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Le città come albergo. Coliving, studentati di lusso e nuova rendita urbana
(disegno di otarebill) Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città Nel lessico tecnico del settore immobiliare e negli studi urbani, coliving e student housing identificano una nuova tipologia di strutture residenziali su larga scala che negli ultimi anni si sono moltiplicate nei contesti urbani. Si tratta di edifici dalla natura ibrida e sfuggente, che si sottraggono alle classificazioni abitative consolidate: presentano caratteristiche alberghiere (servizi, reception, pulizie, piattaforma di prenotazione), ma ospitano residenze a medio-lungo termine; offrono soluzioni per studenti e studentesse ma accolgono anche professionisti; propongono stanze private ma gestiscono anche spazi collettivi. Questa ambiguità rappresenta precisamente la strategia di questi operatori, che si posizionano in una zona grigia tra ricettivo, housing e workspace per massimizzare flessibilità e ricavi. Modelli di questo tipo si inseriscono nelle crepe di un sistema abitativo sempre più deregolamentato, in cui l’offerta residenziale è insufficiente e i prezzi risultano insostenibili rispetto ai redditi medi (spesso inferiori ai duemila euro mensili, secondo i dati Istat). Il coliving propone formule “all inclusive”: una stanza privata che va dai dieci fino ai trentacinque mq con servizi condivisi come cucine, coworking, lavanderia, palestra e area lounge, oltre che eventi programmati. Questo modello contribuisce a rafforzare una concezione della casa come servizio a pagamento, piuttosto che come bene primario, stabile e tutelato. Difatti, se si osservano le strategie di marketing e la narrazione commerciale dei gestori si può notare come venga esaltata la flessibilità, la temporaneità e la creazione di community, arrivando a trasformare anche il bisogno di socialità in un servizio incorporato nel pacchetto a pagamento. L’analisi dei dati sugli investimenti in questo settore, nel primo semestre 2025, offre una chiave di lettura emblematica delle dinamiche che stanno ridefinendo il paesaggio di moltissime città italiane. Secondo Savills – un’importante società britannica di servizi immobiliari – il settore del living in Italia ha registrato un aumento del 118% solamente nell’ultimo anno, con 670 milioni di euro investiti. Questa esplosione di investimenti si concentra in cinque città italiane – Milano, Roma, Firenze, Bologna e Torino – che rappresentano “poli di attrazione” per capitali nazionali e internazionali. Queste città condividono alcune caratteristiche strutturali: innanzitutto una forte presenza universitaria, un’elevata attrattività turistica, sono centri direzionali e presentano mercati immobiliari sotto pressione, caratterizzati da un vertiginoso aumento dei prezzi. Tuttavia, se guardiamo online l’offerta di alcuni operatori commerciali, possiamo notare un’espansione anche in città più piccole ma di grande attrattività universitaria e turistica: Padova, Matera, Palermo, eccetera.   La crescita degli investimenti nel settore abitativo non è casuale, si tratta di un vero e proprio boom speculativo che conferma che la casa non è più prioritariamente un bene d’uso ma un asset class da cui estrarre rendite crescenti. Questa crescita, afferma sempre Savills nel rapporto “Italian student housing market”, è trainata soprattutto dagli studentati privati. La società di consulenza e investimento immobiliare evidenzia che, poiché l’offerta privata in Italia copre appena il 4% della domanda proveniente dalla popolazione studentesca, il settore presenta ancora un forte potenziale di crescita per gli investitori. Attualmente il 31% dei posti letto complessivi è gestito da operatori privati, una quota cresciuta di oltre dieci punti percentuali in soli quattro anni. Il report segnala inoltre che sono previsti venticinquemila nuovi posti letto entro il 2027. Il fatto che le città italiane vengano segnalate come poli di attrazione, con domanda in aumento e “canoni competitivi rispetto alle principali capitali europee”, ci fa intendere che c’è ancora margine di crescita degli affitti e dei prezzi delle case. In altre parole, gli investitori vedono in Italia un mercato in cui i rendimenti possono aumentare ulteriormente. Un altro dato preoccupante riguarda gli student housing professionali, ovvero i cosiddetti “studentati di lusso”, che stanno crescendo perché, come in altri ambiti delle politiche abitative, lo Stato ha progressivamente abbandonato il suo ruolo di garante del diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da operatori privati. MEMBRI, NON INQUILINI Questa tipologia di complessi residenziali prolifera già da diversi anni in molte città. I principali gestori sono: The Social Hub, società olandese; aparto, che fa capo al gruppo Hines; Collegiate, di origine britannica; Camplus, società italiana; Yugo, compagnia globale di student housing con sede principale negli Stati Uniti; Joivi, prima piattaforma europea di coliving, micro-living e student housing, nata dalla fusione di DoveVivo con altre società del settore. Quest’ultima, in forte espansione, gestisce oltre 2.500 abitazioni in sei paesi europei, con una crescita dei ricavi tra 2021 e 2023 del 70% in Italia e del 140% all’estero. Queste società hanno diffuso un nuovo modello abitativo che sembra esclusivo, ma in realtà è molto standardizzato: stanze o micro-appartamenti di pochi metri quadrati con bagno privato, arredi di design, palestra e piscina sul tetto, coworking, verde verticale, lavanderia e una serie di servizi riservati ai residenti e abbonati. A essere esclusivi, tuttavia, sono soprattutto i canoni mensili, che oscillano tra i mille e i tremila euro, a seconda della soluzione scelta e delle eventuali convenzioni universitarie, ma in assenza di qualunque reale tutela per chi vi abita. A Roma, per esempio, il modello del coliving e degli studentati privati sta iniziando a consolidarsi solo recentemente, ma con una velocità impressionante. Il caso più visibile è The Social Hub, inaugurato nel 2025 nell’area dell’ex Dogana a San Lorenzo. Chi guida sulla tangenziale est o arriva in treno a Termini non può non notare la nuova mega-struttura: ventiquattromila mq riconvertiti in residenza ibrida con camere, coworking, palestra e servizi, venduti come “esperienza abitativa” a tariffe superiori ai duemila euro al mese. L’immobile era di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti e, secondo un’inchiesta di Irpimedia, è stato ceduto al gruppo olandese TSH a un prezzo di gran lunga inferiore al valore di mercato, evidenziando ancora una volta come il patrimonio pubblico alimenti la rendita privata. The Social Hub è arrivato in Italia nel 2018, aprendo la sua prima sede in via Lavagnini a Firenze, quando ancora operava sotto il brand The Student Hotel. Il cambio nome ha segnato anche un cambiamento nella strategia aziendale: dalle residenze pensate principalmente per studenti a un modello ibrido rivolto a un’utenza mista, inclusi turisti, nomadi digitali e professionisti in soggiorno temporaneo. Oggi The Social Hub gestisce quattro strutture in Italia, tra Roma, Firenze e Bologna, e ha già annunciato una prossima apertura a Torino. Attraverso un’analisi dei prezzi svolta sulla piattaforma online, constatiamo che un soggiorno medio-lungo si aggira mediamente intorno agli ottanta euro a notte, superando facilmente canoni di duemila euro al mese per una stanza di circa trenta mq con bagno privato e, in alcuni casi, angolo cottura. Si tratta di un’offerta completamente gestita secondo il modello alberghiero, con servizi condivisi che trasformano l’alloggio in un prodotto esperienziale più che in un’abitazione stabile. Queste strutture includono sempre spazi semipubblici – uffici e coworking accessibili tramite abbonamento mensile e aperti h24 e sette giorni su sette, oppure bar e ristoranti interni – e spazi dichiarati pubblici, come terrazze o giardini, attraversabili anche da chi non risiede nella struttura. Gli abbonati ai servizi vengono tutti definiti member della community, e si hanno dei badge per accedere nei vari ambienti della struttura. In questo modello abitativo, si perde persino l’identità di inquilino o inquilina: non si è più residenti con diritti specifici, ma “membri” di una struttura, dove l’abitare viene trasformato in un prodotto commerciale. Non è un caso che, da qualche anno, non è possibile soggiornare per oltre dieci mesi nella stessa struttura, costringendo così a un nomadismo forzato anche chi vuole stabilizzarsi per più tempo. Accanto a TSH operano altri attori come Camplus, che gestisce vari studentati in tutta Italia. A Roma, per esempio, a Pietralata, quartiere dove è in progetto anche la costruzione del nuovo stadio, gli alloggi studenteschi hanno rette che vanno dai 14 mila euro per stanze doppie ai 16.500 euro l’anno per stanze singole, includendo diversi servizi. Le strutture hanno posti anche per viaggi e trasferte di lavoro, con prezzi tra i novanta e oltre duecento euro a notte per soggiorni medio-brevi. I costi variano in base alle convenzioni con aziende e università, una logica che consente a queste strutture di consolidare il modello di partenariato pubblico-privato. Questo sistema di accordi serve a legittimare la struttura come servizio di pubblica utilità, facilitandone l’accesso a fondi pubblici, agevolazioni fiscali e concessioni edilizie, pur mantenendo una gestione orientata al profitto. Lo stesso meccanismo riguarda il progetto da cinquantasette anni di concessione nell’area degli ex Mercati Generali, realizzato dal fondo Hines, che ha come partner anche la compagnia israeliana Menora Mivtachim con interessi immobiliari in Cisgiordania. L’opera è stata giudicata di “pubblica utilità”, ma replica il solito modello ibrido: oltre duemila posti letto, di cui appena un quarto a canone cosiddetto “calmierato”, che comunque resterà allineato ai prezzi del mercato privato, vanificando qualsiasi reale funzione sociale. In questa zona si è attivato un ampio fronte di cittadini/e, realtà locali, organizzazioni studentesche e movimenti che chiedono trasparenza sul progetto e un reale coinvolgimento della comunità. Tra le richieste principali: più verde pubblico e la tutela dell’area rinaturalizzata esistente, che ospita un ecosistema urbano a rischio di cancellazione definitiva. Dinamiche simili si registrano in altre zone della città. A largo Preneste, nell’area dell’ex Snia Viscosa, il costruttore Pulcini progetta uno studentato che, secondo i comitati di quartiere, cancellerebbe uno dei pochi spazi verdi rinaturalizzati della zona. Poco distante, l’ex cinema Impero è destinato a essere convertito in un altro studentato con funzione residenziale di fascia alta, che poco sembra rispondere alle esigenze abitative del territorio. Rimanendo nello stesso quadrante geografico, a Casal Bertone, vicino alla stazione Tiburtina, è stata recentemente cementificata una falda acquifera in via Giuseppe Partini per costruire uno studentato privato di ottomila mq con 270 stanze, situato tra l’hub logistico di Amazon e lo spazio sociale Strike. L’area di venticinquemila mq è stata acquisita dal fondo statunitense Barings tramite un’operazione immobiliare curata da Savills SGR, dopo l’acquisizione dal precedente proprietario, il gruppo BNP Paribas. Infine, ma non ultimo, c’è il Museo della Scienza, previsto negli spazi delle ex caserme di via Guido Reni, nel quartiere Flaminio. L’intervento, realizzato da Cassa Depositi e Prestiti Real Asset SGR in partnership con soggetti privati, combina la funzione museale con una nuova edificazione di residenze e funzioni private, affiancate da spazi pubblici. Un modello che, pur promettendo rigenerazione, nasconde dietro l’interesse pubblico interessi di valorizzazione immobiliare. SOLDI PUBBLICI, PROFITTI PRIVATI Ormai da diversi decenni, numerose amministrazioni locali, al di là delle differenze ideologiche e di bandiera partitica, hanno progressivamente adottato strategie di gestione urbana ispirate a logiche neoliberiste, fondate sulla ricerca di capitale e visibilità internazionale. Tali strategie hanno favorito l’emergere di processi di gentrificazione, turistificazione e finanziarizzazione dello spazio urbano. Questo paradigma di governo della città, consolidatosi da oltre tre decenni, è quello che David Harvey definisce “imprenditorialismo urbano”. Esso si basa su alcuni pilastri: il ricorso sistematico al partenariato pubblico-privato, in cui le amministrazioni locali mettono a disposizione risorse e garanzie mentre i profitti ricadono sui soggetti privati; la natura fortemente speculativa dei progetti, con il rischio finanziario spesso scaricato sul settore pubblico. Un esempio attuale è quello dei fondi Pnrr: circa 960 milioni di euro vengono destinati alla rigenerazione urbana e allo student housing, ma i profitti generati da tali interventi restano in larga parte nelle mani degli operatori privati. Altro elemento centrale di questo modello è la competizione tra città su scala globale, non più nazionale. Le amministrazioni puntano su grandi opere, rigenerazioni urbane di forte impatto simbolico, musei, infrastrutture e mega-eventi, con l’obiettivo di attrarre turisti, consumatori, investitori e capitali internazionali. Esempi emblematici ne sono