(disegno di guerrilla spam)
È uscito di recente per le edizioni Tabor Fuori la grana o vi ammazziamo! di
Alèssi Dell’Umbria, un autore noto in ambienti di movimento in Italia, ma di cui
restano fondamentali due opere non ancora tradotte: Histoire universelle de
Marseille, un’imponente archeologia politica e sociale della città, apparsa
proprio mentre Marsiglia veniva sacrificata sull’altare della “capitale europea
della cultura”, e Tarantella! Possession et dépossession dans l’ex-royaume de
Naples. Quest’ultimo è il resoconto di un Sud Italia che l’autore conosce bene,
in bilico tra emarginazione sociale e recupero spettacolare. Ed è proprio da
qui, da una necessaria lettura da Sud, che bisogna partire per riflettere
sull’ultimo libro di Dell’Umbria. Il titolo riprende una scritta apparsa su un
muro di Marsiglia nei primi anni Ottanta e ci introduce nelle vicende degli Os
Cangaceiros, un gruppo fuorilegge attivo in Francia tra il 1984 e il 1992.
Dell’Umbria, che di quel gruppo fece parte, non scrive una semplice memoria, ma
restituisce il racconto di un’esperienza politica ed esistenziale lontana dai
dogmi del militantismo tradizionale, capace di fondere l’elaborazione teorica
radicale con una pratica di vita estranea alle leggi del Capitale.
Tra sabotaggi, riappropriazioni e rifiuto del lavoro salariato, questa banda di
giovani si organizzò per vivere senza lavorare e per sostenere le lotte sociali,
dalle prigioni alle fabbriche fino alle periferie urbane. Il tutto senza
abdicare alla vita, ma soprattutto senza mai rinunciare a una riflessione
costante, necessaria a interpretare la realtà e a dotarsi di strumenti analitici
per agire. “A differenza di quei militanti che hanno la tendenza a credersi
indispensabili – scrive Dell’Umbria – pensavamo che gran parte del negativo
all’opera nelle viscere di questo mondo agisse innanzitutto sotto forma di
astensione”.
La vicenda degli Os Cangaceiros s’inserisce in questo solco. Come scrive lo
stesso autore, “bisognava organizzarsi per attraversare il deserto che
avanzava”. Era indispensabile pensare alla rivoluzione attraverso l’amicizia,
vendicarsi di coloro che organizzano la nostra infelicità. Erano questi gli
obiettivi prioritari, come scrissero in un editoriale della rivista che
pubblicavano in modo irregolare (i cui numeri possono essere sfogliati qui).
L’esperienza di questo gruppo di affinità si colloca nel riflusso post ’68,
quando l’interrogativo centrale riguardava la forma delle soggettività
rivoluzionarie in un’epoca controrivoluzionaria. Dell’Umbria rispondeva
guardando alla “resistenza per inerzia”, convinto che l’indifferenza della
maggioranza dei proletari verso l’attivismo non fosse apatia, ma una forma di
resistenza non catalogabile, capace di togliere ossigeno alla scena spettacolare
del potere.
Da questa prospettiva, ogni elogio del proletariato in quanto classe era visto
come controrivoluzionario, poiché mirava a reinserire una soggettività
intrinsecamente negativa nel contratto sociale attraverso i “racket sindacali e
politici”, vale a dire quelle organizzazioni che gestiscono il conflitto per
renderlo compatibile con il sistema. Il rifiuto del lavoro (capitalistico) è
alla base di questa visione. È la diserzione generalizzata in quanto stile di
vita a fare conflitto, per le strade e sul posto di lavoro. Non il volontarismo
etico.
Alla radice di queste scelte troviamo una lettura eterodossa degli scritti
giovanili di Marx ed Engels. Dell’Umbria spiega bene come, in un’epoca di
riflusso, bisognasse volgere lo sguardo ai proletari senza però invocarli come
soggetto investito di una missione storica trascendente. Il proletariato veniva
definito come una soggettività in atto, inafferrabile secondo le categorie
classiche. Inscrivere questa soggettività negativa in un contratto sociale è
esattamente il ruolo dei racket sindacali e politici.
Dell’Umbria riprende la questione del “racket”, concetto caro a Max Horkheimer e
a Jacques Camatte, che ne aveva scritto nella rivista
neo-bordighista Invariance: quelle organizzazioni che si interpongono tra la
rivolta e la realtà, gestendo il conflitto per neutralizzarlo o renderlo
compatibile con il sistema. Non si trattava di imporre un livello di scontro, ma
di sposare quello già in campo. In quest’ottica, il fatto che l’immensa
maggioranza dei proletari resti indifferente alle ingiunzioni dell’attivismo la
rende persino più minacciosa. Dell’Umbria e i suoi assistevano in diretta alla
disgregazione sociale degli anni Ottanta e alla dissoluzione della classe
operaia – con i sindacati ad accompagnarla e a fare in modo che l’operazione
filasse liscia – guardando invece a quei cicli di rivolta che avevano ribaltato
l’istituzione degli operai in quanto classe mediata dalla rappresentanza
sindacale – da piazza Statuto a Mirafiori, passando per lo sciopero
insurrezionale in Belgio nel 1960.
Che effetto può avere questa riflessione nella città del movimento storico dei
disoccupati organizzati e delle “fragili alleanze”, in una Napoli popolata da
quegli “abietti” refrattari all’inquadramento in partiti e sindacati
tradizionali che non sono mai riusciti ad addomesticarli? Il volume di
Dell’Umbria sembra parlare a questo proletariato marginale, ma lo fa
smascherando i limiti di un certo attivismo militante e del suo nichilismo
passivo, laddove il rifiuto del lavoro viene sbandierato come posa ideologica da
chi può permetterselo, senza però avere né la capacità di agire l’illegalità
radicale, né la forza di elaborare riflessioni teoriche. Dell’Umbria, tra
l’altro, spiega bene che gli Os Cangaceiros si sciolsero proprio perché non
riuscivano a superare una “pura negatività” che rischiava di svuotarli
dall’interno. La prima sollecitazione che emerge da un libro del genere è che la
diserzione non è un’astrazione morale, ma una pratica materiale che, se non
evolve in soggettività politica, si condanna all’autoconsunzione.
Il secondo spunto riguarda l’alibi dell’idealizzazione. Persiste un pensiero di
movimento che tende a mitizzare i subalterni solo in quanto tali, finendo però
per lavarsene le mani; un pensiero che trasforma la marginalità in un santuario,
producendo però solo inazione e immobilismo. Ma idealizzare il subalterno
significa mummificarlo nella sua condizione di esclusione, e mentre il potere
criminalizza il “refrattario”, il militante lo mimetizza nel mito. Ed entrambi
gli impediscono di farsi soggetto.
Questa dinamica è rischiosa soprattutto nei contesti dove il deserto sociale si
espande e l’azione di chi è fuorilegge non è affatto accompagnata da
elaborazioni teoriche radicali. La storia degli Os Cangaceiros suggerisce che la
vera rottura non avviene tramite l’ostentazione dell’identità marginale, ma
quando la soggettività diventa inafferrabile. Il lavoro, in un contesto segnato
da disoccupazione endemica e stigma, non è allora solo coercizione, ma può
diventare forma di emancipazione e presa di coscienza per rompere lo schema
dell’invisibilità. L’emancipazione del proletariato marginale, nel nostro caso,
è legata anche al lavoro, e non solo al suo rifiuto, altrimenti non si
spiegherebbe l’emergere, in questo contesto, di un movimento di lotta per il
lavoro che dagli anni Settanta si riproduce continuamente. Il lavoro, in questo
caso, è al tempo stesso coercizione e potenziale leva per il cambiamento, per
una classe, come quella del proletariato marginale, abbastanza integrata nella
società per essere sfruttata, ma anche sufficientemente esclusa per essere
debole politicamente.
Se il Capitale tiene in pugno gli sfruttati gestendo la loro stessa
riproduzione, il libro di Dell’Umbria è un invito a non farsi ingabbiare dalle
nuove forme di racket politico – comprese quelle vestite di “movimentismo”
radicale. Non si tratta quindi di “organizzare i subalterni” dall’alto di una
presunta superiorità teorica, ma di riconoscere la potenza della diserzione
generalizzata che già pulsa nelle viscere della società. Sposare il “negativo”
significa smettere di guardare ai subalterni come oggetti da studiare o da
proteggere, per riscoprire il gusto di una rivolta che non chiede permessi né
legittimazioni. Significa rifiutare, una volta per tutte, di stare al proprio
posto: al margine, e in silenzio. Chissà se il buon Dell’Umbria ha voglia di
discutere del suo libro in questo Sud. Un territorio dove la diserzione e la
lotta per l’esistenza continuano a confondere i confini tracciati dal potere.
(andrea bottalico)
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(disegno di ottoeffe)
Mi sono chiesta a lungo da dove cominciare per scrivere di Ragazze del sud.
Famiglie, figlie, studentesse in una città meridionale, uscito per Editori
Riuniti nel 1979 e firmato da Simonetta Piccone Stella. Il saggio è l’esito di
una ricerca svolta a Salerno con un campione di circa cinquanta intervistate tra
i venti e i trent’anni, di varia provenienza sociale, tutte iscritte
all’università, alle facoltà di magistero e sociologia. Mentre Piccone Stella
lavorava a Salerno, sotto la guida di Laura Balbo un gruppo di studiose svolgeva
lo stesso tipo di inchiesta all’università di Milano e in altri centri italiani,
e nel decennio successivo Renate Siebert-Zahar avrebbe proseguito e ampliato il
lavoro con alcune iscritte all’università della Calabria.
Quello che si prefiggevano di indagare queste studiose erano le trasformazioni
della condizione e della mentalità femminile negli anni del cosiddetto boom
economico. Le portavoce di questo cambiamento, a loro avviso, erano le giovani
studentesse universitarie, in quanto protagoniste di esperienze nuove ed
emancipatorie, dove meglio che altrove era possibile registrare le discontinuità
con il passato, i balzi in avanti, i segni del cambiamento. Piccone Stella
avverte che, nel caso di una piccola città di provincia meridionale come
Salerno, cercare le trasformazioni vuol dire confrontarsi con molteplici
situazioni di contrattazione, di stasi, di percorsi emancipatori annunciati,
desiderati ma impraticabili, con consapevolezze raggiunte a metà, con rivolte
silenziose.
Il metodo è quello dell’intervista, della narrazione di sé,
dell’auto-riflessività accompagnate dai commenti dettagliati dell’autrice. Le
voci delle ragazze vengono maneggiate con destrezza e nessuna parola cade nel
vuoto. Le analisi di Piccone Stella si leggono tutte d’un fiato e non lasciano
scampo: i discorsi delle ragazze dicono solo una parte, tutto va riletto, lo
sguardo ampliato, i non detti esplicitati, ogni cosa significa.
I racconti delle giovani fanno emergere le confessioni che potrebbero trovarsi
nei loro diari. Piccone Stella le interroga sul rapporto con la famiglia, i
genitori, i fratelli e le sorelle, le vicende biografiche che hanno segnato la
loro crescita, le aspettative che sentono gravare su di sé, il rapporto con gli
uomini, i partner, la sessualità, il posto che sentono di occupare nella società
e, ovviamente, i modi in cui stanno cambiando la propria condizione di donne. Ne
consegue che molte narrazioni consolatorie vengono abbandonate sotto la spinta
delle pungenti domande di Piccone Stella, in un processo di presa di coscienza
attivato dal rapporto tra intervistata e ricercatrice.
Nella trattazione tematica non c’è un vero punto di partenza, il testo gira e
rigira su se stesso, affrontando allo stesso tempo tutte le questioni che si
trovano intrecciate nella vita quotidiana delle giovani e così anche nella
narrazione. Le ragazze si presentano. Sono innanzitutto figlie femmine di
famiglie meridionali. Sanno bene cosa implichi questa condizione. Mentre
faticano a presentarsi come studentesse universitarie, sintomo del fatto che la
condizione di studiose immesse in un percorso professionalizzante non viene
riconosciuta come propria fino in fondo, non esiste l’abitudine a usarla come
auto-rappresentazione. Sono, infatti, in questa esperienza le prime – tema
ricorrente nella sociologia dell’autrice –, non hanno in questo alcun
antecedente e, se si voltano indietro, alcuna tradizione a cui rifarsi.
Queste giovani, che per la prima volta continuano gli studi, prendono tempo: non
si sposano subito, non passano da una famiglia a un’altra, non mettono al mondo
dei figli prima dei venticinque anni. Hanno un tempo prezioso per sé, che chi le
ha precedute non aveva, un tempo in cui possono pensare, chiedersi in base a
cosa scegliere una strada piuttosto che un’altra, individuarsi, costituirsi come
soggetti. L’importanza di questa sospensione dai doveri familiari si manifesta
in una serie di “affermazioni in negativo”, in cui dichiarano, per esempio: “non
penso al matrimonio”, e dicendo ciò segnalano, indica Piccone Stella, “il
disgusto per un percorso obbligato”, il rifiuto di una strada già tracciata, in
ogni caso fatta di esserci per gli altri, mentre ora scoprono cosa significhi
esserci per se stesse.
Volendo rintracciare invece un punto di inizio, la condizione di figlie fornisce
le prime coordinate per orientarsi nell’universo simbolico di queste ragazze.
Come la stessa Piccone Stella constata all’inizio della ricerca, queste donne,
nonostante siano iscritte e frequentino l’università, un luogo altro, dove è
possibile sperimentare un alto grado di libertà, sono immerse nell’istituzione
familiare che viene percepita ancora – e l’ancora è un riferimento alla diversa
condizione delle stesse giovani nelle regioni settentrionali – come principale o
unico nucleo di appartenenza alla sfera sociale.
La famiglia è così composta. I padri continuano a presiederla emanando leggi
autoritarie; con loro le giovani mantengono un rapporto di distacco che a volte
sfocia in odio. Le madri aderiscono alla legge del capofamiglia e con loro le
figlie intrattengono diversi tipi di rapporti di dipendenza. Le figlie adottano
diverse strategie per portare le proprie istanze in questo contesto: si passa da
stati di guerra permanente a rivolte silenziose, fino alla poco convinta
accettazione dello stato delle cose – in questi casi spesso si immagina di
emigrare, di andare via dal Mezzogiorno.
Nel complesso madri e padri sono figure segnate dall’ambiguità: mentre da un
lato incarnano dei modelli ancora in uso, dall’altro emanano da loro direttive
vaghe, incerte, prescrizioni che lasciano più spazio al volere delle figlie.
Questi genitori, scrive Piccone Stella, “hanno abdicato al ruolo di oppressori
assoluti e si limitano a fare quadrato intorno ad alcuni valori. Intanto però
non viene abbracciato nessun nuovo modello”.
Il sottofondo di tutte le storie narrate rimanda a una realtà sociale in lenta
trasformazione, in cui si fatica a scorgere nuovi spazi – ricreativi, di lavoro,
di vita – dove sia possibile sperimentare e dare forma a nuovi modelli. La
mancanza di questi spazi non è, per Piccone Stella, un elemento trascurabile. Le
ragioni vengono rintracciate nel perdurare di diverse forze e istituzioni
sociali del Mezzogiorno, in primis la famiglia, che si sono confrontate con i
segni del cambiamento senza aver compiuto passaggi intermedi, dando forme
proprie alla modernizzazione che ha riguardato i diversi ambiti della società
italiana del dopoguerra.
