A Bagnoli, nella periferia occidentale di Napoli, continua la mobilitazione dei
comitati di abitanti che da anni denunciano la situazione ambientale e sanitaria
dell’area. Il quartiere porta ancora i segni dell’industrializzazione del
Novecento e della lunga storia dell’ex stabilimento siderurgico Ilva, la cui
chiusura negli anni Novanta avrebbe dovuto aprire una stagione di bonifiche e
riconversione mai realmente completata.
Negli ultimi mesi la protesta si è riaccesa attorno ai progetti legati
all’America’s Cup, che dovrebbero trasformare il lungomare e l’area dell’ex zona
industriale in vista dell’evento. I comitati denunciano il rischio che la
manifestazione diventi il pretesto per accelerare interventi urbanistici e
operazioni di valorizzazione immobiliare senza risolvere i problemi strutturali
di inquinamento del suolo e delle acque. La richiesta degli abitanti è che prima
di ogni grande evento o investimento turistico venga garantita una bonifica
reale del territorio e un percorso decisionale che coinvolga la popolazione
locale. Martedì 3 marzo, i comitati popolari di Bagnoli hanno cercato di
accedere al consiglio comunale straordinario – convocato con oltre due anni di
ritardo rispetto alla richiesta degli abitanti – trovandolo blindato dalla
polizia: un chiaro segno della volontà di dialogo del sindaco Manfredi e delle
cordate politiche ed imprenditoriali che vogliono mettere le mani su Bagnoli.
Ne abbiamo parlato con Eddi, dei comitati popolari di Bagnoli:
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(disegno di francesca ferrara)
Da quasi quarant’anni il dibattito sul futuro di Bagnoli è vivo, in città, a
dispetto dei disastri di politici e amministratori che avrebbero dovuto
governare il processo di rigenerazione, e del comprensibile scoramento di ampie
fasce di popolazione e società civile. Quello degli ultimi mesi è stato castrato
dalla riluttanza delle istituzioni competenti a considerare qualsiasi opinione
contrastante rispetto alle proprie scelte politiche: non solo “semplici”
cittadini, ma anche affermati scienziati, urbanisti, analisti vengono liquidati
come i colpevoli del presunto immobilismo, come se fossero loro ad aver bruciato
dal 1992 quasi un miliardo di euro di soldi pubblici, come se fossero loro gli
imputati in un decennale processo per disastro ambientale e come se si trattasse
di una controparte, piuttosto che del corpo sociale che la politica dovrebbe
rappresentare (anche solo perché è quello che gli paga lo stipendio).
L’accelerazione che da poco più di un anno ha registrato la bonifica non è
paragonabile, per dimensione, allo stravolgimento dei piani urbanistici fino a
qualche tempo fa garantiti da leggi nazionali e strumenti locali, frutto di una
sintesi complessa ma efficace tra le tante posizioni emerse dagli anni Novanta
sul territorio, e non solo. Uno stravolgimento che è estremamente politico, non
solo per il merito ma anche per il metodo.
Negli ultimi anni ho studiato approfonditamente le dinamiche di partecipazione
delle comunità locali ai processi di deindustrializzazione in Europa. Bagnoli è
un caso particolare da questo punto di vista, dal momento che la
governance dell’emergenza e dell’eccezionalità (comune in queste circostanze a
molte altre esperienze, dalla Spagna alla Germania) ha sfruttato le ulteriori
possibilità derogatorie concesse dall’organizzazione del “grande evento” Coppa
America per modificare interventi pianificati dagli organi di rappresentanza
locale anche grazie a un contributo della cittadinanza. In maniera, cioè,
assolutamente antidemocratica.
Contestualmente all’aumento di intensità delle proteste sul territorio, e alla
risonanza data a queste ultime dalla stampa, la struttura commissariale guidata
dal sindaco Manfredi ha cominciato da qualche mese a indire una serie di
iniziative di propaganda, cercando di colmare deficienze che avevano del
clamoroso. Si tratta di iniziative non solo inutili, ma anche ingannevoli,
perché arrivano dopo che il già citato stravolgimento è stato ratificato, gli
accordi sono stati firmati, le richieste di coinvolgimento degli abitanti sono
state oggetto di beffe nei fatti, e talvolta persino nella forma (qualche mese
fa il dirigente amministrativo più alto dell’ente commissariale affermava
davanti a una platea di abitanti che «un commissariamento è l’antitesi della
partecipazione»).
A questo gioco di prestigio non solo i più scaltri comitati territoriali, ma
anche molti altri abitanti non hanno abboccato, tanto che persino gli studenti
dei licei locali hanno fatto notare l’ipocrisia di queste pratiche, in un
incontro pubblico, al sub-commissario Falconio. Dopo un lungo periodo di
latitanza, oggi Manfredi si presenterà a Bagnoli per un consiglio monotematico
sul territorio, chiesto invano per mesi dalla comunità e persino da alcuni
consiglieri di minoranza (su tutti Antonio Bassolino). Lo farà in un territorio
militarizzato, dopo aver chiesto ai comitati territoriali di indicare i nomi
delle persone che assisteranno all’incontro e persino di leggere il testo degli
interventi, manco fossimo a Sanremo. Proprio le modalità con cui questo
consiglio è stato organizzato mostrano in realtà, in tutta la loro evidenza,
cosa intende questa giunta comunale per partecipazione: informazioni diffuse
fuori tempo massimo; selezione accurata dei partecipanti; controllo delle
persone e delle loro parole. Ancora una volta, citando la candida ammissione del
colonnello Auricchio, direttore amministrativo dell’ente commissariale,
“l’antitesi della partecipazione”.
E allora l’unica cosa che il sindaco-commissario dovrebbe fare questo pomeriggio
è un serio mea culpa. Prendere atto di posizionamenti tutt’altro che minoritari
(cinquemila persone sono scese in piazza per contestare l’organizzazione della
Coppa, il 7 febbraio scorso), fermare i lavori e annunciare lo spostamento
dell’hub logistico per la competizione in un luogo più idoneo. Dopodiché,
impegnarsi al ripristino immediato delle competenze del consiglio comunale in
materia urbanistica, al rispetto del Praru e del progetto Invitalia (con bosco,
spiaggia e senza colmata) che lui stesso magnificava fino al 2024.
