Chi più chi meno, temo si sia tutti ostaggio della propria adolescenza,
soprattutto coloro che, anagraficamente, l’hanno superata
di Marco Sommariva*
In un articolo di Stefania Garassini pubblicato qualche giorno fa su Avvenire,
leggo che Adolescence – la miniserie tv britannica che affronta il tema della
violenza tra i teenager, appena uscita e già la più vista sulla piattaforma
Netflix – conta “quattro episodi girati tutti in tempo reale (un’ora circa di
durata corrisponde esattamente a un’ora di vicenda narrata) e con inquadrature
continue che seguono i personaggi in ogni loro movimento con l’effetto di
immergere completamente lo spettatore nella storia, evitando di dare alcun
giudizio su quanto accade”.
Adolescence è la storia dello sconvolgimento di una famiglia quando il figlio
tredicenne, Jamie, viene arrestato per l’omicidio di una sua coetanea, compagna
di scuola.
Stefania Garassini prosegue spiegandoci che “sono diversi e tutti cruciali i
temi che la serie affronta, dal bullismo, alle dinamiche tossiche all’interno
dei social media, all’incomunicabilità tra genitori e figli. Un oceano di dolore
che lambisce le vite di tutti i personaggi, senza che sia possibile identificare
con certezza un colpevole per il disastro cui si assiste. […] Adolescence invita
ad allargare lo sguardo su un mondo adulto che non sembra avere più gli
strumenti per capire quanto sta accadendo nelle menti e nei cuori dei propri
figli, troppo spesso soli, totalmente immersi nel mondo dei social, dove la
derisione e la vergogna possono nascondersi anche dietro le parole e le emoji
apparentemente più innocue”.
Su un altro articolo pubblicato da Avvenire, questa volta a firma di Marco
Pappalardo, vengono riportate le parole di una studentessa alla quale il
giornalista ha chiesto un parere su Adolescence: “Non ero pronta a vedere una
storia così violenta eppure così normale oggi. La necessità di sentirsi
accettati non si nega e non è solo della mia generazione. Avere le proprie idee,
diverse dagli altri, è difficile. Devi essere brava a scuola, educata,
obbediente a casa, tra i compagni furba e vestita in un certo modo; devi piacere
e condividere storie nel posto giusto. Senza uno di questi requisiti, la vita
potrebbe diventare un inferno e per colpa dei social non c’è un posto dove
nascondersi. Mi ha sconvolta l’incapacità del protagonista di capire che aveva
un’altra scelta. Mi ha spaventato che nessuno abbia chiesto aiuto agli adulti e
che essi siano così ciechi e sordi. Questa serie non dà speranze!”
Nell’articolo di Pappalardo, quello sopra non è l’unico commento per bocca dei
giovani; altri dicono la loro, come per esempio un certo Marco: “Il contrasto a
casa riesce ad isolarci, facendoci sentire soli, impotenti uditori di liti tra
adulti. Così giungono delle “consolazioni” che ci distruggono: droga, bullismo,
alcool, azzardo, atti criminali. Mi fa riflettere la fragilità umana e la
delicatezza dei rapporti”.
Da giorni, sono tantissimi a occuparsi di questa miniserie tv di Netflix: il
Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica, Il Messaggero, Il Mattino, Il
Fatto Quotidiano, Il Foglio, Libero, Internazionale, L’Espresso, eccetera.
Oltre ai due articoli già citati, Avvenire ne ha pubblicati altri su
Adolescence, tra cui quello di Massimo Calvi, il quale ci fa notare che “Il vero
motivo per cui tutti in questi giorni stanno parlando di Adolescence […] non
risiede probabilmente nella sua elevata qualità di regia e recitazione, e
nemmeno nella complessità del tema affrontato, aspetti che in ogni caso ne
stanno decretando uno straordinario successo. La ragione più profonda che tiene
sulla bocca di tanti la storia del giovane Jamie è legata al fatto che dopo aver
visto la serie per intero si manifesta pressante il bisogno di parlarne. Perché
è necessario liberarsi di qualcosa, trovare il modo di espellere il disagio
condividendolo, superare il trauma attraverso le parole e lo
scambio. Adolescence è sì un pugno nello stomaco, come in tanti hanno rilevato –
o meglio, sono quattro cazzotti, quante le puntate della serie – ma è
soprattutto una forma di abuso, un racconto talmente disturbante per un genitore
da richiedere di essere elaborato il prima possibile”.
