(disegno di cyop&kaf)
Continuavamo a guardare il mare, come se dovesse succedere qualcosa da un
momento all’altro. Era così ogni volta, prima di ripartire. Ma l’unica cosa che
succedeva era che il pomeriggio cedesse il passo all’imbrunire, un faro neon si
accendeva in lontananza e la luce biancastra si frantumava sulla superficie
dell’acqua. La cosa difficile era lasciarselo alle spalle, il mare. Pensare a
quello che restava, a quelli che restavano. Il peggio non era che le cose
continuavano mentre eravamo altrove, era che cambiavano. Quando tornavamo, i
luoghi avevano cambiato connotati, un frammento dopo l’altro, metamorfosi
impercettibili. Gli ulivi seccati, tagliati, bruciati. Le campagne incolte,
deserte, stravolte. Coste, lungomare e centri storici imbellettati, confezionati
e venduti al turismo. Tornavo e non li riconoscevo. Montava una rabbia ingenua
perché nessuno mi aveva avvisato, passato parola, eppure ero cresciuta lì.
“Fra le varie epoche vi è una zona di crepuscolo nella quale ci si smarrisce
facilmente e ci si perde in modo misterioso. […] Il mondo fa quello che gli
riesce più facile: tace. La luce è mutata. Tutti gli oggetti, persino gli
alberi, sono aguzzi, stridenti, taglienti”. L’avevo sottolineato in un libro di
Christa Wolf, Nessun luogo, da nessuna parte. Perdevo qualcosa un poco per
volta. Dove andare adesso, senza una geografia interiore, se le cose che prima
erano al centro non sono più lì ma spostate?
Sono almeno dieci anni che mi sento fuori posto, che ingoio questo spaesamento.
Dopo un po’ non sanguini più. Partire, tornare, andarsene, scivolare come un
raggio fino al calare della luce. Le cose ammucchiate dentro, il portabagagli
carico di scatoloni ma l’auto costretta a girare a vuoto, senza un posto in cui
traslocare. Nessun luogo, da nessuna parte.
Nel dialetto di Pergola, un paese nell’entroterra marchigiano tra Pesaro e
Urbino, per dire “in nessun luogo” si dice “invelle”. L’ho scoperto da un film
d’animazione che porta questo nome, Invelle, realizzato da Simone Massi e uscito
nell’estate del 2024. Invece in un film del 2025, Le città di pianura di
Francesco Sossai, ambientato tra Venezia e la provincia di Treviso, un
personaggio riflette a voce alta: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla
di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un
posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”.
Questi film si intrecciano, parlando del rapporto con il passato e con il
paesaggio, della memoria dei luoghi, tra rurale e urbano, tra periferia e città,
tra vuoto e pieno.
INVELLE
Simone Massi, illustratore artigiano, intreccia tre generazioni: Zelinda è una
bambina alla fine del primo conflitto mondiale, poi madre di Assunta con
l’armistizio del ’43, e nonna di Icaro mentre in tv passa la notizia del
sequestro di Moro. Con le loro storie graffiate tra nero e bianco e i dialoghi
in dialetto marchigiano, Invelle racconta la guerra che si abbatte sulla
campagna povera come un colpo di zappa su un formicaio, la fame, il lavoro
infantile, l’emigrazione, i partigiani e i nazifascisti. Sono scene di vita
quotidiana: una nenia per addormentare un figlio, il raccoglimento intorno a un
lutto, la festa del paese e un cantastorie in piazza, gli attrezzi e gli animali
per il lavoro nei campi, prendere l’acqua alla fontana. Ma interrogano
continuamente su cosa è stato, cosa è rimasto di cosa è stato, qual è il posto
per quelle storie.
Il racconto porta fino all’esodo verso le fabbriche e l’abbandono delle
campagne, la periferia fatta di cantieri e case popolari appena costruite: “Vedi
che sono andati via tutti, mi spieghi perché ti ostini a rimanere qui?”; “con la
mucca? la mucca si può anche vendere, nella casa nuova la stalla non c’è”; “il
bagno, che ti credi, in città c’è tutte le comodità”; “e questo cos’è? un
termosifone, ce n’è uno per stanza, ti scalda tutta casa”. La migrazione ai
bordi della città di migliaia di persone che per adeguarsi alla modernità sono
state indotte a rinnegare la propria cultura, la rinuncia al poco per avere
ancora meno. Il padre di Icaro lo rimprovera: “Cos’è questa storia che a scuola
parli in dialetto? Me l’ha raccontato la maestra, non son mica contento. L’hai
visto che vita fa tuo padre, l’altro giorno a momenti m’attacco col padrone”.
Perché Icaro, come tutti i figli di contadini e subalterni, deve fare quello che
sua madre, sua nonna e chi è venuto ancora prima non hanno potuto fare. Se gli
altri bambini in tono di scherno lo chiamano contadino, allora come non
sentire vergogna per quelle origini tanto da volersene disfare?
I figli come Icaro saranno uomini che si lasciano definire solo per negazione:
non sono più e non sono ancora, contadini de-contadinizzati, sradicati in fuga
da se stessi ma verso “nessun luogo”. Come può dopotutto avere un posto da
occupare quella classe contadina che ha servito i padroni della terra, è stata
carne da macello in due guerre mondiali e poi nelle fabbriche, ma dimenticata e
stigmatizzata da un sistema che ora ne canta i bei tempi andati. La distruzione
delle basi economiche della civiltà agropastorale ha comportato la disgregazione
dei gruppi sociali tradizionali, ha guastato la terra e guastato le relazioni
tra le comunità e la terra. “What are the roots that clutch, what branches grow
/ Out of this stony rubbish?” interroga T. S. Eliot in The waste land (che
forzando, forse, la traduzione, è la terra guasta, appunto).
Quali radici si afferrano, quali rami crescono
da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
tu non puoi dirlo, né indovinarlo – tu conosci soltanto
un mucchio di frante immagini, là dove batte il sole,
e l’albero morto non dà riparo, né il grillo dà conforto,
e l’arida pietra non dà suono d’acqua.
