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Il Piano Casa del governo Meloni. Come privatizzare l’edilizia pubblica in tre mosse
(disegno di otarebill) Il Piano Casa del governo Meloni, entrato in vigore lo scorso 8 maggio, è stato presentato come un piano per affrontare una delle grandi crisi sociali del paese attraverso un forte investimento nell’edilizia pubblica. Il piano prevede circa dieci miliardi di euro di investimenti per rendere disponibili circa 100 mila abitazioni nell’arco di dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia pubblica esistente e nuove costruzioni realizzate tramite programmi di edilizia integrata. Tuttavia, al di là dei proclami, il piano non sembra pensato per affrontare la crisi abitativa nel lungo periodo. Fa invece parte di un programma orientato alla privatizzazione dell’edilizia pubblica, alla trasformazione della sua governance in una macchina al tempo stesso competitiva verso il basso e accentratrice verso l’alto, e alla riduzione dell’abitare a una logica di finanziarizzazione, sia del patrimonio sia delle sue forme di finanziamento. Tre mosse distinte, parte di una sola logica, che analizzeremo nel dettaglio. UN PIANO DI CASE PUBBLICHE MA PRIVATIZZABILI Prima di entrare nel merito, conviene distinguere i tre tipi di “casa pubblica” in uso nello stato italiano. L’Erp – Edilizia residenziale pubblica – corrisponde ad alloggi di proprietà pubblica o di enti pubblici, affittati a canone sociale alle fasce più vulnerabili. L’Ers – Edilizia residenziale sociale – è una categoria più ibrida che include alloggi principalmente in affitto, ma talvolta anche in vendita, a prezzo calmierato, rivolti a chi non rientra nell’Erp ma fatica, comunque, ad accedere al mercato. L’edilizia integrata, infine, è il modello più apertamente di mercato che combina una quota convenzionata, in affitto o vendita, con una quota libera. Queste tre categorie non sono solo definizioni, ma i canali attraverso cui il Piano Casa organizza la privatizzazione, presente e futura. Il primo canale è diretto. Il decreto prevede l’alienazione degli immobili Erp ed Ers agli inquilini che non hanno morosità. È una privatizzazione lineare. Si passa dalla proprietà pubblica alla proprietà privata, attraverso la vendita. Il secondo canale è indiretto. Il decreto consente di recuperare e riqualificare patrimonio edilizio pubblico esistente, per progetti destinati a Ers, con affitto di lungo periodo e possibilità di riscatto progressivo. Lo Stato, dunque, finanzia il recupero del proprio patrimonio che non torna a far parte dello stock permanente di edilizia pubblica, ma può essere riconvertito in edilizia sociale e orientato verso l’acquisto individuale. Il terzo canale passa per l’edilizia integrata. Qui si produce una nuova edilizia “accessibile” dentro operazioni immobiliari che combinano alloggi calmierati, in affitto o vendita, e alloggi di mercato. Il decreto, tuttavia, non stabilisce quanta edilizia calmierata debba essere in affitto e quanta in vendita, lasciando spazio all’immaginazione imprenditoriale. E in entrambi i casi, il vincolo convenzionato è a scadenza. Il risultato non è uno stock pubblico stabile, ma è un segmento temporaneamente calmierato del mercato. Questi tre canali rappresentano uno dei pilastri del Piano Casa: la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico. Questa non avviene esclusivamente per rottura, anche se questa è contemplata, ma per scivolamento progressivo: dal patrimonio pubblico all’edilizia sociale riscattabile e dall’edilizia integrata con quote calmierate all’immissione di alloggi sul mercato. Le abitazioni promesse dal piano, dunque, non andranno ad aumentare lo stock pubblico in affitto – misura strutturale ed effettiva per dare risposta alla crisi abitativa – ma saranno recuperate e costruite per ridurlo attraverso un processo che, riferendoci a David Harvey, potremmo definire di “accumulazione per auto-spossessamento”. Una politica che rinuncia all’espansione del patrimonio edilizio pubblico non è una politica dell’abitare, ma una politica di speculazione immobiliare con funzione sociale temporanea. UNA GOVERNANCE COMPETITIVA E ACCENTRATRICE Sul piano della governance, il Piano Casa