(disegno di otarebill)
Squilla il telefono, è un amico che ha una pompa di carburante nel paese vicino,
dice che gli è arrivato il carico dopo giorni in cui era tutto esaurito e che
posso andare a fare rifornimento, ma devo andarci subito, si sta già spargendo
la voce. Sono quasi due settimane che, guidando per strada, le stazioni di
servizio ancora fornite sono annunciate da lunghe code sulla carreggiata, a
volte anche da vigili urbani accorsi a gestire il traffico improvviso. Nei
lunghi minuti in coda scorro Instagram: si succedono filmati amatoriali di
autotrasportatori fermi in strada, con i loro mezzi di traverso a bloccare o
rendere difficile il passaggio. Voci impacciate che non hanno dimestichezza con
obiettivi e microfoni, sguardi incazzati e sguardi bassi, presidi arrangiati con
un gazebo, una baracca improvvisata, una cassa o un megafono.
Le proteste degli autotrasportatori vanno avanti da fine settembre tra Calabria,
Puglia e altre regioni del Sud. Si uniscono quasi ovunque gli agricoltori, in
Puglia gli olivicoltori, in alcune zone anche i pescatori e i portuali. I
presidi si diffondono a ridosso dei caselli delle autostrade, sul Gargano
l’Adriatica A14, l’A1 in Campania e altre. Il movente è comune: caro gasolio,
impennata dei costi di produzione e delle materie prime, calo dei prezzi dei
prodotti agricoli all’ingrosso. I lavoratori sull’asfalto e sulla terra non
hanno più margini per sopravvivere, chiedono di ricevere più aiuti dallo Stato.
Si moltiplicano i video di agricoltori con striscioni di protesta sui trattori,
contadini che rovesciano l’olio a terra. Non posso evitare di pensare a mia
nonna che gridava alla disgrazia quelle rare volte in cui per errore si
rovesciava un po’ d’olio, che era sacro. Invece questi agricoltori l’olio se lo
versano sulle mani, sull’asfalto mentre gridano “moriremo tutti, questo è il
nostro olio”, “ci avete abbandonato, al collasso siamo”, “il Sud è Italia, i
ministri dove sono?”. Ai sit-in compare qualche sindaco, qualche agricoltore
viene invitato ad aprire incontri di politici e congressi del Pd, tira aria di
strumentalizzazione. Dalla politica arrivano promesse di aiuti per il caro
carburante, insieme ai milioni previsti dal Fondo mobilità sostenibile, una
misura che non risolve l’emergenza: sono fondi spalmati su cinque anni solo per
l’acquisto di mezzi nuovi che consumino meno.
Nel frattempo gli scaffali dei supermercati si svuotano, le consegne ai
magazzini rallentano o si paralizzano. Si percepisce un consenso generale con la
protesta; bar e cittadini offrono vassoi e thermos ai lavoratori in protesta. Al
presidio di Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, un allevatore offre e
spartisce il suo caciocavallo podolico, mentre qualche sparuto giornalista filma
sorpreso quella solidarietà, quell’aria conviviale così connaturata alla
“pugliesità” a cui nemmeno gli operatori turistici che tanto la decantano hanno
mai creduto.
Comincio a pensare a quando ho già visto accadere proteste simili. Chi è più
grande di me ha memoria delle proteste di fine anni Novanta per le quote latte,
per arrivare al movimento dei forconi, ai gilets jaunes e alle proteste dei
trattori di due anni fa. Sono coinvolti sempre agricoltori, allevatori e
autotrasportatori, sono sempre proteste contro il caro carburante, il costo
della vita, le difficoltà economiche delle imprese a fronte di prezzi di vendita
troppo bassi. Gli agricoltori denunciavano il potere contrattuale della Grande
distribuzione organizzata (Gdo) e degli intermediari, contestavano gli obblighi
legati alla Politica agricola comune (Pac) e le importazioni a prezzi inferiori.
Sono fenomeni ciclici che hanno come filo rosso le riforme della Pac e la
transizione energetica governata dalle lobby del petrolio. Perché i lavoratori
della logistica abbiano accusato il caro carburante pare lampante, ma mi
interrogo su come sia esplosa l’esasperazione degli agricoltori, che gridano che
quello della terra è un lavoro a perdere, che produrre non conviene più. Da ogni
presidio si denuncia il sistema di distribuzione del cibo dominato dalle grandi
catene di supermercati, il potere di comprimere i prezzi pagati ai fornitori,
cioè agli agricoltori stessi che protestano. In ballo ci sono le relazioni di
produzione e distribuzione nelle filiere agroalimentari, le condizioni di lavoro
e di vita di chi produce cibo, il rapporto campagna-città e quello tra noi
esseri umani e gli ambienti naturali da cui traiamo nutrimento.
SUD SCAVAME ‘A FOSSA
Nei presidi pugliesi gli olivicoltori sono un fronte compatto. Chiedono il
potenziamento dell’Icqrf (l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e
della repressione frodi dei prodotti agroalimentari), controlli incrociati di
Masaf e Mimit (rispettivamente, Ministero dell’agricoltura, della sovranità
alimentare e delle foreste e Ministero delle imprese e del made in Italy) sulla
Gdo che importa olio estero spacciandolo per italiano. Inoltre, chiedono lo stop
alle vendite di olive e olio sotto il prezzo minimo remunerativo, la sospensione
temporanea delle importazioni di olio extra-europeo, fino allo smaltimento delle
giacenze nazionali.
La storia dell’olio contraffatto va avanti da anni, ma quella degli accumuli di
olio locale scavalcato da quello importato sta emergendo solo nell’ultimo anno
in Puglia. Parlo con Angelo Balenzano di Sannicandro di Bari, del Comitato
olivicoltori e cittadini della conca barese. «A gennaio scorso – dice –, finita
la raccolta dell’annata ‘25-26, i frantoi avevano i silos pieni di olio da
vendere ai grossisti, ma si è bloccato tutto. Non arrivavano più richieste di
acquisti come era sempre successo gli altri anni. A maggio il prezzo
all’ingrosso era sceso sotto i quattro euro al litro, quando a gennaio sarebbe
stato quasi il doppio, sette euro».
Gli olivicoltori adesso chiedono allo Stato di riconoscere la crisi del mercato
dell’olio extravergine d’oliva, affinché si possano sospendere le importazioni,
com’è stato fatto per il riso anni fa. Continua Angelo: «Finora i frantoiani
erano nemici dei contadini, perché ogni volta che andavi a vendere le tue olive
dovevi trattare il prezzo, vigilare il peso, eccetera. In queste condizioni, è
la prima volta che sono nostri alleati, perché anche loro si sentono fregati:
l’anno scorso hanno comprato le olive a un prezzo e ora l’olio che rimane nelle
cisterne vale la metà, vanno in perdita. I frantoi sono tuttora pieni di olio:
che devono fare, lo devono svendere? Hanno i silos pieni, quindi se noi
raccogliamo le olive che stanno adesso sugli alberi e le portiamo ai frantoi,
loro dove lo mettono l’olio?».
Angelo mi parla pure della crisi del grano e dell’uva, allora gli chiedo cosa
facciano le associazioni di categoria come Coldiretti, Confagricoltura e
Cia-Agricoltori italiani, visto che la crisi interessa tutti i comparti
agricoli. «In una parola, loro fanno parte del sistema. Poco fanno per i
controlli dell’olio e delle miscele contraffatte. Potrebbero spingere per i
controlli e invece lasciano campo libero, per complicità con i padroni del
mercato. C’è un giro di fatture false per far risultare l’olio cento per cento
made in Italy, quando invece prendono un novanta per cento estero, lo fanno
raffinare per togliere l’acidità, viene fuori incolore e insapore, poi
aggiungono un dieci per cento di olio nostro e così finisce nei supermercati
come olio Evo». Se pure i sindacati agricoli stanno apparentemente affiancando
gli agricoltori nelle piazze, «si stanno dando da fare solo perché gli
interessano le tessere, perché se i contadini chiudono battenti, chiudono pure
loro» dice Angelo.
Continuo ad avere in testa la strofa di un canto popolare della tradizione orale
del Salento, una delle tante con riferimenti al lavoro dei campi e degli ulivi.
Tradotta, fa così: “Se vuoi conoscere le pene dell’inferno, devi passare due
notti al frantoio [allu trappitu]. La prima notte lì perdi il sonno, l’altra
perdi il sonno e l’appetito”. Fino ai primi del Novecento, le olive si
trasformavano nei frantoi ipogei, chi ci lavorava scendeva sotto terra a ottobre
e ne usciva a marzo, senza mai vedere la luce per tutti quei mesi. Ne uscivano
bendati, con i segni della vita là sotto tra umidità, scarsa igiene, residui
della lavorazione ed esalazioni delle olive in fermentazione. C’ho stampata
negli occhi una scritta incisa nella pietra all’entrata di un vecchio frantoio a
Giuliano di Lecce: “Non spe lucri sed liberatatis posuit. A.D. 1789”. Non con la
speranza della ricchezza, ma della libertà.
LA TERRA A CHI CE L’HA
Parlo del ruolo delle organizzazioni agricole come Coldiretti anche con Giuseppe
Vinci di Fasano, provincia di Brindisi, antropologo ed ex imprenditore oleario.
«C’è un problema strutturale grosso – dice –. Nel ’99 il governo D’Alema, con
Paolo De Castro come ministro delle politiche agricole, fece una riforma per la
soppressione dell’Aima [Azienda statale per gli interventi nel mercato
agricolo], l’ente pubblico che gestiva le misure di sostegno della Pac. L’Aima
diventa Agea [Agenzia per le erogazioni in agricoltura] e fanno anche un’altra
riforma: viene concessa alle associazioni di categoria la possibilità di gestire
direttamente il canale dei finanziamenti, compresa la Pac».
Di fatto, le associazioni di categoria non si limitano più a rappresentare gli
interessi degli agricoltori, ma diventano protagoniste dell’assistenza
amministrativa alle imprese agricole. «I sindacalisti che fanno le domande e
sbrigano le pratiche sono più rispettati del sindaco. Se tu devi partecipare a
un progetto o chiedi un finanziamento, devi passare da loro. Poi, come
agricoltore, hai degli obblighi da osservare: compilare il quaderno di campagna
e il fascicolo aziendale, che sono in mano all’associazione di categoria. Quindi
queste sono diventate lobby, che ricattano i propri associati invece di
tutelarli; nei fatti, permettono alle grosse aziende di ottenere il massimo
profitto dallo sfruttamento indiscriminato della terra».
Per Giuseppe si potrebbe rimediare in parte facendo tornare la gestione del
fascicolo aziendale nelle mani degli agricoltori stessi o al massimo attraverso
i comuni, che sono tenuti ad avere un ufficio per gestire le pratiche degli
agricoltori. «Ma non lo fa nessuno, perché la politica ti spinge a farti gestire
il fascicolo dalle associazioni di categoria, che sono a loro volta bacino
elettorale per la politica. Coldiretti oggi ti fa la pratica e domani ti chiama
e ti dice, “dobbiamo supportare tale candidato, ci farà avere fondi”». Tra le
immagini che girano questi giorni, mi ricordo di un presidio a Davoli, in
provincia di Catanzaro: gli agricoltori bruciano le loro tessere elettorali
dicendo “vi ricordate di noi solo quando vi servono i voti”.
Giuseppe continua: «Non devi nemmeno dimostrare che la coltivi la terra. È una
condizione che non è stata mai rispettata: all’epoca i controlli doveva farli la
Forestale, poi l’hanno soppressa ed è rimasto tutto in mano alle associazioni di
categoria». Dal 2003 nella Pac si introduce il pagamento unico per azienda, che
è sì svincolato dalle dimensioni delle unità produttive, permettendo ai
produttori medio-piccoli di accedere ai sussidi, però non è più parametrato a
ciò che l’agricoltore produce, a come e se produce. Premia, di fatto, i pochi
che gestiscono migliaia di ettari e che ricevono centinaia di migliaia di euro
all’anno, a discapito delle piccole aziende agricole che scompaiono, con annessi
processi di concentrazione fondiaria.
