
La strada per Karkinagri. Cartolina da un’isola greca
NapoliMONiTOR - Friday, September 11, 2026
(archivio disegni napolimonitor)Se allora, desolato, ti fermassi,
Abbandono ovunque
Pietra e neve, aria e silenzio
Ricorda i grandi trapassati,
E onora il destino che sei,
In viaggio e tormentato,
Dialettico e bizzarro.
W. H. Auden, 1944
Da qualsiasi villaggio provenissero, gli abitanti dell’isola hanno sempre diffidato del loro mare.
Lo guardano dalle alture dei villaggi nascosti nell’entroterra senza mancargli di rispetto, come un nemico giusto. Quelli di Oxé, di Panaghià e Monokambi tirano avanti lavorando sodo ma secondo i loro tempi, vivendo dei frutti della terra alla stessa maniera dei loro avi. Pastori e contadini prima che marinai, producono un vino che pure Omero deve aver assaggiato, un vino che d’estate va allungato con l’acqua tanto è forte. Preferiscono la carne delle capre di cui dispongono, al pesce pescato. Di tanto in tanto, dall’alto di quei villaggi, in cui vivono come nascosti, gli uomini e le donne escono dalle case basse con le finestre rivolte verso l’interno, si asciugano la fronte e si siedono a guardare il pelago, stringendo tra le mani pane e kathoura, e un bicchiere di quel vino. E tra loro pensano di temere più la profondità del mare che l’altezza da cui lo guardano.
Lo straniero che arriva per la prima volta in quelle terre ha l’impressione di approdare su un’isola quasi disabitata. Con una superficie di circa duecentocinquanta chilometri quadrati, ha una forma stretta che ricorda l’ala di un uccello. L’attraversa una dorsale di granito emersa dalle viscere del mare da cui cadde l’uomo alato. La vetta più alta della montagna che taglia l’isola arriva a mille metri, dividendola in due versanti distinti.
Verso nord la schiena è ricoperta di foreste di pini, querce, lecci e corsi d’acqua. Verso sud, invece, la montagna crolla a picco nell’Egeo con pareti verticali alte diverse centinaia di metri, scogliere inaccessibili, gole e burroni. Da un lato il vento soffia calmo; dall’altro soffia forte, soprattutto d’estate, sferzando il pelo d’acqua color cobalto. Si sente arrivare sotto forma di ululato che attraversa le rocce, e poi come raffica che piega gli alberi, sprigionando nell’aria il profumo del timo e della salvia pomifera, da cui si ricava il faskòmilo, un infuso dalle proprietà benefiche.
Gli abitanti dell’isola lo chiamano semplicemente xenos. Ospitali dalla notte dei tempi, lo guardano negli occhi e capiscono subito la differenza tra chi approda per ritrovare se stesso o per perdersi. Non si vedono i flussi di migranti provenienti dalla rotta balcanica come a Lesbo, ma stranieri rimasti talmente folgorati da decidere di restare lì a vita. A poco a poco la comunità li accoglie, a patto che lavorino e che a parlare siano i fatti.
È probabile che lo straniero sia attratto dalla fama della longevità per cui è nota l’isola, ma con il tempo capirà che non esiste alcun elisir, e che il segreto dei suoi abitanti sta tutto nella consapevolezza della fine e nella predisposizione a resistere contro le avversità di una terra impervia.
Basta guardare – perché ci sono cose che si possono non conoscere, ma che si conoscono meglio se le si vedono. E così una notte d’estate, verso i primi di luglio, ci si può ritrovare a una festa comandata in un villaggio come Therma o Karavostamo, sul versante est. E là si possono osservare gli abitanti esorcizzare la fatica e i lutti dell’inverno attraverso una danza cadenzata e ipnotica, da soli e tutti insieme, in una spirale che avvolge le anime irredente, in cui ognuno è legato a ciascuno come in una catena, senza gerarchie, e sembra in procinto di cadere, ma poi si rialza, e poi ricade all’unisono, e poi ancora, i passi che calpestano la terra, senza fermarsi.
Gli abitanti si conoscono tra loro e, sebbene i villaggi siano sparsi, le notizie corrono veloci. I rapporti sono fondati sulla forza dei legami reali, sul principio della reciprocità, del mutuo sostegno. La ricchezza è figlia del sacrificio e dell’emigrazione, e la vita è organizzata in comunità coese. Di tanto in tanto scoppiano faide, ma a prevalere è uno spontaneo collettivismo basato sulla cooperazione e sul senso di appartenenza a una terra che per qualche mese si liberò dagli ottomani.
Lo straniero avrà l’impressione che il tempo, sull’isola, sia come un orologio senza lancette. Le strade in certi tratti sono a strapiombo sul mare, qualche capra pascola libera, e al bivio che sale verso Akamatra il mare è un vortice di onde perpetue.
