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Privati e finanza, il vero piano dietro il Piano casa del governo
(disegno di ottoeffe) Il primo luglio il Senato ha approvato il Piano casa, che diventa definitivamente legge. Un Piano che non è solo un pacchetto di misure per l’edilizia popolare e sociale, ma che fa parte di una serie di riforme e provvedimenti che aprono sempre di più la strada ai processi di finanziarizzazione dell’abitare in corso da decenni. Questa finanziarizzazione, difatti, considera il patrimonio residenziale – comprese le case pubbliche e sociali destinate alle persone economicamente più svantaggiate – come un veicolo di investimento, piuttosto che come un bene destinato a soddisfare un bisogno sociale fondamentale. Capire questo passaggio è l’unico modo per valutare gli effetti di questa legge. Prima di entrare nel merito, è importante riflettere sulla fase di trasformazione globale del sistema abitativo. In molti paesi a capitalismo avanzato, grandi società private acquistano interi portafogli di edilizia, sia sociale che privata, trasformando il canone mensile in un flusso di cassa continuo e prevedibile per gli investitori. Aalbers, in un articolo pubblicato recentemente, sostiene che una serie di meccanismi finanziari già consolidati – come costruzione di case per affitto o rivendita, cartolarizzazioni, diversificazione dei portafogli, hedge fund, REIT, e così via – si spingono ora verso una direzione nuova, ovvero verso segmenti abitativi prima considerati marginali, rischiosi o addirittura “non investibili”. Stiamo parlando degli alloggi per studenti, delle case in affitto, delle residenze per anziani, dell’edilizia sociale e sovvenzionata, e persino, negli Stati Uniti, degli insediamenti informali e dei parchi di case mobili. La frontiera della finanza, insomma, si allarga fino al punto in cui quasi qualsiasi unità abitativa, in qualsiasi luogo, diventa un potenziale prodotto d’investimento. Secondo il geografo, un altro tratto distintivo di questa nuova fase della finanziarizzazione è che il rendimento non viene più solo dall’affitto, ma dall’integrazione di alloggio e servizi (modelli in stile alberghiero, abbonamenti, spese accessorie, servizi “all inclusive”); si assiste sempre più alla trasformazione dell’abitare in una fornitura continua di servizi. In questo scenario, i governi centrali e locali hanno un ruolo decisivo. La finanziarizzazione è co-prodotta dall’azione pubblica: lo Stato agisce da creatore di mercato, ovvero da soggetto che riduce il rischio per gli investitori, e in alcuni casi persino da investitore diretto tramite fondi pensione pubblici e tramite la creazione di società di gestione del risparmio a partecipazione pubblica, come Cassa Depositi e Prestiti e Invimit. A finanziare queste operazioni sono soprattutto gli investitori istituzionali – fondi pensione, assicurazioni, banche – che in questa fase diventano i veri protagonisti; ed è qui che entra in gioco il risparmio previdenziale. È importante sottolineare che a questo Piano si connette un provvedimento apparentemente sconnesso. Sempre a partire dal primo luglio, sono infatti cambiate le regole del silenzio-assenso sul TFR (trattamento di fine rapporto) per i neoassunti nel settore privato. La legge di Bilancio 2026 prevede che il lavoratore abbia sessanta giorni di tempo per opporsi, non più sei mesi come era previsto in precedenza. In mancanza di un rifiuto esplicito, il TFR viene versato in automatico alla previdenza complementare. Chi decide di lasciare il TFR in azienda può poi ripensarci, ma chi lo destina ad un fondo pensione complementare – per scelta o per silenzio-assenso, quest’ultimo spesso frutto di un’asimmetria informativa – non può più tornare indietro. Lo spiega bene Alessandro Volpi, secondo cui l’entrata in vigore del silenzio-assenso, accompagnato da incentivi fiscali che lo renderanno apparentemente conveniente e affiancato dalla futura portabilità verso fondi aperti più rischiosi, porterà a un importante spostamento del risparmio italiano verso fondi finanziari – per lo più statunitensi – riducendo di fatto la disponibilità dell’Inps. È così che questa ulteriore trasformazione del sistema previdenziale diventa il carburante della finanziarizzazione dell’abitare. In questa saldatura le due riforme, la privatizzazione del sistema previdenziale e il Piano casa, rivelano la loro comune direzione: accrescere la massa di risparmio gestita da società dentro fondi creati ad hoc, per trasformare le città e le case in strumenti finanziari. E lo fanno da due lati opposti: da un lato, il silenzio-assenso incanala in automatico il risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici nella previdenza complementare privata, sottraendolo all’INPS e trasformandolo in capitale che, per definizione, deve essere investito sui mercati e produrre rendimento; dall’altro, una norma del 2025 (D.L. 25/2025) obbliga proprio gli enti pubblici (INPS e INAIL) a destinare fino al quaranta per cento dei fondi disponibili ai veicoli immobiliari gestiti da INVIMIT, gli stessi che il Piano casa introduce. Il risparmio previdenziale, pubblico e privato, viene così spinto per intero nella logica dei fondi. Vediamo come tutto questo si traduce nel Piano casa. La legge, così come è stata costruita, si articola lungo tre binari convergenti. In primis, la finanziarizzazione e l’apertura al capitale privato che, attraverso il cavallo di Troia dello scopo sociale e dell’utilità pubblica, entra nel sistema e alimenta operazioni speculative di mix funzionale: interventi immobiliari che permetteranno alti rendimenti proprio perché al loro interno convivono funzioni di mercato e non residenziali. In secondo luogo, la compressione e semplificazione delle regole urbanistiche per accelerare i progetti: una serie di procedure e regole renderanno ancora più facili i cambi d’uso e più rapide le autorizzazioni; poteri commissariali permetteranno di andare in deroga alle leggi urbanistiche e si accentreranno in capo a poche figure le decisioni sui progetti di rigenerazione urbana. Infine, l’alienazione e la privatizzazione del patrimonio pubblico, attraverso la vendita e il riscatto degli alloggi ERP, ma anche l’edilizia integrata, che non è solo affittata a prezzi calmierati, ma altresì venduta a un prezzo scontato di almeno il trentatré per cento rispetto al mercato. VEICOLI FINANZIARI Per l’edilizia pubblica e sociale (ERP e ERS) – di cui già si è discusso nell’articolo pubblicato a giugno da Monitor – il Piano casa attiva il Fondo Housing Coesione, istituito e gestito da INVIMIT SGR S.p.A.  Questa società di gestione del risparmio, completamente partecipata dal ministero dell’economia e delle finanze, non possiede né acquista direttamente edifici, ma crea un fondo, cioè un contenitore entro cui entrano immobili pubblici che possono essere valorizzati, ristrutturati e affittati o venduti. Il Fondo Housing Coesione è un cosiddetto “fondo di fondi”. Nella scatola più grande c’è il fondo gestito da INVIMIT, in cui confluisce denaro pubblico, ovvero i cento milioni del Fondo per lo sviluppo e la coesione, insieme ad altre risorse nazionali ed europee e alle quote di regioni e ministeri. Questo veicolo finanziario ha il compito di smistare i capitali. Al suo interno ci sono altri fondi gestiti non da INVIMIT, ma da società di gestione private scelte sul mercato. Sono queste ultime che acquistano immobili, li ristrutturano e li affittano. Su questo impianto il decreto interviene con un ritocco che è solo apparentemente tecnico. Fino a ieri i fondi INVIMIT potevano affiancarsi soltanto a società interamente pubbliche; ora è sufficiente una partecipazione di maggioranza del pubblico, aprendo la quota restante a un socio privato. Pertanto, anche se il fondo di investimento deve orientarsi all’edilizia pubblica e sociale, non può per definizione privilegiare la funzione sociale rispetto al rendimento, perché ha obblighi fiduciari verso i propri investitori, cioè coloro che mettono il capitale. Resta quindi una tensione strutturale tra rendimento e bisogno abitativo che