C’è un video che ha fatto migliaia di visualizzazioni: un imprenditore agricolo
della provincia di Reggio Calabria disteso sull’asfalto allo svincolo di Pizzo,
vicino Vibo Valentia, che grida in lacrime: “Non ce la facciamo più, aiutateci”.
Ad ascoltarlo per intero, però, l’agricoltore non elemosina pietà a caso, ma
urla “la politica e le associazioni di categoria ci stanno mangiando tutta la
nostra dignità, non voglio avere a che fare con le associazioni di categoria, le
associazioni di categoria ci stanno rubando le nostre aziende”.
COMME È BELLA ‘A CAMPAGNA
Dalla provincia di Palermo arrivano i racconti di A., che coltiva vite e produce
vino biologico (ammesso che questa certificazione abbia ancora senso). Anche A.
denuncia gli stessi imbrogli di Angelo e Giuseppe: «Ai grossi, i finanziamenti
arrivano anche se non producono. Dalle mie parti c’è uno che ha
duecentocinquanta ettari di terra sparsa nella zona, non coltiva niente. Eppure
si prende sia i finanziamenti della Pac che quelli del biologico, per
fantomatici vigneti pregiati di Chardonnay e Pinot grigio. Che succede? Che lui
all’Irvos [Istituto regionale vini e oli di Sicilia] catastalmente dichiara un
forfettario di produzione annuale, tipo “dal mio ettaro escono cento quintali di
uva”, ma nessuno viene a controllare se è una previsione attendibile. Poi lui
non coltiva niente, ma è comunque giustificato a vendere quei cento quintali
intangibili alla cantina. Magari li vende a dieci centesimi al chilo, un prezzo
stracciato, tanto non ha spese di coltivazione da compensare. Insomma, lui vende
carta. E le cantine hanno bisogno sulla carta di acquistare varietà pregiate,
perché così etichettano bottiglie di vino come pregiato, mettendoci dentro il
vino di un altro viticoltore che, nel frattempo, nella previsione all’Irvos ha
dichiarato trenta pur sapendo che avrebbe prodotto cento, quindi i restanti
settanta non tracciati arrivano alla cantina sfuggendo i controlli».
Chiedo ad A. com’è andata a loro la vendemmia e mi dice che le cantine sociali e
le cooperative quest’anno hanno pagato l’uva a trenta centesimi al chilo, quando
fino a due anni fa valeva il doppio, sessantacinque centesimi. La causa pare
essere la sovrapproduzione; anche qui, come in Puglia per l’olio, i serbatoi
sono pieni. «I nuovi impianti e i reimpianti di vigneti ricevono finanziamenti
costanti che seguono l’Ocm vino [Organizzazione comune dei mercati], uno
strumento della Pac. Ma com’è possibile che un mercato saturo di vino, con
consumo in calo, riceva fiumi di finanziamenti a perdere? All’apparenza, ci sono
pure sussidi per chiudere la filiera, dall’allestire una cantina fino alla
promozione del prodotto e alla gestione del enoturismo. Ma te lo puoi permettere
solo se l’altra parte di capitale ce l’hai già. Ne ho visti un po’ chiedere
mutui e poi non riuscire a stare dietro alla banca quando le annate vanno male,
doversi vendere pezzetti di terra o proprietà di famiglia. Il finanziamento
premia chi ha le spalle grosse, a noi piccoli ci tocca fare le capriole per
sopravvivere».
Penso a quando mio nonno mi raccontava la storia delle patate. Nella piazza del
paese ogni sera c’era un cartello su cui veniva scritto il prezzo a cui i
grossisti avrebbero comprato le patate dai contadini il giorno successivo. Chi
coltivava patate andava in piazza a leggere e si regolava se conveniva
raccoglierle oppure lasciarle a terra e aspettare che il prezzo salisse i giorni
dopo. Da un certo momento in poi, negli anni Settanta, i grossisti non hanno
annunciato più il prezzo in anticipo, si facevano consegnare le casse di patate
e solo la sera dopo comunicavano quanto le avrebbero pagate. Quindi i contadini
erano costretti a raccogliere alla cieca e il prezzo era sempre a loro sfavore,
tant’è che molti smisero di coltivarle. Così penso pure a La terra trema, dove
una famiglia di pescatori tenta di svincolarsi dai commercianti che comprano il
pesce a prezzi molto bassi e lo rivendono guadagnandoci.
NEORURALI
Mi colpisce come sui social e sulle locandine degli eventi in provincia la terra
e l’agricoltura siano sempre ben in vista. Fondi europei e regionali piovono per
progetti con la missione di sensibilizzare alla filiera corta del cibo e
all’agroecologia, mentre è chiaro che il mercato va in tutt’altra direzione. I
pochi che restano o tornano a fare agricoltura al Sud sembrano deruralizzati: la
terra, invece di lavorarla, la decantano nei discorsi e nei progetti per i
bandi, pieni di “seminare comunità”, “coltivare cittadinanza”, “alto impatto
ambientale”. Un amico contadino mi diceva tempo fa: «Comincio a capire che le
associazioni servono per farsi i fatti propri. Vinci un bando con un progetto di
un semenzaio di comunità: con i soldi di Fondazione con il Sud fai le
iniziative, fai venire il musicista amico, fai venire il fotografo, e nel
frattempo ti finanziano l’impostazione di un terreno che da soli sarebbe
impossibile. Così, compensi le spese per il terreno con i progetti e nel
frattempo ti fai la casetta in campagna, con un orto che non sei nemmeno tu a
curare, perché ogni anno chiedi le adesioni per la piantumazione e la raccolta
collettiva. Tutte cose che un’azienda non potrebbe fare, non potrebbe
ammortizzare le spese».
Questi neorurali invischiati nel terzo settore parlano a una nicchia che – tra
laboratori per riconoscere erbe selvatiche edibili, stampe con tinture naturali,
lezioni nel verde per comprendere i fenomeni queerness della natura – può pagare
un pacco di pasta fatta con farina da grani antichi il triplo di quanto costa al
supermercato la pasta “per tutti”. Vedo una mostra fotografica sul commercio di
prossimità di frutta e verdura, ma se vai davvero ai mercati di paese vedi in
che condizioni sopravvivono i coltivatori diretti. Altro che feste agricole,
degustazioni narrate e cene conviviali performative con i piatti gourmet serviti
sulla carriola. Dice Giuseppe Vinci: «Se venissero a fare un’indagine nella zona
di Fasano, scoprirebbero che non c’è più un’azienda agricola che produce
utilizzando i semi tradizionali ereditati, salvo qualche contadino. Tutte le
masserie non hanno niente di tradizionale. A Fasano c’è il cocomero barattiere e
il pomodoro Regina, nato proprio nella zona di Egnazia. Nel corso degli ultimi
trent’anni, il pomodoro è stato ibridato, incrociato e quello che trovi nei
banchi del supermercato non è il pomodoro Regina vero, anche se si legge così
sull’etichetta. Quel pomodoro aveva la buccia dura perché resisteva all’inverno,
ma se tu prendi una ramasola di quelle comprate al fruttivendolo e la vuoi
conservare d’inverno, al primo mese marcisce e fa la muffa. Costruiamo favole
per vendere i prodotti, ci inventiamo tutte le puttanate per svendere il
territorio».
PREDE E PREDATORI
Lo chiamano Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare, ma la
sovranità alimentare viene usata per promuovere un modello di agrobusiness ben
lontano dal favorire un rapporto diretto tra produttore e consumatore e dal
tutelare le economie di piccola scala. Lo chiamano Ministero delle imprese e del
made in Italy, ma il vero made in Italy prima del marchio lo hanno fatto i
contadini che hanno custodito i semi e la biodiversità. L’agroindustria,
controllata nell’intera filiera da grandi multinazionali, ha impoverito i suoli,
consumato l’acqua, inquinato le falde, peggiorato la salute dei lavoratori
agricoli e contribuito a quasi un terzo delle emissioni a livello mondiale.
In Italia da cinquant’anni la superficie agricola utilizzata si sta riducendo
(complici la cementificazione selvaggia e la speculazione energetica), ma non in
proporzione alla diminuzione delle aziende agricole. Abbiamo sempre meno aziende
agricole che gestiscono sempre più terra: oggi in media un’azienda gestisce
undici ettari, mentre nel 2004 secondo l’Istat erano sette ettari. La crescita
dimensionale e la diminuzione delle piccole aziende agricole è una diretta
conseguenza delle politiche europee e dell’andamento dei mercati, con tanto
di perdita di tipicità, di biodiversità, di produzioni di elevata qualità, di
espressione delle tradizioni locali. Si moltiplicano le monoculture
superintensive che provocano impatti dannosi sull’ambiente. I piccoli produttori
abbandonano le terre, indotti da un sistema che rende la produzione agricola
frammentata antieconomica. La Grande distribuzione detta i prezzi al ribasso, le
agromafie sfruttano i lavoratori a basso costo, le biomasse diventano il
miraggio di nuovi guadagni e un nuovo latifondo sta per essere ricreato. In più,
molti terreni agricoli vengono sottratti per installare impianti di energia
rinnovabile, distese di pale eoliche, ettari di pannelli fotovoltaici, per
produrre un’energia che non si sa bene a chi serva, a chi vada, ma si sa di
certo che chi ci guadagna non sono le comunità che intorno a quei terreni
cercano di campare.
Il fenomeno di accaparramento delle terre mi fa pensare alle equazioni di
Lotka-Volterra, un sistema di equazioni differenziali che forniscono un modello
matematico per descrivere un ecosistema in cui interagiscono due specie animali,
quella dei predatori e quella delle loro prede. Le prede che si riproducono
costituiscono una risorsa alimentare per i predatori, che si nutrono delle prede
ma dipendono dalla loro presenza per sopravvivere. Queste equazioni modellano la
dinamica di due gruppi che possono influenzarsi reciprocamente e competere.
Nelle equazioni che descrivono l’andamento delle due popolazioni nel tempo, c’è
un termine fondamentale che rappresenta il fatto che l’interazione tra le due
popolazioni dipende dalla presenza simultanea di entrambe. La relazione è
reciproca, ma la dipendenza è asimmetrica. Mi chiedo se valga lo stesso per gli
agricoltori e la Gdo. Quando i predatori diventano numerosi, le prede
diminuiscono, ma di conseguenza anche i predatori iniziano a diminuire se non
hanno altro di cui nutrirsi.
La scomparsa dei contadini non rappresenta semplicemente la vittoria definitiva
della Gdo. Potrebbe rappresentare, al contrario, l’inizio di una crisi del
sistema stesso: la capacità produttiva si riduce, emergono problemi di
approvvigionamento, qualità, varietà e resilienza della filiera. Non è detto che
senza i contadini la Gdo collassi, ma sicuramente sarà costretta ad aumentare i
costi, a importare dall’estero. Quindi maggiore dipendenza da pochi fornitori e
dai mercati esteri, perdita di biodiversità agricola, di identità territoriale,
di conoscenze locali tradizionali. Va bene, qui le equazioni non funzionano:
pure se scompaiono le prede, il predatore sopravvive. Quello che non sopravvive
è l’ecosistema, il sistema agricolo e sociale che conosciamo, il cibo buono che
finora, in qualche modo, siamo riusciti a mangiare. Le prede della grande
distribuzione, allora, non sono solo i contadini. Siamo noi tutti. (chiara
romano)
Tag - italia
(disegno di giulia landonio)
Riepilogo dei fatti principali.
Il 26 agosto 2026 una distopia che avrebbe potuto farci riflettere in un libro
cyberpunk degli anni Novanta si è fatta realtà. Il segretario di stato degli
Stati Uniti, Marco Rubio (equivalente al ministro degli esteri), ha dichiarato
(l’ennesima) guerra con un post sul social della persona più ricca del mondo. Ha
dichiarato guerra non a uno stato sovrano, non a una pericolosa organizzazione
considerata sovversiva, ma a un piccolo collettivo di volontari italiani,
Autistici/Inventati, inserito nella lista SDGT (Special Designated Global
Terrorist), insieme a camorra, ndrangheta, cartelli della droga e così via. Ed
ecco l’accusa dal sito governativo ufficiale Usa, senza prove e senza
contraddittorio, senza avvocati e senza tribunali: “Autistici/Inventati
(Collettivo A/I) è un gruppo estremistico basato in Italia che costruisce e
gestisce l’infrastruttura digitale per le cellule Antifa violente e altri
militanti di estrema sinistra in tutto il mondo”.
