Licenziato da uno store ufficiale di Milano-Cortina 2026 dopo aver risposto alle
provocazioni sioniste con due sole parole: “Free Palestine” Il suo nome è Ali
Mohamed Hassan e fino a …
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arriva prima dell’approvazione del nuovo decreto sicurezza: segno che la
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Mentre la Striscia continua a contare morti e feriti, la società civile rilancia
una flottiglia internazionale per rompere l’assedio Nella Striscia di Gaza si
continua a morire anche mentre, sulla …
(disegno di diego miedo)
Riprendiamo il filo tracciando gli elementi essenziali di questi mesi trascorsi
ancora all’interno di questa strana camera iperbarica.
Il tempo del processo a breve segnerà una nuova sequenza in cui verranno
esaminati i testimoni delle difese degli imputati. In questo lasso temporale, in
cui abbiamo osservato la deposizione degli accusati che hanno prestato il
consenso a sottoporsi alle domande delle parti sono emersi con evidenza i
passaggi operativi della Mattanza. I poliziotti di Santa Maria hanno tentato
invano di scaricare la responsabilità sui colleghi del Gruppo d’Intervento
Rapido e sugli altri provenienti da altri istituti per dare una mano. Tentativi
inutili di fronte all’evidenza delle dichiarazioni, anche poste ingenuamente
come quella dell’agente che ha dichiarato di aver indossato per l’occasione le
scarpe da ginnastica perché aveva capito l’obiettivo reale della perquisizione
straordinaria e con la gomma (forse) avrebbe inferto colpi meno importanti. Ci
sono state confessioni evidenti, una proviene da un agente di Santa Maria che ha
operato il 6 aprile 2020:
Presidente: no, perché io cercavo di capire il suo racconto, cercavo di seguire
il suo racconto quando lei diceva di avere ecceduto, allora il pubblico
ministero le faceva le domande in relazione al livello della forza che lei ha
utilizzato per i colpi, io invece le chiedevo se questo eccesso lei lo individua
anche rispetto al colpire persone un po’ alla cecata, mi passi il termine, cioè
anche indipendentemente…
Imputato: no, chiunque in quel momento faceva anche una mezza azione anche
insignificante, cosa, io colpivo. Presidente: quindi questo è l’eccesso.
P.M.: senta, mi scusi, non siamo riusciti a capire, io le ho chiesto il numero
orientativo di persone che ha picchiato, non ho capito se… perché sa, uno riesce
pure a dire 10, 30, 50, 100, 1000, insomma.
Imputato: no.
P.M.: c’è la possibilità di fare queste considerazioni?
Imputato: no, in quel momento non riuscivo a capire niente, non riuscivo a
contare le persone, non riuscivo a calcolare le persone, non ho idea.
…
Presidente: va bene, non ci sono altre domande. Le parti civili? Nessuna
domanda. Le difese. Chi deve fare domande? Nessuno?
Imputato: dottoressa, ribadisco il mio perdono, perdonatemi per quello che ho
fatto.
Presidente: sì, abbiamo inteso.
Imputato: perdonatemi tutti quanti, vi chiedo scusa a tutti per quello che è
accaduto.
Per noi è necessario ribadirlo per non perderne memoria: il personale del
carcere ha reclamato la rappresaglia già dal 5 aprile sera, dopo la mediazione
conclusa in modo pacifico con i detenuti del reparto Nilo. Così il potere
penitenziario regionale si è mosso rapidamente per non perdere il fronte
interno, scomposto e scollegato dal comando. Tutti ne erano al corrente, i
messaggi tra il provveditore dell’amministrazione in carica durante gli anni
dell’emergenza pandemica, Antonio Fullone (premiato per la carriera e
ricompensato perché ora direttore della Scuola Superiore dell’esecuzione penale
“Piersanti Mattarella”) e il capo del Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria del governo Conte, Francesco Basentini, sono a nostro giudizio
prova evidente:
Parte Civile: Non so se – dicevo – possiamo dare per scontato il contenuto dei
messaggi che lei ha inoltrato al dottor Basentini il 5 e il 6 aprile oppure
vuole che li rilegga un attimo? Devo porre delle domande su questi.
Imputato: magari se me li rilegge nel momento in cui fa la domanda, posso essere
più preciso.
Presidente: quelli che lei ritiene di chiamare.
Parte Civile: benissimo, vado rapido. Allora il 5 aprile risulta che lei scrive
al dottor Basentini alle 23:51, quindi al termine della protesta del 5 aprile:
“Dobbiamo chiudere l’emergenza sanitaria e il rischio contagio ci dà un’ottima
motivazione”. Il dottor Basentini le risponde: “Antonio, aspettiamo cosa dice il
ministro, non vorrei che…”. “Va bene”. Il 6 aprile alle 16:48 lei scrive al
dottor Basentini: “Buonasera capo, è in corso perquisizione straordinaria con
150 unità provenienti dai Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel
reparto dove si sono registrati i disordini, era il minimo segnale per
riprendersi l’Istituto, forse le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori
regione, il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire
l’occasione di chiudere temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria
ovviamente, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”.
“Hai fatto benissimo”, risponde il dottor Basentini.
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QUI le puntate precedenti del Diario
Il primo argomento della puntata è stato quello dello sciopero internazionale
dei porti, indetto e coordinato dal CALP e dal sindacato di base USB, e che
sempre nelle acque del Mediterraneo avrà luogo in Grecia, nei Paesi Baschi, in
Marocco e in Turchia. Anche qui in Italia ci saranno manifestazioni che vedranno
protagonisti i portuali di ben 11 città, coinvolti attivamente contro la
logistica di guerra. Abbiamo intervistato Riccardo dei CALP per farci spiegare
le rivendicazioni e la portata di questa iniziativa, per poi addentrarci sulle
condizioni generali vissute da chi lavora nei porti e che da qualche anno a
questa parte si ritrova volente o nolente in prima linea contro la logica di
guerra permanente e riarmo. Di seguito il comunicato dello sciopero:
6 Febbraio 2026: “I Portuali non lavorano per la guerra”. Giornata
internazionale di azione congiunta dei porti
I sindacati Enedep di Grecia, Lab dei Paesi Baschi, Liman-Is di Turchia, ODT del
Marocco e USB in Italia hanno chiamato la Giornata internazionale di azione e
lotta il 6 febbraio 2026.
