In Spagna continua la mobilitazione per il diritto all’abitare. Ieri sera è
giunta la tragica notizia della morte di Maricarmen, la donna che a seguito
dello sfratto a Madrid ha avuto complicazioni di salute ed era stata ricoverata.
Questo evento ha scatenato un’ondata di proteste molto significative in Spagna e
alla notizia della sua morte la prima reazione è stata quella di una donna
uccisa dalla violenza di un sistema. In questo contesto si prepara lo sciopero
generale dell’11 novembre.
Questo scenario ha delle ripercussioni importanti anche sul piano della politica
istituzionale: a partire dalle elezioni anticipate e dalla crisi di governo per
Sanchez si apre una prospettiva di incertezza. A fare saltare il tavolo sono
stati i voti che hanno bocciato i due decreti sulla casa, redatti proprio a
seguito delle proteste. I voti che hanno determinato questo risultato sono stati
quelli del Partito Popolare di estrema destra Vox e di Juntos, partito
indipendentista catalano.
Gli sviluppi di questo tornante avranno ricadute anche su un piano più generale
in merito alla politica europea e al ruolo del governo spagnolo in questa fase
di riarmo e guerra.
Ne parliamo con Victor Serri, giornalista in Spagna e curatore dello spazio
informativo “Barcellona chiama Italia“
Di seguito un testo di Cronache Ribelli in ricordo di Maricarmen
Maricarmen Abascal è morta oggi, 7 ottobre 2026, nell’ospedale Gregorio Marañón
di Madrid. Aveva 87 anni.
Dal 1956 viveva nella stessa casa, nel quartiere madrileno di Retiro. Aveva 17
anni quando suo padre aveva preso in affitto quell’appartamento. Lì aveva
vissuto tutta la sua vita, li erano morti i suoi genitori, lì sarebbe voluta
morire anche lei.
Ma non glielo hanno permesso.
La sua storia ormai la conosciamo tutti. Per decenni Maricarmen aveva abitato
quella casa con un contratto di affitto a canone storico, pagando regolarmente.
Nel 2018 l’edificio passò a un fondo d’investimento. In seguito la proprietà
dell’appartamento è arrivata a Urbagestión, che alla fine di un lungo
contenzioso legale le ha imposto un affitto pari a 1650 euro al mese, più di
quanto percepiva con la sua pensione.
Per mesi i movimenti per il diritto alla casa, avvocati, amici hanno cercato di
difenderla, portando la vicenda fino all’ONU, che aveva chiesto di bloccare lo
sfratto.
Ma il 23 settembre arrivò il giorno dell’esecuzione. Maricarmen uscì su una
barella, espulsa da casa sua come fosse una criminale.
Le immense proteste dei giorni successivi avevano cambiato tutto. Il 29
settembre Maricarmen aveva riacquisito la possibilità di tornare nella sua casa
con un affitto compatibile col suo reddito.
Ma non ce l’ha fatta, è morta prima.
Di fatto sfrattandola l’hanno uccisa.
Perché quando una persona di 87 anni, con una disabilità, che ha pagato per
settant’anni il proprio affitto, viene espulsa dalla casa nella quale ha
trascorso tutta la sua vita per permettere alla proprietà di perseguire un
profitto sproporzionato, siamo davanti a un omicidio.
Quante altre Maricarmen dovranno morire prima che si possa dire che la casa è un
diritto?
Perché ciò non accada dobbiamo seguire le sue parole: “Luchad. Seguid luchando
por lo que es vuestro”.
Lottiamo per ciò che è nostro, lottiamo per tutte le Maricarmen del mondo.
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È passato solo qualche giorno dalla bocciatura in Parlamento dei due decreti
sulla regolamentazione del mercato degli affitti in Spagna, una decisione che ha
portato Pedro Sánchez a sciogliere le Cortes e a convocare elezioni anticipate
per il prossimo 29 novembre.
Nel frattempo, il testo di due decreti molto simili a quelli bocciati in
Parlamento è stato approvato ieri dal Consiglio dei Ministri. Attraverso una
votazione nella Deputazione Permanente, dove il governo dispone della
maggioranza, i provvedimenti potrebbero essere approvati in via definitiva,
aggirando così il blocco della plenaria del Congresso.
Nonostante la partita sembri a favore del governo, i sondaggi danno la destra
del PP e di Vox come favorita alle prossime elezioni, aggiungendo la Spagna al
lungo elenco dei Paesi europei guidati da forze sovraniste.
Mentre si apre il fronte istituzionale, però, le piazze non smobilitano. Ci sono
state mobilitazioni in tutto il territorio spagnolo, con scontri anche a
Barcellona al termine della manifestazione.
Un altro dato interessante è quello relativo alla risposta antifascista al
tentativo di gruppi nazisti come Nucleo Nacional di «sgomberare» l’acampada di
Puerta del Sol. La cacciata dei nazisti al grido di «Madrid será la tumba del
fascismo» indica la forza della piazza e, soprattutto, quanto sia importante la
partita che si gioca attorno al tema del diritto all’abitare.
Per Aniello Lampo, compagno intervenuto ai nostri microfoni, è proprio attorno a
questo tema che si articola il conflitto di classe in Spagna. Da anni, infatti,
imprenditori, gruppi squadristi fascisti e mafia locale si organizzano attorno a
realtà come Desokupa, una vera e propria impresa che si occupa di sgomberi e
sfratti, per eseguire sfratti coatti ai danni di occupanti e morosi.
Il prossimo 14 ottobre, infine, è convocata una mobilitazione studentesca a
sostegno della lotta per la casa. Una convergenza tra movimento per il diritto
all’abitare e movimento studentesco che potrebbe rappresentare un passaggio
importante verso lo sciopero generale, la cui convocazione è stata nel frattempo
annunciata dai principali sindacati spagnoli per l’11 novembre.
