Una settimana lunghissima. L’ex-Ilva di Taranto tra scioperi operai e cortei contro la fabbrica

NapoliMONiTOR - Tuesday, October 20, 2026
(archivio disegni napolimonitor)

Quella appena passata è stata una settimana intensa e lunghissima. È iniziata lunedì 12 ottobre, quando non erano ancora spuntate le prime luci dell’alba. È sciopero in tutti i siti del gruppo Acciaierie d’Italia, da Genova a Taranto, compresi i lavoratori degli appalti e quelli di Ilva in amministrazione straordinaria. «Non sappiamo quanto durerà, non sappiamo nemmeno dove ci porterà!», dicono i delegati radunati alle portinerie. I lavoratori in cassa integrazione invece si raccolgono nei pressi della direzione dove dalle otto di mattina è previsto il concentramento e l’assemblea operativa che annuncerà le forme di mobilitazione. Il parcheggio della direzione si riempie in poco tempo mentre spuntano i primi raggi del sole: siamo tanti, tantissimi, tremila, forse quattromila, comunque una partecipazione che non si vedeva da tempo. I segretari locali dei sindacati dei metalmeccanici spiegano le ragioni della mobilitazione, quello che è successo nei giorni precedenti e quello che potrebbe succedere nei successivi. Gli incontri istituzionali della settimana precedente sono stati quasi del tutto inconcludenti. Il decreto in discussione mette momentaneamente in sicurezza i lavoratori dell’appalto e di Acciaierie d’Italia con cassa integrazione fino a giugno 2027 estendibile per tutto l’anno. Ma la fabbrica si fermerà e il governo non prevede leggi straordinarie per i lavoratori. Si discute dell’applicazione di leggi già esistenti, che però non bastano. Ci sono poi altre variabili da considerare: la decisione della Corte di Cassazione sul ricorso di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria sulla fermata dell’ultimo altoforno attesa per il 20 ottobre; il bando di vendita, al momento prorogato fino all’8 novembre, che però non lascia presagire nulla di buono né dalle parti di Jindal né da quella della cordata degli acciaieri italiani, che sono gli ultimi due concorrenti rimasti; c’è l’imminente aumento massiccio della cassa integrazione, a Genova come a Taranto; c’è il rapporto con un pezzo di città che chiede di mettersi definitivamente alle spalle il passato; ci sono le richieste del fronte operaio: leggi speciali per gli attuali lavoratori [FB1] – cassa integrazione, riconoscimento dei benefici per l’esposizione all’amianto e per lavoro usurante, prepensionamenti, incentivi all’esodo volontario –, per favorire una transizione industriale che possa prevedere una produzione di acciaio compatibile con la salute e l’ambiente, perché una fabbrica così com’è non la vuole nessuno. Tanti temi, tanti umori, tante differenze, ma tutti sono d’accordo su una cosa, anzi su quattro cose: salute, ambiente, lavoro, futuro! Lo sanno tutti che sarà lunga: partiamo oggi, poi andremo a Bari. Poi, se necessario, andremo anche a Roma! Finché non ascolteranno le nostre proposte, dicono i rappresentanti sindacali. Quando il segretario di Usb, a conclusione dell’assemblea, annuncia: «Ora andiamo a bloccare l’Eni!», scatta l’applauso fragoroso e il corteo si avvia verso i varchi d’ingresso e di uscita dell’Eni, mentre tra la folla spunta anche il sindaco di Taranto Piero Bitetti che porta la sua solidarietà ai lavoratori e si intrattiene a parlare con operai e delegati. 

La città, inevitabilmente, si paralizza in poche ore. I lavoratori si smistano nei vari presidi, le forze dell’ordine defluiscono il traffico, il bar della stazione di servizio dell’Eni viene preso d’assalto, c’è una fila enorme: per andare in bagno, per un caffè, una bevanda, qualcosa da mangiare. Le risposte non arriveranno subito e bisogna organizzarsi per affrontare la notte, la prima notte, mentre il tempo minaccia pioggia. Si incontrano facce vecchie che non vedevamo da tempo e facce nuove con cui si socializzano le varie questioni: è il segnale che lo sciopero è riuscito, siamo talmente tanti in fabbrica che non ci conosciamo nemmeno tutti. Spuntano i primi camion che portano i panini, le prime birre, si iniziano a montare i gazebo per la notte; ormai, con i bagni troppo lontani e affollati, si piscia nelle piantagioni circostanti. Nel primo pomeriggio arriva la convocazione in regione: giovedì alle 10. È un primo risultato, era una delle richieste sindacali; ma non basta, non si smobilita. Non si smobilita nemmeno quando arriva l’annunciato acquazzone; nonostante il freddo, le ore di sonno perse, la stanchezza, le famiglie lasciate a casa, tutti gli impegni rinviati a data da destinarsi, la necessità di lavarsi e di andare in bagno – che anche quella è una forma di resistenza –, i beceri attacchi subiti dai soliti benpensanti da tastiera a cui non va mai bene nulla, i primi allarmi per la mancanza di carburante necessario a garantire i servizi essenziali, quelli li faremo passare, ma non si smobilita, nonostante tutto non si smobilita! Andrà avanti così per quattro giorni e quattro notti. Ormai si socializza anche con i funzionari della Digos, ma gli argomenti sono leggeri rispetto alla pesantezza della situazione: si parla di viaggi, camminate ed escursioni. La questura, nei vari spostamenti, ci ferma spesso. Ci chiedono della situazione: «Come sta andando il presidio? Cosa chiedete? Però pure la salute è importante…»; e certo che è importante, e quando mai siamo stati contro la nostra stessa salute…

