> Questa puntata di Bastioni di Orione si sviluppa attraverso un filo rosso dato
> dalla riconfigurazione del sistema capitalistico statunitense e del potere
> trumpiano che salda politica, tecnologia e rendita: un nuovo assetto di potere
> che agisce come una “piattaforma” e si muove globalmente secondo questa logica
> di rete. Con Andrea Fumagalli abbiamo preso spunto dalla momentanea battuta di
> arresto prodotta dalla bocciatura della politica dei dazi di Trump da parte
> della Corte suprema per analizzare modalità e strategie economico-finanziarie
> di questa amministrazione e prospettive per la spaventosa crisi del sistema
> economico americano.
> Parte essenziale della politica trumpiana è l’estrattivismo (ricordate “Drill,
> baby… drill!”), il furto di risorse, ma soprattutto sottrarre energia fossile
> al fabbisogno cinese. Nel caso dell’Argentina di Milei Simone Ogno di
> “ReCommon” ci ha testimoniato la situazione della zona della Peninsula Valdés,
> dove vengono sciorinati tutti i peggiori danni provenienti dallo sfruttamento
> intensivo di un territorio sottratto all’equilibrio assicurato dalle
> popolazioni indigene, fuori dalla insensata cupidigia capitalistica.
> Facile a questo punto agganciare alcune analisi sulle riforme del presidente
> anarcocapitalista di Buenos Aires; da cui poi ci siamo spostati in Perù, dove
> ci spiega Diego Battistessa che il nuovo presidente (il nono in 8 anni), in
> forza al centrosinistra, è un vecchio coperto di rinvii a giudizio e che
> difficilmente arriverà oltre giugno, collocato lì da un parlamento corrotto
> che si perpetua, impallinando presidenti e soffocando ogni istanza popolare.
> La medesima cittadinanza alla mercé delle manovre delle autorità messicane e
> del suo apparato di forze militari e paramilitari, colluse con i Narcos e con
> l’ingombrante vicino gringo, facendoci tornare di nuovo al di là del Rio
> Bravo, dove avevamo iniziato con l’attivismo trumpiano (che il giorno dopo la
> nostra trasmissione ha nascosto gli Epstein files e il disastro economico
> sotto le bombe filosioniste con cui pretende di risolvere il problema
> iraniano.
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Gli eventi mediatici e i percorsi strategici fatti emergere dalla comunicazione
della rivoluzione trumpiana consentono approcci diversi per analizzare il
tentativo in progress dell’amministrazione americana di creare nuovi assetti di
potere e anodine saldature tra tecnologia, rendita, potere e organismi di
controllo federali. Con Andrea Fumagalli si è scelto di prendere spunto
inizialmente dal parere della Corte suprema sull’imposizione arbitraria dei dazi
che dal 2 aprile Trump ha imposto al mondo, piegando una legge emergenziale del
1977 a un’interpretazione illegale che giuridicamente era inevitabile venisse
sanzionata; ma forse si tratta della prima impuntatura di un potere separato
chiamato a controllare le forzature di un esecutivo imbelle. Infatti tutti gli
altri organismi e stakeholder sono stati cooptati dalle manovre di quella
tecnocrazia che è la grande famiglia Trump e dei suoi accoliti.
Il primato geopolitico si muove su più livelli: tecnologico, logistico,
finanziario (unico su cui gli statunitensi detengono ancora la primazia) e
quello energetico è oggetto di particolare attenzione più per evitare
approvvigionamenti ai cinesi che per particolare bisogno di rifornimenti per
l’economia americana. Quella che è a rischio è la stabilità economica
statunitense: la bolla potrebbe scoppiare in qualsiasi momento; la crescita è
stata inferiore rispetto a quella dell’anno precedente e la politica dei dazi ha
mantenuto alta l’inflazione – due dati taroccati dal presidente durante il
Discorso sullo stato dell’Unione (e più Trump alza i toni e più significa che la
situazione è preoccupante) – tanto che l’amministrazione cerca di affidarsi alla
maggiore circolabilità degli stablecoin per mantenere al centro la stabilità
monetaria del dollaro, a cui si aggancerebbero le criptovalute legate ad asset
finanziari meno volatili dei Bitcoin, che possono proteggere la valuta americana
creando un oligopolio finanziario che resiste alle pressioni sul dollaro che
rischiano una nuova Bretton Woods.
Trump intende rientrare dalla spinta inflazionistica con interventi
imperialistici, diminuendo la stretta sui tassi di interesse che è il motivo del
contendere con la Fed, organismo di controllo messa al servizio con la nuova
nomina del suo presidente; solo che adesso la fonte di inflazione non è più
l’approvvigionamento energetico, ma paradossalmente sono proprio i dazi, da cui
avevamo iniziato questa chiacchierata.
