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Bagnopoli, un vademecum. Il nostro contributo alle occupazioni degli studenti flegrei
(disegno di marta fogliano) “Gentileschi occupato contro la guerra e contro la Coppa”. Con invidiabile capacità di sintesi uno striscione affiso sul cancello esterno del liceo bagnolese sintetizzava le principali motivazioni che hanno spinto gli studenti e le studentesse, questa settimana, a occupare la scuola. È solo apparentemente un volo pindarico, anzi i giovani che hanno preso possesso delle aule e delle palestre in questi giorni hanno ben chiare tutte le connessioni tra ciò che gli accade intorno, dal livello internazionale a quello territoriale. «I soldi che vengono investiti per il riarmo – dicono – vengono tolti alla sanità, alla scuola, alle politiche per la casa. E quello stesso intreccio di poteri pubblici e multinazionali private che alimenta l’economia di guerra si mangia pian piano le nostre città e i nostri quartieri» (il riferimento è al ruolo di main sponsor della Coppa America svolto da Msc, colosso internazionale che ha un ruolo importante nella logistica di guerra e nel genocidio dei palestinesi). In questi giorni come redattori di Monitor, e insieme agli attivisti della Rete No America’s Cup, siamo stati coinvolti dagli studenti di tre scuole occupate dell’area flegrea in iniziative divulgative e informative rispetto alla storia di Bagnoli, agli sviluppi della rigenerazione urbana, al ruolo della competizione velistica come grimaldello per la speculazione e la cancellazione dei piani urbanistici esistenti. I ragazzi del territorio ci hanno invitati, ci hanno ascoltati e ci hanno fatto domande. Per la prima volta dopo molto tempo stanno lavorando in rete, e infatti ieri hanno lanciato la proposta per una “assemblea delle scuole in protesta”, che si terrà oggi alle 19 nel cortile del Labriola (sede centrale di via Terracina). Invitandoli a continuare a lottare mettiamo a loro disposizione (scaricabile naturalmente in forma gratuita, cliccando sul titolo) Bagnopoli. La rigenerazione di un’ex area industriale tra pianificazioni urbanistiche e assalti speculativi, opuscolo che abbiamo prodotto lo scorso inverno insieme all’Assise di Bagnoli, Bagnoli Informazione, il Laboratorio Politico Iskra, l’Osservatorio per la bonifica e la rigenerazione urbana di Bagnoli e la Rete No America’s Cup. (redazione napolimonitor)
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Comunità rom e politiche pubbliche a Napoli. Molti piani, pochi fatti
(disegno di ottoeffe) Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera 592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti amministrativi e interviste. «Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità, perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024 l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli comuni alle grandi città. Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale (Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni, a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali. La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e, soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia. I BUONI PROPOSITI Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale – istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione. È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio: otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del 2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi di un sostegno all’autonomia delle famiglie. Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo, un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota, della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento “verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie. L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della Sanità-Materdei. Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro, il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove hanno radicato la propria esistenza. La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate, indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di fare riferimento. IL NODO DELL’ANAGRAFE L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto, invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già sperimentate negli anni precedenti. Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato, l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi, che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati: quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla documentazione raccolta. Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania, l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano, ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito, negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e sul lavoro nero? Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e, in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato. Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali. La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità. Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente esercitati. La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli. Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom. Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione, introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici. Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione? Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste, però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti, quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente l’iscrizione anagrafica. Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo 2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di “sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle decisioni che le riguardano. A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri.  Anche la raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca. Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo, ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel presente. (pasquale frattini)
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Coppa America, marketing e propaganda. Chi passa all’incasso dopo le pre-regate
