(disegno di otarebill)
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
Nel lessico tecnico del settore immobiliare e negli studi
urbani, coliving e student housing identificano una nuova tipologia di strutture
residenziali su larga scala che negli ultimi anni si sono moltiplicate nei
contesti urbani. Si tratta di edifici dalla natura ibrida e sfuggente, che si
sottraggono alle classificazioni abitative consolidate: presentano
caratteristiche alberghiere (servizi, reception, pulizie, piattaforma di
prenotazione), ma ospitano residenze a medio-lungo termine; offrono soluzioni
per studenti e studentesse ma accolgono anche professionisti; propongono stanze
private ma gestiscono anche spazi collettivi. Questa ambiguità rappresenta
precisamente la strategia di questi operatori, che si posizionano in una zona
grigia tra ricettivo, housing e workspace per massimizzare flessibilità e
ricavi.
Modelli di questo tipo si inseriscono nelle crepe di un sistema abitativo sempre
più deregolamentato, in cui l’offerta residenziale è insufficiente e i prezzi
risultano insostenibili rispetto ai redditi medi (spesso inferiori ai duemila
euro mensili, secondo i dati Istat). Il coliving propone formule “all
inclusive”: una stanza privata che va dai dieci fino ai trentacinque mq con
servizi condivisi come cucine, coworking, lavanderia, palestra e area lounge,
oltre che eventi programmati. Questo modello contribuisce a rafforzare una
concezione della casa come servizio a pagamento, piuttosto che come bene
primario, stabile e tutelato. Difatti, se si osservano le strategie di marketing
e la narrazione commerciale dei gestori si può notare come venga esaltata la
flessibilità, la temporaneità e la creazione di community, arrivando a
trasformare anche il bisogno di socialità in un servizio incorporato nel
pacchetto a pagamento.
L’analisi dei dati sugli investimenti in questo settore, nel primo semestre
2025, offre una chiave di lettura emblematica delle dinamiche che stanno
ridefinendo il paesaggio di moltissime città italiane. Secondo Savills –
un’importante società britannica di servizi immobiliari – il settore
del living in Italia ha registrato un aumento del 118% solamente nell’ultimo
anno, con 670 milioni di euro investiti. Questa esplosione di investimenti si
concentra in cinque città italiane – Milano, Roma, Firenze, Bologna e Torino –
che rappresentano “poli di attrazione” per capitali nazionali e internazionali.
Queste città condividono alcune caratteristiche strutturali: innanzitutto una
forte presenza universitaria, un’elevata attrattività turistica, sono centri
direzionali e presentano mercati immobiliari sotto pressione, caratterizzati da
un vertiginoso aumento dei prezzi. Tuttavia, se guardiamo online l’offerta di
alcuni operatori commerciali, possiamo notare un’espansione anche in città più
piccole ma di grande attrattività universitaria e turistica: Padova, Matera,
Palermo, eccetera.
La crescita degli investimenti nel settore abitativo non è casuale, si tratta di
un vero e proprio boom speculativo che conferma che la casa non è più
prioritariamente un bene d’uso ma un asset class da cui estrarre rendite
crescenti. Questa crescita, afferma sempre Savills nel rapporto “Italian student
housing market”, è trainata soprattutto dagli studentati privati. La società di
consulenza e investimento immobiliare evidenzia che, poiché l’offerta privata in
Italia copre appena il 4% della domanda proveniente dalla popolazione
studentesca, il settore presenta ancora un forte potenziale di crescita per gli
investitori. Attualmente il 31% dei posti letto complessivi è gestito da
operatori privati, una quota cresciuta di oltre dieci punti percentuali in soli
quattro anni. Il report segnala inoltre che sono previsti venticinquemila nuovi
posti letto entro il 2027.
Il fatto che le città italiane vengano segnalate come poli di attrazione, con
domanda in aumento e “canoni competitivi rispetto alle principali capitali
europee”, ci fa intendere che c’è ancora margine di crescita degli affitti e dei
prezzi delle case. In altre parole, gli investitori vedono in Italia un mercato
in cui i rendimenti possono aumentare ulteriormente. Un altro dato preoccupante
riguarda gli student housing professionali, ovvero i cosiddetti “studentati di
lusso”, che stanno crescendo perché, come in altri ambiti delle politiche
abitative, lo Stato ha progressivamente abbandonato il suo ruolo di garante del
diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da
operatori privati.
MEMBRI, NON INQUILINI
Questa tipologia di complessi residenziali prolifera già da diversi anni in
molte città. I principali gestori sono: The Social Hub, società olandese;
aparto, che fa capo al gruppo Hines; Collegiate, di origine britannica; Camplus,
società italiana; Yugo, compagnia globale di student housing con sede principale
negli Stati Uniti; Joivi, prima piattaforma europea di coliving, micro-living e
student housing, nata dalla fusione di DoveVivo con altre società del settore.
Quest’ultima, in forte espansione, gestisce oltre 2.500 abitazioni in sei paesi
europei, con una crescita dei ricavi tra 2021 e 2023 del 70% in Italia e del
140% all’estero.
Queste società hanno diffuso un nuovo modello abitativo che sembra esclusivo, ma
in realtà è molto standardizzato: stanze o micro-appartamenti di pochi metri
quadrati con bagno privato, arredi di design, palestra e piscina sul tetto,
coworking, verde verticale, lavanderia e una serie di servizi riservati ai
residenti e abbonati. A essere esclusivi, tuttavia, sono soprattutto i canoni
mensili, che oscillano tra i mille e i tremila euro, a seconda della soluzione
scelta e delle eventuali convenzioni universitarie, ma in assenza di qualunque
reale tutela per chi vi abita.
A Roma, per esempio, il modello del coliving e degli studentati privati sta
iniziando a consolidarsi solo recentemente, ma con una velocità impressionante.
Il caso più visibile è The Social Hub, inaugurato nel 2025 nell’area dell’ex
Dogana a San Lorenzo. Chi guida sulla tangenziale est o arriva in treno a
Termini non può non notare la nuova mega-struttura: ventiquattromila mq
riconvertiti in residenza ibrida con camere, coworking, palestra e servizi,
venduti come “esperienza abitativa” a tariffe superiori ai duemila euro al mese.
L’immobile era di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti e, secondo un’inchiesta
di Irpimedia, è stato ceduto al gruppo olandese TSH a un prezzo di gran lunga
inferiore al valore di mercato, evidenziando ancora una volta come il patrimonio
pubblico alimenti la rendita privata.
The Social Hub è arrivato in Italia nel 2018, aprendo la sua prima sede in via
Lavagnini a Firenze, quando ancora operava sotto il brand The Student Hotel. Il
cambio nome ha segnato anche un cambiamento nella strategia aziendale: dalle
residenze pensate principalmente per studenti a un modello ibrido rivolto a
un’utenza mista, inclusi turisti, nomadi digitali e professionisti in soggiorno
temporaneo. Oggi The Social Hub gestisce quattro strutture in Italia, tra Roma,
Firenze e Bologna, e ha già annunciato una prossima apertura a Torino.
Attraverso un’analisi dei prezzi svolta sulla piattaforma online, constatiamo
che un soggiorno medio-lungo si aggira mediamente intorno agli ottanta euro a
notte, superando facilmente canoni di duemila euro al mese per una stanza di
circa trenta mq con bagno privato e, in alcuni casi, angolo cottura. Si tratta
di un’offerta completamente gestita secondo il modello alberghiero, con servizi
condivisi che trasformano l’alloggio in un prodotto esperienziale più che in
un’abitazione stabile. Queste strutture includono sempre spazi semipubblici –
uffici e coworking accessibili tramite abbonamento mensile e aperti h24 e sette
giorni su sette, oppure bar e ristoranti interni – e spazi dichiarati pubblici,
come terrazze o giardini, attraversabili anche da chi non risiede nella
struttura.
Gli abbonati ai servizi vengono tutti definiti member della community, e si
hanno dei badge per accedere nei vari ambienti della struttura. In questo
modello abitativo, si perde persino l’identità di inquilino o inquilina: non si
è più residenti con diritti specifici, ma “membri” di una struttura, dove
l’abitare viene trasformato in un prodotto commerciale. Non è un caso che, da
qualche anno, non è possibile soggiornare per oltre dieci mesi nella stessa
struttura, costringendo così a un nomadismo forzato anche chi vuole
stabilizzarsi per più tempo.
Accanto a TSH operano altri attori come Camplus, che gestisce vari studentati in
tutta Italia. A Roma, per esempio, a Pietralata, quartiere dove è in progetto
anche la costruzione del nuovo stadio, gli alloggi studenteschi hanno rette che
vanno dai 14 mila euro per stanze doppie ai 16.500 euro l’anno per stanze
singole, includendo diversi servizi. Le strutture hanno posti anche per viaggi e
trasferte di lavoro, con prezzi tra i novanta e oltre duecento euro a notte per
soggiorni medio-brevi. I costi variano in base alle convenzioni con aziende e
università, una logica che consente a queste strutture di consolidare il modello
di partenariato pubblico-privato. Questo sistema di accordi serve a legittimare
la struttura come servizio di pubblica utilità, facilitandone l’accesso a fondi
pubblici, agevolazioni fiscali e concessioni edilizie, pur mantenendo una
gestione orientata al profitto.
Lo stesso meccanismo riguarda il progetto da cinquantasette anni di concessione
nell’area degli ex Mercati Generali, realizzato dal fondo Hines, che ha come
partner anche la compagnia israeliana Menora Mivtachim con interessi immobiliari
in Cisgiordania. L’opera è stata giudicata di “pubblica utilità”, ma replica il
solito modello ibrido: oltre duemila posti letto, di cui appena un quarto a
canone cosiddetto “calmierato”, che comunque resterà allineato ai prezzi del
mercato privato, vanificando qualsiasi reale funzione sociale. In questa zona si
è attivato un ampio fronte di cittadini/e, realtà locali, organizzazioni
studentesche e movimenti che chiedono trasparenza sul progetto e un reale
coinvolgimento della comunità. Tra le richieste principali: più verde pubblico e
la tutela dell’area rinaturalizzata esistente, che ospita un ecosistema urbano a
rischio di cancellazione definitiva.
Dinamiche simili si registrano in altre zone della città. A largo Preneste,
nell’area dell’ex Snia Viscosa, il costruttore Pulcini progetta uno studentato
che, secondo i comitati di quartiere, cancellerebbe uno dei pochi spazi verdi
rinaturalizzati della zona. Poco distante, l’ex cinema Impero è destinato a
essere convertito in un altro studentato con funzione residenziale di fascia
alta, che poco sembra rispondere alle esigenze abitative del territorio.
Rimanendo nello stesso quadrante geografico, a Casal Bertone, vicino alla
stazione Tiburtina, è stata recentemente cementificata una falda acquifera in
via Giuseppe Partini per costruire uno studentato privato di ottomila mq con 270
stanze, situato tra l’hub logistico di Amazon e lo spazio sociale Strike. L’area
di venticinquemila mq è stata acquisita dal fondo statunitense Barings tramite
un’operazione immobiliare curata da Savills SGR, dopo l’acquisizione dal
precedente proprietario, il gruppo BNP Paribas.
Infine, ma non ultimo, c’è il Museo della Scienza, previsto negli spazi delle ex
caserme di via Guido Reni, nel quartiere Flaminio. L’intervento, realizzato da
Cassa Depositi e Prestiti Real Asset SGR in partnership con soggetti privati,
combina la funzione museale con una nuova edificazione di residenze e funzioni
private, affiancate da spazi pubblici. Un modello che, pur promettendo
rigenerazione, nasconde dietro l’interesse pubblico interessi di valorizzazione
immobiliare.
