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Per farla finita con l’agricoltura. Da dove vengono le proteste al Sud
(disegno di otarebill) Squilla il telefono, è un amico che ha una pompa di carburante nel paese vicino, dice che gli è arrivato il carico dopo giorni in cui era tutto esaurito e che posso andare a fare rifornimento, ma devo andarci subito, si sta già spargendo la voce. Sono quasi due settimane che, guidando per strada, le stazioni di servizio ancora fornite sono annunciate da lunghe code sulla carreggiata, a volte anche da vigili urbani accorsi a gestire il traffico improvviso. Nei lunghi minuti in coda scorro Instagram: si succedono filmati amatoriali di autotrasportatori fermi in strada, con i loro mezzi di traverso a bloccare o rendere difficile il passaggio. Voci impacciate che non hanno dimestichezza con obiettivi e microfoni, sguardi incazzati e sguardi bassi, presidi arrangiati con un gazebo, una baracca improvvisata, una cassa o un megafono. Le proteste degli autotrasportatori vanno avanti da fine settembre tra Calabria, Puglia e altre regioni del Sud. Si uniscono quasi ovunque gli agricoltori, in Puglia gli olivicoltori, in alcune zone anche i pescatori e i portuali. I presidi si diffondono a ridosso dei caselli delle autostrade, sul Gargano l’Adriatica A14, l’A1 in Campania e altre. Il movente è comune: caro gasolio, impennata dei costi di produzione e delle materie prime, calo dei prezzi dei prodotti agricoli all’ingrosso. I lavoratori sull’asfalto e sulla terra non hanno più margini per sopravvivere, chiedono di ricevere più aiuti dallo Stato. Si moltiplicano i video di agricoltori con striscioni di protesta sui trattori, contadini che rovesciano l’olio a terra. Non posso evitare di pensare a mia nonna che gridava alla disgrazia quelle rare volte in cui per errore si rovesciava un po’ d’olio, che era sacro. Invece questi agricoltori l’olio se lo versano sulle mani, sull’asfalto mentre gridano “moriremo tutti, questo è il nostro olio”, “ci avete abbandonato, al collasso siamo”, “il Sud è Italia, i ministri dove sono?”. Ai sit-in compare qualche sindaco, qualche agricoltore viene invitato ad aprire incontri di politici e congressi del Pd, tira aria di strumentalizzazione. Dalla politica arrivano promesse di aiuti per il caro carburante, insieme ai milioni previsti dal Fondo mobilità sostenibile, una misura che non risolve l’emergenza: sono fondi spalmati su cinque anni solo per l’acquisto di mezzi nuovi che consumino meno. Nel frattempo gli scaffali dei supermercati si svuotano, le consegne ai magazzini rallentano o si paralizzano. Si percepisce un consenso generale con la protesta; bar e cittadini offrono vassoi e thermos ai lavoratori in protesta. Al presidio di Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, un allevatore offre e spartisce il suo caciocavallo podolico, mentre qualche sparuto giornalista filma sorpreso quella solidarietà, quell’aria conviviale così connaturata alla “pugliesità” a cui nemmeno gli operatori turistici che tanto la decantano hanno mai creduto. Comincio a pensare a quando ho già visto accadere proteste simili. Chi è più grande di me ha memoria delle proteste di fine anni Novanta per le quote latte, per arrivare al movimento dei forconi, ai gilets jaunes e alle proteste dei trattori di due anni fa. Sono coinvolti sempre agricoltori, allevatori e autotrasportatori, sono sempre proteste contro il caro carburante, il costo della vita, le difficoltà economiche delle imprese a fronte di prezzi di vendita troppo bassi. Gli agricoltori denunciavano il potere contrattuale della Grande distribuzione organizzata (Gdo) e degli intermediari, contestavano gli obblighi legati alla Politica agricola comune (Pac) e le importazioni a prezzi inferiori. Sono fenomeni ciclici che hanno come filo rosso le riforme della Pac e la transizione energetica governata dalle lobby del petrolio. Perché i lavoratori della logistica abbiano accusato il caro carburante pare lampante, ma mi interrogo su come sia esplosa l’esasperazione degli agricoltori, che gridano che quello della terra è un lavoro a perdere, che produrre non conviene più. Da ogni presidio si denuncia il sistema di distribuzione del cibo dominato dalle grandi catene di supermercati, il potere di comprimere i prezzi pagati ai fornitori, cioè agli agricoltori stessi che protestano. In ballo ci sono le relazioni di produzione e distribuzione nelle filiere agroalimentari, le condizioni di lavoro e di vita di chi produce cibo, il rapporto campagna-città e quello tra noi esseri umani e gli ambienti naturali da cui traiamo nutrimento. SUD SCAVAME ‘A FOSSA Nei presidi pugliesi gli olivicoltori sono un fronte compatto. Chiedono il potenziamento dell’Icqrf (l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari), controlli incrociati di Masaf e Mimit (rispettivamente, Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e Ministero delle imprese e del made in Italy) sulla Gdo che importa olio estero spacciandolo per italiano. Inoltre, chiedono lo stop alle vendite di olive e olio sotto il prezzo minimo remunerativo, la sospensione temporanea delle importazioni di olio extra-europeo, fino allo smaltimento delle giacenze nazionali. La storia dell’olio contraffatto va avanti da anni, ma quella degli accumuli di olio locale scavalcato da quello importato sta emergendo solo nell’ultimo anno in Puglia. Parlo con Angelo Balenzano di Sannicandro di Bari, del Comitato olivicoltori e cittadini della conca barese. «A gennaio scorso – dice –, finita la raccolta dell’annata ‘25-26, i frantoi avevano i silos pieni di olio da vendere ai grossisti, ma si è bloccato tutto. Non arrivavano più richieste di acquisti come era sempre successo gli altri anni. A maggio il prezzo all’ingrosso era sceso sotto i quattro euro al litro, quando a gennaio sarebbe stato quasi il doppio, sette euro». Gli olivicoltori adesso chiedono allo Stato di riconoscere la crisi del mercato dell’olio extravergine d’oliva, affinché si possano sospendere le importazioni, com’è stato fatto per il riso anni fa. Continua Angelo: «Finora i frantoiani erano nemici dei contadini, perché ogni volta che andavi a vendere le tue olive dovevi trattare il prezzo, vigilare il peso, eccetera. In queste condizioni, è la prima volta che sono nostri alleati, perché anche loro si sentono fregati: l’anno scorso hanno comprato le olive a un prezzo e ora l’olio che rimane nelle cisterne vale la metà, vanno in perdita. I frantoi sono tuttora pieni di olio: che devono fare, lo devono svendere? Hanno i silos pieni, quindi se noi raccogliamo le olive che stanno adesso sugli alberi e le portiamo ai frantoi, loro dove lo mettono l’olio?». Angelo mi parla pure della crisi del grano e dell’uva, allora gli chiedo cosa facciano le associazioni di categoria come Coldiretti, Confagricoltura e Cia-Agricoltori italiani, visto che la crisi interessa tutti i comparti agricoli. «In una parola, loro fanno parte del sistema. Poco fanno per i controlli dell’olio e delle miscele contraffatte. Potrebbero spingere per i controlli e invece lasciano campo libero, per complicità con i padroni del mercato. C’è un giro di fatture false per far risultare l’olio cento per cento made in Italy, quando invece prendono un novanta per cento estero, lo fanno raffinare per togliere l’acidità, viene fuori incolore e insapore, poi aggiungono un dieci per cento di olio nostro e così finisce nei supermercati come olio Evo». Se pure i sindacati agricoli stanno apparentemente affiancando gli agricoltori nelle piazze, «si stanno dando da fare solo perché gli interessano le tessere, perché se i contadini chiudono battenti, chiudono pure loro» dice Angelo. Continuo ad avere in testa la strofa di un canto popolare della tradizione orale del Salento, una delle tante con riferimenti al lavoro dei campi e degli ulivi. Tradotta, fa così: “Se vuoi conoscere le pene dell’inferno, devi passare due notti al frantoio [allu trappitu]. La prima notte lì perdi il sonno, l’altra perdi il sonno e l’appetito”. Fino ai primi del Novecento, le olive si trasformavano nei frantoi ipogei, chi ci lavorava scendeva sotto terra a ottobre e ne usciva a marzo, senza mai vedere la luce per tutti quei mesi. Ne uscivano bendati, con i segni della vita là sotto tra umidità, scarsa igiene, residui della lavorazione ed esalazioni delle olive in fermentazione. C’ho stampata negli occhi una scritta incisa nella pietra all’entrata di un vecchio frantoio a Giuliano di Lecce: “Non spe lucri sed liberatatis posuit. A.D. 1789”. Non con la speranza della ricchezza, ma della libertà. LA TERRA A CHI CE L’HA Parlo del ruolo delle organizzazioni agricole come Coldiretti anche con Giuseppe Vinci di Fasano, provincia di Brindisi, antropologo ed ex imprenditore oleario. «C’è un problema strutturale grosso – dice –. Nel ’99 il governo D’Alema, con Paolo De Castro come ministro delle politiche agricole, fece una riforma per la soppressione dell’Aima [Azienda statale per gli interventi nel mercato agricolo], l’ente pubblico che gestiva le misure di sostegno della Pac. L’Aima diventa Agea [Agenzia per le erogazioni in agricoltura] e fanno anche un’altra riforma: viene concessa alle associazioni di categoria la possibilità di gestire direttamente il canale dei finanziamenti, compresa la Pac». Di fatto, le associazioni di categoria non si limitano più a rappresentare gli interessi degli agricoltori, ma diventano protagoniste dell’assistenza amministrativa alle imprese agricole. «I sindacalisti che fanno le domande e sbrigano le pratiche sono più rispettati del sindaco. Se tu devi partecipare a un progetto o chiedi un finanziamento, devi passare da loro. Poi, come agricoltore, hai degli obblighi da osservare: compilare il quaderno di campagna e il fascicolo aziendale, che sono in mano all’associazione di categoria. Quindi queste sono diventate lobby, che ricattano i propri associati invece di tutelarli; nei fatti, permettono alle grosse aziende di ottenere il massimo profitto dallo sfruttamento indiscriminato della terra». Per Giuseppe si potrebbe rimediare in parte facendo tornare la gestione del fascicolo aziendale nelle mani degli agricoltori stessi o al massimo attraverso i comuni, che sono tenuti ad avere un ufficio per gestire le pratiche degli agricoltori. «Ma non lo fa nessuno, perché la politica ti spinge a farti gestire il fascicolo dalle associazioni di categoria, che sono a loro volta bacino elettorale per la politica. Coldiretti oggi ti fa la pratica e domani ti chiama e ti dice, “dobbiamo supportare tale candidato, ci farà avere fondi”». Tra le immagini che girano questi giorni, mi ricordo di un presidio a Davoli, in provincia di Catanzaro: gli agricoltori bruciano le loro tessere elettorali dicendo “vi ricordate di noi solo quando vi servono i voti”. Giuseppe continua: «Non devi nemmeno dimostrare che la coltivi la terra. È una condizione che non è stata mai rispettata: all’epoca i controlli doveva farli la Forestale, poi l’hanno soppressa ed è rimasto tutto in mano alle associazioni di categoria». Dal 2003 nella Pac si introduce il pagamento unico per azienda, che è sì svincolato dalle dimensioni delle unità produttive, permettendo ai produttori medio-piccoli di accedere ai sussidi, però non è più parametrato a ciò che l’agricoltore produce, a come e se produce. Premia, di fatto, i pochi che gestiscono migliaia di ettari e che ricevono centinaia di migliaia di euro all’anno, a discapito delle piccole aziende agricole che scompaiono, con annessi processi di concentrazione fondiaria. C’è un video che ha fatto migliaia di visualizzazioni: un imprenditore agricolo della provincia di Reggio Calabria disteso sull’asfalto allo svincolo di Pizzo, vicino Vibo Valentia, che grida in lacrime: “Non ce la facciamo più, aiutateci”. Ad ascoltarlo per intero, però, l’agricoltore non elemosina pietà a caso, ma urla “la politica e le associazioni di categoria ci stanno mangiando tutta la nostra dignità, non voglio avere a che fare con le associazioni di categoria, le associazioni di categoria ci stanno rubando le nostre aziende”. COMME È BELLA ‘A CAMPAGNA Dalla provincia di Palermo arrivano i racconti di A., che coltiva vite e produce vino biologico (ammesso che questa certificazione abbia ancora senso). Anche A. denuncia gli stessi imbrogli di Angelo e Giuseppe: «Ai grossi, i finanziamenti arrivano anche se non producono. Dalle mie