Expo, Olimpiadi e grandi manifestazioni sportive, utilizzate come strumenti di marketing territoriale e leve per mobilitare investimenti privati. A essere oggetto di speculazione (mascherata da riqualificazione) sono spesso spazi abbandonati, ex stabili industriali – molti dei quali occupati, recuperati e fatti vivere per anni da movimenti sociali – oppure territori rinaturalizzati trattati come “vuoti urbani”. In realtà, queste aree vengono acquisite per lo più a prezzi irrisori e, grazie a varianti urbanistiche concesse con disinvoltura dalle amministrazioni pubbliche, trasformate in asset immobiliari ad alta redditività per fondi di investimento e società finanziarie. Governance urbane dipendenti dalla logica della rendita, costruite intorno alla monocultura turistica e prive di risorse pubbliche, finiscono per essere ostaggio di fondi e operatori stranieri. Questi ultimi si presentano come soluzione al problema alloggiativo, ma il loro unico obiettivo è massimizzare i rendimenti, non certo risolvere il problema abitativo di migliaia di persone. Cosa rende questo mercato così sicuro per gli investitori stranieri? Anzitutto gli incentivi fiscali e finanziari, come Iva o Imu ridotte, detassazione dei canoni calmierati e accesso al credito a tassi agevolati. A questo si aggiunge la deroga urbanistica: il privato presenta un progetto che apparentemente includerebbe aree verdi (che poi si traducono in giardino verticale), spazi pubblici (che sono a pagamento) e una quota di alloggi a prezzi calmierati (che risultano comunque prezzi di mercato); il Comune lo dichiara di “pubblica utilità” e l’intervento viene approvato in deroga. In questo modo, senza una variante formale al piano urbanistico, è possibile costruire più rapidamente, modificare gli usi e aumentare le volumetrie. Siamo arrivati a un punto di non ritorno in cui è fondamentale fermarsi e interrogarsi: che tipo di città si sta costruendo? E soprattutto: cosa possiamo fare concretamente per contrastare questi processi che trasformano i nostri quartieri in enclave esclusive ed escludenti? In tutta Europa, molti comitati di quartiere, organizzazioni e movimenti per il diritto all’abitare stanno avanzando proposte e provando a orientare le politiche di tantissime amministrazioni locali. Una via d’uscita non può basarsi su una sola misura, ma richiede un insieme coordinato di interventi capaci di agire su più livelli. È ormai evidente che va ridotto il potere delle piattaforme come Airbnb e va disciplinato il mercato degli affitti brevi, che sottrae stock abitativo alla residenza stabile. Ma intervenire solo su quel segmento non basta, serve anche una regolamentazione del mercato degli affitti a lungo termine, oggi lasciato alle sole logiche della rendita e della contrattazione individuale. È necessario, inoltre, porre un freno ai cambi d’uso e alle varianti urbanistiche concesse con troppa facilità alle società di investimento immobiliari, strumenti attraverso cui il patrimonio abitativo viene sistematicamente sottratto alla sua funzione sociale per essere trasformato in merce finanziaria. È necessario, quindi, introdurre un vincolo nazionale che impedisca varianti urbanistiche prive di comprovato interesse pubblico e non deliberate attraverso processi partecipativi reali – come già richiesto a Firenze con due referendum consultivi dal basso su temi urbanistici. Un’altra misura chiave è la tassazione degli immobili vuoti, per contrastare la rendita speculativa e ridurre il rent gap, cioè la differenza tra quanto un immobile vale oggi e quanto potrebbe rendere se riqualificato e rimesso a valore. Il vuoto urbano, cioè edifici lasciati inutilizzati, abbandonati o tenuti sfitti, non è quasi mai una semplice conseguenza del caso o della disattenzione. Spesso è una strategia funzionale alla speculazione immobiliare, perché mantenere spazi vuoti permette agli investitori di acquistare l’area con pochi capitali, aspettare piani di riqualificazione pubblica e far salire il valore dell’area. Non è un caso che queste strutture spesso nascono in aree in cui erano presenti attività produttive, e in quartieri popolari e operai che vengono riqualificati e gentrificati. Per questo motivo si chiede di tassare il vuoto, così da evitare che l’inutilizzo diventi una forma di profitto. Allo stesso tempo, le occupazioni andrebbero decriminalizzate perché sono una risposta sociale: restituiscono vita agli edifici e danno accoglienza a chi ne ha bisogno. In Italia esistono quasi nove milioni di abitazioni sfitte, un dato che mostra con chiarezza la contraddizione strutturale del nostro mercato: non mancano le case, manca la possibilità di abitarle. Chi vive nei quartieri non ha bisogno di queste strutture di coliving; le studentesse e gli studenti vogliono pagare meno di quanto chiedono i nuovi studentati privati e desiderano vivere i servizi e la vita dei territori, non chiudersi dentro edifici pensati come spazi autosufficienti, in cui paghi anche la socialità. (chiara davoli)
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Voglia di uccidere
(disegno di Otarebill) Sarà presentato martedì 27 gennaio, alle 17:30 nella redazione di Napoli Monitor (via Broggia, 11), il numero 15 de Lo stato delle città (a questo link indice e punti di distribuzione a Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino e nelle prossime settimane in altre città). Tra gli articoli della rivista c’è Voglia di uccidere, di Maurizio Braucci, che riproponiamo oggi ai nostri lettori. *     *     *  Giovani che uccidono altri giovani, spesso con pistole, altrimenti con coltelli. È un tema, quello della morte per futili motivi, che sembra non interessare l’opinione pubblica se non per l’arco di un momento: quello dell’ennesima vittima. Ogni dibattito che nel corso degli ultimi anni è seguito alle tragiche vicende di giovani uccisi per un litigio, si è sempre ridotto a discorsi sulla sicurezza e sulla certezza delle pene. Francesco Pio Maimone, Santo Romano, Gianbattista Cutolo, Emanuele Tufano e Pasquale Nappo, sono tra gli altri nomi di giovani uccisi a Napoli e provincia. In altre provincie del sud le pistole hanno sparato in situazioni che in passato sarebbero esplose con una violenza non armata. E quindi, perché tante armi e tanto desiderio di uccidere? La profezia di un poeta e il film di un grande regista possono aiutarci a rispondere. La prima riguarda l’intervista che Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo giorno di vita, concesse a Furio Colombo, in cui parla dell’Italia del 1975: “Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere”. I più meticolosi leggono in questa dichiarazione il resoconto di un momento storico dove il conflitto ideologico, tra ricchi e poveri, tra destra e sinistra, era talmente acceso che dalla rivalità si era passati alla guerra nelle strade. Ma se intendiamo la storia come un’eco del passato che arriva fino a noi, in questo allarme di Pasolini non possiamo non scorgere qualcosa che riguarda il nostro presente, impoverito ancora di più da contenuti violenti e narcisistici lì dove prima erano ideologici. Oggi non potremmo dire che è all’interno di dinamiche di lotta di classe che dei ragazzi incensurati muoiono a causa delle armi da fuoco e altri vengono condannati a pene più lunghe dei loro anni. Ma dovremmo specificare che si tratta di conflitti intraclassisti, che scoppiano tra persone appartenenti alla stessa dimensione sociale, e questo per effetto della trasformazione della lotta tra le classi in lotta di classe unilaterale, cioè da parte dei ricchi contro i poveri, come aveva scritto il compianto Goffredo Fofi pochi anni fa. In pratica i più poveri si fanno la guerra tra loro, per effetto di un’implosione disperata dei diritti e delle opportunità, oppure, aggiungo io, la fanno contro i ceti che sono potenzialmente dei loro alleati: quella classe media con cui ancora possono avere dei contatti sociali e che riconoscono come diversa da loro eppure ancora eguale a loro, in una specie di competizione tra disperati e omologati, dove l’omologazione è diventata l’unica via di adesione ai modelli del consumo. Quando, nell’agosto del 2023, fu ucciso Gianbattista Cutolo, ventiquattrenne musicista napoletano, scrissi una lettera aperta al suo giovanissimo assassino, spiegando che aveva sparato contro un ragazzo che abitava a pochi passi da casa sua, un futuro lavoratore intellettuale proveniente da una condizione sociale più agiata ma non contrapposta alla sua. In pratica, aveva ucciso un alleato e non un rivale. Lo stesso si può dire per i tre omicidi avvenuti a Monreale, ad aprile del 2025, dove un diciannovenne della periferia palermitana, si è armato per punire un rimprovero subìto da alcuni giovani operai del posto, cioè degli sfruttati. Nello stesso periodo, per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, ho realizzato un cortometraggio sul tipo degli spot sociali, a metà tra finzione e documentario. Ho intervistato due ragazzi e una ragazza che raccontavano perché, secondo loro, le morti per futili motivi sono in aumento, e le spiegazioni sono state semplici: procurarsi una pistola è diventato molto facile, e si va in giro armati perché si pensa che anche gli altri siano armati. Mi sembra un circolo vizioso: le armi in mano ai più giovani aumentano perché sono aumentate le armi; il fatto che le armi siano aumentate fa temere per la propria vita e quindi ci si arma. Ma la leva della paura e l’aumento degli armamenti, non sono forse i punti forti dei partiti di destra che hanno preso potere in molti paesi del mondo? L’altro spunto di analisi è quello offerto dal film The Funeral (Fratelli in italiano, 1996) di Abel Ferrara, scritto da Nicholas St. John. Qui un mafioso, Ray Tempio, cerca l’autore del misterioso assassinio del suo giovane fratello, Johnny, e lo trova in un semplice bulletto che prima si difende dicendo di averlo ucciso perché il giovane aveva violentato la sua ragazza e infine confessa che lo ha fatto solo perché era stato picchiato da lui davanti alla propria fidanzata. Queste le parole di Ray prima di vendicarsi: “Tu pensi che meriti di vivere dopo che hai ucciso un uomo? Puoi continuare a vivere in pace con la tua coscienza? Una volta che punti una pistola non c’è più modo di tornare indietro. Mia moglie, che non ti conosce, mi ha pregato di risparmiare la tua vita, di lasciare che sia Dio a punirti e di tenere le mie mani pulite. Se Johnny avesse violentato la tua ragazza, per il suo bene, io ti avrei risparmiato. Ma tu hai agito solo per rabbia, tu sei pericoloso. Tu non hai rispetto per la vita della gente, non c’è posto per uno come te nella società e il carcere è una cortesia che non meriti. Io non vedo altra scelta per me”. Sono le parole di un gangster che sente la legge del crimine come non sottratta a quella di Dio, e che crede di affermare un senso di giustizia anche se attraverso la violenza. Queste due citazioni dovrebbero farci riflettere sul fatto che esistono sicuramente ragioni sociali intorno all’aumento della violenza armata tra i giovani, ma allo stesso tempo la gratuità di questi fenomeni racconta anche della loro gravità amorale. Un altro grande poeta, William Wordsworth, ha scritto che “il bambino è il padre dell’uomo”, e se dei ragazzini agiscono distruggendo le proprie e altrui vite per non altro che rabbia, vuol dire che non solo il presente ma anche il futuro sono macchiati di sangue versato per stupidità ed esaltazione. Ma guardando agli adulti, io sento che tra il genocidio di Gaza, che ha mostrato la perdita di ogni rispetto verso la vita dei bambini, e l’assuefazione che in troppi hanno verso la morte gratuita dei giovani intorno a loro, c’è una continuità. Il conformismo che regola gran parte dei discorsi mediatici a riguardo dovrebbe farci temere di diventare complici di quelli che pure percepiamo come gesti crudeli, se ci affidiamo allo scetticismo di non poter far altro che restare a guardare. Provocare chi non crede che tutto questo si possa cambiare, è non solo un dovere ma un diritto dell’intelligenza umana. I giovani custodiscono le possibilità future di abituarsi al male oppure di rifiutarlo. E noi tutti siamo moralmente morti se non crediamo che dire “basta” abbia ancora un senso. Le parole della madre di Pasquale Nappo, il diciottenne ucciso a novembre scorso a Boscoreale, sono una terribile sintesi di tutto questo: “Credo sia stato un errore, una fatalità nella quale mio figlio non c’entrava nulla. Quando ho sentito di casi del genere in televisione, non avrei mai creduto che sarebbe potuto succedere a me”. Pasolini aggiungeva, nell’intervista che ho citato, che “l’inferno sta salendo da voi”, ma se questo è vero, dobbiamo chiederci cosa non impedisce e non previene questa salita. Un altro grande artista, il regista Vittorio De Seta, mi raccontò con una metafora quello che lui pensava del male, dopo che la sua compagna e collaboratrice Vera Gherarducci era morta a causa di una leucemia. Da questa drammatica esperienza aveva capito che, come nel caso della leucemia, quando i globuli rossi si abbassano perché il midollo osseo non ne produce più, nella società il male aumenta anche per effetto della diminuzione del bene, e il male diventa impazzito, delirante e autodistruttivo, appunto perché non ha più antagonismi. Mi è sempre sembrata una metafora chiarissima nella sua semplicità.
