(disegno di cyop&kaf)
Continuavamo a guardare il mare, come se dovesse succedere qualcosa da un
momento all’altro. Era così ogni volta, prima di ripartire. Ma l’unica cosa che
succedeva era che il pomeriggio cedesse il passo all’imbrunire, un faro neon si
accendeva in lontananza e la luce biancastra si frantumava sulla superficie
dell’acqua. La cosa difficile era lasciarselo alle spalle, il mare. Pensare a
quello che restava, a quelli che restavano. Il peggio non era che le cose
continuavano mentre eravamo altrove, era che cambiavano. Quando tornavamo, i
luoghi avevano cambiato connotati, un frammento dopo l’altro, metamorfosi
impercettibili. Gli ulivi seccati, tagliati, bruciati. Le campagne incolte,
deserte, stravolte. Coste, lungomare e centri storici imbellettati, confezionati
e venduti al turismo. Tornavo e non li riconoscevo. Montava una rabbia ingenua
perché nessuno mi aveva avvisato, passato parola, eppure ero cresciuta lì.
“Fra le varie epoche vi è una zona di crepuscolo nella quale ci si smarrisce
facilmente e ci si perde in modo misterioso. […] Il mondo fa quello che gli
riesce più facile: tace. La luce è mutata. Tutti gli oggetti, persino gli
alberi, sono aguzzi, stridenti, taglienti”. L’avevo sottolineato in un libro di
Christa Wolf, Nessun luogo, da nessuna parte. Perdevo qualcosa un poco per
volta. Dove andare adesso, senza una geografia interiore, se le cose che prima
erano al centro non sono più lì ma spostate?
Sono almeno dieci anni che mi sento fuori posto, che ingoio questo spaesamento.
Dopo un po’ non sanguini più. Partire, tornare, andarsene, scivolare come un
raggio fino al calare della luce. Le cose ammucchiate dentro, il portabagagli
carico di scatoloni ma l’auto costretta a girare a vuoto, senza un posto in cui
traslocare. Nessun luogo, da nessuna parte.
Nel dialetto di Pergola, un paese nell’entroterra marchigiano tra Pesaro e
Urbino, per dire “in nessun luogo” si dice “invelle”. L’ho scoperto da un film
d’animazione che porta questo nome, Invelle, realizzato da Simone Massi e uscito
nell’estate del 2024. Invece in un film del 2025, Le città di pianura di
Francesco Sossai, ambientato tra Venezia e la provincia di Treviso, un
personaggio riflette a voce alta: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla
di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un
posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”.
Questi film si intrecciano, parlando del rapporto con il passato e con il
paesaggio, della memoria dei luoghi, tra rurale e urbano, tra periferia e città,
tra vuoto e pieno.
INVELLE
Simone Massi, illustratore artigiano, intreccia tre generazioni: Zelinda è una
bambina alla fine del primo conflitto mondiale, poi madre di Assunta con
l’armistizio del ’43, e nonna di Icaro mentre in tv passa la notizia del
sequestro di Moro. Con le loro storie graffiate tra nero e bianco e i dialoghi
in dialetto marchigiano, Invelle racconta la guerra che si abbatte sulla
campagna povera come un colpo di zappa su un formicaio, la fame, il lavoro
infantile, l’emigrazione, i partigiani e i nazifascisti. Sono scene di vita
quotidiana: una nenia per addormentare un figlio, il raccoglimento intorno a un
lutto, la festa del paese e un cantastorie in piazza, gli attrezzi e gli animali
per il lavoro nei campi, prendere l’acqua alla fontana. Ma interrogano
continuamente su cosa è stato, cosa è rimasto di cosa è stato, qual è il posto
per quelle storie.
Il racconto porta fino all’esodo verso le fabbriche e l’abbandono delle
campagne, la periferia fatta di cantieri e case popolari appena costruite: “Vedi
che sono andati via tutti, mi spieghi perché ti ostini a rimanere qui?”; “con la
mucca? la mucca si può anche vendere, nella casa nuova la stalla non c’è”; “il
bagno, che ti credi, in città c’è tutte le comodità”; “e questo cos’è? un
termosifone, ce n’è uno per stanza, ti scalda tutta casa”. La migrazione ai
bordi della città di migliaia di persone che per adeguarsi alla modernità sono
state indotte a rinnegare la propria cultura, la rinuncia al poco per avere
ancora meno. Il padre di Icaro lo rimprovera: “Cos’è questa storia che a scuola
parli in dialetto? Me l’ha raccontato la maestra, non son mica contento. L’hai
visto che vita fa tuo padre, l’altro giorno a momenti m’attacco col padrone”.
Perché Icaro, come tutti i figli di contadini e subalterni, deve fare quello che
sua madre, sua nonna e chi è venuto ancora prima non hanno potuto fare. Se gli
altri bambini in tono di scherno lo chiamano contadino, allora come non
sentire vergogna per quelle origini tanto da volersene disfare?
I figli come Icaro saranno uomini che si lasciano definire solo per negazione:
non sono più e non sono ancora, contadini de-contadinizzati, sradicati in fuga
da se stessi ma verso “nessun luogo”. Come può dopotutto avere un posto da
occupare quella classe contadina che ha servito i padroni della terra, è stata
carne da macello in due guerre mondiali e poi nelle fabbriche, ma dimenticata e
stigmatizzata da un sistema che ora ne canta i bei tempi andati. La distruzione
delle basi economiche della civiltà agropastorale ha comportato la disgregazione
dei gruppi sociali tradizionali, ha guastato la terra e guastato le relazioni
tra le comunità e la terra. “What are the roots that clutch, what branches grow
/ Out of this stony rubbish?” interroga T. S. Eliot in The waste land (che
forzando, forse, la traduzione, è la terra guasta, appunto).
Quali radici si afferrano, quali rami crescono
da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
tu non puoi dirlo, né indovinarlo – tu conosci soltanto
un mucchio di frante immagini, là dove batte il sole,
e l’albero morto non dà riparo, né il grillo dà conforto,
e l’arida pietra non dà suono d’acqua.
LE CITTÀ DI PIANURA
Non c’è nessun luogo che conosca che sia fervido in me come quelli in cui sono
cresciuta: i colori, l’aria, le forme. Ogni cosa ha una sostanza primordiale,
suprema, tanto che non si può immaginare che ci sia altro dopo. Eppure, non c’è
nessun luogo in cui mi senta più forestiera di quelli in cui sono cresciuta,
quasi una comparsa per strade e paesi che pure conosco a memoria. Per anni mi
sono ostinata, ogni volta che tornavo, a percorrere una per una tutte quelle
strade di campagna, a tratti sterrate, a tratti soffocate da rovi e sterpaglia,
che, come un apparato radicale in superficie, si dipanano tra un paese e
l’altro, ma nessuno le usa più (se non chi ha un terreno in zona e non ha ceduto
all’abbandono) preferendo la statale dritta e scorrevole. Volevo orientarmi in
quel sistema di stradine e pezzo dopo pezzo comporre una mappa scarabocchiata su
post-it giustapposti, come se districando gli incroci, localizzando le edicole
votive, i crocicchi, sarei poi stata capace di riconoscere una mappa interiore,
di campare anche lontano da lì. Quando ho letto La casa in collina di Pavese, ho
trovato parole: “Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il
mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me
non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”.
In fondo, questo racconta Le città di pianura: la periferia, le zone
industriali, i vuoti, lo spaesamento che provoca viverci. I protagonisti,
Carlobianchi e Doriano, amici storici di mezza età, si muovono per i paesi tra
le Dolomiti bellunesi e la laguna di Venezia come accampati, inseguendo
un’ultima bevuta e in attesa di un amico che sta per fare ritorno al paese dopo
anni altrove. Sono individui incapaci di trovare uno spazio e una misura, figli
delusi della loro epoca in cui ogni “noi” si disgrega, mentre l’“io” resta in
balia della propria quotidiana percezione dell’ingiustizia, consegnato inerme ai
propri dubbi, alla disperazione. Incrociano Giulio, uno studente di
architettura, che si ritrova in macchina con loro e i tre sembrano assecondare
il corso delle cose di straforo, di sbieco, non la linea retta e l’impatto
frontale della controllata vita di città. Torno ancora a La casa in collina: “Ci
si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore.
Domani, chi sa”.
Le città di pianura, girato in pellicola, è un film sul paesaggio: quello del
Veneto, sì, ma più alla larga quello della provincia italiana che ha
attraversato il boom economico e si ritrova casolari, viadotti incompiuti,
cemento armato. Per tutto il film sento familiarità con le inquadrature: la
statale, le rotonde, i capannoni, i campi che si alternano a qualche rustico
abbandonato col cancello corroso, gli sterrati, i tralicci, le villette
bifamiliari con i serramenti nuovi e le ringhiere lucide, i casali con i tetti
sfondati, i cartelli “vendesi” scoloriti e penzolanti. Quando, verso la fine del
film, al tavolo di un bar Giulio abbozza sui tovagliolini satinati una mappa
delle zone che hanno attraversato, ho ripensato a quel mosaico di post-it per
mappare le mie strade di campagna.
Così diversa da quella fatta di vita e di fatica di Invelle, ora la campagna mi
sembra uno sfondo, una scenografia per le seconde case dei villeggianti
cittadini. Una zona franca che costeggia le autostrade che prendono il venerdì
quando vanno a passare il fine settimana fuori città e poi riprendono la
domenica sera per fare ritorno a casa. La campagna oggi è una terra straniera:
non sappiamo riconoscere le colture e le pratiche tramandate per secoli, i tempi
per seminare e raccogliere, il legame tra dare e ricevere. Tra un bicchiere e
l’altro, i protagonisti di Le città di pianura si fingono geometri per un conte
che cerca di salvare la sua villa cinquecentesca dalla costruzione di
un’autostrada che distruggerebbe la sua proprietà. “Un’infrastruttura essenziale
per lo sviluppo del territorio, così mi hanno detto; ma perché la gente non usa
più la parola terra?”, si indigna il conte. Poi scandisce: “Territorio, che
schifo”.
In un libro di Georges Perec ho sottolineato, a tratto doppio e triplo: “Viviamo
nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi
corridoi, in questi giardini. Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere
effettivamente evidente. Ma non è evidente, non è scontato. […] Il problema non
è tanto sapere come ci siamo arrivati, quanto semplicemente riconoscere che ci
siamo arrivati, che ci siamo […]. Insomma, gli spazi si sono moltiplicati,
spezzettati, diversificati. Ce ne sono di ogni misura e di ogni specie, per ogni
uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il
più possibile di non farsi troppo male”.
DALLE MACERIE
Di Pergola, paese d’origine di Massi e delle storie di Invelle, Wikipedia dice
tra le prime righe che “la cittadina è stata inserita tra i borghi più belli
d’Italia dall’associazione omonima”. Una trovata per trarre profitto dai luoghi
con la retorica delle aree interne da rigenerare: “borghi” da ripopolare
rendendoli attrattivi ai turisti, ai creativi, ai professionisti che possono
trasferirsi dalla città e lavorare da remoto, finalmente in un posto dove l’aria
è buona. Una trasformazione a cui si prodigano community manager, paesologi,
innovatori sociali, ricercatori territorialisti, che impatta sul paesaggio,
convertendo locali legati ai servizi di prossimità in spazi residenziali per il
turismo breve o lungo. Artigiani e piccoli commercianti vengono sostituiti da
spazi funzionali al consumo veloce: souvenir, ristorazione standardizzata,
intrattenimento. Mentre resta fuori la gente che in quel posto ancora ci prova a
vivere, gente con i suoi bisogni reali, poco spendibili dentro il racconto della
rigenerazione.
In un paese vicino al mio, far parte dei “borghi più belli d’Italia” è stata la
legittimazione a un’ordinanza con cui si vietano iniziative politiche,
manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la stagione estiva. La
sindaca ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non creare
disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di preservare la
reputazione della cittadina.
Il mio paese conta meno di duemila abitanti, hanno chiuso uno dopo l’altro il
forno, la macelleria, l’alimentari e la scuola. Eppure possiamo vantare una
bottega di “vintage furniture and art showroom” dove arnesi e arredi contadini
trovano nuovi (ricchi) proprietari, e una boutique di tessili antichi e pregiati
abiti artigianali tessuti al telaio (per chi ci vuole credere).
Se già lo spaesamento viene dagli spazi vitali stravolti e dallo smarrimento del
senso legato ai luoghi, mi disorienta il culto di un mondo che non c’è più e
temo la trasformazione della tradizione in identità. Non ho mai ceduto a
mitizzare la civiltà contadina, che felice lo è solo nelle pagine scritte dagli
altri, dai colti. I racconti che mi hanno cresciuta da sempre parlano di fame,
miseria, fatica, stenti. “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non
sono il turista che ama trascorrere il weekend in campagna. Non ho mai detto a
un montanaro ‘beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle
nostre cose perdute’”, scrive Nuto Revelli.
La periferia, la provincia ai margini non ha mai potuto pensarsi da sé: la
civiltà contadina non ha fatto in tempo a immaginare la terra che lavorava come
luogo su cui costruire futuro, è passata da un padrone all’altro. Se la terra se
la passano di mano i padroni, allora l’emancipazione non deve passare attraverso
il superamento della cultura tradizionale di matrice rurale, ma attraverso il
mantenimento della memoria, demolendo una volta per tutte i confini del ghetto.
Nella furia di somigliare all’urbano e al centro, dimentichiamo il buono
dell’essere ai margini. La memoria dei luoghi così tanto intrecciata a quella
della fatica, dell’ingiustizia, della miseria, dell’esodo, può salvarci se
ritroviamo nella storia contadina la vocazione all’eresia.
Questo mi dice Invelle: ritrovare il legame con quella cultura prima della
distorsione, prima che fosse ridotta a simulacro per profitto di altri. Se
sradicare i popoli conquistati è sempre stata la politica dei conquistatori,
allora quella cultura può ancora dirci come sanare una terra guasta, una cultura
col senso del limite e con la cura delle relazioni, cultura dell’interdipendenza
e non del dominio degli umani sul non-umano. Possiamo guardare il presente e
fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo. Certo, serve essere lucidi,
non cadere in facili propositi di palingenesi; serve essere intransigenti, non
confondersi con le “buone pratiche” esistenti, non lasciarsi inglobare.
Dopo Le città di pianura, mi torna in mente un pensiero condiviso con altri in
passato: e se l’età industriale fosse stata una parentesi, solo una grande
alluvione, o inondazione? Ha spazzato via in poco tempo una civiltà millenaria,
eppure ora le acque defluiscono, le fabbriche e i fabbricati restano come vuoti
urbani e le macerie contadine galleggiano come relitti. In questo andare e
tornare, mi domando se qualcosa di spurio possa venir fuori dai detriti. Se sia
arrivato il tempo di vedere cosa emerge nel disastro. Fosse anche per caso, uno
scarto.
Non farsi fottere dalla nostalgia, ma trarne forza e senso. Trovare radici in un
punto di fuga all’orizzonte. Perché se io ho potuto studiare, partire, è perché
mia nonna e mia madre hanno lavorato col tabacco per decenni, ma mio nonno è
emigrato in Svizzera e solo quando è tornato ha avuto un pezzo di terra che
potesse dire sua. Scriveva Antonio Neiwiller: “È tempo di convivere con le
macerie e l’orrore, per trovare un senso. […] Luoghi visibili e luoghi
invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. […]
Essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori
inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo
itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà
solo per trovare un nuovo inizio”. (chiara romano)
Tag - culture
(disegno di giancarlo savino)
Nel 2020 Atlantide ripubblica un vecchio libro di Colin Wilson, teorico e
critico del romanzo abbastanza inclassificabile e di culto per una happy few,
intitolato L’Outsider (1956). Più che un saggio sociologico alla Bourdieu, si
tratta di un vero e proprio trattato di metafisica. Da Dostoevskij a Camus,
dall’uomo del sottosuolo al lupo della steppa, per Wilson l’outsider è
soprattutto un personaggio romanzesco, che ha incarnato la crisi dell’uomo a
cavallo tra Ottocento e Novecento, un inetto, incapace di vivere da un lato
perché dotato di una sensibilità più profonda del comune profilo borghese,
dall’altro incapace delle cose più semplici. Seduto nel buio di una sala
cinematografica, l’outsider non presterà attenzione a quella proiezione
illusoria sullo schermo che è il mondo fenomenico, per lui privo di consistenza,
ma girerà lo sguardo sulla polvere tra le poltrone, sui residui di cibo, sui
cartelli che segnalano l’uscita di emergenza. Crisi di senso, crisi di realtà,
questa figura è condannata a un fallimento inevitabile: quello
dell’inespressione, di non essere compreso dai propri simili e di non comunicare
con loro.