Ne parliamo con Aniello Lampo, compagno di base a Madrid:
Foto di copertina di David ArumÍ González
(disegno di valentina galluccio)
Sabato 26 settembre al Porto Fluviale a Roma ci sarà un incontro promosso da
Asia-Usb per dare forza a una campagna nazionale sul controllo degli affitti o
“rent control”. Le leggi per mettere un limite pubblico ai canoni di locazione
sono antiche quanto le città stesse, e di recente molti paesi europei hanno
ricominciato ad applicarle. In Italia, dopo la fine dell’equo canone per mano
dei governi di sinistra degli anni Novanta, si è tornati a parlare di rent
control in un convegno organizzato nel 2021 dall’Assemblea di autodifesa
abitativa, il Movimento per l’abitare e il sindacato Asia-Usb. Tuttavia,
l’attenzione recente sulla limitazione degli affitti brevi sta mettendo in ombra
la necessità di limitare gli affitti tout court, unica strada per rendere di
nuovo l’abitare e le città accessibili a tutte e tutti. Pubblichiamo un estratto
del libro di Chiara Davoli e Stefano Portelli Abitare in affitto (Armando, 2025)
che spiega cos’è il rent control e qual è la sua storia.
Per modificare la distribuzione e l’accesso all’abitare nel senso
dell’inclusione e del diritto all’abitare è necessario intervenire direttamente
sui canoni d’affitto, impedendo che siano fissati a partire dall’arbitrio di chi
possiede le case e dalla ricattabilità di chi ha bisogno di viverci. Questo tipo
di intervento è conosciuto come “controllo degli affitti”, in inglese rent
control.
La definizione in inglese non deve confonderci: forme di controllo degli affitti
esistono da quando esiste la proprietà della terra. Ci furono leggi per bloccare
o cancellare il pagamento dei fitti nella Roma repubblicana del 40 a.C. e nella
Cina della dinastia Song nell’anno Mille. Un Decretum Camerae Apostolicae in
fauorem inquilinorum sancì il controllo dello Stato Pontificio sugli affitti nel
1513, e un editto del Regno di Sardegna a metà del Settecento affidò al vicario
di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per
eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro
affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”. Nel
Ducato di Modena, nel 1815, si pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6%
del valore della proprietà.
Non c’è bisogno di vivere in un paese socialista per riconoscere la facoltà di
ogni Stato di calmierare i prezzi di alcuni beni per garantirne la distribuzione
equa, oppure il controllo, o addirittura di imporre un monopolio. In Italia il
tabacco è tuttora un monopolio di Stato, e fino al 1974 lo era anche il sale.
Periodicamente, a tutela della popolazione più impoverita, lo Stato può bloccare
l’aumento dei prezzi di alcuni beni di prima necessità: l’ultimo blocco
“anti-inflazione” è stato all’inizio del 2024 e ha influito sui prezzi di pasta,
latte, uova, pannolini e olio.
L’idea che ogni intervento pubblico sui prezzi dei beni sia in qualche modo una
violazione di un meccanismo che si autoregola deriva dall’idea mitologica, e
falsa, della libertà del mercato: un’idea che appartiene alla modernità, e che
si basa su una divisione inesistente tra Stato e mercato. Nella realtà, tutte le
transazioni commerciali sono regolate dallo Stato, che impone tassazioni
differenziali sulle diverse merci, eroga sussidi o sgravi per rendere più
accessibili alcuni prodotti (come per i mutui per la prima casa), finanzia
determinati settori di mercato per renderli più efficienti (l’industria
automobilistica italiana, per esempio, è stata sempre finanziata dallo Stato);
oppure stabilisce il prezzo massimo di alcune merci (per esempio, i materiali
per la riqualificazione energetica, agevolati dalla recente iniziativa del 110%
del Pnrr).
Il rent control prevede di inserire anche gli affitti tra i beni calmierabili,
visto l’impatto sproporzionato che ha sulla vita pubblica. Si tratta di una
politica attualmente applicata in molte città e paesi del mondo, Europa
compresa, e di cui si parla da decenni nella letteratura sul diritto
all’abitare. Da quando la liberalizzazione degli affitti ha rimosso le
protezioni per inquiline e inquilini, alcune delle quali esistevano da prima
delle guerre mondiali, questa letteratura non ha fatto che crescere, e negli
anni posteriori alla pandemia abbiamo assistito a una vera esplosione dei lavori
di ricerca sul rent control, sia storica che economica e politica.
In Italia, tuttavia, l’idea di reintrodurre una regolamentazione pubblica sui
canoni d’affitto non è mai stata discussa pubblicamente dopo la fine dell’equo
canone. Solo il sindacato Asia-Usb a marzo 2025 ha organizzato un convegno a
Roma proprio intorno a una proposta di legge sull’abitare che includerebbe il
controllo degli affitti. Ma quando si parla di controllo pubblico sugli affitti,
in Italia la questione viene associata sempre all’equo canone, la specifica
forma di controllo sui canoni di locazione che era in vigore fino agli anni
Novanta, introdotta in seguito a una lunga serie di iniziative legislative
frammentarie che si possono far risalire addirittura alla Prima guerra mondiale.
Queste forme di regolazione forzata dei canoni d’affitto sono chiamate
“controllo degli affitti di prima generazione”, e prevedono canoni anche dieci
volte inferiori ai prezzi di mercato.
Alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila, tuttavia, si sono sviluppate
politiche di controllo degli affitti meno radicali, che mirano comunque a
facilitare l’accesso alla casa, ma senza creare una disparità così grande tra
alloggi calmierati e alloggi liberi. Il contesto presente, infatti, è
completamente diverso da quello dell’epoca dell’equo canone. Le forme di
controllo degli affitti definite di seconda e terza generazione si rivolgono a
una popolazione che si prevede che possa comunque permettersi di pagare una
quota mensile ragionevole, ma non di sostenere il continuo aumento dei canoni
imposto dai proprietari.