parti c’è uno che ha duecentocinquanta ettari di terra sparsa nella zona, non coltiva niente. Eppure si prende sia i finanziamenti della Pac che quelli del biologico, per fantomatici vigneti pregiati di Chardonnay e Pinot grigio. Che succede? Che lui all’Irvos [Istituto regionale vini e oli di Sicilia] catastalmente dichiara un forfettario di produzione annuale, tipo “dal mio ettaro escono cento quintali di uva”, ma nessuno viene a controllare se è una previsione attendibile. Poi lui non coltiva niente, ma è comunque giustificato a vendere quei cento quintali intangibili alla cantina. Magari li vende a dieci centesimi al chilo, un prezzo stracciato, tanto non ha spese di coltivazione da compensare. Insomma, lui vende carta. E le cantine hanno bisogno sulla carta di acquistare varietà pregiate, perché così etichettano bottiglie di vino come pregiato, mettendoci dentro il vino di un altro viticoltore che, nel frattempo, nella previsione all’Irvos ha dichiarato trenta pur sapendo che avrebbe prodotto cento, quindi i restanti settanta non tracciati arrivano alla cantina sfuggendo i controlli». Chiedo ad A. com’è andata a loro la vendemmia e mi dice che le cantine sociali e le cooperative quest’anno hanno pagato l’uva a trenta centesimi al chilo, quando fino a due anni fa valeva il doppio, sessantacinque centesimi. La causa pare essere la sovrapproduzione; anche qui, come in Puglia per l’olio, i serbatoi sono pieni. «I nuovi impianti e i reimpianti di vigneti ricevono finanziamenti costanti che seguono l’Ocm vino [Organizzazione comune dei mercati], uno strumento della Pac. Ma com’è possibile che un mercato saturo di vino, con consumo in calo, riceva fiumi di finanziamenti a perdere? All’apparenza, ci sono pure sussidi per chiudere la filiera, dall’allestire una cantina fino alla promozione del prodotto e alla gestione del enoturismo. Ma te lo puoi permettere solo se l’altra parte di capitale ce l’hai già. Ne ho visti un po’ chiedere mutui e poi non riuscire a stare dietro alla banca quando le annate vanno male, doversi vendere pezzetti di terra o proprietà di famiglia. Il finanziamento premia chi ha le spalle grosse, a noi piccoli ci tocca fare le capriole per sopravvivere». Penso a quando mio nonno mi raccontava la storia delle patate. Nella piazza del paese ogni sera c’era un cartello su cui veniva scritto il prezzo a cui i grossisti avrebbero comprato le patate dai contadini il giorno successivo. Chi coltivava patate andava in piazza a leggere e si regolava se conveniva raccoglierle oppure lasciarle a terra e aspettare che il prezzo salisse i giorni dopo. Da un certo momento in poi, negli anni Settanta, i grossisti non hanno annunciato più il prezzo in anticipo, si facevano consegnare le casse di patate e solo la sera dopo comunicavano quanto le avrebbero pagate. Quindi i contadini erano costretti a raccogliere alla cieca e il prezzo era sempre a loro sfavore, tant’è che molti smisero di coltivarle. Così penso pure a La terra trema, dove una famiglia di pescatori tenta di svincolarsi dai commercianti che comprano il pesce a prezzi molto bassi e lo rivendono guadagnandoci. NEORURALI Mi colpisce come sui social e sulle locandine degli eventi in provincia la terra e l’agricoltura siano sempre ben in vista. Fondi europei e regionali piovono per progetti con la missione di sensibilizzare alla filiera corta del cibo e all’agroecologia, mentre è chiaro che il mercato va in tutt’altra direzione. I pochi che restano o tornano a fare agricoltura al Sud sembrano deruralizzati: la terra, invece di lavorarla, la decantano nei discorsi e nei progetti per i bandi, pieni di “seminare comunità”, “coltivare cittadinanza”, “alto impatto ambientale”. Un amico contadino mi diceva tempo fa: «Comincio a capire che le associazioni servono per farsi i fatti propri. Vinci un bando con un progetto di un semenzaio di comunità: con i soldi di Fondazione con il Sud fai le iniziative, fai venire il musicista amico, fai venire il fotografo, e nel frattempo ti finanziano l’impostazione di un terreno che da soli sarebbe impossibile. Così, compensi le spese per il terreno con i progetti e nel frattempo ti fai la casetta in campagna, con un orto che non sei nemmeno tu a curare, perché ogni anno chiedi le adesioni per la piantumazione e la raccolta collettiva. Tutte cose che un’azienda non potrebbe fare, non potrebbe ammortizzare le spese». Questi neorurali invischiati nel terzo settore parlano a una nicchia che – tra laboratori per riconoscere erbe selvatiche edibili, stampe con tinture naturali, lezioni nel verde per comprendere i fenomeni queerness della natura – può pagare un pacco di pasta fatta con farina da grani antichi il triplo di quanto costa al supermercato la pasta “per tutti”. Vedo una mostra fotografica sul commercio di prossimità di frutta e verdura, ma se vai davvero ai mercati di paese vedi in che condizioni sopravvivono i coltivatori diretti. Altro che feste agricole, degustazioni narrate e cene conviviali performative con i piatti gourmet serviti sulla carriola. Dice Giuseppe Vinci: «Se venissero a fare un’indagine nella zona di Fasano, scoprirebbero che non c’è più un’azienda agricola che produce utilizzando i semi tradizionali ereditati, salvo qualche contadino. Tutte le masserie non hanno niente di tradizionale. A Fasano c’è il cocomero barattiere e il pomodoro Regina, nato proprio nella zona di Egnazia. Nel corso degli ultimi trent’anni, il pomodoro è stato ibridato, incrociato e quello che trovi nei banchi del supermercato non è il pomodoro Regina vero, anche se si legge così sull’etichetta. Quel pomodoro aveva la buccia dura perché resisteva all’inverno, ma se tu prendi una ramasola di quelle comprate al fruttivendolo e la vuoi conservare d’inverno, al primo mese marcisce e fa la muffa. Costruiamo favole per vendere i prodotti, ci inventiamo tutte le puttanate per svendere il territorio». PREDE E PREDATORI Lo chiamano Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, ma la sovranità alimentare viene usata per promuovere un modello di agrobusiness ben lontano dal favorire un rapporto diretto tra produttore e consumatore e dal tutelare le economie di piccola scala. Lo chiamano Ministero delle imprese e del made in Italy, ma il vero made in Italy prima del marchio lo hanno fatto i contadini che hanno custodito i semi e la biodiversità. L’agroindustria, controllata nell’intera filiera da grandi multinazionali, ha impoverito i suoli, consumato l’acqua, inquinato le falde, peggiorato la salute dei lavoratori agricoli e contribuito a quasi un terzo delle emissioni a livello mondiale. In Italia da cinquant’anni la superficie agricola utilizzata si sta riducendo (complici la cementificazione selvaggia e la speculazione energetica), ma non in proporzione alla diminuzione delle aziende agricole. Abbiamo sempre meno aziende agricole che gestiscono sempre più terra: oggi in media un’azienda gestisce undici ettari, mentre nel 2004 secondo l’Istat erano sette ettari. La crescita dimensionale e la diminuzione delle piccole aziende agricole è una diretta conseguenza delle politiche europee e dell’andamento dei mercati, con tanto di perdita di tipicità, di biodiversità, di produzioni di elevata qualità, di espressione delle tradizioni locali. Si moltiplicano le monoculture superintensive che provocano impatti dannosi sull’ambiente. I piccoli produttori abbandonano le terre, indotti da un sistema che rende la produzione agricola frammentata antieconomica. La Grande distribuzione detta i prezzi al ribasso, le agromafie sfruttano i lavoratori a basso costo, le biomasse diventano il miraggio di nuovi guadagni e un nuovo latifondo sta per essere ricreato. In più, molti terreni agricoli vengono sottratti per installare impianti di energia rinnovabile, distese di pale eoliche, ettari di pannelli fotovoltaici, per produrre un’energia che non si sa bene a chi serva, a chi vada, ma si sa di certo che chi ci guadagna non sono le comunità che intorno a quei terreni cercano di campare. Il fenomeno di accaparramento delle terre mi fa pensare alle equazioni di Lotka-Volterra, un sistema di equazioni differenziali che forniscono un modello matematico per descrivere un ecosistema in cui interagiscono due specie animali, quella dei predatori e quella delle loro prede. Le prede che si riproducono costituiscono una risorsa alimentare per i predatori, che si nutrono delle prede ma dipendono dalla loro presenza per sopravvivere. Queste equazioni modellano la dinamica di due gruppi che possono influenzarsi reciprocamente e competere. Nelle equazioni che descrivono l’andamento delle due popolazioni nel tempo, c’è un termine fondamentale che rappresenta il fatto che l’interazione tra le due popolazioni dipende dalla presenza simultanea di entrambe. La relazione è reciproca, ma la dipendenza è asimmetrica. Mi chiedo se valga lo stesso per gli agricoltori e la Gdo. Quando i predatori diventano numerosi, le prede diminuiscono, ma di conseguenza anche i predatori iniziano a diminuire se non hanno altro di cui nutrirsi. La scomparsa dei contadini non rappresenta semplicemente la vittoria definitiva della Gdo. Potrebbe rappresentare, al contrario, l’inizio di una crisi del sistema stesso: la capacità produttiva si riduce, emergono problemi di approvvigionamento, qualità, varietà e resilienza della filiera. Non è detto che senza i contadini la Gdo collassi, ma sicuramente sarà costretta ad aumentare i costi, a importare dall’estero. Quindi maggiore dipendenza da pochi fornitori e dai mercati esteri, perdita di biodiversità agricola, di identità territoriale, di conoscenze locali tradizionali. Va bene, qui le equazioni non funzionano: pure se scompaiono le prede, il predatore sopravvive. Quello che non sopravvive è l’ecosistema, il sistema agricolo e sociale che conosciamo, il cibo buono che finora, in qualche modo, siamo riusciti a mangiare. Le prede della grande distribuzione, allora, non sono solo i contadini. Siamo noi tutti. (chiara romano)
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Dieci, cento, mille nuovi server indipendenti. Note sull’attacco Usa ad Autistici/Inventati
(disegno di giulia landonio) Riepilogo dei fatti principali. Il 26 agosto 2026 una distopia che avrebbe potuto farci riflettere in un libro cyberpunk degli anni Novanta si è fatta realtà. Il segretario di stato degli Stati Uniti, Marco Rubio (equivalente al ministro degli esteri), ha dichiarato (l’ennesima) guerra con un post sul social della persona più ricca del mondo. Ha dichiarato guerra non a uno stato sovrano, non a una pericolosa organizzazione considerata sovversiva, ma a un piccolo collettivo di volontari italiani, Autistici/Inventati, inserito nella lista SDGT (Special Designated Global Terrorist), insieme a camorra, ndrangheta, cartelli della droga e così via. Ed ecco l’accusa dal sito governativo ufficiale Usa, senza prove e senza contraddittorio, senza avvocati e senza tribunali: “Autistici/Inventati (Collettivo A/I) è un gruppo estremistico basato in Italia che costruisce e gestisce l’infrastruttura digitale per le cellule Antifa violente e altri militanti di estrema sinistra in tutto il mondo”. Questo piccolo collettivo per un quarto di secolo ha offerto servizi digitali (mail, spazio web, mailing list, sistemi di videoconferenze, e così via) a chi ci tiene alla riservatezza (privacy), a chi non vuole regalare i propri dati e metadati a società, in particolare Big Tech Usa, che utilizzano i nostri comportamenti online per monetizzare, blandire, persuadere e portare avanti i loro obiettivi di dominio e devastazione. A una condizione fondamentale, la condivisione di alcuni valori: “anticapitalismo, antirazzismo, antifascismo, antisessismo, antimilitarismo, e il rifiuto dell’autoritarismo e delle gerarchie”. La cura della riservatezza, con la messa a punto di un ambiente tecnologico autogestito per progetti sociali affini, è la conseguenza di questi valori, come chiarisce bene il manifesto. Il collettivo ha respinto in blocco le accuse. Due giorni dopo il sito autistici.org è sparito dalla rete: non perché le macchine siano state spente, ma perché il PIR (Public Interest Registry), associazione basata in Virginia (Usa) che gestisce i domini .org ha posto il dominio in serverhold, rendendolo irraggiungibile. Intanto, in Italia, Banca Etica ha sospeso l’operatività del conto corrente dell’associazione, di fatto sequestrando il