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[2026-06-04] Cena Benefit contro padroni e sfruttamento - Co.l.p.o @ Spazio Popolare Neruda
CENA BENEFIT CONTRO PADRONI E SFRUTTAMENTO - CO.L.P.O Spazio Popolare Neruda - Corso Ciriè 7, 10124, Torino (giovedì, 4 giugno 16:00) Giovedì 4 giugno cena benefit allo spazio popolare Neruda. Menù fisso veg a 10 soldi: antipasto, primo, secondo e dolce A seguire Antropofagoh band, una matrioska musicale che suona musica popolare delle indie bresciane - voce e chitarra di Anna Coccoli, campanello e basso di Daniel Angulo. CENA A POSTI LIMITATI, PRENOTARSI PER MESSAGGIO AL +39 3520923907 !!!
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Bakari Sako: uno di tanti, troppi, morti di razzismo e sfruttamento
“L’omicidio razzista di Bakari Sako, taciuto per giorni, traccia la misura di una violenza sistemica che negli ultimi anni si è andata intensificando – a suon di interventi legislativi sempre più punitivi e securitari, di manipolazione dell’informazione in chiave razzista e di pratiche di sfruttamento sempre più intense e generalizzate, che alimentano disagio sociale e guerre tra poveri, soprattutto in quei territori da secoli soggetti ad operazioni di rapina, estrattivismo e abbandono sociale”. Partendo da alcune riflessioni tratte dall’esperienza di Campagne in Lotta, proviamo ad inquadrare e a parlare della morte di Bakari Sako come un caso non isolato né tantomeno eccezionale. Uno dei tanti episodi di violenza razzista che seppur in via eccezionale non è stato invisibilizzato o rilegato ai margini della cronaca locale, ha finito per essere raccontato facendo ricorso alla propaganda contro le baby gang, in un loop di razzismo che strutturalmente sorregge il nostro paese. Riuscire a smontare una retorica che rende alcune persone sacrificabili o ne giustifica la sacrificabilità mostrificandone delle altre diventa quotidianamente più necessario. Per questo abbiamo colto l’occasione per rilanciare la tre giorni LUOGHI-CORPI-FRONTIERE: contro la mercificazione dei territori che il 26-27-28 Giugno in Salento aprirà spazi di confronto su pratiche di lotta ma anche di sussistenza e di resistenza, forme di organizzazione e modi di intendere il nostro essere nel presente (per la presentazione della tre giorni vedi il programma del compleanno di Porfido) Qui il podcast della diretta con un compagna di Campagne in Lotta:
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Il mio lavoro vale cento. Un driver in appalto Amazon si racconta
(disegno di otarebill) Il Grido del Popolo è un progetto editoriale di MULTI – Sindacato Sociale, che raccoglie testimonianze di vita e di lotta sotto forma di scritti, fotografie, video e altre forme espressive. “Ogni racconto – scrivono i curatori presentando il progetto sul loro sito – è parte di ciò che vive una persona, che a sua volta è collegato al vissuto di tante altre. […] Il secondo grido di questo volume de Il Grido del Popolo è il racconto in prima persona di un lavoratore della logistica e della sua esperienza in un’azienda in appalto ad Amazon. Come nella storia di Pinocchio, che viene sfruttato dal Gatto e la Volpe, queste aziende sfruttano la fiducia e l’obbedienza dei lavoratori per scaricare su di loro la responsabilità. Ma da dentro la pancia della balena, possiamo organizzarci per pretendere di essere trattati come persone, non come numeri su un dispositivo e non accontentarci di poco, perché se il nostro lavoro vale cento, noi dobbiamo pretendere cento”.  Riproponiamo questa testimonianza pubblicata sul Grido qualche giorno fa. *     *     * Sono arrivato a lavorare per Oriente Trasporti quasi per caso. Un giorno sotto casa mia qualcuno aveva lasciato una bag di Amazon con delle consegne dentro. Io facevo già il corriere, così l’ho presa e l’ho portata al magazzino di riferimento. Quando sono arrivato ho detto: «Se cercate qualcuno, io cerco lavoro. Faccio già il corriere, ma voglio cambiare». Mi hanno chiamato per un colloquio. Mi dissero che ero piaciuto come persona e come lavoratore, che le probabilità di essere assunto erano buone. Il contratto all’inizio sarebbe stato a scadenza, ma c’erano possibilità di rinnovo. In quel momento io avevo già un contratto a tempo indeterminato, portavo farmaci alle farmacie. Però mi dissero che lì avrei lavorato meno e guadagnato di più. Mi parlarono di cento euro al giorno, tredicesima, ferie, permessi, trasferte, spesso lavorando tre o quattro giorni alla settimana. Sembrava una buona occasione. Io nella vita ho fatto trent’anni il barista, poi il corriere dei farmaci. Il massimo che avevo guadagnato erano mille e settecento euro al mese lavorando sette giorni su