Questo piccolo collettivo per un quarto di secolo ha offerto servizi digitali
(mail, spazio web, mailing list, sistemi di videoconferenze, e così via) a chi
ci tiene alla riservatezza (privacy), a chi non vuole regalare i propri dati e
metadati a società, in particolare Big Tech Usa, che utilizzano i nostri
comportamenti online per monetizzare, blandire, persuadere e portare avanti i
loro obiettivi di dominio e devastazione. A una condizione fondamentale, la
condivisione di alcuni valori: “anticapitalismo, antirazzismo, antifascismo,
antisessismo, antimilitarismo, e il rifiuto dell’autoritarismo e delle
gerarchie”. La cura della riservatezza, con la messa a punto di un ambiente
tecnologico autogestito per progetti sociali affini, è la conseguenza di questi
valori, come chiarisce bene il manifesto.
Il collettivo ha respinto in blocco le accuse. Due giorni dopo il
sito autistici.org è sparito dalla rete: non perché le macchine siano state
spente, ma perché il PIR (Public Interest Registry), associazione basata in
Virginia (Usa) che gestisce i domini .org ha posto il dominio in serverhold,
rendendolo irraggiungibile. Intanto, in Italia, Banca Etica ha sospeso
l’operatività del conto corrente dell’associazione, di fatto sequestrando il
denaro delle donazioni di migliaia di persone, per timore di sanzioni secondarie
(blocco dei circuiti di pagamento Visa/Mastercard e del sistema interbancario
Swift, controllati dagli Usa). In questa situazione kafkiana, l’associazione
italiana titolare del conto non può chiudere, perché sarebbe rea di
appropriazione indebita.
Dal sito https://keepitfree.ai: “Il collettivo Autistici/Inventati si è sciolto
e tutti i suoi servizi sono stati chiusi a partire dal 18 settembre 2026. Questo
sito archivia i comunicati ufficiali del collettivo (ora sciolto) e gli
aggiornamenti sugli eventi, e continua a essere mantenuto da volontari che
documentano gli sviluppi e raccolgono la rassegna stampa”.
Questa sofferta decisione è motivata in primo luogo dalla volontà di restare
umani: aver cura delle persone che hanno affidato le loro comunicazioni ad A/I,
scongiurare ritorsioni per quanto possibile; specialmente le sanzioni di primo
grado contro persone e collettivi negli Usa, che rischiano fino a vent’anni di
carcere senza appello, e con prove secretate, per terrorismo.
Fin qui la cronaca. Ma come è potuto accadere? Dieci giorni per distruggere uno
dei più importanti server autogestiti al mondo, solo incutendo paura? Proviamo a
ricostruire la catena degli eventi.
L’ANTIFASCISMO È UN CRIMINE
Come accuratamente ricostruito dall’indagine in corso di Sabot.media, questo
attacco non nasce nel vuoto. Il 10 settembre 2025 l’attivista ultraconservatore
Charlie Kirk è stato ucciso con un colpo di fucile durante un evento pubblico
alla Utah Valley University. L’assassino, ora in attesa di giudizio, è Tyler J.
Robinson, un ragazzo di ventidue anni, di famiglia bianca repubblicana,
addestrato all’uso delle armi, non affiliato a nessun particolare gruppo
politico. Il suo gesto, presentato come un attacco di presunti “Antifa”, è
cruciale rispetto al caso A/I, perché a partire da quell’evento sono
documentati: “il cambiamento di politica [rispetto all’uso politico della lista
SDGT], una proposta della Casa Bianca [dichiarare Antifa un’organizzazione
terroristica], la trasmissione media-congresso, la messa a punto della
designazione di terrorismo esterno e l’azione finale dell’OFAC [Office of
Foreign Assets Control, un ente del Tesoro Usa che rende operative le sanzioni
finanziarie in base alle liste SDTG]. Resta ignoto un punto cruciale: chi ha
messo l’A/I nel mirino delle sanzioni, quando, e in base a segnalazioni di
chi?”.
Facciamo un passo indietro per osservare la situazione come se fossimo
all’esterno. Abbiamo dovuto imparare il significato di acronimi (SDGT, OFAC,
ecc.) in grado di cambiare dall’oggi al domani le nostre vite. L’organizzazione
Antifa viene definita gruppo terroristico interno il 22 settembre 2025.
Tuttavia, poiché non esiste un’organizzazione del genere, e poiché
l’antifascismo è un valore condiviso da molte organizzazioni e istituzioni, la
caccia alle streghe Antifa interne agli Stati Uniti si è estesa. Di fatto gli
Usa, intenti a perseguire il proprio delirio di onnipotenza, hanno statuito che
l’antifascismo è un crimine. Un’analisi lucida e approfondita dei livelli in
gioco nella designazione SDGT del collettivo Autistici/Inventati da parte
dell’amministrazione Trump si trova nell’articolo Nobody has to agree.
CHI SARÀ IL PROSSIMO?
Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici,
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.
Questi versi molto citati, erroneamente attribuiti al drammaturgo Bertolt
Brecht, sono tratti da un sermone di Martin Niemöller (1892-1984), pastore
luterano tedesco. Niemöller si riferiva all’apatia dei tedeschi, in particolare
degli intellettuali, rispetto all’ascesa del nazismo dal 1933 in poi, favorita
da quella società civile a cui Brecht alludeva in La resistibile ascesa di
Arturo Ui, dramma in cui l’immaginario gangster di Chicago rispecchia Hitler, e
i suoi scagnozzi i vari gerarchi nazisti.
Questi versi si possono applicare anche al caso A/I? Sì. L’analogia è
sostanzialmente corretta, poiché si tratta pur sempre di persecuzione politica
nei confronti di chi dissente da parte di un governo di estrema destra, cioè
l’attuale governo Usa. Tuttavia, l’aggiornamento provoca un inatteso
cortocircuito, perché in un’ipotetica nuova versione ci troveremmo con soggetti
molto diversi tra loro, bersagli di procedure similari. Potremmo infatti
parafrasarla in questo modo:
Quando gli Usa dichiararono guerra al terrorismo e infine uccisero Bin Laden,
io non dissi nulla, anzi, fui contento
perché non mi piacciono i terroristi islamici.
Quando uccisero nelle loro case, rinchiusero o deportarono migliaia di
“terroristi” a Guantanamo
io non dissi nulla
perché non ero certo dei loro! Anzi, pensai: grazie, Stati Uniti!
Quando rinchiusero e deportarono i migranti interni, e spararono a chi
protestava,
io non dissi nulla
perché non ero un migrante.
Poi fecero chiudere A/I,
e io non dissi nulla
perché non avevo un sito o una mail su A/I.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.
Che c’entrano i jihadisti di Al-qaeda? La catena degli eventi è stata messa in
moto dalla legislazione in vigore dopo l’11 settembre 2001. Il quadro giuridico
attuale, che ha ampliato a dismisura la possibilità di intervento
extra-giudiziale ed extra-territoriale delle amministrazioni statunitensi, è una
diretta evoluzione di quella dichiarata “guerra al terrore” di un quarto di
secolo fa, nella quale siamo sempre più impantanati.
Chi sarà il prossimo? Un po’ di immaginazione. Arci, con oltre un milione di
iscritti e circa cinquemila circoli sul territorio italiano, è un’associazione
italiana dichiaratamente antifascista. Se l’antifascismo è reato, Arci è un
possibile bersaglio. Prima ancora, Anpi, fondata nel 1945 dai partigiani che
combatterono durante la guerra di liberazione dall’occupazione nazifascista, è
un possibile bersaglio. Ma perché limitarsi ad associazioni, con economie tutto
sommato modeste? L’iscrizione nelle liste SDGT va a colpire in primo luogo la
capacità di agire a livello economico, perché nessuna banca pare disposta a
rischiare il bando dai circuiti Mastercard, Visa e Swift. Quindi… Coop Italia,
colosso della grande distribuzione in Italia, propugna valori antifascisti. Non
solo: boicotta attivamente prodotti israeliani fabbricati in aree della
Cisgiordania colonizzate cacciando la popolazione palestinese. Ci sono
abbastanza elementi per diventare un bersaglio. La lista può allungarsi a
piacere. A differenza di interventi giudiziari con tanto di rogatorie
internazionali, a differenza delle assai costose agenzie di intelligence e
azioni militari con droni per “uccisioni mirate”, il costo di queste sanzioni è
ridicolmente basso.
Chi sarà il prossimo? In fondo l’Italia è una Repubblica fondata su valori
antifascisti, almeno formalmente. E l’Europa, nata dalla ricostruzione dopo la
sconfitta dei nazifascisti, non dovrebbe essere antifascista per costituzione?
In realtà, l’Europa e la politica istituzionale tutta, non sembrano preoccupate
dal fatto che una potenza straniera sanzioni suoi liberi cittadini e
associazioni, né dal fatto che il sistema bancario non sia in grado di opporsi a
questo genere di ricatto, nonostante esistano leggi sulla libertà bancaria. In
gioco c’è la libertà di parola e di espressione. Questo è stato ben rilevato
dal capitolo italiano dell’ISOC (Internet SOCiety), organizzazione no-profit che
promuove la libertà di parola ed espressione, finanziata dall’affitto dei domini
.org nel mondo. In una lettera a PIR, Internet Society, ICANN ed EURALO,
Internet Society Italia sottolinea l’assenza, allo stato attuale, di evidenze
che dimostrino il coinvolgimento di Autistici/Inventati in attività
terroristiche e solleva una questione più ampia: la possibilità che un fornitore
di servizi internet venga colpito per le azioni dei propri utenti o per le
proprie posizioni politiche, fino alla sua esclusione dalla rete senza un
controllo giudiziario.
CHE POSSO FARE?
Alla notizia delle sanzioni, molte persone si sono chieste: che posso fare? Nel
mondo attuale, una risposta ovvia è: donare denaro. Questa reazione, per quanto
comprensibile, è sintomo di un ragionamento perverso. Si tratta di un riflesso
condizionato anche dalle pubblicità delle “multinazionali del cuore”, che ci
mostrano bambini malnutriti e chiedono una mano sul cuore e una al portafoglio;
dalle campagne a favore delle popolazioni terremotate, alluvionate, vittime di
guerra, violenze, oppressioni. Il messaggio sottinteso è: “Non cambiate nulla
nelle vostre vite: donate, e tanto basta”. Invece, la fame, le guerre, le
catastrofi ambientali, le ingiustizie NON si risolvono con il denaro. Certo, il
denaro è necessario in questo nostro mondo. Non in assoluto, solo in questo
mondo. Quindi è ragionevole e auspicabile immaginare alternative europee al
sistema bancario attuale, ostaggio degli Usa. Ma i soldi non sono il problema di
fondo. Il problema di fondo è che solo poche, pochissime persone, si fanno
carico della gestione e della cura dei sistemi tecnici da cui dipendono le
nostre vite iper-tecnologiche.
L’accentramento è il male più profondo. E va di pari passo con la delega. Le
soluzioni centralizzate tendono a sostituire tanti problemi locali con un unico
problema su scala più ampia, rendendo la partecipazione necessariamente
delegata. Così, l’euro digitale centralizzato difficilmente potrà migliorare la
già intollerabile situazione di controllo e sorveglianza da parte dello Stato.
D’altro canto, le criptovalute non sono preferibili, anzi. In primo luogo,
rimangono sempre nell’ambito delle tecnologie tossiche, di ispirazione militare;
favoriscono la speculazione finanziaria; inoltre, come le proposte di
centralizzazione, si propongono come ennesima soluzione tecnica a questioni
sociali, culturali, politiche. In quanto procedure tecnocratiche, spostano
l’attenzione dalle difficoltà di abitare un mondo condiviso all’apparente
semplicità della delega a un pugno di tecnocrati.