Un’altra ragione riguarda il punto in cui si trovano le studentesse: abitanti a
pieno titolo delle tensioni descritte, le protagoniste del libro non arrivano a
produrre una critica strutturale della famiglia, perché non collegano
interamente la loro condizione alle cause della loro condizione. Ciò emerge
anche dalle opinioni che hanno circa l’istituzione del matrimonio e della stessa
famiglia, su cui si esprimono con “continue contraddizioni e smentite, spie
della fatica che un riesame cosciente di questi istituti, pilastri della vita
femminile, comporta”.
Emerge quindi un rifiuto da cui deriva un disagio – la critica verso il
matrimonio come percorso di fuoriuscita dalla famiglia –, il bisogno di
smarcarsi da percorsi obbligati, ma mancano le analisi strutturali sulle catene
di causa ed effetto che conducono a questi disagi. In altre parole, si potrebbe
dire che manca uno sguardo complessivo – e politico – sulla propria condizione e
sulle istituzioni che la sorreggono. Questa è la tesi finale a cui giunge
Piccone Stella.
Mi sono chiesta infine che spazio avessero le amiche, la politica, i rapporti
sociali nelle vite delle protagoniste. Possibili percorsi emancipativi
collettivi vengono disdegnati nei racconti delle giovani. E mentre i rapporti
d’amicizia con le donne sono declassati perché la figura della donna è posta un
gradino al di sotto di quella dell’uomo, la politica risulta un terreno
difficile da attraversare senza un percorso di soggettivazione parallelo, a cui
le giovani non sono state educate. I rischi che ne conseguono sono la
partecipazione segnata da un conformismo al gruppo cui segue la disaffezione, o
l’assunzione del comportamento maschile.
Molti anni dopo questa inchiesta Piccone Stella si sarebbe dedicata alla forma
letteraria del diario, producendo un’analisi confluita nel saggio In prima
persona. Scrivere un diario. Ripercorrendo la trama di Ragazze del sud mi sembra
che tutto resti chiuso nel diario e fuori dalla stanza è difficile distinguere
le tracce del percorso svolto. Il ruolo del diario però è anche quello di
registrare uno stato d’animo, un momento di conflittualità con il proprio io.
Nel lungo arco temporale rappresentato dal secondo dopoguerra, il ruolo della
donna, il concetto di identità femminile, l’organizzazione della famiglia, hanno
rappresentato ambiti in cui i rapporti si stavano ridefinendo sotto la spinta –
tra gli altri – di una vasta partecipazione femminile al mercato del lavoro, di
un progressivo calo delle nascite, quindi del sopraggiungere del modello della
“doppia presenza”, esito combinato del lavoro di cura con il lavoro retribuito
intermittente. Il ruolo della donna nella famiglia e nella società andava
assumendo forme talvolta nuove, con una consapevolezza parziale e un grado di
scelta da parte delle sue protagoniste di volta in volta da indagare.
Piccone Stella è un’attenta osservatrice di questi fenomeni. In Ragazze del
Sud ci mostra un pezzo di questo mosaico dando voce al crescente numero di donne
iscritte all’università. La difficile conclusione a cui arriva è che sono le
stesse ragazze a opporre delle resistenze alla propria emancipazione, non
riuscendo a esercitare una critica approfondita dei rapporti di potere
all’interno delle loro famiglie, non rivendicando pienamente la propria libertà
né impegnandosi nel costituire un modello emancipativo proprio.
Queste considerazioni non devono oscurare il percorso di consapevolezza e
rottura intrapreso dalle giovani. All’interno di quella generazione, il libro di
Piccone Stella mostra come alcune avessero cominciato a prendersi del tempo, a
rompere con i dogmi più insopportabili delle istituzioni sociali nelle quali
erano cresciute, a farsi delle domande. Domande che valgono per ogni
generazione, da riproporre, da ripercorrere. (barbara russo)
(disegno di emanuela rago)
È morto ieri, all’età di novantasei anni, il regista statunitense Frederick
Wiseman, tra i più noti documentaristi contemporanei. Leone d’oro e premio Oscar
alla carriera, nei suoi film Wiseman ha raccontato la storia degli Stati Uniti,
testimoniando e lavorando immagini consegnate allo spettatore sotto forma di
assemblaggi rivelatori e stimolanti.
Noi l’abbiamo incontrato nel 2013. Riproponiamo oggi quell’intervista,
pubblicata sul numero 57 del cartaceo mensile di Napoli Monitor.
* * *
Fred Wiseman, classe 1930, è arrivato al suo quarantaduesimo film (A Berkeley,
da scovare adesso in qualche buon festival) e per nostra fortuna non ha
intenzione di smettere. Chi crede di saperne di cinema ma non ha mai sentito
parlare di questo maestro americano, dovrebbe trovare i suoi film e rinchiudersi
in una stanza per vederli uno dopo l’altro. Tutti. Da più di quarant’anni,
Wiseman documenta in film irripetibili il quotidiano trafficare della vita delle
persone nelle istituzioni pubbliche e nei mondi sociali (soprattutto degli Stati
Uniti e ultimamente di Francia), catturati nel momento in cui li ha
attraversati, per poi lavorarli e consegnarli alla memoria in forma di minuziosi
assemblaggi, infusi di ritmo e drammaticità. Ma non chiamateli documentari. Una
volta lui stesso ha definito i suoi film “reality fiction”, ma era una battuta
volutamente ermetica da dare in pasto a chi vuole classificarlo tra i fautori
del cinema verité o del documentario militante.
È la peculiare forma filmica delle opere di Wiseman, rigorosa, a tratti pedante,
a fare testo e a rifuggire definizioni univoche. Acquisita già dal suo primo
lavoro, Titicut follies, del 1967, a parte piccole modifiche, è rimasta
sostanzialmente immutata in tutti i suoi film. Nessuna artificiosità,
avanzamento cronologico esile o assente a favore di una progressione tematica,
nessuna voce fuori campo, niente interviste, niente aggiunte di musica, effetti
speciali o didascalie. Luce e suoni naturali, micro-storie che si interrompono e
riacciuffano come nella realtà, l’impressione costante che un’idea dalle
immagini stia effettivamente emergendo ma che tocca allo spettatore completarla
e dargli senso. Una sorta di saggio audiovisivo opera di un artigiano del
cinema, e che però non illustra una tesi esplicita, tentando invece di aprire
uno spazio di interpretazione tra quel che accade davanti alla camera e la
soggettività del regista, alimentando una tensione che innesca reazioni diverse
a seconda dell’occhio di chi guarda quel che Fred ha guardato.
La sua routine è semplice: va nel posto prescelto per diverse settimane con la
sua piccola crew e si limita a registrare tutto quello che la fortuna e la
sensibilità gli permettono. Poi si rinchiude per mesi e lavora al montaggio. A
oggi, i suoi film sono il più accurato inventario delle istituzioni del mondo
occidentale: un manicomio, una prigione, una scuola, una fabbrica per la
trasformazione della carne, un campo di addestramento dell’esercito, un
ospedale, un laboratorio scientifico, una palestra, una centrale di polizia, un
ufficio di assistenza sociale, un caseggiato popolare… e, recentemente, una
scuola di danza, una compagnia di teatro, uno strip-club e una università. Ogni
luogo e momento restano unici, eppure qualcosa filtra di ulteriore, di comune,
qualcosa che concerne sia le domande ultime e universali, sia le occorrenze
triviali in cui si trova ognuno di noi quotidianamente. Se di militanza si può
parlare, allora questa andrebbe concepita come dedizione al lavoro di conoscenza
e rappresentazione. Lui direbbe che non saprebbe che altro fare, a parte leggere
e sciare. In fin dei conti, un solitario a cui piace stare in mezzo alla gente,
che ha conosciuto e reso eroi migliaia di volti comuni. Rispettando l’individuo,
guidato da quella che lui chiama fairness: equità, correttezza o come volete
definire quell’empatia umana di un curioso del reale che non usa la telecamera
per nascondersi. A me, mentre gli parlavo tentando di strappargli più parole di
quante fosse abituato a dirne in un’intervista, veniva in mente un frammento del
suo Welfare che mi si è conficcato in testa: un indiano americano che appare per
qualche secondo soltanto, e la sua esclamazione davanti all’iniquo impiegato dei
servizi sociali: «What about the indian people?».
So che vivi a Parigi…
La maggior parte del tempo. Casa mia in America è vicino Boston, a Cambridge.
Perché la Francia?
Mi piace la Francia, il cibo è buono, la città fantastica. Mi piace il teatro,
il balletto, e ho un sacco di amici qui.
Come sei passato da avvocato a regista?
Amo fare film, e la legge mi annoiava.
Stai facendo un film adesso?
Sì, un film sull’università della California, Berkeley. Si chiama A Berkeley.
Hai seguito qualcosa in particolare?
No! È su come l’università funziona.
Il solito?
Yeah, il solito.
Quando hai scelto un luogo o un’istituzione, mi puoi dare un’immagine di come
lavori?
Scambio lettere con il posto per delineare i termini secondo cui lavoro, sarebbe
a dire che voglio accesso a tutto, se è possibile. Se c’è qualcosa che non
vogliono che sia filmata, lo rispetto. Gli scrivo anche che mantengo il
controllo editoriale e che il film sarà mostrato nei cinema, alla televisione, e
verrà distribuito in molti paesi. Quando inizio a girare non ho nessuna tesi
particolare in mente, penso solo sia un buon soggetto e che se vado in giro
abbastanza tempo, avrò abbastanza materiale dal quale posso montare un film.
Vado in un posto con nessuna idea fissa di quale sia il soggetto del film, se
non in un senso generale. Il soggetto è il luogo. Poiché non mi immagino quel
che accadrà, raccolgo solo sequenze. Di solito non passo più di un giorno nel
luogo prima di iniziare, perché non mi piace essere lì e magari qualcosa di
interessante succede e me la perderei perché non sono preparato a filmare. Le
riprese del film sono la ricerca. Di solito, raccolgo tra le ottanta e le
duecentocinquanta ore di girato. Per Berkeley avevo duecentocinquanta ore di
materiale. Durante le riprese seguo il mio istinto. Trovare buon materiale è una
combinazione di istinto, giudizio e fortuna… Quando le riprese sono finite e
inizio a montare, la prima cosa che faccio è guardare tutto il girato. Mi ci
vogliono cinque o sei settimane. Alla fine, scarto la metà. Poi monto le
sequenze che rimangono e che sono candidate all’inclusione nel film. Questo
lavoro prende di solito tra i sei e gli otto mesi. Non posso pensare alla
struttura in astratto, devo vedere come funzionano le sequenze quando sono una
dopo l’altra e le conseguenze e le implicazioni di mettere le sequenze in un
certo ordine. Quando sono pronto faccio il primo assemblaggio in quattro, cinque
giorni. Dopodiché mi ci vogliono altre sei settimane per arrivare alla versione
finale. A questo punto posso cambiare la struttura velocemente. L’ultima parte
del montaggio è lavorare sul ritmo del film, il ritmo interno alle sequenze e
quello esterno tra le sequenze. Quando ho la versione finale, resta il missaggio
e la gradazione del colore e il film è finito. In tutto, ci vuole un anno.
Come fai a diventare invisibile nel contesto che osservi?
Vedi, non sei invisibile. Io non faccio finta di essere invisibile. Faccio
quello che posso per far sentire le persone a loro agio con l’idea che si sta
facendo un film. Non mento, non li prendo per il culo, sono sempre molto chiaro.
Se qualcuno vuole guardare attraverso la videocamera glielo lascio fare, e se
vogliono vedere come funziona un registratore glielo mostro. Faccio quel che
posso per demistificare il processo di fare un film. La mia esperienza, in
America e in Francia, è che è molto raro che qualcuno guardi in camera o che
qualcuno non voglia essere filmato.
Pensi che ci sia una diversa sensibilità verso la videocamera oggi rispetto a
trent’anni fa?
Secondo la mia esperienza, fare questi film non è diverso ora da trent’anni fa.
Il novantanove per cento delle persone accetta di essere ripresa, non recita e
non guarda in camera.
Ho letto che il tuo scopo nel fare questi film non è essere oggettivo ma essere
onesto.
Io non ho idea di come essere oggettivo. Non so che significa. Fare un film
implica fare delle scelte. Ci sono letteralmente centinaia di migliaia di
scelte; cosa riprendere, come girare, cosa usare e come montarlo, cosa accettare
e cosa rifiutare. Io faccio queste scelte. E le devo fare assecondando il mio
giudizio, la mia esperienza, i miei valori e i miei interessi. Non c’è modo di
essere oggettivi. La stessa nozione di oggettività è completamente falsa. Quel
che intendo con onesto, è che cerco di fare il film rimanendo leale con
l’esperienza che ho avuto stando nel posto per settimane e studiando il
materiale per un anno. Non cerco di prendere in giro le persone. Se una
situazione è divertente la uso, ma non manipolo il materiale per arrivare a quel
risultato. Quando monto una sequenza cerco di capirne il significato – il
significato per me. Questo è un giudizio soggettivo. Provo a capire il
significato originario di quell’evento e faccio in modo che si preservi nella
versione finale della sequenza montata.
C’è qualcosa di politico nei tuoi film?
Non c’è niente di politico che corrisponda a qualche ideologia in particolare.
La mia storiella è che se avessi dovuto scegliere un Marx, sarebbe stato Groucho
piuttosto che Karl… Questa andava forte nel 1968… Vedi, i miei film non sono
apertamente politici. Non corrispondono a nessuna ideologia, a parte l’ideologia
che si domanda quel che vedo quando faccio un film. Ma poiché hanno a che fare
con certi aspetti della vita contemporanea, talvolta li criticano e talvolta li
elogiano. Non mi piace pensare ai film come soltanto politici, amo considerarli
film drammatici, narrativi. Il modello per me sono sempre i buoni romanzi,
piuttosto che le ideologie politiche.
Quali romanzi?
Moby Dick e L’impostore di Melville; il Don Chisciotte; la Bestia nella
giungla di Henry James; e qualsiasi cosa di Philip Roth e Saul Bellow.
Credi ci sia stato un cambiamento nel tuo stile da quando vivi in Francia?
No. Ogni film è diverso perché ogni argomento è diverso. Per ogni film devo
trovare uno stile o devo modificare il mio stile per andare incontro alle
necessità della materia del soggetto. Per esempio, in Crazy Horse ci sono molti
tagli veloci. In Berkeley ci sono sequenze lunghe. Nel primo la storia è
raccontata più con le immagini che con le parole. Nel secondo è l’opposto. Lo
stile di ogni film è un adattamento al soggetto del film.
Da quanto tempo fai film, Fred?
Faccio questi film da quarantacinque anni, e mi piace pensare che nel corso di
questi anni ho imparato qualcosa. Qualsiasi cosa sia, è nei film.
Come sono recepiti i tuoi film dalla società?
