Dalle testimonianze degli adolescenti di Milano alle cariche di polizia: dietro
la rabbia ci sono povertà, precarietà e razzismo. Il governo risponde con
perquisizioni, manganelli e nuovi reati. Un governo …
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(disegno di marta fogliano)
“Gentileschi occupato contro la guerra e contro la Coppa”. Con invidiabile
capacità di sintesi uno striscione affiso sul cancello esterno del liceo
bagnolese sintetizzava le principali motivazioni che hanno spinto gli studenti e
le studentesse, questa settimana, a occupare la scuola. È solo apparentemente un
volo pindarico, anzi i giovani che hanno preso possesso delle aule e delle
palestre in questi giorni hanno ben chiare tutte le connessioni tra ciò che gli
accade intorno, dal livello internazionale a quello territoriale. «I soldi che
vengono investiti per il riarmo – dicono – vengono tolti alla sanità, alla
scuola, alle politiche per la casa. E quello stesso intreccio di poteri pubblici
e multinazionali private che alimenta l’economia di guerra si mangia pian piano
le nostre città e i nostri quartieri» (il riferimento è al ruolo di main sponsor
della Coppa America svolto da Msc, colosso internazionale che ha un ruolo
importante nella logistica di guerra e nel genocidio dei palestinesi).
In questi giorni come redattori di Monitor, e insieme agli attivisti della Rete
No America’s Cup, siamo stati coinvolti dagli studenti di tre scuole occupate
dell’area flegrea in iniziative divulgative e informative rispetto alla storia
di Bagnoli, agli sviluppi della rigenerazione urbana, al ruolo della
competizione velistica come grimaldello per la speculazione e la cancellazione
dei piani urbanistici esistenti. I ragazzi del territorio ci hanno invitati, ci
hanno ascoltati e ci hanno fatto domande. Per la prima volta dopo molto tempo
stanno lavorando in rete, e infatti ieri hanno lanciato la proposta per una
“assemblea delle scuole in protesta”, che si terrà oggi alle 19 nel cortile del
Labriola (sede centrale di via Terracina). Invitandoli a continuare a lottare
mettiamo a loro disposizione (scaricabile naturalmente in forma gratuita,
cliccando sul titolo) Bagnopoli. La rigenerazione di un’ex area industriale tra
pianificazioni urbanistiche e assalti speculativi, opuscolo che abbiamo prodotto
lo scorso inverno insieme all’Assise di Bagnoli, Bagnoli Informazione, il
Laboratorio Politico Iskra, l’Osservatorio per la bonifica e la rigenerazione
urbana di Bagnoli e la Rete No America’s Cup. (redazione napolimonitor)
Dalle denunce agli attivisti dei Campi Flegrei alle zone rosse, mentre avanzano
turistificazione e grandi eventi. La Rete dei Comunisti denuncia una gestione
sempre più repressiva delle contraddizioni sociali. Napoli …
(disegno di ottoeffe)
Il 18 febbraio 2026 il comune di Napoli ha presentato pubblicamente la delibera
592, approvata nel novembre 2025, con cui ha riconosciuto il Samudaripen, il
genocidio delle comunità rom e sinti perpetrato durante il nazifascismo. Cosa
significa per un’istituzione riconoscere una memoria? E in che modo questa
memoria di una persecuzione parla al presente? Sono queste le domande che mi
hanno accompagnato durante le settimane di ricerca, tra documenti, atti
amministrativi e interviste.
«Per la prima volta in una grande città italiana viene detto: c’erano anche
loro. Questo ha un valore simbolico e politico importantissimo per le comunità,
perché essere riconosciuti è il primo modo per essere accettati», dice Gennaro
Spinelli, presidente dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI). Il
riconoscimento napoletano si inserisce in un percorso più ampio. Nel giugno 2024
l’UCRI, insieme al deputato Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, ha
presentato alla Camera la proposta di legge n. 1914 per l’istituzione della
Giornata nazionale della memoria del genocidio dei rom e dei sinti durante la
seconda guerra mondiale. Il testo è stato assegnato alla prima commissione
affari costituzionali il 24 gennaio 2025. «Cagliari è il primo capoluogo, Napoli
la prima grande città e nei prossimi anni verrà deliberata anche a Roma e
Milano», dice Spinelli. Di fronte all’assenza, finora, di un riconoscimento
nazionale, l’UCRI ha scelto di lavorare anche a livello locale, dai piccoli
comuni alle grandi città.
Il riconoscimento del Samudaripen, dunque, non arriva in un vuoto
amministrativo. La stessa delibera napoletana richiama il Piano di azione locale
(Pal) per l’inclusione delle comunità rom approvato dal Comune nel 2016. Il
piano individuava quattro direttrici di intervento: istruzione, lavoro, salute e
abitare. Quest’ultimo ambito prevedeva di “aumentare la gamma di soluzioni
abitative, in un’ottica partecipata di superamento di logiche emergenziali, nel
rispetto delle opportunità locali e dell’unità familiare”. Il piano, però, è un
documento di programmazione, non il racconto di ciò che è stato effettivamente
realizzato. La storia degli anni successivi mostra infatti quanto possa essere
ampia la distanza tra principi dichiarati e politiche concrete. In quegli anni,
a Napoli, sgomberi, trasferimenti e progetti di nuovi insediamenti rom sono
stati oggetto di critiche da parte di associazioni e organismi internazionali.
La questione che si pone oggi, quindi, non è stabilire se il Comune avesse già
individuato nel 2016 la soluzione al problema dei campi. È capire se, a distanza
di dieci anni, quei principi siano entrati nelle politiche concrete e,
soprattutto, cosa significhi oggi per l’amministrazione superare lo storico
insediamento rom di Cupa Perillo a Scampia.
I BUONI PROPOSITI
Barbara Pierro è cofondatrice dell’associazione Chi rom e… chi no, nata tra le
baracche del campo di Cupa Perillo oltre vent’anni fa. Riconoscere il
Samudaripen, dice, significa dare verità a una storia a lungo negata, ma anche
poter mettere in relazione ciò che è accaduto con ciò che le comunità rom
continuano a vivere nel presente. Per questo, secondo Pierro, il riconoscimento
acquista significato solo se diventa occasione per interrogarsi sulle politiche
che riguardano le persone che vivono oggi in condizioni di marginalità. Per
Pierro, uno dei nodi riguarda la persistenza di politiche pensate in una logica
emergenziale o separata. I quattro ambiti indicati dalla Strategia nazionale –
istruzione, lavoro, salute e abitare – offrono così una prima chiave per leggere
le politiche rivolte alle comunità rom e verificarne l’attuazione.
È proprio su questi quattro ambiti che il comune di Napoli torna a intervenire
nel 2021, con un nuovo Piano di azione locale che integra quello approvato
cinque anni prima. Il documento nasce da un percorso di confronto con le
comunità rom e sinte e con le realtà associative che operano sul territorio:
otto incontri, a cui partecipano quindici soggetti insieme a rappresentanti
dell’amministrazione. Anche il nuovo piano conferma i quattro assi, ma introduce
un elemento importante per capire cosa accadrà negli anni successivi: la
necessità di accompagnare la programmazione con strumenti di monitoraggio e
verifica della sua effettiva attuazione. Sul fronte dell’abitare, il piano del
2021 riprende l’obiettivo di superare le logiche emergenziali e i grandi
insediamenti monoetnici, costruendo percorsi differenziati, legati alle esigenze
dei singoli nuclei familiari. Il documento riconosce però anche i limiti delle
soluzioni già presenti sul territorio: le strutture di via Deledda, via del
Riposo e il Villaggio attrezzato di via Circumvallazione esterna non
corrispondono, secondo il piano, all’obiettivo di un’abitazione autonoma e
distribuita sul territorio. Tra le soluzioni considerate compare anche l’ipotesi
di un sostegno all’autonomia delle famiglie.
Tre anni dopo, nel 2024, la giunta comunale torna a intervenire su Cupa Perillo,
un insediamento informale nato nei primi anni Novanta nell’area di viale della
Resistenza a Scampia, con l’arrivo progressivo di comunità rom provenienti
dall’ex Jugoslavia. Con la delibera di giunta 68/2024, l’amministrazione approva
il piano per il superamento dell’insediamento rom di viale della Resistenza. Il
piano prevede, tra l’altro, la ristrutturazione di beni confiscati da destinare
ai nuclei familiari coinvolti. A dicembre dello stesso anno, la giunta approva
un accordo di collaborazione con Fondazione Con il Sud per un progetto pilota,
della durata di quattro anni, rivolto a cinque nuclei di Cupa Perillo, che
prevede l’utilizzo di cinque beni confiscati e un percorso di accompagnamento
“verso l’autonomia abitativa e l’inclusione sociale”. Il progetto fa capo al
sindaco Manfredi e coinvolge gli assessorati alle politiche sociali, alla casa e
ai beni confiscati. Ma come verranno individuati i cinque nuclei destinatari? È
una delle questioni che restano da chiarire. Nel corso di un confronto con
l’assessorato alle politiche sociali non vengono forniti elementi precisi sui
criteri e le modalità attraverso cui verranno selezionate le famiglie.
