
Dal sequestro Moro a Cascina Spiotta. Riscrivere la storia dagli uffici di una Procura
NapoliMONiTOR - Wednesday, August 5, 2026
(disegno di martina di gennaro)Dopo i recenti scontri di Bologna in reazione all’assassinio di Abderrahim Fakir e le azioni a Chiomonte, in Val di Susa, che hanno riacceso l’interesse sui cantieri Tav, e in ultimo dopo la scritta su un muro indirizzata al ministro della giustizia Nordio, è riemersa puntuale la retorica allarmista sull’estremismo di sinistra. Ma l’estate del 2026 ha visto anche nuovi procedimenti contro ignoti, o a carico di ex militanti delle Brigate Rosse, che hanno riaperto vicende che sembravano, almeno dal punto di vista giudiziario, già definite con numerose condanne.
A fine luglio, la richiesta di riapertura indagini sul sequestro di Aldo Moro. Come riporta il Fatto Quotidiano del 28 luglio, è stato disposto dal giudice per le indagini preliminari di Roma un supplemento delle indagini seguite alla recente Commissione di inchiesta parlamentare, per “verificare se il 16 marzo 1978 in via Fani fosse presente un uomo finora mai identificato, armato di un mitra modello ‘zerbino’, travisato da un passamontagna, forse a bordo di un’Honda di grossa cilindrata”. Il giudice per le indagini preliminari, Francesco Patrone, ha accolto l’opposizione degli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini contro la richiesta di archiviazione avanzata a maggio dalla procura di Roma. Brigida (già difensore di parte civile nel processo per la strage di Bologna) e Salvini (il giudice istruttore che riaprì le indagini sulla strage di piazza Fontana) rappresentano i figli dell’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, assassinato quella mattina a Roma insieme con altri componenti della scorta di Moro. I due avvocati hanno valorizzato elementi emersi dai lavori della Commissione parlamentare istituita nel 2018. Elementi, si legge negli atti, legati alla “evenienza di ‘terze presenze’ sia sul luogo dell’agguato che nelle successive fasi di gestione e conclusione del sequestro”. A quanto pare, a distanza di cinquant’anni, manca ancora qualcuno all’appello (non solo Alessio Casimirri che da decenni vive in Nicaragua, recentemente diventato oggetto di una querelle diplomatica tra il ministro Tajani e l’omologo nicaraguense).
Tuttavia, ben più importante e sibillina, ci è sembrata la riapertura di un’altra vicenda. Il 7 luglio 2026 si è concluso il processo di primo grado davanti alla Corte d’Assise di Alessandria a carico di Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini. La vicenda è quella del sequestro dell’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, avvenuta nel giugno del 1975, per la quale gli imputati sono accusati in concorso per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso.
Nel 2021 è stato pubblicato un volume, Brigate Rosse. L’invisibile. Dalla Spiotta a via Fani, dal rapimento Gancia al sequestro Moro (edizioni Falsopiano); anche dalle teorie proposte nel volume muove la richiesta di riapertura delle indagini presentata del figlio dell’appuntato D’Alfonso per procedere all’identificazione del membro delle Br che, insieme a MargheritaCagol, era alla Cascina Spiotta.
Le indagini sono iniziate contro ignoti. Come sempre quando si tratta di processi che riguardano eventi accaduti in un tempo lontano, l’aspetto giuridico si mescola con quello della narrazione storica e della capacità di lettura dei fenomeni da parte dei giuristi. Sono richiamati atti processuali immersi in una logica giudiziaria che dovrebbe essere stata superata e la cui lettura meriterebbe un approccio, ormai, neutrale. Ed è proprio la questione della storiografia e l’intreccio con le dinamiche giuridiche che ricopre un ruolo spigoloso. Gli inquirenti, più che considerare quanto accaduto all’interno di un quadro più ampio, la riducono a una scena del crimine, a un banale caso di omicidio. Quasi che la Cagol e gli altri brigatisti fossero una componente del panorama criminale di quegli anni, dove i sequestri di persona erano una pratica remunerativa e assai diffusa. Non interessa inquadrare i nodi storici che portarono a determinate azioni, quanto sminuire quelle azioni e sottoporre ancora a procedimento penale gli ormai più che anziani protagonisti di quella stagione.
La riapertura del caso ci porta in quella dimensione di astoricità sottolineata da Giovanni Iozzoli a proposito dell’esorbitante richiesta di pena contro Curcio, Moretti e Azzolini. Il pubblico ministero, infatti, all’esito dell’istruttoria dibattimentale ha chiesto per i primi due la pena all’ergastolo e per il terzo a ventuno anni per l’omicidio del giovane carabiniere, con l’aggravante del nesso teleologico.
Un ribaltamento della lettura storiografica che negli ultimi anni sta finalmente provando a chiudere i conti politici con gli anni Settanta e le diverse forme di lotta armata, sottoponendole a uno sguardo critico e non stigmatizzante (vedi ad es. Sergio Luzzatto, Dolore e furore. Una storia delle Brigate Rosse, Einaudi, 2023).