il vincolo può attenuare, non annullare. Ma quando lo Stato incanala la politica abitativa in un veicolo finanziario di questo tipo, si può parlare a tutti gli effetti di piena finanziarizzazione abitativa. IL CAVALLO DI TROIA DELLO SCOPO SOCIALE Un pilastro che merita attenzione e approfondimento è quello dedicato all’edilizia integrata. Come mostrato, le trasformazioni urbane e abitative a cui stiamo assistendo non sono l’esito spontaneo del mercato, ma sono favorite dallo Stato che crea le condizioni normative, finanziarie e procedurali affinché operatori privati, fondi e investitori istituzionali possano intervenire nei processi di rigenerazione urbana, riducendone i rischi spesso in nome dell’accessibilità economica. Non parliamo di investimenti pubblici tradizionali, ma di un modello fondato sul partenariato pubblico-privato. Un concetto che viene espresso chiaramente nell’articolo 9, dove si afferma che i programmi di edilizia integrata vengono realizzati “con l’attrazione prevalente di investimenti privati”. Questa formulazione non è neutra perché esplicita che il sistema si regge sul capitale privato, e che le risorse pubbliche sono residuali. Dietro questa narrazione, le abitazioni destinate alla fascia grigia della popolazione – cioè chi non ha i requisiti per l’edilizia residenziale pubblica ma non riesce nemmeno a sostenere le spese nel mercato privato – vengono sottoposte alle stesse logiche di rendimento di qualsiasi altro asset finanziario. Di fatto, il meccanismo funziona così: il privato investe, ottiene semplificazioni e vantaggi urbanistici, realizza alloggi a canone calmierato o con finalità sociale per un periodo definito e può destinare il trenta per cento dell’operazione all’edilizia libera di mercato. Il settanta per cento dell’investimento va all’edilizia convenzionata, che a sua volta deve praticare un prezzo o canone scontato di almeno il trentatre per cento rispetto ai valori di mercato, rilevati dall’Osservatorio dell’Agenzia delle Entrate. Si tratta comunque di prezzi calcolati a partire dai valori di mercato, che nelle grandi città sono già molto elevati. Nella zona Ostiense di Roma, per esempio, il canone di mercato è pari a 16 €/m² al mese, mentre la riduzione del 33% prevista dalla normativa porta il canone a circa 10,70 €/m² al mese, pari a circa 860 euro mensili per un appartamento di 80 m². Anche in questo caso, pur essendo inferiore al prezzo di mercato, il canone resta elevato per molte famiglie appartenenti alla cosiddetta “fascia grigia”. Gli interventi di edilizia convenzionata possono essere destinati a canone o prezzo calmierati sia alla locazione che alla vendita, senza alcuna specifica quantitativa sul numero di alloggi che saranno affittati o venduti. La legge individua una platea molto ampia. Gli interventi sono destinati ad abitazione principale, ma anche a residenze per studenti universitari e lavoratori fuori sede, giovani coppie, genitori separati, e persino nuove formule abitative come la coabitazione solidale per gli anziani (senior cohousing) e quella di co-housing intergenerazionale, sempre entro i limiti di reddito e patrimonio fissati dalla legge. Durante l’esame alla Camera si è poi chiarito che, tra i lavoratori fuori sede, rientrano anche quelli pubblici come il personale scolastico e sanitario, forze di polizia, vigili del fuoco, forze armate. Un punto importante è che, decorso il periodo di convenzionamento (trent’anni), cessano gli obblighi previsti dalla convenzione e l’intervento può essere ricondotto integralmente alle ordinarie dinamiche di mercato, salvo diverse previsioni convenzionali. C’è un altro aspetto di novità rispetto al decreto precedente. Infatti, le modifiche introdotte prevedono che l’operatore può riservare una quota della superficie a funzioni non residenziali: negozi, startup, uffici, coworking e altri servizi. Queste superfici restano escluse dal calcolo del settanta per cento della superficie residenziale da destinare all’edilizia convenzionata, aumentando la quota destinata al libero mercato. QUANDO IL MODELLO DIVENTA CITTÀ Se il nuovo modello di edilizia integrata verrà applicato su larga scala, è prevedibile che si favoriranno interventi di rigenerazione urbana fondati sul cosiddetto mix funzionale, un modello che già caratterizza molte delle principali operazioni immobiliari nelle grandi città italiane. Lo schema che emerge è quindi ricorrente, ed è quello che già abbiamo visto col PNRR per gli studentati privati. Anche qui, l’interesse pubblico dell’housing sociale diventa il presupposto che consente di attivare grandi operazioni di trasformazione urbana nelle quali coesistono edilizia convenzionata, residenza libera, commercio, uffici, strutture ricettive e altri servizi. Roma rappresenta un caso emblematico. Nell’area degli ex Mercati Generali, estesa su circa nove ettari, la creazione di uno studentato privato e altre funzioni non residenziali è oggi promossa attraverso una convenzione di sessant’anni tra Comune di Roma, il gruppo texano Hines e il gruppo Toti/Lamaro; l’operazione potrebbe generare trentadue milioni di euro di ricavi, mentre il comune di Roma prenderà un canone di affitto di 165 mila euro, lo 0,5% dei ricavi stimati. L’ex deposito AMA della Montagnola, un’area di oltre due ettari, appartiene al Fondo Ambiente gestito da DeA Capital Real Estate SGR ed è interessato da un investimento di circa cento milioni di euro che prevede residenze e funzioni non residenziali. Analogamente, l’ex Caserma Guido Reni, oltre cinque ettari nel quartiere Flaminio, sta per diventare un grande distretto multifunzionale. Qui CDP Real Asset ha scelto come partner COIMA, che sviluppa l’intervento di circa quattrocento milioni di euro, insieme alla società emiratina Eagle Hills e attraverso il proprio fondo ESG City Impact. Il progetto prevede residenza libera, housing sociale, spazi commerciali, un albergo di lusso e servizi. Dietro l’etichetta del mix funzionale si celano spesso operazioni speculative di natura prevalentemente commerciale e ricettiva, che non rispondono ai bisogni degli abitanti. Qui si chiude e si salda il cerchio che tiene unite le due riforme di cui si parlava poco prima. Infatti, il fondo di COIMA raccoglie il risparmio di casse di previdenza e fondi pensione italiani (Cassa Forense, ENPAM, Inarcassa, la Cassa dei Commercialisti, il Fondo Pensione del Monte dei Paschi), insieme a banche e capitali sovrani del Golfo. Sono, cioè, gli stessi soggetti che raccolgono e reinvestono il risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici. Anche il caso degli ex Mercati Generali illustra come il risparmio previdenziale globale arrivi fin dentro un singolo intervento romano, poiché tra i principali investitori di uno dei fondi europei di Hines figura Menora Mivtachim, il maggiore fondo pensione israeliano. SEMPLIFICAZIONI URBANISTICHE E FIGURE COMMISSARIALI Attraverso il richiamo all’housing sociale, gli investitori accedono a procedure semplificate, premialità urbanistiche e strumenti agevolativi, mantenendo al tempo stesso una quota significativa dell’intervento destinata a funzioni pienamente remunerative. Un esempio si ritrova nelle norme sul cambio di destinazione d’uso: il decreto rende facile e veloce trasformare un edificio nato per altri scopi – come un’ex caserma, un ex ufficio, una struttura dismessa – in alloggi residenziali, che possono avere anche funzioni non residenziali. Anche le figure commissariali giocano un ruolo decisivo, accentrando in capo a un organo monocratico poteri valutativi e decisionali che l’ordinamento affiderebbe a più amministrazioni. Il Piano casa prevede due distinte figure commissariali. Per i grandi programmi di edilizia integrata di interesse strategico è previsto un commissario di governo con poteri urbanistici molto estesi, capace di provvedere in deroga agli strumenti urbanistici generali ed esecutivi e persino “in assenza di pianificazione urbanistica”, fino al rilascio di un’autorizzazione unica con effetto di variante. C’è poi il Commissario incaricato del recupero del patrimonio pubblico, ruolo