(disegno di martina di gennaro)
Dopo i recenti scontri di Bologna in reazione all’assassinio di Abderrahim Fakir
e le azioni a Chiomonte, in Val di Susa, che hanno riacceso l’interesse sui
cantieri Tav, e in ultimo dopo la scritta su un muro indirizzata al ministro
della giustizia Nordio, è riemersa puntuale la retorica allarmista
sull’estremismo di sinistra. Ma l’estate del 2026 ha visto anche nuovi
procedimenti contro ignoti, o a carico di ex militanti delle Brigate Rosse, che
hanno riaperto vicende che sembravano, almeno dal punto di vista giudiziario,
già definite con numerose condanne.
A fine luglio, la richiesta di riapertura indagini sul sequestro di Aldo Moro.
Come riporta il Fatto Quotidiano del 28 luglio, è stato disposto dal giudice per
le indagini preliminari di Roma un supplemento delle indagini seguite alla
recente Commissione di inchiesta parlamentare, per “verificare se il 16 marzo
1978 in via Fani fosse presente un uomo finora mai identificato, armato di un
mitra modello ‘zerbino’, travisato da un passamontagna, forse a bordo di
un’Honda di grossa cilindrata”. Il giudice per le indagini preliminari,
Francesco Patrone, ha accolto l’opposizione degli avvocati Nicola Brigida e
Guido Salvini contro la richiesta di archiviazione avanzata a maggio dalla
procura di Roma. Brigida (già difensore di parte civile nel processo per la
strage di Bologna) e Salvini (il giudice istruttore che riaprì le indagini sulla
strage di piazza Fontana) rappresentano i figli dell’appuntato dei carabinieri
Domenico Ricci, assassinato quella mattina a Roma insieme con altri componenti
della scorta di Moro. I due avvocati hanno valorizzato elementi emersi dai
lavori della Commissione parlamentare istituita nel 2018. Elementi, si legge
negli atti, legati alla “evenienza di ‘terze presenze’ sia sul luogo
dell’agguato che nelle successive fasi di gestione e conclusione del sequestro”.
A quanto pare, a distanza di cinquant’anni, manca ancora qualcuno all’appello
(non solo Alessio Casimirri che da decenni vive in Nicaragua, recentemente
diventato oggetto di una querelle diplomatica tra il ministro Tajani e l’omologo
nicaraguense).
Tuttavia, ben più importante e sibillina, ci è sembrata la riapertura di
un’altra vicenda. Il 7 luglio 2026 si è concluso il processo di primo grado
davanti alla Corte d’Assise di Alessandria a carico di Renato Curcio, Mario
Moretti e Lauro Azzolini. La vicenda è quella del sequestro dell’imprenditore
Vittorio Vallarino Gancia, avvenuta nel giugno del 1975, per la quale gli
imputati sono accusati in concorso per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri
Giovanni D’Alfonso.
Nel 2021 è stato pubblicato un volume, Brigate Rosse. L’invisibile. Dalla
Spiotta a via Fani, dal rapimento Gancia al sequestro Moro (edizioni
Falsopiano); anche dalle teorie proposte nel volume muove la richiesta di
riapertura delle indagini presentata del figlio dell’appuntato D’Alfonso per
procedere all’identificazione del membro delle Br che, insieme a
MargheritaCagol, era alla Cascina Spiotta.
Le indagini sono iniziate contro ignoti. Come sempre quando si tratta di
processi che riguardano eventi accaduti in un tempo lontano, l’aspetto giuridico
si mescola con quello della narrazione storica e della capacità di lettura dei
fenomeni da parte dei giuristi. Sono richiamati atti processuali immersi in una
logica giudiziaria che dovrebbe essere stata superata e la cui lettura
meriterebbe un approccio, ormai, neutrale. Ed è proprio la questione della
storiografia e l’intreccio con le dinamiche giuridiche che ricopre un ruolo
spigoloso. Gli inquirenti, più che considerare quanto accaduto all’interno di un
quadro più ampio, la riducono a una scena del crimine, a un banale caso di
omicidio. Quasi che la Cagol e gli altri brigatisti fossero una componente del
panorama criminale di quegli anni, dove i sequestri di persona erano una pratica
remunerativa e assai diffusa. Non interessa inquadrare i nodi storici che
portarono a determinate azioni, quanto sminuire quelle azioni e sottoporre
ancora a procedimento penale gli ormai più che anziani protagonisti di quella
stagione.
La riapertura del caso ci porta in quella dimensione di astoricità sottolineata
da Giovanni Iozzoli a proposito dell’esorbitante richiesta di pena contro
Curcio, Moretti e Azzolini. Il pubblico ministero, infatti, all’esito
dell’istruttoria dibattimentale ha chiesto per i primi due la pena all’ergastolo
e per il terzo a ventuno anni per l’omicidio del giovane carabiniere, con
l’aggravante del nesso teleologico.
Un ribaltamento della lettura storiografica che negli ultimi anni sta finalmente
provando a chiudere i conti politici con gli anni Settanta e le diverse forme di
lotta armata, sottoponendole a uno sguardo critico e non stigmatizzante (vedi ad
es. Sergio Luzzatto, Dolore e furore. Una storia delle Brigate Rosse, Einaudi,
2023).
Per quei fatti era stato già giudicato come responsabile, in concorso con
ignoti, Massimo Maraschi, che, con sentenza definitiva della Corte d’Assise di
Alessandria emessa il 24 giugno 1978, era stato condannato alla pena di
ventiquattro anni per concorso anomalo in omicidio nonché per altre ipotesi di
reato minori come la falsità dei documenti di riconoscimento e dell’autovettura
utilizzata per il sequestro (si tratta di un’ipotesi per cui se il reato
commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne
risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione od omissione).
Nel corso delle “nuove” indagini sono state svolte ricerche per recuperare atti
relativi alla identificazione gli altri partecipanti al sequestro di Vallarino
Gancia, nonché il brigatista riuscito a fuggire dalla Cascina Spiotta. È stata,
così, scoperta l’esistenza di un procedimento penale del Tribunale di
Alessandria nei confronti di Lauro Azzolini e Angelo Basone (deceduto nel 2012).
È emerso che il fascicolo relativo alle indagini volte all’identificazione del
brigatista fuggito dal conflitto a fuoco era andato distrutto nell’alluvione
causata all’esondazione del fiume Tanaro che nel 1994 ha colpito Alessandria; è
stato possibile però accertare che nel registro dei fascicoli processuali del
1977, al numero 433, alla colonna 14 è riportata, scritta a mano,
un’attestazione datata 3 novembre 1987, per la quale il giudice istruttore ha
dichiarato il non doversi procedere per non aver commesso il fatto per tutti e
due gli allora imputati.
Nel frattempo, nel corso delle indagini del 2022, sono stati effettuati
accertamenti tecnici su alcuni reperti ritrovati nell’appartamento di via
Maderno a Milano, in cui nel 1976 vennero arrestati Renato Curcio e Nadia
Mantovani. In particolare, sul memoriale redatto dal brigatista “fuggito”, in
cui si descrivevano tutte le fasi del sequestro ed erano disegnati la cascina,
la posizione dei veicoli, dei carabinieri e dei brigatisti, nonché le fasi del
conflitto a fuoco, sono state rinvenute undici impronte corrispondenti a quelle
di Lauro Azzolini. Pertanto, è stata richiesta la riapertura delle indagini
anche a suo carico.
L’impianto accusatorio si fonda su alcuni elementi dati per certi: Azzolini era
alla Spiotta con Cagol, e fu lui il brigatista fuggito; Curcio e Moretti
decisero il sequestro Gancia, insieme a Cagol, come operazione di
autofinanziamento dell’organizzazione; la procura li accusa anche per la morte
di D’Alfonso, a titolo di concorso ex art. 110 c.p., perché avrebbero dato o
comunque condiviso una direttiva operativa: se avvistate il nemico vi sganciate;
se colti di sorpresa, ingaggiate un conflitto per “rompere l’accerchiamento”.
Questa, secondo la difesa degli imputati, è la parte più fragile dell’accusa,
perché trasforma la prevedibilità dello scontro in accettazione, poi in concorso
morale nell’omicidio. Nella memoria, depositata dall’avvocato Francesco Romeo,
si chiarisce come il testo richiamato è il Giornale delle Brigate Rosse – Lotta
armata per il comunismo, rinvenuto in possesso di un militante brigatista al
momento del suo arresto a Milano nel 20 ottobre 1975, quattro mesi dopo la
Spiotta.
Questo dato fattuale apre tre problemi. Il primo è cronologico: il documento è
trovato dopo i fatti ed è stato redatto dopo i fatti; la procura non ha
dimostrato che quella regola esisteva già prima del 5 giugno 1975 come
disposizione operativa vincolante per i militanti. Il secondo è funzionale:
“rompere l’accerchiamento” non significa necessariamente “uccidere”. Può
significare aprire un varco, creare confusione, coprire la fuga; è un modo di
dire comune che veniva usato ampiamente nella comunicazione politica del tempo;
una locuzione simile viene utilizzata anche dal Nucleo antiterrorismo
nell’appunto n. 46 del 14/8/1975 a pag. 16 laddove si legge “di un disperato
tentativo di rompere il cerchio della giustizia che stringe dattorno gli
imputati”. Il terzo è soggettivo: anche ammettendo che quella fosse una regola
dell’organizzazione, resta da provare che Curcio e Moretti l’abbiano data a quei
militanti, per quella custodia, con la previsione concreta di quel che sarebbe
accaduto. La pubblica accusa non è riuscita a fornire questa prova.
La requisitoria sostiene che il sequestro Gancia non fu un’iniziativa
estemporanea: si fa riferimento a diverse riunioni in cui vi sarebbe stata la
scelta dell’obiettivo, la preparazione della cascina, i sopralluoghi, le auto, i
documenti falsificati e la richiesta di riscatto. Ma poi riversa tutto questo,
che costituisce prova del sequestro di persona, dentro la vicenda dell’omicidio
D’Alfonso. Il problema è che organizzare un sequestro armato non equivale
automaticamente a concorrere moralmente in ogni omicidio avvenuto durante
l’imprevista scoperta della base e a seguito di decisioni assunte da altri in
piena autonomia. La questione tecnica, allora, si è concentrata sulla
ricostruzione della struttura delle Brigate Rosse esistente al momento in cui
sono avvenuti i fatti. Il processo, o quanto meno le imputazioni, hanno confuso
una responsabilità storico-politica con la responsabilità giuridica penale. Su
questo si sono già espresse altre sentenze, in particolare quella emessa dalla
Corte di Assise di Torino (n. 4/1978, p. 412), in cui si legge che: “assumersi,
in quanto convinti militanti della organizzazione, la responsabilità ‘politica’
di tutte le azioni dalla stessa rivendicate è atteggiamento che il Curcio ha
tenuto già in fase istruttoria e che tutti gli imputati detenuti hanno tenuto
nella fase dibattimentale. Tale condotta, però, se si risolve in una postuma
esaltazione e approvazione delle imprese rivendicate, non può di per sé
comportare una responsabilità penale, a titolo concorsuale, non potendosi
prescindere, per l’integrazione dell’ipotesi di concorso, dalla individuazione
di un contributo, anche solo morale, ma sempre eziologicamente efficiente,
all’azione posta in essere”; continuando che “a nulla rilevando la
responsabilità ‘politica’ di cui gli imputati menano vanto, e dovendosi, per
contro, pervenire a un giudizio di responsabilità ‘penale’, occorrerà verificare
e controllare caso per caso quale degli imputati sia, in relazione ai singoli
episodi, raggiunto da sufficienti elementi di prova, evitando così qualsiasi
forma di generalizzazione, per sua natura incompatibile col carattere
‘personale’ della responsabilità penale”.
Un processo del 2026, che mette le mani in questioni avvenute cinquant’anni
prima, deve ricostruire meglio e con serietà quanto accaduto. Se bisogna dire la
verità, bisogna avere il coraggio anche di dire e cercare la verità che non si
vuole accettare o che si vuole nascondere. E allora, se questa è la questione,
non ci si può non interrogare sul fatto che né l’arma dei carabinieri né la
presidenza del consiglio dei ministri, come pure già accaduto in passato, non si
siano costituiti parte civile.
