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Quello che vogliamo | Oroscopo di Foucault 2026
(collage di stefania spinelli) “Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi – ora ci vogliono”. [linda pastan] QUELLO CHE VOGLIAMO | OROSCOPO DI FOUCAULT 2026 ARIETE – Se dovessimo dirlo in una sola frase, il vostro tratto principale è questo: vivete nell’urgenza del primo passo e nella fiducia cieca dell’azione. Lo sappiamo, nei segni di fuoco tutto è iniziativa, coraggio, imprudenza, apertura di varchi, autoaffermazione. Voi non attendete che le condizioni siano ideali: agite perché qualcosa accada. E spesso accade davvero, anche se il prezzo da pagare arriva dopo. Vale forse poco ricordarvi la genesi del vostro mito, eppure ci proviamo.Nella mitologia greca l’Ariete dal Vello d’Oro è inviato da Nefele per salvare i figli Frisso ed Elle da un sacrificio imminente. L’ariete compare nel momento estremo e permette loro la fuga. Durante il viaggio Elle muore, Frisso sopravvive, e quando la salvezza è compiuta l’ariete non viene premiato, anzi  viene sacrificato a Zeus come atto conclusivo. A Napoli si direbbe cornuto e mazziato. L’archetipo è chiaro: l’ariete salva, inaugura, accende – ma non resta. Chi ama pensare che le vite dipendono dal transito delle costellazioni vi ricorderà che da metà febbraio Saturno entra nel vostro segno, introducendo un lessico che vi è poco familiare: disciplina, responsabilità verso voi stessi, scelte ponderate, distinzione tra impulso e decisione. Ma nessun pianeta può farlo al posto vostro. Il punto non è diventare prudenti per forza, ma diventare consapevoli. Continuare a essere quelli che partono per primi, oppure imparare a restare un momento in più prima di scattare. Non per spegnere il fuoco, ma per orientarlo. Non per rinunciare al gesto, ma per sottrarlo al sacrificio automatico. Il mito vi ricorda che salvare tutti non è sempre possibile, e che non ogni causa merita la vostra intera vita. E allora arriviamo alla questione decisiva. Quello che vogliamo non è semplice: capire cosa merita davvero il primo gesto;  lottare, dunque, e scegliere con cura per chi e per che cosa vale la pena esporsi. TORO – In una lunga e costante tradizione astrologica il Toro è il segno della tenacia, della forza silenziosa, della perseveranza che non ha bisogno di clamore. È il segno che conserva, che protegge ciò che è stato conquistato, che difende la forma contro il caos. Governato da Venere, sotto l’apparenza pacata e ponderata custodisce un’intensità sensuale e istintiva che non ha bisogno di essere annunciata: chi la conosce, la riconosce. Per questo, per l’anno che viene, non vi servono grandi indicazioni, ma piccole prudenze nel gioco dei desideri. I desideri, per voi, non mancano mai, soprattutto nella loro forma astratta. Quest’anno, invece, vi si pone una domanda più scomoda e più rara: che cosa volete davvero, e che cosa di ciò che volete è disposto a diventare reale? E soprattutto: che cosa siete disposti a cambiare? La vostra forza, quando diventa rigidità, rischia di trasformarsi in immobilità. E allora la vera prova non sarà resistere ancora, ma scegliere consapevolmente cosa lasciare andare del vecchio per permettere a qualcosa di nuovo di crescere. Non una rottura spettacolare, ma un movimento interno, lento e profondo. C’è in voi, quest’anno, una tensione sotterranea che somiglia a una forma di disobbedienza silenziosa: il bisogno di inceppare il mondo così com’è. Non per distruggerlo, ma per costringerlo a rivelarsi. È un gesto che vi chiede coraggio, non impulsività; volontà, non semplice attaccamento. Non si tratta di rinnegare ciò che siete, ma di capire se ciò che conservate vi nutre ancora o vi trattiene. Quello che vogliamo è fare del sogno non un rifugio, ma — come direbbe Pavese — “un’unica vita, libera e palpitante”: radicata nella realtà eppure aperta al respiro più ampio dell’immaginazione. Non sarà un anno di rotture plateali, ma di scelte profonde. E come ogni vera scelta, vi chiederà lentezza, fedeltà a voi stessi e quella forza rarissima che consiste nel crescere senza tradirsi. GEMELLI – Siete il segno della mobilità mentale, della connessione, del passaggio continuo tra idee, parole, persone. Vivete nella soglia: tra una domanda e l’altra, tra il lavoro e il gioco, tra il bisogno di capire e quello di condividere. Non amate le definizioni definitive perché sapete che ogni pensiero, se resta fermo, si impoverisce. Il vostro talento naturale è il movimento, il rischio costante è la dispersione. C’è in voi una naturale inclinazione alla socialità, ma quest’anno vi mettiamo davanti a una distinzione sottile e necessaria: non tutte le relazioni nutrono allo stesso modo. Alcune stimolano, altre distraggono; alcune amplificano la vostra felicità, altre la consumano rapidamente. Secondo lo psicologo Martin Seligman ci sono tre tipi di vita felice. La buona vita, ovvero perseguire la crescita personale, essere impegnati nel lavoro e nel gioco. La vita ricca di senso, ovvero agire al servizio di qualcosa più grande di noi. La vita piacevole, ovvero cercare il piacere attraverso la socializzazione. Tre dimensioni che conoscete bene. Quest’anno il compito non è scegliere una sola via alla felicità, ma capire quali relazioni rendono queste vie reali e durature. La domanda non è se stare con gli altri – per voi è vitale – ma con chi e a quale profondità, quali sono i legami che meritano una  gioia vera e condivisa. Per avvicinarvi a ciò che Aristotele chiamava eudaimonia, vi suggeriamo un gesto meno ovvio di quanto sembri: rallentare il pensiero quanto basta per restare in profondità. Restare in una conversazione, in un progetto, in una relazione, in un luogo senza scivolare subito altrove. Non una rinuncia alla vostra natura, solo un suo affinamento. Quello che vogliamo è una “selezione consapevole”,  una felicità, che non nasca dall’accumulo di esperienze, ma dalla loro risonanza. Perché solo le relazioni autentiche – anche imperfette, anche faticose – hanno la capacità di amplificare davvero ciò che siete e ciò che potrete diventare. CANCRO – Bruno Bettelheim, psicoanalista viennese, ha vissuto in prima persona l’internamento in un campo di concentramento nazista. Ha poi raccontato e analizzato la sua esperienza in un libro che in Italia è stato pubblicato con il titolo Il prezzo della vita. In realtà (e confesso che è una scoperta per me recente) il titolo originario del suo libro, The Informed Heart (Il cuore informato), dice già tutto ciò che riguarda profondamente il Cancro. Lo scopo del libro non era tanto lo studio della vita nei lager, ma “mostrare quali siano i cambiamenti che dobbiamo operare in noi stessi” e come la vera sicurezza si trovi nella “buona vita” e nel riuscire a far coincidere gli opposti. Sappiamo che vivete da sempre in questo spazio di tensione: tra protezione e apertura, tra memoria e presente, tra bisogno di sicurezza e desiderio di appartenenza. Nei prossimi mesi questa dinamica diventa centrale e inevitabile, e questo non dipende dai  transiti planetari di quest’anno –che pure a detta degli astrologi  sollecitano l’asse emotivo e quello della responsabilità. È un processo di crescita che sta lasciando spazio a qualcosa di più complesso e più maturo. “Non possiamo più accontentarci di una vita in cui il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Il nostro cuore deve conoscere il mondo della ragione e la ragione deve essere guidata da un cuore consapevole”. Questa frase di Bettelheim non è un’astrazione per voi: è un compito concreto per quest’anno. Alcune situazioni vi mostreranno che la sensibilità, se non è informata, può diventare chiusura; e che la razionalità, se non è nutrita di affetto, diventa arida e difensiva. I più colti e ironici di voi coglieranno che questa è la risposta al dilemma della guerra Mente e Cuore cantata da Valentina Stella, ma questo non toglie nulla alla serietà del vostro lavoro interiore per l’anno che è cominciato. “Il cuore coraggioso deve infondere nella ragione tutto il suo colore vitale e la ragione deve perdere la sua astratta simmetria per ammettere l’amore e le pulsazioni della vita”. Non è un invito a “sentire” meno, ma a sentire meglio. A non usare l’emozione come rifugio, né la lucidità come difesa. A costruire una sicurezza che non dipenda solo dal passato o dalle mura che avete eretto, ma da una capacità nuova di stare nel mondo senza smarrirvi. Quello che vogliamo non è tornare a un luogo sicuro, ma diventare noi stessi un luogo sicuro in cui cuore e ragione non si escludano, anzi si intrecciano per permettervi di vivere – per intero – la vostra buona vita. LEONE – “Ho paura che tu non sappia come amo, come in te il mio costato vada alla deriva e manchino le parole per affrontare l’invisibile (…)”. Partiamo da qui, da questa paura sottile nominata da Candiani nella poesia Per voce di amante, perché ci sembra che il Leone si trovi esattamente in questo punto: non tanto nel timore di amare invano, quanto in quello di non essere riconosciuto per la forma unica del proprio amore. Che sia con il corpo, con la presenza o con la cura, per voi amare è sempre esporsi. Del resto siete il segno della luce e dell’irradiazione, della volontà che si manifesta senza ambiguità. Ma dietro questa chiarezza c’è una vulnerabilità profonda: il bisogno che ciò che donate venga visto, accolto, compreso. Nel 2026 questa esigenza diventa centrale, e non tanto perché i transiti planetari vi costringono a rivedere il modo in cui cercate conferma, ma perché la maturità e la crescita personale passano per la consapevolezza che non tutto ciò che è autentico viene immediatamente riconosciuto e non tutto ciò che brilla ha bisogno di applausi. Abbiamo letto che Saturno, in aspetto armonico al vostro segno per buona parte dell’anno, vi chiede di distinguere tra il bisogno di essere visti e la responsabilità di restare fedeli a ciò che siete, anche quando lo sguardo dell’altro manca. Secondo altri Nettuno renderà più sottile e meno controllabile il campo affettivo: potreste sentirvi fraintesi, o avere la sensazione che le parole non bastino più. A nostro modesto avviso non è compito dei pianeti decidere, è solo una vostra scelta. Per quest’anno non vi suggeriamo di amare di meno, ma di non contrattare il vostro amore in cambio di riconoscimento. Non tutto deve essere spiegato, non tutto deve essere messo ai piedi dell’altro.  L’invisibile che vi abita non va domato: va onorato. Quello che vogliamo, nel profondo, non è essere applauditi, ma essere visti senza doverci tradire o mascherare. Non è occupare il centro della scena, è sapere che il nostro modo di amare e di essere – leale e totale – ha diritto di esistere così com’è. Quello che vogliamo non è semplice, è giusto. VERGINE – Ha scritto Marguerite Yourcenar che il grafico di un’esistenza umana si compone di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: ciò che crediamo di essere, ciò che vogliamo essere, ciò che siamo stati. Quest’anno la Vergine si muove esattamente dentro questo disegno complesso, con la consueta attenzione al dettaglio e una lucidità che, a volte, diventa severità verso se stessa. Voi siete il segno che osserva, che analizza, che cerca coerenza tra le parti, ma spesso paga questo talento con un eccesso di controllo. La Vergine vive nell’intersezione tra volontà e misura. Non amate l’improvvisazione: preferite capire, ordinare, rendere funzionale ciò che è confuso. Ma quest’anno vi mette davanti a una tensione sottile: non tutto ciò che siete può essere corretto, non tutto ciò che è stato va migliorato. Secondo alcuni astrologi i transiti di quest’anno – in particolare quelli che sollecitano l’asse del cambiamento e della revisione profonda – vi chiedono di riconsiderare il rapporto con il passato, non come archivio di errori, ma come materia viva che ha già fatto il suo lavoro. Non sappiamo se sia vero, però sappiamo che  a volte c’è una distanza, spesso dolorosa, tra ciò che siete e ciò che vorreste diventare. Il rischio è quello di abitare perennemente la seconda linea del grafico, quella del “non ancora”, senza concedervi il diritto di riconoscere ciò che siete già. Per quest’anno vi invitiamo a un gesto meno consueto ma necessario: sospendere il giudizio, almeno per un periodo. Non per rinunciare alla vostra intelligenza critica, ma per evitare che diventi una forma di auto-sottrazione. Quest’anno non vi sarà chiesto di fare di più, solo di fare con maggiore fedeltà a voi stessi perché il perfezionamento continuo non sempre equivale alla crescita. A volte crescere significa accettare una linea sinuosa che non torna, che devia, che non obbedisce a un disegno ideale. Quello che vogliamo non è diventare una versione migliore secondo criteri astratti, ma riconoscere una continuità possibile tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che scegliamo di diventare. Non correggere la vita, ma abitarla con attenzione, rispetto e gentilezza rivolti prima di tutto a voi stessi. BILANCIA – Nel 1893 l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen concepì un’impresa che, per l’epoca, appariva impossibile. Invece di tentare la sfida di forzare i ghiacci artici per raggiungere il Polo Nord, decise di affidarsi alla loro deriva naturale, trasformando un ostacolo in una via. L’idea era semplice e rivoluzionaria insieme: costruire una nave capace di resistere alla pressione della banchisa e lasciarla intrappolare volontariamente, perché fosse il ghiaccio stesso a trasportarla lentamente verso nord. Nacque così la Fram (Avanti), una nave progettata non per dominare la natura, ma per collaborare con essa. Nel 1893 la spedizione salpò verso l’Artico e la Fram venne intenzionalmente bloccata nei ghiacci vicino alla Siberia. Per quasi tre anni la nave rimase