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Corsi e ricorsi sismici nell’area flegrea sotto attacco
Fotogalleria di Paolo Modugno È un angosciante deja-vu questa nuova, gravissima crisi bradisismica in area flegrea. Questa volta a farne le spese sono case e persone del comune di Pozzuoli, già colpite allo stesso modo nel maggio 2024, dieci mesi prima dalla terza forte scossa di questo biennio, nel marzo 2025, che invece ebbe le conseguenze più gravi sul quartiere napoletano di Bagnoli. È un deja-vu perché sembra ogni volta di tornare al punto di partenza. In primo luogo, per l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza per i più fragili, anziani e bambini su tutti. Poi, per l’accompagnamento alle persone sfollate, a cui viene ancora una volta proposto quel “contributo autonomo di sistemazione” che ha come principale vantaggio quello di deresponsabilizzare le istituzioni, assegnando cifre del tutto insufficienti a chi ha un appartamento inagibile e ne cerca uno temporaneo, ignorando del tutto l’andamento del mercato immobiliare (e le speculazioni dei proprietari dell’intera area metropolitana, sempre pronti a capitalizzare sulle disgrazie altrui). Infine, la programmazione e l’adeguamento sismico del territorio, su cui sono stati fatti dei timidi passi in avanti in questi anni, che collidono però con l’atteggiamento di gran parte delle istituzioni nazionali, sempre pronte a colpevolizzare chi in questo territorio è nato e vuole abitarci (qui il ministro Musumeci) e persino chi manifesta per rivendicare i propri diritti (i senatori di Fratelli d’Italia, Rastrelli e Cosenza). La situazione, a oggi, è critica. Dopo una settimana di sopralluoghi i vigili del fuoco hanno effettuato circa 1200 interventi, a fronte degli oltre 1400 richiesti. Gli edifici sgomberati sono al momento 198, per un totale di 880 abitazioni e con una proiezione di persone sfollate che potrebbe raggiungere le quattromila unità. Numeri che non si possono gestire delegando alla popolazione la ricerca di una sistemazione temporanea, ma che necessitano un piano organico di individuazione e intervento pubblico sulle case sfitte, sulle strutture ricettive, e di misure che regolino gli indiscriminati aumenti degli affitti.   Non ci sono però solo quelle famiglie, in assoluta e sottostimata emergenza, che la casa l’hanno persa con la scossa di fine luglio. Ci sono persone, a Pozzuoli e Bagnoli, che hanno avuto danni in passato e potrebbero averne con la prossima crisi: in questo senso il bradisismo è un fenomeno con cui si può certamente convivere, ma a patto di farsi trovare preparati, di abitare in case adeguate a una “emergenza” che nessuno è in grado di dire se e quando potrebbe finire. Gli strumenti tecnici ci sono, servono i soldi. E infatti, per non tirarli fuori, la presentazione delle domande per accedere ai fondi governativi per la ristrutturazione è stata finora regolata da termini temporali molto stretti, e da parametri estremamente rigidi, che escludono famiglie che hanno visto la propria casa distrutta, motivando quest’esclusione non solo in ragione di abusi consistenti, ma anche di piccole irregolarità e incongruenze catastali. L’Assemblea popolare di Bagnoli, con la rete di cittadini e comitati che si sta riunendo a Pozzuoli in questi giorni, definisce giustamente il riassetto del territorio una questione di pubblica sicurezza, da sostenere con piani a lungo termine, il finanziamento di azioni lungimiranti, slegate dalle continue crisi. Partendo da qui, la popolazione flegrea è tornata ad agitarsi. Prima con l’occupazione del porto di Pozzuoli, che ha comportato la presenza di una delegazione del movimento all’incontro di mercoledì con il presidente della Regione, il prefetto Di Bari e il ministro Piantedosi; il giorno dopo, con un lungo corteo terminato al rione Artiaco, una delle zone più colpite dalla scossa, proprio lì dove da ben due anni si promette l’apertura di un hub di accoglienza; e infine venerdì, con il passaggio simbolico della manifestazione al Rione Terra, da mesi nelle mire dei team dell’America’s Cup, che vorrebbero trasformarlo in un suggestivo villaggio per gli atleti. Le manifestazioni sono state partecipate, a dispetto del caldo terribile e della comprensibile stanchezza. Le persone hanno sfilato tra le macerie, arrabbiate e non rassegnate. La composizione è stata eterogenea. Dal canto loro, gli attivisti più esperti cercano di tenere insieme le istanze e le esigenze differenti. C’è chi ha una casa agibile, ma è stato sgomberato perché il palazzo accanto al proprio è pericolante da anni, e nessuno interviene dal momento che i proprietari non riescono ad accedere al contributo per la ristrutturazione; c’è chi ha difficoltà ad accedere al Cas perché la sua casa è considerata agibile, ma non può entrarci perché le scale del palazzo non lo sono; c’è chi ha un lavoro notturno e rischia di perderlo perché non ha un mezzo proprio, e non può rientrare prima che faccia mattina all’abitazione di emergenza che sta affittando, a venti chilometri di distanza dal luogo di lavoro; e soprattutto c’è chi passa intere giornate per strada, perché ha paura o perché semplicemente non ha un posto dove andare. In questo senso, la crisi bagnolese del 2025 ha insegnato che le tattiche di logoramento e frammentazione attuate dalle istituzioni per allentare la pressione pubblica, prima o poi raccolgono risultati. L’Assemblea popolare è riuscita a tenere in piazza per tanto tempo le persone, ha organizzato incontri settimanali, mappature collettive degli edifici, ha supportato le persone del quartiere con la burocrazia, ma la mobilitazione ha perso forza quando i destini di tanti abitanti hanno dovuto fare i conti con l’allontanamento forzato, le schizofreniche risposte istituzionali, la giungla burocratica per l’accesso ai fondi, nella quale è consigliabile muoversi con l’aiuto di figure tecniche (lautamente pagate) piuttosto che di generosi e determinati attivisti. Oggi, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è però un altro problema, che potrebbe essere al contempo un’opportunità. Il mercato immobiliare flegreo è andato fuori controllo a causa della Coppa America. Esistono appartamenti di sessanta metri quadri a Bagnoli e Pozzuoli che oggi si affittano anche a duemila euro, case lasciate appositamente vuote nell’attesa di un mercato che verrà, temporaneo ma ultra-redditizio; e poi annunci di agenzie immobiliari che non propongono case in affitto, ma che cercano appartamenti vuoti da gestire “esclusivamente per personale team e visitatori Coppa America”. L’emergenza casa che si sta vivendo in zona flegrea può contribuire a mantenere alte rabbia e partecipazione, ed evidenziare come anche il bradisismo, così come la speculazione legata alla competizione velistica, non siano problemi locali ma di tutta la città. Questa rabbia può essere un propulsore per le battaglie contingenti, e a spingerle potrà essere anche la rivendicazione dei risultati che si sono ottenuti in questi due anni, a cominciare dall’aumento, su cui si è esposto pubblicamente il ministro Piantedosi, del fondo statale per l’adeguamento sismico dal cinquanta al settanta per cento. Sarà necessario però anche un rilancio della battaglia contro l’estromissione dal territorio del tessuto socio-abitativo originario, ora che gli interventi di rigenerazione urbana a Bagnoli, con i loro limiti e storture indicibili, sembrano avviati, dopo trent’anni di ruberie e continui dietrofront. Chi ha poco reddito o capacità di spesa – ora che non c’è più acciaio da fondere né tumori da sorbirsi – non è più benvenuto in questi luoghi e tutto, dal bradisismo alla Coppa America, sarà funzionale alla sua espulsione. Bisogna dirlo in ogni sede possibile, organizzarsi e resistere. Senza nel frattempo lasciare indietro nessuno. (riccardo rosa)
