
Fare arte e cultura nel Marocco di oggi. Intervista a Ghassan El Hakim
NapoliMONiTOR - Friday, October 30, 2026
(disegno di ginevra naviglio)Kabareh Cheikhat è una performance teatrale marocchina fondata a Casablanca da Ghassan El Hakim, che celebra la figura tradizionale delle cheikhat, intrattenitrici donne che con il canto e la danza denunciavano gli abusi di potere e portavano la parola del popolo, usando uno stile di musica tradizionale chiamato ‘Aita. Nello spettacolo, le cheikhat sono interpretate da uomini mascherati da donne, sovvertendo i ruoli di genere e introducendo un elemento di critica radicale attraverso una forma di arte tradizionale. Abbiamo trascritto ed editato un’intervista a Ghassan El Hakim, registrata il 23 settembre 2026.
Ghassan El Hakim. Tutto è cominciato dieci anni fa, alla fine di un laboratorio con alcuni giovani del quartiere di Aïn Sebaâ e della medina di Casablanca. L’ultimo giorno avevo proposto un provino sul tema delle cheikhat. Vennero molti ragazzi a fare una parodia delle cheikhat, alcuni cantando, altri ballando. Mi dissi: tutto questo è molto ricco, e inoltre ha a che vedere con il mascherarsi, e a me piace recitare con le maschere; dietro alle maschere siamo più liberi, abbiamo più possibilità di parlare. Così selezionai cinque attori e gli chiesi di lavorare con me per scrivere uno spettacolo sulle cheikhat; ma alla prima prova si presentarono in undici. Ne volevo solo cinque, ma gli altri dissero: “vogliamo solo vedere come lavori”. Poi un giorno mi serviva qualcuno che suonasse il bendir (tamburello), e nessuno dei cinque lo sapeva suonare, ma uno degli altri sì, così abbiamo continuato.
Ho deciso di mettere su uno spettacolo in forma di cabaret, con gli sketch, molte canzoni, molti testi, per esempio quelli di Mririda n’Aït Attik, che è stata una delle prime voci considerate femministe. In Marocco non abbiamo aspettato che venissero gli europei a portarci il femminismo, già ce l’avevamo nella poesia amazigh, nelle cheikhat... Alcune donne erano delle vere leader.
Cosa sono esattamente le cheikhat?
Per gli italiani richiamano in parte quella tradizione che c’era al Sud: le donne pagate per piangere ai funerali. Le cheikhat cantavano la ʿAita, che è un grido. Erano persone pagate per gridare la nostra miseria. Oltre che lamentatrici, però, le cheikhat erano anche delle messaggere tra il popolo e l’autorità. Immagina il Marocco dell’Ottocento: il sultano non poteva tenere d’occhio tutto il popolo, ma grazie alle cheikhat veniva a sapere delle ingiustizie. Magari un ministro corrotto ti aveva rubato la terra? Se conoscevi una chikha le avresti chiesto di cantare la tua miseria e allora il sultano, o il re, lo avrebbe saputo. Per me, il ruolo principale delle cheikhat era quello di creare una connessione tra il popolo e le alte sfere. In altre forme artistiche, solitamente le donne cantano per un pubblico femminile e gli uomini per un pubblico maschile. Poiché la chikha ha accesso ovunque, la questione del genere non si pone: pur essendo donna, può cantare in mezzo agli uomini.
Erano solo donne?
In alcuni casi abbiamo registrazioni di uomini che cantano nel ruolo di una donna. C’è un famoso cheik degli anni Cinquanta, Bouchaib Al Bidaoui, che ha democratizzato il canto degli chioukh uomini, cantando in televisione e alla radio, e rendendo più comune questo tipo di voce, di uomini che imitano le donne. Ma ne abbiamo scoperti anche altri, come Omar Slaoui. Già venti o trent’anni prima di Buchaib, c’erano uomini che cantavano come donne. È una tradizione antica, solo che non ne avevamo mai sentito parlare. Grazie al lavoro di ricerca negli archivi – siamo partiti proprio da lì – il progetto ha assunto anche la forma di una narrazione storica. Perché quella delle cheikhat è, innanzitutto, una figura che è andata perduta a causa del Protettorato francese.
