Fotogalleria di Paolo Modugno
È un angosciante deja-vu questa nuova, gravissima crisi bradisismica in area
flegrea. Questa volta a farne le spese sono case e persone del comune di
Pozzuoli, già colpite allo stesso modo nel maggio 2024, dieci mesi prima dalla
terza forte scossa di questo biennio, nel marzo 2025, che invece ebbe le
conseguenze più gravi sul quartiere napoletano di Bagnoli.
È un deja-vu perché sembra ogni volta di tornare al punto di partenza. In primo
luogo, per l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza per i più fragili, anziani
e bambini su tutti. Poi, per l’accompagnamento alle persone sfollate, a cui
viene ancora una volta proposto quel “contributo autonomo di sistemazione” che
ha come principale vantaggio quello di deresponsabilizzare le istituzioni,
assegnando cifre del tutto insufficienti a chi ha un appartamento inagibile e ne
cerca uno temporaneo, ignorando del tutto l’andamento del mercato immobiliare (e
le speculazioni dei proprietari dell’intera area metropolitana, sempre pronti a
capitalizzare sulle disgrazie altrui). Infine, la programmazione e l’adeguamento
sismico del territorio, su cui sono stati fatti dei timidi passi in avanti in
questi anni, che collidono però con l’atteggiamento di gran parte delle
istituzioni nazionali, sempre pronte a colpevolizzare chi in questo territorio è
nato e vuole abitarci (qui il ministro Musumeci) e persino chi manifesta per
rivendicare i propri diritti (i senatori di Fratelli d’Italia, Rastrelli e
Cosenza).
La situazione, a oggi, è critica. Dopo una settimana di sopralluoghi i vigili
del fuoco hanno effettuato circa 1200 interventi, a fronte degli oltre 1400
richiesti. Gli edifici sgomberati sono al momento 198, per un totale di 880
abitazioni e con una proiezione di persone sfollate che potrebbe raggiungere le
quattromila unità. Numeri che non si possono gestire delegando alla popolazione
la ricerca di una sistemazione temporanea, ma che necessitano un piano organico
di individuazione e intervento pubblico sulle case sfitte, sulle strutture
ricettive, e di misure che regolino gli indiscriminati aumenti degli affitti.
Non ci sono però solo quelle famiglie, in assoluta e sottostimata emergenza, che
la casa l’hanno persa con la scossa di fine luglio. Ci sono persone, a Pozzuoli
e Bagnoli, che hanno avuto danni in passato e potrebbero averne con la prossima
crisi: in questo senso il bradisismo è un fenomeno con cui si può certamente
convivere, ma a patto di farsi trovare preparati, di abitare in case adeguate a
una “emergenza” che nessuno è in grado di dire se e quando potrebbe finire. Gli
strumenti tecnici ci sono, servono i soldi.
E infatti, per non tirarli fuori, la presentazione delle domande per accedere ai
fondi governativi per la ristrutturazione è stata finora regolata da termini
temporali molto stretti, e da parametri estremamente rigidi, che escludono
famiglie che hanno visto la propria casa distrutta, motivando quest’esclusione
non solo in ragione di abusi consistenti, ma anche di piccole irregolarità e
incongruenze catastali. L’Assemblea popolare di Bagnoli, con la rete di
cittadini e comitati che si sta riunendo a Pozzuoli in questi giorni, definisce
giustamente il riassetto del territorio una questione di pubblica sicurezza, da
sostenere con piani a lungo termine, il finanziamento di azioni lungimiranti,
slegate dalle continue crisi.
Partendo da qui, la popolazione flegrea è tornata ad agitarsi. Prima con
l’occupazione del porto di Pozzuoli, che ha comportato la presenza di una
delegazione del movimento all’incontro di mercoledì con il presidente della
Regione, il prefetto Di Bari e il ministro Piantedosi; il giorno dopo, con un
lungo corteo terminato al rione Artiaco, una delle zone più colpite dalla
scossa, proprio lì dove da ben due anni si promette l’apertura di un hub di
accoglienza; e infine venerdì, con il passaggio simbolico della manifestazione
al Rione Terra, da mesi nelle mire dei team dell’America’s Cup, che vorrebbero
trasformarlo in un suggestivo villaggio per gli atleti.
Le manifestazioni sono state partecipate, a dispetto del caldo terribile e della
comprensibile stanchezza. Le persone hanno sfilato tra le macerie, arrabbiate e
non rassegnate. La composizione è stata eterogenea. Dal canto loro, gli
attivisti più esperti cercano di tenere insieme le istanze e le esigenze
differenti. C’è chi ha una casa agibile, ma è stato sgomberato perché il palazzo
accanto al proprio è pericolante da anni, e nessuno interviene dal momento che i
proprietari non riescono ad accedere al contributo per la ristrutturazione; c’è
chi ha difficoltà ad accedere al Cas perché la sua casa è considerata agibile,
ma non può entrarci perché le scale del palazzo non lo sono; c’è chi ha un
lavoro notturno e rischia di perderlo perché non ha un mezzo proprio, e non può
rientrare prima che faccia mattina all’abitazione di emergenza che sta
affittando, a venti chilometri di distanza dal luogo di lavoro; e soprattutto
c’è chi passa intere giornate per strada, perché ha paura o perché semplicemente
non ha un posto dove andare.
In questo senso, la crisi bagnolese del 2025 ha insegnato che le tattiche di
logoramento e frammentazione attuate dalle istituzioni per allentare la
pressione pubblica, prima o poi raccolgono risultati. L’Assemblea popolare è
riuscita a tenere in piazza per tanto tempo le persone, ha organizzato incontri
settimanali, mappature collettive degli edifici, ha supportato le persone del
quartiere con la burocrazia, ma la mobilitazione ha perso forza quando i destini
di tanti abitanti hanno dovuto fare i conti con l’allontanamento forzato, le
schizofreniche risposte istituzionali, la giungla burocratica per l’accesso ai
fondi, nella quale è consigliabile muoversi con l’aiuto di figure tecniche
(lautamente pagate) piuttosto che di generosi e determinati attivisti.
Oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è però un altro problema, che potrebbe
essere al contempo un’opportunità. Il mercato immobiliare flegreo è andato fuori
controllo a causa della Coppa America. Esistono appartamenti di sessanta metri
quadri a Bagnoli e Pozzuoli che oggi si affittano anche a duemila euro, case
lasciate appositamente vuote nell’attesa di un mercato che verrà, temporaneo ma
ultra-redditizio; e poi annunci di agenzie immobiliari che non propongono case
in affitto, ma che cercano appartamenti vuoti da gestire “esclusivamente per
personale team e visitatori Coppa America”.