La teoria di Wilson è molto convincente, ma figlia dei suoi tempi. Da un lato
ignora come tutti questi autori, riuscendo a rappresentare il loro
disorientamento, abbiano riscattato il loro status di outsider, dall’altro non
può fare i conti con il fatto che il senso che egli dà al termine outsider sia
diventato proprio di un’intera cultura, figlio di un rispecchiamento deteriore,
in cui l’originalità è diventata una condanna omologante, l’inetto un blasé e la
percezione di mancanza di significato del mondo un segno di riconoscimento. La
tensione eterna tra Dio e il dolore di Nijinsky è mediata da un processo di
culturalizzazione così forte che la svuota di ogni risvolto drammatico. Chi
sono, allora, al giorno d’oggi, gli outsider, in un’epoca in cui nessuno può
riconoscersi nei valori che gli sono stati tramandati e che gli appaiono
estranei e irreali come i giocattoli che regaliamo ai nostri nipoti, feticci di
un altro stadio di evoluzione dell’umanità?
Non ho alcuna certezza nella vita, l’instabilità del mio umore, delle mie
convinzioni è direttamente proporzionale alla forza con cui li affermo. Ma su
una cosa non ho dubbi: che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, gli
outsider non abitano il mondo della poesia. Una pratica clownesca, priva di
qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva e incapace di incidere sul
corpo moribondo del mercato editoriale; di fare egemonia, di rivolgersi a una
comunità che non sia quella dei poeti stessi. Questi, i poeti, dal canto loro,
non smettono di percepire la propria marginalità come un curioso segno di
nobilità ed elitarismo. Ma, soprattutto, e qui torniamo al punto iniziale, cioè
a un discorso materialisticamente connotato, i poeti sono ormai tutti professori
di poesia, e le rare volte che non insegnano all’università, lo fanno nelle
scuole pubbliche. Se bisogna ragionare intorno a una crisi della poesia
contemporanea, non lo si più fare senza tenere conto di questo irragionevole
fattore materiale. Le persone credono fin troppo nella letteratura, e questa
convinzione, romantica ed errata, nasce il più delle volte tra i banchi di
scuola. Siamo di fronte alla famosa cattiva infinità hegeliana così ben
rappresentata da Kafka.
Ho parlato della mia generazione, di quella che conosco meglio, perché la
frequento, ci vado al bar e a letto, ma non è sempre stato così. Quando la
poesia aveva un’altra rilevanza sociale, tra gli anni Settanta e Ottanta, e in
televisione apparivano Sanguineti, Zanzotto, Rosselli e Zeichen, c’era un oceano
sommerso di autori che lavoravano al di fuori del canone, anzi, dei due canoni a
cui, da allora e fino a oggi, la poesia è stata ridotta. Da un lato quello
lirico, espressivista, in cui un io più o meno simile all’autore ci racconta i
fatti di una vita più o meno simile a quella dell’autore; e quello di ricerca,
sperimentale, dove la carica emotiva del testo è molto più bassa e la poesia
sembra più un gioco combinatorio di linguaggio (non c’è un io, non si capisce
bene cosa dica, rifiuta un registro aulico – ma non per questo uno colto –, usa
in maniera critica i cliché della millenaria tradizione poetica). Appare
evidente anche a un non adepto che i risultati forse più interessanti della
produzione poetica degli ultimi trenta-quaranta anni si muovano sul crinale tra
questi due poli, spesso rifiutando una simile bipartizione. È il caso di poeti
enormi come Vito Riviello, Giuliano Mesa e Emilio Villa, autori difficilmente
rintracciabili sul mercato, poco pubblicati o male, ma che hanno avuto una
grande influenza sulle generazioni successive. A questi nomi si può aggiungere
quello di Nanni Cagnone, scomparso il 3 aprile 2026, poco prima di compiere
ottant’anni. Cagnone, nato in Liguria e morto a Bomarzo, è stato un autore
inclassificabile, che si muoveva tra la saggistica, il romanzo e, soprattutto,
la poesia. Ma è stato innanzitutto un batterista jazz, un critico d’arte, un
giornalista, un direttore creativo d’agenzie pubblicitarie, il responsabile di
una rivista di industrial design, un nottambulo. Un personaggio estremamente
versatile, che appare fuori dal tempo non solo ora, ma già nella sua giovinezza:
“Esistenze come la mia/ tumulto desideroso/ piovasco di figure – / ma quale
spreco/ per chi veneri uno scopo. […] // Le cose nominate/ smisero di seguirci”.
Dagli anni Settanta Cagnone ha pubblicato più di una decina di libri di poesia,
tutti per case editrici minuscole, auto-antologizzati in un recente volume per
nottetempo, A ritroso (2020), che ha riacceso un interesse discreto nei suoi
confronti. Vi troviamo componimenti solitamente molto brevi, in cui una sintassi
colloquiale è interrotta da lampi e agglomerati semantici che producono un forte
straniamento; in questo senso, Cagnone è un poeta ancora totalmente immerso nel
Novecento, che crede nella forza di una poesia che è innanzitutto visione, e fa
un uso del linguaggio contropelo, rifuggendo cioè un’orizzontalità comunicativa
(molto comune nella poesia di autori contemporanei). Detto ciò, le sue poesie
sono quadretti abbastanza naturalistici, lontani tanto dallo sperimentalismo
dell’avanguardia che dal poetichese dei lirici, evitando però al contempo una
lingua piana, d’uso, ogni stile semplice: “Nelle antiche radure,/ scoprimento
maggiore/ non il fuoco ma il tu,/ l’incerto chiarore/ a cui si deve/ quasi ogni
pena. // Pure, ricorderai d’averlo detto:/ lontano dal tu/ non si risplende”.
C’è un controllo assoluto della forma, una limpidezza e una misura che non si fa
mai maniera: “Ma tu/ disperatamente non sei – / mi toglie anche il passato,/
quel tuo obbedire/ alla scarsità dei morti”.
Ma la vera weirdness del monstrum Cagnone è secondo me rappresentata da libri in
prosa magmatici e inclassificabili, a metà tra il saggio, lo zibaldone, la
raccolta di impressioni e citazioni, libri che difficilmente oggi troverebbero
un editore. In Discorde, una delle sue opere più strane (La finestra, 2015, ma
raccoglie materiali di un cinquantennio), cita Walser: “Sapere tante cose, aver
visto tante cose, e non avere nulla, ma proprio nulla da dire”; seguono delle
prose critiche, di poetica, dove afferma di cercare una scrittura che cerchi il
“compossibile”, che abbia la lucidità del sogno e l’irrealtà della veglia. “La
più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva”;
“Pazzo, sarò colui che non perde il desiderio”. Seguono giudizi tranchant su
Zanzotto, Merini e tutta la poesia mainstream del suo tempo, con squarci visivi
di una mente consegnata al frammento e una scrittura procedurale che
continuamente si riscrive.
Se torniamo a quanto scritto sopra, si potrebbe pensare (e io sono propenso a
pensare) che l’unico modo per essere un outsider, oggi, sia abbandonarsi
all’afasia. Non scrivere, passare le giornate avvolti nel piumone e mettere in
discussione, come il Platone di Havelock, il valore della parola scritta.
Cagnone ha scelto una strada diversa, quella della poligrafia, della polimorfia,
moltiplicando le forme e le maschere, i generi e le strategie testuali,
inventando qualcosa di estremamente proprio, di marginale, ma non per questo di
scarso valore estetico. Questo l’ha portato fuori dai circuiti principali della
poesia contemporanea, ma allo stesso tempo, ha garantito la trasmissibilità di
una visione assolutamente peculiare, priva di padri come di figli.
Se vogliamo affrontare una teoria dell’outsider da una prospettiva laterale,
l’outsider è colui che rifiuta non solo la tradizione ereditata, ma anche chi
abita il mondo del Simbolico lacaniano, cioè del linguaggio, della socialità,
della storia, con un solo piede: l’altro resta sospeso nel vuoto. È colui che
vive fuori dal regime dei padri, e in un mondo privo di valori prova a crearsene
dei propri. La posta in gioco è altissima, perché se non ci riuscirà, sarà
condannato a essere un reietto. Tornando a Wilson, che chiude il suo libro
citando Nietzsche, l’outsider è un profeta mascherato, colui che riesce a
risolvere l’equazione di corpo, intelletto e sentimenti. In una parte piccola,
mai raggiungendo le vette percettive e stilistiche di, per esempio, un Mesa,
Cagnone è stato anche questo. Leggerlo, percorrere le sue pagine, ci avvicina a
un’idea di poesia lontana dai canoni e profondamente fertile. (fabrizio maria
spinelli)
(disegno di irene servillo)
La cosa che ci piaceva di più è avere un rapporto vero con gli altri artisti…
perciò io li amo tutti, anche quello più giovane, che si avvicina a questo mondo
e che ha delle cose da dire, è uno che poi appartiene a questo nostro mondo, che
è fatto di rapporti umani… e di amore. [Vittorio Avella]
Il 17 di aprile presso i locali dell’Archivio di Stato di Napoli inaugurerà una
importante mostra antologica sull’attività editoriale de Il Laboratorio di Nola,
un soggetto tra i più significativi a livello nazionale e internazionale per una
vasta serie di ragioni, che vanno dall’unicità dei suoi prodotti a tiratura
limitata alla postura culturale, alla missione che si è dato. Ma il Laboratorio
è anche una stamperia d’arte tra le più importanti al mondo e infine, ma non
meno importante, un luogo di incontro, formazione, socialità, accoglienza.
In quarantacinque anni di militanza il Laboratorio ha messo insieme anarchici,
vagabondi, patafisici, ricercatori estetici, i mille altri che attraversano il
mondo dell’arte, e che nell’arte cercano un posto nel mondo. Coerentemente con
questa filosofia, le iniziative del Laboratorio sono veri e propri happening,
come la Festa del Merlo, l’appuntamento che ogni anno da trent’anni porta in un
cortile della provincia napoletana artisti e poeti da tutto il mondo con l’idea
dell’arte come strumento di condivisione e cittadinanza.
Ho avuto la fortuna di vivere le mille anime del Laboratorio in quanto autore di
un documentario, Il Laboratorio (Lapej, 2024, 65’). Nei due anni in cui ho
lavorato al progetto insieme a Daniela Allocca, non sono mancati gli incontri, i
caffè, le scoperte, ma soprattutto è la prima volta in cui risconto un
sentimento unanime verso il tema che racconto: dagli artisti delle controculture
cittadine alle star dell’arte contemporanea internazionale, ai poeti, agli
scrittori, non ho mai sentito altro che non fosse stima e amore nei confronti
del Laboratorio e i suoi fondatori, Vittorio Avella e Tonino Sgambati. Vivendo
questi due anni d’amore per e con il Laboratorio, ho capito alcune cose, che
provo a mettere insieme:
Si può fare arte contemporanea seguendo un’idea politica
Come afferma Goffredo Fofi all’interno del film, l’opera del Laboratorio è stata
in grado di incarnare all’interno dell’oggetto (e del processo) artistico i
valori delle rivoluzioni, a partire da libertà, eguaglianza e fraternità. Non a
caso, nella stampa d’arte la creazione è sempre co-creazione: non solo tra
l’artista e lo stampatore, ma anche tra gli operai della cartiera che hanno
prodotto quella carta, l’editore, il designer che ha progettato la collana
all’interno della quale uscirà quell’edizione, il poeta che mariterà i suoi
versi con il segno grafico. Nella storia del Laboratorio questa co-creazione è
un’ibridazione tra arte, politica, spazio e tempo, all’interno della quale il
processo creativo coincide con la vita stessa, come racconta Tonino Sgambati:
“Non abbiamo mai avuto clienti, nessuno qui si è mai sentito un cliente. La
nostra piuttosto è stata un’impresa, nel senso letterale del termine, abbiamo
avuto i cavalieri, le armi, gli amori, le audaci imprese… perché fare un libro è
anche un’esperienza esistenziale”.
È in virtù di questo atteggiamento esistenziale che i prodotti del Laboratorio
sono politica anche quando non parlano direttamente di politica, riuscendo a
porre in essere un cambio di paradigma decisivo: dall’arte che parla di politica
a fare arte in maniera politica, a fare del proprio essere nel mondo esso stesso
politica.
È un avamposto contro la turistificazione della città storica
Un altro tema emerso durante la lavorazione del film è stato quello del ruolo
che i laboratori artistici hanno assunto in questi anni come possibile
necessario argine alla monocultura turistica nella città storica di Napoli.
Spazi di pensiero laterale, dove non si vende nulla (o non esclusivamente), ma
in cui silenziosamente si costruisce un mondo diverso, attraverso la più
rivoluzionaria delle attività: lavorare insieme. Di tutti questi luoghi di ozio,
creatività e cultura materiale il Laboratorio è stato il più utopico. A Napoli
oggi questi luoghi sono messi a repentaglio da un turismo acefalo, eterodiretto
dalle piattaforme e ossessionato dal cibo che sta desertificando un
territorio storicamente straripante di vita: una teoria di pizzerie e
friggitorie ha preso il posto di tutto il resto, con ovvie implicazioni sulla
produzione culturale e sulla qualità del vivere. Proprio per questo, l’artista
può contribuire a migliorare l’ecosistema in cui vive, e in questo senso
l’esperienza del Laboratorio è stata anche una riflessione sul ruolo
dell’artista nella società. Nell’attraversare cinquant’anni di arte
contemporanea Avella e Sgambati hanno messo al centro del loro operare
l’incontro, la rete, contribuendo a rendere migliore l’ambiente in cui hanno
operato, portando l’arte anche dove non c’era, come nell’esperienza con
l’Istituto Patafisico Partenopeo sul Vesuvio, e dando la possibilità a tanti
giovani artisti di confrontarsi e imparare un linguaggio.
Si può fare arte senza prostituirsi alle logiche di mercato
Nel 1978 Avella e Sgambati fondano Il Laboratorio con in testa un’idea
rivoluzionaria: mettere il proprio ingegno al servizio della realizzazione di
lavori altrui. Una scelta di vita che è un manifesto politico e che scompagina i
ruoli del processo creativo autoriale, con leggerezza e voglia di giocare,
azzerando le gerarchie. Lo dice Avella all’inizio del film, quasi in forma di
epigrafe: “La stamperia è la stamperia, e tutti gli artisti sono uguali. Tutto
il nostro impegno è uguale. Sia per un giovane sconosciuto, che per l’artista
famoso, questa è una regola”. E ancora: “È avere la voglia di contrapporre un
mercato al mercato, di fare delle azioni contro il mercato che potessero
cambiare l’idea delle persone… poi il mercato fino a un certo punto, comunque è
il tempo il vero giudice. Però… si combatte ancora”.
Infine il punto più importante, quello che rappresenta in qualche modo la
sintesi di tutti gli altri: se vuoi custodire il sogno, il sogno di fare
l’artista, devi farne una ragione di vita e un progetto politico. Pagherai un
prezzo, ma ne varrà comunque la pena. (pasquale napolitano)
(archivio disegni napolimonitor)
Claudia Castellucci vive a Cesena, e nel teatro Comandini, storica sede della
Societas Raffaello Sanzio, sta costruendo il suo ultimo happening del 2025.
Drammaturga e coreografa, dagli anni Novanta ha sperimentato la scuola come
luogo di ricerca intorno alla rappresentazione, pubblicando nel 2015 per
l’editore Quodlibet, Setta. Scuola di tecnica drammatica. Nel 2014 ha fondato la
Scuola Cònia, un corso estivo di Tecnica della Rappresentazione che ha diretto
fino al 2025, rivolto “a studenti che vogliono realizzare le loro idee in un
contesto critico, alimentato da diversi docenti esterni, specialisti di
discipline estetiche”. Nel 2020 Claudia Castellucci con lo spettacolo Fisica
dell’aspra comunione ha ricevuto il Leone d’Argento per la sezione danza della
Biennale di Venezia curata da Marie Chouinard. La sua storia artistica prende
avvio nel 1981 quando col fratello Romeo e i fratelli Chiara e Paolo Guidi,
fonda la compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio per “un teatro dalla scena
prevalentemente visiva, plastica e sonora”. Il loro modo innovativo di concepire
l’arte scenica si afferma nel panorama internazionale già dagli anni Novanta e
dal 2006 la compagnia “si trasforma in Societas, dando luogo a sviluppi
artistici distinti per ognuno degli artisti fondatori”.