(disegno di diego miedo) In psicologia si chiama “elaborazione euristica” l’utilizzo di regole generali per prendere decisioni e sviluppare giudizi rapidi. Le euristiche funzionano come automatismi: si basano su esperienze e conoscenze sedimentate, che adattiamo alle nuove realtà in cui ci imbattiamo. Sono meccanismi studiati e sfruttati nel marketing, per esempio attraverso l’euristica dell’autorità, per la quale tendiamo a fidarci acriticamente dei giudizi espressi da esperti o personaggi autorevoli (un sindaco o un genitore), o quella della rappresentatività, per cui valutiamo qualcosa associandola a una categoria o a uno stereotipo (“una cosa bella è necessariamente di qualità”). Elaborazioni euristiche e persuasione indiretta sono due tra le principali strategie che la propaganda legata all’America’s Cup di vela sta utilizzando per rafforzare la vendibilità (oltre che la credibilità) dell’evento. Una vendibilità che è certamente aumentata dopo il fine settimana di pre-regate appena trascorso, in cui l’intero lungomare napoletano è stato trasformato in villaggio per spettatori e curiosi, che hanno ammirato per giorni le barche a vela rincorrersi nel golfo. Viene però da chiedersi chi ha venduto cosa, e a chi, con questa imponente operazione. Sicuramente l’organizzazione della competizione ha capitalizzato l’evento; si tratta d’altronde di una macchina mangiasoldi che sposta centinaia di milioni per ogni edizione, tra contributi pubblici, sponsorizzazioni private e diritti televisivi. Della bellezza del golfo partenopeo e del contributo di migliaia di comparse non retribuite, hanno beneficiato gratuitamente i miliardari dell’America’s Cup Partnership, e quindi Emirates Team New Zealand, Luna Rossa Prada-Pirelli, Athena Racing-GB1, Alinghi Red Bull Racing, K-Challenge-Orient Express. Nella settimana di eventi decine di cameramen si sono aggirati nel villaggio riprendendo lo spettacolo, e poi ore di riprese via drone sono state accumulate, i fotografi hanno lavorato sodo, senza contare il materiale prodotto dagli smartphone dei visitatori e ceduto, sempre gratuitamente, alle grandi piattaforme social e quindi alla pubblicità. L’altro grande affare, però, è stato fatto dall’amministrazione comunale, e in particolare dal sindaco Manfredi, il quale ha ripetuto ossessivamente nelle interviste che tutto ha funzionato per il meglio, che la città si è fatta trovare pronta, che i dispositivi di sicurezza sono stati efficaci. In realtà, se è vero che non ci sono stati episodi eclatanti, le disfunzioni ci sono state: nella stazione della metro Toledo si è registrato il caos per la rottura delle scale mobili; una piccola voragine si è aperta sulla riviera di Chiaia nella giornata di venerdì bloccando il traffico per ore; gli interventi sul “decoro urbano” sono stati raffazzonati e superficiali (vedi le panchine dipinte solo sul lato davanti e lasciate piene di ruggine sul di dietro); sul fronte sicurezza, poi, alcune barche sono riuscite a fine regata a eludere il blocco della Guardia costiera, avvicinandosi a quelle in gara. A chi non era in quei luoghi tutto questo non è stato raccontato, ma non è questo il punto. L’offensiva mediatica ha ricordato per certi versi ciò che accadde per la sfilata scudetto sul lungomare del 2025, quando una meravigliosa giornata di sole, la partecipazione popolare, l’entusiasmo e la passione dei tifosi furono sfruttati per rilanciare ulteriormente l’immagine della città, a beneficio del mercato turistico, che ha necessità di essere continuamente sollecitato, ma anche del mercato finanziario, per il quale l’affidabilità conta quanto e più della bellezza (dalla Apple a Msc, fino al gruppo londinese Rocco, buona parte del cui capitale proviene dal fondo saudita PIF, che dalla prossima estate gestirà un albergo extra lusso dentro lo storico palazzo Sirignano). Il cosiddetto “ritorno d’immagine” giova, in piena campagna elettorale, anche al sindaco, che si accontenterà probabilmente di una rielezione a primo cittadino una volta tramontate le possibilità di diventare il leader-outsider del Campo largo per le prossime elezioni politiche. E non è un caso che a occuparsi di immagine – dandogli una curiosa delega “all’America’s Cup” – Manfredi abbia nominato un suo fedelissimo, il più quotato in termini di comunicazione politica: Carlo Puca, dallo scorso maggio assessore “alla partecipazione attiva e all’immagine della città”. Puca è un giornalista napoletano, assunto negli anni Novanta alla Rai per aver ripreso con una telecamera nascosta un combattimento clandestino tra pitbull. È stato autore televisivo, ha scritto per Panorama e il Riformista, e nel 2012 si “finse camorrista” per un reportage opinabile che ebbe una grossa eco. È stato stretto collaboratore di Antonio Polito durante la sua esperienza di senatore, ed è attualmente coordinatore regionale di Progetto Civico, un piccolo partito di centro (fondato da Alessandro Onorato, assessore al turismo a Roma), che si candida a essere l’ala moderata proprio del Campo largo. «Questo è uno – mi ha raccontato qualche mese fa un noto giornalista napoletano – che chiama in redazione senza farti problemi, e mette becco su cosa può uscire e cosa no». Puca è diventato un fedelissimo del sindaco per le sue capacità di comunicatore, ma anche per il suo peso nel circuito mediatico locale (una polemica nel sottobosco dei giornalisti napoletani si scatenò qualche anno fa, quando l’attuale assessore, allora consulente per Manfredi, si fece invitare in Rai da Caterina Balivo per parlare bene dell’amministrazione, qualificandosi come giornalista ma senza dire per chi lavorava). Il fatto che Puca faccia lo spin doctor del sindaco pagato con i nostri soldi, non è però neppure la cosa più grave. Più preoccupante è la sua gestione del “grande evento” Coppa America, che ha comportato il calare di un sistematico silenzio su tutte le voci contrarie, in particolare sulle proteste provenienti dall’area ovest della città, di chi sollevava il tema della cementificazione del litorale, del disastro ambientale, dei dragaggi approssimativi e pericolosi, degli sforamenti dei valori di soglia delle polveri sottili, dell’emergenza abitativa legati ai lavori connessi allo svolgimento della competizione. La manifestazione che sabato si è svolta a Bagnoli, proprio mentre le barche sfilavano sul lungomare, sembra però aver aperto una contraddizione. Mentre la stampa locale liquidava in poche righe la presenza di più di mille persone in corteo per il quartiere, così come faceva il Tg3 regionale, proprio l’edizione nazionale del telegiornale di Rai 3, e alcuni articoli di testate come Il Fatto Quotidiano, parlavano più approfonditamente delle proteste, dando adeguato spazio alla voce degli oppositori all’evento. Il sistema di propaganda architettato dalla coppia Puca-Manfredi, che fino a qualche giorno prima sembrava blindato, ha mostrato insomma qualche crepa, lasciando trasparire la possibilità che la mobilitazione bagnolese, in corso da oltre un anno, possa tornare ad avere visibilità. È indispensabile per chi protesta riflettere sul fatto che i fronti della presenza in piazza e dell’apparto comunicativo si autoalimentano (d’altronde senza l’eco che avevano avuto lo scorso inverno i blocchi dei camion, non si sarebbe riusciti a portare in corteo a febbraio più di tremila persone). La battaglia contro lo scempio della Coppa America non è conclusa: c’è da fermare i lavori criminali in atto, c’è da tutelare la salute, il mare e l’aria, c’è da pretendere l’applicazione dei piani urbanistici che prevedono spiaggia e bosco e non il porto che quest’amministrazione, foraggiata dal governo Meloni, sta costruendo sulla colmata. Bisogna aguzzare l’ingegno e gettare il cuore oltre l’ostacolo: direbbe qualcuno che siamo in un posto per cui vale ancora la pena lottare. (riccardo rosa)