L’intervento del gruppo locale dei carabinieri, infatti, è da considerarsi
quanto meno azzardato ove si tenga conto che nei giorni precedenti al sequestro
Gancia la zona era stata già attenzionata, tanto che era stato ipotizzato un
intervento del Nucleo antiterrorismo per il giorno 5 giugno 1975. L’operazione
di quella mattina, fatta dal tenente Rocca, si sarebbe dovuta concordare con il
nucleo antiterrorismo, che avrebbe potuto intervenire con maggiore esperienza.
D’altronde Gianpaolo Sechi, già agente segreto del Sisde ed ex componente del
nucleo antiterrorismo di Carlo Alberto Dalla Chiesa, dichiara, nell’udienza del
20 maggio scorso, che la Cascina Spiotta non avrebbe dovuto diventare un campo
di battaglia e che se fossero stati avvisati avrebbero agito diversamente.
Altro elemento opaco riguarda il comportamento tenuto dai carabinieri
immediatamente dopo la sparatoria. Ci sono armi che non vengono subito rinvenute
e che si ritrovano dopo giorni, proiettili che spariscono, il cadavere di
Margherita Cagol che viene spostato, l’autopsia che in maniera incontrovertibile
ci restituisce un dato: il colpo che l’ha uccisa entra nella regione ascellare
sinistra ed esce nella regione ascellare destra. La conclusione possibile è una
sola: se non avesse avuto le braccia alzate il proiettile avrebbe ferito alle
braccia. Eppure, il procedimento a carico di uno dei carabinieri intervenuti è
stato archiviato per aver riconosciuto la non punibilità per uso legittimo delle
armi.
Le udienze di questo recente processo sono state invece numerose e il pathos era
evidente. La misura umana della vicenda è descritta da Lauro Azzolini alla prima
udienza: «Mara era una donna eccezionale. Una compagna generosa. E la morte di
una persona cara è un dolore incancellabile che ti porti dentro per tutta la
vita, per tutti e senza distinzioni. Un giorno maledetto che non dimenticherò
mai. Ma visto che a distanza di cinquant’anni si è deciso di portarlo in un
processo pubblico, oggi che di anni ne ho ottantadue […] tutto intorno a me è
cambiato rispetto a quando ne avevo meno di trenta, quando nel contesto delle
lotte di classe, nel duro conflitto sociale, insieme a tanti altri compagni
pensavamo di poter fare la rivoluzione. Perché allora il mondo che ci circondava
era molto diverso da quello di oggi. […] Ho deciso di raccontare quello che quel
giorno è successo. Prima che questo processo abbia inizio. E prima che lo
facciano altri perché io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno era
davvero successo». (-gt / -ma)
Tag - italia
(disegno di adriana marineo)
Dal numero 14 / maggio 2025 de Lo stato delle città
«C’è pressione?», è la domanda che circola in casa prima di fare una doccia. Da
anni molte zone della Puglia convivono con razionamento dell’acqua e riduzioni
di pressione nelle erogazioni, prima solo d’estate, poi anche nei fine settimana
delle altre stagioni, e ora tutto l’anno. Da me è servito ricavare un bagno
nella cantina perché, pur vivendo al piano terra, diventava impossibile fare una
doccia d’estate, se non alzandosi all’alba per anticipare gli orari delle
riduzioni. Così, quando da luglio i quotidiani pugliesi hanno cominciato a
martellare con la “crisi idrica”, sembrava la naturale prosecuzione di una
realtà sotto gli occhi di tutti, non un fenomeno straordinario e imprevisto come
lo raccontano. “Siccità, invasi quasi vuoti”, “La guerra dell’acqua, corsa
contro il tempo”, “Puglia la grande assetata”, “Allarme, prodotti Igp rischiano
di scomparire”: sono alcuni dei titoli che per tutta l’estate hanno accompagnato
articoli sull’emergenza idrica, corredati di percentuali, previsioni e pareri
sul bollettino della siccità. “Immagina di non dover mai più preoccuparti della
disponibilità d’acqua, di alzarti la mattina o tornare a casa dopo una lunga
giornata e trovare sempre l’acqua che scorre con la giusta pressione, pronta ad
accoglierti”. Così Acquedotto Pugliese (AQP) invitava i cittadini a installare
un’autoclave nella propria abitazione per convivere con le riduzioni di
pressione.
Non è solo la Puglia a scontrarsi con la siccità: nel 2024 tutte le regioni del
meridione sono andate in crisi idrica, costrette a lunghe sospensioni
dell’erogazione e al progressivo depauperamento di dighe, fiumi, falde. La
politica, gli enti preposti e la stampa se la prendono con il clima impazzito,
le piogge scarse e le temperature oltre la media, ma a guardarsi intorno la
crisi idrica sembra più legata alla scorretta gestione delle risorse. Fino a
ottant’anni fa, in assenza di adeguate condotte idriche, la siccità era un
fenomeno assoggettato alla volontà della natura: si portavano in processione i
santi per favorire le piogge, si tramandavano pratiche per la costruzione di
serbatoi, cisterne e sistemi per raccogliere e conservare le acque. Oggi la
carenza di acqua si carica di enormi responsabilità umane, inadempienze, strane
connivenze tra politica, consorzi ed enti.
A maggio 2023 si tiene la prima riunione della cabina di regia per la crisi
idrica, istituita con il decreto siccità. Partecipa Nicola Dell’Acqua,
commissario straordinario nazionale per l’adozione di interventi urgenti
connessi alla scarsità idrica. Tra gli obiettivi c’è lo snellimento delle
procedure amministrative “al fine di fornire risposte concrete e urgenti ai
territori”. I primi interventi coinvolgono Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia
Romagna e Lazio. E il sud? Ci pensa il mese dopo Giorgia Meloni, con la nascita
della S.p.a. Acque del Sud, a cui viene trasferito l’immenso patrimonio di
infrastrutture idrauliche realizzate a beneficio del meridione e fino a quel
momento gestito da Eipli, l’Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la
trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia.
Da gennaio 2024, con Luigi Decollanz come presidente del consiglio di
amministrazione, Acque del Sud ha preso il posto di Eipli, che forniva acqua
all’ingrosso per usi potabili e usi irrigui a enti e consorzi di bonifica di
Puglia, Campania, Basilicata e Calabria, e per usi industriali a vari utenti tra
cui l’ex Ilva di Taranto. Dighe, traverse idriche, centinaia di chilometri di
grandi reti di adduzione (tutte opere realizzate con soldi pubblici per un
valore di decine di miliardi di euro) vengono date in mano ad Acque del Sud, una
società partecipata dal ministero dell’economia, con un trenta per cento delle
quote destinato a soci privati, un sessantacinque per cento a società
controllate e un ultimo cinque per cento da dividere tra le quattro regioni del
sud interessate, con il risultato che nessuna delle quattro ha un vero ruolo
decisionale nella società. In spregio al referendum sull’acqua del 2011, che
aveva abrogato l’obbligo di gestione dei servizi idrici integrati attraverso
forme di diritto privato, la nascita di Acque del Sud costituisce un esproprio
nei confronti dei cittadini, regalando a colossi privati il diritto di
intervenire, oltre che sulla definizione delle tariffe per milioni di utenti,
soprattutto sulla gestione delle dighe, rendendo l’acqua oggetto di transazioni
finanziarie. A oggi, il socio operativo privato non è ancora stato individuato,
ma lo scorso giugno AQP ha siglato un’intesa con Acea (colosso delle
multiservizi che ha nel suo capitale Suez, tra le più potenti multinazionali
dell’acqua) proprio per concorrere a diventare socio industriale di Acque del
Sud. Per inciso, di Acea ricordiamo la vicenda di Bracciano del 2017: le acque
del lago si prosciugarono quasi del tutto in poco tempo, compromettendo habitat
naturali e biodiversità tutelati da stringenti norme europee, ma si diede la
colpa alla crisi climatica. Invece, le inchieste della magistratura
evidenziarono che Acea aveva effettuato prelievi impropri commettendo un reato
di disastro ambientale aggravato.
quannu te llai la facce la matina
l’acqua ninella mia nu l’hai minare
La sete della Puglia non è un dato nuovo: la regione non dispone di risorse
idriche superficiali, quindi dipende in buona parte da acqua accumulata nei
cinque serbatoi artificiali alimentati dalle piogge. Tra i monti della Daunia,
al confine tra Puglia e Molise, si estende il lago di Occhito, invaso alimentato
dal fiume Fortore. Il Sinni alimenta il lago di Monte Cotugno, in provincia di
Potenza, la più grande diga d’Europa in terra battuta, sormontata dal ponte
della statale sinnica. Si aggiungono gli invasi del Pertusillo sul fiume Agri,
Conza in Irpinia e Locone in Puglia lungo il fiume Ofanto. Acquedotto Pugliese,
il più grande acquedotto d’Europa, attinge da questi invasi il cinquantacinque
per cento di acqua, il trentatré da due sorgenti irpine e la restante parte da
falde profonde con circa centottanta pozzi, soprattutto nella parte meridionale
della Puglia. Nonostante la presenza di strutture imponenti, la capacità
utilizzabile degli invasi è ben inferiore alla reale capacità delle strutture,
ridotta in virtù di norme per la sicurezza sismica imposte dal 2019. L’apporto
ridotto degli invasi è dovuto a limitazioni che costringono, nelle annate non
siccitose, a gettare in mare miliardi di litri d’acqua: se la diga si riempie
oltre un certo livello si rischia il crollo della parete, a causa di collaudi e
lavori di manutenzione mai effettuati in decenni (sebbene già finanziati).
Ad agosto 2024 il consorzio di bonifica della Capitanata annuncia la chiusura
della diga di Occhito, rimasta a meno di un terzo dell’acqua rispetto al 2023,
per poter proseguire l’utilizzo prioritario a scopo potabile. I paesi vivono il
disagio del razionamento e i terreni poco irrigati registrano danni alle colture
con conseguente crollo della produzione. Dai primi anni duemila la Capitanata
soffre siccità nelle campagne, il deficit idrico nella fase di maturazione dei
prodotti agricoli stagionali (pomodoro, grano duro, uva) porta all’abbandono dei
campi con mancato raccolto. Nel Salento, poi, la sete del territorio magicamente
sparisce quando si incentivano gli impianti intensivi e superintensivi di
leccino e favolosa, le due varietà di ulivo che dovrebbero risolvere il disastro
dell’“affare xylella” ma che necessitano di molta acqua per crescere, al
contrario delle varietà autoctone.
Nei simposi su acqua ed emergenza non si parla mai dei consorzi di bonifica e
miglioramento idrico che operano sul territorio e, pur incassando miliardi, non
si adoperano per studiare sistemi di irrigazione percorribili. Nel Salento
operavano i consorzi di bonifica dell’Arneo e Ugento li Foggi, commissariati e
poi soppressi, accorpati da gennaio 2024 nel consorzio centro-sud Puglia. Da
decenni, tutti i proprietari di terreni sono obbligati a versare contributi
senza aver mai ricevuto alcun beneficio diretto, nessun canale o pozzo. Anche se
decine di migliaia di contadini hanno scelto di accatastare le cartelle
esattoriali rifiutandosi di versare i contributi, la società di riscossione,
supportata da una legge dello Stato, ha inviato eserciti di ufficiali giudiziari
a pignorare i beni con la minaccia dell’esproprio. Politici a destra e sinistra
promettono da anni di intervenire per sconfiggere le ingiustizie dell’ente, i
quotidiani riportano ciclicamente notizie di proteste, seguite da pronte
rassicurazioni degli amministratori locali che promettono una nuova legge
regionale sui consorzi, ma tutto torna nel silenzio. Così, oltre che la crisi
idrica, l’agricoltura vive decenni di ingiustizie in un sistema paramafioso ben
oliato tenuto in piedi da perversi meccanismi giudiziari.
