
Atene, sospeso il piano del governo, una prima vittoria per la comunità di Prosfygika
NapoliMONiTOR - Wednesday, July 29, 2026
(disegno di otarebill)L’intervista qui riportata è stata condotta a maggio 2026 con due abitanti del complesso edilizio di Prosfygika, nel quartiere ateniese di Ambelokipi, costruito nel 1933 per ospitare i rifugiati provenienti dall’Asia Minore e occupato nel 2010 in risposta a un processo di abbandono istituzionale degli otto edifici che costituiscono la struttura fisica della comunità di Prosfygika. Oggi, dopo sedici anni di attività da parte dell’Assemblea di Prosfygika Occupato, il quartiere si è riempito di vita, trasformandosi nella più grande comunità (sia in termini di superficie che di numero) della Grecia.
La comunità di Prosfygika ha subito un forte attacco a dicembre 2025, quando è stato annunciato da parte della regione Attica un piano di riqualificazione per l’area finanziato tramite fondi europei. Questa notizia, insieme all’assenza di volontà di confronto con l’assemblea degli abitanti, ha portato un membro della comunità, Aristotelis [Aristos] Chantzis, a iniziare il 5 febbraio 2026 uno sciopero della fame fino alla morte, seguito il primo maggio 2026 da un’altra compagna, Suzon Doppagne.
Al momento in cui si è svolta l’intervista i due scioperanti della fame versavano in condizioni estremamente critiche, e la comunità si era dichiarata pronta a proseguire la lotta nell’eventualità di decesso di Aristotelis. Poche settimane dopo l’intervista, nel momento in cui le condizioni di salute di Aristotelis erano più critiche e si temeva per la sua vita, si è finalmente ottenuta la vittoria: la regione Attica ha sospeso il piano di riqualificazione e riconosciuto la comunità di abitanti e occupanti degli edifici di Alexandras Avenue.
Prosfygika è stata definita come una forma alternativa di costruire una comunità, ma anche di abitare un luogo. Immagino che una parte importante delle difficoltà che state affrontando derivi dalla gentrificazione della città.
Abitante 1: Certo, l’intero piano di riqualificazione dell’area non è altro che un piano di gentrificazione. Rispetto ad altre città europee, credo sia abbastanza evidente che molti processi in Grecia abbiano avuto inizio un po’ più tardi, com’è normale per i paesi semi-periferici che non si trovano direttamente al centro del potere, anche se dipendono enormemente da questo centro. Negli ultimi anni abbiamo visto molti quartieri prima invasi dal turismo, poi dalla polizia. I due fenomeni vanno di pari passo: prima il turismo, la speculazione immobiliare, sempre più persone costrette ad abbandonare il quartiere, e poi le forze repressive che subentrano per segregare e allontanare le fasce più povere della popolazione. Alla fine, qui come ovunque, si costruiscono città in cui non esistono più legami tra le persone, né con il proprio territorio. In questo modo, ovviamente, diventa più facile esercitare il controllo.
Abitante 2: Parte di questo piano di gentrificazione consiste nello svendere la città a investitori stranieri, israeliani, ma anche tedeschi. Non si tratta solo di un processo locale, coinvolge altri paesi.
Penso a molte città europee dove il processo di gentrificazione è ormai “maturo” e dove le forme di resistenza rimaste sono poche. Penso all’Italia, ma anche a Berlino. Avete la sensazione che Atene stia attraversando un momento politico in cui le conseguenze di questi processi sono ancora affrontabili, o è già troppo tardi?
Abitante 1: L’ultimo attacco agli squat è avvenuto durante la pandemia di Covid nel 2021 e la maggior parte degli spazi occupati è stata sgomberata. La comunità di Prosfygika è tra i pochissimi squat ancora attivi in Grecia, e tra le poche comunità occupate che esistono ancora in Europa. Ma non credo che dipenda tanto da Atene, dipende da questa comunità e dalla volontà di lottare come possiamo e fino in fondo. Dalla difesa di uno spazio liberato possono nascere altri spazi, possono essere difesi, possono essere organizzati. Se troviamo questa determinazione, insieme agli strumenti pratici giusti e a una rete solida, possiamo farcela ovunque.
Esistono altre comunità simili a questa?
Abitante 1: No, siamo qualcosa di abbastanza unico. Quello che stiamo costruendo qui è davvero senza precedenti, ed è anche per questo che dobbiamo difenderlo a tutti i costi. Siamo convinti che quando raggiungeremo la vittoria ci sarà un cambiamento enorme per il movimento a livello mondiale. In primo luogo perché manca una vittoria da molto tempo, ma anche perché ci indica una prospettiva su come ottenerla e su come organizzarsi in generale. Non stiamo dicendo “questo è il modello da seguire”, ma di certo offriamo la possibilità di organizzarsi insieme a noi e di costruire una rete di resistenza, con la consapevolezza che la lotta contro il sistema oppressivo è anche una questione di sopravvivenza.
Cosa significa internazionalismo per la comunità e come lo traducete in pratica?
Abitante 2: La nostra concezione dell’internazionalismo si fonda sulla consapevolezza che tutte le lotte che avvengono nel mondo sono interconnesse, e che non combatteremo i nostri nemici in modo isolato, né costruiremo una comunità in isolamento, perché ci nutriamo del confronto reciproco e del lavoro comune. L’internazionalismo è al cuore della nostra lotta, è parte costitutiva della comunità.
