(disegno di otarebill)
Il Piano Casa del governo Meloni, entrato in vigore lo scorso 8 maggio, è stato
presentato come un piano per affrontare una delle grandi crisi sociali del paese
attraverso un forte investimento nell’edilizia pubblica. Il piano prevede circa
dieci miliardi di euro di investimenti per rendere disponibili circa 100 mila
abitazioni nell’arco di dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia
pubblica esistente e nuove costruzioni realizzate tramite programmi di edilizia
integrata. Tuttavia, al di là dei proclami, il piano non sembra pensato per
affrontare la crisi abitativa nel lungo periodo. Fa invece parte di un programma
orientato alla privatizzazione dell’edilizia pubblica, alla trasformazione della
sua governance in una macchina al tempo stesso competitiva verso il basso e
accentratrice verso l’alto, e alla riduzione dell’abitare a una logica di
finanziarizzazione, sia del patrimonio sia delle sue forme di finanziamento. Tre
mosse distinte, parte di una sola logica, che analizzeremo nel dettaglio.
UN PIANO DI CASE PUBBLICHE MA PRIVATIZZABILI
Prima di entrare nel merito, conviene distinguere i tre tipi di “casa pubblica”
in uso nello stato italiano. L’Erp – Edilizia residenziale pubblica –
corrisponde ad alloggi di proprietà pubblica o di enti pubblici, affittati a
canone sociale alle fasce più vulnerabili. L’Ers – Edilizia residenziale sociale
– è una categoria più ibrida che include alloggi principalmente in affitto, ma
talvolta anche in vendita, a prezzo calmierato, rivolti a chi non rientra
nell’Erp ma fatica, comunque, ad accedere al mercato. L’edilizia integrata,
infine, è il modello più apertamente di mercato che combina una quota
convenzionata, in affitto o vendita, con una quota libera. Queste tre categorie
non sono solo definizioni, ma i canali attraverso cui il Piano Casa organizza la
privatizzazione, presente e futura.
Il primo canale è diretto. Il decreto prevede l’alienazione degli immobili Erp
ed Ers agli inquilini che non hanno morosità. È una privatizzazione lineare. Si
passa dalla proprietà pubblica alla proprietà privata, attraverso la vendita. Il
secondo canale è indiretto. Il decreto consente di recuperare e riqualificare
patrimonio edilizio pubblico esistente, per progetti destinati a Ers, con
affitto di lungo periodo e possibilità di riscatto progressivo. Lo Stato,
dunque, finanzia il recupero del proprio patrimonio che non torna a far parte
dello stock permanente di edilizia pubblica, ma può essere riconvertito in
edilizia sociale e orientato verso l’acquisto individuale. Il terzo canale passa
per l’edilizia integrata. Qui si produce una nuova edilizia “accessibile” dentro
operazioni immobiliari che combinano alloggi calmierati, in affitto o vendita, e
alloggi di mercato. Il decreto, tuttavia, non stabilisce quanta edilizia
calmierata debba essere in affitto e quanta in vendita, lasciando spazio
all’immaginazione imprenditoriale. E in entrambi i casi, il vincolo
convenzionato è a scadenza. Il risultato non è uno stock pubblico stabile, ma è
un segmento temporaneamente calmierato del mercato.
Questi tre canali rappresentano uno dei pilastri del Piano Casa: la
privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico. Questa non avviene
esclusivamente per rottura, anche se questa è contemplata, ma per scivolamento
progressivo: dal patrimonio pubblico all’edilizia sociale riscattabile e
dall’edilizia integrata con quote calmierate all’immissione di alloggi sul
mercato. Le abitazioni promesse dal piano, dunque, non andranno ad aumentare lo
stock pubblico in affitto – misura strutturale ed effettiva per dare risposta
alla crisi abitativa – ma saranno recuperate e costruite per ridurlo attraverso
un processo che, riferendoci a David Harvey, potremmo definire di “accumulazione
per auto-spossessamento”. Una politica che rinuncia all’espansione del
patrimonio edilizio pubblico non è una politica dell’abitare, ma una politica di
speculazione immobiliare con funzione sociale temporanea.