Siamo nella cucina del teatro Comandini, perché le sale sono in allestimento per
la serata, quando Claudia Castellucci inizia a parlarci del suo lavoro. «Fin da
giovanissima c’è stato da parte mia un interesse a sviluppare delle idee e a
realizzarle principalmente insieme ad altri, attraverso lo strumento del teatro
e quindi della rappresentazione. Tutto questo a livello intuitivo, perché quando
ero molto giovane esempi non ce n’erano, anche perché ho sempre vissuto in
provincia, anzi, nei primi anni della vita in un piccolo paese e quindi i
paragoni erano veramente pochissimi. Ciò che mi ha ispirato è stato il gioco
infantile, che poi è diventato una cosa più seria perché regolare e regolata. Il
gioco è di per sé una trasformazione della realtà da parte dei bambini, che col
crescere e acquisire coscienza, diventa più serio. Ciò che loro immaginano
esiste e in questo senso è serio, ma quando c’è il passaggio nell’età della
consapevolezza, questa serietà assume anche il carattere del grave».
CONTADO
Claudia Castellucci nell’ultimo anno, insieme a Sissj Bassani e Pier Paolo
Zimmermann, parte della sua compagnia di danza Mòra, ha lavorato a Contado, in
cui musica dal vivo, bar, consultazione di articoli su arte e letteratura, sala
da ballo e happening, si susseguono durante la serata. «Contado – dice – è un
progetto che cerchiamo di far accadere periodicamente, in modo da creare
un’abitudine. Tra la città e la provincia, i tempi della vita fisica e del tempo
fisico sono percepiti e vissuti in maniera diversa, non dico né migliore né
peggiore. Questa diversità per noi è il terreno di ricerca, facendo leva su
alcune caratteristiche tipiche della città di provincia – il torpore, la
vicinanza delle cose, la fissità dei panorami, la lontananza dal “centro” – per
elettrizzare, per ionizzare le idee rispetto alla metropoli. Contado dunque è un
luogo di incontro, discussione e sperimentazione. Un luogo che per alcuni versi
si ispira al Cabaret Voltaire, quando Hugo Ball, uno studioso del cristianesimo
bizantino, sentì il bisogno di azzerare il linguaggio – che sentiva identico a
quello utilizzato dai promotori della Grande Guerra – e di fondare un luogo
aperto a tutti come un bar, aperto anche a nuovi alfabeti così come a tutti gli
analfabeti».
Il lavoro sulla provincia e la relazione con il centro, la città, è per Claudia
Castellucci parte della sua biografia, da dove costruire un dialogo che
probabilmente non è con la città, ma con l’opera stessa. «La parola Contado,
più che un’elegia nei confronti della provincia, indica una funzione che le
città di provincia devono perseguire rispetto alle metropoli, sulle quali
convergono tutte le arti. Le cose sono molto cambiate rispetto a pochi decenni
fa, il più piccolo paese è collegato alla metropoli ed è del tutto omologo alla
mentalità corrente. Dal punto di vista fisico la distinzione ancora c’è, solo
che bisogna trovarla, non è automatico vivere in una città di provincia ed
essere arricchiti da fantomatiche caratteristiche che la provincia avrebbe in
sé. Occorre capire la condizione provinciale come favorevole a una via
decentrata. Contado è una parola medievale che si riferisce a tutto ciò che era
fuori le mura della città, all’attività rurale di persone, spesso servi della
gleba, e in senso metaforico allude al fatto che Cesena, la città in cui si
svolge, è lontana dai punti nevralgici dell’arte contemporanea che generalmente
insistono nelle metropoli. C’è una credenza, un atteggiamento e una disposizione
che mirano a raggiungere la città per essere dentro a questo estuario dell’arte.
Ma Contado ne resta fuori».
LAUDES PLEBIS
Alla terza serata di Contado, il 12 dicembre 2025, Claudia Castellucci è
arrivata attraverso un seminario denominato Laudes Plebis, un seminario sulle
acclamazioni corali in cui ha preso forma un happening con quindici persone. Le
Laudes Plebis interrompono la proiezione di un film con una serie di cori,
maschili e femminili. Il film è Solo sotto le stelle, una traduzione infelice
di Lonely Are the Brave del 1962, diretto da David Miller e sceneggiato da
Dalton Trumbo, membro della Hollywood Ten, un gruppo di professionisti del
cinema che nel 1947 si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione per
le attività antiamericane sulla loro adesione al comunismo. Inserito nella Lista
nera di Hollywood, Trumbo nel 1950 fu condannato a undici mesi di prigione.
«Prima di parlare delle Laudes Plebis – dice Castellucci –, bisogna parlare del
concetto di happening che caratterizza Contado. Io, di età avanzata, e due
ragazzi sotto i trent’anni portiamo avanti questa invenzione che è stata molto
lunga, con processi di crisi, necessità di sospendere, e un tempo proprio di
decantazione e di critica. Eravamo partiti in un certo modo, poi qualcuno ha
abbandonato, di conseguenza abbiamo sospeso il lavoro di creazione incontrandoci
regolarmente per cinque mesi soltanto per leggere un libro, il cui primo
paragrafo faceva capo alla pioggia di atomi di Epicuro e alla minima deviazione
di uno di essi come origine di qualcosa d’altro rispetto alla fissità cosmica
delle apparenze pre-mondiali. Non a caso il titolo del primo happening nella
prima serata di Contado era Piove. Che questo sia dunque un inizio
sulla semplice pioggia. In quel testo si parla della necessità di creare un
vuoto, non in senso pneumatico, spirituale, ma per sgomberare il campo dalle
nozioni, da tutto quello che si sa, far sì che nell’estrema povertà qualcosa
emerga, qualcosa accada, qualche coincidenza si accenda, ma bisogna essere
specificamente attenti a questo. Il concetto di happening l’abbiamo spiegato
attraverso qualcosa che era già accaduto nella storia, negli anni Cinquanta per
la precisione, quindi non un’invenzione assoluta».
Nell’happening c’è la brusca interruzione del film, con quindici persone
mischiate tra il pubblico che all’improvviso si alzano e gridano le acclamazioni
corali. Tre per la precisione sono le rotture, le interruzioni; e a ogni
interruzione il film proiettato assume una distorsione, vocale e visiva. Questa
è una delle battute detta da Kirk Douglas, che mostra il tono del film: “Un uomo
dell’Ovest ama gli spazi aperti. Ciò significa che deve odiare i recinti. E più
recinti ci sono, più li odia… Hai mai notato quanti recinti stanno spuntando? E
i cartelli che ci mettono sopra: divieto di caccia, divieto di escursione,
vietato l’ingresso, proprietà privata, zona chiusa, circolare, andatevene,
sparite, crepate!”.
«L’happening – continua Castellucci – è appunto un accadere delle cose, anche
fuori dalla galleria, fuori dai teatri, ma l’importante è che siano accadimenti
preparati non troppo a lungo, senza tutte le necessità legate alla tecnica, alla
tecnologia, al disporre di molti mezzi finanziari. Abbiamo scelto l’happening
per la sua immediatezza, come interruzione di qualcosa, senza stare troppo a
pensarci, quindi fare e poi capire, arare e poi pensare. Un capovolgimento della
cronologia solita per cui prima penso e poi faccio. No, in questo caso prima
faccio e poi penso; conservando un’espressione immediata, impetuosa, di qualcosa
che bisogna fare anche rischiando e buttandosi. Non è un divertimento esteriore
per riderci su, uno scherzo che non fa male a una mosca, no, c’è proprio il
rischio dell’interrompere, e perché appunto questa immediatezza sia luminosa,
sia chiara, è importante essere precisi in poco tempo; è una particolare azione
che si può individuare anche in altre aree dell’attività umana, che ha come
caratteristica quella di una risposta non predisposta da un piano, ma immediata
e precisa… Tutto nasce dalla frequentazione delle manifestazioni per la
Palestina. Lì mi è sorta l’idea di immaginare dei cori, mi sono ricordata di un
libro di Kantorowicz sulle Laudes Regiæ sull’attitudine umana all’acclamazione
corale e popolare riferite agli imperatori romani, e quando l’impero romano ha
permesso il cristianesimo ed è diventato cristiano esso stesso, allora la Chiesa
ha mutuato queste Laudes sostituendo a Cesare Gesù Cristo. Sono documentate con
un passaggio assolutamente identico. Poi lungo la storia è successa un’altra
rivolta, quando l’imperatore cristiano è divenuto più importante rispetto al
papa. Le Laudes in origine erano rivolte all’imperatore romano, poi a Cristo,
infine rivolte all’imperatore cristiano, dove il papa figurava per ultimo nella
gerarchia delle acclamazioni. Quando anche gli imperatori romani scomparvero, le
Laudes Regiæ sopravvissero per secoli nei riti più solenni della Chiesa
Cattolica. In ultimo, e sul versante politico, le riesumò –identiche– Benito
Mussolini, dove l’esaltazione era verso il duce, e questo mi ha abbastanza
colpito. Ho voluto da un lato tenere presente questo aspetto storico, che ha
sempre visto l’uso dell’acclamazione corale nell’espressione politica popolare,
soprattutto nei regimi totalitari, e fare una sorta di controcanto dalla parte
plebea, rivisitata ai giorni nostri».
LA FORMAZIONE DEL LUOGO
Con Claudia Castellucci quest’estate ho frequentato il primo anno della Scuola
Cònia, che è combaciato col suo ultimo anno di direzione (la scuola però non si
fermerà, ma si sposterà a Genova dall’estate 2026, diretta da un gruppo di
scolari della scuola cesenate del passato), e ho partecipato in questo scorcio
d’autunno, a cavallo tra novembre e dicembre 2025, al seminario sulle
acclamazioni corali. Nell’uno come nell’altro caso, lo spazio della ricerca e lo
spazio collettivo sono tutt’uno. La creazione diventa corale e così la
costruzione del luogo. Così lo spiega Claudia Castellucci: «Attualmente sono
interessata ai luoghi, a far sì che i luoghi sorgano, più che altro dati dal
convegno di persone che liberamente si mettono insieme per studiare. Lo studio
vuol dire discutere in modo impegnato. C’è l’aspetto della spontaneità, ma c’è
anche una serietà. Perciò mi interessa pensare ai luoghi, non da sola, mai da
sola. Con gli altri la solitudine non è fugata ma messa al lavoro, espressa,
perché la solitudine coincide con il desiderio di tutti di creare un luogo. Non
c’è un credo che ci raduna, non c’è una direzione preconcetta che fa sì che
tutte le persone possano identificarsi. Semplicemente c’è un’intuizione,
lanciata da qualcuno, e così comincia questo incontrarsi, questa discussione; a
quel punto la persona che ha avuto la prima intuizione cessa di essere la
protagonista, ma ora che la discussione è avviata cominciano ad alternarsi altre
proposizioni. Di solito ciò che creo lo creo insieme ad altri, quindi c’è questa
necessità di procurarsi dei compagni, che si esprime attraverso il convenire
insieme, in una maniera possibilmente regolare, perché la costituzione del luogo
è quasi più temporale che spaziale, la periodicità con la quale ci si incontra
corrisponde a un sentire profondo, che è quello di appuntamenti lungo l’anno,
con tutti i cambiamenti che l’anno procura; e il sapere che ci incontriamo in
quel giorno, ci prepariamo per quel giorno, crea una cadenza temporale che
corrisponde a una cadenza cardiaca, personale». E continua ancora sulla
relazione tra creazione e denaro, proprio per significare e sottolineare la
relazione tra periferia e centro: «C’è una polemica sotterranea nei confronti
della metropoli, il cui monopolio (centralità) delle idee (riconosciute) è quasi
schiacciato, coincidente con la realtà del denaro. Le invenzioni che vogliamo
fare per il luogo Contado, si riferiscono direttamente al concetto del denaro in
rapporto all’arte. Ancora non è palese, ancora dobbiamo arrivarci, perché
Contado, come tutte le invenzioni dei luoghi, non è fatta una volta per tutte,
ma occorre lavorarvi tutte le volte. Qui si apre un altro discorso che forse è
bene non affrontare, neanche Contado finora l’ha affrontato, un discorso che
riguarda proprio il denaro. Nella metropoli il denaro si fa sentire, si fa
sentire con l’arte schiacciandola; anche i comportamenti si informano molto
spesso in funzione del denaro. Il denaro pare essere una leva necessaria per
poter creare, e nelle sfere più alte il denaro è completamente identificato con
l’arte; qui invece è bene cercare di separare il discorso del denaro dall’arte,
nel senso che il rapporto con il denaro c’è e deve esserci, ma in un modo
problematico».
ARTE E DENARO
«Il denaro è una grandissima potenza, trans-storica, trans-nazionale,
trans-religiosa, il denaro comanda su tutto, tutti sono d’accordo rispetto a
questo tipo di transazione, però sta prendendo un accento crematistico che
ingloba l’arte in una maniera davvero importante, per cui la frizione che c’è
sempre stata non c’è più, adesso questo rapporto è diventato monodimensionale».
Qui Claudia Castellucci risponde alla mia domanda sulla relazione medievale e
poi rinascimentale che si crea tra il committente e l’artista, che molte volte
lavorava e viveva nella corte di una famiglia nobile, benestante, o sotto la
protezione della Chiesa, in cui l’artista doveva cercare la sua libertà
espressiva, pur in questa relazione dispari. «Questa è la frizione: pur avendo
commissioni ben precise quanto a soggetto, dimensione, posizione, quantità di
colore prescritta in grammi… documenti in cui si precisa che i colori delle
terre avevano prezzi tutti diversi, e così l’uso del lapislazzuli da parte di un
committente voleva dire: guardate io sono così munifico che spendo molto denaro
pur di usare il lapislazzuli… L’arte è costellata di strettoie ma ciò non di
meno e ciò nonostante, era un esercizio di libertà. È lì che è espressa la
libertà, nella costrizione. Nell’arte contemporanea c’è una tendenza ancora
concettuale, mentale, encefalica che supera la necessità della bottega
(apprendistato) e dell’artigianalità, ma ciò determina un finto strapotere della
capacità mentale e del concetto. L’imposizione della propria idea è ancora
percepita come molto più importante della capacità tecnica e dell’abilità
mimetica, e sempre più l’arte si sta identificando con la sua giustificazione
storiografica e concettuale. Se la Chiesa e il signore del Rinascimento pagavano
molti soldi e assoggettavano l’artista con una serie di richieste precise, lo
facevano per esporre l’arte, quindi per conferire all’arte un uso
rappresentativo, non importa di cosa, ma era un’arte dell’uso, era utile perché
fungeva, aveva una funzione. Con il dominio sempre più piatto del denaro c’è
stata la totale identificazione dell’arte con il denaro: essa è soltanto una
funzione del denaro. Quindi abbiamo l’artista completamente libero di fare tutto
ciò che vuole, ma perde di vista il senso dell’uso, quindi la funzione della
rappresentazione. L’arte è soltanto una funzione del denaro. Se i primi
collezionisti esponevano le loro opere, ora le mettono direttamente in
cassaforte, non le guardano più perché sono soltanto investimenti di denaro…
Parlavo della crematistica perché è attualmente la nostra legge, la legge che
domina tutto, schiaccia tutto. Se vogliamo rivoltarci a questa situazione non
bisogna illudersi di fare rivoluzioni palingenetiche, ma occorre cercare altre
persone che corroborino un’arte utile a decorare e/o a rappresentare. Bisogna
essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera. Questo non vuol
dire che l’arte deve essere necessariamente collettiva, ma in questo momento
storico è importante ricostruire il tessuto dello stare insieme per un edificio
temporale prima ancora che spaziale. È il convegno cadenzato la prima
architettura».
LA COSTRUZIONE DELL’EDIFICIO E LA POLITICA
Dal «bisogna essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera»,
Claudia Castellucci introduce il tema della politica e come l’arte, il teatro si
debbano relazionare a essa. E così riprende il ragionamento: «In questo momento
bisogna trascurare un po’ questa parola; è chiaro che è una parola centrale, ma
è talmente confusa, vessata, che è meglio tenerla nascosta per un po’, perché la
politica manifesta è ora veramente impraticabile. Intendo quella dei partiti.
Ciò non significa che bisogna fare finta che non esista la dimensione politica.
