand Heba is moved to HMP Bronzefield –
Prisoners For Palestine
https://prisonersforpalestine.org/take-action-demand-heba-is-moved-to-hmp-bronzefield/
Agisci: chiedi che Heba venga trasferita all’HMP Bronzefield
Heba Muraisi è al 56° giorno di sciopero della fame. Chiede di essere trasferita
nuovamente all’HMP Bronzefield [carcere femminile di Bronzfieldt, ndt]
Heba si sente isolata perché è stata trasferita a chilometri di distanza dalla
sua famiglia e dalla sua comunità a Brent, Londra. Il viaggio è troppo lungo per
la sua famiglia. Sua madre non è in grado di percorrere i 286 chilometri che
separano Londra da Wakefield a causa delle sue condizioni di salute e non vede
sua figlia da oltre 4 mesi.
In ogni caso, le visite sono raramente approvate nell’HMP New Hall. Anche i
propri cari che sono in grado di viaggiare non hanno potuto visitare Heba.
Agisci
Contatta oggi stesso l’HMP Bronzefield e chiedi che accettino la richiesta di
trasferimento. Di seguito i recapiti:
01784 425690: Numero principale
01932 232300: Numero di telefono alternativo
charlotte.wilson@sodexogov.co.uk
bf.correspondence@sodexogov.co.uk
bfsafercustody@sodexogov.co.uk
socialvisits.bronzefield@sodexojusticeservices.com
HMPPSPublicEnquiries@justice.gov.u
Riceviamo e diffondiamo questo comunicato di diverse realtà anarchiche e
libertarie romagnole.
Anche
su https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/la-guerra-interna-si-intensifica/
Qui una versione impaginata per la lettura: laguerrainterna
Qui una versione in opuscolo: comunicato-opuscolato-stampa
LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO DI RAVENNA.
In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un
blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28
novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per
circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci
dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion.
Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei
principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di
componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo
l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli
come MSC, Zim e Maersk.
La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali
che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale,
oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di
natura amministrativa”.
Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo
Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato
collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il
governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi
reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per
colpire chi esprime idee e pratiche non allineate.
Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto
Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore
per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il
decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il
13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono
solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed
economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo
urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di
manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni
cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte
della stessa logica.
Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che
appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di
polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una
cornice di guerra.
Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in
seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta
commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa
pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive
introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato
dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una
economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti
per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive.
I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e
l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità
democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio
giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio
piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad
un conflitto sempre più diffuso.
La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula
von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a
vedere i propri figli morire al fronte”(1).
Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le
ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio
palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi
occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di
tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza.
Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la
Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel
sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi
all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice
contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di
perdere il posto di lavoro.
Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica
all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici:
lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto
ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno
più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna,
ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil.
La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la
guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano.
Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la
Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi
alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri
paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per
vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli
Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro
delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action.
In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le
persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e
spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più
paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere
anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto.
Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un
genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo,
appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia –
significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano
più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi
imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e
Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o
convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze
sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la
risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il
suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza
ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da
così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi).
La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma
germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità.
I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e
l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania.
Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione
palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le
tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed
anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali
che gestiscono i territori.
Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le
ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni
necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della
Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales
Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne
satellitari “dual use” (progetto ERiS).
Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua
ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la
riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una
cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità.
Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna.
La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la
logistica militare é giusto, oltre che necessario!
– Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena
– Collettivo Samara
– Equal Rights Forlì
– Brigata Prociona Imola
– Assemblea Anarchica Imolese
– Spazio Autogestito Capolinea Faenza
______
NOTA
(1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore
dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a
prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non
lontano.
Ringraziando chi l’ha tradotto, pubblichiamo questo ennesimo e importante
aggiornamento.
Qui l’originale: https://prisonersforpalestine.org/two-hunger-strikers-pause/
Quattro scioperanti della fame continuano la protesta mentre altri due
sospendono lo sciopero dopo 49 giorni, nel corso del procedimento legale contro
Lammy (vice primo ministro inglese e segretario di Stato per la Giustizia)
Venerdì 19 dicembre, Qesser Zuhrah ha deciso di interrompere il suo sciopero
della fame dopo 48 giorni di digiuno. Ad essa si è unita Amu Gib, che ha ripreso
a nutrirsi dopo 49 giorni di sciopero della fame. Questa decisione è stata presa
dopo che a Zuhrah è stata negata l’ambulanza per oltre 18 ore durante la notte
dall’HMP Bronzefield, mettendo in pericolo la sua vita e alimentando le proteste
fuori dal carcere, tra cui quella di una parlamentare, Zarah Sultana, che si è
rifiutata di andarsene fino a quando a Qesser non fosse stata fornita
un’ambulanza.
Sia Qesser Zuhrah che Amu Gib sono detenuti in custodia cautelare presso l’HMP
Bronzefield. La decisione di porre fine allo sciopero è stata presa dopo che
Qesser ha sofferto di continui dolori lancinanti all’addome, mentre Amu ha
sofferto di grave debolezza e annebbiamento mentale che l’ha costretto su una
sedia a rotelle.
Altri quattro, Kamran Ahmed, Heba Muraisi, Teuta Hoxha e Lewie Chiaramello,
continuano lo sciopero della fame, nonostante Kamran sia stato ricoverato in
ospedale per la terza volta da quando ha iniziato lo sciopero. Heba Muraisi ha
dichiarato che non interromperà lo sciopero della fame a meno che non venga
trasferita nuovamente all’HMP Bronzefield, dove era inizialmente detenuta prima
di essere trasferita improvvisamente all’HMP New Hall, a chilometri di distanza
dalla sua famiglia e dalla sua rete di sostegno. Oggi a Teuta Hoxha è stata
negata la libertà provvisoria per motivi umanitari. Lewie Chiaramello continua a
digiunare in modo intermittente nonostante sia affetto da diabete di tipo 1, il
che sta avendo un impatto critico sulla sua salute, causandogli confusione,
vertigini e debolezza.