produce un doppio movimento. Il primo è quello, ormai ben sedimentato nello stato neoliberale, della governance competitiva. Lo Stato non agisce come regista redistributivo che parte da un’analisi del fabbisogno abitativo e assegna risorse e capacità ai territori più colpiti dalla crisi, ma come architetto di una macchina selettiva. Il decreto centralizza le risorse in un conto gestito da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, e le affida la selezione, tramite avvisi pubblici, delle offerte presentate dagli enti che operano nel campo dell’Erp e Ers per il recupero e la manutenzione del patrimonio. Queste proposte devono mostrare condizioni di sostenibilità economica e possono ricorrere anche a operazioni di partenariato pubblico-privato. Il problema di questa organizzazione è che la crisi abitativa non viene analizzata spazialmente, non vengono prese in considerazione le sue disuguaglianze geografiche, ma viene usata come un dispositivo per fomentare la competitività tra città e regioni. Inutile dire che i territori con amministrazioni con maggiore capacità tecnica e mercati immobiliari più appetibili partono avvantaggiati, in una corsa per l’accaparramento delle risorse dove vince chi è più forte. Il secondo movimento è più apertamente emergenziale, accentratore e tipico delle destre estreme contemporanee: usare la crisi per concentrare poteri, comprimere le mediazioni istituzionali e presentare il dissenso come ostacolo alla decisione. Il Piano Casa istituisce un commissario straordinario che può operare tramite ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, salvo alcuni limiti essenziali, come la legge penale o la normativa antimafia. Inoltre, se un’amministrazione pubblica esprime un dissenso, un diniego o un’opposizione capace di bloccare in tutto o in parte un intervento, il commissario può proporre al presidente del consiglio di portare la questione al consiglio dei ministri entro cinque giorni. A questo si aggiungono conferenze di servizi semplificate, tempi stretti e silenzio-assenso. Anche l’apparato di supporto conferma questa logica. Il commissario può avvalersi di una società nata per le infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina, quindi per grandi opere e non per politiche abitative ordinarie. La casa viene così governata come emergenza da sbloccare, più che come infrastruttura sociale da pianificare democraticamente. Il risultato di questo doppio movimento è il secondo pilastro del Piano Casa: una forma Stato particolarmente attenta alla sua riorganizzazione interna. Una riorganizzazione che, da un lato, sostituisce la responsabilità redistributiva con una logica competitiva perché non alloca risorse in base al bisogno, ma obbliga amministrazioni a competere dentro una macchina a bando; dall’altro, rafforza lo Stato centrale a scapito dei principi democratici, concentrando poteri, accelerando procedure e trasformando l’urgenza abitativa in giustificazione per l’eccezione amministrativa. È una governance competitiva verso il basso e autoritaria verso l’alto: decentralizza la responsabilità di ottenere risorse, ma centralizza il potere di decidere, accelerare e scavalcare gli ostacoli. LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ABITARE La finanziarizzazione promossa dal Piano Casa è forse il punto più difficile da vedere, perché non coincide semplicemente con la trasformazione della casa da valore d’uso a valore di scambio attraverso la sua privatizzazione. La questione della finanziarizzazione è più profonda e opera su due livelli: da un lato rende il patrimonio pubblico amministrativamente disponibile a essere recuperato e poi valorizzato; dall’altro trasforma risorse pubbliche e di coesione in quote di fondi immobiliari. In questo senso, non finanziarizza solo l’edilizia pubblica, ma anche il suo finanziamento. Il primo livello riguarda il patrimonio. Come suggerisce Brett Christophers, la finanziarizzazione del patrimonio pubblico non avviene solo quando lo Stato vende al massimo prezzo possibile. Avviene già prima, quando un bene pubblico viene definito eccedente e quindi reso disponibile a entrare in altri circuiti di valorizzazione. Nel Piano Casa questo passaggio non è