In quella giornata, i lavoratori portuali di circa 21 tra i più importanti porti
europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte
dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina, manifesteranno e sciopereranno
insieme, una forma concreta di protesta al quale non si assisteva da decenni,
convocata sulle seguenti motivazioni:
per garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi
da qualsiasi coinvolgimento nella guerra;
per opporsi agli effetti dell’economia di guerra sui nostri salari, pensioni,
diritti e condizioni di salute e sicurezza
per bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in
Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo
commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali;
per opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE e
dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche;
per respingere il riarmo come alibi per introdurre ulteriore privatizzazioni e
automazione dei porti.
Ecco l’elenco delle iniziative in Italia indette per quel giorno:
Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno
Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori
Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste
Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale)
Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso
Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti
Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto
Bari – ore 16:00 – Terminal Porto
Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto.
Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia
Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto
Queste sono le principali iniziative convocate nei principali porti europei
dalle organizzazioni sindacali che hanno chiamato il 6 febbraio:
Pireo (Grecia) – Appuntamento alle 10.30 l.t. davanti all’ingresso principale
del porto
Elefsina (Grecia) – Appuntamento alle ore 10.30 l.t davanti all’ingersso
principale del porto.
Bilbao (Paesi Baschi) – Ore 10.00 preso il porto
Pasaia/ San Sebastian (Paesi Baschi) – ore 10.00 presso il porto
Mersin (Turchia) – ore 10.30 l.t. terminal porto
Tangeri (Marocco) – ore 10.00 presso l’ingresso del porto (al momento da
confermare visto il grave allarme meteo che potrebbe chiudere il porto).
Hanno espresso solidarietà e sostegno alla giornata del 6 febbraio l’IDC
(International Dockworkers Council), la WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) e
la TUI Tppfc – Federazione dei trasporti Europei sempre della FSM.
Sono arrivate adesioni in supporto e solidarietà da altri porti europei tramite
gruppi indipendenti di lavoratori portuali e movimenti sociali e politici:
Amburgo – Manifestazione con più appuntamenti che parte alle ore 13.00 presso il
terminal Hapag-Lloyd per finire alle ore 17.00 davanti al consolato americano.
Brema – Manifestazione dalle ore 12.30 alle ore 14.15 presso l’Eurogate del
porto di Brema.
Marsiglia – Manifestazione dalle 12.00 alle 14.00 davanti all’ingresso del porto
commerciale di Fos-De-Mer alla presenza di sindacalisti e portuali per la
Palestina e indipendenti.
Per quanto riguarda oltre l’Europa, la giornata del 6 febbraio sta incontrando
molte adesioni e manifestazioni di solidarietà soprattutto da USA e Sud America
che sono in via di aggiornamento nelle prossime ore
Al momento, negli USA abbiamo ricevuto il sostegno da parte del movimento del
“Stop Us-Led War” attivo anche in Venezuela e Colombia e abbiamo anche ricevuto
la solidarietà del sindacato di Minneapolis SEIU Local 26, tra i protagonisti
degli scioperi generali al grido ICE OUT.
In Colombia segnaliamo l’iniziativa convocata in solidarietà con la giornata del
6 febbraio dal movimento “Green go home” davanti all’ambasciata USA di Bogotà
alle 4 del pomeriggio.
Manifestazione di solidarietà e vicinanza anche dal sindacato dei lavoratori
petroliferi del Brasile.
Dalle ore 17.30 del 6 febbraio presso tutti i canali social di USB sarà
disponibile la diretta della giornata con interventi e contributi dalle piazze
nazionali e internazionali.
Si profila una giornata di lotta e di solidarietà internazionale, la
dimostrazione che si può concretamente fare qualcosa contro la guerra, le
aggressioni, le rapine di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra
mettendo insieme più sindacati di più paesi.
Un primo punto di partenza ma che marca un livello di mobilitazione che può
mettere in difficoltà i disegni di sfruttamento dei portuali e di tutti i
lavoratori da parte di chi oggi pensa di guidare il mondo.
La solidarietà internazionale è una parte essenziale del nostro futuro!“
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della serata ha riguardato un appuntamento che si
terrà venerdì 6 febbraio presso il Laboratorio Malaerba a Torino, ovvero un
evento a metà tra reading teatrale e di riflessione sul tema delle mafie.
Abbiamo ospitato al telefono Antonio Vesco, antropologo e sociologo che si
occupa appunto di studio dei fenomeni mafiosi per farci raccontare qualcosa di
più su questo evento, oltre che per parlarci del suo ultimo libro “Criminalità
immaginate” edito da Tangerin edizioni, da cui sono estratti molti brani di
questa sorta di conferenza teatrale. Ci siamo fatti spiegare il perchè il mondo
considerato mafioso e quello del precariato lavorativo finiscono per incrociarsi
all’interno del testo di Antonio Vesco e da quali casi di studio è partito per
analizzare il fenomeno.
Vi invitiamo perciò a partecipare a questo evento che ricordiamo si terrà il 6
febbraio alle ore 19:30 presso il Laboratorio Malaerba in Via Verres 4 a Torino.
Buon ascolto
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Il terzo argomento della serata è stato quello di un provvedimento disciplinare,
subito da una lavoratrice che lavorava come dipendente da più di trent’anni
presso il supermercato Pam di via Sabotino a Grosseto a fronte di un
provvedimento disciplinare erogato dall’azienda che le è costato il
licenziamento diretto.
Il tutto è partito da un banalissimo episodio: La dipendente dopo il turno di
lavoro aveva fatto compere presso lo stesso esercizio per il quale lavorava, ma
dopo aver fatto cadere per incidente un flacone di detersivo, con il permesso
del responsabile del punto vendita, ne ha preso un altro dagli scaffali.
L’azienda la accusa pertanto di furto. Ne abbiamo parlato con Paolo Martellucci,
avvocato della lavoratrice, che assieme al siundacato FILCAMS CGIL ha preso in
carico la vertenza.
Buon ascolto
(disegno di otarebill)
Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città
Nel lessico tecnico del settore immobiliare e negli studi
urbani, coliving e student housing identificano una nuova tipologia di strutture
residenziali su larga scala che negli ultimi anni si sono moltiplicate nei
contesti urbani. Si tratta di edifici dalla natura ibrida e sfuggente, che si
sottraggono alle classificazioni abitative consolidate: presentano
caratteristiche alberghiere (servizi, reception, pulizie, piattaforma di
prenotazione), ma ospitano residenze a medio-lungo termine; offrono soluzioni
per studenti e studentesse ma accolgono anche professionisti; propongono stanze
private ma gestiscono anche spazi collettivi. Questa ambiguità rappresenta
precisamente la strategia di questi operatori, che si posizionano in una zona
grigia tra ricettivo, housing e workspace per massimizzare flessibilità e
ricavi.
