
L’acqua la insegna la sete. Crisi idrica e imbrogli ecologici al Sud
NapoliMONiTOR - Monday, August 3, 2026
(disegno di adriana marineo)Dal numero 14 / maggio 2025 de Lo stato delle città
«C’è pressione?», è la domanda che circola in casa prima di fare una doccia. Da anni molte zone della Puglia convivono con razionamento dell’acqua e riduzioni di pressione nelle erogazioni, prima solo d’estate, poi anche nei fine settimana delle altre stagioni, e ora tutto l’anno. Da me è servito ricavare un bagno nella cantina perché, pur vivendo al piano terra, diventava impossibile fare una doccia d’estate, se non alzandosi all’alba per anticipare gli orari delle riduzioni. Così, quando da luglio i quotidiani pugliesi hanno cominciato a martellare con la “crisi idrica”, sembrava la naturale prosecuzione di una realtà sotto gli occhi di tutti, non un fenomeno straordinario e imprevisto come lo raccontano. “Siccità, invasi quasi vuoti”, “La guerra dell’acqua, corsa contro il tempo”, “Puglia la grande assetata”, “Allarme, prodotti Igp rischiano di scomparire”: sono alcuni dei titoli che per tutta l’estate hanno accompagnato articoli sull’emergenza idrica, corredati di percentuali, previsioni e pareri sul bollettino della siccità. “Immagina di non dover mai più preoccuparti della disponibilità d’acqua, di alzarti la mattina o tornare a casa dopo una lunga giornata e trovare sempre l’acqua che scorre con la giusta pressione, pronta ad accoglierti”. Così Acquedotto Pugliese (AQP) invitava i cittadini a installare un’autoclave nella propria abitazione per convivere con le riduzioni di pressione.
Non è solo la Puglia a scontrarsi con la siccità: nel 2024 tutte le regioni del meridione sono andate in crisi idrica, costrette a lunghe sospensioni dell’erogazione e al progressivo depauperamento di dighe, fiumi, falde. La politica, gli enti preposti e la stampa se la prendono con il clima impazzito, le piogge scarse e le temperature oltre la media, ma a guardarsi intorno la crisi idrica sembra più legata alla scorretta gestione delle risorse. Fino a ottant’anni fa, in assenza di adeguate condotte idriche, la siccità era un fenomeno assoggettato alla volontà della natura: si portavano in processione i santi per favorire le piogge, si tramandavano pratiche per la costruzione di serbatoi, cisterne e sistemi per raccogliere e conservare le acque. Oggi la carenza di acqua si carica di enormi responsabilità umane, inadempienze, strane connivenze tra politica, consorzi ed enti.
A maggio 2023 si tiene la prima riunione della cabina di regia per la crisi idrica, istituita con il decreto siccità. Partecipa Nicola Dell’Acqua, commissario straordinario nazionale per l’adozione di interventi urgenti connessi alla scarsità idrica. Tra gli obiettivi c’è lo snellimento delle procedure amministrative “al fine di fornire risposte concrete e urgenti ai territori”. I primi interventi coinvolgono Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Lazio. E il sud? Ci pensa il mese dopo Giorgia Meloni, con la nascita della S.p.a. Acque del Sud, a cui viene trasferito l’immenso patrimonio di infrastrutture idrauliche realizzate a beneficio del meridione e fino a quel momento gestito da Eipli, l’Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia.