In questo momento bisogna cercare proprio di ricostruire il politico, cioè lo
stare insieme, perché è questa la cosa distrutta, distrutta completamente». E
poi ai luoghi collettivi: «Si collega al discorso iniziale del costituire i
luoghi, anche senza spazio; con lo spazio è meglio, cioè poter avere una casa è
meglio, un luogo dove ritrovarsi insieme, ma se non c’è, l’importante è proprio
lo stare insieme, con le idee e la realizzazione delle idee. Non ho in mente un
aspetto espansivo, che sarebbe più politico, non ho in mente il fatto che il
nostro modo possa essere esemplare. Se una cosa è efficace, lo è nel senso della
moltiplicazione, di una certa immediatezza, così pure come di un’estensione di
quello che costituisce, ma se ciò avverrà lo sarà a prescindere da specifiche
intenzioni in questo senso. In una condizione di disastro di un linguaggio
comune, è inefficace partire con il presupposto di dover impiantare qualcosa di
comprensibile per il maggior numero di persone possibili. Bisogna evocare il
segreto. Ciò che dico non è fare delle società segrete, non è fare dei piccoli
club, delle élite (anche se di fatto si è in pochi), ma è un impegno già
orientato alla presa di (al fare presa su) altri e forse molti altri; senza
avere idee di palingenesi politica, e senza neanche voler dire limitiamoci al
piccolo: no, semplicemente si fa, c’è bisogno che si faccia, e si fa. Delle
conseguenze ne parleranno altri, se vogliono, ma per ora è qualcosa di concreto
che non facciamo a porte chiuse».
«A Contado abbiamo discusso se fare l’ingresso gratuito o a pagamento. Ci siamo
detti, se facciamo pagare l’ingresso nessuno entra. Nessuno che non sia di
questa parrocchia. Per parrocchia intendo il teatro contemporaneo, ma proprio
per il fatto che non siamo un club privato, cerchiamo di estenderlo a tutti,
inizialmente. Poi è chiaro che le persone potranno dire: cos’è ‘sta roba, me ne
vado; va bene, d’accordo. Ma questa apertura gratuita è una ricchezza per noi,
non per gli altri, perché ci dà modo di creare e di pensare. Abbiamo deciso di
continuare Contado fino a maggio, per poi connetterci idealmente al festival
chiamato Catalysi, un esperimento che tentammo due anni fa e che abbiamo dovuto
chiudere per mancanza di denaro. Quest’anno sperimentiamo questi appuntamenti
senza grandi mezzi per punteggiare questo periodo di tempo con una regolarità di
incontri. E poi speriamo di continuare, perché non è esaurito ancora
l’esperimento, siamo agli inizi, ci sono tante cose ancora da risolvere. Il
dialogo è formato da qualcuno che parla e parlando non detta. Parla, immagina,
esprime, interroga e dall’altra parte c’è chi coglie questa espressione come
qualcosa che è rivolta a lui o a lei, ed è chiamato a sua volta a esprimersi, a
parlare, discutere, quindi è un edificio che si compie, nel senso che si
costruisce innanzitutto la relazione e poi un oggetto, per esempio uno
spettacolo, un libro, un’azione di qualsiasi natura, politica, artistica,
sociale. È un edificio che non è più individuale come un’opera d’arte. L’opera
d’arte di solito la si immagina individuale, ma in questo caso è un’opera (non
necessariamente d’arte), che si basa su un “automatismo” inizialmente innescato
da una persona per avviare il movimento di altri e questo in un ordine di reale
convivialità, non di guida carismatica. Poi se questo innesco provoca un reale
incontro e questa relazione dura, allora comincia l’edificio, ed è grazie a
questa reciprocità che avviene una trasformazione». (daniele balzano)
(disegno di diego miedo)
Sono in calendario in questi giorni a Napoli (entrambe alle ore 18) le
presentazioni di un libro e di una rivista che possono generare riflessioni
“incrociate” interessanti: oggi pomeriggio alla libreria Tamu si parlerà
dell’ultimo numero di Zapruder, rivista di storia della conflittualità sociale,
dal titolo “Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera” (curato
da Mattia Frapporti e Gioacchino Orsenigo); venerdì allo Scugnizzo Liberato del
libro Corpi urbani contesi. Etnografia dei beni comuni napoletani nella città
turistica, di Martina Locorotondo.
Il numero di Zapruder, a cui hanno contribuito non soltanto storici, ma anche
sociologi, antropologi e studiosi dei media, offre una chiave di lettura
interessante dell’universo-miniera, non solo come luogo di estrazione, ma anche
di produzione di forme di vita e di potere, di organizzazione e di resistenza.
Dall’alternarsi dei saggi, a dispetto dell’eterogeneità dei casi e dei punti di
osservazione, emerge un filo conduttore: la miniera come strumento di analisi
dello sviluppo e della trasformazione delle economie, dei territori e delle
culture.
Così come per tutto ciò che concerne il campo degli studi deindustriali,
fondamentale è l’abbandono della prospettiva eurocentrica, e dell’istintiva
postura secondo cui, una volta sparita (o meglio invisibilizzata) dal mondo
occidentale la fabbrica – e con essa la fabbrica diffusa “sottostante” – questa
non costituisca più un ingranaggio decisivo per il funzionamento del sistema
capitalistico. Lo sfruttamento otto-novecentesco di risorse umane e materie
prime, il prosciugamento dei corpi e delle loro energie, è stato invece solo
delocalizzato verso altri territori, nell’ambito di un tipico processo di
ciclica ristrutturazione del capitale.
È, in un certo senso, proprio questo processo di auto-rinnovamento, di
produzione di crisi e di conseguente riassetto dei sistemi economici attraverso
lo sfruttamento di altri comparti e territori, il filo che lega le due uscite
editoriali. Il libro di Locorotondo, ricercatrice in studi urbani al Gran Sasso
Science Institute de L’Aquila, affronta infatti il tema – su cui esiste ormai
una letteratura rilevante per quantità e qualità – della turistificazione della
più grande città di mare italiana, per molti decenni metropoli industriale e
industrializzata. Lo fa senza trascurare gli elementi fondamentali legati a
questo processo (il lavoro e l’abitare, su tutti), ma interrogandosi, nella
seconda parte del volume, sulle relazioni esistenti anche in termini di
prossimità geografica tra gli spazi “liberati” a Napoli nel decennio 2010-2020
(divenuti poi per delibera comunale “beni comuni a uso civico”) e l’economia
estrattiva del turismo.
L’autrice indaga questa relazione raccontando le storie di uomini e donne che,
pur schiacciati dalla forza propulsiva dell’industria turistica, individuano e
realizzano – in maniera più o meno organizzata – pratiche di resistenza, o anche
solo di sopravvivenza, a beneficio non soltanto di sé stessi, ma di differenti
gruppi sociali (la mensa comunitaria, gli spazi da dedicare alla crescita di
bambini e adolescenti, quelli delle comunità migranti per celebrare le proprie
festività, e così via). Non si tratta, spiega Locorotondo, semplicemente di
processi di mutuo aiuto, ma di (ri)costruzione di modelli che la monocultura
turistica tende a eliminare, imponendone altri basati esclusivamente sul
rapporto venditore-acquirente. Non è solo l’attuazione di pratiche solidali, ma
il tentativo di ripristino di sistemi di convivenza, di produzione di sapere e
di microeconomie alternativi, “nell’orizzonte di possibilità della città […]
altrimenti offuscato da una visione unica, totalizzante, quasi gestaltica del
realismo capitalista”.
I processi che si articolano nell’ambito dei beni comuni cittadini vengono ben
descritti nel libro, ma anche efficacemente problematizzati, fornendo elementi
utili per costruire un bilancio della complessa stagione del “neomunicipalismo”
napoletano. Un tema è, per esempio, la difficile “espansione” dei beni comuni,
intesa non solo come conquista e sottrazione di spazi all’economia dominante
(oggi il turismo, domani chissà), ma come estensione di pratiche e modelli
all’esterno delle mura di questi spazi, verso il resto della città e dei suoi
abitanti. Emergono così alcune domande: ha la forza, così com’è strutturato il
modello dei beni comuni, per contrastare la brutale espansione della città
turistica? Quali sono i motivi per cui questo modello non è riuscito a
elaborare, negli anni, efficaci strategie di contrattacco, arenandosi su quelle
di resistenza? Ha davvero avuto così tanta importanza il riconoscimento
istituzionale di questi spazi e pratiche, considerando che l’atteggiamento
indolente tenuto dalle giunte de Magistris nei confronti del fenomeno turistico
ha avuto un ruolo non secondario nella creazione di un contesto che ormai
circonda e minaccia quelle stesse esperienze?
Naturalmente, la lettura incrociata del libro e della rivista pone anche altre
questioni, difficili da sintetizzare. Su tutte, i mutevoli rapporti tra spazio
urbano, uomo e macchina (il lavoro, per esempio, riorganizzato sulla base di
nuove recinzioni materiali e non: dalla miniera ad altissimo tasso tecnologico,
all’industria turistica basata sulle piattaforme); le conseguenze, comuni ai
differenti modelli di industria estrattiva, in termini di dipendenza economica
di interi territori da queste economie, di distribuzione ineguale delle
ricchezze, di processi di sradicamento; la ciclicità di strategie di resistenza
comunitarie, differenti a seconda dei contesti storici e geografici (dalle
rivolte dei minatori inglesi degli anni Ottanta alle pratiche di resistenza
informale degli abitanti del centro storico di Napoli – e attenzione a non
circoscriverle ai soli attivisti consapevoli, dimenticando quelle spontanee, non
sostenute da una lettura complessiva e politica, ma non per questo meno
frequenti ed efficaci, da parte di tante altre possibili inesplorate
“soggettività contese”).
Un’ultima questione su cui è importante spendere qualche parola è la prospettiva
a partire da cui questi contributi sono stati concepiti: nel più dei casi (e
totalmente, nel caso del libro di Locorotondo, che di uno dei tre spazi
raccontati nel volume è attivista) si tratta di una prospettiva politica, che
può fornire un contributo analitico “interno” ai movimenti, in connessione con
la molteplicità di pratiche ed esperienze che vi maturano. Una ricerca che va
fatta con rigore ma in punta di piedi, nella consapevolezza di dover interagire
con una collettività, proponendo non soluzioni ma contenuti, al fine di
stimolare domande e poi – eventualmente – risposte collettive. (riccardo rosa)
(disegno di guerrilla spam)
È uscito di recente per le edizioni Tabor Fuori la grana o vi ammazziamo! di
Alèssi Dell’Umbria, un autore noto in ambienti di movimento in Italia, ma di cui
restano fondamentali due opere non ancora tradotte: Histoire universelle de
Marseille, un’imponente archeologia politica e sociale della città, apparsa
proprio mentre Marsiglia veniva sacrificata sull’altare della “capitale europea
della cultura”, e Tarantella! Possession et dépossession dans l’ex-royaume de
Naples. Quest’ultimo è il resoconto di un Sud Italia che l’autore conosce bene,
in bilico tra emarginazione sociale e recupero spettacolare. Ed è proprio da
qui, da una necessaria lettura da Sud, che bisogna partire per riflettere
sull’ultimo libro di Dell’Umbria. Il titolo riprende una scritta apparsa su un
muro di Marsiglia nei primi anni Ottanta e ci introduce nelle vicende degli Os
Cangaceiros, un gruppo fuorilegge attivo in Francia tra il 1984 e il 1992.
Dell’Umbria, che di quel gruppo fece parte, non scrive una semplice memoria, ma
restituisce il racconto di un’esperienza politica ed esistenziale lontana dai
dogmi del militantismo tradizionale, capace di fondere l’elaborazione teorica
radicale con una pratica di vita estranea alle leggi del Capitale.
Tra sabotaggi, riappropriazioni e rifiuto del lavoro salariato, questa banda di
giovani si organizzò per vivere senza lavorare e per sostenere le lotte sociali,
dalle prigioni alle fabbriche fino alle periferie urbane. Il tutto senza
abdicare alla vita, ma soprattutto senza mai rinunciare a una riflessione
costante, necessaria a interpretare la realtà e a dotarsi di strumenti analitici
per agire. “A differenza di quei militanti che hanno la tendenza a credersi
indispensabili – scrive Dell’Umbria – pensavamo che gran parte del negativo
all’opera nelle viscere di questo mondo agisse innanzitutto sotto forma di
astensione”.
La vicenda degli Os Cangaceiros s’inserisce in questo solco. Come scrive lo
stesso autore, “bisognava organizzarsi per attraversare il deserto che
avanzava”. Era indispensabile pensare alla rivoluzione attraverso l’amicizia,
vendicarsi di coloro che organizzano la nostra infelicità. Erano questi gli
obiettivi prioritari, come scrissero in un editoriale della rivista che
pubblicavano in modo irregolare (i cui numeri possono essere sfogliati qui).
L’esperienza di questo gruppo di affinità si colloca nel riflusso post ’68,
quando l’interrogativo centrale riguardava la forma delle soggettività
rivoluzionarie in un’epoca controrivoluzionaria. Dell’Umbria rispondeva
guardando alla “resistenza per inerzia”, convinto che l’indifferenza della
maggioranza dei proletari verso l’attivismo non fosse apatia, ma una forma di
resistenza non catalogabile, capace di togliere ossigeno alla scena spettacolare
del potere.
Da questa prospettiva, ogni elogio del proletariato in quanto classe era visto
come controrivoluzionario, poiché mirava a reinserire una soggettività
intrinsecamente negativa nel contratto sociale attraverso i “racket sindacali e
politici”, vale a dire quelle organizzazioni che gestiscono il conflitto per
renderlo compatibile con il sistema. Il rifiuto del lavoro (capitalistico) è
alla base di questa visione. È la diserzione generalizzata in quanto stile di
vita a fare conflitto, per le strade e sul posto di lavoro. Non il volontarismo
etico.
Alla radice di queste scelte troviamo una lettura eterodossa degli scritti
giovanili di Marx ed Engels. Dell’Umbria spiega bene come, in un’epoca di
riflusso, bisognasse volgere lo sguardo ai proletari senza però invocarli come
soggetto investito di una missione storica trascendente. Il proletariato veniva
definito come una soggettività in atto, inafferrabile secondo le categorie
classiche. Inscrivere questa soggettività negativa in un contratto sociale è
esattamente il ruolo dei racket sindacali e politici.
Dell’Umbria riprende la questione del “racket”, concetto caro a Max Horkheimer e
a Jacques Camatte, che ne aveva scritto nella rivista
neo-bordighista Invariance: quelle organizzazioni che si interpongono tra la
rivolta e la realtà, gestendo il conflitto per neutralizzarlo o renderlo
compatibile con il sistema. Non si trattava di imporre un livello di scontro, ma
di sposare quello già in campo. In quest’ottica, il fatto che l’immensa
maggioranza dei proletari resti indifferente alle ingiunzioni dell’attivismo la
rende persino più minacciosa. Dell’Umbria e i suoi assistevano in diretta alla
disgregazione sociale degli anni Ottanta e alla dissoluzione della classe
operaia – con i sindacati ad accompagnarla e a fare in modo che l’operazione
filasse liscia – guardando invece a quei cicli di rivolta che avevano ribaltato
l’istituzione degli operai in quanto classe mediata dalla rappresentanza
sindacale – da piazza Statuto a Mirafiori, passando per lo sciopero
insurrezionale in Belgio nel 1960.
Che effetto può avere questa riflessione nella città del movimento storico dei
disoccupati organizzati e delle “fragili alleanze”, in una Napoli popolata da
quegli “abietti” refrattari all’inquadramento in partiti e sindacati
tradizionali che non sono mai riusciti ad addomesticarli? Il volume di
Dell’Umbria sembra parlare a questo proletariato marginale, ma lo fa
smascherando i limiti di un certo attivismo militante e del suo nichilismo
passivo, laddove il rifiuto del lavoro viene sbandierato come posa ideologica da
chi può permetterselo, senza però avere né la capacità di agire l’illegalità
radicale, né la forza di elaborare riflessioni teoriche. Dell’Umbria, tra
l’altro, spiega bene che gli Os Cangaceiros si sciolsero proprio perché non
riuscivano a superare una “pura negatività” che rischiava di svuotarli
dall’interno. La prima sollecitazione che emerge da un libro del genere è che la
diserzione non è un’astrazione morale, ma una pratica materiale che, se non
evolve in soggettività politica, si condanna all’autoconsunzione.
Il secondo spunto riguarda l’alibi dell’idealizzazione. Persiste un pensiero di
movimento che tende a mitizzare i subalterni solo in quanto tali, finendo però
per lavarsene le mani; un pensiero che trasforma la marginalità in un santuario,
producendo però solo inazione e immobilismo. Ma idealizzare il subalterno
significa mummificarlo nella sua condizione di esclusione, e mentre il potere
criminalizza il “refrattario”, il militante lo mimetizza nel mito. Ed entrambi
gli impediscono di farsi soggetto.
