(collage di stefania spinelli)
“Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo
di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri
nomi – ora ci vogliono”. [linda pastan]
QUELLO CHE VOGLIAMO | OROSCOPO DI FOUCAULT 2026
ARIETE – Se dovessimo dirlo in una sola frase, il vostro tratto principale è
questo: vivete nell’urgenza del primo passo e nella fiducia cieca dell’azione.
Lo sappiamo, nei segni di fuoco tutto è iniziativa, coraggio, imprudenza,
apertura di varchi, autoaffermazione. Voi non attendete che le condizioni siano
ideali: agite perché qualcosa accada. E spesso accade davvero, anche se il
prezzo da pagare arriva dopo.
Vale forse poco ricordarvi la genesi del vostro mito, eppure ci proviamo.Nella
mitologia greca l’Ariete dal Vello d’Oro è inviato da Nefele per salvare i figli
Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. L’ariete compare nel momento estremo
e permette loro la fuga. Durante il viaggio Elle muore, Frisso sopravvive, e
quando la salvezza è compiuta l’ariete non viene premiato, anzi viene
sacrificato a Zeus come atto conclusivo. A Napoli si direbbe cornuto e mazziato.
L’archetipo è chiaro: l’ariete salva, inaugura, accende – ma non resta.
Chi ama pensare che le vite dipendono dal transito delle costellazioni vi
ricorderà che da metà febbraio Saturno entra nel vostro segno, introducendo un
lessico che vi è poco familiare: disciplina, responsabilità verso voi stessi,
scelte ponderate, distinzione tra impulso e decisione. Ma nessun pianeta può
farlo al posto vostro. Il punto non è diventare prudenti per forza, ma diventare
consapevoli. Continuare a essere quelli che partono per primi, oppure imparare a
restare un momento in più prima di scattare. Non per spegnere il fuoco, ma per
orientarlo. Non per rinunciare al gesto, ma per sottrarlo al sacrificio
automatico. Il mito vi ricorda che salvare tutti non è sempre possibile, e che
non ogni causa merita la vostra intera vita.
E allora arriviamo alla questione decisiva. Quello che vogliamo non è semplice:
capire cosa merita davvero il primo gesto; lottare, dunque, e scegliere con
cura per chi e per che cosa vale la pena esporsi.
TORO – In una lunga e costante tradizione astrologica il Toro è il segno della
tenacia, della forza silenziosa, della perseveranza che non ha bisogno di
clamore. È il segno che conserva, che protegge ciò che è stato conquistato, che
difende la forma contro il caos. Governato da Venere, sotto l’apparenza pacata e
ponderata custodisce un’intensità sensuale e istintiva che non ha bisogno di
essere annunciata: chi la conosce, la riconosce.
Per questo, per l’anno che viene, non vi servono grandi indicazioni, ma piccole
prudenze nel gioco dei desideri. I desideri, per voi, non mancano mai,
soprattutto nella loro forma astratta. Quest’anno, invece, vi si pone una
domanda più scomoda e più rara: che cosa volete davvero, e che cosa di ciò che
volete è disposto a diventare reale? E soprattutto: che cosa siete disposti a
cambiare?
La vostra forza, quando diventa rigidità, rischia di trasformarsi in immobilità.
E allora la vera prova non sarà resistere ancora, ma scegliere consapevolmente
cosa lasciare andare del vecchio per permettere a qualcosa di nuovo di crescere.
Non una rottura spettacolare, ma un movimento interno, lento e profondo.
C’è in voi, quest’anno, una tensione sotterranea che somiglia a una forma di
disobbedienza silenziosa: il bisogno di inceppare il mondo così com’è. Non per
distruggerlo, ma per costringerlo a rivelarsi. È un gesto che vi chiede
coraggio, non impulsività; volontà, non semplice attaccamento. Non si tratta di
rinnegare ciò che siete, ma di capire se ciò che conservate vi nutre ancora o vi
trattiene.
Quello che vogliamo è fare del sogno non un rifugio, ma — come direbbe Pavese —
“un’unica vita, libera e palpitante”: radicata nella realtà eppure aperta al
respiro più ampio dell’immaginazione. Non sarà un anno di rotture plateali, ma
di scelte profonde. E come ogni vera scelta, vi chiederà lentezza, fedeltà a voi
stessi e quella forza rarissima che consiste nel crescere senza tradirsi.
GEMELLI – Siete il segno della mobilità mentale, della connessione, del
passaggio continuo tra idee, parole, persone. Vivete nella soglia: tra una
domanda e l’altra, tra il lavoro e il gioco, tra il bisogno di capire e quello
di condividere. Non amate le definizioni definitive perché sapete che ogni
pensiero, se resta fermo, si impoverisce. Il vostro talento naturale è il
movimento, il rischio costante è la dispersione. C’è in voi una naturale
inclinazione alla socialità, ma quest’anno vi mettiamo davanti a una distinzione
sottile e necessaria: non tutte le relazioni nutrono allo stesso modo. Alcune
stimolano, altre distraggono; alcune amplificano la vostra felicità, altre la
consumano rapidamente. Secondo lo psicologo Martin Seligman ci sono tre tipi di
vita felice. La buona vita, ovvero perseguire la crescita personale, essere
impegnati nel lavoro e nel gioco. La vita ricca di senso, ovvero agire al
servizio di qualcosa più grande di noi. La vita piacevole, ovvero cercare il
piacere attraverso la socializzazione. Tre dimensioni che conoscete bene.
Quest’anno il compito non è scegliere una sola via alla felicità, ma capire
quali relazioni rendono queste vie reali e durature. La domanda non è se stare
con gli altri – per voi è vitale – ma con chi e a quale profondità, quali sono i
legami che meritano una gioia vera e condivisa.
Per avvicinarvi a ciò che Aristotele chiamava eudaimonia, vi suggeriamo un gesto
meno ovvio di quanto sembri: rallentare il pensiero quanto basta per restare in
profondità. Restare in una conversazione, in un progetto, in una relazione, in
un luogo senza scivolare subito altrove. Non una rinuncia alla vostra natura,
solo un suo affinamento.
Quello che vogliamo è una “selezione consapevole”, una felicità, che non nasca
dall’accumulo di esperienze, ma dalla loro risonanza. Perché solo le relazioni
autentiche – anche imperfette, anche faticose – hanno la capacità di amplificare
davvero ciò che siete e ciò che potrete diventare.
CANCRO – Bruno Bettelheim, psicoanalista viennese, ha vissuto in prima persona
l’internamento in un campo di concentramento nazista. Ha poi raccontato e
analizzato la sua esperienza in un libro che in Italia è stato pubblicato con il
titolo Il prezzo della vita. In realtà (e confesso che è una scoperta per me
recente) il titolo originario del suo libro, The Informed Heart (Il cuore
informato), dice già tutto ciò che riguarda profondamente il Cancro. Lo scopo
del libro non era tanto lo studio della vita nei lager, ma “mostrare quali siano
i cambiamenti che dobbiamo operare in noi stessi” e come la vera sicurezza si
trovi nella “buona vita” e nel riuscire a far coincidere gli opposti. Sappiamo
che vivete da sempre in questo spazio di tensione: tra protezione e apertura,
tra memoria e presente, tra bisogno di sicurezza e desiderio di appartenenza.
Nei prossimi mesi questa dinamica diventa centrale e inevitabile, e questo non
dipende dai transiti planetari di quest’anno –che pure a detta degli astrologi
sollecitano l’asse emotivo e quello della responsabilità. È un processo di
crescita che sta lasciando spazio a qualcosa di più complesso e più maturo.
“Non possiamo più accontentarci di una vita in cui il cuore ha le sue ragioni
che la ragione non conosce. Il nostro cuore deve conoscere il mondo della
ragione e la ragione deve essere guidata da un cuore consapevole”. Questa frase
di Bettelheim non è un’astrazione per voi: è un compito concreto per quest’anno.
Alcune situazioni vi mostreranno che la sensibilità, se non è informata, può
diventare chiusura; e che la razionalità, se non è nutrita di affetto, diventa
arida e difensiva.
I più colti e ironici di voi coglieranno che questa è la risposta al dilemma
della guerra Mente e Cuore cantata da Valentina Stella, ma questo non toglie
nulla alla serietà del vostro lavoro interiore per l’anno che è cominciato. “Il
cuore coraggioso deve infondere nella ragione tutto il suo colore vitale e la
ragione deve perdere la sua astratta simmetria per ammettere l’amore e le
pulsazioni della vita”.
Non è un invito a “sentire” meno, ma a sentire meglio. A non usare l’emozione
come rifugio, né la lucidità come difesa. A costruire una sicurezza che non
dipenda solo dal passato o dalle mura che avete eretto, ma da una capacità nuova
di stare nel mondo senza smarrirvi. Quello che vogliamo non è tornare a un luogo
sicuro, ma diventare noi stessi un luogo sicuro in cui cuore e ragione non si
escludano, anzi si intrecciano per permettervi di vivere – per intero – la
vostra buona vita.
LEONE – “Ho paura che tu non sappia come amo, come in te il mio costato vada
alla deriva e manchino le parole per affrontare l’invisibile (…)”. Partiamo da
qui, da questa paura sottile nominata da Candiani nella poesia Per voce di
amante, perché ci sembra che il Leone si trovi esattamente in questo punto: non
tanto nel timore di amare invano, quanto in quello di non essere riconosciuto
per la forma unica del proprio amore. Che sia con il corpo, con la presenza o
con la cura, per voi amare è sempre esporsi.
Del resto siete il segno della luce e dell’irradiazione, della volontà che si
manifesta senza ambiguità. Ma dietro questa chiarezza c’è una vulnerabilità
profonda: il bisogno che ciò che donate venga visto, accolto, compreso. Nel 2026
questa esigenza diventa centrale, e non tanto perché i transiti planetari vi
costringono a rivedere il modo in cui cercate conferma, ma perché la maturità e
la crescita personale passano per la consapevolezza che non tutto ciò che è
autentico viene immediatamente riconosciuto e non tutto ciò che brilla ha
bisogno di applausi.
Abbiamo letto che Saturno, in aspetto armonico al vostro segno per buona parte
dell’anno, vi chiede di distinguere tra il bisogno di essere visti e la
responsabilità di restare fedeli a ciò che siete, anche quando lo sguardo
dell’altro manca. Secondo altri Nettuno renderà più sottile e meno controllabile
il campo affettivo: potreste sentirvi fraintesi, o avere la sensazione che le
parole non bastino più. A nostro modesto avviso non è compito dei pianeti
decidere, è solo una vostra scelta.
Per quest’anno non vi suggeriamo di amare di meno, ma di non contrattare il
vostro amore in cambio di riconoscimento. Non tutto deve essere spiegato, non
tutto deve essere messo ai piedi dell’altro. L’invisibile che vi abita non va
domato: va onorato. Quello che vogliamo, nel profondo, non è essere applauditi,
ma essere visti senza doverci tradire o mascherare. Non è occupare il centro
della scena, è sapere che il nostro modo di amare e di essere – leale e totale –
ha diritto di esistere così com’è. Quello che vogliamo non è semplice, è giusto.
VERGINE – Ha scritto Marguerite Yourcenar che il grafico di un’esistenza umana
si compone di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e
divergenti senza posa: ciò che crediamo di essere, ciò che vogliamo essere, ciò
che siamo stati. Quest’anno la Vergine si muove esattamente dentro questo
disegno complesso, con la consueta attenzione al dettaglio e una lucidità che, a
volte, diventa severità verso se stessa. Voi siete il segno che osserva, che
analizza, che cerca coerenza tra le parti, ma spesso paga questo talento con un
eccesso di controllo.
La Vergine vive nell’intersezione tra volontà e misura. Non amate
l’improvvisazione: preferite capire, ordinare, rendere funzionale ciò che è
confuso. Ma quest’anno vi mette davanti a una tensione sottile: non tutto ciò
che siete può essere corretto, non tutto ciò che è stato va migliorato. Secondo
alcuni astrologi i transiti di quest’anno – in particolare quelli che
sollecitano l’asse del cambiamento e della revisione profonda – vi chiedono di
riconsiderare il rapporto con il passato, non come archivio di errori, ma come
materia viva che ha già fatto il suo lavoro. Non sappiamo se sia vero, però
sappiamo che a volte c’è una distanza, spesso dolorosa, tra ciò che siete e ciò
che vorreste diventare. Il rischio è quello di abitare perennemente la seconda
linea del grafico, quella del “non ancora”, senza concedervi il diritto di
riconoscere ciò che siete già. Per quest’anno vi invitiamo a un gesto meno
consueto ma necessario: sospendere il giudizio, almeno per un periodo. Non per
rinunciare alla vostra intelligenza critica, ma per evitare che diventi una
forma di auto-sottrazione.
Quest’anno non vi sarà chiesto di fare di più, solo di fare con maggiore fedeltà
a voi stessi perché il perfezionamento continuo non sempre equivale alla
crescita. A volte crescere significa accettare una linea sinuosa che non torna,
che devia, che non obbedisce a un disegno ideale. Quello che vogliamo non è
diventare una versione migliore secondo criteri astratti, ma riconoscere una
continuità possibile tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che scegliamo
di diventare. Non correggere la vita, ma abitarla con attenzione, rispetto e
gentilezza rivolti prima di tutto a voi stessi.