Non ne ho idea. Non intervisto le persone dopo che hanno visto i miei film.
Lavoro in considerevole isolamento, perciò non parlo con molte persone che
guardano film.
Qualche cineasta contemporaneo che apprezzi?
Un documentarista che ammiro molto è Marcel Ophuls. Ma non fa film da quindici
anni. Il suo stile è completamente diverso dal mio. Hotel Terminus e The sorrow
and the pity sono grandi film.
Di quale dei tuoi film sei più orgoglioso?
Oh, non lo so, è come chiedermi a quale dei miei figli voglio più bene.
A me piace Welfare.
Anche a me piace molto.
Come ti relazioni con persone che se la passano male, come in Welfare e Titicut
follies?
Mi comporto come mi comporto sempre. Presumo che le persone che filmo sono
sensibili come mi piace pensare io sia. Provo sempre a comportarmi in maniera
diretta, decente e onorevole quando ho a che fare con loro. Gli dico esattamente
quel che faccio e come lo faccio.
Stabilisci relazioni di amicizia?
Sono sempre molto professionale. Non faccio film per trovare degli amici. Provo
a evitare l’impressione che sta nascendo un’amicizia perché ciò sarebbe falso.
Come finanzi i tuoi film?
Canto e vendo penne davanti ai centri commerciali sotto Natale…
E quando non lavori?
Leggo e vado a sciare.
Un’istituzione o un mondo sociale in cui vorresti fare un film ma non ne hai
ancora avuto la possibilità?
Ohhh, la Casa Bianca!
Oppure la Cia?
Già, ma non credo mi daranno il permesso. (salvatore de rosa)
(foto di mario spada)
Incontro Mario Spada nel suo studio del Centro di Fotografia Indipendente, al
quinto piano di un vecchio palazzo in via Guglielmo Pepe che affaccia
direttamente sulle navi da crociera del porto. È una gelida e assolata domenica
pomeriggio, lo aspetto in poltrona mentre si aggira per le sale con una coppia
che è venuta a visitare la mostra, e che gli fa qualche domanda su alcune delle
sue foto di maggiore impatto. C’è una grossa mano sulla testa di un neonato, ad
accarezzarlo o forse a colpirlo; un giovane uomo che punta una pistola contro il
suo pitbull; una bimba che parla a una ricetrasmittente giocattolo; un
transessuale che utilizza un orinatoio a muro e accanto a lui un uomo che cerca
di approcciarlo. «Sono quei momenti in cui la tensione raggiunge il picco
massimo. C’è la foto. E dopo non sai cosa succede».
Nel progetto Spina, che comprende un libro con ottantadue foto in bianco e nero
e una mostra inaugurata a novembre – sarà visitabile fino a fine gennaio nelle
sale del CFI –, ci sono vent’anni di immagini del fotografo napoletano. Adulti,
bambini, anziani, neonati. Ritratti, ma non solo. E poi la morte, che incombe in
molte delle fotografie, uno dei riferimenti più forti alla città, anzi a una
città, che Spada non ha voluto delimitare in confini geografici: «Potrebbe
essere Napoli ma anche Palermo, una città del Sud America, o di qualche altro
posto. È importante, ma non troppo».
Ci sediamo, il via vai per le stanze continua, torniamo sulla vita e la morte:
«Mia madre aveva una relazione molto forte con la morte, quando ero bambino
almeno una volta al mese mi portava nella chiesa del Purgatorio ad Arco, ai
Tribunali, quella dove ci sono i teschi, e c’è la storia della principessa
Lucia. Oggi ti fanno pagare un biglietto per entrare, ho detto tutto».
Dietro la scrivania di Spada c’è una gigantografia che ritrae un ragazzino con
una pistola. Siamo su un set cinematografico. Il giovane ha lo sguardo nel vuoto
tipico di un momento di pausa, la pistola appoggiata sul volto sbarbato. Mi
viene in mente il documentario di Leonardo Di Costanzo Cadenza d’inganno, dove
il protagonista fugge dall’obiettivo quando si accorge che la telecamera lo
costringe a farsi delle domande. Ritornerà anni dopo per chiedere al regista di
terminare il film, credendo di avere delle risposte. «Quando lavoro con il
cinema mi piace fotografare le comparse, i personaggi minori», continua Spada.
Il film da cui è tratta la foto è il Gomorra di Garrone.
Come si fa a racchiudere vent’anni di lavoro in un solo libro e una sola mostra?
Questo libro io l’ho sempre voluto fare. Da subito, quando ho iniziato a fare
fotografie, sapevo che avrei dovuto fare un libro che teneva insieme tutto, o
comunque tanto. Anche quando ho portato avanti singoli progetti, come quello sui
pitbull, o gli ultras, avevo sempre l’idea di fare questo libro. In questo
senso, ogni fotografia è anche sintesi di un’esperienza che ho fatto. Ci sono
foto che tu non puoi dire: “Ah, lì è la Madonna dell’Arco!”, e ce ne sono altre
che sono più riconoscibili. Le fotografie all’inizio erano migliaia, poi sono
diventate centinaia e alla fine ottantadue. È come se questo corpo si fosse
formato nella mia testa. Il lavoro di costruzione del libro è diverso, ma non
del tutto, da quello della mostra.
Quali sono le differenze?
La mostra è costituita da una serie di blocchi di immagini, che sono le pareti e
non le pagine. È un’altra dimensione, anche se non si discosta più di tanto dal
libro, infatti ho scelto di mantenere due pareti nere che racchiudono la mostra
come una copertina, perché sono le due pareti più lontane.
Come hai lavorato su selezione e montaggio?
C’è dietro un editing molto emozionale, parlo del libro: ci sono assonanze,
dissonanze, richiami, gesti che si ripetono. Penso al dittico del bambino calvo
e del cane chiuso nell’altarino: sono due entità, due soggetti che si
assomigliano, quello è un editing emotivo. Per quanto riguarda la mostra avevo
questa traccia delle pareti nere: su una ho deciso di esporre tutte fotografie
che venivano dal nero, così che potessero diventare un’unica immagine tutte
insieme, come se fossero degli squarci di bianco che escono dal buio, ma che
allo stesso tempo le si potesse vedere separatamente. Per quello che riguarda i
contenuti, con Patrizio Esposito, che mi ha aiutato nel percorso, abbiamo deciso
di togliere tutte le rappresentazioni di una città riconoscibile, stereotipata;
è stato un editing lunghissimo, abbiamo lavorato due anni e mezzo, vedendoci
ogni tre, sei mesi addirittura, in modo da dimenticarci quello che avevamo fatto
e verificare se funzionava ancora.
(foto di mario spada)
Da cosa deriva questa scelta di “autocensura” rispetto alla città?
Volevo che la città non fosse riconoscibile, volevo andare oltre i suoi confini,
come se fosse una specie di microcosmo. Anche perché il mio è spesso il lavoro
di uno che va in posti strani, in un certo senso esotici, poco conosciuti anche
all’interno della città, luoghi che un napoletano non necessariamente riconosce.
E questa è una scelta precisa dal mio punto di vista. Napoli c’entra perché nel
cominciare questo lavoro, all’inizio degli anni Novanta, c’entra il fatto che
vivevo a Napoli. Ho cominciato a frequentare la città di sera intorno ai sedici
anni, era una città che la notte era nelle mani di pochi, bellissima perché non
c’era nessuno per strada. I ragazzi, e le ragazze soprattutto, dei quartieri
popolari, stavano nei loro rioni, si andava il sabato sera a ballare, ma si
andava nelle grandi discoteche, fuori Napoli, nella zona di Caserta, Giugliano.
Forse se fossi nato vent’anni fa e stessi vivendo ora questa città anch’io
andrei a fare le foto a Largo Sermoneta, non lo so, sicuramente avrei avuto una
difficoltà maggiore a innamorarmi della notte di Napoli.
In che termini ci sei invece tu, dentro queste foto?
Da piccolo avevo un’idea precisa di quello che volevo fare. Avrei voluto fare il
Conservatorio, forse perché c’era il fidanzato di mia sorella che suonava
benissimo, forse perché mi piaceva la musica, ma a casa mia non era considerata
un’opzione del genere. Ho avuto un percorso scolastico diciamo da impiegato, poi
ho cominciato a lavorare come fotografo in uno studio di matrimoni e questa cosa
mi ha dato la possibilità di conoscere tecnicamente una fotocamera. Prima
parlavo del racconto di un’esperienza: queste foto sono anche dei miei
autoritratti. Quando scatti hai qualcosa che in qualche modo ti rappresenta,
parla di te. Poi, chiaramente, può essere diverso quando fai una foto di
cronaca, una foto importante tipo quella del ministro che fu ammazzato in
Turchia, o l’uccisione di Kennedy: lì, anche se la foto è tecnicamente
“sbagliata”, è potente perché ti racconta un evento importante per la storia
dell’umanità. La foto famosa di quando Papa Woytila fu ferito da Alì Agca, in
cui si vede la pistola, probabilmente non è del fotografo, ma di una delle
persone che stavano lì e che stava nella posizione giusta. Pare che il fotografo
ufficiale sequestrò subito tutte le pellicole ai fedeli e ai turisti che erano
lì, e da lì probabilmente è uscita quella foto. Nel mio caso è diverso, non c’è
niente di fondamentale per la Storia, parliamo di emozioni che provi quando
scatti, e quindi quella foto c’entra molto con te. Questo non vuol dire che
l’emozione basta a tirar fuori delle foto giuste, così come non basta il
contesto. Quando ho fatto il progetto sugli ultras, una volta sono andato a
Brescia con loro, un viaggio incredibile, ho fatto delle foto stupende. Poi dopo
qualche settimana sono andato a Verona e non ho fatto manco una foto buona,
funziona così.
Così diventa ancora più complesso catturare il momento…
Io non ho quasi mai fatto attualità, non perché sia un genere meno nobile, ma
per me si trattava di lavorare in un posto per giorni, non era mio interesse
fare un lavoro di mezzora. Tante volte mi avevano avvisato che c’era un morto
per strada, ma non sono andato a fotografarlo, non mi interessava avere la foto
dell’omicidio, io volevo la foto che potesse rappresentare tutti gli omicidi.
Nel libro ce n’è una perché è una storia: è la foto di un corpo solo, di un
omicidio fatto esattamente sotto casa mia. Per me è importante perché è una foto
di come si muore, soli, non c’è nessuno intorno a questo corpo. Mi ricordo che
mi telefonò un amico, dicendomi che avevano ammazzato un uomo sotto casa mia. Io
vado a casa, prendo una macchina fotografica, rompo il cordone della polizia
dicendo che lavoravo in pizzeria, entro, salgo sopra e faccio la foto.
Dall’alto.
Questo rapporto tra il contesto e le emozioni ti è stato chiaro fin da quando
hai iniziato?
Beh, negli anni sono tanti i lavori dei grandi maestri, le fotografie che mi
hanno colpito. Amo i lavori di Letizia Battaglia, Diane Arbus, Eugene Smith.
Forse i due lavori che ho conosciuto da giovanissimo e che mi hanno spinto a
fare questo tipo di percorso sono stati La Centesima Strada di Bruce Davidson
e Gipsy di Koudelka. In tutti e due i casi si capiva che c’era stata
un’attenzione al tema, e soprattutto c’era il tornare sul posto, passarci del
tempo, creare relazione.
In che termini questi due concetti, il ritorno e la relazione, sono importanti
per la tua fotografia?
È come quando impari a conoscere delle persone. La prima volta conosci uno
strato superficiale, poi guardando quello che hai realizzato, e avendo la
possibilità di ritornare, puoi capire quali sono le cose interessanti che magari
non avevi notato, e che puoi eventualmente approfondire se si ripresenta
l’occasione. Più ci spendi del tempo, più entri in relazione, più la forza di
questo processo si moltiplica.
(foto di mario spada)
Questo implica anche una capacità di entrare in relazione con mondi distanti dai
tuoi, penso alle fotografie sul mondo dei ricchi, della nobiltà, dei grossi
imprenditori.
Era necessario. Io credo che qualsiasi cosa tu voglia raccontare, che sia un
popolo, una storia, una città, ci sono sempre due anime che vanno in collisione,
che magari convivono, come nella morfologia umana della nostra città, dove i
quartieri dei ricchi sono circondati da quartieri dei poveri: se pensi a Chiaia,
ci sono i Quartieri Spagnoli, c’è Santa Lucia, c’è la Torretta. Se vuoi
raccontare una cosa devi cogliere i due estremi che ci sono dentro, che sono
complementari. Lo scrive Belmonte nella Fontana Rotta: per studiare un popolo
puoi guardare la classe alta e la classe bassa; infatti, se guardi Spina, nella
prima fotografia la macchina è rivolta verso l’alto, quando c’è il truffatore,
nell’ultima è rivolta verso il basso. È una scelta che abbiamo fatto proprio
perché volevamo seguire questa sorta di idea, di filo conduttore.
Parlavamo dei tuoi primi lavori, come fotografo di matrimoni…
Sì, era un periodo in cui mi appassionavo all’arte, conoscevo il Museo
Archeologico a memoria, ho sempre avuto una passione per la bellezza. Anche
quando facevo il fotografo di matrimoni avevo una grande attenzione, ero
catturato dalla bellezza che mi si presentava intorno. Lì ho conosciuto Oreste
Pipolo, che aveva un occhio pazzesco. E poi Cito, che voleva fare un lavoro sui
matrimoni napoletani: andavo a vedere quello che faceva, sicuramente queste
relazioni mi hanno aperto un sentiero.
Ritorna la relazione, anche in senso formativo…
Sì, perché la relazione ti apre le porte, soprattutto ti fa passare da una cosa
a un’altra. Io dalle tombolate sono passato al progetto del battesimo del Nano;
poi da lì sono arrivato a Madonna dell’Arco, perché la gente più o meno era la
stessa; è come se si aprissero di volta in volta delle porte; conosci persone,
conosci storie, se le persone sei disposto a conoscerle veramente, loro si
aprono. Io mi infilavo nelle storie così, quasi per vedere cosa succedeva. La
prima volta che ho fotografato la Parrocchiella, che è una sorta di enclave dei
Quartieri Spagnoli, era durante i Mondiali, forse del ‘98, perché passavo di lì
e vidi questa famiglia che guardava la partita in un vicolo con la televisione
sull’uscio del basso, e tutti fuori a guardare. Mi fermai, chiesi se potevo fare
delle foto, e lì si è aperto un mondo, la storia di Carlo, che poi si è
intrecciata con quella di Francesco, che si è intrecciata con Madonna dell’Arco,
e così via.
Come hai fatto a decidere che era il momento di chiudere il cerchio e fare
questo libro?
Probabilmente perché ho capito che avevo tutto quello che mi serviva. Ero
pronto. Come se mi fossi reso conto che non avevo più scuse. (intervista di
riccardo rosa)
(collage di stefania spinelli)
“Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo
di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri
nomi – ora ci vogliono”. [linda pastan]
QUELLO CHE VOGLIAMO | OROSCOPO DI FOUCAULT 2026
ARIETE – Se dovessimo dirlo in una sola frase, il vostro tratto principale è
questo: vivete nell’urgenza del primo passo e nella fiducia cieca dell’azione.