denaro delle donazioni di migliaia di persone, per timore di sanzioni secondarie (blocco dei circuiti di pagamento Visa/Mastercard e del sistema interbancario Swift, controllati dagli Usa). In questa situazione kafkiana, l’associazione italiana titolare del conto non può chiudere, perché sarebbe rea di appropriazione indebita. Dal sito https://keepitfree.ai: “Il collettivo Autistici/Inventati si è sciolto e tutti i suoi servizi sono stati chiusi a partire dal 18 settembre 2026. Questo sito archivia i comunicati ufficiali del collettivo (ora sciolto) e gli aggiornamenti sugli eventi, e continua a essere mantenuto da volontari che documentano gli sviluppi e raccolgono la rassegna stampa”. Questa sofferta decisione è motivata in primo luogo dalla volontà di restare umani: aver cura delle persone che hanno affidato le loro comunicazioni ad A/I, scongiurare ritorsioni per quanto possibile; specialmente le sanzioni di primo grado contro persone e collettivi negli Usa, che rischiano fino a vent’anni di carcere senza appello, e con prove secretate, per terrorismo. Fin qui la cronaca. Ma come è potuto accadere? Dieci giorni per distruggere uno dei più importanti server autogestiti al mondo, solo incutendo paura? Proviamo a ricostruire la catena degli eventi. L’ANTIFASCISMO È UN CRIMINE Come accuratamente ricostruito dall’indagine in corso di Sabot.media, questo attacco non nasce nel vuoto. Il 10 settembre 2025 l’attivista ultraconservatore Charlie Kirk è stato ucciso con un colpo di fucile durante un evento pubblico alla Utah Valley University. L’assassino, ora in attesa di giudizio, è Tyler J. Robinson, un ragazzo di ventidue anni, di famiglia bianca repubblicana, addestrato all’uso delle armi, non affiliato a nessun particolare gruppo politico. Il suo gesto, presentato come un attacco di presunti “Antifa”, è cruciale rispetto al caso A/I, perché a partire da quell’evento sono documentati: “il cambiamento di politica [rispetto all’uso politico della lista SDGT], una proposta della Casa Bianca [dichiarare Antifa un’organizzazione terroristica], la trasmissione media-congresso, la messa a punto della designazione di terrorismo esterno e l’azione finale dell’OFAC [Office of Foreign Assets Control, un ente del Tesoro Usa che rende operative le sanzioni finanziarie in base alle liste SDTG]. Resta ignoto un punto cruciale: chi ha messo l’A/I nel mirino delle sanzioni, quando, e in base a segnalazioni di chi?”. Facciamo un passo indietro per osservare la situazione come se fossimo all’esterno. Abbiamo dovuto imparare il significato di acronimi (SDGT, OFAC, ecc.) in grado di cambiare dall’oggi al domani le nostre vite. L’organizzazione Antifa viene definita gruppo terroristico interno il 22 settembre 2025. Tuttavia, poiché non esiste un’organizzazione del genere, e poiché l’antifascismo è un valore condiviso da molte organizzazioni e istituzioni, la caccia alle streghe Antifa interne agli Stati Uniti si è estesa. Di fatto gli Usa, intenti a perseguire il proprio delirio di onnipotenza, hanno statuito che l’antifascismo è un crimine. Un’analisi lucida e approfondita dei livelli in gioco nella designazione SDGT del collettivo Autistici/Inventati da parte dell’amministrazione Trump si trova nell’articolo Nobody has to agree. CHI SARÀ IL PROSSIMO? Quando i nazisti presero i comunisti, io non dissi nulla perché non ero comunista. Quando rinchiusero i socialdemocratici, io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico. Quando presero i sindacalisti, io non dissi nulla perché non ero sindacalista. Poi presero gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa. Questi versi molto citati, erroneamente attribuiti al drammaturgo Bertolt Brecht, sono tratti da un sermone di Martin Niemöller (1892-1984), pastore luterano tedesco. Niemöller si riferiva all’apatia dei tedeschi, in particolare degli intellettuali, rispetto all’ascesa del nazismo dal 1933 in poi, favorita da quella società civile a cui Brecht alludeva in La resistibile ascesa di Arturo Ui, dramma in cui l’immaginario gangster di Chicago rispecchia Hitler, e i suoi scagnozzi i vari gerarchi nazisti. Questi versi si possono applicare anche al caso A/I? Sì. L’analogia è sostanzialmente corretta, poiché si tratta pur sempre di persecuzione politica nei confronti di chi dissente da parte di un governo di estrema destra, cioè l’attuale governo Usa. Tuttavia, l’aggiornamento provoca un inatteso cortocircuito, perché in un’ipotetica nuova versione ci troveremmo con soggetti molto diversi tra loro, bersagli di procedure similari. Potremmo infatti parafrasarla in questo modo: Quando gli Usa dichiararono guerra al terrorismo e infine uccisero Bin Laden, io non dissi nulla, anzi, fui contento perché non mi piacciono i terroristi islamici. Quando uccisero nelle loro case, rinchiusero o deportarono migliaia di “terroristi” a Guantanamo io non dissi nulla perché non ero certo dei loro! Anzi, pensai: grazie, Stati Uniti! Quando rinchiusero e deportarono i migranti interni, e spararono a chi protestava, io non dissi nulla perché non ero un migrante. Poi fecero chiudere A/I, e io non dissi nulla perché non avevo un sito o una mail su A/I. Poi vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa. Che c’entrano i jihadisti di Al-qaeda? La catena degli eventi è stata messa in moto dalla legislazione in vigore dopo l’11 settembre 2001. Il quadro giuridico attuale, che ha ampliato a dismisura la possibilità di intervento extra-giudiziale ed extra-territoriale delle amministrazioni statunitensi, è una diretta evoluzione di quella dichiarata “guerra al terrore” di un quarto di secolo fa, nella quale siamo sempre più impantanati. Chi sarà il prossimo? Un po’ di immaginazione. Arci, con oltre un milione di iscritti e circa cinquemila circoli sul territorio italiano, è un’associazione italiana dichiaratamente antifascista. Se l’antifascismo è reato, Arci è un possibile bersaglio. Prima ancora, Anpi, fondata nel 1945 dai partigiani che combatterono durante la guerra di liberazione dall’occupazione nazifascista, è un possibile bersaglio. Ma perché limitarsi ad associazioni, con economie tutto sommato modeste? L’iscrizione nelle liste SDGT va a colpire in primo luogo la capacità di agire a livello economico, perché nessuna banca pare disposta a rischiare il bando dai circuiti Mastercard, Visa e Swift. Quindi… Coop Italia, colosso della grande distribuzione in Italia, propugna valori antifascisti. Non solo: boicotta attivamente prodotti israeliani fabbricati in aree della Cisgiordania colonizzate cacciando la popolazione palestinese. Ci sono abbastanza elementi per diventare un bersaglio. La lista può allungarsi a piacere. A differenza di interventi giudiziari con tanto di rogatorie internazionali, a differenza delle assai costose agenzie di intelligence e azioni militari con droni per “uccisioni mirate”, il costo di queste sanzioni è ridicolmente basso. Chi sarà il prossimo? In fondo l’Italia è una Repubblica fondata su valori antifascisti, almeno formalmente. E l’Europa, nata dalla ricostruzione dopo la sconfitta dei nazifascisti, non dovrebbe essere antifascista per costituzione? In realtà, l’Europa e la politica istituzionale tutta, non sembrano preoccupate dal fatto che una potenza straniera sanzioni suoi liberi cittadini e associazioni, né dal fatto che il sistema bancario non sia in grado di opporsi a questo genere di ricatto, nonostante esistano leggi sulla libertà bancaria. In gioco c’è la libertà di parola e di espressione. Questo è stato ben rilevato dal capitolo italiano dell’ISOC (Internet SOCiety), organizzazione no-profit che promuove la libertà di parola ed espressione, finanziata dall’affitto dei domini .org nel mondo. In una lettera a PIR, Internet Society, ICANN ed EURALO, Internet Society Italia sottolinea l’assenza, allo stato attuale, di evidenze che dimostrino il coinvolgimento di Autistici/Inventati in attività terroristiche e solleva una questione più ampia: la possibilità che un fornitore di servizi internet venga colpito per le azioni dei propri utenti o per le proprie posizioni politiche, fino alla sua esclusione dalla rete senza un controllo giudiziario. CHE POSSO FARE? Alla notizia delle sanzioni, molte persone si sono chieste: che posso fare? Nel mondo attuale, una risposta ovvia è: donare denaro. Questa reazione, per quanto comprensibile, è sintomo di un ragionamento perverso. Si tratta di un riflesso condizionato anche dalle pubblicità delle “multinazionali del cuore”, che ci mostrano bambini malnutriti e chiedono una mano sul cuore e una al portafoglio; dalle campagne a favore delle popolazioni terremotate, alluvionate, vittime di guerra, violenze, oppressioni. Il messaggio sottinteso è: “Non cambiate nulla nelle vostre vite: donate, e tanto basta”. Invece, la fame, le guerre, le catastrofi ambientali, le ingiustizie NON si risolvono con il denaro. Certo, il denaro è necessario in questo nostro mondo. Non in assoluto, solo in questo mondo. Quindi è ragionevole e auspicabile immaginare alternative europee al sistema bancario attuale, ostaggio degli Usa. Ma i soldi non sono il problema di fondo. Il problema di fondo è che solo poche, pochissime persone, si fanno carico della gestione e della cura dei sistemi tecnici da cui dipendono le nostre vite iper-tecnologiche. L’accentramento è il male più profondo. E va di pari passo con la delega. Le soluzioni centralizzate tendono a sostituire tanti problemi locali con un unico problema su scala più ampia, rendendo la partecipazione necessariamente delegata. Così, l’euro digitale centralizzato difficilmente potrà migliorare la già intollerabile situazione di controllo e sorveglianza da parte dello Stato. D’altro canto, le criptovalute non sono preferibili, anzi. In primo luogo, rimangono sempre nell’ambito delle tecnologie tossiche, di ispirazione militare; favoriscono la speculazione finanziaria; inoltre, come le proposte di centralizzazione, si propongono come ennesima soluzione tecnica a questioni sociali, culturali, politiche. In quanto procedure tecnocratiche, spostano l’attenzione dalle difficoltà di abitare un mondo condiviso all’apparente semplicità della delega a un pugno di tecnocrati. Il decentramento invece dev’essere gestito dalle persone per le persone. Per questo, l’ultima comunicazione del collettivo A/I prima della chiusura, il 12 settembre 2026, esorta alla creazione di “10-100-1000” nuovi server indipendenti. Non c’è bisogno di “scalare” verticalmente e offrire servizi a migliaia o peggio milioni di persone, per trovarsi poi nel mirino come A/I. Abbiamo le tecnologie digitali per “scalare” in maniera orizzontale, per mettere a punto infrastrutture federate non gerarchiche, nodi di una rete transnazionale e internazionalista con poche decine o centinaia di utenti ciascuno, milioni di piccoli nodi di persone che si conoscono tra loro, si scelgono e si fidano. Nodi di prossimità e affinità. Affinità non significa rinchiudersi in una piccola bolla. Significa provare a scegliere, insieme e in maniera responsabile, “come fare”, senza delegare sempre ad altri. Le politiche dell’affinità si esprimono in azioni e comportamenti concreti, invece di limitarsi a politiche di domanda. Invece di radunarsi sotto una bandiera, uno slogan, un leader per chiedere un cambiamento a chi comanda, con il rischio concreto di cementare identità egemoni, esse valorizzano la ricchezza della diversità individuale. Senza illusioni, ma anche senza rimpianti. IMMAGINARI TOSSICI Prima dell’epidemia Covid-19, “zoomare” significava “ingrandire una fotografia”. Sei anni più tardi, significa effettuare una videochiamata, perlopiù di gruppo. I piccoli umani ricevono una mail da gmail, gestita dalla multinazionale Alphabet (società madre di Google), il primo giorno di scuola dell’obbligo, da istituti scolastici che dovrebbero tutelare la loro riservatezza e invece regalano l’intimità dei più piccoli, in patente violazione della legislazione europea. A questi piccoli umani verrà vietato il ricorso a telefoni in classe, ma richiesto obbligatoriamente quello stesso dispositivo (in assenza di computer), a casa, per svolgere i compiti. Verrà loro intimato di smettere di giocare con i cellulari, ma anche raccomandato di tenerli sempre con sé, ben accessi, per essere rintracciabili e controllabili dagli adulti. Verrà loro spiegato che i social media provocano assuefazione, abuso e sono progettati