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“Parole vergognose”: l’analisi delle dichiarazioni di Carlo Nordio sui suicidi in carcere
Sovraffollamento carcerario, suicidi e le vergognose dichiarazioni del ministro Nordio di Luigi Mollo Nell’agosto 2023, a seguito di diversi suicidi registrati nelle carceri italiane, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha diffuso un videomessaggio in diretta al sistema penitenziario. In quell’occasione ha affermato: “Il mio primo pensiero va alla memoria di chi ha compiuto questa […]
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riflessioni
Non mi prenderete per stanchezza
Siamo sempre stanchi. Per l’eccessivo carico di lavoro, per la ripetitività della mansione svolta, per l’ostilità dell’ambiente lavorativo, perché consapevoli d’essere inutili rotelle di un ingranaggio che potrebbe stritolarci in qualsiasi momento. E se ci avessero narcotizzati per impedire il nostro risveglio? di Marco Sommariva da Carmilla L’8 giugno 1976 fu ucciso Francesco Coco, il […]
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Le ragioni dei detenuti, gli “avanzi” della giustizia
L’attuale situazione carceraria risulta insopportabile per uno stato di diritto. Per far fronte al sovraffollamento servono riforme. E serve un’opera radicale di “rieducazione”, ma della società e delle istituzioni di Sergio Moccia da il manifesto L’attuale situazione carceraria risulta insopportabile per uno stato di diritto. Eppure quest’anno ricorre il cinquantenario di quella che pareva una […]
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Che cosa ci dice la scandalosa nomina a questore di Monza di un condannato per la Diaz
Filippo Ferri, condannato per i fatti del G8 di Genova 2001, è stato di recente indicato dal governo come questore a Monza. Le reazioni, salvo alcune deboli iniziative, sono quasi assenti. La dimostrazione è che in Italia abbiamo permesso che l’onda lunga degli abusi, delle violenze, dei falsi e delle menzogne si estendesse nel tempo e coprisse di un manto oscuro il volto delle forze dell’ordine di Lorenzo Guadagnucci da Altreconomia “Per quanto riguarda le misure disciplinari, la Corte ha dichiarato più volte che, quando degli agenti dello Stato sono imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, è importante che siano sospesi dalle loro funzioni durante l’istruzione o il processo e che, in caso di condanna, ne siano rimossi”: così la Corte europea per i diritti umani nella famosa sentenza Cestaro (2015) sul caso Diaz. Il passo viene in mente di fronte alle polemiche nate dalla fresca nomina di Filippo Ferri a questore di Monza. Ferri nel processo Diaz fu condannato a tre anni e otto mesi, con annessa -automatica- sospensione dai pubblici uffici per cinque anni, ma né lui né altri sono stati mai sospesi durante i processi, tanto meno “rimossi” dopo la condanna definitiva (2012). Di più: nessuno -salvo forse uno, multato per 47 euro- è stato nemmeno sottoposto a procedimenti disciplinari. E dire che la “perquisizione” alla Diaz fu qualificata dalla Corte europea come un caso di tortura e che la condotta dei vertici di polizia e dello Stato fu fortemente stigmatizzato dai giudici di Strasburgo, specie per la constatazione che la polizia “ostacolò impunemente” l’azione della magistratura. Che dire, dunque, del “caso Ferri”? Una cosa semplice: che il governo italiano, con qualche ragione a dire il vero, ritiene che il caso Genova G8 sia chiuso e archiviato, ormai dimenticato dall’opinione pubblica, per cui nulla osta alla nomina a questore di un funzionario con un passato così problematico. E non si sbaglia, il governo, se guardiamo all’assenza quasi totale di reazioni, se non fosse per un appello di gruppi e associazioni della Brianza e qualche debole iniziativa parlamentare (la senatrice Ilaria Cucchi e forse qualche altro); tacciono i commentatori, tacciono i giornalisti “esperti” di forze dell’ordine, tacciono i leader politici e sindacali. Del resto Ferri non è il primo fra i condannati nel processo Diaz a rientrare nei ranghi, e con ruoli di rilievo, a pena scontata. La verità è che in Italia abbiamo rimosso Genova G8, abbiamo permesso che l’onda lunga degli abusi, delle violenze, dei falsi e delle menzogne si estendesse nel tempo e coprisse di un manto oscuro il volto delle forze dell’ordine, minando alla radice la loro credibilità democratica. Non vi è stata al tempo alcuna autocritica in seno alle polizie, né furono presi i provvedimenti necessari: sospensioni, licenziamenti, riforme. Genova G8, in questo modo, non è stata una caduta improvvisa e circoscritta della legalità costituzionale, né una pagina nera ormai chiusa e superata. Genova G8, piuttosto, è un biglietto da visita che le forze dell’ordine italiane continuano a presentare a chi governa e a tutti i cittadini. > Poliziotto condannato per la Diaz diventa questore di Monza > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
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Il fallimento non è solo del carcere