Modelli di questo tipo si inseriscono nelle crepe di un sistema abitativo sempre
più deregolamentato, in cui l’offerta residenziale è insufficiente e i prezzi
risultano insostenibili rispetto ai redditi medi (spesso inferiori ai duemila
euro mensili, secondo i dati Istat). Il coliving propone formule “all
inclusive”: una stanza privata che va dai dieci fino ai trentacinque mq con
servizi condivisi come cucine, coworking, lavanderia, palestra e area lounge,
oltre che eventi programmati. Questo modello contribuisce a rafforzare una
concezione della casa come servizio a pagamento, piuttosto che come bene
primario, stabile e tutelato. Difatti, se si osservano le strategie di marketing
e la narrazione commerciale dei gestori si può notare come venga esaltata la
flessibilità, la temporaneità e la creazione di community, arrivando a
trasformare anche il bisogno di socialità in un servizio incorporato nel
pacchetto a pagamento.
L’analisi dei dati sugli investimenti in questo settore, nel primo semestre
2025, offre una chiave di lettura emblematica delle dinamiche che stanno
ridefinendo il paesaggio di moltissime città italiane. Secondo Savills –
un’importante società britannica di servizi immobiliari – il settore
del living in Italia ha registrato un aumento del 118% solamente nell’ultimo
anno, con 670 milioni di euro investiti. Questa esplosione di investimenti si
concentra in cinque città italiane – Milano, Roma, Firenze, Bologna e Torino –
che rappresentano “poli di attrazione” per capitali nazionali e internazionali.
Queste città condividono alcune caratteristiche strutturali: innanzitutto una
forte presenza universitaria, un’elevata attrattività turistica, sono centri
direzionali e presentano mercati immobiliari sotto pressione, caratterizzati da
un vertiginoso aumento dei prezzi. Tuttavia, se guardiamo online l’offerta di
alcuni operatori commerciali, possiamo notare un’espansione anche in città più
piccole ma di grande attrattività universitaria e turistica: Padova, Matera,
Palermo, eccetera.
La crescita degli investimenti nel settore abitativo non è casuale, si tratta di
un vero e proprio boom speculativo che conferma che la casa non è più
prioritariamente un bene d’uso ma un asset class da cui estrarre rendite
crescenti. Questa crescita, afferma sempre Savills nel rapporto “Italian student
housing market”, è trainata soprattutto dagli studentati privati. La società di
consulenza e investimento immobiliare evidenzia che, poiché l’offerta privata in
Italia copre appena il 4% della domanda proveniente dalla popolazione
studentesca, il settore presenta ancora un forte potenziale di crescita per gli
investitori. Attualmente il 31% dei posti letto complessivi è gestito da
operatori privati, una quota cresciuta di oltre dieci punti percentuali in soli
quattro anni. Il report segnala inoltre che sono previsti venticinquemila nuovi
posti letto entro il 2027.
Il fatto che le città italiane vengano segnalate come poli di attrazione, con
domanda in aumento e “canoni competitivi rispetto alle principali capitali
europee”, ci fa intendere che c’è ancora margine di crescita degli affitti e dei
prezzi delle case. In altre parole, gli investitori vedono in Italia un mercato
in cui i rendimenti possono aumentare ulteriormente. Un altro dato preoccupante
riguarda gli student housing professionali, ovvero i cosiddetti “studentati di
lusso”, che stanno crescendo perché, come in altri ambiti delle politiche
abitative, lo Stato ha progressivamente abbandonato il suo ruolo di garante del
diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da
operatori privati.
MEMBRI, NON INQUILINI
Questa tipologia di complessi residenziali prolifera già da diversi anni in
molte città. I principali gestori sono: The Social Hub, società olandese;
aparto, che fa capo al gruppo Hines; Collegiate, di origine britannica; Camplus,
società italiana; Yugo, compagnia globale di student housing con sede principale
negli Stati Uniti; Joivi, prima piattaforma europea di coliving, micro-living e
student housing, nata dalla fusione di DoveVivo con altre società del settore.
Quest’ultima, in forte espansione, gestisce oltre 2.500 abitazioni in sei paesi
europei, con una crescita dei ricavi tra 2021 e 2023 del 70% in Italia e del
140% all’estero.
Queste società hanno diffuso un nuovo modello abitativo che sembra esclusivo, ma
in realtà è molto standardizzato: stanze o micro-appartamenti di pochi metri
quadrati con bagno privato, arredi di design, palestra e piscina sul tetto,
coworking, verde verticale, lavanderia e una serie di servizi riservati ai
residenti e abbonati. A essere esclusivi, tuttavia, sono soprattutto i canoni
mensili, che oscillano tra i mille e i tremila euro, a seconda della soluzione
scelta e delle eventuali convenzioni universitarie, ma in assenza di qualunque
reale tutela per chi vi abita.
A Roma, per esempio, il modello del coliving e degli studentati privati sta
iniziando a consolidarsi solo recentemente, ma con una velocità impressionante.
Il caso più visibile è The Social Hub, inaugurato nel 2025 nell’area dell’ex
Dogana a San Lorenzo. Chi guida sulla tangenziale est o arriva in treno a
Termini non può non notare la nuova mega-struttura: ventiquattromila mq
riconvertiti in residenza ibrida con camere, coworking, palestra e servizi,
venduti come “esperienza abitativa” a tariffe superiori ai duemila euro al mese.
L’immobile era di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti e, secondo un’inchiesta
di Irpimedia, è stato ceduto al gruppo olandese TSH a un prezzo di gran lunga
inferiore al valore di mercato, evidenziando ancora una volta come il patrimonio
pubblico alimenti la rendita privata.
The Social Hub è arrivato in Italia nel 2018, aprendo la sua prima sede in via
Lavagnini a Firenze, quando ancora operava sotto il brand The Student Hotel. Il
cambio nome ha segnato anche un cambiamento nella strategia aziendale: dalle
residenze pensate principalmente per studenti a un modello ibrido rivolto a
un’utenza mista, inclusi turisti, nomadi digitali e professionisti in soggiorno
temporaneo. Oggi The Social Hub gestisce quattro strutture in Italia, tra Roma,
Firenze e Bologna, e ha già annunciato una prossima apertura a Torino.
