Abbiamo tentato di analizzare sia nel dettaglio locale, sia a livello
planetario, di capire strategie, alleanze, coinvolgimenti e di conseguenza quali
trappole sono scattate e quali attendono i protagonisti di questa situazione di
guerra globale conclamata, che non può che condurre a un profondo cambiamento
degli equilibri fin qui conosciuti. Dopo che i nuovi aggressori a 4 anni esatti
dall’Operazione militare speciale di Putin hanno scatenato l’arsenale contro
l’Iran, considerando il momento propizio, salvo poi accorgersi che si erano
avventurati senza un reale obiettivo se non di scatenare la guerra, né un Piano
B nel caso l’aggredito non capitolasse immediatamente. Con Laura Silvia
Battaglia abbiamo esaminato soprattutto le potenze regionali del Golfo e i loro
rapporti con l’impero persiano, nonché il contenimento della Eretz Israel con il
ravvedimento saudita a proposito degli Abrahams Accord e il futuro dei corridoi
anticinesi da questi rappresentati; a Murat Cinar abbiamo chiesto di
approfondire ovviamente il coinvolgimento del mondo turcofono, ma anche e
soprattutto spiegarci quale ruolo potrebbe avere senso che svolgesse il popolo
curdo, prendendolo per assurdo come un corpus unitario nei suoi diversi mondi di
riferimento e con le sue esigenze di alleanza per la sopravvivenza nel momento
in cui certe testate fasciste tentano di avvallare un arruolamento inesistente
di milizie curde in Rojhilat, appena tradite da Trump in Rojava; con Stefano
Capello abbiamo messo il grandangolo per cogliere gli aspetti globali,
accorgendoci che, in qualunque modo finisca il tentativo bellicoso e
avventurista di rallentare la decadenza dell’egemonia americana, proprio per il
fatto che immagina di annientare potenze regionali anche medie rivali, non può
ottenere che il disfacimento del proprio stesso sistema. E la Cina sta a
guardare…
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Abbiamo cercato di inquadrare il conflitto diventato mondiale con l’attacco
yankee-sionista alla repubblica islamica iraniana applicando innanzitutto un
punto di vista regionale, per allargare poi alle conseguenti strategie
geopolitiche perseguite dalle grandi potenze; e per fare ciò non potevamo che
avvalerci delle competenze relative alla politica e cultura della regione che
possiede Laura Silvia Battaglia, giornalista, voce di “Radio3 mondo” e
animatrice del progetto su Instagram “Golfi_Khalij”.
Abbiamo dunque iniziato con i malumori dell’Arabia Saudita, impegnata da qualche
anno a ricucire relazioni con l’Iran e aveva tentato di dissuadere Trump dal
cadere nella trappola di Netanyahu, che ha portato alla sconfessione degli
Abrahams Accord dopo le aggressioni sioniste.
Allargando di un primo step il grandangolo si riesce a distinguere il processo
perseguito in decenni di creazione di stati disgregati in un coacervo di
comunità tribali una contro l’altra armate: il divide et impera coloniale
funzionale alla creazione secondo il racconto biblico di un impero giudaico dal
mare all’Eufrate. Laura Silvia fa rilevare che l’unico paese del Golfo ad
adeguarsi ai diktat dell’imperialismo turbocapitalista applicato è Dubai, che
infatti sono stati maggiormente bombardati dai missili iraniani.
Su questo s’innesta il progetto di creazione dei corridoi logistici dall’India
al Mediterraneo, ridisegnando il Sudovest asiatico con al centro la potenza
militare di Israele, che non può non passare attraverso la frantumazione di
tutta la Mezzaluna sciita, Iran compreso. Attraverso questo aspetto si coglie
come l’attacco a Teheran comporta un danno all’approvvigionamento cinese.