Ora, anche giustamente, qualcuno di voi s’aspetterà una mia disamina su
Adolescence così che anch’io possa liberarmi di qualcosa, trovare il modo di
espellere un disagio, superare un trauma attraverso la scrittura di un articolo.
No. La mia disamina sarà leggermente diversa, verterà sull’adolescenza di altre
epoche cui fanno cenno alcuni scrittori e scrittrici a me cari, anche per capire
se, in passato, tutto filava liscio o meno; quindi, tranquilli, non si parlerà
della mia adolescenza o di quella “dei miei tempi”.
Intanto, inizierei col dire che sono d’accordo con Laura Pariani quando nella
sua raccolta di racconti Il pettine, scrive che “L’adolescenza è una brutta età.
[…] come un trapezista, devi abbandonare la salda presa dell’infanzia e cercare
di afferrare l’appiglio dell’età adulta; e tutto ciò dipende, in un intervallo
che mozza il fiato dall’emozione, dall’attendibilità di coloro da cui ti sganci
e di coloro che sono destinati a riceverti…”
In Autunno tedesco, Stig Dagerman scrive della Germania dell’immediato
dopoguerra, quella del 1946, e dei giovani ci racconta questo: “I ventenni
gironzolano per le stazioni delle piccole città fino a quando fa buio, senza
avere un treno o qualcosa d’altro da aspettare. Qui si assiste a piccoli,
disperati tentativi di furto da parte di adolescenti nervosi che buttano
fieramente all’indietro il ciuffo con un colpo di testa quando vengono presi, si
vedono ragazzine brille che si attaccano al collo dei soldati alleati e se ne
stanno quasi sdraiate sui divani delle sale d’aspetto in compagnia di negri
ubriachi. Nessuna gioventù ha mai vissuto un simile destino […]. Hanno
conquistato il mondo a diciotto anni, e a ventidue hanno perso tutto”.
Mi verrebbe da dire che gli adolescenti d’oggi hanno perso tutto senza, prima,
aver mai conquistato nulla, ma forse la faccio troppo semplice, e allora mi
limito a scrivere che questi disperati tentativi di furto da parte di
adolescenti e queste ragazzine brille che si attaccano al collo di qualcuno, mi
ricordano un po’ troppo da vicino i nostri figli; fosse così, significherebbe
che siamo riusciti a devastarli come fossero usciti da una guerra mondiale.
Nel libro Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa, si racconta la storia di
quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la
nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di “senza
patria”, a iniziare dall’abbandono delle case di ‘Ain Hod nel 1948, per il campo
profughi di Jenin: “[…] il corpo di Jolanta era stato devastato dai nazisti, che
l’avevano costretta a dare gli ultimi anni della sua adolescenza in pasto agli
appetiti sessuali delle SS. Quell’incubo le aveva salvato la vita ma l’aveva
resa sterile. Avendo perso ogni membro della sua famiglia nei campi di
sterminio, Jolanta si era imbarcata da sola per la Palestina alla fine della
Seconda guerra mondiale. Non sapeva nulla della Palestina né dei palestinesi,
seguiva solo il richiamo del sionismo e le lussureggianti promesse di una terra
di latte e miele. Voleva un rifugio. Voleva fuggire dai ricordi di tedeschi
sudati che contaminavano il suo corpo, dai ricordi di fame, dai ricordi di
depravazione. Voleva fuggire dalle urla di morte che popolavano i suoi sogni,
dalle canzoni ormai spente di sua madre e suo padre, di suo fratello e delle
sorelle, dalle grida senza fine degli ebrei agonizzanti”.
Non sarà che i nostri figli vorrebbero “semplicemente” scappare dalle urla di
morte che popolano i loro sogni, dalle grida di chi agonizza in questi nostri
tempi in cui la ricchezza dei miliardari è cresciuta nel 2024 di duemila
miliardi di dollari, tre volte più velocemente del 2023, mentre tre miliardi e
mezzo di persone vivono con meno di 6,85 dollari al giorno? Non solo, non è che
i nostri figli vengono devastati sempre più spesso dagli appetiti sessuali degli
adulti o si devastano vicendevolmente pensandosi protagonisti di quei video
pornografici da cui si fatica a star distanti e che nessuno ha insegnato loro a
studiare, analizzare, verificare, decifrare?