Qual è stato il ruolo del colonialismo? Come ha contribuito a far scomparire le cheikhat?
È la stessa cosa che hanno fatto anche con la religione. Prima di Lyautey [il generale francese che governò il Protettorato del Marocco tra il 1912 e il 1925] si poteva scegliere se osservare o no il Ramadan; con Lyautey diventò obbligatorio digiunare, e fu proibito mangiare in pubblico, addirittura si andava in carcere. Ma non era una legge marocchina; era una legge francese! I francesi in Marocco trovarono tanti islam diversi: alcuni bevevano, altri digiunavano, altri seguivano i Sufi, c’erano i culti animisti degli Gnawa… Loro imposero una sorta di conformismo, vollero creare una religione singola. Per il pensiero coloniale non si poteva essere musulmani e avere donne che si comportassero così. Così le inquadrarono in una determinata categoria – e naturalmente anche alcuni marocchini hanno contribuito a questo – in modo da relegare le cheikhat al ruolo di prostitute.
I militari francesi che arrivarono in Marocco erano discepoli del generale Gallieni, il governatore del Madagascar, che fu un grande criminale. In Madagascar c’era una regina e un esercito comandato da donne. Per questi uomini europei era impossibile che delle donne avessero ruoli simili, così distrussero quella tradizione. Quando i discepoli di Gallieni – Mangin, Pétain, Lyautey – arrivarono in Marocco, trovarono le cheikhat che sostenevano le tribù ribelli, che cantavano per motivare le tribù e rappresentavano una forma di resistenza. Quindi dovevano essere eliminate, come la regina del Madagascar. Molti articoli di quell’epoca descrivono le cheikhat come “donne facili”, proprio in un momento in cui era in corso un processo di modernizzazione volto a sconfiggere l’arcaismo. Furono confinate in quartieri specifici come Bousbir a Casablanca. Alcune furono avvelenate, assassinate. Vennero emanate leggi – firmate anche dal sultano – che proibivano le pratiche Gnawa, Aissawa, Jillala e Hamadsha, tutte confraternite che rappresentavano anche forme di resistenza.
La colonizzazione fu troppo veloce, praticamente non ci fu resistenza politica, tranne che nelle montagne, nelle confederazioni delle tribù: a Tafraout si resistette fino al 1934. Ma nelle città non c’era niente. L’unico spazio di resistenza erano le zawiyat, le sedi delle confraternite. L’unica forma di opposizione fu semplicemente una preghiera: in tutte le moschee del paese si recitò il Latif, di giorno e di notte, per un anno. Solo una parola, ripetuta per tutto il tempo: ya Latif, ya Latif, ya Latif, come dire, “che vergogna, che vergogna”.
Una cosa simile è successa anche durante il Coronavirus, se ben ricordo.
Sì, anche durante il Coronavirus si è recitato il Latif. È una cosa che si fa quando c’è una catastrofe. Dicono che i francesi lasciarono Fez a causa del Latif. Probabilmente è solo una leggenda. Però fu una forma di resistenza, senza lotta, solo creando uno stato psicologico. Non so esattamente la data, negli anni Venti mi sembra, molte confraternite Sufi furono chiuse e proibite. E questa è l’epoca in cui si creano le nuove istituzioni, su questo modello coloniale. Intanto le cheikhat continuavano a cantare, e venivano registrate, anche di nascosto; abbiamo trovato una registrazione in cui si sente una cheikhat cantare: “Questo che mi sta registrando è un figlio di puttana!”, ma in modo discreto, in modo che chi registrava non se ne accorgesse. Così cento anni dopo possiamo sentire la voce, e il suo messaggio ha attraversato i decenni. Ci fa capire che lei non era affatto contenta di essere registrata. Oggi ci rimangono solo pallide imitazioni di cos’erano le cheikhat che cantavano l’‘Aita, in tutte le sue varianti – quella marsaoui di Casablanca, quella mahloun di Fez e Meknes. Credo che la musica debba evolversi per continuare a esistere e a sopravvivere. L’ ‘Aita, ha resistito anche in questo modo: è stato necessario tutelare questo repertorio e, dato che il pubblico è più sensibile alla melodia, è diventato indispensabile cantare seguendo una linea melodica. Da qui l’introduzione del violino, talvolta dell’oud e, più recentemente, della batteria. Per sopravvivere, bisogna sapersi adattare.