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Condannato in primo grado Anan Yaesh, processato in Italia da Israele
(disegno di ottoeffe) Le grida dei solidali accompagnano il collegio della Corte d’Assise mentre sfila dalla porta laterale dell’aula al secondo piano del Tribunale dell’Aquila, dopo aver letto la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale. La disposizione arriva nel primo pomeriggio di venerdì 16 gennaio, dopo ore di attesa e una camera di consiglio che sembra non finire mai. L’aula è divisa in due: la parte riservata al pubblico è occupata, come nelle ultime udienze, da persone arrivate da Melfi, Napoli, Roma e Bologna per sostenere i tre imputati; affollata di poliziotti in borghese è, stavolta, anche la parte “istituzionale”, solitamente riservata a giudici e pubblici ministeri. La Corte ridimensiona, almeno in parte, l’impianto d’accusa costruito dalla procura: a fronte dei dodici, nove e sette anni chiesti per Anan, Ali e Mansour, restano “solo” i cinque anni e sei mesi inflitti al primo tra questi. Ali Irar e Mansour Dogmosh sono assolti ai sensi dell’articolo 530, comma 2, che registra la mancanza o non sufficienza della prova: è una formula che consente alla Corte di celare la strumentalità del loro coinvolgimento, utile solo per costruire la fattispecie associativa e mischiare le carte di un’indagine che, di fatto, si sovrapponeva alla precedente richiesta israeliana di estradizione per Yaeesh. Che si trattasse di una forzatura, lo avevano già lasciato intendere in effetti i provvedimenti del Tribunale della libertà e della Cassazione, che avevano disposto la scarcerazione di Irar e Dogmosh escludendo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza. Il dibattimento iniziato ad aprile non ha portato in aula alcun elemento nuovo capace di modificare quel quadro: la sentenza si limita a registrarlo, senza però trarne fino in fondo tutte le conseguenze. RESISTENZA E TERRORISMO Data la povertà del quadro probatorio emerso, la scelta della Corte di condannare comunque Anan rappresenta un precedente grave, che sembra tener poco conto del dibattimento e tanto del clima politico dentro cui questo processo è maturato. La categoria di “terrorismo” è stata progressivamente allargata in questi anni, non solo dentro questo processo, fino a coincidere con il paradigma di sicurezza caratteristico della giustizia israeliana, per la quale qualsiasi forma di opposizione rientra automaticamente nello schema della minaccia terroristica. In attesa delle motivazioni della sentenza, che andranno depositate entro novanta giorni, rimangono però aperti allarmanti interrogativi. Come ampiamente già scritto su questo giornale in riferimento al processo, le convenzioni internazionali considerano legittima la resistenza, anche armata, quando le sue azioni sono rivolte contro forze armate di una potenza occupante. Le stesse, rientrano invece nell’alveo del terrorismo quando atti o minacce di violenza sono diretti contro civili, con l’obiettivo di seminare terrore nella popolazione. Chi ha seguito il dibattimento sa che nel corso del processo non sono emersi elementi secondo cui le Brigate di risposta rapida di Tulkarem – di cui Anan è stato descritto come uno dei principali quadri – avrebbero preso di mira obiettivi non militari. Anche il nodo attorno ad Avnei Hefetz – la colonia israeliana che è stata il centro di gravità di più udienze, e che per settimane si è provato a raccontare come un paesino da cartolina adagiato sulle alture che dominano Tulkarem, abitato da persone non coinvolte nell’occupazione coloniale in Cisgiordania – si è sciolto con una certa facilità. È bastato un solo testimone della difesa, il geografo Francesco Chiodelli, nell’udienza del 28 novembre, per mostrare i trentuno chilometri che separano Tulkarem da Avnei Hefetz per ciò che sono: un territorio punteggiato di checkpoint e postazioni militari, fino all’ingresso della colonia, chiusa dentro una doppia recinzione. Dietro quella recinzione si staglia una grande caserma su cui, nelle immagini del 2021, era ancora ben leggibile una targa con il nome del battaglione Netzah Yehuda, unità di ebrei ultraortodossi dell’esercito israeliano tra le più oscure, nota per i numerosi e brutali episodi di violenza contro la popolazione palestinese, al punto da essere stata sanzionata persino dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Biden. Su quali elementi, allora, ed ecco gli interrogativi di cui sopra, la Corte ha ritenuto che le condotte attribuite ad Anan oltrepassino quella soglia oltre la quale il diritto internazionale smette di riconoscere una lotta di liberazione e comincia a qualificare le stesse azioni come “terrorismo”? Su quali binari continuerà il processo, dal momento che la difesa dell’imputato ha già annunciato il ricorso in appello e, se necessario, in Cassazione? CHI STA PROCESSANDO ANAN YAEESH? Ciò che è evidente è che la sentenza rende ancora più leggibile la natura politica di questo processo. Nel modo in cui Ali e Mansour sono stati utilizzati per costruire attorno ad Anan l’ossatura di una presunta associazione con finalità di terrorismo, organizzata e radicata anche sul territorio italiano. Nel tentativo di Israele, a cui l’Italia ha fatto da stato vassallo, di colpire la resistenza palestinese in Cisgiordania: «Israele voleva fermare Anan – ha dichiarato l’avvocato Rossi Albertini – e l’apertura di un fronte di lotta che, tra il 2023 e il 2024, avrebbe potuto nascere e radicarsi, rappresentando un problema nel piano genocidario che si stava portando avanti a Gaza». L’ipotesi che Anan stesse contribuendo a costruire, a distanza, un centro unificato delle brigate territoriali in Cisgiordania del nord – il triangolo Nablus-Jenin-Tulkarem – rende evidente il suo ruolo di primo piano nella resistenza armata di quella zona. Per bloccare l’apertura di questo fronte, d’altronde, Israele aveva chiesto l’estradizione all’Italia, estradizione scongiurata solo quando la Corte d’appello dell’Aquila ha dovuto riconoscere il rischio concreto di torture e trattamenti inumani che avrebbe potuto subire nelle carceri israeliane. Fin dalle prime udienze, inoltre, insieme agli atti, sono entrati in aula gli apparati di controllo e militari israeliani: la procura ha provato a introdurre verbali di interrogatori a prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri locali, redatti dalla polizia e dallo Shin Bet, raccolti senza alcuna garanzia difensiva e ricorrendo sistematicamente all’uso della tortura (la difesa è riuscita a farli escludere, ricordando l’ovvio: le dichiarazioni strappate con la violenza non possono diventare prova in un processo in uno stato che si professa di diritto); la Corte d’Assise ha poi accettato di ascoltare, in collegamento da Parigi, una funzionaria dell’ambasciata israeliana perché spiegasse la natura di Avnei Hefetz. È stata, quella, una delle udienze in cui lo sbilanciato rapporto di forza tra Israele e lo stato italiano è apparso con maggiore evidenza: entrava nel processo la voce dello stato occupante, ridefinendo il territorio controllato militarmente e persino rinominandolo, indicando la Cisgiordania come “territorio di Giudea e Samaria” e presentando come “insediamento civile” un luogo di occupazione militare. Il tutto, mentre alle spalle della funzionaria campeggiava una grande bandiera israeliana. Alla presenza, anche fisica, di Israele nel processo, si è accompagnato un costante lavoro di cooperazione da parte dell’Italia. Nella gestione del telefono cellulare sequestrato ad Anan, per esempio, inviato alle autorità israeliane che lo hanno utilizzato per localizzare e uccidere gli ultimi componenti delle Brigate di risposta rapida di Tulkarem: una scelta in contrasto con il principio di non-assistenza a gravi violazioni del diritto internazionale, che impone agli stati di non fornire supporto operativo al mantenimento di situazioni illecite, quale l’occupazione militare esercitata da Israele in Cisgiordania. Alla fine di questo primo grado di giudizio, insomma, la sensazione diffusa è quella di una gioia senza sollievo: Ali e Mansour sono liberi, mentre Anan continuerà a scontare la pena nel carcere di Melfi, in attesa dell’appello. Significative sono proprio le parole di Mansour Dogmosh: «Provo sentimenti contrastanti di dolore e di gioia. Gioia perché, finalmente, io e il mio amico Ali siamo stati riconosciuti innocenti dopo due anni durissimi, che hanno segnato profondamente noi e le nostre famiglie. Dolore perché la nostra gioia non è ancora completa: il nostro terzo amico, Anan, è ancora detenuto e condannato a cinque anni di carcere. […] Quando sono arrivato in Italia, l’ho fatto cercando libertà di espressione, dignità umana e sicurezza, valori che nel nostro paese ci sono stati negati. Non avrei mai immaginato di lasciare la Palestina per mancanza di libertà e trovarmi qui ad affrontare un’esperienza così dura. […] Vi chiediamo di continuare a sostenerci, come avete sempre fatto, e di stare ancora al nostro fianco affinché anche per Anan prevalgano la giustizia e la verità, e la nostra gioia possa essere finalmente piena». (francesca di egidio)
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“La causa degli uomini liberi”. Il caso Hannoun e la lotta contro il colonialismo israeliano
(disegno di ottoeffe) Mentre il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia, Mohamed Hannoun, è rinchiuso in una cella del carcere di Genova, privato del diritto di replica, le pagine dei principali quotidiani italiani forniscono ricostruzioni poliziesche e giudiziarie, frammenti di intercettazioni telefoniche e ambientali, cenni alla biografia dell’indiziato, fino a ieri semisconosciuto. Partiamo da queste ultime. Chi è Mohamed Hannoun? “Un architetto di 63 anni, cittadino giordano ma residente in Italia sin dal 1983, anno in cui si stabilì a Genova”, scrive la redazione online di Rainews24. “L’imam di Genova che stava per trasferirsi in Turchia”, secondo La Stampa, che però attribuisce ad Hannoun la cittadinanza palestinese. Ci pensa la redazione del Post a chiarire: “Mohammad Hannoun è palestinese, ma ha anche la cittadinanza giordana”. Curioso profilo, adeguato alla tempesta mediatica scatenata ai danni non certo del solo Hannoun, ma dell’intero movimento di solidarietà con la Palestina. Un binazionale arabo, forse imam, che aspira a diventare turco, al centro di una rete transnazionale che invia denaro ad Hamas, appendice palestinese della fratellanza musulmana: quanto basta per sfamare l’immaginario orientalista e islamofobo che ha oggi come funzione principale quella di “strutturare i nazionalismi europei” più retrivi e aggressivi, per dirla con Enzo Traverso. Uno sguardo che si innesta paradossalmente sulle classiche strutture idealtipiche dell’antisemitismo ottocentesco. Quelle dell’ebreo errante e del pericolo di sovversione giudeo-bolscevica, oggi tradotto con il termine francese islamo-gauchisme, rilevabile nelle teorie della procura genovese, secondo la quale esisterebbe il pericolo di una connessione tra i No Tav valsusini e Gaza, via Genova e la sua moschea. Ancora La Stampa sottolinea come la “pro-pal Angela Lano”, che figura tra gli indiziati nell’inchiesta, sia laureata in letteratura araba e sia un’esperta di Islam – avrebbe addirittura “aggiornato il grande dizionario enciclopedico della Utet per le voci letteratura araba e letteratura persiana”, nel 1996, e quello di Repubblica, nel 2003, mentre il figlio distribuiva volantini contro la costruzione del treno ad alta velocità Torino-Lione. Ma torniamo ad Hannoun. Essere un cittadino palestinese-giordano, classe 1962, vuol dire una sola cosa: essere nato in un campo profughi. Si tratta di un’ovvietà per coloro che hanno una conoscenza, anche minima, della questione palestinese. Meno ovvio per chi ha deciso di dare il suo caso in pasto a un’opinione pubblica disorientata dalle mobilitazioni di massa per la Palestina che hanno investito l’Italia dal 7 ottobre 2023 in avanti. L’ordine di carcerazione emesso ai danni dei nove imputati accusati di finanziamento a un’organizzazione terroristica non menziona in nessun caso il luogo di nascita, salvo che per uno di loro, palestinese nato in Kuwait. Per tutti gli altri non è indicata che la data. Quello che potrebbe apparire come un semplice dettaglio, una sfumatura burocratica, tradisce una realtà molto più complessa. Figli della Nakba, la deportazione dei tre quarti degli abitanti della Palestina storica nel 1948 tramite l’impiego del terrore di massa contro la popolazione civile da parte dei gruppi paramilitari Lehi e Irgoun, gli indiziati dell’operazione “Domino” sono rifugiati nati in nessun luogo, o meglio nello “spazio di eccezione permanente” del campo profughi palestinese¹. Si tratta della diaspora più visibile e più invisibile del mondo, costretta