esplicito, ma è presente. Il commissario straordinario avvia una ricognizione degli immobili pubblici “non redditizi e non in uso”, non per destinarli alla vendita diretta, ma a progetti di edilizia sociale, che però, come ben sappiamo, e secondo il pilastro di cui sopra, può essere privatizzata o resa privatizzabile attraverso il riscatto. Dunque, il passaggio che porta alla finanziarizzazione del patrimonio abitativo è più sottile, più subdolo. La categorizzazione amministrativa degli immobili come “non redditizi e non in uso” non sarebbe problematica se portasse alla riattivazione di un patrimonio pubblico immobiliare permanente, ma lo diventa perché invece permette a tale patrimonio di entrare in un circuito di messa a valore lento ma presente. Il secondo livello riguarda il finanziamento. Nel Piano Casa è prevista la creazione del Fondo Housing Coesione. Con questo, il decreto autorizza il Dipartimento per le politiche di coesione a sottoscrivere quote di un fondo immobiliare istituito da Invimit SGR, una società pubblica di gestione del risparmio controllata dal ministero dell’economia e specializzata nella gestione e valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici. Nel fondo confluiscono risorse sottratte al Fondo per lo sviluppo e la coesione, possibili risorse derivanti dal Programma Metro Plus e città medie del Sud, e quote che regioni e amministrazioni possono sottoscrivere usando risorse di coesione o di politiche abitative pubbliche e sociali. Risorse che dovrebbero servire alla coesione territoriale, alle politiche urbane e alle stesse politiche abitative vengono così trasformate in partecipazioni finanziarie, mentre le scelte sulle politiche di investimento vengono rinviate al regolamento di gestione del fondo, ancora tutto da definire. Inoltre, se le quote del fondo vengono alienate, il valore prodotto non torna necessariamente alla casa, ma può essere destinato all’ammortamento del debito pubblico. Lo stesso accade con la vendita degli immobili Erp ed Ers, i cui ricavi non sono vincolati alla ricostituzione del patrimonio abitativo, ma alla riduzione del debito, prima regionale e poi statale. La finanziarizzazione del Piano Casa sta dunque in questi duplici livelli di azione. Il patrimonio pubblico viene reso disponibile alla valorizzazione, mentre le risorse pubbliche vengono trasformate in capitale di investimento. Il pubblico non scompare, ma cambia funzione: non costruisce uno stock stabile di case fuori dal mercato e le finanzia in modo diretto, bensì prepara le condizioni perché questo stock possa essere “assettizzato” e prepara strumenti finanziari per agevolare queste operazioni. Dunque, la finanziarizzazione del patrimonio non si esaurisce nell’atto di vendita, ma include il processo che prepara le condizioni amministrative e finanziarie per monetizzarlo. DA CASA A COSA Messi insieme, questi tre pilastri — privatizzazione, governance competitiva ed emergenziale, e finanziarizzazione — non descrivono un piano per ricostruire ed espandere l’edilizia pubblica, ma un piano che sembra orientato alla sua dismissione. E la loro forza sta proprio nel funzionare insieme. Sono tre gesti distinti che convergono in una sola direzione: non oltre il neoliberismo, ma dentro una sua torsione finanziarizzata e autoritaria. Il neoliberismo ha sempre avuto bisogno dello Stato per mercificare sfere previamente de-mercificate – come molti settori del welfare, incluso l’abitare. Qui, però, l’operazione assume una forma più specifica e sofisticata: lo Stato mette a valore l’edilizia pubblica e la privatizza lentamente, trasforma risorse sociali e territoriali in capitale finanziario, fomenta la competizione tra i territori e usa l’emergenza abitativa per accentrare poteri, accelerare procedure e comprimere il dissenso. Più che un Piano Casa, è un piano che trasforma la casa in cosa: sposta l’abitare dalla sfera del diritto a quella dell’asset, trasformando un bisogno sociale fondamentale in patrimonio da mettere a valore in modo diseguale, in campo di investimento e in materia da governare attraverso l’eccezione. (iolanda bianchi)
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Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti?