L’emergenza casa che si sta vivendo in zona flegrea può contribuire a mantenere
alte rabbia e partecipazione, ed evidenziare come anche il bradisismo, così come
la speculazione legata alla competizione velistica, non siano problemi locali ma
di tutta la città. Questa rabbia può essere un propulsore per le battaglie
contingenti, e a spingerle potrà essere anche la rivendicazione dei risultati
che si sono ottenuti in questi due anni, a cominciare dall’aumento, su cui si è
esposto pubblicamente il ministro Piantedosi, del fondo statale per
l’adeguamento sismico dal cinquanta al settanta per cento. Sarà necessario però
anche un rilancio della battaglia contro l’estromissione dal territorio del
tessuto socio-abitativo originario, ora che gli interventi di rigenerazione
urbana a Bagnoli, con i loro limiti e storture indicibili, sembrano avviati,
dopo trent’anni di ruberie e continui dietrofront. Chi ha poco reddito o
capacità di spesa – ora che non c’è più acciaio da fondere né tumori da sorbirsi
– non è più benvenuto in questi luoghi e tutto, dal bradisismo alla Coppa
America, sarà funzionale alla sua espulsione. Bisogna dirlo in ogni sede
possibile, organizzarsi e resistere. Senza nel frattempo lasciare indietro
nessuno. (riccardo rosa)
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(disegno di vinylico)
“C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere
soddisfatti
e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale
da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e
sostanzialmente a una logica di mercato.
I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile,
anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”.
(Stefano Rodotà)
La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha
avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli
S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro
tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha
riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla
gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua.
Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della
politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a
realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la
natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una
logica di democrazia partecipativa.
L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011.
Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il
comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda
Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una
società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica
al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura
che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote,
azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi
sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e
un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo
tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per
revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai
privati.
Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere
aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale,
aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda
speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere
soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo),
perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione,
l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto
politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della
fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e
l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il
servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile
mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa
ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo
comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la
scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la
quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della
concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda
speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul
punto anche Gaetano Azzariti).
La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori
trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma
verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La
differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale
sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per
produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde,
questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere
(basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio
S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in
economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma
questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro
le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende
speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che
ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di
recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali,
come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della
Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano.
Una volta chiarito questo, cade la maschera.
La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio
come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un
comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro
la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo
democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare,
sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo,
sull’apertura futura al capitale privato.
Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che
si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La
privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta
comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della
contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo
stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della
metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio
erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà
non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può
benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei
piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC
non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città.
La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione.
Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica
(anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge
sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si
è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla
cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle
grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere
d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il
privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione
concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se
la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale
interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la
privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato.
La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto
pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento
delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso
processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i
movimenti territoriali si stanno opponendo.
La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda
speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una
struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace
di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote,
del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta
coerente con il referendum del 2011.
A questo punto gli scenari sono tre.
Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24
luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in
S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo
comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce.
Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga
dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un
gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica
in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni
di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata,
assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e
della Regione.
Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a
sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a
riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le
mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che
tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori,
contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e
rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande
adduzione.
È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche
del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che
andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance,
investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi
sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana
di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che
l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha
capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le
operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico,
servizio, lavoratori e comunità.
Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad
altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti,
i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di
rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela
tuozzo)
(disegno di otarebill)
Dal mare, Napoli è una cicatrice di cemento e acciaio dove l’acqua incontra le
case. Sotto quel taglio di costa, la banchina respira come un ventre meccanico.
Celebrato per decenni come motore economico della città, approdo dorato del
turismo crocieristico, lo scalo presenta un conto salatissimo a chi abita a
ridosso delle banchine – Porta di Massa, il Carmine, le Case Nuove. È il conto
dell’aria satura di gasolio marino, bruciato giorno e notte dai motori ausiliari
delle navi in sosta. Oggi si parla di svolta ecologica, di porti “green”, di
investimenti milionari legati al Pnrr. Ma dietro i tecnicismi ingegneristici
del cold ironing – l’elettrificazione delle banchine, che permette alle navi
ormeggiate di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica – si gioca una
partita più profonda, che riguarda la giustizia ambientale e la gestione di una
risorsa essenziale come l’energia.
LA CONTABILITÀ DEL DANNO
Mentre l’Autorità di Sistema Portuale (AdSP) del Mar Tirreno Centrale procede
con l’appalto integrato per spegnere i motori delle navi ormeggiate, con una
scadenza già prorogata al 31 dicembre 2027, i dati sanitari restituiscono un
quadro drammatico. Da anni i medici dell’Isde Campania (Medici per l’Ambiente),
denunciano una correlazione diretta tra le emissioni di porto e aeroporto e
l’impennata di patologie tumorali e respiratorie nei quartieri limitrofi. Il
registro tumori dell’Asl Napoli 1, diffuso a inizio luglio 2026, colloca proprio
i quartieri più vicini al porto e allo scalo di Capodichino ai vertici nazionali
per incidenza di cancro al polmone e mesotelioma. Napoli, secondo i dati del
Progetto Aria Isde su base Arpac, supera persino Milano per biossido di azoto,
con un tasso di mortalità evitabile superiore di un terzo. Nel 2025 la città ha
accumulato 203 giorni di sforamento dei limiti di legge per gli inquinanti
atmosferici. Sulle cause, il conflitto resta aperto: l’Isde attribuisce alle
attività portuali un peso determinante del biossido di azoto non riconducibile
al traffico privato, mentre l’Autorità Portuale, richiamando gli stessi dati
Arpac, sostiene che tale tipo di inquinamento resti “prevalentemente dominato
dal traffico veicolare”. L’Isde denuncia i picchi pericolosi per la salute che
in alcuni punti del porto hanno raggiunto valori di centoventi, centocinquanta e
addirittura quattrocento microgrammi per metro cubo, ben oltre il limite di
legge di quaranta, mentre l’AdSP si concentra sulla media annuale che rispetta i
limiti: 36,6 µg/m³.
Al di là della disputa sulle cifre, un dato è incontrovertibile: i quartieri più
esposti pagano il prezzo più alto. Il porto, del resto, non agisce da solo.
Nella stessa lettura epidemiologica che il dottor Marfella propone da anni,
l’altra metà del danno arriva da Capodichino: più di tredici milioni di
passeggeri nel 2025, sesto scalo italiano per traffico, incastonato in pieno
centro storico come nessun altro grande aeroporto europeo potrebbe più essere. A
gestirlo è Gesac, controllata all’83% dal fondo infrastrutturale F2i — di cui è
socia, con l’11,8%, la stessa Città Metropolitana di Napoli, obbligata
formalmente a tutelare la salute dei cittadini.