ad abitare l’eterno paradosso di un diritto al ritorno riconosciuto dal diritto internazionale, ma rinchiuso all’interno dei confini di uno pseudo-Stato costruito a colpi di cannone dalla potenza occupante. Gaza, il campo profughi più popoloso della Terra, ne è la rappresentazione plastica evidente. Queste premesse sono necessarie se si vuole capire chi è realmente Mohamed Hannoun e perché egli abbia pronunciato le parole che gli investigatori hanno intercettato nel corso degli ultimi vent’anni, scimmiottandole e riportandole in maniera strumentale all’interno di un fascicolo di trecento pagine, scritto più a Tel Aviv che a Genova. Hannoun è, come tutti i palestinesi, figlio di una diaspora che Israele ha perseguitato in ogni angolo del mondo dal 1948 a oggi. L’Italia non ne è esente. Dagli anni Sessanta in avanti, membri della diaspora palestinese affluiscono sul territorio italiano costruendo reti organizzative di diverso tipo, talvolta tollerate dal governo italiano, talvolta in conflitto con esso. La loro storia si incrocia con quella dei cosiddetti “anni di piombo” e il Mossad, il servizio segreto israeliano, agisce senza esclusione di colpi sul suolo italiano. L’assassinio dell’intellettuale palestinese Wael Adel Zwaiter, crivellato con dodici colpi di pistola da agenti israeliani a Roma, di fronte al suo domicilio, il 16 ottobre 1972, ne è l’esempio più conosciuto. La frottola, cara all’estrema destra italiana, della “pista palestinese” in relazione alla bomba alla stazione di Bologna, deriva proprio dalla forte presenza politicamente organizzata dei membri di Fatah e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che in Italia negli anni Settanta trafficavano armi, con il beneplacito di alcuni ambienti governativi. Si tratta di una memoria che si è gradualmente persa, a fronte della decomposizione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha fatto seguito agli accordi di Oslo, e alla trasformazione delle sue delegazioni estere in pseudo-ambasciate. Insomma, Hannoun non viene dal nulla, né è un agente dell’islamismo transnazionale, come vorrebbero farlo passare i magistrati genovesi e la grande stampa nazionale. Il suo ruolo è comprensibile solo agli occhi dell’organizzazione più complessiva del movimento per l’autodeterminazione del popolo palestinese che, per natura, non può essere che diasporico. Calare questo movimento nella propria storicità concreta è il presupposto per comprenderlo, al di là delle mistificazioni influenzate dalla propaganda dello Stato occupante, Israele, che accusa i palestinesi di qualcosa di cui esso stesso è il solo responsabile: la natura diasporica della loro organizzazione. D’altronde, i palestinesi non hanno inventato nulla. Riavvolgendo ancora il nastro, è possibile scorgere lo stesso modello organizzativo tra altri gruppi in lotta contro il colonialismo. Il caso del Fronte di liberazione nazionale (Fln) algerino, cui le organizzazioni nazionaliste palestinesi si ispirano, è emblematico. Definito come il “nerf de la guerre” – il nervo della guerra –, il finanziamento all’organizzazione anticolonialista nell’ambito della guerra di liberazione dal dominio francese (1954-1962) è uno degli aspetti più delicati dell’attività estera dei militanti del Fronte. Dopo quattro anni di durissima guerra, nel 1958, un emissario è inviato a Roma dal Fln, chiamato a svolgere attività di organizzazione e propaganda – oggi i magistrati genovesi preferiscono dire “lobbying”, ma la sostanza non cambia. Il suo nome era Tayeb Boulahrouf, egli detiene un conto in banca, riceve e invia bonifici verso le banche centrali del Fronte, situate al Cairo e a Damasco. Siamo in piena guerra fredda e alcuni partiti politici italiani lo sostengono finanziariamente: si vocifera che anche il direttore dell’Eni, Enrico Mattei, gli versasse denaro. Alla Francia, teoricamente alleata di ferro, tutto ciò non va giù: il 5 luglio 1959 una potente bomba collocata nell’auto dell’algerino squarcia il cielo di Roma. L’emissario del Fln sopravvive, al suo posto muore un bambino italiano. Nel 1962 vengono firmati gli accordi di Evian e l’Algeria ottiene l’indipendenza. Boulahrouf, prima collettore di fondi e “lobbysta” clandestino, è nominato primo ambasciatore d’Algeria a Roma, con tutti gli onori. Sono le ironie della storia, o talvolta il caso, a decidere, quando si lotta contro un colonialismo feroce come quello d’insediamento – che accomuna palestinesi e algerini, per averlo subìto –, se si verrà nominati ambasciatori, o se si finirà al 41bis per finanziamento illegale di un gruppo terroristico; o peggio ancora squarciati dall’esplosione di un ordigno posizionato nella propria auto, o magari crivellati di colpi come Wael Adel Zwaiter. Nel caso algerino, che è prezioso poiché esempio della sconfitta della bestialità disumanizzante del colonialismo, è il lavoro dei solidali, dei fiancheggiatori, dei “portatori di valigie” – i militanti europei che attraversavano le frontiere dei paesi europei con valigie piene di contante per finanziare il Fln, braccati dalla Francia coloniale finendo spesso dietro le sbarre – a rendere possibile la strutturazione politica della diaspora e a proteggerla dalla vendetta dell’occupante. Come recita la conclusione del “manifesto dei 121”, che fu firmato da personalità di primo piano della sinistra francese nel 1960, tra cui Jean-Paul Sartre, a difesa degli imputati di una delle reti principali di portatori di valigie, diretta dal filosofo cattolico Francis Jeanson: “La cause du peuple algérien, qui contribue de façon décisive à ruiner le système colonial, est la cause de tous les hommes libres”. L’equazione con la Palestina, “causa di tutti gli uomini liberi” degli anni Venti del nostro secolo, è evidente. Il caso Hannoun insegna qualcosa a coloro che in questi anni si sono indignati di fronte al brutale genocidio del popolo palestinese, messo in atto da Israele. La solidarietà ai palestinesi, senza i palestinesi, perde di senso. Non è possibile apprezzare lo sforzo dei solidali impegnati nella Flottiglia, senza riconoscere i meriti dell’attività di Mohamed Hannoun e delle altre persone ora messe sotto processo – e non è un caso che la testa di questa struttura solidale fosse proprio a Genova, città da cui la fase più intensa del movimento ha preso vita la scorsa estate, anche grazie al lavoro della diaspora palestinese. Non è possibile emozionarsi per i bambini trucidati dai missili teleguidati dagli israeliani a Gaza, senza riconoscere il valore politico dell’attività svolta dalla diaspora, tutta la diaspora, palestinese nel nostro paese. Di fronte al contrattacco, che pretende di punire i nove palestinesi per cercare di intimidire l’imponente movimento di solidarietà con Gaza nato negli ultimi mesi, è necessario sgombrare il campo da ogni possibile ambiguità. Per gli Hannoun passati, quelli presenti, e quelli che verranno, sulle cui spalle è portata la “causa di tutti gli uomini liberi”. (nicola lamri)   -------------------------------------------------------------------------------- ¹ Prendo in prestito questa definizione dall’amico cineasta Malek Rasamny, autore del lungometraggio The native and the refugee (2019).
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Un ricordo di Enrico Pugliese
(disegno di cyop&kaf) Enrico Pugliese ci ha lasciati la scorsa settimana. Oggi sarà ricordato alle 11:30 alla Sala della Promoteca del Campidoglio. Anche noi vogliamo ricordarlo, riproponendo questo articolo da lui pubblicato sul Manifesto esattamente trent’anni fa, nel dicembre 1995, in un periodo molto delicato, nel pieno della discussione politica su una possibile sanatoria e di una mobilitazione dai tratti chiaramente razzisti incentrata sul legame tra immigrazione e criminalità che iniziava a sfondare anche a sinistra. Leggendolo si possono ritrovare tutte le tracce che hanno fatto di Enrico una figura radicale e autorevole, capace di coniugare attività scientifica e impegno militante senza fare sconti a nessuno. Formatosi alla scuola di Portici, sociologo inizialmente concentrato soprattutto sugli studi sul mercato del lavoro, l’agricoltura e l’emigrazione, ha poi allargato molto le attività, avviando cantieri di ricerca sulle politiche sociali, sulle trasformazioni del mondo produttivo, sull’immigrazione straniera, che ha letteralmente “scoperto”, tra i primissimi, già alla fine degli anni Settanta. Pugliese è stato negli anni Settanta tra i fondatori del Centro di coordinamento campano, con Fabrizia Ramondino e Giovanni Mottura, ha sostenuto le lotte dei disoccupati, ha contribuito ad avviare negli anni Novanta un ciclo dirompente di mobilitazione antirazzista, culminato nel 1995 nella nascita della Rete antirazzista nazionale. *     *     * Strano paese, l’Italia. Sembra passata una vita dall’ossessione della grande stampa per la criminalità degli immigrati, mentre è passato sì e no un mese. Ora l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa si è spostata – e ringraziamo la Madonna – sulle difficoltà di vita degli immigrati e sull’irrazionalità di molte norme del decreto sull’immigrazione. Gli stessi giornali che ora riportano interviste sul decreto e sui suoi difetti, prima pareva non vedessero altro che prostituzione e sporcizia. Al martellare continuo sulle nefandezze di spacciatori e lenoni neri (esistenti o immaginari, poco importa) si è sostituita la pietà e la commozione per la bambina rom alla quale un qualche buon padre di famiglia ha deciso di spaccare le braccia. Le brave persone che a Torino fiaccolavano contro la criminalità straniera saranno state finalmente contente: qualcuno ha avuto il coraggio di usare le maniere forti. Non bisogna dimenticare infatti che la bambina poco prima di essere massacrata aveva – pare – tentato un furto. C’era stata – pare – flagranza. Roba da espulsione, se straniera. Una buona lezione da piccoli insegna a vivere. O no? Pensiero debole e maniere forti: ci voleva poco a capire che quell’insistere continuo sulla criminalità degli stranieri come se fosse l’unica questione di rilievo nelle grandi città italiane avrebbe favorito un orientamento contrario agli immigrati in quanto tali. I compagni pidiessini e gli intellettuali non-di-destra che andavano a fiaccolare avrebbero potuto fare un qualche pensiero sul come le loro iniziative avrebbero favorito un’immagine falsata e negativa degli immigrati. In quei giorni si andava determinando in Italia l’identità immigrato=criminale. Naturalmente non mancavano i distinguo basati soprattutto sulla fondamentale distinzione sociologica tra buoni e cattivi. E i fiaccolatori di Torino o gli opinionisti di Repubblica se la prendevano – per carità – solo con i secondi. Ma questi diventavano sempre di più; i buoni si riducevano a un’astrazione. Quando poi si propose di considerare crimine anche la condizione di clandestinità si raggiunse il colmo. Questo avveniva ieri. Le cose sono cambiate con velocità impressionante. Ho ancora nelle orecchie la lettura mattutina su Rai Tre dell’articolo di Gianni Vattimo, credo sulla Stampa, con l’irritante racconto delle sue emozioni di fiaccolatore. E l’orrore di quei giorni non è certo passato. Ma devo dire – non per raccontare anch’io le mie emozioni – che avverto una nuova fiducia e una nuova speranza. GENTE CHE LAVORA È come se d’improvviso in Italia ci si fosse resi conto di un fatto ovvio ed evidente: cioè del fatto che, innanzitutto, gli immigrati sono gente che lavora. Anzi, gente che lavora molto e guadagna poco; gente che non fa parte di eserciti della camorra (la quale dispone di ben altre truppe). Comincia a farsi strada sulla stampa e anche nel senso comune un fatto che pareva dimenticato nei mesi scorsi: cioè che le immigrate non fanno in generale le prostitute (come sembrava dall’Espresso e da Panorama), bensì semplicemente le donne, le lavoratrici, le madri di famiglia, le figlie, le scolare ecc. La stampa e il senso comune sembrano aver scoperto che quasi mai gli immigrati riescono a godere dei diritti (pochi) che le leggi dello stato stabiliscono per loro. Insomma, sembra che stia cambiando l’aria. Lo so, sembra. E il clima delle istituzioni non è certo dei migliori: il voto del Senato (Pds compreso) sulla costituzionalità dell’articolo 7 non è certo un buon segno. Ma c’è qualcosa di meno greve nell’umore della gente. Torino avrà pure avuto le fiaccolate dei giannivattimi e le ronde dei mazzieri. Ma ha avuto anche la manifestazione del 19. E a Firenze il sindaco Primicerio è sceso in piazza non contro gli immigrati, ma per i loro diritti. Questo abominevole decreto, poi, è esso stesso pieno di contraddizioni. E di questo ha mostrato di rendersi progressivamente conto la grande stampa, compresa – anche se più tardivamente – l’Unità. La penosa difesa d’ufficio del decreto da parte del Pds e del suo giornale sta