(disegno di valentina galluccio) Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”. Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano. Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti. Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”. Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione. Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora. DUEMILA ANNI DI CONTROLLO DEGLI AFFITTI L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno. Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà. Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati). Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento. Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case. In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York. Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra. La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia. Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso. I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”). Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative. Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!). Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti. Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione. Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti. INEFFICACIA DEL RENT CONTROL, UN MITO DEL MACCARTISMO L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America. Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control , argomentazione ripresa oggi dal deputato Marattin. Per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini. Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti. La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”.  Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili. Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico. Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York. Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti. Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza. L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere. In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici). Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito. Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit. Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi. RENT CONTROL OGGI Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del mondo. L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti. Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere sono in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia. L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici. Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale è stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento. Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).  La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico? Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta. Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta. Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendekel).  Il progetto del Sindacato inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati. Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini. Fa anche bene? Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini. Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali. Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez). I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del Pp e di Vox. Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi. In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.  Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati. Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque). Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono. La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dallo stesso franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti. L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito. Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi. Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili. Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-Usb in un convegno a Roma). Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti. Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio. Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”. (stefano portelli)
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Nella giornata di martedi 29 luglio tre attiviste e attivisti del Movimento per il Diritto all’Abitare di Roma hanno subito la perquisizione dell’abitazione e del posto di lavoro con il sequestro dei cellulari, dei computer e di materiale cartaceo di varia natura. Un’operazione con uno spropositato dispiegamento di personale dei Carabinieri e della Digos, sovradimensionata […]
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Carcere di Ferrara: Detenuta trans violentata.