L’assessorato spiega di non seguire l’intero iter del progetto, che riguarda
anche la gestione degli immobili. I cinque beni individuati si trovano in zone
diverse della città: a Pianura, a Chiaiano, nell’area nord lungo la strada
provinciale di Caserta, nella zona centrale di San Lorenzo e nell’area della
Sanità-Materdei.
Nessuno dei cinque immobili individuati si trova nell’area di Cupa Perillo, né
nel quartiere Scampia. È un elemento che porta la questione sul terreno del
rapporto tra le nuove soluzioni e il territorio nel quale le famiglie hanno
costruito, nel corso degli anni, le proprie relazioni. Che cosa significa, in
questo caso, superare Cupa Perillo senza restare a Scampia? Per Barbara Pierro,
il punto non è mettere in discussione la necessità di superare il campo, ma
piuttosto quale visione accompagni quel superamento e se tra le possibilità
offerte alle famiglie ci sia anche quella di continuare a vivere a Scampia, dove
hanno radicato la propria esistenza.
La questione non è nuova. Nel luglio 2018, mentre su Cupa Perillo incombeva
l’ennesima ordinanza di sgombero, il comitato Abitare Cupa Perillo chiedeva al
Comune di costruire una prospettiva abitativa per l’intera comunità prima
dell’allontanamento. Il documento chiedeva di “uscire da una logica
emergenziale” e individuare soluzioni concordate con le persone interessate,
indicando tra le possibilità il sostegno all’affitto, il recupero di abitazioni
inutilizzate, la regolarizzazione dell’esistente e altre forme di accesso
all’abitare. Il tema dell’abitare, però, non riguarda soltanto la qualità
dell’alloggio nel quale una famiglia viene trasferita. Per le famiglie di Cupa
Perillo, uno spostamento in un’altra parte della città può significare
modificare le reti sociali e lavorative costruite nel quartiere; per i bambini e
le bambine può incidere sui percorsi scolastici e sulle relazioni costruite
intorno alla scuola. La domanda diventa allora in che modo questo percorso tenga
insieme abitazione, scuola, servizi e relazioni con il territorio, proprio come
indicavano già i piani di azione locale a cui la stessa amministrazione dice di
fare riferimento.
IL NODO DELL’ANAGRAFE
L’abitare è però soltanto uno dei quattro ambiti individuati dai Pal. Gli altri
riguardano istruzione e intercultura, lavoro e salute. È su questi terreni che
si può verificare quanto le politiche attualmente messe in campo dal Comune
corrispondano agli obiettivi indicati nei documenti di programmazione e quanto,
invece, rappresentino la prosecuzione di modalità di intervento deficitarie già
sperimentate negli anni precedenti.
Sul fronte della scuola, l’intervento oggi in corso non nasce da zero. Già il
piano del 2021 ricordava i percorsi di accompagnamento e inclusione scolastica
sostenuti dal Comune negli anni precedenti, registrando risultati importanti
nelle iscrizioni al primo ciclo ma difficoltà nella frequenza con l’aumentare
dell’età, in particolare nel passaggio alle scuole medie. Lo stesso piano
individuava nella frammentazione e nella discontinuità degli interventi un
problema da affrontare, proponendo una programmazione almeno triennale delle
azioni per la scolarizzazione dei minori rom. È dentro questa continuità che si
inserisce il progetto attualmente portato avanti dal Comune, finanziato dal
ministero del lavoro e delle politiche sociali e realizzato con l’Istituto degli
Innocenti e il terzo settore. Secondo quanto riferito dall’assessorato,
l’intervento riguarda la scolarizzazione dei minori e punta, tra l’altro, a
favorire il passaggio alla scuola superiore. La questione, allora, non è
soltanto quanto sia nuova questa modalità di intervento, ma quanto riesca a
incidere oggi sulle difficoltà che i documenti del Comune individuavano già
alcuni anni fa. Se la scuola primaria registra risultati considerati positivi,
che cosa accade nel passaggio alle medie? E, soprattutto, quali condizioni
permettono a una parte dei minori di arrivare alle superiori? È su questo
passaggio che si misura la possibilità di costruire percorsi scolastici
realmente continuativi. Per capire quanto il nuovo intervento rappresenti un
cambiamento rispetto ai precedenti, servirebbe però conoscere i suoi risultati:
quanti minori coinvolge, quanti proseguono il percorso scolastico e quanti
arrivano alle superiori? Sono dati che, al momento, non emergono dalla
documentazione raccolta.
Per il lavoro, il Pal 2021 registra poche iniziative e cita tra le esperienze
sviluppate sul territorio anche lo spazio Chikù e il percorso de La Kumpania,
l’impresa sociale nata a Scampia dall’esperienza di un gruppo di donne rom e
italiane. Costituitasi nel 2013, ha utilizzato la gastronomia come strumento di
autonomia economica e professionale, costruendo un’attività comune tra donne di
provenienze diverse. È un’esperienza che il Comune riconosce nel proprio piano,
ma che non nasce da una politica comunale. Anche per questo può diventare un
punto di osservazione sulle politiche del lavoro: che cosa è stato costruito,
negli anni successivi, a partire da esperienze come questa? E in che misura le
risorse pubbliche, dai fondi europei a quelli regionali, sono riuscite a
trasformare esperienze e pratiche territoriali in percorsi strutturali e
replicabili di autonomia economica, capaci di incidere anche sulla precarietà e
sul lavoro nero?
Se l’abitare è oggi il terreno sul quale il Comune concentra l’intervento più
visibile, la salute mostra invece quanto sia difficile misurare la continuità
delle politiche nel tempo. Nel 2021, con la pubblicazione del Piano di azione
locale, il Comune definiva “quasi nulle” le iniziative istituzionali volte a
garantire l’accesso e l’utilizzo dei servizi sanitari da parte delle comunità
rom e sinte. Le attività maggiormente consolidate riguardavano la prevenzione e,
in particolare, i percorsi vaccinali dei minori in età scolare. Le poche
attività di accompagnamento e facilitazione nell’accesso ai servizi sanitari
erano invece svolte quasi esclusivamente dal terzo settore e dal volontariato.
Lo stesso piano individuava quindi la necessità di costruire una politica
sanitaria più strutturata. Tra le proposte c’erano una cabina di regia stabile
tra Comune, Regione, Asl e realtà del settore, campagne di informazione e
formazione sulla prevenzione, le vaccinazioni e la salute materno-infantile, una
formazione specifica del personale sanitario sull’anti-ziganismo e l’impiego di
mediatori linguistico-culturali per facilitare l’accesso ai servizi. Non si
trattava soltanto di aumentare le attività di accompagnamento, ma di rendere più
stabile il rapporto tra le comunità e il sistema sanitario. A distanza di cinque
anni, le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari territoriali restano però
cospicue, soprattutto per le persone che vivono negli insediamenti informali.
La questione dell’accesso alla salute si intreccia con quella anagrafica. Per
accedere in modo ordinario e continuativo a una parte dei servizi sanitari
territoriali sono necessari requisiti e documenti che non tutte le persone che
vivono negli insediamenti informali possiedono. La mancanza di una posizione
anagrafica può quindi trasformarsi anche in una difficoltà nell’accesso alla
medicina territoriale e alla continuità assistenziale. È qui che la questione
della salute torna a incrociare quella dei diritti: l’accesso a un medico o a un
pediatra non riguarda soltanto la possibilità di ricevere una prestazione, ma la
possibilità di entrare stabilmente in relazione con il sistema sanitario. La
residenza, allora, attraversa tutti gli assi individuati dai Piani di azione
locale: riguarda l’abitare, perché consente di accedere pienamente alle
procedure e alle soluzioni abitative; la salute, per il rapporto con i servizi
territoriali; la scuola, per la possibilità di costruire percorsi stabili; il
lavoro, per la possibilità di accedere a un’occupazione in regola, unico vero
argine contro la trappola del lavoro nero e dei circuiti della microcriminalità.
Più che un ambito specifico delle politiche, l’anagrafe è una condizione
trasversale attraverso cui gli altri diritti possono essere concretamente
esercitati.
La questione dell’anagrafe non è nuova. Le linee di indirizzo approvate dal
Comune nel 2014 prevedevano già la possibilità di iscrivere all’anagrafe le
persone senza fissa dimora attraverso una procedura che coinvolgeva anche gli
organismi del terzo settore. Tra il 2011 e il 2021, sotto l’amministrazione de
Magistris e a partire dalle linee di indirizzo del 2014, il Comune aveva
utilizzato le cosiddette vie fittizie per consentire l’iscrizione anche a
persone prive di un’abitazione formalmente riconosciuta. Non si trattava di uno
strumento rivolto esclusivamente alle comunità rom: la residenza di prossimità
riguardava più in generale persone che vivevano in condizioni di precarietà
abitativa. Nel 2021, tuttavia, il Pal registrava ancora una situazione
particolarmente fragile sul piano documentale: tra le persone di origine slava
presenti negli insediamenti spontanei, soprattutto a Cupa Perillo, una parte
consistente non disponeva di documenti validi. Il piano segnalava inoltre casi
di apolidia e, per alcune persone rom di cittadinanza rumena, la mancanza della
documentazione necessaria per ottenere la residenza anagrafica a Napoli.