Sebbene il numero dei partecipanti allo sciopero della fame sia diminuito,
questi ultimi hanno avviato un procedimento legale contro David Lammy, citando
una violazione delle politiche governative in materia di sciopero della fame e
la mancanza di risposta ai partecipanti allo sciopero, nonostante l’invio di
numerose lettere al Segretario di Stato. La lettera, inviata lunedì, delinea
l’intenzione del gruppo di intraprendere un’azione legale, citando il presunto
abbandono da parte del governo del proprio quadro politico in materia di
sicurezza carceraria. La lettera richiede una risposta entro 24 ore,
sottolineando che la questione è “urgente” poiché “la salute dei nostri clienti
continua a deteriorarsi, tanto che il rischio di morte aumenta ogni giorno”. La
lettera è l’ultima mossa nel tentativo di coinvolgere il governo nell’avvio di
negoziati.
Un portavoce di Prisoners for Palestine ha dichiarato:
“I quattro rimasti continueranno a rifiutare il cibo sulla base delle cinque
richieste, specificando inoltre che le loro richieste includono la fine di tutti
gli ordini di non associazione tra i detenuti, il trasferimento di Heba all’HMP
Bronzefield e lo stesso accesso a tutti i corsi e le attività dei detenuti
condannati. Gli ordini di non associazione sono utilizzati per isolare
ulteriormente i detenuti gli uni dagli altri nonostante si trovino nella stessa
prigione; proprio come Heba è stata trasferita dall’altra parte del Paese,
lontano dalla sua famiglia e dai suoi amici a Londra. A causa del prolungato
periodo di custodia cautelare, ben oltre il limite legale di sei mesi, è giusto
che i detenuti possano accedere alle stesse attività di tutti gli altri”.
Al termine dello sciopero della fame, Qesser Zuhrah ha dichiarato:
“Al nostro governo diciamo: non rilassatevi, perché torneremo sicuramente a
combattervi con i nostri stomaci vuoti nel nuovo anno, quando sarete tornati
vergognosamente dalla vostra pausa intrisa di sangue, alla teatralità della
vostra ‘democrazia’. Le nostre richieste rimangono comunque ineludibili, e
questa pausa è la vostra occasione per soddisfarle, per fare la cosa giusta, per
smettere di armare e aiutare questo genocidio, altrimenti ci costringerete a
tornare ad affrontarvi con il nostro respiro, che sarà molto più disastroso e
pericoloso di questa prima volta”.
Amu Gib ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo
ora. Non ci sarà nessuna cena a base di tacchino né alcuna pausa nel programma
sionista di genocidio. Siamo impegnati nella resistenza al loro copione, non
solo fino a Natale, ma per il resto delle nostre vite…
Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla
liberazione”.
Ci viene segnalato questo testo, che a nostra volta diffondiamo. Al di là di
come viene tematizzata l’attuale svolta repressiva (certi passaggi sulla
“inversione dell’onore della prova” e sulla negazione delle “garanzie
normalmente concesse al cittadino” sembrano tradire la nostalgia di un
garantismo che non è mai esistito e che non ci appartiene), ci pare un testo
utile a non chiudere gli occhi sulla crescente negazione degli spazi di libertà
e socialità, della quale la repressione dei “free party” è un aspetto
significativo senza essere l’unico (pensiamo ad esempio, oltre allo sgombero
degli spazi sociali occupati, alla soppressione delle aule autogestite
all’interno delle università, o ancora all’istituzione delle “zone rosse” nelle
aree urbane). Bene ribadire – come viene fatto nel testo – che se questa svolta
repressiva trova il proprio motore nell’attuale governo (nella sua “cultura”
fascistoide e nei suoi biechi calcoli elettoralistici), la causa più strutturale
di questa repressione a 360 gradi è la corsa verso la guerra. Se questa è né più
né meno che l’orizzonte del nostro presente, opporsi ad essa è la sola porta
stretta da cui dovrà passare una riscossa sempre più urgente (come ha
recentemente dimostrato il movimento per la Palestina, che con i suoi blocchi ha
violato nei fatti la Legge Manganello ex-1660 come non avrebbero saputo fare
centomila chiamate alla disobbedienza). Lunga vita a tutti i ribelli!
Da https://www.facebook.com/photo?fbid=1312865777534506&set=a.467016962119396 e
anche in
https://oltreilponte.noblogs.org/post/2025/12/23/bz-41-denunce-per-una-festa-free-party-is-not-a-crime/
41 DENUNCE PER UNA FESTA
FREE PARTY IS NOT A CRIME!
Nella notte fra sabato 20 e domenica 21 dicembre i carabinieri hanno interrotto
una festa organizzata in una galleria abbandonata della vecchia strada per
Sarentino. Il titolo principale della prima pagina del quotidiano Alto Adige
riporta: “Rave nella galleria, 41 denunce”. Secondo quanto descritto
nell’articolo i solerti militari avrebbero inoltre sequestrato denaro e
automezzi.
I carabinieri sarebbero al lavoro per identificare e denunciare altri
partecipanti. Qualora i denunciati fossero più di 50 i presunti organizzatori
potrebbero quindi ricevere una denuncia per violazione del cosiddetto decreto
anti-rave approvato nel 2022, uno dei primi provvedimenti adottati dal Governo
di estrema destra Meloni/Salvini per colpire chi organizza e partecipa ai free
party. Il primo di una serie di decreti costruiti sulla scia di emergenze
inventate ad arte dai mass media di regime.