Questo, ovviamente, se i fiumi di inchiostro e le centinaia di teorie e
legislazioni elaborate sul tema della partecipazione pubblica alle decisioni
nell’ultimo mezzo secolo hanno ancora una qualche fondatezza. Altrimenti, dica
chiaramente che le decisioni le prende un uomo solo al comando: almeno sarà più
chiaro il motivo per cui qualcuno continua a non farsi una ragione di ciò che
sta accadendo. (riccardo rosa)
Dagli spazi sociali ai territori: Napoli alza la testa. 5mila persone in piazza
contro sgomberi e militarizzazione, per reddito, casa, servizi pubblici e
solidarietà con Palestina e Kurdistan. il comunicato …
(foto di mattia crocetti)
Bagnoli, dove eravamo rimasti? Più o meno qui, con un quartiere già provato da
una pesante crisi bradisismica che le istituzioni locali e nazionali hanno
affrontato con irritante passività, e che si appresta a fronteggiare una nuova
emergenza, definita dal professore Benedetto De Vivo (geologo), tra i massimi
studiosi del territorio, “un disastro ambientale annunciato”.
Eppure, nel frattempo, di cose ne sono successe abbastanza per scriverci un
libro.
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PIÙ RECENTI
Da circa due mesi sono incominciati i lavori sulla colmata a mare, la gigantesca
superficie (circa otto campi di calcio regolamentari) contaminata da idrocarburi
policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB), composti pericolosissimi
che le operazioni in corso stanno liberando nell’aria per permettere una nuova
cementificazione, al fine di costruire un porto a beneficio dell’inutile
America’s Cup.
Dall’inizio di gennaio centinaia di camion ogni giorno attraversano le strade di
Bagnoli, creando disagi di ogni tipo: alla viabilità, per esempio, intasando a
tutte le ore persino le arterie più larghe, in un territorio che ha il
bradisismo come fenomeno peculiare (è facile immaginare il panico che potrebbe
scatenarsi in caso di nuove scosse, ma d’altronde non è la prima volta che la
giunta Manfredi si affida al fato su questo tema e intraprende l’incrocio delle
dita come azione politica più concreta); oppure all’ambiente, considerando lo
smog e la quantità di polveri sottili che non solo si innalzano dalla colmata,
ma che vengono trasportate su e giù tra Bagnoli e Agnano, talvolta con coperture
approssimative; e ancora al benessere mentale degli abitanti del quartiere, che
oltre al traffico devono fare i conti con rumori insostenibili dall’alba al
tramonto, con voragini stradali, con palazzi sempre più provati perché in ogni
lingua ci hanno detto, negli ultimi ventiquattro mesi, che non è una scossa per
quanto forte a fare tanti danni, ma la somma delle vibrazioni che li sollecitano
(tipo quelle provocate da tir stracarichi di materiale).
Da un paio di settimane il quartiere si è organizzato. Ogni volta che possono,
all’alba, gruppi di abitanti fermano il passaggio dei camion per qualche ora,
facendo grande attenzione a non creare danni agli altri residenti, che vengono
fatti passare e che infatti spesso solidarizzano e approvano (l’azione si
interrompe spontaneamente poco dopo le sette, quando il traffico legato
all’ingresso a scuola e al lavoro potrebbe altrimenti impazzire). Gli abitanti
si sono messi in rete coinvolgendo tutti gli interessati, dagli ottantenni ai
sedicenni, hanno costituito un presidio permanente, hanno organizzato
manifestazioni, rilasciato interviste, boicottato un incontro-farsa in
prefettura e soprattutto indetto una grossa manifestazione cittadina per
dopodomani, sabato 7 febbraio. I loro obiettivi sono chiari: sul lungo termine,
impedire che con il pretesto della Coppa America i piani urbanistici sul
quartiere vengano ridotti a carta straccia; sul breve, fermare immediatamente
questi lavori che definiscono “della vergogna”.
(foto di mattia crocetti)
I LAVORI DELLA VERGOGNA
Riguardo al rischio ambientale, al netto delle posizioni specifiche della
comunità scientifica, pare di capire che non faccia molta differenza tra tombare
(sul serio, non come stanno facendo) la colmata e rimuoverla attraverso tecniche
all’avanguardia come il desorbimento termico in situ (ovvero, prima
decontaminarla sul posto e poi smontarla pezzo dopo pezzo). Per cui bisogna dire
chiaramente che se il sindaco-commissario non vuole rimuoverla non c’entra
niente il rischio ambientale, che sarebbe bassissimo con le tecniche citate: è
perché non vuole la lunga spiaggia pubblica da Nisida a Pozzuoli, ma vuole una
gigantesca piattaforma di cemento dove fare un porto per yatch o uno spazio
appetitoso per organizzatori di grandi eventi privati (coppe di vela, festival
della mozzarella, tornei di golf, concerti a pagamento, con tanti saluti alla
restituzione del territorio agli abitanti). Non regge il motivo economico,
perché è dimostrato che i costi sarebbero ampiamente sostenibili con le risorse
stanziate, né la grottesca scusa dei camion, prodotta ad arte qualche mese fa,
che andrebbero in giro per il quartiere per anni a creare disagi; in primo luogo
perché questo sta accadendo anche senza rimuoverla, anzi dai calcoli dei
comitati risulta che vi sia una movimentazione di materiale che avrebbe potuto
nello stesso tempo smontare quasi metà della colmata; in secondo luogo perché
esistono numerosi accordi passati che prevedevano lo spostamento della colmata
rimossa via mare, senza che nessun problema fosse creato all’abitato.
Il vero tema ambientale non è quindi la permanenza o meno della colmata, ma la
tecnica scelta per la sua messa in sicurezza, il desorbimento termico ex situ:
si prendono le parti parzialmente rimosse, si lasciano esposte per un po’ agli
agenti atmosferici (vento e pioggia forte, in questi giorni) e quando
evidentemente si ritiene che abbiano fatto abbastanza danni si portano via sui
camion. Per De Vivo, quella dell’ex situ è già di per sé una scelta non
opportuna a Bagnoli: questa tecnologia è infatti vietata in tutto il mondo nelle
aree urbanizzate, come è il caso appunto di Bagnoli (e dei quartieri limitrofi:
Cavalleggeri, Fuorigrotta, Posillipo) e Pozzuoli. Questa scelta, diventa
addirittura «scellerata quando effettuata in prossimità del mare», attraverso
lavori «che dovrebbero comportare un intervento da parte delle autorità preposte
al controllo dei rischi sanitari-ambientali, rischi che si configurano per le
operazioni che con molta leggerezza e superficialità si stanno portando avanti».