intrappolata, protetta, autosufficiente, mentre la deriva la spingeva attraverso il mare polare. Quando Nansen comprese che il movimento dei ghiacci non avrebbe condotto direttamente al Polo, lasciò la nave con un compagno per tentare l’avanzata in slitta. La Fram, invece, continuò il suo lento viaggio e riuscì infine a liberarsi, tornando in Norvegia. Nansen non riuscì a raggiungere il Polo Nord, ma vi si avvicinò come nessuno prima di lui. L’impresa fu comunque un successo scientifico e umano, e la Fram divenne simbolo di un nuovo modo di esplorare. Per quest’anno vi suggeriamo di muovervi dentro questa stessa logica. Voi siete il segno dell’equilibrio, della relazione, dell’intelligenza che nasce dal dialogo. Ma quest’anno i transiti planetari – in particolare quelli che sollecitano le scelte strutturali e i legami significativi – vi invitano a comprendere che non tutto ciò che avanza lo fa per spinta diretta. A volte il vero movimento avviene per deriva, per adattamento, per una fiducia attiva nel processo. Non è un anno in cui forzare decisioni o pretendere risposte immediate. Come la Fram, siete chiamati a costruire una forma interiore capace di reggere la pressione senza spezzarsi. Alcune situazioni sembreranno immobili, bloccate, sospese. Ma ciò che appare fermo sta lavorando, lentamente, nella direzione giusta. Quando Nansen lasciò la nave per tentare un’altra via, non rinnegò l’impresa: la completò in modo diverso. Anche voi, potreste scoprire che cambiare strategia non significa tradire l’equilibrio, ma onorarlo. Non tutto ciò che non arriva esattamente dove avevate immaginato è una sconfitta: alcuni risultati valgono perché trasformano il modo in cui attraversate il cammino. Quello che vogliamo non è controllare ogni esito, ma trovare una direzione che nasca dalla collaborazione con ciò che accade, non dalla sua forzatura. Come la Fram, anche voi potete avanzare lasciandovi portare, se saprete restare fedeli a voi stessi mentre il mondo vi muove. SCORPIONE – Ha scritto la poetessa statunitense Linda Pastan: “Quello che vogliamo non è mai semplice. Ci muoviamo tra le cose che pensavamo di volere: un volto, una stanza, un libro aperto e queste cose portano i nostri nomi ora ci vogliono. Ma quello che vogliamo appare nei sogni, indossando travestimenti”. Eccoci subito al nodo, Scorpione, perché quest’anno vi porta esattamente qui: tra ciò che pensavate di volere e ciò che vi chiama da luoghi più profondi, meno nominabili. Cosa volete davvero e cosa invece avete scambiato per desiderio? Un’amica mi ha sfidato, dicendo «per quanto puoi scrivere e studiare non comprenderai mai il nostro segno». Temo abbia ragione, non sono certo che libri o stelle contengano una risposta definitiva, anche se la vostra costellazione ospita una delle luci più intense del cielo, Antares. Forse una luminosità così potente costringe a socchiudere gli occhi; o forse non esiste stella all’altezza del vostro mistero. Di voi, del segno che conosce la morte come passaggio e non come fine, è più giusto parlare al plurale: scorpioni. In voi abitano desideri opposti, impulsi che si contraddicono, fedeltà e rottura, attaccamento e necessità di distruzione. Secondo molti astrologi quest’anno i transiti planetari che toccano le zone più profonde del tema – quelle legate al potere, all’intimità, alla trasformazione – rendono impossibile continuare a vivere scegliendo una sola voce. Sarebbe un anno durissimo se tentaste di ridurvi a una versione semplificata di voi stessi. È invece un anno potentissimo se accettate il compito che vi viene affidato: trovare spazio per ogni parte che vi compone, parole per ogni pensiero che vi attraversa, rifugio persino per ciò che punge e fa male. Siete il segno più enigmatico, legato ai cicli di morte e rinascita, dotato di un’intelligenza lucidissima e attraversato da impulsi sessuali e da un’aggressività passionale che non tollera mezze misure. Non a caso il vostro motto astrologico è semplice e assoluto: io rinasco. Quest’anno la rinascita non passa per un singolo evento risolutivo: passa per l’integrazione. Non per scegliere tra luce e ombra, ma per abitare entrambe senza ferirvi o autodistruggervi. Quello che vogliamo, nel profondo, non è liberarci delle nostre contraddizioni, ma imparare a viverle senza rinnegarne nessuna. Rinascere, ogni volta, perché “non ricordiamo il sogno, ma il sogno ci ricorda”. SAGITTARIO – Sapete perché questo oroscopo viene pubblicato il giorno dell’Epifania e non a fine anno, come tutti gli altri? Perché non è un oroscopo come gli altri e perché volevamo che le parole non si confondessero con le retoriche zuccherine del “pace, salute, prosperità” che chiudono l’anno. Non perché queste parole non siano fondamentali, ma perché, così come vengono pronunciate, restano enunciazioni. E voi, Sagittario, siete il segno che non si accontenta delle formule o degli slogan: cercate il senso delle parole, perché solo quando hanno peso possono guidare davvero l’azione. La speranza, per voi, non è mai astratta. Deve essere sporcata dalla realtà, dalle imperfezioni, dalla stanchezza, dagli inciampi lungo il cammino. È un foglio bianco che non bisogna avere timore di riempire di errori, se davvero si vuole scrivere un finale diverso. Nel 2026 questa immagine vi descrive con precisione: siete chiamati a rendere concreta una visione che avete già da tempo davanti agli occhi, ma che forse avete tenuto troppo in alto, troppo lontana dal corpo. Siete il segno dell’orizzonte, della fiducia nel futuro, del passo lungo. Ma quest’anno la domanda cambia tono. Non è più solo cosa volete, bensì come siete disposti a muovervi verso ciò che volete. Siete pronti a chiedere aiuto? A non fare tutto da soli? A rallentare il passo per non perdere chi cammina con voi? Questo non è un anno che vi chiede di smettere di credere, ma di credere in modo incarnato. Accettare che la speranza non è una fuga in avanti, ma un lavoro quotidiano fatto di compromessi intelligenti, di ascolto, di fiducia condivisa. Alcune illusioni cadranno, ed è un bene: vi costringeranno a distinguere tra ciò che vi ispira davvero e ciò che vi distrae con promesse troppo facili. Quello che vogliamo è già nell’orizzonte. È il gesto sottile e difficile di diventare poliglotti nella propria lingua madre: imparare a dire ciò che sentiamo con più registri, più voci, più umanità. Perché la vera sfida, quest’anno, è restare fedeli a ciò che ci muove, anche quando questo richiede pazienza, collaborazione e il coraggio di non sapere tutto subito. CAPRICORNO – Nel 1912, durante lo sciopero delle operaie tessili di Lawrence, in Massachusetts, il movimento sindacale e femminista statunitense marciò sotto uno slogan che aveva preso in prestito le parole di un poema scritto l’anno precedente da James Oppenheim: “Hearts starve as well as bodies / give us bread, but give us roses” (“Anche i cuori soffrono la fame come i corpi: dateci il pane, ma dateci anche le rose”). Molti anni dopo, Ken Loach riprese quelle parole per raccontare in un film una storia di lavoro sfruttato, paura, solidarietà fragile e dignità ostinata. Una storia in cui la lotta non riguarda solo la sopravvivenza, ma il diritto a una vita che abbia qualità, tempo, rispetto. Il Capricorno, più di ogni altro segno, conosce il valore del pane. Conoscete la fatica, la responsabilità, la costruzione lenta e ostinata di ciò che garantisce stabilità. Siete il segno che regge, che tiene, che non molla anche quando il peso è sproporzionato. Quest’anno vi mette davanti a una sfida meno comoda: non basta resistere. Non basta garantire la sopravvivenza materiale se il prezzo è la rinuncia sistematica al desiderio, al tempo, alla bellezza. Vale nelle relazioni, nel lavoro, nelle amicizie. Dicono gli astrologi seri che i transiti planetari di quest’anno toccano il vostro segno in profondità. Abbiamo letto che Saturno, vostro pianeta guida, vi chiede ancora rigore, ma in una forma più matura: non solo disciplina, bensì responsabilità verso voi stessi. Pare anche che Plutone continui il suo lavoro di trasformazione strutturale, smontando ciò che avete costruito solo perché “si deve”, solo perché “ha sempre funzionato”. Non sappiamo se sia vero, però vi invitiamo a fare cadere alcune certezze, non per punizione, ma perché non sono più abitabili. Il lavoro, le relazioni, gli obiettivi: tutto ciò che resta in piedi quest’anno dovrà avere un senso profondo, non solo utilità. Perciò, quest’anno, quando si tratterà di dover scegliere, non fatelo. Quest’anno qualcosa di radicale, anche se silenzioso: pretendere sempre il pane e le rose. Ci saranno divisioni interne, paure, tentazioni di tornare indietro. La vera maturità, quest’anno, non è stringere ancora i denti: è ammettere che anche il cuore ha fame. Quello che vogliamo non è solo resistere, né semplicemente riuscire, ma costruire una vita che non ci costringa a scegliere tra sopravvivere ed essere vivi. Nel 2026 siamo chiamati a una forma nuova di autorità: quella di chi sa dire che il pane è necessario, ma che senza le rose non basta più. ACQUARIO – Una mia vecchia amica ritiene che in ogni contesto, per esempio “cucinando”, sia possibile creare. E ricorda sempre che per Elsa Morante la sola frase d’amore era: “Hai mangiato?”. Non perché l’amore si riduca alla cura pratica, ma perché ogni creazione, per esistere, ha bisogno di passare dal corpo. Ed è qui che ci viene in mente un verso di una poesia di Chandra Livia Candiani: “L’anima ha le ali, ma è il corpo che ne porta la fatica”. Se avete la pazienza di leggere, vi sarà chiaro il perché. L’Acquario vive naturalmente nel registro dell’aria: pensiero, visione, ideale. Siete capaci di immaginare forme nuove di relazione, di amicizia, di convivenza, molto prima che il mondo sia pronto ad accoglierle. In amore come nella vita, siete chiamati a trovare un equilibrio sottile tra aspirazione e realtà. L’amore ideale resta per voi una bussola imprescindibile; senza, vi sentireste traditi. Ma quest’anno vi invita a riconoscere che l’amore reale non è la negazione dell’ideale, bensì il luogo in cui l’ideale si misura con il limite, con la stanchezza, con il tempo condiviso. Ricordate: l’anima può continuare a volare, solo se il corpo accetta di portarne il peso. Secondo gli astrologi seri, Plutone nel vostro segno renderà questo processo ineludibile. Non vi chiede di rinunciare alla libertà, ma di darle più di una forma. L’amore è una pratica che può assumere più forme: a volte cucinare per l’altro, a volte insegnare all’altro a farlo, a volte semplicemente sedersi insieme senza sapere esattamente cosa verrà servito. Si tratta di trovare un equilibrio tra la vostra doppia natura: l’Acquario uraniano, che spinge verso il nuovo e teme ogni vincolo, e quello saturnino, che comprende che la libertà non è assenza di peso, ma assunzione consapevole di ciò che è reale. Quest’anno non vi si chiede di risolvere questa tensione, vi suggeriamo di usarla come motore creativo. Quello che vogliamo non è un amore pensato così bene da non dover essere vissuto, né una realtà così pesante da spegnere il desiderio. Vogliamo un amore in cui l’anima continui ad avere le ali e il corpo, nel portarne la fatica, possa dire: io esisto. PESCI –  Se dovessimo indicare uno dei “mali” del nostro tempo, potremmo dire, senza tema di smentita, che è questa sovrabbondanza di immagini che ogni giorno scorrono sugli schermi: tutto è visibile, tutto è accessibile, tutto è già visto prima ancora di essere vissuto. Non è una critica al progresso, né un rimpianto nostalgico; è la constatazione che, in questo gioco di specchi, qualcosa si incrina. Si può assistere a tutto – persino all’orrore – e restare immobili. Nel suo libro Quando il mondo dorme, Francesca Albanese cita le parole del monaco buddhista Thich Nhat Hanh: “Dopo aver visto, bisogna agire. Altrimenti, a cosa serve vedere?”. È a voi che queste parole parlano più direttamente, perché siete il segno che vede più degli altri, ma non sempre riesce a restare presente nella propria vita. I Pesci sono sensibilità pura, empatia senza confini, capacità di sentire il mondo come se non esistessero separazioni. Ma proprio questa dote, nel tempo dell’eccesso di immagini, rischia di trasformarsi in stanchezza emotiva, in ritiro, in una sorta di anestesia dolce. Sentire tutto può diventare, paradossalmente, un modo per non riuscire più ad agire. Secondo gli astrologi “seri”, il 2026 arriva come un anno di svolta perché segna la fine di un lungo ciclo: Saturno conclude il suo passaggio nel vostro segno nei primi mesi dell’anno. È stato un transito severo, che vi ha costretti a fare i conti con i limiti, con il corpo, con la responsabilità di dare forma a ciò che sentite. Ora qualcosa si allenta, ma non per tornare all’indistinto: per scegliere cosa fare di ciò che avete imparato. Nettuno, vostro pianeta guida, ha lasciato i Pesci, ma non vi ha abbandonati: ha lasciato in eredità una domanda radicale sul senso, sulla compassione e sulla verità. Non sappiamo se queste previsioni siano giuste; sappiamo però che quest’anno si presta a trasformare la vostra sensibilità in gesti concreti. Non salvare il mondo – questo vi esaurirebbe – ma salvare la vostra presenza nel mondo. Poiché sapete leggere le vite degli altri come fossero libri aperti, ma spesso ignorate i segnali che arrivano dalla vostra, il compito del 2026 è imparare una forma nuova di cura verso voi stessi: non restare inerti davanti a ciò che vi ferisce, non dissolvervi in ciò che sentite. Quello che vogliamo, nel profondo, non è smettere di vedere né proteggerci chiudendo gli occhi, ma trovare il coraggio di agire a partire da ciò che vediamo e in difesa di ciò che proviamo, anche quando è scomodo, anche quando ci espone. Fare della nostra sensibilità una forza viva.