affidato all’architetto Felice Squitieri, vicino alla Lega. Questa figura opera per ordinanza in deroga a ogni disposizione di legge diversa da quella penale (fatti salvi l’antimafia, i beni culturali e paesaggistici e i vincoli europei), con il compito di sbloccare circa sessantamila alloggi popolari e la gestione dei 970 milioni del programma attraverso Invitalia. Sul piano procedurale, la legge raccoglie le disposizioni applicabili ai programmi infrastrutturali di edilizia integrata, valorizzando meccanismi di semplificazione. Se per autorizzare un progetto serve il consenso di diversi uffici (Comune, Soprintendenza, ente ambientale, ASL), attraverso questa procedura semplificata si convocano tutte insieme le diverse amministrazioni, dando un tempo limite (trenta giorni, che salgono a quaranta quando sono in gioco tutela ambientale, paesaggistica o dei beni culturali). Vale il silenzio-assenso, quindi, se un ufficio non risponde entro la scadenza, il silenzio vale come un’autorizzazione a procedere. A questo si aggiunge il meccanismo della dichiarazione di pubblica utilità. Per gli interventi di edilizia residenziale pubblica o sociale, si stabilisce che l’approvazione di quelli inseriti in “programmi di contrasto del degrado urbanistico, edilizio, ambientale e sociale o di rigenerazione urbana, comunque denominati, comporta la dichiarazione di pubblica utilità ai sensi di legge“. Questa formula copre un ventaglio molto largo di operazioni, tanto più che nei grandi programmi di investimento strategico la pubblica utilità scaturisce in via automatica anche dall’autorizzazione unica del commissario di governo. Messe insieme, queste norme svuotano dall’interno la funzione di programmazione urbanistica, che viene di fatto calata dall’alto. IL PARADOSSO DELL’ALIENAZIONE Un ultimo aspetto che merita attenzione è il paradosso dell’alienazione. Infatti, il Piano casa si propone di aumentare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili o ristrutturare le sessantamila case ERP in stato di non manutenzione, ma l’articolo cinque prevede esattamente il contrario, stabilendo le procedure con cui i comuni, gli enti e le aziende territoriali possono alienare gli immobili del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale in ragione “del loro valore di mercato”. A differenza del vecchio testo, in cui si diceva che i proventi della vendita dovevano colmare eventuali debiti degli enti gestori, ora si autorizza la vendita del patrimonio ERP, ma si decide dove vanno i soldi dopo, con un atto che non passa dal Parlamento. Anche la logica del rent to buy, ovvero il diritto di riscatto dell’inquilino, di fatto privatizza il patrimonio pubblico e non permette che resti nel circuito sociale e pubblico. Sarebbero ancora tanti altri i punti da vagliare in un attento esame critico, ma la direzione è ormai chiara: il Piano casa non aumenta l’offerta di edilizia residenziale pubblica, né rende la casa più accessibile economicamente, creando piuttosto corsie preferenziali per altri possibili investimenti nel settore immobiliare. Infine, per quanto la legge dichiari di non voler consumare altro suolo, vale la pena riflettere su quanto sia importante, in un’epoca di cambiamento climatico e di continue ondate di calore, che certe aree vengano restituite alla natura o vengano riconvertite a parco pubblico anziché essere cementificate in mega progetti che di pubblica utilità hanno ben poco. (chiara davoli)
italia
Alla ricerca delle galere perdute. Dopo la richiesta d’ergastolo per Curcio e Moretti
(disegno di roberto-c.) Esiste un tempo immoto, fermo come uno stagno; un tempo che non passa, che nella sua immobilità trascende tutto – i cambiamenti, la storia, le grandi vicende della geopolitica. Somiglia a certi angoli delle nostre soffitte in cui abbiamo ammucchiato roba che non viene toccata per decenni e si mantiene così, al buio, sepolta da strati e strati di polvere. Le vicende della lotta armata in Italia hanno assunto questa dimensione a-storica; non le si considera come interne a una fase determinata della vicenda italiana; rappresentano, piuttosto, una specie di enclave metafisica, una sorta di allestimento o rappresentazione che congela quei giorni in un eterno presente; e in questa sua fissità diventa dispositivo operativo, pronto da attivare quando c’è da praticare esorcismi o operazioni ideologiche sulla memoria collettiva. Quand’è che si tirano in ballo “quegli anni”? Di solito dopo i modesti tafferugli nei cortei dei tempi nostri; dopo le inchieste più disparate o strambe contro micro-gruppi; persino quando sui muri delle nostre città compare qualche scritta politicamente un po’ forte. O quando c’è da pescare qualche vicenda “esemplare” dal passato, da assurgere a nuovo perenne monito circa l’infallibilità dello Stato e il triste destino degli sconfitti. Insomma, una memoria-deposito sempre disponibile per le azioni di quella “polizia della storia” tante volte evocata da Paolo Persichetti. Il 18 giugno scorso un pubblico ministero di Alessandria ha chiesto l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, nell’ambito della riapertura del processo per i fatti di Cascina Spiotta – 5 giugno 1975. Parliamo del rapimento dell’industriale Gancia e della morte, nel corso dell’irruzione dei carabinieri, dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della brigatista Mara Cagol. La richiesta dell’ergastolo è una notizia surreale, che rimette sulle prime pagine dei giornali una serie di fatti accaduti in un’epoca arcaica – dai cui tempi è praticamente cambiata la storia e la geografia politica del mondo. Lo stesso pm Emilio Gatti che ha promosso la richiesta – probabilmente con qualche imbarazzo –, ha ricordato alla Corte che esistono misure alternative alla galera, per un editore di 84 anni che ha già finito di scontare la sua galera negli anni Novanta, e per un ex dirigente delle Br che, arrestato nel 1981, risulta ancora oggi incredibilmente detenuto – sia pure in semilibertà – e il cui nome sarà entrato di sicuro nel Guinnes dei primati delle pene detentive europee. Probabilmente da parte dell’accusa non c’è la volontà reale di vedere Curcio e Moretti di nuovo in ceppi; c’è solo la necessità, ogni tanto, di rinverdire quella damnatio memoriae che è stata l’ideologia condivisa della fase terminale della prima repubblica. Sappiamo tutto di voi. Siete ancora tutti in ostaggio. Ci basta aprire qualche dossier impolverato o sequestrare qualche  pc e una specie di Stargate maligno vi riprecipiterà nello stagno fermo della memoria imprigionata. Un Lete al contrario, in cui chi si immerge non dimenticherà mai più nulla. La pazzia repressiva attraversa e oltrepassa gli anni, i decenni, se ne infischia della reale portata dei fatti, degli scenari “delittuosi”, mette tutto nello stesso mucchio, come fa il vento con le foglie. Nadia Desdemona Lioce, esponente della cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse, è detenuta in regime di 41 bis praticamente dal momento del suo arresto nel 2003. Il suo 41 bis è una specie di condizione esistenziale: se ventitré anni dopo lo scioglimento della sua organizzazione è ancora ritenuta pericolosamente in grado di tessere rapporti criminali (con chi?), vuol dire che quell’afflizione è destinata a durare in eterno. Una pena metafisica, appunto, sganciata dalla storia, dal trascorrere del tempo, dal mutamento delle condizioni, persino dal diritto o dalle regole dell’ordinamento penitenziario. Un 41 bis dell’anima. Nel 1987 Curcio e gli altri sostenitori della “soluzione politica” scrissero, a sostegno del loro posizionamento, che i prigionieri politici delle Br in quella fase coincidevano con la militanza complessiva delle Br. Probabilmente il gruppo della Lioce nacque anche in polemica e rottura con quella dichiarazione. Cambia poco: sempre a ostinati ergastoli finisce. Intanto a Torino è cominciato il secondo grado del processo contro Askatasuna in cui l’accusa ripropone, caparbia, il teorema dell’associazione a delinquere che era stato respinto al termine del primo grado di giudizio. Si era partiti nel 2021 con