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Privati dell’acqua. A Napoli la giunta Manfredi trasforma l’azienda idrica in società per azioni
(disegno di vinylico) “C’è un legame indissolubile tra beni comuni, diritti che devono essere soddisfatti e possibilità per la persona di accedere ai primi in modo tale da non essere sottoposta alle regole di una scarsità reale o artificiale e sostanzialmente a una logica di mercato. I beni comuni ci parlano di una logica non mercantile, anche se poi, quando essi vengono gestiti, interviene il mercato”. (Stefano Rodotà) La deliberazione con cui, il 24 luglio scorso, la giunta comunale di Napoli ha avviato la trasformazione dell’azienda speciale ABC in Acqua Bene Comune Napoli S.p.A. Società benefit – adottata mentre era in corso la manifestazione contro tale scelta, e dopo mesi di richieste di proroga della concessione ad ABC – ha riaperto la questione politica su quale sia la forma giuridica più adeguata alla gestione di un bene essenziale e pubblico come l’acqua. Non è una domanda soltanto tecnica. Il diritto è strumento e forma della politica: è il fine perseguito a determinare quale sia il mezzo più idoneo a realizzarlo. La domanda che noi ci poniamo è quale sistema è coerente con la natura pubblicistica dell’acqua come bene comune, anche e soprattutto in una logica di democrazia partecipativa. L’opposizione dei cittadini alla privatizzazione dell’acqua risale al 2011. Subito dopo il referendum abrogativo, a enorme partecipazione popolare, il comune di Napoli trasformò Arin S.p.A., interamente pubblica, in ABC Azienda Speciale, con la consapevolezza che una società di capitali resta sempre una società di capitali sottoposta al diritto societario – anche quando è pubblica al cento per cento, anche quando il socio è il Comune, anche quando si rassicura che nessun privato entrerà mai. La società per azioni ha un capitale, quote, azioni, strumenti societari, ha una possibilità infinita di far gemmare organi sociali (il che significa possibilità di incarichi, consulenze e quant’altro) e un controllo meno stringente da parte della Corte dei Conti. Infatti, ricordiamo tutti come solo la pressione dei movimenti incalzò la giunta Iervolino per revocare la delibera che prevedeva la cessione di quote dell’Arin S.p.A. ai privati. Oggi una società in house può essere integralmente pubblica, domani può essere aperta al privato attraverso cessioni di quote, fusioni, aumenti di capitale, aggregazioni, società miste, operazioni regionali o industriali. L’azienda speciale, invece, è un ente pubblico strumentale. Non ha e non potrà mai avere soci privati a meno di una trasformazione (come quella che sta avvenendo), perché non ha azioni da vendere. Giunti quasi alla scadenza della concessione, l’amministrazione comunale, l’Ente idrico campano e una parte del ceto politico-istituzionale stanno costruendo la narrazione dell’inevitabilità della fine di ABC sulla base di due argomenti: la scadenza dell’affidamento e l’articolo 14 del d.lgs. n. 201 del 2022 (c.d. decreto Draghi). Poiché il servizio idrico integrato è un servizio a rete, allora non sarebbe più possibile mantenere ABC nella forma di azienda speciale. Ne deriverebbe, secondo questa ricostruzione, la necessità di trasformarla in società per azioni, a controllo comunale. Il punto decisivo è che la giunta del sindaco Manfredi utilizza la scadenza del 2027 come argomento di chiusura, quasi fosse una soglia oltre la quale il modello ABC deve necessariamente estinguersi. Ma la scadenza della concessione non implica automaticamente l’obbligo di trasformazione dell’azienda speciale in S.p.A. (come dimostrato nel parere del prof. Alberto Lucarelli – sul punto anche Gaetano Azzariti). La convenzione di affidamento di ABC contempla la proroga per ulteriori trent’anni dalla scadenza. Non si deve procedere a un nuovo affidamento, ma verificare se sia possibile dare continuità a un rapporto già instaurato. La differenza non è nominalistica ma sostanziale. Dire che la proroga equivale sempre e comunque a un nuovo affidamento significa forzare il dato giuridico per produrre un effetto politico, e cioè rendere inevitabile la S.p.A. D’altronde, questa amministrazione si è già mostrata aperta alle privatizzazioni in genere (basti pensare all’edilizia pubblica e alla costituzione della Napoli Patrimonio S.p.A.). È vero che l’articolo 14 d.lgs. n. 201/2022 limita la gestione in economia e tramite azienda speciale ai servizi diversi da quelli a rete; ma questa previsione non può essere automaticamente trasformata in una clava contro le gestioni pubblicistiche già esistenti. Il decreto non dice che le aziende speciali devono essere trasformate, diventando società per azioni, e neppure che ogni proroga è vietata. Del resto, anche la Corte dei Conti ci ha detto di recente che la gestione dell’acqua può rimanere affidata alle aziende speciali, come ABC; basterebbe leggere la delibera della Sezione di Controllo della Campania della Corte datata 29 aprile 2026 sulla vicenda Acquedotto di Mugnano. Una volta chiarito questo, cade la maschera. La forma giuridica dell’acqua conta. L’azienda speciale struttura il servizio come funzione pubblica, con un consiglio di amministrazione partecipato, un comitato di sorveglianza e il bilancio partecipato; la S.p.A. lo colloca dentro la grammatica societaria con effetti sulla governance, sul controllo democratico, sul rapporto con i lavoratori, sulla possibilità di esternalizzare, sulla logica tariffaria, sull’equilibrio economico-finanziario e, non in ultimo, sull’apertura futura al capitale privato. Il primo segnale, spesso, arriva proprio dal lavoro. Il caso dei call center che si legge in questi giorni e delle esternalizzazioni è emblematico. La privatizzazione non comincia sempre con l’ingresso del socio privato. Talvolta comincia con la frammentazione del lavoro, con l’indebolimento della contrattazione, con la trasformazione del lavoratore in costo comprimibile. Lo stesso vale per le tariffe (chiediamoci quanto il costo dei biglietti della metro sia aumentato nel corso degli ultimi anni, nonostante il pessimo servizio erogato da Anm – società comunale, appunto). La forma pubblica della proprietà non basta a garantire la funzione sociale del servizio. Una S.p.A. pubblica può benissimo scaricare sui cittadini il peso degli investimenti, dei debiti, dei piani industriali, delle inefficienze accumulate. Per questo la questione ABC non riguarda solo gli assetti giuridici. Riguarda il modello di città. La vicenda ABC si intreccia con la “partita” regionale della grande adduzione. Il presidente regionale Fico, difensore della prima ora dell’acqua pubblica (anche se da presidente della Camera dei deputati nulla ha fatto per una legge sui beni comuni e sull’acqua pubblica, in attuazione dell’esito referendario) si è esposto solo sulla vicenda De Luca, revocando la delibera che apriva alla cessione del quarantanove per cento delle quote ai privati nella gestione delle grandi reti idriche regionali, ma sulla modifica del modello ABC pare essere d’accordo con il sindaco Manfredi. Questo non basta, infatti, per fermare il privato, se poi si affida la gestione alla forma della S.p.A. e se la Regione concede copertura politica alla linea Manfredi sulla trasformazione di ABC. Se la Regione Campania sostituisce alla società mista una S.p.A. (anche a capitale interamente pubblico) la formula rimane invariata. A Benevento, per esempio, la privatizzazione non solo è già iniziata ma procede secondo i piani del mercato. La gestione del servizio idrico nel