
Mettersi in ascolto nella scuola a colori
NapoliMONiTOR - Monday, November 2, 2026
(disegno di irene servillo)Mentre il dibattito pubblico italiano sulla scuola si concentra su studenti provenienti da altri paesi e su quelli che, pur cresciuti in Italia, hanno una storia migratoria alle spalle, la casa editrice Astarte pubblica un libro che coglie la complessità delle questioni che sono in campo quando si parla di sistemi educativi. Lo ha scritto Sara Rossetti, insegnante di scuola secondaria e si chiama La scuola a colori. Per un’educazione femminista e decoloniale.
Per dirla con le parole di Rahma Nur, insegnante e poeta, autrice della prefazione all’edizione italiana di Insegnare comunità di bell hooks (il cui pensiero risuona in molte delle pagine del libro di Rossetti), “questo libro è necessario. Non solo importante nel senso accademico – necessario nel senso fisico, urgente. Necessario per chi insegna, per chi forma insegnanti, per chi fa politica scolastica, per chi pensa che il problema sia solo la lingua e non capisce che la lingua è solo la punta dell’iceberg”. Ogni capitolo è infatti un raggio di luce che illumina un aspetto della nostra scuola e, illuminandolo, ci fa anche vedere la polvere che c’è intorno. Ma è appunto necessario vederla la polvere, se si vuole trovare il modo per toglierla. E chi altri può aiutare a fare questa operazione se non coloro grazie ai quali la scuola trova la sua ragione d’esistere? Come scrive Sara Rossetti nel primo capitolo, il libro è stato infatti costruito cercando di mettere insieme quante più voci fosse possibile: “Ho provato – scrive l’autrice – a decentrare lo sguardo volgendolo agli e alle studenti, facendomi raccontare il mondo scolastico visto da chi maggiormente ne fruisce”.
Non è una scorciatoia: è una precisa indicazione di metodo, quello di chi rifiuta anche per sé stessa il potere di parlare delle altre e degli altri e invece si mette in ascolto cercando di utilizzare il proprio potere, quello di autrice di un libro, per fare spazio a chi normalmente non lo ha. Si tratta di un approccio di per sé significativo, ma che lo è ancora di più in un contesto, come quello scolastico, in cui i protagonisti del percorso formativo sono normalmente senza voce, o meglio una voce la hanno ma nei modi e nei tempi stabiliti dal docente.
In uno dei migliori libri usciti di recente sulla scuola, Dipende dalla classe, le cui pagine riecheggiano anche nel libro di Rossetti, Michele Arena ricorda degli studi secondo cui il docente mediamente tiene la parola in classe per il settanta per cento del tempo; il restante trenta per cento va diviso per gli studenti. Quindi nel corso di un’ora di lezione per quarantadue minuti parla l’insegnante, per diciotto la classe: in una classe di venti alunni (a voler essere ottimisti, viste le tantissime classi con venticinque studenti e oltre) si tratta di cinquantaquattro secondi a testa in un’ora di lezione. Se si considera che, per le ragioni esposte con cura nel libro di Arena come in questo di Rossetti, gli alunni maschi bianchi italiani di estrazione borghese prendono la parola più degli altri e soprattutto delle altre, significa che molte e molti rimangono in silenzio, come ben sa chiunque abbia frequentato un’aula scolastica, da docente o da studente.
Mettersi in ascolto degli studenti, rappresenta perciò il punto da cui partire per analizzare il presente e immaginare il futuro. Non deve essere un caso se anche un altro dei migliori libri in circolazione sulla scuola italiana, Tra i bianchi di scuola. Voci per un’educazione accogliente, di Esperance Hakuzwimana, sia costruito riportando le voci delle studenti e degli studenti con background internazionale. Un’operazione del genere significa non solo lasciare che le studenti e gli studenti parlino ma anche ascoltarli quando il loro discorso sconfina in zone scomode, come il razzismo, il maschilismo, il classismo a scuola, fenomeni che vengono sistematicamente sminuiti o del tutto ignorati.