l’ipotesi di associazione sovversiva, derubricata poi a “semplice” associazione a delinquere; adesso si ricomincia, con lo scopo di rovesciare quanti più anni di galera possibili addosso a Giorgio Rossetto e agli altri militanti già massacrati, negli anni, da processi e provvedimenti restrittivi di ogni tipo. Secondo l’accusa Aska – con i suoi addentellati sociali – non sarebbe un collettivo politico rappresentativo di un pezzo della metropoli (come pure i numeri dei cortei lascerebbero credere) bensì un agglomerato criminale che tiene in ostaggio la città di Torino. Così la logica emergenziale attraversa con metodica continuità le epoche e le generazioni, senza razionalità, senza criterio, come un riflesso condizionato. Un filo di bava nera parte dagli anni Settanta, passa attraverso celle e obitori dei decenni trascorsi e giunge fino a noi, alle piazze Free Palestine, alla gioventù colorata e indignata che ha ripreso a scendere in strada. Non so quanti di quei ragazzi abbiano sentito parlare di Renato Curcio o abbiano letto le recenti notizie giudiziarie che lo riguardano; hanno i loro problemi, le loro impellenze, la triste durezza delle battaglie politiche che anche loro, come le generazioni precedenti, si apprestano ad affrontare. Anche loro dovranno imparare a schivare inchieste e manette; anche loro dovranno imparare a misurarsi col paese reale – livido, impoverito e gonfio d’odio xenofobo. Anche loro, prima o dopo, dovranno fare i conti con la memoria radioattiva di questa nazione, con i sepolti vivi nella tomba del 41 bis, con i morti senza pace e senza giustizia – come Margherita Cagol –, con il processo infinito a quella lunga multiforme associazione a delinquere che da ottant’anni raggruppa la povera gente sotto le bandiere della giustizia sociale. L’eredità che la Repubblica lascia a questa gioventù – la Repubblica dei fantasmi e degli ergastoli – è davvero un lascito miserabile. (giovanni iozzoli)
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La provincia tra macerie e memorie. Appunti su Invelle e Le città di pianura
(disegno di cyop&kaf) Continuavamo a guardare il mare, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro. Era così ogni volta, prima di ripartire. Ma l’unica cosa che succedeva era che il pomeriggio cedesse il passo all’imbrunire, un faro neon si accendeva in lontananza e la luce biancastra si frantumava sulla superficie dell’acqua. La cosa difficile era lasciarselo alle spalle, il mare. Pensare a quello che restava, a quelli che restavano. Il peggio non era che le cose continuavano mentre eravamo altrove, era che cambiavano. Quando tornavamo, i luoghi avevano cambiato connotati, un frammento dopo l’altro, metamorfosi impercettibili. Gli ulivi seccati, tagliati, bruciati. Le campagne incolte, deserte, stravolte. Coste, lungomare e centri storici imbellettati, confezionati e venduti al turismo. Tornavo e non li riconoscevo. Montava una rabbia ingenua perché nessuno mi aveva avvisato, passato parola, eppure ero cresciuta lì. “Fra le varie epoche vi è una zona di crepuscolo nella quale ci si smarrisce facilmente e ci si perde in modo misterioso. […] Il mondo fa quello che gli riesce più facile: tace. La luce è mutata. Tutti gli oggetti, persino gli alberi, sono aguzzi, stridenti, taglienti”. L’avevo sottolineato in un libro di Christa Wolf, Nessun luogo, da nessuna parte. Perdevo qualcosa un poco per volta. Dove andare adesso, senza una geografia interiore, se le cose che prima erano al centro non sono più lì ma spostate? Sono almeno dieci anni che mi sento fuori posto, che ingoio questo spaesamento. Dopo un po’ non sanguini più. Partire, tornare, andarsene, scivolare come un raggio fino al calare della luce. Le cose ammucchiate dentro, il portabagagli carico di scatoloni ma l’auto costretta a girare a vuoto, senza un posto in cui traslocare. Nessun luogo, da nessuna parte. Nel dialetto di Pergola, un paese nell’entroterra marchigiano tra Pesaro e Urbino, per dire “in nessun luogo” si dice “invelle”. L’ho scoperto da un film d’animazione che porta questo nome, Invelle, realizzato da Simone Massi e uscito nell’estate del 2024. Invece in un film del 2025, Le città di pianura di Francesco Sossai, ambientato tra Venezia e la provincia di Treviso, un personaggio riflette a voce alta: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”. Questi film si intrecciano, parlando del rapporto con il passato e con il paesaggio, della memoria dei luoghi, tra rurale e urbano, tra periferia e città, tra vuoto e pieno. INVELLE Simone Massi, illustratore artigiano, intreccia tre generazioni: Zelinda è una bambina alla fine del primo conflitto mondiale, poi madre di Assunta con l’armistizio del ’43, e nonna di Icaro mentre in tv passa la notizia del sequestro di Moro. Con le loro storie graffiate tra nero e bianco e i dialoghi in dialetto marchigiano, Invelle racconta la guerra che si abbatte sulla campagna povera come un colpo di zappa su un formicaio, la fame, il lavoro infantile, l’emigrazione, i partigiani e i nazifascisti. Sono scene di vita quotidiana: una nenia per addormentare un figlio, il raccoglimento intorno a un lutto, la festa del paese e un cantastorie in piazza, gli attrezzi e gli animali per il lavoro nei campi, prendere l’acqua alla fontana. Ma interrogano continuamente su cosa è stato, cosa è rimasto di cosa è stato, qual è il posto per quelle storie. Il racconto porta fino all’esodo verso le fabbriche e l’abbandono delle campagne, la periferia fatta di cantieri e case popolari appena costruite: “Vedi che sono andati via tutti, mi spieghi perché ti ostini a rimanere qui?”; “con la mucca? la mucca si può anche vendere, nella casa nuova la stalla non c’è”; “il bagno, che ti credi, in città c’è tutte le comodità”; “e questo cos’è? un termosifone, ce n’è uno per stanza, ti scalda tutta casa”. La migrazione ai bordi della città di migliaia di persone che per adeguarsi alla modernità sono state indotte a rinnegare la propria cultura, la rinuncia al poco per avere ancora meno. Il padre di Icaro lo rimprovera: “Cos’è questa storia che a scuola parli in dialetto? Me l’ha raccontato la maestra, non son mica contento. L’hai visto che vita fa tuo padre, l’altro giorno a momenti m’attacco col padrone”. Perché Icaro, come tutti i figli di contadini e subalterni, deve fare quello che sua madre, sua nonna e chi è venuto ancora prima non hanno potuto fare. Se gli altri bambini in tono di scherno lo chiamano contadino, allora come non sentire vergogna per quelle origini tanto da volersene disfare? I figli come Icaro saranno uomini che si lasciano definire solo per negazione: non sono più e non sono ancora, contadini de-contadinizzati, sradicati in fuga da se stessi ma verso “nessun luogo”. Come può dopotutto avere un posto da occupare quella classe contadina che ha servito i padroni della terra, è stata carne da macello in due guerre mondiali e poi nelle fabbriche, ma dimenticata e stigmatizzata da un sistema che ora ne canta i bei tempi andati. La distruzione delle basi economiche della civiltà agropastorale ha comportato la disgregazione dei gruppi sociali tradizionali, ha guastato la terra e guastato le relazioni tra le comunità e la terra. “What are the roots that clutch, what branches grow / Out of this stony rubbish?” interroga T. S. Eliot in The waste land (che forzando, forse, la traduzione, è la terra guasta, appunto). Quali radici si afferrano, quali rami crescono da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo, tu non puoi dirlo, né indovinarlo – tu conosci soltanto un mucchio di frante immagini, là dove batte il sole, e l’albero morto non dà riparo, né il grillo dà conforto, e l’arida pietra non dà suono d’acqua.  