sette per un mese di fila. Così ho deciso di provare. E poi diciamolo: Amazon è un nome che riempie la bocca. Ti incuriosisce. Mi avevano detto che i ritmi erano alti, ma che per loro contava più la qualità del lavoro che la quantità. Questa cosa me l’hanno ripetuta fino a poco prima di essere licenziato. IL LAVORO VERO All’inizio ho fatto il corso online, poi ti danno il device, il telefono con cui lavori. Il problema più grande è stato quello. All’inizio non capivo bene come usarlo. Le procedure non erano chiare e i pacchi sono tutti diversi. Per trovare quello giusto nel furgone ci vuole tempo. Quando poi impari diventa più veloce. Ma all’inizio è dura. E poi c’è l’ansia della prestazione. Io ce l’avevo tutti i giorni. All’inizio avevo settanta o ottanta consegne, poi già dal terzo giorno novantacinque, cento, anche centoventi o centotrenta. Quando non finisci le consegne ti viene in mente una cosa sola: se non finisco non mi rinnovano il contratto. In ufficio però ti dicono di stare tranquillo, che capita a tutti, che qualcuno ti darà una mano. Poi vai fuori e capisci che non è così semplice. Mi è capitato di perdermi seguendo il device. Una volta mi sono ritrovato su una collina sperduta tra gli ulivi vicino Siena. Ho perso più di mezz’ora. Un’altra volta pioveva, era buio e mi trovavo in una zona che non conoscevo. Mi chiama un responsabile e mi dice: «Ma lo vedi che sei passato davanti al numero civico?». Io rispondo che dovevo fermarmi prima. E lui mi dice: «Così non imparerai mai a lavorare. Devi svegliarti».  Io lavoravo lì da una settimana. Sentirselo dire da un ragazzo che potrebbe essere tuo figlio è umiliante. Non ti dicono mai apertamente «Vai più veloce!», ti dicono: «Devi organizzarti!». Ma se ogni giorno ti cambiano zona, come fai a organizzarti? Nei messaggi scrivono: «Andate piano, rispettate i segnali». Poi però, se non finisci le consegne, ti dicono: «Ti devi organizzare». E lì capisci che qualcosa non torna.. GLI ERRORI CHE DEVI PAGARE La prima cosa grossa che succede è la bag che sparisce. Era la seconda o terza volta che uscivo da solo, subito dopo aver concluso il breve periodo di affiancamento. Dentro c’erano circa venticinque pacchi. A un certo punto non c’era più. Non abbiamo mai capito dove sia sparita. Io sono abituato a chiudere il furgone, ma quando lavori in un sistema nuovo, con tutta quella pressione, una distrazione può succedere. Poi succede un’altra cosa. Mi chiamano mentre sto lavorando e mi dicono che il furgone che avevo usato giorni prima ha un danno alla targa anteriore. Mi mandano la foto. Io dico subito: «Quel danno non l’ho fatto io». Se picchi contro un palo davanti te ne accorgi. Ma alla fine la contestazione disciplinare arriva lo stesso. Da quel giorno ho iniziato a fotografare il furgone tutte le sere, prima di lasciarlo. LA VIGILIA DI NATALE A un certo punto mi scrivono chiedendomi se sono disponibile a restare. Io rispondo di sì. Poi arriva un messaggio: «Il contratto non sarà rinnovato. Il tuo ultimo giorno è il 24 dicembre». La vigilia di Natale. Io pensavo almeno a una telefonata. Invece finisce così. Quando arriva lo stipendio mi accorgo che ci sono oltre ottocento euro di trattenute. Due mesi di lavoro duro, pioggia, strade strette, ansia, e alla fine quasi niente in tasca. Per un uomo di cinquantadue anni con una famiglia è una botta enorme. Poi ci sono altri incidenti. Una volta pioveva, la strada era stretta, con fossi ai lati. Per evitare di finire nel fosso ho strusciato il furgone. Ho chiamato subito e mandato la foto. Un’altra volta ho urtato il paraurti in retromarcia, in un punto dove non c’erano sensori. Ho sempre comunicato tutto con trasparenza. Eppure la sensazione che ti rimane è una sola. Ti senti una merda. Perché sai che quei danni possono costarti uno stipendio intero. Io pensavo che la trasparenza fosse giusta, che aiutasse tutti. Invece mi si è rivoltata contro.. PINOCCHIO A un certo punto ho capito che molte delle cose che mi erano state raccontate non funzionavano come mi avevano detto. C’è un episodio che per me spiega bene tutto il meccanismo. Un giorno mi chiamano e mi dicono di aggiornare il device, quello che decide dove andare, quale pacco consegnare, quale strada prendere. Io stavo su una strada stretta, in salita, pioveva forte. Poco spazio per manovrare. Eppure le indicazioni erano sempre le stesse: seguire il device. Io le seguivo tutte, rispettavo le regole, eppure mi sono trovato in difficoltà. Ho capito allora che non si tratta di disonestà, ma di responsabilità verso sé stessi: proteggere la propria salute, mentale e fisica, e il proprio lavoro. Pensando a tutto questo mi è venuta in mente la storia di Pinocchio. Lui