LE CITTÀ DI PIANURA
Non c’è nessun luogo che conosca che sia fervido in me come quelli in cui sono
cresciuta: i colori, l’aria, le forme. Ogni cosa ha una sostanza primordiale,
suprema, tanto che non si può immaginare che ci sia altro dopo. Eppure, non c’è
nessun luogo in cui mi senta più forestiera di quelli in cui sono cresciuta,
quasi una comparsa per strade e paesi che pure conosco a memoria. Per anni mi
sono ostinata, ogni volta che tornavo, a percorrere una per una tutte quelle
strade di campagna, a tratti sterrate, a tratti soffocate da rovi e sterpaglia,
che, come un apparato radicale in superficie, si dipanano tra un paese e
l’altro, ma nessuno le usa più (se non chi ha un terreno in zona e non ha ceduto
all’abbandono) preferendo la statale dritta e scorrevole. Volevo orientarmi in
quel sistema di stradine e pezzo dopo pezzo comporre una mappa scarabocchiata su
post-it giustapposti, come se districando gli incroci, localizzando le edicole
votive, i crocicchi, sarei poi stata capace di riconoscere una mappa interiore,
di campare anche lontano da lì. Quando ho letto La casa in collina di Pavese, ho
trovato parole: “Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il
mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me
non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”.
In fondo, questo racconta Le città di pianura: la periferia, le zone
industriali, i vuoti, lo spaesamento che provoca viverci. I protagonisti,
Carlobianchi e Doriano, amici storici di mezza età, si muovono per i paesi tra
le Dolomiti bellunesi e la laguna di Venezia come accampati, inseguendo
un’ultima bevuta e in attesa di un amico che sta per fare ritorno al paese dopo
anni altrove. Sono individui incapaci di trovare uno spazio e una misura, figli
delusi della loro epoca in cui ogni “noi” si disgrega, mentre l’“io” resta in
balia della propria quotidiana percezione dell’ingiustizia, consegnato inerme ai
propri dubbi, alla disperazione. Incrociano Giulio, uno studente di
architettura, che si ritrova in macchina con loro e i tre sembrano assecondare
il corso delle cose di straforo, di sbieco, non la linea retta e l’impatto
frontale della controllata vita di città. Torno ancora a La casa in collina: “Ci
si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore.
Domani, chi sa”.
Le città di pianura, girato in pellicola, è un film sul paesaggio: quello del
Veneto, sì, ma più alla larga quello della provincia italiana che ha
attraversato il boom economico e si ritrova casolari, viadotti incompiuti,
cemento armato. Per tutto il film sento familiarità con le inquadrature: la
statale, le rotonde, i capannoni, i campi che si alternano a qualche rustico
abbandonato col cancello corroso, gli sterrati, i tralicci, le villette
bifamiliari con i serramenti nuovi e le ringhiere lucide, i casali con i tetti
sfondati, i cartelli “vendesi” scoloriti e penzolanti. Quando, verso la fine del
film, al tavolo di un bar Giulio abbozza sui tovagliolini satinati una mappa
delle zone che hanno attraversato, ho ripensato a quel mosaico di post-it per
mappare le mie strade di campagna.
Così diversa da quella fatta di vita e di fatica di Invelle, ora la campagna mi
sembra uno sfondo, una scenografia per le seconde case dei villeggianti
cittadini. Una zona franca che costeggia le autostrade che prendono il venerdì
quando vanno a passare il fine settimana fuori città e poi riprendono la
domenica sera per fare ritorno a casa. La campagna oggi è una terra straniera:
non sappiamo riconoscere le colture e le pratiche tramandate per secoli, i tempi
per seminare e raccogliere, il legame tra dare e ricevere. Tra un bicchiere e
l’altro, i protagonisti di Le città di pianura si fingono geometri per un conte
che cerca di salvare la sua villa cinquecentesca dalla costruzione di
un’autostrada che distruggerebbe la sua proprietà. “Un’infrastruttura essenziale
per lo sviluppo del territorio, così mi hanno detto; ma perché la gente non usa
più la parola terra?”, si indigna il conte. Poi scandisce: “Territorio, che
schifo”.
In un libro di Georges Perec ho sottolineato, a tratto doppio e triplo: “Viviamo
nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi
corridoi, in questi giardini. Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere
effettivamente evidente. Ma non è evidente, non è scontato. […] Il problema non
è tanto sapere come ci siamo arrivati, quanto semplicemente riconoscere che ci
siamo arrivati, che ci siamo […]. Insomma, gli spazi si sono moltiplicati,
spezzettati, diversificati. Ce ne sono di ogni misura e di ogni specie, per ogni
uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il
più possibile di non farsi troppo male”.
DALLE MACERIE
Di Pergola, paese d’origine di Massi e delle storie di Invelle, Wikipedia dice
tra le prime righe che “la cittadina è stata inserita tra i borghi più belli
d’Italia dall’associazione omonima”. Una trovata per trarre profitto dai luoghi
con la retorica delle aree interne da rigenerare: “borghi” da ripopolare
rendendoli attrattivi ai turisti, ai creativi, ai professionisti che possono
trasferirsi dalla città e lavorare da remoto, finalmente in un posto dove l’aria
è buona. Una trasformazione a cui si prodigano community manager, paesologi,
innovatori sociali, ricercatori territorialisti, che impatta sul paesaggio,
convertendo locali legati ai servizi di prossimità in spazi residenziali per il
turismo breve o lungo. Artigiani e piccoli commercianti vengono sostituiti da
spazi funzionali al consumo veloce: souvenir, ristorazione standardizzata,
intrattenimento. Mentre resta fuori la gente che in quel posto ancora ci prova a
vivere, gente con i suoi bisogni reali, poco spendibili dentro il racconto della
rigenerazione.