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Qualcosa dentro di sè. Convertirsi all’Islam a Napoli
(disegno di otarebill) Le moschee di Napoli si trovano nei quartieri di Garibaldi, Mercato e Pendino, dove negli anni si è consolidata una comunità islamica multiculturale, che comprende fedeli nati musulmani e convertiti all’Islam. Malgrado non esistano dati precisi circa la presenza musulmana in Italia e circa le conversioni di italiani all’Islam, secondo i dati Istat, Napoli è la città del sud Italia con la maggiore presenza musulmana e conta una delle percentuali di convertiti più alte del paese.  Nel 1989 la comunità musulmana della città ha presentato al Comune la prima richiesta di una vera moschea, di un luogo di culto unico in cui ospitare tutti i fedeli, ma il progetto non è mai stato approvato. Oggi, infatti, le sette moschee della città sono in realtà piccoli centri culturali di aggregazione, adibiti a sale di preghiera. Tre di queste sono connotate etnicamente: i musulmani bengalesi hanno aperto due sale di preghiera, in via Lavinaio e in via Sopramuro; in via Firenze si trova la moschea senegalese.  In via Spaventa c’è la moschea dell’imam Amar Abdallah, presidente della comunità islamica di Napoli. La moschea organizza gite fuori porta, corsi di arabo e di lettura del Corano per adulti e bambini. È qui che ho appuntamento con Francesca, studentessa napoletana convertita all’Islam e membro di Nisa, associazione femminile islamica nata proprio tra le mura della moschea. Ci incontriamo all’ingresso, a pochi passi dalla stazione. Con lei c’è Maria, anche lei convertita all’Islam e membro di Nisa. Quando entro in moschea è l’ora della preghiera del pomeriggio, vedo alcuni uomini prendere un tappeto e andare verso la loro sala di preghiera, più ampia di quella delle donne. Le ragazze mi chiedono di togliere le scarpe e mi danno un velo da indossare, poi mi portano al piano di sopra, dove ci sono le sale di preghiera per le donne: alcune pregano, due ragazze chiacchierano tra loro a bassa voce.  Francesca ha ventiquattro anni e studia francese e arabo alla facoltà di mediazione linguistica dell’Orientale. Abita a Mergellina con sua madre e proviene da una famiglia di cristiani non praticanti. Al liceo ha vissuto vicino Parigi per sette mesi, per imparare il francese, e ci è tornata dopo tre anni per studiare francese e arabo. Mi racconta che nella sua classe in Francia c’erano ragazze di tante nazionalità diverse, originarie del Congo, della Martinica, del Marocco e della Tunisia, e molte di loro erano musulmane. «C’era una ragazza turca, lei era musulmana – dice Francesca –. Mi piaceva il modo in cui si approcciava alla religione, perché dava sempre una risposta sensata e razionale alle mie curiosità. Quando le chiedevo dell’Islam non credevo che mi sarei convertita, ero solo curiosa. Prima di convertirmi ero atea e per me era strano che ci fossero persone della mia età che credevano davvero in un dio. Mi domandavo perché loro credessero in qualcosa, come facessero a credere. Frequentando delle ragazze musulmane, diventai curiosa di alcuni aspetti dell’Islam sui quali prima avevo dei pregiudizi. Spesso domandavo alla ragazza turca perché c’era bisogno di mettere il velo, oppure perché si doveva mangiare la carne halal. Lei mi regalò un libro sul rapporto tra la scienza e il Corano, scritto da alcuni professori musulmani convertiti e da non musulmani. Dopo aver letto il libro iniziai a fare ricerche per comprendere ancora meglio l’Islam. Qualcosa si era insinuato dentro di me. Ad agosto dell’anno dopo, tornata in Italia, mi sono convertita. Direi che in Francia è nata la curiosità per l’Islam, ma quando sono tornata in Italia ho cercato di capire se l’Islam facesse per me, se fosse vicino alle mie idee, a prescindere dai condizionamenti delle persone che frequentavo».  La conversione di Francesca è stata molto graduale, senza cambiamenti bruschi né rigide auto-imposizioni. Nel suo racconto non compare un momento preciso, improvviso, in cui avviene la conversione. Addirittura, racconta di non aver vissuto un’esperienza spirituale quando si è convertita, ma si è trattato piuttosto di un processo razionale, dai confini sfumati e non definibili. Infatti, convertitasi a diciotto anni, per i primi due anni ha praticato la religione diversamente da come lo fa adesso, perché sentiva il bisogno di comprendere i precetti dell’Islam e di integrarli gradualmente nel suo stile di vita. «Prima di convertirmi – continua Francesca – avevo pensato a come sarebbe cambiata la mia quotidianità, ma all’inizio a me bastava credere, mi bastava la fede. Diventai vegetariana per non mangiare carne, ma non andavo a comprare carne halal. Iniziai a vestirmi in modo più modesto, a volte mettevo il burkini, ma non portavo ancora il velo. Smisi anche di bere e fumare: ero contenta di avere finalmente un motivo per smettere; prima i miei amici lo facevano e di conseguenza lo facevo anch’io. Non pregavo cinque volte al giorno, all’inizio magari pregavo due volte al giorno o non lo facevo affatto. Al primo Ramadan ruppi il digiuno con del maiale, ma da quel giorno ho smesso di mangiarlo. Non mi sono mai detta di non poter fare qualcosa perché la religione me lo imponeva, volevo cambiare gradualmente, secondo i ritmi che funzionavano per me».  La conversione di Francesca è stata comunque un’esperienza solitaria, dato che inizialmente non conosceva persone musulmane e non sapeva che a Napoli ci fossero moschee, macellerie halal e punti di ritrovo. «A volte mi chiedevo se fossi pazza – prosegue –. Mi domandavo se la conversione avesse avuto senso, sentivo una sorta di scissione dentro di me. Avevo fatto una scelta, ma era come se nessuno fosse come me ed era molto strano. Sentivo quasi di avere una doppia personalità, anche perché in Francia avevo detto ad alcune persone di essermi convertita, mentre in Italia, oltre alla mia famiglia e alle mie amiche più strette, non lo avevo detto a nessuno. Per chi sapeva della conversione esisteva una persona, la Francesca musulmana, per chi non lo sapeva ne esisteva un’altra, la Francesca di sempre, che era stata atea fino a due anni prima. Avevo paura del giudizio delle persone e quindi a volte indossavo il velo, altre lo toglievo. Oggi finalmente ho risolto questa scissione. Quando sei una ragazza con il velo, e in generale quando sei percepito come diverso rispetto a ciò che è considerato la norma, hai sempre la sensazione di dover giustificare la tua esistenza, ma oggi non sento più la necessità di dovermi adattare alle diverse situazioni in cui mi trovo, indosso sempre il velo e non nascondo più alle persone che sono musulmana».  