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Atene, sospeso il piano del governo, una prima vittoria per la comunità di Prosfygika
(disegno di otarebill) L’intervista qui riportata è stata condotta a maggio 2026 con due abitanti del complesso edilizio di Prosfygika, nel quartiere ateniese di Ambelokipi, costruito nel 1933 per ospitare i rifugiati provenienti dall’Asia Minore e occupato nel 2010 in risposta a un processo di abbandono istituzionale degli otto edifici che costituiscono la struttura fisica della comunità di Prosfygika. Oggi, dopo sedici anni di attività da parte dell’Assemblea di Prosfygika Occupato, il quartiere si è riempito di vita, trasformandosi nella più grande comunità (sia in termini di superficie che di numero) della Grecia. La comunità di Prosfygika ha subito un forte attacco a dicembre 2025, quando è stato annunciato da parte della regione Attica un piano di riqualificazione per l’area finanziato tramite fondi europei. Questa notizia, insieme all’assenza di volontà di confronto con l’assemblea degli abitanti, ha portato un membro della comunità, Aristotelis [Aristos] Chantzis, a iniziare il 5 febbraio 2026 uno sciopero della fame fino alla morte, seguito il primo maggio 2026 da un’altra compagna, Suzon Doppagne. Al momento in cui si è svolta l’intervista i due scioperanti della fame versavano in condizioni estremamente critiche, e la comunità si era dichiarata pronta a proseguire la lotta nell’eventualità di decesso di Aristotelis. Poche settimane dopo l’intervista, nel momento in cui le condizioni di salute di Aristotelis erano più critiche e si temeva per la sua vita, si è finalmente ottenuta la vittoria: la regione Attica ha sospeso il piano di riqualificazione e riconosciuto la comunità di abitanti e occupanti degli edifici di Alexandras Avenue. Prosfygika è stata definita come una forma alternativa di costruire una comunità, ma anche di abitare un luogo. Immagino che una parte importante delle difficoltà che state affrontando derivi dalla gentrificazione della città.  Abitante 1: Certo, l’intero piano di riqualificazione dell’area non è altro che un piano di gentrificazione. Rispetto ad altre città europee, credo sia abbastanza evidente che molti processi in Grecia abbiano avuto inizio un po’ più tardi, com’è normale per i paesi semi-periferici che non si trovano direttamente al centro del potere, anche se dipendono enormemente da questo centro. Negli ultimi anni abbiamo visto molti quartieri prima invasi dal turismo, poi dalla polizia. I due fenomeni vanno di pari passo: prima il turismo, la speculazione immobiliare, sempre più persone costrette ad abbandonare il quartiere, e poi le forze repressive che subentrano per segregare e allontanare le fasce più povere della popolazione. Alla fine, qui come ovunque, si costruiscono città in cui non esistono più legami tra le persone, né con il proprio territorio. In questo modo, ovviamente, diventa più facile esercitare il controllo. Abitante 2: Parte di questo piano di gentrificazione consiste nello svendere la città a investitori stranieri, israeliani, ma anche tedeschi. Non si tratta solo di un processo locale, coinvolge altri paesi. Penso a molte città europee dove il processo di gentrificazione è ormai “maturo” e dove le forme di resistenza rimaste sono poche. Penso all’Italia, ma anche a Berlino. Avete la sensazione che Atene stia attraversando un momento politico in cui le conseguenze di questi processi sono ancora affrontabili, o è già troppo tardi? Abitante 1: L’ultimo attacco agli squat è avvenuto durante la pandemia di Covid nel 2021 e la maggior parte degli spazi occupati è stata sgomberata. La comunità di Prosfygika è tra i pochissimi squat ancora attivi in Grecia, e tra le poche comunità occupate che esistono ancora in Europa. Ma non credo che dipenda tanto da Atene, dipende da questa comunità e dalla volontà di lottare come possiamo e fino in fondo. Dalla difesa di uno spazio liberato possono nascere altri spazi, possono essere difesi, possono essere organizzati. Se troviamo questa determinazione, insieme agli strumenti pratici giusti e a una rete solida, possiamo farcela ovunque. Esistono altre comunità simili a questa?  