Il decreto anti-rave, attraverso il solito pretesto della “sicurezza”, è un
provvedimento ultrarepressivo e autoritario che trasforma l’organizzazione di
una festa – o la semplice partecipazione ad essa – in un reato che può
comportare pesanti condanne penali.
Questa azione repressiva rientra in un quadro generale nazionale che da oltre
tre anni vede la sistematica criminalizzazione di precise categorie sociali e
comportamenti che non rientrano nel quadro normativo ultrareazionario della
banda di borghesi fascistoidi al governo.
Dal decreto anti-rave al decreto Caivano fino al decreto sicurezza il governo
Meloni utilizza il codice penale come arma di propaganda a costo zero contro
proletari e precise categorie sociali, criminalizzate e represse in ogni modo.
Sulla stessa linea il DDL Gasparri (in questo seguito anche da quello del
parlamentare del PD Delrio) ha l’obiettivo dichiarato di contrastare la lotta
contro il genocidio del popolo palestinese.
Il codice penale e le forze di polizia diventano così strumenti di repressione e
oppressione contro soggetti, manifestanti e militanti non allineati alla linea
governativa.
A Bolzano abbiamo visto nella pratica in cosa consiste la criminalizzazione
preventiva da parte della Questura. In particolare l’ex Questore Paolo Sartori –
oltre a vietare e limitare numerose manifestazioni – ha utilizzato in maniera
criminale le misure di repressione preventive e amministrative (avvisi orali,
fogli di via, espulsioni, revoca permesso di soggiorno) per colpire per via
extragiudiziale militanti politici, senzatetto, marginali, immigrati sospettati
di avere commesso un reato. Soggetti verso i quali viene invertito l’onere della
prova e nei cui confronti non è riconosciuta alcuna garanzia normalmente
riservata ai cittadini. Si tratta di misure firmate sulla base di pregiudizi che
non prevedono alcuna possibilità di difesa e che – come abbiamo visto nel caso
di alcuni compagni e compagne sudtirolesi – limitano pesantemente la libertà
delle persone anche in assenza di reato.
A tal proposito basta ricordare il caso dell’Imam di Torino Mohammed Shahin,
oggetto di un decreto di un espulsione e internato in un CPR da parte del
Ministro dell’Interno per avere pronunciato un’ opinione non gradita al governo
nel corso di una manifestazione. Ma casi del genere, in particolare nei
confronti di immigrati e musulmani attivi nella lotta contro il genocidio del
popolo palestinese, sono molti e restituiscono il pesante clima di intimidazione
e repressione in cui siamo immersi.
Questa allucinante operazione dei carabinieri altoatesini, che sposta sul piano
penale una semplice festa autoorganizzata e autogestita da un gruppo di giovani,
va quindi letta in un quadro generale più ampio dove lo strumento penale viene
utilizzato per bastonare e reprimere il dissenso e minoranze ribelli. Il governo
utilizza la violenza e la propria forza per imporre modelli di comportamento
graditi e allineati all’ideologia al potere, in cui ogni forma di autonomia e
pensiero critico viene osteggiato.
In questo caso le forze di polizia ricorrono a denunce e sequestri mentre invece
la scorsa primavera nelle Giudicarie in Trentino, un altro free party era stato
sgomberato violentemente dai reparti celere con manganellate e pioggia di
lacrimogeni. Nel corso dell’anno analoghe violenze poliziesche si sono
verificate a Torino e Modena per sgomberare altre feste.
Anche il modo di vivere il tempo libero diventa quindi un terreno di scontro in
cui le feste libere e autogestite vengono viste come fumo negli occhi. Il
modello “Produci – consuma – crepa” è il solito con cui ci vorrebbero
addomesticare da anni, costretti a passare le serate in discoteche commerciali o
locali alienanti e sovraffollati dai costi proibitivi, alienati e isolati in
ambienti digitali o zitti ad acquistare in cattedrali del consumo come il
Waltherpark.
Secondo il governo le feste libere – autoorganizzate e autogestite – vanno
represse perché escono dai circuiti commerciali e perché promuovono
l’autogestione e la responsabilizzazione dei partecipanti, rompendo logiche di
consumo passivo e di delega.
Stiamo vivendo tempi di guerra. Il Governo italiano, dopo aver sostenuto
politicamente, militarmente ed economicamente il genocidio del popolo
palestinese ha assunto l’impegno di dedicare il 5% del PIL al riarmo in vista di
un possibile scontro armato con la Russia, dato per imminente dalle èlite
europee. Per finanziare il business della guerra e del riarmo il governo Meloni
taglia i fondi alla sanità, alla scuola, alle pensioni e ai servizi sociali.
In questo clima distopico in cui gli spazi di pensiero e critica sono sempre più
ristretti attraverso censure più o meno sofisticate il governo – con il supporto
della stampa alleata – costruisce quindi nemici a costo zero per manipolare la
realtà e distrarre la popolazione di fronte alle criminali responsabilità di chi
ci sta portando in guerra. Dagli immigrati ai rave, poi i giudici che non
approvano le decisioni del Governo, i musulmani, i maranza e ora i centri
sociali occupati, dove il ministro dell’Interno interviene direttamente nelle
città per esibire lo sgombero del Leoncavallo a Milano o di Askatasuna a Torino
come scalpi propagandistici.
La libertà va difesa in ogni ambito di vita. Al lavoro, a scuola, nel tempo
libero.
Massima solidarietà ai ragazzi denunciati in questa azione di propaganda
Non lasciamo solo chi è stato colpito da questo delirio repressivo
Non ci avrete mai come volete voi
Vogliono consumatori passivi, avranno ribelli
Riceviamo e diffondiamo:
La repressione ha sempre avuto gambe lunghe e piedi piatti
Chi ha paura dell’Anarchia?