Il decentramento invece dev’essere gestito dalle persone per le persone. Per
questo, l’ultima comunicazione del collettivo A/I prima della chiusura, il 12
settembre 2026, esorta alla creazione di “10-100-1000” nuovi server
indipendenti. Non c’è bisogno di “scalare” verticalmente e offrire servizi a
migliaia o peggio milioni di persone, per trovarsi poi nel mirino come A/I.
Abbiamo le tecnologie digitali per “scalare” in maniera orizzontale, per mettere
a punto infrastrutture federate non gerarchiche, nodi di una rete transnazionale
e internazionalista con poche decine o centinaia di utenti ciascuno, milioni di
piccoli nodi di persone che si conoscono tra loro, si scelgono e si fidano. Nodi
di prossimità e affinità.
Affinità non significa rinchiudersi in una piccola bolla. Significa provare a
scegliere, insieme e in maniera responsabile, “come fare”, senza delegare sempre
ad altri. Le politiche dell’affinità si esprimono in azioni e comportamenti
concreti, invece di limitarsi a politiche di domanda. Invece di radunarsi sotto
una bandiera, uno slogan, un leader per chiedere un cambiamento a chi comanda,
con il rischio concreto di cementare identità egemoni, esse valorizzano la
ricchezza della diversità individuale. Senza illusioni, ma anche senza
rimpianti.
IMMAGINARI TOSSICI
Prima dell’epidemia Covid-19, “zoomare” significava “ingrandire una fotografia”.
Sei anni più tardi, significa effettuare una videochiamata, perlopiù di gruppo.
I piccoli umani ricevono una mail da gmail, gestita dalla multinazionale
Alphabet (società madre di Google), il primo giorno di scuola dell’obbligo, da
istituti scolastici che dovrebbero tutelare la loro riservatezza e invece
regalano l’intimità dei più piccoli, in patente violazione della legislazione
europea. A questi piccoli umani verrà vietato il ricorso a telefoni in classe,
ma richiesto obbligatoriamente quello stesso dispositivo (in assenza di
computer), a casa, per svolgere i compiti. Verrà loro intimato di smettere di
giocare con i cellulari, ma anche raccomandato di tenerli sempre con sé, ben
accessi, per essere rintracciabili e controllabili dagli adulti. Verrà loro
spiegato che i social media provocano assuefazione, abuso e sono progettati in
maniera tossica, quindi tendenzialmente da vietare a minori come loro; ma
richiesto (quasi) obbligatoriamente un profilo o più per riuscire nella vita
professionale, amicale, affettiva. Verrà loro raccontato che l’IA è
l’Intelligenza Artificiale ed è qui per restare, potrebbe distruggere l’umanità
o salvarla, in ogni caso bisogna impararla (non a gestirla: a usare quella dei
padroni dell’IA) e farci i conti. Soprattutto, non farsi beccare a fare i
compiti, scrivere tesi, ecc. con l’IA… ma per lavorare è indispensabile!
Dissonanze cognitive formidabili per generazioni costantemente martellate da
messaggi contraddittori. Cosa dovrebbero pensare questi piccoli della chiusura
di A/I? Chiederanno sottobanco all’IA un parere? Si delinea una scelta di campo,
“+A/I e -AI”.
Tutto ciò è accaduto nel giro di pochi anni, con un’accelerazione importante dal
2020 in poi, con la penetrazione del privato multinazionale nelle istituzioni
pubbliche, finanziato con soldi pubblici. Insegniamo agli insegnanti (a chi
lavora nelle pubbliche amministrazioni, nella sanità pubblica, ovunque) a “usare
bene” gli strumenti di asservimento delle multinazionali. Tutto ciò è sintomo di
una schizofrenia crescente declinata in mille piccoli gesti quotidiani diventati
abitudini. Processi di alienazione tecnica per cui le persone sono obbligate, o
si sentono obbligate, ad adeguarsi al “nuovo che avanza”, ovvero a delegare
sempre più la gestione delle loro vite a sistemi che non controllano, che
certamente non determinano, di cui non hanno quasi mai consapevolezza né
contezza.
L’immaginario della Silicon Valley sta distruggendo il nostro mondo condiviso a
suon di datacenter, social media, criptovalute, software e hardware
proprietario, obsolescenza programmata, Big Tech, Automazioni Industriali
spacciate per Intelligenti. La forzata chiusura di A/I è la punta dell’iceberg
dell’omologazione tecnica planetaria. Segna un cambio di passo strategico: si
colpisce l’infrastruttura del dissenso per silenziare il dissenso stesso.
Ammesso e non concesso che davvero alcuni blog ospitati da A/I avessero promosso
attività violente, cosa tutta da dimostrare, le autorità avrebbero potuto
chiederne la rimozione. A/I in passato aveva provveduto a chiudere blog fuori
dalle sue linee guida. Invece, nulla di tutto questo: un ordine esecutivo
appreso dai media, nessuna interlocuzione diretta. Sarebbe un po’ come se la Sip
(oggi Telecom) negli anni Settanta fosse stata ritenuta responsabile per le
telefonate di rivendicazione delle Brigate Rosse o di un qualsiasi gruppo armato
operante all’epoca. Per portare l’analogia più vicino a noi, sarebbe un po’ come
se i social media fossero ritenuti responsabili per i contenuti pubblicati dagli
utenti, troppo spesso violenti, razzisti, sessisti e così via.
COME FARE?
Cominciamo a chiederci cosa ci serve, cosa vorremmo, come lo vorremmo. Ci serve
un sito web? I domini .org, come la maggior parte dei domini di primo livello,
sono gestiti da registri basati negli Usa. Optare per un dominio di primo
livello gestito da un ente europeo, per esempio un .eu, potrebbe contribuire ad
aumentare la nostra resilienza infrastrutturale. Questa la lista fornita da
ICANN.
Ci servono metodi di pagamento? Possiamo fare a meno di Mastercard, Visa, Swift?
Sono domande autentiche, non provocazioni. Senza un conto corrente, senza un
modo per ricevere sostegno anche sotto forma di denaro, e per pagare chi lavora,
chi fornisce servizi e beni, non c’è autonomia possibile in questo nostro mondo
attuale. Ci serve un cloud per immagazzinare i nostri dati e condividerli
all’interno delle nostre organizzazioni? Abbiamo le risorse e il tempo per
imparare a farcelo, insieme a persone di cui ci fidiamo? Possiamo individuare
fornitori eticamente compatibili con la nostra visione del mondo, che non
cederanno immediatamente i nostri dati? Esistono, in Europa, fornitori che
operano sistemi basati su software libero, in datacenter alimentati con energie
rinnovabili: insomma, non tutti i fornitori sono uguali.
Ciò vale per qualsiasi risorsa o servizio digitale. Anche per la cosiddetta IA.
Per esempio, in Europa esiste un’associazione tedesca che cerca di promuovere un
uso critico, auto-limitato, di modelli open source gestiti in maniera oculata.
“Non sarà greenwashing?”, si domanderanno gli spiriti critici. “Ma che cosa
cambia, in fondo? Le tecnologie digitali sono strutturalmente tecnologie di
sorveglianza e distruzione estrattivista”, commenteranno i più radicali. Forse.
Forse però questi atteggiamenti si presentano come estremamente radicali ma si
concretizzano in scuse massimaliste, sogni di purezza estranei al mondo reale
per non far nulla di concreto, per lavarsene le mani e proseguire come se nulla
fosse.
D’altra parte, esistono certamente molti altri server indipendenti. Chi cerca,
trova. Chiedete alle persone affini. Se non ne avete intorno, avete un problema
molto più rilevante di una mail chiusa o di un sito perso. E qui la domanda
diventa: perché far ricorso a un server indipendente? Perché “fa figo”? Perché
non abbiamo altre possibilità? Ancora una volta, sono domande autentiche, per
cercare di uscire dagli automatismi comportamentali.
L’Europa può proteggerci dalla lunga mano degli Usa, o di altri regimi
autoritari? Se sì, come? Con il blocking statute, cioè legislazioni per
proteggere enti europei e cittadini dall’ingerenza straniera? L’Europa ha questo
tipo di protezioni da decenni, con il Regolamento n. 2271/96 del Consiglio del
22 novembre 1996 relativo alla protezione dagli effetti extra-territoriali
derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo, e dalle
azioni su di essa basate o da essa derivanti. Nel caso A/I non sono servite,
finora.
Lo scorso 22 settembre i Paesi Bassi hanno proposto di rinforzare lo schema per
schermare la Corte Penale Internazionale dalle ingerenze Usa. Infatti, nel 2025
ben quattro giudici della Corte Penale Internazionale con sede all’Aia sono
stati inseriti nelle liste SDN (Special Designated Nationals), con queste
motivazioni: “Bossa e Ibanez Carranza hanno autorizzato l’indagine della CPI
contro il personale degli Stati Uniti in Afghanistan. Alapini Gansou e Hohler
hanno autorizzato l’emissione dei mandati d’arresto della CPI contro il primo
ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav
Gallant”.
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati,
Francesca Albanese, è stata inserita nella stessa lista per aver parlato a
favore di Gaza, della Palestina e contro la guerra e l’occupazione di Israele.
Ricordiamo che si tratta di casi molto diversi rispetto ad A/I, per quanto
similmente odiosi: un conto è colpire singole persone con incarichi pubblici,
grande visibilità mediatica, passaporti diplomatici; tutt’altra faccenda è
colpire un’associazione di comuni cittadini con responsabilità verso terzi, cioè
verso le persone che hanno loro affidato la sicurezza di blog, mail, newsletter,
ecc. Le liste di proscrizione OFAC sono consultabili qui.
In ogni caso, l’alienazione tecnica è primaria, perché la percepita lontananza
dai sistemi tecnici produce la postura della delega, una postura psicologica –
“non ci capisco nulla” –, sociale – “il mio comportamento individuale e quello
del mio piccolo gruppo non cambia nulla a livello globale” –, politico – “dal
basso o dall’alto, la politica non può nulla”. Tutte convinzioni assai diffuse,
che contribuiscono al dilagare della delega a tutti i livelli rispetto alla
scelta e gestione dei sistemi tecnologici. D’altra parte, a volte, anche quella
nei confronti di A/I era delega. Nei ragionamenti (immaginari) di alcuni utenti,
potrebbe esserci stato qualcosa del genere: “Non mi faccio un blog per conto
mio, ho cose troppo importanti da dire per perder tempo dietro alle cose
tecniche, mi appoggio a chi me lo offre gratuitamente e liberamente, fa pure
figo, è antifascista ecc.!”.
Non era certo il caso di tutti i blog là ospitati; ma, fosse stato anche uno
solo, importa l’atteggiamento di fondo, che tende a separare i mezzi (il blog,
la mail, lo strumento digitale) dai fini (dire le mie cose tanto importanti), e
a considerare il servizio indipendente alla stregua di una merce sostituibile
con analoga merce, possibilmente altrettanto indipendente. E allora, tutti su
proton mail? Ma proton mail ha più volte confermato di collaborare con le forze
di polizia fornendo loro i log degli utenti, cosa che invece A/I non faceva né
poteva fare, per la buona ragione che non teneva i log. Non esiste il bianco e
il nero, il buono e il cattivo. Le valutazioni sono complesse.
In ogni caso, i servizi autogestiti non sono alternative facilmente
sostituibili; non sono affatto alternative alle Big Tech, perché incorporano
idee del mondo diverse da quelle delle masse acquiescenti a quelle tecnologie.
Soprattutto, sono insostituibili, perché si tratta di una rete relazionale, non
di una merce acquistabile. Certo, non chiunque può farsi tutto in casa. Non è
nemmeno auspicabile, soprattutto perché autogestione e autonomia non sono
autarchia e solipsismo. Sono invece processi relazionali complessi. Non si fanno
in solitudine: altrimenti basterebbe trovare il video “fatti il tuo server” e
saremmo a posto. A ogni modo, per chi vuole rimboccarsi le maniche, per sé e per
le persone affini, un punto di partenza che andrebbe reso disponibile anche in
altre lingue è Become the thousand servers. Ben fatto, mescola informazioni
tecniche aggiornate a valutazioni di opportunità pratica.