In un paese vicino al mio, far parte dei “borghi più belli d’Italia” è stata la
legittimazione a un’ordinanza con cui si vietano iniziative politiche,
manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la stagione estiva. La
sindaca ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non creare
disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di preservare la
reputazione della cittadina.
Il mio paese conta meno di duemila abitanti, hanno chiuso uno dopo l’altro il
forno, la macelleria, l’alimentari e la scuola. Eppure possiamo vantare una
bottega di “vintage furniture and art showroom” dove arnesi e arredi contadini
trovano nuovi (ricchi) proprietari, e una boutique di tessili antichi e pregiati
abiti artigianali tessuti al telaio (per chi ci vuole credere).
Se già lo spaesamento viene dagli spazi vitali stravolti e dallo smarrimento del
senso legato ai luoghi, mi disorienta il culto di un mondo che non c’è più e
temo la trasformazione della tradizione in identità. Non ho mai ceduto a
mitizzare la civiltà contadina, che felice lo è solo nelle pagine scritte dagli
altri, dai colti. I racconti che mi hanno cresciuta da sempre parlano di fame,
miseria, fatica, stenti. “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non
sono il turista che ama trascorrere il weekend in campagna. Non ho mai detto a
un montanaro ‘beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle
nostre cose perdute’”, scrive Nuto Revelli.
La periferia, la provincia ai margini non ha mai potuto pensarsi da sé: la
civiltà contadina non ha fatto in tempo a immaginare la terra che lavorava come
luogo su cui costruire futuro, è passata da un padrone all’altro. Se la terra se
la passano di mano i padroni, allora l’emancipazione non deve passare attraverso
il superamento della cultura tradizionale di matrice rurale, ma attraverso il
mantenimento della memoria, demolendo una volta per tutte i confini del ghetto.
Nella furia di somigliare all’urbano e al centro, dimentichiamo il buono
dell’essere ai margini. La memoria dei luoghi così tanto intrecciata a quella
della fatica, dell’ingiustizia, della miseria, dell’esodo, può salvarci se
ritroviamo nella storia contadina la vocazione all’eresia.
Questo mi dice Invelle: ritrovare il legame con quella cultura prima della
distorsione, prima che fosse ridotta a simulacro per profitto di altri. Se
sradicare i popoli conquistati è sempre stata la politica dei conquistatori,
allora quella cultura può ancora dirci come sanare una terra guasta, una cultura
col senso del limite e con la cura delle relazioni, cultura dell’interdipendenza
e non del dominio degli umani sul non-umano. Possiamo guardare il presente e
fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo. Certo, serve essere lucidi,
non cadere in facili propositi di palingenesi; serve essere intransigenti, non
confondersi con le “buone pratiche” esistenti, non lasciarsi inglobare.
Dopo Le città di pianura, mi torna in mente un pensiero condiviso con altri in
passato: e se l’età industriale fosse stata una parentesi, solo una grande
alluvione, o inondazione? Ha spazzato via in poco tempo una civiltà millenaria,
eppure ora le acque defluiscono, le fabbriche e i fabbricati restano come vuoti
urbani e le macerie contadine galleggiano come relitti. In questo andare e
tornare, mi domando se qualcosa di spurio possa venir fuori dai detriti. Se sia
arrivato il tempo di vedere cosa emerge nel disastro. Fosse anche per caso, uno
scarto.
Non farsi fottere dalla nostalgia, ma trarne forza e senso. Trovare radici in un
punto di fuga all’orizzonte. Perché se io ho potuto studiare, partire, è perché
mia nonna e mia madre hanno lavorato col tabacco per decenni, ma mio nonno è
emigrato in Svizzera e solo quando è tornato ha avuto un pezzo di terra che
potesse dire sua. Scriveva Antonio Neiwiller: “È tempo di convivere con le
macerie e l’orrore, per trovare un senso. […] Luoghi visibili e luoghi
invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. […]
Essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori
inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo
itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà
solo per trovare un nuovo inizio”. (chiara romano)
Tag - italia
(disegno di giancarlo savino)
All’angolo tra corso Valdocco e via del Carmine, a Torino, si trovano le antiche
caserme militari progettate e costruite a inizio Settecento da Juvarra. Da dieci
anni i locali ospitano, grazie alla collaborazione tra la Città, la regione
Piemonte e la Compagnia di San Paolo, un centro culturale, il Polo del ’900, che
accoglie sale per dibattiti pubblici, biblioteche, rilevanti archivi storici.
Soprattutto ospita le sedi o gli uffici degli istituti culturali nati nel secolo
scorso, come il centro studi intitolato a Gobetti, l’Unione culturale di
Antonicelli o la fondazione che porta il nome di Gramsci. Raggiungo il Polo –
oggi museo d’un secolo di tradizioni politiche trascorse e chiuse in teca nel
tentativo di renderle innocue – il pomeriggio di sabato 30 maggio. Qui il Lions
club, l’associazione filantropica internazionale, ha organizzato la cerimonia
del suo premio letterario per la migliore prefazione. È previsto il conferimento
del premio a Nicola Lagioia, autore delle pagine introduttive all’ultima
edizione di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.
La sala è gestita da membri del Lions in pettorina gialla, in anticipo prendo
posto in fondo e leggo la prefazione di Lagioia. Si tratta di un testo
scorrevole, veloce, certo non impegnativo. L’autore ragiona sulla ricezione
del Cristo di Levi menzionando i sentimenti di riscatto e vergogna stimolati
dalle letture attraverso i decenni, ritorna sulla sparizione della civiltà
contadina e insiste sul progetto di Levi, impegnato a immaginare una nuova
civiltà arricchita dalla contaminazione tra culture urbane e contadine,
settentrionali e meridionali; ancora, Lagioia riflette sul genere letterario
sperimentato da Levi – commistione di scrittura memorialistica e finzione – e
sul ruolo moderno del narratore; infine sfiora, pur senza connetterle, tematiche
centrali nel Cristo come il rapporto della civiltà contadina con la morte e con
i poteri statali, “l’immobilismo” del sud e la conseguente, mancata rivoluzione.