UNA GOVERNANCE COMPETITIVA E ACCENTRATRICE
Sul piano della governance, il Piano Casa produce un doppio movimento. Il primo
è quello, ormai ben sedimentato nello stato neoliberale, della governance
competitiva. Lo Stato non agisce come regista redistributivo che parte da
un’analisi del fabbisogno abitativo e assegna risorse e capacità ai territori
più colpiti dalla crisi, ma come architetto di una macchina selettiva. Il
decreto centralizza le risorse in un conto gestito da Invitalia, l’Agenzia
nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, e le
affida la selezione, tramite avvisi pubblici, delle offerte presentate dagli
enti che operano nel campo dell’Erp e Ers per il recupero e la manutenzione del
patrimonio. Queste proposte devono mostrare condizioni di sostenibilità
economica e possono ricorrere anche a operazioni di partenariato
pubblico-privato. Il problema di questa organizzazione è che la crisi abitativa
non viene analizzata spazialmente, non vengono prese in considerazione le sue
disuguaglianze geografiche, ma viene usata come un dispositivo per fomentare la
competitività tra città e regioni. Inutile dire che i territori con
amministrazioni con maggiore capacità tecnica e mercati immobiliari più
appetibili partono avvantaggiati, in una corsa per l’accaparramento delle
risorse dove vince chi è più forte.
Il secondo movimento è più apertamente emergenziale, accentratore e tipico delle
destre estreme contemporanee: usare la crisi per concentrare poteri, comprimere
le mediazioni istituzionali e presentare il dissenso come ostacolo alla
decisione. Il Piano Casa istituisce un commissario straordinario che può operare
tramite ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, salvo alcuni limiti
essenziali, come la legge penale o la normativa antimafia. Inoltre, se
un’amministrazione pubblica esprime un dissenso, un diniego o un’opposizione
capace di bloccare in tutto o in parte un intervento, il commissario può
proporre al presidente del consiglio di portare la questione al consiglio dei
ministri entro cinque giorni. A questo si aggiungono conferenze di servizi
semplificate, tempi stretti e silenzio-assenso. Anche l’apparato di supporto
conferma questa logica. Il commissario può avvalersi di una società nata per le
infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina, quindi per grandi opere e non per
politiche abitative ordinarie. La casa viene così governata come emergenza da
sbloccare, più che come infrastruttura sociale da pianificare democraticamente.
Il risultato di questo doppio movimento è il secondo pilastro del Piano Casa:
una forma Stato particolarmente attenta alla sua riorganizzazione interna. Una
riorganizzazione che, da un lato, sostituisce la responsabilità redistributiva
con una logica competitiva perché non alloca risorse in base al bisogno, ma
obbliga amministrazioni a competere dentro una macchina a bando; dall’altro,
rafforza lo Stato centrale a scapito dei principi democratici, concentrando
poteri, accelerando procedure e trasformando l’urgenza abitativa in
giustificazione per l’eccezione amministrativa. È una governance competitiva
verso il basso e autoritaria verso l’alto: decentralizza la responsabilità di
ottenere risorse, ma centralizza il potere di decidere, accelerare e scavalcare
gli ostacoli.
LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ABITARE
La finanziarizzazione promossa dal Piano Casa è forse il punto più difficile da
vedere, perché non coincide semplicemente con la trasformazione della casa da
valore d’uso a valore di scambio attraverso la sua privatizzazione. La questione
della finanziarizzazione è più profonda e opera su due livelli: da un lato rende
il patrimonio pubblico amministrativamente disponibile a essere recuperato e poi
valorizzato; dall’altro trasforma risorse pubbliche e di coesione in quote di
fondi immobiliari. In questo senso, non finanziarizza solo l’edilizia pubblica,
ma anche il suo finanziamento.
