(disegno di otarebill)
L’intervista qui riportata è stata condotta a maggio 2026 con due abitanti del
complesso edilizio di Prosfygika, nel quartiere ateniese di Ambelokipi,
costruito nel 1933 per ospitare i rifugiati provenienti dall’Asia Minore e
occupato nel 2010 in risposta a un processo di abbandono istituzionale degli
otto edifici che costituiscono la struttura fisica della comunità di Prosfygika.
Oggi, dopo sedici anni di attività da parte dell’Assemblea di Prosfygika
Occupato, il quartiere si è riempito di vita, trasformandosi nella più grande
comunità (sia in termini di superficie che di numero) della Grecia.
La comunità di Prosfygika ha subito un forte attacco a dicembre 2025, quando è
stato annunciato da parte della regione Attica un piano di riqualificazione per
l’area finanziato tramite fondi europei. Questa notizia, insieme all’assenza di
volontà di confronto con l’assemblea degli abitanti, ha portato un membro della
comunità, Aristotelis [Aristos] Chantzis, a iniziare il 5 febbraio 2026 uno
sciopero della fame fino alla morte, seguito il primo maggio 2026 da un’altra
compagna, Suzon Doppagne.
Al momento in cui si è svolta l’intervista i due scioperanti della fame
versavano in condizioni estremamente critiche, e la comunità si era dichiarata
pronta a proseguire la lotta nell’eventualità di decesso di Aristotelis. Poche
settimane dopo l’intervista, nel momento in cui le condizioni di salute di
Aristotelis erano più critiche e si temeva per la sua vita, si è finalmente
ottenuta la vittoria: la regione Attica ha sospeso il piano di riqualificazione
e riconosciuto la comunità di abitanti e occupanti degli edifici di Alexandras
Avenue.
Prosfygika è stata definita come una forma alternativa di costruire una
comunità, ma anche di abitare un luogo. Immagino che una parte importante delle
difficoltà che state affrontando derivi dalla gentrificazione della città.
Abitante 1: Certo, l’intero piano di riqualificazione dell’area non è altro che
un piano di gentrificazione. Rispetto ad altre città europee, credo sia
abbastanza evidente che molti processi in Grecia abbiano avuto inizio un po’ più
tardi, com’è normale per i paesi semi-periferici che non si trovano direttamente
al centro del potere, anche se dipendono enormemente da questo centro. Negli
ultimi anni abbiamo visto molti quartieri prima invasi dal turismo, poi dalla
polizia. I due fenomeni vanno di pari passo: prima il turismo, la speculazione
immobiliare, sempre più persone costrette ad abbandonare il quartiere, e poi le
forze repressive che subentrano per segregare e allontanare le fasce più povere
della popolazione. Alla fine, qui come ovunque, si costruiscono città in cui non
esistono più legami tra le persone, né con il proprio territorio. In questo
modo, ovviamente, diventa più facile esercitare il controllo.
Abitante 2: Parte di questo piano di gentrificazione consiste nello svendere la
città a investitori stranieri, israeliani, ma anche tedeschi. Non si tratta solo
di un processo locale, coinvolge altri paesi.
Penso a molte città europee dove il processo di gentrificazione è ormai “maturo”
e dove le forme di resistenza rimaste sono poche. Penso all’Italia, ma anche a
Berlino. Avete la sensazione che Atene stia attraversando un momento politico in
cui le conseguenze di questi processi sono ancora affrontabili, o è già troppo
tardi?
Abitante 1: L’ultimo attacco agli squat è avvenuto durante la pandemia di Covid
nel 2021 e la maggior parte degli spazi occupati è stata sgomberata. La comunità
di Prosfygika è tra i pochissimi squat ancora attivi in Grecia, e tra le poche
comunità occupate che esistono ancora in Europa. Ma non credo che dipenda tanto
da Atene, dipende da questa comunità e dalla volontà di lottare come possiamo e
fino in fondo. Dalla difesa di uno spazio liberato possono nascere altri spazi,
possono essere difesi, possono essere organizzati. Se troviamo questa
determinazione, insieme agli strumenti pratici giusti e a una rete solida,
possiamo farcela ovunque.
Esistono altre comunità simili a questa?