mutandosi in un dibattito più o meno pubblico sulla questione, nonostante il voto al Senato. La situazione è in movimento e la matassa è difficile da sbrogliare. SCAMBIO TRA DIRITTI Per capire qualcosa anche sul possibile futuro del decreto è bene forse partire dalla sua storia. Esso doveva nascere come intervento punitivo contro gli immigrati criminali, sulla base delle sollecitazioni dei fiaccolatori di Torino e loro alleati. Poi qualcosa è cominciato a muoversi nella società e nella politica. Non sappiamo la “storia nascosta” del decreto. Ma è come se a un certo punto fossero entrate in gioco una serie di pressioni, anche progressiste e solidaristiche, e come se alla fine si fosse determinata una sorta di scambio tra area dei diritti e dei principi costituzionali e area dei diritti sociali: insomma, “uno scambio tra espulsioni e regolarizzazioni”. Non è certo una bella cosa, e d’altronde tutto questo è un po’ fantapolitica. Ma la mostruosità economico-giuridico-sociale del decreto, e la sua contraddittorietà – cioè il suo carattere “benevolo” su qualche punto (si pensi all’articolo sulla sanità) e al contempo lepenista oltre ogni limite su altri – mostra che il suo estensore – vorrei conoscere la sua faccia – ha dovuto contentare molti partiti, molti gruppi di pressione, molti umori. Ci sono poi i “si dice”, che come tutti i “si dice” vanno presi con le pinze, ma non tutti sono improbabili. Per esempio pare che la Lega sia riuscita a far cancellare un articolo relativo alla regolarizzazione dei lavoratori autonomi (questione essenziale, soprattutto nel sud). Se non è vero, c’è stata una distrazione imperdonabile del “legislatore”, il quale ha lasciato fuori una parte significativa degli interessati. Se invece è vero, si è trattato di un episodio di indubbio squallore. SCHIZOFRENIE ANTISANATORIA Passiamo al lato positivo. Devo riconoscere innanzitutto che non mi aspettavo una apertura sul tema della regolarizzazione. La regolarizzazione è un’operazione di buon senso necessaria anche dal punto di vista della legge e dell’ordine. E quelli che sono contrari – il partito antisanatoria – sono a mio avviso un po’ schizofrenici: da un lato tendono a raccontare un’improbabile avvenuta invasione di oltre un milione di clandestini; dall’altro sostengono che l’immigrazione clandestina è essa stessa crimine da punire, per cui non resta che la deportazione di massa. E vorrei vedere come si fa: manco la Bosnia! Tuttavia su questo aspetto la chiusura in passato era netta. Non entro nel merito delle espulsioni e della loro incostituzionalità (oltre che ingiustizia). Il voto del Senato è un punto a svantaggio della civiltà, ma ancora ci sono la Corte costituzionale e altre istanze. Trovo ora importante la questione della regolarizzazione e delle impossibili condizioni richieste per ottenerle. Qui la contraddittorietà del decreto è sublime. In primo luogo non è chiarito quanto tempo sia stato necessario lavorare presso un padrone per aver diritto alla regolarizzazione come lavoratore dipendente. In generale, sembra difficile che, allo stato, possano regolarizzarsi la maggior parte dei lavoratori immigrati occupati al nero in attività precarie. Si dice che le regolarizzazioni non devono incentivare il lavoro nero. Ma è proprio questo il punto: solo permettendo al lavoratore occupato al nero di regolarizzarsi gli si concede anche la possibilità di difendere i propri diritti sul lavoro. E qui entra l’altra questione veramente irritante, quella del risparmio. La penalità finanziaria prevista riguarda tutti, anche quelli con un lavoro stabile. L’ineffabile “legislatore” deve aver subìto pressioni diverse. Per esempio è entrato in campo il partito del risparmio. Non so quali malaccorti consiglieri hanno suggerito di far spendere ai datori di lavoro quelle cifre per regolarizzare i propri dipendenti. Sei mesi di contributi arretrati sono davvero un’enormità. Una punitività del genere, in un’occasione volta peraltro a fare emergere il lavoro nero, non si era davvero mai vista. Non sono storie quelle che si raccontano su datori di lavoro che licenziano i loro dipendenti per non regolarizzarli. Idea davvero disumana è stata quella di far pagar caro un doveroso atto di civiltà qual è quello di ufficializzare rapporti di lavoro già al nero. L’idea di imporre un costo finanziario così grave non è stata solo crudele: è stata anche stupida. In questo modo l’Inps non incasserà i soldi degli immigrati e dei loro datori di lavoro, giacché rischia di esserci lo sciopero dei padroni che impedirà le regolarizzazioni. A volte però questi sono brave persone (o delle brave famiglie nel caso delle colf) che non hanno potuto in passato regolarizzare la posizione dei propri dipendenti a causa della chiusura delle norme finora vigenti. Insomma, il furbacchione che molto voleva far avere all’Inps rischia di non fargli avere nulla. E poi, proprio sugli immigrati bisognava andare a risparmiare? Si è trattato, secondo me, di una miscela di rigorismo, crudeltà e scarsa conoscenza del problema espressa trasversalmente da gentiluomini di varia fede. Queste cose le sanno bene gli immigrati che si stanno mobilitando dappertutto in Italia. Essi capiscono come il decreto funzionerà (e ovviamente che implicazioni avrà per la loro vita) ben più di chi lo ha stilato. Dai tempi della legge Martelli non si vedevano tante mobilitazioni con contenuti concreti e con grande scambio di informazioni. Dopo gli anni della crisi dell’associazionismo, si vedono di nuovo insieme immigrati di varie nazionalità discutere all’interno dei loro gruppi e con gli altri. Le sedi sindacali vedono assemblee affollate di immigrati e personale competente (volontari, avvocati). OBIETTIVI PRIORITARI Insomma, si è venuto formando un movimento con l’obiettivo che il decreto faccia il minor male possibile. Ora, affinché questo obiettivo venga in qualche modo raggiunto, credo che ci si debba mobilitare secondo due direzioni prioritarie. La prima riguarda i criteri di attuazione del decreto nel periodo in cui resterà in vigore, quindi già da oggi. A questo proposito c’è molto da fare e molto si sta facendo. Bisogna controllare che non vengano date interpretazioni restrittive sia per quel che riguarda le regolarizzazioni che per quel che riguarda i ricongiungimenti familiari o le forme di assunzione dei lavoratori. L’altra direzione è la mobilitazione contro il decreto così come è ora affinché lo si possa cambiare con pochi e mirati emendamenti. La messa in luce delle incongruenze e della estrema selettività del decreto deve servire a questo scopo. Il decreto decadrà molto probabilmente, a prescindere dalle mobilitazioni, per i motivi tradizionali per cui i decreti, almeno quelli importanti, spesso decadono. Bisogna però evitare che esso venga reiterato nella sua forma originaria. Bisogna approfittare di questo periodo di parziale rinsavimento dell’opinione pubblica e di forte impegno dei gruppi di pressione in materia di immigrazione perché quel mostro che è ora il decreto diventi qualcosa di più organico. Bisogna innanzitutto che l’obiettivo della regolarizzazione non venga vanificato, come ora, da norme e vincoli che lo rendono impraticabile. Per quel che riguarda gli immigrati il clima è leggermente migliorato nelle ultime settimane. Essi non godono più tanto di pessima stampa. Non sappiamo quanto questo nuovo clima possa durare. Tuttavia questa mi sembra una buona occasione per darsi da fare.
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Oltre il banco degli imputati. La resistenza palestinese sotto processo a L’Aquila
(disegno di giancarlo savino) Quella di venerdì 31 ottobre doveva essere una semplice udienza tecnica: nessun testimone, né dell’accusa né della difesa, solo i periti linguistici convocati per il reintegro delle traduzioni all’interno dei fascicoli del processo che da mesi va avanti a carico di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh. Per questo in aula siamo in pochi: i più affezionati al processo, che dopo le estenuanti tre giornate di udienza di fine giugno, che pure avevano segnato un’apparente accelerazione, ora procede a intermittenza. Approfittiamo di queste udienze di passaggio, apparentemente secondarie, per rimettere ordine negli appunti. Ci eravamo lasciati mentre tracciavamo una rotta tra traduzioni monche, trascrizioni spezzate, liste di ID telefonici, numeri che si rincorrevano e moltiplicavano, disegnando una geografia incerta, dove i riferimenti cambiavano di continuo, ritornando con nomi diversi anche quando parlavano delle stesse persone. E da lì riemergiamo, come dopo una lunga traversata, ancora storditi dalla confusione. La difficoltà vera, ancora oggi, è che di fronte a noi non si presenti una linea d’accusa chiara, coerente, dotata di un impianto che si sostenga su basi fattuali. Lascia attoniti il fatto che, a fronte della detenzione di Anan (da oltre diciannove mesi in regime di alta sicurezza) e di un’imputazione così pesante, quella di terrorismo internazionale (articolo 270-bis c. p.), che pesa sulla vita dei tre imputati, non ci sia ancora un impianto probatorio ben definito. Uno dei vulnus più importanti che ha segnato tutta la linea accusatoria, fin dalle prime udienze, è stata la totale mancanza di contesto geopolitico degli elementi portati in aula rispetto a ciò che accade da anni in Palestina, alla sua lunga storia genocidaria, alla realtà dei Territori Occupati e alla relativa struttura di apartheid e, soprattutto, al diritto alla resistenza del popolo palestinese. Eppure, nel frattempo, non possiamo non dire che fuori da quell’aula di tribunale non sia successo nulla. Anzi! Sul piano politico, più di un passaggio si è intrecciato direttamente con la storia stessa di questo processo. PASSAGGI MINORI Settembre è stato un mese chiave. Il 23 Anan Yaeesh viene trasferito all’alba dal carcere di Terni al penitenziario di Melfi, nella remota Basilicata. Un provvedimento apparso da subito come un tentativo di recidere la rete di solidarietà che, in oltre un anno, si era fatta sempre più visibile e ampia intorno alla figura del prigioniero politico. Una decisione che arrivava in un momento tutt’altro che neutro. Solo ventiquattr’ore prima, il 22 settembre, si era svolto uno sciopero nazionale promosso dai sindacati di base, lanciato su iniziativa dei portuali, al grido di “blocchiamo tutto”. Era il momento in cui il mondo guardava di nuovo a Gaza, ne riconosceva finalmente il genocidio, mentre seguiva la rotta della Global Sumud Flotilla che cercava di rompere il blocco navale israeliano. Il secondo passaggio riguarda il trasferimento della giudice a latere. Il decreto risale all’8 settembre, ma alla fine del mese nessuna comunicazione era ancora giunta al Consiglio superiore della magistratura per garantire la continuità del collegio. Un vuoto procedurale che ha causato un rinvio significativo: saltano le udienze del 19 e del 26 settembre, si torna in aula solo il 31 ottobre. Un rinvio che ha sollevato più di un sospetto che quei ritardi non fossero affatto casuali, ma calibrati per evitare udienze troppo scomode e troppo vicine a una data che si stava profilando all’orizzonte, quella della manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma contro il genocidio in Palestina. Nel clima incandescente di quei giorni, la Corte e l’intero impianto processuale si sarebbero trovati sotto i riflettori di un’opinione pubblica sempre più ampia, arrabbiata e determinata a richiedere la fine di ogni complicità dello Stato italiano con il genocidio in corso. È difficile immaginare, per quel momento, una situazione più carica di tensione di quella che avrebbe potuto generarsi in un’aula di tribunale dove lo Stato italiano, nella sua funzione giudiziaria, si fa braccio della repressione israeliana. RITORNO IN AULA Il 31 ottobre, dunque, si torna in aula. Il Collegio è stato ricomposto promettendo una continuità minima nel filo delle valutazioni. E non è poco, visto tutto il resto. L’inizio della mattinata è movimentato dal solito momento di bagarre tra il pubblico in aula e la pm, che intima la rimozione di una bandiera palestinese introdotta in aula e invoca, per le prossime udienze, il divieto di portare kefiah, in nome di una presunta “assenza di connotazioni politiche”. Si risponde con insofferenza aperta davanti alla riproposizione di un teatrino già visto mille volte che oggi appare soprattutto come un tentativo di deviare l’attenzione dall’approssimazione con cui, ancora una volta, si è arrivati fin qui, con traduzioni mancanti. È sul reintegro delle traduzioni dall’ebraico che si addensa il punto più delicato della giornata. Si torna su un documento già acquisito a luglio, sempre su richiesta della difesa. Si tratta di alcune immagini tratte dal profilo Facebook ufficiale del corpo logistico dell’IDF, che documentano interventi