Riceviamo e diffondiamo:
Qui la chiamata in pdf: DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
A breve il programma completo dell’iniziativa
DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
La guerra è sempre un fatto di politica interna.
Sia perché le sue basi materiali sono vicine a noi (come industrie, logistica,
ricerca) sia perché ha un ritorno altrettanto materiale (nei termini di guerra
al nemico interno, intruppamento della società, costi che vengono fatti pagare
alla classe proletaria).
Se il compito di rovesciare la guerra tra Stati e tra gli sfruttati in guerra
contro gli sfruttatori non può gravare sulle spalle di un qualunque movimento
specifico, a noi rimane il compito di dare concretezza alla solidarietà
internazionalista e capire come essere all’altezza delle sfide della nostra
epoca.
Un anno fa la due giorni contro “carcere e guerra” al terreno No Tav di
Acquaviva (Trento) è stata occasione per ritrovarsi tra compagni e compagne e
pensare la lotta fuori dalle carceri unita a quella dentro di esse, anche grazie
a contributi scritti di diversi prigionieri. Cadendo a ridosso delle giornate di
blocco di settembre e ottobre, ha anche permesso un confronto rispetto a quello
che stava accadendo. A un anno di distanza, tanto è successo ma non sono venute
meno le ragioni per discutere di “carcere e guerra”.
Il genocidio a Gaza continua, con l’estensione della guerra totale a Yemen, Iran
e Libano.
L’imperialismo statunitense mostra i muscoli in Sudamerica dietro la facciata
della lotta “al narco-terrorismo” e si rivale sui suoi alleati-vassalli europei,
scatenando nel frattempo la violenza anti-proletaria per le strade delle proprie
città (coi raid tecnologicamente equipaggiati dell’ICE).
La competizione tra le potenze – che per quanto ci concerne si concretizza nel
riarmo dell’Occidente – si traduce in una feroce predazione delle risorse
necessarie a un capitalismo digitale che sviluppa l’IA come nuova atomica,
mentre rende progressivamente il pianeta inadatto alla vita (come testimoniano
le temperature record dell’estate trascorsa).
Emerge in tutta la sua arroganza una tecno-oligarchia che non ha problemi a
considerare gran parte dell’umanità massa eccedente e a trattarla come bestiame
da macello.
Il razzismo sistemico si riverbera nelle periferie e nell’intera società
occidentale.
L’altra faccia del riarmo è la crescente repressione, in Italia strutturata
attorno ai costantemente aggiornati decreti sicurezza: impunità per gli omicidi
di Stato, allargamento della sorveglianza tecnologica, criminalizzazione della
gioventù immigrata, finanche la proposta di messa al bando degli “anarchici e
antifascisti” dopo la morte di Sara e Sandrone…
Ma non viviamo in un tempo in cui i soli colpi vengono assestati dal nemico di
classe.
Insurrezioni e sommosse si succedono per tutto il mondo (dall’Indonesia alla
Bolivia).
Nel ventre della Bestia alle resistenze contro l’ICE si aggiungono quelle contro
i progetti di datacenter e una crescente rabbia contro gli oligarchi capitalisti
(testimoniata dai vari attacchi a CEOs e dal ritorno del sabotaggio).
In Albania un progetto immobiliare israelo-saudita-statunitense ha scatenato un
movimento di massa contro il governo.
In Italia i moti del “Blocchiamo tutto” hanno palesato la disponibilità al
conflitto di nuove generazioni, riemersa poi in momenti di conflittualità come
la piazza bolognese per Fakir.
Le sfide che ci pone la tendenza alla guerra mondiale necessitano tanto di
riflessione quanto di iniziativa.
Proponiamo questa due giorni con in testa, più che delle proposte, degli
interrogativi da affinare assieme, per avere più slancio nelle lotte a cui
partecipiamo e parteciperemo.
Che strada dovremmo prendere come internazionalisti contro un mondo di guerra,
genocidio e incarcerazione tecnologica?
Che cosa significa essere con la resistenza palestinese e contro lo Stato di
Israele?
Quali valutazioni e quali prospettive possiamo condividere a partire da quanto
si è mosso nell’ultimo anno, in Italia e non solo, contro colonialismo e
genocidio?
Quali le possibilità di lotta a partire dai nervi scoperti che strutturano i
rapporti tra Israele e stati occidentali, dalle reti logistiche alla trama
dell’interesse economico?
A quali scenari di incarcerazione tecnologica lavorano gli stati e che ruolo
giocherà l’apparato di controllo nel disinnescare e reprimere la protesta alle
nostre latitudini?
