Luci da dietro la scena (XXXVI) – Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto

il Rovescio - Thursday, August 20, 2026

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Luci da dietro la scena (XXXVI) – Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto

11 gennaio 2025

Oggi, uscendo dall’ospedale – le cui pareti ormai conoscono più le urla che il silenzio –, una donna mi ha fermato. Il suo volto mostrava il peso di notti insonni e di un dolore troppo grande per essere espresso a parole. Era la madre di una bambina di nove anni, una bambina che ora giaceva in una di quelle stanze affollate e scarsamente illuminate, con le piccole braccia mozzate da una violenza che non conosce pietà. Qualche giorno prima aveva mani capaci di intrecciare capelli, impugnare una matita o aggrapparsi al vestito della madre. Oggi non c’è nulla.

La madre ha aperto una radiografia con mani tremanti. La pellicola fredda brillava nella luce morente, rivelando la dura verità che il corpo non riusciva più a nascondere. E poi la sua voce, appena più forte di un sussurro, ha rotto il silenzio tra noi. “Le protesi possono sostituire le sue braccia? Riuscirà a tenere di nuovo in mano le cose? Crescerà davvero senza mani?”

Ho sentito queste domande innumerevoli volte. Dall’inizio della guerra, più di cento volte mi hanno chiesto la stessa cosa. Volti diversi, bambini diversi, ma la stessa supplica disperata.

Eppure, ogni volta vacillo. Come posso spiegare a una madre che le protesi, non importa quanto siano avanzate, non possono sostituire completamente il contatto della pelle, la presa delicata di un bambino che tiene un pastello, il calore del contatto umano? Come posso spiegare che, sebbene la scienza abbia dato arti di acciaio e silicio, non ha ancora padroneggiato la magia silenziosa della sensazione? Che anche le migliori protesi non possono sostituire la spontanea grazia del raggiungere, del tenere e dell’abbracciare?

Ma non dico niente di tutto questo. Le dico quello che ho detto a tanti altri. Le dico: “La scienza sta facendo rapidi progressi in questo campo. Quando la guerra finirà, probabilmente ci saranno soluzioni che la faranno sentire come prima”.

E in quel momento divento un bugiardo. Non perché lo voglia, ma perché in questo luogo, dove la speranza è più rare dell’acqua pulita, non posso essere io a spegnerla.

Così offro la bugia più delicata che riesco a inventare. Non per crudeltà, ma per misericordia. Perché in un mondo in cui i bambini perdono gli arti ogni giorno, dove le risate sono soffocate da sirene e polvere, non c’è nulla di giusto da dire.

Solo silenzio. E il peso insopportabile della speranza.

17 gennaio 2025

Oggi, con l’inizio del cessate il fuoco a Gaza, possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo. Dopo aver sopportato sofferenze inimmaginabili, questo giorno ha un significato profondo. È un giorno per riconoscere e onorare tutti coloro che hanno sostenuto Gaza nel mondo nei momenti più bui.

A tutti coloro che hanno alzato la voce per la Palestina, che hanno partecipato alle proteste o hanno condiviso la verità su Gaza: il vostro coraggio è stato un’ancora di salvezza. Agli studenti delle università di tutto il mondo, che si sono riuniti a sostegno della Palestina, e ai lavoratori che hanno lasciato il proprio posto di lavoro per chiedere giustizia, grazie per aver mostrato al mondo cosa significa solidarietà. A Matthew Nelson e Aaron Bushnell, che hanno sacrificato la propria vita in un inimmaginabile atto di solidarietà con Gaza, il vostro eroismo sarà ricordato per sempre. […]

28 gennaio 2025

Uno di coloro che sono ritornati al nord dal sud di Gaza ha parlato, con la voce vuota, lo sguardo fisso su un orizzonte lontano e irraggiungibile: “Ho attraversato Wadi Gaza, ed è stato come entrare in una fossa comune che si estendeva all’infinito. Il terreno era disseminato di resti: frammenti di vita, ridotti in ossa e cenere. E quando ho raggiunto il Crazy Water Resort a Sheikh Ajlleen, mi sono bloccato. I cadaveri… erano bambini. Piccole forme, prive di respiro e calore, sparse come foglie cadute al vento. La loro piccolezza, la loro immobilità, mi hanno distrutto. Erano fuggiti, sfollati come molti di noi, solo per incontrare la morte sulla strada che pensavano potessi salvarli”.