di ristrutturazione compiuti nel 2021 all’interno di una caserma militare situata nel perimetro di Avnei Hefetz. Una delle diciture riportate in quelle foto viene letta integralmente in aula: “Benvenuti ad Avnei Hefetz – campo militare”. Viene tradotto anche un secondo cartello, con la scritta “Menashe”, indicato come “brigata locale”, probabilmente riferita all’unità che prese parte ai lavori di ristrutturazione della base. Due immagini che, da sole, sono sufficienti a incrinare la narrativa dell’accusa, per cui Avnei Hefetz sarebbe un semplice insediamento civile. È a questo punto che la Procura gioca una carta pesante. Chiede l’acquisizione di un documento redatto da un ufficiale di collegamento tra l’ambasciata israeliana e il Sud Europa, in cui si definisce Avnei Hefetz come un insediamento civile. La Corte accoglie la richiesta in parte: non acquisisce il documento, ma decide comunque di convocare l’autore (o un suo delegato) alla prossima udienza del 21 novembre. Per la prima volta, in questo processo, sul banco dei testimoni salirà un funzionario diplomatico di uno Stato estero, che non è spettatore neutrale della storia che si racconta, ma parte in causa nel conflitto da cui tutto origina. L’ambasciatore, o chi parlerà al suo posto, sarà chiamato a rispondere a una domanda precisa, che è anche la domanda su cui pende il futuro di tre imputati: che cos’è Avnei Hefetz? La difesa, in controcanto, chiede l’audizione dell’architetto francese Léopold Lambert, esperto di urbanistica coloniale, che da anni studia le trasformazioni militari del territorio in Cisgiordania. Intanto, la tensione in aula è salita di qualche grado. Israele entrerà in tribunale. Non per farsi finalmente giudicare. Non per rispondere ai decenni di occupazione, di apartheid, di crimini contro la popolazione palestinese. No. Ancora una volta, siederà dal lato dell’accusa, con la voce autorevole di un ambasciatore incaricato di definire la natura di un luogo. Sarà lui, o chi per lui, a dire cos’è Avnei Hefetz. COS’È AVNEI HEFETZ? Il nome compare per la prima volta in aula il 25 giugno, durante la deposizione dell’ispettrice capo della digos, Alessia Fiordigigli, chiamata a illustrare i dati emersi dalle intercettazioni dei telefoni sequestrati ai tre imputati. Nei documenti dell’accusa torna spesso il nome di Avnei Hefetz, colonia israeliana nei pressi di Tulkarem, nei Territori Occupati. Secondo la Procura, sarebbe l’obiettivo presunto di un’azione pianificata dalle cosiddette Brigate di Risposta Rapida di Tulkarem, e fulcro di ipotetici legami con gli imputati. Capire la natura di Avnei Hefetz non è affatto un mero tecnicismo. Infatti, in  un processo che ruota intorno a ipotesi di associazione terroristica, messaggi intercettati e presunte finalità eversive, stabilire se quel luogo sia un obiettivo civile o militare diventa un nodo cruciale. Peccato che l’intero impianto accusatorio poggi su un fraintendimento: si continua a considerare Avnei Hefetz e a parlarne come se fosse un’area civile, ordinaria, situata in un contesto di pace. Quando non è così. Si sta, volutamento o meno, ignorando che quel territorio è occupato militarmente. Una realtà che cambia radicalmente il senso di tutto ciò che viene contestato. Quel fraintendimento fu, a giugno, il terreno di un serrato dibattimento tra l’avvocato Flavio Rossi Albertini e l’ispettrice capo della digos, Alessia Fiordigigli, durante il controesame della difesa che mirava a far emergere la superficialità e il metodo discutibile con cui era stata effettuata l’indagine. Dallo scambio tra l’avvocato Rossi Albertini e Fiordigigli, emergeva che al di là di una rapida consultazione di fonti aperte, le indagini non si erano mai spinte ad accertare la natura esatta di Avnei Hefetz. Mai, in sostanza, era stato verificato se si trattasse di un insediamento civile, militare o un check-point. Il documento Onu che Fiordigigli citava come conferma della natura civile dell’insediamento, in realtà, non supportava affatto quella tesi. Anzi, la smentiva. “The Question of Palestine” qualifica le colonie nei Territori Occupati, tra le quali Avnei Hefetz, come illegali ai sensi del diritto internazionale e le indica esplicitamente come uno degli ostacoli principali al conseguimento della pace. Chiunque abbia letto quel testo, anche solo per sommi capi, riconosce subito che è un testo di denuncia. Lacune di questo genere emergevano anche su altre questioni: prima di tutto sulle ricerche (o meglio le “non ricerche”) riguardo le modalità, le pratiche e le conseguenze dell’occupazione militare israeliana nel governatorato di Tulkarem, secondo Fiordigigli “non inerente” alle indagini di polizia; e ancora sull’eventualità che l’azione di cui l’imputato scrive in chat sia stata effettivamente consumata, per la quale non emerge dalle indagini nessun riscontro. Anche nel corso del controesame del 25 giugno nessuna prova documentale che attestasse l’effettiva realizzazione dell’azione è stata fornita. «Ma sappiamo cosa è avvenuto?», domandava in ultimo la difesa a Fiordigigli. «No». LE PIETRE DEL DESIDERIO Seguiamo il “metodo Fiordigigli” e proviamo a googlare Avnei Hefetz. In pochi secondi si apre davanti agli occhi un piccolo mosaico di fonti che monitorano la colonizzazione dei Territori Occupati: le mappe minuziose di Peace Now, i rapporti di POICA sulle trasformazioni dei villaggi palestinesi, le schede del Land Research Center. E poi, quasi nascosta tra i risultati, una pagina del rabbinato dell’insediamento che ci descrive l’intero complesso: “L’area dell’insediamento comprende la ‘montagna’ sulle sue due cime, tutti i quartieri dell’insediamento, la base militare fino oltre la porta dell’insediamento, la torre di osservazione militare – sono tutto un insieme, un unico insediamento”. Una frase così semplice e così trasparente da rivelare, più di molti report, la natura ibrida di Avnei Hefetz. Fondata nel 1987, Avnei Hefetz (il cui nome significa “le pietre del desiderio”) si arrampica su un’altura che domina la piana di Tulkarem e la rete di villaggi palestinesi – Shufa, Kafr al-Labad, Izbat Shufa, Al-Hafasa – che da generazioni coltivano quella terra fertilissima oggi inglobata dalla colonia. La posizione, scelta con cura, offre un controllo visivo e logistico sull’intero territorio. Durante la Seconda Intifada l’area sarà la base di partenza per incursioni verso i villaggi vicini, e nei tempi ufficialmente “ordinari” continua a funzionare come strategico punto di sorveglianza. L’espansione dell’insediamento si può seguire scorrendo gli ordini militari. Nel 2005 l’ordinanza T/77/05 espropria 418 dunum (42 ettari) di terreni coltivati per “costruire una nuova recinzione”, che di fatto amplia il perimetro coloniale inglobando campi, oliveti e sentieri di uso comunitario. Dieci anni più tardi un altro ordine autorizza la costruzione di una strada asfaltata riservata ai coloni che attraversa i terreni di Shufa e li divide in due, lasciando i contadini dall’altra parte di una barriera invalicabile presidiata da check-point fissi. Seguono, nel 2017 e nel 2018, ulteriori ordinanze che prevedono demolizioni e nuove confische di proprietà palestinesi. Nell’arco di poco più di un decennio Avnei Hefetz raddoppia la propria estensione e trasforma radicalmente la geografia dell’area. Tra i villaggi colpiti dall’espansione coloniale di Avnei Hefetz, Shufa è quello che ha pagato il prezzo più alto in termini di frammentazione, fino a trovarsi quasi tagliato fuori da qualsiasi collegamento. La sua strada principale verso Tulkarem viene chiusa nei primi anni Duemila con cumuli di terra e blocchi di cemento. Nel 2011 la comunità tenta di costruire una strada agricola per raggiungere i campi e mantenere un minimo di collegamento con i villaggi vicini, ma anche quel tracciato viene sigillato dall’esercito per ragioni di sicurezza legate alla colonia. Da allora una torre militare è piantata a guardia dell’ingresso del villaggio. Shufa vive letteralmente all’ombra di Avnei Hefetz, isolata dal resto della piana, con il suo territorio piegato e risagomato dalla colonia. OLTRE IL BANCO DEGLI IMPUTATI C’è un punto che continua a restare scoperto mentre ci avviciniamo alla prossima udienza. Non riguarda soltanto la cronaca del processo, ma il modo in cui scegliamo di guardare alla resistenza armata dentro un territorio occupato. Non si tratta semplicemente di stabilire se un atto rientri o meno nel diritto alla resistenza riconosciuto dal diritto internazionale, ma di comprendere che cosa viene messo a fuoco e che cosa invece scompare quando quella valutazione viene trasportata in un’aula di giustizia europea, lontana dal luogo in cui la violenza si produce. Con questo slittamento geografico e politico è proprio la parola “occupazione” a finire ai margini della scena, mentre è la risposta armata e violenta a occupare l’inquadratura con tutto il suo immaginario. Poi c’è quella parola, “terrorismo”, che appena entra in scena manda tutto in cortocircuito, perché non si poggia su una definizione unica e condivisa ma continua a oscillare tra convenzioni, risoluzioni, formule che non arrivano mai a sovrapporsi del tutto. In questa zona grigia si annida forse la confusione più pericolosa che finisce per accostare la resistenza di un popolo ad atti di terrorismo, mettendo sullo stesso piano chi si ribella a un regime di dominio e chi fa del terrore un metodo ordinario di governo. Le condotte attribuite ad Anan,Ali e Mansour vengono giudicate sotto il capo di imputazione dell’articolo 270-bis del codice penale, che nell’ordinamento italiano definisce il terrorismo, anche internazionale, seguendo il crinale delle intenzioni. Significa che non è rilevante la scena materiale in cui i fatti si producono a costituire il criterio principale della valutazione, ma il fine che viene  attribuito a queste azioni sul piano giuridico. La norma individua come terroristiche le azioni che mirano a intimidire gravemente la popolazione, a costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un qualsiasi atto, a destabilizzare o distruggere le strutture politiche, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale. Se per puro esercizio volessimo applicare quelle stesse parole – intimidire, costringere, destabilizzare – alla geografia dei Territori Occupati, vedremmo che descrivono in modo quasi letterale la maniera in cui colonie e coloni disciplinano lo spazio e chi lo abita. Nella Cisgiordania occupata, dove le colonie israeliane sono vietate dal diritto internazionale e tuttavia continuano a espandersi, chi è che usa l’intimidazione e la coercizione come strumenti ordinari di governo del territorio e di pressione sulla popolazione perché abbandoni la propria terra? Durante l’ultima stagione della raccolta degli ulivi, testate internazionali come Al Jazeera hanno documentato una sequenza di aggressioni a contadini palestinesi da parte di coloni con il volto coperto, armati di bastoni e fucili, che aggredivano chi raccoglieva, incendiavano intere file di alberi, davano fuoco alle auto e ai casolari ai margini dei campi. In alcune immagini si vedono distese di ulivi anneriti lungo pendii interi trasformati in cenere. L’altro elemento che il 270-bis indica tra i fini del terrore è la destabilizzazione dell’ordine politico e sociale, e difficilmente si potrebbe trovare qualcosa di più vicino a ciò che producono le colonie in Cisgiordania. La Cisgiordania è ormai un arcipelago di villaggi palestinesi disseminati tra blocchi di colonie e infrastrutture israeliane. Per chi abita questi luoghi l’accesso alla terra e alle risorse è limitato, la mobilità quotidiana è subordinata ai check-point, si vive tra permessi e deviazioni forzate, sotto la minaccia costante di demolizioni e sgomberi. La destabilizzazione incide anche sul piano psichico, simbolico e sociale: si interrompono i legami tra villaggi e città, si spezza la continuità tra scuola, lavoro e assistenza sanitaria, si incrina la trama di relazioni e di luoghi che teneva insieme memoria e senso di appartenenza. In una geografia come questa l’orizzonte di vita rimane sospeso, perché nulla (la casa, il campo, la strada che si percorre ogni giorno) può dirsi davvero garantito neppure nel domani più vicino. In questo quadro rientra Avnei Hefetz. È un luogo in cui tentare di applicare una distinzione netta tra civile e militare non regge, punteggiato com’è da case, torri, recinzioni, strade d’accesso e sistemi di sicurezza che formano un corpo unico senza soluzione di continuità. Questa fusione tra colonia e apparato militare viene definita da Francesca Albanese nel suo rapporto alle Nazioni Unite del 2023 con l’espressione militarised settler-colonial occupation: nelle colonie non si hanno due regimi distinti, uno “militare” e uno “civile”, che occasionalmente si toccano, ma un unico regime di potere