Riceviamo e diffondiamo. Un’iniziativa analoga si è tenuta a Trento lo scorso
sabato 23 agosto, con la partecipazione di circa 70 persone.
Venerdì 29 agosto dalle ore 18.30
Manifestazione davanti alla sede RAI di Trento
(via Perini)
Il duplice raid israeliano all’ospedale Nasser di Khan Younis di lunedì 25
agosto, in cui sono stati uccisi 20 palestinesi, tra cui 5 giornalisti e un
operatore della protezione civile, sta suscitando giustamente un’ondata di
sdegno internazionale, persino all’interno di quelle agenzie di disinformazione
occidentali (come la Reuters) per cui lavoravano alcuni dei giornalisti uccisi.
Se non c’è dubbio che colpire un ospedale, per poi attendere l’arrivo di stampa
e soccorritori e bombardare anche questi, è un atto infame, non si tratta di un
episodio isolato, ma di una precisa strategia dello Stato d’Israele: impedire il
più possibile che l’orrore del genocidio venga documentato sul campo, e nel
frattempo sguinzagliare i propri influencer sionisti a Gaza per allestire una
narrazione falsa ed edulcorata. A dimostrarlo sono innanzitutto i numeri: 245
giornalisti (in gran parte arabi) eliminati dall’ottobre 2023.
Se persino da parte dei peggiori media mainstream (addirittura da “La
Repubblica”!) non mancano parole di sdegno e lacrime di coccodrillo, tutti o
quasi tutti (RAI compresa) si affrettano a riportare il presunto «rammarico» del
nazi-sionista Netanyahu, lasciando intendere che l’ultima strage a Khan Younis
sarebbe un tragico incidente. Ciò che non viene detto è il quadro in cui si
colloca l’eliminazione di giornalisti, ovvero quella che lo stesso Netanyhau ha
definito «guerra dell’informazione». Una guerra condotta anche da un’apposita
unità dell’esercito israeliano, chiamata “Cellula di legittimazione”, preposta a
giustificare l’eliminazione dei giornalisti scomodi in quanto “terroristi” o
“amici dei terroristi” (come nel caso del reporter di Al-jazeera Anas al-Sharif,
su cui pendeva un dossier della Cellula da più di un anno).
Se dall’azienda RAI, ovvero dal megafono di uno Stato e di un governo tra i più
allineati a Washington e tra i più collusi con Israele, non ci aspettiamo
niente, cosa ne pensano i suoi dipendenti, sempre pronti a gridare all’attentato
contro la “libertà di informare” a ogni minima contestazione? Hanno capito che
Israele è una minaccia per l’umanità intera, compresi i loro colleghi? E che il
“diritto di difendersi” sta tutto dalla parte dell’aggredito, e non certo dello
Stato colonizzatore sionista?
Di fronte all’orrore, o ci si schiera o si è complici, a maggior ragione quando
si ha il più ampio potere di influenzare e plasmare la pubblica opinione, e non
basta certo qualche occasionale (e più o meno insipido) comunicato. Bisogna
fermarsi e puntare i piedi.
SCIOPERO GENERALE OVUNQUE, ANCHE NELLA RAI!
Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese – Trento
Tag - Stato di emergenza
Riceviamo e diffondiamo:
Domenica 7 Settembre 2025, presso il Circolo anarchico “La Faglia”
in via Montebianco 23, Foligno( Pg)
H 17 : Presentazione opuscolo “Solidarietà ad Anan, Alì, Mansour”
In vista della conclusione del processo farsa a cui sono sottoposti per opera
della Procura, della Digos, della Direzione Distrettuale Antimafia ed
Antiterrorismo abruzzesi ed in supporto alla chiamata solidale, fuori dal
tribunale dell’Aquila, del 19 Settembre 2025.
A fianco di chi resiste in Palestina e contro lo Stato italiano che, anche, con
operazioni giudiziarie come queste si dimostra complice del sionismo,
perseguendo i combattenti palestinesi, consegnando ad Israele informazioni utili
per eliminarne altri, mettendo sotto processo azioni che persino per l’odioso
diritto internazionale sono legittime ( la resistenza armata contro l’occupante)
A seguire si mangia e si beve!!
Riceviamo e diffondiamo:
Un documento sulla natura coloniale e imperialista dello Stato di Israele.
Solidarietà alla lotta di resistenza palestinese!
Gruppo anarchico fuoricontrollo – Savona
Qui di seguito il PDF del testo:
israele ferocia coloniale
Riceviamo e diffondiamo:
Da diffondere il più possibile!