Attraverso un’analisi dei prezzi svolta sulla piattaforma online, constatiamo
che un soggiorno medio-lungo si aggira mediamente intorno agli ottanta euro a
notte, superando facilmente canoni di duemila euro al mese per una stanza di
circa trenta mq con bagno privato e, in alcuni casi, angolo cottura. Si tratta
di un’offerta completamente gestita secondo il modello alberghiero, con servizi
condivisi che trasformano l’alloggio in un prodotto esperienziale più che in
un’abitazione stabile. Queste strutture includono sempre spazi semipubblici –
uffici e coworking accessibili tramite abbonamento mensile e aperti h24 e sette
giorni su sette, oppure bar e ristoranti interni – e spazi dichiarati pubblici,
come terrazze o giardini, attraversabili anche da chi non risiede nella
struttura.
Gli abbonati ai servizi vengono tutti definiti member della community, e si
hanno dei badge per accedere nei vari ambienti della struttura. In questo
modello abitativo, si perde persino l’identità di inquilino o inquilina: non si
è più residenti con diritti specifici, ma “membri” di una struttura, dove
l’abitare viene trasformato in un prodotto commerciale. Non è un caso che, da
qualche anno, non è possibile soggiornare per oltre dieci mesi nella stessa
struttura, costringendo così a un nomadismo forzato anche chi vuole
stabilizzarsi per più tempo.
Accanto a TSH operano altri attori come Camplus, che gestisce vari studentati in
tutta Italia. A Roma, per esempio, a Pietralata, quartiere dove è in progetto
anche la costruzione del nuovo stadio, gli alloggi studenteschi hanno rette che
vanno dai 14 mila euro per stanze doppie ai 16.500 euro l’anno per stanze
singole, includendo diversi servizi. Le strutture hanno posti anche per viaggi e
trasferte di lavoro, con prezzi tra i novanta e oltre duecento euro a notte per
soggiorni medio-brevi. I costi variano in base alle convenzioni con aziende e
università, una logica che consente a queste strutture di consolidare il modello
di partenariato pubblico-privato. Questo sistema di accordi serve a legittimare
la struttura come servizio di pubblica utilità, facilitandone l’accesso a fondi
pubblici, agevolazioni fiscali e concessioni edilizie, pur mantenendo una
gestione orientata al profitto.
Lo stesso meccanismo riguarda il progetto da cinquantasette anni di concessione
nell’area degli ex Mercati Generali, realizzato dal fondo Hines, che ha come
partner anche la compagnia israeliana Menora Mivtachim con interessi immobiliari
in Cisgiordania. L’opera è stata giudicata di “pubblica utilità”, ma replica il
solito modello ibrido: oltre duemila posti letto, di cui appena un quarto a
canone cosiddetto “calmierato”, che comunque resterà allineato ai prezzi del
mercato privato, vanificando qualsiasi reale funzione sociale. In questa zona si
è attivato un ampio fronte di cittadini/e, realtà locali, organizzazioni
studentesche e movimenti che chiedono trasparenza sul progetto e un reale
coinvolgimento della comunità. Tra le richieste principali: più verde pubblico e
la tutela dell’area rinaturalizzata esistente, che ospita un ecosistema urbano a
rischio di cancellazione definitiva.
Dinamiche simili si registrano in altre zone della città. A largo Preneste,
nell’area dell’ex Snia Viscosa, il costruttore Pulcini progetta uno studentato
che, secondo i comitati di quartiere, cancellerebbe uno dei pochi spazi verdi
rinaturalizzati della zona. Poco distante, l’ex cinema Impero è destinato a
essere convertito in un altro studentato con funzione residenziale di fascia
alta, che poco sembra rispondere alle esigenze abitative del territorio.
Rimanendo nello stesso quadrante geografico, a Casal Bertone, vicino alla
stazione Tiburtina, è stata recentemente cementificata una falda acquifera in
via Giuseppe Partini per costruire uno studentato privato di ottomila mq con 270
stanze, situato tra l’hub logistico di Amazon e lo spazio sociale Strike. L’area
di venticinquemila mq è stata acquisita dal fondo statunitense Barings tramite
un’operazione immobiliare curata da Savills SGR, dopo l’acquisizione dal
precedente proprietario, il gruppo BNP Paribas.
Infine, ma non ultimo, c’è il Museo della Scienza, previsto negli spazi delle ex
caserme di via Guido Reni, nel quartiere Flaminio. L’intervento, realizzato da
Cassa Depositi e Prestiti Real Asset SGR in partnership con soggetti privati,
combina la funzione museale con una nuova edificazione di residenze e funzioni
private, affiancate da spazi pubblici. Un modello che, pur promettendo
rigenerazione, nasconde dietro l’interesse pubblico interessi di valorizzazione
immobiliare.
SOLDI PUBBLICI, PROFITTI PRIVATI
Ormai da diversi decenni, numerose amministrazioni locali, al di là delle
differenze ideologiche e di bandiera partitica, hanno progressivamente adottato
strategie di gestione urbana ispirate a logiche neoliberiste, fondate sulla
ricerca di capitale e visibilità internazionale. Tali strategie hanno favorito
l’emergere di processi di gentrificazione, turistificazione e finanziarizzazione
dello spazio urbano. Questo paradigma di governo della città, consolidatosi da
oltre tre decenni, è quello che David Harvey definisce “imprenditorialismo
urbano”. Esso si basa su alcuni pilastri: il ricorso sistematico al partenariato
pubblico-privato, in cui le amministrazioni locali mettono a disposizione
risorse e garanzie mentre i profitti ricadono sui soggetti privati; la natura
fortemente speculativa dei progetti, con il rischio finanziario spesso scaricato
sul settore pubblico. Un esempio attuale è quello dei fondi Pnrr: circa 960
milioni di euro vengono destinati alla rigenerazione urbana e allo student
housing, ma i profitti generati da tali interventi restano in larga parte nelle
mani degli operatori privati.
Altro elemento centrale di questo modello è la competizione tra città su scala
globale, non più nazionale. Le amministrazioni puntano su grandi opere,
rigenerazioni urbane di forte impatto simbolico, musei, infrastrutture e
mega-eventi, con l’obiettivo di attrarre turisti, consumatori, investitori e
capitali internazionali. Esempi emblematici ne sono Expo, Olimpiadi e grandi
manifestazioni sportive, utilizzate come strumenti di marketing territoriale e
leve per mobilitare investimenti privati.
A essere oggetto di speculazione (mascherata da riqualificazione) sono spesso
spazi abbandonati, ex stabili industriali – molti dei quali occupati, recuperati
e fatti vivere per anni da movimenti sociali – oppure territori rinaturalizzati
trattati come “vuoti urbani”. In realtà, queste aree vengono acquisite per lo
più a prezzi irrisori e, grazie a varianti urbanistiche concesse con
disinvoltura dalle amministrazioni pubbliche, trasformate in asset immobiliari
ad alta redditività per fondi di investimento e società finanziarie.