Il primo livello riguarda il patrimonio. Come suggerisce Brett Christophers, la
finanziarizzazione del patrimonio pubblico non avviene solo quando lo Stato
vende al massimo prezzo possibile. Avviene già prima, quando un bene pubblico
viene definito eccedente e quindi reso disponibile a entrare in altri circuiti
di valorizzazione. Nel Piano Casa questo passaggio non è esplicito, ma è
presente. Il commissario straordinario avvia una ricognizione degli immobili
pubblici “non redditizi e non in uso”, non per destinarli alla vendita diretta,
ma a progetti di edilizia sociale, che però, come ben sappiamo, e secondo il
pilastro di cui sopra, può essere privatizzata o resa privatizzabile attraverso
il riscatto. Dunque, il passaggio che porta alla finanziarizzazione del
patrimonio abitativo è più sottile, più subdolo. La categorizzazione
amministrativa degli immobili come “non redditizi e non in uso” non sarebbe
problematica se portasse alla riattivazione di un patrimonio pubblico
immobiliare permanente, ma lo diventa perché invece permette a tale patrimonio
di entrare in un circuito di messa a valore lento ma presente.
Il secondo livello riguarda il finanziamento. Nel Piano Casa è prevista la
creazione del Fondo Housing Coesione. Con questo, il decreto autorizza il
Dipartimento per le politiche di coesione a sottoscrivere quote di un fondo
immobiliare istituito da Invimit SGR, una società pubblica di gestione del
risparmio controllata dal ministero dell’economia e specializzata nella gestione
e valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici. Nel fondo confluiscono
risorse sottratte al Fondo per lo sviluppo e la coesione, possibili risorse
derivanti dal Programma Metro Plus e città medie del Sud, e quote che regioni e
amministrazioni possono sottoscrivere usando risorse di coesione o di politiche
abitative pubbliche e sociali. Risorse che dovrebbero servire alla coesione
territoriale, alle politiche urbane e alle stesse politiche abitative vengono
così trasformate in partecipazioni finanziarie, mentre le scelte sulle politiche
di investimento vengono rinviate al regolamento di gestione del fondo, ancora
tutto da definire. Inoltre, se le quote del fondo vengono alienate, il valore
prodotto non torna necessariamente alla casa, ma può essere destinato
all’ammortamento del debito pubblico. Lo stesso accade con la vendita degli
immobili Erp ed Ers, i cui ricavi non sono vincolati alla ricostituzione del
patrimonio abitativo, ma alla riduzione del debito, prima regionale e poi
statale.
La finanziarizzazione del Piano Casa sta dunque in questi duplici livelli di
azione. Il patrimonio pubblico viene reso disponibile alla valorizzazione,
mentre le risorse pubbliche vengono trasformate in capitale di investimento. Il
pubblico non scompare, ma cambia funzione: non costruisce uno stock stabile di
case fuori dal mercato e le finanzia in modo diretto, bensì prepara le
condizioni perché questo stock possa essere “assettizzato” e prepara strumenti
finanziari per agevolare queste operazioni. Dunque, la finanziarizzazione del
patrimonio non si esaurisce nell’atto di vendita, ma include il processo che
prepara le condizioni amministrative e finanziarie per monetizzarlo.
DA CASA A COSA
Messi insieme, questi tre pilastri — privatizzazione, governance competitiva ed
emergenziale, e finanziarizzazione — non descrivono un piano per ricostruire ed
espandere l’edilizia pubblica, ma un piano che sembra orientato alla sua
dismissione. E la loro forza sta proprio nel funzionare insieme. Sono tre gesti
distinti che convergono in una sola direzione: non oltre il neoliberismo, ma
dentro una sua torsione finanziarizzata e autoritaria. Il neoliberismo ha sempre
avuto bisogno dello Stato per mercificare sfere previamente de-mercificate –
come molti settori del welfare, incluso l’abitare. Qui, però, l’operazione
assume una forma più specifica e sofisticata: lo Stato mette a valore l’edilizia
pubblica e la privatizza lentamente, trasforma risorse sociali e territoriali in
capitale finanziario, fomenta la competizione tra i territori e usa l’emergenza
abitativa per accentrare poteri, accelerare procedure e comprimere il dissenso.