Da gennaio 2024, con Luigi Decollanz come presidente del consiglio di amministrazione, Acque del Sud ha preso il posto di Eipli, che forniva acqua all’ingrosso per usi potabili e usi irrigui a enti e consorzi di bonifica di Puglia, Campania, Basilicata e Calabria, e per usi industriali a vari utenti tra cui l’ex Ilva di Taranto. Dighe, traverse idriche, centinaia di chilometri di grandi reti di adduzione (tutte opere realizzate con soldi pubblici per un valore di decine di miliardi di euro) vengono date in mano ad Acque del Sud, una società partecipata dal ministero dell’economia, con un trenta per cento delle quote destinato a soci privati, un sessantacinque per cento a società controllate e un ultimo cinque per cento da dividere tra le quattro regioni del sud interessate, con il risultato che nessuna delle quattro ha un vero ruolo decisionale nella società. In spregio al referendum sull’acqua del 2011, che aveva abrogato l’obbligo di gestione dei servizi idrici integrati attraverso forme di diritto privato, la nascita di Acque del Sud costituisce un esproprio nei confronti dei cittadini, regalando a colossi privati il diritto di intervenire, oltre che sulla definizione delle tariffe per milioni di utenti, soprattutto sulla gestione delle dighe, rendendo l’acqua oggetto di transazioni finanziarie. A oggi, il socio operativo privato non è ancora stato individuato, ma lo scorso giugno AQP ha siglato un’intesa con Acea (colosso delle multiservizi che ha nel suo capitale Suez, tra le più potenti multinazionali dell’acqua) proprio per concorrere a diventare socio industriale di Acque del Sud. Per inciso, di Acea ricordiamo la vicenda di Bracciano del 2017: le acque del lago si prosciugarono quasi del tutto in poco tempo, compromettendo habitat naturali e biodiversità tutelati da stringenti norme europee, ma si diede la colpa alla crisi climatica. Invece, le inchieste della magistratura evidenziarono che Acea aveva effettuato prelievi impropri commettendo un reato di disastro ambientale aggravato.
quannu te llai la facce la matina
l’acqua ninella mia nu l’hai minare
La sete della Puglia non è un dato nuovo: la regione non dispone di risorse idriche superficiali, quindi dipende in buona parte da acqua accumulata nei cinque serbatoi artificiali alimentati dalle piogge. Tra i monti della Daunia, al confine tra Puglia e Molise, si estende il lago di Occhito, invaso alimentato dal fiume Fortore. Il Sinni alimenta il lago di Monte Cotugno, in provincia di Potenza, la più grande diga d’Europa in terra battuta, sormontata dal ponte della statale sinnica. Si aggiungono gli invasi del Pertusillo sul fiume Agri, Conza in Irpinia e Locone in Puglia lungo il fiume Ofanto. Acquedotto Pugliese, il più grande acquedotto d’Europa, attinge da questi invasi il cinquantacinque per cento di acqua, il trentatré da due sorgenti irpine e la restante parte da falde profonde con circa centottanta pozzi, soprattutto nella parte meridionale della Puglia. Nonostante la presenza di strutture imponenti, la capacità utilizzabile degli invasi è ben inferiore alla reale capacità delle strutture, ridotta in virtù di norme per la sicurezza sismica imposte dal 2019. L’apporto ridotto degli invasi è dovuto a limitazioni che costringono, nelle annate non siccitose, a gettare in mare miliardi di litri d’acqua: se la diga si riempie oltre un certo livello si rischia il crollo della parete, a causa di collaudi e lavori di manutenzione mai effettuati in decenni (sebbene già finanziati).
Ad agosto 2024 il consorzio di bonifica della Capitanata annuncia la chiusura della diga di Occhito, rimasta a meno di un terzo dell’acqua rispetto al 2023, per poter proseguire l’utilizzo prioritario a scopo potabile. I paesi vivono il disagio del razionamento e i terreni poco irrigati registrano danni alle colture con conseguente crollo della produzione. Dai primi anni duemila la Capitanata soffre siccità nelle campagne, il deficit idrico nella fase di maturazione dei prodotti agricoli stagionali (pomodoro, grano duro, uva) porta all’abbandono dei campi con mancato raccolto. Nel Salento, poi, la sete del territorio magicamente sparisce quando si incentivano gli impianti intensivi e superintensivi di leccino e favolosa, le due varietà di ulivo che dovrebbero risolvere il disastro dell’“affare xylella” ma che necessitano di molta acqua per crescere, al contrario delle varietà autoctone.