si fida, segue quello che gli viene detto, e poi incontra il Gatto e la Volpe, che approfittano della sua ingenuità. La colpa non è di Pinocchio, è di chi sfrutta la fiducia. Nel lavoro succede lo stesso: fai il tuo dovere, rispetti le regole, eppure quelle regole possono diventare un modo per scaricare su di te tutta la responsabilità. Un collega più esperto, un vero Grillo Parlante, mi aveva messo in guardia. Mi diceva di fotografare il furgone ogni sera, perché i mezzi potevano essere usati da altri e i danni imputati a chi li aveva prima. Ho seguito il consiglio e ho iniziato a proteggermi così. All’inizio il lavoro sembrava un’opportunità fantastica, pochi giorni alla settimana, più guadagno, meno chilometri rispetto a prima. Poi scopri che sei sempre sulla strada dalle dieci del mattino fino alla sera, che se ti fermi a mangiare rischi di non finire le consegne, e che il contratto a scadenza diventa una forma di ricatto. Così continui a fare il massimo, cercando di dimostrare di essere all’altezza, ma rischi di essere trattato come un oggetto usato. Da questa consapevolezza nascono delusione, rabbia, frustrazione. Grazie a un collega ho conosciuto altre persone che mi hanno indicato come muovermi. È nato così un percorso di giustizia, senza vendetta, solo per far valere le cose in modo corretto. E soprattutto per aiutare altri a non subire la stessa sorte.. IL MIO GRIDO Io non voglio niente di più di quello che mi spetta. Né un euro in più né un euro in meno. Se ho sbagliato io mi inchinerò alla giustizia. Ma se il sistema è sbagliato, il sistema deve cambiare. Non siamo numeri su un dispositivo, non siamo codici dentro un algoritmo. Siamo persone. E una cosa l’ho capita bene: non bisogna mai arrendersi. Nella vita a quasi tutto c’è una soluzione. Bisogna lottare per i propri diritti e non accontentarsi. Perché se il tuo lavoro vale cento, tu devi pretendere cento!
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Primo maggio a torino – dirette dal corteo cittadino@0
Abbiamo seguito in diretta dagli studi di via Cecchi 21/a la giornata internazionale di lotta del primo maggio, focalizzandoci principalmente su quanto stava avvenendo in città. Abbiamo dato aggiornamenti dagli spezzoni di corteo in contestazione della tradizionale sfilata organizzata dai sindacati confederali, anche tramite registrazioni degli interventi al microfono e aggiornato su quanto si sta muovendo a livello di mobilitazioni in ambito lavorativo. Sul finale ci siamo collegati con l’organizzazione del secondo dei “Due giorni di fuoco” per farci raccontare l’iniziativa e il dibattito sul progetto del nuovo data center a Lucento, Torino. Buon ascolto Partenza spezzone sociale: -------------------------------------------------------------------------------- Presentazione spezzone operaio: -------------------------------------------------------------------------------- Presentazione spezzone antimilitarista: -------------------------------------------------------------------------------- Aggiornamento con lo spezzone sociale: -------------------------------------------------------------------------------- Intervento del Sicobas dal palco di Piazza Castello: -------------------------------------------------------------------------------- Intervento operaio dal palco di Piazza Castello: -------------------------------------------------------------------------------- Collettivo COLPO su inchiesta lavoratori ristorazione: -------------------------------------------------------------------------------- Giulia CUB scuola università e ricerca su prossime mobilitazioni: -------------------------------------------------------------------------------- Presentazione dibattito e iniziative alla due giorni di fuoco:
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Strike Days a Prato
Dal 17 aprile sono in corso gli strike days, una serie di scioperi e picchetti a oltranza organizzati e promossi dal sindacato di base Sudd Cobas per denunciare e combattere lo sfruttamento di lavoratori e lavoratrici a Prato. Sono giornate che vedono uniti solidali e lavoratori e lavoratrici che hanno deciso di alzare la testa, e fermarsi insieme, organizzando picchetti davanti ai cancelli di fabbriche e magazzini. Tra i settori con condizioni peggiori quello della moda, con aziende pronto moda e una stireria. Già le prime giornate hanno garantito risultati sorprendenti: 16 vittorie contrattuali solo il primo giorno. 4 scioperi continuano ad andare avanti e diverse trattative rimangono aperte. Bianca dei Sudd Cobas ci fornisce un racconto dettagliato di queste giornate. Invitiamo a seguire le pagine del sindacato, anche in vista del primo maggio.