Lo sappiamo, nei segni di fuoco tutto è iniziativa, coraggio, imprudenza,
apertura di varchi, autoaffermazione. Voi non attendete che le condizioni siano
ideali: agite perché qualcosa accada. E spesso accade davvero, anche se il
prezzo da pagare arriva dopo.
Vale forse poco ricordarvi la genesi del vostro mito, eppure ci proviamo.Nella
mitologia greca l’Ariete dal Vello d’Oro è inviato da Nefele per salvare i figli
Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. L’ariete compare nel momento estremo
e permette loro la fuga. Durante il viaggio Elle muore, Frisso sopravvive, e
quando la salvezza è compiuta l’ariete non viene premiato, anzi viene
sacrificato a Zeus come atto conclusivo. A Napoli si direbbe cornuto e mazziato.
L’archetipo è chiaro: l’ariete salva, inaugura, accende – ma non resta.
Chi ama pensare che le vite dipendono dal transito delle costellazioni vi
ricorderà che da metà febbraio Saturno entra nel vostro segno, introducendo un
lessico che vi è poco familiare: disciplina, responsabilità verso voi stessi,
scelte ponderate, distinzione tra impulso e decisione. Ma nessun pianeta può
farlo al posto vostro. Il punto non è diventare prudenti per forza, ma diventare
consapevoli. Continuare a essere quelli che partono per primi, oppure imparare a
restare un momento in più prima di scattare. Non per spegnere il fuoco, ma per
orientarlo. Non per rinunciare al gesto, ma per sottrarlo al sacrificio
automatico. Il mito vi ricorda che salvare tutti non è sempre possibile, e che
non ogni causa merita la vostra intera vita.
E allora arriviamo alla questione decisiva. Quello che vogliamo non è semplice:
capire cosa merita davvero il primo gesto; lottare, dunque, e scegliere con
cura per chi e per che cosa vale la pena esporsi.
TORO – In una lunga e costante tradizione astrologica il Toro è il segno della
tenacia, della forza silenziosa, della perseveranza che non ha bisogno di
clamore. È il segno che conserva, che protegge ciò che è stato conquistato, che
difende la forma contro il caos. Governato da Venere, sotto l’apparenza pacata e
ponderata custodisce un’intensità sensuale e istintiva che non ha bisogno di
essere annunciata: chi la conosce, la riconosce.
Per questo, per l’anno che viene, non vi servono grandi indicazioni, ma piccole
prudenze nel gioco dei desideri. I desideri, per voi, non mancano mai,
soprattutto nella loro forma astratta. Quest’anno, invece, vi si pone una
domanda più scomoda e più rara: che cosa volete davvero, e che cosa di ciò che
volete è disposto a diventare reale? E soprattutto: che cosa siete disposti a
cambiare?
La vostra forza, quando diventa rigidità, rischia di trasformarsi in immobilità.
E allora la vera prova non sarà resistere ancora, ma scegliere consapevolmente
cosa lasciare andare del vecchio per permettere a qualcosa di nuovo di crescere.
Non una rottura spettacolare, ma un movimento interno, lento e profondo.
C’è in voi, quest’anno, una tensione sotterranea che somiglia a una forma di
disobbedienza silenziosa: il bisogno di inceppare il mondo così com’è. Non per
distruggerlo, ma per costringerlo a rivelarsi. È un gesto che vi chiede
coraggio, non impulsività; volontà, non semplice attaccamento. Non si tratta di
rinnegare ciò che siete, ma di capire se ciò che conservate vi nutre ancora o vi
trattiene.
Quello che vogliamo è fare del sogno non un rifugio, ma — come direbbe Pavese —
“un’unica vita, libera e palpitante”: radicata nella realtà eppure aperta al
respiro più ampio dell’immaginazione. Non sarà un anno di rotture plateali, ma
di scelte profonde. E come ogni vera scelta, vi chiederà lentezza, fedeltà a voi
stessi e quella forza rarissima che consiste nel crescere senza tradirsi.
GEMELLI – Siete il segno della mobilità mentale, della connessione, del
passaggio continuo tra idee, parole, persone. Vivete nella soglia: tra una
domanda e l’altra, tra il lavoro e il gioco, tra il bisogno di capire e quello
di condividere. Non amate le definizioni definitive perché sapete che ogni
pensiero, se resta fermo, si impoverisce. Il vostro talento naturale è il
movimento, il rischio costante è la dispersione. C’è in voi una naturale
inclinazione alla socialità, ma quest’anno vi mettiamo davanti a una distinzione
sottile e necessaria: non tutte le relazioni nutrono allo stesso modo. Alcune
stimolano, altre distraggono; alcune amplificano la vostra felicità, altre la
consumano rapidamente. Secondo lo psicologo Martin Seligman ci sono tre tipi di
vita felice. La buona vita, ovvero perseguire la crescita personale, essere
impegnati nel lavoro e nel gioco. La vita ricca di senso, ovvero agire al
servizio di qualcosa più grande di noi. La vita piacevole, ovvero cercare il
piacere attraverso la socializzazione. Tre dimensioni che conoscete bene.
Quest’anno il compito non è scegliere una sola via alla felicità, ma capire
quali relazioni rendono queste vie reali e durature. La domanda non è se stare
con gli altri – per voi è vitale – ma con chi e a quale profondità, quali sono i
legami che meritano una gioia vera e condivisa.
Per avvicinarvi a ciò che Aristotele chiamava eudaimonia, vi suggeriamo un gesto
meno ovvio di quanto sembri: rallentare il pensiero quanto basta per restare in
profondità. Restare in una conversazione, in un progetto, in una relazione, in
un luogo senza scivolare subito altrove. Non una rinuncia alla vostra natura,
solo un suo affinamento.
Quello che vogliamo è una “selezione consapevole”, una felicità, che non nasca
dall’accumulo di esperienze, ma dalla loro risonanza. Perché solo le relazioni
autentiche – anche imperfette, anche faticose – hanno la capacità di amplificare
davvero ciò che siete e ciò che potrete diventare.
CANCRO – Bruno Bettelheim, psicoanalista viennese, ha vissuto in prima persona
l’internamento in un campo di concentramento nazista. Ha poi raccontato e
analizzato la sua esperienza in un libro che in Italia è stato pubblicato con il
titolo Il prezzo della vita. In realtà (e confesso che è una scoperta per me
recente) il titolo originario del suo libro, The Informed Heart (Il cuore
informato), dice già tutto ciò che riguarda profondamente il Cancro. Lo scopo
del libro non era tanto lo studio della vita nei lager, ma “mostrare quali siano
i cambiamenti che dobbiamo operare in noi stessi” e come la vera sicurezza si
trovi nella “buona vita” e nel riuscire a far coincidere gli opposti. Sappiamo
che vivete da sempre in questo spazio di tensione: tra protezione e apertura,
tra memoria e presente, tra bisogno di sicurezza e desiderio di appartenenza.
Nei prossimi mesi questa dinamica diventa centrale e inevitabile, e questo non
dipende dai transiti planetari di quest’anno –che pure a detta degli astrologi
sollecitano l’asse emotivo e quello della responsabilità. È un processo di
crescita che sta lasciando spazio a qualcosa di più complesso e più maturo.
“Non possiamo più accontentarci di una vita in cui il cuore ha le sue ragioni
che la ragione non conosce. Il nostro cuore deve conoscere il mondo della
ragione e la ragione deve essere guidata da un cuore consapevole”. Questa frase
di Bettelheim non è un’astrazione per voi: è un compito concreto per quest’anno.
Alcune situazioni vi mostreranno che la sensibilità, se non è informata, può
diventare chiusura; e che la razionalità, se non è nutrita di affetto, diventa
arida e difensiva.
I più colti e ironici di voi coglieranno che questa è la risposta al dilemma
della guerra Mente e Cuore cantata da Valentina Stella, ma questo non toglie
nulla alla serietà del vostro lavoro interiore per l’anno che è cominciato. “Il
cuore coraggioso deve infondere nella ragione tutto il suo colore vitale e la
ragione deve perdere la sua astratta simmetria per ammettere l’amore e le
pulsazioni della vita”.
Non è un invito a “sentire” meno, ma a sentire meglio. A non usare l’emozione
come rifugio, né la lucidità come difesa. A costruire una sicurezza che non
dipenda solo dal passato o dalle mura che avete eretto, ma da una capacità nuova
di stare nel mondo senza smarrirvi. Quello che vogliamo non è tornare a un luogo
sicuro, ma diventare noi stessi un luogo sicuro in cui cuore e ragione non si
escludano, anzi si intrecciano per permettervi di vivere – per intero – la
vostra buona vita.
LEONE – “Ho paura che tu non sappia come amo, come in te il mio costato vada
alla deriva e manchino le parole per affrontare l’invisibile (…)”. Partiamo da
qui, da questa paura sottile nominata da Candiani nella poesia Per voce di
amante, perché ci sembra che il Leone si trovi esattamente in questo punto: non
tanto nel timore di amare invano, quanto in quello di non essere riconosciuto
per la forma unica del proprio amore. Che sia con il corpo, con la presenza o
con la cura, per voi amare è sempre esporsi.
Del resto siete il segno della luce e dell’irradiazione, della volontà che si
manifesta senza ambiguità. Ma dietro questa chiarezza c’è una vulnerabilità
profonda: il bisogno che ciò che donate venga visto, accolto, compreso. Nel 2026
questa esigenza diventa centrale, e non tanto perché i transiti planetari vi
costringono a rivedere il modo in cui cercate conferma, ma perché la maturità e
la crescita personale passano per la consapevolezza che non tutto ciò che è
autentico viene immediatamente riconosciuto e non tutto ciò che brilla ha
bisogno di applausi.
Abbiamo letto che Saturno, in aspetto armonico al vostro segno per buona parte
dell’anno, vi chiede di distinguere tra il bisogno di essere visti e la
responsabilità di restare fedeli a ciò che siete, anche quando lo sguardo
dell’altro manca. Secondo altri Nettuno renderà più sottile e meno controllabile
il campo affettivo: potreste sentirvi fraintesi, o avere la sensazione che le
parole non bastino più. A nostro modesto avviso non è compito dei pianeti
decidere, è solo una vostra scelta.
Per quest’anno non vi suggeriamo di amare di meno, ma di non contrattare il
vostro amore in cambio di riconoscimento. Non tutto deve essere spiegato, non
tutto deve essere messo ai piedi dell’altro. L’invisibile che vi abita non va
domato: va onorato. Quello che vogliamo, nel profondo, non è essere applauditi,
ma essere visti senza doverci tradire o mascherare. Non è occupare il centro
della scena, è sapere che il nostro modo di amare e di essere – leale e totale –
ha diritto di esistere così com’è. Quello che vogliamo non è semplice, è giusto.
VERGINE – Ha scritto Marguerite Yourcenar che il grafico di un’esistenza umana
si compone di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e
divergenti senza posa: ciò che crediamo di essere, ciò che vogliamo essere, ciò
che siamo stati. Quest’anno la Vergine si muove esattamente dentro questo
disegno complesso, con la consueta attenzione al dettaglio e una lucidità che, a
volte, diventa severità verso se stessa. Voi siete il segno che osserva, che
analizza, che cerca coerenza tra le parti, ma spesso paga questo talento con un
eccesso di controllo.
La Vergine vive nell’intersezione tra volontà e misura. Non amate
l’improvvisazione: preferite capire, ordinare, rendere funzionale ciò che è
confuso. Ma quest’anno vi mette davanti a una tensione sottile: non tutto ciò
che siete può essere corretto, non tutto ciò che è stato va migliorato. Secondo
alcuni astrologi i transiti di quest’anno – in particolare quelli che
sollecitano l’asse del cambiamento e della revisione profonda – vi chiedono di
riconsiderare il rapporto con il passato, non come archivio di errori, ma come
materia viva che ha già fatto il suo lavoro. Non sappiamo se sia vero, però
sappiamo che a volte c’è una distanza, spesso dolorosa, tra ciò che siete e ciò
che vorreste diventare. Il rischio è quello di abitare perennemente la seconda
linea del grafico, quella del “non ancora”, senza concedervi il diritto di
riconoscere ciò che siete già. Per quest’anno vi invitiamo a un gesto meno
consueto ma necessario: sospendere il giudizio, almeno per un periodo. Non per
rinunciare alla vostra intelligenza critica, ma per evitare che diventi una
forma di auto-sottrazione.
Quest’anno non vi sarà chiesto di fare di più, solo di fare con maggiore fedeltà
a voi stessi perché il perfezionamento continuo non sempre equivale alla
crescita. A volte crescere significa accettare una linea sinuosa che non torna,
che devia, che non obbedisce a un disegno ideale. Quello che vogliamo non è
diventare una versione migliore secondo criteri astratti, ma riconoscere una
continuità possibile tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che scegliamo
di diventare. Non correggere la vita, ma abitarla con attenzione, rispetto e
gentilezza rivolti prima di tutto a voi stessi.
BILANCIA – Nel 1893 l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen concepì un’impresa
che, per l’epoca, appariva impossibile. Invece di tentare la sfida di forzare i
ghiacci artici per raggiungere il Polo Nord, decise di affidarsi alla loro
deriva naturale, trasformando un ostacolo in una via. L’idea era semplice e
rivoluzionaria insieme: costruire una nave capace di resistere alla pressione
della banchisa e lasciarla intrappolare volontariamente, perché fosse il
ghiaccio stesso a trasportarla lentamente verso nord. Nacque così la Fram
(Avanti), una nave progettata non per dominare la natura, ma per collaborare con
essa.
Nel 1893 la spedizione salpò verso l’Artico e la Fram venne intenzionalmente
bloccata nei ghiacci vicino alla Siberia. Per quasi tre anni la nave rimase
intrappolata, protetta, autosufficiente, mentre la deriva la spingeva attraverso
il mare polare. Quando Nansen comprese che il movimento dei ghiacci non avrebbe
condotto direttamente al Polo, lasciò la nave con un compagno per tentare
l’avanzata in slitta. La Fram, invece, continuò il suo lento viaggio e riuscì
infine a liberarsi, tornando in Norvegia. Nansen non riuscì a raggiungere il
Polo Nord, ma vi si avvicinò come nessuno prima di lui. L’impresa fu comunque un
successo scientifico e umano, e la Fram divenne simbolo di un nuovo modo di
esplorare.
Per quest’anno vi suggeriamo di muovervi dentro questa stessa logica. Voi siete
il segno dell’equilibrio, della relazione, dell’intelligenza che nasce dal
dialogo. Ma quest’anno i transiti planetari – in particolare quelli che
sollecitano le scelte strutturali e i legami significativi – vi invitano a
comprendere che non tutto ciò che avanza lo fa per spinta diretta. A volte il
vero movimento avviene per deriva, per adattamento, per una fiducia attiva nel
processo.
Non è un anno in cui forzare decisioni o pretendere risposte immediate. Come la
Fram, siete chiamati a costruire una forma interiore capace di reggere la
pressione senza spezzarsi. Alcune situazioni sembreranno immobili, bloccate,
sospese. Ma ciò che appare fermo sta lavorando, lentamente, nella direzione
giusta.