Per rompere l’isolamento a cui l’anarchico Alfredo Cospito* è sottoposto tramite
il blocco praticamente totale della corrispondenza, rilanciamo qui la chiamata a
mandargli cartoline e lettere… in questo periodo di spostamenti vacanzieri, ecc.
potrebbe arrivare corrispondenza a lui diretta da molte amene località!
Questa ennesima chiamata a scrivere al nostro compagno è motivata anche dagli
aggiornamenti che ci giungono da Bancali, visto che Alfredo valuta estremamente
opportuno continuare e incrementare l’invio di corrispondenza a lui diretta:
anche senza tracciabilità, anche solo cartoline con o senza mittente… se ne
arrivassero in numero considerevole darebbero un bell’impegno a chi è preposto a
bloccargli la posta.
Si è valutato poi che in questo momento la tracciabilità della corrispondenza a
lui destinata non sia necessaria quanto lo è stata fino ad ora visto che Alfredo
ha accumulato più di 30 trattenimenti di corrispondenza certificata su cui deve
esprimersi il Magistrato di Sorveglianza, che però sta tardando a farlo (normale
per quanto riguarda Bancali, a detta dell’avvocato che assiste numerosi reclusi
in quell’istituto).
Infine, a margine della questione “corrispondenza”, il prossimo 14 settembre ci
sarà un’udienza inerente al “giudizio di ottemperanza” nei confronti del carcere
di Bancali: si tratta di un procedimento in cui il magistrato valuta se il
carcere non è in grado di fare rispettare un’autorizzazione concessa ma che non
viene realmente resa possibile. Si tratta dell’accesso di Alfredo alla
biblioteca dell’istituto, che era stata autorizzata senza che però ne abbia
potuto beneficiare. Se danno ragione ad Alfredo il giudice designerà altra
figura differente dal personale penitenziario per fare sì che l’autorizzazione
venga rispettata.
Facciamo anche nostra la proposta di “Iniziativa in solidarietà ad Alfredo
contro il blocco della posta” formulata dai/dalle compas di S’Idea Libera di
Sassari per dare ulteriore sviluppo al tentativo di inceppare uno dei
dispositivi di isolamento applicati nei confronti di Alfredo: un’occasione in
più perché, superata questa “fase estiva” di invio di cartoline e lettere senza
modalità coordinate, si provi a dare continuità sul lungo periodo all’impegno
nel dimostrare ai suoi carcerieri che Alfredo non sarà mai solo!
INIZIATIVA IN SOLIDARIETÀ AD ALFREDO CONTRO IL BLOCCO DELLA POSTA
In relazione alla situazione di censura, blocco e isolamento di Alfredo in 41
bis a Bancali, vorremmo condividere questa proposta di iniziativa.
Nel tempo sono state diverse le occasioni in cui, in forma individuale o
organizzata, si è cercato di rompere l’isolamento tramite la corrispondenza. In
questo momento, in cui ci sembra importante battere il ferro con costanza,
abbiamo pensato a un’iniziativa che abbia come obiettivo quello di sostenere
Alfredo tramite la corrispondenza e dargli un po’ di continuità per avere un
certo impatto, o provare ad averlo.
La proposta è la seguente: ogni realtà, collettivo o individuale, che abbia
voglia di aderire si prende l’impegno di inviare almeno 7 cartoline ad Alfredo
in una determinata settimana. In questo modo, quante più adesioni ci saranno,
tanto più riusciremo a garantire una “copertura” nel tempo con una certa
continuità.
Proponiamo questa modalità organizzativa:
1. le realtà, individuali o collettive, possono mandare la propria disponibilità
alla mail evaliber2@inventati.org entro l’1 settembre.
2. sulla base delle disponibilità butteremo giù un calendario, per cui a ogni
realtà sarà data una settimana di riferimento in cui inviare le
cartoline/lettere ad Alfredo.
L’indirizzo per scrivere ad Alfredo è:
Alfredo Cospito
C.C. “G.Bacchiddu”
Strada Provinciale 56, n°4
Località Bancali
07100 Sassari
Rompiamo l’isolamento!
Spazio Sociale S’Idea Libera (Sassari)
Cassa AntiRep delle Alpi occidentali
* Alfredo Cospito è un compagno anarchico in carcere dal 2012. Inizialmente
arrestato e condannato per il ferimento dell’Amministratore Delegato di Ansaldo
Nucleare, sta ora scontando una condanna a 23 anni di reclusione emessa
nell’ambito del processo “Scripta Manent” in cui sono stati imputati (e alcune e
alcuni tra loro anche condannati) vari anarchici e anarchiche. Dopo la sua
assegnazione al regime detentivo del 41bis nella primavera del 2022, Alfredo ha
intrapreso uno sciopero della fame durato 6 mesi contro il 41bis e l’ergastolo
ostativo che, grazie anche all’energica mobilitazione internazionale che ha
accompagnato la sua iniziativa, ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica
l’aberrazione di questo regime carcerario e della condanna a morire in carcere
rappresentata dall’ergastolo ostativo.