Si dice che i sopravvissuti portino il fardello più pesante, il peso della consapevolezza. Le battaglie più dure non si combattono con pistole o esplosivi, ma con la memoria. Non c’è rifugio da ciò che abbiamo visto, né unguento per le ferite scolpite nella nostra mente. Pensavamo di aver superato il peggio, ma il peggio persiste, crescendo come un’ombra a cui non possiamo sfuggire.

Un giorno, a poco a poco, inizieremo a comprendere l’abisso in cui siamo stati gettati. Ci renderemo conto della piena portata dell’inferno a cui siamo sopravvissuti, se questa si può chiamare sopravvivenza. O forse, più atrocemente, affronteremo l’inesorabile verità: questa nuova esistenza è un inferno a sé stante, una terra desolata lasciata in eredità da ciò che credevamo fosse una fine, ma che in realtà era solo un inizio.

14 marzo 2025

Da quando avevo sei anni, il mare era nostro. Ci svegliavamo prima della città, prima che la distruzione del giorno precedente si posasse, prima che i carri iniziassero a sferragliare per le strade. Mio padre ci portava sulla riva e, per un’ora, facevamo finta che il mondo fosse solo acqua e cielo. Poi tornavamo a casa, asciugavamo il sale dalla pelle e iniziavamo un’altra giornata a Gaza.

Mio padre non ha mai abbandonato questa abitudine. Anche quando gli anni lo hanno logorato, anche quando la guerra è arrivata, se n’è andata e poi è tornata, lui ha continuato a svegliarsi prima del sorgere del sole, a percorrere lo stesso sentiero, a nuotare nella stessa acqua.

Gaza è piccola. Una città schiacciata tra terra e mare, senza vie di fuga. Non ci sono montagne dove fuggire, né fiumi da seguire, né foreste in cui nascondersi. L’unica cosa che avevamo era il mare, e nemmeno quello era davvero nostro. Ma ci siamo comunque aggrappati a questo. Era il luogo dove le famiglie si riunivano, dove i pescatori si guadagnavano il pane, dove i bambini imparavano a sfidare le onde, dove gli amanti si incontravano in segreto, come se il mare potesse inghiottire le loro speranze sussurrate e tenerle a sicuro.

E poi, un giorno, è scomparso. Ora la costa è desertica. La spiaggia appartiene alle armi. Le onde continuano a infrangersi, indifferenti ai corpi che sono stati trascinati via, indifferenti all’assenza delle persone che un tempo vivevano lì. Il mare è ancora lì, ma non ci è permesso toccarlo. Anche durante il cessate il fuoco, l’ordine è rimasto: state lontani. Le barche dei pescatori sono lasciate a marcire. La sabbia, un tempo piena di impronte, è stata spianata dal vento, come se non fossimo mai stati lì.

È così che ci cancellano. Non tutto in una volta, ma pezzo per pezzo. Prima prendono la terra. Poi il cielo. Poi il mare. Non si limitano a ucciderci. Uccidono l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i luoghi in cui un tempo esistevamo. E non ci resta nulla. Nient’altro che polvere. Nient’altro che il ricordo di onde ormai irraggiungibili. Nient’altro che il suono del mare, appena oltre i proiettali, a ricordare ciò che è stato rubato.

17 marzo 2025

[…]

La sega ha toccato l’osso 4500 volte. 800 volte, un bambino si è svegliato in un mondo che non si adatta più al suo corpo. 540 volte, una donna si è destata per ritrovarsi alterata, diminuita, tradita dal destino e dalla storia. Questi numeri non significano nulla per chi li elabora. Ma per il chirurgo, per il paziente, per la madre che porterà a casa un figlio con un arto in meno, ognuno di questi numeri rappresenta un’eternità di sofferenza.

La guerra non si ferma sul campo di battaglia. Permane nei corridoi dove i feriti gemono, negli incubi di chi sopravvive. E quando le bende vengono rimosse, quando i monconi vengono fasciati e le ferite iniziano a rimarginarsi, il dolore non si placa, cambia semplicemente forma. Quanti altri arti dovranno essere sacrificati all’insaziabile fame della guerra prima che il mondo riconosca questa carneficina e la chiami con il suo nome?