COME VALUTARE LE TECNOLOGIE?
Le tecnologie non sono tutte uguali. Esistono tecnologie appropriate e
conviviali, adatte per stare insieme. Poche e minoritarie, sempre in grave
difficoltà, sono necessariamente tecnologie di auto-limitazione. La
convivialità è il titolo italiano del saggio Tools for conviviality pubblicato
nel 1973 da Ivan Illich. Ma la lezione tedesca definitiva porta il
titolo Selbstbegrenzung. Eine politische Kritik der
Technik. Cioè: Autolimitazione. Una critica politica della tecnica.
Convivialità rimanda a tavole imbandite, banchetti, simposi. Non è possibile
apparecchiare per migliaia di persone. Tanto meno per milioni. Auto-limitazione
vuol dire scegliere responsabilmente, insieme, di limitarsi. Le sirene della
rassegnazione ripetono che non si può arrestare il degrado comunicativo, che non
contiamo nulla, che non è possibile invertire la rotta… Eppure, vista la
rapidità dei cambiamenti, perché non immaginare un futuro diverso da quello
prospettato dal millenarismo fascistoide imperante?
Rimane per tutte e ciascuna il compito molto concreto di: valutare le proprie
abitudini tecniche (individuali e di gruppi), in particolare le scelte digitali;
individuare tecnologie rotte oltre ogni possibilità di riparazione, da
abbandonare al più presto (es. i social media in generale); o, quantomeno (“ma
lo uso per lavoro!”, “sono obbligato!”), attivare pratiche di riduzione del
danno, a cominciare dal telefono in bianco e nero, senza notifiche di alcun
tipo, ecc. Questo non per purismo, ma, molto pragmaticamente, per cominciare a
liberare tempo, spazio, energie per altro (meno tecnologia, meno tecnologie
tossiche). L’attenzione per le scelte alimentari è cresciuta molto negli ultimi
decenni, nei paesi ricchi come l’Italia. Biologico, filiera corta, equo e
solidale… Anche le tecnologie di comunicazione nutrono il nostro modo di abitare
il mondo, mostrano chi siamo.
Come si valutano le tecnologie? Per cominciare dall’inizio, con C.I.R.C.E.
abbiamo messo a punto un semplice strumento di valutazione. Vi invitiamo a
provarlo. Suggerimenti? Dubbi? Altro? Scriveteci a info chiocciola circex punto
org
Il momento è drammatico, ma favorevole: buone sperimentazioni. (carlo milani –
https://circex.org)
Per il 30 ottobre è stata convocata una giornata di sciopero internazionale dei
porti. All’interno di una mobilitazione che si sta ampliando sempre di più negli
ultimi mesi, arrivando ad oltre 100 porti in tutto il mondo dall’India al
Messico, l’intento è bloccare il flusso delle armi e la catena logistica della
guerra. In Italia la giornata si è trasformata in uno sciopero generale,
lanciato dalla stessa USB, come data che possa legare le lotte contro il caro
vita e contro il riarmo che stanno attraversando il paese. Ne parliamo con
Riccardo del Coordinamento Nazionale Porti USB.
(disegno di cyop&kaf)
Le riflessioni a seguire nascono dalle conclusioni di un’inchiesta sul campo
svolta da Tommaso Sarti tra le periferie di Milano e la provincia di
Verona: Pisciare sulla metropoli. [T]rap, Islam e criminalizzazione del
maranza (DeriveApprodi, 2025). Dopo aver analizzato il rapporto tra musica t/rap
e Islam nelle nuove generazioni di italiani, arabo-africano discendenti che
siano, prevalentemente di religione musulmana, e che sbrigativamente si
preferisce etichettare in modo razzista col termine di maranza, un marocchino
tamarro che va in giro vestito in un certo modo, si comporta in una certa
maniera e incute paura sociale solo per essere così, Sarti, pensando al caso
emblematico del trapper Baby Gang, così conclude la sua ricerca: “Viene
perseguito, o perseguitato (a seconda dei punti di vista), perché rappresenta un
problema politico per un paese che si rifiuta di riconoscere di dover qualcosa
alle generazioni di giovani con background migratorio e popolare, nati nelle
periferie e nelle provincie italiane, impiegati nei campi, nella ristorazione,
nei servizi, sottopagati, sfruttati, discriminati e nondimeno costretti a
mostrarsi grati al padre padrone europeo, alle false promesse promosse dalla
società in cui viviamo”.
La mia analisi parte da qua, da questo lavoro che li aspetta prima e dopo aver
consumato l’ostentazione di armi, potenza muscolare, violenza e droghe varie nei
video della t/rap, ma non abbandona, però, il campo di elezione privilegiato che
questa generazione si dà per rappresentarsi, quello musicale. Nella misura in
cui l’inchiesta di Sarti ci consegna, ad audio spento, l’immagine lavorativa di
una generazione di “sottopagati, sfruttati, discriminati”, mi sembra chiaro si
stia riferendo alla più generale condizione socio-esistenziale del nuovo
proletariato precario delle grandi metropoli italiane, da tempo ben consolidata
prima nei ghetti americani e negli ultimi trent’anni nelle banlieues francesi.
Da qui due conseguenze: prima, riconoscere lo svuotamento di senso
dell’etichetta maranza rispetto alla loro appartenenza di classe, un’etichetta
che mentre assolve alla funzione di stigmatizzarli ai fini di ordine pubblico,
occulta la loro condizione lavorativa; seconda, cercare, questa volta ad audio
acceso, testi che tale condizione abbiano musicalmente reso conoscibile.
Non si tratta tanto di investigare esaustivamente la relazione esistente tra
t/rap e sfruttamento del lavoro contemporaneo, quanto di trovare una canzone che
sappia velocemente fotografarla, sorvolando sugli aspetti più affrontati nel
dibattito odierno quando si tratta del maranza – bande giovanili, islam
politico, pericolo sociale, devianza, carcerazione –, per ritrovarlo solo con la
sua forza-lavoro nei processi lavorativi in una posizione capace di
condizionarne l’intera esistenza.
Un testo di questo genere è Factotum (2024) di Marracash, rapper di fama
conclamata, figlio della Barona, periferia tra le più difficili del milanese. La
scelta di questa canzone rappresenta un arretramento rispetto alle tendenze più
attuali preferite dai nuovi italiani, come è confermato da un intervistato:
“Cioè è la musica appunto che ha legato tutte le cose perché se guardavi prima,
dieci anni fa, anche quando ero appena arrivato in Italia, c’era solo Marracash,
Gue, Fabri Fibra, Vacca, queste cose così capito? Guardi adesso di loro sì se ne
parla, però non come si parla di Rondo, non come si parla di Baby Gang, di
Sacky, tutti questi no? Perché appunto sono tutti di diverse etnie e quindi alla
gente piace, questo non puoi negarlo”.
Eppure, per quanto distante Marracash possa essere percepito dal gusto di questa
generazione, Factotum mi sembra in grado di fotografarla dal punto di vista
lavorativo: sorta di ideal-tipo weberiano distorto, il protagonista della sua
canzone può essere assunto come tipo rappresentativo di proletario precario
metropolitano, costruito concettualmente accentuandone alcuni aspetti legati
alla sua attività produttiva, così da farne un individuo empirico-concettuale
capace di esprimere le condizioni del lavoro nell’epoca storica del
neoliberismo.
UN LAVORO DA MARANZA
Il factotum si alza presto al mattino (“fuori è ancora buio pesto”) perché il
suo luogo di lavoro è molto distante da quello abitativo; infatti vive in
periferia (“siamo delle popolari”), ammassato come tanti in un
quartiere-dormitorio (“va nel formicaio”), in un appartamento piccolo e poco
salubre (“buchi umidi”). I ritmi di lavoro e la sua retribuzione non gli
permettono di mangiare decentemente (“mangio male”, “cibo precotto”, “mangiamo
scatolette”) e di abbigliarsi adeguatamente (“vestiti sudici”). Il tempo libero,
per quante poche gratificazioni gli dia (“poco sesso”) e la fatica supplementare
che comporta, rimane qualcosa di prezioso per evadere da tutto (“non rinuncio la
sera all’uscita / vado a letto la notte che muoio e mi sveglio / che sono in
quasi in fin di vita”). Quindi, il lavoro: poco nell’edilizia come elettricista
(“Oggi in cantiere io e un eritreo / metto canaline su un piano intero”), tanto
nella logistica come magazziniere (“alla Swiss Post”, “in Swatch / Mediaworld,
Carrefour, carico / e scarico”); rigorosamente precario (“qualche mese” di qua,
“part-time” di là, sempre “lavori saltuari”) e senza alcuna prospettiva di
stabilizzazione (“Nessuno che mi assuma, nessuno a me”), grazie all’assenza di
referenze (“nessuna ref”) e al tipo di contrattualizzazione (“contratti
subdoli”).
Di fronte a questa situazione il factotum, riprendendo alcune pratiche
tradizionali del proletariato metropolitano sempre condizionate dalla minaccia
della povertà (“che vita di scrocco, piccoli prestiti, squilli 4088”), non può
che ricorrere all’extra-legalità come sostegno al reddito (“siamo delle
popolari, facciamo di tutto legali e illegali”, “rubo il rubabile”), anche
perché l’assunzione, lì dove possibile, sarebbe condizionata da meriti davvero
poco legati all’attività lavorativa (“sicuro devi leccare il culo per / ti giuro
che piuttosto digiuno, man / o rubo a te”).
Lo scatto di dignità del factotum dipende dall’aver preso coscienza di cosa sia
il lavoro nella società capitalista (“la vita è produci / consuma, crepa,
chiunque di noi prima o poi lo accetta / è che si crepa già prima di finire
sottoterra), dalla parte di chi stare (“coi disertori / gli ammutinati”), quali
contromisure adottare sul campo (“produco il meno possibile”) e contro di esso
(“sì, fuggo in un bel giorno di giugno”).
Questa conscienza del factotum, istintivamente di classe perché formata dentro i
luoghi di lavoro e fuori di esso nei quartieri popolari, però, non può aiutarlo
a lenire la depressione della sua condizione umana segnata dalla solitudine e
dalla disperazione (“nessuna c’è / nessuno che mi aiuta / nessuno a me”, “solo
Dio sa come si vive qui / e se ne fotte”). È solo con la sua forza-lavoro di
fronte al mercato del lavoro.
La situazione depressiva del lavoratore precario, soprattutto di quello
immigrato una volta insediatosi nel luogo di destinazione, rispetto al caso
italiano dei primi anni Sessanta del Novecento, è stata verificata tanto sul
piano empirico (vedi Alasia e Montaldi) quanto su quello narrativo (vedi
Bianciardi). Allo stesso modo, è stata certificata la trasformazione delle
strutture sindacali dell’epoca in seguito all’ingresso di questo nuovo tipo di
proletariato frutto dell’emigrazione interna dal Sud, della sua sistemazione
nelle aree urbane del Nord e del suo rifiuto dello sfruttamento padronale
attraverso forme conflittuali estranee alle strategie di pacificazione
perseguite in quel momento dalle istituzioni del movimento operaio;
trasformazione che gli consentì la conquista di un pezzo di stato sociale,
risultato simile a quello ottenuto in Francia a partire dai grandi scioperi del
1968, in quel caso grazie alle lotte degli operai specializzati prevalentemente
immigrati, quindi al segmento della classe lavoratrice più sfruttato al pari di
quello meridionale italiano.
Forti di questi esempi storici ritorniamo, ad audio spento, al nostro ideal-tipo
(distorto) di factotum, il cui reddito complessivo è dato da lavori legali
sottopagati e iper-sfruttati, e quelli extra-legali di piccolo cabotaggio.