Questa dinamica è rischiosa soprattutto nei contesti dove il deserto sociale si
espande e l’azione di chi è fuorilegge non è affatto accompagnata da
elaborazioni teoriche radicali. La storia degli Os Cangaceiros suggerisce che la
vera rottura non avviene tramite l’ostentazione dell’identità marginale, ma
quando la soggettività diventa inafferrabile. Il lavoro, in un contesto segnato
da disoccupazione endemica e stigma, non è allora solo coercizione, ma può
diventare forma di emancipazione e presa di coscienza per rompere lo schema
dell’invisibilità. L’emancipazione del proletariato marginale, nel nostro caso,
è legata anche al lavoro, e non solo al suo rifiuto, altrimenti non si
spiegherebbe l’emergere, in questo contesto, di un movimento di lotta per il
lavoro che dagli anni Settanta si riproduce continuamente. Il lavoro, in questo
caso, è al tempo stesso coercizione e potenziale leva per il cambiamento, per
una classe, come quella del proletariato marginale, abbastanza integrata nella
società per essere sfruttata, ma anche sufficientemente esclusa per essere
debole politicamente.
Se il Capitale tiene in pugno gli sfruttati gestendo la loro stessa
riproduzione, il libro di Dell’Umbria è un invito a non farsi ingabbiare dalle
nuove forme di racket politico – comprese quelle vestite di “movimentismo”
radicale. Non si tratta quindi di “organizzare i subalterni” dall’alto di una
presunta superiorità teorica, ma di riconoscere la potenza della diserzione
generalizzata che già pulsa nelle viscere della società. Sposare il “negativo”
significa smettere di guardare ai subalterni come oggetti da studiare o da
proteggere, per riscoprire il gusto di una rivolta che non chiede permessi né
legittimazioni. Significa rifiutare, una volta per tutte, di stare al proprio
posto: al margine, e in silenzio. Chissà se il buon Dell’Umbria ha voglia di
discutere del suo libro in questo Sud. Un territorio dove la diserzione e la
lotta per l’esistenza continuano a confondere i confini tracciati dal potere.
(andrea bottalico)
(disegno di ottoeffe)
Mi sono chiesta a lungo da dove cominciare per scrivere di Ragazze del sud.
Famiglie, figlie, studentesse in una città meridionale, uscito per Editori
Riuniti nel 1979 e firmato da Simonetta Piccone Stella. Il saggio è l’esito di
una ricerca svolta a Salerno con un campione di circa cinquanta intervistate tra
i venti e i trent’anni, di varia provenienza sociale, tutte iscritte
all’università, alle facoltà di magistero e sociologia. Mentre Piccone Stella
lavorava a Salerno, sotto la guida di Laura Balbo un gruppo di studiose svolgeva
lo stesso tipo di inchiesta all’università di Milano e in altri centri italiani,
e nel decennio successivo Renate Siebert-Zahar avrebbe proseguito e ampliato il
lavoro con alcune iscritte all’università della Calabria.
Quello che si prefiggevano di indagare queste studiose erano le trasformazioni
della condizione e della mentalità femminile negli anni del cosiddetto boom
economico. Le portavoce di questo cambiamento, a loro avviso, erano le giovani
studentesse universitarie, in quanto protagoniste di esperienze nuove ed
emancipatorie, dove meglio che altrove era possibile registrare le discontinuità
con il passato, i balzi in avanti, i segni del cambiamento. Piccone Stella
avverte che, nel caso di una piccola città di provincia meridionale come
Salerno, cercare le trasformazioni vuol dire confrontarsi con molteplici
situazioni di contrattazione, di stasi, di percorsi emancipatori annunciati,
desiderati ma impraticabili, con consapevolezze raggiunte a metà, con rivolte
silenziose.
Il metodo è quello dell’intervista, della narrazione di sé,
dell’auto-riflessività accompagnate dai commenti dettagliati dell’autrice. Le
voci delle ragazze vengono maneggiate con destrezza e nessuna parola cade nel
vuoto. Le analisi di Piccone Stella si leggono tutte d’un fiato e non lasciano
scampo: i discorsi delle ragazze dicono solo una parte, tutto va riletto, lo
sguardo ampliato, i non detti esplicitati, ogni cosa significa.
I racconti delle giovani fanno emergere le confessioni che potrebbero trovarsi
nei loro diari. Piccone Stella le interroga sul rapporto con la famiglia, i
genitori, i fratelli e le sorelle, le vicende biografiche che hanno segnato la
loro crescita, le aspettative che sentono gravare su di sé, il rapporto con gli
uomini, i partner, la sessualità, il posto che sentono di occupare nella società
e, ovviamente, i modi in cui stanno cambiando la propria condizione di donne. Ne
consegue che molte narrazioni consolatorie vengono abbandonate sotto la spinta
delle pungenti domande di Piccone Stella, in un processo di presa di coscienza
attivato dal rapporto tra intervistata e ricercatrice.
Nella trattazione tematica non c’è un vero punto di partenza, il testo gira e
rigira su se stesso, affrontando allo stesso tempo tutte le questioni che si
trovano intrecciate nella vita quotidiana delle giovani e così anche nella
narrazione. Le ragazze si presentano. Sono innanzitutto figlie femmine di
famiglie meridionali. Sanno bene cosa implichi questa condizione. Mentre
faticano a presentarsi come studentesse universitarie, sintomo del fatto che la
condizione di studiose immesse in un percorso professionalizzante non viene
riconosciuta come propria fino in fondo, non esiste l’abitudine a usarla come
auto-rappresentazione. Sono, infatti, in questa esperienza le prime – tema
ricorrente nella sociologia dell’autrice –, non hanno in questo alcun
antecedente e, se si voltano indietro, alcuna tradizione a cui rifarsi.
Queste giovani, che per la prima volta continuano gli studi, prendono tempo: non
si sposano subito, non passano da una famiglia a un’altra, non mettono al mondo
dei figli prima dei venticinque anni. Hanno un tempo prezioso per sé, che chi le
ha precedute non aveva, un tempo in cui possono pensare, chiedersi in base a
cosa scegliere una strada piuttosto che un’altra, individuarsi, costituirsi come
soggetti. L’importanza di questa sospensione dai doveri familiari si manifesta
in una serie di “affermazioni in negativo”, in cui dichiarano, per esempio: “non
penso al matrimonio”, e dicendo ciò segnalano, indica Piccone Stella, “il
disgusto per un percorso obbligato”, il rifiuto di una strada già tracciata, in
ogni caso fatta di esserci per gli altri, mentre ora scoprono cosa significhi
esserci per se stesse.
Volendo rintracciare invece un punto di inizio, la condizione di figlie fornisce
le prime coordinate per orientarsi nell’universo simbolico di queste ragazze.
Come la stessa Piccone Stella constata all’inizio della ricerca, queste donne,
nonostante siano iscritte e frequentino l’università, un luogo altro, dove è
possibile sperimentare un alto grado di libertà, sono immerse nell’istituzione
familiare che viene percepita ancora – e l’ancora è un riferimento alla diversa
condizione delle stesse giovani nelle regioni settentrionali – come principale o
unico nucleo di appartenenza alla sfera sociale.
La famiglia è così composta. I padri continuano a presiederla emanando leggi
autoritarie; con loro le giovani mantengono un rapporto di distacco che a volte
sfocia in odio. Le madri aderiscono alla legge del capofamiglia e con loro le
figlie intrattengono diversi tipi di rapporti di dipendenza. Le figlie adottano
diverse strategie per portare le proprie istanze in questo contesto: si passa da
stati di guerra permanente a rivolte silenziose, fino alla poco convinta
accettazione dello stato delle cose – in questi casi spesso si immagina di
emigrare, di andare via dal Mezzogiorno.
Nel complesso madri e padri sono figure segnate dall’ambiguità: mentre da un
lato incarnano dei modelli ancora in uso, dall’altro emanano da loro direttive
vaghe, incerte, prescrizioni che lasciano più spazio al volere delle figlie.
Questi genitori, scrive Piccone Stella, “hanno abdicato al ruolo di oppressori
assoluti e si limitano a fare quadrato intorno ad alcuni valori. Intanto però
non viene abbracciato nessun nuovo modello”.
Il sottofondo di tutte le storie narrate rimanda a una realtà sociale in lenta
trasformazione, in cui si fatica a scorgere nuovi spazi – ricreativi, di lavoro,
di vita – dove sia possibile sperimentare e dare forma a nuovi modelli. La
mancanza di questi spazi non è, per Piccone Stella, un elemento trascurabile. Le
ragioni vengono rintracciate nel perdurare di diverse forze e istituzioni
sociali del Mezzogiorno, in primis la famiglia, che si sono confrontate con i
segni del cambiamento senza aver compiuto passaggi intermedi, dando forme
proprie alla modernizzazione che ha riguardato i diversi ambiti della società
italiana del dopoguerra.
Un’altra ragione riguarda il punto in cui si trovano le studentesse: abitanti a
pieno titolo delle tensioni descritte, le protagoniste del libro non arrivano a
produrre una critica strutturale della famiglia, perché non collegano
interamente la loro condizione alle cause della loro condizione. Ciò emerge
anche dalle opinioni che hanno circa l’istituzione del matrimonio e della stessa
famiglia, su cui si esprimono con “continue contraddizioni e smentite, spie
della fatica che un riesame cosciente di questi istituti, pilastri della vita
femminile, comporta”.
Emerge quindi un rifiuto da cui deriva un disagio – la critica verso il
matrimonio come percorso di fuoriuscita dalla famiglia –, il bisogno di
smarcarsi da percorsi obbligati, ma mancano le analisi strutturali sulle catene
di causa ed effetto che conducono a questi disagi. In altre parole, si potrebbe
dire che manca uno sguardo complessivo – e politico – sulla propria condizione e
sulle istituzioni che la sorreggono. Questa è la tesi finale a cui giunge
Piccone Stella.
Mi sono chiesta infine che spazio avessero le amiche, la politica, i rapporti
sociali nelle vite delle protagoniste. Possibili percorsi emancipativi
collettivi vengono disdegnati nei racconti delle giovani. E mentre i rapporti
d’amicizia con le donne sono declassati perché la figura della donna è posta un
gradino al di sotto di quella dell’uomo, la politica risulta un terreno
difficile da attraversare senza un percorso di soggettivazione parallelo, a cui
le giovani non sono state educate. I rischi che ne conseguono sono la
partecipazione segnata da un conformismo al gruppo cui segue la disaffezione, o
l’assunzione del comportamento maschile.
Molti anni dopo questa inchiesta Piccone Stella si sarebbe dedicata alla forma
letteraria del diario, producendo un’analisi confluita nel saggio In prima
persona. Scrivere un diario. Ripercorrendo la trama di Ragazze del sud mi sembra
che tutto resti chiuso nel diario e fuori dalla stanza è difficile distinguere
le tracce del percorso svolto. Il ruolo del diario però è anche quello di
registrare uno stato d’animo, un momento di conflittualità con il proprio io.
Nel lungo arco temporale rappresentato dal secondo dopoguerra, il ruolo della
donna, il concetto di identità femminile, l’organizzazione della famiglia, hanno
rappresentato ambiti in cui i rapporti si stavano ridefinendo sotto la spinta –
tra gli altri – di una vasta partecipazione femminile al mercato del lavoro, di
un progressivo calo delle nascite, quindi del sopraggiungere del modello della
“doppia presenza”, esito combinato del lavoro di cura con il lavoro retribuito
intermittente. Il ruolo della donna nella famiglia e nella società andava
assumendo forme talvolta nuove, con una consapevolezza parziale e un grado di
scelta da parte delle sue protagoniste di volta in volta da indagare.
Piccone Stella è un’attenta osservatrice di questi fenomeni. In Ragazze del
Sud ci mostra un pezzo di questo mosaico dando voce al crescente numero di donne
iscritte all’università. La difficile conclusione a cui arriva è che sono le
stesse ragazze a opporre delle resistenze alla propria emancipazione, non
riuscendo a esercitare una critica approfondita dei rapporti di potere
all’interno delle loro famiglie, non rivendicando pienamente la propria libertà
né impegnandosi nel costituire un modello emancipativo proprio.
Queste considerazioni non devono oscurare il percorso di consapevolezza e
rottura intrapreso dalle giovani. All’interno di quella generazione, il libro di
Piccone Stella mostra come alcune avessero cominciato a prendersi del tempo, a
rompere con i dogmi più insopportabili delle istituzioni sociali nelle quali
erano cresciute, a farsi delle domande. Domande che valgono per ogni
generazione, da riproporre, da ripercorrere. (barbara russo)
(disegno di emanuela rago)
È morto ieri, all’età di novantasei anni, il regista statunitense Frederick
Wiseman, tra i più noti documentaristi contemporanei. Leone d’oro e premio Oscar
alla carriera, nei suoi film Wiseman ha raccontato la storia degli Stati Uniti,
testimoniando e lavorando immagini consegnate allo spettatore sotto forma di
assemblaggi rivelatori e stimolanti.
Noi l’abbiamo incontrato nel 2013. Riproponiamo oggi quell’intervista,
pubblicata sul numero 57 del cartaceo mensile di Napoli Monitor.
* * *
Fred Wiseman, classe 1930, è arrivato al suo quarantaduesimo film (A Berkeley,
da scovare adesso in qualche buon festival) e per nostra fortuna non ha
intenzione di smettere. Chi crede di saperne di cinema ma non ha mai sentito
parlare di questo maestro americano, dovrebbe trovare i suoi film e rinchiudersi
in una stanza per vederli uno dopo l’altro. Tutti. Da più di quarant’anni,
Wiseman documenta in film irripetibili il quotidiano trafficare della vita delle
persone nelle istituzioni pubbliche e nei mondi sociali (soprattutto degli Stati
Uniti e ultimamente di Francia), catturati nel momento in cui li ha
attraversati, per poi lavorarli e consegnarli alla memoria in forma di minuziosi
assemblaggi, infusi di ritmo e drammaticità. Ma non chiamateli documentari. Una
volta lui stesso ha definito i suoi film “reality fiction”, ma era una battuta
volutamente ermetica da dare in pasto a chi vuole classificarlo tra i fautori
del cinema verité o del documentario militante.
È la peculiare forma filmica delle opere di Wiseman, rigorosa, a tratti pedante,
a fare testo e a rifuggire definizioni univoche. Acquisita già dal suo primo
lavoro, Titicut follies, del 1967, a parte piccole modifiche, è rimasta
sostanzialmente immutata in tutti i suoi film. Nessuna artificiosità,
avanzamento cronologico esile o assente a favore di una progressione tematica,
nessuna voce fuori campo, niente interviste, niente aggiunte di musica, effetti
speciali o didascalie. Luce e suoni naturali, micro-storie che si interrompono e
riacciuffano come nella realtà, l’impressione costante che un’idea dalle
immagini stia effettivamente emergendo ma che tocca allo spettatore completarla
e dargli senso. Una sorta di saggio audiovisivo opera di un artigiano del
cinema, e che però non illustra una tesi esplicita, tentando invece di aprire
uno spazio di interpretazione tra quel che accade davanti alla camera e la
soggettività del regista, alimentando una tensione che innesca reazioni diverse
a seconda dell’occhio di chi guarda quel che Fred ha guardato.
La sua routine è semplice: va nel posto prescelto per diverse settimane con la
sua piccola crew e si limita a registrare tutto quello che la fortuna e la
sensibilità gli permettono. Poi si rinchiude per mesi e lavora al montaggio. A
oggi, i suoi film sono il più accurato inventario delle istituzioni del mondo
occidentale: un manicomio, una prigione, una scuola, una fabbrica per la
trasformazione della carne, un campo di addestramento dell’esercito, un
ospedale, un laboratorio scientifico, una palestra, una centrale di polizia, un
ufficio di assistenza sociale, un caseggiato popolare… e, recentemente, una
scuola di danza, una compagnia di teatro, uno strip-club e una università. Ogni
luogo e momento restano unici, eppure qualcosa filtra di ulteriore, di comune,
qualcosa che concerne sia le domande ultime e universali, sia le occorrenze
triviali in cui si trova ognuno di noi quotidianamente. Se di militanza si può
parlare, allora questa andrebbe concepita come dedizione al lavoro di conoscenza
e rappresentazione. Lui direbbe che non saprebbe che altro fare, a parte leggere
e sciare. In fin dei conti, un solitario a cui piace stare in mezzo alla gente,
che ha conosciuto e reso eroi migliaia di volti comuni. Rispettando l’individuo,
guidato da quella che lui chiama fairness: equità, correttezza o come volete
definire quell’empatia umana di un curioso del reale che non usa la telecamera
per nascondersi. A me, mentre gli parlavo tentando di strappargli più parole di
quante fosse abituato a dirne in un’intervista, veniva in mente un frammento del
suo Welfare che mi si è conficcato in testa: un indiano americano che appare per
qualche secondo soltanto, e la sua esclamazione davanti all’iniquo impiegato dei
servizi sociali: «What about the indian people?».