Lagioia intesse nella prefazione le sue memorie d’una infanzia pugliese, non più
legata al mondo contadino ma capace ancora di sentirne il sapore nelle parole e
nei ricordi dei grandi.
Mentre leggo, inizia la cerimonia con la diffusione degli inni nazionali, come
da tradizione della associazione. Le note dell’inno indiano sono in onore
dell’attuale presidente della comunità internazionale del Lions. Metà sala si
alza in piedi e sullo schermo scorrono immagini da cartolina dell’India. Poi
risuonano le note dell’inno europeo di Beethoven: distrattamente osservo città
mitteleuropee immerse in colori di tramonto. Il terzo inno è quello di Mameli e
tutta la sala s’alza in piedi, alcuni mormorano commossi le parole patriottiche
e sono proiettate immagini in movimento delle frecce tricolori, aerei da guerra
che sfrecciano nel cielo accompagnati dai sottotitoli con i versi nazionali.
Resto seduto e mi concentro sulla prefazione. Noto l’impiego di elenchi di
parole: “è un romanzo, un documento, un resoconto, un memoriale, un libro
antichissimo sbocciato nel cuore della modernità”; o ancora: “il desiderio
conoscitivo, la pietas, l’umiltà, la meraviglia, il bisogno di portare agli
altri la sua ‘scoperta’ fanno di Carlo Levi uno ‘scrittore totale’, uno capace
di caricarsi sulle spalle due secoli di tradizione letteraria europea per una
buona causa”. Per quanto eleganti, mi paiono giri di frase costruiti
affastellando termini che fungono da impalpabili riempitivi. Così il testo suona
frusto e logoro nella sua prevedibilità. Il finale si sofferma sulla rivoluzione
mancata del meridione: “Di che rivoluzione parliamo? Non sono gli ultimi a
doversi dimostrare degni del paese in cui vivono, ma il contrario. Ai tempi
di Cristo si è fermato a Eboli erano i contadini di Lucania. E oggi? Se avessimo
il coraggio di conoscere nel profondo, un’altra volta, su quali sofferenze,
ingiustizie, culture calpestate si tiene in piedi il nostro paese (per non
parlare del mondo), soltanto allora avremmo la possibilità di cambiarlo.
L’impresa di Carlo Levi da questo punto di vista resta un faro, e il suo metodo
un esempio”. Quali siano le ingiustizie, oggi, cui fa riferimento non è dato
sapere, ma resta al lettore la conclusione adornata di metafora.
Sul palco si alternano intanto i coordinatori locali del Lions, il presidente
della Fondazione Polo del ’900 Sinigaglia, il presidente della giuria e
professore universitario Barenghi. Molti partecipanti si conoscono da tempo.
Mentre sfoglio la prefazione sento l’intervento di un governatore distrettuale
del Lions: «Volevo salutare, visto che abbiamo ottenuto il patrocinio della
regione Piemonte, l’assessore regionale Marco Gabusi che è qui con noi. Saluto
Marco perché devo confessare una cosa non nota ai molti che non sono di Canelli
come noi: per la prima volta l’ho candidato io a sindaco del comune di Canelli.
La sua carriera politica è cominciata per merito o per colpa mia». Gabusi è
assessore ai trasporti, membro di Forza Italia, e tra il pubblico si schernisce,
mette le mani avanti, ma poi interverrà per due volte. Inutile stupirsi: è un
incontro di classi dirigenti liberali, piccole élite di provincia, e Lagioia
offre loro l’opportunità d’ammantarsi di una posticcia aura culturale. D’altra
parte, qui al Polo tutti i morti – entrambi i Levi, Calvino, Pavese, Ginzburg e
altri ancora – sono mummie imbalsamate così inerti da poter essere catturate da
qualsiasi funzionario riesca ad accaparrarsi un microfono.
Mi sono trascinato qui per un’altra ragione: desidero comprendere il tipo di
discorso declinato su Carlo Levi e sul Cristo in questo particolare momento
storico e soprattutto in questa città. Allora prendo nota di un passaggio
interessante dal breve dialogo tra Barenghi e Lagioia. Barenghi chiede quali
sono oggi le risorse del sud. E Lagioia: «La cosa che Carlo Levi aveva capito, e
che è stata a lungo fraintesa, era questa: il sud estremo, come la Lucania, non
era un luogo degradato da assimilare a quello che oggi chiameremo mainstream,
all’Italia ufficiale, ma era un serbatoio culturale grazie a cui il centro si
sarebbe alimentato tramite la periferia, e viceversa. Per arricchirsi gli uni
attraverso gli altri. Invece ho l’impressione che oggi non si parlino per due
ragioni: da una parte la periferia si spopola, oppure – e questo non riguarda
solo l’Italia, ma tutta l’Europa – si rifugia nel turismo. Per carità, grande
risorsa…». In quel “per carità” si può scorgere un tratto peculiare di Lagioia:
critico, ma fino a un certo punto; capace di sfiorare temi polemici, ma sempre
attento a non turbare l’interlocutore; un tratto non estraneo, naturalmente, al
suo successo di manager culturale.
Continua Lagioia: «Quando il turismo diventa overtourism è abbastanza complicato
mantenere la propria identità culturale, o addirittura maturarne una. Faccio
l’esempio della Puglia, un posto che conosco bene: con Leogrande, prima che
morisse, ragionammo in merito al boom della Puglia e della Basilicata, uscite
dal loro cono d’ombra, dicendo che questi territori tutto sommato si erano
abbastanza ben protetti. La Puglia non era diventata Puglia-shire come il
Chianti-shire. Dopo dieci anni devo dire che non è così: una serie di borghi o
sono del tutto trascurati, oppure se hanno successo – penso a Monopoli,
Gallipoli – arriva un turismo che è overtourism, e che alla lunga sfigura i
luoghi».