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Lo sfruttamento “dalle persone alle persone”. A che punto è la vertenza Gls a Napoli e provincia
(disegno di escif) Sono trascorsi due anni da quando, nel marzo 2024, una settantina di corrieri scendevano in sciopero davanti ai cancelli del magazzino Gls di Napoli. Due anni di mobilitazioni che hanno rotto un lungo schema di invisibilità e rassegnazione, in un contesto caratterizzato da disoccupazione di lunga durata, deindustrializzazione, povertà diffusa e sacche estese di economia informale. A differenza delle precedenti lotte nei magazzini della logistica nel nord Italia, guidate prevalentemente da migranti, qui il protagonista è il proletariato urbano marginale costituito da giovani italiani, spesso provenienti dai quartieri popolari, con esperienze di lavoro intermittenti, prive di tutele o informali. Gente che ha trovato nella logistica dell’ultimo miglio l’unico approdo occupazionale possibile in uno scenario segnato dalla disoccupazione. Lavoratori che hanno preso la parola sfidando lo stigma sociale che li ha storicamente etichettati come soggetti di dubbia moralità e con una scarsa attitudine al lavoro; uno stigma capace di ostacolare l’emergere del conflitto collettivo e di depotenziare la loro capacità di azione e rivendicazione; persone che a un certo punto si sono accorte della propria condizione di sfruttamento e precarietà, e hanno iniziato a camminare su un terreno già contaminato da conflitti, appropriandosi di pratiche sviluppate nel corso di mobilitazioni passate e costruendo alleanze con altre realtà del lavoro organizzato quali il movimento di lotta per il lavoro dei disoccupati organizzati Banchi Nuovi e il sindacato di base Sol Cobas. Se per i disoccupati la strada, non avendo una fabbrica, ha rappresentato a lungo il luogo dell’azione collettiva, per i corrieri la strada ha rappresentato lo spazio di lavoro, e quindi del conflitto. Sembra una beffa, ma il motto che definisce la multinazionale Gls racchiude in sé la natura predatoria dello sfruttamento che si fonde con l’espropriazione. “Dalle persone alle persone”, recita lo slogan. Una narrazione aziendale fatta di “sogni, storie e speranze”, che nasconde un meccanismo che macina diritti per produrre profitto, poiché a produrre il profitto sono le persone di cui parla lo slogan, le stesse che in questi anni hanno deciso di mobilitarsi contro un metodo studiato a tavolino per risparmiare centesimi sulla pelle di chi lavora. Proviamo a descriverlo, questo metodo. La logistica napoletana è caratterizzata da una elevata frammentazione della filiera, resa possibile dal ricorso al subappalto e da pratiche illegali che derivano dai processi di scomposizione del ciclo logistico-distributivo. Osserviamo da vicino la struttura organizzativa di Temi Spa, che si configura come un paradigma esemplare di quella frammentazione neoliberista del lavoro in cui il franchising del marchio globale Gls viene gestito attraverso una complessa architettura di subappalti a cascata. La Temi Spa del signor Tavassi, società a capo della filiera, mantiene il controllo strategico con ottantacinque dipendenti diretti, a fronte di una massa di circa trecentocinquanta lavoratori indiretti, alle dipendenze di una galassia di ditte fornitrici gestite dai cosiddetti padroncini, ognuno dei quali possiede una flotta variabile di furgoni. Sotto il marchio Gls, gestito sul territorio campano dal colosso Temi Spa, abbiamo quindi una rete di lavoratori intrappolati in una spirale di appalti e subappalti ombra. L’illegalità, anche in questo caso, è considerata parte integrante del modello di business: un fenomeno che l’European Trade Union Institute definisce come “istituzionalizzazione delle pratiche illegali” nella somministrazione di manodopera. La vertenza aperta nel marzo 2024 tra Napoli e provincia ha fatto emergere un sistema che opera al di fuori della legalità contrattuale per garantire la redditività a una rete di fornitori-padroncini che provano a spartirsi la ricchezza con la committenza a spese della forza lavoro. Questa scomposizione della