che utilizza tanto la forza armata dello Stato quanto la violenza dei coloni come strumenti integrati dello stesso progetto. La separazione tra “coloni” e “soldati” è una distinzione utile al diritto, alla diplomazia e, infine, anche alla propaganda israeliana. Per chi l’occupazione la subisce, questa distinzione semplicemente non esiste: la violenza che gli arriva addosso è la stessa, sia che provenga dal civile armato che scende dalla colonia, sia che provenga dal soldato che lo accompagna. Nella sua esperienza, entrambi si confondono in un’unica figura di potere, che dispone della sua vita e della sua possibilità di restare su quella terra. Quando un soggetto armato, pur non arruolato, coopera stabilmente con le forze d’occupazione, svolge funzioni di sicurezza e partecipa direttamente ad azioni ostili, quale status assume in quel frangente? Una colonia può davvero essere esclusa dalla categoria di obiettivo militare, se si guarda alla sua struttura e al suo scopo di occupazione? Non va dimenticato che questi interrogativi si collocano dentro un quadro giuridico segnato da un doppio standard, che impedisce di riportare la violenza a una piazza comune del diritto. Tutto si poggia su un’asimmetria radicale sul piano legale: nei casi di violenza attribuita a palestinesi la condotta viene giudicata da tribunali militari israeliani, mentre per i coloni la giurisdizione resta sul piano civile, se e quando un procedimento viene effettivamente aperto. A questo punto, non è più importante soltanto stabilire che cosa sia lecito come atto di resistenza armata, ma anche capire chi sta usando il proprio potere per attribuire a quell’atto un significato di resistenza o, al contrario, di terrorismo, e da quale posizione lo sta facendo. Il 21 novembre in aula ascolteremo l’ambasciatore israeliano, chiamato dalla Corte d’assise dell’Aquila a descrivere la natura della colonia di Avnei Hefetz. La sua voce, con ogni probabilità, si aggiungerà a quelle che pronunceranno la parola “terrorismo” guardando unicamente verso il banco degli imputati. Eppure dovrebbe essere proprio lui, in quanto rappresentante dello Stato israeliano che ha voluto e protetto colonie come Avnei Hefetz, a essere chiamato a rispondere in aula: non con una definizione tecnica di che cos’è una colonia, né con l’ennesima lezioncina su quella che viene presentata come normalità insediativa nei Territori Occupati, ma assumendosi fino in fondo la responsabilità politica e giuridica della violenza che queste strutture esercitano sui palestinesi e sui loro territori. Una volta per tutte. (francesca di egidio)
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La Puglia alle urne tra bonapartismo e trasformismo
(disegno di escif) In un saggio del 1993 dal titolo Democrazia o bonapartismo, Domenico Losurdo si interrogava sul delicato equilibrio che regge le democrazie liberali, fondato su un suffragio universale fragile che rischiava uno svuotamento dall’interno della sua funzione principale: assicurare la rappresentanza di ogni faccia della società. Una deriva che Losurdo vedeva nella crescente concezione della politica come acclamazione di un leader carismatico e investito da una moltitudine variegata e con sempre meno riferimenti, in un mondo che di lì a poco avrebbe visto il pieno compimento della mediatizzazione della politica con l’avvento di Berlusconi al governo. Un bonapartismo soft che anche l’Italia avrebbe ereditato dagli schemi politici statunitensi, fondati su collegi uninominali e leadership riconoscibili, carismatiche ed espressione più di interessi organizzati che di ampie basi sociali. Questo dilemma si ripropone, oggi, proprio nella regione di provenienza del filosofo: la Puglia. La regione adriatica, ormai annoverata tra le roccaforti del centro-sinistra dopo vent’anni di governo regionale ininterrotto, è chiamata al voto il 23 e il 24 novembre. Un voto che la larga maggioranza dei commentatori ritiene dall’esito scontato, ma che nasconde al suo interno tutte le contraddizioni di una politica ormai sempre meno pratica pubblica e sempre più mera gestione. Una deriva manageriale che si esprime in primis nel candidato favorito alla presidenza: Antonio Decaro. Una carriera politica iniziata come assessore (in quota tecnica) alla mobilità e al traffico della città di Bari della giunta Emiliano, dopo un’esperienza in consiglio regionale, viene eletto sindaco del capoluogo pugliese per due mandati consecutivi. Una figura molto popolare che ha sempre saputo mobilitare un elettorato trasversale, convinto da una pratica amministrativa fondata sulle opere pubbliche, vuoi per una deformazione professionale – Decaro è ingegnere civile –, vuoi perché permettono di fornire una testimonianza materiale dell’operato amministrativo. Un cavalcavia o una strada sono indicatori molto più immediati, ma soprattutto concreti, che può apprezzare anche un elettorato disattento, come quello la cui massima espressione politica si riduce al voto ogni tot. anni. Decaro è l’espressione più riuscita di un modello ben preciso, quello dell’amministratore operoso, che controlla i cantieri in città, che informa la cittadinanza attraverso i suoi canali personali con video e foto, e che parla poco di politica. Una deriva, quella del disaccoppiamento tra politica e amministrazione che in Puglia ha contagiato non poche amministrazioni comunali. A tal proposito, rimane esemplare un’affermazione del sindaco di Conversano – cittadina a trenta chilometri dal capoluogo – che durante un consiglio comunale affermò come lui non facesse politica, bensì il suo lavoro. Un aspetto complementare a quello della spoliticizzazione delle cariche elettive è quello della formazione di un vero e proprio “blocco di amministratori” che si esprime in una ufficiosa formazione politica: il partito degli amministratori. Una formazione che si è rivelata fondamentale per chiunque abbia aspirazioni di governo in una regione sempre più sbilanciata verso il proprio capoluogo. Difatti, la probabile elezione di Decaro vedrebbe per la seconda volta consecutiva il passaggio dalla carica di sindaco di Bari a quella di presidente della Puglia – dopo l’elezione e i due mandati di Michele Emiliano prima sindaco di Bari fino al 2014 e poi presidente di regione fino al 2025. Ed è proprio il dualismo tra i due “baresi” Emiliano e Decaro quello che ha deciso negli ultimi anni le sorti politiche del resto della regione, specialmente nell’area della città metropolitana di Bari. Secondo uno schema sempre simile. In prossimità delle elezioni comunali nei vari territori, il notabile barese di turno – Emiliano o Decaro – prova a insediare un sindaco “amico”, espressione della propria corrente così da avere più peso con cui presentarsi sul palcoscenico regionale. Un processo che ha permesso a molti personaggi dal percorso politico “indeciso” e accidentato di riciclarsi come “espressione civica di centrosinistra”, nonostante a volte provenissero dal centrodestra. Così da innescare una certa dinamica di sostituzione tra politica e amministrazione, in cui il riferimento nel comune per il “centro” non era più la segreteria locale del principale partito di area, il Partito democratico, bensì l’amministratore – perché portatore di un pacchetto di voti sicuro e testato, e poco importa la sua provenienza politica. Insomma, il “vecchio” trasformismo. Solo che oggi si chiama “civismo”. Il risultato è una classe politica “poco politica” che ha ingrossato le fila del centrosinistra pugliese poiché assicurava loro un posto entro cui perpetuarsi; una “borghesia lazzarona” – definizione di Alessandro Leogrande – incastrata in giochi di potere stantii. Assistiamo pertanto ad agili cambi di casacca, come quello di Luciana Laera, ex sindaca di Putignano, in provincia di Bari, ed espressione della corrente decariana, ora candidata nelle liste di Fratelli d’Italia; oppure Stefano Lacatena, consigliere regionale uscente passato da Forza Italia alla maggioranza di centrosinistra, non riconfermato ed escluso dalle liste che sconsolato dichiara “probabilmente la mia casa è il centrodestra”. Il voto di novembre sembra sancire un passo ulteriore verso l’indebolimento della dialettica democratica pugliese, inaugurando una stagione di unanimità. La campagna elettorale e il voto sembrano essere contrattempi sconvenienti davanti a un esito che si preannuncia scontato e con differenze a due cifre tra le coalizioni principali. A destra, hanno temporeggiato fino all’ultimo nell’annuncio dell’agnello sacrificale da immolare sull’altare della certa sconfitta; scelta poi ricaduta su un anonimo tecnico la cui massima esperienza politica è stata perdere contro Emiliano nella corsa a sindaco di Bari nel 2004. Mentre nel centrosinistra – che accoglie un po’ tutti – c’è la corsa alla foto con il presidente in pectore Decaro, per posizionarsi velocemente nella scia del leader che torna nella sua regione dopo un anno “di Erasmus” a Bruxelles, dove il parlamento europeo è ormai appetibile solo per chi vuole poi candidarsi come presidente di regione, o l’ha già fatto e ha terminato i mandati. In tutto questo, ad ammutolire è la politica, la visione di quello che si vuol far diventare la Puglia, una regione al centro di vertenze decennali, come l’acciaieria di Taranto, che però sembra ormai devota solo al turismo, che dopo aver completamente mangiato la costa si sta rivolgendo verso l’interno. La “California d’Italia” che soddisfa sia la domanda di alloggi – sempre meno disponibili per chi risiede – che di stereotipo – con una cultura popolare masticata dalle agenzie di promozione territoriale e risputata in una versione digeribile per ogni visitatore e conforme alle sue aspettative. Davanti al dilemma posto da Losurdo, la regione più a est d’Italia sembra aver deciso che sentiero percorrere. (marco patruno)
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Italia-Israele, il boicottaggio sportivo e la città blindata
(disegno di renaud eymony) “La stazione è blindata!” sentiamo appena arrivati a Udine con il treno. Sono le sei di sera del 14 ottobre e l’inizio della partita fra le nazionali maschili di calcio di Italia e Israele è previsto per le otto e quarantacinque. Due uscite della stazione sono state bloccate e il piazzale antistante è pieno di polizia e altre forze dell’ordine. I cestini sono stati sigillati con degli adesivi rossi con una scritta che ne comunica la chiusura a causa del corteo. Convocata dal Comitato per la Palestina di Udine, dal movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), dalle Comunità palestinesi del Friuli e del Veneto, dall’associazione Salaam Ragazzi dell’Olivo, comitato di Trieste e da Calcio e Rivoluzione, la manifestazione aveva l’obiettivo di denunciare l’uso dello sport come strumento di propaganda da parte di Israele e di chiedere al mondo sportivo italiano in generale, e al calcio in particolare, di prendere posizione. Si chiedeva allo stesso tempo alla Fifa di escludere le nazionali israeliane dalle competizioni calcistiche internazionali, al pari di quanto fatto con le nazionali della Russia dopo l’attacco all’Ucraina del 2022. Con gli stessi obiettivi, altri presidi si sono svolti in contemporanea in diverse altre città italiane. Giusto un anno fa la nazionale israeliana era stata già ospitata a Udine per una partita contro l’Italia e un corteo simile aveva raccolto circa tremila presenze. Il tema dell’uso dello sport da parte di Israele per migliorare la propria immagine non è una novità: basti ricordare che già nel 2018 il Giro d’Italia partì da Gerusalemme, svolgendo poi due altre tappa in Israele. Più in generale lo sport italiano sembra avere una certa difficoltà nell’evitare il rapporto con Stati che presentano problematiche per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, come suggerisce il rapporto ormai di lunga durata della Federazione Italiana Giuoco Calcio con l’Arabia Saudita per l’organizzazione della Supercoppa italiana (2018, 2019, 2022, 2023, 2024 e dopo sono previste anche le prossime edizioni). Il concentramento in piazza della Repubblica è vicino alla stazione, bastano pochi minuti a piedi per arrivarci: quando arriviamo le strade intorno alla piazza sono già piene e gli spezzoni si sono costituiti. Sono arrivate oltre trecento adesioni alla convocazione e la diversità si nota anche a un’occhiata superficiale. Sono presenti i sindacati di base così come la Cgil, gruppi scout, gruppi autonomi e partiti, e un nutrito spezzone studentesco. La sensazione è che, a Trieste come a Udine, la mobilitazione per la Palestina abbia portato nello stesso corteo soggetti che in altri campi possono faticare a parlarsi, ma che si sono ritrovati almeno sulla partecipazione a queste iniziative. Via Roma, la strada che collega la piazza alla stazione, ha diversi negozi aperti, soprattutto venditori di