
Ballando sulle macerie. L’assalto alla Newcastle post-industriale
NapoliMONiTOR - Friday, August 7, 2026
(disegno di enrico pantani)Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Anche tra i privilegiati, così come tra i disperati, ci sono uomini con destini più fortunati di altri. David Ginola è stato un ottimo calciatore, centrocampista della Francia e vincitore di vari titoli individuali e di squadra. È stato il fantasista della nazionale nel periodo tra il ritiro di Platini e la consacrazione di Zidane, non proprio una cosa facile. Finì ai margini della nazionale nell’anno in cui il talento franco-algerino ottenne il premio come miglior esordiente del campionato francese. Ginola invece diventava il capro espiatorio della mancata qualificazione ai mondiali del ’94. Riferendosi a un suo errore, che costò la partita e il torneo alla Francia, il suo stesso allenatore disse: “Ginola ha lanciato un missile contro l’intera nazionale. Ha commesso un crimine contro l’Equipe de France”.
Poco tempo dopo Ginola lasciò il suo paese e andò a giocare in Inghilterra, in una squadra importante ma che non vince mai nulla. Fu accolto a Newcastle come un divo, il presidente gli mise a disposizione la sua Rolls Royce e il suo autista per mostrargli le bellezze della città. La moglie Coraline, che sperava suo marito firmasse per il Barcellona, una volta tornata in albergo gli urlò in faccia: “Non vorrai mica venire a giocare in questo schifo di città?”.
Newcastle sconta una reputazione peggiore rispetto alla sua reale natura. È una città di provincia, nel profondo nord, a pochi chilometri dal confine con la Scozia. È stata da sempre un importante centro produttivo, della lana, del vetro e poi del carbone, e un punto nevralgico per gli scambi commerciali, grazie alla presenza del fiume Tyne che sfocia – dopo meno di dieci miglia di navigazione – in un punto del Mare del Nord equidistante da Paesi Bassi e Scandinavia. Ha un elegante centro pieno di edifici neoclassici, vittoriani e georgiani: dei quattrocentocinquanta esistenti, più della metà sono tutelati dalla Historic buildings and monuments commission for England.
La storia architettonica e quella sociale di Newcastle si intersecano nelle sue epocali trasformazioni. Alla fine del Settecento la città e il suo hinterland diventavano un territorio chiave per la Rivoluzione industriale, con continui spostamenti di popolazione dalle campagne alla città. Allo sviluppo industriale seguì quello commerciale, e la ricchezza dei primi decenni dell’Ottocento diventò occasione per rifare il centro urbano, riedificato dal costruttore Grainger, che “trovò una città cupa in mattoni e legno e la riconsegnò in luminosa ed elegante pietra”. Questo tipo di sviluppo contribuì alla nascita di microcosmi operai che presero corpo nelle aree vicine alle fabbriche e al fiume, ma lontane qualche chilometro da Grainger Town, il suo Theatre Royal e il mercato al coperto. Elswick, Byker, Arthurs Hill, zone che da decenni finiscono in tutte le guide d’Inghilterra come luoghi da cui stare alla larga, diventarono agglomerati operai con un’altissima densità di popolazione, pochi servizi e tante case.
Anche la parabola che Newcastle vive nel Novecento è comune a quella di altre città industriali d’Europa: crescita della popolazione, welfare dignitoso, boom dell’edilizia popolare, crisi (almeno due, durissime), deindustrializzazione, devastazione sociale, crescita nel settore dei servizi con espulsione di ampie fasce della popolazione. Anche qui, come nelle principali città dell’Inghilterra, operai e minatori hanno lottato per resistere al thatcherismo e mantenere quel po’ di benessere che si erano conquistati, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: mentre nel centro città si costruivano giganteschi centri commerciali (fine anni Ottanta e inizio Novanta) e sul fiume si smantellavano le attività industriali per fare spazio all’economia dei servizi (fine anni Novanta) il tessuto sociale si impoveriva, la disoccupazione e la povertà raggiungevano i livelli più alti di tutto il paese, la dismissione del welfare pubblico lasciava migliaia di persone nelle mani di enti assistenziali e fondazioni private. Il costo della vita sempre più basso, e la ricerca di mano d’opera non qualificata e disposta al lavoro occasionale, attiravano nei quartieri di periferia le comunità migranti, la cui presenza si candidava a essere una bomba a orologeria.