Che forme di rivolta ed evasione sono praticabili contro le sue manifestazioni
più tangibili, come i data center?
Come sta cambiando la forma del potere (e dunque la possibilità di attaccarlo)
oggi che l’apparato tecnologico sta riempiendo il mondo di enormi “contenitori”
di dati necessari al suo stesso mantenimento?
Quello che sta venendo vidimato, decreto dopo decreto, è la costruzione di un
diritto penale da stato di guerra.
La lotta dentro le carceri è punita sempre più duramente e lottando fuori è
sempre più facile finirci dentro: con l’art. 270 quinquies è sufficiente la
disponibilità di testi o materiale video per essere arrestati con l’accusa di
terrorismo, mentre alle mobilitazioni al fianco della resistenza palestinese
hanno fatto seguito decine di misure cautelari, non ci dimentichiamo dei due
compagni che hanno perso la vita mentre erano sottoposti a tali misure.
Con quali prospettive possiamo immaginare di affrontare il carcere di oggi
nell’eventualità di essere arrestati/e?
Quali insegnamenti traiamo dall’esperienza dei Prisoners for Palestine e dalla
mobilitazione internazionale in loro sostegno?
Come provare dunque a dare una dimensione internazionale alle lotte all’interno
del carcere?
In che modo un movimento contro la guerra si fa carico di sostenere i propri
prigionieri a partire dai prigionieri palestinesi attualmente detenuti in
Italia?
Come si possono affrontare le nuove forme di repressione economica (es. multe
per manifestazioni e “grida sediziose”)?
Come affrontare collettivamente la risposta repressiva agli ultimi blocchi e
alla mobilitazioni per la Palestina?
Con Sara e Sandrone nel cuore.
Anche quest’anno la due giorni si terrà al Terreno Notav di Acqua Viva
(Mattarello, Trento), Sabato 17 e Domenica 18 Ottobre. Sarà disponibile
campeggiare e sono gradite le distro.
Pranzi e cena saranno benefit per spese legali e mantenimento dei prigionieri.
Tag - Stato di emergenza
Riceviamo e diffondiamo:
Mercoledì 12 agosto, a partire dalle ore 6:00, sono state effettuate tre
perquisizioni domiciliari a Berlino e nei dintorni: a Neukölln, Kreuzberg e
Brandeburgo.
L’indagine riguarda una rapina in banca avvenuta nel 2013 ad Aquisgrana. Questa
rapina è collegata a quella alla Paxbank avvenuta nel 2014 ad Aquisgrana, per la
quale nel 2017 sono stati* incriminat* divers* anarchic* e Lisa è stata
condannata. Già allora la Procura aveva cercato di stabilire un nesso tra la
rapina del 2014 e quella del 2013, ma le indagini non avevano avuto esito
positivo in quanto mancavano prove che supportassero questa tesi.
Venerdì scorso una persona è stata arrestata in Spagna ed estradata ad
Aquisgrana. Attualmente si trova in custodia cautelare. È accusato di aver
partecipato alla rapina in banca del 2013.
Il mandato di perquisizione era rivolto a Lisa in qualità di indagata e alla sua
partner e compagna in qualità di testimone. Cercavano supporti di memoria e
documenti manoscritti. Inoltre, la misura ha interessato * coinquilin*
dell’indagata, gli spazi comuni e le cantine degli appartamenti, nonché un luogo
in cui, secondo i dati di localizzazione delle celle di telefonia mobile, Lisa
si sarebbe recata più volte. La perquisizione è stata condotta dall’Ufficio
criminale regionale (LKA) della Renania Settentrionale-Vestfalia e dall’Ufficio
criminale regionale (LKA) di Berlino; era presente anche la stessa procuratrice,
la signora Breuer del Tribunale regionale di Aquisgrana, che già all’epoca del
processo del 2017 si era opposta con forza alle compagne. È stato impiegato
anche un cane da fiuto. Le perquisizioni sono durate 6-7 ore.
Lisa è stata condotta alla stazione di polizia, sottoposta a procedure di
identificazione (ovvero sono state scattate foto e rilevate le impronte
digitali) e poi rilasciata. Sono state scattate delle foto a parte per una
perizia antropometrica. Tutti coloro che si trovavano negli appartamenti stanno
bene.
Grazie per la solidarietà e il sostegno. E come sempre: non fate speculazioni,
non serve a nessuno.
