Dagli USA all’Italia, crescono proteste e lotte contro i data center

il Rovescio - Monday, July 27, 2026

… e non potrebbe essere diversamente, dato l’impatto ambientale e il consumo di energia di queste strutture che imbastiscono, un pezzo alla volta, l’incarcerazione tecnologica della società.

Qui un report sulla protesta nella provincia di Milano: https://www.lindipendente.online/2026/07/13/in-provincia-di-milano-si-e-svolta-la-prima-manifestazione-contro-i-data-center/

Qui sulla mobilitazione, apparentemente più accesa (è stato interrotto il consiglio comunale), a Travagliato, nel bresciano:

https://www.lindipendente.online/2026/07/25/travagliato-il-paese-in-provincia-di-brescia-in-rivolta-contro-i-datacenter/

Qui un “caso di scuola” particolare: a Cheyenne, nel Wyoming, un data center di Meta ha provocato una contaminazione batteriologica:

https://www.lindipendente.online/2026/07/15/meta-ha-avvelenato-una-citta-americana-con-il-suo-data-center/

Sotto una panoramica sulle forti proteste e il “dibattito pubblico” negli USA. Nota di colore: quando gli fa comodo, anche il potere fa del “complottismo”…

da https://www.lindipendente.online/2026/07/10/negli-usa-e-iniziata-la-ribellione-contro-data-center-e-ia/

Negli USA è iniziata la ribellione contro data center e IA

di Walter Ferri

(10 Luglio 2026)

Nel 2025, negli Stati Uniti, l’avvento dei data center non solo appariva ineluttabile, ma sembrava anche un business senza precedenti, capace di rinvigorire aree industriali e rurali ormai in via di decadenza. In ballo c’erano cifre che, secondo alcune fonti, toccavano i 387 miliardi di dollari di progetti: gli investitori sgomitavano e accumulavano debiti pur di finanziare le ambite infrastrutture, pur di non rimanere indietro in un mercato giudicato estremamente promettente. Il tutto era dunque accompagnato dall’idea di ravvivare zone periferiche, portare lavoro, riqualificare aree urbane cadute in disgrazia. Un anno dopo, tutto è cambiato. 

A seconda dei casi, l’integrazione sul territorio dei data center è stata ricollegata ad aumenti dei costi della bolletta elettrica per i residenti, al peggioramento dei servizi idrici, all’innalzamento delle temperature locali, nonché all’aumento dell’inquinamento atmosferico, acustico e luminoso. Il tutto a fronte di un’aggiunta stabile di posti di lavoro che non si muove in scala con gli investimenti, spesso creando un numero relativamente contenuto di nuove posizioni che, però, richiedono competenze tecniche difficilmente alla portata degli abitanti di quelle aree periferiche spesso selezionate per la loro edificazione. 

Gli statunitensi vedono nei data center un riflesso, se non una causa, delle loro sofferenze economiche, inoltre non percepiscono l’avvento dell’intelligenza artificiale come un miglioramento sociale, anzi hanno la percezione che l’IA finirà per minare il mercato del lavoro. Il risultato è che molti statunitensi e una parte considerevole delle autorità locali si sono attivati per contestare l’apertura di nuovi data center, un fenomeno diventato massivo e ricorrente. Si stima che nel primo trimestre del 2026 le opposizioni dei cittadini siano state in grado di far sospendere o cancellare del tutto circa 130 miliardi di dollari di investimenti infrastrutturali, una tendenza che non pare ciclica, ma si affida ormai a un modus operandi condiviso, con i gruppi di opposizione organizzata che diventano sempre più numerosi e agguerriti. 

La teoria del complotto cinese 

Alcuni faticano a credere che il popolo stia spontaneamente insorgendo contro l’edificazione dei data center, suggerendo piuttosto che ci sia una mano straniera che agisce nell’ombra. OpenAI, per esempio, riporta nero su bianco in un report di ricerca di ritenere che la situazione di dissenso sia fomentata da un’«operazione di influenza sotto copertura» perpetrata dal governo cinese. La società sostiene di aver dovuto bloccare diverse serie di profili utente perché, dalla Cina, si impegnavano a «manipolare un dibattito legittimo riguardante l’IA americana». I modelli GPT venivano impiegati dall’Asia per generare testi pensati per «sfruttare e amplificare le preesistenti preoccupazioni pubbliche», focalizzandosi perlopiù sulla lotta alle gigafactory che alimentano l’intelligenza artificiale e sul criticare aspramente l’imposizione statunitense dei dazi doganali. 

In coda a queste segnalazioni, OpenAI aggiunge però una postilla tutt’altro che irrilevante: la società ammette di non aver identificato prove che dimostrino che i testi in questione abbiano «significativamente» influenzato il discorso pubblico. L’azienda si trova tra l’incudine e il martello: riconoscere che i cittadini stanno genuinamente lottando contro i data center andrebbe contro i suoi interessi aziendali, ma sostenere che i suoi strumenti siano concretamente utilizzati per incidere in maniera tangibile sulle politiche nazionali condurrebbe necessariamente a una serie di ragionamenti riguardanti la sicurezza nazionale, prospettando possibilmente la necessità di un inasprimento delle leggi. 