Più che un Piano Casa, è un piano che trasforma la casa in cosa: sposta
l’abitare dalla sfera del diritto a quella dell’asset, trasformando un bisogno
sociale fondamentale in patrimonio da mettere a valore in modo diseguale, in
campo di investimento e in materia da governare attraverso l’eccezione. (iolanda
bianchi)
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(disegno di valentina galluccio)
Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un
partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una
qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per
farli scendere: costruire più abitazioni”. Il contesto, inutile dirlo, è il
continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato
rovinosamente a Milano. Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno
spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di
abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era
sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni
d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione
fa bene a tutti.
Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare
gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo
e in ogni tempo”. Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di
più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così
controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché?
Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino
per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare
l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni
sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a
risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste
il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato,
spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende –
anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi
vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di
“inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a
comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione. Queste “soluzioni
semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di
mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una
piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per
legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui
abbiamo bisogno ora.
DUEMILA ANNI DI CONTROLLO DEGLI AFFITTI
L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento
continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per
controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana,
cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella
piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e
blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da
Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.
Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia
Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio,
un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il
controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di
Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa
le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in
detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’
luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava
l’affitto al 6% del valore della proprietà.
Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati
nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del
1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle
dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti
brevi, non regolati). Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione
moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio
del Novecento. Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti
casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la
totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche
i padroni delle case. In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a
cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero
spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia,
Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920
in Spagna e a New York. Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono
rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.
La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno
per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale:
furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare
l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con
il primo sciopero degli affitti della storia. Il parlamento irlandese
approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari
considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e
regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i
canoni caso per caso. I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero
l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del
1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta
inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto
furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).
Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di
inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono
fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per
ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le
proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un
enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato
anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.
Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato
fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che
gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non
aveva reddito (perché la casa è un diritto!). Il governo repubblicano spagnolo
non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro
migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a
intaccare il controllo pubblico sugli affitti. Anche in Italia fu Mussolini, nel
1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu
la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e
investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e
Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione. Anche i
governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra
e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini
più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra
anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di
famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con
regolamentazioni molto stringenti.
INEFFICACIA DEL RENT CONTROL, UN MITO DEL MACCARTISMO
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta,
quando forme di rent control erano attive in molti stati e
città sia d’Europa che d’America. Il mantra degli economisti liberisti
statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica
del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control
, argomentazione ripresa oggi dal deputato Marattin. Per non dire che il
controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male
agli inquilini. Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman
e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica
liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei
decenni precedenti. La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici,
come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli
affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre
a bombardarla”.
Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto
politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei
think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie
degli afroamericani per i diritti civili. Think tank finanziati dalla lobby
immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare
il discorso pubblico. Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia
del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani
spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni,
allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del
Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York. Anche in Europa il
controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra,
nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei
fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla
destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta
sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia).
L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.
Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali
esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”,
promozione organizzata dell’ignoranza. L’assalto degli economisti al rent
control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a
ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a
migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente
(efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di
quelle che si possono permettere. In un libro che uscirà a fine anno con Armando
Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle
fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si
trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin
(come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici). Per
riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto
maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto
migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto
che a dove non ci sono, come il Regno Unito. Si pensi alla tragedia della
Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima
qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del
mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero
mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti,
Detroit. Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che
i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi
e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.
RENT CONTROL OGGI
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think
tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato
un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia),
nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti
paesi del mondo. L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di
fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente
che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni
pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby
dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare
quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti. Oggi ci sono ben
sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli
affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi
Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere sono in Spagna,
Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia,
Norvegia. L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più
nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia,
Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca,
Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici. Gran parte delle
leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per
cui è presto per dire quale è stato il loro effetto (primi studi si
trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più
forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo
sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent
Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti
degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento. Negli Stati Uniti
il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per
limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la
costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).