Solidarietà con le persone coinvolte e con l’imputato attualmente in carcere!
❤️ Con forza, calma, amore e rabbia
https://de.indymedia.org/node/858128
Riceviamo e diffondiamo:
Introduzione. Sui fatti dello scorso 27 aprile: nota 27 aprile
Sulla falsa solidarietà di PD, AVS e ANPI a una giornata di lotta contro i
fascisti: scritto solidarietà 27 DEF
Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento:
Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa
«Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci
viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che
noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione,
che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e
bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea
(ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica
utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati?
Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo
contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo
che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci
difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da
prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e
tutti rivendichiamo quello che è accaduto».
In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da
Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus,
quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa.
Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello
praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli
resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e
ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima
difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è
una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In
questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav…
Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un
coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta
per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei
semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo”
(compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il
“terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di
resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato
sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di
polizia!
I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più
giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di
guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere
devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai
mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.
Trento, 31 luglio 2026
Comitato No Tav di Trento
Riceviamo, traduciamo e diffondiamo:
[it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE
Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano
diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar,
Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per
bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per
liberare…
In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha
fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari
che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla
difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo
Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a
tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare
volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta…
Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi
a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi
una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile?
La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra!
Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue
«soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di
distruzione/ricostruzione e di controllo sociale.
Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per
«mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo
delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle
tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di
«unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per
disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che
sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali,
come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle
strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando
così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei
periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è
qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli
armamenti!
La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può
sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema!
È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci
senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le
nostre lotte dallo Stato.
Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati;
sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le
rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di
partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee
antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista.
Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto
reciproco.
Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno,
opponiamo l’attacco contro chi ci opprime.
Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera.
Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione.
Assemblea antimilitarista a Bruxelles
--------------------------------------------------------------------------------
[fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION
Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se
répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar,
Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des
excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser
pour libérer…
En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a
fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires
qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense
partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo
Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous
les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire
volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout,
s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se
battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité
? Aucune autre perspective ne serait envisageable ?
La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre !
Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses «
solutions », offrant au système économique un mécanisme de
destruction/reconstruction et de contrôle social.
Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour
« sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des
ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions
politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à
un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population,
notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme
menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par
exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de
l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors
une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de
conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien
quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de
l’armement !
La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut
survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système !
Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle :
organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos
luttes de l’État.
Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ;
soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et
révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer
à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées
antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste.
Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide.
Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons
l’attaque contre ceux qui nous oppriment.
Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté.
Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution.
Assemblée antimilitariste à Bruxelles
--------------------------------------------------------------------------------
[es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN
¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución
Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se
extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar,
Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para
bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar…
En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo
su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan
escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las
calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de
Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años
invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits
de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que
hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para
“perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra
perspectiva posible?
¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra!
Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las
“soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción,
reconstrucción y control social.
El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y
apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar
la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la
miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el
patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la
represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y
movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el
fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los
presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay
periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay
alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria
armamentística!
La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin
ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema!
Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala:
organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer
las luchas contra el Estado.
Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los
Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las
luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en
el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas;
defender una perspectiva internacionalista.
Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua.
Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos
atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos
por una vida de libertad.
Ni guerra ni “paz”, revolución.
Asamblea Antimilitarista – Bruselas
--------------------------------------------------------------------------------
Altre lingue/other languages:
ČESKY:
https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce
[3] # PDF [4]_
PORTUGUÊS:
https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao
[5] # PDF [6]_
Riprendiamo da http://invictapalestina.org questo articolo che aiuta a leggere,
inquadrandoli nel loro contesto, i fatti dello scorso 24 luglio nel villaggio
cisgiordano di Tell (quegli stessi fatti che TG1 e TG2 sono riusciti a
presentare come aggressione a un gruppo di escursionisti!)
La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la
strategia israeliana in Cisgiordania
di Ramzy Baroud
Durante un’incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di
Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale
sottomissione palestinese.
Di fronte alle incessanti incursioni militari, alla confisca delle terre e alle
vessazioni e violenze dei coloni, gli abitanti del villaggio e gli agricoltori
locali si sono rifiutati di arrendersi.
Nello scontro che ne è seguito, un singolo palestinese ha disarmato un soldato
israeliano e aperto il fuoco contro le forze d’invasione vicino all’avamposto
dell’insediamento illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone
altri tre.