Il rischio sono ancora i famosi IPA e PCB che stanno dentro la colmata, e che si
stanno disperdendo nell’aria a ridosso della costa, entrando in contatto con
elementi quali il cloro e il mercurio e lo stagno (naturalmente presenti in
un’area vulcanica e marina) con un’alta possibilità di formare diossine, e gli
ancora più pericolosi dibutil e tributil-stagno e metil-mercurio, tra lesostanze
cancerogene più letali in assoluto. Eppure, o forse proprio per questo, la
struttura commissariale si è guardata bene dal sottoporre i lavori all’ordinaria
Valutazione di impatto ambientale, nascondendosi dietro un semplice parere di
non assoggettabilità fornitogli dal ministero. Né meglio fanno gli organi di
controllo: l’Arpac ci comunica lo sforamento delle polveri sottili, ma né lei né
l’Asl si preoccupano di analizzarle, rischiando evidentemente di scoprire che vi
sia un’alta concentrazione di IPA e PCB, che presupporrebbe l’immediato stop ai
lavori che chiedono gli abitanti.
(foto di mattia crocetti)
Che fare, allora? Il movimento contro la Coppa, e contro questi devastanti
lavori, sta acquisendo consenso e visibilità. A mostrarlo non sono soltanto le
interviste, le pacche sulle spalle nel quartiere, quanto piuttosto il patetico
storytelling di regime messo in campo negli ultimi giorni, che ha il compito di
produrre precise risposte (inconsistenti, per chi conosce la questione) alle
obiezioni degli abitanti, e l’attivazione delle solite truppe cammellate del
territorio, che si agitano da settimane sui social network e organizzano eventi
propagandistici come questo di cui sono stati protagonisti la vicesindaca Lieto
(mandata allo sbaraglio dal sindaco in prefettura a inizio settimana, a
prendersi la porta chiusale in faccia dai comitati) e il sempre arrogante vice
commissario De Rossi.
La manifestazione del 7 sarà uno spartiacque, in qualsiasi forma si articoli. È
una manifestazione a cui parteciperanno attivisti di ogni quartiere della città
ma soprattutto abitanti bagnolesi di ogni età ed estrazione sociale. Già questo
sarebbe un grande successo, considerando la macchina della propaganda che questo
genere di eventi produce, ma un successo non sufficiente. L’obiettivo dev’essere
fermare il nuovo disastro ambientale, e considerando il potere che la legge ha
fornito all’autocrate Manfredi, non c’è altro modo che la piazza. (riccardo
rosa)
_________________________
¹ Un articolo scientifico (De Vivo et al., 2026, su J. Geochemical Exploration)
sulla tematica della rigenerazione del brownfield site di Bagnoli è in stampa a
cura del prof. De Vivo, con i suoi collaboratori.
(disegno di diego miedo)
Come tutti gli anni, dall’inizio di questa settimana il Centro Culturale Handala
Ali ha avviato la propria campagna di tesseramento. Quest’anno, però,
l’iniziativa ha indispettito alcuni esponenti politici dei partiti di governo e
il quotidiano Il Giornale, che ha avviato una campagna stampa contro gli
attivisti e le attiviste del centro, diffamandoli e diffondendo informazioni
false, tanto da costringerli a replicare con un comunicato stampa, pubblicato
ieri. Lo riproponiamo, ricordando che è possibile visitare il centro (nonché
tesserarsi) tutti i martedì e giovedì pomeriggio, in via Candelora 4/5 a Napoli.
* * *
Dal 27 gennaio, il Centro Culturale Handala Ali è oggetto di una campagna
mediatica, condotta dal quotidiano Il Giornale e da altre testate, che mette
apertamente in discussione la libertà di associazione, diritto
costituzionalmente garantito. Con un linguaggio diffamatorio e privo di
qualsiasi riscontro giudiziario, il nostro centro viene accusato di aver
partecipato a mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese insieme ad
altre realtà, come l’Udap (Unione democratica arabo-palestinese) e i Gpi
(Giovani palestinesi d’Italia), come se questo costituisse un reato. Negli
stessi articoli vengono riportate le dichiarazioni di una deputata di estrema
destra che, in occasione del lancio della nostra campagna di tesseramento,
arriva ad accusarci di voler fondare un presunto “partito filo-Hamas”: un’accusa
ovviamente infondata e strumentale.
Il Centro Culturale Handala Ali nasce sei anni fa a Napoli come progetto di
diffusione culturale e politica, in memoria di Ali Oraney, storico esponente
della diaspora palestinese. Da allora promuove la cultura palestinese attraverso
libri, incontri pubblici, seminari e collaborazioni con università e
associazioni, costruendo uno spazio vivo di memoria, solidarietà e
partecipazione nel quartiere e nella città. In quanto associazione culturale
no-profit, la nostra forza risiede nella comunità che sostiene e rende possibile
questo progetto. Proprio questo radicamento sociale e la sua capacità di
costruire partecipazione rendono il Centro Culturale Handala Alì un obiettivo di
attacco, nel tentativo di screditarlo e ridurre la Palestina a una questione di
“sicurezza” e terrorismo.
Quanto sta accadendo non è un episodio isolato. Da mesi in Italia è in corso una
campagna repressiva contro il movimento di solidarietà con la Palestina,
costruita attorno al paradigma della “sicurezza” e finalizzata a criminalizzare
associazioni, realtà politiche, singoli palestinesi e chiunque sostenga la
causa, sistematicamente accusati di terrorismo. Ne sono prova il tentativo di
espulsione dell’imam Mohammed Shahin a Torino, l’arresto di cittadini arabi e
palestinesi – tra cui Mohammed Hannoun, presidente dell’Api – sulla base di
presunte “prove” prodotte e trasmesse direttamente dall’intelligence israeliana,
senza possibilità di verifica indipendente, oltre al processo politico che ha
colpito Ali Irar, Mansour Doghmosh e Anan Yaeesh, anch’esso basato su un
impianto accusatorio proveniente da Israele: un’ingerenza esterna gravissima,
che mette oltretutto in discussione l’autonomia del sistema giudiziario
italiano.
Questo è il segnale grave di un processo più ampio di importazione di logiche e
pratiche repressive proprie del sistema di “sicurezza” israeliano, in cui la
sospensione delle garanzie e la criminalizzazione preventiva diventano strumenti
ordinari di controllo sociale. La repressione che colpisce oggi chi si mobilita
in Italia è parte dello stesso sistema di dominio che in Palestina produce
violenza e annientamento. Questa offensiva riflette la paura del governo
italiano e del sistema sionista nei confronti della Resistenza palestinese e di
un movimento di solidarietà capace di rompere la narrazione dominante che
occulta genocidio, occupazione e apartheid israeliani.