Forse, se il regime sciita riuscirà come nei primi giorni a resistere e
rispondere e l’impantanamento sarà compiuto, da parte soprattutto statunitense
non si sono fatti i dovuti calcoli, benché ci si potesse aspettare tutto: il
blocco del chokepoint di Hormuz e l’urgenza nell’imbarcare persino il tentativo
di coinvolgere i curdi iraniani e i peshmerga iracheni stavolta, un’operazione
che potrebbe riuscire nelle province del Kurdistan, anche se il sentimento
antiamericano rimane forte pure lì, ma permane il ricordo delle accuse di
terrorismo rivolte dal potere degli ayatollah; sicuramente nel cuore dell’enorme
paese persiano non sfonderebbe nemmeno la capacità dei i soliti sacrificati
curdi. Sono la legna da ardere per riscaldare i comodi salotti dei padroni del
pianeta, per poi buttare le loro ceneri. Com’è avvenuto sempre nella storia del
martoriato popolo curdo. E com’è avvenuto recentemente in Siria, nella lotta
contro i jihadisti dell’Isis. Bisogna considerare il forte senso di appartenenza
alla cultura e alla storia dell’Impero persiano da parte degli abitanti
dell’intera estensione del paese.
Infine abbiamo colto attraverso lo studio delle descrizioni della stampa
internazionale la condizione di propaganda bellica su cui si è allineata
l’offerta mediatica, sempre più esponenziale fin dalla guerra ucraina e poi
gazawi. Ora la situazione è peggiorata ulteriormente, con la moltiplicazione
degli agenti inquinanti provenienti da fake news diffuse pure da testate
giudicate attente ed equilibrate.
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La millenaria cerniera tra mondo occidentale e Oriente, correndo dai golfi del
Mar Arabico ai mari del Caucaso, ha visto mutare confini, registrare divisioni e
annessioni, raccontare guerre globali (da quella mitologica di Troia a quelle
petrolifere del Golfo); le culture e tradizioni delle comunità che vi abitano
rimangono sullo sfondo e le loro divisioni vengono sfruttate dal colonialismo e
imperialismo occidentale, che contende le risorse e i corridoi commerciali della
regione all’impero persiano da sempre. Murat Cinar, intellettuale e giornalista
esperto di Sudovest asiatico, nato sulle sponde del Mediterraneo orientale, ci
aiuta a comprendere alcuni tasselli di questo nuovo conflitto globale, le
sfaccettature maggiormente collegate al mondo turcofono.
Il ruolo della Repubblica di Turchia è da qualche anno di mediazione, ma spesso
ha svolto nei confronti della Repubblica islamica quello di partner e rivale,
con una rivalità che da 300 anni non vede conflitti armati, dovute a reciproche
dipendenze. Altro elemento importante è il fatto che Erdoğan è ricattabile da
Trump per serie di scandali e mosse avventate, questo accentua ulteriormente
l’equilibrismo del regime di Ankara, che vede anche tutti i paesi del golfo in
qualche modo collegati e con “interessi” investiti in Turchia (commercio e
finanza), compresa l’Arabia Saudita – negli ultimi anni riavvicinatasi per fare
buoni affari militari e di intelligence. Un ennesimo aspetto non secondario è
l’importanza della Repubblica turca all’interno della Nato.
Tutto ciò spiega la pacatezza che impronta le reazioni alle provocazioni
provenienti dall’Iran in materia di attacchi a basi americane in sorvolo del
paese degli ayatollah, peraltro la trama si infittisce se si pensa che il paese
fratello della Turchia non ha mai smesso di pompare petrolio verso lo Stato
ebraico. Inoltre l’enclave di Nahcivan – essenziale per unire Turchia e
Azerbaijan (ma anche l’oleodotto per Israele) – è proprio quella contesa, il cui
aeroporto è l’unico territorio turcofilo bombardato dagli iraniani; e sul
corridoio di Zengezur avevano rivolto l’attenzione gli americani come Cavallo di
Troia per entrare in Caucaso ad agosto: i bombardamenti dei pasdaran sono tutti
mirati e rispondenti a logiche precise.
Murat, sollecitato a spiegare quale può essere la scelta di schieramento dei
curdi in Rojhilat – appena scottati dall’ennesimo tradimento americano in Rojava
–, coglie atteggiamenti anche razzisti verso il popolo curdo, che sta cercando
di piegare a proprio vantaggio una situazione cangiante e molto variabile e che
li vede sempre perseguitati da quegli stati (ancora legati alla retorica
panarabista del baathismo) in dissoluzione sotto la spinta sionista, e che
temono di smembrarsi più velocemente se i curdi dovessero ottenere autonomia.