beneventano è passata a un modello misto pubblico-privato con l’affidamento ad Acea Acqua del quarantacinque per cento delle quote della costituenda società Sannio Acque S.r.l., mentre sono in corso processi di privatizzazione nei trentuno comuni dell’area nord di Napoli a cui i movimenti territoriali si stanno opponendo. La vera rottura per Fico sarebbe un’altra. Occorrerebbe istituire un’azienda speciale regionale per la grande adduzione, sul modello di Molise Acque. Una struttura pubblicistica regionale, non una società di capitali. Un ente capace di gestire infrastrutture strategiche senza consegnarle alla logica delle quote, del capitale, delle future aperture societarie. Questa sarebbe la scelta coerente con il referendum del 2011. A questo punto gli scenari sono tre. Il primo è quello avviato dall’amministrazione comunale con la delibera del 24 luglio, di cui occorre attendere la pubblicazione. La trasformazione di ABC in S.p.A. integralmente pubblica, rassicurazioni sulla permanenza del controllo comunale, promessa che nulla cambierà, ma la veste di S.p.A. non lo impedisce. Il secondo scenario, sostenuto da cittadini e comitati, è quello della proroga dell’affidamento ad ABC. È lo scenario coerente con il referendum e che un gruppo di cittadini attivamente sta difendendo (i movimenti per l’acqua pubblica in Campania protestano da settimane e padre Alex Zanotelli ha annunciato azioni di disobbedienza civile). Questa scelta richiede una motivazione rafforzata, assunzione di responsabilità da parte del Comune, dell’Ente idrico campano e della Regione. Il terzo scenario è quello del conflitto. Se le istituzioni continueranno a sottrarsi al confronto, saranno i cittadini, i lavoratori e i comitati a riportare la questione nello spazio pubblico. Ed è ciò che sta già accadendo. Le mobilitazioni sull’acqua pubblica stanno ricostruendo un fronte sociale che tiene insieme difesa di ABC, opposizione alla S.p.A., tutela dei lavoratori, contrasto alle esternalizzazioni, critica agli aumenti tariffari e rivendicazione di una gestione regionale integralmente pubblica della grande adduzione. È inutile nascondere che anche l’esperienza ABC ha avuto problemi, a causa anche del disinteresse del sindaco de Magistris verso il modello bene comune che andava attuato e rinforzato. A questo punto si correggano governance, investimenti, controlli, partecipazione, organizzazione interna. Quei problemi sono stati usati come pretesto per cancellare l’unica grande esperienza italiana di attuazione istituzionale del referendum sull’acqua pubblica. La verità è che l’azienda speciale dà fastidio perché non è facilmente contendibile, non ha capitale da aprire, né ha soci da far entrare; non è compatibile con le operazioni finanziarie e conserva un legame più stretto tra ente pubblico, servizio, lavoratori e comunità.  Napoli perde il primato di capitale dell’acqua pubblica, condiviso insieme ad altre città europee come Parigi, Berlino, Monaco. Ma gli abitanti, i movimenti, i comitati non perdono la memoria di quella conquista, né la capacità di rivendicarne ancora il significato politico. (andrea chiappetta / michela tuozzo)
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L’elettrificazione del porto di Napoli rischia di diventare un affare per pochi e una beffa per gli abitanti
(disegno di otarebill) Dal mare, Napoli è una cicatrice di cemento e acciaio dove l’acqua incontra le case. Sotto quel taglio di costa, la banchina respira come un ventre meccanico. Celebrato per decenni come motore economico della città, approdo dorato del turismo crocieristico, lo scalo presenta un conto salatissimo a chi abita a ridosso delle banchine – Porta di Massa, il Carmine, le Case Nuove. È il conto dell’aria satura di gasolio marino, bruciato giorno e notte dai motori ausiliari delle navi in sosta. Oggi si parla di svolta ecologica, di porti “green”, di investimenti milionari legati al Pnrr. Ma dietro i tecnicismi ingegneristici del cold ironing – l’elettrificazione delle banchine, che permette alle navi ormeggiate di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica – si gioca una partita più profonda, che riguarda la giustizia ambientale e la gestione di una risorsa essenziale come l’energia. LA CONTABILITÀ DEL DANNO Mentre l’Autorità di Sistema Portuale (AdSP) del Mar Tirreno Centrale procede con l’appalto integrato per spegnere i motori delle navi ormeggiate, con una scadenza già prorogata al 31 dicembre 2027, i dati sanitari restituiscono un quadro drammatico. Da anni i medici dell’Isde Campania (Medici per l’Ambiente), denunciano una correlazione diretta tra le emissioni di porto e aeroporto e l’impennata di patologie tumorali e respiratorie nei quartieri limitrofi. Il registro tumori dell’Asl Napoli 1, diffuso a inizio luglio 2026, colloca proprio i quartieri più vicini al porto e allo scalo di Capodichino ai vertici nazionali per incidenza di cancro al polmone e mesotelioma. Napoli, secondo i dati del Progetto Aria Isde su base Arpac, supera persino Milano per biossido di azoto, con un tasso di mortalità evitabile superiore di un terzo. Nel 2025 la città ha accumulato 203 giorni di sforamento dei limiti di legge per gli inquinanti atmosferici. Sulle cause, il conflitto resta aperto: l’Isde attribuisce alle attività portuali un peso determinante del biossido di azoto non riconducibile al traffico privato, mentre l’Autorità Portuale, richiamando gli stessi dati Arpac, sostiene che tale tipo di inquinamento resti “prevalentemente dominato dal traffico veicolare”.  L’Isde denuncia i picchi pericolosi per la salute che in alcuni punti del porto hanno raggiunto valori di centoventi, centocinquanta e addirittura quattrocento microgrammi per metro cubo, ben oltre il limite di legge di quaranta, mentre l’AdSP si concentra sulla media annuale che rispetta i limiti: 36,6 µg/m³. Al di là della disputa sulle cifre, un dato è incontrovertibile: i quartieri più esposti pagano il prezzo più alto. Il porto, del resto, non agisce da solo. Nella stessa lettura epidemiologica che il dottor Marfella propone da anni, l’altra metà del danno arriva da Capodichino: più di tredici milioni di passeggeri nel 2025, sesto scalo italiano per traffico, incastonato in pieno centro storico come nessun altro grande aeroporto europeo potrebbe più essere. A gestirlo è Gesac, controllata all’83% dal fondo infrastrutturale F2i — di cui è socia, con l’11,8%, la stessa Città Metropolitana di Napoli, obbligata formalmente a tutelare la salute dei cittadini. Porto e aeroporto condividono così, oltre al fumo, un identico intreccio: enti pubblici azionisti o concedenti di infrastrutture private il cui interesse economico immediato è crescere in termini di traffico, non ridurre le emissioni. LA SFIDA TECNOLOGICA La risposta istituzionale si concentra sulla elettrificazione del Molo Angioino, dove attraccano i colossi delle crociere: un’infrastruttura da 45 megawatt, capace di alimentare fino a tre grandi navi contemporaneamente, con 26,8 milioni di euro dal Fondo Complementare del Pnrr (a cui si aggiungono 19,8 milioni per il Molo Manfredi di Salerno). La cabina primaria che alimenterà l’impianto sorge nell’ex edificio Solla, in collaborazione con E-Distribuzione. La sfida ingegneristica non è banale. C’è poi il nodo dell’approvvigionamento: una nave da crociera media, in sosta dieci ore, consuma l’equivalente del fabbisogno di un piccolo comune. Per non mettere in ginocchio la rete cittadina, l’infrastruttura richiederà sistemi di accumulo a batterie (Bess) e, soprattutto, una massiccia micro-generazione fotovoltaica in loco, sfruttando le enormi superfici dei tetti di magazzini e terminal. Fino a ieri, l’uso del cold ironing dipendeva