Tra il 2021 e il 2024, diverse associazioni hanno denunciato uno stallo
nell’accesso alla residenza per le persone che vivevano negli insediamenti rom.
Nell’aprile 2024 il Comune è intervenuto nuovamente sulla questione,
introducendo una procedura sperimentale per l’iscrizione anagrafica delle
persone censite nell’ambito del Piano per il superamento di Cupa Perillo. La
procedura prevede il coinvolgimento di enti e associazioni nell’accertamento dei
requisiti socio-ambientali e nell’accompagnamento presso gli uffici anagrafici.
Lo stesso Comune definisce l’iscrizione anagrafica una “porta di ingresso” a
diritti e servizi fondamentali. Ma quale esito ha avuto questa sperimentazione?
Secondo quanto riferito dall’assessorato alle politiche sociali, la procedura è
andata avanti. Nel luglio 2026, durante un tavolo presso la Direzione generale
del Comune con le associazioni rappresentative delle comunità rom, sono state
confermate “procedure in qualche modo anche privilegiate rispetto agli altri
cittadini”, con un percorso di accompagnamento, appuntamenti dedicati presso le
municipalità e il coinvolgimento degli enti del terzo settore. Le richieste,
però, sono state “pochissime rispetto alle aspettative” dell’amministrazione. La
procedura, ha precisato l’assessorato, “esiste ancora”. Restano quindi da capire
gli esiti concreti della sperimentazione: quante persone avevano i requisiti,
quante hanno presentato domanda e quante hanno ottenuto effettivamente
l’iscrizione anagrafica.
Alla fine di questo percorso, Cupa Perillo resta il luogo nel quale le diverse
dimensioni delle politiche rivolte ai rom finiscono per incontrarsi. Il piano
approvato nel 2024 prevede il superamento dell’insediamento, mentre il progetto
realizzato con Fondazione Con il Sud riguarda, come detto, cinque nuclei
familiari. Nel 2026 il Comune ha inoltre indicato trenta immobili confiscati
destinati a soluzioni abitative nell’ambito del piano di superamento. Ma mentre
nei documenti del Comune si parla di “superamento dell’insediamento”, nel marzo
2025, presentando gli interventi per Napoli, Giorgia Meloni ha parlato invece di
“sgomberare e bonificare” l’area di Cupa Perillo, annunciando la realizzazione
di un campo da rugby affidato alle Fiamme Oro. Il progetto si inserisce nel
cosiddetto modello Caivano, attraverso la collaborazione tra governo, struttura
commissariale e amministrazione comunale. Al di là delle parole, però, resta da
verificare che cosa significhi concretamente quel “superamento” per le persone
che oggi vivono a Cupa Perillo: dove saranno collocate, quali percorsi di
accompagnamento saranno garantiti e quale spazio avranno le famiglie nelle
decisioni che le riguardano.
A questa domanda la mia ricerca non può dare una risposta definitiva. La
ricostruzione delle politiche si è svolta anche attraverso una ricerca autonoma
dei documenti. La richiesta di accesso agli atti presentata il 1° settembre ha
ricevuto risposta il 29 settembre. Quest’ultima precisa che il percorso di
superamento dell’insediamento di Cupa Perillo/viale della Resistenza rientra
nelle competenze dell’attuale Commissario straordinario per gli interventi
infrastrutturali e di riqualificazione sociale funzionali ai territori ad alta
vulnerabilità, nominato dalla presidenza del consiglio dei ministri. Anche la
raccolta delle testimonianze ha incontrato dei limiti: alcune persone hanno
preferito non parlare pubblicamente, manifestando il timore che le proprie
dichiarazioni potessero avere conseguenze negative sul percorso di superamento
dell’insediamento. Non è possibile stabilire se quel timore corrisponda a un
rischio concreto, ma è un elemento emerso nel corso della ricerca.
Riconoscere il Samudaripen significa allora misurarsi anche con il presente. Il
riconoscimento istituzionale della memoria non esaurisce la questione, ma apre
una domanda sulle politiche rivolte alle persone e alle comunità che quella
memoria riguarda. Nel caso di Napoli, quella domanda passa oggi da Cupa Perillo,
ma non soltanto da lì; passa dalla casa, dalla scuola, dalla salute, dal lavoro
e dalla possibilità di avere una posizione anagrafica. È nel passaggio tra ciò
che un’amministrazione dichiara, ciò che programma e ciò che riesce
effettivamente a realizzare che la memoria pubblica incontra i diritti nel
presente. (pasquale frattini)
(disegno di diego miedo)
In psicologia si chiama “elaborazione euristica” l’utilizzo di regole generali
per prendere decisioni e sviluppare giudizi rapidi. Le euristiche funzionano
come automatismi: si basano su esperienze e conoscenze sedimentate, che
adattiamo alle nuove realtà in cui ci imbattiamo. Sono meccanismi studiati e
sfruttati nel marketing, per esempio attraverso l’euristica dell’autorità, per
la quale tendiamo a fidarci acriticamente dei giudizi espressi da esperti o
personaggi autorevoli (un sindaco o un genitore), o quella della
rappresentatività, per cui valutiamo qualcosa associandola a una categoria o a
uno stereotipo (“una cosa bella è necessariamente di qualità”).
Elaborazioni euristiche e persuasione indiretta sono due tra le principali
strategie che la propaganda legata all’America’s Cup di vela sta utilizzando per
rafforzare la vendibilità (oltre che la credibilità) dell’evento. Una
vendibilità che è certamente aumentata dopo il fine settimana di pre-regate
appena trascorso, in cui l’intero lungomare napoletano è stato trasformato in
villaggio per spettatori e curiosi, che hanno ammirato per giorni le barche a
vela rincorrersi nel golfo.
Viene però da chiedersi chi ha venduto cosa, e a chi, con questa imponente
operazione. Sicuramente l’organizzazione della competizione ha capitalizzato
l’evento; si tratta d’altronde di una macchina mangiasoldi che sposta centinaia
di milioni per ogni edizione, tra contributi pubblici, sponsorizzazioni private
e diritti televisivi. Della bellezza del golfo partenopeo e del contributo di
migliaia di comparse non retribuite, hanno beneficiato gratuitamente i
miliardari dell’America’s Cup Partnership, e quindi Emirates Team New Zealand,
Luna Rossa Prada-Pirelli, Athena Racing-GB1, Alinghi Red Bull Racing,
K-Challenge-Orient Express. Nella settimana di eventi decine di cameramen si
sono aggirati nel villaggio riprendendo lo spettacolo, e poi ore di riprese via
drone sono state accumulate, i fotografi hanno lavorato sodo, senza contare il
materiale prodotto dagli smartphone dei visitatori e ceduto, sempre
gratuitamente, alle grandi piattaforme social e quindi alla pubblicità.
L’altro grande affare, però, è stato fatto dall’amministrazione comunale, e in
particolare dal sindaco Manfredi, il quale ha ripetuto ossessivamente nelle
interviste che tutto ha funzionato per il meglio, che la città si è fatta
trovare pronta, che i dispositivi di sicurezza sono stati efficaci. In realtà,
se è vero che non ci sono stati episodi eclatanti, le disfunzioni ci sono state:
nella stazione della metro Toledo si è registrato il caos per la rottura delle
scale mobili; una piccola voragine si è aperta sulla riviera di Chiaia nella
giornata di venerdì bloccando il traffico per ore; gli interventi sul “decoro
urbano” sono stati raffazzonati e superficiali (vedi le panchine dipinte solo
sul lato davanti e lasciate piene di ruggine sul di dietro); sul fronte
sicurezza, poi, alcune barche sono riuscite a fine regata a eludere il blocco
della Guardia costiera, avvicinandosi a quelle in gara. A chi non era in quei
luoghi tutto questo non è stato raccontato, ma non è questo il punto.
L’offensiva mediatica ha ricordato per certi versi ciò che accadde per la
sfilata scudetto sul lungomare del 2025, quando una meravigliosa giornata di
sole, la partecipazione popolare, l’entusiasmo e la passione dei tifosi furono
sfruttati per rilanciare ulteriormente l’immagine della città, a beneficio del
mercato turistico, che ha necessità di essere continuamente sollecitato, ma
anche del mercato finanziario, per il quale l’affidabilità conta quanto e più
della bellezza (dalla Apple a Msc, fino al gruppo londinese Rocco, buona parte
del cui capitale proviene dal fondo saudita PIF, che dalla prossima estate
gestirà un albergo extra lusso dentro lo storico palazzo Sirignano).