Alfredo è tuttora rinchiuso nel 41bis di Bancali (Sassari), e il rinnovo o meno
della sua assegnazione a tale regime avverrà la prossima primavera. La finalità
del 41bis è chiara: annientare fisicamente e psicologicamente gli individui che
ci finiscono. Nel caso di Alfredo è evidente una progressiva limitazione nelle
già esigue possibilità di vivibilità stabilite per tale regime detentivo: blocco
della corrispondenza da/per l’esterno, impossibilità di accedere alla biblioteca
interna (autorizzazione che Alfredo aveva avuto dalla Direzione), blocco dei
libri regolarmente acquistati in libreria tramite il carcere (come prevede il
regime del 41-bis) e di altri beni, come farina o indumenti, di uso quotidiano.
ps: Per chi fosse interessat*, sono state stampate delle cartoline contro il
41bis che si possono richiedere alla mail: cassantirepalpi@autistici.org
Qui il pdf: Angiolillo
Michele Angiolillo. Anarchico, internazionalista, giustiziere
L’8 agosto 1896, nella stazione termale basca di Santa Águeda, il primo ministro
spagnolo Antonio Cánovas del Castillo viene ucciso con un colpo di pistola. A
sparare è Michele Angiolillo, un anarchico foggiano di venticinque anni. Durante
la sua arringa difensiva, il giovane anarchico dichiarerà di aver ucciso Cánovas
in quanto personificazione di «ciò che hanno di più ripugnante la ferocia
religiosa, la crudeltà militare, l’implacabilità della magistratura, la tirannia
del potere e la cupidigia delle classi possidenti. Io ne ho sbarazzato la
Spagna, l’Europa, il mondo intero. Ecco perché io non sono un assassino, ma un
giustiziere!». Il suo riferimento al «mondo intero» non è un’iperbole retorica.
Negli stessi anni in cui il primo ministro spagnolo dispiega una feroce
repressione interna, culminata nella proclamazione della legge marziale a
Barcellona e nelle torture inflitte a centinaia di prigionieri nell’infame
fortezza di Montjuïc, i suoi governatori coloniali e i suoi generali rispondono
con la strage e con i campi di concentramento (i primi della storia)
all’insurrezione cubana e alla sollevazione nelle Filippine. Non a caso il libro
che Angiolillo porta con sé, quando parte da Londra con il proposito di
giustiziare Cánovas, è Les Inquisiteurs d’Espagne, de Cuba e des Filippines,
scritto dall’anarchico creolo cubano Fernando Tarrida del Mármol, anch’egli
detenuto a Montjuïc. Nella sua arringa Angiolillo parla esplicitamente, oltre
che di Montjuïc, della violenza coloniale a Cuba e nelle Filippine.
Sotto il tallone di Crispi
Michele Angiolillo era nato a Foggia il 5 giugno 1871 (subito dopo la sanguinosa
repressione della Comune di Parigi). Durante gli anni di studio presso un
istituto tecnico, diventa un militante repubblicano radicale. Esce
dall’esperienza della coscrizione militare con convinzioni anarchiche. In
occasione delle elezioni del 1895, pubblica un manifesto contro le «leggi
scellerate» promulgate dal primo ministro Crispi. Il Cánovas italiano, subito
dopo avare represso nel sangue il moto dei Fasci siciliani e l’insurrezione
scoppiata in Lunigiana in solidarietà con i contadini della Sicilia, si prepara
all’aggressione imperialista in Abissinia – conclusasi con la disastrosa
sconfitta di Adua –, di cui la legislazione d’emergenza è il riflesso sul fronte
interno. Per il suo manifesto Angiolillo viene arrestato con l’accusa di
«incitazione all’odio di classe». Rilasciato in attesa del processo, il giovane
compagno spedisce una lettera al ministro della Giustizia in cui attacca il
pubblico ministero, cosa che gli procura una condanna a diciotto mesi di carcere
e tre anni di confino. A quel punto Angiolillo parte sotto falso nome e
raggiunge Barcellona passando per Marsiglia. Nel capoluogo catalano impara il
mestiere di tipografo e partecipa attivamente alle attività del movimento
anarchico, all’epoca vero e proprio crocevia cosmopolita. Collabora, tra le
altre cose, a «La Ciencia Social» insieme a Tarrida e Ramón Sempau (lo scrittore
e poeta bohémien, nonché simpatizzante anarchico, che cercherà di giustiziare il
luogotenente Portas, responsabile delle torture a Montjuïc). Dopo l’attentato al
Corpus Domini – di cui diremo in seguito –, Angiolillo scampa alla retata