dalla convenienza economica degli armatori: se il petrolio costava poco, bruciare gasolio a bordo restava più conveniente che comprare elettricità da terra. Le nuove regole europee — il modello di Emission Trading System esteso al trasporto marittimo dal 2024, il regolamento FuelEU Maritime dal 2025 — dovrebbero mitigare i conti, penalizzando il gasolio e avvicinando il momento in cui l’allaccio a terra diventerà obbligatorio, entro il 2030. È qui che si sposta la vera partita politica: la gestione dell’energia solare che verrà prodotta sulle superfici demaniali del porto. Uno studio dell’Università Federico II ha esaminato la fattibilità di trasformare lo scalo in una Comunità Energetica Rinnovabile, individuando oltre centomila metri quadrati di superficie utile al fotovoltaico e tassi di autoconsumo potenziali fino al novanta per cento. L’energia c’è, la tecnologia pure. Manca, per ora, qualunque garanzia su chi ne beneficerà. Il meccanismo previsto dalla legge (dlgs 199/2021) costituisce le comunità energetiche intorno a un perimetro elettrico rigido: quello sotteso a un’unica cabina primaria. Vi entra chi possiede un Pod — il punto di consegna dell’energia — collegato a quella cabina: terminalisti, concessionari, compagnie di navigazione. Non ci entrano, semplicemente perché elettricamente fuori perimetro, gli abitanti di Case Nuove o del Carmine, che pure di quelle stesse banchine respirano da sempre le conseguenze. Il rischio è un cortocircuito quasi perfetto: si costruisce un impianto rinnovabile nel nome della transizione energetica del porto, ma il beneficio economico – bolletta abbattuta, incentivo statale sull’energia condivisa – resta confinato dentro un club di operatori privati pronti a tagliare i propri costi industriali, mentre il danno sanitario continua a distribuirsi su tutta la fascia costiera. L’odore che si respira nei corridoi decisionali è quello già noto della privatizzazione dei benefici economici e della socializzazione dei danni ambientali. Nulla, tuttavia, impedirebbe all’Autorità Portuale di scrivere in statuto un vincolo diverso: una quota obbligatoria dell’incentivo pubblico sull’energia condivisa destinata non ai soci portuali ma a un fondo di compensazione per i residenti dei quartieri a più alta esposizione – bonus energia contro la povertà energetica, screening sanitari gratuiti, centraline fisse di monitoraggio e piattaforme di trasparenza ambientale sugli impatti. Un vincolo di questo tipo troverebbe già una cornice pronta nel Piano di azione per l’energia sostenibile e il clima del comune di Napoli, più volte evocato dagli stessi tecnici comunali come sede naturale per una transizione energetica condivisa tra porto e città: oggi resta un auspicio scritto nei verbali, non un obbligo. Si potrebbe chiamare Cers, Comunità energetica rinnovabile e solidale, e non semplicemente Cer. La differenza non è lessicale, è tutta nella domanda a cui nessuno, finora, ha davvero risposto: il sole che batte sui moli del porto è un bene comune o una proprietà esclusiva della logistica e del turismo d’alto bordo? Se la futura comunità energetica non integrerà un meccanismo vincolante di redistribuzione, l’elettrificazione del porto sarà l’ennesima operazione di greenwashing miliardario. I privati risparmiano con soldi pubblici, le navi si ripuliscono la coscienza e gli abitanti, dietro le grate della zona doganale, continuano a pagare con la vita l’accumulo del danno, a ridosso della cicatrice. (edoardo m. benassai)
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Napoli est. Un altro anno è passato senza il recupero del Forte di Vigliena
(disegno di roberto-c.) Al Forte di Vigliena non ci si capita per caso. Dal corso principale del quartiere di San Giovanni a Teduccio bisogna imboccare via Vigliena, una strada stretta e poco trafficata, tagliata in due dai binari della stazione ferroviaria. La strada termina davanti a un muro di cemento armato che delimita l’area portuale. Il mare è vicino, vicinissimo, ma non si vede mai. Attraverso un cancello aperto si vede invece chiaramente la centrale termoelettrica di Tirreno Power. Bisogna proseguire a destra e percorrere ancora qualche centinaio di metri, costeggiando il muro portuale, prima di veder comparire quello che resta di una fortezza costruita nel 1700: il Forte di Vigliena. È qui che ogni anno, il 13 giugno, si ritrovano cittadini, studiosi e associazioni del territorio per commemorare l’ultima resistenza della repubblica napoletana del 1799 e per chiedere ancora una volta il recupero del Forte. Una rivendicazione tenuta viva da comitati, associazioni e da figure come Enzo Morreale, che da almeno vent’anni richiamano l’attenzione delle istituzioni sullo stato di abbandono di un luogo di grande rilevanza storica. Il sito ricade in un’area del demanio marittimo e il suo recupero era previsto nel decreto di VIA emanato dal ministero dell’ambiente nel 2008 per l’adeguamento della Darsena Levante a terminal contenitori. Il parere favorevole dei ministeri competenti era subordinato al rispetto di una serie di condizioni da parte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale (AdSP), tra cui il restauro del monumento e la riqualificazione delle aree circostanti. Da allora sono trascorsi diciotto anni. I lavori previsti nell’ambito dell’espansione portuale sono quasi conclusi, mentre quelli per il recupero del Forte restano una promessa ancora disattesa. Quest’anno l’evento avrebbe dovuto svolgersi presso il salone delle Officine San Carlo, spazio ricavato dalla riqualificazione di una parte dell’ex stabilimento Cirio, a pochi metri di distanza dal monumento. L’autorizzazione all’utilizzo degli spazi era arrivata pochi giorni prima dell’evento, ma il giorno precedente, l’AdSP ha comunicato il diniego per motivi legati alla sicurezza e all’operatività dell’area. La commemorazione si è quindi svolta come negli anni precedenti davanti ai resti del Forte, sotto alcuni gazebo montati per ripararsi dal sole cocente. Tra i relatori annunciati figurava anche la vicesindaca Laura Lieto, ma un imprevisto ne ha impedito la partecipazione. Per molti dei presenti non si è trattato di un episodio isolato, ma dell’ennesimo segnale di quanto questa parte della città continui a occupare una posizione marginale nelle priorità di un’amministrazione sempre in prima linea quando si tratta di inaugurare opere e presentare grandi progetti di trasformazione urbana, ma molto meno presente negli spazi di confronto costruiti dal basso. C’erano invece l’ingegnere Feola per ABC Napoli, che ha fatto il punto sulla rifunzionalizzazione della stazione di servizio adiacente al Forte, e il presidente dell’AdSP Cuccaro, che ha riconosciuto pubblicamente la responsabilità dell’ente nel recupero del monumento e ha annunciato l’intenzione di portare a termine il progetto entro la fine del proprio mandato, che dovrebbe scadere tra circa tre anni.  