Guardiamo alla sua vita, alle sue relazioni, ai suoi desideri, al suo
disincanto, ma soprattutto alla sua depressione e chiediamoci quale terapia
possibile possa esercitare su di lui l’associazionismo sindacale in un momento
di profonda crisi di rappresentanza di quelli confederali – si pensi al calo
cronico degli iscritti della Cgil – e alla stragrande bianchezza dei dirigenti
di quelli di base, con i maggiori tesseramenti tra i lavoratori precari
immigrati. Più in generale, per immaginare la risposta, guardiamo al complesso
dei lavori umili, faticosi e usuranti da lui svolti e strutturati in modo tale
da non fargli acquisire nessuna dignità. Questo per quanto riguarda la sua
attività lavorativa legale, che gli procura un potere d’acquisto risibile,
appena necessario per vivere in un loculo umido nelle case popolari, mangiare
scatolette e precotti, vestendosi ancora peggio.
Dall’altro lato, questa volta a video acceso, caliamo il nostro factotum tra i
suoi tanti bro’ armati fino ai denti che compaiono nei video di Baby Gang e
chiediamogli quanta voglia abbia di iniziare un percorso lavorativo scandito da
sfruttamento e razzializzazione con il conseguente ingresso combattivo in un
sindacato da trasformare in una direzione conflittuale. Guardando allo stile di
vita extra-legale propugnato dalla t/rap, all’enorme potere d’acquisto che il
suo successo potrebbe assicurare (case meravigliose, macchinoni, capi firmati,
ori, droghe, donne), la risposta è scontata, soprattutto se comparata alla vita
che il factotum conduce grazie al lavoro legale, non dimenticando mai, però,
quanto il carcere incroci i percorsi di vita dei (t)rapper che “ce l’hanno
fatta” venendo dalla strada.
In bilico tra un lavoro legale che non riscatta dalla povertà e il miraggio di
una vita emancipatasi dalla miseria con l’illegalità, il nuovo proletario
precario metropolitano che è il maranza-factotum, appare sempre più destinato ad
abitare il mondo della disoccupazione “stagnante”, costituita da quella parte di
lavoratori occupati ma completamente irregolari, allo stesso tempo dentro e
fuori l’esercito operaio attivo: dentro perché attivi, fuori perché la loro
irregolarità li rende irrintracciabili da qualsiasi tipo di rilevazione e
proprio per questo esposti al maggior sfruttamento. La scelta sul suo destino
lavorativo e, quindi, sulla sua eventuale sindacalizzazione, deve essere presa
meditando sull’origine storica del capitalismo e sul modo che questo riservò a
quanti, mendicanti, vagabondi, ladri, avevano intuito quale trattamento avrebbe
riservato al proletariato tutto: “È constatato storicamente che essi hanno
tentato in un primo momento quest’ultima via e che da questa sono stati però
spinti, mediante la forca, la berlina, la frusta, sulla stretta via che conduce
al mercato del lavoro” (Marx, Lineamenti fondamentali della critica
dell’economia politica, 1857-1858). (fabrizio denunzio)
Da diversi giorni gli agricoltori sono tornati a mobilitarsi. Come ribadiscono
con forza dal 2024, il settore primario è in crisi: costi di produzione che
eccedono il guadagno, indebitamento, squilibri di potere lungo le filiere della
GDO, difficoltà climatiche, politiche agricole inadeguate ai più, assenza di
ricambio intergenerazionale.
Oggi, il lievitare del costo del carburante si inserisce in un contesto di
aumento dei costi di produzione (es. fertilizzanti e concime), mettendo
particolarmente in crisi il settore cerealicolo, determinato dai conflitti in
corso.
Le risposte di questi giorni consistono in blocchi stradali e di autocisterne
di carburante (in particolare in Calabria e Sicilia, dove sono coinvolti anche i
pescatori), latte versato sulla Via Aurelia (Lazio), cortei di trattori, presidi
(in Puglia, dove si denuncia l’olivicoltura in crisi) e sit-in a Roma, in
piazza Santi Apostoli. Non mancano i tavoli di confronto con le autorità (come
in Calabria), ma le misure promesse vengono generalmente giudicate
insufficienti.
Come sottolineano spesso le organizzazioni nate dalle proteste dei trattori del
2024, che cercano di interfacciarsi direttamente con l’opinione pubblica, mentre
il margine degli agricoltori è ridotto all’osso, i prezzi dei prodotti sugli
scaffali continuano a salire. Più in generale, nelle mobilitazioni si parla
tanto di carovita, e questo sta portando altre categorie di lavoratori e
lavoratrici ad unirsi.
Ne parliamo con Gabriele Forte, agricoltore in Campania e membro di Agricoltori
Italiani, e Ivo Pittorini, allevatore in Piemonte. Ivo fa parte della realtà
Agricoltori Autonomi Italiani Piemonte.
di Mario Di Vito* Incontro «tra polizie» in Germania. L’Italia resta prudente.
Dopo il meeting voluto da Rubio a Washington, in autunno ci sarà un workshop
tecnico. Data e luogo …
(disegno di mala)
In un recente lavoro (2024) Tim White definisce assetization quel processo
attraverso il quale delle cose vengono trasformate in asset, cioè risorse e
servizi di cui il privato orientato al profitto si appropria per generare
ricchezza finanziaria. Questo fenomeno non presuppone la trasformazione di
determinati comparti della società (per esempio gli edifici o gli alloggi) in
beni direttamente commerciabili sui mercati finanziari, ma prepara il terreno
affinché gli investitori possano avviare il processo di “assetizzazione”.
Possiamo interpretare l’assetizzazione come uno specifico risvolto tecnologico
del processo di finanziarizzazione che a partire dalla crisi globale del 2008 ha
investito il mercato privato dell’alloggio attraverso una molteplicità di nuovi
modi di espropriazione. In particolar modo, nei due decenni successivi al 2008,
si è configurato un sistema di accumulazione di profitto che è passato dalla
centralità della proprietà immobiliare in sé alla proprietà immobiliare per la
rendita. La casa come bene di valore sociale (un tetto sulla testa) è diventato
un asset nei portafogli degli investitori. Compagnie di investimento globale
hanno indossato i panni di proprietari immobiliari con l’obiettivo di acquistare
unità abitative ed edifici su grande scala da riconvertire e/o riqualificare per
poi metterli in affitto e accumulare ricchezza. Oltre alle molteplici forme che
tale processo ha assunto con riferimento al mercato privato (co-living,
buy-to-let, affitto ordinario, affitti brevi), si inizia a discutere anche del
modo in cui investitori e imprese private aggrediscono anche il comparto
pubblico della casa (si vedano, per esempio, i due articoli
di Davoli e Bianchi). Qui vorrei condividere delle riflessioni a partire dalla
giornata di apertura del percorso di riforma della disciplina regionale per le
politiche abitative della Regione Emilia-Romagna, avviato il 15 settembre scorso
sotto il titolo “L’abitare che verrà”, con l’obiettivo di approvare il nuovo
testo entro il 2027.
Ci sono alcuni temi ricorrenti negli interventi della giornata, alla quale hanno
preso parte, invitati dalla Regione, sia soggetti del mondo sociale che di
quello dell’impresa. Prima di tutto, a distanza di venticinque anni
dall’approvazione della normativa regionale vigente (24/2001), è chiaro a tutti
che il contesto è cambiato talmente tanto da rendere urgente un nuovo testo.
Impoverimento generale, turismo, studenti e lavoratori ad alta mobilità hanno
reindirizzato il bisogno di casa verso un patrimonio abitativo a fine sociale
preferibilmente in affitto. La proprietà risulta oggi un elemento troppo rigido
per i nuovi portatori di bisogno abitativo che non hanno però l’esigenza di
radicarsi sul territorio regionale. Un altro tema ricorrente è l’importanza di
ampliare la risposta pubblica al bisogno di case a un maggior numero di
soggetti. L’obiettivo è abbandonare la logica dell’emergenza a cui è stata
ancorata finora l’azione pubblica (in particolar modo con l’edilizia
residenziale pubblica, cioè le case popolari) e abbracciare l’idea di aprirsi a
quella parte di popolazione urbana definita in maniera vaga come “fascia
grigia”, ovvero quelle persone che non hanno i requisiti per vedersi assegnata
una casa popolare e che allo stesso tempo non riescono ad accedere a soluzioni
stabili e abbordabili nel mercato privato della casa.
Fin qui tutto bene, penso. Promuovere un approccio (più) universalistico alla
questione abitativa e ampliare la risposta pubblica alle esigenze abitative può
spingere l’attore pubblico ad agire da competitore con l’attore privato e,
dunque, contribuire a un calmieramento dei prezzi. Ciò che emerge quindi è la
centralità dell’edilizia residenziale sociale (Ers) per rispondere a un’ampia
gamma di nuovi bisogni (ceto medio, studenti, lavoratori) che non convergono
nell’edilizia residenziale pubblica (Erp). Un strumento di cui la Regione si
dovrebbe dotare impegnandosi a definire con chiarezza le sue tipologie, gli
attori coinvolti nella sua gestione e l’utenza che ne beneficerà. In questo
l’organizzazione della giornata è molto significativa. Traccia la direzione
lungo la quale la Regione intende muoversi dichiarando, inoltre, l’ambizione di
essere l’apripista regionale nel panorama nazionale.
La giornata di apertura è articolata in due momenti. Al mattino intervengono la
politica e le parti sociali. Le agenzie regionali per l’edilizia residenziale, i
tavoli provinciali di coordinamento tra comuni, i sindacati e il terzo settore
delineano le sfumature del bisogno di casa così come si è configurato negli
ultimi decenni e che si presuppone ci accompagnerà per i prossimi due anni.
Riconosciuta la centralità che occorre ancora dare all’Erp, quasi a sottolineare
l’impostazione politica di un attore che continua a puntare sul grande strumento
di matrice socialista nell’ambito delle politiche abitative, evidenziano
l’importanza dell’Ers come strumento innovativo in grado di incontrare una più
ampia gamma di esigenze. Ad accompagnare tutti gli interventi è la
consapevolezza dell’attuale carenza di alloggi a prezzi accessibili e la
necessità di incrementare tale patrimonio. Pochi spunti pratici su come
raggiungere questo obiettivo dai politici, ma con una certezza: non ci sono
risorse finanziarie, a loro dire, per dare concretezza alla nuova legge
regionale. Ed è così che tutti gli spunti si concentrano al pomeriggio, quando a
intervenire è il mondo dell’impresa e, nello specifico, il mondo dell’impresa
edilizia. Cioè, la compagine di chi può apportare capitale. Sono presenti
Confindustria, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, Cna Costruzioni,
Confartigianato e Associazione Sindacale Piccoli Proprietari Italiani.
Sin da subito si delinea il ruolo al quale il privato tende e al quale è
invitato da parte della Regione. Colmare il vuoto di alloggi sostenibili
attraverso l’implementazione dello stock di Ers. Le imprese di costruzione e
ristrutturazione dell’edilizia sono state invitate, quindi, come controparte
operativa e tecnica che troverà spazio nella nuova legge regionale sotto
l’agognato acronimo PPP (partenariato pubblico-privato). Qualche mugugno viene
emesso dalla platea all’inizio dell’intervento del direttore generale di
Confindustria Emilia Romagna, ma il più sorpreso sembra proprio lui stesso. “Vi
starete chiedendo che c’entra Confidustria in una giornata come quella di oggi e
me lo sono chiesto anche io, a dire il vero”. Sghignazza e aggiunge che
venticinque anni prima Confindustria non aveva preso parte al percorso del
regolamento regionale per le politiche abitative perché in quell’epoca non vi
era tale esigenza. Il processo di assetizzazione si riferisce proprio a questo.
In questo caso, la Regione Emilia-Romagna prepara il terreno affinché il mondo
dell’impresa privata trovi il proprio posto nel comparto pubblico del settore
immobiliare. Bisogno sociale e profitto devono allinearsi e gli interventi del
pomeriggio sono tutti concordi nel riconoscere come principale criticità la
carenza di alloggi. Non si tratta più di case popolari però, in risposta alle
esigenze delle frange più povere della popolazione, ma di un’utenza molto più
ampia e, dunque, potenzialmente più vantaggiosa per chi fa impresa. A partire da
queste presa di coscienza, si articolano le richieste e le condizioni che pone
il mondo dell’impresa all’istituzione regionale per garantire la propria
partecipazione al percorso di riforma della legge.