BILANCIA – Nel 1893 l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen concepì un’impresa
che, per l’epoca, appariva impossibile. Invece di tentare la sfida di forzare i
ghiacci artici per raggiungere il Polo Nord, decise di affidarsi alla loro
deriva naturale, trasformando un ostacolo in una via. L’idea era semplice e
rivoluzionaria insieme: costruire una nave capace di resistere alla pressione
della banchisa e lasciarla intrappolare volontariamente, perché fosse il
ghiaccio stesso a trasportarla lentamente verso nord. Nacque così la Fram
(Avanti), una nave progettata non per dominare la natura, ma per collaborare con
essa.
Nel 1893 la spedizione salpò verso l’Artico e la Fram venne intenzionalmente
bloccata nei ghiacci vicino alla Siberia. Per quasi tre anni la nave rimase
intrappolata, protetta, autosufficiente, mentre la deriva la spingeva attraverso
il mare polare. Quando Nansen comprese che il movimento dei ghiacci non avrebbe
condotto direttamente al Polo, lasciò la nave con un compagno per tentare
l’avanzata in slitta. La Fram, invece, continuò il suo lento viaggio e riuscì
infine a liberarsi, tornando in Norvegia. Nansen non riuscì a raggiungere il
Polo Nord, ma vi si avvicinò come nessuno prima di lui. L’impresa fu comunque un
successo scientifico e umano, e la Fram divenne simbolo di un nuovo modo di
esplorare.
Per quest’anno vi suggeriamo di muovervi dentro questa stessa logica. Voi siete
il segno dell’equilibrio, della relazione, dell’intelligenza che nasce dal
dialogo. Ma quest’anno i transiti planetari – in particolare quelli che
sollecitano le scelte strutturali e i legami significativi – vi invitano a
comprendere che non tutto ciò che avanza lo fa per spinta diretta. A volte il
vero movimento avviene per deriva, per adattamento, per una fiducia attiva nel
processo.
Non è un anno in cui forzare decisioni o pretendere risposte immediate. Come la
Fram, siete chiamati a costruire una forma interiore capace di reggere la
pressione senza spezzarsi. Alcune situazioni sembreranno immobili, bloccate,
sospese. Ma ciò che appare fermo sta lavorando, lentamente, nella direzione
giusta.
Quando Nansen lasciò la nave per tentare un’altra via, non rinnegò l’impresa: la
completò in modo diverso. Anche voi, potreste scoprire che cambiare strategia
non significa tradire l’equilibrio, ma onorarlo. Non tutto ciò che non arriva
esattamente dove avevate immaginato è una sconfitta: alcuni risultati valgono
perché trasformano il modo in cui attraversate il cammino. Quello che vogliamo
non è controllare ogni esito, ma trovare una direzione che nasca dalla
collaborazione con ciò che accade, non dalla sua forzatura. Come la Fram, anche
voi potete avanzare lasciandovi portare, se saprete restare fedeli a voi stessi
mentre il mondo vi muove.
SCORPIONE – Ha scritto la poetessa statunitense Linda Pastan: “Quello che
vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un
volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi ora ci
vogliono. Ma quello che vogliamo appare nei sogni, indossando travestimenti”.
Eccoci subito al nodo, Scorpione, perché quest’anno vi porta esattamente qui:
tra ciò che pensavate di volere e ciò che vi chiama da luoghi più profondi, meno
nominabili.
Cosa volete davvero e cosa invece avete scambiato per desiderio? Un’amica mi ha
sfidato, dicendo «per quanto puoi scrivere e studiare non comprenderai mai il
nostro segno». Temo abbia ragione, non sono certo che libri o stelle contengano
una risposta definitiva, anche se la vostra costellazione ospita una delle luci
più intense del cielo, Antares. Forse una luminosità così potente costringe a
socchiudere gli occhi; o forse non esiste stella all’altezza del vostro mistero.
Di voi, del segno che conosce la morte come passaggio e non come fine, è più
giusto parlare al plurale: scorpioni. In voi abitano desideri opposti, impulsi
che si contraddicono, fedeltà e rottura, attaccamento e necessità di
distruzione.
Secondo molti astrologi quest’anno i transiti planetari che toccano le zone più
profonde del tema – quelle legate al potere, all’intimità, alla trasformazione –
rendono impossibile continuare a vivere scegliendo una sola voce. Sarebbe un
anno durissimo se tentaste di ridurvi a una versione semplificata di voi stessi.
È invece un anno potentissimo se accettate il compito che vi viene affidato:
trovare spazio per ogni parte che vi compone, parole per ogni pensiero che vi
attraversa, rifugio persino per ciò che punge e fa male.
Siete il segno più enigmatico, legato ai cicli di morte e rinascita, dotato di
un’intelligenza lucidissima e attraversato da impulsi sessuali e da
un’aggressività passionale che non tollera mezze misure. Non a caso il vostro
motto astrologico è semplice e assoluto: io rinasco. Quest’anno la rinascita non
passa per un singolo evento risolutivo: passa per l’integrazione. Non per
scegliere tra luce e ombra, ma per abitare entrambe senza ferirvi o
autodistruggervi.
Quello che vogliamo, nel profondo, non è liberarci delle nostre contraddizioni,
ma imparare a viverle senza rinnegarne nessuna. Rinascere, ogni volta, perché
“non ricordiamo il sogno, ma il sogno ci ricorda”.
SAGITTARIO – Sapete perché questo oroscopo viene pubblicato il giorno
dell’Epifania e non a fine anno, come tutti gli altri? Perché non è un oroscopo
come gli altri e perché volevamo che le parole non si confondessero con le
retoriche zuccherine del “pace, salute, prosperità” che chiudono l’anno. Non
perché queste parole non siano fondamentali, ma perché, così come vengono
pronunciate, restano enunciazioni. E voi, Sagittario, siete il segno che non si
accontenta delle formule o degli slogan: cercate il senso delle parole, perché
solo quando hanno peso possono guidare davvero l’azione.
La speranza, per voi, non è mai astratta. Deve essere sporcata dalla realtà,
dalle imperfezioni, dalla stanchezza, dagli inciampi lungo il cammino. È un
foglio bianco che non bisogna avere timore di riempire di errori, se davvero si
vuole scrivere un finale diverso. Nel 2026 questa immagine vi descrive con
precisione: siete chiamati a rendere concreta una visione che avete già da tempo
davanti agli occhi, ma che forse avete tenuto troppo in alto, troppo lontana dal
corpo.
Siete il segno dell’orizzonte, della fiducia nel futuro, del passo lungo. Ma
quest’anno la domanda cambia tono. Non è più solo cosa volete, bensì come siete
disposti a muovervi verso ciò che volete. Siete pronti a chiedere aiuto? A non
fare tutto da soli? A rallentare il passo per non perdere chi cammina con voi?
Questo non è un anno che vi chiede di smettere di credere, ma di credere in modo
incarnato. Accettare che la speranza non è una fuga in avanti, ma un lavoro
quotidiano fatto di compromessi intelligenti, di ascolto, di fiducia condivisa.
Alcune illusioni cadranno, ed è un bene: vi costringeranno a distinguere tra ciò
che vi ispira davvero e ciò che vi distrae con promesse troppo facili. Quello
che vogliamo è già nell’orizzonte. È il gesto sottile e difficile di diventare
poliglotti nella propria lingua madre: imparare a dire ciò che sentiamo con più
registri, più voci, più umanità. Perché la vera sfida, quest’anno, è restare
fedeli a ciò che ci muove, anche quando questo richiede pazienza, collaborazione
e il coraggio di non sapere tutto subito.
CAPRICORNO – Nel 1912, durante lo sciopero delle operaie tessili di Lawrence, in
Massachusetts, il movimento sindacale e femminista statunitense marciò sotto uno
slogan che aveva preso in prestito le parole di un poema scritto l’anno
precedente da James Oppenheim: “Hearts starve as well as bodies / give us bread,
but give us roses” (“Anche i cuori soffrono la fame come i corpi: dateci il
pane, ma dateci anche le rose”). Molti anni dopo, Ken Loach riprese quelle
parole per raccontare in un film una storia di lavoro sfruttato, paura,
solidarietà fragile e dignità ostinata. Una storia in cui la lotta non riguarda
solo la sopravvivenza, ma il diritto a una vita che abbia qualità, tempo,
rispetto.
Il Capricorno, più di ogni altro segno, conosce il valore del pane. Conoscete la
fatica, la responsabilità, la costruzione lenta e ostinata di ciò che garantisce
stabilità. Siete il segno che regge, che tiene, che non molla anche quando il
peso è sproporzionato. Quest’anno vi mette davanti a una sfida meno comoda: non
basta resistere. Non basta garantire la sopravvivenza materiale se il prezzo è
la rinuncia sistematica al desiderio, al tempo, alla bellezza. Vale nelle
relazioni, nel lavoro, nelle amicizie.
Dicono gli astrologi seri che i transiti planetari di quest’anno toccano il
vostro segno in profondità. Abbiamo letto che Saturno, vostro pianeta guida, vi
chiede ancora rigore, ma in una forma più matura: non solo disciplina, bensì
responsabilità verso voi stessi. Pare anche che Plutone continui il suo lavoro
di trasformazione strutturale, smontando ciò che avete costruito solo perché “si
deve”, solo perché “ha sempre funzionato”. Non sappiamo se sia vero, però vi
invitiamo a fare cadere alcune certezze, non per punizione, ma perché non sono
più abitabili. Il lavoro, le relazioni, gli obiettivi: tutto ciò che resta in
piedi quest’anno dovrà avere un senso profondo, non solo utilità. Perciò,
quest’anno, quando si tratterà di dover scegliere, non fatelo.
Quest’anno qualcosa di radicale, anche se silenzioso: pretendere sempre il pane
e le rose. Ci saranno divisioni interne, paure, tentazioni di tornare indietro.
La vera maturità, quest’anno, non è stringere ancora i denti: è ammettere che
anche il cuore ha fame. Quello che vogliamo non è solo resistere, né
semplicemente riuscire, ma costruire una vita che non ci costringa a scegliere
tra sopravvivere ed essere vivi. Nel 2026 siamo chiamati a una forma nuova di
autorità: quella di chi sa dire che il pane è necessario, ma che senza le rose
non basta più.
ACQUARIO – Una mia vecchia amica ritiene che in ogni contesto, per esempio
“cucinando”, sia possibile creare. E ricorda sempre che per Elsa Morante la sola
frase d’amore era: “Hai mangiato?”. Non perché l’amore si riduca alla cura
pratica, ma perché ogni creazione, per esistere, ha bisogno di passare dal
corpo. Ed è qui che ci viene in mente un verso di una poesia di Chandra Livia
Candiani: “L’anima ha le ali, ma è il corpo che ne porta la fatica”. Se avete la
pazienza di leggere, vi sarà chiaro il perché.
L’Acquario vive naturalmente nel registro dell’aria: pensiero, visione, ideale.
Siete capaci di immaginare forme nuove di relazione, di amicizia, di convivenza,
molto prima che il mondo sia pronto ad accoglierle. In amore come nella vita,
siete chiamati a trovare un equilibrio sottile tra aspirazione e realtà. L’amore
ideale resta per voi una bussola imprescindibile; senza, vi sentireste traditi.
Ma quest’anno vi invita a riconoscere che l’amore reale non è la negazione
dell’ideale, bensì il luogo in cui l’ideale si misura con il limite, con la
stanchezza, con il tempo condiviso. Ricordate: l’anima può continuare a volare,
solo se il corpo accetta di portarne il peso.
Secondo gli astrologi seri, Plutone nel vostro segno renderà questo processo
ineludibile. Non vi chiede di rinunciare alla libertà, ma di darle più di una
forma. L’amore è una pratica che può assumere più forme: a volte cucinare per
l’altro, a volte insegnare all’altro a farlo, a volte semplicemente sedersi
insieme senza sapere esattamente cosa verrà servito. Si tratta di trovare un
equilibrio tra la vostra doppia natura: l’Acquario uraniano, che spinge verso il
nuovo e teme ogni vincolo, e quello saturnino, che comprende che la libertà non
è assenza di peso, ma assunzione consapevole di ciò che è reale. Quest’anno non
vi si chiede di risolvere questa tensione, vi suggeriamo di usarla come motore
creativo.
Quello che vogliamo non è un amore pensato così bene da non dover essere
vissuto, né una realtà così pesante da spegnere il desiderio. Vogliamo un amore
in cui l’anima continui ad avere le ali e il corpo, nel portarne la fatica,
possa dire: io esisto.
PESCI – Se dovessimo indicare uno dei “mali” del nostro tempo, potremmo dire,
senza tema di smentita, che è questa sovrabbondanza di immagini che ogni giorno
scorrono sugli schermi: tutto è visibile, tutto è accessibile, tutto è già visto
prima ancora di essere vissuto. Non è una critica al progresso, né un rimpianto
nostalgico; è la constatazione che, in questo gioco di specchi, qualcosa si
incrina. Si può assistere a tutto – persino all’orrore – e restare immobili.