Tra il 1963 e il 1966, Jim Carroll – poeta e musicista – racconta in un diario
gli anni della sua adolescenza, scritti che poi diventeranno il libro culto Jim
entra nel campo di basket. Quando uscì negli Stati Uniti, rappresentò un caso
letterario, suscitando l’entusiasmo di Jack Kerouac; racconta la vita on the
road di un ragazzino straordinariamente intelligente, un libro autobiografico,
un racconto fedele della sua adolescenza segnata da una precoce dipendenza
dall’eroina e dall’esperienza della prostituzione: “Poi ci siamo noialtri
ragazzi di strada che cominciamo a cazzeggiare da molto giovani, sui tredici, e
crediamo di poter tenere la testa sopra l’acqua e di non prendere l’abitudine.
Funziona raramente. Ne sono la riprova io. Così dopo due o tre anni di
controllo, finisco nell’ultimo atto: con la scimmia e niente altro da fare che
passare tutta la giornata a caccia di droga. In qualunque maniera, va bene
tutto, ragazzi. Non ci sono Coste Azzurre e non ci sono mamme ricche da cui
correre. Sai quando ci sei dentro definitivamente perché è la volta che
svegliandoti la mattina te lo dici chiaro e tondo, senza mezzi termini: Oggi o
mi trovo la mia dose o finisco a farmi spaccare il culo ai Tombs, non ci sono
cazzi”.
Non so dalle vostre parti cosa stia succedendo, ma qui, dalle mie – a Genova –
lo spaccio di stupefacenti è così diffuso che il più conosciuto quotidiano
locale, ha dedicato ultimamente numerosi articoli “all’inferno del crack nel
Centro città” e, credetemi, sono tantissimi i ragazzi che si alzano da letto
decisi a qualsiasi cosa, anche a farsi “spaccare” pur di avere la propria dose
giornaliera; fosse così, significherebbe che siamo riusciti a bucarli,
intossicarli, stordirli e mortificarli come certi ragazzi eroinomani newyorkesi
dei primi anni Sessanta, e senza neppure aver la consolazione di ritrovarli
ostili alle mode e alle comparsate televisive come lo era Jim Carroll, appunto.
Nel 1967 viene pubblicato Ora d’aria, la storia di un gruppo di detenuti in un
carcere statunitense dove la vita scorre senza tempo: qualcuno è arrivato da
poco, qualcuno è dietro le sbarre da anni, qualcuno ci resterà per sempre. Il
carcere descritto da Malcolm Braly, l’autore, è un mondo straordinariamente
simile a ciò che sta fuori, capace di farci comprendere che tutti, sotto certi
aspetti, siamo prigionieri delle nostre esistenze. Braly, abbandonato dai
genitori ancora bambino, si dedicherà fin dall’adolescenza a piccole attività
criminali, perlopiù rapine, che lo porteranno presto in riformatorio; dei suoi
primi quarant’anni, diciassette li trascorrerà nelle più dure prigioni
americane: “Si svegliò. Mentre la sensazione del sogno scivolava via, lui ne
riconobbe i contorni adolescenziali e gli venne un desiderio nostalgico per quel
mondo perduto, le cui aspettative troppo alte avevano avvelenato la sua vita di
adulto quando ne aveva scoperto il grigiore”.
E forse qui troviamo un altro aspetto su cui bisognerebbe fermarsi a ragionare
un bel po’: le aspettative troppo alte di quel mondo adolescenziale che
avvelenano la vita adulta quando se ne scopre il grigiore. Chi genera queste
aspettative troppo alte? I genitori? Magari per provare a rifarsi dei propri
fallimenti? Magari nel tentativo di “perfezionare” i figli senza rendersi conto
che, invece, questa loro deleteria ricerca di perfezione distruggerà i ragazzi?
O certe ideologie? Magari quelle che ti promettono ricchezza e benessere se
competi contro tutto e tutti e in continuazione? O forse è lo stato? Magari con
le sue promesse di sconfiggere nemici, conquistare terre, anche fosse “solo”
occupandole culturalmente?