Il cosiddetto “ritorno d’immagine” giova, in piena campagna elettorale, anche al
sindaco, che si accontenterà probabilmente di una rielezione a primo cittadino
una volta tramontate le possibilità di diventare il leader-outsider del Campo
largo per le prossime elezioni politiche. E non è un caso che a occuparsi di
immagine – dandogli una curiosa delega “all’America’s Cup” – Manfredi abbia
nominato un suo fedelissimo, il più quotato in termini di comunicazione
politica: Carlo Puca, dallo scorso maggio assessore “alla partecipazione attiva
e all’immagine della città”.
Puca è un giornalista napoletano, assunto negli anni Novanta alla Rai per aver
ripreso con una telecamera nascosta un combattimento clandestino tra pitbull. È
stato autore televisivo, ha scritto per Panorama e il Riformista, e nel 2012 si
“finse camorrista” per un reportage opinabile che ebbe una grossa eco. È stato
stretto collaboratore di Antonio Polito durante la sua esperienza di senatore,
ed è attualmente coordinatore regionale di Progetto Civico, un piccolo partito
di centro (fondato da Alessandro Onorato, assessore al turismo a Roma), che si
candida a essere l’ala moderata proprio del Campo largo. «Questo è uno – mi ha
raccontato qualche mese fa un noto giornalista napoletano – che chiama in
redazione senza farti problemi, e mette becco su cosa può uscire e cosa no».
Puca è diventato un fedelissimo del sindaco per le sue capacità di comunicatore,
ma anche per il suo peso nel circuito mediatico locale (una polemica nel
sottobosco dei giornalisti napoletani si scatenò qualche anno fa, quando
l’attuale assessore, allora consulente per Manfredi, si fece invitare in Rai da
Caterina Balivo per parlare bene dell’amministrazione, qualificandosi come
giornalista ma senza dire per chi lavorava).
Il fatto che Puca faccia lo spin doctor del sindaco pagato con i nostri soldi,
non è però neppure la cosa più grave. Più preoccupante è la sua gestione del
“grande evento” Coppa America, che ha comportato il calare di un sistematico
silenzio su tutte le voci contrarie, in particolare sulle proteste provenienti
dall’area ovest della città, di chi sollevava il tema della cementificazione del
litorale, del disastro ambientale, dei dragaggi approssimativi e pericolosi,
degli sforamenti dei valori di soglia delle polveri sottili, dell’emergenza
abitativa legati ai lavori connessi allo svolgimento della competizione.
La manifestazione che sabato si è svolta a Bagnoli, proprio mentre le barche
sfilavano sul lungomare, sembra però aver aperto una contraddizione. Mentre la
stampa locale liquidava in poche righe la presenza di più di mille persone in
corteo per il quartiere, così come faceva il Tg3 regionale, proprio l’edizione
nazionale del telegiornale di Rai 3, e alcuni articoli di testate come Il Fatto
Quotidiano, parlavano più approfonditamente delle proteste, dando adeguato
spazio alla voce degli oppositori all’evento.
Il sistema di propaganda architettato dalla coppia Puca-Manfredi, che fino a
qualche giorno prima sembrava blindato, ha mostrato insomma qualche crepa,
lasciando trasparire la possibilità che la mobilitazione bagnolese, in corso da
oltre un anno, possa tornare ad avere visibilità. È indispensabile per chi
protesta riflettere sul fatto che i fronti della presenza in piazza e
dell’apparto comunicativo si autoalimentano (d’altronde senza l’eco che avevano
avuto lo scorso inverno i blocchi dei camion, non si sarebbe riusciti a portare
in corteo a febbraio più di tremila persone).
La battaglia contro lo scempio della Coppa America non è conclusa: c’è da
fermare i lavori criminali in atto, c’è da tutelare la salute, il mare e l’aria,
c’è da pretendere l’applicazione dei piani urbanistici che prevedono spiaggia e
bosco e non il porto che quest’amministrazione, foraggiata dal governo Meloni,
sta costruendo sulla colmata. Bisogna aguzzare l’ingegno e gettare il cuore
oltre l’ostacolo: direbbe qualcuno che siamo in un posto per cui vale ancora la
pena lottare. (riccardo rosa)
(disegno di otarebill)
Le moschee di Napoli si trovano nei quartieri di Garibaldi, Mercato e Pendino,
dove negli anni si è consolidata una comunità islamica multiculturale, che
comprende fedeli nati musulmani e convertiti all’Islam. Malgrado non esistano
dati precisi circa la presenza musulmana in Italia e circa le conversioni di
italiani all’Islam, secondo i dati Istat, Napoli è la città del sud Italia con
la maggiore presenza musulmana e conta una delle percentuali di convertiti più
alte del paese.
Nel 1989 la comunità musulmana della città ha presentato al Comune la prima
richiesta di una vera moschea, di un luogo di culto unico in cui ospitare tutti
i fedeli, ma il progetto non è mai stato approvato. Oggi, infatti, le sette
moschee della città sono in realtà piccoli centri culturali di aggregazione,
adibiti a sale di preghiera. Tre di queste sono connotate etnicamente: i
musulmani bengalesi hanno aperto due sale di preghiera, in via Lavinaio e in via
Sopramuro; in via Firenze si trova la moschea senegalese.
In via Spaventa c’è la moschea dell’imam Amar Abdallah, presidente della
comunità islamica di Napoli. La moschea organizza gite fuori porta, corsi di
arabo e di lettura del Corano per adulti e bambini. È qui che ho appuntamento
con Francesca, studentessa napoletana convertita all’Islam e membro di Nisa,
associazione femminile islamica nata proprio tra le mura della moschea. Ci
incontriamo all’ingresso, a pochi passi dalla stazione. Con lei c’è Maria, anche
lei convertita all’Islam e membro di Nisa. Quando entro in moschea è l’ora della
preghiera del pomeriggio, vedo alcuni uomini prendere un tappeto e andare verso
la loro sala di preghiera, più ampia di quella delle donne. Le ragazze mi
chiedono di togliere le scarpe e mi danno un velo da indossare, poi mi portano
al piano di sopra, dove ci sono le sale di preghiera per le donne: alcune
pregano, due ragazze chiacchierano tra loro a bassa voce.
Francesca ha ventiquattro anni e studia francese e arabo alla facoltà di
mediazione linguistica dell’Orientale. Abita a Mergellina con sua madre e
proviene da una famiglia di cristiani non praticanti. Al liceo ha vissuto vicino
Parigi per sette mesi, per imparare il francese, e ci è tornata dopo tre anni
per studiare francese e arabo. Mi racconta che nella sua classe in Francia
c’erano ragazze di tante nazionalità diverse, originarie del Congo, della
Martinica, del Marocco e della Tunisia, e molte di loro erano musulmane.
«C’era una ragazza turca, lei era musulmana – dice Francesca –. Mi piaceva il
modo in cui si approcciava alla religione, perché dava sempre una risposta
sensata e razionale alle mie curiosità. Quando le chiedevo dell’Islam non
credevo che mi sarei convertita, ero solo curiosa. Prima di convertirmi ero atea
e per me era strano che ci fossero persone della mia età che credevano davvero
in un dio. Mi domandavo perché loro credessero in qualcosa, come facessero a
credere. Frequentando delle ragazze musulmane, diventai curiosa di alcuni
aspetti dell’Islam sui quali prima avevo dei pregiudizi. Spesso domandavo alla
ragazza turca perché c’era bisogno di mettere il velo, oppure perché si doveva
mangiare la carne halal. Lei mi regalò un libro sul rapporto tra la scienza e il
Corano, scritto da alcuni professori musulmani convertiti e da non musulmani.
Dopo aver letto il libro iniziai a fare ricerche per comprendere ancora meglio
l’Islam. Qualcosa si era insinuato dentro di me. Ad agosto dell’anno dopo,
tornata in Italia, mi sono convertita. Direi che in Francia è nata la curiosità
per l’Islam, ma quando sono tornata in Italia ho cercato di capire se l’Islam
facesse per me, se fosse vicino alle mie idee, a prescindere dai condizionamenti
delle persone che frequentavo».
La conversione di Francesca è stata molto graduale, senza cambiamenti bruschi né
rigide auto-imposizioni. Nel suo racconto non compare un momento preciso,
improvviso, in cui avviene la conversione. Addirittura, racconta di non aver
vissuto un’esperienza spirituale quando si è convertita, ma si è trattato
piuttosto di un processo razionale, dai confini sfumati e non definibili.
Infatti, convertitasi a diciotto anni, per i primi due anni ha praticato la
religione diversamente da come lo fa adesso, perché sentiva il bisogno di
comprendere i precetti dell’Islam e di integrarli gradualmente nel suo stile di
vita. «Prima di convertirmi – continua Francesca – avevo pensato a come sarebbe
cambiata la mia quotidianità, ma all’inizio a me bastava credere, mi bastava la
fede. Diventai vegetariana per non mangiare carne, ma non andavo a comprare
carne halal. Iniziai a vestirmi in modo più modesto, a volte mettevo il burkini,
ma non portavo ancora il velo. Smisi anche di bere e fumare: ero contenta di
avere finalmente un motivo per smettere; prima i miei amici lo facevano e di
conseguenza lo facevo anch’io. Non pregavo cinque volte al giorno, all’inizio
magari pregavo due volte al giorno o non lo facevo affatto. Al primo Ramadan
ruppi il digiuno con del maiale, ma da quel giorno ho smesso di mangiarlo. Non
mi sono mai detta di non poter fare qualcosa perché la religione me lo imponeva,
volevo cambiare gradualmente, secondo i ritmi che funzionavano per me».