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Maranza di tutto il mondo, unitevi! Note sul libro di Houria Bouteldja
(disegno di giallaz) Quando chiedo alla commessa di Libraccio se abbiano in negozio il nuovo libro di Tommaso Sarti – Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza (DeriveApprodi, 2025) – lei litiga con il monitor perché è convinta che ci sia. «Devo averlo confuso con un altro», mi fa, scusandosi. La guardo comprensivo: non è così usuale che nello stesso mese vengano pubblicati due libri sui maranza, anche io mi sarei confuso. L’altro libro che ho in mente è La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza di Gabriel Seroussi (Agenzia X, 2025). Eppure, non è a questo che stava pensando lei: «L’ho confuso con quello dal titolo tradotto malissimo». La guardo confuso. Sebbene la sua non sia proprio una gran pubblicità, è questo tipo di frasi che suscita l’interesse di alcuni lettori. Vado a vederlo al piano di sotto: Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie (DeriveApprodi, 2024). Il titolo originale è Beaufs et barbares. Le pari du nous di Houria Bouteldja (La Fabrique éditions, 2023), uscito in Francia due anni fa. Copertina stile La haine ma a colori, autrice franco-algerina militante e nota editoriale dei traduttori dal titolo: Perché maranza. Lo compro. Nella nota editoriale si spiega che la parola “maranza” traduce contemporaneamente “beaufs”, termine ai limiti dell’intraducibilità con cui generalizzando possiamo intendere il proletariato bianco, e “barbares”, che per Bouteldja sono i proletari indigeni, ovvero i nativi dei territori colonizzati, oggi immigrati, regolari e non, in Francia e negli altri paesi europei. Questa scelta la trovo coraggiosa. Sulla seconda parte della frase invece, con quell’invito a unirsi accompagnato da un altisonante punto esclamativo, sono d’accordo con la libraia: quantomeno discutibile. La prima volta che ho sentito il termine “maranza” era tre anni fa. Chi lo pronunciava alludeva a una serie di video che circolavano su TikTok in cui dei ragazzini molto giovani ostentavano azioni provocatorie e violente. I video provenivano soprattutto dal nord Italia. Maranza però non è un neologismo. La parola si trova già in una canzone di Jovanotti (Il capo della banda, 1988), che in un’intervista di quell’anno rivendicava di essere lui stesso un “maranza”, attribuendo al termine questa definizione: “è quello che si impunta”. Se prima la parola era utilizzata solo da una nicchia di persone del milanese con un’accezione più o meno positiva, dal 2022 il termine è diventato di uso comune con una connotazione fortemente negativa proprio a seguito di quei video. Difficilmente oggi Jovanotti rivendicherebbe di essere un maranza, come faceva sul finire degli anni Ottanta. Il termine oscilla tra una connotazione criminale, pericolosa, e una più burlesca, quasi comica, ma pur sempre denigratoria. LIBERTÉ MA NON PER TUTTI Ponendosi da una prospettiva diversa rispetto ai tradizionali libri di storia, Bouteldja rilegge la periodizzazione storica convenzionale in chiave razziale. La razza, parola ripudiata dal dibattito pubblico odierno, diventa qui il motore silente che aziona la macchina della Storia. Sin dall’antichità, gli schiavi erano innanzitutto un soggetto razzializzato. La Modernità, che convenzionalmente comincia con la scoperta dell’America nel 1492, ha inizio con il genocidio di un popolo: gli indigeni americani, rei di incarnare una razza fino a quel momento sconosciuta e di abitare terre piene di risorse predabili. Data l’enorme quantità di ricchezza di cui disporre, c’era bisogno di identificare chi potesse beneficiarne e chi no; per questo, negli anni a seguire, nascono gli stati moderni. Inghilterra, Olanda, Francia – ma dal 1776 anche Stati Uniti – si contendono ripetutamente l’egemonia su queste ricchezze. Con lo stato moderno l’individuo rinuncia a una parte della sua identità per identificarsi con lo stato a cui appartiene; in cambio, egli pretende che, all’interno di esso, gli siano riconosciuti una serie di diritti e di privilegi: l’istruzione, la libertà di parola, il voto; ma anche l’accesso a una parte delle ricchezze provenienti dagli stati colonizzati. Solo all’interno dello stato, perché lo stato moderno è intrinsecamente razzista e costitutivamente selettivo. È evidente allora come la Rivoluzione francese costituisca sì una liberazione, ma solo per qualcuno. La schiavitù, abolita dalla Convenzione montagnarda nel 1794, ritorna già nel 1802; la colonizzazione in Africa è al suo apice durante il diciannovesimo secolo, e la Francia ne è una dei grandi protagonisti: Liberté, Égalité e Fraternité per qualcuno, non per tutti. Gli stati moderni europei hanno però dei fratelli, figli della stessa grande madre: la razza europoide. Per questo, se non è importante quello che spetta al cittadino di un’altra razza, è però molto importante che le pretese di un cittadino di uno stato fratello siano accontentate. Qui l’autrice riprende Gramsci, che aveva teorizzato l’esistenza dello “stato integrale”, ma si spinge oltre, introducendo il concetto di “stato razziale integrale”. In questi stati, le rivendicazioni politiche esistono, non sono represse, ma sono chiuse nel recinto della razza. La lotta di classe si riduce a un conflitto tra bianchi: “La battaglia tra la borghesia e il popolo, per quanto feroce possa essere, rispetta globalmente il paradigma razziale/coloniale che stringe il campo politico come in un corsetto. I due blocchi che si fanno la guerra, separati da rapporti antagonisti di classe, sono invece uniti dalla razza”. (p. 79) Il nazi-fascismo del ventesimo secolo allora è un’anomalia: questa si spiegherebbe come l’esclusione – definitiva? – della parte più estrema dello Stato razziale integrale. Perde il nazi-fascismo, ma vincono gli “stati razziali progressisti”: Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Isolando la parte violenta degli “stati razziali integrali”, le potenze occidentali si assicurano la sopravvivenza degli stati nati dal 1492 in poi. Arrivando alla contemporaneità, con questa prospettiva l’autrice rivaluta l’astensionismo: “Votare significa votare bianco… tranne quando – ironicamente – la scheda è bianca. Nonostante sia azzardato dare un senso definitivo e univoco allo sciopero elettorale […] la loro ‘miseria civica’ non è altro che un atto di rivolta contro un dispositivo che organizza l’impotenza, impedisce qualsiasi riforma”. (p. 84). A questo punto Bouteldja avanza la sua proposta politica: un’alleanza tra i due soggetti del titolo, beaufs e barbares. Queste due forze sono in conflitto, come riconosce l’autrice stessa, dal momento che i beaufs identificano una delle cause del deterioramento del loro stile di vita proprio nella presenza dei barbares nei loro stati (non è un caso infatti che i neri e gli arabi si siano rifiutati di aiutare i gilet gialli nel 2018). Eppure, secondo Bouteldja, i due gruppi hanno un nemico in comune: l’Unione Europea, “il punto debole dello stato integrale” (p. 129). Solo con l’obiettivo comune di un’uscita della Francia dall’Unione Europea si potrebbero radunare le forze dei due schieramenti. Il problema però è che il ritorno a una prospettiva nazionale comporta inevitabilmente il rischio di una svolta nazionalista, che colpirebbe proprio i barbares. Qui l’argomentazione dell’autrice sembra più fragile: seppur si mostri consapevole di questo rischio, Bouteldja confida in un orizzonte più ampio, che scongiuri la minaccia nazionalista: “Bisogna iscrivere la Frexit decoloniale in una nuova geografia politica, che deve implicare solidarietà e fratellanza con i popoli del Sud e anche una rottura della meccanica dello sfruttamento su cui si fondano i rapporti asimmetrici tra la Ue e il Sud globale” (p. 139). Questa prospettiva, seppur affascinante, appare molto problematica: come definire chi fa parte del Sud globale e chi no? E, soprattutto, come evitare che si ripresentino le stesse dinamiche di sfruttamento che caratterizzano la geopolitica contemporanea? NOI E I MARANZA Sebbene l’autrice parli della Francia, questo saggio si inscrive molto bene anche nella cornice italiana con le sue specificità. Nonostante il diverso rapporto con la cultura islamica, anche in Italia l’islamofobia è in crescita. Secondo Bouteldja, questa è “l’arma congiunturale della controrivoluzione coloniale […], un tassello chiave al servizio dello stato razziale integrale”. (p. 126). Da quando il termine “maranza” è divenuto di uso comune, questo non si sente solo nei comizi elettorali di Vannacci e Sardone, ma si ripete spesso per strada, in televisione, sui social. È del 5 novembre scorso il post di Ryanair Italia che afferma: “Ci riserviamo il diritto di non servire chi indossa tute da maranza” (con tanto di didascalia: “facciamo noi le regole”). La parola è usata soprattutto nell’ambito della sicurezza: i maranza sembrano essere diventati il più grande pericolo per la nostra incolumità. È nota l’indagine della Digos secondo cui alcuni esponenti dell’estrema destra avrebbero organizzato delle “ronde anti-maranza” volte a riportare l’ordine e la sicurezza nelle strade milanesi; pare anche però che alcuni dei responsabili del blitz all’occupazione del liceo Da Vinci di Genova, indagati per danneggiamento aggravato e apologia di nazismo a causa delle svastiche disegnate sui muri, siano “maranza”. Ma chi sono allora i maranza? Se non è esatto che la parola maranza sia un neologismo, come affermato nella nota editoriale (p. 7), è pur vero che, nel suo nuovo utilizzo, il termine di fatto combini le due parole “marocchino” e “zanza” (Gabriel Seroussi sostiene che questa idea sia un falso mito: probabile, ma di fatto oggi la parola richiama istintivamente questi due termini). Anche la parola “zanza” ha una storia molto particolare, ma possiamo ipotizzare che derivi da “zanzara”, insetto particolarmente fastidioso. Uno “zanza” è infatti un “imbroglione, truffatore, furfante” (Treccani), oppure, in senso più ampio, un “tamarro”. I maranza sarebbero quindi dei micro-criminali di origini marocchine o, nel migliore dei casi, dei tamarri magrebini. È sempre più diffuso però un utilizzo del termine con riferimento a quegli adolescenti, anche di origine italiana, che vivono – come i ragazzi marocchini – l’emarginazione delle periferie, ascoltano un certo tipo di musica e vestono con le fantomatiche “tute da maranza”. Da qui l’idea della traduzione del titolo: Maranza di tutto il mondo, unitevi! Come ci racconta Bouteldja, in Francia il razzismo non è cosa di pochi, e lo stesso si può affermare per l’Italia. Tutti abbiamo condannato quel manipolo di ultras della Fiorentina che insultarono Kalidou Koulibaly dicendo “scimmia di merda”, ma quanti di noi rinuncerebbero al diritto di prelazione che sentiamo di avere su quanto ci circonda rispetto a un immigrato irregolare? Dire maranza vuol dire parlare dal di qua di una barricata, vuol dire che c’è un “noi” e c’è un “loro”; eppure, cos’altro ci rende diversi da “loro” se non la convinzione, sedimentata nelle tradizioni delle nostre famiglie, di meritare dei privilegi solo in quanto cittadini di uno “stato razziale”? Allora, dimenticando per un attimo quanto discutibile possa essere la traduzione del titolo, bisogna riconoscere a quest’associazione linguistica il merito di strappare la parola maranza alle connotazioni razziste sempre più diffuse di Sardone e Ryanair – ma anche di tanta gente di sinistra – e renderla, forse per la prima volta in Italia, soggetto politico attivo. (federico murzi)
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L’eco dei fiori sommersi, stasera al Modernissimo. Intervista a Rosa Maietta