Ciò che è accaduto dopo è stata la prevedibile e implacabile furia
dell’Occupazione: le forze israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato
hanno lanciato immediatamente una serie di incursioni a Tell e nelle comunità
limitrofe, uccidendo quattro palestinesi, incendiando case e trasformando
edifici residenziali in centri di interrogatorio da campo.
In una rapida campagna di Punizione Collettiva, le Forze di Occupazione
Israeliane hanno arrestato oltre 70 palestinesi, di cui più di 40 solo a Tell,
estendendo al contempo le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarm, Ramallah,
Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico.
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa
Israel Katz hanno immediatamente ordinato “un’operazione militare su vasta
scala”, mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha
condannato inequivocabilmente gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni
definendoli “pogrom contro civili indifesi”, ribadendo la richiesta di un
embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele.
Tuttavia, per comprendere la scintilla di Tell, è necessario comprendere la
pentola a pressione esplosiva in cui si è trasformata la Cisgiordania Occupata.
Il calcolo primitivo di Netanyahu
La risposta immediata di Netanyahu all’incidente di Tell non è stata un
allontanamento dalla politica, bensì l’attivazione di una vecchia e radicata
dottrina: ogni atto di Resistenza palestinese, per quanto localizzato, deve
essere strumentalizzato per accelerare il furto di terre palestinesi
sponsorizzato dallo Stato.
Per decenni, l’apparato di sicurezza israeliano ha utilizzato la Resistenza
locale come copertura per raggiungere ambizioni demografiche e territoriali di
lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha
raggiunto livelli di velocità e brutalità senza precedenti.
L’entità della distruzione
Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media globali si concentrava
principalmente sugli orrori di Gaza, Israele ha sistematicamente esteso la sua
offensiva in tutta la Cisgiordania Occupata:
Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle
forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato.
Oltre 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili veri, schegge e
aggressioni fisiche, con gli attacchi dei coloni che rappresentano la maggior
parte dei recenti feriti civili.
Più di 10.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza a causa della
demolizione delle loro case, delle violenze dei coloni e delle severe
restrizioni di accesso. Intere comunità beduine e rurali nelle colline a Sud di
Hebron e nella valle del Giordano sono state sistematicamente spopolate e
ripulite.
Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante rastrellamenti notturni
militari e posti in detenzione amministrativa arbitraria senza accusa né
processo.
Sotto la guida del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a cui erano stati
conferiti poteri ufficiali sugli affari civili in Cisgiordania, il governo
israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunam di territorio palestinese
“terra demaniale”, segnando la più grande e continua appropriazione di terre dai
tempi degli Accordi di Oslo. Contemporaneamente, decine di avamposti di coloni
illegali sono stati legalizzati retroattivamente e sono state promosse migliaia
di nuove unità abitative negli insediamenti.
Scopo strategico dietro la recrudescenza
La campagna sistematica di Israele in Cisgiordania persegue tre distinti
obiettivi politici e militari per Netanyahu e il suo governo.
Primo, prevenire un secondo fronte:
Israele si è reso conto che se la Cisgiordania si sollevasse in una ribellione
organizzata su vasta scala mentre il suo esercito è impegnato in una snervante e
interminabile Campagna Genocida a Gaza, contenere entrambe le entità si
rivelerebbe praticamente impossibile. Non essendo riuscito a schiacciare la
Resistenza palestinese a Gaza nonostante la sua schiacciante forza militare,
Israele ha applicato una violenza preventiva e brutale in Cisgiordania per
terrorizzare la popolazione e costringerla alla sottomissione totale.
Secondo, proteggere Netanyahu attraverso l’influenza dell’estrema destra:
Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al
fallimento del suo esercito nel raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati,
Netanyahu ha avuto bisogno di mantenere intatta la sua coalizione. Ha concesso
ai ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir assoluta
libertà di attuare la loro agenda ideologica: espandere gli insediamenti
illegali, annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e invadere
ripetutamente e alterare lo status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa
nella Gerusalemme Est Occupata.
Terzo, mascherare il fallimento con atteggiamenti offensivi:
Nel disperato tentativo di evitare di apparire come un leader impotente
intrappolato in una guerra di logoramento su più fronti, Netanyahu ha utilizzato
operazioni militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei
campi profughi della Cisgiordania (da Jenin e Tulkarem a Nablus) per proiettare
un’immagine di forza e controllo davanti al suo elettorato interno di destra.