Ora le testate sovraniste americane cercano di dare per scontato il
coinvolgimento filoamericano dei curdi, in realtà ci sono mille sfumature di
curdi soprattutto in Iran: Komala, Pjak… alleanze tra 5/6 gruppi diversi di cui
non si hanno certezze: il nostro interlocutore ci illustra con precisione le
attuali posizioni che vedono sia chi appoggia il regime, chi pensa di agevolare
il tracollo del sistema e anche chi non sta né con un nemico né con l’altro; e
poi ci sono i peshmerga iracheni di Barzani. E questo raddoppierebbe il caos,
l’estensione del conflitto e… una nuova ondata di profughi in Turchia, stavolta
non più siriani.
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Manca il Piano B e ora che si sono infilati nella guerra forse gli aggressori
dell’Iran cominciano a rimpiangerlo. E sono finiti i giochetti
L’egemonia economica e politica degli Usa sul mondo non può ormai che essere
spartita con altre potenze e un’amministrazione nazionalista e sovranista come
quella trumpiana cerca di invertire il flusso della storia e si trova a cercare
di provocare reazioni da parte cinese che potrebbero disarticolare l’equilibrio
che sta mantenendo reale lo sviluppo economico che sostiene l’impero del Partito
comunista cinese; Stefano Capello ci spiega che è inutile dire che la partita
che sta giocando Pechino sembra si svolga su un’altra scacchiera rispetto a
quella militare su cui si muove scompostamente (e ferocemente) Trump e il suo
sodale Netanyahu. A questo l’Iran sta resistendo in qualche modo, e se dovesse
farcela a non capitolare per un certo periodo, poi l’impantanamento sarebbe
esiziale per gli americani, come lo è stato per Putin la resistenza ucraina,
drogata dall’appoggio europeo e dalle forniture di Biden.
D’altro canto la vietnamizzazione di un conflitto con soldati statunitensi sul
terreno è l’incubo che trattiene dalla completa esasperazione del conflitto un
presidente divenuto tale, perché irrideva le guerre mediorientali dei Bush e ora
si trova interi settori Maga, che gli hanno dato il mandato, scontenti che
mettono in discussione la stretta relazione con il sionismo. Tanto che
all’interno dell’amministrazione americana sono ora i neocon di Rubio a
indirizzare la politica internazionale. E il marchingegno messo in atto per far
esplodere tutta l’area accende attorno al fulcro della crisi anche molti altri
focolai di crisi: curioso in particolare come sia esploso il contiguo conflitto
afgano-pakistano, che esibisce ancora meglio gli schieramenti, visto che Modi –
stretto alleato di Netanyahu – si pone al fianco dei talebani in funzione
antipakistana, laddove Islamabad si è schierata con l’Iran ed è alleata della
Cina, ma ha stretto un’alleanza con i sauditi, che si sono cautelati con
l’ombrello nucleare pakistano. E in questo quadro va inserito il fuoco di
sbarramento non troppo incisivo sui vicini arabi e turchi potenzialmente
interventisti: una deterrenza fondata sul preavviso, il “colpetto”, come lo
definisce Stefano Capello, seguendo la terminologia militare.
Una mossa da perseguire per Trump è quella di strozzare l’economia cinese
detenendo il tubo della pompa di benzina, per mantenere la centralità nel potere
economico, che è fondamentale per detenere gli investimenti che coprono il
debito americano. Infatti un’eventuale implosione del sistema cinese
trascinerebbe l’intero sistema globale, compresa l’economia americana, e dunque
non è pensabile una guerra diretta, né apertamente commerciale, né tantomeno un
conflitto che non si limiti a ridimensionare soltanto l’occupazione dei mercati
mondiali, facendo recedere l’espansione “pacifica” cinese. Peraltro al governo
cinese interessa maggiormente – anche solo per un semplice calcolo matematico –
mantenere la bilancia commerciale con gli Usa decisamente a proprio favore,
piuttosto che difendere stati alleati importanti come fornitori di energia, ma
in qualche modo sostituibili. Invece è l’Occidente e in particolare l’Europa a
importare una nuova “crisi petrolifera” grazie anche a meccanismi che agganciano
il costo al consumo dell’energia al prezzo del gas alla borsa internazionale, a
prescindere da stoccaggi e potenziali autonomie temporanee, comprese le
produzioni di energie rinnovabili agganciate per legge .