LE CITTÀ DI PIANURA Non c’è nessun luogo che conosca che sia fervido in me come quelli in cui sono cresciuta: i colori, l’aria, le forme. Ogni cosa ha una sostanza primordiale, suprema, tanto che non si può immaginare che ci sia altro dopo. Eppure, non c’è nessun luogo in cui mi senta più forestiera di quelli in cui sono cresciuta, quasi una comparsa per strade e paesi che pure conosco a memoria. Per anni mi sono ostinata, ogni volta che tornavo, a percorrere una per una tutte quelle strade di campagna, a tratti sterrate, a tratti soffocate da rovi e sterpaglia, che, come un apparato radicale in superficie, si dipanano tra un paese e l’altro, ma nessuno le usa più (se non chi ha un terreno in zona e non ha ceduto all’abbandono) preferendo la statale dritta e scorrevole. Volevo orientarmi in quel sistema di stradine e pezzo dopo pezzo comporre una mappa scarabocchiata su post-it giustapposti, come se districando gli incroci, localizzando le edicole votive, i crocicchi, sarei poi stata capace di riconoscere una mappa interiore, di campare anche lontano da lì. Quando ho letto La casa in collina di Pavese, ho trovato parole: “Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”. In fondo, questo racconta Le città di pianura: la periferia, le zone industriali, i vuoti, lo spaesamento che provoca viverci. I protagonisti, Carlobianchi e Doriano, amici storici di mezza età, si muovono per i paesi tra le Dolomiti bellunesi e la laguna di Venezia come accampati, inseguendo un’ultima bevuta e in attesa di un amico che sta per fare ritorno al paese dopo anni altrove. Sono individui incapaci di trovare uno spazio e una misura, figli delusi della loro epoca in cui ogni “noi” si disgrega, mentre l’“io” resta in balia della propria quotidiana percezione dell’ingiustizia, consegnato inerme ai propri dubbi, alla disperazione. Incrociano Giulio, uno studente di architettura, che si ritrova in macchina con loro e i tre sembrano assecondare il corso delle cose di straforo, di sbieco, non la linea retta e l’impatto frontale della controllata vita di città. Torno ancora a La casa in collina: “Ci si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore. Domani, chi sa”. Le città di pianura, girato in pellicola, è un film sul paesaggio: quello del Veneto, sì, ma più alla larga quello della provincia italiana che ha attraversato il boom economico e si ritrova casolari, viadotti incompiuti, cemento armato. Per tutto il film sento familiarità con le inquadrature: la statale, le rotonde, i capannoni, i campi che si alternano a qualche rustico abbandonato col cancello corroso, gli sterrati, i tralicci, le villette bifamiliari con i serramenti nuovi e le ringhiere lucide, i casali con i tetti sfondati, i cartelli “vendesi” scoloriti e penzolanti. Quando, verso la fine del film, al tavolo di un bar Giulio abbozza sui tovagliolini satinati una mappa delle zone che hanno attraversato, ho ripensato a quel mosaico di post-it per mappare le mie strade di campagna. Così diversa da quella fatta di vita e di fatica di Invelle, ora la campagna mi sembra uno sfondo, una scenografia per le seconde case dei villeggianti cittadini. Una zona franca che costeggia le autostrade che prendono il venerdì quando vanno a passare il fine settimana fuori città e poi riprendono la domenica sera per fare ritorno a casa. La campagna oggi è una terra straniera: non sappiamo riconoscere le colture e le pratiche tramandate per secoli, i tempi per seminare e raccogliere, il legame tra dare e ricevere. Tra un bicchiere e l’altro, i protagonisti di Le città di pianura si fingono geometri per un conte che cerca di salvare la sua villa cinquecentesca dalla costruzione di un’autostrada che distruggerebbe la sua proprietà. “Un’infrastruttura essenziale per lo sviluppo del territorio, così mi hanno detto; ma perché la gente non usa più la parola terra?”, si indigna il conte. Poi scandisce: “Territorio, che schifo”. In un libro di Georges Perec ho sottolineato, a tratto doppio e triplo: “Viviamo nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi corridoi, in questi giardini. Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere effettivamente evidente. Ma non è evidente, non è scontato. […] Il problema non è tanto sapere come ci siamo arrivati, quanto semplicemente riconoscere che ci siamo arrivati, che ci siamo […]. Insomma, gli spazi si sono moltiplicati, spezzettati, diversificati. Ce ne sono di ogni misura e di ogni specie, per ogni uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male”. DALLE MACERIE Di Pergola, paese d’origine di Massi e delle storie di Invelle, Wikipedia dice tra le prime righe che “la cittadina è stata inserita tra i borghi più belli d’Italia dall’associazione omonima”. Una trovata per trarre profitto dai luoghi con la retorica delle aree interne da rigenerare: “borghi” da ripopolare rendendoli attrattivi ai turisti, ai creativi, ai professionisti che possono trasferirsi dalla città e lavorare da remoto, finalmente in un posto dove l’aria è buona. Una trasformazione a cui si prodigano community manager, paesologi, innovatori sociali, ricercatori territorialisti, che impatta sul paesaggio, convertendo locali legati ai servizi di prossimità in spazi residenziali per il turismo breve o lungo. Artigiani e piccoli commercianti vengono sostituiti da spazi funzionali al consumo veloce: souvenir, ristorazione standardizzata, intrattenimento. Mentre resta fuori la gente che in quel posto ancora ci prova a vivere, gente con i suoi bisogni reali, poco spendibili dentro il racconto della rigenerazione. In un paese vicino al mio, far parte dei “borghi più belli d’Italia” è stata la legittimazione a un’ordinanza con cui si vietano iniziative politiche, manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la stagione estiva. La sindaca ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non creare disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di preservare la reputazione della cittadina. Il mio paese conta meno di duemila abitanti, hanno chiuso uno dopo l’altro il forno, la macelleria, l’alimentari e la scuola. Eppure possiamo vantare una bottega di “vintage furniture and art showroom” dove arnesi e arredi contadini trovano nuovi (ricchi) proprietari, e una boutique di tessili antichi e pregiati abiti artigianali tessuti al telaio (per chi ci vuole credere). Se già lo spaesamento viene dagli spazi vitali stravolti e dallo smarrimento del senso legato ai luoghi, mi disorienta il culto di un mondo che non c’è più e temo la trasformazione della tradizione in identità. Non ho mai ceduto a mitizzare la civiltà contadina, che felice lo è solo nelle pagine scritte dagli altri, dai colti. I racconti che mi hanno cresciuta da sempre parlano di fame, miseria, fatica, stenti. “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non sono il turista che ama trascorrere il weekend in campagna. Non ho mai detto a un montanaro ‘beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle nostre cose perdute’”, scrive Nuto Revelli. La periferia, la provincia ai margini non ha mai potuto pensarsi da sé: la civiltà contadina non ha fatto in tempo a immaginare la terra che lavorava come luogo su cui costruire futuro, è passata da un padrone all’altro. Se la terra se la passano di mano i padroni, allora l’emancipazione non deve passare attraverso il superamento della cultura tradizionale di matrice rurale, ma attraverso il mantenimento della memoria, demolendo una volta per tutte i confini del ghetto. Nella furia di somigliare all’urbano e al centro, dimentichiamo il buono dell’essere ai margini. La memoria dei luoghi così tanto intrecciata a quella della fatica, dell’ingiustizia, della miseria, dell’esodo, può salvarci se ritroviamo nella storia contadina la vocazione all’eresia. Questo mi dice Invelle: ritrovare il legame con quella cultura prima della distorsione, prima che fosse ridotta a simulacro per profitto di altri. Se sradicare i popoli conquistati è sempre stata la politica dei conquistatori, allora quella cultura può ancora dirci come sanare una terra guasta, una cultura col senso del limite e con la cura delle relazioni, cultura dell’interdipendenza e non del dominio degli umani sul non-umano. Possiamo guardare il presente e fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo. Certo, serve essere lucidi, non cadere in facili propositi di palingenesi; serve essere intransigenti, non confondersi con le “buone pratiche” esistenti, non lasciarsi inglobare. Dopo Le città di pianura, mi torna in mente un pensiero condiviso con altri in passato: e se l’età industriale fosse stata una parentesi, solo una grande alluvione, o inondazione? Ha spazzato via in poco tempo una civiltà millenaria, eppure ora le acque defluiscono, le fabbriche e i fabbricati restano come vuoti urbani e le macerie contadine galleggiano come relitti. In questo andare e tornare, mi domando se qualcosa di spurio possa venir fuori dai detriti. Se sia arrivato il tempo di vedere cosa emerge nel disastro. Fosse anche per caso, uno scarto. Non farsi fottere dalla nostalgia, ma trarne forza e senso. Trovare radici in un punto di fuga all’orizzonte. Perché se io ho potuto studiare, partire, è perché mia nonna e mia madre hanno lavorato col tabacco per decenni, ma mio nonno è emigrato in Svizzera e solo quando è tornato ha avuto un pezzo di terra che potesse dire sua. Scriveva Antonio Neiwiller: “È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso. […] Luoghi visibili e luoghi invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. […] Essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà solo per trovare un nuovo inizio”. (chiara romano)