Siamo soli, nessun politico, nessun cantante, nessun attore che faccia un qualche appello a favore della nostra lotta, pure i media nazionali ci snobbano. Siamo soli, scomodi, vecchi e novecenteschi, possiamo contare solo su noi stessi e sui nostri compagni di lavoro. Ed è così che, in mezzo ai fuochi appiccati per scaldarsi, a qualsiasi ora del giorno e della notte, arriva sempre qualcuno che porta caffè e cornetti, birra, panzerotti, panini, focacce, il liquore fatto in casa: «Questo devi assaggiarlo!», anche se sono le tre di notte, e come fai a rifiutare? Ovunque vai ti offrono qualcosa! Ed è una cosa bellissima la condivisione tra compagni di lavoro, che poi neanche li conosci tutti! Una signora intorno alle sei di mattina si rivolge al nostro presidio, quasi disperata: «Io lavoro al Moscati, la questura non mi ha fatto passare, già siamo pochi là, come devo fare?». Non conosce la strada alternativa! Tre di noi si prestano a spiegare strade e a trovare soluzioni. Poi arriva un quarto che in maniera risolutiva dice: «Mi segua, le faccio strada io!». Non siamo contro la città, noi siamo parte della città!

Ai presidi si discute di tutto, delle prospettive di lavoro, delle condizioni personali, delle differenze con Genova e i siti del nord, del rapporto con la nostra città: «Hanno ragione pure loro…», dice qualcuno. Certo che hanno ragione, ma come si trova la condivisione tra gente che ha gli stessi obiettivi e che però si divide sul come raggiungerli, tra visioni diverse e miserie umane? Nessuno lo sa, non se ne esce! Non tutti i lavoratori sono per la continuità di una prospettiva industriale.

La svolta arriva giovedì 15 con l’incontro in regione. Circa quattrocento lavoratori giungono nel capoluogo pugliese in presidio sotto il palazzo della regione, tra gli slogan urlati dagli operai c’è anche «Noi vogliamo vivere!». Il presidente Decaro, prima dell’incontro, scende tra gli operai ad annunciare che «noi dobbiamo tutelare non soltanto i lavoratori ma anche i posti di lavoro!». L’esito del lunghissimo incontro in regione è un documento di condivisione di tutte le richieste sindacali approvate dal consiglio di fabbrica del 7 ottobre. Le richieste dei sindacati vengono sottoscritte, non senza difficoltà e con le relative e legittime consultazioni con i nazionali, da tutti i gruppi partitici: da Fratelli d’Italia al Movimento 5 Stelle. I segretari scendono tra i lavoratori ma un attimo dopo risalgono, c’è una novità dell’ultimo momento: è arrivata la convocazione a Palazzo Chigi per il 27 ottobre per iniziare a discutere la piattaforma sindacale. È un buon risultato, anche se non risolutivo. Bisogna smobilitare e invitare i lavoratori a raggiungere Roma per l’incontro del 27. Ma smobilitare è difficile come mobilitare e le assemblee svoltesi tra la sera del giovedì e la mattina del venerdì sono tese: alcuni lavoratori non ne vogliono sapere, altri sono più consapevoli che la battaglia sarà lunga e che bisognerà pure dosare le forze, mentre il carburante ormai scarseggia anche tra i manifestanti. Alla fine, si smobilita venerdì mattina, in attesa delle prossime scadenze e con la promessa di tornare a protestare in mancanza di risposte concrete. Ma la settimana non è ancora finita: nel tardo pomeriggio di venerdì arriverà la nuova procedura di cassa integrazione con numeri raddoppiati e con pagamento diretto da parte dell’Inps, una mazzata. L’azienda sta riorganizzando tutto il suo assetto alla luce delle decisioni della magistratura e in attesa della decisione della Corte di Cassazione che, in un caso o nell’altro, comunque non influirà su una fermata decisa dall’azienda e che, anche in caso di accoglimento dei ricorsi, durerà comunque alcuni mesi. 

La settimana si chiude con la manifestazione promossa dal cartello di associazioni “Onda del futuro” che rivendica la chiusura di tutta la fabbrica, la fine della stagione dell’acciaio e la richiesta di bonifiche ed economie alternative. La partecipazione è ampia, i più ottimisti parlano di diecimila persone. Non tutti i manifestanti sono però contrari a una futura prospettiva industriale.

È stata una settimana caratterizzata da due grandi prove di forza, entrambe rispettabili: quella degli operai che si sentono soli, abbandonati, scomodi, vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno creato disagio e che non chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. E quella dei cittadini che invocano la fine dell’inquinamento, che si sentono soli, abbandonati, scomodi, vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno manifestato in città e che non chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. Questa è stata la settimana di Taranto, così l’hanno ridotta Taranto! (fabio boccuni)