
Nemici pubblici
NapoliMONiTOR - Wednesday, November 4, 2026
(copertina di malov)Si trova in libreria a Napoli, Milano, Roma e Torino (e presto in altre città) l’ultimo numero de Lo stato delle città. Pubblichiamo qui l’editoriale di Riccardo Rosa.
* * *
La notte del 24 novembre 2024 moriva a Milano Ramy Elgaml, caduto dal motorino su cui viaggiava con un amico e poi, una volta a terra, travolto dalla vettura dei carabinieri che li inseguiva. Per l’omicidio stradale del diciannovenne egiziano sono imputati Fares Bouzidi, il giovane che guidava lo scooter, e Antonio Lenoci, al volante della macchina dell’arma. Dei depistaggi avvenuti durante le indagini sono accusati altri sei militari, per frode processuale, favoreggiamento e falso.
Lo scorso settembre gli avvocati di Bouzidi hanno depositato in tribunale una consulenza che smentirebbe le ricostruzioni dei carabinieri. Secondo il modello 3D prodotto dall’agenzia francese Index, il giovane non avrebbe perso il controllo del motorino a causa di un’improvvisa svolta, nel tentativo di seminare la vettura. Sarebbe stata invece l’auto a effettuare almeno due tentativi di speronare lo scooter, “a velocità elevata e in condizioni di minima distanza tra i mezzi”. Dopo il secondo, andato probabilmente “a buon fine”, Bouzidi ha perso il controllo del mezzo, che è finito a terra. Ramy è rimasto sul selciato e qualche istante dopo è stato investito. È morto immediatamente, aveva diciannove anni.
Nel corso dei quasi due anni trascorsi da quella notte, altri due ragazzi sotto i vent’anni sono rimasti uccisi in circostanze poco chiare, al termine di un inseguimento o di un controllo di polizia. È accaduto a Milano, dove è morto Mahmoud Mohamed, ventenne che guidava senza patente; e a Napoli, a Vincent GDS, che scappava perché il suo motorino non aveva l’assicurazione. Pochi giorni prima della sua scomparsa, a Torino, un giovane nordafricano che viaggiava con una certa quantità di sostanze stupefacenti leggere era stato travolto da un’auto mentre fuggiva da un controllo.
Questi eventi sono evidentemente in relazione con il clima politico del momento e con il sentire diffuso per cui davanti a un atto illegale, anche di modesta entità, uomini e donne in divisa siano autorizzati a perpetrare comportamenti estremi, mettendo in conto anche la possibilità di ammazzare chi hanno davanti. Dall’altra parte ci sono spesso ragazzi giovanissimi, per costituzione più istintivi, imprudenti, meno responsabili.
«Chi aggredisce, rapina, devasta – sostiene Giorgia Meloni – deve pagare sempre, anche se ha quindici o sedici anni. Questo provvedimento serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla». La dichiarazione della presidente del consiglio non sembra solo un proclama, considerando che il suo governo è stato protagonista in questi anni di una vera guerra alla “devianza giovanile”.
Nel 2023 ha emanato il decreto Caivano, grazie al quale il numero di giovani detenuti in carcere è aumentato di quasi il 10% in un biennio; due sono i provvedimenti contro i “maranza” (giovani nuovi italiani con background migratorio) che oltre a fermi preventivi e Daspo urbani istituiscono il divieto di aggregazione in determinate zone della città; è arrivato infine la scorsa estate un disegno di legge sull’imputabilità dei minori: la capacità di prevedere le conseguenze di un comportamento illegale di un ragazzino dai quattordici anni in su viene equiparata a quella degli adulti, e non dovrà più essere dimostrata nel procedimento.