Quando Nansen lasciò la nave per tentare un’altra via, non rinnegò l’impresa: la
completò in modo diverso. Anche voi, potreste scoprire che cambiare strategia
non significa tradire l’equilibrio, ma onorarlo. Non tutto ciò che non arriva
esattamente dove avevate immaginato è una sconfitta: alcuni risultati valgono
perché trasformano il modo in cui attraversate il cammino. Quello che vogliamo
non è controllare ogni esito, ma trovare una direzione che nasca dalla
collaborazione con ciò che accade, non dalla sua forzatura. Come la Fram, anche
voi potete avanzare lasciandovi portare, se saprete restare fedeli a voi stessi
mentre il mondo vi muove.
SCORPIONE – Ha scritto la poetessa statunitense Linda Pastan: “Quello che
vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un
volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi ora ci
vogliono. Ma quello che vogliamo appare nei sogni, indossando travestimenti”.
Eccoci subito al nodo, Scorpione, perché quest’anno vi porta esattamente qui:
tra ciò che pensavate di volere e ciò che vi chiama da luoghi più profondi, meno
nominabili.
Cosa volete davvero e cosa invece avete scambiato per desiderio? Un’amica mi ha
sfidato, dicendo «per quanto puoi scrivere e studiare non comprenderai mai il
nostro segno». Temo abbia ragione, non sono certo che libri o stelle contengano
una risposta definitiva, anche se la vostra costellazione ospita una delle luci
più intense del cielo, Antares. Forse una luminosità così potente costringe a
socchiudere gli occhi; o forse non esiste stella all’altezza del vostro mistero.
Di voi, del segno che conosce la morte come passaggio e non come fine, è più
giusto parlare al plurale: scorpioni. In voi abitano desideri opposti, impulsi
che si contraddicono, fedeltà e rottura, attaccamento e necessità di
distruzione.
Secondo molti astrologi quest’anno i transiti planetari che toccano le zone più
profonde del tema – quelle legate al potere, all’intimità, alla trasformazione –
rendono impossibile continuare a vivere scegliendo una sola voce. Sarebbe un
anno durissimo se tentaste di ridurvi a una versione semplificata di voi stessi.
È invece un anno potentissimo se accettate il compito che vi viene affidato:
trovare spazio per ogni parte che vi compone, parole per ogni pensiero che vi
attraversa, rifugio persino per ciò che punge e fa male.
Siete il segno più enigmatico, legato ai cicli di morte e rinascita, dotato di
un’intelligenza lucidissima e attraversato da impulsi sessuali e da
un’aggressività passionale che non tollera mezze misure. Non a caso il vostro
motto astrologico è semplice e assoluto: io rinasco. Quest’anno la rinascita non
passa per un singolo evento risolutivo: passa per l’integrazione. Non per
scegliere tra luce e ombra, ma per abitare entrambe senza ferirvi o
autodistruggervi.
Quello che vogliamo, nel profondo, non è liberarci delle nostre contraddizioni,
ma imparare a viverle senza rinnegarne nessuna. Rinascere, ogni volta, perché
“non ricordiamo il sogno, ma il sogno ci ricorda”.
SAGITTARIO – Sapete perché questo oroscopo viene pubblicato il giorno
dell’Epifania e non a fine anno, come tutti gli altri? Perché non è un oroscopo
come gli altri e perché volevamo che le parole non si confondessero con le
retoriche zuccherine del “pace, salute, prosperità” che chiudono l’anno. Non
perché queste parole non siano fondamentali, ma perché, così come vengono
pronunciate, restano enunciazioni. E voi, Sagittario, siete il segno che non si
accontenta delle formule o degli slogan: cercate il senso delle parole, perché
solo quando hanno peso possono guidare davvero l’azione.
La speranza, per voi, non è mai astratta. Deve essere sporcata dalla realtà,
dalle imperfezioni, dalla stanchezza, dagli inciampi lungo il cammino. È un
foglio bianco che non bisogna avere timore di riempire di errori, se davvero si
vuole scrivere un finale diverso. Nel 2026 questa immagine vi descrive con
precisione: siete chiamati a rendere concreta una visione che avete già da tempo
davanti agli occhi, ma che forse avete tenuto troppo in alto, troppo lontana dal
corpo.
Siete il segno dell’orizzonte, della fiducia nel futuro, del passo lungo. Ma
quest’anno la domanda cambia tono. Non è più solo cosa volete, bensì come siete
disposti a muovervi verso ciò che volete. Siete pronti a chiedere aiuto? A non
fare tutto da soli? A rallentare il passo per non perdere chi cammina con voi?
Questo non è un anno che vi chiede di smettere di credere, ma di credere in modo
incarnato. Accettare che la speranza non è una fuga in avanti, ma un lavoro
quotidiano fatto di compromessi intelligenti, di ascolto, di fiducia condivisa.
Alcune illusioni cadranno, ed è un bene: vi costringeranno a distinguere tra ciò
che vi ispira davvero e ciò che vi distrae con promesse troppo facili. Quello
che vogliamo è già nell’orizzonte. È il gesto sottile e difficile di diventare
poliglotti nella propria lingua madre: imparare a dire ciò che sentiamo con più
registri, più voci, più umanità. Perché la vera sfida, quest’anno, è restare
fedeli a ciò che ci muove, anche quando questo richiede pazienza, collaborazione
e il coraggio di non sapere tutto subito.
CAPRICORNO – Nel 1912, durante lo sciopero delle operaie tessili di Lawrence, in
Massachusetts, il movimento sindacale e femminista statunitense marciò sotto uno
slogan che aveva preso in prestito le parole di un poema scritto l’anno
precedente da James Oppenheim: “Hearts starve as well as bodies / give us bread,
but give us roses” (“Anche i cuori soffrono la fame come i corpi: dateci il
pane, ma dateci anche le rose”). Molti anni dopo, Ken Loach riprese quelle
parole per raccontare in un film una storia di lavoro sfruttato, paura,
solidarietà fragile e dignità ostinata. Una storia in cui la lotta non riguarda
solo la sopravvivenza, ma il diritto a una vita che abbia qualità, tempo,
rispetto.
Il Capricorno, più di ogni altro segno, conosce il valore del pane. Conoscete la
fatica, la responsabilità, la costruzione lenta e ostinata di ciò che garantisce
stabilità. Siete il segno che regge, che tiene, che non molla anche quando il
peso è sproporzionato. Quest’anno vi mette davanti a una sfida meno comoda: non
basta resistere. Non basta garantire la sopravvivenza materiale se il prezzo è
la rinuncia sistematica al desiderio, al tempo, alla bellezza. Vale nelle
relazioni, nel lavoro, nelle amicizie.
Dicono gli astrologi seri che i transiti planetari di quest’anno toccano il
vostro segno in profondità. Abbiamo letto che Saturno, vostro pianeta guida, vi
chiede ancora rigore, ma in una forma più matura: non solo disciplina, bensì
responsabilità verso voi stessi. Pare anche che Plutone continui il suo lavoro
di trasformazione strutturale, smontando ciò che avete costruito solo perché “si
deve”, solo perché “ha sempre funzionato”. Non sappiamo se sia vero, però vi
invitiamo a fare cadere alcune certezze, non per punizione, ma perché non sono
più abitabili. Il lavoro, le relazioni, gli obiettivi: tutto ciò che resta in
piedi quest’anno dovrà avere un senso profondo, non solo utilità. Perciò,
quest’anno, quando si tratterà di dover scegliere, non fatelo.
Quest’anno qualcosa di radicale, anche se silenzioso: pretendere sempre il pane
e le rose. Ci saranno divisioni interne, paure, tentazioni di tornare indietro.
La vera maturità, quest’anno, non è stringere ancora i denti: è ammettere che
anche il cuore ha fame. Quello che vogliamo non è solo resistere, né
semplicemente riuscire, ma costruire una vita che non ci costringa a scegliere
tra sopravvivere ed essere vivi. Nel 2026 siamo chiamati a una forma nuova di
autorità: quella di chi sa dire che il pane è necessario, ma che senza le rose
non basta più.
ACQUARIO – Una mia vecchia amica ritiene che in ogni contesto, per esempio
“cucinando”, sia possibile creare. E ricorda sempre che per Elsa Morante la sola
frase d’amore era: “Hai mangiato?”. Non perché l’amore si riduca alla cura
pratica, ma perché ogni creazione, per esistere, ha bisogno di passare dal
corpo. Ed è qui che ci viene in mente un verso di una poesia di Chandra Livia
Candiani: “L’anima ha le ali, ma è il corpo che ne porta la fatica”. Se avete la
pazienza di leggere, vi sarà chiaro il perché.
L’Acquario vive naturalmente nel registro dell’aria: pensiero, visione, ideale.
Siete capaci di immaginare forme nuove di relazione, di amicizia, di convivenza,
molto prima che il mondo sia pronto ad accoglierle. In amore come nella vita,
siete chiamati a trovare un equilibrio sottile tra aspirazione e realtà. L’amore
ideale resta per voi una bussola imprescindibile; senza, vi sentireste traditi.
Ma quest’anno vi invita a riconoscere che l’amore reale non è la negazione
dell’ideale, bensì il luogo in cui l’ideale si misura con il limite, con la
stanchezza, con il tempo condiviso. Ricordate: l’anima può continuare a volare,
solo se il corpo accetta di portarne il peso.
Secondo gli astrologi seri, Plutone nel vostro segno renderà questo processo
ineludibile. Non vi chiede di rinunciare alla libertà, ma di darle più di una
forma. L’amore è una pratica che può assumere più forme: a volte cucinare per
l’altro, a volte insegnare all’altro a farlo, a volte semplicemente sedersi
insieme senza sapere esattamente cosa verrà servito. Si tratta di trovare un
equilibrio tra la vostra doppia natura: l’Acquario uraniano, che spinge verso il
nuovo e teme ogni vincolo, e quello saturnino, che comprende che la libertà non
è assenza di peso, ma assunzione consapevole di ciò che è reale. Quest’anno non
vi si chiede di risolvere questa tensione, vi suggeriamo di usarla come motore
creativo.
Quello che vogliamo non è un amore pensato così bene da non dover essere
vissuto, né una realtà così pesante da spegnere il desiderio. Vogliamo un amore
in cui l’anima continui ad avere le ali e il corpo, nel portarne la fatica,
possa dire: io esisto.
PESCI – Se dovessimo indicare uno dei “mali” del nostro tempo, potremmo dire,
senza tema di smentita, che è questa sovrabbondanza di immagini che ogni giorno
scorrono sugli schermi: tutto è visibile, tutto è accessibile, tutto è già visto
prima ancora di essere vissuto. Non è una critica al progresso, né un rimpianto
nostalgico; è la constatazione che, in questo gioco di specchi, qualcosa si
incrina. Si può assistere a tutto – persino all’orrore – e restare immobili.
Nel suo libro Quando il mondo dorme, Francesca Albanese cita le parole del
monaco buddhista Thich Nhat Hanh: “Dopo aver visto, bisogna agire. Altrimenti, a
cosa serve vedere?”. È a voi che queste parole parlano più direttamente, perché
siete il segno che vede più degli altri, ma non sempre riesce a restare presente
nella propria vita.
I Pesci sono sensibilità pura, empatia senza confini, capacità di sentire il
mondo come se non esistessero separazioni. Ma proprio questa dote, nel tempo
dell’eccesso di immagini, rischia di trasformarsi in stanchezza emotiva, in
ritiro, in una sorta di anestesia dolce. Sentire tutto può diventare,
paradossalmente, un modo per non riuscire più ad agire.
Secondo gli astrologi “seri”, il 2026 arriva come un anno di svolta perché segna
la fine di un lungo ciclo: Saturno conclude il suo passaggio nel vostro segno
nei primi mesi dell’anno. È stato un transito severo, che vi ha costretti a fare
i conti con i limiti, con il corpo, con la responsabilità di dare forma a ciò
che sentite. Ora qualcosa si allenta, ma non per tornare all’indistinto: per
scegliere cosa fare di ciò che avete imparato. Nettuno, vostro pianeta guida, ha
lasciato i Pesci, ma non vi ha abbandonati: ha lasciato in eredità una domanda
radicale sul senso, sulla compassione e sulla verità. Non sappiamo se queste
previsioni siano giuste; sappiamo però che quest’anno si presta a trasformare la
vostra sensibilità in gesti concreti. Non salvare il mondo – questo vi
esaurirebbe – ma salvare la vostra presenza nel mondo.
Poiché sapete leggere le vite degli altri come fossero libri aperti, ma spesso
ignorate i segnali che arrivano dalla vostra, il compito del 2026 è imparare una
forma nuova di cura verso voi stessi: non restare inerti davanti a ciò che vi
ferisce, non dissolvervi in ciò che sentite. Quello che vogliamo, nel profondo,
non è smettere di vedere né proteggerci chiudendo gli occhi, ma trovare il
coraggio di agire a partire da ciò che vediamo e in difesa di ciò che proviamo,
anche quando è scomodo, anche quando ci espone. Fare della nostra sensibilità
una forza viva.
(disegno di giallaz)
Quando chiedo alla commessa di Libraccio se abbiano in negozio il nuovo libro di
Tommaso Sarti – Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei
maranza (DeriveApprodi, 2025) – lei litiga con il monitor perché è convinta che
ci sia. «Devo averlo confuso con un altro», mi fa, scusandosi. La guardo
comprensivo: non è così usuale che nello stesso mese vengano pubblicati due
libri sui maranza, anche io mi sarei confuso. L’altro libro che ho in mente è La
periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriel
Seroussi (Agenzia X, 2025). Eppure, non è a questo che stava pensando lei: «L’ho
confuso con quello dal titolo tradotto malissimo». La guardo confuso. Sebbene la
sua non sia proprio una gran pubblicità, è questo tipo di frasi che suscita
l’interesse di alcuni lettori. Vado a vederlo al piano di sotto: Maranza di
tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle
periferie (DeriveApprodi, 2024). Il titolo originale è Beaufs et barbares. Le
pari du nous di Houria Bouteldja (La Fabrique éditions, 2023), uscito in Francia
due anni fa. Copertina stile La haine ma a colori, autrice franco-algerina
militante e nota editoriale dei traduttori dal titolo: Perché maranza. Lo
compro.
Nella nota editoriale si spiega che la parola “maranza” traduce
contemporaneamente “beaufs”, termine ai limiti dell’intraducibilità con cui
generalizzando possiamo intendere il proletariato bianco, e “barbares”, che per
Bouteldja sono i proletari indigeni, ovvero i nativi dei territori colonizzati,
oggi immigrati, regolari e non, in Francia e negli altri paesi europei. Questa
scelta la trovo coraggiosa. Sulla seconda parte della frase invece, con
quell’invito a unirsi accompagnato da un altisonante punto esclamativo, sono
d’accordo con la libraia: quantomeno discutibile.