I controlli di seconda generazione mirano a frenare l’aumento continuo dei
canoni degli affitti – rent freeze – in alcuni casi a ridurli artificialmente,
ma rimanendo nello stesso ordine di grandezza dei canoni del libero mercato. Le
proposte più avanzate, come quella recente dei sindacati inquilini dello Stato
spagnolo, richiedono di dimezzare i canoni.
Spesso l’espressione inglese rent control è usata proprio per caratterizzare la
proposta di controllo degli affitti in senso divergente rispetto all’equo
canone. È importante distinguere tra queste due forme storicamente diverse di
controllo degli affitti, anche perché spesso gli effetti distorsivi della prima
forma vengono menzionati per impedire il dibattito sulle politiche di nuova
generazione. L’obiettivo è senz’altro lo stesso – tutelare un bene fondamentale
per la salute pubblica, escludendolo dalla libera regolazione del mercato che,
come abbiamo visto, finisce per escludere una parte crescente della popolazione
dall’accesso al diritto alla casa. Ma il modo per farlo è diverso, perché si
applica a un contesto storico completamente diverso dall’Europa della prima metà
del Novecento.
TRE MITI NEGATIVI
Di questa politica, insomma, non si sente mai parlare, sebbene sia applicata già
da molti governi europei. In tutto il Sud Europa la liberalizzazione degli
affitti è stata legittimata attraverso un argomento erroneo: che le protezioni
pubbliche sugli affitti sarebbero stati controproducenti per gli stessi
inquilini, perché peggiorerebbero la qualità delle case, limiterebbero la
disponibilità delle case, e potrebbero addirittura accelerare processi di
sfratto e di sgombero. L’idea di fondo è che, se i proprietari e i promotori
immobiliari fossero obbligati a mantenere i canoni d’affitto entro certi limiti,
quindi senza poter estrarre una rendita sufficiente dalle loro proprietà,
potrebbero non voler costruire più, o non fare la manutenzione delle loro case,
o addirittura sfrattare i loro inquilini. Questa posizione ricorda la reazione
dei proprietari delle miniere alla fine dell’Ottocento di fronte alle richieste
dei movimenti operai. Ai sindacati che reclamavano la fine del lavoro minorile e
una giornata di lavoro non superiore alle otto ore, le imprese minerarie
rispondevano che tali restrizioni sarebbero andate contro gli interessi dei
lavoratori, perché, se le miniere non avessero più fatto abbastanza profitti,
avrebbero dovuto chiudere, lasciando i minatori disoccupati. Naturalmente i
movimenti operai non hanno creduto a questa argomentazione.
I miti sugli effetti negativi del rent control però sono stati il mantra con cui
economisti e think tank neoliberali hanno impedito in molte occasioni che si
sviluppasse un dibattito equilibrato su questa politica. Tom Slater, geografo di
Edimburgo, attualmente a Columbia University, ha studiato a fondo il ruolo che
hanno avuto think tank come il Fraser Institute nel dibattito sin dagli anni
Settanta. In linea con l’operato dei think tank in molti altri settori del
welfare, la diffusione di falsi miti e di narrazioni distorte sul rent control
ha comportato una vera e propria saturazione del campo discorsivo pubblico sul
tema, a cui hanno partecipato economisti importanti come Milton Friedman e
Friedrich Hayek. Essa ha raggiunto picchi epici, come quando l’economista
svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la
tecnica più efficace per distruggere una città – oltre a bombardarla”. Gunnar
Myrdal definì il rent control “il peggior esempio di cattiva pianificazione da
parte di governi privi di coraggio e di una visione”.
Per i due studiosi Tom Slater e Hamish Kallin, questa azione dei think tank
contro le politiche di controllo dell’affitto si può chiamare “agnotologia”
(agnotology), cioè promozione intenzionale dell’ignoranza. Diffondendo idee
erronee sugli effetti del controllo dell’affitti, gli economisti neoliberali
hanno creato un clima discorsivo che rende impossibile immaginare alcuna
alternativa alla “autoregolamentazione” del mercato abitativo, cioè alla
versione urbana della mano invisibile del mercato di Adam Smith. Le loro analisi
potrebbero essere considerate pseudo-scientifiche, poiché rispondono agli
interessi delle lobby della proprietà immobiliare e della costruzione. Tuttavia,
esse hanno l’effetto di relegare ai margini la ricerca seria sulle questioni
abitative, monopolizzando le comunicazioni e le consulenze per i decisori
politici. […] A differenza che in passato, però, oggi abbiamo una grande
quantità di prove del fatto che il mercato abitativo non si regola da solo, e
che la deregolamentazione e la liberalizzazione degli affitti non hanno affatto
prodotto disponibilità di case accessibili per tutti come prevedeva la mitologia
neoliberale. In alcuni casi – si pensi a Detroit – il libero mercato ha prodotto
effetti comparabili a un bombardamento, gli stessi che si attribuivano al
controllo degli affitti. È vero che non si può dimostrare una correlazione
diretta tra l’implementazione del rent control e il calo degli affitti, o
l’aumento di case sul mercato. I fattori in gioco per mostrare una correlazione
diretta sono troppi, e i contesti da analizzare sono sempre molto diversi.
Tuttavia, non si può neanche identificare una correlazione tra
deregolamentazione e accessibilità delle case. Al contrario: durante il mezzo
secolo appena trascorso, caratterizzato da crescenti liberalizzazioni,
l’accessibilità della casa non ha fatto altro che peggiorare.