PIOGGIA D’ESTATE
Westgate Road segna il confine tra il centro e la periferia. È giugno, ma sembra marzo e i notiziari meteo parlano dell’estate più fredda e piovosa da quarant’anni. Da un paio di settimane sto in una ex fabbrica di manifattura tabacchi, la Robert Sinclair Tobacco, nella quale sono stati ricavati una quarantina di appartamenti da uno o due stanze, affittati per lo più a professionisti junior, impiegati, o giovani che lavorano nel prestigioso complesso universitario. In alto, sulla facciata del più grande dei palazzi in mattoni arancioni che componevano la fabbrica c’è ancora una scritta nera con il nome della compagnia. Di fronte, una delle tante fondazioni benefiche. A destra, un pub e un piccolo teatro indipendente. A sinistra un barbiere, un laboratorio di tatuaggi, un altro pub, con una clientela un po’ più giovane. Dalle finestre a ghigliottina in legno dell’appartamento posso vedere una porzione di questa lunga arteria cittadina, che parte dalla stazione centrale e arriva fino all’estrema periferia nord, costeggiando le mura romane, la Chinatown e spingendosi al confine con Denton, uno di quei posti che per i giornali esistono solo grazie alle bande di teenager asiatici e afrocaraibici che vi imperversano.
Westgate è un piccolo manuale di geografia urbana. Percorrendola si ha chiaro come anche la periferia della città sia in trasformazione, in modo diverso però rispetto alla prima cintura intorno al centro, dove si continuano a costruire grattacieli. Questo invece è un territorio ibrido, dove si alternano speculazioni edilizie e abbandono, privatizzazione dello spazio pubblico e assenza istituzionale, investimenti “a lungo termine” sul mattone e disagio abitativo estremo.
Qualche tempo prima del mio ultimo soggiorno in città avevo conosciuto Ben, un tifoso del Newcastle membro di un gruppo che denuncia lo sportwashing del fondo arabo che ha rilevato il club, legato al principe ereditario nonché primo ministro Mohammad Bin Salman Al Sau’ud (noto per lo sprezzo con cui risponde a chi gli contesta le violazioni dei diritti umani). Un pomeriggio in cui la pioggia è più insistente del solito e il cielo sembra un blocco d’ardesia, Ben mi porta a vedere il cimitero di Westgate Hill, uno dei più antichi del paese, la cui costruzione risale a inizio Ottocento. Mentre ci aggiriamo tra decine di lapidi distrutte e ricoperte dalla vegetazione veniamo agganciati da una signora gallese, che con una costosa macchina fotografica si cala tra le tombe e immortala dettagli all’esterno, dagli enormi grilli fino ai contenitori in metallo dove chi va lì a bucarsi può buttare la siringa. La donna ci chiede di fotografarla accanto a un castagno abbattutosi chissà quanti anni prima su una piccola cappella. La accontentiamo e ci allontaniamo.
Westgate Hill è un luogo di confine, una zona franca dove il tempo si è fermato, oltre la quale lo scenario si fa meno comprensibile. Varcato il cancello d’uscita, ci si accorge subito che accanto ai vecchi edifici in mattoni sono stati costruiti, in ogni spazio possibile, palazzoni popolari pieni zeppi di case. Le torri più alte sono quelle del Todds Nook, il cui circondario, all’incrocio tra Westgate ed Elswick Road, mostra come da queste parti il consumo di eroina non sia un’emergenza di qualche decennio fa.