La prima volta che ho sentito il termine “maranza” era tre anni fa. Chi lo
pronunciava alludeva a una serie di video che circolavano su TikTok in cui dei
ragazzini molto giovani ostentavano azioni provocatorie e violente. I video
provenivano soprattutto dal nord Italia. Maranza però non è un neologismo. La
parola si trova già in una canzone di Jovanotti (Il capo della banda, 1988), che
in un’intervista di quell’anno rivendicava di essere lui stesso un “maranza”,
attribuendo al termine questa definizione: “è quello che si impunta”. Se prima
la parola era utilizzata solo da una nicchia di persone del milanese con
un’accezione più o meno positiva, dal 2022 il termine è diventato di uso comune
con una connotazione fortemente negativa proprio a seguito di quei video.
Difficilmente oggi Jovanotti rivendicherebbe di essere un maranza, come faceva
sul finire degli anni Ottanta. Il termine oscilla tra una connotazione
criminale, pericolosa, e una più burlesca, quasi comica, ma pur sempre
denigratoria.
LIBERTÉ MA NON PER TUTTI
Ponendosi da una prospettiva diversa rispetto ai tradizionali libri di storia,
Bouteldja rilegge la periodizzazione storica convenzionale in chiave razziale.
La razza, parola ripudiata dal dibattito pubblico odierno, diventa qui il motore
silente che aziona la macchina della Storia. Sin dall’antichità, gli schiavi
erano innanzitutto un soggetto razzializzato. La Modernità, che
convenzionalmente comincia con la scoperta dell’America nel 1492, ha inizio con
il genocidio di un popolo: gli indigeni americani, rei di incarnare una razza
fino a quel momento sconosciuta e di abitare terre piene di risorse predabili.
Data l’enorme quantità di ricchezza di cui disporre, c’era bisogno di
identificare chi potesse beneficiarne e chi no; per questo, negli anni a
seguire, nascono gli stati moderni. Inghilterra, Olanda, Francia – ma dal 1776
anche Stati Uniti – si contendono ripetutamente l’egemonia su queste ricchezze.
Con lo stato moderno l’individuo rinuncia a una parte della sua identità per
identificarsi con lo stato a cui appartiene; in cambio, egli pretende che,
all’interno di esso, gli siano riconosciuti una serie di diritti e di privilegi:
l’istruzione, la libertà di parola, il voto; ma anche l’accesso a una parte
delle ricchezze provenienti dagli stati colonizzati. Solo all’interno dello
stato, perché lo stato moderno è intrinsecamente razzista e costitutivamente
selettivo.
È evidente allora come la Rivoluzione francese costituisca sì una liberazione,
ma solo per qualcuno. La schiavitù, abolita dalla Convenzione montagnarda nel
1794, ritorna già nel 1802; la colonizzazione in Africa è al suo apice durante
il diciannovesimo secolo, e la Francia ne è una dei grandi
protagonisti: Liberté, Égalité e Fraternité per qualcuno, non per tutti. Gli
stati moderni europei hanno però dei fratelli, figli della stessa grande madre:
la razza europoide. Per questo, se non è importante quello che spetta al
cittadino di un’altra razza, è però molto importante che le pretese di un
cittadino di uno stato fratello siano accontentate. Qui l’autrice riprende
Gramsci, che aveva teorizzato l’esistenza dello “stato integrale”, ma si spinge
oltre, introducendo il concetto di “stato razziale integrale”. In questi stati,
le rivendicazioni politiche esistono, non sono represse, ma sono chiuse nel
recinto della razza. La lotta di classe si riduce a un conflitto tra bianchi:
“La battaglia tra la borghesia e il popolo, per quanto feroce possa essere,
rispetta globalmente il paradigma razziale/coloniale che stringe il campo
politico come in un corsetto. I due blocchi che si fanno la guerra, separati da
rapporti antagonisti di classe, sono invece uniti dalla razza”. (p. 79)
Il nazi-fascismo del ventesimo secolo allora è un’anomalia: questa si
spiegherebbe come l’esclusione – definitiva? – della parte più estrema dello
Stato razziale integrale. Perde il nazi-fascismo, ma vincono gli “stati razziali
progressisti”: Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Isolando la parte violenta
degli “stati razziali integrali”, le potenze occidentali si assicurano la
sopravvivenza degli stati nati dal 1492 in poi. Arrivando alla contemporaneità,
con questa prospettiva l’autrice rivaluta l’astensionismo: “Votare significa
votare bianco… tranne quando – ironicamente – la scheda è bianca. Nonostante sia
azzardato dare un senso definitivo e univoco allo sciopero elettorale […] la
loro ‘miseria civica’ non è altro che un atto di rivolta contro un dispositivo
che organizza l’impotenza, impedisce qualsiasi riforma”. (p. 84).
A questo punto Bouteldja avanza la sua proposta politica: un’alleanza tra i due
soggetti del titolo, beaufs e barbares. Queste due forze sono in conflitto, come
riconosce l’autrice stessa, dal momento che i beaufs identificano una delle
cause del deterioramento del loro stile di vita proprio nella presenza
dei barbares nei loro stati (non è un caso infatti che i neri e gli arabi si
siano rifiutati di aiutare i gilet gialli nel 2018). Eppure, secondo Bouteldja,
i due gruppi hanno un nemico in comune: l’Unione Europea, “il punto debole dello
stato integrale” (p. 129). Solo con l’obiettivo comune di un’uscita della
Francia dall’Unione Europea si potrebbero radunare le forze dei due
schieramenti. Il problema però è che il ritorno a una prospettiva nazionale
comporta inevitabilmente il rischio di una svolta nazionalista, che colpirebbe
proprio i barbares. Qui l’argomentazione dell’autrice sembra più fragile: seppur
si mostri consapevole di questo rischio, Bouteldja confida in un orizzonte più
ampio, che scongiuri la minaccia nazionalista: “Bisogna iscrivere la Frexit
decoloniale in una nuova geografia politica, che deve implicare solidarietà e
fratellanza con i popoli del Sud e anche una rottura della meccanica dello
sfruttamento su cui si fondano i rapporti asimmetrici tra la Ue e il Sud
globale” (p. 139). Questa prospettiva, seppur affascinante, appare molto
problematica: come definire chi fa parte del Sud globale e chi no? E,
soprattutto, come evitare che si ripresentino le stesse dinamiche di
sfruttamento che caratterizzano la geopolitica contemporanea?
NOI E I MARANZA
Sebbene l’autrice parli della Francia, questo saggio si inscrive molto bene
anche nella cornice italiana con le sue specificità. Nonostante il diverso
rapporto con la cultura islamica, anche in Italia l’islamofobia è in crescita.
Secondo Bouteldja, questa è “l’arma congiunturale della controrivoluzione
coloniale […], un tassello chiave al servizio dello stato razziale integrale”.
(p. 126). Da quando il termine “maranza” è divenuto di uso comune, questo non si
sente solo nei comizi elettorali di Vannacci e Sardone, ma si ripete spesso per
strada, in televisione, sui social.
È del 5 novembre scorso il post di Ryanair Italia che afferma: “Ci riserviamo il
diritto di non servire chi indossa tute da maranza” (con tanto di didascalia:
“facciamo noi le regole”). La parola è usata soprattutto nell’ambito della
sicurezza: i maranza sembrano essere diventati il più grande pericolo per la
nostra incolumità. È nota l’indagine della Digos secondo cui alcuni esponenti
dell’estrema destra avrebbero organizzato delle “ronde anti-maranza” volte a
riportare l’ordine e la sicurezza nelle strade milanesi; pare anche però che
alcuni dei responsabili del blitz all’occupazione del liceo Da Vinci di Genova,
indagati per danneggiamento aggravato e apologia di nazismo a causa delle
svastiche disegnate sui muri, siano “maranza”. Ma chi sono allora i maranza?
Se non è esatto che la parola maranza sia un neologismo, come affermato nella
nota editoriale (p. 7), è pur vero che, nel suo nuovo utilizzo, il termine di
fatto combini le due parole “marocchino” e “zanza” (Gabriel Seroussi sostiene
che questa idea sia un falso mito: probabile, ma di fatto oggi la parola
richiama istintivamente questi due termini). Anche la parola “zanza” ha una
storia molto particolare, ma possiamo ipotizzare che derivi da “zanzara”,
insetto particolarmente fastidioso. Uno “zanza” è infatti un “imbroglione,
truffatore, furfante” (Treccani), oppure, in senso più ampio, un “tamarro”. I
maranza sarebbero quindi dei micro-criminali di origini marocchine o, nel
migliore dei casi, dei tamarri magrebini. È sempre più diffuso però un utilizzo
del termine con riferimento a quegli adolescenti, anche di origine italiana, che
vivono – come i ragazzi marocchini – l’emarginazione delle periferie, ascoltano
un certo tipo di musica e vestono con le fantomatiche “tute da maranza”. Da qui
l’idea della traduzione del titolo: Maranza di tutto il mondo, unitevi!
Come ci racconta Bouteldja, in Francia il razzismo non è cosa di pochi, e lo
stesso si può affermare per l’Italia. Tutti abbiamo condannato quel manipolo di
ultras della Fiorentina che insultarono Kalidou Koulibaly dicendo “scimmia di
merda”, ma quanti di noi rinuncerebbero al diritto di prelazione che sentiamo di
avere su quanto ci circonda rispetto a un immigrato irregolare? Dire maranza
vuol dire parlare dal di qua di una barricata, vuol dire che c’è un “noi” e c’è
un “loro”; eppure, cos’altro ci rende diversi da “loro” se non la convinzione,
sedimentata nelle tradizioni delle nostre famiglie, di meritare dei privilegi
solo in quanto cittadini di uno “stato razziale”? Allora, dimenticando per un
attimo quanto discutibile possa essere la traduzione del titolo, bisogna
riconoscere a quest’associazione linguistica il merito di strappare la parola
maranza alle connotazioni razziste sempre più diffuse di Sardone e Ryanair – ma
anche di tanta gente di sinistra – e renderla, forse per la prima volta in
Italia, soggetto politico attivo. (federico murzi)
(disegno di manincuore)
L’occasione per questo articolo è duplice: per un verso il desiderio di chi
scrive di “stare” su Napoli coi suoi artisti e le sue contraddizioni, le sue
“novità” e le sue puntuali bruttezze; per altro verso la proiezione del
film L’eco dei fiori sommersi al Modernissimo il 5 dicembre alle ore 21;
proiezione inattesa per quanto è difficile trovare un film “piccolo” al cinema,
un film auto-distribuito e aggiungerei femminista. Si parla poco della lotta
politica che si gioca sulla distribuzione: perché il cinema resta l’arte delle
masse e se è preclusa la possibilità di vedere buoni film tutto è perduto.
Ho conosciuto Rosa Maietta durante la lavorazione del film Gli ultimi giorni
dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo. Lei lavorava sul mitico e
irraggiungibile (per me) archivio-fiume di Ghezzi, e questo me la rendeva già
simpatica in via pregiudiziale. In seguito, l’ho incontrata innumerevoli volte
alle rassegne indipendenti che si tengono a Napoli, nei soliti quattro o cinque
spazi dove si può vedere qualcosa di diverso dal cinemino italiano borghese e
fasullo. Siamo diventati amici, e grazie a lei ho scoperto Julio Bressane e
soprattutto Radu Jude, che per me è il Godard del nostro tempo. Lei vive a
Napoli, ha studiato lettere, è cinefila e viene da Benevento. Incredibilmente
siamo nati lo stesso giorno, lei però nel 1990.
L’eco dei fiori sommersi è il suo primo lungometraggio. Partendo dall’idea di un
documentario sull’Archivio di Stato di Napoli, è diventato un film con tutti i
crismi, scritto e messo in scena a partire da storie vere contenute nei faldoni
dimenticati tra i corridoi dell’Archivio. Prendono così vita, in forma poetica e
politica, vicende realmente accadute nei decenni e secoli scorsi. Sono storie di
donne, e accanto a vicende atroci (stupri, aborti clandestini, amori fatti a
pezzi dalla guerra) è sempre riflessa la voglia e il desiderio di liberazione
dai nemici di sempre, il sistema patriarcale e quello capitalistico. Il
documentario ha una durata breve, 67 minuti. Colpisce la ricchezza di soluzioni
stilistiche che adotta, dovuta probabilmente sia all’abilità al montaggio della
regista – che nasce come montatrice –, sia al desiderio di utilizzare al massimo
le possibilità del mezzo. Si va dal registro simbolico a quello teatrale, dal
realismo tipico del documentario all’inserto d’animazione, fino all’utilizzo con
parsimonia di materiale d’archivio. Piuttosto ricercata la scrittura; paradosso,
poiché essa deriva quasi integralmente dalla lingua burocratica utilizzata nelle
carte processuali.
Questo tessuto plurilinguistico e i continui shock a cui assistiamo sono la
forza straniante e felice del film. Il gergo asettico della macchina della
giustizia, che tutto può e a cui tutti si sottomettono, viene messo in
discussione dal film, attraverso l’esplosione soggettiva delle protagoniste, i
fiori sommersi che riemergono in una sorta di giudizio universale. Loro, queste
donne, ci dicono “come sono andate veramente le cose”, non attraverso una contro
argomentazione logico-giuridica, ma coi corpi e con la voce, luoghi privilegiati
della verità e della testimonianza. Per queste ragioni mi sembra un film
importante. Ho conversato con Rosa Maietta sul film a fine luglio. Sintetizzo
qui alcune delle mie domande e delle sue risposte, poiché la conversazione è
durata più di due ore.
Perché hai scelto l’Archivio?
In realtà è un film d’occasione. L’Archivio di Stato, per aprirsi a un pubblico
non di soli specialisti, cercava una rappresentazione cinematografica. Mi è
arrivata la proposta e l’ho accettata. Volevo evitare un documentario basico,
fatto di interviste e immagini “neutre”. Ho allora cominciato a frequentare
l’archivio, e ho notato che ci lavoravano soprattutto donne. Le ho conosciute,
loro mi hanno fatto scoprire quelle storie che poi ho portato nel film. Loro
stesse sono nel film.
L’operazione poetica di portare al cinema il contenuto dei faldoni è inusuale.
Qual è stato il processo creativo?
Volevo evitare di fare un film su una storia, o su più storie. Ho cercato di
dare una certa circolarità al racconto, a mo’ di cantastorie. Insomma, non una
singola storia ma la storia collettiva per le donne. Ho voluto far emergere
l’emozione (il dolore, la passione) che sta dietro quel brutto e inavvicinabile
linguaggio della burocrazia processuale, linguaggio perfettamente consono alla
struttura patriarcale della giustizia e del mondo. Per questo, giocando sul
contrasto, uso luci calde e recitazione forte di contro a questa fredda lingua
del Potere.
Nel film avverto un eccellente lavoro di scrittura. Negli ultimi anni abbiamo
però assistito al desiderio di liberarsi della scrittura, a un certo
sperimentalismo visivo nel cinema indipendente. Tu cosa ne pensi?
L’attenzione alla scrittura oggi mi sembra un modo più democratico e meno
elitario di fare cinema. Quindi sì, ho fatto un enorme lavoro di scrittura.
Passavo le giornate all’archivio a leggere storie, a parlare con le archiviste,
anche in maniera terapeutica, per dimenticare la perdita di mio padre. La
scrittura è un momento decisivo e facilita la relazione col pubblico.