Questi interventi rientrano nel processo di iperproduzione normativa in senso securitario, di stampo evidentemente propagandistico, messo in atto dal governo. Si innestano, però, anche nella direzione di un “diritto penale del nemico”, sistema fondato su due livelli di garanzie giuridiche: uno per i cittadini, che possono commettere un errore, vedersi comminare una pena e scontarla; l’altro per i nemici, punibili attraverso direttrici eccezionali, con forti deregolamentazioni in termini di riduzione delle garanzie, velocizzazione dell’intervento e carattere preventivo dello stesso. Non è un caso che uno dei più pubblicizzati decreti del governo sia andato a colpire contemporaneamente due categorie di “nemici” molto popolari in questa fase storica: i migranti e i giovanissimi. «Immigrazione irregolare e baby gang – sostiene il ministro Piantedosi, senza peraltro supportare le proprie teorie con alcun dato – sono strettamente collegati: molti dei giovanissimi che oggi commettono reati sono di seconda generazione, i figli di coloro che arrivarono irregolarmente in Italia in un periodo di sbarchi incontrollati».
Se consideriamo la presunta emergenza a cui si pretende di rispondere in questo modo, è vero, i dati ci dicono che i giovani commettono oggi più reati. Ma a leggere con onestà le statistiche, l’attenzione andrebbe concentrata sui tipi di reati che si verificano con maggiore frequenza, o in crescita: spaccio di sostanze e farmaci, per esempio, o violenza contro la persona, anche sessuale. Si tratta di reati legati a una sofferenza sociale che solo uno sciocco penserebbe di poter risolvere chiudendo una marea di ragazzini in prigione. Va considerato inoltre che – come osservato nell’ultimo rapporto sulla detenzione giovanile di Antigone – l’aumento dei comportamenti illegali registrati è legato alla maggiore facilità nell’intercettarli, e alle pratiche di controllo sempre più invasive, per esempio digitale, a cui sono soggette le giovani generazioni.
Bisognerebbe poi riflettere su quali sono le proposte, una volta che questi ragazzi entrano in contatto con il sistema giudiziario. La prima è, a dispetto delle prescrizioni che fino a poco tempo fa venivano garantite dal diritto penale minorile, il carcere. Un carcere diverso da quello che viene descritto dalle fiction o dai suoi promotori, a cominciare dal direttore del minorile di Nisida, che in un libro ha vantato pratiche di “cura” e “fuoriuscita dalle relazioni tossiche” nel suo istituto. Chi conosce il carcere napoletano, tuttavia, o altri penitenziari come il Beccaria e Casal del Marmo, sa bene che questi luoghi non hanno nulla di meno afflittivo rispetto alle carceri degli adulti.
Un’altra soluzione massicciamente proposta è la Messa alla prova, istituto la cui applicazione già da tempo scontava grosse criticità, a causa della divergenza tra le indicazioni previste dalla legge e lo scarsissimo investimento in termini di risorse umane ed economiche. Questa possibilità – comunque apprezzabile perché cercava di sottrarre il minore alla detenzione – ha ricevuto un colpo letale dalle modifiche recentemente apportate: il nuovo scenario è quello di una proposta coercitiva, in cui il minore è spinto senza che vi sia un suo reale coinvolgimento a stringere una sorta di patto di redenzione, pur di interrompere il procedimento penale. La risocializzazione diventa un processo utilitaristico, in coerenza con l’idea di un cattivo da piegare, senza alcuna velleità di rieducazione.
Una volta individuati i nemici, è necessario però creare gli strumenti più adatti al campo di battaglia, nonché le condizioni migliori per poterli utilizzare. Se da un punto di vista ideologico la strategia è quella della criminalizzazione, sul piano operativo il governo ha previsto nuove tutele legali per le forze di polizia, a cominciare dall’estensione del beneficio del rimborso o dell’assistenza legale per quegli agenti coinvolti in procedimenti giudiziari a causa di atti compiuti durante il servizio: è un vero e proprio scudo penale, la cui esigenza si è fatta più urgente proprio con il complicarsi del caso relativo alla morte di Ramy Elgaml. Nei fatti, l’intervento governativo autorizza e legittima, se non incentiva, gli agenti a compiere azioni ardite e rischiose, arbitrarie e sproporzionate rispetto al reato in corso.