in maniera tossica, quindi tendenzialmente da vietare a minori come loro; ma richiesto (quasi) obbligatoriamente un profilo o più per riuscire nella vita professionale, amicale, affettiva. Verrà loro raccontato che l’IA è l’Intelligenza Artificiale ed è qui per restare, potrebbe distruggere l’umanità o salvarla, in ogni caso bisogna impararla (non a gestirla: a usare quella dei padroni dell’IA) e farci i conti. Soprattutto, non farsi beccare a fare i compiti, scrivere tesi, ecc. con l’IA… ma per lavorare è indispensabile! Dissonanze cognitive formidabili per generazioni costantemente martellate da messaggi contraddittori. Cosa dovrebbero pensare questi piccoli della chiusura di A/I? Chiederanno sottobanco all’IA un parere? Si delinea una scelta di campo, “+A/I e -AI”. Tutto ciò è accaduto nel giro di pochi anni, con un’accelerazione importante dal 2020 in poi, con la penetrazione del privato multinazionale nelle istituzioni pubbliche, finanziato con soldi pubblici. Insegniamo agli insegnanti (a chi lavora nelle pubbliche amministrazioni, nella sanità pubblica, ovunque) a “usare bene” gli strumenti di asservimento delle multinazionali. Tutto ciò è sintomo di una schizofrenia crescente declinata in mille piccoli gesti quotidiani diventati abitudini. Processi di alienazione tecnica per cui le persone sono obbligate, o si sentono obbligate, ad adeguarsi al “nuovo che avanza”, ovvero a delegare sempre più la gestione delle loro vite a sistemi che non controllano, che certamente non determinano, di cui non hanno quasi mai consapevolezza né contezza. L’immaginario della Silicon Valley sta distruggendo il nostro mondo condiviso a suon di datacenter, social media, criptovalute, software e hardware proprietario, obsolescenza programmata, Big Tech, Automazioni Industriali spacciate per Intelligenti. La forzata chiusura di A/I è la punta dell’iceberg dell’omologazione tecnica planetaria. Segna un cambio di passo strategico: si colpisce l’infrastruttura del dissenso per silenziare il dissenso stesso. Ammesso e non concesso che davvero alcuni blog ospitati da A/I avessero promosso attività violente, cosa tutta da dimostrare, le autorità avrebbero potuto chiederne la rimozione. A/I in passato aveva provveduto a chiudere blog fuori dalle sue linee guida. Invece, nulla di tutto questo: un ordine esecutivo appreso dai media, nessuna interlocuzione diretta. Sarebbe un po’ come se la Sip (oggi Telecom) negli anni Settanta fosse stata ritenuta responsabile per le telefonate di rivendicazione delle Brigate Rosse o di un qualsiasi gruppo armato operante all’epoca. Per portare l’analogia più vicino a noi, sarebbe un po’ come se i social media fossero ritenuti responsabili per i contenuti pubblicati dagli utenti, troppo spesso violenti, razzisti, sessisti e così via. COME FARE? Cominciamo a chiederci cosa ci serve, cosa vorremmo, come lo vorremmo. Ci serve un sito web? I domini .org, come la maggior parte dei domini di primo livello, sono gestiti da registri basati negli Usa. Optare per un dominio di primo livello gestito da un ente europeo, per esempio un .eu, potrebbe contribuire ad aumentare la nostra resilienza infrastrutturale. Questa la lista fornita da ICANN. Ci servono metodi di pagamento? Possiamo fare a meno di Mastercard, Visa, Swift? Sono domande autentiche, non provocazioni. Senza un conto corrente, senza un modo per ricevere sostegno anche sotto forma di denaro, e per pagare chi lavora, chi fornisce servizi e beni, non c’è autonomia possibile in questo nostro mondo attuale. Ci serve un cloud per immagazzinare i nostri dati e condividerli all’interno delle nostre organizzazioni? Abbiamo le risorse e il tempo per imparare a farcelo, insieme a persone di cui ci fidiamo? Possiamo individuare fornitori eticamente compatibili con la nostra visione del mondo, che non cederanno immediatamente i nostri dati? Esistono, in Europa, fornitori che operano sistemi basati su software libero, in datacenter alimentati con energie rinnovabili: insomma, non tutti i fornitori sono uguali. Ciò vale per qualsiasi risorsa o servizio digitale. Anche per la cosiddetta IA. Per esempio, in Europa esiste un’associazione tedesca che cerca di promuovere un uso critico, auto-limitato, di modelli open source gestiti in maniera oculata. “Non sarà greenwashing?”, si domanderanno gli spiriti critici. “Ma che cosa cambia, in fondo? Le tecnologie digitali sono strutturalmente tecnologie di sorveglianza e distruzione estrattivista”, commenteranno i più radicali. Forse. Forse però questi atteggiamenti si presentano come estremamente radicali ma si concretizzano in scuse massimaliste, sogni di purezza estranei al mondo reale per non far nulla di concreto, per lavarsene le mani e proseguire come se nulla fosse. D’altra parte, esistono certamente molti altri server indipendenti. Chi cerca, trova. Chiedete alle persone affini. Se non ne avete intorno, avete un problema molto più rilevante di una mail chiusa o di un sito perso. E qui la domanda diventa: perché far ricorso a un server indipendente? Perché “fa figo”? Perché non abbiamo altre possibilità? Ancora una volta, sono domande autentiche, per cercare di uscire dagli automatismi comportamentali. L’Europa può proteggerci dalla lunga mano degli Usa, o di altri regimi autoritari? Se sì, come? Con il blocking statute, cioè legislazioni per proteggere enti europei e cittadini dall’ingerenza straniera? L’Europa ha questo tipo di protezioni da decenni, con il Regolamento n. 2271/96 del Consiglio del 22 novembre 1996 relativo alla protezione dagli effetti extra-territoriali derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo, e dalle azioni su di essa basate o da essa derivanti. Nel caso A/I non sono servite, finora. Lo scorso 22 settembre i Paesi Bassi hanno proposto di rinforzare lo schema per schermare la Corte Penale Internazionale dalle ingerenze Usa. Infatti, nel 2025 ben quattro giudici della Corte Penale Internazionale con sede all’Aia sono stati inseriti nelle liste SDN (Special Designated Nationals), con queste motivazioni: “Bossa e Ibanez Carranza hanno autorizzato l’indagine della CPI contro il personale degli Stati Uniti in Afghanistan. Alapini Gansou e Hohler hanno autorizzato l’emissione dei mandati d’arresto della CPI contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant”. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, è stata inserita nella stessa lista per aver parlato a favore di Gaza, della Palestina e contro la guerra e l’occupazione di Israele. Ricordiamo che si tratta di casi molto diversi rispetto ad A/I, per quanto similmente odiosi: un conto è colpire singole persone con incarichi pubblici, grande visibilità mediatica, passaporti diplomatici; tutt’altra faccenda è colpire un’associazione di comuni cittadini con responsabilità verso terzi, cioè verso le persone che hanno loro affidato la sicurezza di blog, mail, newsletter, ecc. Le liste di proscrizione OFAC sono consultabili qui. In ogni caso, l’alienazione tecnica è primaria, perché la percepita lontananza dai sistemi tecnici produce la postura della delega, una postura psicologica – “non ci capisco nulla” –, sociale – “il mio comportamento individuale e quello del mio piccolo gruppo non cambia nulla a livello globale” –, politico – “dal basso o dall’alto, la politica non può nulla”. Tutte convinzioni assai diffuse, che contribuiscono al dilagare della delega a tutti i livelli rispetto alla scelta e gestione dei sistemi tecnologici. D’altra parte, a volte, anche quella nei confronti di A/I era delega. Nei ragionamenti (immaginari) di alcuni utenti, potrebbe esserci stato qualcosa del genere: “Non mi faccio un blog per conto mio, ho cose troppo importanti da dire per perder tempo dietro alle cose tecniche, mi appoggio a chi me lo offre gratuitamente e liberamente, fa pure figo, è antifascista ecc.!”. Non era certo il caso di tutti i blog là ospitati; ma, fosse stato anche uno solo, importa l’atteggiamento di fondo, che tende a separare i mezzi (il blog, la mail, lo strumento digitale) dai fini (dire le mie cose tanto importanti), e a considerare il servizio indipendente alla stregua di una merce sostituibile con analoga merce, possibilmente altrettanto indipendente. E allora, tutti su proton mail? Ma proton mail ha più volte confermato di collaborare con le forze di polizia fornendo loro i log degli utenti, cosa che invece A/I non faceva né poteva fare, per la buona ragione che non teneva i log. Non esiste il bianco e il nero, il buono e il cattivo. Le valutazioni sono complesse. In ogni caso, i servizi autogestiti non sono alternative facilmente sostituibili; non sono affatto alternative alle Big Tech, perché incorporano idee del mondo diverse da quelle delle masse acquiescenti a quelle tecnologie. Soprattutto, sono insostituibili, perché si tratta di una rete relazionale, non di una merce acquistabile. Certo, non chiunque può farsi tutto in casa. Non è nemmeno auspicabile, soprattutto perché autogestione e autonomia non sono autarchia e solipsismo. Sono invece processi relazionali complessi. Non si fanno in solitudine: altrimenti basterebbe trovare il video “fatti il tuo server” e saremmo a posto. A ogni modo, per chi vuole rimboccarsi le maniche, per sé e per le persone affini, un punto di partenza che andrebbe reso disponibile anche in altre lingue è Become the thousand servers. Ben fatto, mescola informazioni tecniche aggiornate a valutazioni di opportunità pratica. COME VALUTARE LE TECNOLOGIE? Le tecnologie non sono tutte uguali. Esistono tecnologie appropriate e conviviali, adatte per stare insieme. Poche e minoritarie, sempre in grave difficoltà, sono necessariamente tecnologie di auto-limitazione. La convivialità è il titolo italiano del saggio Tools for conviviality pubblicato nel 1973 da Ivan Illich. Ma la lezione tedesca definitiva porta il titolo Selbstbegrenzung. Eine politische Kritik der Technik. Cioè: Autolimitazione. Una critica politica della tecnica. Convivialità rimanda a tavole imbandite, banchetti, simposi. Non è possibile apparecchiare per migliaia di persone. Tanto meno per milioni. Auto-limitazione vuol dire scegliere responsabilmente, insieme, di limitarsi. Le sirene della rassegnazione ripetono che non si può arrestare il degrado comunicativo, che non contiamo nulla, che non è possibile invertire la rotta… Eppure, vista la rapidità dei cambiamenti, perché non immaginare un futuro diverso da quello prospettato dal millenarismo fascistoide imperante? Rimane per tutte e ciascuna il compito molto concreto di: valutare le proprie abitudini tecniche (individuali e di gruppi), in particolare le scelte digitali; individuare tecnologie rotte oltre ogni possibilità di riparazione, da abbandonare al più presto (es. i social media in generale); o, quantomeno (“ma lo uso per lavoro!”, “sono obbligato!”), attivare pratiche di riduzione del danno, a cominciare dal telefono in bianco e nero, senza notifiche di alcun tipo, ecc. Questo non per purismo, ma, molto pragmaticamente, per cominciare a liberare tempo, spazio, energie per altro (meno tecnologia, meno tecnologie tossiche). L’attenzione per le scelte alimentari è cresciuta molto negli ultimi decenni, nei paesi ricchi come l’Italia. Biologico, filiera corta, equo e solidale… Anche le tecnologie di comunicazione nutrono il nostro modo di abitare il mondo, mostrano chi siamo. Come si valutano le tecnologie? Per cominciare dall’inizio, con C.I.R.C.E. abbiamo messo a punto un semplice strumento di valutazione. Vi invitiamo a provarlo. Suggerimenti? Dubbi? Altro? Scriveteci a info chiocciola circex punto org Il momento è drammatico, ma favorevole: buone sperimentazioni. (carlo milani – https://circex.org)
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Verso il 30 ottobre: sciopero generale in Italia e internazionale dei porti
Per il 30 ottobre è stata convocata una giornata di sciopero internazionale dei porti. All’interno di una mobilitazione che si sta ampliando sempre di più negli ultimi mesi, arrivando ad oltre 100 porti in tutto il mondo dall’India al Messico, l’intento è bloccare il flusso delle armi e la catena logistica della guerra. In Italia la giornata si è trasformata in uno sciopero generale, lanciato dalla stessa USB, come data che possa legare le lotte contro il caro vita e contro il riarmo che stanno attraversando il paese. Ne parliamo con Riccardo del Coordinamento Nazionale Porti USB.