La conversione di Francesca è stata comunque un’esperienza solitaria, dato che
inizialmente non conosceva persone musulmane e non sapeva che a Napoli ci
fossero moschee, macellerie halal e punti di ritrovo. «A volte mi chiedevo se
fossi pazza – prosegue –. Mi domandavo se la conversione avesse avuto senso,
sentivo una sorta di scissione dentro di me. Avevo fatto una scelta, ma era come
se nessuno fosse come me ed era molto strano. Sentivo quasi di avere una doppia
personalità, anche perché in Francia avevo detto ad alcune persone di essermi
convertita, mentre in Italia, oltre alla mia famiglia e alle mie amiche più
strette, non lo avevo detto a nessuno. Per chi sapeva della conversione esisteva
una persona, la Francesca musulmana, per chi non lo sapeva ne esisteva un’altra,
la Francesca di sempre, che era stata atea fino a due anni prima. Avevo paura
del giudizio delle persone e quindi a volte indossavo il velo, altre lo
toglievo. Oggi finalmente ho risolto questa scissione. Quando sei una ragazza
con il velo, e in generale quando sei percepito come diverso rispetto a ciò che
è considerato la norma, hai sempre la sensazione di dover giustificare la tua
esistenza, ma oggi non sento più la necessità di dovermi adattare alle diverse
situazioni in cui mi trovo, indosso sempre il velo e non nascondo più alle
persone che sono musulmana».
Le domando com’è cambiato il rapporto con le persone intorno a lei, con la
famiglia e con gli amici, dopo la conversione. «All’inizio, ogni volta che
uscivo con il velo diventava un incubo, perché mia madre mi diceva di toglierlo
per evitare che la gente mi fissasse. Ma il fatto che fossi musulmana ai miei
non è mai interessato troppo, e non lo capivano nemmeno. Per tanto tempo mia
madre ha pensato che avessi preso questa scelta perché soffrivo per la loro
separazione, come se fosse una risposta a un dolore che provavo, ma per me non è
mai stato così. Per lei il velo è stata la cosa più difficile da accettare. Mio
padre invece era curioso, mi faceva delle domande, non si è mai opposto. Mia
sorella maggiore è felice di poter conoscere l’Islam in un modo diverso, non
stigmatizzato, attraverso la mia esperienza. Quest’anno ha persino fatto il
Ramadan».
Il rapporto con le sue amiche non è cambiato dopo la conversione, Francesca
racconta di essersi sentita sostenuta nella sua scelta e che non si sono
allontanate solo perché avevano abitudini diverse. Se escono per andare a bere
non ci va, ma in altri contesti si trova bene insieme a loro. Inoltre, dopo la
conversione ha conosciuto molte ragazze musulmane. «Dopo il Covid sono andata a
studiare in Francia. Quando sono tornata a Napoli, ho iniziato a frequentare la
moschea, ho conosciuto le ragazze e insieme abbiamo creato Nisa. Ho scoperto la
moschea il giorno dell’Eid Al-Fitr, venni qui a piazza Garibaldi per pregare e
la madre di una mia amica, che aveva capito che fossi convertita, mi ha
presentato le ragazze e da lì ho iniziato a frequentarla. Ho visitato anche
altre moschee nei dintorni, ma non mi piacciono gli spazi per le donne».
Maria ha ventidue anni, vive a Cardito e studia mediazione linguistica
all’Orientale. Il suo processo di conversione è iniziato al liceo grazie a
un’amica musulmana, originaria del Pakistan, con cui ha vissuto a Milano. «La
sua religione – racconta – mi incuriosiva, spesso le facevo domande e facevo
ricerche da sola. Fu lei a regalarmi la piccola biografia del profeta e,
leggendo, mi colpì il comportamento esemplare di Maometto. Il mio processo di
conversione è stato facile e sereno. Pronunciai la shahada di fronte a lei, poi
i suoi genitori, che vivevano a Napoli, volevano che mi convertissi
ufficialmente e mi accompagnarono alla moschea qui a via Spaventa. Da quel
momento ho iniziato a frequentarla. Anche per me la conversione è stata in gran
parte razionale. Tutto ciò che avevo letto e su cui mi ero informata aveva
senso. Mi piacevano le regole di comportamento del Corano e l’idea che alcuni
precetti delle scritture siano confermati dalla scienza. Per esempio, ai
musulmani è consigliato bere da seduti e anche la scienza dice che è meglio per
lo stomaco. Una persona che non crede non può sentire la spiritualità, le
interessano i fatti concreti; la spiritualità e la sensazione di potersi
affidare completamente a dio vengono dopo. Nell’Islam la fiducia totale in dio
si chiama Tawhid. Devi fare sempre del tuo meglio, ti affidi a dio, che vede il
tuo impegno e ti ricompensa. Io ora sento di credere totalmente in dio e farlo
mi permette di essere più serena, mi fa sentire protetta. So che dio mi vede».
Quando le domando come la conversione ha influito sul rapporto con la sua
famiglia, Maria mi dice che è figlia unica e che i genitori, che sono separati,
hanno reagito in modo molto diverso. Sua madre crede che lei sia stata
condizionata dalla sua vecchia amica del liceo e che la conversione sia stato un
modo per affrontare il dolore della separazione dei genitori, ma per Maria non è
così. «Mio padre lavora a contatto con gli studenti in Erasmus – continua –, la
maggior parte originari di paesi musulmani come la Siria o il Pakistan, quindi
lui ha sostenuto la mia scelta. Mi fa i complimenti sul velo, ha assaggiato la
carne halal e ha persino imparato qualche parola in arabo. Mia madre, che è
cristiana e frequenta la Chiesa, non ha mai accettato la conversione e il suo
rifiuto ha reso il nostro rapporto più difficile di quanto non fosse già. Prima
della conversione mi chiedeva perché non indossassi le gonne e non mi truccassi
in un certo modo; il velo non le piace e non ne comprende il senso. Mia madre è
profondamente influenzata da ciò che dicono in televisione, dagli stereotipi, da
tutto ciò che ascolta. È una persona chiusa nella piccola realtà del suo
paesino, circondata da persone che le assomigliano».
Gli altri membri della sua famiglia hanno chiuso i rapporti con lei dopo la
conversione. «Cercano sempre di non lasciarmi da sola con i miei cugini, perché
pensano che io sia un’influenza negativa. Mia zia ha preso in affidamento una
bambina, la cui madre biologica è musulmana, e non vuole che io le metta in
testa idee strane, come dicono loro. Non mi è mai interessato del giudizio delle
persone, io ero convinta della mia scelta e mi andava bene anche restare da
sola».
Dopo la conversione la sua vita e le sue abitudini non sono cambiate. «Non mi è
mai piaciuto bere né fumare e già prima di convertirmi ero vegana, mentre adesso
mangio la carne halal, perché credo che il modo in cui l’Islam tratta gli
animali sia più etico e rispettoso».
Francesca e Maria condividono un’interpretazione personale del velo, non
soltanto legata alla religione. Sara Hejazi, antropologa italo-iraniana, parla
dell’hijab come di un simbolo che rappresenta la volontà di consacrare la
propria vita a dio e che per questo è una libera scelta della donna. La tendenza
occidentale di concepire il velo come strumento ideologico e di sottomissione
femminile, unita a una lettura letterale del Corano, minano il significato
profondo dell’hijab. Il velo che si vede oggi, secondo Hejazi, “non ha nulla a
che vedere con la tradizione, ma è portatore di nuovi significati, legati al
risentimento culturale, alla rivalsa, alla ricerca spirituale di modelli
alternativi. [Le musulmane delle nuove generazioni] lo indossano per esprimere
se stesse attraverso il corpo”.
Per Maria il velo significa innanzitutto appartenere a una comunità: “Mi sono
sempre vestita in modo abbastanza modesto e mi piaceva indossare il velo anche
prima di convertirmi, ma solo con il tempo ne ho compreso il significato. Per me
il velo è un simbolo: ovunque io vada le persone attorno a me sanno che sono
musulmana e questa appartenenza alla comunità islamica è una responsabilità di
cui vado fiera”.
Francesca sottolinea la scelta che si trova alla base del velo: “Il canone
eurocentrico viene sempre imposto su chiunque nel mondo e si tende a credere che
chi devia rispetto a quel canone sbagli. Credo che questo porti allo shock per
il velo, che ci tengo a ribadire essere una scelta. Per me il velo è uno
strumento di liberazione, non un sintomo di oppressione. Il velo mi permette di
non essere giudicata dalle persone che ho intorno solo per il mio corpo e di non
diventare ossessionata dal mio aspetto. Ci sono tante frange del movimento
femminista. Per me indossare il velo significa mostrare agli altri la mia
personalità, non soltanto il mio aspetto, e questo è il mio modo di essere
femminista. Credo che il mio valore risieda dentro di me, non nel mio aspetto
fisico, e secondo me indossare il velo lo dimostra. Non significa darla vinta
agli uomini che ci vogliono coperte, al contrario, per me un uomo è più
interessato a vederci scoperte”.