Per quei fatti era stato già giudicato come responsabile, in concorso con ignoti, Massimo Maraschi, che, con sentenza definitiva della Corte d’Assise di Alessandria emessa il 24 giugno 1978, era stato condannato alla pena di ventiquattro anni per concorso anomalo in omicidio nonché per altre ipotesi di reato minori come la falsità dei documenti di riconoscimento e dell’autovettura utilizzata per il sequestro (si tratta di un’ipotesi per cui se il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione od omissione).
Nel corso delle “nuove” indagini sono state svolte ricerche per recuperare atti relativi alla identificazione gli altri partecipanti al sequestro di Vallarino Gancia, nonché il brigatista riuscito a fuggire dalla Cascina Spiotta. È stata, così, scoperta l’esistenza di un procedimento penale del Tribunale di Alessandria nei confronti di Lauro Azzolini e Angelo Basone (deceduto nel 2012). È emerso che il fascicolo relativo alle indagini volte all’identificazione del brigatista fuggito dal conflitto a fuoco era andato distrutto nell’alluvione causata all’esondazione del fiume Tanaro che nel 1994 ha colpito Alessandria; è stato possibile però accertare che nel registro dei fascicoli processuali del 1977, al numero 433, alla colonna 14 è riportata, scritta a mano, un’attestazione datata 3 novembre 1987, per la quale il giudice istruttore ha dichiarato il non doversi procedere per non aver commesso il fatto per tutti e due gli allora imputati.
Nel frattempo, nel corso delle indagini del 2022, sono stati effettuati accertamenti tecnici su alcuni reperti ritrovati nell’appartamento di via Maderno a Milano, in cui nel 1976 vennero arrestati Renato Curcio e Nadia Mantovani. In particolare, sul memoriale redatto dal brigatista “fuggito”, in cui si descrivevano tutte le fasi del sequestro ed erano disegnati la cascina, la posizione dei veicoli, dei carabinieri e dei brigatisti, nonché le fasi del conflitto a fuoco, sono state rinvenute undici impronte corrispondenti a quelle di Lauro Azzolini. Pertanto, è stata richiesta la riapertura delle indagini anche a suo carico.
L’impianto accusatorio si fonda su alcuni elementi dati per certi: Azzolini era alla Spiotta con Cagol, e fu lui il brigatista fuggito; Curcio e Moretti decisero il sequestro Gancia, insieme a Cagol, come operazione di autofinanziamento dell’organizzazione; la procura li accusa anche per la morte di D’Alfonso, a titolo di concorso ex art. 110 c.p., perché avrebbero dato o comunque condiviso una direttiva operativa: se avvistate il nemico vi sganciate; se colti di sorpresa, ingaggiate un conflitto per “rompere l’accerchiamento”. Questa, secondo la difesa degli imputati, è la parte più fragile dell’accusa, perché trasforma la prevedibilità dello scontro in accettazione, poi in concorso morale nell’omicidio. Nella memoria, depositata dall’avvocato Francesco Romeo, si chiarisce come il testo richiamato è il Giornale delle Brigate Rosse – Lotta armata per il comunismo, rinvenuto in possesso di un militante brigatista al momento del suo arresto a Milano nel 20 ottobre 1975, quattro mesi dopo la Spiotta.
Questo dato fattuale apre tre problemi. Il primo è cronologico: il documento è trovato dopo i fatti ed è stato redatto dopo i fatti; la procura non ha dimostrato che quella regola esisteva già prima del 5 giugno 1975 come disposizione operativa vincolante per i militanti. Il secondo è funzionale: “rompere l’accerchiamento” non significa necessariamente “uccidere”. Può significare aprire un varco, creare confusione, coprire la fuga; è un modo di dire comune che veniva usato ampiamente nella comunicazione politica del tempo; una locuzione simile viene utilizzata anche dal Nucleo antiterrorismo nell’appunto n. 46 del 14/8/1975 a pag. 16 laddove si legge “di un disperato tentativo di rompere il cerchio della giustizia che stringe dattorno gli imputati”. Il terzo è soggettivo: anche ammettendo che quella fosse una regola dell’organizzazione, resta da provare che Curcio e Moretti l’abbiano data a quei militanti, per quella custodia, con la previsione concreta di quel che sarebbe accaduto. La pubblica accusa non è riuscita a fornire questa prova.