Nei simposi su acqua ed emergenza non si parla mai dei consorzi di bonifica e miglioramento idrico che operano sul territorio e, pur incassando miliardi, non si adoperano per studiare sistemi di irrigazione percorribili. Nel Salento operavano i consorzi di bonifica dell’Arneo e Ugento li Foggi, commissariati e poi soppressi, accorpati da gennaio 2024 nel consorzio centro-sud Puglia. Da decenni, tutti i proprietari di terreni sono obbligati a versare contributi senza aver mai ricevuto alcun beneficio diretto, nessun canale o pozzo. Anche se decine di migliaia di contadini hanno scelto di accatastare le cartelle esattoriali rifiutandosi di versare i contributi, la società di riscossione, supportata da una legge dello Stato, ha inviato eserciti di ufficiali giudiziari a pignorare i beni con la minaccia dell’esproprio. Politici a destra e sinistra promettono da anni di intervenire per sconfiggere le ingiustizie dell’ente, i quotidiani riportano ciclicamente notizie di proteste, seguite da pronte rassicurazioni degli amministratori locali che promettono una nuova legge regionale sui consorzi, ma tutto torna nel silenzio. Così, oltre che la crisi idrica, l’agricoltura vive decenni di ingiustizie in un sistema paramafioso ben oliato tenuto in piedi da perversi meccanismi giudiziari.
«Accueghje l’acqua quann’ chiov’» è l’indicazione pratica di un agricoltore tarantino. In senso stretto, raccomanda di raccogliere l’acqua finché c’è, ma stavolta allude all’interesse di pochi che cavalcano la retorica emergenziale per mandare avanti i propri progetti. Tra gli “interventi urgenti connessi alla scarsità idrica”, la cabina di regia individua la costruzione di dissalatori per produrre acqua potabile, che per la Puglia sono previsti a Taranto, Brindisi e Manfredonia. Finora in Italia è in funzione solo il venti per cento dei dissalatori costruiti. A Taranto, che l’Onu ha definito “zona di sacrificio”, il progetto presentato da AQP prevede la realizzazione del più grande impianto di dissalazione d’Europa con filiera di trattamento delle acque salmastre provenienti dal fiume Tara, vicino l’ex Ilva. Il progetto ottiene l’autorizzazione dalla giunta regionale, nonostante i pareri contrari di Soprintendenza del ministero della cultura, Arpa Puglia e Asl Taranto. Il dissalatore si preannuncia un’opera costosa e impattante che non risolverà il problema della scarsità di acqua in Puglia, ma devasterà l’ecosistema del Tara. Già la commissione europea aveva ritenuto il progetto non idoneo nell’ambito del Just Transition Fund. Legambiente Taranto ha stimato che solo con opportuni interventi su dighe e canali si raggiungerebbe un apporto idrico pari a dieci volte quello che si avrebbe con il dissalatore. Ma gli interessi intorno al progetto valgono di più: ad aggiudicarsi l’appalto sono anche Suez e Cisa, società molto attiva nel settore dei rifiuti. Sempre Legambiente ricorda l’esistenza di un contratto a tempo indeterminato tra Ilva ed Eipli per la fornitura di acqua dal Tara per quantità molto superiori all’attuale prelievo. Tale contratto prevede l’obbligo per Acque del Sud di compensare, in caso di restrizioni della fornitura di acque dal Tara, con acque del Sinni. Lo scenario che si prospetta con la costruzione del dissalatore è che, per ricavare acqua dissalata potabile dal Tara, si debba fornire all’azienda siderurgica altra acqua del Sinni, che non ha bisogno di essere dissalata. Tra le opere impattanti calate dall’alto come inevitabili, risalta anche un acquedotto sottomarino dall’Albania, che trasporterebbe centocinquanta milioni di metri cubi l’anno di acqua in Puglia e per la cui realizzazione si prevede un miliardo di euro. Un costo enorme per una quantità di acqua piuttosto ridotta, se si considera che la sola diga lucana di Monte Cotugno ne contiene circa cinquecento milioni.