(disegno di manincuore) L’occasione per questo articolo è duplice: per un verso il desiderio di chi scrive di “stare” su Napoli coi suoi artisti e le sue contraddizioni, le sue “novità” e le sue puntuali bruttezze; per altro verso la proiezione del film L’eco dei fiori sommersi al Modernissimo il 5 dicembre alle ore 21; proiezione inattesa per quanto è difficile trovare un film “piccolo” al cinema, un film auto-distribuito e aggiungerei femminista. Si parla poco della lotta politica che si gioca sulla distribuzione: perché il cinema resta l’arte delle masse e se è preclusa la possibilità di vedere buoni film tutto è perduto. Ho conosciuto Rosa Maietta durante la lavorazione del film Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo. Lei lavorava sul mitico e irraggiungibile (per me) archivio-fiume di Ghezzi, e questo me la rendeva già simpatica in via pregiudiziale. In seguito, l’ho incontrata innumerevoli volte alle rassegne indipendenti che si tengono a Napoli, nei soliti quattro o cinque spazi dove si può vedere qualcosa di diverso dal cinemino italiano borghese e fasullo. Siamo diventati amici, e grazie a lei ho scoperto Julio Bressane e soprattutto Radu Jude, che per me è il Godard del nostro tempo. Lei vive a Napoli, ha studiato lettere, è cinefila e viene da Benevento. Incredibilmente siamo nati lo stesso giorno, lei però nel 1990.  L’eco dei fiori sommersi è il suo primo lungometraggio. Partendo dall’idea di un documentario sull’Archivio di Stato di Napoli, è diventato un film con tutti i crismi, scritto e messo in scena a partire da storie vere contenute nei faldoni dimenticati tra i corridoi dell’Archivio. Prendono così vita, in forma poetica e politica, vicende realmente accadute nei decenni e secoli scorsi. Sono storie di donne, e accanto a vicende atroci (stupri, aborti clandestini, amori fatti a pezzi dalla guerra) è sempre riflessa la voglia e il desiderio di liberazione dai nemici di sempre, il sistema patriarcale e quello capitalistico. Il documentario ha una durata breve, 67 minuti. Colpisce la ricchezza di soluzioni stilistiche che adotta, dovuta probabilmente sia all’abilità al montaggio della regista – che nasce come montatrice –, sia al desiderio di utilizzare al massimo le possibilità del mezzo. Si va dal registro simbolico a quello teatrale, dal realismo tipico del documentario all’inserto d’animazione, fino all’utilizzo con parsimonia di materiale d’archivio. Piuttosto ricercata la scrittura; paradosso, poiché essa deriva quasi integralmente dalla lingua burocratica utilizzata nelle carte processuali. Questo tessuto plurilinguistico e i continui shock a cui assistiamo sono la forza straniante e felice del film. Il gergo asettico della macchina della giustizia, che tutto può e a cui tutti si sottomettono, viene messo in discussione dal film, attraverso l’esplosione soggettiva delle protagoniste, i fiori sommersi che riemergono in una sorta di giudizio universale. Loro, queste donne, ci dicono “come sono andate veramente le cose”, non attraverso una contro argomentazione logico-giuridica, ma coi corpi e con la voce, luoghi privilegiati della verità e della testimonianza. Per queste ragioni mi sembra un film importante. Ho conversato con Rosa Maietta sul film a fine luglio. Sintetizzo qui alcune delle mie domande e delle sue risposte, poiché la conversazione è durata più di due ore. Perché hai scelto l’Archivio? In realtà è un film d’occasione. L’Archivio di Stato, per aprirsi a un pubblico non di soli specialisti, cercava una rappresentazione cinematografica. Mi è arrivata la proposta e l’ho accettata. Volevo evitare un documentario basico, fatto di interviste e immagini “neutre”. Ho allora cominciato a frequentare l’archivio, e ho notato che ci lavoravano soprattutto donne. Le ho conosciute, loro mi hanno fatto scoprire quelle storie che poi ho portato nel film. Loro stesse sono nel film. L’operazione poetica di portare al cinema il contenuto dei faldoni è inusuale. Qual è stato il processo creativo? Volevo evitare di fare un film su una storia, o su più storie. Ho cercato di dare una certa circolarità al racconto, a mo’ di cantastorie. Insomma, non una singola storia ma la storia collettiva per le donne. Ho voluto far emergere l’emozione (il dolore, la passione) che sta dietro quel brutto e inavvicinabile linguaggio della burocrazia processuale, linguaggio perfettamente consono alla struttura patriarcale della giustizia e del mondo. Per questo, giocando sul contrasto, uso luci calde e recitazione forte di contro a questa fredda lingua del Potere. Nel film avverto un eccellente lavoro di scrittura. Negli ultimi anni abbiamo però assistito al desiderio di liberarsi della scrittura, a un certo sperimentalismo visivo nel cinema indipendente. Tu cosa ne pensi? L’attenzione alla scrittura oggi mi sembra un modo più democratico e meno elitario di fare cinema. Quindi sì, ho fatto un enorme lavoro di scrittura. Passavo le giornate all’archivio a leggere storie, a parlare con le archiviste, anche in maniera terapeutica, per dimenticare la perdita di mio padre. La scrittura è un momento decisivo e facilita la relazione col pubblico. Qual è la differenza tra il tuo lavoro e un documentario standard? Penso che il cinema venga definito Settima Arte non a caso. Abbiamo un privilegio e anche una responsabilità con quello che facciamo. Ho provato a lavorare sul film in quanto pezzo unico, perché non volevo che un singolo procedimento formale, come la colonna sonora o frammenti simbolici, prevalessero sul resto e diventassero tappabuchi o toppe. In questo senso, non volevo abusare di materiale d’archivio anche per avere rispetto di quello che andavo a utilizzare e manipolare. Cosa ti domanda il pubblico? Resta più su questioni di stile, o sul perché hai fatto il film, cosa volevi dire? Entrambe le cose. Il pubblico è una parte del film, quando si gira si pensa a quale pubblico è indirizzato, nei limiti del possibile. Dove è stato proiettato il tuo film? Come sta girando? Il film lo sto distribuendo io, lo invio assieme alla produzione ai festival e organizzo le proiezioni in Italia e all’estero. Ovviamente circola in modo del tutto peculiare: collettivi femministi interessati (come Non Una Di Meno a Cagliari), amici e amiche via passaparola, e anche l’accademia, nell’insospettabile sezione degli storici, poiché è uno dei pochi lavori cinematografici sugli archivi. Poi ci sono i festival in Italia e all’estero. Mi piace presentarlo in presenza, vedere il pubblico e confrontarmici. Lotto, insomma, per il mio film. A Napoli manca comunicazione tra registi, mi capita di parlare di questo problema anche con altri tuoi colleghi. I registi dovrebbero frequentare di più i festival, guardare i film degli altri. Questo non lo fanno, e così c’è poco scambio. Con le ultime vicende politiche, e la riduzione dei fondi alla cultura, mi è capitato di partecipare alle assemblee dei lavoratori precari dello spettacolo, dove nessuno parla di cinema. È assurdo! Napoli è una città senza scambio, io parlo di cinema con te e pochissime altre persone. Proveremo a portare avanti pratiche per metterci insieme. Vedremo… (salvatore iervolino)
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La plastificazione delle città, un libro sul turismo nei Paesi Baschi
(disegno di otarebill) “Era una città di plastica / di quelle che non voglio vedere / con edifici cancerogeni / e un cuore di paccottiglia / dove invece del sole sorge un dollaro / dove nessuno ride, dove nessuno piange / con gente dalle facce di polistirolo / che sentono senza ascoltare e guardano senza vedere / gente che ha venduto per la sua comodità / la sua ragion d’essere e la sua libertà”. Poteva essere questa strofa di Rubén Blades e Willie Colon l’epigrafe del libro La rivolta nella città di plastica, di Marco Santopadre, una breve inchiesta sulla turistificazione estrema della città basca di Donostia (San Sebastián) pubblicato qualche mese fa dalla Red Star Press di Roma. La mitica canzone Plástico del 1978, un capolavoro della salsa, è un’invettiva ironica contro la superficialità delle donne, degli uomini e delle città del continente americano. Negli anni Settanta questi musicisti latinos di New York vedevano come il modello urbano consumista statunitense si riproduceva anche nei loro paesi d’origine. Mezzo secolo dopo questa plastificazione ha raggiunto tutte le città del mondo: le capitali, come Roma, che con il Giubileo è stata finalmente consegnata alla grande finanza internazionale; ma anche le città meno centrali. Una è sicuramente Donostia (è il nome basco: in castigliano è San Sebastián), la “perla del Cantabrico”, nel nord della penisola iberica. Santopadre, che conosce bene il paese basco, e che per questo libro ha svolto dieci interviste ad attivisti, sindacalisti, consiglieri comunali, portavoce delle associazioni di quartiere, racconta di un passato recente in cui la città aveva due facce: la San Sebastián “turistica, godereccia, dai tratti raffinati, un po’ snob e un po’ retrò”; e la Donostia “estremamente popolare, combattiva, impegnata, verace, dai modi diretti e informali” (p.14). Per decenni questi due mondi hanno condiviso lo stesso territorio, forse ignorandosi, o disturbandosi tra loro poco più delle due città di The city and the city di China Mieville. Ultimamente, però, ed è il tema del libro, la prima ha “fagocitato” la seconda. Come nel libro di Mieville, si parla di classi sociali: la città borghese ha sconfitto la città popolare, divorando anche il suo mondo vitale, la sua lingua indigena (l’Euskera o basco), le sue mobilitazioni politiche. Lo strumento di questa vittoria è il turismo; o meglio, la trasformazione della città in una monocultura turistica. A differenza della vicina Bilbo (Bilbao), città operaia e industriale che si è aperta al turismo solo dopo la costruzione del museo Guggenheim a fine anni Novanta, con il “recupero” delle zone abbandonate dalla deindustrializzazione,  Donostia ha alle spalle due secoli di turismo: perciò la tipica risposta alle critiche al turismo è che Donostia “è sempre stata turistica” (p.31). Per il suo clima e la sua posizione, era meta di vacanze termali per l’aristocrazia già nell’Ottocento; e anche il dittatore Francisco Franco vi passò le estati dal 1940 fino alla morte, nel 1975. Ma per quarant’anni tutta la regione basca, Euskadi, è stata lo scenario della conflittualità indipendentista dell’ETA, di enormi mobilitazioni contro lo stato spagnolo, e della kale borroka, la guerriglia urbana dei giovani. Forse queste grandi mobilitazioni sono riuscite a tenere alla larga non tanto lo stato, quanto la massificazione turistica che incombeva sulla regione (della turistificazione di Bilbao parla anche l’ultimo capitolo del libro di Santopadre, a partire dal lavoro di Adriano Cirulli, altro grande conoscitore del país vasco). Santopadre spiega infatti che la deposizione delle armi di ETA ha segnato l’inizio del nuovo ciclo di turistificazione. Nello stesso anno dell’annuncio di ETA, il 2011, Donostia fu candidata a “Capitale europea della cultura” per il 2016 (l’anno in cui si seppe che il dubbio privilegio sarebbe stato riservato anche a Matera; pochi anni dopo a Procida). Queste grandi celebrazioni cementificano nuove alleanze nelle élite: come le Olimpiadi di Barcellona del 1992, annunciate dall’ex ministro franchista Jose Antonio Samaranch, che sancirono la ritrovata unità economica di destra e sinistra sotto il vessillo dell’impresa e della gentrificazione, così Donostia 2016 è diventata subito il paradiso dell’industria turistica. Non passa neanche un anno dal “grande evento”, che già la