«Accueghje l’acqua quann’ chiov’» è l’indicazione pratica di un agricoltore
tarantino. In senso stretto, raccomanda di raccogliere l’acqua finché c’è, ma
stavolta allude all’interesse di pochi che cavalcano la retorica emergenziale
per mandare avanti i propri progetti. Tra gli “interventi urgenti connessi alla
scarsità idrica”, la cabina di regia individua la costruzione di dissalatori per
produrre acqua potabile, che per la Puglia sono previsti a Taranto, Brindisi e
Manfredonia. Finora in Italia è in funzione solo il venti per cento dei
dissalatori costruiti. A Taranto, che l’Onu ha definito “zona di sacrificio”, il
progetto presentato da AQP prevede la realizzazione del più grande impianto di
dissalazione d’Europa con filiera di trattamento delle acque salmastre
provenienti dal fiume Tara, vicino l’ex Ilva. Il progetto ottiene
l’autorizzazione dalla giunta regionale, nonostante i pareri contrari di
Soprintendenza del ministero della cultura, Arpa Puglia e Asl Taranto. Il
dissalatore si preannuncia un’opera costosa e impattante che non risolverà il
problema della scarsità di acqua in Puglia, ma devasterà l’ecosistema del Tara.
Già la commissione europea aveva ritenuto il progetto non idoneo nell’ambito del
Just Transition Fund. Legambiente Taranto ha stimato che solo con opportuni
interventi su dighe e canali si raggiungerebbe un apporto idrico pari a dieci
volte quello che si avrebbe con il dissalatore. Ma gli interessi intorno al
progetto valgono di più: ad aggiudicarsi l’appalto sono anche Suez e Cisa,
società molto attiva nel settore dei rifiuti. Sempre Legambiente ricorda
l’esistenza di un contratto a tempo indeterminato tra Ilva ed Eipli per la
fornitura di acqua dal Tara per quantità molto superiori all’attuale prelievo.
Tale contratto prevede l’obbligo per Acque del Sud di compensare, in caso di
restrizioni della fornitura di acque dal Tara, con acque del Sinni. Lo scenario
che si prospetta con la costruzione del dissalatore è che, per ricavare acqua
dissalata potabile dal Tara, si debba fornire all’azienda siderurgica altra
acqua del Sinni, che non ha bisogno di essere dissalata. Tra le opere impattanti
calate dall’alto come inevitabili, risalta anche un acquedotto sottomarino
dall’Albania, che trasporterebbe centocinquanta milioni di metri cubi l’anno di
acqua in Puglia e per la cui realizzazione si prevede un miliardo di euro. Un
costo enorme per una quantità di acqua piuttosto ridotta, se si considera che la
sola diga lucana di Monte Cotugno ne contiene circa cinquecento milioni.
mara l’acqua de la funtana mara mara
e ca ci non era mara scia bivia
Dal 16 ottobre al 20 gennaio scorsi, centoquarantamila lucani residenti in
ventisette comuni della provincia di Potenza e due della provincia di Matera
sono stati privati dell’acqua corrente per metà giornata. Il governo nazionale
dichiara lo stato di emergenza nominando Vito Bardi commissario straordinario,
che però è presidente della Regione Basilicata da sei anni, e quindi una parte
di responsabilità nel generare il problema l’avrà. Infatti, mentre la narrazione
istituzionale dà la colpa alla mancanza di piogge che lascia a secco la diga
Camastra, si scopre che questa diga, mai collaudata dagli anni Sessanta,
potrebbe contenere ventiquattro milioni di metri cubi di acqua ma, di fatto, la
capacità autorizzata è ridotta a nove milioni di metri cubi perché Eipli non ha
mai eseguito i lavori necessari e un decreto del 2019 obbliga a ridurre di
quattro metri il livello dell’acqua invasata nella diga. In Basilicata, dove
l’industria petrolifera usa quantità incredibilmente elevate di acque di
sorgente, mancano il piano di tutela delle acque e il registro regionale delle
aree di salvaguardia, in una regione in cui la compresenza di grandi quantità di
acqua e di petrolio ha causato in quarant’anni di estrazioni gravi episodi di
inquinamento dell’acqua dovuto a perdite dai pozzi, dai centri di prima
raffinazione e dalle decine di chilometri di oleodotti esistenti.
Per garantire l’acqua ai comuni lucani, il commissario Bardi decide di
attingerla dal Basento, un fiume storicamente molto inquinato. Il torrente Tora,
affluente del Basento, dagli anni Ottanta è al centro del disastro provocato
dalla ex Daramic, una fabbrica che produceva separatori per batterie e che ha
sversato tonnellate di trielina, sostanza cancerogena che è arrivata fino alla
falda acquifera. Prima di immergersi nello Ionio, il Basento raccoglie i reflui
della produzione siderurgica e le acque di scarto di varie zone industriali. Con
questo potenziale carico inquinante arriva all’impianto provvisorio, al
potabilizzatore di Potenza e infine nelle case lucane. Tutto grazie allo stato
di emergenza, che permette di evitare i campionamenti necessari per legge prima
di trattare l’acqua per la potabilizzazione. Non lo nega nemmeno Bardi, che alle
telecamere di Report dichiara che “l’emergenza è una cosa, e abbiamo trovato il
Basento, la normalità è un’altra cosa”. Di nuovo l’urgenza diventa il
grimaldello per derogare al regime ordinario, e le persone sono costrette a
scegliere tra acqua pubblica e acqua pulita. Chissà cosa replicano i lucani al
Ref, laboratorio di ricerche milanese che sosteneva che “tra i principali
ostacoli che si frappongono a una messa a regime del riuso delle acque reflue vi
è l’atavica diffidenza delle persone nei confronti dell’acqua di riuso” e che
bisogna abbattere la barriera culturale del “fattore disgusto, che scatta per
paura della contaminazione e per l’associazione dell’acqua trattata a quella di
scarico”.
A fine dicembre 2024 arriva un assurdo diktat da Decollanz: Acque del Sud
minaccia di sospendere “senza ulteriore avviso” la fornitura idrica ad
Acquedotto Lucano e al consorzio di bonifica della Basilicata, se entro un mese
i due enti non consegneranno una fideiussione bancaria rispettivamente di
cinquantamila e centotrentamila euro. Perfino in situazione d’emergenza, la
gestione privata subordina la funzione sociale dell’acqua ai meccanismi del
mercato. Alfonso Andretta, amministratore delegato di Acquedotto Lucano, lamenta
la mancanza di risorse per i lavori di manutenzione perché gli investimenti in
Acquedotto negli ultimi anni sono molto calati e i cento milioni di euro
arrivati dal Pnrr sono destinati non al risanamento della rete, ma alla sua
digitalizzazione. Mentre lo stato d’emergenza viene prolungato fino a ottobre,
la Regione pensa di rendere stabile l’uso del Basento e autorizza la captazione
per uso potabile di sorgenti situate accanto a un pozzo petrolifero di Eni non
ancora attivo. Lo denuncia Lidia Ronzano del comitato lucano acqua pubblica
“Peppe Di Bello”, intitolato al capitano della polizia provinciale demansionato
fino a diventare custode al museo di Potenza, a causa delle sue denunce
sull’inquinamento all’invaso del Pertusillo.
Sono là pronti, quasi si trattasse
d’inventare a cose fatte un’azione
capace di connetterli e accordarli
gli uni agli altri e a questa fredda sala;
perché alla scena manca un tratto che concluda.
Quale nome avrebbe dovuto
trovare in quelle tasche? Per cancellarne i segni
del disgusto lavarono le bocche:
non sparì; ma il disgusto ora è pulito.
(Rainer Maria Rilke)
Tutto sembra seguire il classico copione delle privatizzazioni: togliere i
finanziamenti, non far funzionare le cose, creare disagi e malcontento, spianare
la strada al privato. Un primo passo fuori dalla crisi, sostiene il ministro
dell’agricoltura Lollobrigida, è l’aver “rimesso in piedi Acque del Sud, una
società sana che riesce a ripianificare l’utilizzo al meglio delle strutture”, a
differenza del “carrozzone” Eipli. Istituito nel 1947, Eipli è sottoposto a
commissariamento dal ’79, poi soppresso e posto in liquidazione nel 2011.
L’ultimo commissario liquidatore è proprio Luigi Decollanz di Acque del Sud,
legato anche a Veolia, una delle maggiori multinazionali dell’acqua. Scrive
Margherita Ciervo che la forma giuridica non è neutra e determina obiettivi e
politiche aziendali, e quindi effetti territoriali, sia ambientali che sociali.
Di questo AQP è un caso emblematico: società per azioni in house, a capitale
pubblico che, però, come tutte le S.p.a. risponde al diritto commerciale. È così
dal 1999, e dal 2011 la società è posseduta da un solo proprietario, la Regione
Puglia, titolare di diritti e doveri tra loro incompatibili, essendo
contemporaneamente soggetta al diritto pubblico (per sua natura) e a quello
privato (in quanto azionista). La Regione dal 2005 è governata da coalizioni di
centrosinistra che hanno fatto dell’acqua bene comune una bandiera elettorale.
Tra 2009 e 2012 un forte movimento popolare porta al costituirsi di un tavolo
tecnico congiunto tra Regione e comitato acqua bene comune per predisporre una
proposta di legge per operare la trasformazione di AQP in un ente di diritto
pubblico. Il governo, però, quando ci si allontana dagli appuntamenti
elettorali, ignora le richieste di confronto e dimentica gli impegni assunti,
così il primo tentativo in Italia di ripubblicizzare il servizio idrico finisce
nel fumo. Le società di diritto privato subordinano l’accesso alla risorsa, la
funzione sociale del bene e la sua gestione sostenibile e democratica alle
logiche del profitto. Di fronte a una crisi, se l’impresa misura la propria
performance sul fatturato, come può attuare politiche incisive di risparmio
idrico?
Come accaduto per Acque del Sud, anche in Sicilia il governo regionale ha
svenduto un enorme patrimonio acquifero: nel 2004 l’Eas, Ente acquedotti
siciliani, viene privatizzato trasformandolo nella Siciliacque S.p.a., di cui
Veolia è azionista di maggioranza. Già nel ’99 Eas viene trasformato in società
per azioni, ma ad accelerare il passaggio ci pensa l’emergenza idrica del 2002.
L’allora presidente regionale Cuffaro, nominato dal governo nazionale
commissario straordinario, evidenzia la precarietà dei servizi idrici, una
precarietà tale da rendere insostenibile l’assetto organizzativo esistente.
Eppure, oggi con Siciliacque restano sette grandi dighe incompiute, programmate
dalla Cassa del Mezzogiorno. La più grande è quella di Blufi nell’entroterra
palermitano, con spreco di centinaia di milioni di euro e un cantiere
abbandonato con viadotti incompleti. Nella diga Trinità a Castelvetrano, in
provincia di Trapani, ogni giorno si perdono centomila metri cubi di acqua per
mancato collaudo e manutenzione, mentre gli olivicoltori della valle del Belice
provano a scongiurare il crollo della produzione con impianti a goccia e sistemi
di irrigazione alternativi. Anche la cabina di regia siciliana programma la
riparazione di perdite della rete idrica, l’efficientamento delle dighe, il
recupero di vecchi pozzi, delle acque reflue e dei dissalatori abbandonati.
Questi ultimi, costruiti anni fa per filtrare acqua marina e trasformarla in
acqua dolce da immettere nella rete idrica, sono rimasti chiusi per i costi di
gestione troppo alti, che ora potrebbero essere abbattuti con l’impiego di nuove
tecnologie.