mara l’acqua de la funtana mara mara
e ca ci non era mara scia bivia
Dal 16 ottobre al 20 gennaio scorsi, centoquarantamila lucani residenti in ventisette comuni della provincia di Potenza e due della provincia di Matera sono stati privati dell’acqua corrente per metà giornata. Il governo nazionale dichiara lo stato di emergenza nominando Vito Bardi commissario straordinario, che però è presidente della Regione Basilicata da sei anni, e quindi una parte di responsabilità nel generare il problema l’avrà. Infatti, mentre la narrazione istituzionale dà la colpa alla mancanza di piogge che lascia a secco la diga Camastra, si scopre che questa diga, mai collaudata dagli anni Sessanta, potrebbe contenere ventiquattro milioni di metri cubi di acqua ma, di fatto, la capacità autorizzata è ridotta a nove milioni di metri cubi perché Eipli non ha mai eseguito i lavori necessari e un decreto del 2019 obbliga a ridurre di quattro metri il livello dell’acqua invasata nella diga. In Basilicata, dove l’industria petrolifera usa quantità incredibilmente elevate di acque di sorgente, mancano il piano di tutela delle acque e il registro regionale delle aree di salvaguardia, in una regione in cui la compresenza di grandi quantità di acqua e di petrolio ha causato in quarant’anni di estrazioni gravi episodi di inquinamento dell’acqua dovuto a perdite dai pozzi, dai centri di prima raffinazione e dalle decine di chilometri di oleodotti esistenti.
Per garantire l’acqua ai comuni lucani, il commissario Bardi decide di attingerla dal Basento, un fiume storicamente molto inquinato. Il torrente Tora, affluente del Basento, dagli anni Ottanta è al centro del disastro provocato dalla ex Daramic, una fabbrica che produceva separatori per batterie e che ha sversato tonnellate di trielina, sostanza cancerogena che è arrivata fino alla falda acquifera. Prima di immergersi nello Ionio, il Basento raccoglie i reflui della produzione siderurgica e le acque di scarto di varie zone industriali. Con questo potenziale carico inquinante arriva all’impianto provvisorio, al potabilizzatore di Potenza e infine nelle case lucane. Tutto grazie allo stato di emergenza, che permette di evitare i campionamenti necessari per legge prima di trattare l’acqua per la potabilizzazione. Non lo nega nemmeno Bardi, che alle telecamere di Report dichiara che “l’emergenza è una cosa, e abbiamo trovato il Basento, la normalità è un’altra cosa”. Di nuovo l’urgenza diventa il grimaldello per derogare al regime ordinario, e le persone sono costrette a scegliere tra acqua pubblica e acqua pulita. Chissà cosa replicano i lucani al Ref, laboratorio di ricerche milanese che sosteneva che “tra i principali ostacoli che si frappongono a una messa a regime del riuso delle acque reflue vi è l’atavica diffidenza delle persone nei confronti dell’acqua di riuso” e che bisogna abbattere la barriera culturale del “fattore disgusto, che scatta per paura della contaminazione e per l’associazione dell’acqua trattata a quella di scarico”.
A fine dicembre 2024 arriva un assurdo diktat da Decollanz: Acque del Sud minaccia di sospendere “senza ulteriore avviso” la fornitura idrica ad Acquedotto Lucano e al consorzio di bonifica della Basilicata, se entro un mese i due enti non consegneranno una fideiussione bancaria rispettivamente di cinquantamila e centotrentamila euro. Perfino in situazione d’emergenza, la gestione privata subordina la funzione sociale dell’acqua ai meccanismi del mercato. Alfonso Andretta, amministratore delegato di Acquedotto Lucano, lamenta la mancanza di risorse per i lavori di manutenzione perché gli investimenti in Acquedotto negli ultimi anni sono molto calati e i cento milioni di euro arrivati dal Pnrr sono destinati non al risanamento della rete, ma alla sua digitalizzazione. Mentre lo stato d’emergenza viene prolungato fino a ottobre, la Regione pensa di rendere stabile l’uso del Basento e autorizza la captazione per uso potabile di sorgenti situate accanto a un pozzo petrolifero di Eni non ancora attivo. Lo denuncia Lidia Ronzano del comitato lucano acqua pubblica “Peppe Di Bello”, intitolato al capitano della polizia provinciale demansionato fino a diventare custode al museo di Potenza, a causa delle sue denunce sull’inquinamento all’invaso del Pertusillo.