Francesca ha cominciato a indossare il velo solo due anni dopo la conversione.
“Se lo avessi fatto subito sarebbe stato più difficile. A un certo punto
desideravo metterlo, perché ne avevo compreso il significato e gli avevo dato
una mia personale interpretazione. Mi piace pensare che, da quando indosso il
velo, la gente possa vedermi solo per ciò che sono dentro. Oggi ci sono giorni
in cui è più difficile indossarlo, magari a volte fa caldo e mi dà fastidio
avere tanti vestiti addosso, ma è più qualcosa di psicologico, perché il velo
aiuta a ripararsi dal caldo”.
Maria e Francesca frequentano la moschea quotidianamente. Per loro non è solo un
luogo di preghiera, vanno lì per riposarsi dopo l’università, per fare le
riunioni del gruppo o soltanto per stare insieme, è il loro punto di ritrovo.
Maria mi racconta che è affezionata all’imam e che lavora come sua segretaria:
“Io vengo in moschea tutti i giorni, per pregare, per incontrare le ragazze, per
rilassarmi. Il sabato e la domenica insegno un po’ di arabo ai bambini, prendo i
pagamenti, distribuisco i libri. Sono affezionata alla moschea, è come se
facessi parte di una grande famiglia”.
Francesca mi racconta che durante il Ramadan hanno l’abitudine di fare l’iftar,
il pasto serale con cui si rompe il digiuno, in moschea tutte insieme, mentre i
ragazzi non hanno mai avuto questo genere di iniziative, e questo è uno dei
motivi per cui è nato il gruppo Nisa. Mi spiegano che prima di fondare il gruppo
alla moschea c’era il GMI, che poi è stato chiuso. Volevano che ci fosse
un’associazione di questo tipo, perché a Napoli non ce n’era nessuna e ancora
oggi ce ne sono poche. “Noi uscivamo spesso insieme – dice Francesca –, ma
c’erano tante ragazze della nostra età che vedevamo in moschea e pensavamo che
potesse essere bello creare un gruppo e organizzare delle attività insieme. Il
GMI era un gruppo misto, noi abbiamo voluto creare un gruppo femminile, perché
all’interno della moschea i ragazzi sono pochi e non sono attivi. Ci sono molti
ragazzi dell’Orientale che si stanno convertendo e questo è interessante, ma non
sono ancora attivi a livello locale”.
A Maria non piaceva che all’interno del GMI ci fossero sia uomini che donne,
perché hanno un modo molto diverso di vivere la moschea e la religione. “Io sono
molto severa nei confronti degli uomini musulmani, perché non rappresentano
l’Islam correttamente. Per farti un esempio, secondo le Scritture gli uomini
devono abbassare lo sguardo quando passano di fronte a una donna, ma non lo
fanno mai e spesso diventano molesti. Inoltre anche loro dovrebbero seguire le
regole della modestia, coprendosi fino all’ombelico e alle ginocchia, ma non le
rispettano. Credo che senza uomini siamo più tranquille”.
Verso la fine del nostro incontro, le ragazze mi raccontano delle vicende
accadute da quando frequentano la moschea, legate al modo in cui i social media
e i programmi televisivi raccontano l’Islam. In alcuni talk show i presentatori
invitano persone musulmane che vivono in Italia, ma che non parlano bene la
lingua, per farli confrontare con politici e giornalisti islamofobi e loro non
hanno gli strumenti adeguati per difendersi, o per spiegare cos’è davvero
l’Islam, e perché è diverso dal modo in cui viene rappresentato dai media e dai
politici occidentali. Maria mi racconta di essere finita senza il suo consenso
su un programma di Rete 4, in un reportage intitolato “Pericolo Islam: nelle
moschee che predicano il martirio”. “Dopo l’università vengo sempre qui in
moschea per la preghiera del pomeriggio e di solito non c’è nessuno – racconta
–. Quel giorno ero da sola e stavo per pregare, quando una signora con il velo
entrò nella stanza. Io pensai che fosse una convertita, perché indossava male il
velo, e che dovesse parlare con l’imam. Lei invece mi chiese cosa ne pensassi
della jihad. È una domanda molto strana, perché il concetto di jihad negli anni
è stato mal interpretato e reso controverso. Io le spiegai che la religione non
c’entra nulla con chi si fa saltare in aria. Lei mi stava registrando, aveva
nascosto un microfono e una telecamera. Io e l’imam siamo andati in onda senza
il nostro consenso, ma lei ha tagliato la parte in cui dicevo che chi si suicida
e uccide gli altri non fa parte dell’Islam, così dall’editing sembra che io
difenda chi lo fa”.
La stessa giornalista è andata in diverse moschee e ha intervistato degli imam
che non sanno parlare bene l’italiano, che quindi rispondevano alle sue domande
in arabo e in inglese, e ciò che dicono non corrisponde a quello che c’è scritto
nei sottotitoli in italiano. Francesca mi spiega che jihad significa sforzo. Ci
sono vari tipi di jihad, ma lo sforzo più grande che si può fare è la Jihad
Al-Nafs, che è la lotta spirituale e interiore contro il proprio ego, per
dominare i desideri negativi. “La jihad non c’entra nulla con la guerra santa,
che è un concetto cristiano. L’Islam infatti proibisce il suicidio e la violenza
in generale contro le persone, gli animali e l’ambiente”.
Francesca mi dice che i precetti dell’Islam che la rispecchiano sono quelli che
riflettono i valori di uguaglianza, di rispetto per la terra e per la diversità
delle persone, “mentre il mio momento preferito della preghiera è il sujud,
quando si poggia la testa per terra. È una delle poche posizioni del corpo in
cui il cuore si trova sopra la testa e si ha un flusso di sangue ossigenato che
arriva al cervello e che ti fa sentire bene fisicamente”. Maria mi spiega che è
il momento in cui il fedele è più vicino ad Allah, perché volontariamente ci si
mette in posizione di massima prostrazione e umiltà e quindi è considerato il
gesto più sacro della salat (la preghiera).
Poco prima che vada via, Maria mi chiede se voglio provare a leggere il Corano.
Nella sala ne hanno varie copie. Me ne mostra una e mi indica cosa leggere,
spiegandomi che per ogni sura ci sono regole diverse. “Io ho studiato arabo in
moschea per due anni e l’anno scorso mi sono iscritta all’Orientale – mi spiega
–. Mi piace molto leggere il Corano, perché devo essere concentrata per seguire
le regole di lettura e recitazione. Lo sto studiando da un po’ di tempo e ho
memorizzato diverse sura”.
Francesca invece ha seguito in moschea un corso per imparare a leggere il
Corano, ma non le piace l’arabo perché all’università glielo hanno insegnato
male. Mi dice che sa leggerlo piano, ma che non capisce ciò che legge. “Mi
piacerebbe poter leggere e capire subito, soprattutto perché durante la
preghiera recitiamo il Corano e comprendere la preghiera è molto emozionante.
Durante il Ramadan facciamo la preghiera notturna e a volte si sente l’imam che
piange e che si emoziona. mi piacerebbe poter parlare con le persone in arabo,
ma non so se avrò mai la voglia di studiare arabo di nuovo”.
Quando chiedo alle ragazze come si vedono nel futuro, quali sono le loro
aspirazioni e quanto la religione influenza l’idea di donna che vogliono
incarnare, entrambe mi parlano del desiderio, che si trasforma quasi in un
bisogno, di avere un impatto sulle persone e di trasmettere loro un’idea
diversa, positiva, dell’Islam. Maria sente il peso di non poter sbagliare solo
perché musulmana. “La società non mi perdona ciò che perdona alle persone che
non lo sono, quindi ho un senso di responsabilità, so che devo essere esemplare
e voglio mostrare che l’Islam non è quello di cui tutti parlano”.
Maria mi spiega che prima della conversione le sue ambizioni erano laurearsi e
studiare. “Adesso è diverso, sento una responsabilità di mostrare agli altri che
le donne con il velo possono fare tutto ciò che vogliono, che non siamo diverse
dalle altre. Qui c’è bisogno di portare questo esempio, questa novità nel modo
di concepire l’Islam. Voglio essere un esempio soprattutto per le donne, voglio
che siano ambiziose e indipendenti, a prescindere dal velo e dalla religione”.
(emma de simone)
Fotogalleria di Paolo Modugno
È un angosciante deja-vu questa nuova, gravissima crisi bradisismica in area
flegrea. Questa volta a farne le spese sono case e persone del comune di
Pozzuoli, già colpite allo stesso modo nel maggio 2024, dieci mesi prima dalla
terza forte scossa di questo biennio, nel marzo 2025, che invece ebbe le
conseguenze più gravi sul quartiere napoletano di Bagnoli.