Ammesso che si sia verificato un tradimento della impostazione originaria, come
dunque è avvenuto? Chi sono i responsabili? Lagioia naturalmente non lo dice. Si
affretta invece a concludere il ragionamento: «[Il deturpamento per eccesso di
turismo] è anche quello che è successo a Matera, che è diventata capitale
europea della cultura cogliendo una grande occasione di rinnovamento. Poi è
diventata, però, una meta turistica e ha cessato di essere un luogo di
produzione culturale. Ma questo non è colpa di nessuno, sono movimenti che non
puoi respingere, ti portano un sacco di vantaggi; però è complicato, perché in
alcune zone gli stessi abitanti non possono comprare casa perché i turisti
nord-europei o americani fanno lievitare i prezzi e uno si ritrova spazzato
fuori dalla terra in cui è nato e cresciuto e in cui i genitori avevano casa».
Di nuovo, come è successo? Come Matera si è trasformata in questi anni in
una scenografia simulacrale e nauseante? Lagioia rassicura: non è colpa di
nessuno. Anziché vagliare le cause e indicare i responsabili, l’intellettuale
neoliberale riconosce, nemmeno troppo a malincuore, che there is no alternative.
Certo, è pur sempre una cerimonia per piccole, potenti lobby piemontesi. Può
capitare che uno scrittore si trovi impigliato in eventi mondani e diffonda
vuote sciocchezze e non v’è ragione per essere moralisti. Tuttavia credo che la
prefazione a Cristo si è fermato a Eboli e le frasi proferite al Polo del ’900
definiscano il pensiero già consolidato di Lagioia in merito alla configurazione
contemporanea della questione meridionale. Spesso lo scrittore si è espresso
sulla possibilità di una “rivoluzione” a sud e sugli effetti del turismo. In
almeno due occasioni – un articolo per Lucy sulla cultura e uno scritto per The
Passenger – Lagioia ha ragionato sulla convergenza tra questi temi, mostrando le
relazioni tra la “primavera pugliese” di Vendola e la svendita turistica del
territorio.
Lagioia ha scritto su Lucy sulla cultura questo gennaio a proposito della
“primavera pugliese cominciata ufficialmente con il primo mandato di Nichi
Vendola presidente della Regione nel 2005”. Ne riporto un brano: “La primavera
pugliese non si può dire sia fallita, le è capitato però qualcosa di assai
insidioso: è sfociata cioè in un’estate talmente torrida da rischiare di
bruciare il raccolto. Il rinnovamento culturale […] rischia di trasformarsi,
anni dopo, in pura attrazione turistica dove tutto è ‘cultura’ (la masticazione
del panzerotto a dieci euro come rito rigenerativo […]), e una linea di pensiero
mediterraneo che si proponeva come alternativa a quella dominante pare essersi
interrotta, complice anche la scomparsa prematura di alcuni suoi protagonisti,
penso a Franco Cassano, Guglielmo Minervini, Alessandro Leogrande. La logica
delle masserie e dei bnb vestiti a calce o damascati sembra avere contagiato
anche altre regioni come Sicilia e Campania – non mi pare sia avvenuto qualcosa
di diverso con la ‘piccola primavera’ lucana conseguente all’elezione di Matera
Capitale europea della cultura”.
Ancora una volta manca un’indagine delle cause. Non credo che la morte prematura
di alcuni intellettuali possa spiegare un fenomeno così complesso. Di certo
Lagioia non si assume la responsabilità di menzionare i responsabili
delle derive che si osservano in Puglia e Basilicata. Tanto meno ardisce a
domandarsi se la “primavera pugliese” mostrasse sin dall’origine i segnali della
sua evoluzione, a partire dalla qualità e dalle ambizioni della stessa dirigenza
politica – quella di Vendola – che ha contribuito ad avviarla.
Lagioia è ancora più cauto sul numero di The Passenger dedicato alla Puglia
uscito nel giugno del 2025: “A differenza di ciò che è successo in altre regioni
meridionali, la ‘primavera’ in Puglia non è regredita nell’autunno di uno
scontento generalizzato, o in un inverno con poche speranze. Rischia però adesso
di sfociare in un’estate troppo torrida. L’impetuosa sovraesposizione ha
attirato un’attenzione (cioè un turismo) che arriva a ondate impetuose. Non è di
per sé una cattiva notizia, ma è chiaro il rischio. Il turismo, nella Puglia di
questi anni, non è stato semplicemente una risorsa. È stato una valanga che da
qualche anno rischia di eclissare (o soffocare?) ogni altra esperienza
produttiva, ogni altra fonte di ricchezza, sia economica che culturale. Se il
turismo diventa l’ultima spiaggia di chi rinuncia ad altre scommesse […], allora
dottor Jeckyll diventa mister Hyde e l’overtourism minaccia di uniformare tutto,
e di spolpare l’osso – a lungo, per bene – prima di risputarlo a terra”.
Emergono la stessa cautela, la medesima mancanza di mordente intravista oggi al
Polo del ’900. Lagioia si presenta come una figura dei nostri tempi:
l’intellettuale perspicace ma accorto, abile a posizionarsi sul mercato delle
simbologie politiche; impegnato in tematiche d’attualità, ma in modo così
blando, etereo, vago, da non pestare mai, davvero mai, i piedi ai potenti che
respirano la sua stessa aria.
Noto un’abitudine linguistica nell’ultimo brano citato: l’uso reiterato, e per
questo inconsapevole, del termine “rischio”, sia come sostantivo che come forma
verbale. Gli effetti negativi del capitalismo estrattivo sono “rischi”, ovvero
fenomeni che potrebbero accadere, che pare accadano o forse accadranno.
L’intellettuale timoroso vede i rischi, sommessamente ci avverte, ma riconosce
anche le buone ragioni di quelle classe dirigenti che producono il disastro al
fine di lucrare. Si chiude così il testo scritto per The Passenger: “Rischiamo
di precipitare nel Puglia-shire, di diventare l’Eldorado pensionistico in cui
legioni di facoltosi cittadini americani e cinesi (e russi, e sauditi) vorranno
trascorrere nei prossimi anni la loro vecchiaia?”.