Una detenuta trans ha denunciato di essere stata violentata da quattro uomini all’interno del carcere di Ferrara. La Garante: “Era disperata. Aveva chiesto di essere trasferita” di Diana Ligorio da il Domani Una detenuta trans ha denunciato di essere stata violentata da quattro uomini all’interno del carcere di Ferrara. La denuncia è stata formalizzata il […]
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Porto, tra scomparsa delle case e speculazione immobiliare. Un tentativo di resistenza
(disegno di escif) Il Largo do doutor Pedro Vitorino si trova nel centro di Porto. Nei pressi c’è un piccolo spiazzo panoramico, il Miradouro da Vitoria, da cui si possono vedere il fiume Douro e il ponte Luiz I, che unisce Porto con Vila nova de Gaia, città di oltre trecentomila abitanti che si estende a sud del fiume. Nel complesso i due comuni, situati nel nord nel Portogallo, superano i cinquecentomila abitanti, costituendo la seconda area urbana del paese dopo la capitale Lisbona. Dall’altra parte del Douro si vedono le sedi di alcune aziende produttrici del famoso vino locale, il Porto, mentre una funivia collega la riva del fiume con il parco chiamato Jardim do Morro. In mezzo alle case e agli edifici del centro, da entrambi i lati del fiume, si vedono diverse gru per costruzioni. Nelle sue zone centrali – come quella intorno alla stazione della metro Aliados, dove ha sede il Comune, e alla stazione ferroviaria di São Bento – Porto è piena di turisti. È forse scontato dire che il turismo sta cambiando la città, ma quello che altrove è ormai un fenomeno affermato qui sembra avere ancora margine di crescita. Sia in centro che in periferia si vedono diversi edifici fatiscenti: in più occasioni si possono notare piani interni crollati e solo la facciata in piedi, con poche travi all’interno. Come in rua Conde de Vizela, a due passi dalle aree più interessate dalla presenza turistica, dove un edificio in queste condizioni è affiancato da locali alla moda e da altri palazzi ristrutturati di recente. L’immobile, come molti altre nelle stesse condizioni, è in vendita. Basta passeggiare per le strade della città per rendersi conto che la questione abitativa a Porto è diventata di primaria importanza: nel centro sono affissi tanti manifesti di Habitação hoje, un’organizzazione politica nata nel 2021 che si occupa della difesa del diritto all’abitare. «Habitação hoje ha avuto da subito l’idea di aggregare una forza collettiva per provare a cambiare le cose. Facciamo il possibile per ritardare gli sfratti: in Portogallo la legge tutela i proprietari e quindi evitarli è quasi impossibile. Possiamo però allungare i tempi della procedura», afferma R. Il gruppo fornisce assistenza legale e promuove due volte al mese delle assemblee per chi si trova in condizione di fragilità o in emergenza abitativa. «Negli ultimi anni con il sindaco Rui Rio (in carica dal 2002 al 2013, ndr) e poi con l’attuale Rui Moreira (già al terzo mandato) la città si è trasformata in una sorta di parco giochi per immobiliaristi: si è progressivamente costruita l’immagine di una Porto accogliente per i turisti e questo ha sconvolto la vita di chi abita qui», ci dice ancora R. Una delle date fondamentali per ricostruire questo processo è il 1996, anno in cui il centro di Porto è entrato a far parte della lista dei siti “patrimonio dell’umanità” dell’Unesco. Oggi in quest’area sono frequenti i cartelli che ricordano il riconoscimento. Nel 2001, la città, allora amministrata dal sindaco Nuno Cardoso, è stata capitale europea della cultura. Oggi si possono vedere diversi interventi urbanistici risalenti a quel periodo, come la Casa della musica nel quartiere Boavista, sulla direttrice che dal centro porta verso occidente e quindi verso l’oceano. «Quello è stato un momento decisivo per la città – ci dice R. – anche perché Porto è entrata a far parte delle destinazioni della compagnia Ryanair e sono state approvate alcune leggi che favoriscono gli affitti brevi. Questi interventi si sono sommati a un percorso legislativo che negli anni Novanta aveva già indebolito le tutele verso gli affittuari». Negli ultimi venti anni anche la zona orientale della città ha subito profondi cambiamenti. Nel 2004 il Portogallo ha ospitato i campionati europei di calcio, che hanno portato alla costruzione di un nuovo stadio (il Do Dragão: “Del drago”) poi utilizzato dal Porto, la squadra di calcio locale. Accanto allo stadio si trovano un grande centro commerciale e diversi edifici a uso residenziale. Nella stessa zona, appena più verso il centro, c’è la stazione intermodale di Campanhã, in cui una recente stazione per i bus si affianca a una stazione dei treni che ora è diventata la principale di Porto. Su quest’area l’amministrazione di Rui Moreira sta investendo molto. In una conferenza stampa del 25 marzo scorso Pedro Baganha, il responsabile della