Intanto i giornali parlano di guerra dell’acqua tra province: il 30 novembre
2024 centinaia di persone tra cui sindaci e un deputato regionale occupano
l’impianto di potabilizzazione della diga Ancipa, in provincia di Enna. L’invaso
era quasi a secco e i cittadini chiedono di bloccare l’erogazione dell’acqua
verso la vicina provincia di Caltanissetta. Lo stesso giorno il governo
nazionale era intento a dimezzare il fondo per lo sviluppo e coesione del
Mezzogiorno (che serve a finanziare, tra le altre cose, progetti relativi alla
manutenzione del territorio) per destinare miliardi a un progetto che nel sud
pare ben più urgente della sete: il ponte sullo Stretto. Penso a Danilo Dolci,
allo sciopero alla rovescia, alla diga sul fiume Jato a Partinico, all’acqua
come libertà dai ricatti a cui inducono la fame e la povertà. Nel Poema per la
radio dei poveri cristi, Dolci scriveva
tralucere di olivi sulle onde
continue del frumento
indefinito brillare di acque
viti a filari coi tralci più chiari in cerca del sole
[…]
mentre nell’intimo premono a fiotti
e s’intrecciano urgenze che non sai –
i vuoti si allargano
e il rischio che i frammenti, senza senso
rimangano frammenti
Usi impropri, sprechi, prelievi non regolamentati, inquinamento e
privatizzazione concorrono a depauperare un bene che, proprio perché
indispensabile alla vita e sempre più scarso, acquisisce un valore economico
sempre più elevato, scatenando gli appetiti dei grandi player mondiali. L’acqua,
come fosse una qualsiasi altra merce, è quotata in borsa dal dicembre 2020: il
Chicago Mercantile Exchange ha lanciato i water futures della California e molti
grandi operatori mondiali hanno concentrato i loro affari sull’accaparramento
delle fonti. Secondo il sito del gruppo borsistico Nasdaq, un diritto sull’acqua
autorizza il proprietario a deviare o pompare acqua da fiumi, torrenti e bacini
idrici sotterranei, e gli consente di pianificare in anticipo la modifica dei
costi dell’acqua di cui ha bisogno per l’irrigazione su larga scala. Questa
operazione speculativa vanifica nei fatti la fondamentale risoluzione
dell’assemblea generale dell’Onu del 2010 sul diritto universale all’acqua, che
rappresenta un passaggio storico frutto di grandi mobilitazioni a livello
globale.
La questione della crisi idrica non ha bisogno solo di analisi tecniche e
soluzioni di ingegneri, scienziati e agronomi. La siccità non è un incidente di
percorso, ma una crisi di civiltà, e la lotta per contestare l’uso mistificato
della natura e per mettere al centro i rapporti di potere che determinano lo
squilibrio è una lotta sociale, non solo ecologista. Dobbiamo osservare la crisi
idrica attraverso un prisma, leggerla non come un evento naturale a sé stante,
ma come qualcosa che ci interroga e ci chiama in causa, rispetto a un meridione
costantemente rapinato con la collusione (e non solo l’inerzia) dei suoi stessi
rappresentanti politici. Continueranno a piovere annunci trionfali e progetti
miracolosi, com’è successo a Leuca, punta estrema del Salento, al termine ultimo
dell’Acquedotto Pugliese, dove il grande sifone leccese finisce nel mare del
finibus terrae. Dove acqua con altra acqua si confonde. (chiara romano)
(disegno di ottoeffe)
Il primo luglio il Senato ha approvato il Piano casa, che diventa
definitivamente legge. Un Piano che non è solo un pacchetto di misure per
l’edilizia popolare e sociale, ma che fa parte di una serie di riforme e
provvedimenti che aprono sempre di più la strada ai processi di
finanziarizzazione dell’abitare in corso da decenni. Questa finanziarizzazione,
difatti, considera il patrimonio residenziale – comprese le case pubbliche e
sociali destinate alle persone economicamente più svantaggiate – come un veicolo
di investimento, piuttosto che come un bene destinato a soddisfare un bisogno
sociale fondamentale. Capire questo passaggio è l’unico modo per valutare gli
effetti di questa legge.
Prima di entrare nel merito, è importante riflettere sulla fase di
trasformazione globale del sistema abitativo. In molti paesi a capitalismo
avanzato, grandi società private acquistano interi portafogli di edilizia, sia
sociale che privata, trasformando il canone mensile in un flusso di cassa
continuo e prevedibile per gli investitori. Aalbers, in un articolo pubblicato
recentemente, sostiene che una serie di meccanismi finanziari già consolidati –
come costruzione di case per affitto o rivendita, cartolarizzazioni,
diversificazione dei portafogli, hedge fund, REIT, e così via – si spingono ora
verso una direzione nuova, ovvero verso segmenti abitativi prima considerati
marginali, rischiosi o addirittura “non investibili”. Stiamo parlando degli
alloggi per studenti, delle case in affitto, delle residenze per anziani,
dell’edilizia sociale e sovvenzionata, e persino, negli Stati Uniti, degli
insediamenti informali e dei parchi di case mobili. La frontiera della finanza,
insomma, si allarga fino al punto in cui quasi qualsiasi unità abitativa, in
qualsiasi luogo, diventa un potenziale prodotto d’investimento.
Secondo il geografo, un altro tratto distintivo di questa nuova fase della
finanziarizzazione è che il rendimento non viene più solo dall’affitto, ma
dall’integrazione di alloggio e servizi (modelli in stile alberghiero,
abbonamenti, spese accessorie, servizi “all inclusive”); si assiste sempre più
alla trasformazione dell’abitare in una fornitura continua di servizi. In questo
scenario, i governi centrali e locali hanno un ruolo decisivo. La
finanziarizzazione è co-prodotta dall’azione pubblica: lo Stato agisce da
creatore di mercato, ovvero da soggetto che riduce il rischio per gli
investitori, e in alcuni casi persino da investitore diretto tramite fondi
pensione pubblici e tramite la creazione di società di gestione del risparmio a
partecipazione pubblica, come Cassa Depositi e Prestiti e Invimit.
A finanziare queste operazioni sono soprattutto gli investitori istituzionali –
fondi pensione, assicurazioni, banche – che in questa fase diventano i veri
protagonisti; ed è qui che entra in gioco il risparmio previdenziale. È
importante sottolineare che a questo Piano si connette un provvedimento
apparentemente sconnesso. Sempre a partire dal primo luglio, sono infatti
cambiate le regole del silenzio-assenso sul TFR (trattamento di fine rapporto)
per i neoassunti nel settore privato. La legge di Bilancio 2026 prevede che il
lavoratore abbia sessanta giorni di tempo per opporsi, non più sei mesi come era
previsto in precedenza. In mancanza di un rifiuto esplicito, il TFR viene
versato in automatico alla previdenza complementare. Chi decide di lasciare il
TFR in azienda può poi ripensarci, ma chi lo destina ad un fondo pensione
complementare – per scelta o per silenzio-assenso, quest’ultimo spesso frutto di
un’asimmetria informativa – non può più tornare indietro. Lo spiega bene
Alessandro Volpi, secondo cui l’entrata in vigore del silenzio-assenso,
accompagnato da incentivi fiscali che lo renderanno apparentemente conveniente e
affiancato dalla futura portabilità verso fondi aperti più rischiosi, porterà a
un importante spostamento del risparmio italiano verso fondi finanziari – per lo
più statunitensi – riducendo di fatto la disponibilità dell’Inps. È così che
questa ulteriore trasformazione del sistema previdenziale diventa il carburante
della finanziarizzazione dell’abitare.
In questa saldatura le due riforme, la privatizzazione del sistema previdenziale
e il Piano casa, rivelano la loro comune direzione: accrescere la massa di
risparmio gestita da società dentro fondi creati ad hoc, per trasformare le
città e le case in strumenti finanziari. E lo fanno da due lati opposti: da un
lato, il silenzio-assenso incanala in automatico il risparmio dei lavoratori e
delle lavoratrici nella previdenza complementare privata, sottraendolo all’INPS
e trasformandolo in capitale che, per definizione, deve essere investito sui
mercati e produrre rendimento; dall’altro, una norma del 2025 (D.L. 25/2025)
obbliga proprio gli enti pubblici (INPS e INAIL) a destinare fino al quaranta
per cento dei fondi disponibili ai veicoli immobiliari gestiti da INVIMIT, gli
stessi che il Piano casa introduce. Il risparmio previdenziale, pubblico e
privato, viene così spinto per intero nella logica dei fondi.
Vediamo come tutto questo si traduce nel Piano casa. La legge, così come è stata
costruita, si articola lungo tre binari convergenti. In primis, la
finanziarizzazione e l’apertura al capitale privato che, attraverso il cavallo
di Troia dello scopo sociale e dell’utilità pubblica, entra nel sistema e
alimenta operazioni speculative di mix funzionale: interventi immobiliari che
permetteranno alti rendimenti proprio perché al loro interno convivono funzioni
di mercato e non residenziali. In secondo luogo, la compressione e
semplificazione delle regole urbanistiche per accelerare i progetti: una serie
di procedure e regole renderanno ancora più facili i cambi d’uso e più rapide le
autorizzazioni; poteri commissariali permetteranno di andare in deroga alle
leggi urbanistiche e si accentreranno in capo a poche figure le decisioni sui
progetti di rigenerazione urbana. Infine, l’alienazione e la privatizzazione del
patrimonio pubblico, attraverso la vendita e il riscatto degli alloggi ERP, ma
anche l’edilizia integrata, che non è solo affittata a prezzi calmierati, ma
altresì venduta a un prezzo scontato di almeno il trentatré per cento rispetto
al mercato.
VEICOLI FINANZIARI
Per l’edilizia pubblica e sociale (ERP e ERS) – di cui già si è discusso
nell’articolo pubblicato a giugno da Monitor – il Piano casa attiva il Fondo
Housing Coesione, istituito e gestito da INVIMIT SGR S.p.A. Questa società di
gestione del risparmio, completamente partecipata dal ministero dell’economia e
delle finanze, non possiede né acquista direttamente edifici, ma crea un fondo,
cioè un contenitore entro cui entrano immobili pubblici che possono essere
valorizzati, ristrutturati e affittati o venduti. Il Fondo Housing Coesione è un
cosiddetto “fondo di fondi”. Nella scatola più grande c’è il fondo gestito da
INVIMIT, in cui confluisce denaro pubblico, ovvero i cento milioni del Fondo per
lo sviluppo e la coesione, insieme ad altre risorse nazionali ed europee e alle
quote di regioni e ministeri. Questo veicolo finanziario ha il compito di
smistare i capitali. Al suo interno ci sono altri fondi gestiti non da INVIMIT,
ma da società di gestione private scelte sul mercato. Sono queste ultime che
acquistano immobili, li ristrutturano e li affittano.
Su questo impianto il decreto interviene con un ritocco che è solo
apparentemente tecnico. Fino a ieri i fondi INVIMIT potevano affiancarsi
soltanto a società interamente pubbliche; ora è sufficiente una partecipazione
di maggioranza del pubblico, aprendo la quota restante a un socio privato.
Pertanto, anche se il fondo di investimento deve orientarsi all’edilizia
pubblica e sociale, non può per definizione privilegiare la funzione sociale
rispetto al rendimento, perché ha obblighi fiduciari verso i propri investitori,
cioè coloro che mettono il capitale. Resta quindi una tensione strutturale tra
rendimento e bisogno abitativo che il vincolo può attenuare, non annullare. Ma
quando lo Stato incanala la politica abitativa in un veicolo finanziario di
questo tipo, si può parlare a tutti gli effetti di piena finanziarizzazione
abitativa.
IL CAVALLO DI TROIA DELLO SCOPO SOCIALE
Un pilastro che merita attenzione e approfondimento è quello dedicato
all’edilizia integrata. Come mostrato, le trasformazioni urbane e abitative a
cui stiamo assistendo non sono l’esito spontaneo del mercato, ma sono favorite
dallo Stato che crea le condizioni normative, finanziarie e procedurali affinché
operatori privati, fondi e investitori istituzionali possano intervenire nei
processi di rigenerazione urbana, riducendone i rischi spesso in nome
dell’accessibilità economica. Non parliamo di investimenti pubblici
tradizionali, ma di un modello fondato sul partenariato pubblico-privato. Un
concetto che viene espresso chiaramente nell’articolo 9, dove si afferma che i
programmi di edilizia integrata vengono realizzati “con l’attrazione prevalente
di investimenti privati”. Questa formulazione non è neutra perché esplicita che
il sistema si regge sul capitale privato, e che le risorse pubbliche sono
residuali.