Buona parte del cemento versato in queste aree risale alla metà dei Sessanta, e al progetto delirante del sindaco laburista Smith, che di Newcastle voleva fare “una città nel cielo”, la cosiddetta “Brasilia del Nord”: «In quegli anni – mi spiega Ben – sono state abbattute centinaia di case popolari a due piani e la gente è stata messa in questi mostri facendogli credere che case più moderne volesse dire migliore qualità della vita. Dopo dieci anni, le case erano già distrutte e la comunità si era totalmente disgregata, anche perché nel frattempo era iniziata la crisi industriale e le persone cominciavano a perdere il lavoro».
Dopo avere esitato un po’, Ben mi mostra il panorama da uno dei ballatoi della prima torre, e in particolare la vista su Elswick, il principale quartiere operaio dell’allora città industriale. Siamo a due miglia circa dal centro georgiano e a uno dalla stazione. È qui, oggi, che il Real Estate ha individuato una redditizia area di sviluppo, costruendo decine e decine di case per lo più all’interno di mini-enclave dotate di servizi autonomi, in modo che, nell’attesa della sparizione dei vecchi abitanti, i nuovi inquilini possano evitare il contatto con la suburra circostante.
L’apice dell’industrializzazione di Newcastle è rappresentato dall’insediamento in città della Armstrong Whitworth & company, a metà Ottocento. La compagnia inizia producendo macchine idrauliche, ma in cinquant’anni si specializzerà in armamenti, navi, automobili, aerei, locomotive, che continuerà a costruire fino alla chiusura, nel 1977. Alla dismissione del colosso industriale e delle altre fabbriche seguirà quella di tante attività che sopravvivevano grazie all’indotto. Il territorio si impoverirà in fretta, tornando indietro di cento anni. A differenza del centro, inoltre, dove la nuova economia della cultura, dell’arte, dei servizi e del turismo incoraggia la popolazione a stringersi intorno all’identità locale (quella dei geordies, una classe operaia autarchica e imperturbabile, ormai ridotta a una macchietta deteriore), qui la popolazione non riesce nemmeno ad aggrapparsi al senso di comunità che ha costruito in decenni di lavoro industriale. Il calcio, l’alcol, il crack e l’eroina sembrano gli unici rifugi alla portata di tutti.
CRONACHE DI ELSWICK
Una sera Ben mi porta a conoscere suo padre, che a Elswick ci è nato e ci ha vissuto fino a poco prima della nascita del figlio. È un uomo sulla settantina, alto e magro, ha occhi verdi che risaltano sulla pelle bianchissima, capelli grigi e due mani enormi. Mi racconta la sua vita in un pub vicino la stazione, in bilico tra quella che è stata definita smokestack nostalgia (la nostalgia delle ciminiere) e il cinismo ruvido tipico di queste latitudini. «Pochi anni dopo la nascita di Ben – mi dice – venne fuori la moda di fare queste classifiche con i peggiori posti di Inghilterra. Elswick era sempre in cima, ma non perché fosse così brutta, anzi credo che oggi sia veramente feccia, molto peggio di vent’anni fa. Era perché di questo posto, prima, quando sopravviveva con dignità nonostante le difficoltà, le morti sul lavoro, la violenza dei mariti sulle mogli, non se n’era accorto nessuno. Hanno scoperto Elswick quando la gente ha cominciato a farsi, i ragazzi ad ammazzarsi per strada, e probabilmente non c’era più niente da fare».
Secondo un censimento del 2021, Elswick è la zona urbana di Newcastle con la minor percentuale di popolazione bianca (il 43,5%). Un residente su dieci è nero e i musulmani sono più dei cristiani. Il consolidamento delle comunità migranti, che riescono a mantenersi coese grazie agli aggregatori sociali che si sono guadagnate (la moschea, la scuola coranica, il piccolo mercato dei tessuti), corrisponde alla condizione degli operai bianchi che per tutto il Novecento erano riusciti a galleggiare, come mi dice più volte il papà di Ben, pur con l’acqua alla gola: «Per tanti bianchi che non hanno resistito e sono andati via, sono arrivati tanti neri, ma per me è ok. Fanno un sacco di figli e mantengono vivo un posto che sennò sarebbe un luogo di zombie e tossici».