Abitante 1: Senza la solidarietà internazionale molti dei risultati che la comunità ha raggiunto non esisterebbero. Parliamo di cose molto pratiche, del fatto che abbiamo l’elettricità, per esempio, che dobbiamo all’iniziativa di compagni turchi. L’anno scorso un convoglio di compagni francesi è venuto qui e ha installato un boiler in ogni casa che ne era sprovvista. Conversazioni, connessioni, attenzione ai bisogni dell’altro, anche quando non vengono espressi. Non abbiamo chiesto la maggior parte di queste cose, ma persone come noi hanno capito che potevano servire e le hanno portate.
A che punto è il piano di riqualificazione voluto dalla regione Attica? Avete già vissuto questo tipo di pressioni da parte delle istituzioni, o è la prima volta?
Abitante 1: A dicembre 2025 è stato reso pubblico un piano dello Stato, insieme al ministero della cultura, alla regione Attica e al servizio pubblico per l’impiego, per la riqualificazione complessiva di quest’area, che non riguarda solo la comunità, ma anche altre parti della città, al fine di ottenere alcuni milioni di euro di finanziamenti dall’Unione europea. Lo interpretiamo come la minaccia più grave che abbiamo mai affrontato; non la prima, ma di tutt’altra portata rispetto a quelle precedenti.
Abitante 2: Quando hanno annunciato il piano, hanno investito molto nella propaganda per costruire l’immagine di un quartiere fantasma, come se qui non vivesse nessuno, anche se noi siamo ben radicati nella società, ne facciamo parte, e non siamo affatto un quartiere fantasma. Tutte le iniziative che portiamo avanti, le mobilitazioni, la distribuzione di testi, le raccolte firme, gli eventi, le manifestazioni, stanno smontando una narrazione che di fatto non possono più utilizzare, perché le persone ormai sanno che non siamo un quartiere vuoto e abbandonato.
Abitante 1: Vorrei anche sottolineare che al momento in Grecia non esiste alcun esempio di edilizia popolare, e che negli ultimi tre anni l’unico programma di alloggi sociali attivato, finanziato dall’Ue, è stato cancellato per iniziativa del governo, che non voleva che i rifugiati, destinatari del programma, vivessero nel centro della città. Pensare che questo nuovo programma risponderà ai bisogni delle persone che vivono ad Atene è quindi molto lontano dalla realtà.
Abbiamo preso la decisione di coinvolgere l’intera società greca nella lotta contro questo piano di sgombero. Lo sciopero della fame di Aristos si rivolge alla società greca nel suo complesso, condividendo la prospettiva secondo cui lo sgombero della comunità significherebbe una morte rapida per molte delle persone che vi abitano, in modi diversi. Alcune finiranno in strada, altre nei centri di detenzione, altre ancora verranno deportate, altre moriranno a causa di malattie croniche, perché non ci sarà nessuno a garantire che i medici vengano contattati o che i farmaci vengano distribuiti. Tutto questo accadrà a buona parte delle persone che vivono qui. In un certo senso, questo sciopero della fame rende anche visibile la minaccia concreta che incombe su di noi. Come strategia di difesa, stiamo lavorando su tutti i fronti. Sul piano legale, stiamo analizzando insieme a diversi avvocati il contratto in ogni suo aspetto, cercando di renderlo trasparente, evidenziando le lacune, le parti oscure, le incoerenze, tutto ciò che è vago o campato per aria, cioè in realtà la maggior parte del contratto. Perché alla fine quasi nulla è chiaro. Quello che è chiaro, per loro, è che vogliono sgomberare la comunità per ottenere i fondi europei. Stiamo anche lavorando per aprire ulteriormente le strutture e coinvolgere più persone. Ci stiamo occupando del processo di ristrutturazione degli edifici, della presenza in strada, delle iniziative pubbliche. E poi dei tentativi di entrare in contatto con membri della municipalità, di avviare un dialogo, di sedersi allo stesso tavolo e trovare una soluzione. È un lavoro che si articola su tanti piani diversi.
Avete già un’idea di quando è previsto lo sgombero?
Abitante 1: Non abbiamo una data precisa. Crediamo di poter vincere questa battaglia prima che uno sgombero abbia luogo. Ma ovviamente ci aspettiamo degli attacchi, delle mosse da parte delle forze repressive. Non possiamo stimare per ora quale portata avranno. Ma se cercheranno di sgomberare la comunità, dovranno farlo in un modo in cui non hanno mai operato prima. E incontreranno una resistenza come non c’è mai stata prima. Le ultime manifestazioni hanno portato in piazza una quantità enorme di partecipanti dai contesti più diversi. Il periodo estivo però è sempre una fase critica per gli squat. Per questo stiamo chiedendo agli internazionalisti e in generale a tutte le persone solidali a venire qui durante l’estate, a stare e vivere nella comunità.
Abitante 2: La campagna internazionalista ha aiutato a moltiplicare le azioni di solidarietà. E tutto questo aumenta la pressione sullo Stato e crea visibilità su ciò che accade qui. C’è uno slogan che usiamo a volte: “comunità di lotta in ogni quartiere”. Con questa campagna non l’abbiamo ancora realizzato ma è un modo per diffondere l’idea di comunità in luoghi diversi. (elena schipani)