STORIA DI UNA SOPRAVVIVENZA: FRANZA O SPAGNA PURCHÉ SE BECCA
Considerando i precedenti lavori del regista ungherese György Pálfi, in
particolare Taxidermia, non stupisce di percepire un’originalità nell’impianto
filmico di Hen senza a prima vista riuscire a individuare con precisione di cosa
si tratta, alla fine tutto si chiarifica dopo l’apologo scevro da moralismo.
Dalla prima sequenza sul particolare di una cloaca a tutto schermo, da cui si
scodella un uovo con il successivo percorso degno di Tempi moderni di Chaplin,
seguito dall’esordio alla vita del pulcino nero gettato nel toboga dei miliardi
di polli destinati all’allevamento intensivo, è difficile riferire quelle
esistenze in batteria come metafore del destino umano, che infatti corre
parallelo. Disumano, ma diversamente bestiale.
In questa storia dipanata in zone rurali della Grecia non si inscena un apologo
allegorico e didascalico di Esopo, piuttosto si assiste alla resistenza coriacea
per sopravvivere a qualsiasi pericolo – in questo evitando di seguire Bresson
(Au hasard Balthasar) e Skolimowski (E/O), proprio per l’assenza di ogni senso
di colpa giansenista, né di male di vivere. Il presupposto che sposta lo sguardo
del film da interpretazioni o giudizi morali è che la protagonista è la più
attrezzata per passare attraverso ogni avversità, perciò si assume il suo punto
di vista (la ripresa “altezza Zen” tradizionale nella filmografia di Ozu si
abbassa ulteriormente al passo della gallina), non solo quando si è travolti
dalla soggettiva della “gallina in fuga” dalla volpe, o mentre assiste (nel
controcampo) alle frittate cucinate con le sue uova, o rischia di andare arrosto
a seguito della strage di migranti che il suo desiderio di maternità causa.
Alcuni siparietti sono molto gustosi e arguti, rendendo la fruizione piacevole:
per esempio l’uso del Bolero (Ravel aveva più volte commisurato la durata in 20
minuti e la progressione del ritmo mettendoli in correlazione con un coito) a
sottolineare la “conoscenza” con il gallo; la sfida sul filo dell’autostrada con
la volpe, come in un duello western; la ribellione al destino che conduce la
gallina indipendente a trovare le scappatoie è affidata a situazioni plausibili,
seppur comicamente improbabili (l’uscita dalla scatola, la fuga tra gli alberi
per uscire dall’alto del pollaio, la sottrazione persino alla fossa in cui era
ormai buttata…).
L’attenzione messa da Pálfi a evitare antropomorfizzazioni alla Disney, o a
mantenere totale l’assenza di partecipazione agli eventi, anche i più efferati e
sordidi nel territorio umano, che è semplicemente osservato con distacco,
esplicita come il motivo del film è proprio quello: non ci sono altre emozioni
se non quelle basiche di paura, seduzione, curiosità dettate dalla naturale
pulsione a sopravvivere, riprodursi e abitare uno spazio confortevole. E
soprattutto in piena libertà e senza recinti.
Infatti il finale è la semplice ripresa di possesso di uno spazio da parte della
natura, una volta che l’umano lo ha abbandonato, dopo aver dato fondo alla
propria bestialità, fino alla battuta del boss mafioso che commenta senza
coerenza la voracità della gallina che becchetta lo spiedino di pollo («Mangia
persino i propri simili»: già mancano tutte le sovrastrutture etiche in natura)
poco prima di vendicarsi, uccidendo il ristoratore.