Da tempo ci stanno togliendo l’ossigeno

Osservatorio Repressione - Friday, March 7, 2025

E quello che ci lasciano serve solo perché restino integri gli organi che vogliono asportarci

di Marco Sommariva*

Giorni fa la Grecia si è fermata per chiedere giustizia per il disastro di Tebi che, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo del 2023, provocò la morte di cinquantasette persone in uno scontro frontale tra un treno passeggeri partito da Atene e diretto a Salonicco e un treno merci che viaggiava sullo stesso binario in direzione opposta; il quotidiano raccontava che era in atto uno sciopero generale che stava coinvolgendo l’intero Paese perché, a due anni di distanza, non era ancora stato avviato un procedimento penale; non solo, il governo era accusato di non aver fatto abbastanza per far emergere la verità su cosa avvenne quella notte.

Le manifestazioni, che hanno registrato pesanti scontri, sono state capaci di radunare centinaia di migliaia di persone, forse un milione, se si sommano quelle svoltesi nelle altre principali città greche a quella tenuta ad Atene.

Leggo esserci stati cortei in 361 località e che le immagini trasmesse dalle tv elleniche hanno mostrato fiumi di persone che protestavano; secondo il giornale di sinistra Efsyn, i raduni di quel giorno sono stati “i più grandi nella storia del Paese”, mentre l’emittente statale Ert ha riportato che raduni di sostegno alla protesta sono stati organizzati dai greci della diaspora nelle città di New York, Melbourne, Stoccolma e Copenaghen.

La giornata era iniziata con un Paese paralizzato: trasporti via terra e via mare fermi, aerei rimasti a terra e stragrande maggioranza di locali commerciali chiusi.

La mobilitazione di massa, alimentata dal risentimento dell’opinione pubblica contro l’inazione del governo conservatore che nega la propria responsabilità in una delle tragedie peggiori della storia della Grecia, ha raccolto studenti, lavoratori e famiglie con bambini al seguito, riempito strade e piazze, mostrato striscioni con slogan tipo “Il loro profitto, le nostre vite”, “Mai più Tebi” e, forse quello più usato, “Mi manca l’ossigeno”.

“Mi manca l’ossigeno” è la frase pronunciata da una ragazza poco prima di morire in uno dei vagoni del treno passeggeri, resa pubblica dai media locali a gennaio suggerendo, tra le altre cose, che decine di vittime potrebbero esser morte come la ragazza, a causa dell’incendio divampato subito dopo lo scontro frontale fra i due treni.

Detto che le cose da chiarire sono veramente tante, a iniziare da quanto riportato da swissinfo.ch , ossia che nel gennaio scorso una perizia indipendente commissionata dall’Associazione dei familiari delle vittime ha sostenuto che sul luogo dell’incidente è stata rinvenuta la presenza di alcuni solventi chimici, come lo xilene, e che la stessa perizia ha sollevato interrogativi sul treno merci e ha alimentato sui social media l’ipotesi secondo la quale il mezzo avrebbe trasportato un carico non dichiarato di materiale infiammabile di contrabbando che avrebbe causato il vasto incendio dopo lo scontro dei treni… dicevo… detto questo, ho sentito il bisogno di soffermarmi sulla frase pronunciata dalla povera ragazza, “Mi manca l’ossigeno”.

È una frase che mi ha riportato alla mente un bel po’ di cose.

Nel 1829 Victor Hugo scrisse L’ultimo giorno di un condannato a morte, libro che voleva spezzare una lancia a favore dell’abolizione della pena di morte, anticipando quei temi sociali che costituiranno gli elementi centrali delle opere dello scrittore francese. Racconta di un uomo di cui non conosciamo né il nome né la colpa, che sta aspettando il momento dell’esecuzione in una cella tetra e scura e, nell’inutile attesa di una grazia che non verrà, nel suo ultimo giorno di vita decide di ripercorrere la sua esistenza, raccontare il suo terrore, i suoi dolorosi ricordi: “Fino alla condanna a morte, m’ero sentito respirare, palpitare, vivere nello stesso spazio degli altri uomini; adesso distinguevo chiaramente una barriera tra me e il mondo. Niente m’appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Le ampie finestre luminose, il bel sole, il cielo puro, il fiorellino, tutto era bianco, pallido, del colore d’un lenzuolo. Mi pareva che gli uomini, le donne, i ragazzini che s’affollavano al mio passaggio, avessero l’aria di tanti fantasmi”.

E così ho conferma di qualcosa di facilmente immaginabile, che una volta condannati a morte viene a mancare il respiro.