I miti negativi sul rent control identificati da Slater e Kallin sono tre: il
mito della qualità, il mito dell’offerta, e il mito dell’efficienza. Secondo il
mito della qualità, un controllo pubblico sugli affitti contribuirebbe a ridurre
la qualità degli alloggi sul mercato, perché i proprietari non riceverebbero
abbastanza introiti da potersi permettere delle ristrutturazioni: le case senza
manutenzione cadrebbero a pezzi, e gli inquilini finirebbero per perdere quelle
che già hanno. Per il mito dell’offerta, invece, la riduzione della rendita
porterebbe molti proprietari a scegliere di non affittare più, riducendo
ulteriormente l’offerta di case in affitto. Infine, il mito dell’efficienza
sostiene che il controllo pubblico degli affitti è un sistema inefficiente di
gestione di offerta e domanda abitativa, perché potrebbe incoraggiare le
famiglie ad affittare case più grandi di quelle di cui hanno bisogno.
Tutti questi miti sarebbero più plausibili se, durante il mezzo secolo di
deregolamentazione del mercato degli affitti, avessimo avuto un miglioramento
della qualità, un aumento dell’offerta e un’organizzazione efficiente della
distribuzione degli alloggi. Se così fosse, l’Ue non avrebbe dovuto creare una
Commissione per risolvere il problema abitativo, l’Onu non avrebbe dovuto
istituire un Relatore speciale sull’accesso alla casa che periodicamente scrive
ai governi di tutto il mondo chiedendo di evitare di sfrattare persone
vulnerabili; ma soprattutto non avremmo quasi 900 mila persone che dormono nelle
strade o nei centri di emergenza in tutta Europa. Difficilmente lo si può
considerare un buon risultato.
Per quanto riguarda il mito della qualità, basti sapere che la qualità delle
case nei paesi in cui ci sono forme di regolamentazione degli affitti, come i
Paesi Bassi, sono molto superiori a quelle dei paesi dove non ce ne sono; e che
gli effetti del laissez-faire rispetto alla qualità delle case ha portato
continui disastri. Per quanto riguarda il mito dell’offerta, cioè l’idea che una
regolamentazione del mercato potrebbe ridurre l’offerta di case, esso dà per
scontato che il mercato privato possa funzionare solo spremendo gli inquilini
oltre le loro possibilità, e che qualunque forma di restrizione sui profitti –
per esempio, l’Iva – metterebbe a rischio un intero settore commerciale.
L’aumento o la riduzione dell’offerta abitativa ha poco a che vedere con il
controllo degli affitti; anzi, l’attuale riduzione drammatica dell’offerta in
Italia è un effetto del libero mercato. La questione dell’efficienza, infine,
rivela il pregiudizio classista dell’economia neoliberale: agli inquilini
bisogna offrire il minimo possibile; l’efficienza non si calcola sul loro
benessere, bensì sulla rendita potenziale che si può estrarre dalle loro vite.
Il problema è che per gli economisti neoliberali la casa è un bene che dipende
dalle leggi astratte della domanda e dell’offerta; le città sono spazi astorici
dove vivono “homines oeconomici” impersonali, le cui scelte dipendono solo dal
calcolo razionale. In un tale luogo inesistente, a minori profitti, un
imprenditore potrebbe scegliere di investire su un altro settore. Nel mondo
reale, la casa non funziona come le altre merci, perché non se ne può fare a
meno. Il prezzo delle case si basa in una piccola parte sui costi di produzione
e di manutenzione, ma per lo più dipende da un elemento esterno alle dinamiche
produttive: il terreno. Il valore del terreno, specialmente del terreno urbano,
si basa su criteri esterni alle leggi di mercato. Lo stesso fatto che il
maggiore e minore valore delle case non dipenda dai costi di produzione, ma
dalla posizione geografica, rende quello degli alloggi un mercato completamente
sui generis: il valore che si estrae dagli alloggi è prodotto dalle interazioni
sociali all’interno delle città, che rendono alcuni spazi più pregiati di altri.
Nei modelli economici neoliberali lo spazio è isotropico, non connotato
geograficamente e socialmente; nella realtà, esso dipende dagli usi prevalenti
in ogni determinato luogo.
Per questo il rent control è una politica profondamente interessante. A
differenza degli espropri, che influiscono direttamente sulla proprietà degli
immobili, il controllo degli affitti è una politica riformista, che lascia
inalterati i rapporti di forza, sebbene miri a equilibrare contrattualmente la
quantità di ricchezza trasferita ogni mese dagli inquilini ai proprietari,
tendenzialmente a favore degli inquilini. Tuttavia, inserendosi nell’interazione
contrattuale tra inquilini e proprietari, ha un aspetto radicale, perché
demercifica la casa, ribadendo non solo il diritto dello Stato di regolare la
quantità di ricchezza che ne possono estrarre i proprietari, e i limiti
all’accesso imposti agli inquilini, ma anche una forma di “controllo inquilino”
sulla casa. Quando i canoni sono controllati dallo Stato, i proprietari non
hanno pieno potere sulla rendita che possono ricavare dagli immobili di cui,
tuttavia, non vengono espropriati; il rent control riconosce, in qualche modo,
che “la casa è (anche) di chi l’abita”. A questo si deve la grandissima
acrimonia che gli economisti neoliberali esprimono di fronte a questa politica:
essa mette in crisi – più di qualunque altro calmiere dei prezzi – l’idea stessa
della proprietà. Toccando la proprietà della casa, infatti, il rent control
tocca la proprietà della terra, cioè dei mezzi di produzione – il cardine
dell’ordinamento economico dominante. Nella pratica, però, il rent control non è
una forma di esproprio, bensì un limite ai profitti, basato sul fatto che il
“mercato” della casa gioca con un bene indispensabile, dalla cui disponibilità
dipendono infiniti altri fattori della vita sociale – uno dei quali è la salute
pubblica.
Torino capitale della crisi abitativa: continuano gli sfratti nella città di
Torino e in particolare martedì 15 settembre Loredana e la sua famiglia
rischiano di venire sgomberati dalla casa ATC in cui abita da diverso tempo.