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Il maranza-factotum. Dietro l’etichetta, lo sfruttamento del nuovo proletariato metropolitano
(disegno di cyop&kaf) Le riflessioni a seguire nascono dalle conclusioni di un’inchiesta sul campo svolta da Tommaso Sarti tra le periferie di Milano e la provincia di Verona: Pisciare sulla metropoli. [T]rap, Islam e criminalizzazione del maranza (DeriveApprodi, 2025). Dopo aver analizzato il rapporto tra musica t/rap e Islam nelle nuove generazioni di italiani, arabo-africano discendenti che siano, prevalentemente di religione musulmana, e che sbrigativamente si preferisce etichettare in modo razzista col termine di maranza, un marocchino tamarro che va in giro vestito in un certo modo, si comporta in una certa maniera e incute paura sociale solo per essere così, Sarti, pensando al caso emblematico del trapper Baby Gang, così conclude la sua ricerca: “Viene perseguito, o perseguitato (a seconda dei punti di vista), perché rappresenta un problema politico per un paese che si rifiuta di riconoscere di dover qualcosa alle generazioni di giovani con background migratorio e popolare, nati nelle periferie e nelle provincie italiane, impiegati nei campi, nella ristorazione, nei servizi, sottopagati, sfruttati, discriminati e nondimeno costretti a mostrarsi grati al padre padrone europeo, alle false promesse promosse dalla società in cui viviamo”. La mia analisi parte da qua, da questo lavoro che li aspetta prima e dopo aver consumato l’ostentazione di armi, potenza muscolare, violenza e droghe varie nei video della t/rap, ma non abbandona, però, il campo di elezione privilegiato che questa generazione si dà per rappresentarsi, quello musicale. Nella misura in cui l’inchiesta di Sarti ci consegna, ad audio spento, l’immagine lavorativa di una generazione di “sottopagati, sfruttati, discriminati”, mi sembra chiaro si stia riferendo alla più generale condizione socio-esistenziale del nuovo proletariato precario delle grandi metropoli italiane, da tempo ben consolidata prima nei ghetti americani e negli ultimi trent’anni nelle banlieues francesi. Da qui due conseguenze: prima, riconoscere lo svuotamento di senso dell’etichetta maranza rispetto alla loro appartenenza di classe, un’etichetta che mentre assolve alla funzione di stigmatizzarli ai fini di ordine pubblico, occulta la loro condizione lavorativa; seconda, cercare, questa volta ad audio acceso, testi che tale condizione abbiano musicalmente reso conoscibile. Non si tratta tanto di investigare esaustivamente la relazione esistente tra t/rap e sfruttamento del lavoro contemporaneo, quanto di trovare una canzone che sappia velocemente fotografarla, sorvolando sugli aspetti più affrontati nel dibattito odierno quando si tratta del maranza – bande giovanili, islam politico, pericolo sociale, devianza, carcerazione –, per ritrovarlo solo con la sua forza-lavoro nei processi lavorativi in una posizione capace di condizionarne l’intera esistenza. Un testo di questo genere è Factotum (2024) di Marracash, rapper di fama conclamata, figlio della Barona, periferia tra le più difficili del milanese. La scelta di questa canzone rappresenta un arretramento rispetto alle tendenze più attuali preferite dai nuovi italiani, come è confermato da un intervistato: “Cioè è la musica appunto che ha legato tutte le cose perché se guardavi prima, dieci anni fa, anche quando ero appena arrivato in Italia, c’era solo Marracash, Gue, Fabri Fibra, Vacca, queste cose così capito? Guardi adesso di loro sì se ne parla, però non come si parla di Rondo, non come si parla di Baby Gang, di Sacky, tutti questi no? Perché appunto sono tutti di diverse etnie e quindi alla gente piace, questo non puoi negarlo”. Eppure, per quanto distante Marracash possa essere percepito dal gusto di questa generazione, Factotum mi sembra in grado di fotografarla dal punto di vista lavorativo: sorta di ideal-tipo weberiano distorto, il protagonista della sua canzone può essere assunto come tipo rappresentativo di proletario precario metropolitano, costruito concettualmente accentuandone alcuni aspetti legati alla sua attività produttiva, così da farne un individuo empirico-concettuale capace di esprimere le condizioni del lavoro nell’epoca storica del neoliberismo. UN LAVORO DA MARANZA Il factotum si alza presto al mattino (“fuori è ancora buio pesto”) perché il suo luogo di lavoro è molto distante da quello abitativo; infatti vive in periferia (“siamo delle popolari”), ammassato come tanti in un quartiere-dormitorio (“va nel formicaio”), in un appartamento piccolo e poco salubre (“buchi umidi”). I ritmi di lavoro e la sua retribuzione non gli permettono di mangiare decentemente (“mangio male”, “cibo precotto”, “mangiamo scatolette”) e di abbigliarsi adeguatamente (“vestiti sudici”). Il tempo libero, per quante poche gratificazioni gli dia (“poco sesso”) e la fatica supplementare che comporta, rimane qualcosa di prezioso per evadere da tutto (“non rinuncio la sera all’uscita / vado a letto la notte che muoio e mi sveglio / che sono in quasi in fin di vita”). Quindi, il lavoro: poco nell’edilizia come elettricista (“Oggi in cantiere io e un eritreo / metto canaline su un piano intero”), tanto nella logistica come magazziniere (“alla Swiss Post”, “in Swatch / Mediaworld, Carrefour, carico / e scarico”); rigorosamente precario (“qualche mese” di qua, “part-time” di là, sempre “lavori saltuari”) e senza alcuna prospettiva di stabilizzazione (“Nessuno che mi assuma, nessuno a me”), grazie all’assenza di referenze (“nessuna ref”) e al tipo di contrattualizzazione (“contratti subdoli”). Di fronte a questa situazione il factotum, riprendendo alcune pratiche tradizionali del proletariato metropolitano sempre condizionate dalla minaccia della povertà (“che vita di scrocco, piccoli prestiti, squilli 4088”), non può che ricorrere all’extra-legalità come sostegno al reddito (“siamo delle popolari, facciamo di tutto legali e illegali”, “rubo il rubabile”), anche perché l’assunzione, lì dove possibile, sarebbe condizionata da meriti davvero poco legati all’attività lavorativa (“sicuro devi leccare il culo per / ti giuro che piuttosto digiuno, man / o rubo a te”). Lo scatto di dignità del factotum dipende dall’aver preso coscienza di cosa sia il lavoro nella società capitalista (“la vita è produci / consuma, crepa, chiunque di noi prima o poi lo accetta / è che si crepa già prima di finire sottoterra), dalla parte di chi stare (“coi disertori / gli ammutinati”), quali contromisure adottare sul campo (“produco il meno possibile”) e contro di esso (“sì, fuggo in un bel giorno di giugno”). Questa conscienza del factotum, istintivamente di classe perché formata dentro i luoghi di lavoro e fuori di esso nei quartieri popolari, però, non può aiutarlo a lenire la depressione della sua condizione umana segnata dalla solitudine e dalla disperazione (“nessuna c’è / nessuno che mi aiuta / nessuno a me”, “solo Dio sa come si vive qui / e se ne fotte”). È solo con la sua forza-lavoro di fronte al mercato del lavoro. La situazione depressiva del lavoratore precario, soprattutto di quello immigrato una volta insediatosi nel luogo di destinazione, rispetto al caso italiano dei primi anni Sessanta del Novecento, è stata verificata tanto sul piano empirico (vedi Alasia e Montaldi) quanto su quello narrativo (vedi Bianciardi). Allo stesso modo, è stata certificata la trasformazione delle strutture sindacali dell’epoca in seguito all’ingresso di questo nuovo tipo di proletariato frutto dell’emigrazione interna dal Sud, della sua sistemazione nelle aree urbane del Nord e del suo rifiuto dello sfruttamento padronale attraverso forme conflittuali estranee alle strategie di pacificazione perseguite in quel momento dalle istituzioni del movimento operaio; trasformazione che gli consentì la conquista di un pezzo di stato sociale, risultato simile a quello ottenuto in Francia a partire dai grandi scioperi del 1968, in quel caso grazie alle lotte degli operai specializzati prevalentemente immigrati, quindi al segmento della classe lavoratrice più sfruttato al pari di quello meridionale italiano. Forti di questi esempi storici ritorniamo, ad audio spento, al nostro ideal-tipo (distorto) di factotum, il cui reddito complessivo è dato da lavori legali sottopagati e iper-sfruttati, e quelli extra-legali di piccolo cabotaggio. Guardiamo alla sua vita, alle sue relazioni, ai suoi desideri, al suo disincanto, ma soprattutto alla sua depressione e chiediamoci quale terapia possibile possa esercitare su di lui l’associazionismo sindacale in un momento di profonda crisi di rappresentanza di quelli confederali – si pensi al calo cronico degli iscritti della Cgil – e alla stragrande bianchezza dei dirigenti di quelli di base, con i maggiori tesseramenti tra i lavoratori precari immigrati. Più in generale, per immaginare la risposta, guardiamo al complesso dei lavori umili, faticosi e usuranti da lui svolti e strutturati in modo tale da non fargli acquisire nessuna dignità. Questo per quanto riguarda la sua attività lavorativa legale, che gli procura un potere d’acquisto risibile, appena necessario per vivere in un loculo umido nelle case popolari, mangiare scatolette e precotti, vestendosi ancora peggio. Dall’altro lato, questa volta a video acceso, caliamo il nostro factotum tra i suoi tanti bro’ armati fino ai denti che compaiono nei video di Baby Gang e chiediamogli quanta voglia abbia di iniziare un percorso lavorativo scandito da sfruttamento e razzializzazione con il conseguente ingresso combattivo in un sindacato da trasformare in una direzione conflittuale. Guardando allo stile di vita extra-legale propugnato dalla t/rap, all’enorme potere d’acquisto che il suo successo potrebbe assicurare (case meravigliose, macchinoni, capi firmati, ori, droghe, donne), la risposta è scontata, soprattutto se comparata alla vita che il factotum conduce grazie al lavoro legale, non dimenticando mai, però, quanto il carcere incroci i percorsi di vita dei (t)rapper che “ce l’hanno fatta” venendo dalla strada. In bilico tra un lavoro legale che non riscatta dalla povertà e il miraggio di una vita emancipatasi dalla miseria con l’illegalità, il nuovo proletario precario metropolitano che è il maranza-factotum, appare sempre più destinato ad abitare il mondo della disoccupazione “stagnante”, costituita da quella parte di lavoratori occupati ma completamente irregolari, allo stesso tempo dentro e fuori l’esercito operaio attivo: dentro perché attivi, fuori perché la loro irregolarità li rende irrintracciabili da qualsiasi tipo di rilevazione  e proprio per questo esposti al maggior sfruttamento. La scelta sul suo destino lavorativo e, quindi, sulla sua eventuale sindacalizzazione, deve essere presa meditando sull’origine storica del capitalismo e sul modo che questo riservò a quanti, mendicanti, vagabondi, ladri, avevano intuito quale trattamento avrebbe riservato al proletariato tutto: “È constatato storicamente che essi hanno tentato in un primo momento quest’ultima via e che da questa sono stati però spinti, mediante la forca, la berlina, la frusta, sulla stretta via che conduce al mercato del lavoro” (Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858). (fabrizio denunzio)
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Il settore agricolo in crisi: voci da Campania e Piemonte