La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce
davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente
costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che
effetto ha l’intervento pubblico? Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo
Stato interviene in un enorme quantità di settori economici, e che di fatto non
c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia,
promuove, detassa, finanzia, aiuta. Non sarebbe un’eresia se invece di
intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante
la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono
chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in
nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente
di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e
dell’offerta. Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si
congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a
miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si
fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in
tedesco Mietendekel).
Il progetto del Sindacato inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del
cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a
novembre, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di
“buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i
loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non
regolati. Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent
control non fa di certo male, almeno non agli inquilini. Fa anche bene? Le prime
analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di
Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono
scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza
regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello
della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro
di media al mese risparmiati dagli inquilini. Intanto sono stati
segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i
proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli
consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la
diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali.
Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è
stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale
costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).
I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di
regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente,
i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti
più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è
stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del Pp e di
Vox. Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il
settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di
questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione
dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i
prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo
congelamento dei prezzi. In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con
un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle
regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le
violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.
Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere
che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione
combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti
brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono
centinaia di case vuote, e che devono essere tassati. Dire “basta fare x per
abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata”
che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari
anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare
le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per
salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga
di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far
funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).
Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e
perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra.
Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché
non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono. La
stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un
centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dallo stesso franchising, e un
singolo operatore è in grado di influenzare tutti. L’offerta di case è un
oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e
che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e
tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e
garanzie per ottenere nuovo credito.
Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni
commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per
far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare
pochi centesimi. Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili
per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica
alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale,
e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere
prezzi assolutamente insostenibili. Il controllo degli affitti è sicuramente un
modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della
proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del
movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-Usb in un convegno
a Roma).
Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo
studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in
considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli
affitti. Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice”
alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un
ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche
quello che consideriamo ovvio. Come scrivono due economisti svedesi
nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo
svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti
senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”. (stefano
portelli)
Nella giornata di martedi 29 luglio tre attiviste e attivisti del Movimento per
il Diritto all’Abitare di Roma hanno subito la perquisizione dell’abitazione e
del posto di lavoro con il sequestro dei cellulari, dei computer e di materiale
cartaceo di varia natura. Un’operazione con uno spropositato dispiegamento di
personale dei Carabinieri e della Digos, sovradimensionata […]
Una detenuta trans ha denunciato di essere stata violentata da quattro uomini
all’interno del carcere di Ferrara. La Garante: “Era disperata. Aveva chiesto di
essere trasferita” di Diana Ligorio da il Domani Una detenuta trans ha
denunciato di essere stata violentata da quattro uomini all’interno del carcere
di Ferrara. La denuncia è stata formalizzata il […]
(disegno di escif)
Il Largo do doutor Pedro Vitorino si trova nel centro di Porto. Nei pressi c’è
un piccolo spiazzo panoramico, il Miradouro da Vitoria, da cui si possono vedere
il fiume Douro e il ponte Luiz I, che unisce Porto con Vila nova de Gaia, città
di oltre trecentomila abitanti che si estende a sud del fiume.
Nel complesso i due comuni, situati nel nord nel Portogallo, superano i
cinquecentomila abitanti, costituendo la seconda area urbana del paese dopo la
capitale Lisbona. Dall’altra parte del Douro si vedono le sedi di alcune aziende
produttrici del famoso vino locale, il Porto, mentre una funivia collega la riva
del fiume con il parco chiamato Jardim do Morro.
In mezzo alle case e agli edifici del centro, da entrambi i lati del fiume, si
vedono diverse gru per costruzioni. Nelle sue zone centrali – come quella
intorno alla stazione della metro Aliados, dove ha sede il Comune, e alla
stazione ferroviaria di São Bento – Porto è piena di turisti. È forse scontato
dire che il turismo sta cambiando la città, ma quello che altrove è ormai un
fenomeno affermato qui sembra avere ancora margine di crescita.
Sia in centro che in periferia si vedono diversi edifici fatiscenti: in più
occasioni si possono notare piani interni crollati e solo la facciata in piedi,
con poche travi all’interno. Come in rua Conde de Vizela, a due passi dalle aree
più interessate dalla presenza turistica, dove un edificio in queste condizioni
è affiancato da locali alla moda e da altri palazzi ristrutturati di recente.