Porto e aeroporto condividono così, oltre al fumo, un identico intreccio: enti
pubblici azionisti o concedenti di infrastrutture private il cui interesse
economico immediato è crescere in termini di traffico, non ridurre le emissioni.
LA SFIDA TECNOLOGICA
La risposta istituzionale si concentra sulla elettrificazione del Molo Angioino,
dove attraccano i colossi delle crociere: un’infrastruttura da 45 megawatt,
capace di alimentare fino a tre grandi navi contemporaneamente, con 26,8 milioni
di euro dal Fondo Complementare del Pnrr (a cui si aggiungono 19,8 milioni per
il Molo Manfredi di Salerno). La cabina primaria che alimenterà l’impianto sorge
nell’ex edificio Solla, in collaborazione con E-Distribuzione. La sfida
ingegneristica non è banale. C’è poi il nodo dell’approvvigionamento: una nave
da crociera media, in sosta dieci ore, consuma l’equivalente del fabbisogno di
un piccolo comune. Per non mettere in ginocchio la rete cittadina,
l’infrastruttura richiederà sistemi di accumulo a batterie (Bess) e,
soprattutto, una massiccia micro-generazione fotovoltaica in loco, sfruttando le
enormi superfici dei tetti di magazzini e terminal.
Fino a ieri, l’uso del cold ironing dipendeva dalla convenienza economica degli
armatori: se il petrolio costava poco, bruciare gasolio a bordo restava più
conveniente che comprare elettricità da terra. Le nuove regole europee — il
modello di Emission Trading System esteso al trasporto marittimo dal 2024, il
regolamento FuelEU Maritime dal 2025 — dovrebbero mitigare i conti, penalizzando
il gasolio e avvicinando il momento in cui l’allaccio a terra diventerà
obbligatorio, entro il 2030.
È qui che si sposta la vera partita politica: la gestione dell’energia solare
che verrà prodotta sulle superfici demaniali del porto. Uno studio
dell’Università Federico II ha esaminato la fattibilità di trasformare lo scalo
in una Comunità Energetica Rinnovabile, individuando oltre centomila metri
quadrati di superficie utile al fotovoltaico e tassi di autoconsumo potenziali
fino al novanta per cento. L’energia c’è, la tecnologia pure. Manca, per ora,
qualunque garanzia su chi ne beneficerà. Il meccanismo previsto dalla legge
(dlgs 199/2021) costituisce le comunità energetiche intorno a un perimetro
elettrico rigido: quello sotteso a un’unica cabina primaria. Vi entra chi
possiede un Pod — il punto di consegna dell’energia — collegato a quella cabina:
terminalisti, concessionari, compagnie di navigazione. Non ci entrano,
semplicemente perché elettricamente fuori perimetro, gli abitanti di Case Nuove
o del Carmine, che pure di quelle stesse banchine respirano da sempre le
conseguenze. Il rischio è un cortocircuito quasi perfetto: si costruisce un
impianto rinnovabile nel nome della transizione energetica del porto, ma il
beneficio economico – bolletta abbattuta, incentivo statale sull’energia
condivisa – resta confinato dentro un club di operatori privati pronti a
tagliare i propri costi industriali, mentre il danno sanitario continua a
distribuirsi su tutta la fascia costiera.
L’odore che si respira nei corridoi decisionali è quello già noto della
privatizzazione dei benefici economici e della socializzazione dei danni
ambientali. Nulla, tuttavia, impedirebbe all’Autorità Portuale di scrivere in
statuto un vincolo diverso: una quota obbligatoria dell’incentivo pubblico
sull’energia condivisa destinata non ai soci portuali ma a un fondo di
compensazione per i residenti dei quartieri a più alta esposizione – bonus
energia contro la povertà energetica, screening sanitari gratuiti, centraline
fisse di monitoraggio e piattaforme di trasparenza ambientale sugli impatti. Un
vincolo di questo tipo troverebbe già una cornice pronta nel Piano di azione per
l’energia sostenibile e il clima del comune di Napoli, più volte evocato dagli
stessi tecnici comunali come sede naturale per una transizione energetica
condivisa tra porto e città: oggi resta un auspicio scritto nei verbali, non un
obbligo. Si potrebbe chiamare Cers, Comunità energetica rinnovabile e solidale,
e non semplicemente Cer. La differenza non è lessicale, è tutta nella domanda a
cui nessuno, finora, ha davvero risposto: il sole che batte sui moli del porto è
un bene comune o una proprietà esclusiva della logistica e del turismo d’alto
bordo? Se la futura comunità energetica non integrerà un meccanismo vincolante
di redistribuzione, l’elettrificazione del porto sarà l’ennesima operazione di
greenwashing miliardario. I privati risparmiano con soldi pubblici, le navi si
ripuliscono la coscienza e gli abitanti, dietro le grate della zona doganale,
continuano a pagare con la vita l’accumulo del danno, a ridosso della
cicatrice. (edoardo m. benassai)
Dalle denunce alle accuse di associazione per delinquere, fino alle misure di
prevenzione e alle pesanti sanzioni economiche: il caso dei disoccupati
napoletani racconta la criminalizzazione del conflitto sociale e …
La Corte d’Appello conferma le condanne per 39 lavoratori protagonisti di oltre
vent’anni di mobilitazioni. Per il movimento dei disoccupati si tratta di una
sentenza politica che colpisce una delle …
(disegno di roberto-c.)
Al Forte di Vigliena non ci si capita per caso. Dal corso principale del
quartiere di San Giovanni a Teduccio bisogna imboccare via Vigliena, una strada
stretta e poco trafficata, tagliata in due dai binari della stazione
ferroviaria. La strada termina davanti a un muro di cemento armato che delimita
l’area portuale. Il mare è vicino, vicinissimo, ma non si vede mai. Attraverso
un cancello aperto si vede invece chiaramente la centrale termoelettrica di
Tirreno Power. Bisogna proseguire a destra e percorrere ancora qualche centinaio
di metri, costeggiando il muro portuale, prima di veder comparire quello che
resta di una fortezza costruita nel 1700: il Forte di Vigliena.
È qui che ogni anno, il 13 giugno, si ritrovano cittadini, studiosi e
associazioni del territorio per commemorare l’ultima resistenza della repubblica
napoletana del 1799 e per chiedere ancora una volta il recupero del Forte. Una
rivendicazione tenuta viva da comitati, associazioni e da figure come Enzo
Morreale, che da almeno vent’anni richiamano l’attenzione delle istituzioni
sullo stato di abbandono di un luogo di grande rilevanza storica.