Abitante 1: No, siamo qualcosa di abbastanza unico. Quello che stiamo
costruendo qui è davvero senza precedenti, ed è anche per questo che dobbiamo
difenderlo a tutti i costi. Siamo convinti che quando raggiungeremo la vittoria
ci sarà un cambiamento enorme per il movimento a livello mondiale. In primo
luogo perché manca una vittoria da molto tempo, ma anche perché ci indica una
prospettiva su come ottenerla e su come organizzarsi in generale. Non stiamo
dicendo “questo è il modello da seguire”, ma di certo offriamo la possibilità di
organizzarsi insieme a noi e di costruire una rete di resistenza, con la
consapevolezza che la lotta contro il sistema oppressivo è anche una questione
di sopravvivenza.
Cosa significa internazionalismo per la comunità e come lo traducete in pratica?
Abitante 2: La nostra concezione dell’internazionalismo si fonda sulla
consapevolezza che tutte le lotte che avvengono nel mondo sono interconnesse, e
che non combatteremo i nostri nemici in modo isolato, né costruiremo una
comunità in isolamento, perché ci nutriamo del confronto reciproco e del lavoro
comune. L’internazionalismo è al cuore della nostra lotta, è parte costitutiva
della comunità.
Abitante 1: Senza la solidarietà internazionale molti dei risultati che la
comunità ha raggiunto non esisterebbero. Parliamo di cose molto pratiche, del
fatto che abbiamo l’elettricità, per esempio, che dobbiamo all’iniziativa di
compagni turchi. L’anno scorso un convoglio di compagni francesi è venuto qui e
ha installato un boiler in ogni casa che ne era sprovvista. Conversazioni,
connessioni, attenzione ai bisogni dell’altro, anche quando non vengono
espressi. Non abbiamo chiesto la maggior parte di queste cose, ma persone come
noi hanno capito che potevano servire e le hanno portate.
A che punto è il piano di riqualificazione voluto dalla regione Attica? Avete
già vissuto questo tipo di pressioni da parte delle istituzioni, o è la prima
volta?
Abitante 1: A dicembre 2025 è stato reso pubblico un piano dello Stato, insieme
al ministero della cultura, alla regione Attica e al servizio pubblico per
l’impiego, per la riqualificazione complessiva di quest’area, che non riguarda
solo la comunità, ma anche altre parti della città, al fine di ottenere alcuni
milioni di euro di finanziamenti dall’Unione europea. Lo interpretiamo come la
minaccia più grave che abbiamo mai affrontato; non la prima, ma di tutt’altra
portata rispetto a quelle precedenti.
Abitante 2: Quando hanno annunciato il piano, hanno investito molto nella
propaganda per costruire l’immagine di un quartiere fantasma, come se qui non
vivesse nessuno, anche se noi siamo ben radicati nella società, ne facciamo
parte, e non siamo affatto un quartiere fantasma. Tutte le iniziative che
portiamo avanti, le mobilitazioni, la distribuzione di testi, le raccolte firme,
gli eventi, le manifestazioni, stanno smontando una narrazione che di fatto non
possono più utilizzare, perché le persone ormai sanno che non siamo un quartiere
vuoto e abbandonato.
Abitante 1: Vorrei anche sottolineare che al momento in Grecia non esiste alcun
esempio di edilizia popolare, e che negli ultimi tre anni l’unico programma di
alloggi sociali attivato, finanziato dall’Ue, è stato cancellato per iniziativa
del governo, che non voleva che i rifugiati, destinatari del programma,
vivessero nel centro della città. Pensare che questo nuovo programma risponderà
ai bisogni delle persone che vivono ad Atene è quindi molto lontano dalla
realtà.
Abbiamo preso la decisione di coinvolgere l’intera società greca nella lotta
contro questo piano di sgombero. Lo sciopero della fame di Aristos si rivolge
alla società greca nel suo complesso, condividendo la prospettiva secondo cui lo
sgombero della comunità significherebbe una morte rapida per molte delle persone
che vi abitano, in modi diversi. Alcune finiranno in strada, altre nei centri di
detenzione, altre ancora verranno deportate, altre moriranno a causa di malattie
croniche, perché non ci sarà nessuno a garantire che i medici vengano contattati
o che i farmaci vengano distribuiti. Tutto questo accadrà a buona parte delle
persone che vivono qui. In un certo senso, questo sciopero della fame rende
anche visibile la minaccia concreta che incombe su di noi. Come strategia di
difesa, stiamo lavorando su tutti i fronti. Sul piano legale, stiamo analizzando
insieme a diversi avvocati il contratto in ogni suo aspetto, cercando di
renderlo trasparente, evidenziando le lacune, le parti oscure, le incoerenze,
tutto ciò che è vago o campato per aria, cioè in realtà la maggior parte del
contratto. Perché alla fine quasi nulla è chiaro. Quello che è chiaro, per loro,
è che vogliono sgomberare la comunità per ottenere i fondi europei. Stiamo anche
lavorando per aprire ulteriormente le strutture e coinvolgere più persone. Ci
stiamo occupando del processo di ristrutturazione degli edifici, della presenza
in strada, delle iniziative pubbliche. E poi dei tentativi di entrare in
contatto con membri della municipalità, di avviare un dialogo, di sedersi allo
stesso tavolo e trovare una soluzione. È un lavoro che si articola su tanti
piani diversi.
