Il maranza-factotum. Dietro l’etichetta, lo sfruttamento del nuovo proletariato metropolitano

NapoliMONiTOR - Monday, October 19, 2026
(disegno di cyop&kaf)

Le riflessioni a seguire nascono dalle conclusioni di un’inchiesta sul campo svolta da Tommaso Sarti tra le periferie di Milano e la provincia di Verona: Pisciare sulla metropoli. [T]rap, Islam e criminalizzazione del maranza (DeriveApprodi, 2025). Dopo aver analizzato il rapporto tra musica t/rap e Islam nelle nuove generazioni di italiani, arabo-africano discendenti che siano, prevalentemente di religione musulmana, e che sbrigativamente si preferisce etichettare in modo razzista col termine di maranza, un marocchino tamarro che va in giro vestito in un certo modo, si comporta in una certa maniera e incute paura sociale solo per essere così, Sarti, pensando al caso emblematico del trapper Baby Gang, così conclude la sua ricerca: “Viene perseguito, o perseguitato (a seconda dei punti di vista), perché rappresenta un problema politico per un paese che si rifiuta di riconoscere di dover qualcosa alle generazioni di giovani con background migratorio e popolare, nati nelle periferie e nelle provincie italiane, impiegati nei campi, nella ristorazione, nei servizi, sottopagati, sfruttati, discriminati e nondimeno costretti a mostrarsi grati al padre padrone europeo, alle false promesse promosse dalla società in cui viviamo”.

La mia analisi parte da qua, da questo lavoro che li aspetta prima e dopo aver consumato l’ostentazione di armi, potenza muscolare, violenza e droghe varie nei video della t/rap, ma non abbandona, però, il campo di elezione privilegiato che questa generazione si dà per rappresentarsi, quello musicale. Nella misura in cui l’inchiesta di Sarti ci consegna, ad audio spento, l’immagine lavorativa di una generazione di “sottopagati, sfruttati, discriminati”, mi sembra chiaro si stia riferendo alla più generale condizione socio-esistenziale del nuovo proletariato precario delle grandi metropoli italiane, da tempo ben consolidata prima nei ghetti americani e negli ultimi trent’anni nelle banlieues francesi.

Da qui due conseguenze: prima, riconoscere lo svuotamento di senso dell’etichetta maranza rispetto alla loro appartenenza di classe, un’etichetta che mentre assolve alla funzione di stigmatizzarli ai fini di ordine pubblico, occulta la loro condizione lavorativa; seconda, cercare, questa volta ad audio acceso, testi che tale condizione abbiano musicalmente reso conoscibile.

Non si tratta tanto di investigare esaustivamente la relazione esistente tra t/rap e sfruttamento del lavoro contemporaneo, quanto di trovare una canzone che sappia velocemente fotografarla, sorvolando sugli aspetti più affrontati nel dibattito odierno quando si tratta del maranza – bande giovanili, islam politico, pericolo sociale, devianza, carcerazione –, per ritrovarlo solo con la sua forza-lavoro nei processi lavorativi in una posizione capace di condizionarne l’intera esistenza.

Un testo di questo genere è Factotum (2024) di Marracash, rapper di fama conclamata, figlio della Barona, periferia tra le più difficili del milanese. La scelta di questa canzone rappresenta un arretramento rispetto alle tendenze più attuali preferite dai nuovi italiani, come è confermato da un intervistato: “Cioè è la musica appunto che ha legato tutte le cose perché se guardavi prima, dieci anni fa, anche quando ero appena arrivato in Italia, c’era solo Marracash, Gue, Fabri Fibra, Vacca, queste cose così capito? Guardi adesso di loro sì se ne parla, però non come si parla di Rondo, non come si parla di Baby Gang, di Sacky, tutti questi no? Perché appunto sono tutti di diverse etnie e quindi alla gente piace, questo non puoi negarlo”.