Nel suo libro Quando il mondo dorme, Francesca Albanese cita le parole del
monaco buddhista Thich Nhat Hanh: “Dopo aver visto, bisogna agire. Altrimenti, a
cosa serve vedere?”. È a voi che queste parole parlano più direttamente, perché
siete il segno che vede più degli altri, ma non sempre riesce a restare presente
nella propria vita.
I Pesci sono sensibilità pura, empatia senza confini, capacità di sentire il
mondo come se non esistessero separazioni. Ma proprio questa dote, nel tempo
dell’eccesso di immagini, rischia di trasformarsi in stanchezza emotiva, in
ritiro, in una sorta di anestesia dolce. Sentire tutto può diventare,
paradossalmente, un modo per non riuscire più ad agire.
Secondo gli astrologi “seri”, il 2026 arriva come un anno di svolta perché segna
la fine di un lungo ciclo: Saturno conclude il suo passaggio nel vostro segno
nei primi mesi dell’anno. È stato un transito severo, che vi ha costretti a fare
i conti con i limiti, con il corpo, con la responsabilità di dare forma a ciò
che sentite. Ora qualcosa si allenta, ma non per tornare all’indistinto: per
scegliere cosa fare di ciò che avete imparato. Nettuno, vostro pianeta guida, ha
lasciato i Pesci, ma non vi ha abbandonati: ha lasciato in eredità una domanda
radicale sul senso, sulla compassione e sulla verità. Non sappiamo se queste
previsioni siano giuste; sappiamo però che quest’anno si presta a trasformare la
vostra sensibilità in gesti concreti. Non salvare il mondo – questo vi
esaurirebbe – ma salvare la vostra presenza nel mondo.
Poiché sapete leggere le vite degli altri come fossero libri aperti, ma spesso
ignorate i segnali che arrivano dalla vostra, il compito del 2026 è imparare una
forma nuova di cura verso voi stessi: non restare inerti davanti a ciò che vi
ferisce, non dissolvervi in ciò che sentite. Quello che vogliamo, nel profondo,
non è smettere di vedere né proteggerci chiudendo gli occhi, ma trovare il
coraggio di agire a partire da ciò che vediamo e in difesa di ciò che proviamo,
anche quando è scomodo, anche quando ci espone. Fare della nostra sensibilità
una forza viva.
Tag - culture
(disegno di giallaz)
Quando chiedo alla commessa di Libraccio se abbiano in negozio il nuovo libro di
Tommaso Sarti – Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei
maranza (DeriveApprodi, 2025) – lei litiga con il monitor perché è convinta che
ci sia. «Devo averlo confuso con un altro», mi fa, scusandosi. La guardo
comprensivo: non è così usuale che nello stesso mese vengano pubblicati due
libri sui maranza, anche io mi sarei confuso. L’altro libro che ho in mente è La
periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriel
Seroussi (Agenzia X, 2025). Eppure, non è a questo che stava pensando lei: «L’ho
confuso con quello dal titolo tradotto malissimo». La guardo confuso. Sebbene la
sua non sia proprio una gran pubblicità, è questo tipo di frasi che suscita
l’interesse di alcuni lettori. Vado a vederlo al piano di sotto: Maranza di
tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle
periferie (DeriveApprodi, 2024). Il titolo originale è Beaufs et barbares. Le
pari du nous di Houria Bouteldja (La Fabrique éditions, 2023), uscito in Francia
due anni fa. Copertina stile La haine ma a colori, autrice franco-algerina
militante e nota editoriale dei traduttori dal titolo: Perché maranza. Lo
compro.
Nella nota editoriale si spiega che la parola “maranza” traduce
contemporaneamente “beaufs”, termine ai limiti dell’intraducibilità con cui
generalizzando possiamo intendere il proletariato bianco, e “barbares”, che per
Bouteldja sono i proletari indigeni, ovvero i nativi dei territori colonizzati,
oggi immigrati, regolari e non, in Francia e negli altri paesi europei. Questa
scelta la trovo coraggiosa. Sulla seconda parte della frase invece, con
quell’invito a unirsi accompagnato da un altisonante punto esclamativo, sono
d’accordo con la libraia: quantomeno discutibile.
La prima volta che ho sentito il termine “maranza” era tre anni fa. Chi lo
pronunciava alludeva a una serie di video che circolavano su TikTok in cui dei
ragazzini molto giovani ostentavano azioni provocatorie e violente. I video
provenivano soprattutto dal nord Italia. Maranza però non è un neologismo. La
parola si trova già in una canzone di Jovanotti (Il capo della banda, 1988), che
in un’intervista di quell’anno rivendicava di essere lui stesso un “maranza”,
attribuendo al termine questa definizione: “è quello che si impunta”. Se prima
la parola era utilizzata solo da una nicchia di persone del milanese con
un’accezione più o meno positiva, dal 2022 il termine è diventato di uso comune
con una connotazione fortemente negativa proprio a seguito di quei video.
Difficilmente oggi Jovanotti rivendicherebbe di essere un maranza, come faceva
sul finire degli anni Ottanta. Il termine oscilla tra una connotazione
criminale, pericolosa, e una più burlesca, quasi comica, ma pur sempre
denigratoria.
LIBERTÉ MA NON PER TUTTI
Ponendosi da una prospettiva diversa rispetto ai tradizionali libri di storia,
Bouteldja rilegge la periodizzazione storica convenzionale in chiave razziale.
La razza, parola ripudiata dal dibattito pubblico odierno, diventa qui il motore
silente che aziona la macchina della Storia. Sin dall’antichità, gli schiavi
erano innanzitutto un soggetto razzializzato. La Modernità, che
convenzionalmente comincia con la scoperta dell’America nel 1492, ha inizio con
il genocidio di un popolo: gli indigeni americani, rei di incarnare una razza
fino a quel momento sconosciuta e di abitare terre piene di risorse predabili.
Data l’enorme quantità di ricchezza di cui disporre, c’era bisogno di
identificare chi potesse beneficiarne e chi no; per questo, negli anni a
seguire, nascono gli stati moderni. Inghilterra, Olanda, Francia – ma dal 1776
anche Stati Uniti – si contendono ripetutamente l’egemonia su queste ricchezze.
Con lo stato moderno l’individuo rinuncia a una parte della sua identità per
identificarsi con lo stato a cui appartiene; in cambio, egli pretende che,
all’interno di esso, gli siano riconosciuti una serie di diritti e di privilegi:
l’istruzione, la libertà di parola, il voto; ma anche l’accesso a una parte
delle ricchezze provenienti dagli stati colonizzati. Solo all’interno dello
stato, perché lo stato moderno è intrinsecamente razzista e costitutivamente
selettivo.
È evidente allora come la Rivoluzione francese costituisca sì una liberazione,
ma solo per qualcuno. La schiavitù, abolita dalla Convenzione montagnarda nel
1794, ritorna già nel 1802; la colonizzazione in Africa è al suo apice durante
il diciannovesimo secolo, e la Francia ne è una dei grandi
protagonisti: Liberté, Égalité e Fraternité per qualcuno, non per tutti. Gli
stati moderni europei hanno però dei fratelli, figli della stessa grande madre:
la razza europoide. Per questo, se non è importante quello che spetta al
cittadino di un’altra razza, è però molto importante che le pretese di un
cittadino di uno stato fratello siano accontentate. Qui l’autrice riprende
Gramsci, che aveva teorizzato l’esistenza dello “stato integrale”, ma si spinge
oltre, introducendo il concetto di “stato razziale integrale”. In questi stati,
le rivendicazioni politiche esistono, non sono represse, ma sono chiuse nel
recinto della razza. La lotta di classe si riduce a un conflitto tra bianchi:
“La battaglia tra la borghesia e il popolo, per quanto feroce possa essere,
rispetta globalmente il paradigma razziale/coloniale che stringe il campo
politico come in un corsetto. I due blocchi che si fanno la guerra, separati da
rapporti antagonisti di classe, sono invece uniti dalla razza”. (p. 79)
Il nazi-fascismo del ventesimo secolo allora è un’anomalia: questa si
spiegherebbe come l’esclusione – definitiva? – della parte più estrema dello
Stato razziale integrale. Perde il nazi-fascismo, ma vincono gli “stati razziali
progressisti”: Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Isolando la parte violenta
degli “stati razziali integrali”, le potenze occidentali si assicurano la
sopravvivenza degli stati nati dal 1492 in poi. Arrivando alla contemporaneità,
con questa prospettiva l’autrice rivaluta l’astensionismo: “Votare significa
votare bianco… tranne quando – ironicamente – la scheda è bianca. Nonostante sia
azzardato dare un senso definitivo e univoco allo sciopero elettorale […] la
loro ‘miseria civica’ non è altro che un atto di rivolta contro un dispositivo
che organizza l’impotenza, impedisce qualsiasi riforma”. (p. 84).
A questo punto Bouteldja avanza la sua proposta politica: un’alleanza tra i due
soggetti del titolo, beaufs e barbares. Queste due forze sono in conflitto, come
riconosce l’autrice stessa, dal momento che i beaufs identificano una delle
cause del deterioramento del loro stile di vita proprio nella presenza
dei barbares nei loro stati (non è un caso infatti che i neri e gli arabi si
siano rifiutati di aiutare i gilet gialli nel 2018). Eppure, secondo Bouteldja,
i due gruppi hanno un nemico in comune: l’Unione Europea, “il punto debole dello
stato integrale” (p. 129). Solo con l’obiettivo comune di un’uscita della
Francia dall’Unione Europea si potrebbero radunare le forze dei due
schieramenti. Il problema però è che il ritorno a una prospettiva nazionale
comporta inevitabilmente il rischio di una svolta nazionalista, che colpirebbe
proprio i barbares. Qui l’argomentazione dell’autrice sembra più fragile: seppur
si mostri consapevole di questo rischio, Bouteldja confida in un orizzonte più
ampio, che scongiuri la minaccia nazionalista: “Bisogna iscrivere la Frexit
decoloniale in una nuova geografia politica, che deve implicare solidarietà e
fratellanza con i popoli del Sud e anche una rottura della meccanica dello
sfruttamento su cui si fondano i rapporti asimmetrici tra la Ue e il Sud
globale” (p. 139). Questa prospettiva, seppur affascinante, appare molto
problematica: come definire chi fa parte del Sud globale e chi no? E,
soprattutto, come evitare che si ripresentino le stesse dinamiche di
sfruttamento che caratterizzano la geopolitica contemporanea?
NOI E I MARANZA
Sebbene l’autrice parli della Francia, questo saggio si inscrive molto bene
anche nella cornice italiana con le sue specificità. Nonostante il diverso
rapporto con la cultura islamica, anche in Italia l’islamofobia è in crescita.
Secondo Bouteldja, questa è “l’arma congiunturale della controrivoluzione
coloniale […], un tassello chiave al servizio dello stato razziale integrale”.
(p. 126). Da quando il termine “maranza” è divenuto di uso comune, questo non si
sente solo nei comizi elettorali di Vannacci e Sardone, ma si ripete spesso per
strada, in televisione, sui social.
È del 5 novembre scorso il post di Ryanair Italia che afferma: “Ci riserviamo il
diritto di non servire chi indossa tute da maranza” (con tanto di didascalia:
“facciamo noi le regole”). La parola è usata soprattutto nell’ambito della
sicurezza: i maranza sembrano essere diventati il più grande pericolo per la
nostra incolumità. È nota l’indagine della Digos secondo cui alcuni esponenti
dell’estrema destra avrebbero organizzato delle “ronde anti-maranza” volte a
riportare l’ordine e la sicurezza nelle strade milanesi; pare anche però che
alcuni dei responsabili del blitz all’occupazione del liceo Da Vinci di Genova,
indagati per danneggiamento aggravato e apologia di nazismo a causa delle
svastiche disegnate sui muri, siano “maranza”. Ma chi sono allora i maranza?
Se non è esatto che la parola maranza sia un neologismo, come affermato nella
nota editoriale (p. 7), è pur vero che, nel suo nuovo utilizzo, il termine di
fatto combini le due parole “marocchino” e “zanza” (Gabriel Seroussi sostiene
che questa idea sia un falso mito: probabile, ma di fatto oggi la parola
richiama istintivamente questi due termini). Anche la parola “zanza” ha una
storia molto particolare, ma possiamo ipotizzare che derivi da “zanzara”,
insetto particolarmente fastidioso. Uno “zanza” è infatti un “imbroglione,
truffatore, furfante” (Treccani), oppure, in senso più ampio, un “tamarro”. I
maranza sarebbero quindi dei micro-criminali di origini marocchine o, nel
migliore dei casi, dei tamarri magrebini. È sempre più diffuso però un utilizzo
del termine con riferimento a quegli adolescenti, anche di origine italiana, che
vivono – come i ragazzi marocchini – l’emarginazione delle periferie, ascoltano
un certo tipo di musica e vestono con le fantomatiche “tute da maranza”. Da qui
l’idea della traduzione del titolo: Maranza di tutto il mondo, unitevi!