Sul reato di blocco stradale contestato ad un compagno ed una compagna di Padova
La repressione ha sempre avuto gambe lunghe e piedi piatti. Gambe lunghe, che
superano ogni porta, cancello e siepe per cercare di prenderti; piedi piatti,
per schiacciare tutto omogeneamente e sommariamente, senza farsi troppi pensieri
sugli spazi sottostanti. Se di queste conformazioni fisiche della controparte in
divisa avevamo ben coscienza da tempo, non ci aspettavamo certo di vederla
diventare finta invalida e al contempo centometrista. Ma facciamo un passo
indietro: durante il beneamato sciopero del 3 ottobre (amato perché si sa che
non c’è gioia più grande che non lavorare), in tutta Italia, nelle strade, nelle
piazze e anche nelle carceri (come alla Dozza di Bologna) succedevano
accadimenti e vicende a sostegno del popolo palestinese. Così che anche a Padova
in tanti e tante si è saltato lavoro, scuola, università o anche solo tempo
libero per protestare contro l’entità sionista, che occupa territori palestinesi
e porta avanti il suo genocidio di Stato.
Le manifestazioni locali ci portano quindi all’interporto di Padova, dove un
nutrito corteo va a contestare la presenza della Maersk (azienda che trasporta
ben più che beni di prima necessità). Sulle modalità del corteo e sul resto non
diremo molto di più, chi era presente ha ben visto cosa è successo e come è
stata gestita la piazza, e chi vuole può trarre da sé le conclusioni che ritiene
giuste. Quello che di sicuro ci siamo portati a casa è un sentimento di rabbia
contro la società dello spettacolo che si rappresenta uguale sia dentro che
fuori la manifestazione.
Si apprende dai giornali che, durante suddetto girotondo e durante la suddetta
manifestazione, 60 anarchici (magari!) avrebbero bloccato un camion lungo il
percorso. Sempre stando alle dichiarazioni della stampa, pare che quel camion
dovesse trasportare a destinazione un carico importantissimo, ma che la
manifestazione e questi suddetti 60 anarchici (magari! di nuovo) l’avrebbero
bloccato. Possiamo solo immaginare cosa veniva portato dentro il camion:
l’elisir di eterna giovinezza? La pietra filosofale? Purtroppo non lo sapremo
mai e quindi ci limiteremo a raccontarvi dei fatti accaduti.
È un po’ complesso parlare di blocco stradale quando un blocco stradale non c’è
stato, così come è complesso parlare di manifestazione non autorizzata mentre è
in corso nello stesso luogo, nello stesso posto e nello stesso tempo un’altra
manifestazione. Eppure a quanto pare due persone che camminano in mezzo alla
strada (e pure sulle strisce pedonali a dirla tutta), così come il resto della
manifestazione, sarebbero statx promotore e promotrice di un blocco stradale e
di una manifestazione non autorizzata. Sui fatti specifici non c’è molto da
dire, perchè non sussiste nulla: su una strada già bloccata da una
manifestazione, in cui non si può né uscire né passare, è davvero possibile fare
un ulteriore blocco stradale? E, essendo dentro una manifestazione, nello stesso
posto e nello stesso tempo, è davvero possibile fare un’altra manifestazione?
Ma per fortuna a queste domande a cui da qualche riga non troviamo risposta,
abbiamo chi ci può indicare la via. La repressione finta invalida infatti fa
finta di non vedere l’ovvietà dell’assurdità delle accuse mosse, e quindi al
termine della manifestazione segue e insegue un compagno e una compagna per
fargli fare una gioiosa gita in questura, durante la quale viene comunicato ad
entrambi l’apertura di un’indagine per manifestazione non autorizzata, alla
compagna una violazione del foglio di via da Padova (un altro degli scherzetti
della questura per questo interessante 2025) e al compagno un avviso orale
(condito di rassicurazioni sulla possibilità di ottenere in futuro anche una
bella sorveglianza speciale). La domanda che sorge spontanea è perché proprio a
queste due persone venga imputato un reato che non sussiste (ma su questo
torneremo dopo).
Fin qui la riproduzione della repressione non è qualcosa di non visto: processi
inventati, accuse infondate e giustizia sommaria sono questioni trite e ritrite.
Entra quindi in gioco il vero elemento di novità della vicenda: la repressione
centometrista. Come infatti avrete potuto leggere, in questura non viene
contestato subito il reato di blocco stradale. Come fanno quindi il compagno e
la compagna ad esserne a conoscenza? Beh perchè poco più di un mese dopo
dall’apertura dell’indagine, è arrivata anche la chiusura. Le chiusure indagini
di solito impiegano mesi, se non anni per essere notificate: infatti in Italia
l’unica cosa che ci è sempre andata bene è la lentezza della burocrazia e delle
scartoffie, che compagni e compagne dal resto d’Europa ci invidiano
ardentemente.
La domanda che sorge quindi spontanea è: perché arriva una chiusura indagine
dopo un mese per un fatto che non sussiste? Perché sono stati fermati proprio
quel compagno e quella compagna? Torniamo quindi alla domanda di cui sopra a cui
diamo una risposta con un’altra domanda: Chi ha paura dell’Anarchia? Eh sì,
perché le due persone fermate sono così definite dalla giustizia locale:
anarchici.
Non è un caso che da settembre a questa parte diverse indagini di polizia, di
cui siamo a conoscenza sempre leggendo dai giornali, abbiano portato ad indagare
persone, che pare siano afferenti alla cosiddetta area anarchica. A settembre,
infatti tre compagnx si vedevano entrare in casa sgherri in divisa, che
accusavano, udite udite, del gravissimo reato di “striscioni appesi”: dalle foto
sui giornali, apprendiamo fossero in solidarietà ad Alfredo Cospito, Mohamed
Awad Attia ed ad alcune compagnx indagatx nei processi a Torino e Milano per i
cortei contro il 41bis della stagione di lotta a fianco di Alfredo. Istigazione
a delinquere e ricettazione i reati contestati.