Tra gli abitanti dell’isola c’è Jorgos, il fornaio, che nei pomeriggi d’agosto siede all’uscio del suo forno, assaporando quel momento di pausa con religiosa solennità. Fuma senza fretta, beve il caffè tenendo sott’occhio il mare, l’isola di sale e il profilo lontano di Samo e Furnoi. Dalle onde e dagli uccelli sa dire se è tempo di saraghi o di sarde, se il vento soffierà forte, se i pescatori di Agios Kirikos quella notte usciranno per mare. Ha i pantaloni sporchi di farina e una maglietta lacerata dal calore dei macchinari per lavorare il pane. Il mestiere l’ha ereditato dal padre. I baffi gli disegnano sul volto un ghigno che tradisce il suo temperamento. Sono ben delineati e bianchi, così come i capelli corti. Quel candore contrasta con il colore della pelle scura. Gli occhi pure sono scuri, piccoli e attenti, a indagare un mondo fatto di poche ma incrollabili certezze: il ciclo di produzione del pane quotidiano, l’appartenenza alla comunità, sua nipote di tre anni che sorride di fronte al suo sorriso imbronciato, il ritmo ricorrente delle stagioni sull’isola, dove l’unica cosa che conta è vivere.
Uomo di poche parole, Jorgos ha il dono di trasmettere quiete a chi gli sta accanto. Si può stare con lui in silenzio, seduti alla penombra di un pomeriggio estivo, o si può ascoltare ciò che ha da dire quando decide di parlare con quel suo leggero senso dell’umorismo. A ogni domanda risponde, ma sa anche il valore esatto delle parole date. Conosce i segreti dell’isola, e chiunque, da Perdiki a Proespera, vede in quel vecchio fornaio le virtù del màstoras, l’uomo lavoratore, onesto e di buon cuore.
La gente con cui è cresciuto porta la salopette anche ad agosto, per lavorare la terra e dare da mangiare agli animali. È gente abituata a sopportare la nostalgia e a sublimare la sofferenza. Gli uomini e le donne del villaggio lo ricordavano quando, il giorno del grande incendio nel luglio del ’93, andava incontro alle fiamme partite da Mavrato che quasi arrivarono fino a Xilosirtis, bruciando interi villaggi lungo le alture e uccidendo tredici persone. Con quella gente Jorgos aveva sbarrato la strada al fuoco che avanzava.
Aveva condiviso quasi tutto con loro: la solitudine invernale, quando il mare grosso taglia i collegamenti; le storie d’amore travagliate, quando la bellezza è una condanna piuttosto che un dono divino, come una gabbia di specchi in cui si è per sempre prigionieri; e poi la vita in terra straniera e le danze arcaiche spalla a spalla, nelle feste comandate, mentre una voce canta di emigranti che hanno trascorso anni lontano, sentendosi come uccelli erranti, e decidono di ritornare sull’isola per amore, lasciandosi alle spalle ogni sofferenza e facendo festa al suono dei violini.
Osservandolo, in quei pomeriggi fatti di calma e di parole misurate, avvertivi che la libertà è forse proprio questo: una questione di riconciliazione con se stessi e con il proprio passato. Jorgos sapeva, per averlo imparato sulla propria pelle di isolano dell’Egeo settentrionale, che in ogni uomo, per il solo fatto di esistere e nella misura in cui egli dipende da tutti quelli che l’hanno preceduto, c’è qualcosa che lo supera e lo sovrasta. Un filo invisibile e antico.
Lo straniero può concedersi un lungo momento insieme a lui, fuori all’uscio di quel forno, ma se vuole conoscere l’anima profonda dell’isola deve mettersi in cammino verso ovest, lungo la strada per Karkinagri, un villaggio di metanàstis, immigrati tornati dall’America che passano il tempo a bere. Laggiù, verso le correnti all’estremità occidentale di Capo Papas, finisce l’isola, e un faro isolato guarda l’orizzonte aperto, tormentato dal vento da sud.
Prima, però, dovrà informare Jorgos dei suoi spostamenti. E Jorgos, sentendo il nome di quel villaggio, aggrotterà le sopracciglia. Poi si alzerà con tutta la calma del mondo, sentendo i suoi settantacinque anni scricchiolare nelle giunture delle ginocchia. Senza fretta, prenderà la tazzina dal tavolino, ne rovescerà il fondo, e prima di varcare la soglia del forno dirà quasi tra sé, sovrappensiero: «Karkinagri…». Poi aggiungerà, senza voltarsi, rivolgendosi allo straniero: «Che ci vai a fare laggiù? C’è una strada sterrata e interrotta da una frana. Dovrai penare per arrivarci». (andrea bottalico)