Il terrore dei coloni e il fallimento dell’Autorità palestinese
Questa campagna di espansione sponsorizzata dallo Stato è stata agevolata da due
fattori principali sul campo.
Primo, paramilitarismo incontrollato dei coloni:
Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale di Itamar Ben-Gvir, le bande
violente di coloni sono state pienamente integrate nelle milizie paramilitari
sponsorizzate dallo Stato. I coloni lanciano regolarmente Pogrom organizzati
contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando
bestiame e sparando contro i civili, con la protezione diretta e la
partecipazione attiva dell’esercito israeliano.
Secondo, la sottomissione e l’inazione dell’Autorità Palestinese:
L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il suo dovere fondamentale
di proteggere il suo popolo. Invece di formulare una strategia di difesa
nazionale o di fornire almeno una dirigenza simbolica per resistere
all’espropriazione delle terre, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese
hanno continuato a coordinarsi con l’Occupazione.
L’Autorità Palestinese ha represso attivamente i combattenti della Resistenza
locale, confiscato armi e represso manifestazioni pubbliche, agendo come forza
amministrativa subappaltata per gestire la sottomissione palestinese per conto
di Israele.
Perché l’analisi corrente fallisce
La maggior parte dei media e degli analisti politici inquadrerà inevitabilmente
l’attuale recrudescenza in base a ristretti parametri parlamentari. Faranno
riferimento alle imminenti elezioni israeliane, sostenendo che Netanyahu sta
provocando la violenza unicamente per consolidare il voto dell’estrema destra,
accontentare Ben-Gvir e Smotrich e sbaragliare i suoi rivali politici.
Gli organismi internazionali per i diritti umani lanceranno i soliti
avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere esprimeranno
allarme per gli attacchi contro strutture mediche come l’Ospedale Specializzato
di Nablus, e blocchi politici come l’Unione Europea lanceranno appelli
inefficaci a “tutte le parti per una distensione”.
Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire miliardi di
dollari in armamenti pesanti a Israele, rafforzando un episodio di Complicità
storica.
Ciò che queste analisi non riescono costantemente a cogliere è la realtà
dell’azione palestinese.
Trattano i palestinesi come vittime passive in attesa di un intervento
internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma
l’esplosione di Tell ha dimostrato che lo status quo di accerchiamento totale,
umiliazione quotidiana e spossessamento esistenziale è intrinsecamente
insostenibile.
La ribellione non è iniziata dove si aspettavano gli analisti militari
tradizionali: è divampata in una piccola cittadina agricola tra persone che
hanno deciso che la Resistenza era l’unica risposta possibile a un lenta e
graduale annientamento.
La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e
nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche
convenzionali.
[Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di “The Palestine Chronicle”. È
autore di sei libri, tra cui La Nostra Visione per la Liberazione: Leader
Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano, curato insieme a Ilan Pappé. Il
suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non
di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA),
dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).]
Riceviamo e diffondiamo:
LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE.
Dopo il riesame negativo di Pietro, compagno anarchico arrestato nell’operazione
del 16 giugno
Mentre scorrono ancora sugli schermi di tutta Italia le immagini dell’omicidio
per mano di due poliziotti di Abderrahim Fakir al Pilastro; mentre gli sbirri
assassini che hanno ammazzato Fakir godranno dello “scudo penale” introdotto da
questo governo per le forze dell’ordine; mentre un bottegaio milionario che ha
assassinato due persone sparando loro alle spalle, il “gioielliere Roggero”,
diventa l’icona pop di un fascismo suprematista che nulla ha da invidiare al
trumpismo; mentre nel “paese del Duce” centinaia di fascisti in camicia nera
sfilano per commemorare il compleanno di un dittatore; mentre il governo
“licenzia” l’ennesimo pacchetto di leggi liberticide contro “i maranza”, per
annichilire definitivamente ogni spinta di ribellione giovanile, ecco, mentre
tutto questo accade (e purtroppo ce ne sarebbero molte altre da dire) il
tribunale del Riesame di Bologna decide (23/07) che un compagno anarchico debba
restare in cella nel carcere di Alta Sicurezza di Terni per “detenzione di
opuscoli terroristici”.
Senza voler sminuire l’importanza della parola scritta e della sua diffusione e
senza voler cedere all’indignazione democratica, ci pare però doveroso (oltre
che necessario per sfogare un po’ di nausea) concentrare le nostre energie su
questa fotografia: il paese in cui viviamo è uno stato di polizia sempre più
attrezzato all’eliminazione del dissenso interno (eliminazione anche fisica) e
sempre più razzista, colonialista, fascista.