kebab. «Credo che siano gli unici a lavorare ancora, quasi tutti gli altri negozi della città sono chiusi», ci fa notare una persona che abita a Udine. È così: il corteo inizia a snodarsi per le strade della città friulana e quando si entra in centro tante serrande sono abbassate. I pochi locali che hanno scelto di rimanere aperti hanno comunque cercato di proteggere le vetrine. Con una nota datata 9 ottobre il prefetto di Udine aveva proibito la vendita di bevande o cibo in contenitori di vetro o ceramica e aveva disposto la rimozione degli arredi urbani potenzialmente pericolosi, sostenendo che il corteo potesse essere “occasione per l’infiltrazione di frange violente, con rischi per l’incolumità di persone e cose”, contribuendo forse a creare un clima di timore nei confronti della manifestazione Il corteo è animato, c’è anche una murga molto vivace e composita che dà il ritmo. Ogni tanto qualcuno si affaccia dalle finestre, ma in generale sembra che parte della città si sia rintanata. La manifestazione attraversa delle strade vuote, presidiate dalla polizia, dai carabinieri e dalla guardia di finanza. Ci sono cartelli e striscioni di diverse realtà italiane, si fanno cori e si canta. A un certo punto, non lontano dal municipio, in pieno centro, una parte del corteo si lancia in un coro che invita a raggiungere lo stadio dove la partita sta ormai per iniziare. «Si vede che non sono di Udine, lo stadio da qui è molto lontano», dice qualcuno. In effetti lo stadio Friuli, noto anche come Bluenergy, dal nome dello sponsor principale, è collocato a circa quattro chilometri dal centro della città ed è uno dei pochi in Italia gestito dalla squadra che ci gioca, l’Udinese. Il corteo termina così nella grande piazza Primo maggio, accanto alla collina su cui è collocato il castello della città. La piazza è talmente grande, soprattutto senza le macchine che di solito lì sono parcheggiate, che il corteo, pur numeroso (si parla di dieci o quindicimila persone), si sparpaglia: qualcuno rimane nel giardino centrale ad ascoltare degli interventi, altri si avvicinano a un grande tessuto su cui sono stati scritti i nomi delle persone minorenni morte a Gaza dall’inizio dell’invasione israeliana fino a luglio 2025. A un tratto un nutrito gruppo di persone si dirige verso un lato della piazza, accanto al Santuario della beata Vergine delle grazie: è una delle due strade che dalla piazza che possono portare verso lo stadio. In breve la fila di agenti che blocca la strada viene rinforzata, qualcuno grida «Corteo! Corteo!», ma i due gruppi rimangono a confrontarsi per diversi minuti sulle stesse posizioni. Nella folla si vede uno striscione che chiede la liberazione di Marwan Barghouti. Alcune persone del servizio d’ordine della manifestazione vanno avanti e indietro per avvertire che eventuali spostamenti del corteo dalla piazza non sono stati concordati e che chi non vuole esporsi deve rimanere al centro della piazza. Poi il gruppo si sposta verso l’altra strada di uscita verso nord, dove trova un altro schieramento di polizia. Anche qui il confronto va avanti diversi minuti fino a quando la polizia decide di fare a più riprese ricorso agli idranti e ai lacrimogeni, che in diversi casi atterrano vicino al centro della piazza, respingendo indietro i manifestanti. In alto un elicottero la illumina con un potente faro, mentre gli scontri continuano ancora per circa un’ora. Poco a poco però la piazza si svuota, mentre la partita viene giocata in uno stadio semivuoto. Arriva la notizia di tredici persone fermate di cui poi due arrestate e di alcuni fogli di via dati dalla questura, sotto la quale nella notte si è formato un presidio di solidarietà. La manifestazione di Udine si inserisce all’interno di una mobilitazione regionale e nazionale intensa. Solo a Trieste, nelle ultime settimane, fra assemblee e cortei le iniziative sono state quasi quotidiane. Mentre la città si preparava al suo consueto programma autunnale di iniziative pubbliche, i cortei hanno portato la questione palestinese nel centro, raccogliendo una partecipazione non comune, in un posto in cui dopo poco si ha la sensazione di conoscere almeno di vista una buona percentuale di chi partecipa ai cortei e ai presidi. Nel caso della mobilitazione per la Palestina sembra essersi mosso anche chi è di solito meno incline a partecipare. In questi ultimi due mesi, in particolare, tante persone hanno percorso le vie centrali in cortei spontanei che nascevano da presidi chiamati anche all’ultimo momento. È stata sconvolta la viabilità e anche la preparazione di un evento come la Barcolana, nato come semplice regata e diventato una vetrina per la città, iniziativa fondamentale per il programma “politico” del sindaco Roberto Dipiazza. In occasione degli scioperi generali si è si è arrivati a bloccare per alcune ore il porto della città, con un varco il 22 settembre e due il 3 ottobre. (alessandro stoppoloni)
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Brutti sporchi e cattivi. La povertà come colpa nella tragedia di Castel d’Azzano
(disegno di martina di gennaro) Nel film di Scola del 1976, un giornalista si rivolge al protagonista (Nino Manfredi): «Lei, scusi, una parola per la tv?». «Vafangul’!». In quella commedia feroce la miseria non chiedeva compassione né sconti morali, ma rivelava tutta la violenza sociale delle baraccopoli romane e, implicitamente, dello Stato. Cinquant’anni dopo, la miseria è la stessa: brutta, sporca e cattiva. I fratelli Ramponi, (Franco, Dino e Maria Luisa) vivevano da anni isolati in un casolare fatiscente alla periferia di Castel d’Azzano, senza acqua né luce. All’alba del 14 ottobre, un’esplosione ha cancellato tutto, compresa la vita di tre carabinieri, Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà. “ECCO CHI SONO I FRATELLI RAMPONI” È cambiato il modo di raccontarla, la miseria. La tragedia è stata subito riportata come la follia di tre colpevoli assoluti. I giornali hanno fatto a gara a titolare “Chi sono i fratelli Ramponi”, e hanno scavato nei loro precedenti, nei loro rancori, nei video in cui denunciavano gli “avvocati che li hanno rovinati”. La narrazione di tutte le maggiori testate italiane costruisce una storia di malavita e devianza, dove il lessico sacrificale e religioso riservato ai carabinieri uccisi si accompagna a quello, vagamente moraleggiante, della follia che sostituisce il linguaggio della povertà per i Ramponi (diceva giustamente Ellen Raskin che “i poveri sono pazzi”). Su La Repubblica, un articolo ne fa quasi cronaca antropologica, titolando “vita da Medioevo” e evocando così, in un sol colpo, sia le condizioni materiali che un presunto arretramento morale e culturale. Il Corriere della Sera sposta il dramma sociale sul piano del patriottismo: “Il governo proclama il lutto nazionale.” In un altro articolo, Repubblica titola: “Fanno esplodere il casolare”, formulazione che chiude nell’intenzionalità criminale ogni spazio alla possibilità del “gesto disperato”, come recitava un titolo, sapientemente cassato dal direttore del giornale (fittizio?) in Sbatti il mostro in prima pagina. Non è il caso di fare polemica, spiegava Gian Maria Volonté: «Il lettore apre il giornale, guarda, se gli va legge, se non gli va tira via, ma senza la sensazione che gli vogliamo rompere i coglioni». UNA STORIA DI QUOTIDIANA DISPERAZIONE Ma dietro quei brutti volti sporchi dei Ramponi si vede chiaramente una vicenda molto più complessa di debiti, mutui, pignoramenti, battaglie legali, accuse incrociate, ignoranza e impotenza. Una storia che i giornali hanno preferito comprimere nella cornice perbene del delitto e del castigo. Tutto comincia nel 2014 con un mutuo da settantamila euro con il Credito Padano, destinato a un frutteto. Le rate cessano presto e la banca avvia una procedura esecutiva. I Ramponi sostengono invece, da anni, che la firma fosse falsa: «Ci hanno portato via cose per un milione di euro», diceva Maria Luisa in un video del 2024 (Corriere del Veneto). Quale che sia la verità legale, rimane il fatto che tre disgraziati, già in condizioni di povertà assoluta, si sono visti togliere l’ultimo riparo, un tetto scassato senza servizi. Alla fine hanno reagito, a dir poco, maldestramente. La Procura di Verona oggi contesta ai tre fratelli il reato di strage, ipotizzando che l’esplosione sia stata preparata per uccidere. Già l’anno scorso si erano barricati in casa minacciando di farla esplodere. Non c’è dubbio: oltre che brutti e sporchi, i Ramponi sono anche cattivi. Sarebbe da chiedersi se lo sarebbero stati, in condizioni sociali e di dignità diverse, o se sia un tratto antropologico dei poveri. CRISI ABITATIVA Eppure la notizia, per i giornalisti italiani, non sta nella crisi sociale che il paese sta vivendo attorno a sfratti e sgomberi, specialmente, e sempre più spesso, ai danni di persone anziane. Giusto alcuni casi recenti: 8 ottobre 2025, Sesto San Giovanni (Milano): settantunenne si lancia dal sesto piano mentre l’ufficiale giudiziario notifica lo sfratto; lascia biglietto (“Non ce la faccio più”). 15 maggio 2019, Torino (Palazzo di Città): Dipendente comunale sessantatreenne si uccide nella sede municipale; aveva subito uno sfratto esecutivo. 16 luglio 2015, Genova (Sestri Ponente): Si getta dalla finestra “a causa dello sfratto”. 19 dicembre 2013, Torino (quartiere Parella): cinquantenne si impicca al balcone; in tasca l’ingiunzione di sfratto da eseguire entro trenta giorni. La vera notizia, a quanto pare, sono i funerali di Stato per i tre carabinieri morti sul lavoro, diventati eroi al pari dei loro colleghi caduti nella lotta alla mafia. Sia chiaro che il sacrificio individuale di chi perde la vita nell’adempimento del dovere merita un rispettoso riconoscimento dallo Stato e da tutti. Tuttavia trasformare gli esecutori di uno sgombero ai danni di tre contadini semianalfabeti in martiri della legalità, senza alcuno sguardo critico sul contesto, significa spostare il discorso sul piano liturgico, rendendolo impermeabile a ogni analisi e, in ultima analisi, rassicurante, funzionale allo status quo. Questa è una costante dei casi di cronaca simili a quelli citati. Diritto alla casa? Non se ne parla nemmeno. Povertà, ingiustizia sociale, sopruso, ignoranza? Neanche un accenno, se non carico di giudizio morale. Si sa tutto di come vivevano quei debosciati dei Ramponi, la loro follia, il degrado, la perversione del bisogno. La proprietà, invece, resta anonima e inviolabile: nessun giornale, fino al 15 ottobre, dice chi abbia promosso lo sgombero. Dalle notizie sul mutuo si può solo ipotizzare un contenzioso bancario. La povertà ha nome e volto, la proprietà mai; nel racconto mediatico, è una divinità incorporea che non si nomina. I Ramponi invece hanno il physique du rôle, sono perfetti nel loro ruolo “da Medioevo”. IL LINGUAGGIO DEL POTERE In questa asimmetria si gioca la partita morale, già persa, della nostra informazione. La legge, nel suo linguaggio neutro, non distingue tra disperazione e criminalità. Qui dovrebbe intervenire il giornalismo, che racconta la complessità del reale, problematizza, cerca le cause oltre la cronaca. Ma il linguaggio semplificante dei giornali mira a tutt’altro effetto: * I verbi d’azione (“fanno esplodere”, “innescano”, “provocano”) fissano la colpa nel gesto, non nel problema che a quel gesto ha portato. * Gli aggettivi morali (“folli”, “pericolosi”, “isolati”, “da Medioevo”) trasformano la miseria in colpa antropologica, e persino estetica. * L’assenza del soggetto economico protegge, evitando ogni possibilità di problematizzazione, la proprietà al di sopra della dignità delle persone, siano pure i Ramponi. * E infine, la centralità delle vittime in divisa riporta tutto al campo del sacrificio patriottico, dissolvendo ogni questione sociopolitica, o solo intellettualmente onesta, in un confuso senso di italianissimo orgoglio. Ecco come si costruisce il discorso pubblico in modo che rimanga entro i limiti dell’accettabile. “Ecco chi sono i fratelli Ramponi”, recitano i titoli. La risposta che danno i giornali impone una domanda unica coprendo quell’altra, più urgente, e canalizzando la curiosità del lettore su questi delinquenti senza appello. Ma l’altra domanda merita ancora di essere posta: perché erano ridotti a vivere in quelle condizioni? Sono vere le accuse che fanno di truffa e falso? Cosa spinge a far saltare in aria la propria casa, rischiando di morire, e di uccidere, pur di non lasciarla? In altri termini: gli interessi di chi stavano difendendo, a costo della propria vita, i tre carabinieri? Perché una cosa è certa: lo Stato era lì per tutelare una proprietà, non persone in difficoltà materiale e psicologica estrema, non per aiutare dei cittadini di serie B… Brutti, sporchi, e cattivi. (antonio malatesta)
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