organizzata da Cánovas contro centinaia di sovversivi – tra cui Cayetano Oller,
compagno dell’anarchico foggiano – e ripara a Marsiglia. Qui viene arrestato per
dei documenti falsi e, dopo un mese di carcere, viene espulso in Belgio. Quando
la campagna internazionale lanciata da Tarrida contro Cánovas è al suo apice,
Angiolillo si trasferisce a Londra, dove ritrova Oller – sottoposto a terribili
torture a Montjuïc, rilasciato per mancanza di prove ed espulso dal suo stesso
Paese –, e dove partecipa all’imponente manifestazione organizzata dal Commitee
on Spanish Atrocities, comitato promosso anche da Tarrida, il quale
nell’occasione parla per la delegazione dei rivoluzionari cubani. Durante la
manifestazione prende la parola anche l’anarchico francese Charles Malato, che
nel suo intervento invoca vendetta per le vittime di Cánovas, tra cui cita lo
scrittore filippino José Rizal, assassinato nella colonia spagnola; ma
soprattutto salgono sul palco alcuni dei torturati di Montjuïc, i quali mostrano
in pubblico i loro corpi mutilati. Qualche tempo dopo, l’anarchico foggiano
incontra personalmente Francisco Gana, che portava i segni indelebili delle
sevizie subite dagli aguzzini spagnoli. Così descrive la scena, nella sua
autobiografia (Nella tormenta), l’anarchico tedesco Rudolf Rocker:
Quella notte, quando Gana mostrò le sue membra mutilate e le cicatrici che le
torture avevano lasciato su tutto il suo corpo, capimmo che leggere di tali
questioni è una cosa, ma sentirne parlare dalle labbra di chi le ha subite è
un’altra. […] Eravamo tutti seduti immobili, pietrificati, e trascorsero diversi
minuti prima che fossimo in grado di proferire qualche parola di indignazione.
Solo Angiolillo rimase in silenzio e, poco dopo, si alzò pronunciando un
laconico saluto per poi lasciare l’abitazione. […] Questa fu l’ultima volta che
lo vidi.
L’ultima volta che lo vide il mondo, fu il 20 agosto 1986, il giorno in cui il
giovane anarchico fu garrotato. Non prima di aver urlato al mondo «Germinal!».
Dalle segrete di Montjuïc
Il 7 giugno 1896, a Barcellona, una bomba esplode durante la processione del
Corpus Domini, causando tre morti sul colpo e decine di feriti (nove dei quali
moriranno in seguito). Benché non si possa escludere che sia stata un’azione
indiscriminata – alla Oberdan, per intenderci – contro l’odiatissima Chiesa
spagnola, alleata della monarchia, stampella dei latifondisti e architrave
dell’amministrazione coloniale, i sospetti di una provocazione poliziesca
perdurano tutt’oggi. Come che sia, Cánovas decreta la legge marziale a
Barcellona e fa arrestare più di trecento persone. Meno noto è che la fortezza
di Montjuïc diventa – a dispetto dei nuovi inquisitori – un luogo di incontro
tra anarchici di vari Paesi, rivoluzionari cubani e deportati filippini. Un
esempio emblematico di tale crogiuolo è la condivisione della stessa cella da
parte di Ramón Sempau – incarcerato per aver cercato di giustiziare il
torturatore Portas – e di Isabelo de los Reyes, già autore del pionieristico El
Folk-lore Filipino. Tornato poi a Manila, Isabelo, che aveva conosciuto anche
Malatesta, vi porta le prime pubblicazioni anarchiche apparse nelle Filippine, e
metterà in campo quello che dice di aver imparato dagli anarchici
nell’organizzazione degli scioperi e nella creazione delle prime Unioni Operaie.
Quanto a Sempau – esempio di intreccio tra mondo artistico radicale, ideali
libertari e propaganda del fatto – sfuggirà alla corte marziale e alla condanna
a morte grazie alla campagna internazionale sugli orrori di Montjuïc.
Tornanti
La condanna a morte di Francisco Ferrer nel 1909, così come il movimento
internazionale per impedirla, prolunga questa storia. Non solo perché
l’esecuzione avvenne, il 13 ottobre, proprio nella fortezza di Montjuïc. Ma
soprattutto perché l’accusa contro Ferrer era quella di aver fomentano la
«Settimana tragica», la rivolta proletaria e anarchica per impedire l’invio di
coscritti chiamati a sedare l’insurrezione in Marocco. In molte città europee le
manifestazioni per Ferrer daranno vita a scontri con la polizia. A Torino, dopo
la proclamazione dello sciopero generale, le dimostrazioni assumeranno un
carattere quasi insurrezionale nei quartieri di Barriera di Milano e di Borgo
San Paolo.