Sono là pronti, quasi si trattasse
d’inventare a cose fatte un’azione
capace di connetterli e accordarli
gli uni agli altri e a questa fredda sala;
perché alla scena manca un tratto che concluda.
Quale nome avrebbe dovuto
trovare in quelle tasche? Per cancellarne i segni
del disgusto lavarono le bocche:
non sparì; ma il disgusto ora è pulito.
(Rainer Maria Rilke)
Tutto sembra seguire il classico copione delle privatizzazioni: togliere i finanziamenti, non far funzionare le cose, creare disagi e malcontento, spianare la strada al privato. Un primo passo fuori dalla crisi, sostiene il ministro dell’agricoltura Lollobrigida, è l’aver “rimesso in piedi Acque del Sud, una società sana che riesce a ripianificare l’utilizzo al meglio delle strutture”, a differenza del “carrozzone” Eipli. Istituito nel 1947, Eipli è sottoposto a commissariamento dal ’79, poi soppresso e posto in liquidazione nel 2011. L’ultimo commissario liquidatore è proprio Luigi Decollanz di Acque del Sud, legato anche a Veolia, una delle maggiori multinazionali dell’acqua. Scrive Margherita Ciervo che la forma giuridica non è neutra e determina obiettivi e politiche aziendali, e quindi effetti territoriali, sia ambientali che sociali. Di questo AQP è un caso emblematico: società per azioni in house, a capitale pubblico che, però, come tutte le S.p.a. risponde al diritto commerciale. È così dal 1999, e dal 2011 la società è posseduta da un solo proprietario, la Regione Puglia, titolare di diritti e doveri tra loro incompatibili, essendo contemporaneamente soggetta al diritto pubblico (per sua natura) e a quello privato (in quanto azionista). La Regione dal 2005 è governata da coalizioni di centrosinistra che hanno fatto dell’acqua bene comune una bandiera elettorale. Tra 2009 e 2012 un forte movimento popolare porta al costituirsi di un tavolo tecnico congiunto tra Regione e comitato acqua bene comune per predisporre una proposta di legge per operare la trasformazione di AQP in un ente di diritto pubblico. Il governo, però, quando ci si allontana dagli appuntamenti elettorali, ignora le richieste di confronto e dimentica gli impegni assunti, così il primo tentativo in Italia di ripubblicizzare il servizio idrico finisce nel fumo. Le società di diritto privato subordinano l’accesso alla risorsa, la funzione sociale del bene e la sua gestione sostenibile e democratica alle logiche del profitto. Di fronte a una crisi, se l’impresa misura la propria performance sul fatturato, come può attuare politiche incisive di risparmio idrico?
Come accaduto per Acque del Sud, anche in Sicilia il governo regionale ha svenduto un enorme patrimonio acquifero: nel 2004 l’Eas, Ente acquedotti siciliani, viene privatizzato trasformandolo nella Siciliacque S.p.a., di cui Veolia è azionista di maggioranza. Già nel ’99 Eas viene trasformato in società per azioni, ma ad accelerare il passaggio ci pensa l’emergenza idrica del 2002. L’allora presidente regionale Cuffaro, nominato dal governo nazionale commissario straordinario, evidenzia la precarietà dei servizi idrici, una precarietà tale da rendere insostenibile l’assetto organizzativo esistente. Eppure, oggi con Siciliacque restano sette grandi dighe incompiute, programmate dalla Cassa del Mezzogiorno. La più grande è quella di Blufi nell’entroterra palermitano, con spreco di centinaia di milioni di euro e un cantiere abbandonato con viadotti incompleti. Nella diga Trinità a Castelvetrano, in provincia di Trapani, ogni giorno si perdono centomila metri cubi di acqua per mancato collaudo e manutenzione, mentre gli olivicoltori della valle del Belice provano a scongiurare il crollo della produzione con impianti a goccia e sistemi di irrigazione alternativi. Anche la cabina di regia siciliana programma la riparazione di perdite della rete idrica, l’efficientamento delle dighe, il recupero di vecchi pozzi, delle acque reflue e dei dissalatori abbandonati. Questi ultimi, costruiti anni fa per filtrare acqua marina e trasformarla in acqua dolce da immettere nella rete idrica, sono rimasti chiusi per i costi di gestione troppo alti, che ora potrebbero essere abbattuti con l’impiego di nuove tecnologie.