Non vorrei essere frainteso. Non intendo sminuire il lavoro intellettuale di
Lagioia: non credo sia ingenuo, né credo sia così impaurito dal potere come
lascia intendere. L’intellettuale timoroso è in realtà una figura scaltra che
gioca una strategia tutta personale, una strategia efficace, entro i meccanismi
della riproduzione culturale. In caso contrario non avrebbe diretto per anni il
Salone del libro di Torino, apprezzato da tutte le classi dirigenti di questa
città. Forse l’intellettuale timoroso sa, conosce i nomi dei responsabili, e
possiede più dati sul ruolo concreto delle élite di quanti possiamo averne noi.
L’intellettuale timoroso sa, per esempio, che il promotore della candidatura di
Matera a capitale europea della cultura nel 2019 fu Paolo Verri, liberale
torinese (appunto) e già direttore del Salone del libro negli anni Novanta. Sa
che Verri prepara da anni la stessa operazione su Torino affinché divenga
capitale europea della cultura nel 2033. Credo che conosca i “rischi” di tale
candidatura, può certo prevedere gli effetti di un’eventuale vittoria e il ciclo
di angherie e di espulsioni che si abbatterà su Porta Palazzo, area urbana che
accoglierà gli eventi di Torino 2033. Certo l’intellettuale timoroso sa che il
braccio destro di Verri a Matera 2019 era Agostino Riitano, poi direttore
di Procida capitale italiana della cultura e adesso coordinatore della
candidatura di Torino per il 2033. L’intellettuale timoroso potrebbe avvertirci
dei pericoli che corriamo e con agio potrebbe indicare i responsabili, ma –
ormai sarà chiaro a chi legge – non lo farà. (francesco migliaccio)
Come precarietà economica, interessi pubblici e privati, controllo sociale e
criminalità trasformano il gioco in un dispositivo di estrazione e
disciplinamento nell’Italia contemporanea L’Italia contemporanea presenta un
quadro segnato da …
Violata la giurisdizione italiana e i diritti fondamentali: Ávila e Abukeshek
detenuti illegalmente. Roma intervenga subito o rischia responsabilità per
omissione IL comunicato della Rete di resistenza legale Il sequestro …
Avila e Abukeshek in sciopero della fame dopo pestaggi e isolamento totale senza
contatti con avvocati o familiari. Ricorso urgente alla Corte europea contro
l’Italia: il sequestro in mare diventa …
Navi umanitarie abbordate a oltre 900 km da Gaza, centinaia di attivisti
arrestati. L’Europa tace, mentre il Mediterraneo diventa zona franca della
forza. Un atto terroristico che calpesta il diritto …
(foto dall’archivio napolimonitor)
Il fascismo, in Italia e in Europa, non si manifesta oggi solo nella presenza di
gruppi che riferiscono esplicitamente al suo impianto ideologico, nel dilagante
razzismo e nel nazionalismo estremo, ma anche nell’aperta ostilità verso le
istituzioni democratiche, espressa persino da chi le rappresenta, nella
gerarchizzazione militare della società, nelle legislazioni suprematiste e
segregazioniste, proposte in considerazione di una presunta necessità di
“sicurezza”. Oggi che il genocidio in Palestina ha svelato definitivamente le
direttrici su cui si muove la politica interna ed esterna dell’entità sionista,
potremmo parlare di “israelizzazione” del sistema democratico occidentale,
l’adozione, a diversi livelli, di quelle pratiche militari, violente, fasciste e
coloniali, per il controllo e la repressione con cui lo stato ebraico governa la
sua occupazione della Palestina.
In Italia il neofascismo istituzionale si concretizza nei tentativi di
riabilitare il Ventennio, arrivando persino a presentare i partigiani come
criminali e i fascisti come vittime. Associare i resistenti al terrorismo, così
come avviene in Palestina e in tanti altri luoghi del mondo, non è un processo
dissimile dalla criminalizzazione occidentale di chi si oppone, con modalità
differenti tra loro, a guerra, repressione e dispositivi “di sicurezza”. Questa
criminalizzazione dell’oppositore è associata infatti a sua volta alla
normalizzazione della repressione sulla base di un diritto sempre più simile a
quello militare, e in tante parti del mondo alla tortura, all’omicidio di Stato,
al genocidio. Si normalizza la violazione della legge internazionale, dei
diritti umani, degli accordi e delle tregue. Si normalizza il massacro di interi
popoli per le necessità di espansione e sfruttamento di uomini e risorse del
sistema tardocapitalista, per spingere la produzione militare, per l’ottenimento
del potere e la depredazione di risorse.
Oggi è chiaro a tutti che la modalità di sopravvivenza individuata da questo
sistema fondato su oppressione e sfruttamento, guidato da Stati Uniti e Israele,
è la totalizzazione di guerra e distruzione, utilizzando nei confini interni il
governo fascista della repressione. In Occidente tutto ciò si manifesta con il
vertiginoso riarmo, con lo scientifico utilizzo di miseria e carovita,
devastazione ambientale, sfruttamento delle risorse naturali, progressiva
eliminazione dei diritti più elementari, razzializzazione dei rapporti sociali.
È il fascismo dei decreti sicurezza, delle norme contro i lavoratori e gli
scioperi, del controllo capillare sui luoghi di produzione, del sistematico
aggiramento dei salari minimi, della negazione dei diritti: la sanità,
l’istruzione, e in fin dei conti un intero sistema di welfare.