Per via del ruolo giocato dai repubblicani e dai democratici nella campagna per
Ferrer, quest’ultimo è ricordato come un martire del libero pensiero, come un
precursore dell’educazione laica contro l’oscurantismo religioso. Ferrer fu
anche questo, certo, ma fu soprattutto un combattente sociale, redattore tra
l’altro de «La Huelga general», i cui proclami erano inequivocabili: Viva la
Revolución, Viva la dinamita!.
In un’epoca in cui soffiano di nuovo i venti di guerra e sull’altra sponda del
Mediterraneo il suprematismo occidentale sta consumando un genocidio; in un
presente nel quale si moltiplicano attraverso i continenti le odierne «leggi
scellerate» contro il dissenso interno, ricordare il gesto di Angiolillo e il
suo «Germinal!» significa riattualizzare quell’internazionalismo che è parte
integrante della nostra storia. Non siamo piume al vento.
(Gli elementi storici alla base di questo testo sono tratti soprattutto dal
prezioso Anarchismo e immaginario coloniale, scritto da Benedict Anderson nel
2005 e pubblicato quest’anno da elèuthera)
Riceviamo e diffondiamo:
inutile Memoir, lontano dalle polemiche
all those beautiful boys/ kings and queens/ and criminal queers/ all those
beautiful boys/ tattoos of ships and tattoos of tears
If you saw the younger you, what would you say to ‘em?
A chi ha occhi per guardarsi intorno sarà evidente, ancora una volta, la
marginalità del dibattito in auge nell’ambiente anarchico, resa più grave,
stavolta, dall’urgenza della contemporaneità: l’unica cosa che conta è Gaza,
temo, e la noiosa ironia così come la rivoltante acrimonia che animano le parti
in causa si capiscono meglio in quanto frutto di una frustrazione alimentata
innanzitutto proprio dalla marginalità. Ma dato che anch’io all’ultimo atto di
un genocidio secolare oppongo evidentemente ben poco oltre alla frustrazione,
dato che gli ambienti li capisco sempre meno, e dato che il dibattito in
questione per più motivi (ora non interessa quali) mi riguarda, partecipo
individualmente alla gara di osservarsi l’ombelico e parto dal mio, facendo
aneddotica, e condividendo stadi successivi di rielaborazione di un’esperienza
personale maturata in germania una ventina di anni fa. Mi si perdoni quindi la
narrazione interna, la favoletta senza morale, lo stile eccentrico e l’argomento
collaterale.
All’epoca la queerness invadeva le strade della città che percepiva ancora se
stessa, nonostante i fasti del ventennio precedente fossero già tramontati, come
una delle capitali della conflittualità europea, in virtù appunto di una storia
di riappropriazione degli spazi che era proprio ciò che mi aveva portato lì
(Meinzer strasse, Kubat dreieck, i wagenplaetze…) con un habitus turistico che è
adesso molto facile criticare, e che non costituisce però il tema centrale del
racconto. La Humboldt Universitaet offriva da qualche anno un corso di laurea in
gender studies, nelle Hausproject si leggevano Solanas, Preciado e Butler, il
femminismo della terza ondata imponeva un’agenda trans, lesbica e separatista a
tutti gli ambiti che si professassero Autonomen, portando inevitabilmente al
confronto su questi temi anche i vari settori punk e insurrezionali, per non
parlare di Antifa e Antideutsch. Le etichette, mi sembrava, funzionavano bene in
germania, mentre si adattavano molto peggio alle persone che frequentavo in
italia, dove era più diffusa la capacità, e la possibilità, di muoversi da un
ambiente all’altro senza per forza professarsene adepti. Comunque le queer demo
portavano in piazza a Berlino migliaia di persone che si identificavano
nell’opposizione alla normatività capitalista e neoliberista, nel rifiuto
dell’esistente e in un’utopia rivoluzionaria ancorché confusa e confusionaria
(jedenfalls); e io ho partecipato, per poco meno di un anno, con un certo
entusiasmo al movimento berlinese per quello che era, per ciò che vi trovavo,
sforzandomi di prescindere da ciò che mi sarei aspettato di trovarvi. Durante
una delle suddette affollate manifestazioni, l’amica ben inserita che mi faceva
da Pigmalione mi spiegò: “vedi come sono tranquilli gli sbirri? sono felici che