Abitante 1: No, siamo qualcosa di abbastanza unico. Quello che stiamo costruendo qui è davvero senza precedenti, ed è anche per questo che dobbiamo difenderlo a tutti i costi. Siamo convinti che quando raggiungeremo la vittoria ci sarà un cambiamento enorme per il movimento a livello mondiale. In primo luogo perché manca una vittoria da molto tempo, ma anche perché ci indica una prospettiva su come ottenerla e su come organizzarsi in generale. Non stiamo dicendo “questo è il modello da seguire”, ma di certo offriamo la possibilità di organizzarsi insieme a noi e di costruire una rete di resistenza, con la consapevolezza che la lotta contro il sistema oppressivo è anche una questione di sopravvivenza. Cosa significa internazionalismo per la comunità e come lo traducete in pratica? Abitante 2: La nostra concezione dell’internazionalismo si fonda sulla consapevolezza che tutte le lotte che avvengono nel mondo sono interconnesse, e che non combatteremo i nostri nemici in modo isolato, né costruiremo una comunità in isolamento, perché ci nutriamo del confronto reciproco e del lavoro comune. L’internazionalismo è al cuore della nostra lotta, è parte costitutiva della comunità. Abitante 1: Senza la solidarietà internazionale molti dei risultati che la comunità ha raggiunto non esisterebbero. Parliamo di cose molto pratiche, del fatto che abbiamo l’elettricità, per esempio, che dobbiamo all’iniziativa di compagni turchi. L’anno scorso un convoglio di compagni francesi è venuto qui e ha installato un boiler in ogni casa che ne era sprovvista. Conversazioni, connessioni, attenzione ai bisogni dell’altro, anche quando non vengono espressi. Non abbiamo chiesto la maggior parte di queste cose, ma persone come noi hanno capito che potevano servire e le hanno portate. A che punto è il piano di riqualificazione voluto dalla regione Attica? Avete già vissuto questo tipo di pressioni da parte delle istituzioni, o è la prima volta? Abitante 1: A dicembre 2025 è stato reso pubblico un piano dello Stato, insieme al ministero della cultura, alla regione Attica e al servizio pubblico per l’impiego, per la riqualificazione complessiva di quest’area, che non riguarda solo la comunità, ma anche altre parti della città, al fine di ottenere alcuni milioni di euro di finanziamenti dall’Unione europea. Lo interpretiamo come la minaccia più grave che abbiamo mai affrontato; non la prima, ma di tutt’altra portata rispetto a quelle precedenti. Abitante 2: Quando hanno annunciato il piano, hanno investito molto nella propaganda per costruire l’immagine di un quartiere fantasma, come se qui non vivesse nessuno, anche se noi siamo ben radicati nella società, ne facciamo parte, e non siamo affatto un quartiere fantasma. Tutte le iniziative che portiamo avanti, le mobilitazioni, la distribuzione di testi, le raccolte firme, gli eventi, le manifestazioni, stanno smontando una narrazione che di fatto non possono più utilizzare, perché le persone ormai sanno che non siamo un quartiere vuoto e abbandonato. Abitante 1: Vorrei anche sottolineare che al momento in Grecia non esiste alcun esempio di edilizia popolare, e che negli ultimi tre anni l’unico programma di alloggi sociali attivato, finanziato dall’Ue, è stato cancellato per iniziativa del governo, che non voleva che i rifugiati, destinatari del programma, vivessero nel centro della città. Pensare che questo nuovo programma risponderà ai bisogni delle persone che vivono ad Atene è quindi molto lontano dalla realtà. Abbiamo preso la decisione di coinvolgere l’intera società greca nella lotta contro questo piano di sgombero. Lo sciopero della fame di Aristos si rivolge alla società greca nel suo complesso, condividendo la prospettiva secondo cui lo sgombero della comunità significherebbe una morte rapida per molte delle persone che vi abitano, in modi diversi. Alcune finiranno in strada, altre nei centri di detenzione, altre ancora verranno deportate, altre moriranno a causa di malattie croniche, perché non ci sarà nessuno a garantire che i medici vengano contattati o che i farmaci vengano distribuiti. Tutto questo accadrà a buona parte delle persone che vivono qui. In un certo senso, questo sciopero della fame rende anche visibile la minaccia concreta che incombe su di noi. Come strategia di difesa, stiamo lavorando su tutti i fronti. Sul piano legale, stiamo analizzando insieme a diversi avvocati il contratto in ogni suo aspetto, cercando di renderlo trasparente, evidenziando le lacune, le parti oscure, le incoerenze, tutto ciò che è vago o campato per aria, cioè in realtà la maggior parte del contratto. Perché alla fine quasi nulla è chiaro. Quello che è chiaro, per loro, è che vogliono sgomberare la comunità per ottenere i fondi europei. Stiamo anche lavorando per aprire ulteriormente le strutture e coinvolgere più persone. Ci stiamo occupando del processo di ristrutturazione degli edifici, della presenza in strada, delle iniziative pubbliche. E poi dei tentativi di entrare in contatto con membri della municipalità, di avviare un dialogo, di sedersi allo stesso tavolo e trovare una soluzione. È un lavoro che si articola su tanti piani diversi. Avete già un’idea di quando è previsto lo sgombero?  