Dietro questa narrazione, le abitazioni destinate alla fascia grigia della
popolazione – cioè chi non ha i requisiti per l’edilizia residenziale pubblica
ma non riesce nemmeno a sostenere le spese nel mercato privato – vengono
sottoposte alle stesse logiche di rendimento di qualsiasi altro asset
finanziario. Di fatto, il meccanismo funziona così: il privato investe, ottiene
semplificazioni e vantaggi urbanistici, realizza alloggi a canone calmierato o
con finalità sociale per un periodo definito e può destinare il trenta per cento
dell’operazione all’edilizia libera di mercato. Il settanta per cento
dell’investimento va all’edilizia convenzionata, che a sua volta deve praticare
un prezzo o canone scontato di almeno il trentatre per cento rispetto ai valori
di mercato, rilevati dall’Osservatorio dell’Agenzia delle Entrate.
Si tratta comunque di prezzi calcolati a partire dai valori di mercato, che
nelle grandi città sono già molto elevati. Nella zona Ostiense di Roma, per
esempio, il canone di mercato è pari a 16 €/m² al mese, mentre la riduzione del
33% prevista dalla normativa porta il canone a circa 10,70 €/m² al mese, pari a
circa 860 euro mensili per un appartamento di 80 m². Anche in questo caso, pur
essendo inferiore al prezzo di mercato, il canone resta elevato per molte
famiglie appartenenti alla cosiddetta “fascia grigia”.
Gli interventi di edilizia convenzionata possono essere destinati a canone o
prezzo calmierati sia alla locazione che alla vendita, senza alcuna specifica
quantitativa sul numero di alloggi che saranno affittati o venduti. La legge
individua una platea molto ampia. Gli interventi sono destinati ad abitazione
principale, ma anche a residenze per studenti universitari e lavoratori fuori
sede, giovani coppie, genitori separati, e persino nuove formule abitative come
la coabitazione solidale per gli anziani (senior cohousing) e quella di
co-housing intergenerazionale, sempre entro i limiti di reddito e patrimonio
fissati dalla legge. Durante l’esame alla Camera si è poi chiarito che, tra i
lavoratori fuori sede, rientrano anche quelli pubblici come il personale
scolastico e sanitario, forze di polizia, vigili del fuoco, forze armate.
Un punto importante è che, decorso il periodo di convenzionamento (trent’anni),
cessano gli obblighi previsti dalla convenzione e l’intervento può essere
ricondotto integralmente alle ordinarie dinamiche di mercato, salvo diverse
previsioni convenzionali.
C’è un altro aspetto di novità rispetto al decreto precedente. Infatti, le
modifiche introdotte prevedono che l’operatore può riservare una quota della
superficie a funzioni non residenziali: negozi, startup, uffici, coworking e
altri servizi. Queste superfici restano escluse dal calcolo del settanta per
cento della superficie residenziale da destinare all’edilizia convenzionata,
aumentando la quota destinata al libero mercato.
QUANDO IL MODELLO DIVENTA CITTÀ
Se il nuovo modello di edilizia integrata verrà applicato su larga scala, è
prevedibile che si favoriranno interventi di rigenerazione urbana fondati sul
cosiddetto mix funzionale, un modello che già caratterizza molte delle
principali operazioni immobiliari nelle grandi città italiane. Lo schema che
emerge è quindi ricorrente, ed è quello che già abbiamo visto col PNRR per gli
studentati privati. Anche qui, l’interesse pubblico dell’housing sociale diventa
il presupposto che consente di attivare grandi operazioni di trasformazione
urbana nelle quali coesistono edilizia convenzionata, residenza libera,
commercio, uffici, strutture ricettive e altri servizi.
Roma rappresenta un caso emblematico. Nell’area degli ex Mercati Generali,
estesa su circa nove ettari, la creazione di uno studentato privato e altre
funzioni non residenziali è oggi promossa attraverso una convenzione di
sessant’anni tra Comune di Roma, il gruppo texano Hines e il gruppo Toti/Lamaro;
l’operazione potrebbe generare trentadue milioni di euro di ricavi, mentre il
comune di Roma prenderà un canone di affitto di 165 mila euro, lo 0,5% dei
ricavi stimati.
L’ex deposito AMA della Montagnola, un’area di oltre due ettari, appartiene al
Fondo Ambiente gestito da DeA Capital Real Estate SGR ed è interessato da un
investimento di circa cento milioni di euro che prevede residenze e funzioni non
residenziali.
Analogamente, l’ex Caserma Guido Reni, oltre cinque ettari nel quartiere
Flaminio, sta per diventare un grande distretto multifunzionale. Qui CDP Real
Asset ha scelto come partner COIMA, che sviluppa l’intervento di circa
quattrocento milioni di euro, insieme alla società emiratina Eagle Hills e
attraverso il proprio fondo ESG City Impact. Il progetto prevede residenza
libera, housing sociale, spazi commerciali, un albergo di lusso e servizi.
Dietro l’etichetta del mix funzionale si celano spesso operazioni speculative di
natura prevalentemente commerciale e ricettiva, che non rispondono ai bisogni
degli abitanti. Qui si chiude e si salda il cerchio che tiene unite le due
riforme di cui si parlava poco prima. Infatti, il fondo di COIMA raccoglie il
risparmio di casse di previdenza e fondi pensione italiani (Cassa Forense,
ENPAM, Inarcassa, la Cassa dei Commercialisti, il Fondo Pensione del Monte dei
Paschi), insieme a banche e capitali sovrani del Golfo. Sono, cioè, gli stessi
soggetti che raccolgono e reinvestono il risparmio dei lavoratori e delle
lavoratrici. Anche il caso degli ex Mercati Generali illustra come il risparmio
previdenziale globale arrivi fin dentro un singolo intervento romano, poiché tra
i principali investitori di uno dei fondi europei di Hines figura Menora
Mivtachim, il maggiore fondo pensione israeliano.
SEMPLIFICAZIONI URBANISTICHE E FIGURE COMMISSARIALI
Attraverso il richiamo all’housing sociale, gli investitori accedono a procedure
semplificate, premialità urbanistiche e strumenti agevolativi, mantenendo al
tempo stesso una quota significativa dell’intervento destinata a funzioni
pienamente remunerative. Un esempio si ritrova nelle norme sul cambio di
destinazione d’uso: il decreto rende facile e veloce trasformare un edificio
nato per altri scopi – come un’ex caserma, un ex ufficio, una struttura dismessa
– in alloggi residenziali, che possono avere anche funzioni non residenziali.
Anche le figure commissariali giocano un ruolo decisivo, accentrando in capo a
un organo monocratico poteri valutativi e decisionali che l’ordinamento
affiderebbe a più amministrazioni. Il Piano casa prevede due distinte figure
commissariali. Per i grandi programmi di edilizia integrata di interesse
strategico è previsto un commissario di governo con poteri urbanistici molto
estesi, capace di provvedere in deroga agli strumenti urbanistici generali ed
esecutivi e persino “in assenza di pianificazione urbanistica”, fino al rilascio
di un’autorizzazione unica con effetto di variante. C’è poi il Commissario
incaricato del recupero del patrimonio pubblico, ruolo affidato all’architetto
Felice Squitieri, vicino alla Lega. Questa figura opera per ordinanza in deroga
a ogni disposizione di legge diversa da quella penale (fatti salvi l’antimafia,
i beni culturali e paesaggistici e i vincoli europei), con il compito di
sbloccare circa sessantamila alloggi popolari e la gestione dei 970 milioni del
programma attraverso Invitalia.
Sul piano procedurale, la legge raccoglie le disposizioni applicabili ai
programmi infrastrutturali di edilizia integrata, valorizzando meccanismi di
semplificazione. Se per autorizzare un progetto serve il consenso di diversi
uffici (Comune, Soprintendenza, ente ambientale, ASL), attraverso questa
procedura semplificata si convocano tutte insieme le diverse amministrazioni,
dando un tempo limite (trenta giorni, che salgono a quaranta quando sono in
gioco tutela ambientale, paesaggistica o dei beni culturali). Vale il
silenzio-assenso, quindi, se un ufficio non risponde entro la scadenza, il
silenzio vale come un’autorizzazione a procedere.
A questo si aggiunge il meccanismo della dichiarazione di pubblica utilità. Per
gli interventi di edilizia residenziale pubblica o sociale, si stabilisce che
l’approvazione di quelli inseriti in “programmi di contrasto del degrado
urbanistico, edilizio, ambientale e sociale o di rigenerazione urbana, comunque
denominati, comporta la dichiarazione di pubblica utilità ai sensi di legge“.
Questa formula copre un ventaglio molto largo di operazioni, tanto più che nei
grandi programmi di investimento strategico la pubblica utilità scaturisce in
via automatica anche dall’autorizzazione unica del commissario di governo.
Messe insieme, queste norme svuotano dall’interno la funzione di programmazione
urbanistica, che viene di fatto calata dall’alto.
IL PARADOSSO DELL’ALIENAZIONE
Un ultimo aspetto che merita attenzione è il paradosso dell’alienazione.
Infatti, il Piano casa si propone di aumentare l’offerta di alloggi a prezzi
accessibili o ristrutturare le sessantamila case ERP in stato di non
manutenzione, ma l’articolo cinque prevede esattamente il contrario, stabilendo
le procedure con cui i comuni, gli enti e le aziende territoriali possono
alienare gli immobili del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale
in ragione “del loro valore di mercato”. A differenza del vecchio testo, in cui
si diceva che i proventi della vendita dovevano colmare eventuali debiti degli
enti gestori, ora si autorizza la vendita del patrimonio ERP, ma si decide dove
vanno i soldi dopo, con un atto che non passa dal Parlamento. Anche la logica
del rent to buy, ovvero il diritto di riscatto dell’inquilino, di fatto
privatizza il patrimonio pubblico e non permette che resti nel circuito sociale
e pubblico.
Sarebbero ancora tanti altri i punti da vagliare in un attento esame critico, ma
la direzione è ormai chiara: il Piano casa non aumenta l’offerta di edilizia
residenziale pubblica, né rende la casa più accessibile economicamente, creando
piuttosto corsie preferenziali per altri possibili investimenti nel settore
immobiliare. Infine, per quanto la legge dichiari di non voler consumare altro
suolo, vale la pena riflettere su quanto sia importante, in un’epoca di
cambiamento climatico e di continue ondate di calore, che certe aree vengano
restituite alla natura o vengano riconvertite a parco pubblico anziché essere
cementificate in mega progetti che di pubblica utilità hanno ben poco. (chiara
davoli)
(disegno di roberto-c.)
Esiste un tempo immoto, fermo come uno stagno; un tempo che non passa, che nella
sua immobilità trascende tutto – i cambiamenti, la storia, le grandi vicende
della geopolitica. Somiglia a certi angoli delle nostre soffitte in cui abbiamo
ammucchiato roba che non viene toccata per decenni e si mantiene così, al buio,
sepolta da strati e strati di polvere.
Le vicende della lotta armata in Italia hanno assunto questa dimensione
a-storica; non le si considera come interne a una fase determinata della vicenda
italiana; rappresentano, piuttosto, una specie di enclave metafisica, una sorta
di allestimento o rappresentazione che congela quei giorni in un eterno
presente; e in questa sua fissità diventa dispositivo operativo, pronto da
attivare quando c’è da praticare esorcismi o operazioni ideologiche sulla
memoria collettiva. Quand’è che si tirano in ballo “quegli anni”? Di solito dopo
i modesti tafferugli nei cortei dei tempi nostri; dopo le inchieste più
disparate o strambe contro micro-gruppi; persino quando sui muri delle nostre
città compare qualche scritta politicamente un po’ forte. O quando c’è da
pescare qualche vicenda “esemplare” dal passato, da assurgere a nuovo perenne
monito circa l’infallibilità dello Stato e il triste destino degli sconfitti.
Insomma, una memoria-deposito sempre disponibile per le azioni di quella
“polizia della storia” tante volte evocata da Paolo Persichetti.