Avete già un’idea di quando è previsto lo sgombero?
Abitante 1: Non abbiamo una data precisa. Crediamo di poter vincere questa
battaglia prima che uno sgombero abbia luogo. Ma ovviamente ci aspettiamo degli
attacchi, delle mosse da parte delle forze repressive. Non possiamo stimare per
ora quale portata avranno. Ma se cercheranno di sgomberare la comunità, dovranno
farlo in un modo in cui non hanno mai operato prima. E incontreranno una
resistenza come non c’è mai stata prima. Le ultime manifestazioni hanno portato
in piazza una quantità enorme di partecipanti dai contesti più diversi. Il
periodo estivo però è sempre una fase critica per gli squat. Per questo stiamo
chiedendo agli internazionalisti e in generale a tutte le persone solidali a
venire qui durante l’estate, a stare e vivere nella comunità.
Abitante 2: La campagna internazionalista ha aiutato a moltiplicare le azioni di
solidarietà. E tutto questo aumenta la pressione sullo Stato e crea visibilità
su ciò che accade qui. C’è uno slogan che usiamo a volte: “comunità di lotta in
ogni quartiere”. Con questa campagna non l’abbiamo ancora realizzato ma è un
modo per diffondere l’idea di comunità in luoghi diversi. (elena schipani)
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(disegno di otarebill)
Il Piano Casa del governo Meloni, entrato in vigore lo scorso 8 maggio, è stato
presentato come un piano per affrontare una delle grandi crisi sociali del paese
attraverso un forte investimento nell’edilizia pubblica. Il piano prevede circa
dieci miliardi di euro di investimenti per rendere disponibili circa 100 mila
abitazioni nell’arco di dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia
pubblica esistente e nuove costruzioni realizzate tramite programmi di edilizia
integrata. Tuttavia, al di là dei proclami, il piano non sembra pensato per
affrontare la crisi abitativa nel lungo periodo. Fa invece parte di un programma
orientato alla privatizzazione dell’edilizia pubblica, alla trasformazione della
sua governance in una macchina al tempo stesso competitiva verso il basso e
accentratrice verso l’alto, e alla riduzione dell’abitare a una logica di
finanziarizzazione, sia del patrimonio sia delle sue forme di finanziamento. Tre
mosse distinte, parte di una sola logica, che analizzeremo nel dettaglio.
UN PIANO DI CASE PUBBLICHE MA PRIVATIZZABILI
Prima di entrare nel merito, conviene distinguere i tre tipi di “casa pubblica”
in uso nello stato italiano. L’Erp – Edilizia residenziale pubblica –
corrisponde ad alloggi di proprietà pubblica o di enti pubblici, affittati a
canone sociale alle fasce più vulnerabili. L’Ers – Edilizia residenziale sociale
– è una categoria più ibrida che include alloggi principalmente in affitto, ma
talvolta anche in vendita, a prezzo calmierato, rivolti a chi non rientra
nell’Erp ma fatica, comunque, ad accedere al mercato. L’edilizia integrata,
infine, è il modello più apertamente di mercato che combina una quota
convenzionata, in affitto o vendita, con una quota libera. Queste tre categorie
non sono solo definizioni, ma i canali attraverso cui il Piano Casa organizza la
privatizzazione, presente e futura.