Ascoltiamo la sua storia e rilanciamo l’appuntamento in solidarietà a chi
pretende una casa e una vita dignitose!
(disegno di otarebill)
L’intervista qui riportata è stata condotta a maggio 2026 con due abitanti del
complesso edilizio di Prosfygika, nel quartiere ateniese di Ambelokipi,
costruito nel 1933 per ospitare i rifugiati provenienti dall’Asia Minore e
occupato nel 2010 in risposta a un processo di abbandono istituzionale degli
otto edifici che costituiscono la struttura fisica della comunità di Prosfygika.
Oggi, dopo sedici anni di attività da parte dell’Assemblea di Prosfygika
Occupato, il quartiere si è riempito di vita, trasformandosi nella più grande
comunità (sia in termini di superficie che di numero) della Grecia.
La comunità di Prosfygika ha subito un forte attacco a dicembre 2025, quando è
stato annunciato da parte della regione Attica un piano di riqualificazione per
l’area finanziato tramite fondi europei. Questa notizia, insieme all’assenza di
volontà di confronto con l’assemblea degli abitanti, ha portato un membro della
comunità, Aristotelis [Aristos] Chantzis, a iniziare il 5 febbraio 2026 uno
sciopero della fame fino alla morte, seguito il primo maggio 2026 da un’altra
compagna, Suzon Doppagne.
Al momento in cui si è svolta l’intervista i due scioperanti della fame
versavano in condizioni estremamente critiche, e la comunità si era dichiarata
pronta a proseguire la lotta nell’eventualità di decesso di Aristotelis. Poche
settimane dopo l’intervista, nel momento in cui le condizioni di salute di
Aristotelis erano più critiche e si temeva per la sua vita, si è finalmente
ottenuta la vittoria: la regione Attica ha sospeso il piano di riqualificazione
e riconosciuto la comunità di abitanti e occupanti degli edifici di Alexandras
Avenue.
Prosfygika è stata definita come una forma alternativa di costruire una
comunità, ma anche di abitare un luogo. Immagino che una parte importante delle
difficoltà che state affrontando derivi dalla gentrificazione della città.
Abitante 1: Certo, l’intero piano di riqualificazione dell’area non è altro che
un piano di gentrificazione. Rispetto ad altre città europee, credo sia
abbastanza evidente che molti processi in Grecia abbiano avuto inizio un po’ più
tardi, com’è normale per i paesi semi-periferici che non si trovano direttamente
al centro del potere, anche se dipendono enormemente da questo centro. Negli
ultimi anni abbiamo visto molti quartieri prima invasi dal turismo, poi dalla
polizia. I due fenomeni vanno di pari passo: prima il turismo, la speculazione
immobiliare, sempre più persone costrette ad abbandonare il quartiere, e poi le
forze repressive che subentrano per segregare e allontanare le fasce più povere
della popolazione. Alla fine, qui come ovunque, si costruiscono città in cui non
esistono più legami tra le persone, né con il proprio territorio. In questo
modo, ovviamente, diventa più facile esercitare il controllo.
Abitante 2: Parte di questo piano di gentrificazione consiste nello svendere la
città a investitori stranieri, israeliani, ma anche tedeschi. Non si tratta solo
di un processo locale, coinvolge altri paesi.
Penso a molte città europee dove il processo di gentrificazione è ormai “maturo”
e dove le forme di resistenza rimaste sono poche. Penso all’Italia, ma anche a
Berlino. Avete la sensazione che Atene stia attraversando un momento politico in
cui le conseguenze di questi processi sono ancora affrontabili, o è già troppo
tardi?
Abitante 1: L’ultimo attacco agli squat è avvenuto durante la pandemia di Covid
nel 2021 e la maggior parte degli spazi occupati è stata sgomberata. La comunità
di Prosfygika è tra i pochissimi squat ancora attivi in Grecia, e tra le poche
comunità occupate che esistono ancora in Europa. Ma non credo che dipenda tanto
da Atene, dipende da questa comunità e dalla volontà di lottare come possiamo e
fino in fondo. Dalla difesa di uno spazio liberato possono nascere altri spazi,
possono essere difesi, possono essere organizzati. Se troviamo questa
determinazione, insieme agli strumenti pratici giusti e a una rete solida,
possiamo farcela ovunque.
Esistono altre comunità simili a questa?
Abitante 1: No, siamo qualcosa di abbastanza unico. Quello che stiamo
costruendo qui è davvero senza precedenti, ed è anche per questo che dobbiamo
difenderlo a tutti i costi. Siamo convinti che quando raggiungeremo la vittoria
ci sarà un cambiamento enorme per il movimento a livello mondiale. In primo
luogo perché manca una vittoria da molto tempo, ma anche perché ci indica una
prospettiva su come ottenerla e su come organizzarsi in generale. Non stiamo
dicendo “questo è il modello da seguire”, ma di certo offriamo la possibilità di
organizzarsi insieme a noi e di costruire una rete di resistenza, con la
consapevolezza che la lotta contro il sistema oppressivo è anche una questione
di sopravvivenza.
Cosa significa internazionalismo per la comunità e come lo traducete in pratica?
Abitante 2: La nostra concezione dell’internazionalismo si fonda sulla
consapevolezza che tutte le lotte che avvengono nel mondo sono interconnesse, e
che non combatteremo i nostri nemici in modo isolato, né costruiremo una
comunità in isolamento, perché ci nutriamo del confronto reciproco e del lavoro
comune. L’internazionalismo è al cuore della nostra lotta, è parte costitutiva
della comunità.