Governance urbane dipendenti dalla logica della rendita, costruite intorno alla
monocultura turistica e prive di risorse pubbliche, finiscono per essere
ostaggio di fondi e operatori stranieri. Questi ultimi si presentano come
soluzione al problema alloggiativo, ma il loro unico obiettivo è massimizzare i
rendimenti, non certo risolvere il problema abitativo di migliaia di persone.
Cosa rende questo mercato così sicuro per gli investitori stranieri? Anzitutto
gli incentivi fiscali e finanziari, come Iva o Imu ridotte, detassazione dei
canoni calmierati e accesso al credito a tassi agevolati. A questo si aggiunge
la deroga urbanistica: il privato presenta un progetto
che apparentemente includerebbe aree verdi (che poi si traducono in giardino
verticale), spazi pubblici (che sono a pagamento) e una quota di alloggi a
prezzi calmierati (che risultano comunque prezzi di mercato); il Comune lo
dichiara di “pubblica utilità” e l’intervento viene approvato in deroga. In
questo modo, senza una variante formale al piano urbanistico, è possibile
costruire più rapidamente, modificare gli usi e aumentare le volumetrie.
Siamo arrivati a un punto di non ritorno in cui è fondamentale fermarsi e
interrogarsi: che tipo di città si sta costruendo? E soprattutto: cosa possiamo
fare concretamente per contrastare questi processi che trasformano i nostri
quartieri in enclave esclusive ed escludenti?
In tutta Europa, molti comitati di quartiere, organizzazioni e movimenti per il
diritto all’abitare stanno avanzando proposte e provando a orientare le
politiche di tantissime amministrazioni locali. Una via d’uscita non può basarsi
su una sola misura, ma richiede un insieme coordinato di interventi capaci di
agire su più livelli. È ormai evidente che va ridotto il potere delle
piattaforme come Airbnb e va disciplinato il mercato degli affitti brevi, che
sottrae stock abitativo alla residenza stabile. Ma intervenire solo su quel
segmento non basta, serve anche una regolamentazione del mercato degli affitti a
lungo termine, oggi lasciato alle sole logiche della rendita e della
contrattazione individuale. È necessario, inoltre, porre un freno ai cambi d’uso
e alle varianti urbanistiche concesse con troppa facilità alle società di
investimento immobiliari, strumenti attraverso cui il patrimonio abitativo viene
sistematicamente sottratto alla sua funzione sociale per essere trasformato in
merce finanziaria. È necessario, quindi, introdurre un vincolo nazionale che
impedisca varianti urbanistiche prive di comprovato interesse pubblico e non
deliberate attraverso processi partecipativi reali – come già richiesto a
Firenze con due referendum consultivi dal basso su temi urbanistici.
Un’altra misura chiave è la tassazione degli immobili vuoti, per contrastare la
rendita speculativa e ridurre il rent gap, cioè la differenza tra quanto un
immobile vale oggi e quanto potrebbe rendere se riqualificato e rimesso a
valore. Il vuoto urbano, cioè edifici lasciati inutilizzati, abbandonati o
tenuti sfitti, non è quasi mai una semplice conseguenza del caso o della
disattenzione. Spesso è una strategia funzionale alla speculazione immobiliare,
perché mantenere spazi vuoti permette agli investitori di acquistare l’area con
pochi capitali, aspettare piani di riqualificazione pubblica e far salire il
valore dell’area. Non è un caso che queste strutture spesso nascono in aree in
cui erano presenti attività produttive, e in quartieri popolari e operai che
vengono riqualificati e gentrificati. Per questo motivo si chiede di tassare il
vuoto, così da evitare che l’inutilizzo diventi una forma di profitto. Allo
stesso tempo, le occupazioni andrebbero decriminalizzate perché sono una
risposta sociale: restituiscono vita agli edifici e danno accoglienza a chi ne
ha bisogno.
In Italia esistono quasi nove milioni di abitazioni sfitte, un dato che mostra
con chiarezza la contraddizione strutturale del nostro mercato: non mancano le
case, manca la possibilità di abitarle. Chi vive nei quartieri non ha bisogno di
queste strutture di coliving; le studentesse e gli studenti vogliono pagare meno
di quanto chiedono i nuovi studentati privati e desiderano vivere i servizi e la
vita dei territori, non chiudersi dentro edifici pensati come spazi
autosufficienti, in cui paghi anche la socialità. (chiara davoli)
(disegno di Otarebill)
Sarà presentato martedì 27 gennaio, alle 17:30 nella redazione di Napoli Monitor
(via Broggia, 11), il numero 15 de Lo stato delle città (a questo link indice e
punti di distribuzione a Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino e nelle prossime
settimane in altre città).
Tra gli articoli della rivista c’è Voglia di uccidere, di Maurizio Braucci, che
riproponiamo oggi ai nostri lettori.
* * *
Giovani che uccidono altri giovani, spesso con pistole, altrimenti con coltelli.
È un tema, quello della morte per futili motivi, che sembra non interessare
l’opinione pubblica se non per l’arco di un momento: quello dell’ennesima
vittima. Ogni dibattito che nel corso degli ultimi anni è seguito alle tragiche
vicende di giovani uccisi per un litigio, si è sempre ridotto a discorsi sulla
sicurezza e sulla certezza delle pene. Francesco Pio Maimone, Santo Romano,
Gianbattista Cutolo, Emanuele Tufano e Pasquale Nappo, sono tra gli altri nomi
di giovani uccisi a Napoli e provincia. In altre provincie del sud le pistole
hanno sparato in situazioni che in passato sarebbero esplose con una violenza
non armata. E quindi, perché tante armi e tanto desiderio di uccidere? La
profezia di un poeta e il film di un grande regista possono aiutarci a
rispondere. La prima riguarda l’intervista che Pier Paolo Pasolini, nel suo
ultimo giorno di vita, concesse a Furio Colombo, in cui parla dell’Italia del
1975: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli
sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe
anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io
le pecore nere”.