Da diversi giorni gli agricoltori sono tornati a mobilitarsi. Come ribadiscono con forza dal 2024, il settore primario è in crisi: costi di produzione che eccedono il guadagno, indebitamento, squilibri di potere lungo le filiere della GDO, difficoltà climatiche, politiche agricole inadeguate ai più, assenza di ricambio intergenerazionale. Oggi, il lievitare del costo del carburante si inserisce in un contesto di aumento dei costi di produzione (es. fertilizzanti e concime), mettendo particolarmente in crisi il settore cerealicolo, determinato dai conflitti in corso. Le risposte di questi giorni consistono in blocchi stradali  e di autocisterne di carburante (in particolare in Calabria e Sicilia, dove sono coinvolti anche i pescatori), latte versato sulla Via Aurelia (Lazio), cortei di trattori, presidi (in Puglia, dove si denuncia l’olivicoltura in crisi)  e sit-in a Roma, in piazza Santi Apostoli. Non mancano i tavoli di confronto con le autorità (come in Calabria), ma le misure promesse vengono generalmente giudicate insufficienti.  Come sottolineano spesso le organizzazioni nate dalle proteste dei trattori del 2024, che cercano di interfacciarsi direttamente con l’opinione pubblica, mentre il margine degli agricoltori è ridotto all’osso, i prezzi dei prodotti sugli scaffali continuano a salire. Più in generale, nelle mobilitazioni si parla tanto di carovita, e questo sta portando altre categorie di lavoratori e lavoratrici ad unirsi. Ne parliamo con Gabriele Forte, agricoltore in Campania e membro di Agricoltori Italiani, e Ivo Pittorini, allevatore in Piemonte. Ivo fa parte della realtà Agricoltori Autonomi Italiani Piemonte.
L'informazione di Blackout
italia
altavisibilita
proteste agricoltori
agricoltura
L’opportunità della crisi. Come il capitale fagocita le politiche pubbliche in Emilia Romagna
(disegno di mala) In un recente lavoro (2024) Tim White definisce assetization quel processo attraverso il quale delle cose vengono trasformate in asset, cioè risorse e servizi di cui il privato orientato al profitto si appropria per generare ricchezza finanziaria. Questo fenomeno non presuppone la trasformazione di determinati comparti della società (per esempio gli edifici o gli alloggi) in beni direttamente commerciabili sui mercati finanziari, ma prepara il terreno affinché gli investitori possano avviare il processo di “assetizzazione”. Possiamo interpretare l’assetizzazione come uno specifico risvolto tecnologico del processo di finanziarizzazione che a partire dalla crisi globale del 2008 ha investito il mercato privato dell’alloggio attraverso una molteplicità di nuovi modi di espropriazione. In particolar modo, nei due decenni successivi al 2008, si è configurato un sistema di accumulazione di profitto che è passato dalla centralità della proprietà immobiliare in sé alla proprietà immobiliare per la rendita. La casa come bene di valore sociale (un tetto sulla testa) è diventato un asset nei portafogli degli investitori. Compagnie di investimento globale hanno indossato i panni di proprietari immobiliari con l’obiettivo di acquistare unità abitative ed edifici su grande scala da riconvertire e/o riqualificare per poi metterli in affitto e accumulare ricchezza. Oltre alle molteplici forme che tale processo ha assunto con riferimento al mercato privato (co-living, buy-to-let, affitto ordinario, affitti brevi), si inizia a discutere anche del modo in cui investitori e imprese private aggrediscono anche il comparto pubblico della casa (si vedano, per esempio, i due articoli di Davoli e Bianchi). Qui vorrei condividere delle riflessioni a partire dalla giornata di apertura del percorso di riforma della disciplina regionale per le politiche abitative della Regione Emilia-Romagna, avviato il 15 settembre scorso sotto il titolo “L’abitare che verrà”, con l’obiettivo di approvare il nuovo testo entro il 2027. Ci sono alcuni temi ricorrenti negli interventi della giornata, alla quale hanno preso parte, invitati dalla Regione, sia soggetti del mondo sociale che di quello dell’impresa. Prima di tutto, a distanza di venticinque anni dall’approvazione della normativa regionale vigente (24/2001), è chiaro a tutti che il contesto è cambiato talmente tanto da rendere urgente un nuovo testo. Impoverimento generale, turismo, studenti e lavoratori ad alta mobilità hanno reindirizzato il bisogno di casa verso un patrimonio abitativo a fine sociale preferibilmente in affitto. La proprietà risulta oggi un elemento troppo rigido per i nuovi portatori di bisogno abitativo che non hanno però l’esigenza di radicarsi sul territorio regionale. Un altro tema ricorrente è l’importanza di ampliare la risposta pubblica al bisogno di case a un maggior numero di soggetti. L’obiettivo è abbandonare la logica dell’emergenza a cui è stata ancorata finora l’azione pubblica (in particolar modo con l’edilizia residenziale pubblica, cioè le case popolari) e abbracciare l’idea di aprirsi a quella parte di popolazione urbana definita in maniera vaga come “fascia grigia”, ovvero quelle persone che non hanno i requisiti per vedersi assegnata una casa popolare e che allo stesso tempo non riescono ad accedere a soluzioni stabili e abbordabili nel mercato privato della casa. Fin qui tutto bene, penso. Promuovere un approccio (più) universalistico alla questione abitativa e ampliare la risposta pubblica alle esigenze abitative può spingere l’attore pubblico ad agire da competitore con l’attore privato e, dunque, contribuire a un calmieramento dei prezzi. Ciò che emerge quindi è la centralità dell’edilizia residenziale sociale (Ers) per rispondere a un’ampia gamma di nuovi bisogni (ceto medio, studenti, lavoratori) che non convergono nell’edilizia residenziale pubblica (Erp). Un strumento di cui la Regione si dovrebbe dotare impegnandosi a definire con chiarezza le sue tipologie, gli attori coinvolti nella sua gestione e l’utenza che ne beneficerà. In questo l’organizzazione della giornata è molto significativa. Traccia la direzione lungo la quale la Regione intende muoversi dichiarando, inoltre, l’ambizione di essere l’apripista regionale nel panorama nazionale. La giornata di apertura è articolata in due momenti. Al mattino intervengono la politica e le parti sociali. Le agenzie regionali per l’edilizia residenziale, i tavoli provinciali di coordinamento tra comuni, i sindacati e il terzo settore delineano le sfumature del bisogno di casa così come si è configurato negli ultimi decenni e che si presuppone ci accompagnerà per i prossimi due anni. Riconosciuta la centralità che occorre ancora dare all’Erp, quasi a sottolineare l’impostazione politica di un attore che continua a puntare sul grande strumento di matrice socialista nell’ambito delle politiche abitative, evidenziano l’importanza dell’Ers come strumento innovativo in grado di incontrare una più ampia gamma di esigenze. Ad accompagnare tutti gli interventi è la consapevolezza dell’attuale carenza di alloggi a prezzi accessibili e la necessità di incrementare tale patrimonio. Pochi spunti pratici su come raggiungere questo obiettivo dai politici, ma con una certezza: non ci sono risorse finanziarie, a loro dire, per dare concretezza alla nuova legge regionale. Ed è così che tutti gli spunti si concentrano al pomeriggio, quando a intervenire è il mondo dell’impresa e, nello specifico, il mondo dell’impresa edilizia. Cioè, la compagine di chi può apportare capitale. Sono presenti Confindustria, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, Cna Costruzioni, Confartigianato e Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Italiani. Sin da subito si delinea il ruolo al quale il privato tende e al quale è invitato da parte della Regione. Colmare il vuoto di alloggi sostenibili attraverso l’implementazione dello stock di Ers. Le imprese di costruzione e ristrutturazione dell’edilizia sono state invitate, quindi, come controparte operativa e tecnica che troverà spazio nella nuova legge regionale sotto l’agognato acronimo PPP (partenariato pubblico-privato). Qualche mugugno viene emesso dalla platea all’inizio dell’intervento del direttore generale di Confindustria Emilia Romagna, ma il più sorpreso sembra proprio lui stesso. “Vi starete chiedendo che c’entra Confidustria in una giornata come quella di oggi e me lo sono chiesto anche io, a dire il vero”. Sghignazza e aggiunge che venticinque anni prima Confindustria non aveva preso parte al percorso del regolamento regionale per le politiche abitative perché in quell’epoca non vi era tale esigenza. Il processo di assetizzazione si riferisce proprio a questo. In questo caso, la Regione Emilia-Romagna prepara il terreno affinché il mondo dell’impresa privata trovi il proprio posto nel comparto pubblico del settore immobiliare. Bisogno sociale e profitto devono allinearsi e gli interventi del pomeriggio sono tutti concordi nel riconoscere come principale criticità la carenza di alloggi. Non si tratta più di case popolari però, in risposta alle esigenze delle frange più povere della popolazione, ma di un’utenza molto più ampia e, dunque, potenzialmente più vantaggiosa per chi fa impresa. A partire da queste presa di coscienza, si articolano le richieste e le condizioni che pone il mondo dell’impresa all’istituzione regionale per garantire la propria partecipazione al percorso di riforma della legge. Prima di tutto, l’istituzione pubblica deve definire in maniera chiara cosa sia Ers dando una bussola per gli interventi di costruzione o ristrutturazione da parte del privato, in modo da evitare competitori sleali. Nel caso degli interventi di recupero del patrimonio abitativo esistente ma inutilizzato perché fatiscente, occorre fare ricorso allo stock pubblico perché è “eticamente scorretto che anche un solo immobile o alloggio pubblico risulti inutilizzato quando c’è bisogno di casa”, afferma il presidente della Regione De Pascale. Dunque, gli immobili da ristrutturare li mette il pubblico e il privato si propone di ristrutturarli e, soprattutto, di gestirli seppure nel solco che definirà la Regione. La seconda richiesta riguarda i costi, ritenuti troppo elevati per garantire la messa a disposizione di alloggi economicamente accessibili e contemporaneamente margini di profitto tali da invogliare l’intervento del privato. Dunque, le alternative sono due. Costruire ex-novo perché costa meno che riqualificare un patrimonio inutilizzato, oppure si ristruttura a patto che l’istituzione contribuisca al contenimento dei costi sobbarcandosi, per esempio, gli oneri delle opere di urbanizzazione e delle bonifiche di aree dismesse. La terza richiesta riguarda la semplificazione delle procedure burocratiche per l’intervento privato in relazione, per esempio, al rilascio di permessi di costruzione, certificazioni ambientali e cambi di destinazione d’uso per la riconversione di immobili non residenziali in immobili residenziali. Tutte queste richieste si muovono nel solco di quanto tracciato dal Piano Casa del governo Meloni (si veda Davoli), ma soprattutto nel quadro di un’edilizia abitativa che nel futuro dovrà guardare all’affitto e non più alla proprietà dell’alloggio. Da un lato, sono conclamate le difficoltà economiche di larga parte della popolazione emiliano-romagnola di accedere alla proprietà abitativa in un contesto di dilagante impoverimento, ma dall’altro, l’estrazione di profitto dalla casa tramite l’affitto è più vantaggioso in un sistema globale che Arundel e Roland definiscono post-homeownership, fondato sulla rendita. Interventi chiari e diretti del mondo dell’impresa ai quali non ha fatto da contraltare la Regione, che si è limitata al ruolo di anfitrione che apre le porte e il campo dell’abitare pubblico agli interessi del privato. In quest’ottica, è altrettanto indicativa l’assenza di compagini di contestazione nell’aula magna della Regione in via Aldo Moro a sottolineare che i problemi della casa sono altrove e lì dentro il 15 settembre effettivamente non c’era spazio per i bisogni di chi effettivamente li vive sulla propria pelle, ma per lo scenario di profitto che si prospetta negli anni a venire. Al momento del buffet, tra la sessione del mattino e quella del pomeriggio, noto un solo ragazzo con indosso la maglia di Labás. Sul retro è stampata in giallo una citazione dalle Città Invisibili di Calvino. “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. (guido tortano)