tutte le occupanti di case, le anarchiche che facevano gli scontri, le violente
rivoluzionarie siano sparite dalla piazza, e che la piazza sia ormai piena di
queers. Quello che non capiscono è che questi queers sono esattamente le stesse
occupanti, anarchiche e rivoluzionarie di prima”; il che non era vero, ma
esprimeva un’ambizione. L’affermazione peraltro strideva con la violenta
repressione nelle strade ad opera della polizia, che osservavo quasi
quotidianamente, in coincidenza con l’esplosione della Gentrifizierung in
Friedrichshain e una serie impressionante di sgomberi di spazi definibili a
vario titolo “liberi”. Purtroppo il criminal queering espresso nelle strade di
Berlino nel 2006 e cantato da Anohny nell’esergo non aveva di per sé molto a che
fare con l’autodifesa di un corteo, o di uno spazio occupato, o con i mezzi che
attuano le rivoluzioni, cosa in parte confermata dal fatto che la mia amica
avrebbe poi fatto carriera accademica, con belle pubblicazioni presso Seuil e il
romantico rimpianto di non essere riuscita ad abbattere il capitalismo. Ora
immagino che questo possa sdegnare molte di voi: io invece non me ne stupisco,
non ci vedo un tradimento, e per questo ritengo di non avervi fatto la morale;
anzi, se state ancora leggendo, se mi concederete il margine d’errore che io ho
lasciato alla mia sodale berlinese, vorrei calare queste riflessioni e questa
attitudine nel momento presente (se non vorrete farlo, beh siete delle persone
orribili! perché discutere allora).
È chiaro come il sole che nemmeno il “movimento anarchico” (?) è mai stato
esente da dinamiche autoritarie, prevaricazioni, violenze di ogni tipo e quindi
sì, ci sono, vorrei dire ci sono ancora, omofobia, transfobia, machismo tra le
altre cose brutte; è anche chiaro che, a distanza di un decennio almeno
dall’arrivo di istanze fortemente critiche e accusatorie rivolte all’interno del
movimento stesso riguardo questi temi, le reazioni sono state spesso assenti o
inadeguate, quando non del tutto scomposte e ostili, e che questo rende
difficile o impossibile ad alcun* anche solo frequentare certi ambienti. Urge
quindi una presa in carico del problema, che ad ogni modo non si risolverà
facilmente e certo non nello spazio di una generazione.
Dovrebbe essere però altrettanto chiaro che l’agire di molta di questa parte
critica e accusatoria si è finora rivolto all’interno del movimento con una
ferocia e una volontà di nuocere, nelle parole e nei fatti, che la stessa parte
non riesce fuor di retorica a indirizzare all’esterno (siamo ancora in attesa di
“bruciare tutto” dopo l’ennesimo stupro: e invece parrebbe che si voglia dar
fuoco a un’occupazione “sessista” prima, più volentieri e piuttosto che a una
questura), e che le modalità adottate in troppi frangenti hanno portato
all’inazione o ancor peggio al sabotaggio di iniziative urgenti, in una logica
del divide et impera in cui chi imperat, indovina un po’, è il nemico.
Ed ecco che infine si pone la questione dirimente, con la quale alla buona ora
chiudo queste deboli pagine: siamo, sono, siete, sei ancora in grado di
riconoscere il nemico? Al di là delle astrazioni concettuali e, ovviamente, del
gioco delle parti e delle egemonie; altrimenti, non resta che augurarsi anche
qui una gazificazione diffusa come cura dell’intellettualismo e bagno di realtà
storicizzata.
We are smarter than they think we are
They take us all for idiots, but that’s their problem
When we behave like idiots, it becomes our problem
Con affetto, amarezza e ancora auspici.
V
Riceviamo e diffondiamo questo opuscolo, che raccoglie gli scritti in
solidarietà a imputati e imputate per il corteo dell’11 febbraio 2023 a Milano
in solidarietà ad Alfredo Cospito e contro 41-bis ed ergastolo ostativo. Il
primo grado di questo processo si è concluso con pesanti condanne contro 10
compagni e compagne, a cui mandiamo tutta la nostra solidarietà.
Qui l’opuscolo: prova opuscolo 2
In questi giorni, a diverse compagne e compagni imputati è stata notificata
l’udienza preliminare del processo per l’Operazione “Diana”, che coinvolge in
tutto 12 persone. L’udienza è fissata presso il tribunale di Trento alle ore 9.
Seguiranno aggiornamenti.