Questo dato di fatto, che non è nuovo per nessunx che abbia avuto negli anni un
certo sguardo critico sul mondo, con la contestazione sempre più frequente
(specialmente per quelle persone accusate di “terrorismo islamico”) del
270quinques ter. sta davvero segnando una svolta repressiva inaudita anche per
queste desolate terre italiche.
Il “terrorismo della parola” sta colpendo principalmente lx anarchicx e lx
solidalx palestinesi, ma, come sempre, dopo gli apripista facili da sbattere sul
giornale, si passerà alla sua più larga attuazione.
In questo momento di rabbia e di incredulità, dobbiamo mantenerci saldx, con
l’esempio che ci mandano lx compagnx prigionierx in tutto il mondo (dal Cile
alla Grecia alla Palestina passando per l’Italia) che resistono fermamente
nonostante la situazione più sfavorevole possibile, come il compagno Alfredo
Cospito, tumulato nel 41bis.
Saldx e serenx e fierx di questx compagnx e delle idee che portano nel cuore,
idee, che sulla carta stampata, adesso valgono la galera: difenderle è ancora
più importante e necessario.
Il nemico è sempre più spietato, sta a noi essere sempre più unitx nella
diversità ma accumunatx dalla gioia rabbiosa di voler veder cancellato questo
mondo di sopruso e oppressione come il più infame degli incubi del genere umano.
Che la calura dell’estate non ci ottenebri i pensieri e i sogni, che la rabbia
non ci accechi ma ci faccia affinare la mira, che la tristezza per l’ennesimo
fratello dietro le sbarre non ci immobilizzi, ma ci sproni a proseguire con
gioia nelle (anche) sue scelte di lotta e di vita!
Pietrino libero e selvaggio!! 🙂
Tuttx liberx!
Forza amicx, compagnx, sorelle e fratelli, avanti tutta!!
Cassa Antirepressione Capitano ACAB
capitanoacab@insiberia.net
Riceviamo e diffondiamo dall’Assemblea No CPR di Torino questo contributo, che –
a partire dalla solidarietà ai compagni arrestati e indagati – tocca un tema
importante: il controllo delle emigrazioni come laboratorio del controllo
poliziesco e tecnologico che si stringe sul mondo intero.
Qui l’introduzione:
L’operazione del 16 giugno 2026 non può lasciarci indifferenti. In quanto
persone che si organizzano contro i CPR, ci fa rabbia e ci spinge all’azione
ogni strumento che lo stato adopera per bloccare i corpi dentro le strette
maglie di ciò che è permesso e di ciò che non lo è, in nome di un ordine
democratico da difendere e dei suoi confini da salvaguardare.
Sappiamo bene quanto questo fantomatico ordine da difendere sia basato su
gerarchie razziste e classiste, e per questo non possiamo che essere
profondamente solidalx con chi cerca di metterlo in discussione. Ma, oltre al
desiderio di esprimere solidarietà, questo testo punta anche a mettere in luce
alcuni aspetti in comune tra la repressione che subiscono alcune figure che lo
stato identifica come nemiche. Che si tratti di persone in movimento o di chi
crede che lo Stato sia una contingenza storica oppressiva e non necessaria,
quello che constatiamo con angoscia è la continuità dei dispositivi tecnologici
e di controllo che vengono adoperati. Infatti, se di per sé non sono niente di
nuovo le operazioni ‘anti-anarchiche’ e le indagini per 270, se è vero che non
c’è alcuna novità particolare nel fatto che lo Stato cerchi di controllare chi
può attraversare e stanziare nel suo territorio e chi no (si tratta di uno dei
suoi obiettivi fondanti), quello che rappresenta una novità è la capillarità con
cui alcune nuove tecnologie si diffondono silenziosamente nelle vite di tutti i
giorni, fornendo materiale per operazioni giudiziarie fondate sul nulla,
controllando ogni azione che avviene durante un corteo, o ancora tracciando gli
indesiderati da rispedire oltre i confini della Fortezza Europa.
Qui il testo completo: 16giugno.nocprmilano
Riceviamo e diffondiamo:
Il 16 giugno 2026 la polizia irrompe in casa di molti compagni e compagne in
tutta la penisola per effettuare perquisizioni ed arresti.
In nove sono accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e,
fra questi, alcuni sono anche indagati, insieme ad altri compagni e compagne,
per alcuni sabotaggi alla linea ferroviaria dell’alta velocità in occasione
delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Inoltre due compagni, in seguito al ritrovamento di alcuni opuscoli nelle loro
abitazioni, vengono anche accusati di 270 quinquies ter, il cosiddetto
“terrorismo della parola” e condotti anche loro in carcere.