SOLDI PUBBLICI, PROFITTI PRIVATI
Ormai da diversi decenni, numerose amministrazioni locali, al di là delle
differenze ideologiche e di bandiera partitica, hanno progressivamente adottato
strategie di gestione urbana ispirate a logiche neoliberiste, fondate sulla
ricerca di capitale e visibilità internazionale. Tali strategie hanno favorito
l’emergere di processi di gentrificazione, turistificazione e finanziarizzazione
dello spazio urbano. Questo paradigma di governo della città, consolidatosi da
oltre tre decenni, è quello che David Harvey definisce “imprenditorialismo
urbano”. Esso si basa su alcuni pilastri: il ricorso sistematico al partenariato
pubblico-privato, in cui le amministrazioni locali mettono a disposizione
risorse e garanzie mentre i profitti ricadono sui soggetti privati; la natura
fortemente speculativa dei progetti, con il rischio finanziario spesso scaricato
sul settore pubblico. Un esempio attuale è quello dei fondi Pnrr: circa 960
milioni di euro vengono destinati alla rigenerazione urbana e allo student
housing, ma i profitti generati da tali interventi restano in larga parte nelle
mani degli operatori privati.
Altro elemento centrale di questo modello è la competizione tra città su scala
globale, non più nazionale. Le amministrazioni puntano su grandi opere,
rigenerazioni urbane di forte impatto simbolico, musei, infrastrutture e
mega-eventi, con l’obiettivo di attrarre turisti, consumatori, investitori e
capitali internazionali. Esempi emblematici ne sono Expo, Olimpiadi e grandi
manifestazioni sportive, utilizzate come strumenti di marketing territoriale e
leve per mobilitare investimenti privati.
A essere oggetto di speculazione (mascherata da riqualificazione) sono spesso
spazi abbandonati, ex stabili industriali – molti dei quali occupati, recuperati
e fatti vivere per anni da movimenti sociali – oppure territori rinaturalizzati
trattati come “vuoti urbani”. In realtà, queste aree vengono acquisite per lo
più a prezzi irrisori e, grazie a varianti urbanistiche concesse con
disinvoltura dalle amministrazioni pubbliche, trasformate in asset immobiliari
ad alta redditività per fondi di investimento e società finanziarie.
Governance urbane dipendenti dalla logica della rendita, costruite intorno alla
monocultura turistica e prive di risorse pubbliche, finiscono per essere
ostaggio di fondi e operatori stranieri. Questi ultimi si presentano come
soluzione al problema alloggiativo, ma il loro unico obiettivo è massimizzare i
rendimenti, non certo risolvere il problema abitativo di migliaia di persone.
Cosa rende questo mercato così sicuro per gli investitori stranieri? Anzitutto
gli incentivi fiscali e finanziari, come Iva o Imu ridotte, detassazione dei
canoni calmierati e accesso al credito a tassi agevolati. A questo si aggiunge
la deroga urbanistica: il privato presenta un progetto
che apparentemente includerebbe aree verdi (che poi si traducono in giardino
verticale), spazi pubblici (che sono a pagamento) e una quota di alloggi a
prezzi calmierati (che risultano comunque prezzi di mercato); il Comune lo
dichiara di “pubblica utilità” e l’intervento viene approvato in deroga. In
questo modo, senza una variante formale al piano urbanistico, è possibile
costruire più rapidamente, modificare gli usi e aumentare le volumetrie.
Siamo arrivati a un punto di non ritorno in cui è fondamentale fermarsi e
interrogarsi: che tipo di città si sta costruendo? E soprattutto: cosa possiamo
fare concretamente per contrastare questi processi che trasformano i nostri
quartieri in enclave esclusive ed escludenti?
In tutta Europa, molti comitati di quartiere, organizzazioni e movimenti per il
diritto all’abitare stanno avanzando proposte e provando a orientare le
politiche di tantissime amministrazioni locali. Una via d’uscita non può basarsi
su una sola misura, ma richiede un insieme coordinato di interventi capaci di
agire su più livelli. È ormai evidente che va ridotto il potere delle
piattaforme come Airbnb e va disciplinato il mercato degli affitti brevi, che
sottrae stock abitativo alla residenza stabile. Ma intervenire solo su quel
segmento non basta, serve anche una regolamentazione del mercato degli affitti a
lungo termine, oggi lasciato alle sole logiche della rendita e della
contrattazione individuale. È necessario, inoltre, porre un freno ai cambi d’uso
e alle varianti urbanistiche concesse con troppa facilità alle società di
investimento immobiliari, strumenti attraverso cui il patrimonio abitativo viene
sistematicamente sottratto alla sua funzione sociale per essere trasformato in
merce finanziaria. È necessario, quindi, introdurre un vincolo nazionale che
impedisca varianti urbanistiche prive di comprovato interesse pubblico e non
deliberate attraverso processi partecipativi reali – come già richiesto a
Firenze con due referendum consultivi dal basso su temi urbanistici.
Un’altra misura chiave è la tassazione degli immobili vuoti, per contrastare la
rendita speculativa e ridurre il rent gap, cioè la differenza tra quanto un
immobile vale oggi e quanto potrebbe rendere se riqualificato e rimesso a
valore. Il vuoto urbano, cioè edifici lasciati inutilizzati, abbandonati o
tenuti sfitti, non è quasi mai una semplice conseguenza del caso o della
disattenzione. Spesso è una strategia funzionale alla speculazione immobiliare,
perché mantenere spazi vuoti permette agli investitori di acquistare l’area con
pochi capitali, aspettare piani di riqualificazione pubblica e far salire il
valore dell’area. Non è un caso che queste strutture spesso nascono in aree in
cui erano presenti attività produttive, e in quartieri popolari e operai che
vengono riqualificati e gentrificati. Per questo motivo si chiede di tassare il
vuoto, così da evitare che l’inutilizzo diventi una forma di profitto. Allo
stesso tempo, le occupazioni andrebbero decriminalizzate perché sono una
risposta sociale: restituiscono vita agli edifici e danno accoglienza a chi ne
ha bisogno.
In Italia esistono quasi nove milioni di abitazioni sfitte, un dato che mostra
con chiarezza la contraddizione strutturale del nostro mercato: non mancano le
case, manca la possibilità di abitarle. Chi vive nei quartieri non ha bisogno di
queste strutture di coliving; le studentesse e gli studenti vogliono pagare meno
di quanto chiedono i nuovi studentati privati e desiderano vivere i servizi e la
vita dei territori, non chiudersi dentro edifici pensati come spazi
autosufficienti, in cui paghi anche la socialità. (chiara davoli)
Tag - italia
(disegno di Otarebill)
Sarà presentato martedì 27 gennaio, alle 17:30 nella redazione di Napoli Monitor
(via Broggia, 11), il numero 15 de Lo stato delle città (a questo link indice e
punti di distribuzione a Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino e nelle prossime
settimane in altre città).
Tra gli articoli della rivista c’è Voglia di uccidere, di Maurizio Braucci, che
riproponiamo oggi ai nostri lettori.
* * *
Giovani che uccidono altri giovani, spesso con pistole, altrimenti con coltelli.
È un tema, quello della morte per futili motivi, che sembra non interessare
l’opinione pubblica se non per l’arco di un momento: quello dell’ennesima
vittima. Ogni dibattito che nel corso degli ultimi anni è seguito alle tragiche
vicende di giovani uccisi per un litigio, si è sempre ridotto a discorsi sulla
sicurezza e sulla certezza delle pene. Francesco Pio Maimone, Santo Romano,
Gianbattista Cutolo, Emanuele Tufano e Pasquale Nappo, sono tra gli altri nomi
di giovani uccisi a Napoli e provincia. In altre provincie del sud le pistole
hanno sparato in situazioni che in passato sarebbero esplose con una violenza
non armata. E quindi, perché tante armi e tanto desiderio di uccidere? La
profezia di un poeta e il film di un grande regista possono aiutarci a
rispondere. La prima riguarda l’intervista che Pier Paolo Pasolini, nel suo
ultimo giorno di vita, concesse a Furio Colombo, in cui parla dell’Italia del
1975: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli
sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe
anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io
le pecore nere”.
I più meticolosi leggono in questa dichiarazione il resoconto di un momento
storico dove il conflitto ideologico, tra ricchi e poveri, tra destra e
sinistra, era talmente acceso che dalla rivalità si era passati alla guerra
nelle strade. Ma se intendiamo la storia come un’eco del passato che arriva fino
a noi, in questo allarme di Pasolini non possiamo non scorgere qualcosa che
riguarda il nostro presente, impoverito ancora di più da contenuti violenti e
narcisistici lì dove prima erano ideologici. Oggi non potremmo dire che è
all’interno di dinamiche di lotta di classe che dei ragazzi incensurati muoiono
a causa delle armi da fuoco e altri vengono condannati a pene più lunghe dei
loro anni. Ma dovremmo specificare che si tratta di conflitti intraclassisti,
che scoppiano tra persone appartenenti alla stessa dimensione sociale, e questo
per effetto della trasformazione della lotta tra le classi in lotta di classe
unilaterale, cioè da parte dei ricchi contro i poveri, come aveva scritto il
compianto Goffredo Fofi pochi anni fa. In pratica i più poveri si fanno la
guerra tra loro, per effetto di un’implosione disperata dei diritti e delle
opportunità, oppure, aggiungo io, la fanno contro i ceti che sono potenzialmente
dei loro alleati: quella classe media con cui ancora possono avere dei contatti
sociali e che riconoscono come diversa da loro eppure ancora eguale a loro, in
una specie di competizione tra disperati e omologati, dove l’omologazione è
diventata l’unica via di adesione ai modelli del consumo. Quando, nell’agosto
del 2023, fu ucciso Gianbattista Cutolo, ventiquattrenne musicista napoletano,
scrissi una lettera aperta al suo giovanissimo assassino, spiegando che aveva
sparato contro un ragazzo che abitava a pochi passi da casa sua, un futuro
lavoratore intellettuale proveniente da una condizione sociale più agiata ma non
contrapposta alla sua. In pratica, aveva ucciso un alleato e non un rivale. Lo
stesso si può dire per i tre omicidi avvenuti a Monreale, ad aprile del 2025,
dove un diciannovenne della periferia palermitana, si è armato per punire un
rimprovero subìto da alcuni giovani operai del posto, cioè degli sfruttati.
Nello stesso periodo, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, ho
realizzato un cortometraggio sul tipo degli spot sociali, a metà tra finzione e
documentario. Ho intervistato due ragazzi e una ragazza che raccontavano perché,
secondo loro, le morti per futili motivi sono in aumento, e le spiegazioni sono
state semplici: procurarsi una pistola è diventato molto facile, e si va in giro
armati perché si pensa che anche gli altri siano armati. Mi sembra un circolo
vizioso: le armi in mano ai più giovani aumentano perché sono aumentate le armi;
il fatto che le armi siano aumentate fa temere per la propria vita e quindi ci
si arma. Ma la leva della paura e l’aumento degli armamenti, non sono forse i
punti forti dei partiti di destra che hanno preso potere in molti paesi del
mondo?
L’altro spunto di analisi è quello offerto dal film The Funeral (Fratelli in
italiano, 1996) di Abel Ferrara, scritto da Nicholas St. John. Qui un mafioso,
Ray Tempio, cerca l’autore del misterioso assassinio del suo giovane fratello,
Johnny, e lo trova in un semplice bulletto che prima si difende dicendo di
averlo ucciso perché il giovane aveva violentato la sua ragazza e infine
confessa che lo ha fatto solo perché era stato picchiato da lui davanti alla
propria fidanzata. Queste le parole di Ray prima di vendicarsi: “Tu pensi che
meriti di vivere dopo che hai ucciso un uomo? Puoi continuare a vivere in pace
con la tua coscienza? Una volta che punti una pistola non c’è più modo di
tornare indietro. Mia moglie, che non ti conosce, mi ha pregato di risparmiare
la tua vita, di lasciare che sia Dio a punirti e di tenere le mie mani pulite.
Se Johnny avesse violentato la tua ragazza, per il suo bene, io ti avrei
risparmiato. Ma tu hai agito solo per rabbia, tu sei pericoloso. Tu non hai
rispetto per la vita della gente, non c’è posto per uno come te nella società e
il carcere è una cortesia che non meriti. Io non vedo altra scelta per me”.