Casablanca è un centro importante per le cheikhat?
Casablanca e Rabat furono due nuovi porti creati dai francesi per distruggere l’impero marocchino. I grandi paesi hanno sempre le capitali nell’interno, perché la costa è più pericolosa: ti attaccano ed è finita. Quando hai grandi città nell’interno, come Marrakech, Fez o Meknes, è un conto; ma Rabat e Casablanca sono state create per distruggere il potere delle città imperiali, per creare questo nuovo Marocco sul mare, lontano dai centri imperiali. E così tutti quanti – i mercanti, gli ebrei, gli amazigh, e anche le cheikat – sono andate a Casablanca a lavorare. Quando il potere si spostò, anche le cheikhat si spostarono. C’è questo aspetto: lo spostamento della popolazione.
Come ti poni, oggi, di fronte alla profonda trasformazione che sta interessando il Marocco e le sue città – anche in vista della Coppa del Mondo 2030 –, un processo che si accompagna a fenomeni di “folclorizzazione” e “festivalizzazione” della cultura popolare; dinamiche che, in un certo senso, possono rivelarsi persino più violente di un esplicito divieto, non credi?
Siamo caduti nella trappola del Protettorato e della colonizzazione. Sono riusciti a convincerci che eravamo arcaici, e che da questo arcaismo non potevamo creare la nostra modernità. E siamo diventati una pallida copia dell’Europa. Eppure, qui c’era una civilizzazione, che abbiamo scambiato per una cultura del ready to wear, ready to eat, ready to build… È diventato molto facile cadere nel cliché del folklorismo, finire esposti nei musei, plastificati. Siamo bombardati dal termine “arcaismo”. Le cheikhat sono arcaiche, le djillaba [le tuniche], le baboush [le calzature], andare all’hammam, è tutto arcaico. Ma questi sono gli elementi della nostra civilizzazione. Invece di vivere nella medina, dobbiamo andare a vivere nei quartieri residenziali – per lo meno i ricchi; i poveri non hanno niente, sono sfrattati dal centro e portati nelle periferie. Se abbandoniamo le culture popolari perdiamo tutta questa eredità. Le nuove generazioni la dimenticano, vedono solo quello che brilla. Solo l’erba e l’asfalto.
E qual è il ruolo di Kabareh Cheikhat in tutto questo?
È come un megafono, è la voce di persone che non hanno voce. Nello spettacolo c’è una persona, una donna piccola, fisicamente molto debole, che però ha la forza di gridare, e che usa Kabareh Cheikhat per gridare ancora più forte, rendendoci tutti portatori del suo messaggio. Questo lo facciamo senza neanche accorgercene. Pensa alla comunità Lgbt: noi siamo gli unici rappresentanti di questa possibilità, anche se non lo diciamo esplicitamente. Chi viene a vederci, e mi vede con la barba, che danzo e canto, con la parrucca e il trucco, beh per chi non conosce il Marocco è molto interessante. Potrebbe pensare che le persone Lgbt vivono bene in Marocco, e ovviamente non è così. Ma le cheikhat hanno creato un punto d’entrata, una crepa nel muro, una piccola finestra per respirare.
Mi chiedo se anche nel Kabareh Cheikhat si riscontri la contraddizione: il fatto che i media o le società occidentali vi invitino perché venite percepiti come soggetti che sovvertono l’arcaismo, o qualcosa del genere.