turistificazione è estrema; nascono le organizzazioni contro l’overtourism – un termine che il libro giustamente critica, perché la questione non riguarda la quantità di turisti; e neanche la “qualità” (pp. 100-110). Subito dopo la pandemia del 2020 già un quinto dei posti letto nelle zone centrali sono per il turismo (p.49), con il conseguente calo dei residenti (non pronunciatissimo: nel quartiere centrale le statistiche registrano il dieci per cento in meno in venti anni, anche se probabilmente esponenziale; p.51). “Siamo in pericolo”, dichiara un’intervistata (l’unica donna). Quella di Donostia, per uno degli intervistati, sarebbe una “gentrificazione con caratteristiche proprie” (p.51). Eppure – circondata dagli aeroporti, funestata dal lavoro precario e stagionale, satura di bar e bnb (per lo più gestiti da gruppi imprenditoriali), inzeppata di installazioni artistiche, svuotata dall’aumento degli affitti, con il conseguente “sradicamento di un’intera generazione […] oltre all’indebolimento delle reti comunitarie e perdita dell’identità locale” (p.58) – si fatica a vedere in cosa sia diversa dalle migliaia di altre città gentrificate. Il libro ripercorre tutte le politiche con cui l’amministrazione ha favorito la turistificazione estrema: dalla concessione di licenze per hotel in deroga alle norme edilizie, alla demolizione di edifici storici di cui si mantengono solo le facciate, fino agli “errori” intenzionali che hanno accelerato la distruzione della città; e anche le denunce dei numerosi collettivi, studiosi e associazioni di abitanti, quasi sempre senza risultati, almeno nei tribunali. Al di là della forma specifica di vendere Donostia come capitale enogastronomica, una narrativa di cui Santopadre ripercorre lo sviluppo – dal 2009 che si fonda il Basque Culinary Center, si celebra la fiera San Sebastian Gastronomika, si trasformano le sidrerie in ristoranti brandizzati, fino all’assurdità dell’Instituto del Pintxo (p.83) – è evidente che i processi descritti nel libro sono proprio esempi da manuale. Le città gentrificate non si distinguono per forma, storia e vita, ma per il tipo di offerta che propongono ai nuovi arrivati – turisti o gentrificatori. Ed ecco la plastica! È il packaging che trasforma la città in un pacchetto che i visitatori possano consumare rapidamente. Ma è anche una metafora dell’abbellimento superficiale, della ripulitura frettolosa, del consumo in serie, colori e forme attraenti ma identiche ovunque. Il simulacro si moltiplica al punto di sostituirsi alla città. Anche questo processo è standard: lo descriveva Harvey in The Art of Rent ventitré anni fa, spiegando che le città per farsi “globali” sono costrette a distruggere ciò che le rende uniche. Donostia oggi è analoga alla Cappuccino city di Derek Hyra, ma anche alla città di Santa Chiara, le cui mirabolanti avventure racconta Diego Miedo; di fatto, a tutte le altre città turistificate del mondo. Tutte in mano ai city killers, come li chiama Lucia Tozzi. Quello che manca in questo racconto però è la rivolta del titolo. In questa città di plastica, dov’è l’abitante di Zerocalcare che esce col fucile gridando “Rebibbia non sarà mai il nuovo Pigneto! Le vostre apericene fatele da un’altra parte”? O quello di Diego Miedo che grida “Americani di merda non saremo mai il vostro zoo”? Dopo lo scioglimento dell’ETA forse è fuori luogo invocare le armi. Ma è vero anche che l’invasione turistica attuale, soprattutto dopo la pandemia, non ha mai prodotto niente di simile alle proteste anti-gentrificazione degli anni Ottanta, come la rivolta fondativa di Tompkins Square nel 1988. Ci sono gruppi di abitanti critici, reti internazionali come SET, libri ed eventi contro il turismo – ma pochissime rivolte. Un’eccezione forse è stata quest’estate a Città del Messico contro i turisti statunitensi, che le autorità hanno rapidamente definito violenza xenofoba. Le rivolte contro la plastica sono nella nostra immaginazione, sono prefigurazioni, dei simulacri, plastica anche loro. Rivolte vere, per ora, né a Donostia né altrove. Anche perché sarebbe assurdo prendersela con i turisti, ingranaggi della macchina, quasi sempre inconsapevoli. Ma anche sul campo della consapevolezza non siamo avanzati molto. Nel 1979 Ruben Blades e Willie Colon spiegavano chiaramente la strada contro la plastificazione: “Senti latino, senti fratello, senti amico – dice l’ultima strofa della canzone Plástico – non lasciarti confondere / dall’oro o dalla comodità! / Andiamo tutti sempre avanti / c’è ancora molta strada da fare / per farla finita tutti insieme / con l’ignoranza che ci mantiene suggestionati / con modelli importati / che non sono la soluzione. / Non lasciarti confondere / cerca il fondo e la sua ragione / e ricorda: si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Studiare, lavorare, andare sempre avanti, contro i modelli statunitensi di plastica: “Ricordati che la plastica si scioglie / quando la illumina il sole” canta Ruben Blades mentre il coro ripete “si vedono le facce, si vedono le facce / ma non si vede mai il cuore”. Questa era la strada con cui “vinceremo insieme”. Per il momento, la vittoria non è arrivata. Cosa vuol dire “cercare il fondo e la sua ragione” nella città di plastica? Le facce di plastica hanno un retro, un fondo, dove si vede la filettatura, il segno della fusione, che ne rivela la natura artificiale, prestampata. Turistificazione e gentrificazione sembrano un pezzo unico, da prendere o rifiutare in blocco, magari regolando quantità e qualità. Il punto di fusione, nascosto, mostra invece che questi fenomeni sono un’accozzaglia di eventi disparati – dai finanziamenti pubblici alle low cost, alla mancanza di regolazioni sugli affitti brevi – fusi insieme da un discorso pubblico che li presenta come solidi e coerenti. E invece sono le forme del momento, che possono cambiare anche all’improvviso. Santopadre, per esempio, spiega il moltiplicarsi degli immobili di lusso (p.119-125), come un nuovo ciclo di valorizzazione (anche se secondo me sbaglia nel considerarla un “dopo” la gentrificazione). A Roma, per esempio, la fase non è più quella puramente turistica: abbiamo il lusso e i maxi studentati (ne parla Chiara Davoli nel numero dello Stato delle città di prossima uscita); altrove le politiche urbane portano tutt’altro, dall’abbandono di Detroit ai massacri di Rio de Janeiro. Dipende da come reagisce la società. Di fronte alla città di plastica, la ricerca dovrebbe fare come il sole della canzone: scioglierla. Scomporne i fattori, capirne gli equilibri, cosa tenere e cosa respingere, quali forze si legano a ogni pezzo; smentire sistematicamente il simulacro, la performance scintillante. Francesco Migliaccio ipotizza che la stessa idea di gentrificazione contribuisce a nascondere le diverse tendenze che influenzano la vita urbana, togliendoci lucidità. Un’altra metafora utile è quella di Mike Davis, Città di quarzo: gli aspetti apparentemente inconciliabili della vita urbana si riflettono tra loro come in un cristallo. Anche Marco D’Eramo in un gran libro su Chicago mostra come la città tiene insieme elementi diversissimi: Il maiale e il grattacielo. La metafora ci serve anche per la struttura politica che promuove questi processi, cioè lo stato. David Graeber ha spiegato che lo stato è un’accozzaglia di elementi inconciliabili tenuti insieme da una retorica convincente, ma che possono sciogliersi in qualunque momento. Anche a Roma dobbiamo capire come si interfacciano le scenette del sindaco con il giubbetto catarifrangente, le parate militari, la vendita di un appartamento per sedici milioni di euro, la Royal Caribbean che si prende Fiumicino. Senza farci confondere dai giornali che ci mostrano un progetto unico e coerente da accettare o rifiutare. “La strategia di orientare il dibattito politico verso l’antinomia ‘turismo sì-turismo no’ – scrive Santopadre – serve a coprire le responsabilità politiche e istituzionali nei cambiamenti strutturali imposti ai nostri quartieri”. Inchieste come questa ci aiutano a sciogliere tutta questa plastica, e a cercare il fondo. (stefano portelli)
libri
culture
Neanche un filo d’erba. Il carcere minorile in un libro di Curcio e Bellati
(disegno di dalila amendola) Neanche un filo d’erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile è un bel libro curato da Paolo Bellati e Renato Curcio, da pochi giorni pubblicato tra i Quaderni di ricerca sociale delle edizioni Sensibili alle foglie. Il volume costituisce l’ultima tappa di una serie di incontri fatti con un gruppo di giovani ex detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano, e restituisce un quadro preciso di questa istituzione che è sempre più uno strumento ordinario nella gestione delle politiche giovanili. Non è un caso che dall’entrata in vigore del decreto Caivano, che aumenta a dismisura le possibilità per un minore di finire in carcere a discapito delle pene alternative, gli ingressi nei penitenziari minorili siano aumentati del cinquantaquattro per cento, facendo arrivare a seicento il numero dei giovani ristretti. Ho letto Neanche un filo d’erba mentre sono costretto a fare i conti con le storie di due ragazzi da qualche mese detenuti in due istituti penali minorili campani (Nisida e Airola). Li conosco da bambini – ora hanno rispettivamente sedici e diciassette anni – e li ho seguiti come educatore per buona parte della loro vita, entrando in relazione con i loro ambienti familiari, con le gioie e le frustrazioni, le aspirazioni e gli errori. M. è finito dentro per una serie di aggressioni, di cui una a un poliziotto, connesse a una patologica difficoltà, mai affrontata da nessuno, a gestire le proprie emozioni negative. L’altro è semplicemente un giovane inquieto e irrequieto. È un adolescente come tanti, C., in cerca di risposte che non sa e probabilmente non vuole darsi, ma che ben presto si è stancato della scuola, del calcio, degli assistenti sociali e di chiunque gli imponga, o anche solo gli suggerisca, una strada o un modo di fare. Sia M. che C., in momenti diversi, hanno scelto di andare in carcere rinunciando alla possibilità, dopo averla sperimentata, di stare in una comunità. Il Beccaria di Milano è uno degli istituti in Italia che più di frequente raggiunge gli onori della cronaca per scandali di vario genere, episodi di violenza, proteste e rivolte dei detenuti. Le riflessioni dei due curatori del libro, e soprattutto le parole dei diretti protagonisti, non risparmiano nulla a chi legge: sovraffollamento a livelli cronici, incapacità (e mancanza di volontà) nell’affrontare la multietnicità sempre crescente, violenza costante e quasi sempre impunita degli agenti con attribuzione arbitraria di punizioni fisiche e psicologiche ai ragazzi, normalizzazione di prassi non scritte – se non in qualche astrusa circolare – che così come nel carcere degli adulti costruiscono le regole de facto del carcere, e che sono diverse istituto per istituto. È il caso di quella che Bellati e Curcio definiscono “pedagogia nera”, la pedagogia della pena o “del bastone”, una traslazione dell’equilibrio basato sulla punizione che sorregge l’istituzione (degli adulti) in un universo che, nelle sue folli teorizzazioni, pretenderebbe di essere educativo per giovani che hanno commesso degli errori ma hanno un’intera vita davanti per recuperare. “Per i maltrattamenti aggravati – si legge nel volume – esercitati tra il 2021 e il 2024 (tra i quali, oltre alle lesioni, le umiliazioni e gli insulti razzisti subiti dai ragazzi compaiono una tentata violenza sessuale operata da un agente nei confronti di un detenuto, e la voce ‘torture’) sono state messe sotto inchiesta giudiziaria