I giornali, con la retorica giustizialista delle aule di tribunale, riportano
fedelmente le veline della Questura: “terrorismo”, “violenti”, “cellula
terroristica”, “pianificavano azioni violente”. ll potere ha sempre trovato un
nome per chi interrompeva il suo sonno, rendendolo il nemico interno di cui
avere paura. Crea il mostro e lo sbatte in prima pagina.
Dal canto nostro invece sappiamo bene che esiste una differenza profonda tra la
violenza che serve a conservare un dominio e quella che nasce dal desiderio di
spezzarlo. La prima appartiene ai potenti: ha eserciti, bilanci, tribunali e
uffici stampa. La seconda nasce dalle mani comuni, dalle vite ordinarie, da chi
non dispone di altro se non della propria immaginazione e della complicità di
spiriti affini.
Vediamo sempre più chiaramente che il progresso coincide – per questo sistema –
con opere che cancellano foreste, quartieri e costringono alla fuga popolazioni.
Negli anni abbiamo infatti visto ferrovie divorare montagne, fiumi spostati e il
cielo riempito di cavi, antenne, droni, satelliti. Questa distruzione viene
amministrata, finanziata, inaugurata con i nastri e gli applausi. Eppure nessuno
osa chiamarla violenza.
Ne abbiamo avuto esempi anche con questi ultimi giochi olimpici invernali: i
residenti della Val di Flemme chiusi fra recinti e check-point; interi boschi
abbattuti per costruire le strutture necessarie alle competizioni; l’addetto
alla sorveglianza degli impianti lasciato a morire di freddo, le persone
sgomberate dai quartieri di Milano in cui vivevano, le strade militarizzate, i
rastrellamenti e gli omicidi della polizia. Abbiamo visto l’arrivo di mezzi
militari da diverse parti del mondo (ricordiamo la sfilata dei blindati del
Qatar) e corpi di polizia, compresi membri dell’ICE, responsabili di rapimenti,
torture e omicidi negli Stati Uniti.
Non ci stupisce dunque se qualcuno abbia voluto in quelle giornate ricordare che
non c’è nulla da festeggiare sabotando la linea ferroviaria dell’alta velocità,
soprattutto se guardiamo all’accordo siglato fra RFI e Leonardo due anni fa
riguardante la collaborazione per la mobilità militare. Accordo in linea con il
piano di riarmo dei Paesi Europei che si preparano alla guerra per cui, anche
nel nostro contesto, le infrastrutture civili vengono messe a disposizione per
soddisfare le necessità militari di trasporto e di controllo (il cosiddetto dual
use) creando così un filo diretto tra i nostri governi e aziende e le guerre
odierne vicine e lontane.
Quindi nel sabotaggio vediamo la liberazione oltre la distruzione.
Il sabotaggio è il gesto con cui chi non possiede eserciti ricorda ai potenti
che nessun ingranaggio è invincibile. È il momento in cui una macchina scopre di
dipendere da una mano umana. È il momento in cui un sistema, che si racconta
perfetto, lascia intravedere una crepa.
Il nostro passato vicino e lontano è pieno di sabotaggi che hanno avuto un
impatto sulla direzione in cui andavano le cose. Molti sabotaggi sono stati
applauditi come quelli avvenuti durante la resistenza o in epoca più recente in
territori toccati da grandi opere o grandi eventi: il Castor in Germania e
Francia; il TAV in Italia.
Il sabotaggio non è lo strumento di chi ha ricchezze, palazzi, ministeri. È
accessibile a tutti ed è riproducibile. È il sapere di chi osserva con
attenzione, di chi vuole conoscere il funzionamento delle cose e capisce che
ogni meccanismo ha un punto vulnerabile. Per questo spaventa. Perché dimostra
che gli esseri umani non sono fatti soltanto per eseguire ordini, ma sono fatti
anche per trovare le falle, per immaginare deviazioni.
Parlando di idee e immaginari ricordiamo che ad aprile 2025 è stato varato un
decreto sicurezza – entrato in vigore il 9 giugno 2025 – in cui viene introdotto
il reato di terrorismo della parola. Quindi non basta più punire quello che si
fa, ma bisogna anche sorvegliare quello che s’immagina. Se pronunci una frase
sbagliata, sei terrorista. Se sogni un mondo diverso, sei terrorista. Se
possiedi determinati opuscoli, sei terrorista. Le idee fanno così paura che
bisogna processarle prima ancora che diventino gesti.