Sono le parole di un gangster che sente la legge del crimine come non sottratta
a quella di Dio, e che crede di affermare un senso di giustizia anche se
attraverso la violenza. Queste due citazioni dovrebbero farci riflettere sul
fatto che esistono sicuramente ragioni sociali intorno all’aumento della
violenza armata tra i giovani, ma allo stesso tempo la gratuità di questi
fenomeni racconta anche della loro gravità amorale. Un altro grande poeta,
William Wordsworth, ha scritto che “il bambino è il padre dell’uomo”, e se dei
ragazzini agiscono distruggendo le proprie e altrui vite per non altro che
rabbia, vuol dire che non solo il presente ma anche il futuro sono macchiati di
sangue versato per stupidità ed esaltazione. Ma guardando agli adulti, io sento
che tra il genocidio di Gaza, che ha mostrato la perdita di ogni rispetto verso
la vita dei bambini, e l’assuefazione che in troppi hanno verso la morte
gratuita dei giovani intorno a loro, c’è una continuità. Il conformismo che
regola gran parte dei discorsi mediatici a riguardo dovrebbe farci temere di
diventare complici di quelli che pure percepiamo come gesti crudeli, se ci
affidiamo allo scetticismo di non poter far altro che restare a guardare.
Provocare chi non crede che tutto questo si possa cambiare, è non solo un dovere
ma un diritto dell’intelligenza umana. I giovani custodiscono le possibilità
future di abituarsi al male oppure di rifiutarlo. E noi tutti siamo moralmente
morti se non crediamo che dire “basta” abbia ancora un senso. Le parole della
madre di Pasquale Nappo, il diciottenne ucciso a novembre scorso a Boscoreale,
sono una terribile sintesi di tutto questo: “Credo sia stato un errore, una
fatalità nella quale mio figlio non c’entrava nulla. Quando ho sentito di casi
del genere in televisione, non avrei mai creduto che sarebbe potuto succedere a
me”. Pasolini aggiungeva, nell’intervista che ho citato, che “l’inferno sta
salendo da voi”, ma se questo è vero, dobbiamo chiederci cosa non impedisce e
non previene questa salita.
Un altro grande artista, il regista Vittorio De Seta, mi raccontò con una
metafora quello che lui pensava del male, dopo che la sua compagna e
collaboratrice Vera Gherarducci era morta a causa di una leucemia. Da questa
drammatica esperienza aveva capito che, come nel caso della leucemia, quando i
globuli rossi si abbassano perché il midollo osseo non ne produce più, nella
società il male aumenta anche per effetto della diminuzione del bene, e il male
diventa impazzito, delirante e autodistruttivo, appunto perché non ha più
antagonismi. Mi è sempre sembrata una metafora chiarissima nella sua semplicità.
(disegno di ottoeffe)
Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila
dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo
aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e
sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale.
La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di
attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in
due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da
persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati;
affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”,
solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri.
La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla
procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour,
restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e
Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra
la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte
di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la
fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si
sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh.
Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti
i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano
disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi
indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in
aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si
limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze.
RESISTENZA E TERRORISMO
Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di
condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco
conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è
maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in
questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma
di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi
forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia
terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno
depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi.
Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le
convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata,
quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante.
Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di
violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella
popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non
sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di
cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di
mira obiettivi non militari.
Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il
centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare
come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem,
abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si
è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il
geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i
trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un
territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso
della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si
staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben
leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei
ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e
brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da
essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden.
Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha
ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la
quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e
comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari
continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già
annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione?
CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH?
Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura
politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati
per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con
finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano.
Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire
la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha
dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che,
tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un
problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza».
L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro
unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo
Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella
resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte,
d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione
scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il
rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire
nelle carceri israeliane.
Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli
apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre
verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri
locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia
difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è
riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con
la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si
professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in
collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché
spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui
lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con
maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante,
ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo,
indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando
come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre
alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana.
Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un
costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del
telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità
israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi
componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto
con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto
internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al
mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da
Israele in Cisgiordania.
Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è
quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan
continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello.
Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti
contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico
Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno
segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia
non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e
condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho
fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel
nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la
Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza
così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto,
e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la
giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena».
(francesca di egidio)
(disegno di ottoeffe)
Mentre il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia, Mohamed Hannoun, è
rinchiuso in una cella del carcere di Genova, privato del diritto di replica, le
pagine dei principali quotidiani italiani forniscono ricostruzioni poliziesche e
giudiziarie, frammenti di intercettazioni telefoniche e ambientali, cenni alla
biografia dell’indiziato, fino a ieri semisconosciuto.
Partiamo da queste ultime. Chi è Mohamed Hannoun? “Un architetto di 63 anni,
cittadino giordano ma residente in Italia sin dal 1983, anno in cui si stabilì a
Genova”, scrive la redazione online di Rainews24. “L’imam di Genova che stava
per trasferirsi in Turchia”, secondo La Stampa, che però attribuisce ad Hannoun
la cittadinanza palestinese. Ci pensa la redazione del Post a chiarire:
“Mohammad Hannoun è palestinese, ma ha anche la cittadinanza giordana”. Curioso
profilo, adeguato alla tempesta mediatica scatenata ai danni non certo del solo
Hannoun, ma dell’intero movimento di solidarietà con la Palestina. Un
binazionale arabo, forse imam, che aspira a diventare turco, al centro di una
rete transnazionale che invia denaro ad Hamas, appendice palestinese della
fratellanza musulmana: quanto basta per sfamare l’immaginario orientalista e
islamofobo che ha oggi come funzione principale quella di “strutturare i
nazionalismi europei” più retrivi e aggressivi, per dirla con Enzo Traverso. Uno
sguardo che si innesta paradossalmente sulle classiche strutture idealtipiche
dell’antisemitismo ottocentesco. Quelle dell’ebreo errante e del pericolo di
sovversione giudeo-bolscevica, oggi tradotto con il termine
francese islamo-gauchisme, rilevabile nelle teorie della procura genovese,
secondo la quale esisterebbe il pericolo di una connessione tra i No Tav
valsusini e Gaza, via Genova e la sua moschea. Ancora La Stampa sottolinea come
la “pro-pal Angela Lano”, che figura tra gli indiziati nell’inchiesta, sia
laureata in letteratura araba e sia un’esperta di Islam – avrebbe addirittura
“aggiornato il grande dizionario enciclopedico della Utet per le voci
letteratura araba e letteratura persiana”, nel 1996, e quello di Repubblica, nel
2003, mentre il figlio distribuiva volantini contro la costruzione del treno ad
alta velocità Torino-Lione.
Ma torniamo ad Hannoun. Essere un cittadino palestinese-giordano, classe 1962,
vuol dire una sola cosa: essere nato in un campo profughi. Si tratta di
un’ovvietà per coloro che hanno una conoscenza, anche minima, della questione
palestinese. Meno ovvio per chi ha deciso di dare il suo caso in pasto a
un’opinione pubblica disorientata dalle mobilitazioni di massa per la Palestina
che hanno investito l’Italia dal 7 ottobre 2023 in avanti. L’ordine di
carcerazione emesso ai danni dei nove imputati accusati di finanziamento a
un’organizzazione terroristica non menziona in nessun caso il luogo di nascita,
salvo che per uno di loro, palestinese nato in Kuwait. Per tutti gli altri non è
indicata che la data.
Quello che potrebbe apparire come un semplice dettaglio, una sfumatura
burocratica, tradisce una realtà molto più complessa. Figli della Nakba, la
deportazione dei tre quarti degli abitanti della Palestina storica nel 1948
tramite l’impiego del terrore di massa contro la popolazione civile da parte dei
gruppi paramilitari Lehi e Irgoun, gli indiziati dell’operazione “Domino” sono
rifugiati nati in nessun luogo, o meglio nello “spazio di eccezione permanente”
del campo profughi palestinese¹. Si tratta della diaspora più visibile e più
invisibile del mondo, costretta ad abitare l’eterno paradosso di un diritto al
ritorno riconosciuto dal diritto internazionale, ma rinchiuso all’interno dei
confini di uno pseudo-Stato costruito a colpi di cannone dalla potenza
occupante. Gaza, il campo profughi più popoloso della Terra, ne è la
rappresentazione plastica evidente.
Queste premesse sono necessarie se si vuole capire chi è realmente Mohamed
Hannoun e perché egli abbia pronunciato le parole che gli investigatori hanno
intercettato nel corso degli ultimi vent’anni, scimmiottandole e riportandole in
maniera strumentale all’interno di un fascicolo di trecento pagine, scritto più
a Tel Aviv che a Genova. Hannoun è, come tutti i palestinesi, figlio di una
diaspora che Israele ha perseguitato in ogni angolo del mondo dal 1948 a oggi.
L’Italia non ne è esente. Dagli anni Sessanta in avanti, membri della diaspora
palestinese affluiscono sul territorio italiano costruendo reti organizzative di
diverso tipo, talvolta tollerate dal governo italiano, talvolta in conflitto con
esso. La loro storia si incrocia con quella dei cosiddetti “anni di piombo” e il
Mossad, il servizio segreto israeliano, agisce senza esclusione di colpi sul
suolo italiano. L’assassinio dell’intellettuale palestinese Wael Adel Zwaiter,
crivellato con dodici colpi di pistola da agenti israeliani a Roma, di fronte al
suo domicilio, il 16 ottobre 1972, ne è l’esempio più conosciuto. La frottola,
cara all’estrema destra italiana, della “pista palestinese” in relazione alla
bomba alla stazione di Bologna, deriva proprio dalla forte presenza
politicamente organizzata dei membri di Fatah e del Fronte popolare per la
liberazione della Palestina, che in Italia negli anni Settanta trafficavano
armi, con il beneplacito di alcuni ambienti governativi. Si tratta di una
memoria che si è gradualmente persa, a fronte della decomposizione
dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha fatto seguito
agli accordi di Oslo, e alla trasformazione delle sue delegazioni estere in
pseudo-ambasciate.
Insomma, Hannoun non viene dal nulla, né è un agente dell’islamismo
transnazionale, come vorrebbero farlo passare i magistrati genovesi e la grande
stampa nazionale. Il suo ruolo è comprensibile solo agli occhi
dell’organizzazione più complessiva del movimento per l’autodeterminazione del
popolo palestinese che, per natura, non può essere che diasporico. Calare questo
movimento nella propria storicità concreta è il presupposto per comprenderlo, al
di là delle mistificazioni influenzate dalla propaganda dello Stato occupante,
Israele, che accusa i palestinesi di qualcosa di cui esso stesso è il solo
responsabile: la natura diasporica della loro organizzazione.
D’altronde, i palestinesi non hanno inventato nulla. Riavvolgendo ancora il
nastro, è possibile scorgere lo stesso modello organizzativo tra altri gruppi in
lotta contro il colonialismo. Il caso del Fronte di liberazione nazionale (Fln)
algerino, cui le organizzazioni nazionaliste palestinesi si ispirano, è
emblematico. Definito come il “nerf de la guerre” – il nervo della guerra –, il
finanziamento all’organizzazione anticolonialista nell’ambito della guerra di
liberazione dal dominio francese (1954-1962) è uno degli aspetti più delicati
dell’attività estera dei militanti del Fronte. Dopo quattro anni di durissima
guerra, nel 1958, un emissario è inviato a Roma dal Fln, chiamato a svolgere
attività di organizzazione e propaganda – oggi i magistrati genovesi
preferiscono dire “lobbying”, ma la sostanza non cambia. Il suo nome era Tayeb
Boulahrouf, egli detiene un conto in banca, riceve e invia bonifici verso le
banche centrali del Fronte, situate al Cairo e a Damasco. Siamo in piena guerra
fredda e alcuni partiti politici italiani lo sostengono finanziariamente: si
vocifera che anche il direttore dell’Eni, Enrico Mattei, gli versasse denaro.
Alla Francia, teoricamente alleata di ferro, tutto ciò non va giù: il 5 luglio
1959 una potente bomba collocata nell’auto dell’algerino squarcia il cielo di
Roma. L’emissario del Fln sopravvive, al suo posto muore un bambino italiano.
Nel 1962 vengono firmati gli accordi di Evian e l’Algeria ottiene
l’indipendenza. Boulahrouf, prima collettore di fondi e “lobbysta” clandestino,
è nominato primo ambasciatore d’Algeria a Roma, con tutti gli onori.