quarantadue persone. In un primo tempo, nell’aprile 2024 vennero messi sotto indagine tredici agenti penitenziari, otto dei quali furono anche sospesi dal lavoro. All’inizio di agosto 2025 i pm incaricati hanno però aggiunto a quel primo elenco un comandante e altri tredici agenti, un medico, due operatori sanitari, due ex direttrici e una vicedirettrice”. Il libro ha il merito di partire dall’analisi di un caso per tracciare linee generali, ragionando – sempre a partire dalle parole dei ragazzi – sul (non) funzionamento di questa istituzione. È probabilmente per questo che i capitoli più efficaci risultano quello che rivela il carcere minorile come arma impropria della gestione illiberale del fenomeno migratorio; quelli che svelano con pochi e chiari esempi l’ascensore dei meccanismi premiali, un inferno dantesco che istituisce condizioni diverse di detenzione a seconda della docilità o della renitenza di un detenuto al rispetto di regole assurde; quelli che sconfinano senza perdere il filo del ragionamento nei campi della sociologia dei processi migratori, della psicologia, dell’antropologia culturale, mostrando le continue evoluzioni e involuzioni, a livello individuale e collettivo, delle relazioni tra istituzioni totali e linguaggio, privazione dello spazio e processi di alienazione, gestione chimica del dolore, autolesionismo e “ricadute”, invisibilizzazione burocratico-amministrativa e rivendicazioni identitarie. Vale la pena infine soffermarsi su due questioni che hanno la forza di aprire spunti di riflessione non scontati sulla carcerazione minorile. La prima è quella relativa agli “spazi per il sé”, una lettura più profonda del tema del sovraffollamento, che non si riduce alla denuncia di condizioni pur infami di detenzione, e alla descrizione di stanze in cui per andare in bagno bisogna calpestare i materassi su cui, per terra, sono assiepati gli altri detenuti. Quello che è in ballo, spiegano gli autori del volume, è l’impossibilità di momenti d’introflessione, di elaborazione della propria situazione e delle possibili prospettive: “momenti indispensabili a qualunque età, ma in quella dei ragazzi più ancora decisiva sia per la loro crescita personale che per la maturazione emotiva. Si tratta, insomma, di un vero e proprio soffocamento psicologico e sociale” che “aggiunge un quid specifico alla brutalità ordinaria della condizione carceraria, ne accentua, se possibile, la pena e la sofferenza dei corpi” e “contribuisce in modo decisivo allo smantellamento di un qualsivoglia, sia pure vago ed embrionale, progetto educativo”. Anche la seconda questione, che riporta alle storie dei ragazzi napoletani con cui si è iniziato questo testo, ha molto a che vedere con lo “smantellamento del progetto educativo” scientemente operato dal carcere minorile. È infatti legata alla desolante descrizione, che è uno dei fili conduttori del libro, del complesso equilibrio di relazioni, rapporti lavorativi e personali, compartimentazione delle mansioni e quindi delle responsabilità del mondo degli adulti che operano in carcere. Gli educatori e il personale civile escono a pezzi dalla descrizione dei ragazzi, che ritraggono queste figure per lo più – mantenendo comunque una discreta capacità di differenziazione – come quelle di scialbi passacarte, capaci di parlare e mai di ascoltare, latitanti tra le sezioni persino nelle poche ore durante le quali sono chiamati, con un magro stipendio, va detto, a lavorare nelle strutture. Il fatto che molti ragazzi finiscano loro stessi per preferire, almeno nella brutale quotidianità, la guardia all’educatore, il carcere alla comunità, la repressione al confronto, è a ben pensarci il trionfo dell’istituzione totale, che ha come unico scopo un disciplinamento sociale raggiungibile solo attraverso la punizione, e perciò inconciliabile con qualsiasi millantata velleità di crescita personale, riabilitazione e reinserimento. A parità di vuoto, di noia, di assenza di figure adulte adeguate con cui confrontarsi, e di mancata apertura verso nuove prospettive reali, è comprensibile che i ragazzi scelgano almeno la chiarezza delle regole (per quanto ingiuste) e degli intenti all’ambiguità; preferiscano la crudezza all’ipocrisia, la punizione al ricatto morale, persino le botte alle chiacchiere vuote. Ma se questo modello disciplinante è indispensabile per la buona riuscita di ogni innaturale tentativo di mantenere una persona chiusa e ferma in una gabbia per un certo lasso di tempo, è anche vero che nel mondo dei ragazzi ha bisogno di più sforzo e tempo, elementi necessari a scalfire animi spesso più istintivi, meno interessati a calcolare il rapporto tra i comportamenti e le loro conseguenze, non ancora del tutto assoggettabili al rispetto di piccoli e grandi soprusi. Le continue proteste e le rivolte, più o meno pubblicizzate, che ogni settimana avvengono in molte carceri minorili in tutto il paese ci dicono che questo modello non è necessariamente destinato a vincere. Quella però è la parte che possono fare i giovani detenuti per l’eliminazione di queste inutili e ipocrite istituzioni. È ora di chiedersi cosa siamo disposti a fare noi. (riccardo rosa)
libri
culture
detenzioni
Arte contro le pene capitali, domenica all’ex Opg di Napoli
(quadro di fernando eros caro dal braccio della morte, san quentin) Si può vivere, si può morire ma non si può vivere aspettando di morire (fernando eros caro) In Italia la pena di morte è stata abolita nel nuovo codice penale militare di guerra nel 1994 e in Costituzione solo nel 2007. Nel codice penale vige tuttavia la pena dell’ergastolo che non costituisce un’alternativa alla pena di morte, in quanto essa stessa è una pena fino alla morte. La stessa pena di morte nel mondo non è più lo spettacolo patibolare del passato, ma una esecuzione durevole nel tempo, che si consuma nei bracci della morte e che si può protrarre anche per molti anni prima dell’azione del boia. Pena di morte ed ergastolo sono quindi due istituti penali che inducono uno stato di agonia nelle persone che vi vengono condannate, decretandone la morte ad ogni prospettiva sociale e un lento “vivere morendo”. Al 31 dicembre 2024 in Italia le persone recluse in questo stato agonico indotto erano 1890, 143 di cittadinanza non italiana, 38 le donne. […] Utilizzando strumentalmente come apripista il femminicidio, il governo italiano sta cercando di introdurre una ulteriore fattispecie di ergastolo. Il disegno di legge governativo finalizzato all’introduzione nel codice penale del delitto specifico di femminicidio, prevede infatti come pena una forma di ergastolo automatico, sottratto alla valutazione del giudice. […] Già nella precedente edizione di Arte contro le pene capitali osservavamo che in un momento storico in cui l’istituzione della guerra ha preso il sopravvento, ergastolo e pena di morte estendono la loro presenza e prendono nuove forme. Per esempio, la lotta contro la pena di morte non può esimersi dal condannare le esecuzioni extragiudiziali praticate nello scenario globale da Stati Uniti e Israele contro coloro che, considerati nemici dell’Occidente ed etichettati come “terroristi”, subiscono condanne a morte senza procedimenti giudiziari, che vengono eseguite uccidendo intenzionalmente chiunque si trovi nei pressi della persona designata. […] Ancora, se si prende come esempio lo stato di Israele e i tribunali militari che nella Palestina occupata erogano le condanne all’ergastolo e ogni altra pena a uomini e donne palestinesi, si vede come questa pena di morte extra giudiziaria tende a sovra determinare ogni altra forma di condanna giudiziaria. È bene dire, inoltre, che il popolo palestinese di Gaza, con l’affermarsi dell’intenzione genocida da parte di Israele e l’istituzione dei dispositivi che realizzano questa intenzione, è stato schiacciato in una condizione agonica. Costretto quindi a “vivere morendo”. Riproponiamo quindi anche quest’anno a Napoli una giornata dedicata all’esposizione di opere d’arte, ad azioni visuali, teatrali, letterarie, musicali, danzanti e relative a ogni altra forma creativa, per sensibilizzare la cittadinanza intorno al tema delle condanne capitali. È, il nostro, un percorso che intendiamo sul lungo periodo, che intende battersi contro la pena di morte e la pena fino alla morte, e che non può esimersi, in questo periodo storico, dal considerare le diverse forme che va assumendo il potere di dare la morte. Questo potere va anche al di là delle forme che la guerra ha assunto storicamente come guerra fra Stati: viene esercitato verso i popoli colonizzati, le classi sfruttate, i poveri del mondo, nonché gli umani che resistono, e che riescono a generare, malgrado tutto, momenti di vita. È stato scelto per l’evento l’ex Ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli perché i manicomi criminali sono stati luoghi di internamento per persone che, dichiarate incapaci di intendere e di volere al momento dell’esecuzione di un reato, venivano sottoposte a misure di sicurezza detentive prorogabili indefinitamente e dette per questo: “ergastoli bianchi”. Ciò sollecita lo sguardo abolizionista a prestare attenzione a tutte le forme indeterminate, sia di pena che di misura di sicurezza, basare sull’attribuzione della pericolosità sociale, che ancora perdurano e si rinnovano. Il programma dettagliato della giornata del 2 novembre si può leggere qui. A seguire invece pubblichiamo Pinocchio in carcere, un testo ricevuto da Claudio Furnari, condannato all’ergastolo e attualmente detenuto nel carcere di Sulmona. Pinocchio come tutte le mattine esce di casa per andare nella sua campagna, essendo primavera. Con lui aveva un piccolo paniere, pensando che le ciliegie erano mature, quindi cammina spensierato nella strada. Di colpo viene fermato dalle guardie del re che senza nessuna spiegazione lo portano in carcere. Durante la strada Pinocchio chiede il perché viene arrestato e come risposta il capo guardia gli dice: «Abbiamo ordini dall’alto», ma Pinocchio non capisce visto che non aveva fatto nessun male. Lo portano in un grande camera e, là trova un sacco di persone, ognuno scontava la loro pena. Alla vista di Pinocchio ci fu una gran curiosità da parte di tutti, ognuno gli chiedeva: «Cosa hai fatto che ti hanno arrestato?». Lui rispondeva dicendo: «Io non ho fatto niente, le guardie del re mi dissero che su di me c’è ordine dall’alto. E voi perché vi trovate qui?». Ognuno spiegava il suo reato, chi diceva: «Io devo fare altri sei mesi»; altri un anno ancora, comunque ognuno aveva il suo reato. Dopo due-tre giorni che Pinocchio si trova in carcere insieme a tutti gli altri, la mattina del 10 aprile la prima figlia del re annuncia il suo matrimonio e chiede al padre un anno di amnistia (ammistizia) per ogni carcerato. Il re acconsente quindi la mattina dopo il maresciallo per ordine di lettere incomincia a chiamare: «Tizio fatti la roba che sei stato graziato». A seguito chiama tutti gli altri. Pinocchio chiede spiegazioni a un suo paesano: «Come mai che mi dicesti ieri che dovevi scontare altri cinque mesi e ora te ne vai!». «Non l’hai capito, la principessa si sposa e diede a tutti i carcerati un anno di grazia!». Pinocchio pensava che anche lui veniva scarcerato. Passano due tre giorni ed era rimasto quasi solo. Si fa coraggio e chiama il secondino e gli dice: «Ma dimmi un po’, a me quando mi chiami per uscire?». Il secondino gli chiede: «Ma tu che reato hai?». «Io nessun reato». «E come ti può graziare senza reato!». Ancora oggi Pinocchio si chiede perché quelli che vengono arrestati con ordine dall’alto, anche se non hanno fatto reato, sono predestinati a morire in carcere senza nessuna grazia. 