Intanto i giornali parlano di guerra dell’acqua tra province: il 30 novembre 2024 centinaia di persone tra cui sindaci e un deputato regionale occupano l’impianto di potabilizzazione della diga Ancipa, in provincia di Enna. L’invaso era quasi a secco e i cittadini chiedono di bloccare l’erogazione dell’acqua verso la vicina provincia di Caltanissetta. Lo stesso giorno il governo nazionale era intento a dimezzare il fondo per lo sviluppo e coesione del Mezzogiorno (che serve a finanziare, tra le altre cose, progetti relativi alla manutenzione del territorio) per destinare miliardi a un progetto che nel sud pare ben più urgente della sete: il ponte sullo Stretto. Penso a Danilo Dolci, allo sciopero alla rovescia, alla diga sul fiume Jato a Partinico, all’acqua come libertà dai ricatti a cui inducono la fame e la povertà. Nel Poema per la radio dei poveri cristi, Dolci scriveva
tralucere di olivi sulle onde
continue del frumento
indefinito brillare di acque
viti a filari coi tralci più chiari in cerca del sole
[…]
mentre nell’intimo premono a fiotti
e s’intrecciano urgenze che non sai –
i vuoti si allargano
e il rischio che i frammenti, senza senso
rimangano frammenti
Usi impropri, sprechi, prelievi non regolamentati, inquinamento e privatizzazione concorrono a depauperare un bene che, proprio perché indispensabile alla vita e sempre più scarso, acquisisce un valore economico sempre più elevato, scatenando gli appetiti dei grandi player mondiali. L’acqua, come fosse una qualsiasi altra merce, è quotata in borsa dal dicembre 2020: il Chicago Mercantile Exchange ha lanciato i water futures della California e molti grandi operatori mondiali hanno concentrato i loro affari sull’accaparramento delle fonti. Secondo il sito del gruppo borsistico Nasdaq, un diritto sull’acqua autorizza il proprietario a deviare o pompare acqua da fiumi, torrenti e bacini idrici sotterranei, e gli consente di pianificare in anticipo la modifica dei costi dell’acqua di cui ha bisogno per l’irrigazione su larga scala. Questa operazione speculativa vanifica nei fatti la fondamentale risoluzione dell’assemblea generale dell’Onu del 2010 sul diritto universale all’acqua, che rappresenta un passaggio storico frutto di grandi mobilitazioni a livello globale.
La questione della crisi idrica non ha bisogno solo di analisi tecniche e soluzioni di ingegneri, scienziati e agronomi. La siccità non è un incidente di percorso, ma una crisi di civiltà, e la lotta per contestare l’uso mistificato della natura e per mettere al centro i rapporti di potere che determinano lo squilibrio è una lotta sociale, non solo ecologista. Dobbiamo osservare la crisi idrica attraverso un prisma, leggerla non come un evento naturale a sé stante, ma come qualcosa che ci interroga e ci chiama in causa, rispetto a un meridione costantemente rapinato con la collusione (e non solo l’inerzia) dei suoi stessi rappresentanti politici. Continueranno a piovere annunci trionfali e progetti miracolosi, com’è successo a Leuca, punta estrema del Salento, al termine ultimo dell’Acquedotto Pugliese, dove il grande sifone leccese finisce nel mare del finibus terrae. Dove acqua con altra acqua si confonde. (chiara romano)