Gli ordinamenti democratici nazionali e internazionali hanno perso la loro capacità di essere bussola del mondo di Riccardo De Vito da il manifesto Tra poco più di due mesi l’ordinamento penitenziario compirà cinquant’anni. Chiamiamo così la legge del 1975 che aveva dato vigore e prospettiva all’articolo 27, comma 3, della Costituzione, per il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Il compleanno di mezzo secolo, però, si è macchiato di sangue e quel sangue si è tinto di strumentalizzazioni. Tutto accade in pochi giorni, tra il 9 e l’11 maggio, quando Emanuele De Maria, in espiazione della pena per l’omicidio di una donna, esce dal carcere per recarsi a svolgere attività lavorativa all’esterno. Sono due giorni di tragedia: Emanuele torna a uccidere una donna, Chamila; ferisce quasi mortalmente un collega di lavoro; infine, si toglie la vita lanciandosi dalle terrazze del Duomo di Milano. Si riaffaccia una domanda insistente: è ancora tollerabile il sacrificio di una vittima per consentire ai detenuti di riconnettersi gradualmente alla società? Fino a qualche tempo fa ci si poteva trincerare dietro la forza della del diritto: è giusto perché lo dice l’articolo 27 della Costituzione. Questa replica rischia di non funzionare più. Gli ordinamenti democratici nazionali e internazionali hanno perso la loro capacità di essere bussola del mondo. Gaza segna l’assoggettamento della logica dei diritti umani e del diritto internazionale alla ragione della forza; negli Stati uniti si fa spettacolo delle persone incatenate e si ventila di abolire l’habeas corpus per i migranti; alle nostre latitudini, si ricostruiscono neo-colonie detentive in territorio estero e si prevedono ergastoli automatici. La Costituzione ha perso il suo carattere di fondamento della Repubblica ed è diventata culturalmente rifiutabile. L’articolo 27 dice che il condannato deve essere risocializzato? Sbaglia, lo si cancelli con un tratto di penna. E, infatti, un disegno di legge costituzionale prevede che la rieducazione possa essere limitata da «altre finalità» ed «esigenze di difesa sociale» (disegno di legge del deputato Cirielli di Fratelli d’Italia). Se così stanno le cose, occorre ri-giustificare il normativo, il dover essere del mondo, a partire dalla sostanza delle cose. Il progressivo reinserimento del detenuto in società – quelle finestre nella pena detentiva che consentono di mettere i piedi fuori dalla prigione – serve perché rende il mondo più sicuro e meno violento. Se le pene fossero scontate in carcere dal primo all’ultimo giorno, si finirebbe per consegnare alla libertà esseri umani incapacitati alla costruzione della relazione più semplice, pericolose bombe a orologeria. La pena, prima o poi, finisce e i conti con il pericolo di recidiva si dovranno fare comunque. Tutte le statistiche dimostrano che quei conti è bene farli prima, in quelle famose finestre che servono anche come momenti di sperimentazione controllata. Circola nell’aria, sempre meno latente, una pulsione a fare in modo che la pena non finisca. Non servirebbe: chi uccide, quasi sempre lo fa senza aver valutato le conseguenze in modo razionale. Il caso di questi giorni ne è un esempio: il condannato sa che perderà tutto, a partire dalla libertà riconquistata, ma uccide lo stesso. Subito dopo telefona alla madre, chiede perdono e va a lanciarsi dal Duomo di Milano. L’essere umano, troppo umano, è più complesso e drammatico di ogni tecnologia normativa della dissuasione. Statistiche e ragione, tuttavia, non bastano a dare senso alla vittima, che rimane unica. Quell’unicità ha bisogno di risposte ulteriori. La prima, essenziale. L’area del controllo penale, si è allargata a dismisura: 95mila persone in misure alternative, 62.400 detenuti. Sono numeri che rendono impossibile agli operatori (educatori e assistenti sociali) concentrarsi sui casi davvero importanti, quelli che meritano di essere seguiti anche quando tutto pare filare liscio. Se l’area penale fosse meno affollata di condannati per reati senza vittima, funzionerebbe meglio. Amnistia, indulto e depenalizzazione sono le parole di un vocabolario di sicurezza. Non serve risocializzare meno, serve risocializzare meglio. Strettamente collegato a questo punto, ne viene un altro: rieducare è una parola brutta, lascia pensare a pretese egemoniche sull’animo. Sappiamo che deve essere declinata a livello laico, come risocializzazione, ma il tema non cambia: è un problema che investe tutta la società e le sue agenzie, non può essere scaricata solo sul carcere. Sulle pagine online dei quotidiani più diffusi, nei giorni successivi alla vicenda De Maria, circolavano i video degli ultimi istanti di vita della vittima e del detenuto. Accanto a essi, il video del robot umanoide di Tesla che danza a ritmo di musica, accendendosi e spegnendosi a comando. Non serve scomodare «la precessione del simulacro» per capire che qualcosa è saltato. Ri-educare, nella società come in carcere, dovrebbe significare tornare a mettere in discussione (o in crisi) le strutture psichiche dell’ordine economico e sociale, i rapporti tra desiderio e frustrazione, la confusione tra libertà e signoria. Sono questioni che vengono prima del carcere e che vanno oltre il carcere. > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
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Ti sei imborghesito!