L’impegno, del resto, viene ribadito da anni, ogni volta che il Forte torna al centro del dibattito. Ma la sensazione è che il suo recupero continui a essere una questione accessoria rispetto agli interventi economicamente rilevanti che stanno ridisegnando la costa orientale. La differenza, oggi, è che alcuni interventi preliminari sono finalmente iniziati: ABC sta lavorando alla riqualificazione delle aree esterne, mentre l’AdSP ha avviato la pulizia del fossato. Per i comitati sono segnali importanti, perché mostrano che qualcosa, dopo anni di sollecitazioni, si è mosso davvero. A questo punto però qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia investire risorse nel recupero di un luogo storico in un territorio che continua a vivere profonde ingiustizie ambientali, che attende da trent’anni le bonifiche, che convive con la contaminazione ereditata dalle attività industriali e con rischi ambientali legati prevalentemente alla presenza delle infrastrutture energetiche e logistiche. È una domanda legittima. Ma la richiesta di recuperare il Forte non distoglie l’attenzione dalle rivendicazioni di giustizia ambientale. Fa parte della stessa domanda di riparazione, cura e restituzione del territorio, e delle sue risorse, alla collettività. In una parte della città che per troppo tempo è stata considerata sacrificabile, rappresenta molto di più di un bene storico da conservare. Infatti, il Forte non custodisce soltanto la memoria del 1799, ma di tutto ciò che questo territorio è stato prima di assumere la configurazione che conosciamo oggi. Prima di diventare uno spazio destinato ad assorbire costi ambientali e sociali per l’intera città e a vedere compromesse e negate le sue principali risorse ecologiche e storico-culturali. Un territorio di mare, di ville, orti e giardini, prima che di industrie, depositi petroliferi, container e capannoni abbandonati. Di cultura, partecipazione, conflitto democratico e resistenza, prima che di degrado e marginalizzazione. Ha attraversato ben tre secoli di trasformazioni. Ha visto l’arrivo delle prime industrie ottocentesche, come la Cirio e la Corradini, lo sviluppo del petrolchimico nel periodo fascista, l’espansione industriale e urbanistica del secondo dopoguerra, fino alla deindustrializzazione. Ha assistito a eventi drammatici, come il terremoto del 1980 e lo scoppio dei serbatoi dell’Agip avvenuto nel 1985, ma anche a importanti mobilitazioni ambientali, come le lotte per l’allontanamento dei petroli, quelle contro la centrale a turbogas di Vigliena, fino alle contestazioni più recenti contro il progetto di un deposito di GNL previsto proprio in quest’area. Ancora oggi, dalla sua posizione strategica, assiste alle trasformazioni che stanno avvenendo lungo la costa e che rafforzeranno ulteriormente il ruolo logistico ed energetico di questa parte della città. La memoria, qui, non è un esercizio nostalgico. Serve a costruire la consapevolezza che il presente non sia naturale, inevitabile o immutabile. E che proprio per questo può essere trasformato.  Le ingiustizie ambientali, infatti, non si producono solo attraverso l’accumulazione dei rischi in un territorio, ma anche attraverso le rappresentazioni che definiscono cosa è legittimo farne e cosa no. Quando un luogo viene raccontato esclusivamente come periferico e degradato, e la sua condizione viene percepita come normale e inevitabile, questa rappresentazione finisce per influenzare le decisioni politiche, le rivendicazioni dal basso e persino ciò che pensiamo possibile per quel luogo. Quando invece vengono riconosciute le ricchezze storico-culturali, ecologiche e relazionali, e la memoria viene custodita e coltivata,  allora cambiano anche le domande che siamo disposti a porci sul suo futuro. Per questo il recupero del Forte è importante. Non solo restituisce alla collettività un luogo della memoria legato a ideali di libertà, partecipazione e difesa dei diritti fondamentali, ma permette di leggere criticamente le trasformazioni che hanno segnato questo territorio e, attraverso questa consapevolezza, di tornare a immaginare ciò che potrebbe essere, a partire dai bisogni, dai desideri e dai diritti di chi lo vive. Naturalmente, questo non cancella le criticità del presente. Non sostituisce il diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano, il diritto all’accesso al mare, agli spazi verdi o alla partecipazione alle scelte che riguardano il territorio. E non può essere interpretato come una forma di compensazione per i costi ambientali, vecchi e nuovi, che Napoli Est continua a sostenere. Potrebbe però diventare parte di un più ampio processo di riparazione ecologica, sociale, e simbolica. Perché per riparare un territorio non basta soltanto bonificare o riqualificare gli spazi, ma serve restituire alla collettività cioè che nel tempo è stato sottratto: i propri luoghi, la propria storia e la possibilità di prendere parte alle scelte che ne determinano il presente e il futuro. (giorgia scognamiglio)
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Prima le assemblee, poi un giorno di lotta. A Napoli est qualcosa si muove
(foto di giuseppe carrella) A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore, infine come vista. In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso principale al mare. Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni, sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare, è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa assemblea, riparo, punto di partenza. Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare. Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde: “Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi. Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale, abitativa, relazionale. La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto. Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui. San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse. La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana. L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire agli abitanti. Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia, mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici, passa una grande nave metaniera LNG. (foto di giuseppe carrella) È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua: puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia polverosa, il mare sporco. Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura. L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi stanno male». La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate, sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se quell’acqua possa farli stare male. Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche Officine, dove un tempo si producevano locomotive. Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato, abitato, rimesso in movimento. (foto di giuseppe carrella) Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale, controllabile, utile alla popolazione. Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che potrebbero essere bellissimi. Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte, una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
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Uno sguardo su Napoli Nord, tra urbanizzazione selvaggia e lotte sociali
(disegno di otarebill) È una domenica mattina di febbraio, il tempo non è dei migliori ma regge. Si tiene il carnevale sociale di Scampia, il 44esimo da quando esiste. Decido di andarci insieme a mio fratello più piccolo. Ci dirigiamo verso la prima fermata dell’R5 di corso Secondigliano, provenendo da Capodichino. Come ogni domenica mattina, per le strade c’è un gran via vai. Il Perrone, la prima traversa del corso, è denso di attività commerciali: pescherie, fruttivendoli, mercatini; dalla rotonda Di Vittorio verso via De Pinedo si raggiungono San Pietro a Patierno e poi i comuni di Casoria e Casavatore; nonostante i ritardi, sulla rotonda sono visibili i lavori per l’apertura della nuova fermata della Linea 1, che renderà più facile muoversi verso il centro della città. Un tempo Napoli Nord era una terra fertile, caratterizzata da masserie, frutteti e una fitta rete di antichi casali. La modernità industriale, unita all’espansione demografica e al conseguente assorbimento della classe contadina nel nuovo tessuto urbano, portò alla nascita dei quartieri odierni, frutto di una politica urbana che non mirava all’integrazione socio-economica degli inurbati, favorendo