Sono le ironie della storia, o talvolta il caso, a decidere, quando si lotta
contro un colonialismo feroce come quello d’insediamento – che accomuna
palestinesi e algerini, per averlo subìto –, se si verrà nominati ambasciatori,
o se si finirà al 41bis per finanziamento illegale di un gruppo terroristico; o
peggio ancora squarciati dall’esplosione di un ordigno posizionato nella propria
auto, o magari crivellati di colpi come Wael Adel Zwaiter.
Nel caso algerino, che è prezioso poiché esempio della sconfitta della
bestialità disumanizzante del colonialismo, è il lavoro dei solidali, dei
fiancheggiatori, dei “portatori di valigie” – i militanti europei che
attraversavano le frontiere dei paesi europei con valigie piene di contante per
finanziare il Fln, braccati dalla Francia coloniale finendo spesso dietro le
sbarre – a rendere possibile la strutturazione politica della diaspora e a
proteggerla dalla vendetta dell’occupante. Come recita la conclusione del
“manifesto dei 121”, che fu firmato da personalità di primo piano della sinistra
francese nel 1960, tra cui Jean-Paul Sartre, a difesa degli imputati di una
delle reti principali di portatori di valigie, diretta dal filosofo cattolico
Francis Jeanson: “La cause du peuple algérien, qui contribue de façon décisive à
ruiner le système colonial, est la cause de tous les hommes libres”. L’equazione
con la Palestina, “causa di tutti gli uomini liberi” degli anni Venti del nostro
secolo, è evidente.
Il caso Hannoun insegna qualcosa a coloro che in questi anni si sono indignati
di fronte al brutale genocidio del popolo palestinese, messo in atto da Israele.
La solidarietà ai palestinesi, senza i palestinesi, perde di senso. Non è
possibile apprezzare lo sforzo dei solidali impegnati nella Flottiglia, senza
riconoscere i meriti dell’attività di Mohamed Hannoun e delle altre persone ora
messe sotto processo – e non è un caso che la testa di questa struttura solidale
fosse proprio a Genova, città da cui la fase più intensa del movimento ha preso
vita la scorsa estate, anche grazie al lavoro della diaspora palestinese. Non è
possibile emozionarsi per i bambini trucidati dai missili teleguidati dagli
israeliani a Gaza, senza riconoscere il valore politico dell’attività svolta
dalla diaspora, tutta la diaspora, palestinese nel nostro paese. Di fronte al
contrattacco, che pretende di punire i nove palestinesi per cercare di
intimidire l’imponente movimento di solidarietà con Gaza nato negli ultimi mesi,
è necessario sgombrare il campo da ogni possibile ambiguità. Per gli Hannoun
passati, quelli presenti, e quelli che verranno, sulle cui spalle è portata la
“causa di tutti gli uomini liberi”. (nicola lamri)
--------------------------------------------------------------------------------
¹ Prendo in prestito questa definizione dall’amico cineasta Malek Rasamny,
autore del lungometraggio The native and the refugee (2019).
(disegno di cyop&kaf)
Enrico Pugliese ci ha lasciati la scorsa settimana. Oggi sarà ricordato alle
11:30 alla Sala della Promoteca del Campidoglio. Anche noi vogliamo ricordarlo,
riproponendo questo articolo da lui pubblicato sul Manifesto esattamente
trent’anni fa, nel dicembre 1995, in un periodo molto delicato, nel pieno della
discussione politica su una possibile sanatoria e di una mobilitazione dai
tratti chiaramente razzisti incentrata sul legame tra immigrazione e criminalità
che iniziava a sfondare anche a sinistra.
Leggendolo si possono ritrovare tutte le tracce che hanno fatto di Enrico una
figura radicale e autorevole, capace di coniugare attività scientifica e impegno
militante senza fare sconti a nessuno. Formatosi alla scuola di Portici,
sociologo inizialmente concentrato soprattutto sugli studi sul mercato del
lavoro, l’agricoltura e l’emigrazione, ha poi allargato molto le attività,
avviando cantieri di ricerca sulle politiche sociali, sulle trasformazioni del
mondo produttivo, sull’immigrazione straniera, che ha letteralmente “scoperto”,
tra i primissimi, già alla fine degli anni Settanta. Pugliese è stato negli anni
Settanta tra i fondatori del Centro di coordinamento campano, con Fabrizia
Ramondino e Giovanni Mottura, ha sostenuto le lotte dei disoccupati, ha
contribuito ad avviare negli anni Novanta un ciclo dirompente di mobilitazione
antirazzista, culminato nel 1995 nella nascita della Rete antirazzista
nazionale.
* * *
Strano paese, l’Italia. Sembra passata una vita dall’ossessione della grande
stampa per la criminalità degli immigrati, mentre è passato sì e no un mese. Ora
l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa si è spostata – e ringraziamo
la Madonna – sulle difficoltà di vita degli immigrati e sull’irrazionalità di
molte norme del decreto sull’immigrazione. Gli stessi giornali che ora riportano
interviste sul decreto e sui suoi difetti, prima pareva non vedessero altro che
prostituzione e sporcizia. Al martellare continuo sulle nefandezze di
spacciatori e lenoni neri (esistenti o immaginari, poco importa) si è sostituita
la pietà e la commozione per la bambina rom alla quale un qualche buon padre di
famiglia ha deciso di spaccare le braccia.
Le brave persone che a Torino fiaccolavano contro la criminalità straniera
saranno state finalmente contente: qualcuno ha avuto il coraggio di usare le
maniere forti. Non bisogna dimenticare infatti che la bambina poco prima di
essere massacrata aveva – pare – tentato un furto. C’era stata – pare –
flagranza. Roba da espulsione, se straniera. Una buona lezione da piccoli
insegna a vivere. O no?
Pensiero debole e maniere forti: ci voleva poco a capire che quell’insistere
continuo sulla criminalità degli stranieri come se fosse l’unica questione di
rilievo nelle grandi città italiane avrebbe favorito un orientamento contrario
agli immigrati in quanto tali. I compagni pidiessini e gli intellettuali
non-di-destra che andavano a fiaccolare avrebbero potuto fare un qualche
pensiero sul come le loro iniziative avrebbero favorito un’immagine falsata e
negativa degli immigrati. In quei giorni si andava determinando in Italia
l’identità immigrato=criminale. Naturalmente non mancavano i distinguo basati
soprattutto sulla fondamentale distinzione sociologica tra buoni e cattivi. E i
fiaccolatori di Torino o gli opinionisti di Repubblica se la prendevano – per
carità – solo con i secondi. Ma questi diventavano sempre di più; i buoni si
riducevano a un’astrazione. Quando poi si propose di considerare crimine anche
la condizione di clandestinità si raggiunse il colmo.
Questo avveniva ieri. Le cose sono cambiate con velocità impressionante. Ho
ancora nelle orecchie la lettura mattutina su Rai Tre dell’articolo di Gianni
Vattimo, credo sulla Stampa, con l’irritante racconto delle sue emozioni di
fiaccolatore. E l’orrore di quei giorni non è certo passato. Ma devo dire – non
per raccontare anch’io le mie emozioni – che avverto una nuova fiducia e una
nuova speranza.
GENTE CHE LAVORA
È come se d’improvviso in Italia ci si fosse resi conto di un fatto ovvio ed
evidente: cioè del fatto che, innanzitutto, gli immigrati sono gente che lavora.
Anzi, gente che lavora molto e guadagna poco; gente che non fa parte di eserciti
della camorra (la quale dispone di ben altre truppe). Comincia a farsi strada
sulla stampa e anche nel senso comune un fatto che pareva dimenticato nei mesi
scorsi: cioè che le immigrate non fanno in generale le prostitute (come sembrava
dall’Espresso e da Panorama), bensì semplicemente le donne, le lavoratrici, le
madri di famiglia, le figlie, le scolare ecc. La stampa e il senso comune
sembrano aver scoperto che quasi mai gli immigrati riescono a godere dei diritti
(pochi) che le leggi dello stato stabiliscono per loro. Insomma, sembra che stia
cambiando l’aria.
Lo so, sembra. E il clima delle istituzioni non è certo dei migliori: il voto
del Senato (Pds compreso) sulla costituzionalità dell’articolo 7 non è certo un
buon segno. Ma c’è qualcosa di meno greve nell’umore della gente. Torino avrà
pure avuto le fiaccolate dei giannivattimi e le ronde dei mazzieri. Ma ha avuto
anche la manifestazione del 19. E a Firenze il sindaco Primicerio è sceso in
piazza non contro gli immigrati, ma per i loro diritti. Questo abominevole
decreto, poi, è esso stesso pieno di contraddizioni. E di questo ha mostrato di
rendersi progressivamente conto la grande stampa, compresa – anche se più
tardivamente – l’Unità. La penosa difesa d’ufficio del decreto da parte del Pds
e del suo giornale sta mutandosi in un dibattito più o meno pubblico sulla
questione, nonostante il voto al Senato. La situazione è in movimento e la
matassa è difficile da sbrogliare.
SCAMBIO TRA DIRITTI
Per capire qualcosa anche sul possibile futuro del decreto è bene forse partire
dalla sua storia. Esso doveva nascere come intervento punitivo contro gli
immigrati criminali, sulla base delle sollecitazioni dei fiaccolatori di Torino
e loro alleati. Poi qualcosa è cominciato a muoversi nella società e nella
politica. Non sappiamo la “storia nascosta” del decreto. Ma è come se a un certo
punto fossero entrate in gioco una serie di pressioni, anche progressiste e
solidaristiche, e come se alla fine si fosse determinata una sorta di scambio
tra area dei diritti e dei principi costituzionali e area dei diritti sociali:
insomma, “uno scambio tra espulsioni e regolarizzazioni”.
Non è certo una bella cosa, e d’altronde tutto questo è un po’ fantapolitica. Ma
la mostruosità economico-giuridico-sociale del decreto, e la sua
contraddittorietà – cioè il suo carattere “benevolo” su qualche punto (si pensi
all’articolo sulla sanità) e al contempo lepenista oltre ogni limite su altri –
mostra che il suo estensore – vorrei conoscere la sua faccia – ha dovuto
contentare molti partiti, molti gruppi di pressione, molti umori. Ci sono poi i
“si dice”, che come tutti i “si dice” vanno presi con le pinze, ma non tutti
sono improbabili. Per esempio pare che la Lega sia riuscita a far cancellare un
articolo relativo alla regolarizzazione dei lavoratori autonomi (questione
essenziale, soprattutto nel sud). Se non è vero, c’è stata una distrazione
imperdonabile del “legislatore”, il quale ha lasciato fuori una parte
significativa degli interessati. Se invece è vero, si è trattato di un episodio
di indubbio squallore.
SCHIZOFRENIE ANTISANATORIA
Passiamo al lato positivo. Devo riconoscere innanzitutto che non mi aspettavo
una apertura sul tema della regolarizzazione. La regolarizzazione è
un’operazione di buon senso necessaria anche dal punto di vista della legge e
dell’ordine. E quelli che sono contrari – il partito antisanatoria – sono a mio
avviso un po’ schizofrenici: da un lato tendono a raccontare un’improbabile
avvenuta invasione di oltre un milione di clandestini; dall’altro sostengono che
l’immigrazione clandestina è essa stessa crimine da punire, per cui non resta
che la deportazione di massa. E vorrei vedere come si fa: manco la Bosnia!
Tuttavia su questo aspetto la chiusura in passato era netta.
Non entro nel merito delle espulsioni e della loro incostituzionalità (oltre che
ingiustizia). Il voto del Senato è un punto a svantaggio della civiltà, ma
ancora ci sono la Corte costituzionale e altre istanze. Trovo ora importante la
questione della regolarizzazione e delle impossibili condizioni richieste per
ottenerle. Qui la contraddittorietà del decreto è sublime. In primo luogo non è
chiarito quanto tempo sia stato necessario lavorare presso un padrone per aver
diritto alla regolarizzazione come lavoratore dipendente. In generale, sembra
difficile che, allo stato, possano regolarizzarsi la maggior parte dei
lavoratori immigrati occupati al nero in attività precarie.
Si dice che le regolarizzazioni non devono incentivare il lavoro nero. Ma è
proprio questo il punto: solo permettendo al lavoratore occupato al nero di
regolarizzarsi gli si concede anche la possibilità di difendere i propri diritti
sul lavoro. E qui entra l’altra questione veramente irritante, quella del
risparmio. La penalità finanziaria prevista riguarda tutti, anche quelli con un
lavoro stabile. L’ineffabile “legislatore” deve aver subìto pressioni diverse.