A dispetto delle difficoltà, Elswick conta ancora sedicimila abitanti, la percentuale più alta degli adolescenti a Newcastle e il dieci per cento in meno di over sessanta rispetto alla media. Se in città il 49,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà, in questa zona la percentuale crolla al 26,1%.
Il pomeriggio successivo ritorno da solo a Elswick per visitare la moschea. Salgo fino al primo piano, attraversando un garage e una scala di emergenza, senza incontrare nessuno. Sbuco in un’antisala piena di tappeti e di indicazioni sul comportamento da tenere, e dopo in una stanza grande e luminosa dove un maestro parla in arabo a una classe di una ventina di bambini tra i dieci e i quindici anni. L’uomo mi accompagna dall’imam, che mi offre un thè e mi racconta delle attività che fanno con i più piccoli per tenerli lontani dalla strada. Le bande rivali qui si fronteggiano di continuo, basta una parola fuori posto per tirar fuori armi di ogni tipo e la violenza è il modo più facile per risolvere i conflitti. Una volta che i ragazzi diventano grandi, le bande si uniscono e si coalizzano contro quelle di altri quartieri. A tamponare l’emorragia ci sono un centro antiviolenza sulle donne, la parrocchia locale, qualche associazione che tenta di intervenire sulla dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile attraverso percorsi formativi.
Esco dalla moschea e incontro un gruppo di ragazzi sulla ventina, tutti bianchi, che parlano a voce molto alta nell’incomprensibile dialetto geordie. Mentre mi allontano, percorrendo il viale principale, il gruppo viene avvicinato da un’auto della polizia. Gli agenti, dopo essersi presi un bel po’ di insulti, cominciano a chiedere a tutti i documenti, noncuranti delle persone che escono fuori dalle case e prendono in giro tanto i ragazzi quanto i poliziotti.
Faccio il giro dell’edificio e mi ritrovo di nuovo davanti al gruppo, libero ormai dalla seccatura delle divise gialle. Solo a quel punto riesco a vedere che alle loro spalle c’è una scritta e delle foto che ricordano un ragazzo morto: Gordon “Gaulty” EMB. Sul muro, in bianco-blu, c’è anche quella che presumo sia la data di morte: 20 maggio 2008. A terra, un casco da moto bianco, e inchiodato al muro un orso di peluche con la sciarpa del Newcastle. Provo ad attaccare bottone ma i ragazzi non hanno voglia di parlare. Mi dicono solo che un loro amico è stato ucciso due anni fa e che da allora ogni volta che incontrano qualcuno di Benwell, un quartiere vicino, «lo ammazzano».
Una volta a casa scoprirò che Gordon è stato ucciso con un machete da due diciassettenni di Benwell. Aveva quattordici anni. 20 maggio 2008 era la sua data di nascita.
RESTA IL FOOTBALL
Sono i giorni dei campionati europei di calcio, e ogni pomeriggio ascolto il podcast The Rest is Football, o seguo la trasmissione su BBC Sport condotta da tre vecchie glorie del calcio inglese, tutti ottimisti rispetto alla possibile vittoria della loro nazionale, che invece perderà la seconda finale di fila in pochi anni. Per le strade di Newcastle, però, l’entusiasmo è minore di quello che i telegiornali mostrano in altre città.