piuttosto gli interessi di costruttori, proprietari terrieri e classe politica. IL LAURISMO E LA SPECULAZIONE EDILIZIA Il cambiamento cominciò a partire dal ’51, quando la destra si aggiudicò il governo della città con il sindaco Achille Lauro, figlio di una nota famiglia di armatori e fondatore dell’omonima flotta. Gli anni della sua amministrazione, noti come “laurismo”, vengono ricordati per la forte spinta speculativa. Nel ’58 il prefetto Correra, nominato commissario in seguito allo scioglimento della giunta laurina, consegnava alla città il nuovo piano regolatore generale, bocciato dal ministero dei lavori pubblici quattro anni dopo per il suo carattere speculativo. Era ormai troppo tardi: si stima che dal ’51 al ’61 vennero costruiti circa 300 mila vani in tutta la città, mentre migliaia di abitanti furono cacciati dal centro storico per dare spazio alle demolizioni. Nel mio quartiere, San Pietro a Patierno, l’urbanizzazione selvaggia portò alla nascita di condomini multipiano che eliminarono man mano lo spazio tra la chiesa e il confine perimetrale dell’aeroporto di Capodichino. Via del Cassano, oggi importante arteria di Secondigliano che porta verso Casavatore e Arzano, perse la caratteristica di strada di campagna a causa di densi blocchi edilizi lungo tutto il percorso, con la nascita del rione Berlingieri e del rione Kennedy. IL CORSO SECONDIGLIANO E LA BIRRERIA DI MIANO  Dopo circa venti minuti, arriva l’autobus. Mentre prendiamo posto, vedo turisti che scendono alla fermata con i loro trolley: la turistificazione tocca oggi anche il corso Secondigliano a causa della sua vicinanza all’aeroporto. Il corso è la principale arteria del quartiere, dal finestrino del bus vedo centinaia di attività commerciali, tra cui la storica Taralleria Tonino e la mitica pizzeria Carminiello. Anche qui, durante il laurismo, sorsero palazzi multipiano, lasciando poche tracce di vecchi edifici come villa Cimmino, dal ’56 stazione della polizia. Subito dopo la pizzeria c’è l’incrocio che a destra porta verso il centro storico di Secondigliano, a piazza Zanardelli, un tempo chiamata Miez’ all’Arco, mentre svoltando a sinistra si arriva alla vecchia fabbrica di birra Peroni a Miano, oggi divenuta un centro commerciale. Miano e Mianella erano un tempo casali distinti, oggi invece il secondo è considerato una frazione del primo. Durante il tragitto, quasi all’altezza del quadrivio, sento tre ragazze parlare del carnevale. Dall’accento capisco che non sono di Napoli. Vengono infatti da Bologna e sono arrivate per la prima volta in città per partecipare allo stesso evento a cui siamo diretti io e mio fratello. Superato il quadrivio, scendiamo insieme alla prima fermata di via Roma verso Scampia all’altezza della pompa di benzina Q8. Attraversiamo e raggiungiamo il rione Monterosa, edificato a partire dagli anni Cinquanta. Il concentramento è alla storica sede del Gridas – Gruppo risveglio dal sonno, fondato nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e tante altre persone che dal 1983 hanno dato vita al carnevale sociale di Scampia. Centinaia di persone, tra cui famiglie e bambini, arrivano e di lì a poco il corteo incomincia. Il quartiere si riempie di maschere e carri allegorici fatti con materiale riciclato, coloratissimi, mentre i gruppi preparano le coreografie e gli strumenti musicali. Il corteo si addentra nel rione per poi sfociare su via Arcangelo Ghisleri, nel cuore di Scampia. DALLA LEGGE 167/62 ALLE LOTTE PER LA CASA Provo a raccontare alle ragazze la storia di Scampia: parlo della legge 167 del ’62, dei piani di edilizia economica e popolare che avrebbero dovuto invertire la tendenza speculativa del periodo laurino, di come con questa legge gli enti pubblici fossero vincolati a individuare delle aree edificabili per la costruzione di case popolari da assegnare alle famiglie in condizioni di precarietà; spiego che la nascita del quartiere è il frutto di vari processi, tra speculazioni e lotte popolari. Scampia venne divisa in lotti: alcune strade persero le caratteristiche tipiche dei borghi per dare spazio ai nuovi edifici della 167; via Roma verso Scampia divenne l’anello di congiunzione tra la vecchia Secondigliano e il nuovo quartiere, caratterizzato da edifici a torre; nacque il rione Don Guanella e furono costruite le Vele, progettate dall’architetto Franz di Salvo. Nel progetto iniziale si prevedeva la creazione di una “città nella città”, con la creazione di spazi comuni e servizi integrati, come scuole e negozi. La realtà fu ben diversa. Il piano di edilizia economica e popolare nella zona settentrionale di Napoli portò alla nascita di quartieri-dormitorio, con prefabbricati di scarsa qualità, senza servizi adeguati e collegamenti con il resto della città. Inoltre non furono subito assegnate le abitazioni, anzi, dagli anni Settanta in poi scoppiarono le prime lotte organizzate per la casa a Napoli Nord. Emblematica fu l’occupazione del rione Don Guanella, in cui presero casa ottocento famiglie. La prima occupazione con grossi numeri fu tentata a Marianella, ma non durò a lungo e, dopo ripetute cariche della polizia, il rione venne sgomberato. Ma le famiglie già organizzate occuparono l’intero Don Guanella, grazie anche alla forte mobilitazione delle famiglie di Secondigliano e Piscinola. Da via Ghisleri arriviamo a piazza Giovanni Paolo II, di fianco al parco Ciro Esposito. Al centro della piazza si comincia a preparare il falò per bruciare, allegoricamente, i simboli negativi e far trionfare quelli positivi che danzano intorno alle ceneri. Sullo sfondo è possibile osservare il cantiere per l’abbattimento delle Vele, in seguito alle lotte condotte dagli abitanti del quartiere. Infatti dal 1980, con il Piano per il recupero delle periferie e poi con il terremoto dell’Irpinia che causò danni ingenti anche a Napoli, esplosero le occupazioni di massa. In seguito al terremoto furono oltre 10 mila gli edifici danneggiati, e 170 mila gli sfollati, di cui il settanta per cento proveniva dal centro storico. Nel 1981 il parlamento approvò la legge 219, con la quale si rilanciò un Programma straordinario di edilizia residenziale (Pser) per la costruzione di 20 mila alloggi da assegnare agli aventi diritto nell’area metropolitana di Napoli. Molte famiglie furono costrette a trasferirsi in campi container (36 container leggeri installati a Secondigliano, 113 a Piscinola, 174 a Miano e 337 a San Pietro a Patierno). Successivamente furono edificati nuovi complessi residenziali, come il rione 25/80 a Chiaiano, il rione dei Fiori, poi soprannominato Terzo Mondo, a Secondigliano, le abitazioni popolari e il parco pubblico in viale IV Aprile a San Pietro a Patierno. In questo contesto vennero occupati gli edifici della 167 a Piscinola e Scampia. Se in un primo momento gli abitanti lottarono per la permanenza, con la nascita del Comitato Vele ci si concentrò per l’abbattimento e la riqualificazione del quartiere. Vittorio Passeggio, attivista della prima ora del comitato, spiega che i progetti iniziali per le Vele vennero completamente disattesi: «Nelle Vele più grandi non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva nemmeno a quel poco di luce di filtrare. L’economia del vicolo, nelle intenzioni del progetto, non è mai esistita». Domenico Lopresto, segretario dell’Unione Inquilini, in una intervista del 2013 condotta da Nicola Angrisano in Stalking Asilo. Le mani sulla città, racconta che «se si gira nei rioni popolari, si vede che il degrado è tantissimo, ma va tenuto presente anche la gestione delle organizzazioni criminali. Basta ricordare che i più grandi clan della città stanno tutti nei rioni di edilizia residenziale pubblica». Nel 1990 venne