Qual è la differenza tra il tuo lavoro e un documentario standard?
Penso che il cinema venga definito Settima Arte non a caso. Abbiamo un
privilegio e anche una responsabilità con quello che facciamo. Ho provato a
lavorare sul film in quanto pezzo unico, perché non volevo che un singolo
procedimento formale, come la colonna sonora o frammenti simbolici, prevalessero
sul resto e diventassero tappabuchi o toppe. In questo senso, non volevo abusare
di materiale d’archivio anche per avere rispetto di quello che andavo a
utilizzare e manipolare.
Cosa ti domanda il pubblico? Resta più su questioni di stile, o sul perché hai
fatto il film, cosa volevi dire?
Entrambe le cose. Il pubblico è una parte del film, quando si gira si pensa a
quale pubblico è indirizzato, nei limiti del possibile.
Dove è stato proiettato il tuo film? Come sta girando?
Il film lo sto distribuendo io, lo invio assieme alla produzione ai festival e
organizzo le proiezioni in Italia e all’estero. Ovviamente circola in modo del
tutto peculiare: collettivi femministi interessati (come Non Una Di Meno a
Cagliari), amici e amiche via passaparola, e anche l’accademia,
nell’insospettabile sezione degli storici, poiché è uno dei pochi lavori
cinematografici sugli archivi. Poi ci sono i festival in Italia e all’estero. Mi
piace presentarlo in presenza, vedere il pubblico e confrontarmici. Lotto,
insomma, per il mio film.
A Napoli manca comunicazione tra registi, mi capita di parlare di questo
problema anche con altri tuoi colleghi.
I registi dovrebbero frequentare di più i festival, guardare i film degli altri.
Questo non lo fanno, e così c’è poco scambio. Con le ultime vicende politiche, e
la riduzione dei fondi alla cultura, mi è capitato di partecipare alle assemblee
dei lavoratori precari dello spettacolo, dove nessuno parla di cinema. È
assurdo! Napoli è una città senza scambio, io parlo di cinema con te e
pochissime altre persone. Proveremo a portare avanti pratiche per metterci
insieme. Vedremo… (salvatore iervolino)
(disegno di otarebill)
“Era una città di plastica / di quelle che non voglio vedere / con edifici
cancerogeni / e un cuore di paccottiglia / dove invece del sole sorge un dollaro
/ dove nessuno ride, dove nessuno piange / con gente dalle facce di polistirolo
/ che sentono senza ascoltare e guardano senza vedere / gente che ha venduto per
la sua comodità / la sua ragion d’essere e la sua libertà”.
Poteva essere questa strofa di Rubén Blades e Willie Colon l’epigrafe del
libro La rivolta nella città di plastica, di Marco Santopadre, una breve
inchiesta sulla turistificazione estrema della città basca di Donostia (San
Sebastián) pubblicato qualche mese fa dalla Red Star Press di Roma. La mitica
canzone Plástico del 1978, un capolavoro della salsa, è un’invettiva ironica
contro la superficialità delle donne, degli uomini e delle città del continente
americano. Negli anni Settanta questi musicisti latinos di New York vedevano
come il modello urbano consumista statunitense si riproduceva anche nei loro
paesi d’origine. Mezzo secolo dopo questa plastificazione ha raggiunto tutte le
città del mondo: le capitali, come Roma, che con il Giubileo è stata finalmente
consegnata alla grande finanza internazionale; ma anche le città meno
centrali. Una è sicuramente Donostia (è il nome basco: in castigliano è San
Sebastián), la “perla del Cantabrico”, nel nord della penisola iberica.
Santopadre, che conosce bene il paese basco, e che per questo libro ha svolto
dieci interviste ad attivisti, sindacalisti, consiglieri comunali, portavoce
delle associazioni di quartiere, racconta di un passato recente in cui la città
aveva due facce: la San Sebastián “turistica, godereccia, dai tratti raffinati,
un po’ snob e un po’ retrò”; e la Donostia “estremamente popolare, combattiva,
impegnata, verace, dai modi diretti e informali” (p.14). Per decenni questi due
mondi hanno condiviso lo stesso territorio, forse ignorandosi, o disturbandosi
tra loro poco più delle due città di The city and the city di China Mieville.
Ultimamente, però, ed è il tema del libro, la prima ha “fagocitato” la seconda.
Come nel libro di Mieville, si parla di classi sociali: la città borghese ha
sconfitto la città popolare, divorando anche il suo mondo vitale, la sua lingua
indigena (l’Euskera o basco), le sue mobilitazioni politiche. Lo strumento di
questa vittoria è il turismo; o meglio, la trasformazione della città in una
monocultura turistica.
A differenza della vicina Bilbo (Bilbao), città operaia e industriale che si è
aperta al turismo solo dopo la costruzione del museo Guggenheim a fine anni
Novanta, con il “recupero” delle zone abbandonate dalla deindustrializzazione,
Donostia ha alle spalle due secoli di turismo: perciò la tipica risposta alle
critiche al turismo è che Donostia “è sempre stata turistica” (p.31). Per il suo
clima e la sua posizione, era meta di vacanze termali per l’aristocrazia già
nell’Ottocento; e anche il dittatore Francisco Franco vi passò le estati dal
1940 fino alla morte, nel 1975. Ma per quarant’anni tutta la regione
basca, Euskadi, è stata lo scenario della conflittualità indipendentista
dell’ETA, di enormi mobilitazioni contro lo stato spagnolo, e della kale
borroka, la guerriglia urbana dei giovani. Forse queste grandi mobilitazioni
sono riuscite a tenere alla larga non tanto lo stato, quanto la massificazione
turistica che incombeva sulla regione (della turistificazione di Bilbao parla
anche l’ultimo capitolo del libro di Santopadre, a partire dal lavoro di Adriano
Cirulli, altro grande conoscitore del país vasco).
Santopadre spiega infatti che la deposizione delle armi di ETA ha segnato
l’inizio del nuovo ciclo di turistificazione. Nello stesso anno dell’annuncio
di ETA, il 2011, Donostia fu candidata a “Capitale europea della cultura” per il
2016 (l’anno in cui si seppe che il dubbio privilegio sarebbe stato riservato
anche a Matera; pochi anni dopo a Procida). Queste grandi celebrazioni
cementificano nuove alleanze nelle élite: come le Olimpiadi di Barcellona del
1992, annunciate dall’ex ministro franchista Jose Antonio Samaranch, che
sancirono la ritrovata unità economica di destra e sinistra sotto il vessillo
dell’impresa e della gentrificazione, così Donostia 2016 è diventata subito il
paradiso dell’industria turistica. Non passa neanche un anno dal “grande
evento”, che già la turistificazione è estrema; nascono le organizzazioni contro
l’overtourism – un termine che il libro giustamente critica, perché la questione
non riguarda la quantità di turisti; e neanche la “qualità” (pp. 100-110).
Subito dopo la pandemia del 2020 già un quinto dei posti letto nelle zone
centrali sono per il turismo (p.49), con il conseguente calo dei residenti (non
pronunciatissimo: nel quartiere centrale le statistiche registrano il dieci per
cento in meno in venti anni, anche se probabilmente esponenziale; p.51). “Siamo
in pericolo”, dichiara un’intervistata (l’unica donna).
Quella di Donostia, per uno degli intervistati, sarebbe una “gentrificazione con
caratteristiche proprie” (p.51). Eppure – circondata dagli aeroporti, funestata
dal lavoro precario e stagionale, satura di bar e bnb (per lo più gestiti da
gruppi imprenditoriali), inzeppata di installazioni artistiche, svuotata
dall’aumento degli affitti, con il conseguente “sradicamento di un’intera
generazione […] oltre all’indebolimento delle reti comunitarie e perdita
dell’identità locale” (p.58) – si fatica a vedere in cosa sia diversa dalle
migliaia di altre città gentrificate. Il libro ripercorre tutte le politiche con
cui l’amministrazione ha favorito la turistificazione estrema: dalla concessione
di licenze per hotel in deroga alle norme edilizie, alla demolizione di edifici
storici di cui si mantengono solo le facciate, fino agli “errori” intenzionali
che hanno accelerato la distruzione della città; e anche le denunce dei numerosi
collettivi, studiosi e associazioni di abitanti, quasi sempre senza risultati,
almeno nei tribunali.
Al di là della forma specifica di vendere Donostia come capitale
enogastronomica, una narrativa di cui Santopadre ripercorre lo sviluppo – dal
2009 che si fonda il Basque Culinary Center, si celebra la fiera San Sebastian
Gastronomika, si trasformano le sidrerie in ristoranti brandizzati, fino
all’assurdità dell’Instituto del Pintxo (p.83) – è evidente che i processi
descritti nel libro sono proprio esempi da manuale. Le città gentrificate non si
distinguono per forma, storia e vita, ma per il tipo di offerta che propongono
ai nuovi arrivati – turisti o gentrificatori. Ed ecco la plastica! È
il packaging che trasforma la città in un pacchetto che i visitatori possano
consumare rapidamente. Ma è anche una metafora dell’abbellimento superficiale,
della ripulitura frettolosa, del consumo in serie, colori e forme attraenti ma
identiche ovunque. Il simulacro si moltiplica al punto di sostituirsi alla
città. Anche questo processo è standard: lo descriveva Harvey in The Art of
Rent ventitré anni fa, spiegando che le città per farsi “globali” sono costrette
a distruggere ciò che le rende uniche. Donostia oggi è analoga alla Cappuccino
city di Derek Hyra, ma anche alla città di Santa Chiara, le cui mirabolanti
avventure racconta Diego Miedo; di fatto, a tutte le altre città turistificate
del mondo. Tutte in mano ai city killers, come li chiama Lucia Tozzi.
Quello che manca in questo racconto però è la rivolta del titolo. In questa
città di plastica, dov’è l’abitante di Zerocalcare che esce col fucile gridando
“Rebibbia non sarà mai il nuovo Pigneto! Le vostre apericene fatele da un’altra
parte”? O quello di Diego Miedo che grida “Americani di merda non saremo mai il
vostro zoo”? Dopo lo scioglimento dell’ETA forse è fuori luogo invocare le armi.
Ma è vero anche che l’invasione turistica attuale, soprattutto dopo la pandemia,
non ha mai prodotto niente di simile alle proteste anti-gentrificazione degli
anni Ottanta, come la rivolta fondativa di Tompkins Square nel 1988. Ci sono
gruppi di abitanti critici, reti internazionali come SET, libri ed eventi contro
il turismo – ma pochissime rivolte. Un’eccezione forse è stata quest’estate
a Città del Messico contro i turisti statunitensi, che le autorità hanno
rapidamente definito violenza xenofoba. Le rivolte contro la plastica sono nella
nostra immaginazione, sono prefigurazioni, dei simulacri, plastica anche loro.
Rivolte vere, per ora, né a Donostia né altrove. Anche perché sarebbe assurdo
prendersela con i turisti, ingranaggi della macchina, quasi sempre
inconsapevoli.
Ma anche sul campo della consapevolezza non siamo avanzati molto. Nel 1979 Ruben
Blades e Willie Colon spiegavano chiaramente la strada contro la
plastificazione: “Senti latino, senti fratello, senti amico – dice l’ultima
strofa della canzone Plástico – non lasciarti confondere / dall’oro o dalla
comodità! / Andiamo tutti sempre avanti / c’è ancora molta strada da fare / per
farla finita tutti insieme / con l’ignoranza che ci mantiene suggestionati / con
modelli importati / che non sono la soluzione. / Non lasciarti confondere /
cerca il fondo e la sua ragione / e ricorda: si vedono le facce / ma non si vede
mai il cuore”. Studiare, lavorare, andare sempre avanti, contro i modelli
statunitensi di plastica: “Ricordati che la plastica si scioglie / quando
la illumina il sole” canta Ruben Blades mentre il coro ripete “si vedono le
facce, si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Questa era la strada
con cui “vinceremo insieme”. Per il momento, la vittoria non è arrivata.
Cosa vuol dire “cercare il fondo e la sua ragione” nella città di plastica? Le
facce di plastica hanno un retro, un fondo, dove si vede la filettatura, il
segno della fusione, che ne rivela la natura artificiale, prestampata.
Turistificazione e gentrificazione sembrano un pezzo unico, da prendere o
rifiutare in blocco, magari regolando quantità e qualità. Il punto di
fusione, nascosto, mostra invece che questi fenomeni sono un’accozzaglia di
eventi disparati – dai finanziamenti pubblici alle low cost, alla mancanza di
regolazioni sugli affitti brevi – fusi insieme da un discorso pubblico che li
presenta come solidi e coerenti. E invece sono le forme del momento, che
possono cambiare anche all’improvviso. Santopadre, per esempio, spiega il
moltiplicarsi degli immobili di lusso (p.119-125), come un nuovo ciclo di
valorizzazione (anche se secondo me sbaglia nel considerarla un “dopo” la
gentrificazione). A Roma, per esempio, la fase non è più quella puramente
turistica: abbiamo il lusso e i maxi studentati (ne parla Chiara Davoli nel
numero dello Stato delle città di prossima uscita); altrove le politiche urbane
portano tutt’altro, dall’abbandono di Detroit ai massacri di Rio de Janeiro.
Dipende da come reagisce la società.
Di fronte alla città di plastica, la ricerca dovrebbe fare come il sole della
canzone: scioglierla. Scomporne i fattori, capirne gli equilibri, cosa tenere e
cosa respingere, quali forze si legano a ogni pezzo; smentire sistematicamente
il simulacro, la performance scintillante. Francesco Migliaccio ipotizza che la
stessa idea di gentrificazione contribuisce a nascondere le diverse tendenze che
influenzano la vita urbana, togliendoci lucidità. Un’altra metafora utile è
quella di Mike Davis, Città di quarzo: gli aspetti apparentemente inconciliabili
della vita urbana si riflettono tra loro come in un cristallo. Anche Marco
D’Eramo in un gran libro su Chicago mostra come la città tiene insieme elementi
diversissimi: Il maiale e il grattacielo. La metafora ci serve anche per la
struttura politica che promuove questi processi, cioè lo stato. David Graeber ha
spiegato che lo stato è un’accozzaglia di elementi inconciliabili tenuti insieme
da una retorica convincente, ma che possono sciogliersi in qualunque momento.
Anche a Roma dobbiamo capire come si interfacciano le scenette del sindaco con
il giubbetto catarifrangente, le parate militari, la vendita di un appartamento
per sedici milioni di euro, la Royal Caribbean che si prende Fiumicino. Senza
farci confondere dai giornali che ci mostrano un progetto unico e coerente da
accettare o rifiutare. “La strategia di orientare il dibattito politico verso
l’antinomia ‘turismo sì-turismo no’ – scrive Santopadre – serve a coprire le
responsabilità politiche e istituzionali nei cambiamenti strutturali imposti ai
nostri quartieri”. Inchieste come questa ci aiutano a sciogliere tutta questa
plastica, e a cercare il fondo. (stefano portelli)
(disegno di dalila amendola)
Neanche un filo d’erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile è un bel
libro curato da Paolo Bellati e Renato Curcio, da pochi giorni pubblicato tra i
Quaderni di ricerca sociale delle edizioni Sensibili alle foglie. Il volume
costituisce l’ultima tappa di una serie di incontri fatti con un gruppo di
giovani ex detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano, e restituisce un
quadro preciso di questa istituzione che è sempre più uno strumento ordinario
nella gestione delle politiche giovanili. Non è un caso che dall’entrata in
vigore del decreto Caivano, che aumenta a dismisura le possibilità per un minore
di finire in carcere a discapito delle pene alternative, gli ingressi nei
penitenziari minorili siano aumentati del cinquantaquattro per cento, facendo
arrivare a seicento il numero dei giovani ristretti.