Il sito ricade in un’area del demanio marittimo e il suo recupero era previsto
nel decreto di VIA emanato dal ministero dell’ambiente nel 2008 per
l’adeguamento della Darsena Levante a terminal contenitori. Il parere favorevole
dei ministeri competenti era subordinato al rispetto di una serie di condizioni
da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale (AdSP), tra
cui il restauro del monumento e la riqualificazione delle aree circostanti. Da
allora sono trascorsi diciotto anni. I lavori previsti nell’ambito
dell’espansione portuale sono quasi conclusi, mentre quelli per il recupero del
Forte restano una promessa ancora disattesa.
Quest’anno l’evento avrebbe dovuto svolgersi presso il salone delle Officine San
Carlo, spazio ricavato dalla riqualificazione di una parte dell’ex stabilimento
Cirio, a pochi metri di distanza dal monumento. L’autorizzazione all’utilizzo
degli spazi era arrivata pochi giorni prima dell’evento, ma il giorno
precedente, l’AdSP ha comunicato il diniego per motivi legati alla sicurezza e
all’operatività dell’area. La commemorazione si è quindi svolta come negli anni
precedenti davanti ai resti del Forte, sotto alcuni gazebo montati per ripararsi
dal sole cocente. Tra i relatori annunciati figurava anche la vicesindaca Laura
Lieto, ma un imprevisto ne ha impedito la partecipazione. Per molti dei presenti
non si è trattato di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di quanto
questa parte della città continui a occupare una posizione marginale nelle
priorità di un’amministrazione sempre in prima linea quando si tratta di
inaugurare opere e presentare grandi progetti di trasformazione urbana, ma molto
meno presente negli spazi di confronto costruiti dal basso. C’erano invece
l’ingegnere Feola per ABC Napoli, che ha fatto il punto sulla
rifunzionalizzazione della stazione di servizio adiacente al Forte, e il
presidente dell’AdSP Cuccaro, che ha riconosciuto pubblicamente la
responsabilità dell’ente nel recupero del monumento e ha annunciato l’intenzione
di portare a termine il progetto entro la fine del proprio mandato, che dovrebbe
scadere tra circa tre anni.
L’impegno, del resto, viene ribadito da anni, ogni volta che il Forte torna al
centro del dibattito. Ma la sensazione è che il suo recupero continui a essere
una questione accessoria rispetto agli interventi economicamente rilevanti
che stanno ridisegnando la costa orientale. La differenza, oggi, è che alcuni
interventi preliminari sono finalmente iniziati: ABC sta lavorando alla
riqualificazione delle aree esterne, mentre l’AdSP ha avviato la pulizia del
fossato. Per i comitati sono segnali importanti, perché mostrano che qualcosa,
dopo anni di sollecitazioni, si è mosso davvero.
A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia investire
risorse nel recupero di un luogo storico in un territorio che continua a vivere
profonde ingiustizie ambientali, che attende da trent’anni le bonifiche, che
convive con la contaminazione ereditata dalle attività industriali e con rischi
ambientali legati prevalentemente alla presenza delle infrastrutture energetiche
e logistiche.
È una domanda legittima. Ma la richiesta di recuperare il Forte non distoglie
l’attenzione dalle rivendicazioni di giustizia ambientale. Fa parte della stessa
domanda di riparazione, cura e restituzione del territorio, e delle sue risorse,
alla collettività. In una parte della città che per troppo tempo è stata
considerata sacrificabile, rappresenta molto di più di un bene storico da
conservare. Infatti, il Forte non custodisce soltanto la memoria del 1799, ma di
tutto ciò che questo territorio è stato prima di assumere la configurazione che
conosciamo oggi. Prima di diventare uno spazio destinato ad assorbire costi
ambientali e sociali per l’intera città e a vedere compromesse e negate le sue
principali risorse ecologiche e storico-culturali. Un territorio di mare, di
ville, orti e giardini, prima che di industrie, depositi petroliferi, container
e capannoni abbandonati. Di cultura, partecipazione, conflitto democratico e
resistenza, prima che di degrado e marginalizzazione. Ha attraversato ben tre
secoli di trasformazioni. Ha visto l’arrivo delle prime industrie ottocentesche,
come la Cirio e la Corradini, lo sviluppo del petrolchimico nel periodo
fascista, l’espansione industriale e urbanistica del secondo dopoguerra, fino
alla deindustrializzazione. Ha assistito a eventi drammatici, come il terremoto
del 1980 e lo scoppio dei serbatoi dell’Agip avvenuto nel 1985, ma anche a
importanti mobilitazioni ambientali, come le lotte per l’allontanamento dei
petroli, quelle contro la centrale a turbogas di Vigliena, fino alle
contestazioni più recenti contro il progetto di un deposito di GNL previsto
proprio in quest’area. Ancora oggi, dalla sua posizione strategica, assiste alle
trasformazioni che stanno avvenendo lungo la costa e che rafforzeranno
ulteriormente il ruolo logistico ed energetico di questa parte della città.
La memoria, qui, non è un esercizio nostalgico. Serve a costruire la
consapevolezza che il presente non sia naturale, inevitabile o immutabile. E che
proprio per questo può essere trasformato.
Le ingiustizie ambientali, infatti, non si producono solo attraverso
l’accumulazione dei rischi in un territorio, ma anche attraverso le
rappresentazioni che definiscono cosa è legittimo farne e cosa no. Quando un
luogo viene raccontato esclusivamente come periferico e degradato, e la sua
condizione viene percepita come normale e inevitabile, questa rappresentazione
finisce per influenzare le decisioni politiche, le rivendicazioni dal basso e
persino ciò che pensiamo possibile per quel luogo. Quando invece vengono
riconosciute le ricchezze storico-culturali, ecologiche e relazionali, e la
memoria viene custodita e coltivata, allora cambiano anche le domande che siamo
disposti a porci sul suo futuro.
Per questo il recupero del Forte è importante. Non solo restituisce alla
collettività un luogo della memoria legato a ideali di libertà, partecipazione e
difesa dei diritti fondamentali, ma permette di leggere criticamente le
trasformazioni che hanno segnato questo territorio e, attraverso questa
consapevolezza, di tornare a immaginare ciò che potrebbe essere, a partire dai
bisogni, dai desideri e dai diritti di chi lo vive.
Naturalmente, questo non cancella le criticità del presente. Non sostituisce il
diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano, il diritto all’accesso al
mare, agli spazi verdi o alla partecipazione alle scelte che riguardano il
territorio. E non può essere interpretato come una forma di compensazione per i
costi ambientali, vecchi e nuovi, che Napoli Est continua a sostenere. Potrebbe
però diventare parte di un più ampio processo di riparazione ecologica, sociale,
e simbolica. Perché per riparare un territorio non basta soltanto bonificare o
riqualificare gli spazi, ma serve restituire alla collettività cioè che nel
tempo è stato sottratto: i propri luoghi, la propria storia e la possibilità di
prendere parte alle scelte che ne determinano il presente e il futuro. (giorgia
scognamiglio)
(foto di giuseppe carrella)
A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore,
infine come vista.