Il primo canale è diretto. Il decreto prevede l’alienazione degli immobili Erp
ed Ers agli inquilini che non hanno morosità. È una privatizzazione lineare. Si
passa dalla proprietà pubblica alla proprietà privata, attraverso la vendita. Il
secondo canale è indiretto. Il decreto consente di recuperare e riqualificare
patrimonio edilizio pubblico esistente, per progetti destinati a Ers, con
affitto di lungo periodo e possibilità di riscatto progressivo. Lo Stato,
dunque, finanzia il recupero del proprio patrimonio che non torna a far parte
dello stock permanente di edilizia pubblica, ma può essere riconvertito in
edilizia sociale e orientato verso l’acquisto individuale. Il terzo canale passa
per l’edilizia integrata. Qui si produce una nuova edilizia “accessibile” dentro
operazioni immobiliari che combinano alloggi calmierati, in affitto o vendita, e
alloggi di mercato. Il decreto, tuttavia, non stabilisce quanta edilizia
calmierata debba essere in affitto e quanta in vendita, lasciando spazio
all’immaginazione imprenditoriale. E in entrambi i casi, il vincolo
convenzionato è a scadenza. Il risultato non è uno stock pubblico stabile, ma è
un segmento temporaneamente calmierato del mercato.
Questi tre canali rappresentano uno dei pilastri del Piano Casa: la
privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico. Questa non avviene
esclusivamente per rottura, anche se questa è contemplata, ma per scivolamento
progressivo: dal patrimonio pubblico all’edilizia sociale riscattabile e
dall’edilizia integrata con quote calmierate all’immissione di alloggi sul
mercato. Le abitazioni promesse dal piano, dunque, non andranno ad aumentare lo
stock pubblico in affitto – misura strutturale ed effettiva per dare risposta
alla crisi abitativa – ma saranno recuperate e costruite per ridurlo attraverso
un processo che, riferendoci a David Harvey, potremmo definire di “accumulazione
per auto-spossessamento”. Una politica che rinuncia all’espansione del
patrimonio edilizio pubblico non è una politica dell’abitare, ma una politica di
speculazione immobiliare con funzione sociale temporanea.
UNA GOVERNANCE COMPETITIVA E ACCENTRATRICE
Sul piano della governance, il Piano Casa produce un doppio movimento. Il primo
è quello, ormai ben sedimentato nello stato neoliberale, della governance
competitiva. Lo Stato non agisce come regista redistributivo che parte da
un’analisi del fabbisogno abitativo e assegna risorse e capacità ai territori
più colpiti dalla crisi, ma come architetto di una macchina selettiva. Il
decreto centralizza le risorse in un conto gestito da Invitalia, l’Agenzia
nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, e le
affida la selezione, tramite avvisi pubblici, delle offerte presentate dagli
enti che operano nel campo dell’Erp e Ers per il recupero e la manutenzione del
patrimonio. Queste proposte devono mostrare condizioni di sostenibilità
economica e possono ricorrere anche a operazioni di partenariato
pubblico-privato. Il problema di questa organizzazione è che la crisi abitativa
non viene analizzata spazialmente, non vengono prese in considerazione le sue
disuguaglianze geografiche, ma viene usata come un dispositivo per fomentare la
competitività tra città e regioni. Inutile dire che i territori con
amministrazioni con maggiore capacità tecnica e mercati immobiliari più
appetibili partono avvantaggiati, in una corsa per l’accaparramento delle
risorse dove vince chi è più forte.
Il secondo movimento è più apertamente emergenziale, accentratore e tipico delle
destre estreme contemporanee: usare la crisi per concentrare poteri, comprimere
le mediazioni istituzionali e presentare il dissenso come ostacolo alla
decisione. Il Piano Casa istituisce un commissario straordinario che può operare
tramite ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, salvo alcuni limiti
essenziali, come la legge penale o la normativa antimafia. Inoltre, se
un’amministrazione pubblica esprime un dissenso, un diniego o un’opposizione
capace di bloccare in tutto o in parte un intervento, il commissario può
proporre al presidente del consiglio di portare la questione al consiglio dei
ministri entro cinque giorni. A questo si aggiungono conferenze di servizi
semplificate, tempi stretti e silenzio-assenso. Anche l’apparato di supporto
conferma questa logica. Il commissario può avvalersi di una società nata per le
infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina, quindi per grandi opere e non per
politiche abitative ordinarie. La casa viene così governata come emergenza da
sbloccare, più che come infrastruttura sociale da pianificare democraticamente.