giunta Moreira dell’assessorato all’urbanistica, si è detto soddisfatto di come stanno procedendo i lavori nella zona, sottolineando un aumento delle abitazioni disponibili e degli hotel, prima “praticamente inesistenti”. Prendiamo queste informazioni da Porto.pt, il portale di informazione gestito e promosso dal Comune, che è ben presente in città, soprattutto nelle metropolitane e in alcune piazze. «Il problema della gestione delle informazioni a Porto è cruciale: – aggiunge R. –  Porto.pt non dà notizie false, ma dice solo quello che fa comodo alla giunta comunale. Per esempio, tempo fa rispetto a un caso di persone in emergenza abitativa il portale ha annunciato che per loro era stata subito trovata una soluzione alternativa, senza però specificare che questa sarebbe durata appena qualche giorno». Per quanto riguarda l’aumento di case disponibili a Campanhã di cui parla Baganha, viene naturale chiedersi chi potranno esserne gli abitanti. Mentre il Comune rivendica di aver messo in piedi quella che è stata chiamata Strategia locale per l’abitazione (Estratégia local de Habitação), Habitação hoje fa notare che molte delle persone più in difficoltà, come le donne sole ultrasessantenni, finiscono per non poter accedere alle case presentate come “accessibili”. «Vengono affittate a un prezzo che è di poco inferiore a quello di mercato. Inoltre la quota che verrebbe “sottratta” al proprietario, impossibilitato a venderla al prezzo corrente, viene comunque data dal Comune che garantisce così la rendita. Ciò determina che chi partecipa all’assegnazione di queste case non avrebbe bisogno di un sostegno istituzionale, mentre chi si trova in difficoltà viene escluso e deve trovare altre soluzioni, se ci sono. Sono soprattutto le donne a rivolgersi ad Habitação hoje, in particolare quelle con più di sessantacinque anni, con pochi contributi versati e senza lavori stabili. Inoltre, il Comune non ha una vera e propria struttura che possa sostenere chi perde la casa: a quel punto queste persone possono solo contare sul sostegno di familiari e amici. Esistono dei rifugi notturni in città, ma sono abbastanza problematici e non riescono a far fronte a tutte le richieste. Di conseguenza diverse persone finiscono per strada», ci fa notare ancora R. Allo stesso tempo, il Portogallo negli ultimi anni si è dato da fare per attirare fasce di popolazione con una buona capacità di spesa, come i pensionati di altri paesi europei e cittadini di paesi esterni all’Unione Europea che, tramite un investimento fino al 2023 ottenevano il cosiddetto visto Gold, che permette di muoversi senza problemi in tutta l’Unione. Questo fenomeno ha sottratto ulteriori case dal mercato e ha anche innalzato i prezzi di molti immobili, spesso di quel tanto che bastava per raggiungere il livello minimo dell’investimento richiesto per ottenere il visto. Tutto ciò accade nonostante l’articolo 65 della costituzione portoghese garantisca il diritto a un’abitazione degna per ogni persona, impegnando anche lo Stato a promuovere delle forme adeguate di edilizia pubblica, senza escludere iniziative private o delle comunità che sentono in prima persona il problema abitativo: in realtà le case popolari oggi coprono solo una piccola parte del patrimonio immobiliare del paese e alcune esperienze innovatrici nate dopo il crollo della dittatura del cosiddetto Estado Novo, avvenuto il 25 aprile 1974 dopo quarantuno anni di regime, sono state riassorbite nel giro di pochi anni. Il riferimento è a quanto avvenuto durante il cosiddetto Prec (Proceso revolucionário em curso), cioè il tentativo di indirizzare la giovane repubblica portoghese verso una forma di socialismo. «L’esperienza di alcune cooperative ha garantito delle case a basso costo a diverse persone, ma alle condizioni attuali è molto difficile ripetere qualcosa di simile», ci spiega ancora R. Prima di lasciare la città diamo un’ultima occhiata al Douro dal Passeio das Virtudes, un piccolo parco in centro che offre una bellissimo panorama sul corso finale del fiume e sulle zone di Porto che si estendono fino all’Oceano Atlantico. Ripensiamo a quanto visto nei giorni precedenti. Ci sembra che la città stia subendo la sorte di tanti altri luoghi nel mondo: una grande potenzialità in termini di spazi disponibili si trasforma in una preda ghiotta per chi nel mercato immobiliare e nel turismo, con l’aiuto decisivo delle istituzioni, ha trovato uno strumento per realizzare forti profitti in breve tempo, facendo aumentare i costi della vita di chi abita in città. Rimane però anche l’impressione che, per chi vive problemi comuni, riconoscersi e organizzarsi sia il primo passo per trovare soluzioni collettive, soprattutto quando le istituzioni hanno altre priorità. (alessandro stoppoloni)
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