Come ci racconta Bouteldja, in Francia il razzismo non è cosa di pochi, e lo
stesso si può affermare per l’Italia. Tutti abbiamo condannato quel manipolo di
ultras della Fiorentina che insultarono Kalidou Koulibaly dicendo “scimmia di
merda”, ma quanti di noi rinuncerebbero al diritto di prelazione che sentiamo di
avere su quanto ci circonda rispetto a un immigrato irregolare? Dire maranza
vuol dire parlare dal di qua di una barricata, vuol dire che c’è un “noi” e c’è
un “loro”; eppure, cos’altro ci rende diversi da “loro” se non la convinzione,
sedimentata nelle tradizioni delle nostre famiglie, di meritare dei privilegi
solo in quanto cittadini di uno “stato razziale”? Allora, dimenticando per un
attimo quanto discutibile possa essere la traduzione del titolo, bisogna
riconoscere a quest’associazione linguistica il merito di strappare la parola
maranza alle connotazioni razziste sempre più diffuse di Sardone e Ryanair – ma
anche di tanta gente di sinistra – e renderla, forse per la prima volta in
Italia, soggetto politico attivo. (federico murzi)
(disegno di manincuore)
L’occasione per questo articolo è duplice: per un verso il desiderio di chi
scrive di “stare” su Napoli coi suoi artisti e le sue contraddizioni, le sue
“novità” e le sue puntuali bruttezze; per altro verso la proiezione del
film L’eco dei fiori sommersi al Modernissimo il 5 dicembre alle ore 21;
proiezione inattesa per quanto è difficile trovare un film “piccolo” al cinema,
un film auto-distribuito e aggiungerei femminista. Si parla poco della lotta
politica che si gioca sulla distribuzione: perché il cinema resta l’arte delle
masse e se è preclusa la possibilità di vedere buoni film tutto è perduto.
Ho conosciuto Rosa Maietta durante la lavorazione del film Gli ultimi giorni
dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo. Lei lavorava sul mitico e
irraggiungibile (per me) archivio-fiume di Ghezzi, e questo me la rendeva già
simpatica in via pregiudiziale. In seguito, l’ho incontrata innumerevoli volte
alle rassegne indipendenti che si tengono a Napoli, nei soliti quattro o cinque
spazi dove si può vedere qualcosa di diverso dal cinemino italiano borghese e
fasullo. Siamo diventati amici, e grazie a lei ho scoperto Julio Bressane e
soprattutto Radu Jude, che per me è il Godard del nostro tempo. Lei vive a
Napoli, ha studiato lettere, è cinefila e viene da Benevento. Incredibilmente
siamo nati lo stesso giorno, lei però nel 1990.
L’eco dei fiori sommersi è il suo primo lungometraggio. Partendo dall’idea di un
documentario sull’Archivio di Stato di Napoli, è diventato un film con tutti i
crismi, scritto e messo in scena a partire da storie vere contenute nei faldoni
dimenticati tra i corridoi dell’Archivio. Prendono così vita, in forma poetica e
politica, vicende realmente accadute nei decenni e secoli scorsi. Sono storie di
donne, e accanto a vicende atroci (stupri, aborti clandestini, amori fatti a
pezzi dalla guerra) è sempre riflessa la voglia e il desiderio di liberazione
dai nemici di sempre, il sistema patriarcale e quello capitalistico. Il
documentario ha una durata breve, 67 minuti. Colpisce la ricchezza di soluzioni
stilistiche che adotta, dovuta probabilmente sia all’abilità al montaggio della
regista – che nasce come montatrice –, sia al desiderio di utilizzare al massimo
le possibilità del mezzo. Si va dal registro simbolico a quello teatrale, dal
realismo tipico del documentario all’inserto d’animazione, fino all’utilizzo con
parsimonia di materiale d’archivio. Piuttosto ricercata la scrittura; paradosso,
poiché essa deriva quasi integralmente dalla lingua burocratica utilizzata nelle
carte processuali.
Questo tessuto plurilinguistico e i continui shock a cui assistiamo sono la
forza straniante e felice del film. Il gergo asettico della macchina della
giustizia, che tutto può e a cui tutti si sottomettono, viene messo in
discussione dal film, attraverso l’esplosione soggettiva delle protagoniste, i
fiori sommersi che riemergono in una sorta di giudizio universale. Loro, queste
donne, ci dicono “come sono andate veramente le cose”, non attraverso una contro
argomentazione logico-giuridica, ma coi corpi e con la voce, luoghi privilegiati
della verità e della testimonianza. Per queste ragioni mi sembra un film
importante. Ho conversato con Rosa Maietta sul film a fine luglio. Sintetizzo
qui alcune delle mie domande e delle sue risposte, poiché la conversazione è
durata più di due ore.
Perché hai scelto l’Archivio?
In realtà è un film d’occasione. L’Archivio di Stato, per aprirsi a un pubblico
non di soli specialisti, cercava una rappresentazione cinematografica. Mi è
arrivata la proposta e l’ho accettata. Volevo evitare un documentario basico,
fatto di interviste e immagini “neutre”. Ho allora cominciato a frequentare
l’archivio, e ho notato che ci lavoravano soprattutto donne. Le ho conosciute,
loro mi hanno fatto scoprire quelle storie che poi ho portato nel film. Loro
stesse sono nel film.
L’operazione poetica di portare al cinema il contenuto dei faldoni è inusuale.
Qual è stato il processo creativo?
Volevo evitare di fare un film su una storia, o su più storie. Ho cercato di
dare una certa circolarità al racconto, a mo’ di cantastorie. Insomma, non una
singola storia ma la storia collettiva per le donne. Ho voluto far emergere
l’emozione (il dolore, la passione) che sta dietro quel brutto e inavvicinabile
linguaggio della burocrazia processuale, linguaggio perfettamente consono alla
struttura patriarcale della giustizia e del mondo. Per questo, giocando sul
contrasto, uso luci calde e recitazione forte di contro a questa fredda lingua
del Potere.
Nel film avverto un eccellente lavoro di scrittura. Negli ultimi anni abbiamo
però assistito al desiderio di liberarsi della scrittura, a un certo
sperimentalismo visivo nel cinema indipendente. Tu cosa ne pensi?
L’attenzione alla scrittura oggi mi sembra un modo più democratico e meno
elitario di fare cinema. Quindi sì, ho fatto un enorme lavoro di scrittura.
Passavo le giornate all’archivio a leggere storie, a parlare con le archiviste,
anche in maniera terapeutica, per dimenticare la perdita di mio padre. La
scrittura è un momento decisivo e facilita la relazione col pubblico.
Qual è la differenza tra il tuo lavoro e un documentario standard?
Penso che il cinema venga definito Settima Arte non a caso. Abbiamo un
privilegio e anche una responsabilità con quello che facciamo. Ho provato a
lavorare sul film in quanto pezzo unico, perché non volevo che un singolo
procedimento formale, come la colonna sonora o frammenti simbolici, prevalessero
sul resto e diventassero tappabuchi o toppe. In questo senso, non volevo abusare
di materiale d’archivio anche per avere rispetto di quello che andavo a
utilizzare e manipolare.
Cosa ti domanda il pubblico? Resta più su questioni di stile, o sul perché hai
fatto il film, cosa volevi dire?
Entrambe le cose. Il pubblico è una parte del film, quando si gira si pensa a
quale pubblico è indirizzato, nei limiti del possibile.
Dove è stato proiettato il tuo film? Come sta girando?
Il film lo sto distribuendo io, lo invio assieme alla produzione ai festival e
organizzo le proiezioni in Italia e all’estero. Ovviamente circola in modo del
tutto peculiare: collettivi femministi interessati (come Non Una Di Meno a
Cagliari), amici e amiche via passaparola, e anche l’accademia,
nell’insospettabile sezione degli storici, poiché è uno dei pochi lavori
cinematografici sugli archivi. Poi ci sono i festival in Italia e all’estero. Mi
piace presentarlo in presenza, vedere il pubblico e confrontarmici. Lotto,
insomma, per il mio film.
A Napoli manca comunicazione tra registi, mi capita di parlare di questo
problema anche con altri tuoi colleghi.
I registi dovrebbero frequentare di più i festival, guardare i film degli altri.
Questo non lo fanno, e così c’è poco scambio. Con le ultime vicende politiche, e
la riduzione dei fondi alla cultura, mi è capitato di partecipare alle assemblee
dei lavoratori precari dello spettacolo, dove nessuno parla di cinema. È
assurdo! Napoli è una città senza scambio, io parlo di cinema con te e
pochissime altre persone. Proveremo a portare avanti pratiche per metterci
insieme. Vedremo… (salvatore iervolino)
(disegno di otarebill)
“Era una città di plastica / di quelle che non voglio vedere / con edifici
cancerogeni / e un cuore di paccottiglia / dove invece del sole sorge un dollaro
/ dove nessuno ride, dove nessuno piange / con gente dalle facce di polistirolo
/ che sentono senza ascoltare e guardano senza vedere / gente che ha venduto per
la sua comodità / la sua ragion d’essere e la sua libertà”.
Poteva essere questa strofa di Rubén Blades e Willie Colon l’epigrafe del
libro La rivolta nella città di plastica, di Marco Santopadre, una breve
inchiesta sulla turistificazione estrema della città basca di Donostia (San
Sebastián) pubblicato qualche mese fa dalla Red Star Press di Roma. La mitica
canzone Plástico del 1978, un capolavoro della salsa, è un’invettiva ironica
contro la superficialità delle donne, degli uomini e delle città del continente
americano. Negli anni Settanta questi musicisti latinos di New York vedevano
come il modello urbano consumista statunitense si riproduceva anche nei loro
paesi d’origine. Mezzo secolo dopo questa plastificazione ha raggiunto tutte le
città del mondo: le capitali, come Roma, che con il Giubileo è stata finalmente
consegnata alla grande finanza internazionale; ma anche le città meno
centrali. Una è sicuramente Donostia (è il nome basco: in castigliano è San
Sebastián), la “perla del Cantabrico”, nel nord della penisola iberica.
Santopadre, che conosce bene il paese basco, e che per questo libro ha svolto
dieci interviste ad attivisti, sindacalisti, consiglieri comunali, portavoce
delle associazioni di quartiere, racconta di un passato recente in cui la città
aveva due facce: la San Sebastián “turistica, godereccia, dai tratti raffinati,
un po’ snob e un po’ retrò”; e la Donostia “estremamente popolare, combattiva,
impegnata, verace, dai modi diretti e informali” (p.14). Per decenni questi due
mondi hanno condiviso lo stesso territorio, forse ignorandosi, o disturbandosi
tra loro poco più delle due città di The city and the city di China Mieville.
Ultimamente, però, ed è il tema del libro, la prima ha “fagocitato” la seconda.
Come nel libro di Mieville, si parla di classi sociali: la città borghese ha
sconfitto la città popolare, divorando anche il suo mondo vitale, la sua lingua
indigena (l’Euskera o basco), le sue mobilitazioni politiche. Lo strumento di
questa vittoria è il turismo; o meglio, la trasformazione della città in una
monocultura turistica.
A differenza della vicina Bilbo (Bilbao), città operaia e industriale che si è
aperta al turismo solo dopo la costruzione del museo Guggenheim a fine anni
Novanta, con il “recupero” delle zone abbandonate dalla deindustrializzazione,
Donostia ha alle spalle due secoli di turismo: perciò la tipica risposta alle
critiche al turismo è che Donostia “è sempre stata turistica” (p.31). Per il suo
clima e la sua posizione, era meta di vacanze termali per l’aristocrazia già
nell’Ottocento; e anche il dittatore Francisco Franco vi passò le estati dal
1940 fino alla morte, nel 1975. Ma per quarant’anni tutta la regione
basca, Euskadi, è stata lo scenario della conflittualità indipendentista
dell’ETA, di enormi mobilitazioni contro lo stato spagnolo, e della kale
borroka, la guerriglia urbana dei giovani. Forse queste grandi mobilitazioni
sono riuscite a tenere alla larga non tanto lo stato, quanto la massificazione
turistica che incombeva sulla regione (della turistificazione di Bilbao parla
anche l’ultimo capitolo del libro di Santopadre, a partire dal lavoro di Adriano
Cirulli, altro grande conoscitore del país vasco).
Santopadre spiega infatti che la deposizione delle armi di ETA ha segnato
l’inizio del nuovo ciclo di turistificazione. Nello stesso anno dell’annuncio
di ETA, il 2011, Donostia fu candidata a “Capitale europea della cultura” per il
2016 (l’anno in cui si seppe che il dubbio privilegio sarebbe stato riservato
anche a Matera; pochi anni dopo a Procida). Queste grandi celebrazioni
cementificano nuove alleanze nelle élite: come le Olimpiadi di Barcellona del
1992, annunciate dall’ex ministro franchista Jose Antonio Samaranch, che
sancirono la ritrovata unità economica di destra e sinistra sotto il vessillo
dell’impresa e della gentrificazione, così Donostia 2016 è diventata subito il
paradiso dell’industria turistica. Non passa neanche un anno dal “grande
evento”, che già la turistificazione è estrema; nascono le organizzazioni contro
l’overtourism – un termine che il libro giustamente critica, perché la questione
non riguarda la quantità di turisti; e neanche la “qualità” (pp. 100-110).