Per esempio è entrato in campo il partito del risparmio. Non so quali malaccorti
consiglieri hanno suggerito di far spendere ai datori di lavoro quelle cifre per
regolarizzare i propri dipendenti. Sei mesi di contributi arretrati sono davvero
un’enormità. Una punitività del genere, in un’occasione volta peraltro a fare
emergere il lavoro nero, non si era davvero mai vista.
Non sono storie quelle che si raccontano su datori di lavoro che licenziano i
loro dipendenti per non regolarizzarli. Idea davvero disumana è stata quella di
far pagar caro un doveroso atto di civiltà qual è quello di ufficializzare
rapporti di lavoro già al nero. L’idea di imporre un costo finanziario così
grave non è stata solo crudele: è stata anche stupida. In questo modo l’Inps non
incasserà i soldi degli immigrati e dei loro datori di lavoro, giacché rischia
di esserci lo sciopero dei padroni che impedirà le regolarizzazioni. A volte
però questi sono brave persone (o delle brave famiglie nel caso delle colf) che
non hanno potuto in passato regolarizzare la posizione dei propri dipendenti a
causa della chiusura delle norme finora vigenti. Insomma, il furbacchione che
molto voleva far avere all’Inps rischia di non fargli avere nulla. E poi,
proprio sugli immigrati bisognava andare a risparmiare? Si è trattato, secondo
me, di una miscela di rigorismo, crudeltà e scarsa conoscenza del problema
espressa trasversalmente da gentiluomini di varia fede.
Queste cose le sanno bene gli immigrati che si stanno mobilitando dappertutto in
Italia. Essi capiscono come il decreto funzionerà (e ovviamente che implicazioni
avrà per la loro vita) ben più di chi lo ha stilato. Dai tempi della legge
Martelli non si vedevano tante mobilitazioni con contenuti concreti e con grande
scambio di informazioni. Dopo gli anni della crisi dell’associazionismo, si
vedono di nuovo insieme immigrati di varie nazionalità discutere all’interno dei
loro gruppi e con gli altri. Le sedi sindacali vedono assemblee affollate di
immigrati e personale competente (volontari, avvocati).
OBIETTIVI PRIORITARI
Insomma, si è venuto formando un movimento con l’obiettivo che il decreto faccia
il minor male possibile. Ora, affinché questo obiettivo venga in qualche modo
raggiunto, credo che ci si debba mobilitare secondo due direzioni prioritarie.
La prima riguarda i criteri di attuazione del decreto nel periodo in cui resterà
in vigore, quindi già da oggi. A questo proposito c’è molto da fare e molto si
sta facendo. Bisogna controllare che non vengano date interpretazioni
restrittive sia per quel che riguarda le regolarizzazioni che per quel che
riguarda i ricongiungimenti familiari o le forme di assunzione dei lavoratori.
L’altra direzione è la mobilitazione contro il decreto così come è ora affinché
lo si possa cambiare con pochi e mirati emendamenti. La messa in luce delle
incongruenze e della estrema selettività del decreto deve servire a questo
scopo. Il decreto decadrà molto probabilmente, a prescindere dalle
mobilitazioni, per i motivi tradizionali per cui i decreti, almeno quelli
importanti, spesso decadono. Bisogna però evitare che esso venga reiterato nella
sua forma originaria. Bisogna approfittare di questo periodo di parziale
rinsavimento dell’opinione pubblica e di forte impegno dei gruppi di pressione
in materia di immigrazione perché quel mostro che è ora il decreto diventi
qualcosa di più organico. Bisogna innanzitutto che l’obiettivo della
regolarizzazione non venga vanificato, come ora, da norme e vincoli che lo
rendono impraticabile.
Per quel che riguarda gli immigrati il clima è leggermente migliorato nelle
ultime settimane. Essi non godono più tanto di pessima stampa. Non sappiamo
quanto questo nuovo clima possa durare. Tuttavia questa mi sembra una buona
occasione per darsi da fare.
di Laila Hassan* Perché il palestinese buono è quello morto o rassegnato.
Appunti sull’inadeguatezza della sinistra italiana “La guerra di liberazione non
è un’istanza di riforme, ma lo sforzo grandioso …
(disegno di giancarlo savino)
Quella di venerdì 31 ottobre doveva essere una semplice udienza tecnica: nessun
testimone, né dell’accusa né della difesa, solo i periti linguistici convocati
per il reintegro delle traduzioni all’interno dei fascicoli del processo che da
mesi va avanti a carico di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh. Per questo
in aula siamo in pochi: i più affezionati al processo, che dopo le estenuanti
tre giornate di udienza di fine giugno, che pure avevano segnato un’apparente
accelerazione, ora procede a intermittenza.
Approfittiamo di queste udienze di passaggio, apparentemente secondarie, per
rimettere ordine negli appunti. Ci eravamo lasciati mentre tracciavamo una rotta
tra traduzioni monche, trascrizioni spezzate, liste di ID telefonici, numeri che
si rincorrevano e moltiplicavano, disegnando una geografia incerta, dove i
riferimenti cambiavano di continuo, ritornando con nomi diversi anche quando
parlavano delle stesse persone. E da lì riemergiamo, come dopo una lunga
traversata, ancora storditi dalla confusione.
La difficoltà vera, ancora oggi, è che di fronte a noi non si presenti una linea
d’accusa chiara, coerente, dotata di un impianto che si sostenga su basi
fattuali. Lascia attoniti il fatto che, a fronte della detenzione di Anan (da
oltre diciannove mesi in regime di alta sicurezza) e di un’imputazione così
pesante, quella di terrorismo internazionale (articolo 270-bis c. p.), che pesa
sulla vita dei tre imputati, non ci sia ancora un impianto probatorio ben
definito.
Uno dei vulnus più importanti che ha segnato tutta la linea accusatoria, fin
dalle prime udienze, è stata la totale mancanza di contesto geopolitico degli
elementi portati in aula rispetto a ciò che accade da anni in Palestina, alla
sua lunga storia genocidaria, alla realtà dei Territori Occupati e alla relativa
struttura di apartheid e, soprattutto, al diritto alla resistenza del popolo
palestinese. Eppure, nel frattempo, non possiamo non dire che fuori da
quell’aula di tribunale non sia successo nulla. Anzi! Sul piano politico, più di
un passaggio si è intrecciato direttamente con la storia stessa di questo
processo.
PASSAGGI MINORI
Settembre è stato un mese chiave. Il 23 Anan Yaeesh viene trasferito all’alba
dal carcere di Terni al penitenziario di Melfi, nella remota Basilicata. Un
provvedimento apparso da subito come un tentativo di recidere la rete di
solidarietà che, in oltre un anno, si era fatta sempre più visibile e ampia
intorno alla figura del prigioniero politico. Una decisione che arrivava in un
momento tutt’altro che neutro. Solo ventiquattr’ore prima, il 22 settembre, si
era svolto uno sciopero nazionale promosso dai sindacati di base, lanciato su
iniziativa dei portuali, al grido di “blocchiamo tutto”. Era il momento in cui
il mondo guardava di nuovo a Gaza, ne riconosceva finalmente il genocidio,
mentre seguiva la rotta della Global Sumud Flotilla che cercava di rompere il
blocco navale israeliano.
Il secondo passaggio riguarda il trasferimento della giudice a latere. Il
decreto risale all’8 settembre, ma alla fine del mese nessuna comunicazione era
ancora giunta al Consiglio superiore della magistratura per garantire la
continuità del collegio. Un vuoto procedurale che ha causato un rinvio
significativo: saltano le udienze del 19 e del 26 settembre, si torna in aula
solo il 31 ottobre. Un rinvio che ha sollevato più di un sospetto che quei
ritardi non fossero affatto casuali, ma calibrati per evitare udienze troppo
scomode e troppo vicine a una data che si stava profilando all’orizzonte, quella
della manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma contro il genocidio in
Palestina. Nel clima incandescente di quei giorni, la Corte e l’intero impianto
processuale si sarebbero trovati sotto i riflettori di un’opinione pubblica
sempre più ampia, arrabbiata e determinata a richiedere la fine di ogni
complicità dello Stato italiano con il genocidio in corso. È difficile
immaginare, per quel momento, una situazione più carica di tensione di quella
che avrebbe potuto generarsi in un’aula di tribunale dove lo Stato italiano,
nella sua funzione giudiziaria, si fa braccio della repressione israeliana.
RITORNO IN AULA
Il 31 ottobre, dunque, si torna in aula. Il Collegio è stato ricomposto
promettendo una continuità minima nel filo delle valutazioni. E non è poco,
visto tutto il resto. L’inizio della mattinata è movimentato dal solito momento
di bagarre tra il pubblico in aula e la pm, che intima la rimozione di una
bandiera palestinese introdotta in aula e invoca, per le prossime udienze, il
divieto di portare kefiah, in nome di una presunta “assenza di connotazioni
politiche”. Si risponde con insofferenza aperta davanti alla riproposizione di
un teatrino già visto mille volte che oggi appare soprattutto come un tentativo
di deviare l’attenzione dall’approssimazione con cui, ancora una volta, si è
arrivati fin qui, con traduzioni mancanti.
È sul reintegro delle traduzioni dall’ebraico che si addensa il punto più
delicato della giornata. Si torna su un documento già acquisito a luglio, sempre
su richiesta della difesa. Si tratta di alcune immagini tratte dal profilo
Facebook ufficiale del corpo logistico dell’IDF, che documentano interventi di
ristrutturazione compiuti nel 2021 all’interno di una caserma militare situata
nel perimetro di Avnei Hefetz. Una delle diciture riportate in quelle foto viene
letta integralmente in aula: “Benvenuti ad Avnei Hefetz – campo militare”. Viene
tradotto anche un secondo cartello, con la scritta “Menashe”, indicato come
“brigata locale”, probabilmente riferita all’unità che prese parte ai lavori di
ristrutturazione della base. Due immagini che, da sole, sono sufficienti a
incrinare la narrativa dell’accusa, per cui Avnei Hefetz sarebbe un semplice
insediamento civile.
È a questo punto che la Procura gioca una carta pesante. Chiede l’acquisizione
di un documento redatto da un ufficiale di collegamento tra l’ambasciata
israeliana e il Sud Europa, in cui si definisce Avnei Hefetz come un
insediamento civile. La Corte accoglie la richiesta in parte: non acquisisce il
documento, ma decide comunque di convocare l’autore (o un suo delegato) alla
prossima udienza del 21 novembre. Per la prima volta, in questo processo, sul
banco dei testimoni salirà un funzionario diplomatico di uno Stato estero, che
non è spettatore neutrale della storia che si racconta, ma parte in causa nel
conflitto da cui tutto origina. L’ambasciatore, o chi parlerà al suo posto, sarà
chiamato a rispondere a una domanda precisa, che è anche la domanda su cui pende
il futuro di tre imputati: che cos’è Avnei Hefetz? La difesa, in controcanto,
chiede l’audizione dell’architetto francese Léopold Lambert, esperto di
urbanistica coloniale, che da anni studia le trasformazioni militari del
territorio in Cisgiordania.
Intanto, la tensione in aula è salita di qualche grado. Israele entrerà in
tribunale. Non per farsi finalmente giudicare. Non per rispondere ai decenni di
occupazione, di apartheid, di crimini contro la popolazione palestinese. No.
Ancora una volta, siederà dal lato dell’accusa, con la voce autorevole di un
ambasciatore incaricato di definire la natura di un luogo. Sarà lui, o chi per
lui, a dire cos’è Avnei Hefetz.
COS’È AVNEI HEFETZ?
Il nome compare per la prima volta in aula il 25 giugno, durante la deposizione
dell’ispettrice capo della digos, Alessia Fiordigigli, chiamata a illustrare i
dati emersi dalle intercettazioni dei telefoni sequestrati ai tre imputati. Nei
documenti dell’accusa torna spesso il nome di Avnei Hefetz, colonia israeliana
nei pressi di Tulkarem, nei Territori Occupati. Secondo la Procura, sarebbe
l’obiettivo presunto di un’azione pianificata dalle cosiddette Brigate di
Risposta Rapida di Tulkarem, e fulcro di ipotetici legami con gli imputati.
