
Il tramonto dei baby boomer, tra la morte di Guccini e l’Ulisse di Nolan
NapoliMONiTOR - Monday, August 31, 2026
(disegno di escif)Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso, all’età di ottantasei anni, a Pavana, sull’Appennino tra la Toscana e l’Emilia Romagna. Senza dubbio Guccini è stato un punto di riferimento anche per la mia generazione, quella X, che con tanta sobrietà e fatalismo benpensante è stata definita “generazione dimenticata”, nel senso di poco appetibile economicamente e politicamente. Bontà loro. Ma la generazione di Guccini è stata quella prima, la sua stessa, quella dei baby boomer, dei “gloriosi anni Trenta”, durante i quali per un attimo sembrò possibile a molti avere il “pane e le rose”.
Mi piace dire baby boomer e non boomer, forse perché ho avuto un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza quasi interamente analogiche; forse perché sono cresciuto con i genitori e un ecosistema fortemente influenzato dai militanti del Pci; forse perché ho studiato storia e l’ho amata come disciplina, considerandola un elemento fondamentale per stare al mondo; forse perché vivo in un periodo storico in cui la storia è una disciplina disprezzata e la parola conserva una sua rispettabilità solo se riferita all’incontinenza comunicativa della sfera social; forse per questi, e altri motivi, ritengo che l’uso che si fa del termine boomer sia perfettamente in linea col general intellect dei giorni nostri: cioè una spanna oltre l’idiozia. Boomer è un cazzeggio in un mondo nel quale il cazzeggio è diventato la sola logica del senso. Baby boomer, invece, è un termine preciso, che sinteticamente ti dice quello che ti deve dire e cioè che dopo la carneficina della Seconda Guerra Mondiale, che era separata dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale solo dalla più grande crisi economica della modernità, la demografia registrava un incremento delle nascite e della popolazione che arriverà fino ai primi anni Sessanta: un boom di bambini che seguiva i boom mortali della guerra mondiale.
Guccini è stato, quindi, un riferimento soprattutto per la sua generazione, di cui ha condiviso la parabola ascendente e discendente. Lui e De André hanno costituito gli assi portanti di una narrazione generazionale che non ha precedenti e probabilmente non avrà epigoni. Sia lui che De André, per la verità, sono nati nel 1940, all’inizio della guerra e non subito dopo la sua fine, in questo senso simbolicamente rappresentano il passaggio da un mondo all’altro: dal mondo dei fascismi, del crack del ’29, della guerra e dell’Olocausto, al mondo del boom economico, della decolonizzazione, del ’68, delle grandi trasformazioni sociali e della convinta aspirazione alla rivoluzione. La rivoluzione come orizzonte, come riferimento, come generatore simbolico, come pretesto, come guarnizione e, in alcuni casi, come pratica.
Questa generazione che aggrediva il potere perché vecchio e soffocante, che lo dileggiava, che voleva prenderlo, ma poi forse preferiva liberarsene, comportandosi come i bambini per i quali il cibo, nella fase in cui stanno imparando a mangiare da soli, prima che nutrimento, prima che valore, è gioco. Questa generazione ha guardato a Guccini e De André (non solo a loro certamente, ma forse nessun altro come loro due ha travalicato la dimensione corporea per diventare un’immagine oracolo) per sentir dire di sé ciò che non poteva dirsi da sola.
La generazione X ha guardato a quella precedente in un modo del tutto simile a come i baby boomer guardavano ai partigiani, con un misto di senso di inferiorità, rispetto, desiderio di emulazione, risentimento per non aver fatto la rivoluzione e invidia per esserci andati tanto vicini. Nel fermento degli anni Novanta sembrava che anche questi “bamboccioni”, traditi dai loro predecessori ormai imborghesiti, fossero riusciti a trovare la loro rivoluzione globale… ma è stato un attimo. Sono rimasti un po’ di ragazzi morti, tante botte e la consapevolezza di aver perso il giro. Per loro, Guccini e De André erano i cantori di quello che, come generazione, non sarebbero mai riusciti a essere.