Ho letto Neanche un filo d’erba mentre sono costretto a fare i conti con le
storie di due ragazzi da qualche mese detenuti in due istituti penali minorili
campani (Nisida e Airola). Li conosco da bambini – ora hanno rispettivamente
sedici e diciassette anni – e li ho seguiti come educatore per buona parte della
loro vita, entrando in relazione con i loro ambienti familiari, con le gioie e
le frustrazioni, le aspirazioni e gli errori.
M. è finito dentro per una serie di aggressioni, di cui una a un poliziotto,
connesse a una patologica difficoltà, mai affrontata da nessuno, a gestire le
proprie emozioni negative. L’altro è semplicemente un giovane inquieto e
irrequieto. È un adolescente come tanti, C., in cerca di risposte che non sa e
probabilmente non vuole darsi, ma che ben presto si è stancato della scuola, del
calcio, degli assistenti sociali e di chiunque gli imponga, o anche solo gli
suggerisca, una strada o un modo di fare. Sia M. che C., in momenti diversi,
hanno scelto di andare in carcere rinunciando alla possibilità, dopo averla
sperimentata, di stare in una comunità.
Il Beccaria di Milano è uno degli istituti in Italia che più di frequente
raggiunge gli onori della cronaca per scandali di vario genere, episodi di
violenza, proteste e rivolte dei detenuti. Le riflessioni dei due curatori del
libro, e soprattutto le parole dei diretti protagonisti, non risparmiano nulla a
chi legge: sovraffollamento a livelli cronici, incapacità (e mancanza di
volontà) nell’affrontare la multietnicità sempre crescente, violenza costante e
quasi sempre impunita degli agenti con attribuzione arbitraria di punizioni
fisiche e psicologiche ai ragazzi, normalizzazione di prassi non scritte – se
non in qualche astrusa circolare – che così come nel carcere degli adulti
costruiscono le regole de facto del carcere, e che sono diverse istituto per
istituto. È il caso di quella che Bellati e Curcio definiscono “pedagogia nera”,
la pedagogia della pena o “del bastone”, una traslazione dell’equilibrio basato
sulla punizione che sorregge l’istituzione (degli adulti) in un universo che,
nelle sue folli teorizzazioni, pretenderebbe di essere educativo per giovani che
hanno commesso degli errori ma hanno un’intera vita davanti per recuperare. “Per
i maltrattamenti aggravati – si legge nel volume – esercitati tra il 2021 e il
2024 (tra i quali, oltre alle lesioni, le umiliazioni e gli insulti razzisti
subiti dai ragazzi compaiono una tentata violenza sessuale operata da un agente
nei confronti di un detenuto, e la voce ‘torture’) sono state messe sotto
inchiesta giudiziaria quarantadue persone. In un primo tempo, nell’aprile 2024
vennero messi sotto indagine tredici agenti penitenziari, otto dei quali furono
anche sospesi dal lavoro. All’inizio di agosto 2025 i pm incaricati hanno però
aggiunto a quel primo elenco un comandante e altri tredici agenti, un medico,
due operatori sanitari, due ex direttrici e una vicedirettrice”.
Il libro ha il merito di partire dall’analisi di un caso per tracciare linee
generali, ragionando – sempre a partire dalle parole dei ragazzi – sul (non)
funzionamento di questa istituzione. È probabilmente per questo che i capitoli
più efficaci risultano quello che rivela il carcere minorile come arma impropria
della gestione illiberale del fenomeno migratorio; quelli che svelano con pochi
e chiari esempi l’ascensore dei meccanismi premiali, un inferno dantesco che
istituisce condizioni diverse di detenzione a seconda della docilità o della
renitenza di un detenuto al rispetto di regole assurde; quelli che sconfinano
senza perdere il filo del ragionamento nei campi della sociologia dei processi
migratori, della psicologia, dell’antropologia culturale, mostrando le continue
evoluzioni e involuzioni, a livello individuale e collettivo, delle relazioni
tra istituzioni totali e linguaggio, privazione dello spazio e processi di
alienazione, gestione chimica del dolore, autolesionismo e “ricadute”,
invisibilizzazione burocratico-amministrativa e rivendicazioni identitarie.
Vale la pena infine soffermarsi su due questioni che hanno la forza di aprire
spunti di riflessione non scontati sulla carcerazione minorile. La prima è
quella relativa agli “spazi per il sé”, una lettura più profonda del tema del
sovraffollamento, che non si riduce alla denuncia di condizioni pur infami di
detenzione, e alla descrizione di stanze in cui per andare in bagno bisogna
calpestare i materassi su cui, per terra, sono assiepati gli altri detenuti.
Quello che è in ballo, spiegano gli autori del volume, è l’impossibilità di
momenti d’introflessione, di elaborazione della propria situazione e delle
possibili prospettive: “momenti indispensabili a qualunque età, ma in quella dei
ragazzi più ancora decisiva sia per la loro crescita personale che per la
maturazione emotiva. Si tratta, insomma, di un vero e proprio soffocamento
psicologico e sociale” che “aggiunge un quid specifico alla brutalità ordinaria
della condizione carceraria, ne accentua, se possibile, la pena e la sofferenza
dei corpi” e “contribuisce in modo decisivo allo smantellamento di un
qualsivoglia, sia pure vago ed embrionale, progetto educativo”.
Anche la seconda questione, che riporta alle storie dei ragazzi napoletani con
cui si è iniziato questo testo, ha molto a che vedere con lo “smantellamento del
progetto educativo” scientemente operato dal carcere minorile. È infatti legata
alla desolante descrizione, che è uno dei fili conduttori del libro, del
complesso equilibrio di relazioni, rapporti lavorativi e personali,
compartimentazione delle mansioni e quindi delle responsabilità del mondo degli
adulti che operano in carcere. Gli educatori e il personale civile escono a
pezzi dalla descrizione dei ragazzi, che ritraggono queste figure per lo più –
mantenendo comunque una discreta capacità di differenziazione – come quelle di
scialbi passacarte, capaci di parlare e mai di ascoltare, latitanti tra le
sezioni persino nelle poche ore durante le quali sono chiamati, con un magro
stipendio, va detto, a lavorare nelle strutture.
Il fatto che molti ragazzi finiscano loro stessi per preferire, almeno nella
brutale quotidianità, la guardia all’educatore, il carcere alla comunità, la
repressione al confronto, è a ben pensarci il trionfo dell’istituzione totale,
che ha come unico scopo un disciplinamento sociale raggiungibile solo attraverso
la punizione, e perciò inconciliabile con qualsiasi millantata velleità di
crescita personale, riabilitazione e reinserimento. A parità di vuoto, di noia,
di assenza di figure adulte adeguate con cui confrontarsi, e di mancata apertura
verso nuove prospettive reali, è comprensibile che i ragazzi scelgano almeno la
chiarezza delle regole (per quanto ingiuste) e degli intenti all’ambiguità;
preferiscano la crudezza all’ipocrisia, la punizione al ricatto morale, persino
le botte alle chiacchiere vuote. Ma se questo modello disciplinante è
indispensabile per la buona riuscita di ogni innaturale tentativo di mantenere
una persona chiusa e ferma in una gabbia per un certo lasso di tempo, è anche
vero che nel mondo dei ragazzi ha bisogno di più sforzo e tempo, elementi
necessari a scalfire animi spesso più istintivi, meno interessati a calcolare il
rapporto tra i comportamenti e le loro conseguenze, non ancora del tutto
assoggettabili al rispetto di piccoli e grandi soprusi.
Le continue proteste e le rivolte, più o meno pubblicizzate, che ogni settimana
avvengono in molte carceri minorili in tutto il paese ci dicono che questo
modello non è necessariamente destinato a vincere. Quella però è la parte che
possono fare i giovani detenuti per l’eliminazione di queste inutili e ipocrite
istituzioni. È ora di chiedersi cosa siamo disposti a fare noi. (riccardo rosa)
(quadro di fernando eros caro dal braccio della morte, san quentin)
Si può vivere, si può morire
ma non si può vivere aspettando di morire
(fernando eros caro)
In Italia la pena di morte è stata abolita nel nuovo codice penale militare di
guerra nel 1994 e in Costituzione solo nel 2007. Nel codice penale vige tuttavia
la pena dell’ergastolo che non costituisce un’alternativa alla pena di morte, in
quanto essa stessa è una pena fino alla morte. La stessa pena di morte nel
mondo non è più lo spettacolo patibolare del passato, ma una esecuzione
durevole nel tempo, che si consuma nei bracci della morte e che si può
protrarre anche per molti anni prima dell’azione del boia. Pena di morte ed
ergastolo sono quindi due istituti penali che inducono uno stato di agonia nelle
persone che vi vengono condannate, decretandone la morte ad ogni prospettiva
sociale e un lento “vivere morendo”.
Al 31 dicembre 2024 in Italia le persone recluse in questo stato agonico indotto
erano 1890, 143 di cittadinanza non italiana, 38 le donne. […] Utilizzando
strumentalmente come apripista il femminicidio, il governo italiano sta cercando
di introdurre una ulteriore fattispecie di ergastolo. Il disegno di legge
governativo finalizzato all’introduzione nel codice penale del delitto specifico
di femminicidio, prevede infatti come pena una forma di ergastolo automatico,
sottratto alla valutazione del giudice. […]
Già nella precedente edizione di Arte contro le pene capitali osservavamo che
in un momento storico in cui l’istituzione della guerra ha preso il sopravvento,
ergastolo e pena di morte estendono la loro presenza e prendono nuove forme. Per
esempio, la lotta contro la pena di morte non può esimersi dal condannare le
esecuzioni extragiudiziali praticate nello scenario globale da Stati Uniti e
Israele contro coloro che, considerati nemici dell’Occidente ed etichettati come
“terroristi”, subiscono condanne a morte senza procedimenti giudiziari, che
vengono eseguite uccidendo intenzionalmente chiunque si trovi nei pressi della
persona designata. […] Ancora, se si prende come esempio lo stato di Israele e i
tribunali militari che nella Palestina occupata erogano le condanne
all’ergastolo e ogni altra pena a uomini e donne palestinesi, si vede come
questa pena di morte extra giudiziaria tende a sovra determinare ogni altra
forma di condanna giudiziaria. È bene dire, inoltre, che il popolo palestinese
di Gaza, con l’affermarsi dell’intenzione genocida da parte di Israele e
l’istituzione dei dispositivi che realizzano questa intenzione, è stato
schiacciato in una condizione agonica. Costretto quindi a “vivere morendo”.
Riproponiamo quindi anche quest’anno a Napoli una giornata dedicata
all’esposizione di opere d’arte, ad azioni visuali, teatrali, letterarie,
musicali, danzanti e relative a ogni altra forma creativa, per sensibilizzare la
cittadinanza intorno al tema delle condanne capitali. È, il nostro, un percorso
che intendiamo sul lungo periodo, che intende battersi contro la pena di morte e
la pena fino alla morte, e che non può esimersi, in questo periodo storico, dal
considerare le diverse forme che va assumendo il potere di dare la morte. Questo
potere va anche al di là delle forme che la guerra ha assunto storicamente come
guerra fra Stati: viene esercitato verso i popoli colonizzati, le classi
sfruttate, i poveri del mondo, nonché gli umani che resistono, e che riescono a
generare, malgrado tutto, momenti di vita.
È stato scelto per l’evento l’ex Ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli
perché i manicomi criminali sono stati luoghi di internamento per persone che,
dichiarate incapaci di intendere e di volere al momento dell’esecuzione di un
reato, venivano sottoposte a misure di sicurezza detentive prorogabili
indefinitamente e dette per questo: “ergastoli bianchi”. Ciò sollecita lo
sguardo abolizionista a prestare attenzione a tutte le forme indeterminate, sia
di pena che di misura di sicurezza, basare sull’attribuzione della pericolosità
sociale, che ancora perdurano e si rinnovano.
Il programma dettagliato della giornata del 2 novembre si può leggere qui.
A seguire invece pubblichiamo Pinocchio in carcere, un testo ricevuto da Claudio
Furnari, condannato all’ergastolo e attualmente detenuto nel carcere di Sulmona.
Pinocchio come tutte le mattine esce di casa per andare nella sua campagna,
essendo primavera. Con lui aveva un piccolo paniere, pensando che le ciliegie
erano mature, quindi cammina spensierato nella strada. Di colpo viene fermato
dalle guardie del re che senza nessuna spiegazione lo portano in carcere.
Durante la strada Pinocchio chiede il perché viene arrestato e come risposta il
capo guardia gli dice: «Abbiamo ordini dall’alto», ma Pinocchio non capisce
visto che non aveva fatto nessun male. Lo portano in un grande camera e, là
trova un sacco di persone, ognuno scontava la loro pena. Alla vista di Pinocchio
ci fu una gran curiosità da parte di tutti, ognuno gli chiedeva: «Cosa hai fatto
che ti hanno arrestato?». Lui rispondeva dicendo: «Io non ho fatto niente, le
guardie del re mi dissero che su di me c’è ordine dall’alto. E voi perché vi
trovate qui?». Ognuno spiegava il suo reato, chi diceva: «Io devo fare altri sei
mesi»; altri un anno ancora, comunque ognuno aveva il suo reato.
Dopo due-tre giorni che Pinocchio si trova in carcere insieme a tutti gli altri,
la mattina del 10 aprile la prima figlia del re annuncia il suo matrimonio e
chiede al padre un anno di amnistia (ammistizia) per ogni carcerato. Il re
acconsente quindi la mattina dopo il maresciallo per ordine di lettere
incomincia a chiamare: «Tizio fatti la roba che sei stato graziato». A seguito
chiama tutti gli altri. Pinocchio chiede spiegazioni a un suo paesano: «Come mai
che mi dicesti ieri che dovevi scontare altri cinque mesi e ora te ne vai!».
«Non l’hai capito, la principessa si sposa e diede a tutti i carcerati un anno
di grazia!». Pinocchio pensava che anche lui veniva scarcerato. Passano due tre
giorni ed era rimasto quasi solo. Si fa coraggio e chiama il secondino e gli
dice: «Ma dimmi un po’, a me quando mi chiami per uscire?». Il secondino gli
chiede: «Ma tu che reato hai?». «Io nessun reato». «E come ti può graziare senza
reato!».
Ancora oggi Pinocchio si chiede perché quelli che vengono arrestati con ordine
dall’alto, anche se non hanno fatto reato, sono predestinati a morire in carcere
senza nessuna grazia.