L’immobile, come molti altre nelle stesse condizioni, è in vendita.
Basta passeggiare per le strade della città per rendersi conto che la questione
abitativa a Porto è diventata di primaria importanza: nel centro sono affissi
tanti manifesti di Habitação hoje, un’organizzazione politica nata nel 2021 che
si occupa della difesa del diritto all’abitare.
«Habitação hoje ha avuto da subito l’idea di aggregare una forza collettiva per
provare a cambiare le cose. Facciamo il possibile per ritardare gli sfratti: in
Portogallo la legge tutela i proprietari e quindi evitarli è quasi impossibile.
Possiamo però allungare i tempi della procedura», afferma R. Il gruppo fornisce
assistenza legale e promuove due volte al mese delle assemblee per chi si trova
in condizione di fragilità o in emergenza abitativa. «Negli ultimi anni con il
sindaco Rui Rio (in carica dal 2002 al 2013, ndr) e poi con l’attuale Rui
Moreira (già al terzo mandato) la città si è trasformata in una sorta di parco
giochi per immobiliaristi: si è progressivamente costruita l’immagine di una
Porto accogliente per i turisti e questo ha sconvolto la vita di chi abita qui»,
ci dice ancora R.
Una delle date fondamentali per ricostruire questo processo è il 1996, anno in
cui il centro di Porto è entrato a far parte della lista dei siti “patrimonio
dell’umanità” dell’Unesco. Oggi in quest’area sono frequenti i cartelli che
ricordano il riconoscimento. Nel 2001, la città, allora amministrata dal sindaco
Nuno Cardoso, è stata capitale europea della cultura. Oggi si possono vedere
diversi interventi urbanistici risalenti a quel periodo, come la Casa della
musica nel quartiere Boavista, sulla direttrice che dal centro porta verso
occidente e quindi verso l’oceano. «Quello è stato un momento decisivo per la
città – ci dice R. – anche perché Porto è entrata a far parte delle destinazioni
della compagnia Ryanair e sono state approvate alcune leggi che favoriscono gli
affitti brevi. Questi interventi si sono sommati a un percorso legislativo che
negli anni Novanta aveva già indebolito le tutele verso gli affittuari».
Negli ultimi venti anni anche la zona orientale della città ha subito profondi
cambiamenti. Nel 2004 il Portogallo ha ospitato i campionati europei di calcio,
che hanno portato alla costruzione di un nuovo stadio (il Do Dragão: “Del
drago”) poi utilizzato dal Porto, la squadra di calcio locale. Accanto allo
stadio si trovano un grande centro commerciale e diversi edifici a uso
residenziale. Nella stessa zona, appena più verso il centro, c’è la stazione
intermodale di Campanhã, in cui una recente stazione per i bus si affianca a una
stazione dei treni che ora è diventata la principale di Porto.
Su quest’area l’amministrazione di Rui Moreira sta investendo molto. In una
conferenza stampa del 25 marzo scorso Pedro Baganha, il responsabile della
giunta Moreira dell’assessorato all’urbanistica, si è detto soddisfatto di come
stanno procedendo i lavori nella zona, sottolineando un aumento delle abitazioni
disponibili e degli hotel, prima “praticamente inesistenti”. Prendiamo queste
informazioni da Porto.pt, il portale di informazione gestito e promosso dal
Comune, che è ben presente in città, soprattutto nelle metropolitane e in alcune
piazze. «Il problema della gestione delle informazioni a Porto è cruciale: –
aggiunge R. – Porto.pt non dà notizie false, ma dice solo quello che fa comodo
alla giunta comunale. Per esempio, tempo fa rispetto a un caso di persone in
emergenza abitativa il portale ha annunciato che per loro era stata subito
trovata una soluzione alternativa, senza però specificare che questa sarebbe
durata appena qualche giorno».