In altri luoghi del mondo è invece guerra aperta, è distruzione e genocidio,
sono nuove ondate di colonialismo diretto, di appropriazione sanguinosa di
terre, risorse, e strategiche vie di comunicazione – dalla Palestina a Cuba, dal
Venezuela all’Iran e al Libano – in una escalation che non ha conosciuto tanta
distruzione e violenza diffusa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Resistere a tutto ciò, riconoscendo il filo che muove politiche solo
apparentemente diverse dentro e fuori i confini, è nostro dovere, e in questo
senso la lotta di liberazione palestinese diventa più che un esempio un
paradigma, un rifiuto di soccombere, semplicemente ricordando di essere umani.
La lotta del popolo palestinese, insieme a quelle delle differenti e altrettanto
complesse resistenze libanesi, yemenite, iraniane e cubane, è un appello a non
arrendersi e a non abdicare alla macchina infernale capitalista e coloniale, che
spinge guerra e genocidio anche verso i nostri confini.
Il 25 aprile ha rappresentato per l’Italia il punto di arrivo di una resistenza
armata, popolare e di classe, per la liberazione dall’occupante nazista, contro
il fascismo e contro il preciso mandato che Mussolini e i suoi avevano ricevuto
dal grande capitale nazionale. La lotta partigiana italiana è stata però anche
parte di resistenze europee che avevano messo fine a un sistema di occupazione e
dominio, corresponsabili di uno dei più atroci genocidi della storia,
rivendicando la libertà di tutti i popoli oppressi. Di lì a poco, le lotte
anticoloniali da tempo in atto ci avrebbero mostrato la determinazione dei
resistenti nelle lotte di liberazione e autodeterminazione al di fuori
dell’Europa, dall’Algeria al Vietnam, percorsi tortuosi e complessi che non si
possono semplificare, rischiando di prestare il fianco a chi prova a
neutralizzare la carica esplosiva che queste lotte portano ancora oggi con sé.
Abbiamo imparato in Italia a riconoscere chi si appropria di una storia non sua
per rileggerla, passo dopo passo, a proprio piacimento. Se da un lato il fronte
politico più becero e reazionario, peraltro oggi alla guida del paese, infanga
esplicitamente la lotta partigiana, dall’altro scendono in piazza per il 25
aprile, oggi, persino forze che quotidianamente, più o meno esplicitamente,
appoggiano il dominio coloniale sui territori in oppressione.
A Roma e a Milano, da tempo, ambienti filosionisti referenti privilegiati di
forze di governo e di opposizione enfatizzano il ruolo che la Brigata Ebraica
avrebbe avuto nella Liberazione, oscurando la sua funzione di copertura di
organizzazioni terroristiche sioniste, con l’Haganah in prima fila, addestrate e
armate non per combattere il nazifascismo, ma per fondare lo Stato di Israele,
mettendo in atto la pulizia etnica dei palestinesi. Organizzazioni, quelle sì,
terroristiche e coloniali, vengono ritratte come forze antifasciste per
legittimare il sionismo, la tortura sistematica dentro e fuori le carceri, le
esecuzioni sommarie e i massacri di civili, la distruzione di abitazioni,
ospedali, luoghi di culto, scuole e università, una violenza genocida che oggi
si cerca di imporre come fondamenta dell’ordine globale.
Ma la Resistenza, e le resistenze, appartengono a chi lotta ancora contro il
fascismo, la guerra e il genocidio, lo sfruttamento e l’oppressione, a chi non
si rassegna ad abbandonare la propria terra, per la liberazione di tutti i
popoli e di tutte le classi oppresse. È la forza di chi si oppone
all’avanzamento della barbarie, di un sistema al cui vertice ci sono, certo, gli
autocrati e i “re”, ma il cui presupposto sono le classi dirigenti economiche e
politiche, di sovranisti e di liberali, di partiti di governo e di opposizione,
del grande capitale e dei suoi lacchè.
La linea coloniale e del colore non divide oggi solo Occidente e Sud del mondo,
ma taglia lo stesso mondo occidentale, attraversa le metropoli e le loro
periferie, congiungendosi, mai forse così evidentemente, con la linea
dell’oppressione e dello sfruttamento. A partire da qui noi vogliamo oggi
costruire la nostra Resistenza. (maisaa hassan)
Roma, insieme a Berlino, ha impedito la sospensione dell’accordo Ue-Israele
nonostante Gaza distrutta, la Cisgiordania occupata e i nuovi attacchi in
Libano. Il governo italiano sceglie ancora una volta la …
Dal genocidio a Gaza alla criminalizzazione delle proteste, il Rapporto 2026
denuncia un ordine globale sempre più fondato su guerra, impunità e politiche
repressive È stato presentato oggi il Rapporto …
(disegno di sam3)
Noi sappiamo tutto del Comandante Aponte e degli affari della Mediterranean
Shipping Company (MSC). A ben vedere, c’è l’intera storia dello sviluppo
economico del sud Italia dentro la vicenda di questa multinazionale del mare. Il
sud come piattaforma logistica da predare e da conquistare insieme al suo
esercito industriale di riserva rimasto a languire dopo gli anni delle ondate
migratorie. Il sud della disoccupazione giovanile, del lavoro povero e
informale, del rischio di povertà che riguarda quasi il quaranta per cento della
popolazione. Il sud della migrazione intellettuale.
Noi sappiamo che sotto la guida del fondatore Gianluigi Aponte, MSC è diventata
la prima compagnia di navigazione al mondo. MSC non possiede solo navi, ma
controlla una rete globale di terminal portuali. Oltre al trasporto merci via
mare, il gruppo è leader nel settore crocieristico e sta espandendo la sua
presenza nel trasporto ferroviario e aereo. MSC sta investendo i profitti
generati durante la pandemia per acquisire asset strategici. Non è un mistero
neanche il suo coinvolgimento nel trasporto di armi e materiale bellico da e
verso Israele, come riporta un report del Palestinian Youth Movement.
Noi sappiamo tutto, e non saranno i segreti bancari vigenti in Svizzera a
impedirci di affermarlo. Sappiamo che è un uomo schivo, il Comandante Aponte.
