
Lancia in resta contro il drago. Diario di viaggio in Georgia e Armenia
NapoliMONiTOR - Monday, August 24, 2026
(disegno di enrico pantani)Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città
Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra.
Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi. Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino, sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide, il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino.
A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli, mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia loro impedito di penetrare le recinzioni.
Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto “Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce: lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino.
Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale. L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure, minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia prominente.
SOGNO GEORGIANO
All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori: nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano.
L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia. Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia», mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia, a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli eroi!».
Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università: «Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche noi Europa!», corregge impaziente Mariam.
Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate. Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere: “Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale, vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno georgiano.
Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto. Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto, guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale.
UN MUSEO ARMENO
Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh, una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno, però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan?
In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua, misteriosa e cosmopolita a Erevan.
Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati, libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero. Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia, Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida. Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica: obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo.
Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti discorsi nazionalistici.
Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale: l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca. Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana, stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale. Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea guerra globale.
BAZAR DEI DISERTORI
A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere, sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica.
Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena; interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – / che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”.
Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea ad addormentarlo con un incantesimo.
Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale, l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali, celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso, di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui gradini sotto i drappi.
Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi, era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?».
Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la diserzione. (francesco migliaccio)