inoltre avviato il funzionamento di un nuovo carcere la cui collocazione ai margini del quartiere era stata decisa diversi anni prima. Pino Guerra, militante dei comitati popolari di Napoli Nord e occupante della Vela Gialla, parla di un quartiere di “annientamento”: «Era un circolo vizioso: senza lavoro, delinqui e  vai in carcere, nel quartiere stesso. Il tuo ciclo di vita rimaneva nel quartiere». Negli anni Novanta nacque il Comitato Occupanti Case, che portò a migliaia di occupazioni per tutta Napoli. Sempre Pino Guerra racconta che «si mobilitarono in piazza circa 10 mila persone, con bambini e carrozzini. E vincemmo la vertenza, perché gli occupanti abusivi si trasformarono in assegnatari. Nel ’95-96, con la chiusura della vertenza, ottennero il diritto di rimanere nelle case». NAPOLI NORD OGGI Mentre mio fratello corre e gioca in piazza con altri bambini in mezzo alla musica e alle danze, le ragazze mi chiedono dei cantieri delle Vele che vediamo in lontananza. Spiego del lungo percorso del comitato, che dal ’97, con l’abbattimento della prima Vela, ha portato alla nascita di nuovi alloggi popolari e al rilancio del progetto Restart Scampia. Racconto pure che dopo le guerre di camorra sono nate tantissime associazioni e nel 2010 venne occupato il Cantiere 167, una scuola abbandonata, ancora oggi sede del Comitato Vele. Si è fatta ora di pranzo ed è arrivato il momento di tornare a casa. Sono tante le riflessioni sulla giornata: il comitato dichiara che il popolo delle Vele ha vinto, ma a che costo? Ragiono sulle trasformazioni su tutta Napoli Nord, sulle differenze rispetto anche a quando ero più piccolo. Oggi ci sono tanti processi urbani in corso: nuovi edifici residenziali continuano a sorgere; ci sono lotte come quella del rione 25/80 di Chiaiano che ancora attende una riassegnazione dopo il terremoto; l’ex Motel Agip, nei pressi del quadrivio, è stato sgomberato; a San Pietro a Patierno il comitato per il verde pubblico chiede la riqualificazione del parco IV Aprile. Capita spesso che ci siano disservizi, come l’estate scorsa con la chiusura della Linea 1 nella tratta Piscinola-Chiaiano, ma nonostante ciò non manca una risposta da parte delle reti sociali. Napoli Nord, in un certo senso, ha ripreso a vivere: c’è ancora chi lotta ogni giorno per il diritto alla città. (zidan shehadeh)
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“Qui una volta era un ghetto”. Come ci stanno raccontando la riapertura del cimitero delle Fontanelle
(disegno di lorenzo la rocca) È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette, otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico. Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il “Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia, devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio quartiere. Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex cava diventata cimitero. Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags, qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo. Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada. Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli. Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10 anni, 4°A plesso Lombardi. Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere. Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650 mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, coordinato da Renzo Piano.  La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie, cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso, che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta, arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e prospettive per il futuro. Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida: «Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006, dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico. Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio, criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino molti abitanti del posto tendevano a evitare…». Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel 2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…». Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le “grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante. La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori, percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla nuova gestione. Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore. Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei. Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta». Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità. Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo. (errico forte)
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Mozzarelle di lusso e boutique della carne. Il mercato prepara l’arrivo dei nuovi abitanti a Bagnoli
(disegno di otarebill) La linea 2 della metropolitana impiega un’ora per percorrere i due estremi della città: a est San Giovanni, a ovest Bagnoli. Il treno regionale colma il vuoto di una linea cittadina adeguata, connettendo centro e periferie. Le fermate che collegano il centro con l’area flegrea saranno soppresse tra ottobre 2026 e gennaio 2027 per i lavori di costruzione di una nuova stazione. L’obiettivo è di agevolare i flussi previsti per l’America’s Cup di vela, il grande evento che in poco tempo ha messo a soqquadro l’equilibrio, già fragile, dell’area ovest. Si procede verso una “modernizzazione” della periferia, si “rifunzionalizza” il trasporto pubblico senza interrogarsi sulle esigenze degli abitanti né considerare le loro volontà. Una dialettica tra sospensione e accelerazione attraversa Bagnoli, sede del “grande evento” velistico. Parliamo di un quartiere residenziale, con un po’ di verde e il mare, per quanto inquinato; molte scuole e un polo universitario, attività commerciali di piccola taglia, parrucchieri, alimentari, bar e pizzerie, ma anche supermercati, centri scommesse e agenzie immobiliari; e poi i grandi locali notturni (abusivi) sul litorale. Il microcosmo locale è marcato anche da elementi meno tangibili, una dimensione di scambi e relazioni umane che rispetta il ritmo di vita del quartiere. Il viale Campi Flegrei è una larga strada collocata al centro del quartiere, dalla forma simile a quella di una rambla. Il viale è composto da sei isole con alberi e panchine, circondate da un mare-strada con doppio senso di marcia. Ogni isolotto è contraddistinto da attività commerciali più o meno complementari, sedimentatesi in quella posizione nel corso del tempo: scuola guida, tabaccheria, merceria, il negozio “dei cinesi”, il ferramenta, non più di due o tre attività di food and beverage ben integrate nel tessuto locale. Navigando di isola in isola si arriva all’angolo tra viale Campi Flegrei e via Ascanio, dove ha da poco inaugurato una nuova attività dal nome familiare per chi attraversa la movida del centro di Napoli. Forte del successo nelle sedi del Vomero, di Chiaia e del centro storico, è approdata anche a Bagnoli la catena Mosto, specializzata nella vendita di birre artigianali e panini. L’insegna luminosa dal font contemporaneo, in linea con gli interni neri e il design post-industriale, stona con l’atmosfera amena che circonda la birreria. Rispetto al paesaggio circostante di alberelli e villette consunte, talvolta provate dal bradisismo, l’estetica urban di Mosto risalta per contrasto e per la sua aria cosmopolita. Il 12 marzo è stato il giorno dell’inaugurazione, annunciata con una campagna sui canali social del marchio, che giorno dopo giorno svelava nuovi dettagli sul “grande evento”. Nell’occasione, il locale proponeva per l’intera serata la “double hour”, formula con cui al costo di una singola