GLI STEREOTIPI DISORIENTANTI DELLA VENDETTA TARANTINIANA
Questa puntata di “Delicatessen” è expanded, come il movimento cinematografico
dei primi anni Settanta che debordava dai limiti dello schermo, per l’occasione
si incista in una puntata di “Ristoradio” infarcita di ricette i cui ingredienti
sono contenuti nel film; quelli dell’expanded cinema teorizzato a un livello più
alto di avanguardia linguistica da Youngblood sono gli anni su cui si è formato
Quentin Tarantino, ma la sua enciclopedica formazione aggiunge alla cinefilia di
alto rango e mescola epoche, generi – soprattutto di cinema popolare globalista:
allora avvenne l’esplosione dei film di Bruce Lee anche nelle sale occidentali e
lì Quentin va ad attingere il suo immaginario da condividere con i suoi complici
in sala – riferendosi in toto o in parte e ispirandosi con citazioni esplicite,
sempre originali. Questo l’aspetto intelligente che ci fa apprezzare il suo
corpus filmico, tanto da farci dedicare questa lunga trasmissione (che esonderà
anche in “Fino all’ultimo respiro”, dove nella puntata del 7 dicembre si svelerà
persino chi fosse mai Paula Schultz, la legittima occupante della tomba da cui
Black Mamba esce in perfetta inquadratura creepy) alla riproposta di Kill Bill
in un’unica soluzione, rimaneggiato minimamente, rimontato nel Director’s cut,
negato dalla Miramax di Weinstein ventidue anni fa, e reso con minimi tratti
innovativi un film diversamente percepito, che consente così di mostrare il vero
volto del film nelle intenzioni del regista – e drenare denaro con le stesse
riprese per la terza volta.
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Infatti è questa la perplessità per cui abbiamo parlato di Kill Bill: The Whole
Bloody Affair solo quando la distribuzione italiana si è conclusa (in modo da
non portare altro denaro al sionista), sottolineando e stigmatizzando la
provocatoria e convinta adesione del regista al genocidio in corso da parte
dell’Idf: a questo proposito facciamo nostre le considerazioni di Eileen Jones
tradotte su “Jacobin”, che cerca di scuotere l’eterno adolescente dall’indubbio
talento e dai modi sgradevoli di quella brutta persona che è diventato.
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In particolare tre sono gli aspetti che ci sembra trovino maggiore respiro da
questa edizione riveduta da Tarantino: dalla fluidità di una situazione che
scorre senza soluzione di continuità nella successiva si esalta l’epicità e la
minore frammentarietà diminuisce la postmodernità, riducendola all’aspetto
citazionista insito nella forma della messa in scena del regista ma sottraendo
quasi del tutto la fine del megarecit, anzi prende invece forma di romanzo a
lieto fine a completamento di una trasformazione del personaggio. Se si volesse
sintetizzare il plot quella che viene descritta diventa con maggiore evidenza
rispetto alla frammentazione delle versioni precedenti la relazione più
banalmente borghese dei rapporti interfamigliari come si svilupperebbero se i
genitori fossero una coppia di killer tratti dalla caratterizzazione che ne ha
dato la storia del cinema. E si accentua la sottolineatura dei momenti di
comprensione e complicità, se non addirittura solidarietà al femminile; benché
covo di “serpenti”, sono comunque archetipi materni che difendono i cuccioli.
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E dunque si disvela meglio quanto la scanzonata reinterpretazione dei generi più
variegati (e popolari) nasconda un ritorno all’ordine, un racconto che recupera
stereotipi conservatori dietro la forma innovativa di un cinema esaltante per il
linguaggio e per l’uso della tecnica com’è il lessico di Tarantino, che trova
una svolta a partire proprio dalla cavalcata tra arti marziali e western di Kill
Bill.