È per questo che la morte di Guccini per un baby boomer e per una generazione X ha un peso e un senso completamente diversi. Per i cinquantenni di oggi Guccini e De André non sono mai stati vivi, ma sempre l’immagine del mondo dei padri e delle madri, l’immagine della nostalgia per quell’infanzia vissuta tra gioia e rivoluzione che poi è passata come tutte le fasi della vita, lasciando solo le canzoni, gli slogan e il vintage. Per i baby boomer, invece, la morte di Guccini è l’ennesima morte di uno di loro, che a differenza di De André non se n’è andato prematuramente ucciso da un tumore, ma è morto vecchio, come vecchi sono tutti loro. La morte di Guccini ci annuncia che i baby boomer stanno finendo per cause naturali e che quel mondo, la gioia e la rivoluzione, la lotta armata e non, il desiderio e la liberazione, finirà con loro. Rimarranno le canzoni, le immagini d’archivio e il vintage.
I DUE ULISSE DEL CINEMA
Quel mondo è finito e non è la morte di Guccini ad averne decretato la fine, e nemmeno il dato biologico. Quel mondo è stato ammazzato con un veleno lieve, propinato goccia a goccia per oltre trent’anni, ormai quasi quaranta. La caduta del muro di Berlino ha avuto la stessa funzione simbolica del Cavallo di Troia: sembrava un regalo, un gesto di pace, un momento di libertà e invece è stato l’inizio dello sterminio. La cosa più interessante del film di Nolan sull’Odissea è il modo in cui ha risignificato Ulisse, rendendo il suo personaggio incredibilmente corrispondente alla generazione dei baby boomer di oggi. Nel film di Nolan, Ulisse diviene il simbolo di una generazione che ha perso la strada di casa perché non è pronta a tornarci, perché ha su di sé la colpa di aver tradito se stessa. L’Ulisse del 2026 è la versione invecchiata e stanca di quello del 1954 interpretato da Kirk Douglas: dove quest’ultimo era sfrontato, irriverente, con un ghigno ironico perennemente stampato in faccia, quello di Matt Damon e corrucciato, triste, smarrito. Sono passati settantadue anni e si sentono tutti. Ulisse è invecchiato, i suoi sogni sono infranti, oggi è uno sconfitto e sa che il responsabile della sua sconfitta è lui stesso perché non ha saputo essere all’altezza della sfida che aveva lanciato alla storia.
Entrato a Troia, l’Ulisse del ’54, getta a terra la statua di Poseidone; nelle sue peregrinazioni sfida e provoca gli dèi senza curarsi delle conseguenze che affliggono soprattutto i suoi compagni, che cadono uno a uno a causa delle sue trasgressioni, ma lui insiste, non arretra, gode della compagnia di Circe e di Nausicaa fino a quando non se ne sente appagato e si rimette in viaggio. L’Ulisse di Douglas parla di una giovane generazione di baby boomer che muove i suoi primi passi scoprendo libertà nuove in un mondo che voleva togliersi di dosso la puzza opprimente della morte; è la generazione delle prime culture giovanili ribelli, dedite all’omicidio simbolico del padre: un’immagine iconica della hybris dei baby boomer e l’“attentato del topless” subito da Adorno durante il ’68 tedesco, nel quale alcune studentesse mostrarono il seno allo sconcertato cofondatore della Scuola di Francoforte che in tutta risposta chiamò la polizia. La paura che avevano dei giovani i padri del pensiero critico, Horkheimer e Adorno, è l’indice più esplicito di come la violenza vitale di quella generazione ambisse a divorare la realtà.
Nel 2026 l’Ulisse Matt Damon guarda rotolare sconvolto la testa della statua di Atena, che non è stato lui a tagliare, è disorientato dalla violenza e dalla brutalità che ha consentito si scatenasse grazie allo stratagemma che aveva ideato per violare le porte di Troia. Se la sua versione giovane si abbandonava alle avventure che lo portavano lontano dalla patria, a causa della collera di Poseidone, senza arretrare di un passo e con il piglio di chi vuole sperimentare le più disparate esperienze, la sua versione odierna tentenna indecisa e spaurita; non se lo dice, ma non vuole tornare a casa, forse pensa che tornando profanerebbe la sua stessa terra come aveva profanato quella di Troia fingendo un dono di pace, si sente maledetto e ha paura di portare con sé la sua maledizione, è sopraffatto dal senso di responsabilità che scaturisce dal senso di colpa, vuole salvare i suoi uomini, ma sa per certo di averli condannati a morte. Lui solo tornerà a casa ed è così che pagherà la sua colpa.