2 aprile 2025

Siamo precipitati in una sorta di esistenza in cui il sole non sorge per risvegliare i vivi, ma per esporre i dannati. Le nostre giornate sono un susseguirsi di umiliazioni: lunghe fila per l’acqua, un unico contenitore che viene passato come una reliquia sacra tra gli assetati, come se la sete fosse ormai un sacramento. I camion dell’acqua non si sono visti per tre giorni e, quando finalmente sono arrivati, la fila si è allungata all’infinito. Mio fratello e io abbiamo aspettato in quel silenzio denso di polvere e tutto ciò che siamo riusciti a riempire è stato un gallone – uno – sufficiente, forse, per un solo giorno, se fossimo stati attenti, se fossimo stati fortunati.

E il pane, che parola tragica. Un tempo simbolo di vita, ora ridotto a un ricordo che mia madre fa rivivere tra fumo e stanchezza, inginocchiata davanti al forno di argilla, come se implorasse pietà al fuoco. Siamo andati a cercare la farina, forse ingenuamente, ancora animati dalla speranza che potesse esserne rimasta un po’. Un sacco da venticinque chili, che una volta costava 25 sicli, ora ne costa 400. Il prezzo del pane è ormai il prezzo della disperazione; il costo del sostentamento di una famiglia è ora misurato nella valuta della crudeltà. Siamo rimasti lì, senza neanche provare rabbia, solo un vuoto interiore. Non per nobiltà d’animo, ma perché anche la rabbia ci aveva abbandonato.

Le notizie, quando ho osato leggerle, sono state un ulteriore strato di disperazione: un coro di urla lontane tradotte in titoli. E quando ho provato a ritirare i miei soldi, il sistema, o quel che ne resta, mi ha chiesto il quaranta per cento per convertirli in contanti. Come se la disperazione fosse qualcosa da tassare.

Ora gli aerei ritornano. Il loro grido non è più terrificante, è familiare. È la ninna nanna della rovina. Sfrecciano nel cielo non con intento, ma con fame. Lo sento nelle ossa: stanotte colpiranno di nuovo. Eppure, incredibilmente, respiriamo ancora. Questo è il miracolo. Questa è la punizione. Questa non è vita. Questo è il teatro dell’abbandono divino, una prova senza risposte, un fuoco senza luce. E noi, bruciati, continuiamo a fingere di non essere cenere.

5 maggio 2025

Ieri all’ospedale Al-Awda, nel nord di Gaza, è venuta al mondo una bambina, e il mondo l’ha rifiutata. Non aveva il cervello. Non nel senso poetico di innocenza o purezza, ma in senso anatomico, letterale: anencefalia. Nessun cervello. Nessun pensiero futuro, nessun sogno, nessun ricordo da creare. Un cranio senza scopo. È nata a termine. Sua madre l’ha portata in grembo per nove lunghi mesi, tra notti ardenti e mattine struggenti, tra polvere, dolore e sirene. E poi la nascita. Ma nessuna vita da salvare. Solo silenzio. I medici erano impotenti, derisi dai limiti delle loro mani.

Le ho viste, persone di medicina, le cui dite esperte e sterili tremavano. Non per la confusione, ma per la consapevolezza: danni teratogeni. Mancato sviluppo. Difetti genetici, non casuali, ma generati dalla guerra. Le bombe non hanno colpito solo gli edifici, ma anche i cromosomi. Le armi – d’acciaio, lucenti, americane – sono cadute non solo per distruggere il presente, ma per corrompere il grembo materno. Per avvelenare l’idea del domani.

Come definiamo questo orrore? Radiazioni? Diossina? Uranio impoverito? Tossine invisibili che non uccidono subito, ma aspettano. Si annidano, attraversano le pareti della placenta e deformano il tubo neurale. Distruggono la vita ancora prima che abbia inizio.

Ci sono altri casi. Aborti spontanei. Nascite premature. Arti malformati. Palatoschisi più ampie del dolore. Midolli spinali simili a pergamene rotte. I medici ora sussurrano che non si tratta di un caso isolato. È uno schema. Uno studio del “Lancet” mette in guardia da un numero di vittime che potrebbe raggiungere le 200.000, non a causa di ferite da esplosione, ma per danni genetici trasmessi alle generazioni future. Ma il mondo è sordo. Conta i morti per le esplosioni, non per le deformità. Conta le vittime in base agli arti persi, non ai geni danneggiati.

E qui, sotto le macerie, la ferita più profonda è nell’utero. L’ho vista ieri. La madre. Non piangeva. Si limitava a guardare. Aveva le braccia vuote.

Aveva partorito una figlia senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche durante l’apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un altro bambino potrebbe nascere segnato dall’aria che sua madre ha respirato. E non capiranno il perché.

Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva. Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando la placenta diventa un campo di battaglia? Quando la biologia diventa l’archivio della guerra? Questa non è solo una guerra di fuoco e acciaio. È una guerra contro la vita. Contro le donne. Contro l’atto stesso della nascita.

Ho visto la morte, corpi lacerati, polmoni che ansimano sotto le costole rotte. Ma mai ho sentito un silenzio così forte come quello di una madre che partorisce un bambino già condannato dal cielo che lo sovrasta.

E così scrivo. Non per accusare. Non per piangere. Ma per ricordare. Perché alcune armi non esplodono. Si sviluppano.

17 giugno 2025

[…]

Non contiamo più le bocche. Solo i cucchiai. C’era una mensa una volta, un’organizzazione benefica. Ogni giorno cucinavano per più di mille famiglie. Non lo facevano per profitto né per riconoscimento, ma perché le loro anime non potevano fare altrimenti. Quella mensa ha chiuso tre giorni fa. Non perché la gente abbia smesso di avere fame, ma perché gli scaffali si sono svuotati: il riso, l’olio, la farina, tutto è finito.

E ora la gente si reca ai centri di aiuto americani. Sì, certo. “Corridoi umanitari”. Che bella frase. Quanto è pulita, sterile, burocraticamente elegante. Suona come “danno collaterale” o “operazione”. Gli americani li hanno costruiti. Gli israeliani li hanno messi al sicuro. E ogni giorno quaranta persone muoiono alle loro porte. Schiacciate. Uccise da un proiettile. Affamate. Arrivano in cerca di pane e se ne vanno come cadaveri. Lo sanno tutti. Proprio tutti. Eppure continuano ad andare. La fame spinge un uomo a camminare verso la propria esecuzione se dietro la pistola c’è anche solo l’ombra del riso.

Ieri il mio amico Al-Aloul ci è andato. Non è un combattente. È un ingegnere informatico, un uomo tranquillo. È tornato con una coltellata al collo. Sei punti. La sua camicia era intrisa di sangue. Ma lui sorrideva. “Ho il pacco”, ha detto. “Non l’hanno preso”.

Che razza di mondo è questo? Che razza di uomo sorride in mezzo al sangue perché ha un pacco di farina? Questa non è una guerra di carri armati e aerei. Questi sono diventati irrilevanti. Questa è la guerra della fame, la guerra della morte lenta. Le donne digiunano per giorni, non per devozione spirituale, ma perché i loro figli devono mangiare per primi. I bambini fanno la fila per ricevere aiuti, senza sapere se torneranno a casa vivi. Le ragazze mangiano di nascosto, e i padri portano una vergogna più pesante del pane.

Questo è un genocidio che avviene per sfinimento, per silenzio, per burocrazia e per sguardo distolto. Volete sapere cosa ha fatto l’età moderna del male? Lo ha reso burocratico. Digitalizzato. Professionalizzato. Un genocidio in cui il mondo discute di definizioni mentre i bambini muoiono di fame.

[…]

Gaza non sta morendo. Viene crocifissa. E non siamo la folla del Golgota. Che guarda.

29 giugno 2025

Qui non ci sono più medicine. Non per il corpo. Non per l’anima. Ho parlato a lungo del degrado degli ospedali di Gaza: di come lavoriamo sotto tetti da cui cadono schegge, accanto a letti dove i bambini giacciono mezzi vivi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce un collasso. Ma collasso è una parola troppo delicata. Questo è annientamento.

Oggi, all’ospedale Ahli Al-Arabi, abbiamo esaurito le ultime scorte di soluzione fisiologica. Sì, soluzione salina. Sale e acqua. Lo strumento più basilare della medicina. Senza di essa, non possiamo idratare i malati, pulire una ferita o tenere in vita un bambino durante la notte. Senza di essa, le nostre mani non sono mani che guariscono. Sono mani che seppelliscono i vivi.

Questa mattina è stato portato un ragazzo, debole e con la febbre alta. Suo padre gli aveva fasciato la gamba con una maglietta strappata e intrisa di sangue. Non avevamo soluzione per la flebo. Nessun lavaggio sterile. Abbiamo usato acqua bollita e una preghiera. Ho guardato il ragazzo negli occhi. Non piangeva. Era andato oltre il pianto. In un’altra stanza una madre sussurrava che dava da mangiare al suo bambino acqua di lenticchie bollita. Non per negligenza. Per povertà. Per fame. Il latte artificiale ora costa più del sussidio mensile, che comunque non ricevono più. Cullava il suo bambino con la tenera quiete di chi ha già immaginato il funerale.