Il 18 giugno scorso un pubblico ministero di Alessandria ha chiesto l’ergastolo
per Renato Curcio e Mario Moretti, nell’ambito della riapertura del processo per
i fatti di Cascina Spiotta – 5 giugno 1975. Parliamo del rapimento
dell’industriale Gancia e della morte, nel corso dell’irruzione dei carabinieri,
dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della brigatista Mara Cagol. La richiesta
dell’ergastolo è una notizia surreale, che rimette sulle prime pagine dei
giornali una serie di fatti accaduti in un’epoca arcaica – dai cui tempi è
praticamente cambiata la storia e la geografia politica del mondo. Lo stesso pm
Emilio Gatti che ha promosso la richiesta – probabilmente con qualche imbarazzo
–, ha ricordato alla Corte che esistono misure alternative alla galera, per
un editore di 84 anni che ha già finito di scontare la sua galera negli anni
Novanta, e per un ex dirigente delle Br che, arrestato nel 1981, risulta ancora
oggi incredibilmente detenuto – sia pure in semilibertà – e il cui nome sarà
entrato di sicuro nel Guinnes dei primati delle pene detentive europee.
Probabilmente da parte dell’accusa non c’è la volontà reale di vedere Curcio e
Moretti di nuovo in ceppi; c’è solo la necessità, ogni tanto, di rinverdire
quella damnatio memoriae che è stata l’ideologia condivisa della fase terminale
della prima repubblica. Sappiamo tutto di voi. Siete ancora tutti in ostaggio.
Ci basta aprire qualche dossier impolverato o sequestrare qualche pc e una
specie di Stargate maligno vi riprecipiterà nello stagno fermo della memoria
imprigionata. Un Lete al contrario, in cui chi si immerge non dimenticherà mai
più nulla.
La pazzia repressiva attraversa e oltrepassa gli anni, i decenni, se ne
infischia della reale portata dei fatti, degli scenari “delittuosi”, mette tutto
nello stesso mucchio, come fa il vento con le foglie. Nadia Desdemona Lioce,
esponente della cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse, è detenuta in
regime di 41 bis praticamente dal momento del suo arresto nel 2003. Il suo 41
bis è una specie di condizione esistenziale: se ventitré anni dopo lo
scioglimento della sua organizzazione è ancora ritenuta pericolosamente in grado
di tessere rapporti criminali (con chi?), vuol dire che quell’afflizione è
destinata a durare in eterno. Una pena metafisica, appunto, sganciata dalla
storia, dal trascorrere del tempo, dal mutamento delle condizioni, persino dal
diritto o dalle regole dell’ordinamento penitenziario. Un 41 bis dell’anima.
Nel 1987 Curcio e gli altri sostenitori della “soluzione politica” scrissero, a
sostegno del loro posizionamento, che i prigionieri politici delle Br in quella
fase coincidevano con la militanza complessiva delle Br. Probabilmente il gruppo
della Lioce nacque anche in polemica e rottura con quella dichiarazione. Cambia
poco: sempre a ostinati ergastoli finisce.
Intanto a Torino è cominciato il secondo grado del processo contro Askatasuna in
cui l’accusa ripropone, caparbia, il teorema dell’associazione a delinquere che
era stato respinto al termine del primo grado di giudizio. Si era partiti nel
2021 con l’ipotesi di associazione sovversiva, derubricata poi a “semplice”
associazione a delinquere; adesso si ricomincia, con lo scopo di rovesciare
quanti più anni di galera possibili addosso a Giorgio Rossetto e agli altri
militanti già massacrati, negli anni, da processi e provvedimenti restrittivi di
ogni tipo. Secondo l’accusa Aska – con i suoi addentellati sociali – non sarebbe
un collettivo politico rappresentativo di un pezzo della metropoli (come pure i
numeri dei cortei lascerebbero credere) bensì un agglomerato criminale che tiene
in ostaggio la città di Torino. Così la logica emergenziale attraversa con
metodica continuità le epoche e le generazioni, senza razionalità, senza
criterio, come un riflesso condizionato. Un filo di bava nera parte dagli anni
Settanta, passa attraverso celle e obitori dei decenni trascorsi e giunge fino a
noi, alle piazze Free Palestine, alla gioventù colorata e indignata che ha
ripreso a scendere in strada.
Non so quanti di quei ragazzi abbiano sentito parlare di Renato Curcio o abbiano
letto le recenti notizie giudiziarie che lo riguardano; hanno i loro problemi,
le loro impellenze, la triste durezza delle battaglie politiche che anche loro,
come le generazioni precedenti, si apprestano ad affrontare. Anche loro dovranno
imparare a schivare inchieste e manette; anche loro dovranno imparare a
misurarsi col paese reale – livido, impoverito e gonfio d’odio xenofobo. Anche
loro, prima o dopo, dovranno fare i conti con la memoria radioattiva di questa
nazione, con i sepolti vivi nella tomba del 41 bis, con i morti senza pace e
senza giustizia – come Margherita Cagol –, con il processo infinito a quella
lunga multiforme associazione a delinquere che da ottant’anni raggruppa la
povera gente sotto le bandiere della giustizia sociale. L’eredità che la
Repubblica lascia a questa gioventù – la Repubblica dei fantasmi e degli
ergastoli – è davvero un lascito miserabile. (giovanni iozzoli)
(disegno di cyop&kaf)
Continuavamo a guardare il mare, come se dovesse succedere qualcosa da un
momento all’altro. Era così ogni volta, prima di ripartire. Ma l’unica cosa che
succedeva era che il pomeriggio cedesse il passo all’imbrunire, un faro neon si
accendeva in lontananza e la luce biancastra si frantumava sulla superficie
dell’acqua. La cosa difficile era lasciarselo alle spalle, il mare. Pensare a
quello che restava, a quelli che restavano. Il peggio non era che le cose
continuavano mentre eravamo altrove, era che cambiavano. Quando tornavamo, i
luoghi avevano cambiato connotati, un frammento dopo l’altro, metamorfosi
impercettibili. Gli ulivi seccati, tagliati, bruciati. Le campagne incolte,
deserte, stravolte. Coste, lungomare e centri storici imbellettati, confezionati
e venduti al turismo. Tornavo e non li riconoscevo. Montava una rabbia ingenua
perché nessuno mi aveva avvisato, passato parola, eppure ero cresciuta lì.
“Fra le varie epoche vi è una zona di crepuscolo nella quale ci si smarrisce
facilmente e ci si perde in modo misterioso. […] Il mondo fa quello che gli
riesce più facile: tace. La luce è mutata. Tutti gli oggetti, persino gli
alberi, sono aguzzi, stridenti, taglienti”. L’avevo sottolineato in un libro di
Christa Wolf, Nessun luogo, da nessuna parte. Perdevo qualcosa un poco per
volta. Dove andare adesso, senza una geografia interiore, se le cose che prima
erano al centro non sono più lì ma spostate?
Sono almeno dieci anni che mi sento fuori posto, che ingoio questo spaesamento.
Dopo un po’ non sanguini più. Partire, tornare, andarsene, scivolare come un
raggio fino al calare della luce. Le cose ammucchiate dentro, il portabagagli
carico di scatoloni ma l’auto costretta a girare a vuoto, senza un posto in cui
traslocare. Nessun luogo, da nessuna parte.
Nel dialetto di Pergola, un paese nell’entroterra marchigiano tra Pesaro e
Urbino, per dire “in nessun luogo” si dice “invelle”. L’ho scoperto da un film
d’animazione che porta questo nome, Invelle, realizzato da Simone Massi e uscito
nell’estate del 2024. Invece in un film del 2025, Le città di pianura di
Francesco Sossai, ambientato tra Venezia e la provincia di Treviso, un
personaggio riflette a voce alta: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla
di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un
posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”.
Questi film si intrecciano, parlando del rapporto con il passato e con il
paesaggio, della memoria dei luoghi, tra rurale e urbano, tra periferia e città,
tra vuoto e pieno.
INVELLE
Simone Massi, illustratore artigiano, intreccia tre generazioni: Zelinda è una
bambina alla fine del primo conflitto mondiale, poi madre di Assunta con
l’armistizio del ’43, e nonna di Icaro mentre in tv passa la notizia del
sequestro di Moro. Con le loro storie graffiate tra nero e bianco e i dialoghi
in dialetto marchigiano, Invelle racconta la guerra che si abbatte sulla
campagna povera come un colpo di zappa su un formicaio, la fame, il lavoro
infantile, l’emigrazione, i partigiani e i nazifascisti. Sono scene di vita
quotidiana: una nenia per addormentare un figlio, il raccoglimento intorno a un
lutto, la festa del paese e un cantastorie in piazza, gli attrezzi e gli animali
per il lavoro nei campi, prendere l’acqua alla fontana. Ma interrogano
continuamente su cosa è stato, cosa è rimasto di cosa è stato, qual è il posto
per quelle storie.
Il racconto porta fino all’esodo verso le fabbriche e l’abbandono delle
campagne, la periferia fatta di cantieri e case popolari appena costruite: “Vedi
che sono andati via tutti, mi spieghi perché ti ostini a rimanere qui?”; “con la
mucca? la mucca si può anche vendere, nella casa nuova la stalla non c’è”; “il
bagno, che ti credi, in città c’è tutte le comodità”; “e questo cos’è? un
termosifone, ce n’è uno per stanza, ti scalda tutta casa”. La migrazione ai
bordi della città di migliaia di persone che per adeguarsi alla modernità sono
state indotte a rinnegare la propria cultura, la rinuncia al poco per avere
ancora meno. Il padre di Icaro lo rimprovera: “Cos’è questa storia che a scuola
parli in dialetto? Me l’ha raccontato la maestra, non son mica contento. L’hai
visto che vita fa tuo padre, l’altro giorno a momenti m’attacco col padrone”.
Perché Icaro, come tutti i figli di contadini e subalterni, deve fare quello che
sua madre, sua nonna e chi è venuto ancora prima non hanno potuto fare. Se gli
altri bambini in tono di scherno lo chiamano contadino, allora come non
sentire vergogna per quelle origini tanto da volersene disfare?
I figli come Icaro saranno uomini che si lasciano definire solo per negazione:
non sono più e non sono ancora, contadini de-contadinizzati, sradicati in fuga
da se stessi ma verso “nessun luogo”. Come può dopotutto avere un posto da
occupare quella classe contadina che ha servito i padroni della terra, è stata
carne da macello in due guerre mondiali e poi nelle fabbriche, ma dimenticata e
stigmatizzata da un sistema che ora ne canta i bei tempi andati. La distruzione
delle basi economiche della civiltà agropastorale ha comportato la disgregazione
dei gruppi sociali tradizionali, ha guastato la terra e guastato le relazioni
tra le comunità e la terra. “What are the roots that clutch, what branches grow
/ Out of this stony rubbish?” interroga T. S. Eliot in The waste land (che
forzando, forse, la traduzione, è la terra guasta, appunto).
Quali radici si afferrano, quali rami crescono
da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
tu non puoi dirlo, né indovinarlo – tu conosci soltanto
un mucchio di frante immagini, là dove batte il sole,
e l’albero morto non dà riparo, né il grillo dà conforto,
e l’arida pietra non dà suono d’acqua.
LE CITTÀ DI PIANURA
Non c’è nessun luogo che conosca che sia fervido in me come quelli in cui sono
cresciuta: i colori, l’aria, le forme. Ogni cosa ha una sostanza primordiale,
suprema, tanto che non si può immaginare che ci sia altro dopo. Eppure, non c’è
nessun luogo in cui mi senta più forestiera di quelli in cui sono cresciuta,
quasi una comparsa per strade e paesi che pure conosco a memoria. Per anni mi
sono ostinata, ogni volta che tornavo, a percorrere una per una tutte quelle
strade di campagna, a tratti sterrate, a tratti soffocate da rovi e sterpaglia,
che, come un apparato radicale in superficie, si dipanano tra un paese e
l’altro, ma nessuno le usa più (se non chi ha un terreno in zona e non ha ceduto
all’abbandono) preferendo la statale dritta e scorrevole. Volevo orientarmi in
quel sistema di stradine e pezzo dopo pezzo comporre una mappa scarabocchiata su
post-it giustapposti, come se districando gli incroci, localizzando le edicole
votive, i crocicchi, sarei poi stata capace di riconoscere una mappa interiore,
di campare anche lontano da lì. Quando ho letto La casa in collina di Pavese, ho
trovato parole: “Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il
mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me
non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”.