Subito dopo la pandemia del 2020 già un quinto dei posti letto nelle zone
centrali sono per il turismo (p.49), con il conseguente calo dei residenti (non
pronunciatissimo: nel quartiere centrale le statistiche registrano il dieci per
cento in meno in venti anni, anche se probabilmente esponenziale; p.51). “Siamo
in pericolo”, dichiara un’intervistata (l’unica donna).
Quella di Donostia, per uno degli intervistati, sarebbe una “gentrificazione con
caratteristiche proprie” (p.51). Eppure – circondata dagli aeroporti, funestata
dal lavoro precario e stagionale, satura di bar e bnb (per lo più gestiti da
gruppi imprenditoriali), inzeppata di installazioni artistiche, svuotata
dall’aumento degli affitti, con il conseguente “sradicamento di un’intera
generazione […] oltre all’indebolimento delle reti comunitarie e perdita
dell’identità locale” (p.58) – si fatica a vedere in cosa sia diversa dalle
migliaia di altre città gentrificate. Il libro ripercorre tutte le politiche con
cui l’amministrazione ha favorito la turistificazione estrema: dalla concessione
di licenze per hotel in deroga alle norme edilizie, alla demolizione di edifici
storici di cui si mantengono solo le facciate, fino agli “errori” intenzionali
che hanno accelerato la distruzione della città; e anche le denunce dei numerosi
collettivi, studiosi e associazioni di abitanti, quasi sempre senza risultati,
almeno nei tribunali.
Al di là della forma specifica di vendere Donostia come capitale
enogastronomica, una narrativa di cui Santopadre ripercorre lo sviluppo – dal
2009 che si fonda il Basque Culinary Center, si celebra la fiera San Sebastian
Gastronomika, si trasformano le sidrerie in ristoranti brandizzati, fino
all’assurdità dell’Instituto del Pintxo (p.83) – è evidente che i processi
descritti nel libro sono proprio esempi da manuale. Le città gentrificate non si
distinguono per forma, storia e vita, ma per il tipo di offerta che propongono
ai nuovi arrivati – turisti o gentrificatori. Ed ecco la plastica! È
il packaging che trasforma la città in un pacchetto che i visitatori possano
consumare rapidamente. Ma è anche una metafora dell’abbellimento superficiale,
della ripulitura frettolosa, del consumo in serie, colori e forme attraenti ma
identiche ovunque. Il simulacro si moltiplica al punto di sostituirsi alla
città. Anche questo processo è standard: lo descriveva Harvey in The Art of
Rent ventitré anni fa, spiegando che le città per farsi “globali” sono costrette
a distruggere ciò che le rende uniche. Donostia oggi è analoga alla Cappuccino
city di Derek Hyra, ma anche alla città di Santa Chiara, le cui mirabolanti
avventure racconta Diego Miedo; di fatto, a tutte le altre città turistificate
del mondo. Tutte in mano ai city killers, come li chiama Lucia Tozzi.
Quello che manca in questo racconto però è la rivolta del titolo. In questa
città di plastica, dov’è l’abitante di Zerocalcare che esce col fucile gridando
“Rebibbia non sarà mai il nuovo Pigneto! Le vostre apericene fatele da un’altra
parte”? O quello di Diego Miedo che grida “Americani di merda non saremo mai il
vostro zoo”? Dopo lo scioglimento dell’ETA forse è fuori luogo invocare le armi.
Ma è vero anche che l’invasione turistica attuale, soprattutto dopo la pandemia,
non ha mai prodotto niente di simile alle proteste anti-gentrificazione degli
anni Ottanta, come la rivolta fondativa di Tompkins Square nel 1988. Ci sono
gruppi di abitanti critici, reti internazionali come SET, libri ed eventi contro
il turismo – ma pochissime rivolte. Un’eccezione forse è stata quest’estate
a Città del Messico contro i turisti statunitensi, che le autorità hanno
rapidamente definito violenza xenofoba. Le rivolte contro la plastica sono nella
nostra immaginazione, sono prefigurazioni, dei simulacri, plastica anche loro.
Rivolte vere, per ora, né a Donostia né altrove. Anche perché sarebbe assurdo
prendersela con i turisti, ingranaggi della macchina, quasi sempre
inconsapevoli.
Ma anche sul campo della consapevolezza non siamo avanzati molto. Nel 1979 Ruben
Blades e Willie Colon spiegavano chiaramente la strada contro la
plastificazione: “Senti latino, senti fratello, senti amico – dice l’ultima
strofa della canzone Plástico – non lasciarti confondere / dall’oro o dalla
comodità! / Andiamo tutti sempre avanti / c’è ancora molta strada da fare / per
farla finita tutti insieme / con l’ignoranza che ci mantiene suggestionati / con
modelli importati / che non sono la soluzione. / Non lasciarti confondere /
cerca il fondo e la sua ragione / e ricorda: si vedono le facce / ma non si vede
mai il cuore”. Studiare, lavorare, andare sempre avanti, contro i modelli
statunitensi di plastica: “Ricordati che la plastica si scioglie / quando
la illumina il sole” canta Ruben Blades mentre il coro ripete “si vedono le
facce, si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Questa era la strada
con cui “vinceremo insieme”. Per il momento, la vittoria non è arrivata.
Cosa vuol dire “cercare il fondo e la sua ragione” nella città di plastica? Le
facce di plastica hanno un retro, un fondo, dove si vede la filettatura, il
segno della fusione, che ne rivela la natura artificiale, prestampata.
Turistificazione e gentrificazione sembrano un pezzo unico, da prendere o
rifiutare in blocco, magari regolando quantità e qualità. Il punto di
fusione, nascosto, mostra invece che questi fenomeni sono un’accozzaglia di
eventi disparati – dai finanziamenti pubblici alle low cost, alla mancanza di
regolazioni sugli affitti brevi – fusi insieme da un discorso pubblico che li
presenta come solidi e coerenti. E invece sono le forme del momento, che
possono cambiare anche all’improvviso. Santopadre, per esempio, spiega il
moltiplicarsi degli immobili di lusso (p.119-125), come un nuovo ciclo di
valorizzazione (anche se secondo me sbaglia nel considerarla un “dopo” la
gentrificazione). A Roma, per esempio, la fase non è più quella puramente
turistica: abbiamo il lusso e i maxi studentati (ne parla Chiara Davoli nel
numero dello Stato delle città di prossima uscita); altrove le politiche urbane
portano tutt’altro, dall’abbandono di Detroit ai massacri di Rio de Janeiro.
Dipende da come reagisce la società.
Di fronte alla città di plastica, la ricerca dovrebbe fare come il sole della
canzone: scioglierla. Scomporne i fattori, capirne gli equilibri, cosa tenere e
cosa respingere, quali forze si legano a ogni pezzo; smentire sistematicamente
il simulacro, la performance scintillante. Francesco Migliaccio ipotizza che la
stessa idea di gentrificazione contribuisce a nascondere le diverse tendenze che
influenzano la vita urbana, togliendoci lucidità. Un’altra metafora utile è
quella di Mike Davis, Città di quarzo: gli aspetti apparentemente inconciliabili
della vita urbana si riflettono tra loro come in un cristallo. Anche Marco
D’Eramo in un gran libro su Chicago mostra come la città tiene insieme elementi
diversissimi: Il maiale e il grattacielo. La metafora ci serve anche per la
struttura politica che promuove questi processi, cioè lo stato. David Graeber ha
spiegato che lo stato è un’accozzaglia di elementi inconciliabili tenuti insieme
da una retorica convincente, ma che possono sciogliersi in qualunque momento.
Anche a Roma dobbiamo capire come si interfacciano le scenette del sindaco con
il giubbetto catarifrangente, le parate militari, la vendita di un appartamento
per sedici milioni di euro, la Royal Caribbean che si prende Fiumicino. Senza
farci confondere dai giornali che ci mostrano un progetto unico e coerente da
accettare o rifiutare. “La strategia di orientare il dibattito politico verso
l’antinomia ‘turismo sì-turismo no’ – scrive Santopadre – serve a coprire le
responsabilità politiche e istituzionali nei cambiamenti strutturali imposti ai
nostri quartieri”. Inchieste come questa ci aiutano a sciogliere tutta questa
plastica, e a cercare il fondo. (stefano portelli)
(disegno di dalila amendola)
Neanche un filo d’erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile è un bel
libro curato da Paolo Bellati e Renato Curcio, da pochi giorni pubblicato tra i
Quaderni di ricerca sociale delle edizioni Sensibili alle foglie. Il volume
costituisce l’ultima tappa di una serie di incontri fatti con un gruppo di
giovani ex detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano, e restituisce un
quadro preciso di questa istituzione che è sempre più uno strumento ordinario
nella gestione delle politiche giovanili. Non è un caso che dall’entrata in
vigore del decreto Caivano, che aumenta a dismisura le possibilità per un minore
di finire in carcere a discapito delle pene alternative, gli ingressi nei
penitenziari minorili siano aumentati del cinquantaquattro per cento, facendo
arrivare a seicento il numero dei giovani ristretti.
Ho letto Neanche un filo d’erba mentre sono costretto a fare i conti con le
storie di due ragazzi da qualche mese detenuti in due istituti penali minorili
campani (Nisida e Airola). Li conosco da bambini – ora hanno rispettivamente
sedici e diciassette anni – e li ho seguiti come educatore per buona parte della
loro vita, entrando in relazione con i loro ambienti familiari, con le gioie e
le frustrazioni, le aspirazioni e gli errori.
M. è finito dentro per una serie di aggressioni, di cui una a un poliziotto,
connesse a una patologica difficoltà, mai affrontata da nessuno, a gestire le
proprie emozioni negative. L’altro è semplicemente un giovane inquieto e
irrequieto. È un adolescente come tanti, C., in cerca di risposte che non sa e
probabilmente non vuole darsi, ma che ben presto si è stancato della scuola, del
calcio, degli assistenti sociali e di chiunque gli imponga, o anche solo gli
suggerisca, una strada o un modo di fare. Sia M. che C., in momenti diversi,
hanno scelto di andare in carcere rinunciando alla possibilità, dopo averla
sperimentata, di stare in una comunità.
Il Beccaria di Milano è uno degli istituti in Italia che più di frequente
raggiunge gli onori della cronaca per scandali di vario genere, episodi di
violenza, proteste e rivolte dei detenuti. Le riflessioni dei due curatori del
libro, e soprattutto le parole dei diretti protagonisti, non risparmiano nulla a
chi legge: sovraffollamento a livelli cronici, incapacità (e mancanza di
volontà) nell’affrontare la multietnicità sempre crescente, violenza costante e
quasi sempre impunita degli agenti con attribuzione arbitraria di punizioni
fisiche e psicologiche ai ragazzi, normalizzazione di prassi non scritte – se
non in qualche astrusa circolare – che così come nel carcere degli adulti
costruiscono le regole de facto del carcere, e che sono diverse istituto per
istituto. È il caso di quella che Bellati e Curcio definiscono “pedagogia nera”,
la pedagogia della pena o “del bastone”, una traslazione dell’equilibrio basato
sulla punizione che sorregge l’istituzione (degli adulti) in un universo che,
nelle sue folli teorizzazioni, pretenderebbe di essere educativo per giovani che
hanno commesso degli errori ma hanno un’intera vita davanti per recuperare. “Per
i maltrattamenti aggravati – si legge nel volume – esercitati tra il 2021 e il
2024 (tra i quali, oltre alle lesioni, le umiliazioni e gli insulti razzisti
subiti dai ragazzi compaiono una tentata violenza sessuale operata da un agente
nei confronti di un detenuto, e la voce ‘torture’) sono state messe sotto
inchiesta giudiziaria quarantadue persone. In un primo tempo, nell’aprile 2024
vennero messi sotto indagine tredici agenti penitenziari, otto dei quali furono
anche sospesi dal lavoro. All’inizio di agosto 2025 i pm incaricati hanno però
aggiunto a quel primo elenco un comandante e altri tredici agenti, un medico,
due operatori sanitari, due ex direttrici e una vicedirettrice”.
Il libro ha il merito di partire dall’analisi di un caso per tracciare linee
generali, ragionando – sempre a partire dalle parole dei ragazzi – sul (non)
funzionamento di questa istituzione. È probabilmente per questo che i capitoli
più efficaci risultano quello che rivela il carcere minorile come arma impropria
della gestione illiberale del fenomeno migratorio; quelli che svelano con pochi
e chiari esempi l’ascensore dei meccanismi premiali, un inferno dantesco che
istituisce condizioni diverse di detenzione a seconda della docilità o della
renitenza di un detenuto al rispetto di regole assurde; quelli che sconfinano
senza perdere il filo del ragionamento nei campi della sociologia dei processi
migratori, della psicologia, dell’antropologia culturale, mostrando le continue
evoluzioni e involuzioni, a livello individuale e collettivo, delle relazioni
tra istituzioni totali e linguaggio, privazione dello spazio e processi di
alienazione, gestione chimica del dolore, autolesionismo e “ricadute”,
invisibilizzazione burocratico-amministrativa e rivendicazioni identitarie.