In questo quadro si inseriscono anche i recenti disegni di legge – dai ddl
Gasparri e Del Rio al provvedimento leghista approvato nei giorni scorsi alla
Camera – che, attraverso l’adozione delle definizioni dell’Ihra, mirano a
equiparare antisemitismo e antisionismo, criminalizzando il dissenso anche a
livello penale e colpendo non solo la libertà di ricerca e di insegnamento, ma
la libertà di espressione in generale. A questo si aggiungono le recenti liste
di proscrizione promosse dal movimento studentesco figlio del partito di
governo, volte a identificare gli insegnanti “di sinistra” colpevoli, fra le
altre cose, di parlare della questione palestinese.
A questa deriva contribuisce una parte del giornalismo italiano che, dopo aver
taciuto in merito all’uccisione di centinaia di giornalisti palestinesi, oggi
funge da scorta mediatica a politiche che mirano a cancellare il genocidio in
corso e le responsabilità del governo italiano nella sua complicità politica,
economica e militare. Le diffamazioni sul Centro Culturale Handala Alì che sono
state riportate da alcuni giornali ne sono la prova concreta.
Ma noi non arretreremo di fronte ai tentativi di criminalizzare la solidarietà e
di cancellare il genocidio palestinese. Continueremo a parlare di Palestina, a
mobilitarci e a organizzarci. Se questo viene considerato un reato, allora
rivendichiamo con forza di essere, oggi come ieri, colpevoli di Palestina.
(centro culturale handala ali)
(disegno di cyop&kaf)
Gelsomina è un’agricoltrice di sessantacinque anni che ha vissuto sin da quando
è nata nella periferia est di Napoli, in via De Roberto, la strada di Ponticelli
che oggi scorre interamente sotto il viadotto della tangenziale – il cosiddetto
“ponte della Fiat”. L’appezzamento che continua a coltivare è lo stesso che
lavoravano suo padre e suo nonno. Insieme al fratello Mimmo e al nipote Andrea
vende come coltivatrice diretta zucche, finocchi, cavoli e altri ortaggi. «Prima
che costruissero il cavalcavia negli anni Settanta – dice –, la terra che
avevamo in fitto era molto più grande. Non era nostra ma di un avvocato,
pagavamo poco e ci aveva concesso di costruire la nostra casa. Era grande e ci
vivevamo tutti: aveva il piano superiore e pure la taverna».
Poi le cose cambiano. La tangenziale taglia in due i campi e Ponticelli, nei
primi anni Settanta, viene inserita in un Piano di Zona previsto dalla legge 167
del 1962, che individua nuove aree per l’edilizia popolare e consente ai comuni
di espropriare terreni agricoli o edificabili in cambio di indennizzi, spesso
cospicui. Già dal dopoguerra, questa periferia era interessata da opere di
edilizia residenziale popolare e aveva visto nascere dapprima il rione De
Gasperi e poi il rione Incis, ma è dal 1980 che questa fase di espansione
urbanistica ha un impulso ulteriore. Le conseguenze del terremoto generano
infatti l’urgenza di fornire un alloggio agli sfollati e viene varata la legge
219 del 1981, per finanziare la massiccia edilizia di emergenza. È in questo
periodo che si aggiungono ai rioni già esistenti i nuovi Lotto O e Parco
Conocal. Questi complessi, oltre ad accogliere chi ha perso la casa per colpa
del sisma, diventano il luogo in cui viene traslocato chi deve lasciarla per
fare spazio a nuove infrastrutture. Gelsomina e la sua famiglia sono tra questi:
devono far posto al progetto del depuratore di acque reflue di Napoli Est.
«Quando l’avvocato ha venduto quasi tutto al Comune – continua Gelsomina –, ha
chiesto che ci dessero un altro posto dove stare, e da allora vivo al Parco
Conocal. Per fortuna mio padre è riuscito a comprare questa piccola parte di
terra in via De Roberto, ma non ha potuto fare di più; anche se avevamo il
diritto di prelazione non avevamo abbastanza soldi, come molti altri contadini.
Gli aspiranti acquirenti facevano le offerte e noi avremmo dovuto rilanciare, ma
non era semplice. E poi non conveniva essere proprietari di terreni: le tasse
sulla terra agricola in quegli anni salirono moltissimo, chi le possedeva era
spinto a vendere in fretta, mentre chi voleva acquistare senza cambiarne la
destinazione d’uso era disincentivato».
Negli stessi anni, infatti, arriva anche l’effetto della grande riforma
tributaria nazionale. Nel 1971 il Parlamento approva la cosiddetta “legge
Preti”, dal nome del ministro socialdemocratico, che ridisegna l’intero sistema
fiscale. Nei due anni successivi una serie di decreti attuativi, varati da
governi a guida democristiana, aggiorna le basi su cui vengono calcolate le
tasse sulla proprietà dei terreni. In pratica, per chi detiene molti ettari alle
porte della città, il possesso dei campi diventa più oneroso; mantenere terreni
agricoli in aree urbane è sempre meno conveniente, soprattutto in un periodo in
cui gli enti pubblici sono interessati ad acquisirne la proprietà per realizzare
opere di servizio alla città.
In pochi decenni, la morfologia urbana e sociale di Ponticelli cambia
radicalmente. Trasferiti nei rioni vicini e rimasti senza campi da coltivare,
una parte dei contadini diventa manodopera nelle nuove strutture che sorgono:
impianti di vario tipo, aziende di servizi, imprese di trasporto. «Alcuni vicini
presero “il posto” al depuratore, principalmente per fare le pulizie – racconta
Mimmo, il fratello di Gelsomina –. Solo che, finiti i loro contratti, nessuno
della zona ha più trovato un lavoro lì. Non c’è stato nessun ritorno vero sul
territorio. Anzi, per anni le vasche del depuratore non avevano un sistema di
filtraggio adeguato e si riempivano di materiale organico che si decomponeva,
rendendo l’aria irrespirabile. Molti non hanno retto e sono andati via».
Negli anni successivi l’impianto di depurazione è rimasto al centro di
discussioni tecniche e politiche: è un impianto ancora basato su un trattamento
chimico-fisico e la Regione ha programmato un intervento di adeguamento per
trasformarlo in un impianto biologico e ridurne l’impatto sul mare e sull’aria.
Per chi abita intorno, come Mimmo, il depuratore è una presenza stabile che
influisce negativamente sulla vivibilità.
Così le zone limitrofe al depuratore si svuotano dei campi agricoli e di una
parte dei loro abitanti, mentre chi resta vive in piccoli agglomerati di case,
compresse tra il viadotto della tangenziale sopra la strada, il depuratore, i
capannoni che avanzano verso i terreni rimasti. In parallelo, i processi di
industrializzazione e de-industrializzazione apportano nuove conseguenze per
l’ambiente e la salute degli abitanti, al punto che nel 1998 l’area è inclusa in
un Sito di Interesse Nazionale (SIN) che sancisce l’urgenza di bonificare parte
del territorio di Napoli Est.