filiera non risponde solo a logiche di efficienza distributiva, ma istituisce una tecnologia di governo della forza lavoro in cui corrieri e facchini vengono relegati in una condizione di invisibilità e vulnerabilità. In questo quadro, la mobilitazione rappresenta non solo una rivendicazione salariale, ma un atto di ricomposizione politica volto a spezzare lo schermo dei subappalti e a trasformare una forza lavoro esternalizzata e stigmatizzata in un soggetto collettivo riconosciuto e legittimato. Eppure Gls Italy e le sue articolazioni logistiche sono state già messe sotto inchiesta, tra il 2021 e il 2024, dalla magistratura milanese guidata dal pubblico ministero Paolo Storari. Ricorso sistematico a cooperative e società filtro che nascono e muoiono nel giro di pochi anni, fatture false per operazioni inesistenti, caporalato. Quanto sta accadendo a Napoli e provincia da anni, riflette lo schema descritto da Storari con una differenza fondamentale; mentre a Milano la Procura ha stabilito che il committente Gls Italy non può far finta di non vedere cosa accade nei propri magazzini, rendendolo responsabile in solido dei reati commessi dai fornitori, nella vertenza napoletana c’è un terzo anello della catena: la Temi Spa del signor Tavassi. In tal modo Gls Italy cerca di smarcarsi, definendosi un semplice franchisor, scaricando ogni colpa su Temi Spa e sui padroncini fornitori del servizio di consegna. E se a Milano l’inchiesta ha portato a maxi-sequestri e assunzioni, a Napoli sindacato e lavoratori denunciano che l’Ispettorato del lavoro e la magistratura locale non hanno ancora agito con la stessa fermezza contro la galassia dei subappalti-ombra di Tavassi e soci, attori con potere di mercato e relazioni consolidate all’interno delle istituzioni. Gli scioperi e il blocco dei flussi dell’ultimo miglio hanno costretto le controparti a mutare strategia. Sebbene la reazione iniziale di Temi sia stata caratterizzata da un rifiuto pregiudiziale delle trattative, accompagnato da minacce verbali e dal ricorso alla forza pubblica per la rimozione dei picchetti, la persistenza del conflitto ha imposto l’apertura di un tavolo negoziale. Questa fase successiva ha condotto alla firma di un contratto di secondo livello e al riconoscimento formale di diritti precedentemente negati in ambito salariale e contributivo, segnando un primo, fondamentale punto di rottura nei confronti del regime di illegalità e sfruttamento preesistente. Un altro risultato dei due anni di mobilitazione ha riguardato la riconfigurazione del ricorso al subappalto. La vertenza ha prodotto l’accorciamento della filiera distributiva, che ha visto la riduzione dei fornitori di servizi dell’ultimo miglio. Questa contrazione del subappalto non deve essere interpretata come un superamento automatico della frammentazione: sebbene diminuisca il numero di entità giuridiche intermedie, l’organizzazione del lavoro mantiene la medesima densità operativa, come dimostrato dall’invarianza del numero di furgoni impiegati e dal gioco sporco di scatole cinesi delle ditte fornitrici in combutta tra loro e la committenza. Questa ristrutturazione sembra rispondere più a un’esigenza di razionalizzazione del controllo che a una reale scomposizione dei processi distributivi e lavorativi. E così arriviamo ai tempi più recenti. Dal punto di vista di committenti, padroni e padroncini, la mobilitazione ha ridotto il margine di profitto. Ossessionati dalla redditività, questi attori di mercato hanno preso le dovute contromisure. La contro-risposta aziendale si è articolata attraverso una strategia repressiva, una sistematica campagna di delegittimazione e svalutazione simbolica dei lavoratori in sciopero, volta a isolare politicamente la protesta e a ripristinare lo stigma sociale come strumento di disciplinamento. Tale offensiva si è concretizzata in un uso strumentale del potere disciplinare, con sospensioni e trasferimenti punitivi diretti contro i delegati sindacali. Gls Italy è rimasta apparentemente a guardare. I padroncini sono andati a battere cassa dalla committenza, il signor Tavassi, per