Per fortuna non so mai chi sono, ma per certo non godo quando gli anormali son trattati da criminali e non ho alcuna intenzione di chiudere in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali di Marco Sommariva* Giorni fa mi son trovato a disquisire con un amico su chi sono, oggi, i borghesi e a chiedermi se facessi parte di questa schiera; lo spunto per la discussione ci era stato dato da una scritta su un muro, tanto breve quanto solleticante, un microscopico j’accuse: “Ti sei imborghesito!” L’indomani, lo stesso amico mi ha segnalato un articolo pubblicato diversi anni fa su Repubblica e, così, ripartendo da questo,ho provato a mettermi nuovamente in discussione – questa volta da solo. A inizio pezzo leggo: “Nel significato oggi più diffuso il borghese è un membro di un ceto medio che va dai benestanti ai ceti impiegatizi e che comprende sia gli industriali, i grandi professionisti, i livelli superiori del pubblico impiego (la cosiddetta alta borghesia) sia una più vasta platea di persone che, in condizioni più modeste, sono tuttavia fornite di qualche bene, di qualche indipendenza, di qualche responsabilità anche se limitata, e di qualche istruzione (la piccola borghesia)”. Non so se il mio stipendio può essere considerato un bene e non so neppure se l’indipendenza che questo stipendio mi garantisce si possa annoverare fra quelle ipotizzate nell’articolo di Repubblica, ma di certo ho qualche responsabilità “anche se limitata” – un ufficio in cui coordino, così dice l’organigramma aziendale, due colleghi – e ho una “qualche istruzione”: sono uno di quei tantissimi periti industriali che nei primi anni Ottanta sbandierava il “pezzo di carta” che occorreva per provare a non replicare la vita di stenti dei genitori che, “con tanti sacrifici”, ti avevano fatto studiare. Possibile davvero io sia un piccolo borghese? Proseguo la lettura: “Borghesi sono […] i ceti che si affermano nell’età moderna come i più adatti a governare secondo ragione, scalzando – anche attraverso le rivoluzioni – il potere tradizionale dei nobili e degli ecclesiastici […]”, e qui non c’entro nulla: “scalzare chi governa” sì, “anche attraverso le rivoluzioni” sì, ma non di certo per governare. Dài!, questa l’ho sfangata, ma non so se riuscirò a passare l’esame dei miei libri, delle mie letture. Per l’egoismo con cui custodisco i miei libri, e pure i miei dischi, mi sa che Gustave Flaubert mi definirebbe borghese: “si divertiva a fabbricare portasalviette: ne aveva riempito la casa, li conservava con la gelosia di un artista e l’egoismo di un borghese” – Madame Bovary. Ma André Malraux – sapendo di tutte le mie cause (perse) combattute fianco a fianco coi più deboli, per i più deboli – mi difenderebbe: “La borghesia starà col più forte. La conosco” – La condizione umana. Non essendo spilorcio e arrogante, ed essendo spesso criticato per la troppa sincerità, credo che anche Doris Lessing prenderebbe le mie parti: “Dio sa quanto lei li odiava, i borghesi, così attaccati ai soldi, attenti a non sprecare un centesimo, sempre con il pensiero fisso di mettere da parte, di risparmiare […]”; e ancora “Alice sapeva che Muriel apparteneva all’alta borghesia ed era per questo che non la poteva soffrire. Come in tutte le rappresentanti della sua classe, ogni sua parola, ogni gesto, era implicitamente arrogante”; e infine “non c’è mai una volta che manifestino quello che pensano questi maledetti piccoli borghesi” – La brava terrorista. E se fossi, invece, un borghese perché mangio troppo? “Come dicono i sandinisti, era da tempo che avevo perso l’abitudine borghese di fare due pasti al giorno” – Dead end blues di Hugues Pagan. O forse lo sono perché, quando mi sposai, pensai anch’io – lo ammetto – d’essermi sistemato e, per un po’, rinunciai alla vita reale? “noi due abbiamo accettato quest’enorme illusione, perché di questo si tratta: l’idea che, una volta messa su famiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e “sistemarsi”. È la grande menzogna sentimentalistica piccolo borghese […]” – Revolutionary road di Richard Yates. In effetti, non lo nego, sono anche uno di quelli che appena uscì dal suo piccolo mondo che pensava fosse il mondo intero – fu quando non riuscii a sfuggire al servizio di leva e partii per la naja –, andò in crisi: “Quando si nasce nella piccola borghesia, si pensa che l’intero mondo sia uguale all’ambiente in cui si vive. Non appena giunsi a vedere un altro tipo di mondo, naturalmente il mio fu messo in crisi” – Pasolini su Pasolini di Pier Paolo Pasolini e Jon Halliday. Ma sempre Pasolini potrebbe riabilitarmi, vista la mia ripugnanza per il “pare brutto” e le “buone maniere” in generale: “il mio odio per la borghesia è in realtà una specie di ripugnanza fisica verso la volgarità piccoloborghese, la volgarità delle “buone maniere” ipocrite, e così via. Forse soprattutto perché trovo insopportabile la grettezza intellettuale di questa gente” – ancora Pasolini su Pasolini. Anche Jack London avrebbe parole buone per il sottoscritto che – me l’hanno riconosciuto in tanti – non ha mai avuto paura della Vita: “Il realismo è essenziale alla mia natura, e lo spirito borghese odia il realismo. La borghesia è codarda. Ha paura della vita” – Martin Eden. Forse la mia colpa è stata passare impiegato dopo otto anni trascorsi orgogliosamente da operaio? Forse mi sarebbe bastato restare una tuta blu per non rischiare d’esser confuso con qualche lacchè borghese? Ma davvero una cosa esclude l’altra? E qui è Paco Ignacio Taibo II a venirmi in soccorso: “Il più borghese è l’operaio che offre il culo al padrone, e addirittura lo difende come un coglione, e dice ma no, le cose in fabbrica vanno benissimo così” – E doña Eustolia brandì il coltello per le cipolle. Che se poi andiamo a vedere, ce n’è un po’ per tutti, per la morale borghese senza dubbio ma, per esempio, non è che una “certa” sinistra – quella che lottava per il proletariato – ne esca tanto bene: “non possiamo più fare a meno di valori positivi. Ma dove trovarli? La morale borghese ci indigna con la sua ipocrisia e la sua mediocre crudeltà. Il cinismo politico che regna su gran parte del movimento rivoluzionario ci ripugna. Quanto alla sinistra cosiddetta indipendente, in realtà, affascinata dalla potenza del comunismo e invischiata in un marxismo pudibondo di sé, ha già abbandonato la lotta. Dobbiamo allora trovare in noi stessi, nel vivo della nostra esperienza, cioè all’interno del pensiero in rivolta, i valori che ci necessitano. Se non li troviamo, il mondo crollerà, e forse sarà giusto, ma prima saremo noi a crollare, e questo sarà infame” – Ribellione e morte di Albert Camus. Non sarà che il pensiero della borghesia s’è già diffuso al popolo? Sarebbe un bel guaio: “Gli avari non credono nella vita dopo la morte, per loro il presente è tutto, e questo stesso concetto diffonde una luce orribile sul mondo odierno, dove più che mai il denaro domina le leggi, la politica e i costumi. Istituzioni, libri, uomini e dottrina cospirano insieme a scuotere la fede in un’altra vita, fede su cui da diciotto secoli si basa tutta la struttura sociale. Tuttavia ci troviamo quasi al medesimo punto, poiché l’avvenire che ci attendeva al di là del requiem è stato trasportato nel presente. Giungere al paradiso terrestre del lusso e delle gioie vanitose, far divenire il cuore di pietra e macerarsi il corpo nell’ansia di accumulare beni passeggeri, come una volta si soffriva il martirio per conquistare l’eternità, ecco l’idea che oramai si è fatta comune, l’idea fissa, in ogni luogo, persino nelle leggi, che ormai domandano all’uomo: “Quanto paghi?” invece di chiedergli: “Cosa pensi?” Se un simile pensiero si diffonderà dalla borghesia al popolo, chissà cosa ne sarà del mondo” – Eugénie Grandet di Honoré de Balzac. Anche perché il nuovo potere borghese parrebbe, davvero, essere una brutta cosa: “L’accettazione del fascismo è stato un atroce episodio: ma l’accettazione della civiltà borghese capitalistica è un fatto definitivo, il cui cinismo non è solo una macchia, l’ennesima macchia