Parlando di quei mesi di lotta per e con Alfredo contro il 41bis, si nota un
parallelismo quasi lineare. In coda a quel periodo, due anni e mezzo fa, sempre
a Padova, tra l’altro al compagno accusato di blocco stradale in questa vicenda,
piombavano in casa le guardie. I reati contestati allora? Istigazione a
delinquere e imbrattamento (compagno poi assolto in primo capitolo sempre
durante questo movimentato autunno). Ma cos’altro accomuna questi due momenti?
Beh, viene da pensare che in una città pacificata come è Padova una compagine
anarchica venga vista un po’ come un elemento, che esce dagli oliati sistemi di
pacificazione cittadina.
Qui lo diciamo chiaro: gli ultimi reati contestati e le perquisizioni ‒ di
adesso, come di allora ‒ fanno parte di un unico grande schema repressivo. Ogni
volta che c’è la sensazione che esista una componente rilevante di anarchicx nel
contesto patavino, la risposta immediata è quella dell’intimidazione. In primo
luogo verso lx compagnx che si ritrovano a dover affrontare procedimenti penali
per nulla, in secondo luogo per le persone che potrebbero avvicinarsi a questa
suddetta area, che vengono intimorite indirettamente dal rischio di denunce
indagini e quant’altro. Ed infine, la famosa teoria dell’accumulo, per cui più
accuse senza senso ti do più, se un giorno mi va di darti una misura cautelare,
ho terreno di manovra per richiederla. Pacificazione e Repressione diventano
fenomeni contigui. La repressione come mezzo di pacificazione e la pacificazione
come repressione interna, in uno spettacolo che si ripete sempre uguale dentro e
fuori gli ambienti antagonisti.
Fortuna vuole che il vittimismo (anch’esso figlio non riconosciuto della
pacificazione) non sia qualcosa che ci appartiene, così come non ci appartiene
il qualunquismo sensazionalista di chi dice che finiremo tuttx in galera.
Parlare della repressione e fare considerazioni sulla stessa servono per
osservare in maniera materiale la realtà che ci circonda. Capire come si muove
la repressione nel nostro contesto geografico e capire come affrontarla al
meglio. Per ribadire il concetto che non dobbiamo farci intimidire da accuse
fasulle e inventate. Per dire che se il conflitto (politico o giudiziario che
sia) viene a bussare alla porta saremo prontx ad accoglierlo a braccia aperte.
Per dire ancora una volta, e non ci stancheremo, che finché sussisteranno le
motivazioni delle nostre lotte, ci troverete, vostro malgrado, tra i vostri
piatti e fetidi piedi.
Se questa storia ci insegna qualcosa, e non ne siamo per forza certx, è che
hanno più paura loro di noi, che noi di loro.
Riprendiamo da
https://pungolorosso.com/2025/12/21/gpi-e-udap-rispondono-allattacco-della-meloni-ad-atreju/
queste parole fiere, puntuali e belle, diffuse dalle autentiche organizzazioni
di lotta dei palestinesi in Italia contro le vili minacce di Meloni – e la
comparsata del pagliaccio collaborazionista Abu Mazen – ad Atreju:
COMUNICATO DI RISPOSTA ALL’ATTACCO DELLA MELONI ALLE ORGANIZZAZIONI PALESTINESI
L’invito di Abu Mazen ad Atreju e l’esplicito attacco della Meloni alle realtà e
ai movimenti palestinesi nel comizio finale, costituiscono un dato di fatto
significativo: la capacità del movimento di resistenza palestinese di rivelare
le fratture e le contraddizioni del sistema politico italiano ed
internazionale.
Per rispondere più nel dettaglio alla Presidente, che ad Atreju ci ha
interpellati direttamente, “pretendendo di sapere se la resistenza della quale
parliamo sia Hms”.
Siamo d’accordo con Meloni quando dice che “la pace non si fa con le canzoni di
John Lennon ma con la deterrenza”, e ribadiamo che, come dimostra l’oltre un
secolo di lotta anticoloniale del nostro popolo, in Palestina l’unica deterrenza
contro “Israele” è la Resistenza.
Chi ha storicamente rappresentato i palestinesi, in Palestina e nella diaspora,
non è mai stato un organo imposto dall’esterno, ma il movimento di resistenza
nella sua pluralità di movimenti, partiti, fazioni e gruppi, che hanno guidato e
sostenuto nel tempo tutte le forme della lotta di liberazione. La resistenza
palestinese non è un fenomeno contingente né riconducibile a un singolo attore,
è un processo storico che si sviluppa da oltre un secolo e che si esprime in
forme molteplici: dalla resistenza politica e sociale a quella culturale, dalla
resilienza quotidiana delle comunità al sacrificio dei prigionieri, dei
giornalisti, delle donne e dei bambini sotto assedio.
Perciò l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese è chiunque e
qualunque fazione lo difenda contro l’occupante sionista, compresi alcuni membri
proprio del partito del suo ospite e caro amico Abu Mazen. Uno di questi si
chiama Anan Yaeesh, detenuto in Italia, a Melfi, con false e ingiuste accuse.
Anan non è né un membro di Hms né di qualche partito comunista, ma un militante
di Fateh, che tecnicamente è il partito dell’Autorità Palestinese. Abu Mazen ha
mai parlato a Meloni di Anan? Ha mai preteso la sua liberazione? Certamente no,
e questo dà la misura di quanto sia traditore dei palestinesi, a partire da
quelli che dovrebbero essergli più prossimi.