In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro
una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro
la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture
dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso
principale al mare.
Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni,
sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento
si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare,
è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene
lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa
assemblea, riparo, punto di partenza.
Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare.
Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli
di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo
territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde:
“Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa
precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi.
Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale,
abitativa, relazionale.
La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San
Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si
riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio
ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di
centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per
individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre
dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo
popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso
rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto.
Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla
città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il
mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano
ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui.
San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È
un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura
industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse.
La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana.
L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e
lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La
deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata
nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli
pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per
questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e
carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere
materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire
chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero
accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di
Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire
agli abitanti.
Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini
chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno
bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia,
mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il
patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a
coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta
sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato
scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici,
passa una grande nave metaniera LNG.
(foto di giuseppe carrella)
È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini
che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme
l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua:
puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia
polverosa, il mare sporco.
Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di
chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui
perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura.
L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi
stanno male».
La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate,
sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di
bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una
madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se
quell’acqua possa farli stare male.
Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e
materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un
pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e
cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale
termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche
Officine, dove un tempo si producevano locomotive.
Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato
dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli
striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima
festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo
bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo
della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato,
abitato, rimesso in movimento.
(foto di giuseppe carrella)
Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono
distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si
chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea
pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una
riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del
quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale,
controllabile, utile alla popolazione.
Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è
svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che
potrebbero essere bellissimi.
Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si
avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte,
una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più
spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo
della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori
disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
(disegno di otarebill)
È una domenica mattina di febbraio, il tempo non è dei migliori ma regge. Si
tiene il carnevale sociale di Scampia, il 44esimo da quando esiste. Decido di
andarci insieme a mio fratello più piccolo. Ci dirigiamo verso la prima fermata
dell’R5 di corso Secondigliano, provenendo da Capodichino. Come ogni domenica
mattina, per le strade c’è un gran via vai. Il Perrone, la prima traversa del
corso, è denso di attività commerciali: pescherie, fruttivendoli, mercatini;
dalla rotonda Di Vittorio verso via De Pinedo si raggiungono San Pietro a
Patierno e poi i comuni di Casoria e Casavatore; nonostante i ritardi, sulla
rotonda sono visibili i lavori per l’apertura della nuova fermata della Linea 1,
che renderà più facile muoversi verso il centro della città.
Un tempo Napoli Nord era una terra fertile, caratterizzata da masserie, frutteti
e una fitta rete di antichi casali. La modernità industriale, unita
all’espansione demografica e al conseguente assorbimento della classe contadina
nel nuovo tessuto urbano, portò alla nascita dei quartieri odierni, frutto di
una politica urbana che non mirava all’integrazione socio-economica degli
inurbati, favorendo piuttosto gli interessi di costruttori, proprietari terrieri
e classe politica.
IL LAURISMO E LA SPECULAZIONE EDILIZIA
Il cambiamento cominciò a partire dal ’51, quando la destra si aggiudicò il
governo della città con il sindaco Achille Lauro, figlio di una nota famiglia di
armatori e fondatore dell’omonima flotta. Gli anni della sua amministrazione,
noti come “laurismo”, vengono ricordati per la forte spinta speculativa. Nel ’58
il prefetto Correra, nominato commissario in seguito allo scioglimento della
giunta laurina, consegnava alla città il nuovo piano regolatore generale,
bocciato dal ministero dei lavori pubblici quattro anni dopo per il suo
carattere speculativo. Era ormai troppo tardi: si stima che dal ’51 al ’61
vennero costruiti circa 300 mila vani in tutta la città, mentre migliaia di
abitanti furono cacciati dal centro storico per dare spazio alle demolizioni.
Nel mio quartiere, San Pietro a Patierno, l’urbanizzazione selvaggia portò alla
nascita di condomini multipiano che eliminarono man mano lo spazio tra la chiesa
e il confine perimetrale dell’aeroporto di Capodichino. Via del Cassano, oggi
importante arteria di Secondigliano che porta verso Casavatore e Arzano, perse
la caratteristica di strada di campagna a causa di densi blocchi edilizi lungo
tutto il percorso, con la nascita del rione Berlingieri e del rione Kennedy.
IL CORSO SECONDIGLIANO E LA BIRRERIA DI MIANO
Dopo circa venti minuti, arriva l’autobus. Mentre prendiamo posto, vedo turisti
che scendono alla fermata con i loro trolley: la turistificazione tocca oggi
anche il corso Secondigliano a causa della sua vicinanza all’aeroporto. Il corso
è la principale arteria del quartiere, dal finestrino del bus vedo centinaia di
attività commerciali, tra cui la storica Taralleria Tonino e la mitica pizzeria
Carminiello. Anche qui, durante il laurismo, sorsero palazzi multipiano,
lasciando poche tracce di vecchi edifici come villa Cimmino, dal ’56 stazione
della polizia. Subito dopo la pizzeria c’è l’incrocio che a destra porta verso
il centro storico di Secondigliano, a piazza Zanardelli, un tempo chiamata Miez’
all’Arco, mentre svoltando a sinistra si arriva alla vecchia fabbrica di birra
Peroni a Miano, oggi divenuta un centro commerciale. Miano e Mianella erano un
tempo casali distinti, oggi invece il secondo è considerato una frazione del
primo.
Durante il tragitto, quasi all’altezza del quadrivio, sento tre ragazze parlare
del carnevale. Dall’accento capisco che non sono di Napoli. Vengono infatti da
Bologna e sono arrivate per la prima volta in città per partecipare allo stesso
evento a cui siamo diretti io e mio fratello. Superato il quadrivio, scendiamo
insieme alla prima fermata di via Roma verso Scampia all’altezza della pompa di
benzina Q8. Attraversiamo e raggiungiamo il rione Monterosa, edificato a partire
dagli anni Cinquanta. Il concentramento è alla storica sede del Gridas – Gruppo
risveglio dal sonno, fondato nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna,
Franco Vicario e tante altre persone che dal 1983 hanno dato vita al carnevale
sociale di Scampia. Centinaia di persone, tra cui famiglie e bambini, arrivano e
di lì a poco il corteo incomincia. Il quartiere si riempie di maschere e carri
allegorici fatti con materiale riciclato, coloratissimi, mentre i gruppi
preparano le coreografie e gli strumenti musicali. Il corteo si addentra nel
rione per poi sfociare su via Arcangelo Ghisleri, nel cuore di Scampia.