Non appariscente come un Bezos o un Musk, ma non diverso da questi signori in
termini di visione del mondo. La sua multinazionale costituisce
un’infrastruttura indispensabile del capitalismo contemporaneo, rappresenta sia
il peso che la bilancia dell’economia globale, è presente in più di trecento
porti di tutti i continenti e su almeno duecento rotte commerciali, trasportando
più di cinque milioni di container in giro per il globo. Oltre a Gioia Tauro,
MSC controlla il porto di Napoli, e ha ottenuto la concessione dell’area
destinata al nuovo terminal di levante a San Giovanni a Teduccio, finalizzato a
duplicare il volume dei traffici di container, devastando un territorio intero e
sottraendo tratti di costa.
Ma al di là degli investimenti e delle strategie cannibali, noi sappiamo
un’altra cosa sul suo conto, tecnicamente la più rilevante: sappiamo cosa vuol
dire, per questo colosso, il lavoro. Sappiamo il meccanismo, conosciamo il
significato di questa parola alle orecchie di questi signori famelici. Ci
interessa ancora di più definire i dettagli, se si pensa al nesso tra MSC e il
territorio napoletano, e al fatto che MSC è anche sponsor della SSC Napoli e
dell’America’s Cup, la competizione che si terrà nel 2027 nell’area di Bagnoli.
Per inquadrare il significato che costoro attribuiscono al lavoro occorre prima
di ogni cosa guardare verso il mare, perché è lì che il modello Aponte affonda
le sue radici. Prendiamo una nave qualsiasi della sua flotta, la MSC Paloma.
Battente bandiera panamense, trecentosettanta metri di lunghezza, una capacità
di circa tredicimila container. Il profitto di quella nave dipenderà da tanti
fattori, tra cui uno in particolare: un sofisticato meccanismo di arbitraggio
giuridico e fiscale che trasforma la nave in un territorio straniero fluttuante.
Sebbene la proprietà faccia capo alla famiglia Aponte e al gruppo MSC con sede
in Svizzera, l’uso della bandiera di Panama consente all’armatore di operare al
di fuori delle normative europee, beneficiando di una tassazione prossima allo
zero e di standard di sicurezza meno stringenti che abbattono i costi. Compreso
quello del lavoro.
È il principio delle “bandiere di comodo”. Equipaggi multinazionali, composti
spesso da marinai filippini o indonesiani, contratti che ignorano i minimi
salariali e le tutele previdenziali dei paesi occidentali. Si crea così una
gerarchia razzializzata a bordo, dove lo stesso spazio di lavoro è regolato da
diritti diseguali, rendendo i lavoratori invisibili agli occhi della legge.
Tale è la concezione che hanno questi colossi del lavoro. Tale è la condizione
di nullità giuridica e sociale che emerge da un modello del genere. Il principio
della bandiera di comodo produce il modello del “lavoro di comodo”. Il
lavoratore è, di fatto, intrinsecamente violabile.
Se scendiamo a terra e osserviamo con attenzione, veniamo a sapere altro. In
trent’anni, senza troppi clamori, il Comandante è diventato uno dei più grandi
armatori del mondo gestendo un colosso a conduzione familiare come una trattoria
di cucina tradizionale. Il modello che ha elaborato è un misto di paternalismo e
lavoro di comodo. Sappiamo che la metà circa degli oltre 20 mila lavoratori del
gruppo è originaria della Campania, e sarebbe opportuno chiedersi il perché.
Troppo mansueti i compaesani di mister Aponte? Troppo ricattabili dallo spettro
del non lavoro in terra meridionale? Più facilmente controllabili? Nel quartier
generale in Svizzera lavorano almeno trecentocinquanta dipendenti con la
sindrome di Stoccolma, che venerano mister Aponte come un santo.
A poco a poco il modello MSC del lavoro prende forma. Lo vediamo per quello che
è. Che ruolo avrebbero in tutto questo, i sindacati? Lo dicono i fatti. A chi
non abbassa la cresta rispetto a questo modello egemonico spetta il
licenziamento. Ed è esattamente quello che è successo nei porti di Gioia Tauro e
di Napoli, dove MSC di fatto comanda.
Ancora un’altra cosa sappiamo. È uscita di recente la notizia della campagna di
reclutamento dei volontari per l’edizione dell’America’s Cup di vela prevista
per il 2027 a Napoli, di cui MSC è sponsor. Come si legge dal sito, “il
programma coinvolgerà centinaia di volontari e rappresenterà uno degli elementi
chiave dell’organizzazione dell’evento. Il gruppo più numeroso sarà impegnato a
terra, con compiti di supporto logistico e assistenza al pubblico. I volontari
saranno presenti nel Race Village e nelle Fan Zone per accogliere i visitatori,
fornire informazioni sul programma delle regate e orientare il pubblico tra
eventi collaterali e attività dedicate agli appassionati di vela. Non
mancheranno opportunità anche in acqua: alcuni volontari saranno coinvolti nelle
operazioni di supporto alle regate, contribuendo alle attività organizzative che
permettono lo svolgimento delle prove a mare”.
Un evento sponsorizzato da una multinazionale del mare che attribuisce un
preciso significato alla parola “lavoro”, e che ai nostri occhi appare come un
grande processo di speculazione, si avvale di migliaia di volontari che
probabilmente accetteranno l’umiliazione senza neanche rendersene conto. Lavoro
volontario, gratuito, qualificato, nel sud depresso del lavoro di comodo e della
desertificazione industriale. Nel sud della disoccupazione giovanile, del lavoro
povero e della migrazione intellettuale, dei “cercasi ragazzo” fuori ai bar del
centro storico pieno di turisti che scendono dalle navi da crociera di mister
Aponte, navi che intossicano la città mentre sono alla rada. Nel sud dei
movimenti dei disoccupati organizzati. Nel sud di MSC.
Di recente è stata lanciata una campagna contro questo colosso. Se sappiamo
tutto sul suo conto, allora sappiamo anche cosa bisogna fare. (andrea bottalico)