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Il destino della merce
(disegno di otarebill) Andrea Bottalico, La logistica in Italia. Merci, lavoro e conflitto, Carrocci, Roma, 2025, pagg.119, euro 14. Questo volume di Andrea Bottalico, ricercatore esperto del settore, propone una ricognizione esaustiva e politicamente stimolante sul tema “logistica”. Infatti, seguendo un metodo ormai consolidato della ricerca sociologica e storiografica (soprattutto di matrice operaista), l’autore intreccia in ogni capitolo la dimensione organizzativa del fenomeno e quella relativa al rapporto sociale sottostante: alle sue figure, alle sue contraddizioni, ai suoi conflitti. La conoscenza vera di un comparto del capitalismo industriale, si può praticare oggi solo in questo modo: indagando contemporaneamente la struttura e le movenze del soggetto sociale che la abita. L’analisi della “produzione di classe operaia” – cioè l’analisi dei soggetti reali che vivono il rapporto di capitale – diventa così inscindibile dallo studio dell’assetto organizzativo del settore. E il conflitto è la risultante della continua modificazione che tale rapporto subisce. Bottalico propone innanzitutto  una perimetrazione – non scontata né semplicissima – dell’oggetto della sua ricerca: “Oggi è possibile acquistare un qualsiasi prodotto on line che arriva a casa domani grazie a una cosa che non è affatto gratis. Questa cosa è il lavoro di uomini e donne quotidianamente impiegati e sfruttati nella catena logistica del trasporto merci. Senza i lavoratori e le lavoratrici, il flusso di beni e servizi da cui siamo dipendenti si fermerebbe. La logistica si presenta come un universo costituito da molteplici galassie. È una dimensione complessa da delimitare, così come lo sono le attività di trasporto, approvvigionamento, distribuzione a cui viene generalmente associata. Nel tempo la logistica si è trasformata in un termine chiave come una parola d’ordine, e non è un caso che il suono di questa parola, di origine greca, richiami qualcosa di militare. […] Oggi parlare di logistica significa ragionare sull’organizzazione di filiere che si sviluppano su una scala molto ampia, soprattutto in seguito ai cambiamenti tecnologici avvenuti nel corso degli ultimi decenni (flotte aeree moderne, containerizzazione, espansione del trasporto marittimo e su gomma, digitalizzazione). Mutamenti che hanno inciso sull’organizzazione della produzione facendo emergere colossi come Amazon, Walmart, Ups, FedEx, Dhl, Tnt, Gls, Msc”. (pag. 9) Partendo dalla definizione, difficile e non univoca, della categoria, si capisce quanto le  trasformazioni organizzative – in direzione della piena integrazione di diverse fasi un tempo separate, che oggi si presentano come “flusso” integrato e costante che avvolge il pianeta e la produzione – abbiano sostanziato la fase storica della globalizzazione. Quella stagione cruciale sarebbe semplicemente incomprensibile senza la conoscenza delle innovazioni tecnologiche e delle ricadute sociali, infrastrutturali e urbanistiche, che la logistica ha prodotto negli ultimi cinquant’anni. La tesi dell’autore è che la logistica italiana si pone come “anomalia”, rispetto ad analoghi processi europei. È un settore “usa e getta”, ad alta intensità di mano d’opera dequalificata e sottopagata, con un altissimo tasso di esternalizzazione delle attività di magazzinaggio e trasporto – ormai affidate quasi esclusivamente a soggetti esterni al rapporto tra produttore e clienti. Questa tendenza nazionale ha prodotto enormi sacche di illegalità, la costituzione di una autentica jungla di cooperative spurie delegate a coprire questo ambito essenziale del processo di produzione/circolazione delle merci. Tale è stata la pressione al ribasso sulla forza lavoro, che i bassi salari e la precarietà sono diventate la condizione sine qua non per la sopravvivenza di molte di queste imprese le quali, se poste nella condizione di legalizzare il loro profilo, vedrebbero il sostanziale azzeramento  del margine di profitto. “L’ipotesi che guida questo volume è che alcuni processi come l’esternalizzazione delle funzioni logistiche, la repressione dei diritti sindacali, la violenza sul posto di lavoro, l’illegalità strutturale e lo sfruttamento sistematico, l’assenza di tutele e il caporalato sono state le precondizioni per lo sviluppo della catena logistica del trasporto merci in Italia come settore dinamico e in continua crescita. Questi fenomeni non sono stati un effetto, ma una causa della traiettoria di sviluppo del modello logistico italiano. Si è trattato dunque di un modello emerso nel corso degli ultimi decenni. Un modello composto da elementi sempre più caratterizzanti il mondo del lavoro del nostro tempo, al quale le forme autonome del conflitto si sono opposte ereditando dal passato partiche ed esperienze di lotta”. (pag. 11) Bottalico individua, in tema di “movimentazione delle merci” tre precise fasi storiche della vicenda italiana, che caratterizzano rispettivamente: la ricostruzione post-bellica, il boom economico e la configurazione d’impresa nel mondo globalizzato. Sono le tre dimensioni fondate sullo sviluppo della rete ferroviaria, del trasporto marittimo tradizionale e infine della intermodalità integrata e verticale che caratterizza i flussi attuali. A queste tre fasi corrispondono tre dinamiche di protagonismo operaio: la storica figura sindacalizzata dei ferrovieri, ridimensionata dalla perdita di centralità dei binari rispetto al trasporto su gomma negli anni del boom; quella dei lavoratori portuali, che hanno subito i colpi della privatizzazione delle banchine negli anni 80/90; e infine il soggetto operaio della logistica moderna, che richiede una narrazione “in diretta” della sua composizione e dei suoi movimenti. Tre figure sociali profondamente diverse, che hanno conosciuto progressi e sconfitte, interagendo in modo conflittuale con la forma impresa che caratterizzava le diverse fasi storiche.  La composizione della forza lavoro del settore logistico – parliamo di professionalità, potere sulla prestazione, coscienza del proprio ruolo sociale – è ovviamente li prodotto delle enormi trasformazioni che il settore ha subito nei decenni. La containerizzazione e le tecnologie digitali azzerano la manipolazione dei carichi, con una progressiva estromissione della forza lavoro dai settori “centrali” della filiera – pensiamo ai porti iper-tecnologizzati in cui l’intervento umano si sposta “a latere” di ogni operazione – e un incremento esponenziale negli anelli terminali del ciclo, retroporti, hub e magazzini sui territori. “La diffusione del container favorisce l’emergere della logistica integrata. La storia della logistica in Italia, da questa prospettiva, coincide con la storia della intermodalità, una novità dirompente che consiste nella possibilità di usare in maniera integrata due o più modi di trasporto per consegnare la merce. In generale per intermodalità si intende una rete coordinata di vettori ed utenti che operano in concerto allo scopo di trasferire la merce attraverso modi e combinazioni di trasporto diverse e contigue. […] È dal trasporto intermodale che deriva il modello Door to Door, consistente in un singolo carico controllato da un singolo vettore e coperto da un singolo documento, laddove il cliente (o committente) tratta con il vettore esclusivamente il trasporto dall’origine alla destinazione. In questi anni avviene dunque una integrazione che finisce per investire la stessa concezione del trasporto, non considerato più come una somma di attività separate e autonome di singoli vettori interessati, ma come un’unica prestazione da origine a destino, in una visione globale del processo di trasferimento di una merce”. (pag. 10) L’autore nella sua ricerca ha giustamente focalizzato la sua attenzione sui fenomeni di esternalizzazione delle funzioni logistiche – il viaggio della merce dall’uscita dei luoghi di produzione verso la sua destinazione. Resta da indagare un altro grande filone di ricerca – comunemente inserito nella definizione di “logistica” – che è quello dei cosiddetti “appalti interni”: il processo che negli ultimi venti anni ha portato moltissime aziende industriali a isolare reparti e fasi del ciclo per affidarli in appalto a imprese (spesso cooperative, spesso in totale subordinazione organizzativa rispetto al committente) operanti all’interno dei perimetri aziendali. Una sorta di “delocalizzazione interna” che ha favorito uno spezzettamento delle condizioni contrattuali e un indebolimento complessivo dell’unità di classe, anche dentro i luoghi “centrali” del processo produttivo.  Sono molti gli spunti di analisi interessanti che questo libro propone, anche per i non addetti ai lavori. Soprattutto quelli relativi alla lettura della logistica italiana come “metafora” dello sviluppo distorto del capitalismo italiano nell’ultimo trentennio. Ciò che è accaduto in questo comparto produttivo – frammentazione organizzativa, deflazione salariale, precarietà, sfruttamento – è solo il riflesso, magari in forme esasperate, di ciò che ha riguardato tutto lo spettro del lavoro sociale. Così come l’acquiescenza del legislatore, che non ha governato la crescita malata e anomala del settore logistico, ma ne ha solo accompagnato l’espansione: con ricadute fondamentali anche nel ridisegno delle aree portuali, degli interporti, delle zone industriali, delle politiche urbanistiche e territoriali affidate come sempre alla commistione di interessi tra privati e ceto politico compiacente o succube. Solo gli scioperi hanno scoperchiato il pentolone del malaffare e indicato – anche ai ricercatori – la strada dell’analisi impietosa e della denuncia pubblica di queste degenerazioni. I facchini – organizzati dai sindacati di base, poveri, precari e sottopagati – sono stati capaci di scoperchiare un pentolone maleodorante che molti fingevano di non vedere. Non basterà il Decreto Sicurezza per ricondurre i lavoratori al silenzio e azzerare le conquiste di questi anni, strappate dalle lotte e pagate a caro prezzo, con morti nei picchetti, inchieste, arresti e licenziamenti. (giovanni iozzoli)  
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Futuro presente: Amazon e il suo dominio globale
(archivio disegni napolimonitor) Oggi, giovedì 29 maggio, alle ore 17:30, presso Zero81 – Laboratorio di mutuo soccorso (largo Banchi Nuovi, 10), sarà presentato il nuovo volume del collettivo Into the Black Box, intitolato Futuro presente. Il dominio globale del mondo secondo Amazon. Il dibattito vedrà la partecipazione di Niccolò Cuppini e Maurilio Pirone. *     *     * Il caso Amazon ha generato un vasto dibattito a livello internazionale. Anche in Italia, in questi anni, non sono mancate pubblicazioni, traduzioni e analisi critiche. Altre ricerche promettenti sono tuttora in corso, e contribuiranno a delineare un quadro complesso. Tra le numerose pubblicazioni che hanno affrontato l’argomento, tre volumi meritano di essere menzionati. Il costo della spedizione gratuita. Amazon nell’economia globale, curato da Jake Alimahomed-Wilson ed Ellen Reese, è un testo fondamentale per comprendere le molteplici caratteristiche di questa multinazionale. Il Magazzino di Alessandro Delfanti offre invece un’indagine puntuale sulla vita all’interno dell’hub logistico Amazon di Piacenza. Infine, Conflitto di classe e sindacato in Amazon, curato da Marco Veruggio, è un volume agile che raccoglie i contributi di alcuni collaboratori di Amazonians United (questo volume lo abbiamo presentato di fronte ai lavoratori della logistica distributiva napoletana in stato d’agitazione da oltre un anno). A questa ricca letteratura si aggiunge ora Futuro presente. Il dominio globale del mondo secondo Amazon (Red Star Press, 194 pagine, 20 euro), curato dal gruppo di ricerca Into The Black Box. Questo collettivo, nato dalle esperienze di lotta nell’area metropolitana di Bologna, si è distinto negli ultimi anni per la capacità di elaborare riflessioni teoriche di ampio respiro sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Trovare un minimo comune denominatore tra questi testi non è facile, ma in ognuno si percepisce lo sforzo, declinato in modi diversi, di comprendere una fase storica definita dalla personalizzazione di massa, un fenomeno scaturito dalla coniugazione tra mondo logistico e digitalizzazione. L’ultimo lavoro di Into the Black Box nasce da un’inchiesta territoriale sulla logistica, che ha presto dovuto confrontarsi con dinamiche che andavano oltre il territorio d’indagine. E il nesso tra il locale e il globale, in questo contesto, non poteva che essere il colosso multiforme di Jeff Bezos. Come sottolinea Sandro Mezzadra nella prefazione, l’intento non è ridurre il capitalismo a una semplificazione su Amazon (dato che sul mercato globale operano anche altri attori simili come Mercadolibre e Alibaba). Si tratta piuttosto di analizzare un modello di integrazione di diversi piani di azione economica che, nel loro insieme, manifestano “un potere infrastrutturale che mira a egemonizzare le relazioni socio-economiche”. Amazon non si limita a invertire il rapporto tra circolazione e produzione, ma esemplifica e condiziona le operazioni del capitale, colonizzando e privatizzando il futuro. Da qui il titolo del volume. Il collettivo dimostra come Amazon sia molto più che semplice logistica, evidenziando che l’irrompere del digitale ha ibridato la materialità stessa delle infrastrutture. In quest’ottica, Amazon si configura come “capitale costituente”, capace di agire come un ecosistema espanso e gerarchico che si allarga in altri settori, influenzando la sfera sociale e politica. Il volume analizza e mette in relazione molteplici dimensioni. Amazon funge da punto di accesso per indagare l’intreccio tra salto tecnologico, relazioni socio-economiche e questioni politiche. La sfida è comprendere a fondo il paradigma Amazon: un’azienda partita come startup e cresciuta fino a valere miliardi di dollari, che si struttura come un impero commerciale con una proiezione globale. Un gigante che si caratterizza per la sua aspirazione a dettare standard e regole del mercato, monopolizzando ambiti cruciali attraverso specifiche politiche di sviluppo, un assemblaggio spregiudicato di giochi finanziari, uso di nuove tecnologie, modalità originali di organizzazione della forza lavoro e una spiccata capacità di influenzare il potere politico dello stato. Secondo questa