Abitante 1: Non abbiamo una data precisa. Crediamo di poter vincere questa battaglia prima che uno sgombero abbia luogo. Ma ovviamente ci aspettiamo degli attacchi, delle mosse da parte delle forze repressive. Non possiamo stimare per ora quale portata avranno. Ma se cercheranno di sgomberare la comunità, dovranno farlo in un modo in cui non hanno mai operato prima. E incontreranno una resistenza come non c’è mai stata prima. Le ultime manifestazioni hanno portato in piazza una quantità enorme di partecipanti dai contesti più diversi. Il periodo estivo però è sempre una fase critica per gli squat. Per questo stiamo chiedendo agli internazionalisti e in generale a tutte le persone solidali a venire qui durante l’estate, a stare e vivere nella comunità. Abitante 2: La campagna internazionalista ha aiutato a moltiplicare le azioni di solidarietà. E tutto questo aumenta la pressione sullo Stato e crea visibilità su ciò che accade qui. C’è uno slogan che usiamo a volte: “comunità di lotta in ogni quartiere”. Con questa campagna non l’abbiamo ancora realizzato ma è un modo per diffondere l’idea di comunità in luoghi diversi. (elena schipani)
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Il Piano Casa del governo Meloni. Come privatizzare l’edilizia pubblica in tre mosse
(disegno di otarebill) Il Piano Casa del governo Meloni, entrato in vigore lo scorso 8 maggio, è stato presentato come un piano per affrontare una delle grandi crisi sociali del paese attraverso un forte investimento nell’edilizia pubblica. Il piano prevede circa dieci miliardi di euro di investimenti per rendere disponibili circa 100 mila abitazioni nell’arco di dieci anni, attraverso il recupero dell’edilizia pubblica esistente e nuove costruzioni realizzate tramite programmi di edilizia integrata. Tuttavia, al di là dei proclami, il piano non sembra pensato per affrontare la crisi abitativa nel lungo periodo. Fa invece parte di un programma orientato alla privatizzazione dell’edilizia pubblica, alla trasformazione della sua governance in una macchina al tempo stesso competitiva verso il basso e accentratrice verso l’alto, e alla riduzione dell’abitare a una logica di finanziarizzazione, sia del patrimonio sia delle sue forme di finanziamento. Tre mosse distinte, parte di una sola logica, che analizzeremo nel dettaglio. UN PIANO DI CASE PUBBLICHE MA PRIVATIZZABILI Prima di entrare nel merito, conviene distinguere i tre tipi di “casa pubblica” in uso nello stato italiano. L’Erp – Edilizia residenziale pubblica – corrisponde ad alloggi di proprietà pubblica o di enti pubblici, affittati a canone sociale alle fasce più vulnerabili. L’Ers – Edilizia residenziale sociale – è una categoria più ibrida che include alloggi principalmente in affitto, ma talvolta anche in vendita, a prezzo calmierato, rivolti a chi non rientra nell’Erp ma fatica, comunque, ad accedere al mercato. L’edilizia integrata, infine, è il modello più apertamente di mercato che combina una quota convenzionata, in affitto o vendita, con una quota libera. Queste tre categorie non sono solo definizioni, ma i canali attraverso cui il Piano Casa organizza la privatizzazione, presente e futura. Il primo canale è diretto. Il decreto prevede l’alienazione degli immobili Erp ed Ers agli inquilini che non hanno morosità. È una privatizzazione lineare. Si passa dalla proprietà pubblica alla proprietà privata, attraverso la vendita. Il secondo canale è indiretto. Il decreto consente di recuperare e riqualificare patrimonio edilizio pubblico esistente, per progetti destinati a Ers, con affitto di lungo periodo e possibilità di riscatto progressivo. Lo Stato, dunque, finanzia il recupero del proprio patrimonio che non torna a far parte dello stock permanente di edilizia pubblica, ma può essere riconvertito in edilizia sociale e orientato verso l’acquisto individuale. Il terzo canale passa per l’edilizia integrata. Qui si produce una nuova edilizia “accessibile” dentro operazioni immobiliari che combinano alloggi calmierati, in affitto o vendita, e alloggi di mercato. Il decreto, tuttavia, non stabilisce quanta edilizia calmierata debba essere in affitto e quanta in vendita, lasciando spazio all’immaginazione imprenditoriale. E in entrambi i casi, il vincolo convenzionato è a scadenza. Il risultato non è uno stock pubblico stabile, ma