Le domando com’è cambiato il rapporto con le persone intorno a lei, con la famiglia e con gli amici, dopo la conversione. «All’inizio, ogni volta che uscivo con il velo diventava un incubo, perché mia madre mi diceva di toglierlo per evitare che la gente mi fissasse. Ma il fatto che fossi musulmana ai miei non è mai interessato troppo, e non lo capivano nemmeno. Per tanto tempo mia madre ha pensato che avessi preso questa scelta perché soffrivo per la loro separazione, come se fosse una risposta a un dolore che provavo, ma per me non è mai stato così. Per lei il velo è stata la cosa più difficile da accettare. Mio padre invece era curioso, mi faceva delle domande, non si è mai opposto. Mia sorella maggiore è felice di poter conoscere l’Islam in un modo diverso, non stigmatizzato, attraverso la mia esperienza. Quest’anno ha persino fatto il Ramadan».  Il rapporto con le sue amiche non è cambiato dopo la conversione, Francesca racconta di essersi sentita sostenuta nella sua scelta e che non si sono allontanate solo perché avevano abitudini diverse. Se escono per andare a bere non ci va, ma in altri contesti si trova bene insieme a loro. Inoltre, dopo la conversione ha conosciuto molte ragazze musulmane. «Dopo il Covid sono andata a studiare in Francia. Quando sono tornata a Napoli, ho iniziato a frequentare la moschea, ho conosciuto le ragazze e insieme abbiamo creato Nisa. Ho scoperto la moschea il giorno dell’Eid Al-Fitr, venni qui a piazza Garibaldi per pregare e la madre di una mia amica, che aveva capito che fossi convertita, mi ha presentato le ragazze e da lì ho iniziato a frequentarla. Ho visitato anche altre moschee nei dintorni, ma non mi piacciono gli spazi per le donne». Maria ha ventidue anni, vive a Cardito e studia mediazione linguistica all’Orientale. Il suo processo di conversione è iniziato al liceo grazie a un’amica musulmana, originaria del Pakistan, con cui ha vissuto a Milano. «La sua religione – racconta – mi incuriosiva, spesso le facevo domande e facevo ricerche da sola. Fu lei a regalarmi la piccola biografia del profeta e, leggendo, mi colpì il comportamento esemplare di Maometto. Il mio processo di conversione è stato facile e sereno. Pronunciai la shahada di fronte a lei, poi i suoi genitori, che vivevano a Napoli, volevano che mi convertissi ufficialmente e mi accompagnarono alla moschea qui a via Spaventa. Da quel momento ho iniziato a frequentarla. Anche per me la conversione è stata in gran parte razionale. Tutto ciò che avevo letto e su cui mi ero informata aveva senso. Mi piacevano le regole di comportamento del Corano e l’idea che alcuni precetti delle scritture siano confermati dalla scienza. Per esempio, ai musulmani è consigliato bere da seduti e anche la scienza dice che è meglio per lo stomaco. Una persona che non crede non può sentire la spiritualità, le interessano i fatti concreti; la spiritualità e la sensazione di potersi affidare completamente a dio vengono dopo. Nell’Islam la fiducia totale in dio si chiama Tawhid. Devi fare sempre del tuo meglio, ti affidi a dio, che vede il tuo impegno e ti ricompensa. Io ora sento di credere totalmente in dio e farlo mi permette di essere più serena, mi fa sentire protetta. So che dio mi vede». Quando le domando come la conversione ha influito sul rapporto con la sua famiglia, Maria mi dice che è figlia unica e che i genitori, che sono separati, hanno reagito in modo molto diverso. Sua madre crede che lei sia stata condizionata dalla sua vecchia amica del liceo e che la conversione sia stato un modo per affrontare il dolore della separazione dei genitori, ma per Maria non è così. «Mio padre lavora a contatto con gli studenti in Erasmus – continua –, la maggior parte originari di paesi musulmani come la Siria o il Pakistan, quindi lui ha sostenuto la mia scelta. Mi fa i complimenti sul velo, ha assaggiato la carne halal e ha persino imparato qualche parola in arabo. Mia madre, che è cristiana e frequenta la Chiesa, non ha mai accettato la conversione e il suo rifiuto ha reso il nostro rapporto più difficile di quanto non fosse già. Prima della conversione mi chiedeva perché non indossassi le gonne e non mi truccassi in un certo modo; il velo non le piace e non ne comprende il senso. Mia madre è profondamente influenzata da ciò che dicono in televisione, dagli stereotipi, da tutto ciò che ascolta. È una persona chiusa nella piccola realtà del suo paesino, circondata da persone che le assomigliano».  Gli altri membri della sua famiglia hanno chiuso i rapporti con lei dopo la conversione. «Cercano sempre di non lasciarmi da sola con i miei cugini, perché pensano che io sia un’influenza negativa. Mia zia ha preso in affidamento una bambina, la cui madre biologica è musulmana, e non vuole che io le metta in testa idee strane, come dicono loro. Non mi è mai interessato del giudizio delle persone, io ero convinta della mia scelta e mi andava bene anche restare da sola».  Dopo la conversione la sua vita e le sue abitudini non sono cambiate. «Non mi è mai piaciuto bere né fumare e già prima di convertirmi ero vegana, mentre adesso mangio la carne halal, perché credo che il modo in cui l’Islam tratta gli animali sia più etico e rispettoso».  Francesca e Maria condividono un’interpretazione personale del velo, non soltanto legata alla religione. Sara Hejazi, antropologa italo-iraniana, parla dell’hijab come di un simbolo che rappresenta la volontà di consacrare la propria vita a dio e che per questo è una libera scelta della donna. La tendenza occidentale di concepire il velo come strumento ideologico e di sottomissione femminile, unita a una lettura letterale del Corano, minano il significato profondo dell’hijab. Il velo che si vede oggi, secondo Hejazi, “non ha nulla a che vedere con la tradizione, ma è portatore di nuovi significati, legati al risentimento culturale, alla rivalsa, alla ricerca spirituale di modelli alternativi. [Le musulmane delle nuove generazioni] lo indossano per esprimere se stesse attraverso il corpo”.   Per Maria il velo significa innanzitutto appartenere a una comunità: “Mi sono sempre vestita in modo abbastanza modesto e mi piaceva indossare il velo anche prima di convertirmi, ma solo con il tempo ne ho compreso il significato. Per me il velo è un simbolo: ovunque io vada le persone attorno a me sanno che sono musulmana e questa appartenenza alla comunità islamica è una responsabilità di cui vado fiera”.  