Il perimetro intorno via De Roberto, poco più di un chilometro quadrato, diviene
gradualmente un’area desolata, con interstizi vuoti in cui si accumulano
discariche spontanee ed ex terreni lottizzati che vengono – nel corso del tempo
– acquistati da imprese di trasporto e stoccaggio per conto di terzi; si
addensano così operatori che offrono servizi di magazzinaggio e piccoli depositi
le cui torri di container si alzano a pochi metri dalle case e dagli orti,
disegnando una linea continua di lamiere tra chi abita lì e il resto del mondo.
Nel contesto dei conflitti ambientali locali, la posizione di Gelsomina e dei
suoi vicini viene spesso considerata una protesta Nimby (Not in my backyard,
“non nel mio cortile”). Le opere che servono alla collettività, da qualche parte
dovranno pur andare. Ma qui non è semplicemente il rifiuto di un’opera pubblica;
a chi vive tra via De Roberto e le strade interne non è stato chiesto di
accettare un singolo impianto, ma l’accumulo, in pochi decenni, di funzioni
tecniche che se, collocate più equamente, peserebbero meno su ogni singolo
quartiere.
Intorno al “ponte della Fiat” non si solleva solo la questione della necessità
di impianti di servizio alla città, ma si pone il problema di come vengono
distribuiti gli oneri del funzionamento urbano. Perché la stessa porzione di
territorio deve sostenere insieme depuratore, futuro impianto di compostaggio,
viadotto e stoccaggi di container, mentre altre parti di Napoli ne restano quasi
del tutto libere? Finché questa asimmetria resta fuori dal dibattito sulle
scelte urbane, le voci di chi continua a coltivare e ad abitare qui saranno
facilmente archiviate come rifiuto del cambiamento, invece che come richiesta di
ridefinire chi, e in quali proporzioni, deve farsi carico delle funzioni più
ingombranti della città. (delfina esposito)
(disegno di ginevra naviglio)
All’angolo tra via Galileo Ferraris e corso Arnaldo Lucci, a pochi passi da
piazza Garibaldi, è stato da poco inaugurato il Campus X. Alla cerimonia sono
presenti un circoletto di manager e autorità cittadine, tra cui sindaco e
rettore della Federico II. L’ex palazzo dell’Inps è stato revampato e al posto
degli uffici ora ci sono miniappartamenti, aree di coworking,
palestre, rooftop panoramici e ristoranti. È stato presentato come il modello
“europeo” di studentato che a Napoli tanto mancherebbe, ma in realtà dello
studentato ha ben poco, se non il fatto che ospiterà nei 540 posti letto
disponibili un esiguo numero di studenti (84) a tariffe agevolate (ma solo per
tre anni); in cambio di ciò, Investire SGR, la società d’ investimento parte del
Gruppo Banca Finnat che ha acquistato lo stabile per circa quaranta milioni di
euro, ha potuto beneficiare dei fondi del Pnrr: ventimila euro per ogni posto
letto, per un totale di circa due milioni di euro. Una volta dichiarate di
“interesse nazionale” queste strutture, in pratica private, si sottraggono
all’iter del piano urbanistico comunale.
Il palazzo dell’Inps è stato rinnovato e gli interni hanno assunto le sembianze
di un rendering 3D. Si ha l’impressione di trovarsi nella hall di un ostello
fighetto, con divanetti e mobili di design (ma forse è quello che è in
sostanza). Perché la struttura, oltre a quei pochi posti riservati ai vincitori
di borsa, è in sostanza un hotel privato e le restanti stanze/zone comuni
saranno affittate a un prezzo ben al di sopra di quello mercato, 1.100 euro al
mese per una singola di sedici metri quadrati.
Anche per questo un gruppo di studenti universitari si è presentato il giorno
dell’inaugurazione chiedendo un confronto con sindaco e rettore, che però non
hanno voluto parlare con loro. Nello spot promozionale, con tanto di
musichetta royalty-free, apparso inspiegabilmente sul canale YouTube del comune
di Napoli, il rettore Lorito ha fatto solo un rapido e vago accenno al fatto
che, nel prossimo anno, dovrebbero partire i progetti per cinque strutture,
queste finalmente pubbliche, con i fondi della legge 338/2000, che prevede il
cofinanziamento da parte dello Stato per interventi rivolti alla realizzazione
di alloggi e residenze per studenti universitari. Si tratta circa di circa
seicento posti letto, che si aggiungerebbero agli attuali novecento. Queste
nuove strutture pubbliche, ancora lontane dall’essere pronte, saranno riservate
ai vincitori di borsa di studio regionale, e si trovano nella Zona ospedaliera
(100 posti), Portici (60 posti), a Napoli (330 posti), a Pozzuoli (70 posti).
Ben poca cosa se paragonati ai 150 mila iscritti delle università partenopee, di
cui 35 mila fuorisede. Tra questi ultimi quasi 30 mila risultano idonei ma non
beneficiari, ovvero studenti che nonostante abbiano tutte le carte in regola per
beneficiare di un alloggio studentesco rimangono fuori dalla graduatoria per
mancanza di strutture.
Sono stati proprio questi studenti i primi ad accusare le conseguenze
dell’impennata degli affitti in città. Negli scorsi anni in diverse occasioni
hanno piazzato tende nei cortili delle università per denunciare che affittare
sul mercato privato sta raggiungendo cifre proibitive. A influire sono vari
fattori, tra cui spicca il fatto che molti degli alloggi del centro storico sono
stati convertiti in stanze destinate ad affitti brevi orientati al mercato
turistico. Le amministrazioni locali non saputo (o voluto) mettere dei limiti
al proliferare di questo nuovo tipo di strutture, che stanno determinando
l’espulsione dei ceti più fragili. Le famiglie sfrattate, e gli studenti che non
trovano più alloggio nelle zone che prima abitavano, sono costretti ad
accontentarsi di case decrepite o a spostarsi in periferia. In questo modo gli
effetti della speculazione si spalmano a cascata in tutta la città.
ABBANDONATI A GIANTURCO
Qualche giorno fa, in università mi trovo a commentare una notizia di attualità
con due ragazzi da poco conosciuti: l’acquisto delle due torri del Banco di
Napoli al Centro Direzionale. L’idea sarebbe di riconvertire pure quei due
torrioni in acciaio e cemento armato in appartamenti per studenti universitari.