Prima di tutto, l’istituzione pubblica deve definire in maniera chiara cosa sia
Ers dando una bussola per gli interventi di costruzione o ristrutturazione da
parte del privato, in modo da evitare competitori sleali. Nel caso degli
interventi di recupero del patrimonio abitativo esistente ma inutilizzato perché
fatiscente, occorre fare ricorso allo stock pubblico perché è “eticamente
scorretto che anche un solo immobile o alloggio pubblico risulti inutilizzato
quando c’è bisogno di casa”, afferma il presidente della Regione De Pascale.
Dunque, gli immobili da ristrutturare li mette il pubblico e il privato si
propone di ristrutturarli e, soprattutto, di gestirli seppure nel solco che
definirà la Regione. La seconda richiesta riguarda i costi, ritenuti troppo
elevati per garantire la messa a disposizione di alloggi economicamente
accessibili e contemporaneamente margini di profitto tali da invogliare
l’intervento del privato. Dunque, le alternative sono due. Costruire ex-novo
perché costa meno che riqualificare un patrimonio inutilizzato, oppure si
ristruttura a patto che l’istituzione contribuisca al contenimento dei costi
sobbarcandosi, per esempio, gli oneri delle opere di urbanizzazione e delle
bonifiche di aree dismesse. La terza richiesta riguarda la semplificazione delle
procedure burocratiche per l’intervento privato in relazione, per esempio, al
rilascio di permessi di costruzione, certificazioni ambientali e cambi di
destinazione d’uso per la riconversione di immobili non residenziali in immobili
residenziali.
Tutte queste richieste si muovono nel solco di quanto tracciato dal Piano Casa
del governo Meloni (si veda Davoli), ma soprattutto nel quadro di un’edilizia
abitativa che nel futuro dovrà guardare all’affitto e non più alla proprietà
dell’alloggio. Da un lato, sono conclamate le difficoltà economiche di larga
parte della popolazione emiliano-romagnola di accedere alla proprietà abitativa
in un contesto di dilagante impoverimento, ma dall’altro, l’estrazione di
profitto dalla casa tramite l’affitto è più vantaggioso in un sistema globale
che Arundel e Roland definiscono post-homeownership, fondato sulla rendita.
Interventi chiari e diretti del mondo dell’impresa ai quali non ha fatto da
contraltare la Regione, che si è limitata al ruolo di anfitrione che apre le
porte e il campo dell’abitare pubblico agli interessi del privato. In
quest’ottica, è altrettanto indicativa l’assenza di compagini di contestazione
nell’aula magna della Regione in via Aldo Moro a sottolineare che i problemi
della casa sono altrove e lì dentro il 15 settembre effettivamente non c’era
spazio per i bisogni di chi effettivamente li vive sulla propria pelle, ma per
lo scenario di profitto che si prospetta negli anni a venire. Al momento del
buffet, tra la sessione del mattino e quella del pomeriggio, noto un solo
ragazzo con indosso la maglia di Labás. Sul retro è stampata in giallo una
citazione dalle Città Invisibili di Calvino. “Ogni città riceve la sua forma dal
deserto a cui si oppone”. (guido tortano)
(disegno di giancarlo savino)
La ZES unica è la Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno. La sua istituzione
nel 2023 risponde alla finalità di promuovere lo sviluppo economico e il
riequilibrio territoriale, di rafforzare la competitività e la coesione sociale
delle regioni meridionali. Si incentivano investimenti produttivi e nuove
strutture industriali attraverso agevolazioni fiscali alle imprese e la
semplificazione dei procedimenti amministrativi. Istituita dal Decreto Sud,
sostituisce le precedenti otto ZES introdotte nel 2017 e, da quest’anno,
comprende dieci regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia,
Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Marche e Umbria.
A una prima lettura, il dispositivo della ZES sembra orientato alla crescita
industriale. Tuttavia, molti dei progetti candidati riguardano il settore
turistico, presentato come industria turistica per legittimare la loro
inclusione. Questo slittamento semantico è significativo: di fatto, la ZES si
inserisce in contesti già segnati da oltre un decennio di sovraffollamento
turistico che ha saturato non solo l’offerta e la domanda, ma anche la capacità
ecologica, spaziale e paesaggistica dei territori coinvolti.
I megaprogetti che si candidano alla ZES utilizzano le diseguaglianze
territoriali per legittimarsi, mentre finiscono per esasperare proprio quei
processi di marginalizzazione che dichiarano di voler arginare. Faccio due
esempi per riflettere su cosa accade quando una procedura nata per semplificare
e accelerare la decisione amministrativa incontra norme sostanziali di tutela
del territorio, del paesaggio e dell’ambiente.
In Sardegna, un’autorizzazione ZES riguarda un intervento localizzato a Cala
Finanza, davanti all’isola di Tavolara, una delle aree di maggior pregio
ambientale della Gallura. Il progetto, ora sospeso, prevedeva la trasformazione
di un compendio costiero e la richiesta di variante urbanistica per un’area di
oltre centomila metri quadri: da zona di salvaguardia ambientale integrale a
zona turistica. Sul progetto avevano però espresso il proprio dissenso, ritenuto
non superabile, sia il ministero della cultura sia la Regione Sardegna, in
accordo con quanto previsto dal Piano paesaggistico regionale. Nonostante ciò,
la Struttura di missione ZES ha rilasciato l’autorizzazione unica. A confermarne
la validità è intervenuto anche il consiglio dei ministri, secondo cui il
progetto sarebbe coerente con le politiche di sviluppo e con l’interesse
strategico nazionale alla competitività del Mezzogiorno.
In piena estate, la Gazzetta del Mezzogiorno annuncia che la Puglia è la seconda
regione per numero di pratiche ZES, sebbene i progetti si inseriscano in un
paesaggio già segnato da decenni di cementificazione, consumo di suolo, erosione
della biodiversità, compromissione degli ecosistemi e degli equilibri
idrogeologici. Sulla costa di Ostuni, in provincia di Brindisi, uno di questi
progetti prevede la costruzione di un mega-resort di lusso nell’area
incontaminata di Mogale, a firma della multinazionale Four Seasons: quasi nove
ettari di costa da cementificare per ospitare decine di fabbricati e piscine
private che distruggerebbero la macchia mediterranea e il delicato sistema di
canali naturali di deflusso delle acque, aumentando il rischio idrogeologico. In
più, un tratto di costa accessibile a tutti verrebbe convertito in un’enclave
turistica per ricchi, come già accade in zona.
L’istituzione della ZES unica appare come un nuovo capitolo della lunga storia
del colonialismo interno italiano, in cui il meridione viene rappresentato come
spazio da modernizzare, disciplinare e rendere disponibile all’investimento
privato, secondo la dottrina neoliberale perseguita dall’Unione europea e dai
governi nazionali. La promessa dello sviluppo, accompagnata dal consueto ricatto
e dalla retorica occupazionale, funziona come linguaggio di legittimazione che
trasforma la precarietà sociale in un’arma di pressione, rendendo le comunità
locali più vulnerabili all’ingresso di progetti ad alto impatto territoriale.
L’antropologia del paesaggio ha mostrato come questi processi non siano semplici
effetti collaterali dello sviluppo, ma parte di una più ampia economia politica
della semplificazione ecologica, in cui il territorio viene trattato come
risorsa da estrarre, più che come spazio abitato da comunità, memorie e
relazioni. In questo senso, la ZES non è solo un dispositivo economico, ma un
dispositivo epistemico: ridefinisce ciò che può essere considerato sviluppo, ciò
che può essere sacrificato, ciò che può essere deciso senza la partecipazione
delle comunità. Come scrive il costituzionalista Giovanni Coinu, la questione
non è se lo sviluppo economico sia un interesse pubblico, ma se possa essere
usato come criterio politico generale per rendere inefficaci norme sostanziali
di tutela già vigenti. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio impedisce di
leggere la pianificazione paesaggistica come un semplice parere superabile nel
procedimento amministrativo. Una prescrizione di piano paesaggistico, un vincolo
di inedificabilità, una classificazione urbanistica non sono mere opinioni
amministrative contrarie allo sviluppo.
L’arrivo di numerosi progetti industriali, alcuni già approvati e altri in
attesa di autorizzazione, non rappresenta soltanto una trasformazione materiale
del territorio, ma una trasformazione simbolica e politica. Le deroghe
normative, la possibilità di aggirare vincoli paesaggistici e ambientali,
l’intervento su aree agricole e su oliveti secolari producono un regime di
eccezione territoriale, dove il territorio non è più governato dalle regole
ordinarie della democrazia locale, ma da procedure straordinarie che
trasferiscono il potere decisionale ai grandi gruppi economici e finanziari
attraverso la mano invisibile della politica e della burocrazia.
Questa dinamica si intreccia con la turistificazione: quando un territorio viene
reso disponibile a investimenti esterni, esso viene ripensato non come luogo
vissuto dai nativi per i nativi, per la loro sussistenza ecologica e le loro
economie, ma come superficie da valorizzare, da rendere appetibile, da
trasformare in merce. La turistificazione non riguarda solo gli spazi urbani o
le coste, ma anche le campagne, i paesaggi rurali, gli oliveti. In molte regioni
mediterranee, la trasformazione dei paesaggi agricoli in scenari turistici ha
prodotto una forma di espropriazione simbolica: il territorio viene
rappresentato e venduto da soggetti esterni, mentre le comunità che lo abitano
perdono la capacità di decidere il proprio futuro. È un processo che ricorda ciò
che l’antropologa Anna Tsing ha definito “economia delle promesse”, in cui il
territorio viene immaginato come spazio di opportunità, ma solo per chi detiene
capitale e potere decisionale.
La retorica delle “misure di promozione territoriale” e dello “sviluppo locale”
pretende di mascherare una dinamica di grave esproprio della democrazia. Qual è
la vocazione del territorio? Chi decide che debba essere univocamente turistica?
Chi beneficia realmente di queste misure? La ZES rende il territorio appetibile
agli investitori secondo logiche competitive e utilitariste, ma non
redistribuisce i benefici ai residenti. Come scrive la geografa Margherita
Ciervo, la popolazione, benché continui a essere formalmente proprietaria di
case e terre, subisce cambiamenti significativi nei propri luoghi di vita,
smarrimento di senso, perdita di identità e sovranità territoriale. È ciò che
Ciervo definisce landscape grabbing, una forma di espropriazione che si diffonde
con velocità sbalorditiva e in maniera pervasiva.
La marginalità sociale e geografica diventa un moltiplicatore di violenza
ambientale e diseguaglianze territoriali, esattamente quelle che la ZES, insieme
agli impianti di energia rinnovabile (il fotovoltaico selvaggio travestito da
agrivoltaico, le distese di pale eoliche ad alto impatto ambientale) e ai
progetti di costruzione di data center, promette di colmare. Il modo in cui lo
sfruttamento ricade sui territori, dando vita a specifiche geografie della
devastazione, non è casuale. Nei territori marginali si riducono i costi per gli
investitori: il valore economico dei terreni è crollato per l’abbandono delle
campagne, il disseccamento degli ulivi e i roghi sistematici; la minore
opposizione sociale è favorita dallo spopolamento, gli abitanti sono
politicamente meno rappresentati e hanno minore potere negoziale.
La disciplina della ZES si rivela uno strumento coloniale, utile a modificare i
territori e la mentalità delle persone che li vivono, predisporle a subire e
accettare quello che accade. Le coste, le campagne, gli spazi pubblici diventano
luoghi su cui altri decidono, secondo logiche che rispondono a interessi privati
e non collettivi. È questo il modello di sviluppo che vogliamo per i nostri
territori e per le future generazioni? Questa domanda interroga le forme di vita
che si stanno costruendo, le possibilità di immaginare un futuro che non sia
deciso altrove. È una domanda che riguarda la giustizia territoriale, la
democrazia ecologica, la cura dei luoghi. Ed è una domanda che le comunità del
Mezzogiorno hanno il diritto e il dovere di porre e di rivendicare. (giuseppe
vinci)
(disegno di malov)
La requisitoria dei pubblici ministeri è durata otto lunghissime udienze,
cominciata il 19 giugno e conclusa prima della pausa estiva il 22 luglio. I tre
esponenti della procura della repubblica hanno ricostruito nei dettagli i
pestaggi, le torture, i depistaggi, i falsi, le calunnie, le gravi omissioni del
reparto medico commessi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a partire da
quella lunghissima Settimana Santa fino alla morte del ragazzo algerino, Hakimi.