Abitante 1: Senza la solidarietà internazionale molti dei risultati che la
comunità ha raggiunto non esisterebbero. Parliamo di cose molto pratiche, del
fatto che abbiamo l’elettricità, per esempio, che dobbiamo all’iniziativa di
compagni turchi. L’anno scorso un convoglio di compagni francesi è venuto qui e
ha installato un boiler in ogni casa che ne era sprovvista. Conversazioni,
connessioni, attenzione ai bisogni dell’altro, anche quando non vengono
espressi. Non abbiamo chiesto la maggior parte di queste cose, ma persone come
noi hanno capito che potevano servire e le hanno portate.
A che punto è il piano di riqualificazione voluto dalla regione Attica? Avete
già vissuto questo tipo di pressioni da parte delle istituzioni, o è la prima
volta?
Abitante 1: A dicembre 2025 è stato reso pubblico un piano dello Stato, insieme
al ministero della cultura, alla regione Attica e al servizio pubblico per
l’impiego, per la riqualificazione complessiva di quest’area, che non riguarda
solo la comunità, ma anche altre parti della città, al fine di ottenere alcuni
milioni di euro di finanziamenti dall’Unione europea. Lo interpretiamo come la
minaccia più grave che abbiamo mai affrontato; non la prima, ma di tutt’altra
portata rispetto a quelle precedenti.
Abitante 2: Quando hanno annunciato il piano, hanno investito molto nella
propaganda per costruire l’immagine di un quartiere fantasma, come se qui non
vivesse nessuno, anche se noi siamo ben radicati nella società, ne facciamo
parte, e non siamo affatto un quartiere fantasma. Tutte le iniziative che
portiamo avanti, le mobilitazioni, la distribuzione di testi, le raccolte firme,
gli eventi, le manifestazioni, stanno smontando una narrazione che di fatto non
possono più utilizzare, perché le persone ormai sanno che non siamo un quartiere
vuoto e abbandonato.
Abitante 1: Vorrei anche sottolineare che al momento in Grecia non esiste alcun
esempio di edilizia popolare, e che negli ultimi tre anni l’unico programma di
alloggi sociali attivato, finanziato dall’Ue, è stato cancellato per iniziativa
del governo, che non voleva che i rifugiati, destinatari del programma,
vivessero nel centro della città. Pensare che questo nuovo programma risponderà
ai bisogni delle persone che vivono ad Atene è quindi molto lontano dalla
realtà.
Abbiamo preso la decisione di coinvolgere l’intera società greca nella lotta
contro questo piano di sgombero. Lo sciopero della fame di Aristos si rivolge
alla società greca nel suo complesso, condividendo la prospettiva secondo cui lo
sgombero della comunità significherebbe una morte rapida per molte delle persone
che vi abitano, in modi diversi. Alcune finiranno in strada, altre nei centri di
detenzione, altre ancora verranno deportate, altre moriranno a causa di malattie
croniche, perché non ci sarà nessuno a garantire che i medici vengano contattati
o che i farmaci vengano distribuiti. Tutto questo accadrà a buona parte delle
persone che vivono qui. In un certo senso, questo sciopero della fame rende
anche visibile la minaccia concreta che incombe su di noi. Come strategia di
difesa, stiamo lavorando su tutti i fronti. Sul piano legale, stiamo analizzando
insieme a diversi avvocati il contratto in ogni suo aspetto, cercando di
renderlo trasparente, evidenziando le lacune, le parti oscure, le incoerenze,
tutto ciò che è vago o campato per aria, cioè in realtà la maggior parte del
contratto. Perché alla fine quasi nulla è chiaro. Quello che è chiaro, per loro,
è che vogliono sgomberare la comunità per ottenere i fondi europei. Stiamo anche
lavorando per aprire ulteriormente le strutture e coinvolgere più persone. Ci
stiamo occupando del processo di ristrutturazione degli edifici, della presenza
in strada, delle iniziative pubbliche. E poi dei tentativi di entrare in
contatto con membri della municipalità, di avviare un dialogo, di sedersi allo
stesso tavolo e trovare una soluzione. È un lavoro che si articola su tanti
piani diversi.
Avete già un’idea di quando è previsto lo sgombero?
Abitante 1: Non abbiamo una data precisa. Crediamo di poter vincere questa
battaglia prima che uno sgombero abbia luogo. Ma ovviamente ci aspettiamo degli
attacchi, delle mosse da parte delle forze repressive. Non possiamo stimare per
ora quale portata avranno. Ma se cercheranno di sgomberare la comunità, dovranno
farlo in un modo in cui non hanno mai operato prima. E incontreranno una
resistenza come non c’è mai stata prima. Le ultime manifestazioni hanno portato
in piazza una quantità enorme di partecipanti dai contesti più diversi. Il
periodo estivo però è sempre una fase critica per gli squat. Per questo stiamo
chiedendo agli internazionalisti e in generale a tutte le persone solidali a
venire qui durante l’estate, a stare e vivere nella comunità.
Abitante 2: La campagna internazionalista ha aiutato a moltiplicare le azioni di
solidarietà. E tutto questo aumenta la pressione sullo Stato e crea visibilità
su ciò che accade qui. C’è uno slogan che usiamo a volte: “comunità di lotta in
ogni quartiere”. Con questa campagna non l’abbiamo ancora realizzato ma è un
modo per diffondere l’idea di comunità in luoghi diversi. (elena schipani)
(disegno di otarebill)
Il Piano Casa del governo Meloni, entrato in vigore lo scorso 8 maggio, è stato
presentato come un piano per affrontare una delle grandi crisi sociali del paese
attraverso un forte investimento nell’edilizia pubblica. Il piano prevede circa
dieci miliardi di euro di investimenti per rendere disponibili circa 100 mila
abitazioni nell’arco di dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia
pubblica esistente e nuove costruzioni realizzate tramite programmi di edilizia
integrata. Tuttavia, al di là dei proclami, il piano non sembra pensato per
affrontare la crisi abitativa nel lungo periodo. Fa invece parte di un programma
orientato alla privatizzazione dell’edilizia pubblica, alla trasformazione della
sua governance in una macchina al tempo stesso competitiva verso il basso e
accentratrice verso l’alto, e alla riduzione dell’abitare a una logica di
finanziarizzazione, sia del patrimonio sia delle sue forme di finanziamento. Tre
mosse distinte, parte di una sola logica, che analizzeremo nel dettaglio.