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Zona Economica Speciale per il Sud e colonialismo interno. Lo sviluppo come grimaldello
(disegno di giancarlo savino) La ZES unica è la Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno. La sua istituzione nel 2023 risponde alla finalità di promuovere lo sviluppo economico e il riequilibrio territoriale, di rafforzare la competitività e la coesione sociale delle regioni meridionali. Si incentivano investimenti produttivi e nuove strutture industriali attraverso agevolazioni fiscali alle imprese e la semplificazione dei procedimenti amministrativi. Istituita dal Decreto Sud, sostituisce le precedenti otto ZES introdotte nel 2017 e, da quest’anno, comprende dieci regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Marche e Umbria. A una prima lettura, il dispositivo della ZES sembra orientato alla crescita industriale. Tuttavia, molti dei progetti candidati riguardano il settore turistico, presentato come industria turistica per legittimare la loro inclusione. Questo slittamento semantico è significativo: di fatto, la ZES si inserisce in contesti già segnati da oltre un decennio di sovraffollamento turistico che ha saturato non solo l’offerta e la domanda, ma anche la capacità ecologica, spaziale e paesaggistica dei territori coinvolti. I megaprogetti che si candidano alla ZES utilizzano le diseguaglianze territoriali per legittimarsi, mentre finiscono per esasperare proprio quei processi di marginalizzazione che dichiarano di voler arginare. Faccio due esempi per riflettere su cosa accade quando una procedura nata per semplificare e accelerare la decisione amministrativa incontra norme sostanziali di tutela del territorio, del paesaggio e dell’ambiente. In Sardegna, un’autorizzazione ZES riguarda un intervento localizzato a Cala Finanza, davanti all’isola di Tavolara, una delle aree di maggior pregio ambientale della Gallura. Il progetto, ora sospeso, prevedeva la trasformazione di un compendio costiero e la richiesta di variante urbanistica per un’area di oltre centomila metri quadri: da zona di salvaguardia ambientale integrale a zona turistica. Sul progetto avevano però espresso il proprio dissenso, ritenuto non superabile, sia il ministero della cultura sia la Regione Sardegna, in accordo con quanto previsto dal Piano paesaggistico regionale. Nonostante ciò, la Struttura di missione ZES ha rilasciato l’autorizzazione unica. A confermarne la validità è intervenuto anche il consiglio dei ministri, secondo cui il progetto sarebbe coerente con le politiche di sviluppo e con l’interesse strategico nazionale alla competitività del Mezzogiorno. In piena estate, la Gazzetta del Mezzogiorno annuncia che la Puglia è la seconda regione per numero di pratiche ZES, sebbene i progetti si inseriscano in un paesaggio già segnato da decenni di cementificazione, consumo di suolo, erosione della biodiversità, compromissione degli ecosistemi e degli equilibri idrogeologici. Sulla costa di Ostuni, in provincia di Brindisi, uno di questi progetti prevede la costruzione di un mega-resort di lusso nell’area incontaminata di Mogale, a firma della multinazionale Four Seasons: quasi nove ettari di costa da cementificare per ospitare decine di fabbricati e piscine private che distruggerebbero la macchia mediterranea e il delicato sistema di canali naturali di deflusso delle acque, aumentando il rischio idrogeologico. In più, un tratto di costa accessibile a tutti verrebbe convertito in un’enclave turistica per ricchi, come già accade in zona. L’istituzione della ZES unica appare come un nuovo capitolo della lunga storia del colonialismo interno italiano, in cui il meridione viene rappresentato come spazio da modernizzare, disciplinare e rendere disponibile all’investimento privato, secondo la dottrina neoliberale perseguita dall’Unione europea e dai governi nazionali. La promessa dello sviluppo, accompagnata dal consueto ricatto e dalla retorica occupazionale, funziona come linguaggio di legittimazione che trasforma la precarietà sociale in un’arma di pressione, rendendo le comunità locali più vulnerabili all’ingresso di progetti ad alto impatto territoriale. L’antropologia del paesaggio ha mostrato come questi processi non siano semplici effetti collaterali dello sviluppo, ma parte di una più ampia economia politica della semplificazione ecologica, in cui il territorio viene trattato come risorsa da estrarre, più che come spazio abitato da comunità, memorie e relazioni. In questo senso, la ZES non è solo un dispositivo economico, ma un dispositivo epistemico: ridefinisce ciò che può essere considerato sviluppo, ciò che può essere sacrificato, ciò che può essere deciso senza la partecipazione delle comunità. Come scrive il costituzionalista Giovanni Coinu, la questione non è se lo sviluppo economico sia un interesse pubblico, ma se possa essere usato come criterio politico generale per rendere inefficaci norme sostanziali di tutela già vigenti. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio impedisce di leggere la pianificazione paesaggistica come un semplice parere superabile nel procedimento amministrativo. Una prescrizione di piano paesaggistico, un vincolo di inedificabilità, una classificazione urbanistica non sono mere opinioni amministrative contrarie allo sviluppo. L’arrivo di numerosi progetti industriali, alcuni già approvati e altri in attesa di autorizzazione, non rappresenta soltanto una trasformazione materiale del territorio, ma una trasformazione simbolica e politica. Le deroghe normative, la possibilità di aggirare vincoli paesaggistici e ambientali, l’intervento su aree agricole e su oliveti secolari producono un regime di eccezione territoriale, dove il territorio non è più governato dalle regole ordinarie della democrazia locale, ma da procedure straordinarie che trasferiscono il potere decisionale ai grandi gruppi economici e finanziari attraverso la mano invisibile della politica e della burocrazia. Questa dinamica si intreccia con la turistificazione: quando un territorio viene reso disponibile a investimenti esterni, esso viene ripensato non come luogo vissuto dai nativi per i nativi, per la loro sussistenza ecologica e le loro economie, ma come superficie da valorizzare, da rendere appetibile, da trasformare in merce. La turistificazione non riguarda solo gli spazi urbani o le coste, ma anche le campagne, i paesaggi rurali, gli oliveti. In molte regioni mediterranee, la trasformazione dei paesaggi agricoli in scenari turistici ha prodotto una forma di espropriazione simbolica: il territorio viene rappresentato e venduto da soggetti esterni, mentre le comunità che lo abitano perdono la capacità di decidere il proprio futuro. È un processo che ricorda ciò che l’antropologa Anna Tsing ha definito “economia delle promesse”, in cui il territorio viene immaginato come spazio di opportunità, ma solo per chi detiene capitale e potere decisionale. La retorica delle “misure di promozione territoriale” e dello “sviluppo locale” pretende di mascherare una dinamica di grave esproprio della democrazia. Qual è la vocazione del territorio? Chi decide che debba essere univocamente turistica? Chi beneficia realmente di queste misure? La ZES rende il territorio appetibile agli investitori secondo logiche competitive e utilitariste, ma non redistribuisce i benefici ai residenti. Come scrive la geografa Margherita Ciervo, la popolazione, benché continui a essere formalmente proprietaria di case e terre, subisce cambiamenti significativi nei propri luoghi di vita, smarrimento di senso, perdita di identità e sovranità territoriale. È ciò che Ciervo definisce landscape grabbing, una forma di espropriazione che si diffonde con velocità sbalorditiva e in maniera pervasiva. La marginalità sociale e geografica diventa un moltiplicatore di violenza ambientale e diseguaglianze territoriali, esattamente quelle che la ZES, insieme agli impianti di energia rinnovabile (il fotovoltaico selvaggio travestito da agrivoltaico, le distese di pale eoliche ad alto impatto ambientale) e ai progetti di costruzione di data center, promette di colmare. Il modo in cui lo sfruttamento ricade sui territori, dando vita a specifiche geografie della devastazione, non è casuale. Nei territori marginali si riducono i costi per gli investitori: il valore economico dei terreni è crollato per l’abbandono delle campagne, il disseccamento degli ulivi e i roghi sistematici; la minore opposizione sociale è favorita dallo spopolamento, gli abitanti sono politicamente meno rappresentati e hanno minore potere negoziale. La disciplina della ZES si rivela uno strumento coloniale, utile a modificare i territori e la mentalità delle persone che li vivono, predisporle a subire e accettare quello che accade. Le coste, le campagne, gli spazi pubblici diventano luoghi su cui altri decidono, secondo logiche che rispondono a interessi privati e non collettivi. È questo il modello di sviluppo che vogliamo per i nostri territori e per le future generazioni? Questa domanda interroga le forme di vita che si stanno costruendo, le possibilità di immaginare un futuro che non sia deciso altrove. È una domanda che riguarda la giustizia territoriale, la democrazia ecologica, la cura dei luoghi. Ed è una domanda che le comunità del Mezzogiorno hanno il diritto e il dovere di porre e di rivendicare. (giuseppe vinci)
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Santa Maria della Mattanza. Le fasi finali del processo sulle torture del 6 aprile 2020