Le richieste di pene sono state elevatissime e come spesso capita esemplari,
oltre settecento anni di galera. Si tratta, finora, del processo più grande
della storia della Repubblica celebrato nei confronti del potere penitenziario,
per la complessità delle condotte contestate e per il ruolo degli imputati:
provveditore dell’amministrazione penitenziaria, direttore pro tempore,
vicedirettore, comandate dell’istituto, commissari, ispettori, agenti e medici.
Il lavoro investigativo è stato molto complesso (sequestri, intercettazioni,
immagini della videosorveglianza, un numero enorme di persone offese sentite, di
documenti acquisiti) e il dibattimento è stata una sequenza lunghissima, circa
centosettanta udienze in tre anni, in cui è stato verificato tutto il materiale
inquisitorio consentendo alle difese di criticare gli atti di indagini e
proporre una versione alternativa, a nostro giudizio effimera perché non ha
scalfito il dato storico dell’esecuzione della rappresaglia a freddo.
Tecnicamente l’aula bunker è stata la camera iperbarica in cui il tempo si è
fermato al mese di aprile del 2020, dove in ogni udienza si cominciava da capo.
Il processo è ripreso il 7 settembre, due udienze in cui hanno concluso le parti
civili; solo i pochi avvocati che hanno seguito il processo in questi anni hanno
discusso restituendo alla Corte di Assise la responsabilità di pronunciare una
sentenza che ha sicuramente una valenza politica. Proviamo a snodare il filo
delle argomentazioni sulla colpevolezza della catena di comando, prima delle
discussioni delle difese degli imputati che proveranno a ribaltare l’ordine
delle parole.
Non ci sono molti dubbi sulla genesi della “perquisizione straordinaria”.
Difatti, non si trattò di operazione di ripristino dell’ordine interno a causa
della protesta del 5 aprile 2020, cominciata per la paura del contagio da Covid,
che prese forma con il picchetto nei corridoi dei detenuti di due sezioni del
reparto Nilo, vano tentativo delle difese per giustificare l’uso della forza.
Non fu neanche un’operazione di polizia giudiziaria finalizzata al sequestro di
oggetti illegalmente posseduti: gli esiti verbalizzati di questa enorme
manifestazione di forza sono appena due coltellini e due telefonini.
È stata una “dichiarata” rappresaglia, lo scrive nel messaggio il provveditore
all’allora capo del dipartimento Basentini il 6 aprile alle 16.48: “Buonasera
capo, è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai
Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel reparto dove si sono
registrati i disordini, era il minimo segnale per riprendersi l’Istituto, forse
le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori regione, il sicuro ritrovamento di
materiale non consentito ci potrà offrire l’occasione di chiudere
temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria ovviamente, il personale aveva
bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”. “Hai fatto benissimo”,
risponde il dottor Basentini.
I dirigenti sciolsero i mastini della polizia penitenziaria per eseguire
un’operazione militare. I poliziotti agirono in un clima da stato di guerra
dichiarato: “Vi aspettiamo giù in trincea…”, “abbiamo fatto tabula rasa”. Il
medesimo innesco fu congegnato per l’operazione alla scuola Diaz di Genova nel
2001 durante il G8 e lo si ritrova tra le pagine della sentenza dalla Cassazione
che nel 2012 definiva le responsabilità di quella macelleria messicana “come
esortazione rivolta dal Capo della Polizia […] a eseguire arresti, anche per
riscattare l’immagine della Polizia dalle accuse di inerzia, aveva finito con
l’aver avuto il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della
perquisizione, per cui all’operazione erano state date caratteristiche denotanti
un assetto militare […], elementi sintomatici della militarizzazione
dell’operazione erano rappresentati dall’elevato numero di operatori (circa 500)
[…], dalla manovra a tenaglia per avvicinarsi al plesso”. Analogia storica che
ricostruisce le meccaniche di azione dei corpi di polizia quando agiscono dando
vita alla violenza politica.
Negli atti ufficiali, la perquisizione del 6 aprile 2020 è stata definita dal
provveditore Fullone “una vera e propria azione di ripristino di legalità e
agibilità” e, come è stato notato da un difensore di parte civile, quella
valutazione ha viaggiato di scrivania in scrivania, da Napoli a Roma, fino a
essere copia-incollata dal ministro di giustizia nella risposta al parlamento
del 16 ottobre 2020. Un goffo tentativo di salvare la faccia
dell’Amministrazione e prendere le difese del corpo di polizia penitenziaria.
Questa volta, per una serie di cortocircuiti istituzionali e per la presenza
delle immagini video, le parole del potere non sono riuscite a sigillare la
versione storica dei fatti.
La decisione divenne urgente dal rientro dei battaglioni anti-sommossa del 5
aprile sera, quando la protesta rientrò dopo una lunga mediazione. Tuttavia,
quella decisione aveva rotto gli equilibri tra il comando e gli agenti, perché
questi ultimi avrebbero voluto bastonare il bestiame già da quella sera.
L’urgenza, avvertita dai vertici che si affrettarono a intervenire, si era
generata a partire da quella particolare spaccatura che destabilizzava l’ordine
interno. I capi avevano paura che di lì a poco potessero fioccare numerosi
certificati di astensione dalle attività lavorative per malattia e altre azioni
subdole che avrebbero potuto rendere difficile l’organizzazione del lavoro. Da
quella sera la “perquisizione” divenne un atto dovuto, come emerge dalla
risposta di Colucci, responsabile del gruppo di supporto, al comandante
dell’istituto Manganelli: “se vengo però interveniamo, non ci farete tornare
indietro come l’altra sera”.
L’ordine è già stato eseguito.
È il provveditore a dare il comando, esercitando un potere di surroga
inesistente nell’ordinamento penitenziario nei confronti della direzione
interna, che rimaneva inerte non riuscendo a cogliere il senso della crisi che
si stava verificando. Dal punto di vista tecnico, nessun profilo organizzativo
della spedizione punitiva era stato tralasciato. Nel briefing operativo prima
dell’ingresso, un agente dichiarava nel processo: “Gli ispettori c’erano tutti,
ci stava il sostituto commissario Piccolo, Biondi, Crocco, Ciccone, Iadicicco,
cioè stavamo tutti, era un’operazione importante, erano tutti presenti…”.
Gli obiettivi e le modalità operative erano talmente chiari da ripetersi in ogni
sezione in modo schematico: gli ispettori presenti nei punti di governo
dell’operazione e nei nessi di smistamento dei detenuti durante il percorso
torturante, gli agenti a eseguire il prelievo dei quindici detenuti da portare
in isolamento in attesa dei trasferimenti.
“È stato davvero emozionante trovare questa fratellanza, spirito di corpo,
mettendo da parte vanto ed egoismo, siamo grandi siamo il CORPO DELLA POLIZIA
PENITENZIARIA”, scriverà uno dei comandanti dei plotoni all’esito
dell’operazione.
Il 6 aprile, Hakimi, il ragazzo algerino morto poi il 4 maggio 2020 nelle celle
punitive del carcere sammaritano, veniva prelevato dalla sesta sezione alle
17,15, veniva pestato a sangue e trascinato lungo il corridoio nelle scale (dove
non ci sono le telecamere) fino al reparto di isolamento del Danubio. Per lui
era stato già predisposto un verbale di contestazione per resistenza per i fatti
del 5 aprile, il contenuto dell’atto pubblico era interamente falso perché dalle
immagini del circuito di videosorveglianza risulta chiaramente che il ragazzo
non prese mai parte alle proteste. Insomma, la “perquisizione straordinaria” fu
l’espediente per togliersi dai piedi anche quell’indemoniato, in preda alla
sofferenza psichica e alle dipendenze da sostanze, per questo era necessario
fare carte false per giustificare il trasferimento per ordine e sicurezza.
Le difese di parte civile, ricordando la fine di Hakimi, morto come un cane da
solo, hanno puntato il dito non solo nei confronti degli aguzzini, che secondo
una testimonianza avevano preso letteralmente a bastonate il ragazzo, ma anche
nei confronti del comparto medico. Questi signori con il camice da SS, hanno
sposato pienamente gli istinti animali della polizia, offrendo più di una spalla
ai lupi della penitenziaria, da un lato redigendo i certificati falsi che
attestavano le lesioni ai poliziotti intervenuti il 5 aprile, dall’altro
abbandonando alle loro sorti i quindici reclusi illegalmente al Danubio,
rifiutandosi di visitarli per interrompere quell’agonia, pur conoscendo
perfettamente il loro stato di salute e in particolare quello dell’algerino.
Secondo il dottor Sperandeo, consulente medico della procura ascoltato in
dibattimento, il nesso causale tra le torture subite, lo stato psichiatrico, le
condizioni di salute e il gesto suicidario è chiarissimo: “Non c’è
certificazione sulla sostenibilità, non c’è un controllo sistematico e
fondamentalmente c’è un’indicazione a stare quindici giorni in isolamento, ma in
realtà il suo isolamento si protrae fino al 4 maggio […], la situazione più
grave che si genera è che la persona, che aveva raggiunto un discreto equilibrio
nella rappresentazione della realtà, perde questo equilibrio, si ripresentano
sintomi di natura psicotica che vengono, in maniera sommaria, descritti dai suoi
compagni, e descritti anche dal medico che dice: ‘è affetto da psicosi’, che
evidentemente rileva uno stato alterato nell’esame di realtà; ovviamente
l’alterazione dell’esame di realtà non è un’esperienza neutra, non è che le
persone sperimentano dispercezioni visive o uditive e organizzano il pensiero in
una maniera alterata, e tutto questo è privo di impatto sul loro mondo
interiore, anzi le dispercezioni e i deliri sono l’espressione narrabile di una
profonda alterazione dello stato emotivo determinato da quello che era successo.
Quindi, com’è successo con altre persone valutate con stati psicotici pregressi,
probabilmente anche Hakimi ha avuto una ricaduta nella condizione psicotica che
non gli ha permesso di organizzare bene né l’assunzione dei farmaci né poi,
ovviamente, accumularle e assumerle tutte insieme”.
Allo stesso modo, per la procura e gli avvocati, sono responsabili del massacro
anche i poliziotti che non hanno commesso violenze ma che con la loro presenza
hanno rafforzato gli intenti violenti dell’operazione. Non è possibile dividere
in piccoli frammenti la perquisizione, che si presenta, prendendo la definizione
dei pubblici ministeri, come “dispositivo collettivo unitario”.
I giudici decideranno dopo le discussioni degli avvocati e in quella sede
dovranno stabilire quali sono le regole di ingaggio dell’esercizio della forza
da parte dei corpi di polizia e di conseguenza dovranno ricostruire il rapporto
tra autorità e corpi reclusi, quali sono le dinamiche che consentono l’emersione
di uno stato di eccezione dentro le maglie e le forme decrepite dello stato di
diritto.
Questa sentenza avrà un impatto notevole nel nostro ordinamento. Da un lato
potrà assolvere ancora la violenza eccezionale o dall’altro aprire un
ragionamento tecnico di riforma in un momento storico particolare in cui la
morfologia dei poteri costituiti nel 1948 sta definitivamente tramontando.
Certo, non basterà questo giudizio a cambiare tale scenario, perché quel
rapporto di forza dovrà necessariamente trasformarsi con una nuova dialettica
conflittuale che a oggi stenta a trovare forza e spinta. È necessario
raccogliere ogni spunto in questo cammino per affinare le nostre strategie per
disertare, sabotare la guerra, e opporsi alla miseria delle nostre vite. (napoli
monitor)
di Samuele Lucia Dalla Gran Bretagna alla Germania fino all’Italia, le norme
contro terrorismo e antisemitismo sollevano una domanda scomoda: dove finisce la
tutela della sicurezza e dove comincia la …