Oggi abbiamo visitato quarantasei bambini affetti da impetigine. Abbiamo dato loro ciò che potevamo: impacchi, compassione e bugie che speravamo non avrebbero riconosciuto. Ad Al-Shifa siamo giunti alle ultime dosi di Decortin. I medici le razionano con la stessa aritmetica usata in guerra. Chi ha maggiori probabilità di sopravvivere? Chi può essere scarificato in silenzio?

Ma c’è una cosa che proprio non riesco ad accettare: abbiamo finito la soluzione salina. Non morfina. Non sangue. Soluzione salina. Abbiamo sale nelle lacrime, ma non nelle nostre cliniche. E con questo abbiamo esaurito le scuse. E anche le illusioni. Non c’è più nulla che possa nascondere la verità. Non è più una crisi. È un crimine. Un crimine commesso non solo con l’assedio o con le bombe, ma anche con il silenzio.

Dov’è il mondo? Dove sono le voci che parlano di umanità, di legge, di Dio? Volete dei numeri. Non li darò. I numeri disumanizzano. Rendono i morti più facili da accettare. Invece vi offro questo: un bambino che ansima nella polvere. Lo sguardo negli occhi di un’infermiera quando si rende conto di non avere più nulla da offrire. La dignità silenziosa e insopportabile di un popolo condannato a morire ordinatamente, senza spettacolo. Questa non è una supplica. È un’accusa.

7 luglio 2025

In questa terra devastata, dove la terra geme e il cielo sanguina fuoco, siedo in una stanza non più grande di una cella di prigione. Intorno a me il vento porta i deboli echi di promesse fatte in capitali lontane, di zone, di mappe, di sicurezza. Quella parola maledetta: sicurezza, pronunciata da uomini le cui mani non hanno mai toccato la polvere, non hanno mai sentito il sangue, non hanno mai udito una madre piangere per la morte del figlio, per la morte che deve ancora venire.

E oggi, ancora una volta, loro hanno discusso. Chi avrà Gaza? Chi la dividerà, la sezionerà, la domerà come una bestia? A Doha sorseggiano caffè mentre esaminano i progetti di rovina. Parlano di equilibrio come se stessero pesando cadaveri su una bilancia.

[…]

Rifiuto le vostre conferenze, le vostre dichiarazioni, i vostri architetti di cenere. Questo non è un conflitto. Questa non è una trattativa. Questa è una crocifissione. Dove i non nati sono inchiodati al silenzio del mondo. Dove le madri sanguinano silenziosamente sotto il rombo dei motori aerei. Dove anche la speranza è razionata.

Che la storia non ricordi tutto ciò come una strategia. Non come politica. Ma come un genocidio, perpetrato non solo contro i vivi, ma contro la possibilità stessa della vita.

12 luglio 2025

[…] Sono qui per confessare ciò che ho visto. È passato un camion. Era vuoto. Il pianale era coperto da un sottile strato di polvere di farina. Solo polvere. Non sacchi. Non pane. Solo la traccia di qualcosa che un tempo avrebbe potuto salvare un bambino. E poi li ho visti. Non ribelli. Non criminali. Bambini. Hanno corso, come animali braccati, verso quel camion. L’hanno scalato con mani che non hanno mai tenuto giocattoli. Si sono inginocchiati come davanti a un altare. E hanno iniziato a raschiare.

Uno aveva un coperchio rotto. Un altro un pezzo di cartone. Ma gli altri, gli altri hanno usato le mani. Le loro lingue. L’hanno leccata. Mi avete capito? Hanno leccato la polvere di farina dall’acciaio arrugginito. Dalla sporcizia. Dal retro di un camion che era già partito. Un ragazzo rideva. Non perché fosse felice, ma perché il corpo impazzisce quando è affamato. Un altro piangeva, in silenzio, come chi non crede più che qualcuno lo ascolti.

E io sono rimasto lì. Con tutta la mia vergogna. Con le mani in tasca, come un uomo in attesa dell’autobus. Come se non stessi guardando la fine del mondo. […]

18 luglio 2025

[…] Stava piangendo per tutti noi. Per tutte le notti in cui abbiamo preferito il silenzio al coraggio.

(brani tratti da Ezzideen Shehab, Diario di un giovane medico. Appunti dal genocidio a Gaza, Mimesis, Udine-Milano, 2026)