
Comunità rom e politiche pubbliche a Napoli. Molti piani, pochi fatti
NapoliMONiTOR - Thursday, October 8, 2026
(disegno di ottoeffe)Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera 592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti amministrativi e interviste.
«Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità, perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024 l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli comuni alle grandi città.
Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale (Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni, a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali. La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e, soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia.
I BUONI PROPOSITI
Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale – istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione.
È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio: otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del 2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi di un sostegno all’autonomia delle famiglie.
Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo, un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota, della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento “verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie. L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della Sanità-Materdei.
Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro, il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove hanno radicato la propria esistenza.
La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate, indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di fare riferimento.
IL NODO DELL’ANAGRAFE
L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto, invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già sperimentate negli anni precedenti.
Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato, l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi, che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati: quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla documentazione raccolta.
Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania, l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano, ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito, negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e sul lavoro nero?
Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e, in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato. Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali.
La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità. Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente esercitati.
La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli.
Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom. Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione, introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici. Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione? Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste, però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti, quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente l’iscrizione anagrafica.
Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo 2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di “sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle decisioni che le riguardano.
A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri. Anche la raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca.
Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo, ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel presente. (pasquale frattini)