Il risultato di questo doppio movimento è il secondo pilastro del Piano Casa:
una forma Stato particolarmente attenta alla sua riorganizzazione interna. Una
riorganizzazione che, da un lato, sostituisce la responsabilità redistributiva
con una logica competitiva perché non alloca risorse in base al bisogno, ma
obbliga amministrazioni a competere dentro una macchina a bando; dall’altro,
rafforza lo Stato centrale a scapito dei principi democratici, concentrando
poteri, accelerando procedure e trasformando l’urgenza abitativa in
giustificazione per l’eccezione amministrativa. È una governance competitiva
verso il basso e autoritaria verso l’alto: decentralizza la responsabilità di
ottenere risorse, ma centralizza il potere di decidere, accelerare e scavalcare
gli ostacoli.
LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ABITARE
La finanziarizzazione promossa dal Piano Casa è forse il punto più difficile da
vedere, perché non coincide semplicemente con la trasformazione della casa da
valore d’uso a valore di scambio attraverso la sua privatizzazione. La questione
della finanziarizzazione è più profonda e opera su due livelli: da un lato rende
il patrimonio pubblico amministrativamente disponibile a essere recuperato e poi
valorizzato; dall’altro trasforma risorse pubbliche e di coesione in quote di
fondi immobiliari. In questo senso, non finanziarizza solo l’edilizia pubblica,
ma anche il suo finanziamento.
Il primo livello riguarda il patrimonio. Come suggerisce Brett Christophers, la
finanziarizzazione del patrimonio pubblico non avviene solo quando lo Stato
vende al massimo prezzo possibile. Avviene già prima, quando un bene pubblico
viene definito eccedente e quindi reso disponibile a entrare in altri circuiti
di valorizzazione. Nel Piano Casa questo passaggio non è esplicito, ma è
presente. Il commissario straordinario avvia una ricognizione degli immobili
pubblici “non redditizi e non in uso”, non per destinarli alla vendita diretta,
ma a progetti di edilizia sociale, che però, come ben sappiamo, e secondo il
pilastro di cui sopra, può essere privatizzata o resa privatizzabile attraverso
il riscatto. Dunque, il passaggio che porta alla finanziarizzazione del
patrimonio abitativo è più sottile, più subdolo. La categorizzazione
amministrativa degli immobili come “non redditizi e non in uso” non sarebbe
problematica se portasse alla riattivazione di un patrimonio pubblico
immobiliare permanente, ma lo diventa perché invece permette a tale patrimonio
di entrare in un circuito di messa a valore lento ma presente.
Il secondo livello riguarda il finanziamento. Nel Piano Casa è prevista la
creazione del Fondo Housing Coesione. Con questo, il decreto autorizza il
Dipartimento per le politiche di coesione a sottoscrivere quote di un fondo
immobiliare istituito da Invimit SGR, una società pubblica di gestione del
risparmio controllata dal ministero dell’economia e specializzata nella gestione
e valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici. Nel fondo confluiscono
risorse sottratte al Fondo per lo sviluppo e la coesione, possibili risorse
derivanti dal Programma Metro Plus e città medie del Sud, e quote che regioni e
amministrazioni possono sottoscrivere usando risorse di coesione o di politiche
abitative pubbliche e sociali. Risorse che dovrebbero servire alla coesione
territoriale, alle politiche urbane e alle stesse politiche abitative vengono
così trasformate in partecipazioni finanziarie, mentre le scelte sulle politiche
di investimento vengono rinviate al regolamento di gestione del fondo, ancora
tutto da definire. Inoltre, se le quote del fondo vengono alienate, il valore
prodotto non torna necessariamente alla casa, ma può essere destinato
all’ammortamento del debito pubblico. Lo stesso accade con la vendita degli
immobili Erp ed Ers, i cui ricavi non sono vincolati alla ricostituzione del
patrimonio abitativo, ma alla riduzione del debito, prima regionale e poi
statale.
La finanziarizzazione del Piano Casa sta dunque in questi duplici livelli di
azione. Il patrimonio pubblico viene reso disponibile alla valorizzazione,
mentre le risorse pubbliche vengono trasformate in capitale di investimento. Il
pubblico non scompare, ma cambia funzione: non costruisce uno stock stabile di
case fuori dal mercato e le finanzia in modo diretto, bensì prepara le
condizioni perché questo stock possa essere “assettizzato” e prepara strumenti
finanziari per agevolare queste operazioni. Dunque, la finanziarizzazione del
patrimonio non si esaurisce nell’atto di vendita, ma include il processo che
prepara le condizioni amministrative e finanziarie per monetizzarlo.