So bene che in Europa vogliono solo parlare della situazione femminile nei paesi musulmani, senza mai mettere le cose nel loro contesto. Come sai le donne ci sono sempre nei rituali tradizionali, come nella Gnawa. Alcune tradizioni consentono forme di libertà, di diventare altro, di trasformarsi, anche se non lo si dice esplicitamente. Non si dice “omosessuali”, ma “toccati da Lalla Aïcha”, è l’invisibile che si manifesta, e la cosa finisce lì. Ma c’è sempre bisogno di mostrarlo come un “arcaismo”, come africani sottosviluppati, che puoi sempre dire che dobbiamo “salvarli”. I giornali quando parlano di noi vogliono parlare della comunità Lgbt in Marocco, e io gli dico: sì, la comunità c’è, nella sua forma europea, ma c’è anche questo lato invisibile. Tutti vogliono parlare degli omosessuali borghesi, non di quelli proletari, che invece non interessano a nessuno. I borghesi diranno quello che i media vogliono sentire, ma i proletari non hanno quel linguaggio; le loro forme vengono considerate “arcaismo”. Siamo molto coscienti di questo.
Che tipo di rapporto intrattenete con quello che in Europa definiremmo “movimento sociale”? Le proteste politiche recenti si collegano a questo genere di attività culturale?
Non so bene cosa dire, ognuno di noi partecipa a modo suo. Di recente, con quanto è accaduto con la Gen Z, abbiamo seguito molto gli arresti, le nuove leggi, le nuove regole sulla libertà d’espressione su internet e i social network. Vedi, siamo uomini che cantano insieme, cerchiamo di evitare di essere strumentalizzati. Ma credo anche che i movimenti di opposizione non abbiano ancora capito cosa stanno facendo gli artisti. Nei movimenti di protesta l’arte è vista come animazione, non come un motore di cambiamento. I partiti di opposizione – e intendo di vera opposizione, e non ce ne sono oggi – non capiscono che le nuove forme di arte, come le cheikhat, sono anch’essi un motore di trasformazione, e possono essere un buon sostegno per i movimenti… non solo un modo per passare la serata tra manifestanti, capito? È qualcosa che si potrebbe sfruttare, ma non possiamo essere noi a imporlo. Credo ci voglia molto tempo per creare una forma di protesta attraverso l’arte e la cultura.
Credi che stia crescendo il consenso verso la modernizzazione, il potere, i mondiali del 2030, oppure sta salendo la tensione?
Un giornalista francese degli anni Cinquanta o Sessanta si era fatto la stessa domanda. Aveva visto le proteste a Casablanca, e aveva detto: “Ecco, in Marocco c’è la rivoluzione”. Il giorno dopo non c’era più niente. Mi ricordo le proteste del 20 febbraio [2011: la primavera araba]: ero a protestare, e i poliziotti erano gentilissimi, ci distribuivano l’acqua… E io pensavo: “Wow, quindi non ci sarà lo scontro”. Dicevano: “Siete i nostri figli, siete i nostri fratelli”. Noi non volevamo lo scontro, ma essere ascoltati, però ho avuto l’impressione che quella fosse una strategia pensata apposta per contenere il movimento. In Marocco, siamo fatti un po’ così. Fanno la Tav tra Marrakech e Tangeri, e la gente dice: “Spendono un sacco di soldi, perché non li usano per le scuole?”. Poi appena il potere ci compra, siamo di nuovo d’accordo.
In alcune regioni magari è diverso, ma la coscienza popolare non è all’ordine del giorno. Il makhzen è un potere che esiste da secoli, dalla dinastia precedente, ed è ovunque, in ogni casa. E sappiamo che non è solo il Marocco, ci sono gli Usa, Israele, la Francia, l’Ue, tutti ci guardano. Ma le persone sono anche spaventate. La gente ha paura di ritrovarsi come in Libia o come in Siria. C’è un certo equilibrio in questo gioco, per il momento. Il Marocco in fondo è un paese sicuro, non c’è terrorismo, e alle persone piace vivere in pace, svegliarsi la mattina e andare al mercato. I prezzi della frutta e della verdura aumentano, ma la gente trova sempre una forma di solidarietà. (a cura di stefano portelli e stefania spinelli)