Eppure, per quanto distante Marracash possa essere percepito dal gusto di questa generazione, Factotum mi sembra in grado di fotografarla dal punto di vista lavorativo: sorta di ideal-tipo weberiano distorto, il protagonista della sua canzone può essere assunto come tipo rappresentativo di proletario precario metropolitano, costruito concettualmente accentuandone alcuni aspetti legati alla sua attività produttiva, così da farne un individuo empirico-concettuale capace di esprimere le condizioni del lavoro nell’epoca storica del neoliberismo.

UN LAVORO DA MARANZA
Il factotum si alza presto al mattino (“fuori è ancora buio pesto”) perché il suo luogo di lavoro è molto distante da quello abitativo; infatti vive in periferia (“siamo delle popolari”), ammassato come tanti in un quartiere-dormitorio (“va nel formicaio”), in un appartamento piccolo e poco salubre (“buchi umidi”). I ritmi di lavoro e la sua retribuzione non gli permettono di mangiare decentemente (“mangio male”, “cibo precotto”, “mangiamo scatolette”) e di abbigliarsi adeguatamente (“vestiti sudici”). Il tempo libero, per quante poche gratificazioni gli dia (“poco sesso”) e la fatica supplementare che comporta, rimane qualcosa di prezioso per evadere da tutto (“non rinuncio la sera all’uscita / vado a letto la notte che muoio e mi sveglio / che sono in quasi in fin di vita”). Quindi, il lavoro: poco nell’edilizia come elettricista (“Oggi in cantiere io e un eritreo / metto canaline su un piano intero”), tanto nella logistica come magazziniere (“alla Swiss Post”, “in Swatch / Mediaworld, Carrefour, carico / e scarico”); rigorosamente precario (“qualche mese” di qua, “part-time” di là, sempre “lavori saltuari”) e senza alcuna prospettiva di stabilizzazione (“Nessuno che mi assuma, nessuno a me”), grazie all’assenza di referenze (“nessuna ref”) e al tipo di contrattualizzazione (“contratti subdoli”).

Di fronte a questa situazione il factotum, riprendendo alcune pratiche tradizionali del proletariato metropolitano sempre condizionate dalla minaccia della povertà (“che vita di scrocco, piccoli prestiti, squilli 4088”), non può che ricorrere all’extra-legalità come sostegno al reddito (“siamo delle popolari, facciamo di tutto legali e illegali”, “rubo il rubabile”), anche perché l’assunzione, lì dove possibile, sarebbe condizionata da meriti davvero poco legati all’attività lavorativa (“sicuro devi leccare il culo per / ti giuro che piuttosto digiuno, man / o rubo a te”).

Lo scatto di dignità del factotum dipende dall’aver preso coscienza di cosa sia il lavoro nella società capitalista (“la vita è produci / consuma, crepa, chiunque di noi prima o poi lo accetta / è che si crepa già prima di finire sottoterra), dalla parte di chi stare (“coi disertori / gli ammutinati”), quali contromisure adottare sul campo (“produco il meno possibile”) e contro di esso (“sì, fuggo in un bel giorno di giugno”).

Questa conscienza del factotum, istintivamente di classe perché formata dentro i luoghi di lavoro e fuori di esso nei quartieri popolari, però, non può aiutarlo a lenire la depressione della sua condizione umana segnata dalla solitudine e dalla disperazione (“nessuna c’è / nessuno che mi aiuta / nessuno a me”, “solo Dio sa come si vive qui / e se ne fotte”). È solo con la sua forza-lavoro di fronte al mercato del lavoro.