DA CASA A COSA
Messi insieme, questi tre pilastri — privatizzazione, governance competitiva ed
emergenziale, e finanziarizzazione — non descrivono un piano per ricostruire ed
espandere l’edilizia pubblica, ma un piano che sembra orientato alla sua
dismissione. E la loro forza sta proprio nel funzionare insieme. Sono tre gesti
distinti che convergono in una sola direzione: non oltre il neoliberismo, ma
dentro una sua torsione finanziarizzata e autoritaria. Il neoliberismo ha sempre
avuto bisogno dello Stato per mercificare sfere previamente de-mercificate –
come molti settori del welfare, incluso l’abitare. Qui, però, l’operazione
assume una forma più specifica e sofisticata: lo Stato mette a valore l’edilizia
pubblica e la privatizza lentamente, trasforma risorse sociali e territoriali in
capitale finanziario, fomenta la competizione tra i territori e usa l’emergenza
abitativa per accentrare poteri, accelerare procedure e comprimere il dissenso.
Più che un Piano Casa, è un piano che trasforma la casa in cosa: sposta
l’abitare dalla sfera del diritto a quella dell’asset, trasformando un bisogno
sociale fondamentale in patrimonio da mettere a valore in modo diseguale, in
campo di investimento e in materia da governare attraverso l’eccezione. (iolanda
bianchi)
Accordo tra Matteo Piantedosi e il presidente della regione Lazio, Francesco
Rocca: alloggi Ater destinati alle forze dell’ordine nelle periferie di Roma.
Esclusi migliaia di cittadini in graduatoria Case popolari …
di Albertina Sanchioni* Un nuovo “pacchetto sicurezza” con strette su tutto, dai
«clandestini» agli «occupanti abusivi» La Lega rilancia la «sicurezza totale»
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di Giuliano Santoro* Continua la guerra di FdI contro chi perde reddito e non ce
la fa a sostenere gli affitti sempre più cari. Il governo Meloni prepara un
nuovo …
di Chiara Pannullo La lotta per la casa è una lotta per la vita. Ogni blocco,
ogni assemblea, ogni gesto di solidarietà diventa un punto d’appoggio nella
lunga battaglia per …
Violento sfratto in via Michelino 41, Bologna, dove due famiglie con bambini
piccoli sono state cacciate di casa a suon di manganelli da parte delle forze di
polizia. Secondo quanto …
(disegno di valentina galluccio)
Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un
partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una
qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per
farli scendere: costruire più abitazioni”. Il contesto, inutile dirlo, è il
continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato
rovinosamente a Milano. Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno
spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di
abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era
sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni
d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione
fa bene a tutti.
Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare
gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo
e in ogni tempo”. Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di
più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così
controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché?
Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino
per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare
l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni
sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a
risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste
il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato,
spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende –
anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi
vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di
“inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a
comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione. Queste “soluzioni
semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di
mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una
piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per
legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui
abbiamo bisogno ora.
DUEMILA ANNI DI CONTROLLO DEGLI AFFITTI
L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento
continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per
controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana,
cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella
piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e
blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da
Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.
Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia
Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio,
un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il
controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di
Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa
le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in
detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’
luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava
l’affitto al 6% del valore della proprietà.
Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati
nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del
1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle
dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti
brevi, non regolati). Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione
moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio
del Novecento. Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti
casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la
totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche
i padroni delle case. In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a
cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero
spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia,
Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920
in Spagna e a New York. Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono
rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.
La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno
per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale:
furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare
l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con
il primo sciopero degli affitti della storia. Il parlamento irlandese
approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari
considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e
regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i
canoni caso per caso. I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero
l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del
1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta
inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto
furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).
Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di
inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono
fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per
ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le
proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un
enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato
anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.
Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato
fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che
gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non
aveva reddito (perché la casa è un diritto!). Il governo repubblicano spagnolo
non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro
migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a
intaccare il controllo pubblico sugli affitti. Anche in Italia fu Mussolini, nel
1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu
la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e
investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e
Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione. Anche i
governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra
e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini
più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra
anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di
famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con
regolamentazioni molto stringenti.