Vado a vedere l’esordio dell’Inghilterra allo Strawberry Pub, storico punto di ritrovo della tifoseria geordie, ma lo trovo semivuoto. Due signori anziani mi confermano che da queste parti il legame tra la gente e la nazionale è diverso da quello che lega la popolazione alla squadra della città, un’incontrollabile attrazione a cui non riesce invece a scampare nessuno. Inghilterra-Serbia sarà una partita abbastanza noiosa, ma al fischio finale porterò con me due regali: una mappa disegnata su un tovagliolino di carta che illustra il susseguirsi dei quartieri ex operai nei pressi del fiume; una foto che dopo tanti tentennamenti trovo il coraggio di chiedere ai due vecchietti, con in mano le pinte di Newcastle Brown che mi hanno lasciato pagare.
Per tornare a Westgate percorro sempre la via dove sorge Saint James’ Park, il tempio della fede calcistica bianconera. Nei giorni dell’Europeo il campionato è in pausa estiva, e i dirigenti del club hanno approfittato dell’assenza di partite per avviare una forte ristrutturazione che darà vita a una gigantesca “fan-zone”, dove una folla festante e tendente all’ubriacatura si radunerà ogni fine settimana per vedere tanto le partite casalinghe quanto le trasferte. A giugno i lavori dell’area, sponsorizzata da Stack, grosso marchio del settore del divertimento, e da Sela, la compagnia intorno a cui gravita mezza industria dello sport in Arabia Saudita, che è ovviamente sponsor del Newcastle, sono a buon punto. Durante il primo fine settimana di campionato, a metà agosto, l’area registrerà trentamila accessi e quindicimila litri di birra venduti.
Negli ultimi anni, la passione per la squadra di calcio è un elemento in fase di forte recupero da parte di un mercato che ha interesse nel commercializzare identità ben definite. È un processo che ha ridisegnato il profilo di Newcastle dopo la deindustrializzazione, e che da qualche anno cerca di vendersi in ogni maniera possibile l’immagine di una tifoseria appassionata, di una popolazione che vive in simbiosi con la sua squadra, di un complesso rapporto tra il senso di appartenenza e la relazione verso l’esterno, derivata da secoli di commerci con la parte settentrionale del mondo. I capitali in questo caso sono quelli arabi (ma anche l’Adidas sta facendo grossi investimenti), in ogni caso cambia poco rispetto a quelli inglesi, europei e nordamericani che avevano dato un nuovo volto all’area lungo il Tyne tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Il fattore trainante, in quella fase, era la cultura.
Nel 1995 l’organizzazione Northern Arts indirizza al governo un progetto di rigenerazione dell’ex distretto industriale attraverso la costruzione di musei e centri culturali. Il progetto viene finanziato, il governo raccoglie fondi anche dall’Unione europea e ci mette di suo quattrocento milioni di sterline, progettando una sorta di network di produzione e progettazione culturale tra le due sponde del fiume, quelle di Newcastle e Gateshead. Il Baltic, edificio un tempo dedicato alla lavorazione del grano, diventa sede espositiva per l’arte contemporanea. Nel 1996 arriva lo Year of the Visual Arts e nel 1998 viene inaugurato l’Angelo del Nord, mega scultura in acciaio alta venti metri e con un’apertura alare di oltre cinquanta. Di lì a poco nascono il Sage Gateshead, sofisticata architettura dedicata allo studio e alla produzione musicale, e altre strutture minori, mentre nel 2007 tra Newcastle e Gateshead si svolge il World Summit on Arts and culture, la conferenza internazionale dei più importanti policy maker culturali del mondo. Intanto, anche al centro vengono fatti nuovi investimenti, tramutando definitivamente le tre vie principali in un gigantesco centro commerciale a cielo aperto.