Francesca sottolinea la scelta che si trova alla base del velo: “Il canone eurocentrico viene sempre imposto su chiunque nel mondo e si tende a credere che chi devia rispetto a quel canone sbagli. Credo che questo porti allo shock per il velo, che ci tengo a ribadire essere una scelta. Per me il velo è uno strumento di liberazione, non un sintomo di oppressione. Il velo mi permette di non essere giudicata dalle persone che ho intorno solo per il mio corpo e di non diventare ossessionata dal mio aspetto. Ci sono tante frange del movimento femminista. Per me indossare il velo significa mostrare agli altri la mia personalità, non soltanto il mio aspetto, e questo è il mio modo di essere femminista. Credo che il mio valore risieda dentro di me, non nel mio aspetto fisico, e secondo me indossare il velo lo dimostra. Non significa darla vinta agli uomini che ci vogliono coperte, al contrario, per me un uomo è più interessato a vederci scoperte”. Francesca ha cominciato a indossare il velo solo due anni dopo la conversione. “Se lo avessi fatto subito sarebbe stato più difficile. A un certo punto desideravo metterlo, perché ne avevo compreso il significato e gli avevo dato una mia personale interpretazione. Mi piace pensare che, da quando indosso il velo, la gente possa vedermi solo per ciò che sono dentro. Oggi ci sono giorni in cui è più difficile indossarlo, magari a volte fa caldo e mi dà fastidio avere tanti vestiti addosso, ma è più qualcosa di psicologico, perché il velo aiuta a ripararsi dal caldo”. Maria e Francesca frequentano la moschea quotidianamente. Per loro non è solo un luogo di preghiera, vanno lì per riposarsi dopo l’università, per fare le riunioni del gruppo o soltanto per stare insieme, è il loro punto di ritrovo. Maria mi racconta che è affezionata all’imam e che lavora come sua segretaria: “Io vengo in moschea tutti i giorni, per pregare, per incontrare le ragazze, per rilassarmi. Il sabato e la domenica insegno un po’ di arabo ai bambini, prendo i pagamenti, distribuisco i libri. Sono affezionata alla moschea, è come se facessi parte di una grande famiglia”.  Francesca mi racconta che durante il Ramadan hanno l’abitudine di fare l’iftar, il pasto serale con cui si rompe il digiuno, in moschea tutte insieme, mentre i ragazzi non hanno mai avuto questo genere di iniziative, e questo è uno dei motivi per cui è nato il gruppo Nisa. Mi spiegano che prima di fondare il gruppo alla moschea c’era il GMI, che poi è stato chiuso. Volevano che ci fosse un’associazione di questo tipo, perché a Napoli non ce n’era nessuna e ancora oggi ce ne sono poche. “Noi uscivamo spesso insieme – dice Francesca –, ma c’erano tante ragazze della nostra età che vedevamo in moschea e pensavamo che potesse essere bello creare un gruppo e organizzare delle attività insieme. Il GMI era un gruppo misto, noi abbiamo voluto creare un gruppo femminile, perché all’interno della moschea i ragazzi sono pochi e non sono attivi. Ci sono molti ragazzi dell’Orientale che si stanno convertendo e questo è interessante, ma non sono ancora attivi a livello locale”. A Maria non piaceva che all’interno del GMI ci fossero sia uomini che donne, perché hanno un modo molto diverso di vivere la moschea e la religione. “Io sono molto severa nei confronti degli uomini musulmani, perché non rappresentano l’Islam correttamente. Per farti un esempio, secondo le Scritture gli uomini devono abbassare lo sguardo quando passano di fronte a una donna, ma non lo fanno mai e spesso diventano molesti. Inoltre anche loro dovrebbero seguire le regole della modestia, coprendosi fino all’ombelico e alle ginocchia, ma non le rispettano. Credo che senza uomini siamo più tranquille”. Verso la fine del nostro incontro, le ragazze mi raccontano delle vicende accadute da quando frequentano la moschea, legate al modo in cui i social media e i programmi televisivi raccontano l’Islam. In alcuni talk show i presentatori invitano persone musulmane che vivono in Italia, ma che non parlano bene la lingua, per farli confrontare con politici e giornalisti islamofobi e loro non hanno gli strumenti adeguati per difendersi, o per spiegare cos’è davvero l’Islam, e perché è diverso dal modo in cui viene rappresentato dai media e dai politici occidentali. Maria mi racconta di essere finita senza il suo consenso su un programma di Rete 4, in un reportage intitolato “Pericolo Islam: nelle moschee che predicano il martirio”. “Dopo l’università vengo sempre qui in moschea per la preghiera del pomeriggio e di solito non c’è nessuno – racconta –. Quel giorno ero da sola e stavo per pregare, quando una signora con il velo entrò nella stanza. Io pensai che fosse una convertita, perché indossava male il velo, e che dovesse parlare con l’imam. Lei invece mi chiese cosa ne pensassi della jihad. È una domanda molto strana, perché il concetto di jihad negli anni è stato mal interpretato e reso controverso. Io le spiegai che la religione non c’entra nulla con chi si fa saltare in aria. Lei mi stava registrando, aveva nascosto un microfono e una telecamera. Io e l’imam siamo andati in onda senza il nostro consenso, ma lei ha tagliato la parte in cui dicevo che chi si suicida e uccide gli altri non fa parte dell’Islam, così dall’editing sembra che io difenda chi lo fa”. La stessa giornalista è andata in diverse moschee e ha intervistato degli imam che non sanno parlare bene l’italiano, che quindi rispondevano alle sue domande in arabo e in inglese, e ciò che dicono non corrisponde a quello che c’è scritto nei sottotitoli in italiano. Francesca mi spiega che jihad significa sforzo. Ci sono vari tipi di jihad, ma lo sforzo più grande che si può fare è la Jihad Al-Nafs, che è la lotta spirituale e interiore contro il proprio ego, per dominare i desideri negativi. “La jihad non c’entra nulla con la guerra santa, che è un concetto cristiano. L’Islam infatti proibisce il suicidio e la violenza in generale contro le persone, gli animali e l’ambiente”.  Francesca mi dice che i precetti dell’Islam che la rispecchiano sono quelli che riflettono i valori di uguaglianza, di rispetto per la terra e per la diversità delle persone, “mentre il mio momento preferito della preghiera è il sujud, quando si poggia la testa per terra. È una delle poche posizioni del corpo in cui il cuore si trova sopra la testa e si ha un flusso di sangue ossigenato che arriva al cervello e che ti fa sentire bene fisicamente”. Maria mi spiega che è il momento in cui il fedele è più vicino ad Allah, perché volontariamente ci si mette in posizione di massima prostrazione e umiltà e quindi è considerato il gesto più sacro della salat (la preghiera).  