birra nel formato più grande se ne possono prendere due, a patto di consumarle entrambe nella fascia oraria dell’aperitivo: è il modello di consumo con cui Mosto si è reso popolare in città, rivolgendosi a una clientela che può contare su una certa spendibilità, dato che una birra non costa meno di sette-otto euro. La sera dell’apertura le persone straripavano sulla strada. La composizione era mista e l’età varia, con una forte prevalenza di venti-venticinquenni, che in un quartiere con una media anagrafica molto alta è già una novità. Soprattutto, colpiva il ventaglio piuttosto largo di provenienza dei clienti, con curiosi arrivati dai comuni flegrei oltre che dal centro città. Alcune persone del quartiere hanno sperimentato la novità sgomitando nel faticoso tentativo di accedere all’interno del locale stracolmo. Tuttavia, la maggior parte dei bagnolesi ha consumato nei locali già attivi sul viale, per abitudine e per i costi più contenuti. Un giovedì sera qualsiasi sembrava celebrare però qualcosa di più grande, seppure non del tutto afferrabile, fosse anche solo per le dissonanze emerse all’improvviso. La dimensione di festa profana trasportava le persone da Bagnoli immediatamente al centro storico, nel caos dei baretti di Chiaia o dei Quartieri Spagnoli nel fine settimana. Nei giorni successivi all’inaugurazione il flusso è diminuito, facendosi più marcato durante i fine settimana e all’orario della “double hour”. La forza economica di Mosto, tuttavia, permetterà alla birreria di carburare con calma, in attesa delle trasformazioni sociali del territorio. Al momento il suo stile non sembra avere ancora la forza di creare un’alternativa alle attività di quartiere, che continuano a contare su una clientela invariata per quantità e composizione. Il modello di bar e vinerie “vincente” a Bagnoli è infatti fortemente basato sulla relazione tra esercenti e clienti, su prezzi economici e una socialità diffusa, che si articola per strada più che nei locali. Nonostante i tentativi fatti da Mosto, che passano anche per l’assunzione di giovani del quartiere tra i banconisti e i camerieri, l’atmosfera della birreria ricorda piuttosto quella dei locali sul lungomare di via Napoli: attività apparentemente accattivanti ma di fatto anonime, e soprattutto prive della capacità di creare relazioni. È interessante, in questo senso, notare che le tre vinerie bagnolesi hanno davanti al bancone uno spazio quadrato o rettangolare piuttosto grande dove la gente in fila si sofferma a parlare, mentre Mosto ha ottimizzato gli spazi posizionando la cassa a dominare l’ingresso, e stipando la gente in attesa in una sorta di corridoio, dove è piazzato un juke-box digitale con un cartello che vieta di riprodurre musica “neomelodica”. Totalmente disinteressate allo scambio con i territori su cui investono, le catene commerciali traggono d’altronde forza sul mercato dalla standardizzazione dell’offerta e dalla globalità del prodotto. Anche in questo caso la ricetta per il successo è la veste grafica riconoscibile perché ordinaria, l’estetica che vorrebbe farti sentire in bilico tra Bristol e Berlino (mentre sei solo a via Ascanio), l’efficacia di slogan e formule studiate a tavolino e buone per gruppi sociali differenti. Mosto non offre una birra, e nemmeno “un’esperienza”. Offre la replicabilità di un modo di fare aperitivo, che al momento sembrerebbe non attecchire in un quartiere dove gli spazi e le relazioni sono tali (non sappiamo ancora per quanto) per cui si esce di casa senza appuntamento, “perché tanto per strada qualcuno incontro”. Bagnoli conserva un rapporto stratificato con la sua identità culturale e politica, e non è un caso che la sera dell’inaugurazione di Mosto qualcuno ne problematizzasse l’apertura. Senza troppo puntare il dito contro questo o quel marchio, alcuni attivisti hanno voluto caratterizzare il momento di festa alzando l’attenzione sulle trame economiche e politiche che stanno guidando la trasformazione. Uno striscione bianco risaltava tra il folto degli alberi e le colorazioni dark-industrial del locale, recitando: “Bella notizia il pacco americano? Bonifica, lavoro e salute: l’unica coppa che vogliamo!” (il riferimento della prima frase è alle infelici dichiarazioni fatte dal proprietario della nuova birreria, che si era espresso in maniera entusiasta rispetto all’arrivo della Coppa America nel quartiere). La gentrificazione di Bagnoli e la Coppa America sono d’altronde tutt’altro che slegati, non solo per la convergenza temporale, ma anche alla luce delle trasformazioni che qui si pianificano da tempo, e che sembrano oggi diventare operative. Persino la recente crisi bradisismica è stata sfruttata per provare a “riordinare” il tessuto socio-abitativo, così come successo più di trent’anni fa a Pozzuoli: lo sfollamento, morbido o coatto, di decine di nuclei familiari coincide con l’arrivo di nuova gentry, sul crinale del collaudato ciclo di allontanamento verso le periferie dei residenti storici e di sostituzione degli abitanti. Il bradisismo ha provocato l’abbandono del quartiere di tante persone che non hanno potuto aggiustarsi da sé la casa (abbandonate da un governo che assegnava, nella totale indifferenza del comune di Napoli, soldi solo a pochissime tra le famiglie le cui case erano state danneggiate), proprio mentre le aspettative di sviluppo derivate dal “grande evento” inaugurano la stagione della speculazione immobiliare. Intanto nuove attività, immaginate per un target di persone più ricche, ma completamente aliene al territorio, stanno aprendo i battenti, per esempio un caseificio di lusso e una macelleria (o meglio una “boutique della carne”) al posto di negozi storici di viale Campi Flegrei. Attività a beneficio di clienti che cercano il prodotto selezionato, e un presunto scarto qualitativo rispetto all’offerta “ordinaria”. La riconfigurazione del tessuto commerciale, resa evidente dai canoni imposti dalle nuove attività, evidenzia una dialettica che, in un mercato cannibale, diventa anche conflitto: insegne luminose, arredi e layout stranianti in un contesto urbano da piccolo paese, a cinque metri da una vecchia edicola dove staziona un venditore ambulante di pannocchie; piccole vinerie e birrerie contro brand in voga e mega-locali notturni sul mare; anziani salumieri e macellai costretti a contendersi la clientela con botteghe gourmet. Quello che sta succedendo a Bagnoli, mostra come il capitale abbia la forza per attaccare la forma delle città ma anche le sue immaterialità, uniformando i modelli di consumo, cannibalizzando le specificità, riconvertendo gli spazi sulla base delle esigenze di chi spende di più, anche se viene a farlo occasionalmente e con discontinuità. È la logica della speculazione immobiliare: compro e aspetto che i tempi siano propizi per capitalizzare, per esempio attraverso il ricambio degli abitanti provocato dal costo della vita e degli affitti in aumento. D’altronde Bagnoli è tornata oggi appetibile come a inizio degli anni Duemila, quando la riqualificazione dell’ex area industriale sembrava avviarsi: intere palazzine vengono comprate a prezzi esorbitanti, in un mercato che attacca la vita individuale e modifica gli equilibri sociali. C’è da chiedersi se tra qualche tempo, quando le stazioni riapriranno dopo i lavori, continueremo a chiamare “metro” il treno regionale che ci porta nel quartiere, e se useremo ancora vecchi e rassicuranti linguaggi per nominare cose nuove, che ci respingono persino se paghiamo. Forse, chissà, riusciremo invece ad accorgerci che qualcosa sta cambiando intorno a noi e riappropriarci del potere di abitare, contestare, nominare. (lucia c. paoletti)
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