Lo abbiamo visto con l’applicazione del regime carcerario del 41bis ad Alfredo
Cospito, giustificato anche con il fatto che continuasse a scrivere e ad avere
scambi epistolari con altri compagni e compagne nonostante la reclusione.
Ogni pensiero deve essere esaminato e sottoposto a censura.
Ogni gesto che compiamo deve poter essere osservato.
Così ci siamo abituati a convivere con occhi ovunque. Se poco tempo fa gli
scenari di controllo totale e capillare facevano solo parte della fantascienza o
dei libri di storia per raccontare il nazismo e altri regimi dittatoriali come
fossero situazioni lontane, ora la sorveglianza è ormai trasformata in
paesaggio, è la norma. A noi non stupisce se qualcuno cerca ancora un angolo
d’ombra dove sia ancora possibile esprimersi liberamente ed esistere; colorare
di nuovo il proprio immaginario.
Una società smette di essere libera molto prima di perdere i suoi diritti.
Comincia a perdere la libertà quando non riesce più nemmeno a immaginarla.
Quando ogni orizzonte è già stato disegnato da qualcun altro.
«Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi e
quel paesaggio si è associato per sempre con la nostra idea di libertà.» (I
piccoli maestri, Luigi Meneghello)
La libertà è questo. Un paesaggio che cambia per sempre il modo in cui guardi il
mondo. E dopo averlo visto, non puoi più convincerti che la gabbia sia la natura
delle cose.
Ma nessuno raggiunge quel paesaggio da solo.
Il potere ci vuole individui isolati, concorrenti, sospettosi gli uni degli
altri. Vuole che ciascuno difenda soltanto il proprio piccolo recinto. Perché un
individuo solo è prevedibile. Una comunità che immagina insieme, invece, è
imprevedibile.
Quando si vive la stessa oppressione non c’è bisogno di andare a cercare
proseliti: si condivide la medesima rabbia ed è quella che fa incontrare e
diventare complici. Non per nascondersi gli uni dietro gli altri, ma per vedere
più lontano. Perché ogni immaginazione, quando incontra un’altra immaginazione,
smette di essere un sogno privato e diventa un progetto comune. È così che nasce
un sentiero: una persona da sola lascia un’orma; molte persone lasciano una
strada.
Ed è questo, forse, che li spaventa più di ogni altra cosa. Non il sabotaggio di
una linea ferroviaria, ma il sabotaggio dell’idea che il loro mondo sia l’unico
possibile. Perché ogni volta che qualcuno dimostra che un ingranaggio può
fermarsi, dimostra anche che la storia può ripartire in un’altra direzione. E
finché esisterà qualcuno disposto a immaginarla, nessun sistema potrà dirsi
davvero al sicuro.
Per quanto ci riguarda saremo sempre al fianco di chi trova i propri complici,
di chi non si rassegna ai binari di quest’esistenza, di chi sogna dall’alto
delle montagne la libertà.
Nel momento in cui pubblichiamo questo testo solo un compagno fra gli/le
arrestate del 16 giugno è ancora rinchiuso nella sezione AS2 del carcere di
Terni, mentre gli altri e le altre sono state scarcerate dopo l’udienza di
Riesame.
Libertà per Pietro! Libertà per tutti e tutte!
Riceviamo e diffondiamo, con rabbia solidale:
ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME CONFERMA IL CARCERE PER PIETRO
https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/pietro_riesame/
Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della
detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato
nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso.
Non abbiamo parole.
Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di
Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire
la reclusione del nostro compagno!
Ricordiamo che Pietro era stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della
parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto
sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante la perquisizione.
Toni, detenuto con la medesima accusa, era già stato scarcerato nei giorni
scorsi dal Riesame di Roma. Pietro resta invece tutt’ora rinchiuso nel carcere
di Terni nel circuito dell’Alta Sorveglianza.
A questo punto gli avvocati faranno ricorso per Cassazione e nel mentre, quando
si avranno anche le motivazioni del provvedimento, valuteranno un’istanza al Gip
di modifica della misura. Ma serve fin d’ora continuare ad esprimergli la nostra
vicinanza e solidarietà!
Scriviamogli e antenne dritte sulle prossime mobilitazioni.
Pietro Rosetti
C.C. Terni
Strada delle Campore 32
05100 Terni
Solidali dalla Romagna