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L’intellettuale equilibrista. Nicola Lagioia e la questione meridionale
(disegno di giancarlo savino) All’angolo tra corso Valdocco e via del Carmine, a Torino, si trovano le antiche caserme militari progettate e costruite a inizio Settecento da Juvarra. Da dieci anni i locali ospitano, grazie alla collaborazione tra la Città, la regione Piemonte e la Compagnia di San Paolo, un centro culturale, il Polo del ’900, che accoglie sale per dibattiti pubblici, biblioteche, rilevanti archivi storici. Soprattutto ospita le sedi o gli uffici degli istituti culturali nati nel secolo scorso, come il centro studi intitolato a Gobetti, l’Unione culturale di Antonicelli o la fondazione che porta il nome di Gramsci. Raggiungo il Polo – oggi museo d’un secolo di tradizioni politiche trascorse e chiuse in teca nel tentativo di renderle innocue – il pomeriggio di sabato 30 maggio. Qui il Lions club, l’associazione filantropica internazionale, ha organizzato la cerimonia del suo premio letterario per la migliore prefazione. È previsto il conferimento del premio a Nicola Lagioia, autore delle pagine introduttive all’ultima edizione di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. La sala è gestita da membri del Lions in pettorina gialla, in anticipo prendo posto in fondo e leggo la prefazione di Lagioia. Si tratta di un testo scorrevole, veloce, certo non impegnativo. L’autore ragiona sulla ricezione del Cristo di Levi menzionando i sentimenti di riscatto e vergogna stimolati dalle letture attraverso i decenni, ritorna sulla sparizione della civiltà contadina e insiste sul progetto di Levi, impegnato a immaginare una nuova civiltà arricchita dalla contaminazione tra culture urbane e contadine, settentrionali e meridionali; ancora, Lagioia riflette sul genere letterario sperimentato da Levi – commistione di scrittura memorialistica e finzione – e sul ruolo moderno del narratore; infine sfiora, pur senza connetterle, tematiche centrali nel Cristo come il rapporto della civiltà contadina con la morte e con i poteri statali, “l’immobilismo” del sud e la conseguente, mancata rivoluzione. Lagioia intesse nella prefazione le sue memorie d’una infanzia pugliese, non più legata al mondo contadino ma capace ancora di sentirne il sapore nelle parole e nei ricordi dei grandi. Mentre leggo, inizia la cerimonia con la diffusione degli inni nazionali, come da tradizione della associazione. Le note dell’inno indiano sono in onore dell’attuale presidente della comunità internazionale del Lions. Metà sala si alza in piedi e sullo schermo scorrono immagini da cartolina dell’India. Poi risuonano le note dell’inno europeo di Beethoven: distrattamente osservo città mitteleuropee immerse in colori di tramonto. Il terzo inno è quello di Mameli e tutta la sala s’alza in piedi, alcuni mormorano commossi le parole patriottiche e sono proiettate immagini in movimento delle frecce tricolori, aerei da guerra che sfrecciano nel cielo accompagnati dai sottotitoli con i versi nazionali. Resto seduto e mi concentro sulla prefazione. Noto l’impiego di elenchi di parole: “è un romanzo, un documento, un resoconto, un memoriale, un libro antichissimo sbocciato nel cuore della modernità”; o ancora: “il desiderio conoscitivo, la pietas, l’umiltà, la meraviglia, il bisogno di portare agli altri la sua ‘scoperta’ fanno di Carlo Levi uno ‘scrittore totale’, uno capace di caricarsi sulle spalle due secoli di tradizione letteraria europea per una buona causa”. Per quanto eleganti, mi paiono giri di frase costruiti affastellando termini che fungono da impalpabili riempitivi. Così il testo suona frusto e logoro nella sua prevedibilità. Il finale si sofferma sulla rivoluzione mancata del meridione: “Di che rivoluzione parliamo? Non sono gli ultimi a doversi dimostrare degni del paese in cui vivono, ma il contrario. Ai tempi di Cristo si è fermato a Eboli erano i contadini di Lucania. E oggi? Se avessimo il coraggio di conoscere nel profondo, un’altra volta, su quali sofferenze, ingiustizie, culture calpestate si tiene in piedi il nostro paese (per non parlare del mondo), soltanto allora avremmo la possibilità di cambiarlo. L’impresa di Carlo Levi da questo punto di vista resta un faro, e il suo metodo un esempio”. Quali siano le ingiustizie, oggi, cui fa riferimento non è dato sapere, ma resta al lettore la conclusione adornata di metafora. Sul palco si alternano intanto i coordinatori locali del Lions, il presidente della Fondazione Polo del ’900 Sinigaglia, il presidente della giuria e professore universitario Barenghi. Molti partecipanti si conoscono da tempo. Mentre sfoglio la prefazione sento l’intervento di un governatore distrettuale del Lions: «Volevo salutare, visto che abbiamo ottenuto il patrocinio della regione Piemonte, l’assessore regionale Marco Gabusi che è qui con noi. Saluto Marco perché devo confessare una cosa non nota ai molti che non sono di Canelli come noi: per la prima volta l’ho candidato io a sindaco del comune di Canelli. La sua carriera politica è cominciata per merito o per colpa mia». Gabusi è assessore ai trasporti, membro di Forza Italia, e tra il pubblico si schernisce, mette le mani avanti, ma poi interverrà per due volte. Inutile stupirsi: è un incontro di classi dirigenti liberali, piccole élite di provincia, e Lagioia offre loro l’opportunità d’ammantarsi di una posticcia aura culturale. D’altra parte, qui al Polo tutti i morti – entrambi i Levi, Calvino, Pavese, Ginzburg e altri ancora – sono mummie imbalsamate così inerti da poter essere catturate da qualsiasi funzionario riesca ad accaparrarsi un microfono. Mi sono trascinato qui per un’altra ragione: desidero comprendere il tipo di discorso declinato su Carlo Levi e sul Cristo in questo particolare momento storico e soprattutto in questa città. Allora prendo nota di un passaggio interessante dal breve dialogo tra Barenghi e Lagioia. Barenghi chiede quali sono oggi le risorse del sud. E Lagioia: «La cosa che Carlo Levi aveva capito, e che è stata a lungo fraintesa, era questa: il sud estremo, come la Lucania, non era un luogo degradato da assimilare a quello che oggi chiameremo mainstream, all’Italia ufficiale, ma era un serbatoio culturale grazie a cui il centro si sarebbe alimentato tramite la periferia, e viceversa. Per arricchirsi gli uni attraverso gli altri. Invece ho l’impressione che oggi non si parlino per due ragioni: da una parte la periferia si spopola, oppure – e questo non riguarda solo l’Italia, ma tutta l’Europa – si rifugia nel turismo. Per carità, grande risorsa…». In quel “per carità” si può scorgere un tratto peculiare di Lagioia: critico, ma fino a un certo punto; capace di sfiorare temi polemici, ma sempre attento a non turbare l’interlocutore; un tratto non estraneo, naturalmente, al suo successo di manager culturale. Continua Lagioia: «Quando il turismo diventa overtourism è abbastanza complicato mantenere la propria identità