In città, d’altronde, c’è penuria di case a prezzi abbordabili. I miei
interlocutori, Antonio e Gennaro, sono entrambi studenti di giurisprudenza poco
più giovani di me. Antonio ha avuto un’esperienza diretta della questione: ha
ventidue anni ed è un fuorisede lucano che si è trasferito a Napoli per i suoi
studi. Oggi vive in un appartamento condiviso con altri tre studenti in pieno
centro storico, ma i suoi primi tre anni a Napoli li ha passati nello studentato
pubblico di Gianturco, zona industriale a est di Napoli. Oggi paga quasi il
doppio, perché non ne poteva più della struttura in cui stava. I tre anni che ha
passato a Gianturco li descrive come un incubo. Mi mostra foto dei soffitti che
cadono a pezzi: «Sembrava un ospedale, ti toglieva la felicità, quando si
risolveva un problema se ne ripresentava subito uno nuovo, nella paura costante
di essere trasferiti in altre strutture. La sensazione che provano inquilini e
lavoratori dello studentato pubblico è abbandono, abbandono da parte
dell’istituzione universitaria, da parte di chi dovrebbe gestirlo». Gianturco
secondo lui è troppo isolata e pericolosa, quindi per evitare brutte sorprese
aveva preso l’abitudine di tornare a casa entro le 18, praticamente un
coprifuoco.
«Quale studente potrebbe permettersi una singola a novecento euro al mese?», si
chiedono i miei due amici. Gennaro aggiunge, tra l’esasperato e il rassegnato:
«Lo Stato ha abbandonato il ruolo di garante del diritto allo studio, creando un
vuoto che ora viene “colmato” unicamente da operatori privati». Contribuisco
alla discussione: gli dico che a Bagnoli stanno facendo un’operazione del
genere: al posto di un hotel termale, poi scuola superiore, dismessa da anni,
vogliono fare uno Student Hotel di lusso con vista mare. Anche qui il progetto è
il sogno dei palazzinari, migliaia di metri cubi di cemento a ridosso
dell’arenile. Ma non è l’unico, anche al Rione Berlingieri, a Calata
Capodichino, ad Arzano, a Pietrarsa si preparano i cantieri per ristrutturare o
creare da zero nuove strutture acquistate da fondi di investimento, gestite da
privati, ma che beneficiano di circa venti milioni del Pnrr. In realtà, quello
dello studentato sembra una facciata per poi guadagnare anche su altri business:
pernottamenti di turisti e viaggiatori, affitto di spazi di lavoro alle piccole
aziende, palestra, ecc. Come spiegano bene Portelli e Davoli nel recente
volume Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare, la
diffusione degli studentati di lusso è al centro di una più larga serie di
dinamiche urbane. Innanzitutto l’arrivo di attori e capitali finanziari nel
mercato dell’edilizia studentesca, poi la contemporanea speculazione immobiliare
in altri settori (per esempio quello turistico). Questa nuova stagione di
“imprenditorialismo urbano”, dopata dai miliardi del Pnrr, è in sostanza una
chance per investitori privati di fare cassa. La casa non è più bene d’uso ma
investimento dal quale estrarre rendite crescenti. Quello del “partenariato
pubblico-privato” è solo un mito, nei fatti il ruolo delle amministrazioni
locali è quello di mettere disposizione risorse e garanzie, mentre i profitti
ricadono sui soggetti privati.
Gli studentati di lusso a Bagnoli e al Centro Direzionale, il Campus X a piazza
Garibaldi, sono la dimostrazione che i cosiddetti vuoti urbani — cioè fabbricati
non utilizzati, trascurati o mantenuti sfitti di proposito — non derivano quasi
mai da coincidenze o da semplice negligenza. Lasciare che intere aree restino in
stato di abbandono permette agli attori immobiliari di comprarle a prezzi
irrisori, attendere gli interventi pubblici di riqualificazione e,
successivamente, trarre profitto dall’aumento del loro valore. Queste strutture
sono presentate da autorità e giornali cittadini come interventi di
“rigenerazione” che tentano di risolvere il problema degli alloggi per studenti
in città. In realtà, queste opere non fanno altro che riprodurre il problema che
millantano di voler risolvere. (francesco nunziante)
(foto del movimento disoccupati 7 novembre)
Chissà se quando il dirigente della Digos saluta i manifestanti con il canonico:
«Finisce qua?», si rende conto dell’allegoria prodotta. È martedì mattina, siamo
all’esterno della sede Rai di Napoli, dove il Movimento disoccupati 7 Novembre
ha organizzato una conferenza stampa per rivendicare il recente avvio di un
percorso di tirocinio finalizzato all’inserimento lavorativo, ottenuto dopo
oltre dieci anni di lotte.
Sono le dieci e trenta, la conferenza è finita da poco e il gruppo si sta
lentamente sciogliendo. La domanda del poliziotto è quella che fanno di solito
gli agenti al termine di una manifestazione, per assicurarsi che questa non
continui altrove o che non vi siano altre azioni in continuità con quella
conclusa. In quel contesto, mentre il movimento celebra quella che è una
innegabile vittoria, e in un certo senso la conclusione di un percorso politico
decennale, la sua domanda potrebbe risuonare come una sorta di invito a darsi
una calmata: “Il posto l’avete avuto: ora avete finito?”.
In realtà, le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dai delegati del
movimento, vanno nella direzione opposta. Per prima cosa, dicono, bisogna
continuare a vigilare, e se necessario a fare pressione, affinché tutti i mille
e duecento tirocini comincino; secondo, è importante che gli impegni presi
riguardo alla trasformazione in un lavoro stabile e dignitoso di questi tirocini
vengano rispettati; terzo, nel movimento c’è già chi pensa che la lotta per il
lavoro debba mutarsi ora in lotta sindacale, per un mantenimento e miglioramento
delle condizioni e dei diritti.
Il Movimento disoccupati 7 novembre nasce undici anni fa, dopo che un gruppo di
abitanti delle periferie a ovest della città partecipa alla grande
manifestazione di Bagnoli contro lo Sblocca Italia e il commissariamento dell’ex
area industriale. Col tempo il gruppo cresce, arriva a raccogliere circa
quattrocento iscritti da diversi quartieri e si “federa” con un’altra grossa
lista di lotta per il lavoro, il Cantiere 167 di Scampia. Centinaia di persone
sono in strada quotidianamente, pretendono la garanzia di un diritto
costituzionale, e manifestano, presidiano, occupano, arrivano a forme di scontro
radicale per ottenerla. Gli anni passano, si creano opportunità, ci sono inganni
e tradimenti istituzionali, ogni volta si ricomincia daccapo. Le inchieste
giudiziarie si moltiplicano, le accuse sono spesso assurde, arrivano anche
condanne, pesantissime. Eppure oggi il prefetto, che evidentemente ha la memoria
corta, parla di “proteste garbate”, e nelle prime righe del recente accordo
firmato da comune e governo ammette che il movimento ha rappresentato un
problema di ordine pubblico, perché queste centinaia di persone non facevano
altro che rivendicare per un proprio diritto.