Meloni ha paura delle “autoproclamate” associazioni palestinesi perché sa che
noi abbiamo più legittimazione di un burattino come Abu Mazen, perché sa che
alla testa della piazza del 4 ottobre c’eravamo noi e non l’ambasciata
palestinese, che in due anni non ha proferito mezza parola sul genocidio e che
non muove un dito per la liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti in
Italia.
Questa messinscena è un inutile tentativo di riabilitare un leader riconosciuto
solo da una comunità internazionale che rifiuta di ammettere le proprie
responsabilità storiche nel progetto coloniale israeliano; un leader non
riconosciuto dal suo stesso popolo, per il suo ruolo di sostegno all’occupazione
sionista.
Allo stesso tempo, la sua partecipazione al convegno di Fratelli d’Italia, è un
chiaro tentativo di rilegittimare il governo Meloni di fronte all’opinione
pubblica e di fare dimenticare il protagonismo italiano nel genocidio e nelle
pratiche di oppressione coloniale.
Ma il genocidio non sarebbe stato possibile senza il contributo fondamentale del
made in Italy. L’Italia infatti è il terzo esportatore europeo di armi verso
“Israele”, che invece è il secondo fornitore di armi all’Italia, che con i suoi
contratti militari, economici e accademici sostiene pienamente l’occupazione e
lo sterminio dei palestinesi.
Il massacro non sarebbe stato possibile senza l’incessante lavoro di sostegno
diplomatico che il suo Governo ha svolto per “Tel Aviv” a tutti i livelli e in
ogni occasione. Solo questo completa e rende pienamente giustizia al quadro
illusionista che la Premier ha dipinto ad Atreju: i bambini che lei ha fatto
umanamente venire in Italia per curarsi sono doppiamente suoi, perché la mano
italiana li ha bombardati prima e curati poi. Ugualmente gli aiuti sono stati
possibili solo grazie al contributo dell’Italia all’assedio e alla fame di Gaza.
Rimanere saldamente al fianco della resistenza e opporsi ai collaborazionisti è
fondamentale, ora più che mai, perché è proprio sul disarmo e sulla
riabilitazione dell’Autorità Palestinese che si gioca il piano Trump per la
colonizzazione della Palestina e per la liquidazione della sua causa.
Le organizzazioni palestinesi in Italia pretendono dallo Stato Italiano quello
che Abu Mazen non pretenderà mai: l’embargo totale delle armi ad “Israele”, la
rottura di ogni rapporto militare, economico politico e accademico, e
soprattutto la liberazione di Anan Yaeesh e la liberazione di tutti i
prigionieri palestinesi e per la Palestina in Italia.
Giovani Palestinesi d’Italia (GPI)
Unione Democratica Arabo Palestinese (UDAP)
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in formato opuscolo: fuori dal vortice- operazione repressiva a genova-
FUORI DAL VORTICE
qualche parola su una nuova operazione repressiva a Genova
Il 5 maggio 2024 un partecipato ed energico corteo ha attraversato le vie del
centro storico di Genova in solidarietà a 8 compagne e compagni arrestati fuori
dallo spazio occupato Ex Latteria. Un corteo nato per rispondere a un intervento
brutale in cui i carabinieri, con uno spropositato dispiegamento di forze, l’uso
di taser e spray urticanti, hanno compiuto l’ennesimo atto di superflua
repressione in cui quotidianamente è possibile imbattersi se si abbandonano le
vie patinate dello shopping e ci si spinge tra chi non è perfettamente
assimilabile dal sistema, non è conforme o esprime dissenso.
La partecipazione incondizionata, la determinazione e la rabbia di quel corteo
hanno provato a ribadire l’inconciliabilità con un presente opprimente e tutti
gli apparati che lo sorreggono.
A metà ottobre i giornali rivelano che il PM Longo aveva cercato di accusare già
mesi prima 26 persone, scelte secondo il suo discutibile criterio di
appartenenza ad aree antagoniste invise alla questura, chiedendo per loro la
custodia cautelare in carcere con l’addebito del reato di saccheggio e
devastazione. La sua richiesta è stata inizialmente respinta dal tribunale per
l’evidente incongruenza dell’apparato accusatorio, tra la frustrazione e
l’indignazione di politici forcaioli sedicenti democratici e giornalisti. A
seguito della rinnovata richiesta da parte di Longo, che si conferma essere
l’ennesimo passacarte delle veline della questura, sono state per ora attribuite
misure cautelari a 13 dellx indagatx: rientro notturno, obbligo di dimora e
firma quotidiana, attualmente sospese in attesa della cassazione. Inoltre, per
questa indagine in corso, ad un compagno di Genova è stato notificato il foglio
di via da Genova perché residente in un piccolo comune limitrofo.
Il recupero del reato di devastazione e saccheggio, introdotto in epoca fascista
attraverso il famigerato Codice Rocco, è espressamente pensato per reprimere le
rivolte spontanee che incendiano città e territori quando le persone sentono che
la misura è più che colma, decidono di non tacere e smettono di essere passive,
semplici spettatrici. Negli ultimi anni questo capo d’imputazione è stato
utilizzato per colpire non solo momenti di piazza, ma ha visto applicazioni in
carceri minorili e case circondariali, quando i detenuti in decine di città,
isolati e privati della già minima possibilità di comunicare durante la pandemia
del 2020, hanno attuato proteste sfociate in disordini durati giorni, represse
da interventi brutali e feroci della polizia penitenziaria che hanno portato
alla morte di 14 carcerati e centinaia di feriti.
Anche nei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) della penisola, luoghi di
estrema sofferenza ed emarginazione, il reato è stato più volte attribuito a
seguito di proteste e rivolte più che legittime, date le disumane condizioni di
reclusione e soprattutto l’ingiustificabile detenzione amministrativa di persone
migranti rese “clandestine” dal sistema di accoglienza, che nega ogni
possibilità di regolarizzare la propria posizione.