Se qualche “spiritoso” suggerisse di attaccare a dei respiratori questi condannati a morte per aiutarli, sappia che è già stato pensato e realizzato, anche se non esattamente pensando a loro: “Vivo in un mondo in cui quattordici persone condannate a morte a Taiwan […] sono state uccise con un colpo di pistola mentre erano attaccate a dei respiratori così che i loro organi potessero essere raccolti integri e trapiantati in Giappone”.

Lo racconta Ivan Illich a David Cayley nel libro Conversazioni con Ivan Illich, edito per la prima volta nel 1922. Sono conversazioni, appunto, in cui Illich si fa interrogare e s’interroga sui passaggi cruciali della sua vita intellettuale, spaziando su tutti i temi di cui si è occupato con eretica lucidità, dall’educazione alla storia, dal linguaggio all’ambiente, alla medicina.

Altri condannati a morte ebbero a che fare con particolari respiratori, e furono i soldati tedeschi che nella Prima guerra mondiale fecero uso di maschere antigas: “[…] arrivò il gas a invadere le trincee. Facemmo in tempo a indossare le maschere, ma quella di Middendorf era guasta. Quando se ne accorse era troppo tardi, e prima che se la potesse strappare e ne trovasse un’altra aveva già inspirato troppo gas e vomitava sangue. Morì la mattina seguente, tutto nero e verde in viso. Aveva il collo dilaniato dai graffi nel tentativo di liberarsi per respirare”.

Ce lo racconta Erich Maria Remarque nei Tre camerati, un romanzo pubblicato per la prima volta in Germania nel 1936, capace d’immergerci nella tragedia dei sopravvissuti “perseguitati” nel quotidiano postbellico dall’immagine dei cadaveri dei loro compagni morti.

Si sa, respirare è vitale, ma da diverso tempo pare non essere un esercizio da persona seria, e persino respirare un fiore potrebbe risultare qualcosa di cui non essere particolarmente orgogliosi: “Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno ripete […]: Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! E si gonfia di orgoglio”.

Sono parole tratte da Il piccolo principe, un racconto pubblicato nel 1943, un’allegoria della società moderna e contemporanea – l’autore è Antoine de Saint-Exupéry, nato in una famiglia cattolica di nobili origini il quale, durante la Seconda guerra mondiale, s’arruolerà nell’aeronautica militare francese.

Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con la tragedia greca.

Forse sbaglio, ma ripensando a chi, due secoli fa, ci faceva mancare il respiro perché ci aveva condannato a morte; a chi, un secolo fa, ci concedeva un po’ d’ossigeno unicamente per mantenere i nostri organi integri così da poter trapiantarli; a chi, poco meno di un secolo fa, ci ha fatto respirare gas velenosi in una guerra che non ci avrebbe portato in tasca nulla e che chi aveva deciso di combattere s’era guardato bene dal praticarla sui campi di battaglia; a chi, oltre ottant’anni fa, già provava a farci sentire persone poco serie se ci fermavamo a respirare un fiore e non a far addizioni magari per calcolare il capitale accumulato… bene, ripensando a tutto questo, ho come l’impressione che la morte della povera ragazza che dice “Mi manca l’ossigeno” e delle decine di altre persone coinvolte nel disastro di Tebi, siano tutte collegate a questi stralci di storia, di letteratura: la fretta di guadagnare quanto più possibile nel minor tempo possibile, il farlo sempre e comunque sulla pelle di chi non riceverà un centesimo di questi guadagni, la possibilità di decidere sui destini altrui senza che quest’ultimi possano muovere un dito anche fosse solo per deviare leggermente il proprio destino, mi sembrano un unico gigantesco comune denominatore delle tragedie che subiamo da secoli in nome del Capitale perché, ricordiamocelo, anche i criminali o presunti tali ai quali si somministra la pena capitale, sono frutto di come s’è deciso di strutturare, organizzare e mantenere la società: “[…] ogni società ha i criminali che si merita” – Riflessioni sulla pena di morte di Albert Camus.

Aggiungo un’ultima cosa: forse sbaglio anche stavolta, ma quando penso che, fra le tante cose che già ci hanno tolto o che pensano di toglierci, non mi sembra si sia mai ipotizzato di eliminare le ferie d’agosto, il Natale o la festività della domenica, non è perché si tema la discesa in piazza di centinaia di migliaia di persone, è solo per via del bisogno che ha il sistema di riprendersi i soldi dello stipendio che ci ha versato dopo averci sfruttato per un mese, facendoceli spendere in un modo o nell’altro; insomma, ci stanno tenendo in vita grazie al respiratore del consumismo, ma temo siano pochi a essersene resi conto.

 

*scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni

 

 

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