Capire la natura di Avnei Hefetz non è affatto un mero tecnicismo. Infatti,
in un processo che ruota intorno a ipotesi di associazione terroristica,
messaggi intercettati e presunte finalità eversive, stabilire se quel luogo sia
un obiettivo civile o militare diventa un nodo cruciale.
Peccato che l’intero impianto accusatorio poggi su un fraintendimento: si
continua a considerare Avnei Hefetz e a parlarne come se fosse un’area civile,
ordinaria, situata in un contesto di pace. Quando non è così. Si sta,
volutamento o meno, ignorando che quel territorio è occupato militarmente. Una
realtà che cambia radicalmente il senso di tutto ciò che viene contestato.
Quel fraintendimento fu, a giugno, il terreno di un serrato dibattimento tra
l’avvocato Flavio Rossi Albertini e l’ispettrice capo della digos, Alessia
Fiordigigli, durante il controesame della difesa che mirava a far emergere la
superficialità e il metodo discutibile con cui era stata effettuata l’indagine.
Dallo scambio tra l’avvocato Rossi Albertini e Fiordigigli, emergeva che al di
là di una rapida consultazione di fonti aperte, le indagini non si erano mai
spinte ad accertare la natura esatta di Avnei Hefetz. Mai, in sostanza, era
stato verificato se si trattasse di un insediamento civile, militare o un
check-point.
Il documento Onu che Fiordigigli citava come conferma della natura civile
dell’insediamento, in realtà, non supportava affatto quella tesi. Anzi, la
smentiva. “The Question of Palestine” qualifica le colonie nei Territori
Occupati, tra le quali Avnei Hefetz, come illegali ai sensi del diritto
internazionale e le indica esplicitamente come uno degli ostacoli principali al
conseguimento della pace. Chiunque abbia letto quel testo, anche solo per sommi
capi, riconosce subito che è un testo di denuncia.
Lacune di questo genere emergevano anche su altre questioni: prima di tutto
sulle ricerche (o meglio le “non ricerche”) riguardo le modalità, le pratiche e
le conseguenze dell’occupazione militare israeliana nel governatorato di
Tulkarem, secondo Fiordigigli “non inerente” alle indagini di polizia; e ancora
sull’eventualità che l’azione di cui l’imputato scrive in chat sia stata
effettivamente consumata, per la quale non emerge dalle indagini nessun
riscontro.
Anche nel corso del controesame del 25 giugno nessuna prova documentale che
attestasse l’effettiva realizzazione dell’azione è stata fornita.
«Ma sappiamo cosa è avvenuto?», domandava in ultimo la difesa a Fiordigigli.
«No».
LE PIETRE DEL DESIDERIO
Seguiamo il “metodo Fiordigigli” e proviamo a googlare Avnei Hefetz. In pochi
secondi si apre davanti agli occhi un piccolo mosaico di fonti che monitorano la
colonizzazione dei Territori Occupati: le mappe minuziose di Peace Now, i
rapporti di POICA sulle trasformazioni dei villaggi palestinesi, le schede del
Land Research Center. E poi, quasi nascosta tra i risultati, una pagina del
rabbinato dell’insediamento che ci descrive l’intero complesso: “L’area
dell’insediamento comprende la ‘montagna’ sulle sue due cime, tutti i quartieri
dell’insediamento, la base militare fino oltre la porta dell’insediamento, la
torre di osservazione militare – sono tutto un insieme, un unico
insediamento”. Una frase così semplice e così trasparente da rivelare, più di
molti report, la natura ibrida di Avnei Hefetz.
Fondata nel 1987, Avnei Hefetz (il cui nome significa “le pietre del desiderio”)
si arrampica su un’altura che domina la piana di Tulkarem e la rete di villaggi
palestinesi – Shufa, Kafr al-Labad, Izbat Shufa, Al-Hafasa – che da generazioni
coltivano quella terra fertilissima oggi inglobata dalla colonia. La posizione,
scelta con cura, offre un controllo visivo e logistico sull’intero territorio.
Durante la Seconda Intifada l’area sarà la base di partenza per incursioni verso
i villaggi vicini, e nei tempi ufficialmente “ordinari” continua a funzionare
come strategico punto di sorveglianza.
L’espansione dell’insediamento si può seguire scorrendo gli ordini militari. Nel
2005 l’ordinanza T/77/05 espropria 418 dunum (42 ettari) di terreni coltivati
per “costruire una nuova recinzione”, che di fatto amplia il perimetro coloniale
inglobando campi, oliveti e sentieri di uso comunitario. Dieci anni più tardi un
altro ordine autorizza la costruzione di una strada asfaltata riservata ai
coloni che attraversa i terreni di Shufa e li divide in due, lasciando i
contadini dall’altra parte di una barriera invalicabile presidiata da
check-point fissi. Seguono, nel 2017 e nel 2018, ulteriori ordinanze che
prevedono demolizioni e nuove confische di proprietà palestinesi. Nell’arco di
poco più di un decennio Avnei Hefetz raddoppia la propria estensione e trasforma
radicalmente la geografia dell’area.
Tra i villaggi colpiti dall’espansione coloniale di Avnei Hefetz, Shufa è quello
che ha pagato il prezzo più alto in termini di frammentazione, fino a trovarsi
quasi tagliato fuori da qualsiasi collegamento. La sua strada principale verso
Tulkarem viene chiusa nei primi anni Duemila con cumuli di terra e blocchi di
cemento. Nel 2011 la comunità tenta di costruire una strada agricola per
raggiungere i campi e mantenere un minimo di collegamento con i villaggi vicini,
ma anche quel tracciato viene sigillato dall’esercito per ragioni di sicurezza
legate alla colonia. Da allora una torre militare è piantata a guardia
dell’ingresso del villaggio. Shufa vive letteralmente all’ombra di Avnei Hefetz,
isolata dal resto della piana, con il suo territorio piegato e risagomato dalla
colonia.
OLTRE IL BANCO DEGLI IMPUTATI
C’è un punto che continua a restare scoperto mentre ci avviciniamo alla prossima
udienza. Non riguarda soltanto la cronaca del processo, ma il modo in cui
scegliamo di guardare alla resistenza armata dentro un territorio occupato. Non
si tratta semplicemente di stabilire se un atto rientri o meno nel diritto alla
resistenza riconosciuto dal diritto internazionale, ma di comprendere che cosa
viene messo a fuoco e che cosa invece scompare quando quella valutazione viene
trasportata in un’aula di giustizia europea, lontana dal luogo in cui la
violenza si produce. Con questo slittamento geografico e politico è proprio la
parola “occupazione” a finire ai margini della scena, mentre è la risposta
armata e violenta a occupare l’inquadratura con tutto il suo immaginario.
Poi c’è quella parola, “terrorismo”, che appena entra in scena manda tutto in
cortocircuito, perché non si poggia su una definizione unica e condivisa ma
continua a oscillare tra convenzioni, risoluzioni, formule che non arrivano mai
a sovrapporsi del tutto. In questa zona grigia si annida forse la confusione più
pericolosa che finisce per accostare la resistenza di un popolo ad atti di
terrorismo, mettendo sullo stesso piano chi si ribella a un regime di dominio e
chi fa del terrore un metodo ordinario di governo.
Le condotte attribuite ad Anan,Ali e Mansour vengono giudicate sotto il capo di
imputazione dell’articolo 270-bis del codice penale, che nell’ordinamento
italiano definisce il terrorismo, anche internazionale, seguendo il crinale
delle intenzioni. Significa che non è rilevante la scena materiale in cui i
fatti si producono a costituire il criterio principale della valutazione, ma il
fine che viene attribuito a queste azioni sul piano giuridico. La norma
individua come terroristiche le azioni che mirano a intimidire gravemente la
popolazione, a costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale
a compiere o ad astenersi dal compiere un qualsiasi atto, a destabilizzare o
distruggere le strutture politiche, costituzionali, economiche e sociali di un
Paese o di un’organizzazione internazionale.
Se per puro esercizio volessimo applicare quelle stesse parole – intimidire,
costringere, destabilizzare – alla geografia dei Territori Occupati, vedremmo
che descrivono in modo quasi letterale la maniera in cui colonie e coloni
disciplinano lo spazio e chi lo abita. Nella Cisgiordania occupata, dove le
colonie israeliane sono vietate dal diritto internazionale e tuttavia continuano
a espandersi, chi è che usa l’intimidazione e la coercizione come strumenti
ordinari di governo del territorio e di pressione sulla popolazione perché
abbandoni la propria terra?
Durante l’ultima stagione della raccolta degli ulivi, testate internazionali
come Al Jazeera hanno documentato una sequenza di aggressioni a contadini
palestinesi da parte di coloni con il volto coperto, armati di bastoni e fucili,
che aggredivano chi raccoglieva, incendiavano intere file di alberi, davano
fuoco alle auto e ai casolari ai margini dei campi. In alcune immagini si vedono
distese di ulivi anneriti lungo pendii interi trasformati in cenere.
L’altro elemento che il 270-bis indica tra i fini del terrore è la
destabilizzazione dell’ordine politico e sociale, e difficilmente si potrebbe
trovare qualcosa di più vicino a ciò che producono le colonie in Cisgiordania.
La Cisgiordania è ormai un arcipelago di villaggi palestinesi disseminati tra
blocchi di colonie e infrastrutture israeliane. Per chi abita questi luoghi
l’accesso alla terra e alle risorse è limitato, la mobilità quotidiana è
subordinata ai check-point, si vive tra permessi e deviazioni forzate, sotto la
minaccia costante di demolizioni e sgomberi. La destabilizzazione incide anche
sul piano psichico, simbolico e sociale: si interrompono i legami tra villaggi e
città, si spezza la continuità tra scuola, lavoro e assistenza sanitaria, si
incrina la trama di relazioni e di luoghi che teneva insieme memoria e senso di
appartenenza. In una geografia come questa l’orizzonte di vita rimane sospeso,
perché nulla (la casa, il campo, la strada che si percorre ogni giorno) può
dirsi davvero garantito neppure nel domani più vicino.
In questo quadro rientra Avnei Hefetz. È un luogo in cui tentare di applicare
una distinzione netta tra civile e militare non regge, punteggiato com’è da
case, torri, recinzioni, strade d’accesso e sistemi di sicurezza che formano un
corpo unico senza soluzione di continuità. Questa fusione tra colonia e apparato
militare viene definita da Francesca Albanese nel suo rapporto alle Nazioni
Unite del 2023 con l’espressione militarised settler-colonial occupation: nelle
colonie non si hanno due regimi distinti, uno “militare” e uno “civile”, che
occasionalmente si toccano, ma un unico regime di potere che utilizza tanto la
forza armata dello Stato quanto la violenza dei coloni come strumenti integrati
dello stesso progetto.
La separazione tra “coloni” e “soldati” è una distinzione utile al diritto, alla
diplomazia e, infine, anche alla propaganda israeliana. Per chi l’occupazione la
subisce, questa distinzione semplicemente non esiste: la violenza che gli arriva
addosso è la stessa, sia che provenga dal civile armato che scende dalla
colonia, sia che provenga dal soldato che lo accompagna. Nella sua esperienza,
entrambi si confondono in un’unica figura di potere, che dispone della sua vita
e della sua possibilità di restare su quella terra.
Quando un soggetto armato, pur non arruolato, coopera stabilmente con le forze
d’occupazione, svolge funzioni di sicurezza e partecipa direttamente ad azioni
ostili, quale status assume in quel frangente? Una colonia può davvero essere
esclusa dalla categoria di obiettivo militare, se si guarda alla sua struttura e
al suo scopo di occupazione?
Non va dimenticato che questi interrogativi si collocano dentro un quadro
giuridico segnato da un doppio standard, che impedisce di riportare la violenza
a una piazza comune del diritto. Tutto si poggia su un’asimmetria radicale sul
piano legale: nei casi di violenza attribuita a palestinesi la condotta viene
giudicata da tribunali militari israeliani, mentre per i coloni la giurisdizione
resta sul piano civile, se e quando un procedimento viene effettivamente aperto.