La requisitoria sostiene che il sequestro Gancia non fu un’iniziativa estemporanea: si fa riferimento a diverse riunioni in cui vi sarebbe stata la scelta dell’obiettivo, la preparazione della cascina, i sopralluoghi, le auto, i documenti falsificati e la richiesta di riscatto. Ma poi riversa tutto questo, che costituisce prova del sequestro di persona, dentro la vicenda dell’omicidio D’Alfonso. Il problema è che organizzare un sequestro armato non equivale automaticamente a concorrere moralmente in ogni omicidio avvenuto durante l’imprevista scoperta della base e a seguito di decisioni assunte da altri in piena autonomia. La questione tecnica, allora, si è concentrata sulla ricostruzione della struttura delle Brigate Rosse esistente al momento in cui sono avvenuti i fatti. Il processo, o quanto meno le imputazioni, hanno confuso una responsabilità storico-politica con la responsabilità giuridica penale. Su questo si sono già espresse altre sentenze, in particolare quella emessa dalla Corte di Assise di Torino (n. 4/1978, p. 412), in cui si legge che: “assumersi, in quanto convinti militanti della organizzazione, la responsabilità ‘politica’ di tutte le azioni dalla stessa rivendicate è atteggiamento che il Curcio ha tenuto già in fase istruttoria e che tutti gli imputati detenuti hanno tenuto nella fase dibattimentale. Tale condotta, però, se si risolve in una postuma esaltazione e approvazione delle imprese rivendicate, non può di per sé comportare una responsabilità penale, a titolo concorsuale, non potendosi prescindere, per l’integrazione dell’ipotesi di concorso, dalla individuazione di un contributo, anche solo morale, ma sempre eziologicamente efficiente, all’azione posta in essere”; continuando che “a nulla rilevando la responsabilità ‘politica’ di cui gli imputati menano vanto, e dovendosi, per contro, pervenire a un giudizio di responsabilità ‘penale’, occorrerà verificare e controllare caso per caso quale degli imputati sia, in relazione ai singoli episodi, raggiunto da sufficienti elementi di prova, evitando così qualsiasi forma di generalizzazione, per sua natura incompatibile col carattere ‘personale’ della responsabilità penale”.
Un processo del 2026, che mette le mani in questioni avvenute cinquant’anni prima, deve ricostruire meglio e con serietà quanto accaduto. Se bisogna dire la verità, bisogna avere il coraggio anche di dire e cercare la verità che non si vuole accettare o che si vuole nascondere. E allora, se questa è la questione, non ci si può non interrogare sul fatto che né l’arma dei carabinieri né la presidenza del consiglio dei ministri, come pure già accaduto in passato, non si siano costituiti parte civile.
L’intervento del gruppo locale dei carabinieri, infatti, è da considerarsi quanto meno azzardato ove si tenga conto che nei giorni precedenti al sequestro Gancia la zona era stata già attenzionata, tanto che era stato ipotizzato un intervento del Nucleo antiterrorismo per il giorno 5 giugno 1975. L’operazione di quella mattina, fatta dal tenente Rocca, si sarebbe dovuta concordare con il nucleo antiterrorismo, che avrebbe potuto intervenire con maggiore esperienza. D’altronde Gianpaolo Sechi, già agente segreto del Sisde ed ex componente del nucleo antiterrorismo di Carlo Alberto Dalla Chiesa, dichiara, nell’udienza del 20 maggio scorso, che la Cascina Spiotta non avrebbe dovuto diventare un campo di battaglia e che se fossero stati avvisati avrebbero agito diversamente.
Altro elemento opaco riguarda il comportamento tenuto dai carabinieri immediatamente dopo la sparatoria. Ci sono armi che non vengono subito rinvenute e che si ritrovano dopo giorni, proiettili che spariscono, il cadavere di Margherita Cagol che viene spostato, l’autopsia che in maniera incontrovertibile ci restituisce un dato: il colpo che l’ha uccisa entra nella regione ascellare sinistra ed esce nella regione ascellare destra. La conclusione possibile è una sola: se non avesse avuto le braccia alzate il proiettile avrebbe ferito alle braccia. Eppure, il procedimento a carico di uno dei carabinieri intervenuti è stato archiviato per aver riconosciuto la non punibilità per uso legittimo delle armi.
Le udienze di questo recente processo sono state invece numerose e il pathos era evidente. La misura umana della vicenda è descritta da Lauro Azzolini alla prima udienza: «Mara era una donna eccezionale. Una compagna generosa. E la morte di una persona cara è un dolore incancellabile che ti porti dentro per tutta la vita, per tutti e senza distinzioni. Un giorno maledetto che non dimenticherò mai. Ma visto che a distanza di cinquant’anni si è deciso di portarlo in un processo pubblico, oggi che di anni ne ho ottantadue […] tutto intorno a me è cambiato rispetto a quando ne avevo meno di trenta, quando nel contesto delle lotte di classe, nel duro conflitto sociale, insieme a tanti altri compagni pensavamo di poter fare la rivoluzione. Perché allora il mondo che ci circondava era molto diverso da quello di oggi. […] Ho deciso di raccontare quello che quel giorno è successo. Prima che questo processo abbia inizio. E prima che lo facciano altri perché io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno era davvero successo». (-gt / -ma)