UN PIANO DI CASE PUBBLICHE MA PRIVATIZZABILI
Prima di entrare nel merito, conviene distinguere i tre tipi di “casa pubblica”
in uso nello stato italiano. L’Erp – Edilizia residenziale pubblica –
corrisponde ad alloggi di proprietà pubblica o di enti pubblici, affittati a
canone sociale alle fasce più vulnerabili. L’Ers – Edilizia residenziale sociale
– è una categoria più ibrida che include alloggi principalmente in affitto, ma
talvolta anche in vendita, a prezzo calmierato, rivolti a chi non rientra
nell’Erp ma fatica, comunque, ad accedere al mercato. L’edilizia integrata,
infine, è il modello più apertamente di mercato che combina una quota
convenzionata, in affitto o vendita, con una quota libera. Queste tre categorie
non sono solo definizioni, ma i canali attraverso cui il Piano Casa organizza la
privatizzazione, presente e futura.
Il primo canale è diretto. Il decreto prevede l’alienazione degli immobili Erp
ed Ers agli inquilini che non hanno morosità. È una privatizzazione lineare. Si
passa dalla proprietà pubblica alla proprietà privata, attraverso la vendita. Il
secondo canale è indiretto. Il decreto consente di recuperare e riqualificare
patrimonio edilizio pubblico esistente, per progetti destinati a Ers, con
affitto di lungo periodo e possibilità di riscatto progressivo. Lo Stato,
dunque, finanzia il recupero del proprio patrimonio che non torna a far parte
dello stock permanente di edilizia pubblica, ma può essere riconvertito in
edilizia sociale e orientato verso l’acquisto individuale. Il terzo canale passa
per l’edilizia integrata. Qui si produce una nuova edilizia “accessibile” dentro
operazioni immobiliari che combinano alloggi calmierati, in affitto o vendita, e
alloggi di mercato. Il decreto, tuttavia, non stabilisce quanta edilizia
calmierata debba essere in affitto e quanta in vendita, lasciando spazio
all’immaginazione imprenditoriale. E in entrambi i casi, il vincolo
convenzionato è a scadenza. Il risultato non è uno stock pubblico stabile, ma è
un segmento temporaneamente calmierato del mercato.
Questi tre canali rappresentano uno dei pilastri del Piano Casa: la
privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico. Questa non avviene
esclusivamente per rottura, anche se questa è contemplata, ma per scivolamento
progressivo: dal patrimonio pubblico all’edilizia sociale riscattabile e
dall’edilizia integrata con quote calmierate all’immissione di alloggi sul
mercato. Le abitazioni promesse dal piano, dunque, non andranno ad aumentare lo
stock pubblico in affitto – misura strutturale ed effettiva per dare risposta
alla crisi abitativa – ma saranno recuperate e costruite per ridurlo attraverso
un processo che, riferendoci a David Harvey, potremmo definire di “accumulazione
per auto-spossessamento”. Una politica che rinuncia all’espansione del
patrimonio edilizio pubblico non è una politica dell’abitare, ma una politica di
speculazione immobiliare con funzione sociale temporanea.
UNA GOVERNANCE COMPETITIVA E ACCENTRATRICE
Sul piano della governance, il Piano Casa produce un doppio movimento. Il primo
è quello, ormai ben sedimentato nello stato neoliberale, della governance
competitiva. Lo Stato non agisce come regista redistributivo che parte da
un’analisi del fabbisogno abitativo e assegna risorse e capacità ai territori
più colpiti dalla crisi, ma come architetto di una macchina selettiva. Il
decreto centralizza le risorse in un conto gestito da Invitalia, l’Agenzia
nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, e le
affida la selezione, tramite avvisi pubblici, delle offerte presentate dagli
enti che operano nel campo dell’Erp e Ers per il recupero e la manutenzione del
patrimonio. Queste proposte devono mostrare condizioni di sostenibilità
economica e possono ricorrere anche a operazioni di partenariato
pubblico-privato. Il problema di questa organizzazione è che la crisi abitativa
non viene analizzata spazialmente, non vengono prese in considerazione le sue
disuguaglianze geografiche, ma viene usata come un dispositivo per fomentare la
competitività tra città e regioni. Inutile dire che i territori con
amministrazioni con maggiore capacità tecnica e mercati immobiliari più
appetibili partono avvantaggiati, in una corsa per l’accaparramento delle
risorse dove vince chi è più forte.
Il secondo movimento è più apertamente emergenziale, accentratore e tipico delle
destre estreme contemporanee: usare la crisi per concentrare poteri, comprimere
le mediazioni istituzionali e presentare il dissenso come ostacolo alla
decisione. Il Piano Casa istituisce un commissario straordinario che può operare
tramite ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, salvo alcuni limiti
essenziali, come la legge penale o la normativa antimafia. Inoltre, se
un’amministrazione pubblica esprime un dissenso, un diniego o un’opposizione
capace di bloccare in tutto o in parte un intervento, il commissario può
proporre al presidente del consiglio di portare la questione al consiglio dei
ministri entro cinque giorni. A questo si aggiungono conferenze di servizi
semplificate, tempi stretti e silenzio-assenso. Anche l’apparato di supporto
conferma questa logica. Il commissario può avvalersi di una società nata per le
infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina, quindi per grandi opere e non per
politiche abitative ordinarie. La casa viene così governata come emergenza da
sbloccare, più che come infrastruttura sociale da pianificare democraticamente.