nella storia della Chiesa, ma un errore storico che la Chiesa pagherà probabilmente con il suo declino. […] il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è spazio” – Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini. Sulla necessità del potere borghese di pragmatismo da parte dei consumatori, ha qualcosa da dire anche Raoul Vaneigem: “Se i borghesi preferiscono l’uomo a Dio, è perché egli produce e consuma, acquista e fornisce” – Trattato del saper vivere. Ma chi sono io, oggi, ancora non l’ho capito. Visto che non mi spavento se i lacci delle mie scarpe non sono in ordine e non sono mai sicuro d’aver ragione, non dovrei esser compreso fra la media borghesia: “la media borghesia inglese deve masticare ogni boccone trenta volte perché ha l’intestino così stretto che un boccone grosso quanto un pisello lo ostruirebbe. Sono un branco di disgraziati effeminati, pieni di boria, spaventati se i lacci delle scarpe non sono in ordine, putridi come selvaggina andata a male, e sempre sicuri di avere ragione. È questo che mi distrugge. Sempre lì a leccare il culo finché non gli fa male la lingua, eppure sono sempre sicuri di avere ragione. Presuntuosi! Presuntuosi su tutto. Presuntuosi! Una generazione di presuntuosi effeminati senza coglioni…” – L’amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence. E dato che non ho mai pensato che oltre i miei confini il mondo sia piuttosto ignorante, anche Robert Louis Stevenson potrebbe aiutarmi a restare fuori da certi elenchi in cui non avrei piacere di essere incluso: “L’ignoranza di voi borghesucci mi sorprende. Al di là dei vostri confini, ritenete che il mondo sia piuttosto ignorante e un universo indistinto, immerso in una degradazione generale…” – Il terrorista. Ma non sarà che questo problema dell’essere o non essere borghesi, è una fisima tutta mia, nostra, dell’uomo occidentale, e magari una fissazione dei giorni nostri? No, non è così; scrive Jean-Patrick Manchette ne Il caso N’Gustro: “Lo Zimbabwin, il loro Paese, si è liberato e un Fronte di liberazione, l’Flz, ha preso il potere. Ma se capisco bene, c’è un’etnia che cammina sulla testa delle altre, nell’Flz, e ancora peggio è musulmana […]. Mi spiegano: i musulmani, laggiù, sono l’equivalente dei borghesi qui, sono grandi famiglie, stirpi, da sempre compromesse con le spedizioni arabe che discendevano l’Africa, risalendo il Nilo e arrivando ben oltre nell’interno, attraverso il Sudan, fino al cuore del continente, per razziare, rapire su grande scala intere popolazioni che rivendevano sul Mar Rosso, gli uomini per il lavoro, le donne ai bordelli, i bambini dipende”. Niente, addirittura potrebbe essere un problema mondiale e, forse, sempre esistito. Pur non risparmiando i proletari, anche Johnny Rotten riteneva essere un problema questa borghesia capace di opprimere: “Ricordo che quand’ero piccolo e andavo a scuola i genitori inglesi mi prendevano a mattonate. Per arrivare alla scuola cattolica dovevo passare in una zona in prevalenza protestante. Era bruttissimo. La facevo sempre di corsa. “Quei luridi bastardi irlandesi!”. E cazzate del genere. Adesso se la prendono coi neri, o chi altri. Ci sarà sempre odio negli inglesi perché sono una nazione piena d’astio. È questo il guaio dei proletari di tutto il mondo. Cercano sempre di sfogare i loro rancori su quelli che considerano più in basso nella scala sociale, invece di saltare alla giugulare di quei fottuti bastardi dell’alta e media borghesia che li tengono oppressi, tanto per cominciare” – L’autobiografia. Persino la Chiesa pare non abbia gradito il potere della borghesia, accusandola d’aver fatto di questo mondo un luogo maledetto d’ingiustizia e di dolore, benché la contestazione non parrebbe mossa sulla scia di una qualche carità cristiana: “L’abate […] trovava delle scusanti alle scelleratezze degli scioperanti, attaccava violentemente la borghesia sulla quale rigettava ogni responsabilità. Era la borghesia, che, spossessando la Chiesa delle sue antiche libertà, per servirsene lei