I più meticolosi leggono in questa dichiarazione il resoconto di un momento
storico dove il conflitto ideologico, tra ricchi e poveri, tra destra e
sinistra, era talmente acceso che dalla rivalità si era passati alla guerra
nelle strade. Ma se intendiamo la storia come un’eco del passato che arriva fino
a noi, in questo allarme di Pasolini non possiamo non scorgere qualcosa che
riguarda il nostro presente, impoverito ancora di più da contenuti violenti e
narcisistici lì dove prima erano ideologici. Oggi non potremmo dire che è
all’interno di dinamiche di lotta di classe che dei ragazzi incensurati muoiono
a causa delle armi da fuoco e altri vengono condannati a pene più lunghe dei
loro anni. Ma dovremmo specificare che si tratta di conflitti intraclassisti,
che scoppiano tra persone appartenenti alla stessa dimensione sociale, e questo
per effetto della trasformazione della lotta tra le classi in lotta di classe
unilaterale, cioè da parte dei ricchi contro i poveri, come aveva scritto il
compianto Goffredo Fofi pochi anni fa. In pratica i più poveri si fanno la
guerra tra loro, per effetto di un’implosione disperata dei diritti e delle
opportunità, oppure, aggiungo io, la fanno contro i ceti che sono potenzialmente
dei loro alleati: quella classe media con cui ancora possono avere dei contatti
sociali e che riconoscono come diversa da loro eppure ancora eguale a loro, in
una specie di competizione tra disperati e omologati, dove l’omologazione è
diventata l’unica via di adesione ai modelli del consumo. Quando, nell’agosto
del 2023, fu ucciso Gianbattista Cutolo, ventiquattrenne musicista napoletano,
scrissi una lettera aperta al suo giovanissimo assassino, spiegando che aveva
sparato contro un ragazzo che abitava a pochi passi da casa sua, un futuro
lavoratore intellettuale proveniente da una condizione sociale più agiata ma non
contrapposta alla sua. In pratica, aveva ucciso un alleato e non un rivale. Lo
stesso si può dire per i tre omicidi avvenuti a Monreale, ad aprile del 2025,
dove un diciannovenne della periferia palermitana, si è armato per punire un
rimprovero subìto da alcuni giovani operai del posto, cioè degli sfruttati.
Nello stesso periodo, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, ho
realizzato un cortometraggio sul tipo degli spot sociali, a metà tra finzione e
documentario. Ho intervistato due ragazzi e una ragazza che raccontavano perché,
secondo loro, le morti per futili motivi sono in aumento, e le spiegazioni sono
state semplici: procurarsi una pistola è diventato molto facile, e si va in giro
armati perché si pensa che anche gli altri siano armati. Mi sembra un circolo
vizioso: le armi in mano ai più giovani aumentano perché sono aumentate le armi;
il fatto che le armi siano aumentate fa temere per la propria vita e quindi ci
si arma. Ma la leva della paura e l’aumento degli armamenti, non sono forse i
punti forti dei partiti di destra che hanno preso potere in molti paesi del
mondo?
L’altro spunto di analisi è quello offerto dal film The Funeral (Fratelli in
italiano, 1996) di Abel Ferrara, scritto da Nicholas St. John. Qui un mafioso,
Ray Tempio, cerca l’autore del misterioso assassinio del suo giovane fratello,
Johnny, e lo trova in un semplice bulletto che prima si difende dicendo di
averlo ucciso perché il giovane aveva violentato la sua ragazza e infine
confessa che lo ha fatto solo perché era stato picchiato da lui davanti alla
propria fidanzata. Queste le parole di Ray prima di vendicarsi: “Tu pensi che
meriti di vivere dopo che hai ucciso un uomo? Puoi continuare a vivere in pace
con la tua coscienza? Una volta che punti una pistola non c’è più modo di
tornare indietro. Mia moglie, che non ti conosce, mi ha pregato di risparmiare
la tua vita, di lasciare che sia Dio a punirti e di tenere le mie mani pulite.
Se Johnny avesse violentato la tua ragazza, per il suo bene, io ti avrei
risparmiato. Ma tu hai agito solo per rabbia, tu sei pericoloso. Tu non hai
rispetto per la vita della gente, non c’è posto per uno come te nella società e
il carcere è una cortesia che non meriti. Io non vedo altra scelta per me”.
Sono le parole di un gangster che sente la legge del crimine come non sottratta
a quella di Dio, e che crede di affermare un senso di giustizia anche se
attraverso la violenza. Queste due citazioni dovrebbero farci riflettere sul
fatto che esistono sicuramente ragioni sociali intorno all’aumento della
violenza armata tra i giovani, ma allo stesso tempo la gratuità di questi
fenomeni racconta anche della loro gravità amorale. Un altro grande poeta,
William Wordsworth, ha scritto che “il bambino è il padre dell’uomo”, e se dei
ragazzini agiscono distruggendo le proprie e altrui vite per non altro che
rabbia, vuol dire che non solo il presente ma anche il futuro sono macchiati di
sangue versato per stupidità ed esaltazione. Ma guardando agli adulti, io sento
che tra il genocidio di Gaza, che ha mostrato la perdita di ogni rispetto verso
la vita dei bambini, e l’assuefazione che in troppi hanno verso la morte
gratuita dei giovani intorno a loro, c’è una continuità. Il conformismo che
regola gran parte dei discorsi mediatici a riguardo dovrebbe farci temere di
diventare complici di quelli che pure percepiamo come gesti crudeli, se ci
affidiamo allo scetticismo di non poter far altro che restare a guardare.
Provocare chi non crede che tutto questo si possa cambiare, è non solo un dovere
ma un diritto dell’intelligenza umana. I giovani custodiscono le possibilità
future di abituarsi al male oppure di rifiutarlo. E noi tutti siamo moralmente
morti se non crediamo che dire “basta” abbia ancora un senso. Le parole della
madre di Pasquale Nappo, il diciottenne ucciso a novembre scorso a Boscoreale,
sono una terribile sintesi di tutto questo: “Credo sia stato un errore, una
fatalità nella quale mio figlio non c’entrava nulla. Quando ho sentito di casi
del genere in televisione, non avrei mai creduto che sarebbe potuto succedere a
me”. Pasolini aggiungeva, nell’intervista che ho citato, che “l’inferno sta
salendo da voi”, ma se questo è vero, dobbiamo chiederci cosa non impedisce e
non previene questa salita.
Un altro grande artista, il regista Vittorio De Seta, mi raccontò con una
metafora quello che lui pensava del male, dopo che la sua compagna e
collaboratrice Vera Gherarducci era morta a causa di una leucemia. Da questa
drammatica esperienza aveva capito che, come nel caso della leucemia, quando i
globuli rossi si abbassano perché il midollo osseo non ne produce più, nella
società il male aumenta anche per effetto della diminuzione del bene, e il male
diventa impazzito, delirante e autodistruttivo, appunto perché non ha più
antagonismi. Mi è sempre sembrata una metafora chiarissima nella sua semplicità.