Alla fine, dopo undici anni di lotta, l’accordo arriva. Mille e duecento
disoccupati napoletani verranno impiegati per la cura e la manutenzione del
verde pubblico e scolastico, la sorveglianza delle strutture museali, altri
interventi di pubblica utilità. I primi cominceranno a breve, gli ultimi saranno
chiamati entro febbraio. Dopo un anno si comincerà a pianificare la loro
assunzione in cooperative comunali che si occupano di questo stesso genere di
interventi. L’investimento complessivo è di circa tredici milioni di euro. «La
nostra intenzione – ha spiegato il sindaco Manfredi – è quella di far
progressivamente transitare queste persone all’interno delle cooperative che
operano al Comune e Città metropolitana, che noi utilizziamo per la gestione del
verde pubblico. Queste cooperative oggi vivono una riduzione dei partecipanti
per i pensionamenti, ma l’obiettivo è quello di mantenere immutata la loro
dimensione numerica». Questo scenario fino a qualche anno fa non sembrava
nemmeno lontanamente ipotizzabile, considerando le resistenze delle stesse
istituzioni che oggi rivendicano il risultato, che si è invece delineato
soprattutto grazie agli sforzi del movimento.
Al termine della conferenza abbiamo fatto alcune domande a Eduardo Sorge, uno
dei portavoce dei 7 Novembre, chiedendogli se davvero, come sottintendeva forse
l’ispettore della Digos, la loro lotta è finita qua. (riccardo rosa)
* * *
«Al netto della forza della lotta, dell’incessante lavoro di mobilitazione e di
piazza, negli ultimi due anni c’è stata un’attenzione trasversale su questa
vertenza, perché si potesse concretizzare un risultato in questa direzione. Dal
punto di vista prefettizio c’è stato e c’è l’interesse a pacificare una delle
poche aree che rompeva e speriamo rompa l’immagine della Napoli città-vetrina,
per cui in un momento in cui Napoli sta diventando un parco giochi, una delle
loro valutazioni è stata che forse non era il caso di continuare ad alzare muri
verso una lotta che coinvolgeva un migliaio di persone, le quali tra l’altro
andranno a svolgere un’attività che va a colmare un vuoto di servizi. Dal canto
nostro, sappiamo che anche questo intervento sui servizi è finalizzato a
supportare una città che si prepara ad accogliere flussi turistici ancora più
imponenti di quelli attuali, e insomma il ragionamento istituzionale è stato che
conviene anche a loro che una serie di persone piuttosto che stare a bloccare le
strade vadano a garantire quello che considerano “decoro urbano”, a potenziare
l’accoglienza museale o migliorare i servizi scolastici.
«Le cooperative dove si andranno a svolgere questi tirocini sono le stesse dove
i disoccupati hanno svolto gli stage in una fase precedente, con il piano Gol,
sono cooperative attualmente finanziate da un investimento nazionale di decine
di milioni di euro, soldi che vanno nelle casse del comune che li gestisce.
Quindi l’amministrazione per questo servizio non investe risorse, seppure per
l’allargamento della platea ha contribuito con una quota. Di questa platea di
mille e duecento persone noi possiamo dire di rappresentarne circa la metà, ma
ci sono state spinte, per esempio durante la campagna elettorale delle
regionali, con interessi di parte molto lontani da noi, per frammentarla; il
vantaggio di essere riusciti a mantenere compatto il movimento, sta nel fatto
che questo risultato non potrà essere merce di scambio, non saremo disponibili a
essere strumentalizzati. Negli ultimi mesi, soprattutto i partiti di governo,
hanno provato a candidarsi come “rappresentanti” di questa vertenza. Da questo
punto di vista, riuscire a garantire risultati per tutta la platea, e non
soltanto per i nostri iscritti, è stato decisivo. Anche il fatto che
ventiquattr’ore prima di questo risultato siano arrivate condanne di due anni e
due mesi per otto esponenti del Movimento è un modo per dire “ok, vi siete presi
quello che volevate, ora però non rompete le scatole su tutto il resto”. Ma se è
vero che il movimento è nato per il lavoro, è anche vero che è sempre stato
nelle battaglie politiche generali – contro il riarmo, contro la guerra, per
l’unità dei lavoratori; e rispetto alla città, nella denuncia della
privatizzazione del verde cittadino e di tutte le operazioni che si stanno
svolgendo sulla costa, da San Giovanni a Bagnoli, e quindi continuerà ad
alimentare le lotte territoriali.
«Quando si fa un bilancio politico, tutto va inquadrato nel momento storico. Da
un certo punto di vista è una vittoria gigantesca, non tanto per il risultato,
ma per la rete che si è costruita tra la gente, i quartieri popolari, l’unità
anche con chi, come il Cantiere 167, politicamente non era vicinissimo a noi.
Forse se trent’anni fa avessimo raccontato questa vertenza non avremmo parlato
di vittoria, avremmo parlato di un’elemosina di Stato fatta per risolvere un
problema di ordine pubblico, ma io credo che tutto vada inquadrato in un
contesto, e in quello attuale gli operai e i lavoratori prendono sempre meno
salario, sono sempre più sfruttati, hanno sempre meno diritti sindacali. Siamo
in un momento di arretramento a oltranza, e il fatto che si ottenga un risultato
per mille e duecento persone, che non è solo il tirocinio, ma è qualcosa che
darà la possibilità dopo dodici mesi di entrare nelle cooperative, significa non
solo dare a chi ha cinquanta o sessant’anni una dignità personale, ma anche per
diverse centinaia di ragazzi di venticinque-trent’anni di avere un’alternativa a
fare il rider sotto la pioggia, oppure a fare i servizi nei b&b di cui Napoli è
piena.
Questo io credo sia il grande valore politico: la lotta ha pagato, e questo, in
un momento in cui c’è una disillusione totale verso le pratiche collettive di
organizzazione, è la cosa più importante. Molti di quelli che ieri erano bassa
manovalanza della criminalità o erano nella totale marginalità sociale, adesso
fanno i corsi nelle loro sedi, nei quartieri popolari, con i bambini di comunità
srilankesi, fanno battaglie contro le chiusure degli ospedali pubblici. In una
fase, tra l’altro, in cui siamo bombardati da giornali che ci dicono che non è
possibile garantire la spiaggia e il parco urbano a Bagnoli, ora noi abbiamo un
esercito di manutentori del verde, per cui sarebbe anche divertente andare a
dire al comune di Napoli: perché queste persone che già pagate non le spostate
tutte quante per garantire il parco urbano e la spiaggia? Stimolarli quindi sul
fatto che se il danaro pubblico si vuole tirar fuori per il lavoro pubblico,
dignitoso e stabile, si può tirare fuori.
buon ascolto!