interpretazione, Amazon agisce come soggetto politico in un doppio senso: sia come un’infrastruttura dotata di un potere di indirizzo dei flussi di merci, informazioni, saperi e capitali, sia come un vero e proprio attore politico che si sovrappone alle prerogative che in precedenza appartenevano alla sfera pubblica. Unendo razionalità logistica, innovazione tecnologica e servizi digitali, Amazon gioca un ruolo determinante nell’espansione del capitalismo contemporaneo, arrivando a indirizzarne lo sviluppo e incidendo tanto sulla dimensione territoriale della metropoli planetaria quanto sull’immaginario collettivo, fondato sulla fusione tra tecnologia e lavoro umano. Di fronte a questo scenario, una prima risposta che emerge dal volume sembra essere la critica all’ineluttabilità di queste dinamiche. L’analisi di Amazon non si limita a descrivere un impoverimento dell’esperienza umana, ma suggerisce altre possibilità di azione dall’esito non prevedibile. Si intravede quindi un’ambivalenza, secondo gli autori del volume. Il ruolo sempre più “infrastrutturale” di colossi come Amazon nella riproduzione sociale e nella gestione della macchina statale ci pone dinanzi a nuove sfide, che possono essere affrontate con gli strumenti che questi stessi processi mettono in circolazione. L’enorme quantità di dati accumulati, elaborati e utilizzati dalle Big Tech, conferisce loro un potere che si dirama in tutte le nostre interazioni sociali e che non si limita a fotografare l’esistente, ma delinea il campo di possibilità del nostro agire. Questo punto merita attenzione. Se è vero che siamo davanti a una “amazonizzazione della società”, se il dominio globale del mondo secondo Amazon è dettato dalla capacità di sintetizzare diverse operazioni del capitale, di costruire immaginari e di esercitare un potere governamentale, e se in definitiva questo paradigma ingabbia e al contempo sprigiona energie vitali, è importante riconoscere che la diffusione di queste dinamiche non è omogenea. Nelle società avanzate persiste un divario significativo tra tecnologia potenziale e quella effettivamente applicata, sia nel progresso tecnologico in sé che nelle sue applicazioni ai processi produttivi e distributivi. Accanto a risorse inutilizzate come valore non impiegato nella produzione, forza lavoro disoccupata, risorse naturali non sfruttate e capacità produttiva latente, esiste anche una plustecnica potenziale: uno scarto ben superiore al semplice ritardo applicativo, tra ciò che la tecnologia potrebbe fare e ciò che fa realmente. Questo suggerisce sia una certa fragilità del potere infrastrutturale che una non linearità dello sviluppo che il paradigma Amazon potrebbe indirizzare. Se questa premessa è corretta, si può ipotizzare l’intima irrazionalità del capitalismo di cui Amazon è una diretta espressione. Il suo potere infrastrutturale potrebbe essere più debole di quanto non sembri, e di pari passo, il dominio delle Big Tech su economia, politica, società e immaginari rischia di essere sovrastimato. Sebbene Amazon stia costruendo una realtà malleabile e riprogrammabile a suo piacimento, questa stessa realtà è sovvertibile in una pluralità di modi tutti da sperimentare o, meglio, che si stanno già sperimentando. Il lavoro di ricerca collettivo di Into the Black Box getta una luce sulle dinamiche di espansione e colonizzazione di un colosso che è molto più di un e-commerce, indagandone ramificazioni e forme del potere e stimolando una riflessione sulle pratiche di conflitto da escogitare per il futuro. (andrea bottalico)
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Pornografia o documentario? San Damiano, un film sulle disgrazie di Termini
(archivio disegni napolimonitor) Nel 1949, utilizzando per la prima volta in Italia il registratore magnetico a nastro, il giornalista della Rai Roberto Costa realizza un documentario inchiesta che rimane nella storia del giornalismo radiofonico. Si chiama I barboni. Dopo anni di conversazioni con decine di persone che vivono tra le strade di Milano, Costa affida loro il microfono. Ci sono disoccupati, cantanti, musicisti, poeti, “gente che si è fatta una cultura rinunciando a ogni cosa superflua”. È un lavoro onesto: l’autore scende per strada, ascolta, impara, riflette, registra. Nessun pugno nello stomaco, nessuna musichetta commovente a sottolineare i racconti. Sono biografie autentiche, complesse. Una ex insegnante caduta in disgrazia durante la guerra, un ex ufficiale dell’esercito, una ex studentessa universitaria separata dal marito che vende fiori per strada, “il mondo è pieno di gente che dà consigli, ma nessuno aiuta”, dice nel registratore. L’ho riascoltato, dopo avere visto al cinema San Damiano, film del 2024 di Alejandro Cifuentes e Gregorio Sassoli, in questi giorni sul grande schermo di decine di sale italiane. I registi incontrano Damiano vicino alla stazione Termini e iniziano a filmarlo. Damiano è un trentacinquenne polacco fuggito dall’ospedale psichiatrico di Breslavia, è ripreso mentre monta audacemente su una torre delle mura aureliane alle spalle della stazione, è ripreso mentre infila il suo pene tra le chiappe di una donna alle spalle dei binari, mentre picchia ripetutamente un uomo, mentre una donna lecca avidamente il suo piede. Le immagini sono perfette, la fotografia nitida, la colonna sonora coinvolgente. Attorno a Damiano, ci sono uomini e donne disperati, una ragazza si infila un ago in una mano, una donna mostra le tette alla telecamera, un’altra il pube, un uomo balla di fronte all’obiettivo, guarda dritto in camera e spacca a gomitate il vetro di una macchina. Nei giorni successivi leggo qualche recensione. “Senzatetto ma turrito, Damiano ci prende e ci si porta via, interrogando la nostra visione fin nel profondo, laddove è morale”. “Si avvale di una sincera libertà creativa che è davvero rara, in una stabilità che non si incrina neppure davanti a un possibile eccesso ed è attraversato da una sorta di purezza”. Scopro anche che è stato premiato di recente a Lo Spiraglio Film Festival della Salute Mentale di Roma “per la potenza della sua narrazione, che affronta con profondità i temi della migrazione, del trauma e della violenza vissuti dai protagonisti ritraendo il personaggio principale con realismo, senza idealizzarlo né censurare le sue contraddizioni”. Ne parlo con Francesco Conte, giornalista, attivista, da anni frequenta la stazione Termini, stringe amicizie, racconta storie, insieme al gruppo Mama Termini organizza cene, distribuisce cibo ogni domenica nella piazza antistante la stazione e anima lo spazio pubblico con concerti. “Il punto non è il film, ma quello che c’è dietro. Critichiamo il prodotto senza capire come è stato prodotto. San Damiano è come i pomodori raccolti dai sikh a Latina, i recensori mangiano il pomodoro ma non si chiedono davvero da dove arrivi. Fin quando la gente che si occupa di cultura non esce davvero per strada, questa cultura è divertissement borghese”. Che i registi in qualche misura si siano affezionati al protagonista, traspare da un passaggio del film – che fatico onestamente a chiamare documentario – in cui i due accompagnano Damiano, che aspira a diventare cantante, in una sala di registrazione. Tuttavia ancora una volta il racconto cede il passo all’esibizione, si riduce a due minuti di ripresa del matto che canta nella sala, urla, si sgola, si danna per qualcosa che non torna. Della sua musica nelle nostre orecchie non rimane nulla. L’episodio narrato allarga ancora di qualche chilometro quello spazio tra il noi che siamo qui, seduti sulle poltroncine a guardare, e il loro davanti alla camera, sporchi e disperati. Eppure qualcosa dentro noi – sempre quelli delle poltroncine – si muove. Non è ascolto, non è comprensione: è l’appagamento di una sordida brama pornografica di sangue, disgrazia e fango. Il film ha un epilogo spettacolare: Damiano, dalla cima della torre in cui ha costruito il suo rifugio, appicca un incendio. I “documentaristi” documentano. Arrivano le forze dell’ordine. Damiano è rispedito in Polonia, ora è di nuovo in un ospedale psichiatrico. (marzia coronati)
cinema
culture
Come Cristo in croce. Da un libro sulla contenzione uno spiraglio per la sua abolizione
(disegno di ginevra naviglio) Come Cristo in croce. Storie, dialoghi, testimonianze sulla contenzione, di Antonio Esposito, è un libro politico, di testimonianza e denuncia. L’autore ci mette in dialogo con chi la contenzione meccanica l’ha vissuta e con chi lavora quotidianamente per superarla, consentendoci di vedere oltre l’apparente stato di necessità che ancora legittimerebbe le violenze di cui racconta. In tradimento al lavoro e alle aspettative del gruppo Basaglia, la contenzione meccanica è tutt’oggi una prassi nelle strutture di assistenza psichiatrica. Per contenzione meccanica, scrive Mauro Palma, “si intende l’utilizzo di dispositivi applicabili al corpo e allo spazio circostante la persona, per limitare la libertà dei movimenti volontari; in particolare, i mezzi applicati al paziente allettato o seduto, i mezzi di contenzione di segmenti corporei e quelli che determinano una postura obbligata”. Dichiarata già con la sentenza Mastrogiovanni “un presidio restrittivo della libertà personale con una mera funzione cautelare” e non una prassi terapeutica, la contenzione continua tuttavia a essere utilizzata, perché considerata inevitabile per far fronte alle situazioni d’urgenza. L’urgenza: è l’abusata logica dell’emergenza che, anche in ambito psichiatrico, non solo consente di aggirare i limiti normativi e utilizzare una tecnica che tradisce i principi della legge 180, ma impedisce anche di destituire quel paradigma manicomialista che sopravvive, subdolo, alla sua formale abolizione. Che sia perché ancora condiviso dalla forma mentis del sistema medico di cura, o perché passivamente reiterato nell’abitudine di una prassi routinaria, il dispositivo si conserva nelle maglie di una narrazione che poggia sull’impossibilità di gestire altrimenti l’escalation dello stato d’alterazione mentale. Mostrandoci invece la possibilità concreta di prassi alternative, e condividendo con noi l’esperienza di medici che operano in reparti no-restraint, Esposito riesce a spezzare la linearità dello schema causa-effetto che giustifica il ricorso alla contenzione: se è possibile fare altrimenti, legare diventa una scelta di cui doversi assumere la responsabilità. Fuori dallo stato di necessità, gli abusi psichiatrici possono finalmente dichiararsi tali e i racconti di chi li ha subiti diventano denuncia immediata di un sistema che avrebbe dovuto mettersi nella condizione di non attuarli. Le storie che intessono le trame del libro restituiscono alle persone che le hanno vissute l’ascolto di cui il sistema sanitario le ha private. Wissem, Francesca, Elena, Bruno, Alice, Elio, Mariarosaria: da pazienti scorporati, succubi di decisioni altrui, tornano soggetti di vissuti che, direttamente o indirettamente raccontatici, possono mettere in crisi quello sguardo stigmatizzante che si è fatto complice delle loro crocifissioni. La “banalità del male” della contenzione meccanica si reitera, infatti, inosservata, solo finché non si interrompe il processo di spersonalizzazione che reifica a oggetti i soggetti psichiatrizzati. Non appena cambia il focus della prospettiva, a emergere è l’asimmetria di potere che si cela dietro il paternalistico “è per il suo bene”; da camuffata, risulta a quel punto esplicita l’ingiustizia costitutiva della contenzione – una violenza subdola, ci dice Esposito, “agita a parte dalla sottrazione delle parole della relazione e dell’imposizione di un vocabolario di comando”. Il ribaltamento del punto di vista crea una frattura che è, insieme, rottura e spiraglio: restituita alle persone la propria centralità, non solo crolla l’impalcatura retorica che giustifica i nodi della custodia psichiatrica, ma apre alla possibilità di ripartire da fondamenta diverse per costruire una salute mentale di comunità. Marga Romagnoni, intervistata da Esposito, spiega: “Affinché i processi di deistituzionalizzazione siano pienamente realizzati, perché si smetta di legare le persone, è necessario il riconosciuto protagonismo delle persone con esperienza di sofferenza psichica, accompagnato, certamente, dal sostegno di tutti gli altri”. È solo tornando alle persone che si può smettere di ricondurre a false interpretazioni e categorie nosografiche l’esigenza di assistenza e di cura, unico modo per dare priorità alla flessibilità, ai tempi della relazione, non più subordinati alle esigenze di sicurezza e tranquillità interna delle istituzioni sanitarie. È tornando alle persone che si può costruire uno spazio terapeutico in cui, in sinergia tra diversi attori e saperi, è possibile prevenire e affrontare le crisi senza che raggiungano il picco dell’emergenzialità, rispettando la corporalità di chi vive la condizione psichiatrica e assumendosi la responsabilità di accogliere e riconoscere il suo dolore. Ponendo al centro la “rincontrattazione”, l’assistenza pubblica può concepirsi dinamica e in continua revisione: può farsi coraggiosa, fuori dagli schemi, anarchica, erogatrice di un servizio non-violento perché strutturato nella relazione, tanto con le persone alle quali si rivolge, quanto con i membri dell’equipe, con il privato e il pubblico sociali. Le esperienze del Csm di Gorizia, dell’Spdc di Ravenna e dell’Ausl della Romagna ci insegnano proprio questo nei loro tentativi di dare forma concreta all’immaginario proposto da Sergio Pirro già nel 1994: un servizio territoriale che sia armonicamente composito di strutture differenziate che si coordinano tra loro, dando vita a una salute mentale multiordinale e pluriqualitativa, reperibile, tempestiva e non selettiva. Accompagnandoci oltre lo specialismo disciplinare e le porte chiuse dei reparti psichiatrici, Esposito ci permette, quindi, non solo di vedere i limiti di un’assistenza sanitaria degradata in custodia costrittiva, ma di superarli all’interno del percorso da lui stesso tracciato, facendoci immergere nella prospettiva di una cura che si esprime nel contatto di un abbraccio comprensivo. È questo il profondo potenziale del suo lavoro: ripartendo dai “sommersi” e dai “salvati” e dalle loro voci dissonanti, ci consegna un orizzonte abolizionista che già attraverso le sue parole inizia a prendere realtà. (zoe ermini)
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