DALLA LEGGE 167/62 ALLE LOTTE PER LA CASA
Provo a raccontare alle ragazze la storia di Scampia: parlo della legge 167 del
’62, dei piani di edilizia economica e popolare che avrebbero dovuto invertire
la tendenza speculativa del periodo laurino, di come con questa legge gli enti
pubblici fossero vincolati a individuare delle aree edificabili per la
costruzione di case popolari da assegnare alle famiglie in condizioni di
precarietà; spiego che la nascita del quartiere è il frutto di vari processi,
tra speculazioni e lotte popolari. Scampia venne divisa in lotti: alcune strade
persero le caratteristiche tipiche dei borghi per dare spazio ai nuovi edifici
della 167; via Roma verso Scampia divenne l’anello di congiunzione tra la
vecchia Secondigliano e il nuovo quartiere, caratterizzato da edifici a torre;
nacque il rione Don Guanella e furono costruite le Vele, progettate
dall’architetto Franz di Salvo. Nel progetto iniziale si prevedeva la creazione
di una “città nella città”, con la creazione di spazi comuni e servizi
integrati, come scuole e negozi. La realtà fu ben diversa. Il piano di edilizia
economica e popolare nella zona settentrionale di Napoli portò alla nascita di
quartieri-dormitorio, con prefabbricati di scarsa qualità, senza servizi
adeguati e collegamenti con il resto della città. Inoltre non furono subito
assegnate le abitazioni, anzi, dagli anni Settanta in poi scoppiarono le prime
lotte organizzate per la casa a Napoli Nord. Emblematica fu l’occupazione del
rione Don Guanella, in cui presero casa ottocento famiglie. La prima occupazione
con grossi numeri fu tentata a Marianella, ma non durò a lungo e, dopo ripetute
cariche della polizia, il rione venne sgomberato. Ma le famiglie già organizzate
occuparono l’intero Don Guanella, grazie anche alla forte mobilitazione delle
famiglie di Secondigliano e Piscinola.
Da via Ghisleri arriviamo a piazza Giovanni Paolo II, di fianco al parco Ciro
Esposito. Al centro della piazza si comincia a preparare il falò per bruciare,
allegoricamente, i simboli negativi e far trionfare quelli positivi che danzano
intorno alle ceneri. Sullo sfondo è possibile osservare il cantiere per
l’abbattimento delle Vele, in seguito alle lotte condotte dagli abitanti del
quartiere. Infatti dal 1980, con il Piano per il recupero delle periferie e poi
con il terremoto dell’Irpinia che causò danni ingenti anche a Napoli, esplosero
le occupazioni di massa. In seguito al terremoto furono oltre 10 mila gli
edifici danneggiati, e 170 mila gli sfollati, di cui il settanta per cento
proveniva dal centro storico. Nel 1981 il parlamento approvò la legge 219, con
la quale si rilanciò un Programma straordinario di edilizia residenziale (Pser)
per la costruzione di 20 mila alloggi da assegnare agli aventi diritto nell’area
metropolitana di Napoli. Molte famiglie furono costrette a trasferirsi in campi
container (36 container leggeri installati a Secondigliano, 113 a Piscinola, 174
a Miano e 337 a San Pietro a Patierno). Successivamente furono edificati nuovi
complessi residenziali, come il rione 25/80 a Chiaiano, il rione dei Fiori, poi
soprannominato Terzo Mondo, a Secondigliano, le abitazioni popolari e il parco
pubblico in viale IV Aprile a San Pietro a Patierno. In questo contesto vennero
occupati gli edifici della 167 a Piscinola e Scampia.
Se in un primo momento gli abitanti lottarono per la permanenza, con la nascita
del Comitato Vele ci si concentrò per l’abbattimento e la riqualificazione del
quartiere. Vittorio Passeggio, attivista della prima ora del comitato, spiega
che i progetti iniziali per le Vele vennero completamente disattesi: «Nelle Vele
più grandi non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva
nemmeno a quel poco di luce di filtrare. L’economia del vicolo, nelle intenzioni
del progetto, non è mai esistita». Domenico Lopresto, segretario dell’Unione
Inquilini, in una intervista del 2013 condotta da Nicola Angrisano in Stalking
Asilo. Le mani sulla città, racconta che «se si gira nei rioni popolari, si vede
che il degrado è tantissimo, ma va tenuto presente anche la gestione delle
organizzazioni criminali. Basta ricordare che i più grandi clan della città
stanno tutti nei rioni di edilizia residenziale pubblica». Nel 1990 venne
inoltre avviato il funzionamento di un nuovo carcere la cui collocazione ai
margini del quartiere era stata decisa diversi anni prima. Pino Guerra,
militante dei comitati popolari di Napoli Nord e occupante della Vela Gialla,
parla di un quartiere di “annientamento”: «Era un circolo vizioso: senza lavoro,
delinqui e vai in carcere, nel quartiere stesso. Il tuo ciclo di vita rimaneva
nel quartiere». Negli anni Novanta nacque il Comitato Occupanti Case, che portò
a migliaia di occupazioni per tutta Napoli. Sempre Pino Guerra racconta che «si
mobilitarono in piazza circa 10 mila persone, con bambini e carrozzini. E
vincemmo la vertenza, perché gli occupanti abusivi si trasformarono in
assegnatari. Nel ’95-96, con la chiusura della vertenza, ottennero il diritto di
rimanere nelle case».
NAPOLI NORD OGGI
Mentre mio fratello corre e gioca in piazza con altri bambini in mezzo alla
musica e alle danze, le ragazze mi chiedono dei cantieri delle Vele che vediamo
in lontananza. Spiego del lungo percorso del comitato, che dal ’97, con
l’abbattimento della prima Vela, ha portato alla nascita di nuovi alloggi
popolari e al rilancio del progetto Restart Scampia. Racconto pure che dopo le
guerre di camorra sono nate tantissime associazioni e nel 2010 venne occupato il
Cantiere 167, una scuola abbandonata, ancora oggi sede del Comitato Vele. Si è
fatta ora di pranzo ed è arrivato il momento di tornare a casa. Sono tante le
riflessioni sulla giornata: il comitato dichiara che il popolo delle Vele ha
vinto, ma a che costo? Ragiono sulle trasformazioni su tutta Napoli Nord, sulle
differenze rispetto anche a quando ero più piccolo. Oggi ci sono tanti processi
urbani in corso: nuovi edifici residenziali continuano a sorgere; ci sono lotte
come quella del rione 25/80 di Chiaiano che ancora attende una riassegnazione
dopo il terremoto; l’ex Motel Agip, nei pressi del quadrivio, è stato
sgomberato; a San Pietro a Patierno il comitato per il verde pubblico chiede la
riqualificazione del parco IV Aprile. Capita spesso che ci siano disservizi,
come l’estate scorsa con la chiusura della Linea 1 nella tratta
Piscinola-Chiaiano, ma nonostante ciò non manca una risposta da parte delle reti
sociali. Napoli Nord, in un certo senso, ha ripreso a vivere: c’è ancora chi
lotta ogni giorno per il diritto alla città. (zidan shehadeh)
(disegno di lorenzo la rocca)
È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle
spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove
vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato
il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora
di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su
Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette,
otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per
secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine
dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle
anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di
protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere
bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche
considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal
Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e
riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il
Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico.
Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita
fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il
“Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione
del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi
d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia,
devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio
quartiere.
Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il
Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a
mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere
che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex
cava diventata cimitero.
Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop
delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi
rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags,
qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro
mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del
Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo.
Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea
dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada.
Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo
Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e
cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità
San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è
scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto
sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta
lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto
di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla
d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle
calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi
dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant
srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone
cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli.
Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti
pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello
blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10
anni, 4°A plesso Lombardi.
Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono
turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in
viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la
visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti
minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza
guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal
passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento
persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il
biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede
la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i
residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare
l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete
internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova
gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la
cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre
Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San
Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere.
Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650
mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e
dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati
e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di
messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio
marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord
Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani
architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico
II, coordinato da Renzo Piano.
La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno
nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie,
cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i
libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della
Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso,
che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta,
arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare
centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e
prospettive per il futuro.
Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida:
«Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e
simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi
abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla
collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e
ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006,
dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia
e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo
nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico.
Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio,
criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino
molti abitanti del posto tendevano a evitare…».
Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un
ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti
evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di
turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il
commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il
cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo
parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non
c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso
patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti
giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La
Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi
quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel
2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti
esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo
settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più
strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…».
Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel
cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto
diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso
dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le
capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le
“grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e
pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante.
La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste
dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad
ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che
racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria
orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori,
percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle
persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti
d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini
fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza
di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di
sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a
desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla
nuova gestione.
Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci
nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così
grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente
labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o
sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo
atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo
facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore.
Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei.
Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi
entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha
coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati
inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure
tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la
differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta».
Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per
aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che
con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al
resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un
ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori
del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su
Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità.
Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo.
(errico forte)
(disegno di otarebill)
La linea 2 della metropolitana impiega un’ora per percorrere i due estremi della
città: a est San Giovanni, a ovest Bagnoli. Il treno regionale colma il vuoto di
una linea cittadina adeguata, connettendo centro e periferie. Le fermate che
collegano il centro con l’area flegrea saranno soppresse tra ottobre 2026 e
gennaio 2027 per i lavori di costruzione di una nuova stazione. L’obiettivo è di
agevolare i flussi previsti per l’America’s Cup di vela, il grande evento che in
poco tempo ha messo a soqquadro l’equilibrio, già fragile, dell’area ovest.
Si procede verso una “modernizzazione” della periferia, si “rifunzionalizza” il
trasporto pubblico senza interrogarsi sulle esigenze degli abitanti né
considerare le loro volontà. Una dialettica tra sospensione e accelerazione
attraversa Bagnoli, sede del “grande evento” velistico. Parliamo di un quartiere
residenziale, con un po’ di verde e il mare, per quanto inquinato; molte scuole
e un polo universitario, attività commerciali di piccola taglia, parrucchieri,
alimentari, bar e pizzerie, ma anche supermercati, centri scommesse e agenzie
immobiliari; e poi i grandi locali notturni (abusivi) sul litorale. Il
microcosmo locale è marcato anche da elementi meno tangibili, una dimensione di
scambi e relazioni umane che rispetta il ritmo di vita del quartiere.
Il viale Campi Flegrei è una larga strada collocata al centro del quartiere,
dalla forma simile a quella di una rambla. Il viale è composto da sei isole con
alberi e panchine, circondate da un mare-strada con doppio senso di marcia. Ogni
isolotto è contraddistinto da attività commerciali più o meno complementari,
sedimentatesi in quella posizione nel corso del tempo: scuola guida,
tabaccheria, merceria, il negozio “dei cinesi”, il ferramenta, non più di due o
tre attività di food and beverage ben integrate nel tessuto locale.
Navigando di isola in isola si arriva all’angolo tra viale Campi Flegrei e via
Ascanio, dove ha da poco inaugurato una nuova attività dal nome familiare per
chi attraversa la movida del centro di Napoli. Forte del successo nelle sedi del
Vomero, di Chiaia e del centro storico, è approdata anche a Bagnoli la catena
Mosto, specializzata nella vendita di birre artigianali e panini. L’insegna
luminosa dal font contemporaneo, in linea con gli interni neri e il design
post-industriale, stona con l’atmosfera amena che circonda la birreria. Rispetto
al paesaggio circostante di alberelli e villette consunte, talvolta provate dal
bradisismo, l’estetica urban di Mosto risalta per contrasto e per la sua aria
cosmopolita.
Il 12 marzo è stato il giorno dell’inaugurazione, annunciata con una campagna
sui canali social del marchio, che giorno dopo giorno svelava nuovi dettagli sul
“grande evento”. Nell’occasione, il locale proponeva per l’intera serata la
“double hour”, formula con cui al costo di una singola birra nel formato più
grande se ne possono prendere due, a patto di consumarle entrambe nella fascia
oraria dell’aperitivo: è il modello di consumo con cui Mosto si è reso popolare
in città, rivolgendosi a una clientela che può contare su una certa
spendibilità, dato che una birra non costa meno di sette-otto euro.
La sera dell’apertura le persone straripavano sulla strada. La composizione era
mista e l’età varia, con una forte prevalenza di venti-venticinquenni, che in un
quartiere con una media anagrafica molto alta è già una novità. Soprattutto,
colpiva il ventaglio piuttosto largo di provenienza dei clienti, con curiosi
arrivati dai comuni flegrei oltre che dal centro città.
Alcune persone del quartiere hanno sperimentato la novità sgomitando nel
faticoso tentativo di accedere all’interno del locale stracolmo. Tuttavia, la
maggior parte dei bagnolesi ha consumato nei locali già attivi sul viale, per
abitudine e per i costi più contenuti. Un giovedì sera qualsiasi sembrava
celebrare però qualcosa di più grande, seppure non del tutto afferrabile, fosse
anche solo per le dissonanze emerse all’improvviso. La dimensione di festa
profana trasportava le persone da Bagnoli immediatamente al centro storico, nel
caos dei baretti di Chiaia o dei Quartieri Spagnoli nel fine settimana.