Il governo, attraverso campagne di disinformazione mistificatorie, criminalizza
il fenomeno della migrazione, creando false narrazioni e cercando di trarre
vantaggio dal senso di insicurezza sociale e dall’ostilità tra sfruttati,
lusinga il privilegio di chi ha un documento in tasca con l’idea di poter
risolvere le dinamiche sociali innalzando muri, aumentando i trasferimenti
coatti delle persone migranti e delocalizzando le strutture detentive negli
avamposti neo-coloniali, sfruttando l’assoggettamento di paesi limitrofi alla
politica della “fortezza Europa”.
L’ingranaggio della reclusione, in tutte le sue forme, continua ad essere ben
oliato e chiunque vi si opponga viene colpito da una durissima repressione.
Il fatto che il reato di devastazione e saccheggio sia rimasto quasi invariato
dall’epoca fascista (tranne per le aggravanti introdotte con il D.L.
“Sicurezza-bis” per fatti commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico
o aperto al pubblico) mette in luce come la modalità di gestione dei conflitti
all’interno della società non sia cambiata, e che ciò che più intimorisce il
potere rimane il pericolo di propagazione di idee sovversive e la diffusione di
conflittualità.
Spiccano le pene elevatissime per questo reato, fino a 20 anni di reclusione, ma
risulta ancor più pericoloso il concetto di “concorso morale”, secondo il quale
è sufficiente un atteggiamento non ostile verso ciò che accade o la semplice
partecipazione ad una situazione di piazza per concorrere e supportare il
proposito “criminoso” di altrx.
La narrazione poliziesca insiste nel cercare strutture e organizzazioni
gerarchiche in azioni spontanee, nella rabbia individuale e nella voglia di
scendere in piazza. Questo tentativo di individuare capi e logiche di potere è
basato su direttive nazionali, che mirano a criminalizzare le lotte e dissuadere
le persone dal partecipare. Essere presenti ad un corteo, scendere in strada,
colpire gli strumenti del controllo, esprimere le proprie idee fissandole sui
muri, condividere la rabbia contro la gabbia che chiamano normalità e la
tirannia che chiamano democrazia è una necessità, un respiro, una gioia
collettiva e individuale che non ha un vertice, non segue direttive, straborda
da qualsiasi piano prestabilito.
La repressione mira a minimizzare il livello del conflitto, agendo anche
preventivamente per minare relazioni di solidarietà e pratiche sovversive, con
la volontà di creare un deserto sociale basato sulla paura delle ripercussioni
punitive e sulle divisioni interne. È un sistema che si prepara a piegare e
bloccare qualsiasi forma di dissenso, producendo nuovi decreti e pacchetti
sicurezza, oppure usando vecchie leggi in modi sempre nuovi, per smorzare
qualunque istanza di rottura e conflitto, con la volontà di mettere fuori campo
chi non accetta di farsi plasmare dal potere.
In uno stato di guerra che è sempre più la realtà quotidiana, le bombe e il
sangue decimano vite e distruggono territori: da Gaza al Myanmar, dallo Yemen
all’Ucraina, dal Sudan al Pakistan (per un totale di più di 50 conflitti in
corso nel mondo). La complicità e il sostegno diretto dell’Occidente sono ormai
sotto gli occhi di tuttx: è palpabile l’incrementata militarizzazione di tutta
la società, plasmata dall’economia di guerra, sempre più modellizzata in
direzione autoritaria e gerarchica con il conseguente aumento della repressione
e della censura.
Alzando gli occhi dai nostri dispositivi elettronici, diventati estensione dei
corpi umani, è facile accorgersi della corresponsabilità nel saccheggio costante
del pianeta in termini umani ed ecosistemici da parte dei governi liberali e del
loro braccio armato: i grandi gruppi industriali e di ricerca tecnologica come
Leonardo, Fincantieri e l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), le banche come
Intesa San Paolo e Unicredit, le compagnie di armatori come Bahri e MSC, le
multinazionali dell’estrattivismo come Glencore o Altamin, i colossi rapaci
dell’energia come Eni e gli sfruttatori di terre altrui e disgrazie nostrane
come Benetton.
Mentre soffiano ovunque venti di guerra, le condizioni di vita peggiorano e le
prospettive si assottigliano, ci sembra normale e legittimo che la rabbia si
manifesti in molteplici forme.
Le cause dell’oppressione quotidiana sono riconoscibili in luoghi fisici che le
rappresentano e per questo vengono spontaneamente attaccati.
Le lotte di liberazione in luoghi diversi, come in Nepal, Indonesia, Perù,
Marocco, Wallmapu, dove individui e popoli hanno deciso di lottare e
autodeterminarsi, ci indicano che è giunto il momento di scegliere da che parte
stare: se dalla parte di chi con autonomia e coraggio rivendica una vita
dignitosa, oppure da quella di chi, dall’alto del proprio potere, bombarda e
affama intere popolazioni, sottopone territori alla devastazione, incarcera e
rende sempre più fragili e incerte le nostre esistenze.
La violenza di Stato si fa chiamare legge, perciò non ci stupisce che chi la
applica tenti di mettere al muro chi intende cambiare radicalmente una società
basata su guerre e sfruttamento.
Lx indagatx dalla procura genovese sono di fatto sotto accusa per non essere
rimastx in silenzio davanti all’ennesimo episodio di ordinaria violenza
autoritaria dei carabinieri.