è un segmento temporaneamente calmierato del mercato. Questi tre canali rappresentano uno dei pilastri del Piano Casa: la privatizzazione del patrimonio edilizio pubblico. Questa non avviene esclusivamente per rottura, anche se questa è contemplata, ma per scivolamento progressivo: dal patrimonio pubblico all’edilizia sociale riscattabile e dall’edilizia integrata con quote calmierate all’immissione di alloggi sul mercato. Le abitazioni promesse dal piano, dunque, non andranno ad aumentare lo stock pubblico in affitto – misura strutturale ed effettiva per dare risposta alla crisi abitativa – ma saranno recuperate e costruite per ridurlo attraverso un processo che, riferendoci a David Harvey, potremmo definire di “accumulazione per auto-spossessamento”. Una politica che rinuncia all’espansione del patrimonio edilizio pubblico non è una politica dell’abitare, ma una politica di speculazione immobiliare con funzione sociale temporanea. UNA GOVERNANCE COMPETITIVA E ACCENTRATRICE Sul piano della governance, il Piano Casa produce un doppio movimento. Il primo è quello, ormai ben sedimentato nello stato neoliberale, della governance competitiva. Lo Stato non agisce come regista redistributivo che parte da un’analisi del fabbisogno abitativo e assegna risorse e capacità ai territori più colpiti dalla crisi, ma come architetto di una macchina selettiva. Il decreto centralizza le risorse in un conto gestito da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, e le affida la selezione, tramite avvisi pubblici, delle offerte presentate dagli enti che operano nel campo dell’Erp e Ers per il recupero e la manutenzione del patrimonio. Queste proposte devono mostrare condizioni di sostenibilità economica e possono ricorrere anche a operazioni di partenariato pubblico-privato. Il problema di questa organizzazione è che la crisi abitativa non viene analizzata spazialmente, non vengono prese in considerazione le sue disuguaglianze geografiche, ma viene usata come un dispositivo per fomentare la competitività tra città e regioni. Inutile dire che i territori con amministrazioni con maggiore capacità tecnica e mercati immobiliari più appetibili partono avvantaggiati, in una corsa per l’accaparramento delle risorse dove vince chi è più forte. Il secondo movimento è più apertamente emergenziale, accentratore e tipico delle destre estreme contemporanee: usare la crisi per concentrare poteri, comprimere le mediazioni istituzionali e presentare il dissenso come ostacolo alla decisione. Il Piano Casa istituisce un commissario straordinario che può operare tramite ordinanze in deroga alla legislazione ordinaria, salvo alcuni limiti essenziali, come la legge penale o la normativa antimafia. Inoltre, se un’amministrazione pubblica esprime un dissenso, un diniego o un’opposizione capace di bloccare in tutto o in parte un intervento, il commissario può proporre al presidente del consiglio di portare la questione al consiglio dei ministri entro cinque giorni. A questo si aggiungono conferenze di servizi semplificate, tempi stretti e silenzio-assenso. Anche l’apparato di supporto conferma questa logica. Il commissario può avvalersi di una società nata per le infrastrutture delle Olimpiadi Milano-Cortina, quindi per grandi opere e non per politiche abitative ordinarie. La casa viene così governata come emergenza da sbloccare, più che come infrastruttura sociale da pianificare democraticamente. Il risultato di questo doppio movimento è il secondo pilastro del Piano Casa: una forma Stato particolarmente attenta alla sua riorganizzazione interna. Una riorganizzazione che, da un lato, sostituisce la responsabilità redistributiva con una logica competitiva perché non alloca risorse in base al bisogno, ma obbliga amministrazioni a competere dentro una macchina a bando; dall’altro, rafforza lo Stato centrale a scapito dei principi democratici, concentrando poteri, accelerando procedure e trasformando l’urgenza abitativa in giustificazione per l’eccezione amministrativa. È una governance competitiva verso il basso e autoritaria verso l’alto: decentralizza la responsabilità di ottenere risorse, ma centralizza il potere di decidere, accelerare e scavalcare gli ostacoli. LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ABITARE La finanziarizzazione promossa dal Piano Casa è forse il punto più difficile da vedere, perché non coincide semplicemente con la trasformazione della casa da valore d’uso a valore di scambio attraverso la sua privatizzazione. La questione della finanziarizzazione è più profonda e opera su due livelli: da un