Lo stato serve in quanto funzionale all’ideologico processo di accumulazione che
nasconde dietro l’illusione dello sgocciolamento reaganiano il sostegno a fondo
perduto a imprese esclusivamente dedite al loro profitto: lo stato è una
stampella che entrando nel capitale delle aziende (come gli Usa hanno fatto con
Intel, Nvidia, Trilogi Metals) vuole più accedere alla greppia, che gestirne il
controllo, dimostrando di essere a traino delle aziende più rappresentative
dell’accumulo di capitali, un supporto al capitalismo privato della tecnocrazia.
Mentre invece lo stato in Usa è chiamato a svolgere esclusivamente funzioni
penali, coercitive e militari e anche in questo senso diventa solo un
distributore di denaro ad aziende belliche e armiere, a cui è demandata pure in
ambito scientifico la ricerca applicata (quella che trae profitto), mantenendo a
livello statale la ricerca tecnologica di base (in questo periodo in particolare
su Intelligenza Artificiale, Big Data e anche sul genoma): per preparare la
guerra ci vuole uno stato investitore. Poi le catene di strategie si intrecciano
in modo non casuale e non è certo sorprendente che le due aree in cui Trump ha
scatenato nuove guerre gravitano attorno al Venezuela e all’Iran, due dei
maggiori produttori di energia fossile, e così ritroviamo lo spunto legato alla
sottrazione di risorse alla Cina, incrociato nella disamina dei primati sui
livelli geopolitici. E qui si evidenzia la nuova esigenza imperialista di
gestire il Sudamerica come patio tracero, dove comunque sul livello logistico la
Cina sopravanza gli Usa.
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«Nella maggior parte dei sistemi giuridici oggi operanti la Natura e tutti gli
esseri che la compongono esistono solo come “risorse naturali”» così scriveva
“Comune.net”.
Abbiamo interpellato Simone Ogno di “ReCommon”, che ribadisce come già prima di
Milei il governo argentino per fare cassa aveva rintuzzato la capacità della
legge 3308 imposta nel 1999 dalle lotte dei mapuche per disinnescare
l’estrattivismo nell’oasi ecologica della Peninsula Valdés; non esiste ora
argine alla devastazione del sovranista con la motosega e della compagnia
energetica nazionale Yacimientos Petrolíferos Fiscales (Ypf), specializzata
nello sfruttamento, l’esplorazione, la lavorazione, la distribuzione e la
vendita di petrolio e dei suoi derivati.
Una rappresentanza di “ReCommon” a dicembre ha voluto andare a vedere da vicino
il coacervo di tutti i possibili delitti contro l’ambiente, saccheggi
imperialisti, espressione del peggior capitalismo fondato sul fossile e sulla
mancanza di rispetto delle comunità indigene del golfo San Matiás: incendi di
ettari di foresta, lo stoccaggio di rifiuti tossici, lo spreco di ogni risorsa
d’acqua di un territorio già idricamente povero con il fracking (e quel che
rimane di risorse idriche è dato in gestione a Israele), minerali da estrazione
verde (energia eolica e solare, che serve a interessi “particolari”); ma anche
mazzieri e personaggi di sindacati gialli a impedire contestazioni e nelle fasi
di consultazione pubblica. Non manca nulla nel disastro della Patagonia
settentrionale argentina!
L’affossamento della legge 3308, già ridimensionata nel 2022 per avviare il
progetto Lng e trasformare un’economia fondata sulla pesca lungo le coste e
l’agricoltura nella zona andina, è stata la precondizione nel 2024
all’implementazione del Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (Rigi)
nella provincia di Río Negro. Approvato nel 2024, il Rigi è un impianto
normativo che offre una vasta gamma di incentivi per attirare investimenti
esteri in vari settori strategici, a partire dal comparto estrattivo, e inoltre
azzerare il deficit. Siamo di fronte a una serie di progetti mastodontici
associati a energie estreme i cui impatti sociali, ambientali e territoriali
sono devastanti per i territori, le popolazioni e le economie locali, che
attraverso Ypf coinvolgono Shell, Total, Eni… i soliti noti. Ma tanto il rischio
è azzerato, perché sono coinvolti anche asset di credito pubblico pronti a
coprire qualsiasi mancanza di profitto o rimborso di eventuali minusvalenze. E
così nella partita di giro diventano creditori le multinazionali del petrolio e
del gas, a loro volta garantite da soldi pubblici.