L’impresa guidata da Sam Altman non è però un’entità isolata nel dipingere le contestazioni come una forma di interferenza geopolitica di portata internazionale. Il segretario degli Interni statunitense, Doug Burgum, ha a sua volta perpetuato questa narrazione, rincarandone le derive complottiste. In occasione di un evento organizzato da Breitbart News, il politico ha per esempio esplicitato in maniera inequivocabile che le proteste contro i data center «non sono organiche e locali, alcune sono sponsorizzate da flussi occulti di denaro di provenienza straniera», un messaggio di pancia e privo di elementi concreti che, tuttavia, presta la propria voce a una lettura che sta progressivamente diventando popolare tra i dirigenti e gli investitori della Silicon Valley: le contestazioni sono una forma di ingerenza politica cinese, quindi non vanno ascoltate e, anzi, sarebbe meglio sedarle. 

I politici repubblicani hanno da più parti scritto alla Casa Bianca e all’FBI per chiedere che siano aperte delle indagini per sincerarsi di come sia la situazione, per verificare quanto sia gravosa l’influenza cinese sull’argomento; tuttavia, parallelamente, gli studiosi di geopolitica mettono in dubbio che la reazione del popolo possa essere ricondotta in maniera significativa a Pechino, se non altro perché l’approccio descritto dai dirigenti d’impresa stona con i casi storici documentati. Secondo l’opinione di diversi esperti del settore, le contestazioni sarebbero genuine e i cinesi si limiterebbero a riportare gli avvenimenti in maniera strategica, così da assicurarsi che gli USA facciano una pessima figura. 

Lotta ai data center e lotta al potere 

Mentre i repubblicani denunciano la presenza del fantasma di Pechino, gli esponenti più a sinistra dello spettro politico statunitense, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, hanno tentato a marzo di imbastire una moratoria sui data center, una sospensione pensata per durare fino a quando non verranno introdotte salvaguardie nazionali capaci di proteggere i lavoratori, i diritti civili e l’ambiente. Moratoria che, peraltro, è stata sollecitata più recentemente anche da una coalizione composta da più di 520 organizzazioni, rappresentata dal gruppo di pressione Food & Water Watch. Le possibilità che una simile misura prenda effettivamente piede sono però estremamente limitate, soprattutto considerando gli interessi e gli approcci dell’attuale amministrazione. 

In questi giorni, il Dipartimento di Giustizia statunitense si sta impegnando a interferire con una causa avviata in Mississippi contro il data center di xAI situato a Southaven: centri di calcolo che, edificati in fretta e furia, non hanno avuto il tempo di attendere un ammodernamento della rete elettrica e vengono pertanto alimentati con turbine a metano, una strategia che sembra muoversi in spregio alle leggi ambientali previste dal Clean Air Act. L’establishment vuole accertarsi che, a prescindere dalla legalità delle operazioni, l’infrastruttura di Elon Musk continui a rimanere operativa, e per farlo sostiene che, alla luce dei contratti governativi e delle aspettative del mercato, l’operatività della struttura sia «critica per l’economia e per il Dipartimento della Guerra». «Il Dipartimento della Giustizia non se ne starà a guardare mentre alcune organizzazioni private sfruttano le leggi ambientali per minare la nostra sicurezza nazionale», ha dichiarato Adam Gustafson, vice procuratore generale capo aggiunto per la Divisione Ambiente e Risorse Naturali del Dipartimento di Giustizia. 

Il 71% degli statunitensi si dice contrario all’edificazione dei data center e il 48% vi si oppone con forza; eppure l’amministrazione Trump continua a voler procedere con passo spedito, arrivando addirittura a catalogare i manifestanti che si oppongono alle aziende di IA nell’ampia e ambigua categoria di “estremisti” nel contesto della lotta al terrorismo. Complice l’impossibilità di un dialogo costruttivo tra le parti, il discorso politico e sociale nei confronti dei data center e dell’intelligenza artificiale ha progressivamente fomentato un contesto di antagonismo, trasformando la resistenza all’IA in un fenomeno che esula ormai dai legittimi interessi locali per assumere le fattezze di una vera e propria lotta di classe che, cosa rilevante, trascende dalla tradizionale appartenenza partitica. Una situazione che, già ora, ha toccato derive violente: Altman , CEO di OpenAI, ha subìto due attacchi armati presso la sua dimora. Il primo, avvenuto il 10 aprile, ha visto la sua casa di San Francisco colpita da una molotov; il secondo, avvenuto appena due giorni dopo, avrebbe visto un attentatore esplodere colpi di pistola dai finestrini di un’Honda. 

Altman ha comprensibilmente chiesto che venissero smorzati i toni del confronto, evitando di cadere in un gorgo di attentati a discapito di un sano confronto pubblico. «Mentre portiamo avanti questo confronto, dovremmo promuovere una de-escalation della retorica e delle strategie, magari cercando di vedere meno deflagrazioni nelle nostre case. Figurativamente e letteralmente», ha dichiarato. Allo stesso tempo, il dirigente ha colto l’occasione per attaccare la stampa, alludendo a un articolo di inizio aprile pubblicato dal New Yorker in cui veniva ricostruita la sua torbida carriera.