Vale la pena infine soffermarsi su due questioni che hanno la forza di aprire
spunti di riflessione non scontati sulla carcerazione minorile. La prima è
quella relativa agli “spazi per il sé”, una lettura più profonda del tema del
sovraffollamento, che non si riduce alla denuncia di condizioni pur infami di
detenzione, e alla descrizione di stanze in cui per andare in bagno bisogna
calpestare i materassi su cui, per terra, sono assiepati gli altri detenuti.
Quello che è in ballo, spiegano gli autori del volume, è l’impossibilità di
momenti d’introflessione, di elaborazione della propria situazione e delle
possibili prospettive: “momenti indispensabili a qualunque età, ma in quella dei
ragazzi più ancora decisiva sia per la loro crescita personale che per la
maturazione emotiva. Si tratta, insomma, di un vero e proprio soffocamento
psicologico e sociale” che “aggiunge un quid specifico alla brutalità ordinaria
della condizione carceraria, ne accentua, se possibile, la pena e la sofferenza
dei corpi” e “contribuisce in modo decisivo allo smantellamento di un
qualsivoglia, sia pure vago ed embrionale, progetto educativo”.
Anche la seconda questione, che riporta alle storie dei ragazzi napoletani con
cui si è iniziato questo testo, ha molto a che vedere con lo “smantellamento del
progetto educativo” scientemente operato dal carcere minorile. È infatti legata
alla desolante descrizione, che è uno dei fili conduttori del libro, del
complesso equilibrio di relazioni, rapporti lavorativi e personali,
compartimentazione delle mansioni e quindi delle responsabilità del mondo degli
adulti che operano in carcere. Gli educatori e il personale civile escono a
pezzi dalla descrizione dei ragazzi, che ritraggono queste figure per lo più –
mantenendo comunque una discreta capacità di differenziazione – come quelle di
scialbi passacarte, capaci di parlare e mai di ascoltare, latitanti tra le
sezioni persino nelle poche ore durante le quali sono chiamati, con un magro
stipendio, va detto, a lavorare nelle strutture.
Il fatto che molti ragazzi finiscano loro stessi per preferire, almeno nella
brutale quotidianità, la guardia all’educatore, il carcere alla comunità, la
repressione al confronto, è a ben pensarci il trionfo dell’istituzione totale,
che ha come unico scopo un disciplinamento sociale raggiungibile solo attraverso
la punizione, e perciò inconciliabile con qualsiasi millantata velleità di
crescita personale, riabilitazione e reinserimento. A parità di vuoto, di noia,
di assenza di figure adulte adeguate con cui confrontarsi, e di mancata apertura
verso nuove prospettive reali, è comprensibile che i ragazzi scelgano almeno la
chiarezza delle regole (per quanto ingiuste) e degli intenti all’ambiguità;
preferiscano la crudezza all’ipocrisia, la punizione al ricatto morale, persino
le botte alle chiacchiere vuote. Ma se questo modello disciplinante è
indispensabile per la buona riuscita di ogni innaturale tentativo di mantenere
una persona chiusa e ferma in una gabbia per un certo lasso di tempo, è anche
vero che nel mondo dei ragazzi ha bisogno di più sforzo e tempo, elementi
necessari a scalfire animi spesso più istintivi, meno interessati a calcolare il
rapporto tra i comportamenti e le loro conseguenze, non ancora del tutto
assoggettabili al rispetto di piccoli e grandi soprusi.
Le continue proteste e le rivolte, più o meno pubblicizzate, che ogni settimana
avvengono in molte carceri minorili in tutto il paese ci dicono che questo
modello non è necessariamente destinato a vincere. Quella però è la parte che
possono fare i giovani detenuti per l’eliminazione di queste inutili e ipocrite
istituzioni. È ora di chiedersi cosa siamo disposti a fare noi. (riccardo rosa)
(quadro di fernando eros caro dal braccio della morte, san quentin)
Si può vivere, si può morire
ma non si può vivere aspettando di morire
(fernando eros caro)
In Italia la pena di morte è stata abolita nel nuovo codice penale militare di
guerra nel 1994 e in Costituzione solo nel 2007. Nel codice penale vige tuttavia
la pena dell’ergastolo che non costituisce un’alternativa alla pena di morte, in
quanto essa stessa è una pena fino alla morte. La stessa pena di morte nel
mondo non è più lo spettacolo patibolare del passato, ma una esecuzione
durevole nel tempo, che si consuma nei bracci della morte e che si può
protrarre anche per molti anni prima dell’azione del boia. Pena di morte ed
ergastolo sono quindi due istituti penali che inducono uno stato di agonia nelle
persone che vi vengono condannate, decretandone la morte ad ogni prospettiva
sociale e un lento “vivere morendo”.
Al 31 dicembre 2024 in Italia le persone recluse in questo stato agonico indotto
erano 1890, 143 di cittadinanza non italiana, 38 le donne. […] Utilizzando
strumentalmente come apripista il femminicidio, il governo italiano sta cercando
di introdurre una ulteriore fattispecie di ergastolo. Il disegno di legge
governativo finalizzato all’introduzione nel codice penale del delitto specifico
di femminicidio, prevede infatti come pena una forma di ergastolo automatico,
sottratto alla valutazione del giudice. […]
Già nella precedente edizione di Arte contro le pene capitali osservavamo che
in un momento storico in cui l’istituzione della guerra ha preso il sopravvento,
ergastolo e pena di morte estendono la loro presenza e prendono nuove forme. Per
esempio, la lotta contro la pena di morte non può esimersi dal condannare le
esecuzioni extragiudiziali praticate nello scenario globale da Stati Uniti e
Israele contro coloro che, considerati nemici dell’Occidente ed etichettati come
“terroristi”, subiscono condanne a morte senza procedimenti giudiziari, che
vengono eseguite uccidendo intenzionalmente chiunque si trovi nei pressi della
persona designata. […] Ancora, se si prende come esempio lo stato di Israele e i
tribunali militari che nella Palestina occupata erogano le condanne
all’ergastolo e ogni altra pena a uomini e donne palestinesi, si vede come
questa pena di morte extra giudiziaria tende a sovra determinare ogni altra
forma di condanna giudiziaria. È bene dire, inoltre, che il popolo palestinese
di Gaza, con l’affermarsi dell’intenzione genocida da parte di Israele e
l’istituzione dei dispositivi che realizzano questa intenzione, è stato
schiacciato in una condizione agonica. Costretto quindi a “vivere morendo”.
Riproponiamo quindi anche quest’anno a Napoli una giornata dedicata
all’esposizione di opere d’arte, ad azioni visuali, teatrali, letterarie,
musicali, danzanti e relative a ogni altra forma creativa, per sensibilizzare la
cittadinanza intorno al tema delle condanne capitali. È, il nostro, un percorso
che intendiamo sul lungo periodo, che intende battersi contro la pena di morte e
la pena fino alla morte, e che non può esimersi, in questo periodo storico, dal
considerare le diverse forme che va assumendo il potere di dare la morte. Questo
potere va anche al di là delle forme che la guerra ha assunto storicamente come
guerra fra Stati: viene esercitato verso i popoli colonizzati, le classi
sfruttate, i poveri del mondo, nonché gli umani che resistono, e che riescono a
generare, malgrado tutto, momenti di vita.
È stato scelto per l’evento l’ex Ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli
perché i manicomi criminali sono stati luoghi di internamento per persone che,
dichiarate incapaci di intendere e di volere al momento dell’esecuzione di un
reato, venivano sottoposte a misure di sicurezza detentive prorogabili
indefinitamente e dette per questo: “ergastoli bianchi”. Ciò sollecita lo
sguardo abolizionista a prestare attenzione a tutte le forme indeterminate, sia
di pena che di misura di sicurezza, basare sull’attribuzione della pericolosità
sociale, che ancora perdurano e si rinnovano.
Il programma dettagliato della giornata del 2 novembre si può leggere qui.
A seguire invece pubblichiamo Pinocchio in carcere, un testo ricevuto da Claudio
Furnari, condannato all’ergastolo e attualmente detenuto nel carcere di Sulmona.
Pinocchio come tutte le mattine esce di casa per andare nella sua campagna,
essendo primavera. Con lui aveva un piccolo paniere, pensando che le ciliegie
erano mature, quindi cammina spensierato nella strada. Di colpo viene fermato
dalle guardie del re che senza nessuna spiegazione lo portano in carcere.
Durante la strada Pinocchio chiede il perché viene arrestato e come risposta il
capo guardia gli dice: «Abbiamo ordini dall’alto», ma Pinocchio non capisce
visto che non aveva fatto nessun male. Lo portano in un grande camera e, là
trova un sacco di persone, ognuno scontava la loro pena. Alla vista di Pinocchio
ci fu una gran curiosità da parte di tutti, ognuno gli chiedeva: «Cosa hai fatto
che ti hanno arrestato?». Lui rispondeva dicendo: «Io non ho fatto niente, le
guardie del re mi dissero che su di me c’è ordine dall’alto. E voi perché vi
trovate qui?». Ognuno spiegava il suo reato, chi diceva: «Io devo fare altri sei
mesi»; altri un anno ancora, comunque ognuno aveva il suo reato.
Dopo due-tre giorni che Pinocchio si trova in carcere insieme a tutti gli altri,
la mattina del 10 aprile la prima figlia del re annuncia il suo matrimonio e
chiede al padre un anno di amnistia (ammistizia) per ogni carcerato. Il re
acconsente quindi la mattina dopo il maresciallo per ordine di lettere
incomincia a chiamare: «Tizio fatti la roba che sei stato graziato». A seguito
chiama tutti gli altri. Pinocchio chiede spiegazioni a un suo paesano: «Come mai
che mi dicesti ieri che dovevi scontare altri cinque mesi e ora te ne vai!».
«Non l’hai capito, la principessa si sposa e diede a tutti i carcerati un anno
di grazia!». Pinocchio pensava che anche lui veniva scarcerato. Passano due tre
giorni ed era rimasto quasi solo. Si fa coraggio e chiama il secondino e gli
dice: «Ma dimmi un po’, a me quando mi chiami per uscire?». Il secondino gli
chiede: «Ma tu che reato hai?». «Io nessun reato». «E come ti può graziare senza
reato!».
Ancora oggi Pinocchio si chiede perché quelli che vengono arrestati con ordine
dall’alto, anche se non hanno fatto reato, sono predestinati a morire in carcere
senza nessuna grazia.
(disegno di otarebill)
Andrea Bottalico, La logistica in Italia. Merci, lavoro e conflitto, Carrocci,
Roma, 2025, pagg.119, euro 14.
Questo volume di Andrea Bottalico, ricercatore esperto del settore, propone una
ricognizione esaustiva e politicamente stimolante sul tema “logistica”. Infatti,
seguendo un metodo ormai consolidato della ricerca sociologica e storiografica
(soprattutto di matrice operaista), l’autore intreccia in ogni capitolo la
dimensione organizzativa del fenomeno e quella relativa al rapporto sociale
sottostante: alle sue figure, alle sue contraddizioni, ai suoi conflitti. La
conoscenza vera di un comparto del capitalismo industriale, si può praticare
oggi solo in questo modo: indagando contemporaneamente la struttura e le movenze
del soggetto sociale che la abita. L’analisi della “produzione di classe
operaia” – cioè l’analisi dei soggetti reali che vivono il rapporto di capitale
– diventa così inscindibile dallo studio dell’assetto organizzativo del settore.
E il conflitto è la risultante della continua modificazione che tale rapporto
subisce.
Bottalico propone innanzitutto una perimetrazione – non scontata né
semplicissima – dell’oggetto della sua ricerca: “Oggi è possibile acquistare un
qualsiasi prodotto on line che arriva a casa domani grazie a una cosa che non è
affatto gratis. Questa cosa è il lavoro di uomini e donne quotidianamente
impiegati e sfruttati nella catena logistica del trasporto merci. Senza i
lavoratori e le lavoratrici, il flusso di beni e servizi da cui siamo dipendenti
si fermerebbe. La logistica si presenta come un universo costituito da
molteplici galassie. È una dimensione complessa da delimitare, così come lo sono
le attività di trasporto, approvvigionamento, distribuzione a cui viene
generalmente associata. Nel tempo la logistica si è trasformata in un termine
chiave come una parola d’ordine, e non è un caso che il suono di questa parola,
di origine greca, richiami qualcosa di militare. […] Oggi parlare di logistica
significa ragionare sull’organizzazione di filiere che si sviluppano su una
scala molto ampia, soprattutto in seguito ai cambiamenti tecnologici avvenuti
nel corso degli ultimi decenni (flotte aeree moderne, containerizzazione,
espansione del trasporto marittimo e su gomma, digitalizzazione). Mutamenti che
hanno inciso sull’organizzazione della produzione facendo emergere colossi come
Amazon, Walmart, Ups, FedEx, Dhl, Tnt, Gls, Msc”. (pag. 9)
Partendo dalla definizione, difficile e non univoca, della categoria, si capisce
quanto le trasformazioni organizzative – in direzione della piena integrazione
di diverse fasi un tempo separate, che oggi si presentano come “flusso”
integrato e costante che avvolge il pianeta e la produzione – abbiano
sostanziato la fase storica della globalizzazione. Quella stagione cruciale
sarebbe semplicemente incomprensibile senza la conoscenza delle innovazioni
tecnologiche e delle ricadute sociali, infrastrutturali e urbanistiche, che la
logistica ha prodotto negli ultimi cinquant’anni.