So che vivi a Parigi…
La maggior parte del tempo. Casa mia in America è vicino Boston, a Cambridge.
Perché la Francia?
Mi piace la Francia, il cibo è buono, la città fantastica. Mi piace il teatro,
il balletto, e ho un sacco di amici qui.
Come sei passato da avvocato a regista?
Amo fare film, e la legge mi annoiava.
Stai facendo un film adesso?
Sì, un film sull’università della California, Berkeley. Si chiama A Berkeley.
Hai seguito qualcosa in particolare?
No! È su come l’università funziona.
Il solito?
Yeah, il solito.
Quando hai scelto un luogo o un’istituzione, mi puoi dare un’immagine di come
lavori?
Scambio lettere con il posto per delineare i termini secondo cui lavoro, sarebbe
a dire che voglio accesso a tutto, se è possibile. Se c’è qualcosa che non
vogliono che sia filmata, lo rispetto. Gli scrivo anche che mantengo il
controllo editoriale e che il film sarà mostrato nei cinema, alla televisione, e
verrà distribuito in molti paesi. Quando inizio a girare non ho nessuna tesi
particolare in mente, penso solo sia un buon soggetto e che se vado in giro
abbastanza tempo, avrò abbastanza materiale dal quale posso montare un film.
Vado in un posto con nessuna idea fissa di quale sia il soggetto del film, se
non in un senso generale. Il soggetto è il luogo. Poiché non mi immagino quel
che accadrà, raccolgo solo sequenze. Di solito non passo più di un giorno nel
luogo prima di iniziare, perché non mi piace essere lì e magari qualcosa di
interessante succede e me la perderei perché non sono preparato a filmare. Le
riprese del film sono la ricerca. Di solito, raccolgo tra le ottanta e le
duecentocinquanta ore di girato. Per Berkeley avevo duecentocinquanta ore di
materiale. Durante le riprese seguo il mio istinto. Trovare buon materiale è una
combinazione di istinto, giudizio e fortuna… Quando le riprese sono finite e
inizio a montare, la prima cosa che faccio è guardare tutto il girato. Mi ci
vogliono cinque o sei settimane. Alla fine, scarto la metà. Poi monto le
sequenze che rimangono e che sono candidate all’inclusione nel film. Questo
lavoro prende di solito tra i sei e gli otto mesi. Non posso pensare alla
struttura in astratto, devo vedere come funzionano le sequenze quando sono una
dopo l’altra e le conseguenze e le implicazioni di mettere le sequenze in un
certo ordine. Quando sono pronto faccio il primo assemblaggio in quattro, cinque
giorni. Dopodiché mi ci vogliono altre sei settimane per arrivare alla versione
finale. A questo punto posso cambiare la struttura velocemente. L’ultima parte
del montaggio è lavorare sul ritmo del film, il ritmo interno alle sequenze e
quello esterno tra le sequenze. Quando ho la versione finale, resta il missaggio
e la gradazione del colore e il film è finito. In tutto, ci vuole un anno.
Come fai a diventare invisibile nel contesto che osservi?
Vedi, non sei invisibile. Io non faccio finta di essere invisibile. Faccio
quello che posso per far sentire le persone a loro agio con l’idea che si sta
facendo un film. Non mento, non li prendo per il culo, sono sempre molto chiaro.
Se qualcuno vuole guardare attraverso la videocamera glielo lascio fare, e se
vogliono vedere come funziona un registratore glielo mostro. Faccio quel che
posso per demistificare il processo di fare un film. La mia esperienza, in
America e in Francia, è che è molto raro che qualcuno guardi in camera o che
qualcuno non voglia essere filmato.
Pensi che ci sia una diversa sensibilità verso la videocamera oggi rispetto a
trent’anni fa?
Secondo la mia esperienza, fare questi film non è diverso ora da trent’anni fa.
Il novantanove per cento delle persone accetta di essere ripresa, non recita e
non guarda in camera.
Ho letto che il tuo scopo nel fare questi film non è essere oggettivo ma essere
onesto.
Io non ho idea di come essere oggettivo. Non so che significa. Fare un film
implica fare delle scelte. Ci sono letteralmente centinaia di migliaia di
scelte; cosa riprendere, come girare, cosa usare e come montarlo, cosa accettare
e cosa rifiutare. Io faccio queste scelte. E le devo fare assecondando il mio
giudizio, la mia esperienza, i miei valori e i miei interessi. Non c’è modo di
essere oggettivi. La stessa nozione di oggettività è completamente falsa. Quel
che intendo con onesto, è che cerco di fare il film rimanendo leale con
l’esperienza che ho avuto stando nel posto per settimane e studiando il
materiale per un anno. Non cerco di prendere in giro le persone. Se una
situazione è divertente la uso, ma non manipolo il materiale per arrivare a quel
risultato. Quando monto una sequenza cerco di capirne il significato – il
significato per me. Questo è un giudizio soggettivo. Provo a capire il
significato originario di quell’evento e faccio in modo che si preservi nella
versione finale della sequenza montata.
C’è qualcosa di politico nei tuoi film?
Non c’è niente di politico che corrisponda a qualche ideologia in particolare.
La mia storiella è che se avessi dovuto scegliere un Marx, sarebbe stato Groucho
piuttosto che Karl… Questa andava forte nel 1968… Vedi, i miei film non sono
apertamente politici. Non corrispondono a nessuna ideologia, a parte l’ideologia
che si domanda quel che vedo quando faccio un film. Ma poiché hanno a che fare
con certi aspetti della vita contemporanea, talvolta li criticano e talvolta li
elogiano. Non mi piace pensare ai film come soltanto politici, amo considerarli
film drammatici, narrativi. Il modello per me sono sempre i buoni romanzi,
piuttosto che le ideologie politiche.
Quali romanzi?
Moby Dick e L’impostore di Melville; il Don Chisciotte; la Bestia nella
giungla di Henry James; e qualsiasi cosa di Philip Roth e Saul Bellow.
Credi ci sia stato un cambiamento nel tuo stile da quando vivi in Francia?
No. Ogni film è diverso perché ogni argomento è diverso. Per ogni film devo
trovare uno stile o devo modificare il mio stile per andare incontro alle
necessità della materia del soggetto. Per esempio, in Crazy Horse ci sono molti
tagli veloci. In Berkeley ci sono sequenze lunghe. Nel primo la storia è
raccontata più con le immagini che con le parole. Nel secondo è l’opposto. Lo
stile di ogni film è un adattamento al soggetto del film.
Da quanto tempo fai film, Fred?
Faccio questi film da quarantacinque anni, e mi piace pensare che nel corso di
questi anni ho imparato qualcosa. Qualsiasi cosa sia, è nei film.
Come sono recepiti i tuoi film dalla società?
Non ne ho idea. Non intervisto le persone dopo che hanno visto i miei film.
Lavoro in considerevole isolamento, perciò non parlo con molte persone che
guardano film.
Qualche cineasta contemporaneo che apprezzi?
Un documentarista che ammiro molto è Marcel Ophuls. Ma non fa film da quindici
anni. Il suo stile è completamente diverso dal mio. Hotel Terminus e The sorrow
and the pity sono grandi film.
Di quale dei tuoi film sei più orgoglioso?
Oh, non lo so, è come chiedermi a quale dei miei figli voglio più bene.
A me piace Welfare.
Anche a me piace molto.
Come ti relazioni con persone che se la passano male, come in Welfare e Titicut
follies?
Mi comporto come mi comporto sempre. Presumo che le persone che filmo sono
sensibili come mi piace pensare io sia. Provo sempre a comportarmi in maniera
diretta, decente e onorevole quando ho a che fare con loro. Gli dico esattamente
quel che faccio e come lo faccio.
Stabilisci relazioni di amicizia?
Sono sempre molto professionale. Non faccio film per trovare degli amici. Provo
a evitare l’impressione che sta nascendo un’amicizia perché ciò sarebbe falso.
Come finanzi i tuoi film?
Canto e vendo penne davanti ai centri commerciali sotto Natale…
E quando non lavori?
Leggo e vado a sciare.
Un’istituzione o un mondo sociale in cui vorresti fare un film ma non ne hai
ancora avuto la possibilità?
Ohhh, la Casa Bianca!
Oppure la Cia?
Già, ma non credo mi daranno il permesso. (salvatore de rosa)
(foto di mario spada)
Incontro Mario Spada nel suo studio del Centro di Fotografia Indipendente, al
quinto piano di un vecchio palazzo in via Guglielmo Pepe che affaccia
direttamente sulle navi da crociera del porto. È una gelida e assolata domenica
pomeriggio, lo aspetto in poltrona mentre si aggira per le sale con una coppia
che è venuta a visitare la mostra, e che gli fa qualche domanda su alcune delle
sue foto di maggiore impatto. C’è una grossa mano sulla testa di un neonato, ad
accarezzarlo o forse a colpirlo; un giovane uomo che punta una pistola contro il
suo pitbull; una bimba che parla a una ricetrasmittente giocattolo; un
transessuale che utilizza un orinatoio a muro e accanto a lui un uomo che cerca
di approcciarlo. «Sono quei momenti in cui la tensione raggiunge il picco
massimo. C’è la foto. E dopo non sai cosa succede».
Nel progetto Spina, che comprende un libro con ottantadue foto in bianco e nero
e una mostra inaugurata a novembre – sarà visitabile fino a fine gennaio nelle
sale del CFI –, ci sono vent’anni di immagini del fotografo napoletano. Adulti,
bambini, anziani, neonati. Ritratti, ma non solo. E poi la morte, che incombe in
molte delle fotografie, uno dei riferimenti più forti alla città, anzi a una
città, che Spada non ha voluto delimitare in confini geografici: «Potrebbe
essere Napoli ma anche Palermo, una città del Sud America, o di qualche altro
posto. È importante, ma non troppo».
Ci sediamo, il via vai per le stanze continua, torniamo sulla vita e la morte:
«Mia madre aveva una relazione molto forte con la morte, quando ero bambino
almeno una volta al mese mi portava nella chiesa del Purgatorio ad Arco, ai
Tribunali, quella dove ci sono i teschi, e c’è la storia della principessa
Lucia. Oggi ti fanno pagare un biglietto per entrare, ho detto tutto».
Dietro la scrivania di Spada c’è una gigantografia che ritrae un ragazzino con
una pistola. Siamo su un set cinematografico. Il giovane ha lo sguardo nel vuoto
tipico di un momento di pausa, la pistola appoggiata sul volto sbarbato. Mi
viene in mente il documentario di Leonardo Di Costanzo Cadenza d’inganno, dove
il protagonista fugge dall’obiettivo quando si accorge che la telecamera lo
costringe a farsi delle domande. Ritornerà anni dopo per chiedere al regista di
terminare il film, credendo di avere delle risposte. «Quando lavoro con il
cinema mi piace fotografare le comparse, i personaggi minori», continua Spada.
Il film da cui è tratta la foto è il Gomorra di Garrone.
Come si fa a racchiudere vent’anni di lavoro in un solo libro e una sola mostra?
Questo libro io l’ho sempre voluto fare. Da subito, quando ho iniziato a fare
fotografie, sapevo che avrei dovuto fare un libro che teneva insieme tutto, o
comunque tanto. Anche quando ho portato avanti singoli progetti, come quello sui
pitbull, o gli ultras, avevo sempre l’idea di fare questo libro. In questo
senso, ogni fotografia è anche sintesi di un’esperienza che ho fatto. Ci sono
foto che tu non puoi dire: “Ah, lì è la Madonna dell’Arco!”, e ce ne sono altre
che sono più riconoscibili. Le fotografie all’inizio erano migliaia, poi sono
diventate centinaia e alla fine ottantadue. È come se questo corpo si fosse
formato nella mia testa. Il lavoro di costruzione del libro è diverso, ma non
del tutto, da quello della mostra.
Quali sono le differenze?
La mostra è costituita da una serie di blocchi di immagini, che sono le pareti e
non le pagine. È un’altra dimensione, anche se non si discosta più di tanto dal
libro, infatti ho scelto di mantenere due pareti nere che racchiudono la mostra
come una copertina, perché sono le due pareti più lontane.
Come hai lavorato su selezione e montaggio?
C’è dietro un editing molto emozionale, parlo del libro: ci sono assonanze,
dissonanze, richiami, gesti che si ripetono. Penso al dittico del bambino calvo
e del cane chiuso nell’altarino: sono due entità, due soggetti che si
assomigliano, quello è un editing emotivo. Per quanto riguarda la mostra avevo
questa traccia delle pareti nere: su una ho deciso di esporre tutte fotografie
che venivano dal nero, così che potessero diventare un’unica immagine tutte
insieme, come se fossero degli squarci di bianco che escono dal buio, ma che
allo stesso tempo le si potesse vedere separatamente. Per quello che riguarda i
contenuti, con Patrizio Esposito, che mi ha aiutato nel percorso, abbiamo deciso
di togliere tutte le rappresentazioni di una città riconoscibile, stereotipata;
è stato un editing lunghissimo, abbiamo lavorato due anni e mezzo, vedendoci
ogni tre, sei mesi addirittura, in modo da dimenticarci quello che avevamo fatto
e verificare se funzionava ancora.
(foto di mario spada)
Da cosa deriva questa scelta di “autocensura” rispetto alla città?
Volevo che la città non fosse riconoscibile, volevo andare oltre i suoi confini,
come se fosse una specie di microcosmo. Anche perché il mio è spesso il lavoro
di uno che va in posti strani, in un certo senso esotici, poco conosciuti anche
all’interno della città, luoghi che un napoletano non necessariamente riconosce.
E questa è una scelta precisa dal mio punto di vista. Napoli c’entra perché nel
cominciare questo lavoro, all’inizio degli anni Novanta, c’entra il fatto che
vivevo a Napoli. Ho cominciato a frequentare la città di sera intorno ai sedici
anni, era una città che la notte era nelle mani di pochi, bellissima perché non
c’era nessuno per strada. I ragazzi, e le ragazze soprattutto, dei quartieri
popolari, stavano nei loro rioni, si andava il sabato sera a ballare, ma si
andava nelle grandi discoteche, fuori Napoli, nella zona di Caserta, Giugliano.
Forse se fossi nato vent’anni fa e stessi vivendo ora questa città anch’io
andrei a fare le foto a Largo Sermoneta, non lo so, sicuramente avrei avuto una
difficoltà maggiore a innamorarmi della notte di Napoli.
In che termini ci sei invece tu, dentro queste foto?
Da piccolo avevo un’idea precisa di quello che volevo fare. Avrei voluto fare il
Conservatorio, forse perché c’era il fidanzato di mia sorella che suonava
benissimo, forse perché mi piaceva la musica, ma a casa mia non era considerata
un’opzione del genere. Ho avuto un percorso scolastico diciamo da impiegato, poi
ho cominciato a lavorare come fotografo in uno studio di matrimoni e questa cosa
mi ha dato la possibilità di conoscere tecnicamente una fotocamera. Prima
parlavo del racconto di un’esperienza: queste foto sono anche dei miei
autoritratti. Quando scatti hai qualcosa che in qualche modo ti rappresenta,
parla di te. Poi, chiaramente, può essere diverso quando fai una foto di
cronaca, una foto importante tipo quella del ministro che fu ammazzato in
Turchia, o l’uccisione di Kennedy: lì, anche se la foto è tecnicamente
“sbagliata”, è potente perché ti racconta un evento importante per la storia
dell’umanità. La foto famosa di quando Papa Woytila fu ferito da Alì Agca, in
cui si vede la pistola, probabilmente non è del fotografo, ma di una delle
persone che stavano lì e che stava nella posizione giusta. Pare che il fotografo
ufficiale sequestrò subito tutte le pellicole ai fedeli e ai turisti che erano
lì, e da lì probabilmente è uscita quella foto. Nel mio caso è diverso, non c’è
niente di fondamentale per la Storia, parliamo di emozioni che provi quando
scatti, e quindi quella foto c’entra molto con te. Questo non vuol dire che
l’emozione basta a tirar fuori delle foto giuste, così come non basta il
contesto. Quando ho fatto il progetto sugli ultras, una volta sono andato a
Brescia con loro, un viaggio incredibile, ho fatto delle foto stupende. Poi dopo
qualche settimana sono andato a Verona e non ho fatto manco una foto buona,
funziona così.
Così diventa ancora più complesso catturare il momento…
Io non ho quasi mai fatto attualità, non perché sia un genere meno nobile, ma
per me si trattava di lavorare in un posto per giorni, non era mio interesse
fare un lavoro di mezzora. Tante volte mi avevano avvisato che c’era un morto
per strada, ma non sono andato a fotografarlo, non mi interessava avere la foto
dell’omicidio, io volevo la foto che potesse rappresentare tutti gli omicidi.