INEFFICACIA DEL RENT CONTROL, UN MITO DEL MACCARTISMO
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta,
quando forme di rent control erano attive in molti stati e
città sia d’Europa che d’America. Il mantra degli economisti liberisti
statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica
del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control
, argomentazione ripresa oggi dal deputato Marattin. Per non dire che il
controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male
agli inquilini. Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman
e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica
liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei
decenni precedenti. La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici,
come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli
affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre
a bombardarla”.
Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto
politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei
think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie
degli afroamericani per i diritti civili. Think tank finanziati dalla lobby
immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare
il discorso pubblico. Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia
del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani
spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni,
allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del
Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York. Anche in Europa il
controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra,
nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei
fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla
destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta
sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia).
L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.
Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali
esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”,
promozione organizzata dell’ignoranza. L’assalto degli economisti al rent
control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a
ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a
migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente
(efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di
quelle che si possono permettere. In un libro che uscirà a fine anno con Armando
Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle
fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si
trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin
(come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici). Per
riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto
maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto
migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto
che a dove non ci sono, come il Regno Unito. Si pensi alla tragedia della
Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima
qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del
mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero
mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti,
Detroit. Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che
i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi
e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.
RENT CONTROL OGGI
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think
tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato
un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia),
nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti
paesi del mondo. L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di
fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente
che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni
pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby
dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare
quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti. Oggi ci sono ben
sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli
affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi
Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere sono in Spagna,
Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia,
Norvegia. L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più
nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia,
Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca,
Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici. Gran parte delle
leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per
cui è presto per dire quale è stato il loro effetto (primi studi si
trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più
forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo
sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent
Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti
degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento. Negli Stati Uniti
il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per
limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la
costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).
La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce
davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente
costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che
effetto ha l’intervento pubblico? Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo
Stato interviene in un enorme quantità di settori economici, e che di fatto non
c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia,
promuove, detassa, finanzia, aiuta. Non sarebbe un’eresia se invece di
intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante
la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono
chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in
nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente
di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e
dell’offerta. Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si
congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a
miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si
fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in
tedesco Mietendekel).
Il progetto del Sindacato inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del
cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a
novembre, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di
“buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i
loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non
regolati. Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent
control non fa di certo male, almeno non agli inquilini. Fa anche bene? Le prime
analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di
Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono
scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza
regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello
della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro
di media al mese risparmiati dagli inquilini. Intanto sono stati
segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i
proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli
consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la
diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali.
Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è
stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale
costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).
I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di
regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente,
i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti
più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è
stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del Pp e di
Vox. Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il
settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di
questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione
dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i
prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo
congelamento dei prezzi. In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con
un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle
regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le
violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.
Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere
che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione
combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti
brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono
centinaia di case vuote, e che devono essere tassati. Dire “basta fare x per
abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata”
che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari
anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare
le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per
salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga
di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far
funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).
Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e
perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra.
Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché
non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono. La
stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un
centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dallo stesso franchising, e un
singolo operatore è in grado di influenzare tutti. L’offerta di case è un
oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e
che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e
tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e
garanzie per ottenere nuovo credito.
Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni
commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per
far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare
pochi centesimi. Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili
per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica
alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale,
e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere
prezzi assolutamente insostenibili. Il controllo degli affitti è sicuramente un
modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della
proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del
movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-Usb in un convegno
a Roma).
Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo
studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in
considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli
affitti. Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice”
alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un
ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche
quello che consideriamo ovvio. Come scrivono due economisti svedesi
nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo
svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti
senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”. (stefano
portelli)
Nella giornata di martedi 29 luglio tre attiviste e attivisti del Movimento per
il Diritto all’Abitare di Roma hanno subito la perquisizione dell’abitazione e
del posto di lavoro con il sequestro dei cellulari, dei computer e di materiale
cartaceo di varia natura. Un’operazione con uno spropositato dispiegamento di
personale dei Carabinieri e della Digos, sovradimensionata […]
Una detenuta trans ha denunciato di essere stata violentata da quattro uomini
all’interno del carcere di Ferrara. La Garante: “Era disperata. Aveva chiesto di
essere trasferita” di Diana Ligorio da il Domani Una detenuta trans ha
denunciato di essere stata violentata da quattro uomini all’interno del carcere
di Ferrara. La denuncia è stata formalizzata il […]