La tesi dell’autore è che la logistica italiana si pone come “anomalia”,
rispetto ad analoghi processi europei. È un settore “usa e getta”, ad alta
intensità di mano d’opera dequalificata e sottopagata, con un altissimo tasso di
esternalizzazione delle attività di magazzinaggio e trasporto – ormai affidate
quasi esclusivamente a soggetti esterni al rapporto tra produttore e clienti.
Questa tendenza nazionale ha prodotto enormi sacche di illegalità, la
costituzione di una autentica jungla di cooperative spurie delegate a coprire
questo ambito essenziale del processo di produzione/circolazione delle merci.
Tale è stata la pressione al ribasso sulla forza lavoro, che i bassi salari e la
precarietà sono diventate la condizione sine qua non per la sopravvivenza di
molte di queste imprese le quali, se poste nella condizione di legalizzare il
loro profilo, vedrebbero il sostanziale azzeramento del margine di profitto.
“L’ipotesi che guida questo volume è che alcuni processi come
l’esternalizzazione delle funzioni logistiche, la repressione dei diritti
sindacali, la violenza sul posto di lavoro, l’illegalità strutturale e lo
sfruttamento sistematico, l’assenza di tutele e il caporalato sono state le
precondizioni per lo sviluppo della catena logistica del trasporto merci in
Italia come settore dinamico e in continua crescita. Questi fenomeni non sono
stati un effetto, ma una causa della traiettoria di sviluppo del modello
logistico italiano. Si è trattato dunque di un modello emerso nel corso degli
ultimi decenni. Un modello composto da elementi sempre più caratterizzanti il
mondo del lavoro del nostro tempo, al quale le forme autonome del conflitto si
sono opposte ereditando dal passato partiche ed esperienze di lotta”. (pag. 11)
Bottalico individua, in tema di “movimentazione delle merci” tre precise fasi
storiche della vicenda italiana, che caratterizzano rispettivamente: la
ricostruzione post-bellica, il boom economico e la configurazione d’impresa nel
mondo globalizzato. Sono le tre dimensioni fondate sullo sviluppo della rete
ferroviaria, del trasporto marittimo tradizionale e infine della intermodalità
integrata e verticale che caratterizza i flussi attuali. A queste tre fasi
corrispondono tre dinamiche di protagonismo operaio: la storica figura
sindacalizzata dei ferrovieri, ridimensionata dalla perdita di centralità dei
binari rispetto al trasporto su gomma negli anni del boom; quella dei lavoratori
portuali, che hanno subito i colpi della privatizzazione delle banchine negli
anni 80/90; e infine il soggetto operaio della logistica moderna, che richiede
una narrazione “in diretta” della sua composizione e dei suoi movimenti. Tre
figure sociali profondamente diverse, che hanno conosciuto progressi e
sconfitte, interagendo in modo conflittuale con la forma impresa che
caratterizzava le diverse fasi storiche.
La composizione della forza lavoro del settore logistico – parliamo di
professionalità, potere sulla prestazione, coscienza del proprio ruolo sociale –
è ovviamente li prodotto delle enormi trasformazioni che il settore ha subito
nei decenni. La containerizzazione e le tecnologie digitali azzerano la
manipolazione dei carichi, con una progressiva estromissione della forza lavoro
dai settori “centrali” della filiera – pensiamo ai porti iper-tecnologizzati in
cui l’intervento umano si sposta “a latere” di ogni operazione – e un incremento
esponenziale negli anelli terminali del ciclo, retroporti, hub e magazzini sui
territori.
“La diffusione del container favorisce l’emergere della logistica integrata. La
storia della logistica in Italia, da questa prospettiva, coincide con la storia
della intermodalità, una novità dirompente che consiste nella possibilità di
usare in maniera integrata due o più modi di trasporto per consegnare la merce.
In generale per intermodalità si intende una rete coordinata di vettori ed
utenti che operano in concerto allo scopo di trasferire la merce attraverso modi
e combinazioni di trasporto diverse e contigue. […] È dal trasporto intermodale
che deriva il modello Door to Door, consistente in un singolo carico controllato
da un singolo vettore e coperto da un singolo documento, laddove il cliente (o
committente) tratta con il vettore esclusivamente il trasporto dall’origine alla
destinazione. In questi anni avviene dunque una integrazione che finisce per
investire la stessa concezione del trasporto, non considerato più come una somma
di attività separate e autonome di singoli vettori interessati, ma come un’unica
prestazione da origine a destino, in una visione globale del processo di
trasferimento di una merce”. (pag. 10)
L’autore nella sua ricerca ha giustamente focalizzato la sua attenzione sui
fenomeni di esternalizzazione delle funzioni logistiche – il viaggio della merce
dall’uscita dei luoghi di produzione verso la sua destinazione. Resta da
indagare un altro grande filone di ricerca – comunemente inserito nella
definizione di “logistica” – che è quello dei cosiddetti “appalti interni”: il
processo che negli ultimi venti anni ha portato moltissime aziende industriali a
isolare reparti e fasi del ciclo per affidarli in appalto a imprese (spesso
cooperative, spesso in totale subordinazione organizzativa rispetto al
committente) operanti all’interno dei perimetri aziendali. Una sorta di
“delocalizzazione interna” che ha favorito uno spezzettamento delle condizioni
contrattuali e un indebolimento complessivo dell’unità di classe, anche dentro i
luoghi “centrali” del processo produttivo.
Sono molti gli spunti di analisi interessanti che questo libro propone, anche
per i non addetti ai lavori. Soprattutto quelli relativi alla lettura della
logistica italiana come “metafora” dello sviluppo distorto del capitalismo
italiano nell’ultimo trentennio. Ciò che è accaduto in questo comparto
produttivo – frammentazione organizzativa, deflazione salariale, precarietà,
sfruttamento – è solo il riflesso, magari in forme esasperate, di ciò che ha
riguardato tutto lo spettro del lavoro sociale. Così come l’acquiescenza del
legislatore, che non ha governato la crescita malata e anomala del settore
logistico, ma ne ha solo accompagnato l’espansione: con ricadute fondamentali
anche nel ridisegno delle aree portuali, degli interporti, delle zone
industriali, delle politiche urbanistiche e territoriali affidate come sempre
alla commistione di interessi tra privati e ceto politico compiacente o succube.
Solo gli scioperi hanno scoperchiato il pentolone del malaffare e indicato –
anche ai ricercatori – la strada dell’analisi impietosa e della denuncia
pubblica di queste degenerazioni. I facchini – organizzati dai sindacati di
base, poveri, precari e sottopagati – sono stati capaci di scoperchiare un
pentolone maleodorante che molti fingevano di non vedere. Non basterà il Decreto
Sicurezza per ricondurre i lavoratori al silenzio e azzerare le conquiste di
questi anni, strappate dalle lotte e pagate a caro prezzo, con morti nei
picchetti, inchieste, arresti e licenziamenti. (giovanni iozzoli)
(archivio disegni napolimonitor)
Oggi, giovedì 29 maggio, alle ore 17:30, presso Zero81 – Laboratorio di mutuo
soccorso (largo Banchi Nuovi, 10), sarà presentato il nuovo volume del
collettivo Into the Black Box, intitolato Futuro presente. Il dominio globale
del mondo secondo Amazon. Il dibattito vedrà la partecipazione di Niccolò
Cuppini e Maurilio Pirone.
* * *
Il caso Amazon ha generato un vasto dibattito a livello internazionale. Anche in
Italia, in questi anni, non sono mancate pubblicazioni, traduzioni e analisi
critiche. Altre ricerche promettenti sono tuttora in corso, e contribuiranno a
delineare un quadro complesso. Tra le numerose pubblicazioni che hanno
affrontato l’argomento, tre volumi meritano di essere menzionati. Il costo della
spedizione gratuita. Amazon nell’economia globale, curato da Jake
Alimahomed-Wilson ed Ellen Reese, è un testo fondamentale per comprendere le
molteplici caratteristiche di questa multinazionale. Il Magazzino di Alessandro
Delfanti offre invece un’indagine puntuale sulla vita all’interno dell’hub
logistico Amazon di Piacenza. Infine, Conflitto di classe e sindacato in Amazon,
curato da Marco Veruggio, è un volume agile che raccoglie i contributi di alcuni
collaboratori di Amazonians United (questo volume lo abbiamo presentato di
fronte ai lavoratori della logistica distributiva napoletana in stato
d’agitazione da oltre un anno).
A questa ricca letteratura si aggiunge ora Futuro presente. Il dominio globale
del mondo secondo Amazon (Red Star Press, 194 pagine, 20 euro), curato dal
gruppo di ricerca Into The Black Box. Questo collettivo, nato dalle esperienze
di lotta nell’area metropolitana di Bologna, si è distinto negli ultimi anni per
la capacità di elaborare riflessioni teoriche di ampio respiro sulle
trasformazioni del capitalismo contemporaneo.
Trovare un minimo comune denominatore tra questi testi non è facile, ma in
ognuno si percepisce lo sforzo, declinato in modi diversi, di comprendere una
fase storica definita dalla personalizzazione di massa, un fenomeno scaturito
dalla coniugazione tra mondo logistico e digitalizzazione. L’ultimo lavoro di
Into the Black Box nasce da un’inchiesta territoriale sulla logistica, che ha
presto dovuto confrontarsi con dinamiche che andavano oltre il territorio
d’indagine. E il nesso tra il locale e il globale, in questo contesto, non
poteva che essere il colosso multiforme di Jeff Bezos.
Come sottolinea Sandro Mezzadra nella prefazione, l’intento non è ridurre il
capitalismo a una semplificazione su Amazon (dato che sul mercato globale
operano anche altri attori simili come Mercadolibre e Alibaba). Si tratta
piuttosto di analizzare un modello di integrazione di diversi piani di azione
economica che, nel loro insieme, manifestano “un potere infrastrutturale che
mira a egemonizzare le relazioni socio-economiche”. Amazon non si limita a
invertire il rapporto tra circolazione e produzione, ma esemplifica e condiziona
le operazioni del capitale, colonizzando e privatizzando il futuro. Da qui il
titolo del volume. Il collettivo dimostra come Amazon sia molto più che semplice
logistica, evidenziando che l’irrompere del digitale ha ibridato la materialità
stessa delle infrastrutture. In quest’ottica, Amazon si configura come “capitale
costituente”, capace di agire come un ecosistema espanso e gerarchico che si
allarga in altri settori, influenzando la sfera sociale e politica.
Il volume analizza e mette in relazione molteplici dimensioni. Amazon funge da
punto di accesso per indagare l’intreccio tra salto tecnologico, relazioni
socio-economiche e questioni politiche. La sfida è comprendere a fondo il
paradigma Amazon: un’azienda partita come startup e cresciuta fino a valere
miliardi di dollari, che si struttura come un impero commerciale con una
proiezione globale. Un gigante che si caratterizza per la sua aspirazione a
dettare standard e regole del mercato, monopolizzando ambiti cruciali attraverso
specifiche politiche di sviluppo, un assemblaggio spregiudicato di giochi
finanziari, uso di nuove tecnologie, modalità originali di organizzazione della
forza lavoro e una spiccata capacità di influenzare il potere politico dello
stato.
Secondo questa interpretazione, Amazon agisce come soggetto politico in un
doppio senso: sia come un’infrastruttura dotata di un potere di indirizzo dei
flussi di merci, informazioni, saperi e capitali, sia come un vero e proprio
attore politico che si sovrappone alle prerogative che in precedenza
appartenevano alla sfera pubblica. Unendo razionalità logistica, innovazione
tecnologica e servizi digitali, Amazon gioca un ruolo determinante
nell’espansione del capitalismo contemporaneo, arrivando a indirizzarne lo
sviluppo e incidendo tanto sulla dimensione territoriale della metropoli
planetaria quanto sull’immaginario collettivo, fondato sulla fusione tra
tecnologia e lavoro umano.
Di fronte a questo scenario, una prima risposta che emerge dal volume sembra
essere la critica all’ineluttabilità di queste dinamiche. L’analisi di Amazon
non si limita a descrivere un impoverimento dell’esperienza umana, ma suggerisce
altre possibilità di azione dall’esito non prevedibile. Si intravede quindi
un’ambivalenza, secondo gli autori del volume. Il ruolo sempre più
“infrastrutturale” di colossi come Amazon nella riproduzione sociale e nella
gestione della macchina statale ci pone dinanzi a nuove sfide, che possono
essere affrontate con gli strumenti che questi stessi processi mettono in
circolazione. L’enorme quantità di dati accumulati, elaborati e utilizzati dalle
Big Tech, conferisce loro un potere che si dirama in tutte le nostre interazioni
sociali e che non si limita a fotografare l’esistente, ma delinea il campo di
possibilità del nostro agire.