È un deja-vu perché sembra ogni volta di tornare al punto di partenza. In primo
luogo, per l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza per i più fragili, anziani
e bambini su tutti. Poi, per l’accompagnamento alle persone sfollate, a cui
viene ancora una volta proposto quel “contributo autonomo di sistemazione” che
ha come principale vantaggio quello di deresponsabilizzare le istituzioni,
assegnando cifre del tutto insufficienti a chi ha un appartamento inagibile e ne
cerca uno temporaneo, ignorando del tutto l’andamento del mercato immobiliare (e
le speculazioni dei proprietari dell’intera area metropolitana, sempre pronti a
capitalizzare sulle disgrazie altrui). Infine, la programmazione e l’adeguamento
sismico del territorio, su cui sono stati fatti dei timidi passi in avanti in
questi anni, che collidono però con l’atteggiamento di gran parte delle
istituzioni nazionali, sempre pronte a colpevolizzare chi in questo territorio è
nato e vuole abitarci (qui il ministro Musumeci) e persino chi manifesta per
rivendicare i propri diritti (i senatori di Fratelli d’Italia, Rastrelli e
Cosenza).
La situazione, a oggi, è critica. Dopo una settimana di sopralluoghi i vigili
del fuoco hanno effettuato circa 1200 interventi, a fronte degli oltre 1400
richiesti. Gli edifici sgomberati sono al momento 198, per un totale di 880
abitazioni e con una proiezione di persone sfollate che potrebbe raggiungere le
quattromila unità. Numeri che non si possono gestire delegando alla popolazione
la ricerca di una sistemazione temporanea, ma che necessitano un piano organico
di individuazione e intervento pubblico sulle case sfitte, sulle strutture
ricettive, e di misure che regolino gli indiscriminati aumenti degli affitti.
Non ci sono però solo quelle famiglie, in assoluta e sottostimata emergenza, che
la casa l’hanno persa con la scossa di fine luglio. Ci sono persone, a Pozzuoli
e Bagnoli, che hanno avuto danni in passato e potrebbero averne con la prossima
crisi: in questo senso il bradisismo è un fenomeno con cui si può certamente
convivere, ma a patto di farsi trovare preparati, di abitare in case adeguate a
una “emergenza” che nessuno è in grado di dire se e quando potrebbe finire. Gli
strumenti tecnici ci sono, servono i soldi.
E infatti, per non tirarli fuori, la presentazione delle domande per accedere ai
fondi governativi per la ristrutturazione è stata finora regolata da termini
temporali molto stretti, e da parametri estremamente rigidi, che escludono
famiglie che hanno visto la propria casa distrutta, motivando quest’esclusione
non solo in ragione di abusi consistenti, ma anche di piccole irregolarità e
incongruenze catastali. L’Assemblea popolare di Bagnoli, con la rete di
cittadini e comitati che si sta riunendo a Pozzuoli in questi giorni, definisce
giustamente il riassetto del territorio una questione di pubblica sicurezza, da
sostenere con piani a lungo termine, il finanziamento di azioni lungimiranti,
slegate dalle continue crisi.
Partendo da qui, la popolazione flegrea è tornata ad agitarsi. Prima con
l’occupazione del porto di Pozzuoli, che ha comportato la presenza di una
delegazione del movimento all’incontro di mercoledì con il presidente della
Regione, il prefetto Di Bari e il ministro Piantedosi; il giorno dopo, con un
lungo corteo terminato al rione Artiaco, una delle zone più colpite dalla
scossa, proprio lì dove da ben due anni si promette l’apertura di un hub di
accoglienza; e infine venerdì, con il passaggio simbolico della manifestazione
al Rione Terra, da mesi nelle mire dei team dell’America’s Cup, che vorrebbero
trasformarlo in un suggestivo villaggio per gli atleti.
Le manifestazioni sono state partecipate, a dispetto del caldo terribile e della
comprensibile stanchezza. Le persone hanno sfilato tra le macerie, arrabbiate e
non rassegnate. La composizione è stata eterogenea. Dal canto loro, gli
attivisti più esperti cercano di tenere insieme le istanze e le esigenze
differenti. C’è chi ha una casa agibile, ma è stato sgomberato perché il palazzo
accanto al proprio è pericolante da anni, e nessuno interviene dal momento che i
proprietari non riescono ad accedere al contributo per la ristrutturazione; c’è
chi ha difficoltà ad accedere al Cas perché la sua casa è considerata agibile,
ma non può entrarci perché le scale del palazzo non lo sono; c’è chi ha un
lavoro notturno e rischia di perderlo perché non ha un mezzo proprio, e non può
rientrare prima che faccia mattina all’abitazione di emergenza che sta
affittando, a venti chilometri di distanza dal luogo di lavoro; e soprattutto
c’è chi passa intere giornate per strada, perché ha paura o perché semplicemente
non ha un posto dove andare.
In questo senso, la crisi bagnolese del 2025 ha insegnato che le tattiche di
logoramento e frammentazione attuate dalle istituzioni per allentare la
pressione pubblica, prima o poi raccolgono risultati. L’Assemblea popolare è
riuscita a tenere in piazza per tanto tempo le persone, ha organizzato incontri
settimanali, mappature collettive degli edifici, ha supportato le persone del
quartiere con la burocrazia, ma la mobilitazione ha perso forza quando i destini
di tanti abitanti hanno dovuto fare i conti con l’allontanamento forzato, le
schizofreniche risposte istituzionali, la giungla burocratica per l’accesso ai
fondi, nella quale è consigliabile muoversi con l’aiuto di figure tecniche
(lautamente pagate) piuttosto che di generosi e determinati attivisti.
Oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è però un altro problema, che potrebbe
essere al contempo un’opportunità. Il mercato immobiliare flegreo è andato fuori
controllo a causa della Coppa America. Esistono appartamenti di sessanta metri
quadri a Bagnoli e Pozzuoli che oggi si affittano anche a duemila euro, case
lasciate appositamente vuote nell’attesa di un mercato che verrà, temporaneo ma
ultra-redditizio; e poi annunci di agenzie immobiliari che non propongono case
in affitto, ma che cercano appartamenti vuoti da gestire “esclusivamente per
personale team e visitatori Coppa America”.
L’emergenza casa che si sta vivendo in zona flegrea può contribuire a mantenere
alte rabbia e partecipazione, ed evidenziare come anche il bradisismo, così come
la speculazione legata alla competizione velistica, non siano problemi locali ma
di tutta la città. Questa rabbia può essere un propulsore per le battaglie
contingenti, e a spingerle potrà essere anche la rivendicazione dei risultati
che si sono ottenuti in questi due anni, a cominciare dall’aumento, su cui si è
esposto pubblicamente il ministro Piantedosi, del fondo statale per
l’adeguamento sismico dal cinquanta al settanta per cento. Sarà necessario però
anche un rilancio della battaglia contro l’estromissione dal territorio del
tessuto socio-abitativo originario, ora che gli interventi di rigenerazione
urbana a Bagnoli, con i loro limiti e storture indicibili, sembrano avviati,
dopo trent’anni di ruberie e continui dietrofront. Chi ha poco reddito o
capacità di spesa – ora che non c’è più acciaio da fondere né tumori da sorbirsi
– non è più benvenuto in questi luoghi e tutto, dal bradisismo alla Coppa
America, sarà funzionale alla sua espulsione. Bisogna dirlo in ogni sede
possibile, organizzarsi e resistere. Senza nel frattempo lasciare indietro
nessuno. (riccardo rosa)
(disegno di vinylico)
“C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere
soddisfatti
e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale
da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e
sostanzialmente a una logica di mercato.
I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile,
anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”.
(Stefano Rodotà)
La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha
avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli
S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro
tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha
riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla
gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua.
Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della
politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a
realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la
natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una
logica di democrazia partecipativa.
L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011.
Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il
comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda
Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una
società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica
al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura
che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote,
azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi
sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e
un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo
tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per
revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai
privati.
Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere
aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale,
aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda
speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere
soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo),
perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione,
l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto
politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della
fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e
l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il
servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile
mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa
ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo
comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la
scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la
quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della
concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda
speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul
punto anche Gaetano Azzariti).
La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori
trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma
verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La
differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale
sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per
produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde,
questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere
(basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio
S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in
economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma
questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro
le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende
speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che
ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di
recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali,
come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della
Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano.
Una volta chiarito questo, cade la maschera.
La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio
come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un
comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro
la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo
democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare,
sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo,
sull’apertura futura al capitale privato.
Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che
si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La
privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta
comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della
contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo
stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della
metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio
erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà
non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può
benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei
piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC
non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città.
La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione.
Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica
(anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge
sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si
è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla
cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle
grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere
d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il
privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione
concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se
la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale
interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la
privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato.
La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto
pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento
delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso
processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i
movimenti territoriali si stanno opponendo.
