«PREMIO UOMO DI CARTA»
Spesso viene inquadrato quel premio che il fedele Man-soo – tecnico della
produzione della carta (e con l’hobby della botanica, ovvero la materia prima di
quella industria) – aveva vinto nella sua vita professionale precedente, quando
ancora tentava di difendere i colleghi, finendo nel tritacarne del
postcapitalismo americano, incarnato dalle multinazionali che acquisiscono
aziende messe in difficoltà dallo stesso Sistema imposto dal neoliberismo. Con
le esistenze dei lavoratori specializzati viene parcellizzato il know how e si
creano cortocircuiti feroci che non lasciano scampo (appunto: “non c’è scelta”).
Nel caso del film di Park Chan-wook non solo viene superato di slancio
l’ideologico legame con il conflitto di classe, la solidarietà tra pari, la
comunità del capolavoro, che comunque era stata disegnata da Costa Gavras nella
sua versione del libro di Westlake (The Ax) da cui è tratto No Other Choice e
che prevedeva si innescasse una spirale ancor meno virtuosa dello sfruttamento
del padrone, perché c’era sempre un disperato che ricatta l’assassino,
minacciando di svelare i suoi crimini, costringendolo a un ciclo apparentemente
infinito di violenza per mantenere la posizione, diventando preda a sua volta…
Ecco, ora ci sono solo macchine, forse anche lui si è reificato, ma in
un’accezione ancora diversa dall’uomo merce baudrillardiano, o dall’operaio
massa reificato marxianamente. Una sorta di ridicolo Highlander e nelle sequenze
finali c’è l’apoteosi del sistema che lo dileggia, dicendogli che se la sua
morale non glielo consente di lavorare in un ambiente tutto solo di macchine,
chiamano qualcun altro.
Quello che pare davvero speciale nel film coreano è la lucidità con cui si
prende atto che la società ha fatto un altro salto che si coglie nei dettagli,
tutti precisi e poliedrici (macabri, grotteschi, comici…) zoomando ad analizzare
le reazioni al licenziamento che ha la famiglia “normale” ritratta nel classico
barbecue domenicale della sequenza iniziale: una discesa verso il nulla
(l’abbraccio con il countdown: umani non più di un minuto), simulacro del
benessere precedente, ma artificiale e con la consapevolezza delle atrocità
perpetrate solo riuscendo a negare che le loro vittime erano affini. Certo, se
non avessero imbandito loro il banchetto, sarebbero stati nel menu, come dice il
leader canadese Mark Carney: infatti tutti i personaggi rappresentati hanno
comportamenti deteriorati dall’esposizione al turbocapitalismo.