A questo punto, non è più importante soltanto stabilire che cosa sia lecito come
atto di resistenza armata, ma anche capire chi sta usando il proprio potere per
attribuire a quell’atto un significato di resistenza o, al contrario, di
terrorismo, e da quale posizione lo sta facendo. Il 21 novembre in aula
ascolteremo l’ambasciatore israeliano, chiamato dalla Corte d’assise dell’Aquila
a descrivere la natura della colonia di Avnei Hefetz. La sua voce, con ogni
probabilità, si aggiungerà a quelle che pronunceranno la parola “terrorismo”
guardando unicamente verso il banco degli imputati. Eppure dovrebbe essere
proprio lui, in quanto rappresentante dello Stato israeliano che ha voluto e
protetto colonie come Avnei Hefetz, a essere chiamato a rispondere in aula: non
con una definizione tecnica di che cos’è una colonia, né con l’ennesima
lezioncina su quella che viene presentata come normalità insediativa nei
Territori Occupati, ma assumendosi fino in fondo la responsabilità politica e
giuridica della violenza che queste strutture esercitano sui palestinesi e sui
loro territori. Una volta per tutte. (francesca di egidio)
(disegno di escif)
In un saggio del 1993 dal titolo Democrazia o bonapartismo, Domenico Losurdo si
interrogava sul delicato equilibrio che regge le democrazie liberali, fondato su
un suffragio universale fragile che rischiava uno svuotamento dall’interno della
sua funzione principale: assicurare la rappresentanza di ogni faccia della
società. Una deriva che Losurdo vedeva nella crescente concezione della politica
come acclamazione di un leader carismatico e investito da una moltitudine
variegata e con sempre meno riferimenti, in un mondo che di lì a poco avrebbe
visto il pieno compimento della mediatizzazione della politica con l’avvento di
Berlusconi al governo. Un bonapartismo soft che anche l’Italia avrebbe ereditato
dagli schemi politici statunitensi, fondati su collegi uninominali e leadership
riconoscibili, carismatiche ed espressione più di interessi organizzati che di
ampie basi sociali.
Questo dilemma si ripropone, oggi, proprio nella regione di provenienza del
filosofo: la Puglia. La regione adriatica, ormai annoverata tra le roccaforti
del centro-sinistra dopo vent’anni di governo regionale ininterrotto, è chiamata
al voto il 23 e il 24 novembre. Un voto che la larga maggioranza dei
commentatori ritiene dall’esito scontato, ma che nasconde al suo interno tutte
le contraddizioni di una politica ormai sempre meno pratica pubblica e sempre
più mera gestione. Una deriva manageriale che si esprime in primis nel candidato
favorito alla presidenza: Antonio Decaro. Una carriera politica iniziata come
assessore (in quota tecnica) alla mobilità e al traffico della città di Bari
della giunta Emiliano, dopo un’esperienza in consiglio regionale, viene eletto
sindaco del capoluogo pugliese per due mandati consecutivi. Una figura molto
popolare che ha sempre saputo mobilitare un elettorato trasversale, convinto da
una pratica amministrativa fondata sulle opere pubbliche, vuoi per una
deformazione professionale – Decaro è ingegnere civile –, vuoi perché permettono
di fornire una testimonianza materiale dell’operato amministrativo. Un
cavalcavia o una strada sono indicatori molto più immediati, ma soprattutto
concreti, che può apprezzare anche un elettorato disattento, come quello la cui
massima espressione politica si riduce al voto ogni tot. anni. Decaro è
l’espressione più riuscita di un modello ben preciso, quello dell’amministratore
operoso, che controlla i cantieri in città, che informa la cittadinanza
attraverso i suoi canali personali con video e foto, e che parla poco di
politica. Una deriva, quella del disaccoppiamento tra politica e amministrazione
che in Puglia ha contagiato non poche amministrazioni comunali. A tal proposito,
rimane esemplare un’affermazione del sindaco di Conversano – cittadina a trenta
chilometri dal capoluogo – che durante un consiglio comunale affermò come lui
non facesse politica, bensì il suo lavoro.
Un aspetto complementare a quello della spoliticizzazione delle cariche elettive
è quello della formazione di un vero e proprio “blocco di amministratori” che si
esprime in una ufficiosa formazione politica: il partito degli amministratori.
Una formazione che si è rivelata fondamentale per chiunque abbia aspirazioni di
governo in una regione sempre più sbilanciata verso il proprio capoluogo.
Difatti, la probabile elezione di Decaro vedrebbe per la seconda volta
consecutiva il passaggio dalla carica di sindaco di Bari a quella di presidente
della Puglia – dopo l’elezione e i due mandati di Michele Emiliano prima sindaco
di Bari fino al 2014 e poi presidente di regione fino al 2025. Ed è proprio il
dualismo tra i due “baresi” Emiliano e Decaro quello che ha deciso negli ultimi
anni le sorti politiche del resto della regione, specialmente nell’area della
città metropolitana di Bari. Secondo uno schema sempre simile. In prossimità
delle elezioni comunali nei vari territori, il notabile barese di turno –
Emiliano o Decaro – prova a insediare un sindaco “amico”, espressione della
propria corrente così da avere più peso con cui presentarsi sul palcoscenico
regionale. Un processo che ha permesso a molti personaggi dal percorso politico
“indeciso” e accidentato di riciclarsi come “espressione civica di
centrosinistra”, nonostante a volte provenissero dal centrodestra. Così da
innescare una certa dinamica di sostituzione tra politica e amministrazione, in
cui il riferimento nel comune per il “centro” non era più la segreteria locale
del principale partito di area, il Partito democratico, bensì l’amministratore –
perché portatore di un pacchetto di voti sicuro e testato, e poco importa la sua
provenienza politica. Insomma, il “vecchio” trasformismo. Solo che oggi si
chiama “civismo”. Il risultato è una classe politica “poco politica” che ha
ingrossato le fila del centrosinistra pugliese poiché assicurava loro un posto
entro cui perpetuarsi; una “borghesia lazzarona” – definizione di Alessandro
Leogrande – incastrata in giochi di potere stantii.
Assistiamo pertanto ad agili cambi di casacca, come quello di Luciana Laera, ex
sindaca di Putignano, in provincia di Bari, ed espressione della corrente
decariana, ora candidata nelle liste di Fratelli d’Italia; oppure Stefano
Lacatena, consigliere regionale uscente passato da Forza Italia alla maggioranza
di centrosinistra, non riconfermato ed escluso dalle liste che sconsolato
dichiara “probabilmente la mia casa è il centrodestra”.
Il voto di novembre sembra sancire un passo ulteriore verso l’indebolimento
della dialettica democratica pugliese, inaugurando una stagione di unanimità. La
campagna elettorale e il voto sembrano essere contrattempi sconvenienti davanti
a un esito che si preannuncia scontato e con differenze a due cifre tra le
coalizioni principali. A destra, hanno temporeggiato fino all’ultimo
nell’annuncio dell’agnello sacrificale da immolare sull’altare della certa
sconfitta; scelta poi ricaduta su un anonimo tecnico la cui massima esperienza
politica è stata perdere contro Emiliano nella corsa a sindaco di Bari nel 2004.
Mentre nel centrosinistra – che accoglie un po’ tutti – c’è la corsa alla foto
con il presidente in pectore Decaro, per posizionarsi velocemente nella scia del
leader che torna nella sua regione dopo un anno “di Erasmus” a Bruxelles, dove
il parlamento europeo è ormai appetibile solo per chi vuole poi candidarsi come
presidente di regione, o l’ha già fatto e ha terminato i mandati. In tutto
questo, ad ammutolire è la politica, la visione di quello che si vuol far
diventare la Puglia, una regione al centro di vertenze decennali, come
l’acciaieria di Taranto, che però sembra ormai devota solo al turismo, che dopo
aver completamente mangiato la costa si sta rivolgendo verso l’interno. La
“California d’Italia” che soddisfa sia la domanda di alloggi – sempre meno
disponibili per chi risiede – che di stereotipo – con una cultura popolare
masticata dalle agenzie di promozione territoriale e risputata in una versione
digeribile per ogni visitatore e conforme alle sue aspettative. Davanti al
dilemma posto da Losurdo, la regione più a est d’Italia sembra aver deciso che
sentiero percorrere. (marco patruno)
(disegno di renaud eymony)
“La stazione è blindata!” sentiamo appena arrivati a Udine con il treno. Sono le
sei di sera del 14 ottobre e l’inizio della partita fra le nazionali maschili di
calcio di Italia e Israele è previsto per le otto e quarantacinque. Due uscite
della stazione sono state bloccate e il piazzale antistante è pieno di polizia e
altre forze dell’ordine. I cestini sono stati sigillati con degli adesivi rossi
con una scritta che ne comunica la chiusura a causa del corteo.
Convocata dal Comitato per la Palestina di Udine, dal movimento BDS
(Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), dalle Comunità palestinesi del Friuli
e del Veneto, dall’associazione Salaam Ragazzi dell’Olivo, comitato di Trieste e
da Calcio e Rivoluzione, la manifestazione aveva l’obiettivo di denunciare l’uso
dello sport come strumento di propaganda da parte di Israele e di chiedere al
mondo sportivo italiano in generale, e al calcio in particolare, di prendere
posizione. Si chiedeva allo stesso tempo alla Fifa di escludere le nazionali
israeliane dalle competizioni calcistiche internazionali, al pari di quanto
fatto con le nazionali della Russia dopo l’attacco all’Ucraina del 2022. Con gli
stessi obiettivi, altri presidi si sono svolti in contemporanea in diverse altre
città italiane.
Giusto un anno fa la nazionale israeliana era stata già ospitata a Udine per una
partita contro l’Italia e un corteo simile aveva raccolto circa tremila
presenze. Il tema dell’uso dello sport da parte di Israele per migliorare la
propria immagine non è una novità: basti ricordare che già nel 2018 il Giro
d’Italia partì da Gerusalemme, svolgendo poi due altre tappa in Israele. Più in
generale lo sport italiano sembra avere una certa difficoltà nell’evitare il
rapporto con Stati che presentano problematiche per quanto riguarda il rispetto
dei diritti umani, come suggerisce il rapporto ormai di lunga durata della
Federazione Italiana Giuoco Calcio con l’Arabia Saudita per l’organizzazione
della Supercoppa italiana (2018, 2019, 2022, 2023, 2024 e dopo sono previste
anche le prossime edizioni).
Il concentramento in piazza della Repubblica è vicino alla stazione, bastano
pochi minuti a piedi per arrivarci: quando arriviamo le strade intorno alla
piazza sono già piene e gli spezzoni si sono costituiti. Sono arrivate oltre
trecento adesioni alla convocazione e la diversità si nota anche a un’occhiata
superficiale. Sono presenti i sindacati di base così come la Cgil, gruppi scout,
gruppi autonomi e partiti, e un nutrito spezzone studentesco. La sensazione è
che, a Trieste come a Udine, la mobilitazione per la Palestina abbia portato
nello stesso corteo soggetti che in altri campi possono faticare a parlarsi, ma
che si sono ritrovati almeno sulla partecipazione a queste iniziative.
Via Roma, la strada che collega la piazza alla stazione, ha diversi negozi
aperti, soprattutto venditori di kebab. «Credo che siano gli unici a lavorare
ancora, quasi tutti gli altri negozi della città sono chiusi», ci fa notare una
persona che abita a Udine. È così: il corteo inizia a snodarsi per le strade
della città friulana e quando si entra in centro tante serrande sono abbassate.
I pochi locali che hanno scelto di rimanere aperti hanno comunque cercato di
proteggere le vetrine. Con una nota datata 9 ottobre il prefetto di Udine aveva
proibito la vendita di bevande o cibo in contenitori di vetro o ceramica e aveva
disposto la rimozione degli arredi urbani potenzialmente pericolosi, sostenendo
che il corteo potesse essere “occasione per l’infiltrazione di frange violente,
con rischi per l’incolumità di persone e cose”, contribuendo forse a creare un
clima di timore nei confronti della manifestazione
Il corteo è animato, c’è anche una murga molto vivace e composita che dà il
ritmo. Ogni tanto qualcuno si affaccia dalle finestre, ma in generale sembra che
parte della città si sia rintanata. La manifestazione attraversa delle strade
vuote, presidiate dalla polizia, dai carabinieri e dalla guardia di finanza. Ci
sono cartelli e striscioni di diverse realtà italiane, si fanno cori e si canta.