Questo punto merita attenzione. Se è vero che siamo davanti a una
“amazonizzazione della società”, se il dominio globale del mondo secondo Amazon
è dettato dalla capacità di sintetizzare diverse operazioni del capitale, di
costruire immaginari e di esercitare un potere governamentale, e se in
definitiva questo paradigma ingabbia e al contempo sprigiona energie vitali, è
importante riconoscere che la diffusione di queste dinamiche non è omogenea.
Nelle società avanzate persiste un divario significativo tra tecnologia
potenziale e quella effettivamente applicata, sia nel progresso tecnologico in
sé che nelle sue applicazioni ai processi produttivi e distributivi. Accanto a
risorse inutilizzate come valore non impiegato nella produzione, forza lavoro
disoccupata, risorse naturali non sfruttate e capacità produttiva latente,
esiste anche una plustecnica potenziale: uno scarto ben superiore al semplice
ritardo applicativo, tra ciò che la tecnologia potrebbe fare e ciò che fa
realmente.
Questo suggerisce sia una certa fragilità del potere infrastrutturale che una
non linearità dello sviluppo che il paradigma Amazon potrebbe indirizzare. Se
questa premessa è corretta, si può ipotizzare l’intima irrazionalità del
capitalismo di cui Amazon è una diretta espressione. Il suo potere
infrastrutturale potrebbe essere più debole di quanto non sembri, e di pari
passo, il dominio delle Big Tech su economia, politica, società e immaginari
rischia di essere sovrastimato. Sebbene Amazon stia costruendo una realtà
malleabile e riprogrammabile a suo piacimento, questa stessa realtà è
sovvertibile in una pluralità di modi tutti da sperimentare o, meglio, che si
stanno già sperimentando.
Il lavoro di ricerca collettivo di Into the Black Box getta una luce sulle
dinamiche di espansione e colonizzazione di un colosso che è molto più di un
e-commerce, indagandone ramificazioni e forme del potere e stimolando una
riflessione sulle pratiche di conflitto da escogitare per il futuro. (andrea
bottalico)
(archivio disegni napolimonitor)
Nel 1949, utilizzando per la prima volta in Italia il registratore magnetico a
nastro, il giornalista della Rai Roberto Costa realizza un documentario
inchiesta che rimane nella storia del giornalismo radiofonico. Si chiama I
barboni. Dopo anni di conversazioni con decine di persone che vivono tra le
strade di Milano, Costa affida loro il microfono. Ci sono disoccupati, cantanti,
musicisti, poeti, “gente che si è fatta una cultura rinunciando a ogni cosa
superflua”. È un lavoro onesto: l’autore scende per strada, ascolta, impara,
riflette, registra. Nessun pugno nello stomaco, nessuna musichetta commovente a
sottolineare i racconti. Sono biografie autentiche, complesse. Una ex insegnante
caduta in disgrazia durante la guerra, un ex ufficiale dell’esercito, una ex
studentessa universitaria separata dal marito che vende fiori per strada, “il
mondo è pieno di gente che dà consigli, ma nessuno aiuta”, dice nel
registratore.
L’ho riascoltato, dopo avere visto al cinema San Damiano, film del 2024 di
Alejandro Cifuentes e Gregorio Sassoli, in questi giorni sul grande schermo di
decine di sale italiane. I registi incontrano Damiano vicino alla stazione
Termini e iniziano a filmarlo. Damiano è un trentacinquenne polacco fuggito
dall’ospedale psichiatrico di Breslavia, è ripreso mentre monta audacemente su
una torre delle mura aureliane alle spalle della stazione, è ripreso mentre
infila il suo pene tra le chiappe di una donna alle spalle dei binari, mentre
picchia ripetutamente un uomo, mentre una donna lecca avidamente il suo piede.
Le immagini sono perfette, la fotografia nitida, la colonna sonora coinvolgente.
Attorno a Damiano, ci sono uomini e donne disperati, una ragazza si infila un
ago in una mano, una donna mostra le tette alla telecamera, un’altra il pube, un
uomo balla di fronte all’obiettivo, guarda dritto in camera e spacca a gomitate
il vetro di una macchina.
Nei giorni successivi leggo qualche recensione. “Senzatetto ma turrito, Damiano
ci prende e ci si porta via, interrogando la nostra visione fin nel profondo,
laddove è morale”. “Si avvale di una sincera libertà creativa che è davvero
rara, in una stabilità che non si incrina neppure davanti a un possibile eccesso
ed è attraversato da una sorta di purezza”. Scopro anche che è stato premiato di
recente a Lo Spiraglio Film Festival della Salute Mentale di Roma “per la
potenza della sua narrazione, che affronta con profondità i temi della
migrazione, del trauma e della violenza vissuti dai protagonisti ritraendo il
personaggio principale con realismo, senza idealizzarlo né censurare le sue
contraddizioni”.
Ne parlo con Francesco Conte, giornalista, attivista, da anni frequenta la
stazione Termini, stringe amicizie, racconta storie, insieme al gruppo Mama
Termini organizza cene, distribuisce cibo ogni domenica nella piazza antistante
la stazione e anima lo spazio pubblico con concerti. “Il punto non è il film, ma
quello che c’è dietro. Critichiamo il prodotto senza capire come è stato
prodotto. San Damiano è come i pomodori raccolti dai sikh a Latina, i recensori
mangiano il pomodoro ma non si chiedono davvero da dove arrivi. Fin quando la
gente che si occupa di cultura non esce davvero per strada, questa cultura è
divertissement borghese”.
Che i registi in qualche misura si siano affezionati al protagonista, traspare
da un passaggio del film – che fatico onestamente a chiamare documentario – in
cui i due accompagnano Damiano, che aspira a diventare cantante, in una sala di
registrazione. Tuttavia ancora una volta il racconto cede il passo
all’esibizione, si riduce a due minuti di ripresa del matto che canta nella
sala, urla, si sgola, si danna per qualcosa che non torna. Della sua musica
nelle nostre orecchie non rimane nulla. L’episodio narrato allarga ancora di
qualche chilometro quello spazio tra il noi che siamo qui, seduti sulle
poltroncine a guardare, e il loro davanti alla camera, sporchi e disperati.
Eppure qualcosa dentro noi – sempre quelli delle poltroncine – si muove. Non è
ascolto, non è comprensione: è l’appagamento di una sordida brama pornografica
di sangue, disgrazia e fango.
Il film ha un epilogo spettacolare: Damiano, dalla cima della torre in cui ha
costruito il suo rifugio, appicca un incendio. I “documentaristi” documentano.
Arrivano le forze dell’ordine. Damiano è rispedito in Polonia, ora è di nuovo in
un ospedale psichiatrico. (marzia coronati)
(disegno di ginevra naviglio)
Come Cristo in croce. Storie, dialoghi, testimonianze sulla contenzione, di
Antonio Esposito, è un libro politico, di testimonianza e denuncia. L’autore ci
mette in dialogo con chi la contenzione meccanica l’ha vissuta e con chi lavora
quotidianamente per superarla, consentendoci di vedere oltre l’apparente stato
di necessità che ancora legittimerebbe le violenze di cui racconta.
In tradimento al lavoro e alle aspettative del gruppo Basaglia, la contenzione
meccanica è tutt’oggi una prassi nelle strutture di assistenza psichiatrica. Per
contenzione meccanica, scrive Mauro Palma, “si intende l’utilizzo di dispositivi
applicabili al corpo e allo spazio circostante la persona, per limitare la
libertà dei movimenti volontari; in particolare, i mezzi applicati al paziente
allettato o seduto, i mezzi di contenzione di segmenti corporei e quelli che
determinano una postura obbligata”. Dichiarata già con la sentenza
Mastrogiovanni “un presidio restrittivo della libertà personale con una mera
funzione cautelare” e non una prassi terapeutica, la contenzione continua
tuttavia a essere utilizzata, perché considerata inevitabile per far fronte alle
situazioni d’urgenza.
L’urgenza: è l’abusata logica dell’emergenza che, anche in ambito psichiatrico,
non solo consente di aggirare i limiti normativi e utilizzare una tecnica che
tradisce i principi della legge 180, ma impedisce anche di destituire quel
paradigma manicomialista che sopravvive, subdolo, alla sua formale abolizione.
Che sia perché ancora condiviso dalla forma mentis del sistema medico di cura, o
perché passivamente reiterato nell’abitudine di una prassi routinaria, il
dispositivo si conserva nelle maglie di una narrazione che poggia
sull’impossibilità di gestire altrimenti l’escalation dello stato d’alterazione
mentale. Mostrandoci invece la possibilità concreta di prassi alternative, e
condividendo con noi l’esperienza di medici che operano in reparti no-restraint,
Esposito riesce a spezzare la linearità dello schema causa-effetto che
giustifica il ricorso alla contenzione: se è possibile fare altrimenti, legare
diventa una scelta di cui doversi assumere la responsabilità. Fuori dallo stato
di necessità, gli abusi psichiatrici possono finalmente dichiararsi tali e i
racconti di chi li ha subiti diventano denuncia immediata di un sistema che
avrebbe dovuto mettersi nella condizione di non attuarli.
Le storie che intessono le trame del libro restituiscono alle persone che le
hanno vissute l’ascolto di cui il sistema sanitario le ha private. Wissem,
Francesca, Elena, Bruno, Alice, Elio, Mariarosaria: da pazienti scorporati,
succubi di decisioni altrui, tornano soggetti di vissuti che, direttamente o
indirettamente raccontatici, possono mettere in crisi quello sguardo
stigmatizzante che si è fatto complice delle loro crocifissioni. La “banalità
del male” della contenzione meccanica si reitera, infatti, inosservata, solo
finché non si interrompe il processo di spersonalizzazione che reifica a oggetti
i soggetti psichiatrizzati. Non appena cambia il focus della prospettiva, a
emergere è l’asimmetria di potere che si cela dietro il paternalistico “è per il
suo bene”; da camuffata, risulta a quel punto esplicita l’ingiustizia
costitutiva della contenzione – una violenza subdola, ci dice Esposito, “agita a
parte dalla sottrazione delle parole della relazione e dell’imposizione di un
vocabolario di comando”.
Il ribaltamento del punto di vista crea una frattura che è, insieme, rottura e
spiraglio: restituita alle persone la propria centralità, non solo crolla
l’impalcatura retorica che giustifica i nodi della custodia psichiatrica, ma
apre alla possibilità di ripartire da fondamenta diverse per costruire una
salute mentale di comunità. Marga Romagnoni, intervistata da Esposito, spiega:
“Affinché i processi di deistituzionalizzazione siano pienamente realizzati,
perché si smetta di legare le persone, è necessario il riconosciuto protagonismo
delle persone con esperienza di sofferenza psichica, accompagnato, certamente,
dal sostegno di tutti gli altri”.
È solo tornando alle persone che si può smettere di ricondurre a false
interpretazioni e categorie nosografiche l’esigenza di assistenza e di cura,
unico modo per dare priorità alla flessibilità, ai tempi della relazione, non
più subordinati alle esigenze di sicurezza e tranquillità interna delle
istituzioni sanitarie. È tornando alle persone che si può costruire uno spazio
terapeutico in cui, in sinergia tra diversi attori e saperi, è possibile
prevenire e affrontare le crisi senza che raggiungano il picco
dell’emergenzialità, rispettando la corporalità di chi vive la condizione
psichiatrica e assumendosi la responsabilità di accogliere e riconoscere il suo
dolore. Ponendo al centro la “rincontrattazione”, l’assistenza pubblica può
concepirsi dinamica e in continua revisione: può farsi coraggiosa, fuori dagli
schemi, anarchica, erogatrice di un servizio non-violento perché strutturato
nella relazione, tanto con le persone alle quali si rivolge, quanto con i membri
dell’equipe, con il privato e il pubblico sociali. Le esperienze del Csm di
Gorizia, dell’Spdc di Ravenna e dell’Ausl della Romagna ci insegnano proprio
questo nei loro tentativi di dare forma concreta all’immaginario proposto da
Sergio Pirro già nel 1994: un servizio territoriale che sia armonicamente
composito di strutture differenziate che si coordinano tra loro, dando vita a
una salute mentale multiordinale e pluriqualitativa, reperibile, tempestiva e
non selettiva.
Accompagnandoci oltre lo specialismo disciplinare e le porte chiuse dei reparti
psichiatrici, Esposito ci permette, quindi, non solo di vedere i limiti di
un’assistenza sanitaria degradata in custodia costrittiva, ma di superarli
all’interno del percorso da lui stesso tracciato, facendoci immergere nella
prospettiva di una cura che si esprime nel contatto di un abbraccio comprensivo.
È questo il profondo potenziale del suo lavoro: ripartendo dai “sommersi” e dai
“salvati” e dalle loro voci dissonanti, ci consegna un orizzonte abolizionista
che già attraverso le sue parole inizia a prendere realtà. (zoe ermini)