Nel libro ce n’è una perché è una storia: è la foto di un corpo solo, di un
omicidio fatto esattamente sotto casa mia. Per me è importante perché è una foto
di come si muore, soli, non c’è nessuno intorno a questo corpo. Mi ricordo che
mi telefonò un amico, dicendomi che avevano ammazzato un uomo sotto casa mia. Io
vado a casa, prendo una macchina fotografica, rompo il cordone della polizia
dicendo che lavoravo in pizzeria, entro, salgo sopra e faccio la foto.
Dall’alto.
Questo rapporto tra il contesto e le emozioni ti è stato chiaro fin da quando
hai iniziato?
Beh, negli anni sono tanti i lavori dei grandi maestri, le fotografie che mi
hanno colpito. Amo i lavori di Letizia Battaglia, Diane Arbus, Eugene Smith.
Forse i due lavori che ho conosciuto da giovanissimo e che mi hanno spinto a
fare questo tipo di percorso sono stati La Centesima Strada di Bruce Davidson
e Gipsy di Koudelka. In tutti e due i casi si capiva che c’era stata
un’attenzione al tema, e soprattutto c’era il tornare sul posto, passarci del
tempo, creare relazione.
In che termini questi due concetti, il ritorno e la relazione, sono importanti
per la tua fotografia?
È come quando impari a conoscere delle persone. La prima volta conosci uno
strato superficiale, poi guardando quello che hai realizzato, e avendo la
possibilità di ritornare, puoi capire quali sono le cose interessanti che magari
non avevi notato, e che puoi eventualmente approfondire se si ripresenta
l’occasione. Più ci spendi del tempo, più entri in relazione, più la forza di
questo processo si moltiplica.
(foto di mario spada)
Questo implica anche una capacità di entrare in relazione con mondi distanti dai
tuoi, penso alle fotografie sul mondo dei ricchi, della nobiltà, dei grossi
imprenditori.
Era necessario. Io credo che qualsiasi cosa tu voglia raccontare, che sia un
popolo, una storia, una città, ci sono sempre due anime che vanno in collisione,
che magari convivono, come nella morfologia umana della nostra città, dove i
quartieri dei ricchi sono circondati da quartieri dei poveri: se pensi a Chiaia,
ci sono i Quartieri Spagnoli, c’è Santa Lucia, c’è la Torretta. Se vuoi
raccontare una cosa devi cogliere i due estremi che ci sono dentro, che sono
complementari. Lo scrive Belmonte nella Fontana Rotta: per studiare un popolo
puoi guardare la classe alta e la classe bassa; infatti, se guardi Spina, nella
prima fotografia la macchina è rivolta verso l’alto, quando c’è il truffatore,
nell’ultima è rivolta verso il basso. È una scelta che abbiamo fatto proprio
perché volevamo seguire questa sorta di idea, di filo conduttore.
Parlavamo dei tuoi primi lavori, come fotografo di matrimoni…
Sì, era un periodo in cui mi appassionavo all’arte, conoscevo il Museo
Archeologico a memoria, ho sempre avuto una passione per la bellezza. Anche
quando facevo il fotografo di matrimoni avevo una grande attenzione, ero
catturato dalla bellezza che mi si presentava intorno. Lì ho conosciuto Oreste
Pipolo, che aveva un occhio pazzesco. E poi Cito, che voleva fare un lavoro sui
matrimoni napoletani: andavo a vedere quello che faceva, sicuramente queste
relazioni mi hanno aperto un sentiero.
Ritorna la relazione, anche in senso formativo…
Sì, perché la relazione ti apre le porte, soprattutto ti fa passare da una cosa
a un’altra. Io dalle tombolate sono passato al progetto del battesimo del Nano;
poi da lì sono arrivato a Madonna dell’Arco, perché la gente più o meno era la
stessa; è come se si aprissero di volta in volta delle porte; conosci persone,
conosci storie, se le persone sei disposto a conoscerle veramente, loro si
aprono. Io mi infilavo nelle storie così, quasi per vedere cosa succedeva. La
prima volta che ho fotografato la Parrocchiella, che è una sorta di enclave dei
Quartieri Spagnoli, era durante i Mondiali, forse del ‘98, perché passavo di lì
e vidi questa famiglia che guardava la partita in un vicolo con la televisione
sull’uscio del basso, e tutti fuori a guardare. Mi fermai, chiesi se potevo fare
delle foto, e lì si è aperto un mondo, la storia di Carlo, che poi si è
intrecciata con quella di Francesco, che si è intrecciata con Madonna dell’Arco,
e così via.
Come hai fatto a decidere che era il momento di chiudere il cerchio e fare
questo libro?
Probabilmente perché ho capito che avevo tutto quello che mi serviva. Ero
pronto. Come se mi fossi reso conto che non avevo più scuse. (intervista di
riccardo rosa)
(collage di stefania spinelli)
“Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo
di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri
nomi – ora ci vogliono”. [linda pastan]
QUELLO CHE VOGLIAMO | OROSCOPO DI FOUCAULT 2026
ARIETE – Se dovessimo dirlo in una sola frase, il vostro tratto principale è
questo: vivete nell’urgenza del primo passo e nella fiducia cieca dell’azione.
Lo sappiamo, nei segni di fuoco tutto è iniziativa, coraggio, imprudenza,
apertura di varchi, autoaffermazione. Voi non attendete che le condizioni siano
ideali: agite perché qualcosa accada. E spesso accade davvero, anche se il
prezzo da pagare arriva dopo.
Vale forse poco ricordarvi la genesi del vostro mito, eppure ci proviamo.Nella
mitologia greca l’Ariete dal Vello d’Oro è inviato da Nefele per salvare i figli
Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. L’ariete compare nel momento estremo
e permette loro la fuga. Durante il viaggio Elle muore, Frisso sopravvive, e
quando la salvezza è compiuta l’ariete non viene premiato, anzi viene
sacrificato a Zeus come atto conclusivo. A Napoli si direbbe cornuto e mazziato.
L’archetipo è chiaro: l’ariete salva, inaugura, accende – ma non resta.
Chi ama pensare che le vite dipendono dal transito delle costellazioni vi
ricorderà che da metà febbraio Saturno entra nel vostro segno, introducendo un
lessico che vi è poco familiare: disciplina, responsabilità verso voi stessi,
scelte ponderate, distinzione tra impulso e decisione. Ma nessun pianeta può
farlo al posto vostro. Il punto non è diventare prudenti per forza, ma diventare
consapevoli. Continuare a essere quelli che partono per primi, oppure imparare a
restare un momento in più prima di scattare. Non per spegnere il fuoco, ma per
orientarlo. Non per rinunciare al gesto, ma per sottrarlo al sacrificio
automatico. Il mito vi ricorda che salvare tutti non è sempre possibile, e che
non ogni causa merita la vostra intera vita.
E allora arriviamo alla questione decisiva. Quello che vogliamo non è semplice:
capire cosa merita davvero il primo gesto; lottare, dunque, e scegliere con
cura per chi e per che cosa vale la pena esporsi.
TORO – In una lunga e costante tradizione astrologica il Toro è il segno della
tenacia, della forza silenziosa, della perseveranza che non ha bisogno di
clamore. È il segno che conserva, che protegge ciò che è stato conquistato, che
difende la forma contro il caos. Governato da Venere, sotto l’apparenza pacata e
ponderata custodisce un’intensità sensuale e istintiva che non ha bisogno di
essere annunciata: chi la conosce, la riconosce.
Per questo, per l’anno che viene, non vi servono grandi indicazioni, ma piccole
prudenze nel gioco dei desideri. I desideri, per voi, non mancano mai,
soprattutto nella loro forma astratta. Quest’anno, invece, vi si pone una
domanda più scomoda e più rara: che cosa volete davvero, e che cosa di ciò che
volete è disposto a diventare reale? E soprattutto: che cosa siete disposti a
cambiare?
La vostra forza, quando diventa rigidità, rischia di trasformarsi in immobilità.
E allora la vera prova non sarà resistere ancora, ma scegliere consapevolmente
cosa lasciare andare del vecchio per permettere a qualcosa di nuovo di crescere.
Non una rottura spettacolare, ma un movimento interno, lento e profondo.
C’è in voi, quest’anno, una tensione sotterranea che somiglia a una forma di
disobbedienza silenziosa: il bisogno di inceppare il mondo così com’è. Non per
distruggerlo, ma per costringerlo a rivelarsi. È un gesto che vi chiede
coraggio, non impulsività; volontà, non semplice attaccamento. Non si tratta di
rinnegare ciò che siete, ma di capire se ciò che conservate vi nutre ancora o vi
trattiene.
Quello che vogliamo è fare del sogno non un rifugio, ma — come direbbe Pavese —
“un’unica vita, libera e palpitante”: radicata nella realtà eppure aperta al
respiro più ampio dell’immaginazione. Non sarà un anno di rotture plateali, ma
di scelte profonde. E come ogni vera scelta, vi chiederà lentezza, fedeltà a voi
stessi e quella forza rarissima che consiste nel crescere senza tradirsi.
GEMELLI – Siete il segno della mobilità mentale, della connessione, del
passaggio continuo tra idee, parole, persone. Vivete nella soglia: tra una
domanda e l’altra, tra il lavoro e il gioco, tra il bisogno di capire e quello
di condividere. Non amate le definizioni definitive perché sapete che ogni
pensiero, se resta fermo, si impoverisce. Il vostro talento naturale è il
movimento, il rischio costante è la dispersione. C’è in voi una naturale
inclinazione alla socialità, ma quest’anno vi mettiamo davanti a una distinzione
sottile e necessaria: non tutte le relazioni nutrono allo stesso modo. Alcune
stimolano, altre distraggono; alcune amplificano la vostra felicità, altre la
consumano rapidamente. Secondo lo psicologo Martin Seligman ci sono tre tipi di
vita felice. La buona vita, ovvero perseguire la crescita personale, essere
impegnati nel lavoro e nel gioco. La vita ricca di senso, ovvero agire al
servizio di qualcosa più grande di noi. La vita piacevole, ovvero cercare il
piacere attraverso la socializzazione. Tre dimensioni che conoscete bene.
Quest’anno il compito non è scegliere una sola via alla felicità, ma capire
quali relazioni rendono queste vie reali e durature. La domanda non è se stare
con gli altri – per voi è vitale – ma con chi e a quale profondità, quali sono i
legami che meritano una gioia vera e condivisa.
Per avvicinarvi a ciò che Aristotele chiamava eudaimonia, vi suggeriamo un gesto
meno ovvio di quanto sembri: rallentare il pensiero quanto basta per restare in
profondità. Restare in una conversazione, in un progetto, in una relazione, in
un luogo senza scivolare subito altrove. Non una rinuncia alla vostra natura,
solo un suo affinamento.
Quello che vogliamo è una “selezione consapevole”, una felicità, che non nasca
dall’accumulo di esperienze, ma dalla loro risonanza. Perché solo le relazioni
autentiche – anche imperfette, anche faticose – hanno la capacità di amplificare
davvero ciò che siete e ciò che potrete diventare.
CANCRO – Bruno Bettelheim, psicoanalista viennese, ha vissuto in prima persona
l’internamento in un campo di concentramento nazista. Ha poi raccontato e
analizzato la sua esperienza in un libro che in Italia è stato pubblicato con il
titolo Il prezzo della vita. In realtà (e confesso che è una scoperta per me
recente) il titolo originario del suo libro, The Informed Heart (Il cuore
informato), dice già tutto ciò che riguarda profondamente il Cancro. Lo scopo
del libro non era tanto lo studio della vita nei lager, ma “mostrare quali siano
i cambiamenti che dobbiamo operare in noi stessi” e come la vera sicurezza si
trovi nella “buona vita” e nel riuscire a far coincidere gli opposti. Sappiamo
che vivete da sempre in questo spazio di tensione: tra protezione e apertura,
tra memoria e presente, tra bisogno di sicurezza e desiderio di appartenenza.
Nei prossimi mesi questa dinamica diventa centrale e inevitabile, e questo non
dipende dai transiti planetari di quest’anno –che pure a detta degli astrologi
sollecitano l’asse emotivo e quello della responsabilità. È un processo di
crescita che sta lasciando spazio a qualcosa di più complesso e più maturo.
“Non possiamo più accontentarci di una vita in cui il cuore ha le sue ragioni
che la ragione non conosce. Il nostro cuore deve conoscere il mondo della
ragione e la ragione deve essere guidata da un cuore consapevole”. Questa frase
di Bettelheim non è un’astrazione per voi: è un compito concreto per quest’anno.
Alcune situazioni vi mostreranno che la sensibilità, se non è informata, può
diventare chiusura; e che la razionalità, se non è nutrita di affetto, diventa
arida e difensiva.
I più colti e ironici di voi coglieranno che questa è la risposta al dilemma
della guerra Mente e Cuore cantata da Valentina Stella, ma questo non toglie
nulla alla serietà del vostro lavoro interiore per l’anno che è cominciato. “Il
cuore coraggioso deve infondere nella ragione tutto il suo colore vitale e la
ragione deve perdere la sua astratta simmetria per ammettere l’amore e le
pulsazioni della vita”.
Non è un invito a “sentire” meno, ma a sentire meglio. A non usare l’emozione
come rifugio, né la lucidità come difesa. A costruire una sicurezza che non
dipenda solo dal passato o dalle mura che avete eretto, ma da una capacità nuova
di stare nel mondo senza smarrirvi. Quello che vogliamo non è tornare a un luogo
sicuro, ma diventare noi stessi un luogo sicuro in cui cuore e ragione non si
escludano, anzi si intrecciano per permettervi di vivere – per intero – la
vostra buona vita.
LEONE – “Ho paura che tu non sappia come amo, come in te il mio costato vada
alla deriva e manchino le parole per affrontare l’invisibile (…)”. Partiamo da
qui, da questa paura sottile nominata da Candiani nella poesia Per voce di
amante, perché ci sembra che il Leone si trovi esattamente in questo punto: non
tanto nel timore di amare invano, quanto in quello di non essere riconosciuto
per la forma unica del proprio amore. Che sia con il corpo, con la presenza o
con la cura, per voi amare è sempre esporsi.
Del resto siete il segno della luce e dell’irradiazione, della volontà che si
manifesta senza ambiguità. Ma dietro questa chiarezza c’è una vulnerabilità
profonda: il bisogno che ciò che donate venga visto, accolto, compreso. Nel 2026
questa esigenza diventa centrale, e non tanto perché i transiti planetari vi
costringono a rivedere il modo in cui cercate conferma, ma perché la maturità e
la crescita personale passano per la consapevolezza che non tutto ciò che è
autentico viene immediatamente riconosciuto e non tutto ciò che brilla ha
bisogno di applausi.
Abbiamo letto che Saturno, in aspetto armonico al vostro segno per buona parte
dell’anno, vi chiede di distinguere tra il bisogno di essere visti e la
responsabilità di restare fedeli a ciò che siete, anche quando lo sguardo
dell’altro manca. Secondo altri Nettuno renderà più sottile e meno controllabile
il campo affettivo: potreste sentirvi fraintesi, o avere la sensazione che le
parole non bastino più. A nostro modesto avviso non è compito dei pianeti
decidere, è solo una vostra scelta.
Per quest’anno non vi suggeriamo di amare di meno, ma di non contrattare il
vostro amore in cambio di riconoscimento. Non tutto deve essere spiegato, non
tutto deve essere messo ai piedi dell’altro. L’invisibile che vi abita non va
domato: va onorato. Quello che vogliamo, nel profondo, non è essere applauditi,
ma essere visti senza doverci tradire o mascherare. Non è occupare il centro
della scena, è sapere che il nostro modo di amare e di essere – leale e totale –
ha diritto di esistere così com’è. Quello che vogliamo non è semplice, è giusto.
VERGINE – Ha scritto Marguerite Yourcenar che il grafico di un’esistenza umana
si compone di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e
divergenti senza posa: ciò che crediamo di essere, ciò che vogliamo essere, ciò
che siamo stati. Quest’anno la Vergine si muove esattamente dentro questo
disegno complesso, con la consueta attenzione al dettaglio e una lucidità che, a
volte, diventa severità verso se stessa. Voi siete il segno che osserva, che
analizza, che cerca coerenza tra le parti, ma spesso paga questo talento con un
eccesso di controllo.