(disegno di ottoeffe)
Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila
dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo
aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e
sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale.
La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di
attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in
due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da
persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati;
affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”,
solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri.
La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla
procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour,
restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e
Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra
la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte
di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la
fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si
sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh.
Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti
i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano
disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi
indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in
aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si
limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze.
RESISTENZA E TERRORISMO
Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di
condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco
conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è
maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in
questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma
di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi
forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia
terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno
depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi.
Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le
convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata,
quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante.
Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di
violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella
popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non
sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di
cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di
mira obiettivi non militari.
Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il
centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare
come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem,
abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si
è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il
geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i
trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un
territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso
della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si
staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben
leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei
ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e
brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da
essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden.
Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha
ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la
quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e
comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari
continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già
annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione?
CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH?
Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura
politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati
per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con
finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano.
Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire
la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha
dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che,
tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un
problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza».
L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro
unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo
Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella
resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte,
d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione
scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il
rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire
nelle carceri israeliane.
Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli
apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre
verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri
locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia
difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è
riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con
la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si
professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in
collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché
spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui
lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con
maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante,
ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo,
indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando
come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre
alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana.
Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un
costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del
telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità
israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi
componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto
con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto
internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al
mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da
Israele in Cisgiordania.
Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è
quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan
continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello.
Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti
contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico
Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno
segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia
non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e
condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho
fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel
nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la
Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza
così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto,
e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la
giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena».
(francesca di egidio)
(disegno di ottoeffe)
Mentre il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia, Mohamed Hannoun, è
rinchiuso in una cella del carcere di Genova, privato del diritto di replica, le
pagine dei principali quotidiani italiani forniscono ricostruzioni poliziesche e
giudiziarie, frammenti di intercettazioni telefoniche e ambientali, cenni alla
biografia dell’indiziato, fino a ieri semisconosciuto.
Partiamo da queste ultime. Chi è Mohamed Hannoun? “Un architetto di 63 anni,
cittadino giordano ma residente in Italia sin dal 1983, anno in cui si stabilì a
Genova”, scrive la redazione online di Rainews24. “L’imam di Genova che stava
per trasferirsi in Turchia”, secondo La Stampa, che però attribuisce ad Hannoun
la cittadinanza palestinese. Ci pensa la redazione del Post a chiarire:
“Mohammad Hannoun è palestinese, ma ha anche la cittadinanza giordana”. Curioso
profilo, adeguato alla tempesta mediatica scatenata ai danni non certo del solo
Hannoun, ma dell’intero movimento di solidarietà con la Palestina. Un
binazionale arabo, forse imam, che aspira a diventare turco, al centro di una
rete transnazionale che invia denaro ad Hamas, appendice palestinese della
fratellanza musulmana: quanto basta per sfamare l’immaginario orientalista e
islamofobo che ha oggi come funzione principale quella di “strutturare i
nazionalismi europei” più retrivi e aggressivi, per dirla con Enzo Traverso. Uno
sguardo che si innesta paradossalmente sulle classiche strutture idealtipiche
dell’antisemitismo ottocentesco. Quelle dell’ebreo errante e del pericolo di
sovversione giudeo-bolscevica, oggi tradotto con il termine
francese islamo-gauchisme, rilevabile nelle teorie della procura genovese,
secondo la quale esisterebbe il pericolo di una connessione tra i No Tav
valsusini e Gaza, via Genova e la sua moschea. Ancora La Stampa sottolinea come
la “pro-pal Angela Lano”, che figura tra gli indiziati nell’inchiesta, sia
laureata in letteratura araba e sia un’esperta di Islam – avrebbe addirittura
“aggiornato il grande dizionario enciclopedico della Utet per le voci
letteratura araba e letteratura persiana”, nel 1996, e quello di Repubblica, nel
2003, mentre il figlio distribuiva volantini contro la costruzione del treno ad
alta velocità Torino-Lione.
Ma torniamo ad Hannoun. Essere un cittadino palestinese-giordano, classe 1962,
vuol dire una sola cosa: essere nato in un campo profughi. Si tratta di
un’ovvietà per coloro che hanno una conoscenza, anche minima, della questione
palestinese. Meno ovvio per chi ha deciso di dare il suo caso in pasto a
un’opinione pubblica disorientata dalle mobilitazioni di massa per la Palestina
che hanno investito l’Italia dal 7 ottobre 2023 in avanti. L’ordine di
carcerazione emesso ai danni dei nove imputati accusati di finanziamento a
un’organizzazione terroristica non menziona in nessun caso il luogo di nascita,
salvo che per uno di loro, palestinese nato in Kuwait. Per tutti gli altri non è
indicata che la data.
Quello che potrebbe apparire come un semplice dettaglio, una sfumatura
burocratica, tradisce una realtà molto più complessa. Figli della Nakba, la
deportazione dei tre quarti degli abitanti della Palestina storica nel 1948
tramite l’impiego del terrore di massa contro la popolazione civile da parte dei
gruppi paramilitari Lehi e Irgoun, gli indiziati dell’operazione “Domino” sono
rifugiati nati in nessun luogo, o meglio nello “spazio di eccezione permanente”
del campo profughi palestinese¹. Si tratta della diaspora più visibile e più
invisibile del mondo, costretta ad abitare l’eterno paradosso di un diritto al
ritorno riconosciuto dal diritto internazionale, ma rinchiuso all’interno dei
confini di uno pseudo-Stato costruito a colpi di cannone dalla potenza
occupante. Gaza, il campo profughi più popoloso della Terra, ne è la
rappresentazione plastica evidente.
Queste premesse sono necessarie se si vuole capire chi è realmente Mohamed
Hannoun e perché egli abbia pronunciato le parole che gli investigatori hanno
intercettato nel corso degli ultimi vent’anni, scimmiottandole e riportandole in
maniera strumentale all’interno di un fascicolo di trecento pagine, scritto più
a Tel Aviv che a Genova. Hannoun è, come tutti i palestinesi, figlio di una
diaspora che Israele ha perseguitato in ogni angolo del mondo dal 1948 a oggi.