(disegno di otarebill)
Venerdì 15 novembre, rotonda Diaz, le dieci del mattino circa. Da lontano si può
vedere un caccia che taglia il cielo alle spalle di Castel Sant’Elmo, mettendo
in fuga i gabbiani. Sono a Villaggio Esercito, un’iniziativa promossa
dall’esercito italiano, patrocinata dal comune di Napoli e dalla regione
Campania. Per la celebrazione dei suoi duemila e cinquecento anni, la città ha
scelto di raccontare la propria storia con diciassettemila metri quadri di
potenza militare: un parco tematico della difesa dove il soft power si mimetizza
nella fiera promozionale.
«Buongiorno a tutti! Siamo in diretta su Radio Esercito da una Napoli che ci
accoglie sempre calorosamente, vero Benito?», apre uno dei radio conduttori.
«Assolutamente, guarda quanta gente! Ricordiamo gli appuntamenti della
mattinata…».
In realtà, solo pochi e sparuti avventori si accostano alla quindicina di stand,
ben distanziati uno dall’altro. L’area è delimitata da due grandi porte
gonfiabili su cui si legge “ESERCITO ITALIANO”. Tra gli avventori c’è qualche
scolaresca elementare e superiore. Le giacche di generali, ammiragli e
colonnelli sono tutte una gara di coccarde, medagliette e gradi militari. Per
l’inaugurazione sono presenti l’assessore alla legalità ed ex prefetto Antonio
De Iesu, il generale di corpo d’armata Gianpaolo Mirra ed il viceministro degli
affari esteri Edmondo Cirielli.
Quest’ultimo, impegnatissimo a stringere mani, è in corsa per la presidenza
regionale a capo della coalizione di centrodestra, con la lista civica “Moderati
e Riformisti”. Qualcuno si ricorderà di lui per il tentativo di istaurare un
“principato di Salerno”, altri per la lunga militanza in Alleanza Nazionale e
poi in Fratelli d’Italia, o ancora per le polemiche suscitate da alcune sue
dichiarazioni in odore di apologia di fascismo (Cirielli ha sostenuto che “il
tratto distintivo più profondo [del fascismo] era uno spirito di libertà
straordinario”).
Ad eccezione della rappresentanza istituzionale, le persone si muovono con
circospezione negli spazi allestiti. C’è un’aria tesa, forzosamente bonaria. Gli
stand presentano i modelli più aggiornati di macchine da guerra, robot, i droni
più disparati. Mi raccontano che lo Strix‑DF può operare come “occhi volanti”:
può identificare obiettivi, sorvegliare aree sensibili, controllare movimenti e
inviare dati. Il Raven DDL è un micro‑UAV tattico progettato per fornire
sorveglianza ravvicinata e in tempo reale alle unità sul terreno. Ci sono poi i
cosiddetti droni “anti-contagio” CBRN, velivoli senza pilota progettati per
monitorare e campionare minacce chimiche, biologiche e nucleari in aree
contaminate. Nella rotonda intanto sfilano i pachidermici veicoli tattici
blindati (VTMM) “Orso” e “Lince”. Il messaggio è chiaro: la “difesa” si espone
al grande pubblico. Un investimento di immagine in cui la celebrazione civica si
confonde con una fiera campionaria del business bellico.
Secondo il Documento Programmatico Pluriennale il bilancio della Difesa per il
2025 è di circa 35,5 miliardi di euro. Alcune stime che considerano anche le
spese “in chiave NATO” (Borsa Italiana/Radiocor/ TGCOM) arrivano a 45,3 miliardi
per lo stesso anno, comprendenti armamenti, ammodernamenti e investimenti
strutturali per le Forze Armate. In tutto, l’incidenza delle spese militari sul
Pil italiano raggiunge l’1,5 per cento, non così distante in fondo dal 3,9
investito in istruzione (la media Ocse per quest’ultima voce è di 4,7).
Gran parte di questi fondi è destinata all’acquisto dei caccia F‑35 della
statunitense Lockheed Martin, partner di Leonardo Spa, che sponsorizza l’evento.
È una flotta di novanta aerei, per un costo complessivo tra i quattordici e i
sedici miliardi di euro, la cui manutenzione e operatività nel tempo impegnerà
ulteriori risorse. Il vero boom riguarda però i droni: circa seicentosettanta
milioni di euro per gli MQ-9B Sky Guardian, anche detti “Mietitori”, e oltre
settecento per i Piaggio Hammerhead. Cifre che evidenziano una scelta politica
di campo, con implicazioni concrete per la collettività in termini di gestione
della spesa pubblica.
All’improvviso, un cane robot verde militare fa capolino sull’asfalto della
rotonda, alle sue spalle c’è la banda che scandisce le prime note di una
fanfara. Mi avvicino a due insegnanti che accompagnano una classe delle
superiori, chiedo perché abbiano scelto quest’iniziativa per una gita
scolastica: «È stata una scelta della dirigente», mi risponde con scoramento una
di loro, l’altra fa spallucce.
Per attraversare il piazzale passo accanto a un gigantesco elicottero nero,
l’A129 “Mangusta”, col mitragliatore puntato. Alle sue spalle due militari
mettono gli elmetti a quattro studentesse per visitare un anticarro. Una
passante fuma una sigaretta, affacciata sullo spicchio di spiaggia antistante
alla rotonda. L’aria è quella di una calda mattinata autunnale, tre signori
prendono il sole, mentre una donna fa il bagno. I tre mettono un po’ di musica
da una radiolina, i gabbiani sono in acqua.
Mi avvicino al banchetto del reclutamento dove presenziano le accademie militari
locali e nazionali. La marescialla illustra le differenti modalità di ingaggio,
mette l’accento sulla semplicità e l’accessibilità dei percorsi occupazionali a
tutti i livelli, “con o senza laurea”. Mi mostra i due chat-bot dal sito
dell’esercito, si chiamano Atena ed Ettore e mi possono aiutare nelle procedure
e con la modulistica.
Una ventina di bambini col berretto giallo delle gite si avvicina. Io invece mi
allontano dal centro della fiera, schivando un paio di piccoli automi a quattro
ruote, che scorrazzano sul cemento. Il cane robot balla impacciato sulle note di
O’ Surdato ‘Nnammurato cantata da Massimo Ranieri e passata da Radio Esercito.
(edoardo benassai)