culturale, o addirittura maturarne una. Faccio l’esempio della Puglia, un posto che conosco bene: con Leogrande, prima che morisse, ragionammo in merito al boom della Puglia e della Basilicata, uscite dal loro cono d’ombra, dicendo che questi territori tutto sommato si erano abbastanza ben protetti. La Puglia non era diventata Puglia-shire come il Chianti-shire. Dopo dieci anni devo dire che non è così: una serie di borghi o sono del tutto trascurati, oppure se hanno successo – penso a Monopoli, Gallipoli – arriva un turismo che è overtourism, e che alla lunga sfigura i luoghi». Ammesso che si sia verificato un tradimento della impostazione originaria, come dunque è avvenuto? Chi sono i responsabili? Lagioia naturalmente non lo dice. Si affretta invece a concludere il ragionamento: «[Il deturpamento per eccesso di turismo] è anche quello che è successo a Matera, che è diventata capitale europea della cultura cogliendo una grande occasione di rinnovamento. Poi è diventata, però, una meta turistica e ha cessato di essere un luogo di produzione culturale. Ma questo non è colpa di nessuno, sono movimenti che non puoi respingere, ti portano un sacco di vantaggi; però è complicato, perché in alcune zone gli stessi abitanti non possono comprare casa perché i turisti nord-europei o americani fanno lievitare i prezzi e uno si ritrova spazzato fuori dalla terra in cui è nato e cresciuto e in cui i genitori avevano casa». Di nuovo, come è successo? Come Matera si è trasformata in questi anni in una scenografia simulacrale e nauseante? Lagioia rassicura: non è colpa di nessuno. Anziché vagliare le cause e indicare i responsabili, l’intellettuale neoliberale riconosce, nemmeno troppo a malincuore, che there is no alternative. Certo, è pur sempre una cerimonia per piccole, potenti lobby piemontesi. Può capitare che uno scrittore si trovi impigliato in eventi mondani e diffonda vuote sciocchezze e non v’è ragione per essere moralisti. Tuttavia credo che la prefazione a Cristo si è fermato a Eboli e le frasi proferite al Polo del ’900 definiscano il pensiero già consolidato di Lagioia in merito alla configurazione contemporanea della questione meridionale. Spesso lo scrittore si è espresso sulla possibilità di una “rivoluzione” a sud e sugli effetti del turismo. In almeno due occasioni – un articolo per Lucy sulla cultura e uno scritto per The Passenger – Lagioia ha ragionato sulla convergenza tra questi temi, mostrando le relazioni tra la “primavera pugliese” di Vendola e la svendita turistica del territorio. Lagioia ha scritto su Lucy sulla cultura questo gennaio a proposito della “primavera pugliese cominciata ufficialmente con il primo mandato di Nichi Vendola presidente della Regione nel 2005”. Ne riporto un brano: “La primavera pugliese non si può dire sia fallita, le è capitato però qualcosa di assai insidioso: è sfociata cioè in un’estate talmente torrida da rischiare di bruciare il raccolto. Il rinnovamento culturale […] rischia di trasformarsi, anni dopo, in pura attrazione turistica dove tutto è ‘cultura’ (la masticazione del panzerotto a dieci euro come rito rigenerativo […]), e una linea di pensiero mediterraneo che si proponeva come alternativa a quella dominante pare essersi interrotta, complice anche la scomparsa prematura di alcuni suoi protagonisti, penso a Franco Cassano, Guglielmo Minervini, Alessandro Leogrande. La logica delle masserie e dei bnb vestiti a calce o damascati sembra avere contagiato anche altre regioni come Sicilia e Campania – non mi pare sia avvenuto qualcosa di diverso con la ‘piccola primavera’ lucana conseguente all’elezione di Matera Capitale europea della cultura”. Ancora una volta manca un’indagine delle cause. Non credo che la morte prematura di alcuni intellettuali possa spiegare un fenomeno così complesso. Di certo Lagioia non si assume la responsabilità di menzionare i responsabili delle derive che si osservano in Puglia e Basilicata. Tanto meno ardisce a domandarsi se la “primavera pugliese” mostrasse sin dall’origine i segnali della sua evoluzione, a partire dalla qualità e dalle ambizioni della stessa dirigenza politica – quella di Vendola – che ha contribuito ad avviarla. Lagioia è ancora più cauto sul numero di The Passenger dedicato alla Puglia uscito nel giugno del 2025: “A differenza di ciò che è successo in altre regioni meridionali, la ‘primavera’ in Puglia non è regredita nell’autunno di uno scontento generalizzato, o in un inverno con poche speranze. Rischia però adesso di sfociare in un’estate troppo torrida. L’impetuosa sovraesposizione ha attirato un’attenzione (cioè un turismo) che arriva a ondate impetuose. Non è di per sé una cattiva notizia, ma è chiaro il rischio. Il turismo, nella Puglia di questi anni, non è stato semplicemente una risorsa. È stato una valanga che da qualche anno rischia di eclissare (o soffocare?) ogni altra esperienza produttiva, ogni altra fonte di ricchezza, sia economica che culturale. Se il turismo diventa l’ultima spiaggia di chi rinuncia ad altre scommesse […], allora dottor Jeckyll diventa mister Hyde e l’overtourism minaccia di uniformare tutto, e di spolpare l’osso – a lungo, per bene – prima di risputarlo a terra”. Emergono la stessa cautela, la medesima mancanza di mordente intravista oggi al Polo del ’900. Lagioia si presenta come una figura dei nostri tempi: l’intellettuale perspicace ma accorto, abile a posizionarsi sul mercato delle simbologie politiche; impegnato in tematiche d’attualità, ma in modo così blando, etereo, vago, da non pestare mai, davvero mai, i piedi ai potenti che respirano la sua stessa aria. Noto un’abitudine linguistica nell’ultimo brano citato: l’uso reiterato, e per questo inconsapevole, del termine “rischio”, sia come sostantivo che come forma verbale. Gli effetti negativi del capitalismo estrattivo sono “rischi”, ovvero fenomeni che potrebbero accadere, che pare accadano o forse accadranno. L’intellettuale timoroso vede i rischi, sommessamente ci avverte, ma riconosce anche le buone ragioni di quelle classe dirigenti che producono il disastro al fine di lucrare. Si chiude così il testo scritto per The Passenger: “Rischiamo di precipitare nel Puglia-shire, di diventare l’Eldorado pensionistico in cui legioni di facoltosi cittadini americani e cinesi (e russi, e sauditi) vorranno trascorrere nei prossimi anni la loro vecchiaia?”. Non vorrei essere frainteso. Non intendo sminuire il lavoro intellettuale di Lagioia: non credo sia ingenuo, né credo sia così impaurito dal potere come lascia intendere. L’intellettuale timoroso è in realtà una figura scaltra che gioca una strategia tutta personale, una strategia efficace, entro i meccanismi della riproduzione culturale. In caso contrario non avrebbe diretto per anni il Salone del libro di Torino, apprezzato da tutte le classi dirigenti di questa città. Forse l’intellettuale timoroso sa, conosce i nomi dei responsabili, e possiede più dati sul ruolo concreto delle élite di quanti possiamo averne noi. L’intellettuale timoroso sa, per esempio, che il promotore della candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019 fu Paolo Verri, liberale torinese (appunto) e già direttore del Salone del libro negli anni Novanta. Sa che Verri prepara da anni la stessa operazione su Torino affinché divenga capitale europea della cultura nel 2033. Credo che conosca i “rischi” di tale candidatura, può certo prevedere gli effetti di un’eventuale vittoria e il ciclo di angherie e di espulsioni che si abbatterà su Porta Palazzo, area urbana che accoglierà gli eventi di Torino 2033. Certo l’intellettuale timoroso sa che il braccio destro di Verri a Matera 2019 era Agostino Riitano, poi direttore di Procida capitale italiana della cultura e adesso coordinatore della candidatura di Torino per il 2033. L’intellettuale timoroso potrebbe avvertirci dei pericoli che corriamo e con agio potrebbe indicare i responsabili, ma – ormai sarà chiaro a chi legge – non lo farà. (francesco migliaccio)
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A chi appartiene il 25 aprile? Costruire resistenze lungo la linea del colore.