Poco prima che vada via, Maria mi chiede se voglio provare a leggere il Corano. Nella sala ne hanno varie copie. Me ne mostra una e mi indica cosa leggere, spiegandomi che per ogni sura ci sono regole diverse. “Io ho studiato arabo in moschea per due anni e l’anno scorso mi sono iscritta all’Orientale – mi spiega –. Mi piace molto leggere il Corano, perché devo essere concentrata per seguire le regole di lettura e recitazione. Lo sto studiando da un po’ di tempo e ho memorizzato diverse sura”. Francesca invece ha seguito in moschea un corso per imparare a leggere il Corano, ma non le piace l’arabo perché all’università glielo hanno insegnato male. Mi dice che sa leggerlo piano, ma che non capisce ciò che legge. “Mi piacerebbe poter leggere e capire subito, soprattutto perché durante la preghiera recitiamo il Corano e comprendere la preghiera è molto emozionante. Durante il Ramadan facciamo la preghiera notturna e a volte si sente l’imam che piange e che si emoziona. mi piacerebbe poter parlare con le persone in arabo, ma non so se avrò mai la voglia di studiare arabo di nuovo”.  Quando chiedo alle ragazze come si vedono nel futuro, quali sono le loro aspirazioni e quanto la religione influenza l’idea di donna che vogliono incarnare, entrambe mi parlano del desiderio, che si trasforma quasi in un bisogno, di avere un impatto sulle persone e di trasmettere loro un’idea diversa, positiva, dell’Islam. Maria sente il peso di non poter sbagliare solo perché musulmana. “La società non mi perdona ciò che perdona alle persone che non lo sono, quindi ho un senso di responsabilità, so che devo essere esemplare e voglio mostrare che l’Islam non è quello di cui tutti parlano”. Maria mi spiega che prima della conversione le sue ambizioni erano laurearsi e studiare. “Adesso è diverso, sento una responsabilità di mostrare agli altri che le donne con il velo possono fare tutto ciò che vogliono, che non siamo diverse dalle altre. Qui c’è bisogno di portare questo esempio, questa novità nel modo di concepire l’Islam. Voglio essere un esempio soprattutto per le donne, voglio che siano ambiziose e indipendenti, a prescindere dal velo e dalla religione”. (emma de simone)
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Corsi e ricorsi sismici nell’area flegrea sotto attacco
Fotogalleria di Paolo Modugno È un angosciante deja-vu questa nuova, gravissima crisi bradisismica in area flegrea. Questa volta a farne le spese sono case e persone del comune di Pozzuoli, già colpite allo stesso modo nel maggio 2024, dieci mesi prima dalla terza forte scossa di questo biennio, nel marzo 2025, che invece ebbe le conseguenze più gravi sul quartiere napoletano di Bagnoli. È un deja-vu perché sembra ogni volta di tornare al punto di partenza. In primo luogo, per l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza per i più fragili, anziani e bambini su tutti. Poi, per l’accompagnamento alle persone sfollate, a cui viene ancora una volta proposto quel “contributo autonomo di sistemazione” che ha come principale vantaggio quello di deresponsabilizzare le istituzioni, assegnando cifre del tutto insufficienti a chi ha un appartamento inagibile e ne cerca uno temporaneo, ignorando del tutto l’andamento del mercato immobiliare (e le speculazioni dei proprietari dell’intera area metropolitana, sempre pronti a capitalizzare sulle disgrazie altrui). Infine, la programmazione e l’adeguamento sismico del territorio, su cui sono stati fatti dei timidi passi in avanti in questi anni, che collidono però con l’atteggiamento di gran parte delle istituzioni nazionali, sempre pronte a colpevolizzare chi in questo territorio è nato e vuole abitarci (qui il ministro Musumeci) e persino chi manifesta per rivendicare i propri diritti (i senatori di Fratelli d’Italia, Rastrelli e Cosenza). La situazione, a oggi, è critica. Dopo una settimana di sopralluoghi i vigili del fuoco hanno effettuato circa 1200 interventi, a fronte degli oltre 1400 richiesti. Gli edifici sgomberati sono al momento 198, per un totale di 880 abitazioni e con una proiezione di persone sfollate che potrebbe raggiungere le quattromila unità. Numeri che non si possono gestire delegando alla popolazione la ricerca di una sistemazione temporanea, ma che necessitano un piano organico di individuazione e intervento pubblico sulle case sfitte, sulle strutture ricettive, e di misure che regolino gli indiscriminati aumenti degli affitti.   Non ci sono però solo quelle famiglie, in assoluta e sottostimata emergenza, che la casa l’hanno persa con la scossa di fine luglio. Ci sono persone, a Pozzuoli e Bagnoli, che hanno avuto danni in passato e potrebbero averne con la prossima crisi: in questo senso il bradisismo è un fenomeno con cui si può certamente convivere, ma a patto di farsi trovare preparati, di abitare in case adeguate a una “emergenza” che nessuno è in grado di dire se e quando potrebbe finire. Gli strumenti tecnici ci sono, servono i soldi. E infatti, per non tirarli fuori, la presentazione delle domande per accedere ai fondi governativi per la ristrutturazione è stata finora regolata da termini temporali molto stretti, e da parametri estremamente rigidi, che escludono famiglie che hanno visto la propria casa distrutta, motivando quest’esclusione non solo in ragione di abusi consistenti, ma anche di piccole irregolarità e incongruenze catastali. L’Assemblea popolare di Bagnoli, con la rete di cittadini e comitati che si sta riunendo a Pozzuoli in questi giorni, definisce giustamente il riassetto del territorio una questione di pubblica sicurezza, da sostenere con piani a lungo termine, il finanziamento di azioni lungimiranti, slegate dalle continue crisi. Partendo da qui, la popolazione flegrea è tornata ad agitarsi. Prima con l’occupazione del porto di Pozzuoli, che ha comportato la presenza di una delegazione del movimento all’incontro di mercoledì con il presidente della Regione, il prefetto Di Bari e il ministro Piantedosi; il giorno dopo, con un lungo corteo terminato al rione Artiaco, una delle zone più colpite dalla scossa, proprio lì dove da ben due anni si promette l’apertura di un hub di accoglienza; e infine venerdì, con il passaggio simbolico della manifestazione al Rione Terra, da mesi nelle mire dei team dell’America’s Cup, che vorrebbero trasformarlo in un suggestivo villaggio per gli atleti. Le manifestazioni sono state partecipate, a dispetto del caldo terribile e della comprensibile stanchezza. Le persone hanno sfilato tra le macerie, arrabbiate e non rassegnate. La composizione è stata eterogenea. Dal canto loro, gli attivisti più esperti cercano di tenere insieme le istanze e le esigenze differenti. C’è chi ha una casa agibile, ma è stato sgomberato perché il palazzo accanto al proprio è pericolante da anni, e nessuno interviene dal momento che i proprietari non riescono ad accedere al contributo per la ristrutturazione; c’è chi ha difficoltà ad accedere al Cas perché la sua casa è considerata agibile, ma non può entrarci perché le scale del palazzo non lo sono; c’è chi ha un lavoro notturno e rischia di perderlo perché non ha un mezzo proprio, e non può rientrare prima che faccia mattina