L’entità del pericolo che queste azioni costituiscono per i cittadini è una consapevolezza non ancora sufficientemente diffusa, nel nostro paese. Le iniziative messe in atto dai movimenti e da qualche piccola illuminata collettività sono risultate, sul lungo periodo, insufficienti, soprattutto perché troppo poco pregnanti e coordinate.
Esistono, naturalmente, collettivi e associazioni che provano a tenere accesi i riflettori sulle violenze e sugli abusi delle forze dell’ordine; studi importanti sono stati prodotti sfruttando le conoscenze dei pochi ricercatori, anche universitari, che si occupano della questione; una discreta eco ha avuto l’edizione italiana del libro Police Abolition. Corso di base per l’abolizione della polizia, pubblicato da Momo Edizioni lo scorso anno. Difficilmente, però, anche in questi casi, si è riusciti a intercettare quella parte di società civile che potrebbe essere sensibile al tema, smantellando la retorica della mela marcia a beneficio di ragionamenti più complessi, che in altri contesti hanno raggiunto livelli di approfondimento importanti.
Gli Stati Uniti, per esempio, possono indicare una via: anche a causa dell’esasperato accanimento delle forze di polizia sulle comunità afroamericane e in generale sui migranti, il movimento per l’abolizione della polizia ha raggiunto da tempo consapevolezza e visibilità, trovando sponde più o meno efficaci a seconda del mutare degli scenari politici, dell’esacerbarsi della violenza, del livello di censura e di tanti altri fattori. Si possono reperire facilmente su internet numerosi video di maestre e presidi che mettono in gioco il proprio corpo in opposizione ad agenti dell’Ice che cercano di sottrargli bambini e bambine, per arrestarli o deportarli insieme alle loro famiglie. Esistono sindaci di grandi città che hanno avviato un processo di definanziamento delle forze militari, e di ristrutturazione del modello di gestione dell’ordine pubblico. Esistono organizzazioni non governative che concentrano il loro attivismo sulla lotta alle politiche di tolleranza zero, di profilazione razziale, di stop-and-frisk (il fermo con perquisizione immediata in strada, sulla sola base di un “ragionevole sospetto”).
Per quanto riguarda l’Italia, sarebbe disonesto attribuire esclusivamente al governo in carica la responsabilità di ciò che accade, frutto piuttosto di politiche comuni a quelle di altri precedenti esecutivi. È evidente, tuttavia, che ad attacchi come quello in atto nei confronti una parte della popolazione giovanile vada opposta una battaglia concreta ma di ampio respiro, che spinga a prendere posizione pezzi di società potenzialmente consapevoli, ma ancorati a posizioni riformiste e conservative. Questo genere di battaglie ha bisogno di una spinta che soltanto una piccola e consapevole massa può dare, ma allo stesso tempo è necessaria un’analisi chiara delle politiche esistenti, che potrebbe avere la forza di destare tanti dal sonno.
Ciò che possono fare i movimenti è uno sforzo in questa direzione. A morire oggi uccisi dalle forze dell’ordine, o mentre scappano da interventi che potrebbero avere per loro conseguenze gravissime, sono i Davide e i Ramy, gli Ugo, i Vincent e i Mahmoud, neri d’Italia al di là delle sfumature cromatiche della loro pelle. Gli educatori, i maestri, gli insegnanti e gli assistenti sociali, persino i preti e tutte le altre persone che con questi ragazzi hanno un rapporto quotidiano, vanno sollecitati a intervenire con coraggio nel dibattito. Non è facile, in un paese in cui una scuola su quindici ha rapporti, o ospita addirittura per eventi vetrina, almeno una volta all’anno, esponenti delle forze dell’ordine. Ma è uno sforzo necessario perché di ancora altre tra queste giovani vite non resti che polvere in mano. (riccardo rosa)