L’Italia non ne è esente. Dagli anni Sessanta in avanti, membri della diaspora
palestinese affluiscono sul territorio italiano costruendo reti organizzative di
diverso tipo, talvolta tollerate dal governo italiano, talvolta in conflitto con
esso. La loro storia si incrocia con quella dei cosiddetti “anni di piombo” e il
Mossad, il servizio segreto israeliano, agisce senza esclusione di colpi sul
suolo italiano. L’assassinio dell’intellettuale palestinese Wael Adel Zwaiter,
crivellato con dodici colpi di pistola da agenti israeliani a Roma, di fronte al
suo domicilio, il 16 ottobre 1972, ne è l’esempio più conosciuto. La frottola,
cara all’estrema destra italiana, della “pista palestinese” in relazione alla
bomba alla stazione di Bologna, deriva proprio dalla forte presenza
politicamente organizzata dei membri di Fatah e del Fronte popolare per la
liberazione della Palestina, che in Italia negli anni Settanta trafficavano
armi, con il beneplacito di alcuni ambienti governativi. Si tratta di una
memoria che si è gradualmente persa, a fronte della decomposizione
dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha fatto seguito
agli accordi di Oslo, e alla trasformazione delle sue delegazioni estere in
pseudo-ambasciate.
Insomma, Hannoun non viene dal nulla, né è un agente dell’islamismo
transnazionale, come vorrebbero farlo passare i magistrati genovesi e la grande
stampa nazionale. Il suo ruolo è comprensibile solo agli occhi
dell’organizzazione più complessiva del movimento per l’autodeterminazione del
popolo palestinese che, per natura, non può essere che diasporico. Calare questo
movimento nella propria storicità concreta è il presupposto per comprenderlo, al
di là delle mistificazioni influenzate dalla propaganda dello Stato occupante,
Israele, che accusa i palestinesi di qualcosa di cui esso stesso è il solo
responsabile: la natura diasporica della loro organizzazione.
D’altronde, i palestinesi non hanno inventato nulla. Riavvolgendo ancora il
nastro, è possibile scorgere lo stesso modello organizzativo tra altri gruppi in
lotta contro il colonialismo. Il caso del Fronte di liberazione nazionale (Fln)
algerino, cui le organizzazioni nazionaliste palestinesi si ispirano, è
emblematico. Definito come il “nerf de la guerre” – il nervo della guerra –, il
finanziamento all’organizzazione anticolonialista nell’ambito della guerra di
liberazione dal dominio francese (1954-1962) è uno degli aspetti più delicati
dell’attività estera dei militanti del Fronte. Dopo quattro anni di durissima
guerra, nel 1958, un emissario è inviato a Roma dal Fln, chiamato a svolgere
attività di organizzazione e propaganda – oggi i magistrati genovesi
preferiscono dire “lobbying”, ma la sostanza non cambia. Il suo nome era Tayeb
Boulahrouf, egli detiene un conto in banca, riceve e invia bonifici verso le
banche centrali del Fronte, situate al Cairo e a Damasco. Siamo in piena guerra
fredda e alcuni partiti politici italiani lo sostengono finanziariamente: si
vocifera che anche il direttore dell’Eni, Enrico Mattei, gli versasse denaro.
Alla Francia, teoricamente alleata di ferro, tutto ciò non va giù: il 5 luglio
1959 una potente bomba collocata nell’auto dell’algerino squarcia il cielo di
Roma. L’emissario del Fln sopravvive, al suo posto muore un bambino italiano.
Nel 1962 vengono firmati gli accordi di Evian e l’Algeria ottiene
l’indipendenza. Boulahrouf, prima collettore di fondi e “lobbysta” clandestino,
è nominato primo ambasciatore d’Algeria a Roma, con tutti gli onori.
Sono le ironie della storia, o talvolta il caso, a decidere, quando si lotta
contro un colonialismo feroce come quello d’insediamento – che accomuna
palestinesi e algerini, per averlo subìto –, se si verrà nominati ambasciatori,
o se si finirà al 41bis per finanziamento illegale di un gruppo terroristico; o
peggio ancora squarciati dall’esplosione di un ordigno posizionato nella propria
auto, o magari crivellati di colpi come Wael Adel Zwaiter.
Nel caso algerino, che è prezioso poiché esempio della sconfitta della
bestialità disumanizzante del colonialismo, è il lavoro dei solidali, dei
fiancheggiatori, dei “portatori di valigie” – i militanti europei che
attraversavano le frontiere dei paesi europei con valigie piene di contante per
finanziare il Fln, braccati dalla Francia coloniale finendo spesso dietro le
sbarre – a rendere possibile la strutturazione politica della diaspora e a
proteggerla dalla vendetta dell’occupante. Come recita la conclusione del
“manifesto dei 121”, che fu firmato da personalità di primo piano della sinistra
francese nel 1960, tra cui Jean-Paul Sartre, a difesa degli imputati di una
delle reti principali di portatori di valigie, diretta dal filosofo cattolico
Francis Jeanson: “La cause du peuple algérien, qui contribue de façon décisive à
ruiner le système colonial, est la cause de tous les hommes libres”. L’equazione
con la Palestina, “causa di tutti gli uomini liberi” degli anni Venti del nostro
secolo, è evidente.
Il caso Hannoun insegna qualcosa a coloro che in questi anni si sono indignati
di fronte al brutale genocidio del popolo palestinese, messo in atto da Israele.
La solidarietà ai palestinesi, senza i palestinesi, perde di senso. Non è
possibile apprezzare lo sforzo dei solidali impegnati nella Flottiglia, senza
riconoscere i meriti dell’attività di Mohamed Hannoun e delle altre persone ora
messe sotto processo – e non è un caso che la testa di questa struttura solidale
fosse proprio a Genova, città da cui la fase più intensa del movimento ha preso
vita la scorsa estate, anche grazie al lavoro della diaspora palestinese. Non è
possibile emozionarsi per i bambini trucidati dai missili teleguidati dagli
israeliani a Gaza, senza riconoscere il valore politico dell’attività svolta
dalla diaspora, tutta la diaspora, palestinese nel nostro paese. Di fronte al
contrattacco, che pretende di punire i nove palestinesi per cercare di
intimidire l’imponente movimento di solidarietà con Gaza nato negli ultimi mesi,
è necessario sgombrare il campo da ogni possibile ambiguità. Per gli Hannoun
passati, quelli presenti, e quelli che verranno, sulle cui spalle è portata la
“causa di tutti gli uomini liberi”. (nicola lamri)
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¹ Prendo in prestito questa definizione dall’amico cineasta Malek Rasamny,
autore del lungometraggio The native and the refugee (2019).