Nei giorni successivi all’inaugurazione il flusso è diminuito, facendosi più
marcato durante i fine settimana e all’orario della “double hour”. La forza
economica di Mosto, tuttavia, permetterà alla birreria di carburare con calma,
in attesa delle trasformazioni sociali del territorio. Al momento il
suo stile non sembra avere ancora la forza di creare un’alternativa alle
attività di quartiere, che continuano a contare su una clientela invariata per
quantità e composizione. Il modello di bar e vinerie “vincente” a Bagnoli è
infatti fortemente basato sulla relazione tra esercenti e clienti, su prezzi
economici e una socialità diffusa, che si articola per strada più che nei
locali. Nonostante i tentativi fatti da Mosto, che passano anche per
l’assunzione di giovani del quartiere tra i banconisti e i camerieri,
l’atmosfera della birreria ricorda piuttosto quella dei locali sul lungomare di
via Napoli: attività apparentemente accattivanti ma di fatto anonime, e
soprattutto prive della capacità di creare relazioni. È interessante, in questo
senso, notare che le tre vinerie bagnolesi hanno davanti al bancone uno spazio
quadrato o rettangolare piuttosto grande dove la gente in fila si sofferma a
parlare, mentre Mosto ha ottimizzato gli spazi posizionando la cassa a dominare
l’ingresso, e stipando la gente in attesa in una sorta di corridoio, dove è
piazzato un juke-box digitale con un cartello che vieta di riprodurre musica
“neomelodica”.
Totalmente disinteressate allo scambio con i territori su cui investono, le
catene commerciali traggono d’altronde forza sul mercato dalla standardizzazione
dell’offerta e dalla globalità del prodotto. Anche in questo caso la ricetta per
il successo è la veste grafica riconoscibile perché ordinaria, l’estetica che
vorrebbe farti sentire in bilico tra Bristol e Berlino (mentre sei solo a via
Ascanio), l’efficacia di slogan e formule studiate a tavolino e buone per gruppi
sociali differenti. Mosto non offre una birra, e nemmeno “un’esperienza”. Offre
la replicabilità di un modo di fare aperitivo, che al momento sembrerebbe non
attecchire in un quartiere dove gli spazi e le relazioni sono tali (non sappiamo
ancora per quanto) per cui si esce di casa senza appuntamento, “perché tanto per
strada qualcuno incontro”.
Bagnoli conserva un rapporto stratificato con la sua identità culturale e
politica, e non è un caso che la sera dell’inaugurazione di Mosto qualcuno ne
problematizzasse l’apertura. Senza troppo puntare il dito contro questo o quel
marchio, alcuni attivisti hanno voluto caratterizzare il momento di festa
alzando l’attenzione sulle trame economiche e politiche che stanno guidando la
trasformazione. Uno striscione bianco risaltava tra il folto degli alberi e le
colorazioni dark-industrial del locale, recitando: “Bella notizia il pacco
americano? Bonifica, lavoro e salute: l’unica coppa che vogliamo!” (il
riferimento della prima frase è alle infelici dichiarazioni fatte dal
proprietario della nuova birreria, che si era espresso in maniera entusiasta
rispetto all’arrivo della Coppa America nel quartiere). La gentrificazione di
Bagnoli e la Coppa America sono d’altronde tutt’altro che slegati, non solo per
la convergenza temporale, ma anche alla luce delle trasformazioni che qui si
pianificano da tempo, e che sembrano oggi diventare operative.
Persino la recente crisi bradisismica è stata sfruttata per provare a
“riordinare” il tessuto socio-abitativo, così come successo più di trent’anni fa
a Pozzuoli: lo sfollamento, morbido o coatto, di decine di nuclei familiari
coincide con l’arrivo di nuova gentry, sul crinale del collaudato ciclo di
allontanamento verso le periferie dei residenti storici e di sostituzione degli
abitanti. Il bradisismo ha provocato l’abbandono del quartiere di tante persone
che non hanno potuto aggiustarsi da sé la casa (abbandonate da un governo che
assegnava, nella totale indifferenza del comune di Napoli, soldi solo a
pochissime tra le famiglie le cui case erano state danneggiate), proprio mentre
le aspettative di sviluppo derivate dal “grande evento” inaugurano la stagione
della speculazione immobiliare.
Intanto nuove attività, immaginate per un target di persone più ricche, ma
completamente aliene al territorio, stanno aprendo i battenti, per esempio un
caseificio di lusso e una macelleria (o meglio una “boutique della carne”) al
posto di negozi storici di viale Campi Flegrei. Attività a beneficio di clienti
che cercano il prodotto selezionato, e un presunto scarto qualitativo rispetto
all’offerta “ordinaria”.
La riconfigurazione del tessuto commerciale, resa evidente dai canoni imposti
dalle nuove attività, evidenzia una dialettica che, in un mercato
cannibale, diventa anche conflitto: insegne luminose, arredi e layout stranianti
in un contesto urbano da piccolo paese, a cinque metri da una vecchia edicola
dove staziona un venditore ambulante di pannocchie; piccole vinerie e birrerie
contro brand in voga e mega-locali notturni sul mare; anziani salumieri e
macellai costretti a contendersi la clientela con botteghe gourmet.
Quello che sta succedendo a Bagnoli, mostra come il capitale abbia la forza per
attaccare la forma delle città ma anche le sue immaterialità, uniformando i
modelli di consumo, cannibalizzando le specificità, riconvertendo gli spazi
sulla base delle esigenze di chi spende di più, anche se viene a farlo
occasionalmente e con discontinuità. È la logica della speculazione immobiliare:
compro e aspetto che i tempi siano propizi per capitalizzare, per esempio
attraverso il ricambio degli abitanti provocato dal costo della vita e degli
affitti in aumento. D’altronde Bagnoli è tornata oggi appetibile come a inizio
degli anni Duemila, quando la riqualificazione dell’ex area industriale sembrava
avviarsi: intere palazzine vengono comprate a prezzi esorbitanti, in un mercato
che attacca la vita individuale e modifica gli equilibri sociali.
C’è da chiedersi se tra qualche tempo, quando le stazioni riapriranno dopo i
lavori, continueremo a chiamare “metro” il treno regionale che ci porta nel
quartiere, e se useremo ancora vecchi e rassicuranti linguaggi per nominare cose
nuove, che ci respingono persino se paghiamo. Forse, chissà, riusciremo invece
ad accorgerci che qualcosa sta cambiando intorno a noi e riappropriarci del
potere di abitare, contestare, nominare. (lucia c. paoletti)