(disegno di malov) La requisitoria dei pubblici ministeri è durata otto lunghissime udienze, cominciata il 19 giugno e conclusa prima della pausa estiva il 22 luglio. I tre esponenti della procura della repubblica hanno ricostruito nei dettagli i pestaggi, le torture, i depistaggi, i falsi, le calunnie, le gravi omissioni del reparto medico commessi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a partire da quella lunghissima Settimana Santa fino alla morte del ragazzo algerino, Hakimi. Le richieste di pene sono state elevatissime e come spesso capita esemplari, oltre settecento anni di galera. Si tratta, finora, del processo più grande della storia della Repubblica celebrato nei confronti del potere penitenziario, per la complessità delle condotte contestate e per il ruolo degli imputati: provveditore dell’amministrazione penitenziaria, direttore pro tempore, vicedirettore, comandate dell’istituto, commissari, ispettori, agenti e medici. Il lavoro investigativo è stato molto complesso (sequestri, intercettazioni, immagini della videosorveglianza, un numero enorme di persone offese sentite, di documenti acquisiti) e il dibattimento è stata una sequenza lunghissima, circa centosettanta udienze in tre anni, in cui è stato verificato tutto il materiale inquisitorio consentendo alle difese di criticare gli atti di indagini e proporre una versione alternativa, a nostro giudizio effimera perché non ha scalfito il dato storico dell’esecuzione della rappresaglia a freddo. Tecnicamente l’aula bunker è stata la camera iperbarica in cui il tempo si è fermato al mese di aprile del 2020, dove in ogni udienza si cominciava da capo. Il processo è ripreso il 7 settembre, due udienze in cui hanno concluso le parti civili; solo i pochi avvocati che hanno seguito il processo in questi anni hanno discusso restituendo alla Corte di Assise la responsabilità di pronunciare una sentenza che ha sicuramente una valenza politica. Proviamo a snodare il filo delle argomentazioni sulla colpevolezza della catena di comando, prima delle discussioni delle difese degli imputati che proveranno a ribaltare l’ordine delle parole. Non ci sono molti dubbi sulla genesi della “perquisizione straordinaria”. Difatti, non si trattò di operazione di ripristino dell’ordine interno a causa della protesta del 5 aprile 2020, cominciata per la paura del contagio da Covid, che prese forma con il picchetto nei corridoi dei detenuti di due sezioni del reparto Nilo, vano tentativo delle difese per giustificare l’uso della forza. Non fu neanche un’operazione di polizia giudiziaria finalizzata al sequestro di oggetti illegalmente posseduti: gli esiti verbalizzati di questa enorme manifestazione di forza sono appena due coltellini e due telefonini. È stata una “dichiarata” rappresaglia, lo scrive nel messaggio il provveditore all’allora capo del dipartimento Basentini il 6 aprile alle 16.48: “Buonasera capo, è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel reparto dove si sono registrati i disordini, era il minimo segnale per riprendersi l’Istituto, forse le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori regione, il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire l’occasione di chiudere temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria ovviamente, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”. “Hai fatto benissimo”, risponde il dottor Basentini. I dirigenti sciolsero i mastini della polizia penitenziaria per eseguire un’operazione militare. I poliziotti agirono in un clima da stato di guerra dichiarato: “Vi aspettiamo giù in trincea…”, “abbiamo fatto tabula rasa”. Il medesimo innesco fu congegnato per l’operazione alla scuola Diaz di Genova nel 2001 durante il G8 e lo si ritrova tra le pagine della sentenza dalla Cassazione che nel 2012 definiva le responsabilità di quella macelleria messicana “come esortazione rivolta dal Capo della Polizia […] a eseguire arresti, anche per riscattare l’immagine della Polizia dalle accuse di inerzia, aveva finito con l’aver avuto il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della perquisizione, per cui all’operazione erano state date caratteristiche denotanti un assetto militare […], elementi sintomatici della militarizzazione dell’operazione erano rappresentati dall’elevato numero di operatori (circa 500) […], dalla manovra a tenaglia per avvicinarsi al plesso”. Analogia storica che ricostruisce le meccaniche di azione dei corpi di polizia quando agiscono dando vita alla violenza politica. Negli atti ufficiali, la perquisizione del 6 aprile 2020 è stata definita dal provveditore Fullone “una vera e propria azione di ripristino di legalità e agibilità” e, come è stato notato da un difensore di parte civile, quella valutazione ha viaggiato di scrivania in scrivania, da Napoli a Roma, fino a essere copia-incollata dal ministro di giustizia nella risposta al parlamento del 16 ottobre 2020. Un goffo tentativo di salvare la faccia dell’Amministrazione e prendere le difese del corpo di polizia penitenziaria. Questa volta, per una serie di cortocircuiti istituzionali e per la presenza delle immagini video, le parole del potere non sono riuscite a sigillare la versione storica dei fatti. La decisione divenne urgente dal rientro dei battaglioni anti-sommossa del 5 aprile sera, quando la protesta rientrò dopo una lunga mediazione. Tuttavia, quella decisione aveva rotto gli equilibri tra il comando e gli agenti, perché questi ultimi avrebbero voluto bastonare il bestiame già da quella sera. L’urgenza, avvertita dai vertici che si affrettarono a intervenire, si era generata a partire da quella particolare spaccatura che destabilizzava l’ordine interno. I capi avevano paura che di lì a poco potessero fioccare numerosi certificati di astensione dalle attività lavorative per malattia e altre azioni subdole che avrebbero potuto rendere difficile l’organizzazione del lavoro. Da quella sera la “perquisizione” divenne un atto dovuto, come emerge dalla risposta di Colucci, responsabile del gruppo di supporto, al comandante dell’istituto Manganelli: “se vengo però interveniamo, non ci farete tornare indietro come l’altra sera”. L’ordine è già stato eseguito. È il provveditore a dare il comando, esercitando un potere di surroga inesistente nell’ordinamento penitenziario nei confronti della direzione interna, che rimaneva inerte non riuscendo a cogliere il senso della crisi che si stava verificando. Dal punto di vista tecnico, nessun profilo organizzativo della spedizione punitiva era stato tralasciato. Nel briefing operativo prima dell’ingresso, un agente dichiarava nel processo: “Gli ispettori c’erano tutti, ci stava il sostituto commissario Piccolo, Biondi, Crocco, Ciccone, Iadicicco, cioè stavamo tutti, era un’operazione importante, erano tutti presenti…”. Gli obiettivi e le modalità operative erano talmente chiari da ripetersi in ogni sezione in modo schematico: gli ispettori presenti nei punti di governo dell’operazione e nei nessi di smistamento dei detenuti durante il percorso torturante, gli agenti a eseguire il prelievo dei quindici detenuti da portare in isolamento in attesa dei trasferimenti. “È stato davvero emozionante trovare questa fratellanza, spirito di corpo, mettendo da parte vanto ed egoismo, siamo grandi siamo il CORPO DELLA POLIZIA PENITENZIARIA”, scriverà uno dei comandanti dei plotoni all’esito dell’operazione. Il 6 aprile, Hakimi, il ragazzo algerino morto poi il 4 maggio 2020 nelle celle punitive del carcere sammaritano, veniva prelevato dalla sesta sezione alle 17,15, veniva pestato a sangue e trascinato lungo il corridoio nelle scale (dove non ci sono le telecamere) fino al reparto di isolamento del Danubio. Per lui era stato già predisposto un verbale di contestazione per resistenza per i fatti del 5 aprile, il contenuto dell’atto pubblico era interamente falso perché dalle immagini del circuito di videosorveglianza risulta chiaramente che il ragazzo non prese mai parte alle proteste. Insomma, la “perquisizione straordinaria” fu l’espediente per togliersi dai piedi anche quell’indemoniato, in preda alla sofferenza psichica e alle dipendenze da sostanze, per questo era necessario fare carte false per giustificare il trasferimento per ordine e sicurezza. Le difese di parte civile, ricordando la fine di Hakimi, morto come un cane da solo, hanno puntato il dito non solo nei confronti degli aguzzini, che secondo una testimonianza avevano preso letteralmente a bastonate il ragazzo, ma anche nei confronti del comparto medico. Questi signori con il camice da SS, hanno sposato pienamente gli istinti animali della polizia, offrendo più di una spalla ai lupi della penitenziaria, da un lato redigendo i certificati falsi che attestavano le lesioni ai poliziotti intervenuti il 5 aprile, dall’altro abbandonando alle loro sorti i quindici reclusi illegalmente al Danubio, rifiutandosi di visitarli per interrompere quell’agonia, pur conoscendo perfettamente il loro stato di salute e in particolare quello dell’algerino. Secondo il dottor Sperandeo, consulente medico della procura ascoltato in dibattimento, il nesso causale tra le torture subite, lo stato psichiatrico, le condizioni di salute e il gesto suicidario è chiarissimo: “Non c’è certificazione sulla sostenibilità, non c’è un controllo sistematico e fondamentalmente c’è un’indicazione a stare quindici giorni in isolamento, ma in realtà il suo isolamento si protrae fino al 4 maggio […], la situazione più grave che si genera è che la persona, che aveva raggiunto un discreto equilibrio nella rappresentazione della realtà, perde questo equilibrio, si ripresentano sintomi di natura psicotica che vengono, in maniera sommaria, descritti dai suoi compagni, e descritti anche dal medico che dice: ‘è affetto da psicosi’, che evidentemente rileva uno stato alterato nell’esame di realtà; ovviamente l’alterazione dell’esame di realtà non è un’esperienza neutra, non è che le persone sperimentano dispercezioni visive o uditive e organizzano il pensiero in una maniera alterata, e tutto questo è privo di impatto sul loro mondo interiore, anzi le dispercezioni e i deliri sono l’espressione narrabile di una profonda alterazione dello stato emotivo determinato da quello che era successo. Quindi, com’è successo con altre persone valutate con stati psicotici pregressi, probabilmente anche Hakimi ha avuto una ricaduta nella condizione psicotica che non gli ha permesso di organizzare bene né l’assunzione dei farmaci né poi, ovviamente, accumularle e assumerle tutte insieme”. Allo stesso modo, per la procura e gli avvocati, sono responsabili del massacro anche i poliziotti che non hanno commesso violenze ma che con la loro presenza hanno rafforzato gli intenti violenti dell’operazione. Non è possibile dividere in piccoli frammenti la perquisizione, che si presenta, prendendo la definizione dei pubblici ministeri, come “dispositivo collettivo unitario”. I giudici decideranno dopo le discussioni degli avvocati e in quella sede dovranno stabilire quali sono le regole di ingaggio dell’esercizio della forza da parte dei corpi di polizia e di conseguenza dovranno ricostruire il rapporto tra autorità e corpi reclusi, quali sono le dinamiche che consentono l’emersione di uno stato di eccezione dentro le maglie e le forme decrepite dello stato di diritto. Questa sentenza avrà un impatto notevole nel nostro ordinamento. Da un lato potrà assolvere ancora la violenza eccezionale o dall’altro aprire un ragionamento tecnico di riforma in un momento storico particolare in cui la morfologia dei poteri costituiti nel 1948 sta definitivamente tramontando. Certo, non basterà questo giudizio a cambiare tale scenario, perché quel rapporto di forza dovrà necessariamente trasformarsi con una nuova dialettica conflittuale che a oggi stenta a trovare forza e spinta. È necessario raccogliere ogni spunto in questo cammino per affinare le nostre strategie per disertare, sabotare la guerra, e opporsi alla miseria delle nostre vite. (napoli monitor)
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