Per saperne di più:
https://ilrovescio.info/2023/08/04/ennesima-inchiesta-per-270-bis-in-trentino-richieste-e-non-concesse-12-misure-cautelari/
https://ilrovescio.info/2023/09/17/trento-rigettate-ancora-le-misure-richieste-per-linchiesta-diana/
https://ilrovescio.info/2025/06/28/sulloperazione-diana-contro-lanarchismo-in-trentino-cose-utili-da-sapere/
Mentre anche in Israele si svolgono le prime manifestazioni esplicitamente
contro il genocidio del popolo palestinese (Standing Together), e i riservisti
israeliani che non rispondono alla chiamata per andare ad uccidere i gazawi
stanno diventando decine di migliaia, arriva questa importante dichiarazione da
parte del Congresso ebraico antisionista, riunitosi a Vienna dal 13 al 15 giugno
scorsi. La forza di questa dichiarazione non sta per noi nei riferimenti al
Diritto internazionale e negli appelli all’ONU e agli Stati, ma nell’individuare
le cause del genocidio in corso nel progetto coloniale sionista in quanto tale;
nello schierarsi in modo netto con la resistenza palestinese («Affermiamo il
diritto delle persone che vivono sotto occupazione a difendersi con ogni mezzo»)
e con il movimento BDS; nel rivendicare per la Palestina la prospettiva della
decolonizzazione e della «de-sionizzazione»; nel ribadire a chiare lettere che
l’«affermazione secondo cui gli ebrei sostengono intrinsecamente il sionismo e
l’abominevole Stato sionista è autentico antisemitismo».
DICHIARAZIONE DEL CONGRESSO EBRAICO ANTISIONISTICO
Oltre 1.000 ebrei e non ebrei antisionisti si sono riuniti a Vienna per tre
giorni di conferenze e workshop nell’ambito del Congresso sull’antisionismo
ebraico. Sebbene si sia trattato del primo evento del suo genere in Europa, sono
già in corso i preparativi per un secondo congresso nel 2026.
Noi, relatori e organizzatori del congresso, pubblichiamo questo appello
pubblico, che riflette le posizioni comuni raggiunte nel corso dei tre giorni di
deliberazioni.
Come ebrei antisionisti e alleati, ci schieriamo al fianco di tutti i
palestinesi – in Palestina e in esilio – contro il sionismo e i suoi crimini,
tra cui genocidio, apartheid, pulizia etnica e occupazione. Affermiamo il
diritto delle persone che vivono sotto occupazione a difendersi con ogni mezzo,
come riconosciuto da molteplici disposizioni delle Nazioni Unite. È fondamentale
che gli ebrei di coscienza, ovunque nel mondo, si uniscano per opporsi al
sionismo in comune e in solidarietà con il movimento globale per la liberazione
della Palestina. Ci impegniamo a espandere il nostro movimento oltre le sue
radici europee per includere le voci antisioniste di tutto il mondo, incluso il
Sud del mondo.
Condanniamo senza riserve tutti i crimini di guerra commessi da Israele dal 7
ottobre 2023, tra cui la pulizia etnica, l’apartheid militarizzato, l’urbicidio,
lo scolasticidio, il medicidio, la carestia di massa come mezzo per sfollare
forzatamente oltre due milioni di abitanti di Gaza e un genocidio in corso che
coinvolge centinaia di migliaia di persone, uno dei peggiori crimini di guerra
del nostro tempo. Questi atti sono già stati riconosciuti come tali dalla CPI e
dalla Corte Internazionale di Giustizia, sebbene lo Stato di Israele abbia
respinto categoricamente le richieste di entrambe le corti. Ha inoltre respinto
numerose richieste sia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che del
Consiglio di Sicurezza. Di conseguenza, circa due milioni di civili sono
attualmente confinati in una piccola area della Striscia di Gaza senza accesso a
cibo, acqua, medicine, riparo o assistenza medica. Questi nuovi crimini sono
solo gli ultimi di una storia infinita di reati simili che risale al
1948. Nonostante le ripetute violazioni delle risoluzioni dell’Assemblea
Generale e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e gli estesi rapporti
dei Relatori Speciali delle Nazioni Unite, non sono mai state imposte sanzioni a
Israele.
Nessuno di questi crimini di guerra e crimini contro l’umanità avrebbe potuto
essere compiuto o sostenuto senza il sostegno attivo ed entusiastico delle
potenze occidentali – attraverso aiuti militari, supporto finanziario e
copertura politica e diplomatica – guidate da Stati Uniti, Unione Europea, Regno
Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Sostenendo e armando uno Stato
criminale che commette genocidio, questi governi hanno la responsabilità legale
e morale ai sensi della Convenzione sul Genocidio del 1948. Invitiamo tutti gli
Stati e le società a rispettare i propri obblighi ai sensi della Convenzione per
la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio e ad adottare tutte le
misure necessarie per porre fine al genocidio in corso a Gaza.