La situazione depressiva del lavoratore precario, soprattutto di quello immigrato una volta insediatosi nel luogo di destinazione, rispetto al caso italiano dei primi anni Sessanta del Novecento, è stata verificata tanto sul piano empirico (vedi Alasia e Montaldi) quanto su quello narrativo (vedi Bianciardi). Allo stesso modo, è stata certificata la trasformazione delle strutture sindacali dell’epoca in seguito all’ingresso di questo nuovo tipo di proletariato frutto dell’emigrazione interna dal Sud, della sua sistemazione nelle aree urbane del Nord e del suo rifiuto dello sfruttamento padronale attraverso forme conflittuali estranee alle strategie di pacificazione perseguite in quel momento dalle istituzioni del movimento operaio; trasformazione che gli consentì la conquista di un pezzo di stato sociale, risultato simile a quello ottenuto in Francia a partire dai grandi scioperi del 1968, in quel caso grazie alle lotte degli operai specializzati prevalentemente immigrati, quindi al segmento della classe lavoratrice più sfruttato al pari di quello meridionale italiano.

Forti di questi esempi storici ritorniamo, ad audio spento, al nostro ideal-tipo (distorto) di factotum, il cui reddito complessivo è dato da lavori legali sottopagati e iper-sfruttati, e quelli extra-legali di piccolo cabotaggio. Guardiamo alla sua vita, alle sue relazioni, ai suoi desideri, al suo disincanto, ma soprattutto alla sua depressione e chiediamoci quale terapia possibile possa esercitare su di lui l’associazionismo sindacale in un momento di profonda crisi di rappresentanza di quelli confederali – si pensi al calo cronico degli iscritti della Cgil – e alla stragrande bianchezza dei dirigenti di quelli di base, con i maggiori tesseramenti tra i lavoratori precari immigrati. Più in generale, per immaginare la risposta, guardiamo al complesso dei lavori umili, faticosi e usuranti da lui svolti e strutturati in modo tale da non fargli acquisire nessuna dignità. Questo per quanto riguarda la sua attività lavorativa legale, che gli procura un potere d’acquisto risibile, appena necessario per vivere in un loculo umido nelle case popolari, mangiare scatolette e precotti, vestendosi ancora peggio.

Dall’altro lato, questa volta a video acceso, caliamo il nostro factotum tra i suoi tanti bro’ armati fino ai denti che compaiono nei video di Baby Gang e chiediamogli quanta voglia abbia di iniziare un percorso lavorativo scandito da sfruttamento e razzializzazione con il conseguente ingresso combattivo in un sindacato da trasformare in una direzione conflittuale. Guardando allo stile di vita extra-legale propugnato dalla t/rap, all’enorme potere d’acquisto che il suo successo potrebbe assicurare (case meravigliose, macchinoni, capi firmati, ori, droghe, donne), la risposta è scontata, soprattutto se comparata alla vita che il factotum conduce grazie al lavoro legale, non dimenticando mai, però, quanto il carcere incroci i percorsi di vita dei (t)rapper che “ce l’hanno fatta” venendo dalla strada.

In bilico tra un lavoro legale che non riscatta dalla povertà e il miraggio di una vita emancipatasi dalla miseria con l’illegalità, il nuovo proletario precario metropolitano che è il maranza-factotum, appare sempre più destinato ad abitare il mondo della disoccupazione “stagnante”, costituita da quella parte di lavoratori occupati ma completamente irregolari, allo stesso tempo dentro e fuori l’esercito operaio attivo: dentro perché attivi, fuori perché la loro irregolarità li rende irrintracciabili da qualsiasi tipo di rilevazione  e proprio per questo esposti al maggior sfruttamento. La scelta sul suo destino lavorativo e, quindi, sulla sua eventuale sindacalizzazione, deve essere presa meditando sull’origine storica del capitalismo e sul modo che questo riservò a quanti, mendicanti, vagabondi, ladri, avevano intuito quale trattamento avrebbe riservato al proletariato tutto: “È constatato storicamente che essi hanno tentato in un primo momento quest’ultima via e che da questa sono stati però spinti, mediante la forca, la berlina, la frusta, sulla stretta via che conduce al mercato del lavoro” (Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858). (fabrizio denunzio)