all’abitazione di emergenza che sta affittando, a venti chilometri di distanza dal luogo di lavoro; e soprattutto c’è chi passa intere giornate per strada, perché ha paura o perché semplicemente non ha un posto dove andare. In questo senso, la crisi bagnolese del 2025 ha insegnato che le tattiche di logoramento e frammentazione attuate dalle istituzioni per allentare la pressione pubblica, prima o poi raccolgono risultati. L’Assemblea popolare è riuscita a tenere in piazza per tanto tempo le persone, ha organizzato incontri settimanali, mappature collettive degli edifici, ha supportato le persone del quartiere con la burocrazia, ma la mobilitazione ha perso forza quando i destini di tanti abitanti hanno dovuto fare i conti con l’allontanamento forzato, le schizofreniche risposte istituzionali, la giungla burocratica per l’accesso ai fondi, nella quale è consigliabile muoversi con l’aiuto di figure tecniche (lautamente pagate) piuttosto che di generosi e determinati attivisti. Oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è però un altro problema, che potrebbe essere al contempo un’opportunità. Il mercato immobiliare flegreo è andato fuori controllo a causa della Coppa America. Esistono appartamenti di sessanta metri quadri a Bagnoli e Pozzuoli che oggi si affittano anche a duemila euro, case lasciate appositamente vuote nell’attesa di un mercato che verrà, temporaneo ma ultra-redditizio; e poi annunci di agenzie immobiliari che non propongono case in affitto, ma che cercano appartamenti vuoti da gestire “esclusivamente per personale team e visitatori Coppa America”. L’emergenza casa che si sta vivendo in zona flegrea può contribuire a mantenere alte rabbia e partecipazione, ed evidenziare come anche il bradisismo, così come la speculazione legata alla competizione velistica, non siano problemi locali ma di tutta la città. Questa rabbia può essere un propulsore per le battaglie contingenti, e a spingerle potrà essere anche la rivendicazione dei risultati che si sono ottenuti in questi due anni, a cominciare dall’aumento, su cui si è esposto pubblicamente il ministro Piantedosi, del fondo statale per l’adeguamento sismico dal cinquanta al settanta per cento. Sarà necessario però anche un rilancio della battaglia contro l’estromissione dal territorio del tessuto socio-abitativo originario, ora che gli interventi di rigenerazione urbana a Bagnoli, con i loro limiti e storture indicibili, sembrano avviati, dopo trent’anni di ruberie e continui dietrofront. Chi ha poco reddito o capacità di spesa – ora che non c’è più acciaio da fondere né tumori da sorbirsi – non è più benvenuto in questi luoghi e tutto, dal bradisismo alla Coppa America, sarà funzionale alla sua espulsione. Bisogna dirlo in ogni sede possibile, organizzarsi e resistere. Senza nel frattempo lasciare indietro nessuno. (riccardo rosa)
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Privati dell’acqua. A Napoli la giunta Manfredi trasforma l’azienda idrica in società per azioni
(disegno di vinylico) “C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere soddisfatti e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e sostanzialmente a una logica di mercato. I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile, anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”. (Stefano Rodotà) La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua. Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una logica di democrazia partecipativa. L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011. Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote, azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai privati. Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale, aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo), perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione, l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul punto anche Gaetano Azzariti). La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde, questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere (basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali, come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano. Una volta chiarito questo, cade la maschera. La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare, sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo, sull’apertura futura al capitale privato. Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città. La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione. Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica (anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato. La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i movimenti territoriali si stanno opponendo. La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote, del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta coerente con il referendum del 2011. A questo punto gli scenari sono tre. Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24 luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce. Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata, assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e della Regione. Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori, contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande adduzione. È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance, investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico, servizio, lavoratori e comunità.  Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti, i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela tuozzo)
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L’elettrificazione del porto di Napoli rischia di diventare un affare per pochi e una beffa per gli abitanti
(disegno di otarebill) Dal mare, Napoli è una cicatrice di cemento e acciaio dove l’acqua incontra le case. Sotto quel taglio di costa, la banchina respira come un ventre meccanico. Celebrato per decenni come motore economico della città, approdo dorato del turismo crocieristico, lo scalo presenta un conto salatissimo a chi abita a ridosso delle banchine – Porta di Massa, il Carmine, le Case Nuove. È il conto dell’aria satura di gasolio marino, bruciato giorno e notte dai motori ausiliari delle navi in sosta. Oggi si parla di svolta ecologica, di porti “green”, di investimenti milionari legati al Pnrr. Ma dietro i tecnicismi ingegneristici del cold ironing – l’elettrificazione delle banchine, che permette alle navi ormeggiate di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica – si gioca una partita più profonda, che riguarda la giustizia ambientale e la gestione di una risorsa essenziale come l’energia. LA CONTABILITÀ DEL DANNO Mentre l’Autorità di Sistema Portuale (AdSP) del Mar Tirreno Centrale procede con l’appalto integrato per spegnere i motori delle navi ormeggiate, con una scadenza già