Le sanzioni devono includere anche la sospensione di Israele dall’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite, come accadde al Sudafrica nel 1974 per le sue
politiche di apartheid. I crimini di Israele sono chiaramente ancora più
orribili. Sebbene l’ONU abbia schierato truppe internazionali per decenni per
separare le parti in conflitto tra Israele ed Egitto e Israele e Libano, non ha
mai istituito una forza di protezione per proteggere la vita dei palestinesi
dall’oppressione sistematica e dal terrore perpetrati dallo Stato israeliano.
Siamo d’accordo che sia giunto il momento di adottare una simile misura
umanitaria. Senza di essa, Israele continuerà a commettere omicidi di massa
contro i palestinesi.
Chiediamo inoltre che l’Unione Europea segua le proprie leggi e
rispetti l’articolo 2 dell’accordo di associazione UE-Israele , che le impone di
cessare i rapporti commerciali con Israele e di porre fine al suo status di
associazione nei programmi finanziati dall’UE.
Invitiamo tutte le società, le associazioni e le organizzazioni internazionali a
espellere Israele dalle proprie fila finché non rispetterà tutte le risoluzioni
delle Nazioni Unite e dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, non porrà
fine al genocidio in corso a Gaza e non ritirerà le sue forze armate da tutti i
territori conquistati con la forza nel 1948 e nel 1967, nonché da tutti i
territori siriani e libanesi occupati dal 1967. Israele deve ritirare
immediatamente e completamente le sue forze armate dalla Striscia di Gaza,
revocare il blocco in vigore dal 2006 e garantire a tutte le organizzazioni
umanitarie accesso illimitato per operare liberamente.
Invitiamo tutti gli stati, le istituzioni e le organizzazioni della società
civile a implementare e sostenere le richieste del Comitato Nazionale
Palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). Ciò
include la cessazione di tutti i legami finanziari, accademici, militari,
culturali e diplomatici con lo stato genocida fino a quando non soddisferà le
condizioni di cui sopra e garantirà il diritto dei rifugiati palestinesi a
tornare alle loro case e proprietà, in conformità con la Risoluzione ONU 194.
Invitiamo inoltre le Nazioni Unite a imporre sanzioni immediate e globali in
risposta agli attacchi immotivati e illegali di Israele contro Teheran e altre
città iraniane, nonché alle sue uccisioni di massa di civili. Queste sanzioni
devono essere estese anche ai governi occidentali che incoraggiano e favoriscono
i crimini internazionali in corso di Israele attraverso il sostegno militare e
politico. Le armi nucleari illegali di Israele devono essere smantellate
attraverso un processo trasparente supervisionato dall’Agenzia Internazionale
per l’Energia Atomica.
Rifiutiamo categoricamente l’affermazione che Israele agisca per conto degli
ebrei o che le sue attività criminali siano sostenute da tutti gli ebrei.
Invitiamo gli ebrei di tutto il mondo a opporsi allo Stato sionista, a negarne
la legittimità e a chiedere la cessazione immediata delle sue azioni criminali e
riprovevoli. Ciò include il sostegno alla campagna BDS e la recisione dei legami
culturali, politici e istituzionali con Israele finché non soddisferà le
condizioni di cui sopra. Israele e il sionismo agiscono illegalmente e
immoralmente, pur insistendo di farlo per conto degli ebrei, mettendo così in
pericolo tutti gli ebrei ovunque. Questa affermazione secondo cui gli ebrei
sostengono intrinsecamente il sionismo e l’abominevole Stato sionista è
autentico antisemitismo.
Rendiamo omaggio a tutti gli oppositori israeliani del sionismo e invitiamo gli
ebrei israeliani a riconsiderare la loro lealtà a un regime che ha negato i
diritti dei palestinesi per oltre otto decenni. Onorando l’eredità storica degli
ebrei e i principi dell’ebraismo stesso, invitiamo tutti gli ebrei di coscienza
ovunque a schierarsi fianco a fianco con i palestinesi contro l’ideologia
razzista del sionismo e la sua intrinseca supremazia. Invece, ovunque ci
troviamo, lavoreremo con il movimento globale per la decolonizzazione e la
liberazione della Palestina. Restiamo uniti e facciamo tutto ciò che è in nostro
potere per creare un futuro di uguaglianza, giustizia e dignità per tutto il
popolo palestinese, una terra dove la vita condivisa e il rispetto reciproco
possano rifiorire. Decolonizzazione e de-sionizzazione.
Libertà per la Palestina e il suo popolo.
Firmato,
(le Firme sono leggibili nel Link)
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https://www.juedisch-antizionistisch.at/deklaration