All’inizio della sua indagine, partendo dalla considerazione che le statistiche mostrano come gli studenti con background internazionale siano i più esposti all’insuccesso scolastico, Rossetti pone alcune domande fondamentali: “Perché in molti non ce la fanno? Perché le esperienze raccontate e vissute sono sovente negative? […] Perché, invece di rappresentare uno strumento di ascesa sociale, la scuola diventa spesso un ostacolo e una vera e propria nemica per i ragazzi e le ragazze?”. Per rispondere a quest’ultima domanda, poco più avanti l’autrice ne pone altre. Sono tutte domande che mirano a costruire una scuola più giusta, che dia realmente pari opportunità a tutti coloro che la frequentano: “Che cosa insegniamo? Come vogliamo farlo? Che tipo di luogo vogliamo che diventi?”. Da qui prende le mosse un racconto che, partendo dall’osservazione del modo in cui la scuola agisce, ne mette in luce il carattere maschilista, classista e razzista.
A titolo esemplificativo, si possono citare due questioni che fanno ben capire i meccanismi con i quali la scuola produce discriminazione anziché inclusione: l’orientamento scolastico e la partecipazione delle famiglie. In entrambi i casi la scuola, anziché appianare le disuguaglianze economiche e sociali, contribuisce a mantenerle. Scrive Rossetti a proposito dell’orientamento: “I consigli degli e delle insegnanti, più o meno consapevolmente, appaiono e vengono espressi come il tentativo di tutelare ragazze e ragazzi evitando loro delusioni e frustrazioni e vengono espressi affermando di non tenere conto del contesto sociale e familiare di provenienza ma solo delle attitudini e competenze dei diretti interessati, pratica in realtà smentita dai fatti. Molti tra questi consigli limitano in realtà l’immaginazione delle persone e dei contesti verso i quali sono rivolti, rimandando a scelte molto pratiche che, così facendo, pongono un freno ai desideri, che siano più o meno palesi o del tutto nascosti. Sono indicazioni che, pur se nella maggior parte dei casi in buona fede, sono volte al mantenimento di uno status quo e di conferma di modelli dominanti”. Il più delle volte, infatti, il risultato dell’orientamento scolastico consiste nell’indirizzare i figli delle persone con titoli di studio più bassi verso gli istituti professionali e i figli dei laureati verso i licei.
Anche la richiesta di partecipazione che la scuola rivolge insistentemente alle famiglie non è neutra, perché presuppone un genitore ideale che spesso non esiste nella realtà. Scrive Rossetti: “La figura della ‘madre collaborativa’ sembra essere implicita nella prassi e nel discorso scolastico, in corrispondenza di un preciso modello di maternità aderente ai modi di vivere tipici delle classi medie bianche. La donna presente è infatti italofona, disponibile, capace di comprendere e, anzi, padroneggiare i codici burocratici e relazionali dell’istituzione, in perfetta adesione ai suoi tempi e alle sue richieste. In questa ottica le difficoltà delle madri migranti vengono lette come mancanze individuali o culturali, senza mai interrogarsi sufficientemente sulle disuguaglianze materiali e lavorative. Ma non solo, ad apparire difformi dal modello risultano anche le precarie, le donne in difficoltà economiche e sociali o anche tutte le donne, laddove le stesse naturalizzazioni del ruolo genitoriale non vengono richieste alla controparte maschile. In altre parole, I’idea standard di come dovrebbe essere e comportarsi una buona madre si mostra fortemente classista, razzializzata e sessuata”.
Anche in questo caso, il libro di Sara Rossetti consente, grazie alla prospettiva intersezionale che permea tutti i capitoli, di mettere in discussione abitudini e prassi consolidate, svelando cosa c’è dietro ciascuna di esse e invitando quindi chi legge a riflettere su come potrebbe essere una scuola diversa. (francesco feola)