A un certo punto, non lontano dal municipio, in pieno centro, una parte del
corteo si lancia in un coro che invita a raggiungere lo stadio dove la partita
sta ormai per iniziare. «Si vede che non sono di Udine, lo stadio da qui è molto
lontano», dice qualcuno. In effetti lo stadio Friuli, noto anche come Bluenergy,
dal nome dello sponsor principale, è collocato a circa quattro chilometri dal
centro della città ed è uno dei pochi in Italia gestito dalla squadra che ci
gioca, l’Udinese. Il corteo termina così nella grande piazza Primo maggio,
accanto alla collina su cui è collocato il castello della città. La piazza è
talmente grande, soprattutto senza le macchine che di solito lì sono
parcheggiate, che il corteo, pur numeroso (si parla di dieci o quindicimila
persone), si sparpaglia: qualcuno rimane nel giardino centrale ad ascoltare
degli interventi, altri si avvicinano a un grande tessuto su cui sono stati
scritti i nomi delle persone minorenni morte a Gaza dall’inizio dell’invasione
israeliana fino a luglio 2025.
A un tratto un nutrito gruppo di persone si dirige verso un lato della piazza,
accanto al Santuario della beata Vergine delle grazie: è una delle due strade
che dalla piazza che possono portare verso lo stadio. In breve la fila di agenti
che blocca la strada viene rinforzata, qualcuno grida «Corteo! Corteo!», ma i
due gruppi rimangono a confrontarsi per diversi minuti sulle stesse posizioni.
Nella folla si vede uno striscione che chiede la liberazione di Marwan
Barghouti.
Alcune persone del servizio d’ordine della manifestazione vanno avanti e
indietro per avvertire che eventuali spostamenti del corteo dalla piazza non
sono stati concordati e che chi non vuole esporsi deve rimanere al centro della
piazza. Poi il gruppo si sposta verso l’altra strada di uscita verso nord, dove
trova un altro schieramento di polizia. Anche qui il confronto va avanti diversi
minuti fino a quando la polizia decide di fare a più riprese ricorso agli
idranti e ai lacrimogeni, che in diversi casi atterrano vicino al centro della
piazza, respingendo indietro i manifestanti. In alto un elicottero la illumina
con un potente faro, mentre gli scontri continuano ancora per circa un’ora. Poco
a poco però la piazza si svuota, mentre la partita viene giocata in uno stadio
semivuoto. Arriva la notizia di tredici persone fermate di cui poi due arrestate
e di alcuni fogli di via dati dalla questura, sotto la quale nella notte si è
formato un presidio di solidarietà.
La manifestazione di Udine si inserisce all’interno di una mobilitazione
regionale e nazionale intensa. Solo a Trieste, nelle ultime settimane, fra
assemblee e cortei le iniziative sono state quasi quotidiane. Mentre la città si
preparava al suo consueto programma autunnale di iniziative pubbliche, i cortei
hanno portato la questione palestinese nel centro, raccogliendo una
partecipazione non comune, in un posto in cui dopo poco si ha la sensazione di
conoscere almeno di vista una buona percentuale di chi partecipa ai cortei e ai
presidi. Nel caso della mobilitazione per la Palestina sembra essersi mosso
anche chi è di solito meno incline a partecipare. In questi ultimi due mesi, in
particolare, tante persone hanno percorso le vie centrali in cortei spontanei
che nascevano da presidi chiamati anche all’ultimo momento. È stata sconvolta la
viabilità e anche la preparazione di un evento come la Barcolana, nato come
semplice regata e diventato una vetrina per la città, iniziativa fondamentale
per il programma “politico” del sindaco Roberto Dipiazza. In occasione degli
scioperi generali si è si è arrivati a bloccare per alcune ore il porto della
città, con un varco il 22 settembre e due il 3 ottobre. (alessandro stoppoloni)
(disegno di martina di gennaro)
Nel film di Scola del 1976, un giornalista si rivolge al protagonista (Nino
Manfredi): «Lei, scusi, una parola per la tv?». «Vafangul’!». In quella commedia
feroce la miseria non chiedeva compassione né sconti morali, ma rivelava tutta
la violenza sociale delle baraccopoli romane e, implicitamente, dello Stato.
Cinquant’anni dopo, la miseria è la stessa: brutta, sporca e cattiva. I fratelli
Ramponi, (Franco, Dino e Maria Luisa) vivevano da anni isolati in un casolare
fatiscente alla periferia di Castel d’Azzano, senza acqua né luce. All’alba del
14 ottobre, un’esplosione ha cancellato tutto, compresa la vita di tre
carabinieri, Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà.
“ECCO CHI SONO I FRATELLI RAMPONI”
È cambiato il modo di raccontarla, la miseria. La tragedia è stata subito
riportata come la follia di tre colpevoli assoluti. I giornali hanno fatto a
gara a titolare “Chi sono i fratelli Ramponi”, e hanno scavato nei loro
precedenti, nei loro rancori, nei video in cui denunciavano gli “avvocati che li
hanno rovinati”. La narrazione di tutte le maggiori testate italiane costruisce
una storia di malavita e devianza, dove il lessico sacrificale e religioso
riservato ai carabinieri uccisi si accompagna a quello, vagamente moraleggiante,
della follia che sostituisce il linguaggio della povertà per i Ramponi (diceva
giustamente Ellen Raskin che “i poveri sono pazzi”). Su La Repubblica, un
articolo ne fa quasi cronaca antropologica, titolando “vita da Medioevo” e
evocando così, in un sol colpo, sia le condizioni materiali che un presunto
arretramento morale e culturale. Il Corriere della Sera sposta il dramma sociale
sul piano del patriottismo: “Il governo proclama il lutto nazionale.” In un
altro articolo, Repubblica titola: “Fanno esplodere il casolare”, formulazione
che chiude nell’intenzionalità criminale ogni spazio alla possibilità del “gesto
disperato”, come recitava un titolo, sapientemente cassato dal direttore del
giornale (fittizio?) in Sbatti il mostro in prima pagina. Non è il caso di fare
polemica, spiegava Gian Maria Volonté: «Il lettore apre il giornale, guarda, se
gli va legge, se non gli va tira via, ma senza la sensazione che gli vogliamo
rompere i coglioni».
UNA STORIA DI QUOTIDIANA DISPERAZIONE
Ma dietro quei brutti volti sporchi dei Ramponi si vede chiaramente una vicenda
molto più complessa di debiti, mutui, pignoramenti, battaglie legali, accuse
incrociate, ignoranza e impotenza. Una storia che i giornali hanno preferito
comprimere nella cornice perbene del delitto e del castigo.
Tutto comincia nel 2014 con un mutuo da settantamila euro con il Credito Padano,
destinato a un frutteto. Le rate cessano presto e la banca avvia una procedura
esecutiva. I Ramponi sostengono invece, da anni, che la firma fosse falsa: «Ci
hanno portato via cose per un milione di euro», diceva Maria Luisa in un video
del 2024 (Corriere del Veneto). Quale che sia la verità legale, rimane il fatto
che tre disgraziati, già in condizioni di povertà assoluta, si sono visti
togliere l’ultimo riparo, un tetto scassato senza servizi. Alla fine hanno
reagito, a dir poco, maldestramente. La Procura di Verona oggi contesta ai tre
fratelli il reato di strage, ipotizzando che l’esplosione sia stata preparata
per uccidere. Già l’anno scorso si erano barricati in casa minacciando di farla
esplodere. Non c’è dubbio: oltre che brutti e sporchi, i Ramponi sono anche
cattivi. Sarebbe da chiedersi se lo sarebbero stati, in condizioni sociali e di
dignità diverse, o se sia un tratto antropologico dei poveri.
CRISI ABITATIVA
Eppure la notizia, per i giornalisti italiani, non sta nella crisi sociale che
il paese sta vivendo attorno a sfratti e sgomberi, specialmente, e sempre più
spesso, ai danni di persone anziane. Giusto alcuni casi recenti:
8 ottobre 2025, Sesto San Giovanni (Milano): settantunenne si lancia dal sesto
piano mentre l’ufficiale giudiziario notifica lo sfratto; lascia biglietto (“Non
ce la faccio più”).
15 maggio 2019, Torino (Palazzo di Città): Dipendente comunale sessantatreenne
si uccide nella sede municipale; aveva subito uno sfratto esecutivo.
16 luglio 2015, Genova (Sestri Ponente): Si getta dalla finestra “a causa dello
sfratto”.
19 dicembre 2013, Torino (quartiere Parella): cinquantenne si impicca al
balcone; in tasca l’ingiunzione di sfratto da eseguire entro trenta giorni.
La vera notizia, a quanto pare, sono i funerali di Stato per i tre carabinieri
morti sul lavoro, diventati eroi al pari dei loro colleghi caduti nella lotta
alla mafia. Sia chiaro che il sacrificio individuale di chi perde la vita
nell’adempimento del dovere merita un rispettoso riconoscimento dallo Stato e da
tutti. Tuttavia trasformare gli esecutori di uno sgombero ai danni di tre
contadini semianalfabeti in martiri della legalità, senza alcuno sguardo critico
sul contesto, significa spostare il discorso sul piano liturgico, rendendolo
impermeabile a ogni analisi e, in ultima analisi, rassicurante, funzionale allo
status quo.
Questa è una costante dei casi di cronaca simili a quelli citati. Diritto alla
casa? Non se ne parla nemmeno. Povertà, ingiustizia sociale, sopruso, ignoranza?
Neanche un accenno, se non carico di giudizio morale. Si sa tutto di come
vivevano quei debosciati dei Ramponi, la loro follia, il degrado, la perversione
del bisogno. La proprietà, invece, resta anonima e inviolabile: nessun giornale,
fino al 15 ottobre, dice chi abbia promosso lo sgombero. Dalle notizie sul mutuo
si può solo ipotizzare un contenzioso bancario. La povertà ha nome e volto, la
proprietà mai; nel racconto mediatico, è una divinità incorporea che non si
nomina. I Ramponi invece hanno il physique du rôle, sono perfetti nel loro ruolo
“da Medioevo”.
IL LINGUAGGIO DEL POTERE
In questa asimmetria si gioca la partita morale, già persa, della nostra
informazione. La legge, nel suo linguaggio neutro, non distingue tra
disperazione e criminalità. Qui dovrebbe intervenire il giornalismo, che
racconta la complessità del reale, problematizza, cerca le cause oltre la
cronaca. Ma il linguaggio semplificante dei giornali mira a tutt’altro effetto:
* I verbi d’azione (“fanno esplodere”, “innescano”, “provocano”) fissano la
colpa nel gesto, non nel problema che a quel gesto ha portato.
* Gli aggettivi morali (“folli”, “pericolosi”, “isolati”, “da Medioevo”)
trasformano la miseria in colpa antropologica, e persino estetica.
* L’assenza del soggetto economico protegge, evitando ogni possibilità di
problematizzazione, la proprietà al di sopra della dignità delle persone,
siano pure i Ramponi.
* E infine, la centralità delle vittime in divisa riporta tutto al campo del
sacrificio patriottico, dissolvendo ogni questione sociopolitica, o solo
intellettualmente onesta, in un confuso senso di italianissimo orgoglio.
Ecco come si costruisce il discorso pubblico in modo che rimanga entro i limiti
dell’accettabile. “Ecco chi sono i fratelli Ramponi”, recitano i titoli. La
risposta che danno i giornali impone una domanda unica coprendo quell’altra, più
urgente, e canalizzando la curiosità del lettore su questi delinquenti senza
appello.
Ma l’altra domanda merita ancora di essere posta: perché erano ridotti a vivere
in quelle condizioni? Sono vere le accuse che fanno di truffa e falso? Cosa
spinge a far saltare in aria la propria casa, rischiando di morire, e di
uccidere, pur di non lasciarla? In altri termini: gli interessi di chi stavano
difendendo, a costo della propria vita, i tre carabinieri? Perché una cosa è
certa: lo Stato era lì per tutelare una proprietà, non persone in difficoltà
materiale e psicologica estrema, non per aiutare dei cittadini di serie B…
Brutti, sporchi, e cattivi. (antonio malatesta)