Nel suo peregrinare si imbatte nell’isola dei lotofagi dove incontra Calipso, inizia a divorare fiori di loto come i baby boomer iniziarono a imbottirsi di eroina alla fine dei Settanta, per non pensare o rendere più sopportabile il peso di una inesorabile sconfitta. In settant’anni l’Ulisse Kirk Douglas diventa l’Ulisse Matt Damon; lo sfrontato, feroce, libero, si ritrova a obbedire ad Agamennone verso il quale non fa che ribadire la sua sottomissione, dal quale accetta una guerra pur sapendola sbagliata; lui che diffida delle credenze e delle ideologie dei suoi soldati, dei subalterni, non riesce a sottrarsi alla gerarchia “naturale” del potere. Se la hybris di Kirk Douglas lo portava ad aprirsi all’imprevedibile, quella di Matt Damon consiste nel negare che possa esserci altro da quello che c’è.
Così la generazione dei baby boomer, quelli dell’assalto al cielo, del siamo realisti vogliamo l’impossibile, nello snodo drammatico del 1989, rinuncia all’orizzonte rivoluzionario per salvaguardare realisticamente quel benessere borghese che sente minacciato dal cambiamento del ciclo economico. Con la corsa al centro, il riformismo e i moderati, i baby boomer costruiscono un Cavallo di Troia fatto di “miglior mondo possibile”, di “capitalismo dal volto umano”, di riforme del mercato del lavoro, della previdenza, della scuola, della Costituzione, del sistema elettorale.
Ma da quel cavallo di Troia non ci passa il miglior mondo possibile, ci passa il ritorno in grande stile del fascismo, della guerra, dello sfruttamento, del razzismo e del nazionalismo suprematista. Come nel film di Nolan, Ulisse scopre che sono gli Achei stessi, dopo la distruzione di Troia, il “popolo del mare” che arriverà a distruggere la propria stessa civiltà, così i baby boomer hanno finito per devastare quel mondo nuovo che avrebbero voluto costruire, hanno distrutto quella promessa di rivoluzione che era stata il segno più evidente della loro cultura.
Guccini è morto. Quella storia è finita e i baby boomer un po’ alla volta lasciano il campo, più che altro per ragioni biologiche. Ma l’Ulisse Matt Damon scopre comunque una possibilità, decide di tornare a Itaca solo quando si assume la responsabilità del suo fallimento, e dopo aver opportunamente massacrato i proci sceglie l’esilio, lascia spazio al figlio e a un mondo nuovo tutto da farsi. E non importa che Ulisse e Penelope predicano che si ripeteranno gli errori del passato; con Nietzsche, infatti, potremmo dire che dimenticare è necessario perché possa esserci un futuro, perché possa esserci storia e perché possa esserci vita. Lo sa bene la “generazione dimenticata”, cresciuta nel culto dei padri e delle madri, e ridotta all’insignificanza; lo sanno bene i fascisti, che hanno dichiarato guerra agli adolescenti. L’esilio è la condizione preliminare perché ci sia la possibilità di un mondo nuovo.
Guccini è morto e il mondo dei baby boomer è finito, ma quando e se la generazione Z troverà il modo per vedere se stessa oltre la brutale repressione con la quale questo vecchio mondo vorrebbe neutralizzarla, se riuscirà a tirarsi dietro gli adolescenti di oggi assurti a nemico pubblico numero uno del decoro borghese, allora può darsi che si aprirà un nuovo orizzonte, allora può darsi che si vedrà ancora in lontananza arrivare quel mostro strano, con un potere tremendo, che divora la pianura lanciato a bomba contro l’ingiustizia.
Con amore, a tutti i baby boomer. (emiliano schember)