La Vergine vive nell’intersezione tra volontà e misura. Non amate
l’improvvisazione: preferite capire, ordinare, rendere funzionale ciò che è
confuso. Ma quest’anno vi mette davanti a una tensione sottile: non tutto ciò
che siete può essere corretto, non tutto ciò che è stato va migliorato. Secondo
alcuni astrologi i transiti di quest’anno – in particolare quelli che
sollecitano l’asse del cambiamento e della revisione profonda – vi chiedono di
riconsiderare il rapporto con il passato, non come archivio di errori, ma come
materia viva che ha già fatto il suo lavoro. Non sappiamo se sia vero, però
sappiamo che a volte c’è una distanza, spesso dolorosa, tra ciò che siete e ciò
che vorreste diventare. Il rischio è quello di abitare perennemente la seconda
linea del grafico, quella del “non ancora”, senza concedervi il diritto di
riconoscere ciò che siete già. Per quest’anno vi invitiamo a un gesto meno
consueto ma necessario: sospendere il giudizio, almeno per un periodo. Non per
rinunciare alla vostra intelligenza critica, ma per evitare che diventi una
forma di auto-sottrazione.
Quest’anno non vi sarà chiesto di fare di più, solo di fare con maggiore fedeltà
a voi stessi perché il perfezionamento continuo non sempre equivale alla
crescita. A volte crescere significa accettare una linea sinuosa che non torna,
che devia, che non obbedisce a un disegno ideale. Quello che vogliamo non è
diventare una versione migliore secondo criteri astratti, ma riconoscere una
continuità possibile tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che scegliamo
di diventare. Non correggere la vita, ma abitarla con attenzione, rispetto e
gentilezza rivolti prima di tutto a voi stessi.
BILANCIA – Nel 1893 l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen concepì un’impresa
che, per l’epoca, appariva impossibile. Invece di tentare la sfida di forzare i
ghiacci artici per raggiungere il Polo Nord, decise di affidarsi alla loro
deriva naturale, trasformando un ostacolo in una via. L’idea era semplice e
rivoluzionaria insieme: costruire una nave capace di resistere alla pressione
della banchisa e lasciarla intrappolare volontariamente, perché fosse il
ghiaccio stesso a trasportarla lentamente verso nord. Nacque così la Fram
(Avanti), una nave progettata non per dominare la natura, ma per collaborare con
essa.
Nel 1893 la spedizione salpò verso l’Artico e la Fram venne intenzionalmente
bloccata nei ghiacci vicino alla Siberia. Per quasi tre anni la nave rimase
intrappolata, protetta, autosufficiente, mentre la deriva la spingeva attraverso
il mare polare. Quando Nansen comprese che il movimento dei ghiacci non avrebbe
condotto direttamente al Polo, lasciò la nave con un compagno per tentare
l’avanzata in slitta. La Fram, invece, continuò il suo lento viaggio e riuscì
infine a liberarsi, tornando in Norvegia. Nansen non riuscì a raggiungere il
Polo Nord, ma vi si avvicinò come nessuno prima di lui. L’impresa fu comunque un
successo scientifico e umano, e la Fram divenne simbolo di un nuovo modo di
esplorare.
Per quest’anno vi suggeriamo di muovervi dentro questa stessa logica. Voi siete
il segno dell’equilibrio, della relazione, dell’intelligenza che nasce dal
dialogo. Ma quest’anno i transiti planetari – in particolare quelli che
sollecitano le scelte strutturali e i legami significativi – vi invitano a
comprendere che non tutto ciò che avanza lo fa per spinta diretta. A volte il
vero movimento avviene per deriva, per adattamento, per una fiducia attiva nel
processo.
Non è un anno in cui forzare decisioni o pretendere risposte immediate. Come la
Fram, siete chiamati a costruire una forma interiore capace di reggere la
pressione senza spezzarsi. Alcune situazioni sembreranno immobili, bloccate,
sospese. Ma ciò che appare fermo sta lavorando, lentamente, nella direzione
giusta.
Quando Nansen lasciò la nave per tentare un’altra via, non rinnegò l’impresa: la
completò in modo diverso. Anche voi, potreste scoprire che cambiare strategia
non significa tradire l’equilibrio, ma onorarlo. Non tutto ciò che non arriva
esattamente dove avevate immaginato è una sconfitta: alcuni risultati valgono
perché trasformano il modo in cui attraversate il cammino. Quello che vogliamo
non è controllare ogni esito, ma trovare una direzione che nasca dalla
collaborazione con ciò che accade, non dalla sua forzatura. Come la Fram, anche
voi potete avanzare lasciandovi portare, se saprete restare fedeli a voi stessi
mentre il mondo vi muove.
SCORPIONE – Ha scritto la poetessa statunitense Linda Pastan: “Quello che
vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un
volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi ora ci
vogliono. Ma quello che vogliamo appare nei sogni, indossando travestimenti”.
Eccoci subito al nodo, Scorpione, perché quest’anno vi porta esattamente qui:
tra ciò che pensavate di volere e ciò che vi chiama da luoghi più profondi, meno
nominabili.
Cosa volete davvero e cosa invece avete scambiato per desiderio? Un’amica mi ha
sfidato, dicendo «per quanto puoi scrivere e studiare non comprenderai mai il
nostro segno». Temo abbia ragione, non sono certo che libri o stelle contengano
una risposta definitiva, anche se la vostra costellazione ospita una delle luci
più intense del cielo, Antares. Forse una luminosità così potente costringe a
socchiudere gli occhi; o forse non esiste stella all’altezza del vostro mistero.
Di voi, del segno che conosce la morte come passaggio e non come fine, è più
giusto parlare al plurale: scorpioni. In voi abitano desideri opposti, impulsi
che si contraddicono, fedeltà e rottura, attaccamento e necessità di
distruzione.
Secondo molti astrologi quest’anno i transiti planetari che toccano le zone più
profonde del tema – quelle legate al potere, all’intimità, alla trasformazione –
rendono impossibile continuare a vivere scegliendo una sola voce. Sarebbe un
anno durissimo se tentaste di ridurvi a una versione semplificata di voi stessi.
È invece un anno potentissimo se accettate il compito che vi viene affidato:
trovare spazio per ogni parte che vi compone, parole per ogni pensiero che vi
attraversa, rifugio persino per ciò che punge e fa male.
Siete il segno più enigmatico, legato ai cicli di morte e rinascita, dotato di
un’intelligenza lucidissima e attraversato da impulsi sessuali e da
un’aggressività passionale che non tollera mezze misure. Non a caso il vostro
motto astrologico è semplice e assoluto: io rinasco. Quest’anno la rinascita non
passa per un singolo evento risolutivo: passa per l’integrazione. Non per
scegliere tra luce e ombra, ma per abitare entrambe senza ferirvi o
autodistruggervi.
Quello che vogliamo, nel profondo, non è liberarci delle nostre contraddizioni,
ma imparare a viverle senza rinnegarne nessuna. Rinascere, ogni volta, perché
“non ricordiamo il sogno, ma il sogno ci ricorda”.
SAGITTARIO – Sapete perché questo oroscopo viene pubblicato il giorno
dell’Epifania e non a fine anno, come tutti gli altri? Perché non è un oroscopo
come gli altri e perché volevamo che le parole non si confondessero con le
retoriche zuccherine del “pace, salute, prosperità” che chiudono l’anno. Non
perché queste parole non siano fondamentali, ma perché, così come vengono
pronunciate, restano enunciazioni. E voi, Sagittario, siete il segno che non si
accontenta delle formule o degli slogan: cercate il senso delle parole, perché
solo quando hanno peso possono guidare davvero l’azione.
La speranza, per voi, non è mai astratta. Deve essere sporcata dalla realtà,
dalle imperfezioni, dalla stanchezza, dagli inciampi lungo il cammino. È un
foglio bianco che non bisogna avere timore di riempire di errori, se davvero si
vuole scrivere un finale diverso. Nel 2026 questa immagine vi descrive con
precisione: siete chiamati a rendere concreta una visione che avete già da tempo
davanti agli occhi, ma che forse avete tenuto troppo in alto, troppo lontana dal
corpo.
Siete il segno dell’orizzonte, della fiducia nel futuro, del passo lungo. Ma
quest’anno la domanda cambia tono. Non è più solo cosa volete, bensì come siete
disposti a muovervi verso ciò che volete. Siete pronti a chiedere aiuto? A non
fare tutto da soli? A rallentare il passo per non perdere chi cammina con voi?
Questo non è un anno che vi chiede di smettere di credere, ma di credere in modo
incarnato. Accettare che la speranza non è una fuga in avanti, ma un lavoro
quotidiano fatto di compromessi intelligenti, di ascolto, di fiducia condivisa.
Alcune illusioni cadranno, ed è un bene: vi costringeranno a distinguere tra ciò
che vi ispira davvero e ciò che vi distrae con promesse troppo facili. Quello
che vogliamo è già nell’orizzonte. È il gesto sottile e difficile di diventare
poliglotti nella propria lingua madre: imparare a dire ciò che sentiamo con più
registri, più voci, più umanità. Perché la vera sfida, quest’anno, è restare
fedeli a ciò che ci muove, anche quando questo richiede pazienza, collaborazione
e il coraggio di non sapere tutto subito.
CAPRICORNO – Nel 1912, durante lo sciopero delle operaie tessili di Lawrence, in
Massachusetts, il movimento sindacale e femminista statunitense marciò sotto uno
slogan che aveva preso in prestito le parole di un poema scritto l’anno
precedente da James Oppenheim: “Hearts starve as well as bodies / give us bread,
but give us roses” (“Anche i cuori soffrono la fame come i corpi: dateci il
pane, ma dateci anche le rose”). Molti anni dopo, Ken Loach riprese quelle
parole per raccontare in un film una storia di lavoro sfruttato, paura,
solidarietà fragile e dignità ostinata. Una storia in cui la lotta non riguarda
solo la sopravvivenza, ma il diritto a una vita che abbia qualità, tempo,
rispetto.
Il Capricorno, più di ogni altro segno, conosce il valore del pane. Conoscete la
fatica, la responsabilità, la costruzione lenta e ostinata di ciò che garantisce
stabilità. Siete il segno che regge, che tiene, che non molla anche quando il
peso è sproporzionato. Quest’anno vi mette davanti a una sfida meno comoda: non
basta resistere. Non basta garantire la sopravvivenza materiale se il prezzo è
la rinuncia sistematica al desiderio, al tempo, alla bellezza. Vale nelle
relazioni, nel lavoro, nelle amicizie.
Dicono gli astrologi seri che i transiti planetari di quest’anno toccano il
vostro segno in profondità. Abbiamo letto che Saturno, vostro pianeta guida, vi
chiede ancora rigore, ma in una forma più matura: non solo disciplina, bensì
responsabilità verso voi stessi. Pare anche che Plutone continui il suo lavoro
di trasformazione strutturale, smontando ciò che avete costruito solo perché “si
deve”, solo perché “ha sempre funzionato”. Non sappiamo se sia vero, però vi
invitiamo a fare cadere alcune certezze, non per punizione, ma perché non sono
più abitabili. Il lavoro, le relazioni, gli obiettivi: tutto ciò che resta in
piedi quest’anno dovrà avere un senso profondo, non solo utilità. Perciò,
quest’anno, quando si tratterà di dover scegliere, non fatelo.
Quest’anno qualcosa di radicale, anche se silenzioso: pretendere sempre il pane
e le rose. Ci saranno divisioni interne, paure, tentazioni di tornare indietro.
La vera maturità, quest’anno, non è stringere ancora i denti: è ammettere che
anche il cuore ha fame. Quello che vogliamo non è solo resistere, né
semplicemente riuscire, ma costruire una vita che non ci costringa a scegliere
tra sopravvivere ed essere vivi. Nel 2026 siamo chiamati a una forma nuova di
autorità: quella di chi sa dire che il pane è necessario, ma che senza le rose
non basta più.
ACQUARIO – Una mia vecchia amica ritiene che in ogni contesto, per esempio
“cucinando”, sia possibile creare. E ricorda sempre che per Elsa Morante la sola
frase d’amore era: “Hai mangiato?”. Non perché l’amore si riduca alla cura
pratica, ma perché ogni creazione, per esistere, ha bisogno di passare dal
corpo. Ed è qui che ci viene in mente un verso di una poesia di Chandra Livia
Candiani: “L’anima ha le ali, ma è il corpo che ne porta la fatica”. Se avete la
pazienza di leggere, vi sarà chiaro il perché.
L’Acquario vive naturalmente nel registro dell’aria: pensiero, visione, ideale.
Siete capaci di immaginare forme nuove di relazione, di amicizia, di convivenza,
molto prima che il mondo sia pronto ad accoglierle. In amore come nella vita,
siete chiamati a trovare un equilibrio sottile tra aspirazione e realtà. L’amore
ideale resta per voi una bussola imprescindibile; senza, vi sentireste traditi.
Ma quest’anno vi invita a riconoscere che l’amore reale non è la negazione
dell’ideale, bensì il luogo in cui l’ideale si misura con il limite, con la
stanchezza, con il tempo condiviso. Ricordate: l’anima può continuare a volare,
solo se il corpo accetta di portarne il peso.
Secondo gli astrologi seri, Plutone nel vostro segno renderà questo processo
ineludibile. Non vi chiede di rinunciare alla libertà, ma di darle più di una
forma. L’amore è una pratica che può assumere più forme: a volte cucinare per
l’altro, a volte insegnare all’altro a farlo, a volte semplicemente sedersi
insieme senza sapere esattamente cosa verrà servito. Si tratta di trovare un
equilibrio tra la vostra doppia natura: l’Acquario uraniano, che spinge verso il
nuovo e teme ogni vincolo, e quello saturnino, che comprende che la libertà non
è assenza di peso, ma assunzione consapevole di ciò che è reale. Quest’anno non
vi si chiede di risolvere questa tensione, vi suggeriamo di usarla come motore
creativo.
Quello che vogliamo non è un amore pensato così bene da non dover essere
vissuto, né una realtà così pesante da spegnere il desiderio. Vogliamo un amore
in cui l’anima continui ad avere le ali e il corpo, nel portarne la fatica,
possa dire: io esisto.
PESCI – Se dovessimo indicare uno dei “mali” del nostro tempo, potremmo dire,
senza tema di smentita, che è questa sovrabbondanza di immagini che ogni giorno
scorrono sugli schermi: tutto è visibile, tutto è accessibile, tutto è già visto
prima ancora di essere vissuto. Non è una critica al progresso, né un rimpianto
nostalgico; è la constatazione che, in questo gioco di specchi, qualcosa si
incrina. Si può assistere a tutto – persino all’orrore – e restare immobili.
Nel suo libro Quando il mondo dorme, Francesca Albanese cita le parole del
monaco buddhista Thich Nhat Hanh: “Dopo aver visto, bisogna agire. Altrimenti, a
cosa serve vedere?”. È a voi che queste parole parlano più direttamente, perché
siete il segno che vede più degli altri, ma non sempre riesce a restare presente
nella propria vita.
I Pesci sono sensibilità pura, empatia senza confini, capacità di sentire il
mondo come se non esistessero separazioni. Ma proprio questa dote, nel tempo
dell’eccesso di immagini, rischia di trasformarsi in stanchezza emotiva, in
ritiro, in una sorta di anestesia dolce. Sentire tutto può diventare,
paradossalmente, un modo per non riuscire più ad agire.
Secondo gli astrologi “seri”, il 2026 arriva come un anno di svolta perché segna
la fine di un lungo ciclo: Saturno conclude il suo passaggio nel vostro segno
nei primi mesi dell’anno. È stato un transito severo, che vi ha costretti a fare
i conti con i limiti, con il corpo, con la responsabilità di dare forma a ciò
che sentite. Ora qualcosa si allenta, ma non per tornare all’indistinto: per
scegliere cosa fare di ciò che avete imparato. Nettuno, vostro pianeta guida, ha
lasciato i Pesci, ma non vi ha abbandonati: ha lasciato in eredità una domanda
radicale sul senso, sulla compassione e sulla verità. Non sappiamo se queste
previsioni siano giuste; sappiamo però che quest’anno si presta a trasformare la
vostra sensibilità in gesti concreti. Non salvare il mondo – questo vi
esaurirebbe – ma salvare la vostra presenza nel mondo.
Poiché sapete leggere le vite degli altri come fossero libri aperti, ma spesso
ignorate i segnali che arrivano dalla vostra, il compito del 2026 è imparare una
forma nuova di cura verso voi stessi: non restare inerti davanti a ciò che vi
ferisce, non dissolvervi in ciò che sentite. Quello che vogliamo, nel profondo,
non è smettere di vedere né proteggerci chiudendo gli occhi, ma trovare il
coraggio di agire a partire da ciò che vediamo e in difesa di ciò che proviamo,
anche quando è scomodo, anche quando ci espone. Fare della nostra sensibilità
una forza viva.