stessa, aveva fatto di questo mondo un luogo maledetto d’ingiustizia e di dolore, era lei che prolungava i malintesi, che spingeva ad una catastrofe spaventosa, col suo ateismo, rifiutandosi di ritornare alla fede, alle tradizioni fraterne dei primi cristiani” – Germinal di Emile Zola. Leggo che la borghesia è fondamentalmente vile e ottusa e che, in ogni epoca, è rimasta unita solo per abbattere ciò che le stava immediatamente sopra e depredare coloro che stavano sotto: “Sono nato con dentro un odio per l’ingiustizia… sin dall’infanzia il sangue mi ribolliva contro il cielo quando vedevo la gente malata, e mi ribolliva contro gli uomini quando ero testimone delle sofferenze dei poveri; pensando al tozzo di pane della povera gente, le cose buone che mangiavo mi andavano di traverso, e un bambino storpio mi faceva piangere. […] Anno dopo anno, questa passione per la gente più derelitta mi ossessionò sempre di più. Si poteva riporre speranza nei re? Si poteva riporre speranza nelle classi meglio pasciute che si rotolano nel denaro? Avevo studiato il corso della storia… sapevo che la borghesia, il nostro monarca di oggi, è fondamentalmente vile e ottusa… in ogni epoca, avevo visto come la borghesia si unisse solo per abbattere ciò che le stava immediatamente sopra e depredare coloro che stanno sotto; la sua ottusità, ne ero convinto, alla fine avrebbe provocato la propria rovina; sapevo che ormai i suoi giorni erano contati, ma come avrei potuto aspettare? Come potevo lasciare che i bambini poveri tremassero sotto la pioggia? Certo, sarebbero arrivati giorni migliori, ma i bambini sarebbero morti prima. […] con un’impazienza sicuramente non priva di uno slancio di generosità mi arruolai tra i nemici di questa società ingiusta e ormai condannata […]” – nuovamente da Il terrorista di Robert Louis Stevenson. Anche il mio corregionale Edmondo De Amicis, nel romanzo Sull’oceano non ne dice un granché bene di ‘sti borghesi: “tutta la sua persona rivelava la borghesuccia impastata d’invidia per chi le sta sopra e di disprezzo per chi le sta sotto, capace di commettere una vigliaccheria per entrare in relazione con una marchesa, e di dimezzare il pane ai figliuoli per strascicare del velluto sui marciapiedi”. Ecco, non provando invidia per chi sta sopra né disprezzo per chi sta sotto semplicemente perché il mondo che vedo io non è strutturato in verticale ma in orizzontale; non avendo mai dimezzato il pane da dare a mio figlio per qualsivoglia bene materiale a cui rinuncio tranquillamente, anche se ammetto che i libri mi tentano sempre parecchio; non commettendo alcuna vigliaccheria per entrare in relazione con una marchesa per lo stesso motivo di prima – nella mia visione orizzontale del mondo, marchese, psicologhe, suore, operaie, casalinghe, eccetera sono, giocoforza, tutte sullo stesso piano –; mi sento abbastanza sollevato. E mi sento abbastanza sollevato anche perché non provo alcuna gioia quando s’arresta una puttana o se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana; non godo quando gli anormali son trattati da criminali e non ho alcuna intenzione di chiudere in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali; non so mentire con cortesia, cinismo e vigliaccheria, e non faccio dell’ipocrisia la mia formula di poesia; non ho nulla contro chi fa l’amore più di una volta alla settimana e neanche contro chi lo fa per più di due ore o verso chi lo fa in maniera strana; non pesto le mani a chi arranca dentro a una fossa e neppure son disponibile, al più ricco e ai suoi cani, a leccar le ossa. Sì, dài!, mi sento abbastanza sollevato. Ora che finalmente so chi sono, devo chiudere il pezzo e salutarvi perché sono già in ritardo: di là, sul tavolo di noce del tinello, la cena è apparecchiata, son tutti già seduti e mi aspettano per il segno della croce. Rifiutarsi mi pareva brutto.   *scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni     > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp  
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