Per quanto riguarda l’aumento di case disponibili a Campanhã di cui parla
Baganha, viene naturale chiedersi chi potranno esserne gli abitanti. Mentre il
Comune rivendica di aver messo in piedi quella che è stata chiamata Strategia
locale per l’abitazione (Estratégia local de Habitação), Habitação hoje fa
notare che molte delle persone più in difficoltà, come le donne sole
ultrasessantenni, finiscono per non poter accedere alle case presentate come
“accessibili”. «Vengono affittate a un prezzo che è di poco inferiore a quello
di mercato. Inoltre la quota che verrebbe “sottratta” al proprietario,
impossibilitato a venderla al prezzo corrente, viene comunque data dal Comune
che garantisce così la rendita. Ciò determina che chi partecipa all’assegnazione
di queste case non avrebbe bisogno di un sostegno istituzionale, mentre chi si
trova in difficoltà viene escluso e deve trovare altre soluzioni, se ci sono.
Sono soprattutto le donne a rivolgersi ad Habitação hoje, in particolare quelle
con più di sessantacinque anni, con pochi contributi versati e senza lavori
stabili. Inoltre, il Comune non ha una vera e propria struttura che possa
sostenere chi perde la casa: a quel punto queste persone possono solo contare
sul sostegno di familiari e amici. Esistono dei rifugi notturni in città, ma
sono abbastanza problematici e non riescono a far fronte a tutte le richieste.
Di conseguenza diverse persone finiscono per strada», ci fa notare ancora R.
Allo stesso tempo, il Portogallo negli ultimi anni si è dato da fare per
attirare fasce di popolazione con una buona capacità di spesa, come i pensionati
di altri paesi europei e cittadini di paesi esterni all’Unione Europea che,
tramite un investimento fino al 2023 ottenevano il cosiddetto visto Gold, che
permette di muoversi senza problemi in tutta l’Unione. Questo fenomeno ha
sottratto ulteriori case dal mercato e ha anche innalzato i prezzi di molti
immobili, spesso di quel tanto che bastava per raggiungere il livello minimo
dell’investimento richiesto per ottenere il visto.
Tutto ciò accade nonostante l’articolo 65 della costituzione portoghese
garantisca il diritto a un’abitazione degna per ogni persona, impegnando anche
lo Stato a promuovere delle forme adeguate di edilizia pubblica, senza escludere
iniziative private o delle comunità che sentono in prima persona il problema
abitativo: in realtà le case popolari oggi coprono solo una piccola parte del
patrimonio immobiliare del paese e alcune esperienze innovatrici nate dopo il
crollo della dittatura del cosiddetto Estado Novo, avvenuto il 25 aprile 1974
dopo quarantuno anni di regime, sono state riassorbite nel giro di pochi anni.
Il riferimento è a quanto avvenuto durante il cosiddetto Prec (Proceso
revolucionário em curso), cioè il tentativo di indirizzare la giovane repubblica
portoghese verso una forma di socialismo. «L’esperienza di alcune cooperative ha
garantito delle case a basso costo a diverse persone, ma alle condizioni attuali
è molto difficile ripetere qualcosa di simile», ci spiega ancora R.
Prima di lasciare la città diamo un’ultima occhiata al Douro dal Passeio das
Virtudes, un piccolo parco in centro che offre una bellissimo panorama sul corso
finale del fiume e sulle zone di Porto che si estendono fino all’Oceano
Atlantico. Ripensiamo a quanto visto nei giorni precedenti. Ci sembra che la
città stia subendo la sorte di tanti altri luoghi nel mondo: una grande
potenzialità in termini di spazi disponibili si trasforma in una preda ghiotta
per chi nel mercato immobiliare e nel turismo, con l’aiuto decisivo delle
istituzioni, ha trovato uno strumento per realizzare forti profitti in breve
tempo, facendo aumentare i costi della vita di chi abita in città. Rimane però
anche l’impressione che, per chi vive problemi comuni, riconoscersi e
organizzarsi sia il primo passo per trovare soluzioni collettive, soprattutto
quando le istituzioni hanno altre priorità. (alessandro stoppoloni)