La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda
speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una
struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace
di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote,
del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta
coerente con il referendum del 2011.
A questo punto gli scenari sono tre.
Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24
luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in
S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo
comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce.
Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga
dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un
gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica
in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni
di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata,
assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e
della Regione.
Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a
sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a
riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le
mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che
tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori,
contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e
rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande
adduzione.
È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche
del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che
andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance,
investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi
sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana
di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che
l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha
capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le
operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico,
servizio, lavoratori e comunità.
Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad
altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti,
i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di
rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela
tuozzo)
(disegno di otarebill)
Dal mare, Napoli è una cicatrice di cemento e acciaio dove l’acqua incontra le
case. Sotto quel taglio di costa, la banchina respira come un ventre meccanico.
Celebrato per decenni come motore economico della città, approdo dorato del
turismo crocieristico, lo scalo presenta un conto salatissimo a chi abita a
ridosso delle banchine – Porta di Massa, il Carmine, le Case Nuove. È il conto
dell’aria satura di gasolio marino, bruciato giorno e notte dai motori ausiliari
delle navi in sosta. Oggi si parla di svolta ecologica, di porti “green”, di
investimenti milionari legati al Pnrr. Ma dietro i tecnicismi ingegneristici
del cold ironing – l’elettrificazione delle banchine, che permette alle navi
ormeggiate di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica – si gioca una
partita più profonda, che riguarda la giustizia ambientale e la gestione di una
risorsa essenziale come l’energia.
LA CONTABILITÀ DEL DANNO
Mentre l’Autorità di Sistema Portuale (AdSP) del Mar Tirreno Centrale procede
con l’appalto integrato per spegnere i motori delle navi ormeggiate, con una
scadenza già prorogata al 31 dicembre 2027, i dati sanitari restituiscono un
quadro drammatico. Da anni i medici dell’Isde Campania (Medici per l’Ambiente),
denunciano una correlazione diretta tra le emissioni di porto e aeroporto e
l’impennata di patologie tumorali e respiratorie nei quartieri limitrofi. Il
registro tumori dell’Asl Napoli 1, diffuso a inizio luglio 2026, colloca proprio
i quartieri più vicini al porto e allo scalo di Capodichino ai vertici nazionali
per incidenza di cancro al polmone e mesotelioma. Napoli, secondo i dati del
Progetto Aria Isde su base Arpac, supera persino Milano per biossido di azoto,
con un tasso di mortalità evitabile superiore di un terzo. Nel 2025 la città ha
accumulato 203 giorni di sforamento dei limiti di legge per gli inquinanti
atmosferici. Sulle cause, il conflitto resta aperto: l’Isde attribuisce alle
attività portuali un peso determinante del biossido di azoto non riconducibile
al traffico privato, mentre l’Autorità Portuale, richiamando gli stessi dati
Arpac, sostiene che tale tipo di inquinamento resti “prevalentemente dominato
dal traffico veicolare”. L’Isde denuncia i picchi pericolosi per la salute che
in alcuni punti del porto hanno raggiunto valori di centoventi, centocinquanta e
addirittura quattrocento microgrammi per metro cubo, ben oltre il limite di
legge di quaranta, mentre l’AdSP si concentra sulla media annuale che rispetta i
limiti: 36,6 µg/m³.
Al di là della disputa sulle cifre, un dato è incontrovertibile: i quartieri più
esposti pagano il prezzo più alto. Il porto, del resto, non agisce da solo.
Nella stessa lettura epidemiologica che il dottor Marfella propone da anni,
l’altra metà del danno arriva da Capodichino: più di tredici milioni di
passeggeri nel 2025, sesto scalo italiano per traffico, incastonato in pieno
centro storico come nessun altro grande aeroporto europeo potrebbe più essere. A
gestirlo è Gesac, controllata all’83% dal fondo infrastrutturale F2i — di cui è
socia, con l’11,8%, la stessa Città Metropolitana di Napoli, obbligata
formalmente a tutelare la salute dei cittadini.
Porto e aeroporto condividono così, oltre al fumo, un identico intreccio: enti
pubblici azionisti o concedenti di infrastrutture private il cui interesse
economico immediato è crescere in termini di traffico, non ridurre le emissioni.
LA SFIDA TECNOLOGICA
La risposta istituzionale si concentra sulla elettrificazione del Molo Angioino,
dove attraccano i colossi delle crociere: un’infrastruttura da 45 megawatt,
capace di alimentare fino a tre grandi navi contemporaneamente, con 26,8 milioni
di euro dal Fondo Complementare del Pnrr (a cui si aggiungono 19,8 milioni per
il Molo Manfredi di Salerno). La cabina primaria che alimenterà l’impianto sorge
nell’ex edificio Solla, in collaborazione con E-Distribuzione. La sfida
ingegneristica non è banale. C’è poi il nodo dell’approvvigionamento: una nave
da crociera media, in sosta dieci ore, consuma l’equivalente del fabbisogno di
un piccolo comune. Per non mettere in ginocchio la rete cittadina,
l’infrastruttura richiederà sistemi di accumulo a batterie (Bess) e,
soprattutto, una massiccia micro-generazione fotovoltaica in loco, sfruttando le
enormi superfici dei tetti di magazzini e terminal.
Fino a ieri, l’uso del cold ironing dipendeva dalla convenienza economica degli
armatori: se il petrolio costava poco, bruciare gasolio a bordo restava più
conveniente che comprare elettricità da terra. Le nuove regole europee — il
modello di Emission Trading System esteso al trasporto marittimo dal 2024, il
regolamento FuelEU Maritime dal 2025 — dovrebbero mitigare i conti, penalizzando
il gasolio e avvicinando il momento in cui l’allaccio a terra diventerà
obbligatorio, entro il 2030.
È qui che si sposta la vera partita politica: la gestione dell’energia solare
che verrà prodotta sulle superfici demaniali del porto. Uno studio
dell’Università Federico II ha esaminato la fattibilità di trasformare lo scalo
in una Comunità Energetica Rinnovabile, individuando oltre centomila metri
quadrati di superficie utile al fotovoltaico e tassi di autoconsumo potenziali
fino al novanta per cento. L’energia c’è, la tecnologia pure. Manca, per ora,
qualunque garanzia su chi ne beneficerà. Il meccanismo previsto dalla legge
(dlgs 199/2021) costituisce le comunità energetiche intorno a un perimetro
elettrico rigido: quello sotteso a un’unica cabina primaria. Vi entra chi
possiede un Pod — il punto di consegna dell’energia — collegato a quella cabina:
terminalisti, concessionari, compagnie di navigazione. Non ci entrano,
semplicemente perché elettricamente fuori perimetro, gli abitanti di Case Nuove
o del Carmine, che pure di quelle stesse banchine respirano da sempre le
conseguenze. Il rischio è un cortocircuito quasi perfetto: si costruisce un
impianto rinnovabile nel nome della transizione energetica del porto, ma il
beneficio economico – bolletta abbattuta, incentivo statale sull’energia
condivisa – resta confinato dentro un club di operatori privati pronti a
tagliare i propri costi industriali, mentre il danno sanitario continua a
distribuirsi su tutta la fascia costiera.
L’odore che si respira nei corridoi decisionali è quello già noto della
privatizzazione dei benefici economici e della socializzazione dei danni
ambientali. Nulla, tuttavia, impedirebbe all’Autorità Portuale di scrivere in
statuto un vincolo diverso: una quota obbligatoria dell’incentivo pubblico
sull’energia condivisa destinata non ai soci portuali ma a un fondo di
compensazione per i residenti dei quartieri a più alta esposizione – bonus
energia contro la povertà energetica, screening sanitari gratuiti, centraline
fisse di monitoraggio e piattaforme di trasparenza ambientale sugli impatti. Un
vincolo di questo tipo troverebbe già una cornice pronta nel Piano di azione per
l’energia sostenibile e il clima del comune di Napoli, più volte evocato dagli
stessi tecnici comunali come sede naturale per una transizione energetica
condivisa tra porto e città: oggi resta un auspicio scritto nei verbali, non un
obbligo. Si potrebbe chiamare Cers, Comunità energetica rinnovabile e solidale,
e non semplicemente Cer. La differenza non è lessicale, è tutta nella domanda a
cui nessuno, finora, ha davvero risposto: il sole che batte sui moli del porto è
un bene comune o una proprietà esclusiva della logistica e del turismo d’alto
bordo? Se la futura comunità energetica non integrerà un meccanismo vincolante
di redistribuzione, l’elettrificazione del porto sarà l’ennesima operazione di
greenwashing miliardario. I privati risparmiano con soldi pubblici, le navi si
ripuliscono la coscienza e gli abitanti, dietro le grate della zona doganale,
continuano a pagare con la vita l’accumulo del danno, a ridosso della
cicatrice. (edoardo m. benassai)
Dalle denunce alle accuse di associazione per delinquere, fino alle misure di
prevenzione e alle pesanti sanzioni economiche: il caso dei disoccupati
napoletani racconta la criminalizzazione del conflitto sociale e …