Il risultato di questo doppio movimento è il secondo pilastro del Piano Casa:
una forma Stato particolarmente attenta alla sua riorganizzazione interna. Una
riorganizzazione che, da un lato, sostituisce la responsabilità redistributiva
con una logica competitiva perché non alloca risorse in base al bisogno, ma
obbliga amministrazioni a competere dentro una macchina a bando; dall’altro,
rafforza lo Stato centrale a scapito dei principi democratici, concentrando
poteri, accelerando procedure e trasformando l’urgenza abitativa in
giustificazione per l’eccezione amministrativa. È una governance competitiva
verso il basso e autoritaria verso l’alto: decentralizza la responsabilità di
ottenere risorse, ma centralizza il potere di decidere, accelerare e scavalcare
gli ostacoli.
LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ABITARE
La finanziarizzazione promossa dal Piano Casa è forse il punto più difficile da
vedere, perché non coincide semplicemente con la trasformazione della casa da
valore d’uso a valore di scambio attraverso la sua privatizzazione. La questione
della finanziarizzazione è più profonda e opera su due livelli: da un lato rende
il patrimonio pubblico amministrativamente disponibile a essere recuperato e poi
valorizzato; dall’altro trasforma risorse pubbliche e di coesione in quote di
fondi immobiliari. In questo senso, non finanziarizza solo l’edilizia pubblica,
ma anche il suo finanziamento.
Il primo livello riguarda il patrimonio. Come suggerisce Brett Christophers, la
finanziarizzazione del patrimonio pubblico non avviene solo quando lo Stato
vende al massimo prezzo possibile. Avviene già prima, quando un bene pubblico
viene definito eccedente e quindi reso disponibile a entrare in altri circuiti
di valorizzazione. Nel Piano Casa questo passaggio non è esplicito, ma è
presente. Il commissario straordinario avvia una ricognizione degli immobili
pubblici “non redditizi e non in uso”, non per destinarli alla vendita diretta,
ma a progetti di edilizia sociale, che però, come ben sappiamo, e secondo il
pilastro di cui sopra, può essere privatizzata o resa privatizzabile attraverso
il riscatto. Dunque, il passaggio che porta alla finanziarizzazione del
patrimonio abitativo è più sottile, più subdolo. La categorizzazione
amministrativa degli immobili come “non redditizi e non in uso” non sarebbe
problematica se portasse alla riattivazione di un patrimonio pubblico
immobiliare permanente, ma lo diventa perché invece permette a tale patrimonio
di entrare in un circuito di messa a valore lento ma presente.
Il secondo livello riguarda il finanziamento. Nel Piano Casa è prevista la
creazione del Fondo Housing Coesione. Con questo, il decreto autorizza il
Dipartimento per le politiche di coesione a sottoscrivere quote di un fondo
immobiliare istituito da Invimit SGR, una società pubblica di gestione del
risparmio controllata dal ministero dell’economia e specializzata nella gestione
e valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici. Nel fondo confluiscono
risorse sottratte al Fondo per lo sviluppo e la coesione, possibili risorse
derivanti dal Programma Metro Plus e città medie del Sud, e quote che regioni e
amministrazioni possono sottoscrivere usando risorse di coesione o di politiche
abitative pubbliche e sociali. Risorse che dovrebbero servire alla coesione
territoriale, alle politiche urbane e alle stesse politiche abitative vengono
così trasformate in partecipazioni finanziarie, mentre le scelte sulle politiche
di investimento vengono rinviate al regolamento di gestione del fondo, ancora
tutto da definire. Inoltre, se le quote del fondo vengono alienate, il valore
prodotto non torna necessariamente alla casa, ma può essere destinato
all’ammortamento del debito pubblico. Lo stesso accade con la vendita degli
immobili Erp ed Ers, i cui ricavi non sono vincolati alla ricostituzione del
patrimonio abitativo, ma alla riduzione del debito, prima regionale e poi
statale.
La finanziarizzazione del Piano Casa sta dunque in questi duplici livelli di
azione. Il patrimonio pubblico viene reso disponibile alla valorizzazione,
mentre le risorse pubbliche vengono trasformate in capitale di investimento. Il
pubblico non scompare, ma cambia funzione: non costruisce uno stock stabile di
case fuori dal mercato e le finanzia in modo diretto, bensì prepara le
condizioni perché questo stock possa essere “assettizzato” e prepara strumenti
finanziari per agevolare queste operazioni. Dunque, la finanziarizzazione del
patrimonio non si esaurisce nell’atto di vendita, ma include il processo che
prepara le condizioni amministrative e finanziarie per monetizzarlo.
DA CASA A COSA
Messi insieme, questi tre pilastri — privatizzazione, governance competitiva ed
emergenziale, e finanziarizzazione — non descrivono un piano per ricostruire ed
espandere l’edilizia pubblica, ma un piano che sembra orientato alla sua
dismissione. E la loro forza sta proprio nel funzionare insieme. Sono tre gesti
distinti che convergono in una sola direzione: non oltre il neoliberismo, ma
dentro una sua torsione finanziarizzata e autoritaria. Il neoliberismo ha sempre
avuto bisogno dello Stato per mercificare sfere previamente de-mercificate –
come molti settori del welfare, incluso l’abitare. Qui, però, l’operazione
assume una forma più specifica e sofisticata: lo Stato mette a valore l’edilizia
pubblica e la privatizza lentamente, trasforma risorse sociali e territoriali in
capitale finanziario, fomenta la competizione tra i territori e usa l’emergenza
abitativa per accentrare poteri, accelerare procedure e comprimere il dissenso.
Più che un Piano Casa, è un piano che trasforma la casa in cosa: sposta
l’abitare dalla sfera del diritto a quella dell’asset, trasformando un bisogno
sociale fondamentale in patrimonio da mettere a valore in modo diseguale, in
campo di investimento e in materia da governare attraverso l’eccezione. (iolanda
bianchi)
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