(foto dall’archivio napolimonitor) Il fascismo, in Italia e in Europa, non si manifesta oggi solo nella presenza di gruppi che riferiscono esplicitamente al suo impianto ideologico, nel dilagante razzismo e nel nazionalismo estremo, ma anche nell’aperta ostilità verso le istituzioni democratiche, espressa persino da chi le rappresenta, nella gerarchizzazione militare della società, nelle legislazioni suprematiste e segregazioniste, proposte in considerazione di una presunta necessità di “sicurezza”. Oggi che il genocidio in Palestina ha svelato definitivamente le direttrici su cui si muove la politica interna ed esterna dell’entità sionista, potremmo parlare di “israelizzazione” del sistema democratico occidentale, l’adozione, a diversi livelli, di quelle pratiche militari, violente, fasciste e coloniali, per il controllo e la repressione con cui lo stato ebraico governa la sua occupazione della Palestina. In Italia il neofascismo istituzionale si concretizza nei tentativi di riabilitare il Ventennio, arrivando persino a presentare i partigiani come criminali e i fascisti come vittime. Associare i resistenti al terrorismo, così come avviene in Palestina e in tanti altri luoghi del mondo, non è un processo dissimile dalla criminalizzazione occidentale di chi si oppone, con modalità differenti tra loro, a guerra, repressione e dispositivi “di sicurezza”. Questa criminalizzazione dell’oppositore è associata infatti a sua volta alla normalizzazione della repressione sulla base di un diritto sempre più simile a quello militare, e in tante parti del mondo alla tortura, all’omicidio di Stato, al genocidio. Si normalizza la violazione della legge internazionale, dei diritti umani, degli accordi e delle tregue. Si normalizza il massacro di interi popoli per le necessità di espansione e sfruttamento di uomini e risorse del sistema tardocapitalista, per spingere la produzione militare, per l’ottenimento del potere e la depredazione di risorse. Oggi è chiaro a tutti che la modalità di sopravvivenza individuata da questo sistema fondato su oppressione e sfruttamento, guidato da Stati Uniti e Israele, è la totalizzazione di guerra e distruzione, utilizzando nei confini interni il governo fascista della repressione. In Occidente tutto ciò si manifesta con il vertiginoso riarmo, con lo scientifico utilizzo di miseria e carovita, devastazione ambientale, sfruttamento delle risorse naturali, progressiva eliminazione dei diritti più elementari, razzializzazione dei rapporti sociali. È il fascismo dei decreti sicurezza, delle norme contro i lavoratori e gli scioperi, del controllo capillare sui luoghi di produzione, del sistematico aggiramento dei salari minimi, della negazione dei diritti: la sanità, l’istruzione, e in fin dei conti un intero sistema di welfare. In altri luoghi del mondo è invece guerra aperta, è distruzione e genocidio, sono nuove ondate di colonialismo diretto, di appropriazione sanguinosa di terre, risorse, e strategiche vie di comunicazione – dalla Palestina a Cuba, dal Venezuela all’Iran e al Libano – in una escalation che non ha conosciuto tanta distruzione e violenza diffusa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Resistere a tutto ciò, riconoscendo il filo che muove politiche solo apparentemente diverse dentro e fuori i confini, è nostro dovere, e in questo senso la lotta di liberazione palestinese diventa più che un esempio un paradigma, un rifiuto di soccombere, semplicemente ricordando di essere umani. La lotta del popolo palestinese, insieme a quelle delle differenti e altrettanto complesse resistenze libanesi, yemenite, iraniane e cubane, è un appello a non arrendersi e a non abdicare alla macchina infernale capitalista e coloniale, che spinge guerra e genocidio anche verso i nostri confini. Il 25 aprile ha rappresentato per l’Italia il punto di arrivo di una resistenza armata, popolare e di classe, per la liberazione dall’occupante nazista, contro il fascismo e contro il preciso mandato che Mussolini e i suoi avevano ricevuto dal grande capitale nazionale. La lotta partigiana italiana è stata però anche parte di resistenze europee che avevano messo fine a un sistema di occupazione e dominio, corresponsabili di uno dei più atroci genocidi della storia, rivendicando la libertà di tutti i popoli oppressi. Di lì a poco, le lotte anticoloniali da tempo in atto ci avrebbero mostrato la determinazione dei resistenti nelle lotte di liberazione e autodeterminazione al di fuori dell’Europa, dall’Algeria al Vietnam, percorsi tortuosi e complessi che non si possono semplificare, rischiando di prestare il fianco a chi prova a neutralizzare la carica esplosiva che queste lotte portano ancora oggi con sé. Abbiamo imparato in Italia a riconoscere chi si appropria di una storia non sua per rileggerla, passo dopo passo, a proprio piacimento. Se da un lato il fronte politico più becero e reazionario, peraltro oggi alla guida del paese, infanga esplicitamente la lotta partigiana, dall’altro scendono in piazza per il 25 aprile, oggi, persino forze che quotidianamente, più o meno esplicitamente, appoggiano il dominio coloniale sui territori in oppressione. A Roma e a Milano, da tempo, ambienti filosionisti referenti privilegiati di forze di governo e di opposizione enfatizzano il ruolo che la Brigata Ebraica avrebbe avuto nella Liberazione, oscurando la sua funzione di copertura di organizzazioni terroristiche sioniste, con l’Haganah in prima fila, addestrate e armate non per combattere il nazifascismo, ma per fondare lo Stato di Israele, mettendo in atto la pulizia etnica dei palestinesi. Organizzazioni, quelle sì, terroristiche e coloniali, vengono ritratte come forze antifasciste per legittimare il sionismo, la tortura sistematica dentro e fuori le carceri, le esecuzioni sommarie e i massacri di civili, la distruzione di abitazioni, ospedali, luoghi di culto, scuole e università, una violenza genocida che oggi si cerca di imporre come fondamenta dell’ordine globale. Ma la Resistenza, e le resistenze, appartengono a chi lotta ancora contro il fascismo, la guerra e il genocidio, lo sfruttamento e l’oppressione, a chi non si rassegna ad abbandonare la propria terra, per la liberazione di tutti i popoli e di tutte le classi oppresse. È la forza di chi si oppone all’avanzamento della barbarie, di un sistema al cui vertice ci sono, certo, gli autocrati e i “re”, ma il cui presupposto sono le classi dirigenti economiche e politiche, di sovranisti e di liberali, di partiti di governo e di opposizione, del grande capitale e dei suoi lacchè. La linea coloniale e del colore non divide oggi solo Occidente e Sud del mondo, ma taglia lo stesso mondo occidentale, attraversa le metropoli e le loro periferie, congiungendosi, mai forse così evidentemente, con la linea dell’oppressione e dello sfruttamento. A partire da qui noi vogliamo oggi costruire la nostra Resistenza. (maisaa hassan)
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