prorogata al 31 dicembre 2027, i dati sanitari restituiscono un quadro drammatico. Da anni i medici dell’Isde Campania (Medici per l’Ambiente), denunciano una correlazione diretta tra le emissioni di porto e aeroporto e l’impennata di patologie tumorali e respiratorie nei quartieri limitrofi. Il registro tumori dell’Asl Napoli 1, diffuso a inizio luglio 2026, colloca proprio i quartieri più vicini al porto e allo scalo di Capodichino ai vertici nazionali per incidenza di cancro al polmone e mesotelioma. Napoli, secondo i dati del Progetto Aria Isde su base Arpac, supera persino Milano per biossido di azoto, con un tasso di mortalità evitabile superiore di un terzo. Nel 2025 la città ha accumulato 203 giorni di sforamento dei limiti di legge per gli inquinanti atmosferici. Sulle cause, il conflitto resta aperto: l’Isde attribuisce alle attività portuali un peso determinante del biossido di azoto non riconducibile al traffico privato, mentre l’Autorità Portuale, richiamando gli stessi dati Arpac, sostiene che tale tipo di inquinamento resti “prevalentemente dominato dal traffico veicolare”.  L’Isde denuncia i picchi pericolosi per la salute che in alcuni punti del porto hanno raggiunto valori di centoventi, centocinquanta e addirittura quattrocento microgrammi per metro cubo, ben oltre il limite di legge di quaranta, mentre l’AdSP si concentra sulla media annuale che rispetta i limiti: 36,6 µg/m³. Al di là della disputa sulle cifre, un dato è incontrovertibile: i quartieri più esposti pagano il prezzo più alto. Il porto, del resto, non agisce da solo. Nella stessa lettura epidemiologica che il dottor Marfella propone da anni, l’altra metà del danno arriva da Capodichino: più di tredici milioni di passeggeri nel 2025, sesto scalo italiano per traffico, incastonato in pieno centro storico come nessun altro grande aeroporto europeo potrebbe più essere. A gestirlo è Gesac, controllata all’83% dal fondo infrastrutturale F2i — di cui è socia, con l’11,8%, la stessa Città Metropolitana di Napoli, obbligata formalmente a tutelare la salute dei cittadini. Porto e aeroporto condividono così, oltre al fumo, un identico intreccio: enti pubblici azionisti o concedenti di infrastrutture private il cui interesse economico immediato è crescere in termini di traffico, non ridurre le emissioni. LA SFIDA TECNOLOGICA La risposta istituzionale si concentra sulla elettrificazione del Molo Angioino, dove attraccano i colossi delle crociere: un’infrastruttura da 45 megawatt, capace di alimentare fino a tre grandi navi contemporaneamente, con 26,8 milioni di euro dal Fondo Complementare del Pnrr (a cui si aggiungono 19,8 milioni per il Molo Manfredi di Salerno). La cabina primaria che alimenterà l’impianto sorge nell’ex edificio Solla, in collaborazione con E-Distribuzione. La sfida ingegneristica non è banale. C’è poi il nodo dell’approvvigionamento: una nave da crociera media, in sosta dieci ore, consuma l’equivalente del fabbisogno di un piccolo comune. Per non mettere in ginocchio la rete cittadina, l’infrastruttura richiederà sistemi di accumulo a batterie (Bess) e, soprattutto, una massiccia micro-generazione fotovoltaica in loco, sfruttando le enormi superfici dei tetti di magazzini e terminal. Fino a ieri, l’uso del cold ironing dipendeva dalla convenienza economica degli armatori: se il petrolio costava poco, bruciare gasolio a bordo restava più conveniente che comprare elettricità da terra. Le nuove regole europee — il modello di Emission Trading System esteso al trasporto marittimo dal 2024, il regolamento FuelEU Maritime dal 2025 — dovrebbero mitigare i conti, penalizzando il gasolio e avvicinando il momento in cui l’allaccio a terra diventerà obbligatorio, entro il 2030. È qui che si sposta la vera partita politica: la gestione dell’energia solare che verrà prodotta sulle superfici demaniali del porto. Uno studio dell’Università Federico II ha esaminato la fattibilità di trasformare lo scalo in una Comunità Energetica Rinnovabile, individuando oltre centomila metri quadrati di superficie utile al fotovoltaico e tassi di autoconsumo potenziali fino al novanta per cento. L’energia c’è, la tecnologia pure. Manca, per ora, qualunque garanzia su chi ne beneficerà. Il meccanismo previsto dalla legge (dlgs 199/2021) costituisce le comunità energetiche intorno a un perimetro elettrico rigido: quello sotteso a un’unica cabina primaria. Vi entra chi possiede un Pod — il punto di consegna dell’energia — collegato a quella cabina: terminalisti, concessionari, compagnie di navigazione. Non ci entrano, semplicemente perché elettricamente fuori perimetro, gli abitanti di Case Nuove o del Carmine, che pure di quelle stesse banchine respirano da sempre le conseguenze. Il rischio è un cortocircuito quasi perfetto: si costruisce un impianto rinnovabile nel nome della transizione energetica del porto, ma il beneficio economico – bolletta abbattuta, incentivo statale sull’energia condivisa – resta confinato dentro un club di operatori privati pronti a tagliare i propri costi industriali, mentre il danno sanitario continua a distribuirsi su tutta la fascia costiera. L’odore che si respira nei corridoi decisionali è quello già noto della privatizzazione dei benefici economici e della socializzazione dei danni ambientali. Nulla, tuttavia, impedirebbe all’Autorità Portuale di scrivere in statuto un vincolo diverso: una quota obbligatoria dell’incentivo pubblico sull’energia condivisa destinata non ai soci portuali ma a un fondo di compensazione per i residenti dei quartieri a più alta esposizione – bonus energia contro la povertà energetica, screening sanitari gratuiti, centraline fisse di monitoraggio e piattaforme di trasparenza ambientale sugli impatti. Un vincolo di questo tipo troverebbe già una cornice pronta nel Piano di azione per l’energia sostenibile e il clima del comune di Napoli, più volte evocato dagli stessi tecnici comunali come sede naturale per una transizione energetica condivisa tra porto e città: oggi resta un auspicio scritto nei verbali, non un obbligo. Si potrebbe chiamare Cers, Comunità energetica rinnovabile e solidale, e non semplicemente Cer. La differenza non è lessicale, è tutta nella domanda a cui nessuno, finora, ha davvero risposto: il sole che batte sui moli del porto è un bene comune o una proprietà esclusiva della logistica e del turismo d’alto bordo? Se la futura comunità energetica non integrerà un meccanismo vincolante di redistribuzione, l’elettrificazione del porto sarà l’ennesima operazione di greenwashing miliardario. I privati risparmiano con soldi pubblici, le navi si ripuliscono la coscienza e gli abitanti, dietro le grate della zona doganale, continuano a pagare con la vita l’accumulo del danno, a ridosso della cicatrice. (edoardo m. benassai)
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