rinegoziare i termini dei contratti di appalto per il servizio di distribuzione. Tavassi ha risposto loro di affossare l’accordo di secondo livello siglato con il sindacato Sol Cobas a maggio 2024, esito della mobilitazione dei lavoratori. Dopodiché è stata creata una crisi artificiale. I volumi di merce sono stati spostati strategicamente su società satellite di Tavassi per giustificare un calo di lavoro e svuotare i magazzini dove la presenza sindacale è più forte, smistando le merci su filiere in cui regna ancora il lavoro nero e il mancato rispetto del contratto collettivo (in altre parole, dove la redditività è maggiore). È evidente che la crisi attuale dei volumi non è frutto delle oscillazioni di mercato, ma di una disputa interna tra il signor Tavassi e i fornitori sulla sostenibilità economica delle tariffe per il servizio di consegna. L’obiettivo è quello di svuotare i magazzini per giustificare tagli al personale e minacciare i lavoratori con la cassa integrazione. La crisi artificiale è dunque funzionale all’annullamento degli accordi migliorativi. I padroncini hanno aperto la cassa integrazione per i lavoratori sindacalizzati, attuata con modalità illegittime, senza autorizzazione Inps e al di fuori di ogni consultazione sindacale. Ciò avviene mentre nei magazzini Gls-Temi continua a regnare il lavoro povero, con personale contrattualizzato per quattro ore a 6,40 euro l’ora, ma costretto a turni reali di otto, nove ore senza pausa pranzo. L’esempio più evidente di questa gestione è avvenuto a inizio aprile con la Napoletana Transport. Non appena i lavoratori si sono sindacalizzati, l’azienda ha risposto con un messaggio WhatsApp: licenziamento immediato senza preavviso e disdetta dell’appalto con Gls. Chi si organizza per i propri diritti viene espulso dal circuito. I padroncini, invece di efficientare i processi, rispondono tagliando i diritti, negando i Tfr e attivando la cassa integrazione fittizia per scaricare sulla collettività il rischio d’impresa. Il tentativo di svuotare i magazzini e spostare le merci su filiere grigie è una manovra mirata a ricostruire la redditività laddove il sindacato l’aveva minacciata imponendo il rispetto dei contratti e della legge. Per il padronato, un lavoratore che pretende la trasferta a 25 euro e lo scatto di anzianità è un lavoratore che abbassa la redditività. Il ricatto sul Tfr in cambio della rinuncia alla responsabilità in solido è l’ultimo tassello di questa logica: un tentativo disperato di ripulire i bilanci dalle passività accumulate, garantendo ai soci di Temi Spa margini di profitto liberi dai debiti verso chi quel valore lo ha materialmente prodotto guidando quei furgoni per le strade trafficate di Napoli e provincia. Dinanzi a questo scenario, l’Ispettorato del lavoro appare come un’arma spuntata. Nonostante anni di denunce per lavoro nero e sfruttamento, nessun provvedimento concreto è stato eseguito. Anche il Tribunale di Napoli ha sollevato dubbi, ipotizzando reati quali l’interposizione illecita di manodopera e frode nelle conciliazioni passate. Ma dalle parole non siamo passati ancora ai fatti. Dopo il blocco dell’hub di Marcianise del 13 aprile scorso, il Sol Cobas ha annunciato una mobilitazione permanente che coinvolgerà circa cinquecento lavoratori. La richiesta è una sola: l’internalizzazione immediata di tutti i corrieri e facchini presso Gls Entreprise. Non si tratta solo di una rivendicaizone sindacale, ma dell’applicazione di un modello di legalità già imposto dalla magistratura in altre parti d’Italia. Se a Milano si parlava di risarcimenti e stabilizzazioni a seguito delle indagini della magistratura, a Napoli la risposta dei padroni alla medesima crisi è stata la cassa integrazione punitiva e il ricatto sul Tfr, a dimostrazione del fatto che le aziende di Tavassi e soci preferiscono distruggere il fronte sindacale piuttosto che legalizzare la filiera. La logistica campana è il laboratorio dello sfruttamento dalle persone alle persone. Sarà il tempo a dirci se qui il sistema verrà abbattuto. (andrea bottalico)
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