lato rende il patrimonio pubblico amministrativamente disponibile a essere recuperato e poi valorizzato; dall’altro trasforma risorse pubbliche e di coesione in quote di fondi immobiliari. In questo senso, non finanziarizza solo l’edilizia pubblica, ma anche il suo finanziamento. Il primo livello riguarda il patrimonio. Come suggerisce Brett Christophers, la finanziarizzazione del patrimonio pubblico non avviene solo quando lo Stato vende al massimo prezzo possibile. Avviene già prima, quando un bene pubblico viene definito eccedente e quindi reso disponibile a entrare in altri circuiti di valorizzazione. Nel Piano Casa questo passaggio non è esplicito, ma è presente. Il commissario straordinario avvia una ricognizione degli immobili pubblici “non redditizi e non in uso”, non per destinarli alla vendita diretta, ma a progetti di edilizia sociale, che però, come ben sappiamo, e secondo il pilastro di cui sopra, può essere privatizzata o resa privatizzabile attraverso il riscatto. Dunque, il passaggio che porta alla finanziarizzazione del patrimonio abitativo è più sottile, più subdolo. La categorizzazione amministrativa degli immobili come “non redditizi e non in uso” non sarebbe problematica se portasse alla riattivazione di un patrimonio pubblico immobiliare permanente, ma lo diventa perché invece permette a tale patrimonio di entrare in un circuito di messa a valore lento ma presente. Il secondo livello riguarda il finanziamento. Nel Piano Casa è prevista la creazione del Fondo Housing Coesione. Con questo, il decreto autorizza il Dipartimento per le politiche di coesione a sottoscrivere quote di un fondo immobiliare istituito da Invimit SGR, una società pubblica di gestione del risparmio controllata dal ministero dell’economia e specializzata nella gestione e valorizzazione di patrimoni immobiliari pubblici. Nel fondo confluiscono risorse sottratte al Fondo per lo sviluppo e la coesione, possibili risorse derivanti dal Programma Metro Plus e città medie del Sud, e quote che regioni e amministrazioni possono sottoscrivere usando risorse di coesione o di politiche abitative pubbliche e sociali. Risorse che dovrebbero servire alla coesione territoriale, alle politiche urbane e alle stesse politiche abitative vengono così trasformate in partecipazioni finanziarie, mentre le scelte sulle politiche di investimento vengono rinviate al regolamento di gestione del fondo, ancora tutto da definire. Inoltre, se le quote del fondo vengono alienate, il valore prodotto non torna necessariamente alla casa, ma può essere destinato all’ammortamento del debito pubblico. Lo stesso accade con la vendita degli immobili Erp ed Ers, i cui ricavi non sono vincolati alla ricostituzione del patrimonio abitativo, ma alla riduzione del debito, prima regionale e poi statale. La finanziarizzazione del Piano Casa sta dunque in questi duplici livelli di azione. Il patrimonio pubblico viene reso disponibile alla valorizzazione, mentre le risorse pubbliche vengono trasformate in capitale di investimento. Il pubblico non scompare, ma cambia funzione: non costruisce uno stock stabile di case fuori dal mercato e le finanzia in modo diretto, bensì prepara le condizioni perché questo stock possa essere “assettizzato” e prepara strumenti finanziari per agevolare queste operazioni. Dunque, la finanziarizzazione del patrimonio non si esaurisce nell’atto di vendita, ma include il processo che prepara le condizioni amministrative e finanziarie per monetizzarlo. DA CASA A COSA Messi insieme, questi tre pilastri — privatizzazione, governance competitiva ed emergenziale, e finanziarizzazione — non descrivono un piano per ricostruire ed espandere l’edilizia pubblica, ma un piano che sembra orientato alla sua dismissione. E la loro forza sta proprio nel funzionare insieme. Sono tre gesti distinti che convergono in una sola direzione: non oltre il neoliberismo, ma dentro una sua torsione finanziarizzata e autoritaria. Il neoliberismo ha sempre avuto bisogno dello Stato per mercificare sfere previamente de-mercificate – come molti settori del welfare, incluso l’abitare. Qui, però, l’operazione assume una forma più specifica e sofisticata: lo Stato mette a valore l’edilizia pubblica e la privatizza lentamente, trasforma risorse sociali e territoriali in capitale finanziario, fomenta la competizione tra i territori e usa l’emergenza abitativa per accentrare poteri, accelerare procedure e comprimere il dissenso. Più che un Piano Casa, è un piano che trasforma la casa in cosa: sposta l’abitare dalla sfera del diritto a quella dell’asset, trasformando un bisogno sociale fondamentale in patrimonio da mettere a valore in modo diseguale, in campo di investimento e in materia da governare attraverso l’eccezione. (iolanda bianchi)
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Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti?
(disegno di valentina galluccio) Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”. Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano. Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti. Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”. Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione. Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora. DUEMILA ANNI DI CONTROLLO DEGLI AFFITTI L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno. Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà. Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati). Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento. Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case. In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York. Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra. La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia. Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso. I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”). Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative. Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!). Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti. Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione. Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti. INEFFICACIA DEL RENT CONTROL, UN MITO DEL MACCARTISMO L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America. Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control , argomentazione ripresa oggi dal deputato Marattin. Per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini. Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti. La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”.  Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili. Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico. Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York. Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti. Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza. L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere. In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici). Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito. Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit. Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi. RENT CONTROL OGGI Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del mondo. L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti. Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere sono in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia. L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici. Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale è stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento. Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).  La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico? Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta. Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta. Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendekel).  Il progetto del Sindacato inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati. Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini. Fa anche bene? Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini. Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali. Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez). I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del Pp e di Vox. Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi. In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.  Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati. Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque). Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono. La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dallo stesso franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti. L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito. Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi. Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili. Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-Usb in un convegno a Roma). Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti. Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio. Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”. (stefano portelli)
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