In fondo, questo racconta Le città di pianura: la periferia, le zone
industriali, i vuoti, lo spaesamento che provoca viverci. I protagonisti,
Carlobianchi e Doriano, amici storici di mezza età, si muovono per i paesi tra
le Dolomiti bellunesi e la laguna di Venezia come accampati, inseguendo
un’ultima bevuta e in attesa di un amico che sta per fare ritorno al paese dopo
anni altrove. Sono individui incapaci di trovare uno spazio e una misura, figli
delusi della loro epoca in cui ogni “noi” si disgrega, mentre l’“io” resta in
balia della propria quotidiana percezione dell’ingiustizia, consegnato inerme ai
propri dubbi, alla disperazione. Incrociano Giulio, uno studente di
architettura, che si ritrova in macchina con loro e i tre sembrano assecondare
il corso delle cose di straforo, di sbieco, non la linea retta e l’impatto
frontale della controllata vita di città. Torno ancora a La casa in collina: “Ci
si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore.
Domani, chi sa”.
Le città di pianura, girato in pellicola, è un film sul paesaggio: quello del
Veneto, sì, ma più alla larga quello della provincia italiana che ha
attraversato il boom economico e si ritrova casolari, viadotti incompiuti,
cemento armato. Per tutto il film sento familiarità con le inquadrature: la
statale, le rotonde, i capannoni, i campi che si alternano a qualche rustico
abbandonato col cancello corroso, gli sterrati, i tralicci, le villette
bifamiliari con i serramenti nuovi e le ringhiere lucide, i casali con i tetti
sfondati, i cartelli “vendesi” scoloriti e penzolanti. Quando, verso la fine del
film, al tavolo di un bar Giulio abbozza sui tovagliolini satinati una mappa
delle zone che hanno attraversato, ho ripensato a quel mosaico di post-it per
mappare le mie strade di campagna.
Così diversa da quella fatta di vita e di fatica di Invelle, ora la campagna mi
sembra uno sfondo, una scenografia per le seconde case dei villeggianti
cittadini. Una zona franca che costeggia le autostrade che prendono il venerdì
quando vanno a passare il fine settimana fuori città e poi riprendono la
domenica sera per fare ritorno a casa. La campagna oggi è una terra straniera:
non sappiamo riconoscere le colture e le pratiche tramandate per secoli, i tempi
per seminare e raccogliere, il legame tra dare e ricevere. Tra un bicchiere e
l’altro, i protagonisti di Le città di pianura si fingono geometri per un conte
che cerca di salvare la sua villa cinquecentesca dalla costruzione di
un’autostrada che distruggerebbe la sua proprietà. “Un’infrastruttura essenziale
per lo sviluppo del territorio, così mi hanno detto; ma perché la gente non usa
più la parola terra?”, si indigna il conte. Poi scandisce: “Territorio, che
schifo”.
In un libro di Georges Perec ho sottolineato, a tratto doppio e triplo: “Viviamo
nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi
corridoi, in questi giardini. Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere
effettivamente evidente. Ma non è evidente, non è scontato. […] Il problema non
è tanto sapere come ci siamo arrivati, quanto semplicemente riconoscere che ci
siamo arrivati, che ci siamo […]. Insomma, gli spazi si sono moltiplicati,
spezzettati, diversificati. Ce ne sono di ogni misura e di ogni specie, per ogni
uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il
più possibile di non farsi troppo male”.
DALLE MACERIE
Di Pergola, paese d’origine di Massi e delle storie di Invelle, Wikipedia dice
tra le prime righe che “la cittadina è stata inserita tra i borghi più belli
d’Italia dall’associazione omonima”. Una trovata per trarre profitto dai luoghi
con la retorica delle aree interne da rigenerare: “borghi” da ripopolare
rendendoli attrattivi ai turisti, ai creativi, ai professionisti che possono
trasferirsi dalla città e lavorare da remoto, finalmente in un posto dove l’aria
è buona. Una trasformazione a cui si prodigano community manager, paesologi,
innovatori sociali, ricercatori territorialisti, che impatta sul paesaggio,
convertendo locali legati ai servizi di prossimità in spazi residenziali per il
turismo breve o lungo. Artigiani e piccoli commercianti vengono sostituiti da
spazi funzionali al consumo veloce: souvenir, ristorazione standardizzata,
intrattenimento. Mentre resta fuori la gente che in quel posto ancora ci prova a
vivere, gente con i suoi bisogni reali, poco spendibili dentro il racconto della
rigenerazione.
In un paese vicino al mio, far parte dei “borghi più belli d’Italia” è stata la
legittimazione a un’ordinanza con cui si vietano iniziative politiche,
manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la stagione estiva. La
sindaca ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non creare
disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di preservare la
reputazione della cittadina.
Il mio paese conta meno di duemila abitanti, hanno chiuso uno dopo l’altro il
forno, la macelleria, l’alimentari e la scuola. Eppure possiamo vantare una
bottega di “vintage furniture and art showroom” dove arnesi e arredi contadini
trovano nuovi (ricchi) proprietari, e una boutique di tessili antichi e pregiati
abiti artigianali tessuti al telaio (per chi ci vuole credere).
Se già lo spaesamento viene dagli spazi vitali stravolti e dallo smarrimento del
senso legato ai luoghi, mi disorienta il culto di un mondo che non c’è più e
temo la trasformazione della tradizione in identità. Non ho mai ceduto a
mitizzare la civiltà contadina, che felice lo è solo nelle pagine scritte dagli
altri, dai colti. I racconti che mi hanno cresciuta da sempre parlano di fame,
miseria, fatica, stenti. “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non
sono il turista che ama trascorrere il weekend in campagna. Non ho mai detto a
un montanaro ‘beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle
nostre cose perdute’”, scrive Nuto Revelli.
La periferia, la provincia ai margini non ha mai potuto pensarsi da sé: la
civiltà contadina non ha fatto in tempo a immaginare la terra che lavorava come
luogo su cui costruire futuro, è passata da un padrone all’altro. Se la terra se
la passano di mano i padroni, allora l’emancipazione non deve passare attraverso
il superamento della cultura tradizionale di matrice rurale, ma attraverso il
mantenimento della memoria, demolendo una volta per tutte i confini del ghetto.
Nella furia di somigliare all’urbano e al centro, dimentichiamo il buono
dell’essere ai margini. La memoria dei luoghi così tanto intrecciata a quella
della fatica, dell’ingiustizia, della miseria, dell’esodo, può salvarci se
ritroviamo nella storia contadina la vocazione all’eresia.
Questo mi dice Invelle: ritrovare il legame con quella cultura prima della
distorsione, prima che fosse ridotta a simulacro per profitto di altri. Se
sradicare i popoli conquistati è sempre stata la politica dei conquistatori,
allora quella cultura può ancora dirci come sanare una terra guasta, una cultura
col senso del limite e con la cura delle relazioni, cultura dell’interdipendenza
e non del dominio degli umani sul non-umano. Possiamo guardare il presente e
fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo. Certo, serve essere lucidi,
non cadere in facili propositi di palingenesi; serve essere intransigenti, non
confondersi con le “buone pratiche” esistenti, non lasciarsi inglobare.
Dopo Le città di pianura, mi torna in mente un pensiero condiviso con altri in
passato: e se l’età industriale fosse stata una parentesi, solo una grande
alluvione, o inondazione? Ha spazzato via in poco tempo una civiltà millenaria,
eppure ora le acque defluiscono, le fabbriche e i fabbricati restano come vuoti
urbani e le macerie contadine galleggiano come relitti. In questo andare e
tornare, mi domando se qualcosa di spurio possa venir fuori dai detriti. Se sia
arrivato il tempo di vedere cosa emerge nel disastro. Fosse anche per caso, uno
scarto.
Non farsi fottere dalla nostalgia, ma trarne forza e senso. Trovare radici in un
punto di fuga all’orizzonte. Perché se io ho potuto studiare, partire, è perché
mia nonna e mia madre hanno lavorato col tabacco per decenni, ma mio nonno è
emigrato in Svizzera e solo quando è tornato ha avuto un pezzo di terra che
potesse dire sua. Scriveva Antonio Neiwiller: “È tempo di convivere con le
macerie e l’orrore, per trovare un senso. […] Luoghi visibili e luoghi
invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. […]
Essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori
inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo
itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà
solo per trovare un nuovo inizio”. (chiara romano)
(disegno di giancarlo savino)
All’angolo tra corso Valdocco e via del Carmine, a Torino, si trovano le antiche
caserme militari progettate e costruite a inizio Settecento da Juvarra. Da dieci
anni i locali ospitano, grazie alla collaborazione tra la Città, la regione
Piemonte e la Compagnia di San Paolo, un centro culturale, il Polo del ’900, che
accoglie sale per dibattiti pubblici, biblioteche, rilevanti archivi storici.
Soprattutto ospita le sedi o gli uffici degli istituti culturali nati nel secolo
scorso, come il centro studi intitolato a Gobetti, l’Unione culturale di
Antonicelli o la fondazione che porta il nome di Gramsci. Raggiungo il Polo –
oggi museo d’un secolo di tradizioni politiche trascorse e chiuse in teca nel
tentativo di renderle innocue – il pomeriggio di sabato 30 maggio. Qui il Lions
club, l’associazione filantropica internazionale, ha organizzato la cerimonia
del suo premio letterario per la migliore prefazione. È previsto il conferimento
del premio a Nicola Lagioia, autore delle pagine introduttive all’ultima
edizione di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.
La sala è gestita da membri del Lions in pettorina gialla, in anticipo prendo
posto in fondo e leggo la prefazione di Lagioia. Si tratta di un testo
scorrevole, veloce, certo non impegnativo. L’autore ragiona sulla ricezione
del Cristo di Levi menzionando i sentimenti di riscatto e vergogna stimolati
dalle letture attraverso i decenni, ritorna sulla sparizione della civiltà
contadina e insiste sul progetto di Levi, impegnato a immaginare una nuova
civiltà arricchita dalla contaminazione tra culture urbane e contadine,
settentrionali e meridionali; ancora, Lagioia riflette sul genere letterario
sperimentato da Levi – commistione di scrittura memorialistica e finzione – e
sul ruolo moderno del narratore; infine sfiora, pur senza connetterle, tematiche
centrali nel Cristo come il rapporto della civiltà contadina con la morte e con
i poteri statali, “l’immobilismo” del sud e la conseguente, mancata rivoluzione.
Lagioia intesse nella prefazione le sue memorie d’una infanzia pugliese, non più
legata al mondo contadino ma capace ancora di sentirne il sapore nelle parole e
nei ricordi dei grandi.
Mentre leggo, inizia la cerimonia con la diffusione degli inni nazionali, come
da tradizione della associazione. Le note dell’inno indiano sono in onore
dell’attuale presidente della comunità internazionale del Lions. Metà sala si
alza in piedi e sullo schermo scorrono immagini da cartolina dell’India. Poi
risuonano le note dell’inno europeo di Beethoven: distrattamente osservo città
mitteleuropee immerse in colori di tramonto. Il terzo inno è quello di Mameli e
tutta la sala s’alza in piedi, alcuni mormorano commossi le parole patriottiche
e sono proiettate immagini in movimento delle frecce tricolori, aerei da guerra
che sfrecciano nel cielo accompagnati dai sottotitoli con i versi nazionali.