È inutile dire che l’impatto di questo genere di infrastrutture sulle fasce meno tutelate della popolazione è nullo, anzi negativo in termini di espulsione degli abitanti dalla cintura urbana e di espropriazione di parti di città che fino a qualche decennio prima erano vissute soprattutto dalla working class, i cui figli e nipoti sono invece disoccupati o non qualificati per un certo tipo di lavori. Per quanto concerne la crescita economica, non è difficile immaginare chi se ne avvantaggi, e d’altronde i dati parlano chiaro: l’ultimo rapporto della North East Child Poverty Commission registra che più di un terzo di bambini e adolescenti del Nordest vivono sotto la soglia di povertà, superando a Newcastle il quaranta per cento. Se si restringe il campo alle comunità con background migratorio, la percentuale impenna al sessantaquattro per cento (dato 2022), praticamente due terzi della popolazione giovanile. Anche il divario tra le classi è inclemente: tra la percentuale più alta di minori in povertà (Elswick) e quella più bassa (Jesmond) della città ci sono più di cinquanta punti di differenza. Il tasso di disoccupazione è quasi il doppio della media nazionale, mentre le persone senza casa, nella regione, sono più di millecinquecento.
Eppure di soldi ne girano. Nell’ambito della strategia Saudi Vision 2030, PIF – il fondo sovrano che controlla il Newcastle – ha programmato miliardi di euro di investimenti in Europa in molti settori differenti, per “alleggerire” la dipendenza del paese dal petrolio. Tra questi c’è il calcio, ma anche la riprogettazione di ex città industriali in funzione turistico-commerciale, con un illustre precedente proprio in Inghilterra. A Manchester, lo sceicco Mansour, proprietario del City, vicepresidente e vice primo ministro degli Emirati Arabi, ha forti interessi immobiliari nell’East End, e sfruttando i bassi tassi di gestione concessigli dal comune attraverso una joint venture ha trasformato i quartieri popolari circostanti lo stadio in uno dei centri economici della città. Già nel 2019 un’inchiesta del Sunday Times titolava: “Manchester, la città che si è venduta ad Abu Dhabi”.
Anche a Newcastle la politica sembra orientata a lasciar fare, anche perché da queste parti gli investimenti statali sono rari, e i tagli nell’ultimo quindicennio sulla spesa pubblica hanno raggiunto quasi i trecentocinquanta milioni di sterline. A settembre il Times ha mostrato le lettere scambiate tra il ministro degli esteri inglese e i vertici dei servizi segreti, che mostravano grande preoccupazione rispetto al fatto che la Premier League avesse aperto un’indagine sull’origine dell’investimento saudita, poi chiusasi con un nulla di fatto. Durante le partite del Newcastle, nella tribuna vip, i principi e i grandi investitori arabi sono spesso a guardare il match insieme alle élite economiche della regione (su tutti i costruttori multimilionari della famiglia Reuben), con cui stanno stringendo relazioni sempre più solide.
Lascio Newcastle dopo quasi un mese. Mentre aspetto il treno per Londra mi attardo in un negozio della stazione che vende souvenir carini per turisti, fatti meglio e costosi il triplo rispetto alla paccottiglia classica delle strade principali. Alla fine, per ingannare l’attesa, compro un bavaglino a mia nipote con su scritto in dialetto geordie “Shy bairns get nowt” (ovvero “Shy babies get nothing”: le bambine timide non ottengono niente). Poi attendo composto il treno al binario, su una panchina anti-clochard, mentre sullo schermo passa uno spot di benvenuto, di cui faccio in tempo ad annotare solo alcune frasi: “Collegate da numerosi ponti intorno a rive assai vive, Newcastle e Gateshead sono un luogo imperdibile per ogni turista. […] L’Angelo del Nord, la più grande scultura del paese, vi dà il benvenuto a braccia aperte in un luogo dove la storia incontra l’innovazione green. Assisti a spettacoli affascinanti al Glasshouse International Centre for music, goditi ristoranti di classe e concediti una pausa nei centri commerciali e nei caffè nel cuore della città, magari prima di una partita dell’iconica squadra locale. […] Newcastle è spesso in cima alle classifiche per il miglior posto in cui andare in discoteca, oltre a offrire serate per ogni interesse, dai cabaret ai corsi per mixologist. Ma qui è bello anche vivere a ritmo lento: la città ha spazi verdi accoglienti e funge da ottima base per esplorare il Vallo di Adriano…”. (riccardo rosa)