Le scritte di solidarietà sui muri, le telecamere oscurate, le vetrine delle
banche infrante da anonimx autorganizzatx spontaneamente il 5 maggio, sono di
sicuro un oltraggio per chi non vuole mettere in discussione i propri privilegi,
ma non ci vuole l’intelligenza artificiale per capire che la vera violenza e il
saccheggio avvengono tutti i giorni nelle nostre vite, nelle scuole, al lavoro,
negli ospedali, dove ognunx di noi è sfruttatx senza ritegno e tutto è
schiacciato dal profitto.
Quel giorno la piazza ha saputo mettersi in gioco contro le disuguaglianze e
l’oppressione che vengono sistematicamente messe in atto per le strade delle
città, nei CPR, nelle carceri, nelle zone in cui il potere porta avanti genocidi
e guerre più o meno distanti da qui.
La mobilitazione di quei giorni a Genova ha saputo rompere l’indifferenza in
maniera concreta, distruggendo la spirale di passività nella quale ci vorrebbero
affossare.
Per questo la nostra solidarietà va a tutte le persone indagate in questo
procedimento, allx compagnx recentemente colpitx da provvedimenti tra Catania,
Palermo, Bari, Messina, Siracusa, Torino,
ax condannatx del Brennero, a tutte le persone recluse nelle carceri e nei CPR,
a tutti i popoli in lotta e a coloro che non si arrendono.
Genova, dicembre 2025
Abbiamo appreso che a metà febbraio avrà luogo l’udienza di cassazione per le
misure cautelari, seguiranno aggiornamenti.
Riceviamo e diffondiamo:
BEFANA INTERNAZIONALISTA 2026
Domenica 4 gennaio
Circolo Anarchico “La Faglia”, Foligno, via Monte Bianco 23
Dal primo pomeriggio, per tutta la giornata
Libri scatenati. Esposizione della mostra “La Cantonata” e bazar di materiale
editoriale dissequestrato a seguito degli esiti dell’inchiesta Sibilla.
Dalle 15:00
Proiezione del documentario To Kill a War Machine (2025) sulle azioni e le
ragioni di Palestine Action.
Dalle 17:00
Dibattito: Dalle parole ai fatti
Da Luigi Mangione a Elias Rodriguez negli Stati Uniti, fino alle uccisioni dello
stragista e reclutatore Demyan Hanul, ad opera di un coscritto ucraino, o
dell’ex presidente del Parlamento ucraino Andrij Parubij, da parte di un padre
che voleva vendicare il figlio disperso al fronte, fino alla vicenda italiana
dei fratelli Ramponi. Ci chiederemo se si stia aprendo una nuova stagione di
giustizieri individuali e ragioneremo sulle peculiarità di queste esplosioni di
vendetta armata, sulla natura di un simile fenomeno sociale, laddove si possa
considerare tale, a partire dalla sua estraneità ai movimenti antagonisti
contemporanei.
A seguire, cena e tombolata benefit per le spese legali dei processi scaturiti
dalla mobilitazione in solidarietà con Alfredo Cospito, in cui sono coinvolti
alcuni compagni e compagne del Circolo.
Nel ribadire come il 41 bis sia un carcere di guerra, sabotiamo il fronte
interno supportando i prigionieri della guerra sociale!
Per contatti e informazioni
E-mail: circoloanarchicolafaglia@inventati.org
Canale telegram: https://t.me/circoloanarchicolafaglia
DALLE PAROLE AI FATTI
Da Luigi Mangione a Elias Rodriguez negli Stati Uniti, fino alle uccisioni dello
stragista e reclutatore Demyan Hanul, ad opera di un coscritto ucraino, o
dell’ex presidente del Parlamento ucraino Andrij Parubij, da parte di un padre
che voleva vendicare il figlio disperso al fronte, fino alla vicenda italiana
dei fratelli Ramponi. Sembra che stia emergendo una nuova stagione di
giustizieri individuali che decidono di colpire in prima persona gli speculatori
della sanità privata, i responsabili della guerra e del genocidio o che si
difendono dall’esproprio del poco che gli resta, letteralmente, con ogni mezzo
necessario.
Intendiamo ragionare sulla natura di un simile fenomeno sociale – chiedendoci se
sia possibile, innanzitutto, racchiudere tali azioni armate, lontane e distinte
fra loro, in un monolitico fenomeno sociale – a partire dalla sua estraneità ai
movimenti antagonisti contemporanei. Con l’eccezione di Elias Rodriguez, si
tratta infatti di individui pressoché indifferenti alle consorterie politiche
della militanza radicale. Parliamo di proletari o comunque di individui che
hanno subito in prima persona una grave ingiustizia e che, nel vendicarsi – in
un’epoca di qualunquismo e guerra fra poveri – identificano con una certa
lucidità il nemico di classe e, in generale, i soggetti specificamente
responsabili.
Si tratta di aporie derivanti dalla fase storica attuale o sono la naturale
espressione di un inevitabile conflitto sociale alle porte? Siamo di fronte a
una nuova evoluzione della fase nichilista o al suo ripiegamento su se stessa?
Azioni come quelle sopra citate, anche per la forza che esprimono, rimangono
sempre nella storia, sia degli oppressi che degli oppressori.
Quale ruolo giocano l’esasperazione delle condizioni sociali e il dilagare della
guerra nel diffondersi di questi atti di aperta vendetta di classe?
L’incendio all’orizzonte sono le luci dell’aurora o del crepuscolo della
possibilità di un rovesciamento rivoluzionario, nei tempi moderni, di questa
società?
Ne parliamo domenica 4 gennaio alle 17:00, in occasione della BEFANA
INTERNAZIONALISTA 2026 al Circolo Anarchico “La Faglia”, via Monte Bianco 23,
Foligno.
Scarica il programma: programma befana internazionalista 2026 foligno
Scarica la traccia del dibattito “Dalle parole ai fatti”: dalle parole ai fatti
2026 foligno