Resto seduto e mi concentro sulla prefazione. Noto l’impiego di elenchi di
parole: “è un romanzo, un documento, un resoconto, un memoriale, un libro
antichissimo sbocciato nel cuore della modernità”; o ancora: “il desiderio
conoscitivo, la pietas, l’umiltà, la meraviglia, il bisogno di portare agli
altri la sua ‘scoperta’ fanno di Carlo Levi uno ‘scrittore totale’, uno capace
di caricarsi sulle spalle due secoli di tradizione letteraria europea per una
buona causa”. Per quanto eleganti, mi paiono giri di frase costruiti
affastellando termini che fungono da impalpabili riempitivi. Così il testo suona
frusto e logoro nella sua prevedibilità. Il finale si sofferma sulla rivoluzione
mancata del meridione: “Di che rivoluzione parliamo? Non sono gli ultimi a
doversi dimostrare degni del paese in cui vivono, ma il contrario. Ai tempi
di Cristo si è fermato a Eboli erano i contadini di Lucania. E oggi? Se avessimo
il coraggio di conoscere nel profondo, un’altra volta, su quali sofferenze,
ingiustizie, culture calpestate si tiene in piedi il nostro paese (per non
parlare del mondo), soltanto allora avremmo la possibilità di cambiarlo.
L’impresa di Carlo Levi da questo punto di vista resta un faro, e il suo metodo
un esempio”. Quali siano le ingiustizie, oggi, cui fa riferimento non è dato
sapere, ma resta al lettore la conclusione adornata di metafora.
Sul palco si alternano intanto i coordinatori locali del Lions, il presidente
della Fondazione Polo del ’900 Sinigaglia, il presidente della giuria e
professore universitario Barenghi. Molti partecipanti si conoscono da tempo.
Mentre sfoglio la prefazione sento l’intervento di un governatore distrettuale
del Lions: «Volevo salutare, visto che abbiamo ottenuto il patrocinio della
regione Piemonte, l’assessore regionale Marco Gabusi che è qui con noi. Saluto
Marco perché devo confessare una cosa non nota ai molti che non sono di Canelli
come noi: per la prima volta l’ho candidato io a sindaco del comune di Canelli.
La sua carriera politica è cominciata per merito o per colpa mia». Gabusi è
assessore ai trasporti, membro di Forza Italia, e tra il pubblico si schernisce,
mette le mani avanti, ma poi interverrà per due volte. Inutile stupirsi: è un
incontro di classi dirigenti liberali, piccole élite di provincia, e Lagioia
offre loro l’opportunità d’ammantarsi di una posticcia aura culturale. D’altra
parte, qui al Polo tutti i morti – entrambi i Levi, Calvino, Pavese, Ginzburg e
altri ancora – sono mummie imbalsamate così inerti da poter essere catturate da
qualsiasi funzionario riesca ad accaparrarsi un microfono.
Mi sono trascinato qui per un’altra ragione: desidero comprendere il tipo di
discorso declinato su Carlo Levi e sul Cristo in questo particolare momento
storico e soprattutto in questa città. Allora prendo nota di un passaggio
interessante dal breve dialogo tra Barenghi e Lagioia. Barenghi chiede quali
sono oggi le risorse del sud. E Lagioia: «La cosa che Carlo Levi aveva capito, e
che è stata a lungo fraintesa, era questa: il sud estremo, come la Lucania, non
era un luogo degradato da assimilare a quello che oggi chiameremo mainstream,
all’Italia ufficiale, ma era un serbatoio culturale grazie a cui il centro si
sarebbe alimentato tramite la periferia, e viceversa. Per arricchirsi gli uni
attraverso gli altri. Invece ho l’impressione che oggi non si parlino per due
ragioni: da una parte la periferia si spopola, oppure – e questo non riguarda
solo l’Italia, ma tutta l’Europa – si rifugia nel turismo. Per carità, grande
risorsa…». In quel “per carità” si può scorgere un tratto peculiare di Lagioia:
critico, ma fino a un certo punto; capace di sfiorare temi polemici, ma sempre
attento a non turbare l’interlocutore; un tratto non estraneo, naturalmente, al
suo successo di manager culturale.
Continua Lagioia: «Quando il turismo diventa overtourism è abbastanza complicato
mantenere la propria identità culturale, o addirittura maturarne una. Faccio
l’esempio della Puglia, un posto che conosco bene: con Leogrande, prima che
morisse, ragionammo in merito al boom della Puglia e della Basilicata, uscite
dal loro cono d’ombra, dicendo che questi territori tutto sommato si erano
abbastanza ben protetti. La Puglia non era diventata Puglia-shire come il
Chianti-shire. Dopo dieci anni devo dire che non è così: una serie di borghi o
sono del tutto trascurati, oppure se hanno successo – penso a Monopoli,
Gallipoli – arriva un turismo che è overtourism, e che alla lunga sfigura i
luoghi».
Ammesso che si sia verificato un tradimento della impostazione originaria, come
dunque è avvenuto? Chi sono i responsabili? Lagioia naturalmente non lo dice. Si
affretta invece a concludere il ragionamento: «[Il deturpamento per eccesso di
turismo] è anche quello che è successo a Matera, che è diventata capitale
europea della cultura cogliendo una grande occasione di rinnovamento. Poi è
diventata, però, una meta turistica e ha cessato di essere un luogo di
produzione culturale. Ma questo non è colpa di nessuno, sono movimenti che non
puoi respingere, ti portano un sacco di vantaggi; però è complicato, perché in
alcune zone gli stessi abitanti non possono comprare casa perché i turisti
nord-europei o americani fanno lievitare i prezzi e uno si ritrova spazzato
fuori dalla terra in cui è nato e cresciuto e in cui i genitori avevano casa».
Di nuovo, come è successo? Come Matera si è trasformata in questi anni in
una scenografia simulacrale e nauseante? Lagioia rassicura: non è colpa di
nessuno. Anziché vagliare le cause e indicare i responsabili, l’intellettuale
neoliberale riconosce, nemmeno troppo a malincuore, che there is no alternative.
Certo, è pur sempre una cerimonia per piccole, potenti lobby piemontesi. Può
capitare che uno scrittore si trovi impigliato in eventi mondani e diffonda
vuote sciocchezze e non v’è ragione per essere moralisti. Tuttavia credo che la
prefazione a Cristo si è fermato a Eboli e le frasi proferite al Polo del ’900
definiscano il pensiero già consolidato di Lagioia in merito alla configurazione
contemporanea della questione meridionale. Spesso lo scrittore si è espresso
sulla possibilità di una “rivoluzione” a sud e sugli effetti del turismo. In
almeno due occasioni – un articolo per Lucy sulla cultura e uno scritto per The
Passenger – Lagioia ha ragionato sulla convergenza tra questi temi, mostrando le
relazioni tra la “primavera pugliese” di Vendola e la svendita turistica del
territorio.
Lagioia ha scritto su Lucy sulla cultura questo gennaio a proposito della
“primavera pugliese cominciata ufficialmente con il primo mandato di Nichi
Vendola presidente della Regione nel 2005”. Ne riporto un brano: “La primavera
pugliese non si può dire sia fallita, le è capitato però qualcosa di assai
insidioso: è sfociata cioè in un’estate talmente torrida da rischiare di
bruciare il raccolto. Il rinnovamento culturale […] rischia di trasformarsi,
anni dopo, in pura attrazione turistica dove tutto è ‘cultura’ (la masticazione
del panzerotto a dieci euro come rito rigenerativo […]), e una linea di pensiero
mediterraneo che si proponeva come alternativa a quella dominante pare essersi
interrotta, complice anche la scomparsa prematura di alcuni suoi protagonisti,
penso a Franco Cassano, Guglielmo Minervini, Alessandro Leogrande. La logica
delle masserie e dei bnb vestiti a calce o damascati sembra avere contagiato
anche altre regioni come Sicilia e Campania – non mi pare sia avvenuto qualcosa
di diverso con la ‘piccola primavera’ lucana conseguente all’elezione di Matera
Capitale europea della cultura”.
Ancora una volta manca un’indagine delle cause. Non credo che la morte prematura
di alcuni intellettuali possa spiegare un fenomeno così complesso. Di certo
Lagioia non si assume la responsabilità di menzionare i responsabili
delle derive che si osservano in Puglia e Basilicata. Tanto meno ardisce a
domandarsi se la “primavera pugliese” mostrasse sin dall’origine i segnali della
sua evoluzione, a partire dalla qualità e dalle ambizioni della stessa dirigenza
politica – quella di Vendola – che ha contribuito ad avviarla.
Lagioia è ancora più cauto sul numero di The Passenger dedicato alla Puglia
uscito nel giugno del 2025: “A differenza di ciò che è successo in altre regioni
meridionali, la ‘primavera’ in Puglia non è regredita nell’autunno di uno
scontento generalizzato, o in un inverno con poche speranze. Rischia però adesso
di sfociare in un’estate troppo torrida. L’impetuosa sovraesposizione ha
attirato un’attenzione (cioè un turismo) che arriva a ondate impetuose. Non è di
per sé una cattiva notizia, ma è chiaro il rischio. Il turismo, nella Puglia di
questi anni, non è stato semplicemente una risorsa. È stato una valanga che da
qualche anno rischia di eclissare (o soffocare?) ogni altra esperienza
produttiva, ogni altra fonte di ricchezza, sia economica che culturale. Se il
turismo diventa l’ultima spiaggia di chi rinuncia ad altre scommesse […], allora
dottor Jeckyll diventa mister Hyde e l’overtourism minaccia di uniformare tutto,
e di spolpare l’osso – a lungo, per bene – prima di risputarlo a terra”.
Emergono la stessa cautela, la medesima mancanza di mordente intravista oggi al
Polo del ’900. Lagioia si presenta come una figura dei nostri tempi:
l’intellettuale perspicace ma accorto, abile a posizionarsi sul mercato delle
simbologie politiche; impegnato in tematiche d’attualità, ma in modo così
blando, etereo, vago, da non pestare mai, davvero mai, i piedi ai potenti che
respirano la sua stessa aria.
Noto un’abitudine linguistica nell’ultimo brano citato: l’uso reiterato, e per
questo inconsapevole, del termine “rischio”, sia come sostantivo che come forma
verbale. Gli effetti negativi del capitalismo estrattivo sono “rischi”, ovvero
fenomeni che potrebbero accadere, che pare accadano o forse accadranno.
L’intellettuale timoroso vede i rischi, sommessamente ci avverte, ma riconosce
anche le buone ragioni di quelle classe dirigenti che producono il disastro al
fine di lucrare. Si chiude così il testo scritto per The Passenger: “Rischiamo
di precipitare nel Puglia-shire, di diventare l’Eldorado pensionistico in cui
legioni di facoltosi cittadini americani e cinesi (e russi, e sauditi) vorranno
trascorrere nei prossimi anni la loro vecchiaia?”.
Non vorrei essere frainteso. Non intendo sminuire il lavoro intellettuale di
Lagioia: non credo sia ingenuo, né credo sia così impaurito dal potere come
lascia intendere. L’intellettuale timoroso è in realtà una figura scaltra che
gioca una strategia tutta personale, una strategia efficace, entro i meccanismi
della riproduzione culturale. In caso contrario non avrebbe diretto per anni il
Salone del libro di Torino, apprezzato da tutte le classi dirigenti di questa
città. Forse l’intellettuale timoroso sa, conosce i nomi dei responsabili, e
possiede più dati sul ruolo concreto delle élite di quanti possiamo averne noi.
L’intellettuale timoroso sa, per esempio, che il promotore della candidatura di
Matera a capitale europea della cultura nel 2019 fu Paolo Verri, liberale
torinese (appunto) e già direttore del Salone del libro negli anni Novanta. Sa
che Verri prepara da anni la stessa operazione su Torino affinché divenga
capitale europea della cultura nel 2033. Credo che conosca i “rischi” di tale
candidatura, può certo prevedere gli effetti di un’eventuale vittoria e il ciclo
di angherie e di espulsioni che si abbatterà su Porta Palazzo, area urbana che
accoglierà gli eventi di Torino 2033. Certo l’intellettuale timoroso sa che il
braccio destro di Verri a Matera 2019 era Agostino Riitano, poi direttore
di Procida capitale italiana della cultura e adesso coordinatore della
candidatura di Torino per il 2033. L’intellettuale timoroso potrebbe avvertirci
dei pericoli che corriamo e con agio potrebbe indicare i responsabili, ma –
ormai sarà chiaro a chi legge – non lo farà. (francesco migliaccio)
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