Riprendo la frase di Laura Pariani – “L’adolescenza è una brutta età. […] come
un trapezista, devi abbandonare la salda presa dell’infanzia e cercare di
afferrare l’appiglio dell’età adulta; e tutto ciò dipende, in un intervallo che
mozza il fiato dall’emozione, dall’attendibilità di coloro da cui ti sganci e di
coloro che sono destinati a riceverti…” – e mi domando se, noi che di questi
adolescenti siamo genitori zii nonni e insegnanti, siamo attendibili o se siamo
soltanto corpi che attraversano i giorni con modalità talmente anonima e passiva
da garantire agli altri un minimo di credibilità unicamente quando viene
pubblicato il nostro necrologio, o se magari la nostra affidabilità l’abbiamo
esaurita perché interamente impegnata nel soddisfare il nostro bisogno di far
sapere al mondo intero ogni cosa noi si pensi e si faccia postando tutti i
nostri palpiti, o se siamo così presi a dispiacerci per i figli adolescenti e
per chiunque altro esclusivamente per ignorare noi stessi, la nostra
inattendibilità.
L’adolescenza è l’unico periodo della vita in cui non si è sopraffatti dalla
nostra adolescenza, è un santuario dove alcuni trascorrono tutto il loro tempo
anche mentre i capelli s’ingrigiscono. Forse perché è quel periodo della vita
tanto bello quanto tormentato, in cui l’innocenza dell’infanzia non è ancora
stata contaminata dall’età adulta e si riesce ancora a immaginare un futuro a
colori.
Chi più chi meno, temo si sia tutti ostaggio della propria adolescenza,
soprattutto coloro che, anagraficamente, l’hanno superata.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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Tag - riflessioni
Lo stato della propaganda e la propaganda di stato. Isernia: un caso emblematico
di Alessandro Ugo Imbriglia
Lo scorso 25 marzo, il sindacato autonomo di polizia ha ricevuto, nella città di
Isernia, gli studenti dei tre istituti di scuola superiore della città, per
celebrare – nei modi in cui si conviene – il suo decimo congresso provinciale.
Il quotidiano Primo Piano Molise ha estratto alcune fra le considerazioni più
significative dei promotori e degli invitati. Commentiamone alcune. La
segretaria provinciale del sindacato autonomo di polizia, Sonia Iacovone, ha
affermato:
«Questo incontro è stato fortemente voluto dal Sap. Abbiamo coinvolto i ragazzi
per dare una prospettiva diversa a questa giornata. Vogliamo partire dalle loro
curiosità, dai loro dubbi, dai loro punti di vista, per capire meglio il
concetto di sicurezza, per capire come loro vedano la legalità, ma anche il
ruolo delle forze dell’ordine. Insomma, vogliamo riflettere su questi valori,
che sono fondamentali per la nostra società».
Dall’estratto emerge un’evidente puntualizzazione, che è probabilmente la più
significativa: «vogliamo riflettere su questi valori, che sono fondamentali per
la nostra società». Sicurezza e legalità sono dunque annessi al rango di valore,
di concetti–valore. Ciò cosa significa? Quando un significante assurge a valore
esprime, su un piano semantico, il massimo grado di generalità: poste in questo
ordine, legalità e sicurezza devono apparire, in seno alla propaganda, come idee
“increate”. Esse sono collocate, all’interno del discorso di stato, per essere
recepite come tali, dunque inamovibili, in una posizione che dovrà essere intesa
e assimilata come elemento permanente rispetto alle sue modalità di applicazione
e agli effetti che ad esse conseguiranno. Un concetto-valore, espresso nei
termini succitati, attribuisce a sé stesso una grande forza generativa, poiché
compare, anzitutto, come elemento inderivato: prima di esso non v’è nulla, nulla
da cui possa dipendere o da cui possa conseguire. Per tal motivo si appone al
sostantivo “valore” un attributo ovvio, ad esso implicito, qual è il termine
“fondamentale”. La legalità deve essere concepita come fondamento primo, come
basamento. È essa stessa a costituire, sia sul piano concettuale, sia sul piano
fattuale, la fonte unica e originaria di potenziali effetti, conseguenze e
derivazioni. Poste in questi termini, sembra che alla legalità e alla sicurezza
non preesista una forza, una fonte che, sul piano anzitutto dell’idea, sia in
grado di stabilirne e contenerne la dimensione semantica, la posizione
sintattica e la funzione operativa. Ecco che allora “il ruolo delle forze di
polizia” assume, nell’ordine del discorso, una configurazione autolegittimante,
poiché si manifesta come immediata espressione dei concetti-valore, quali
sembrano essere la legalità e la sicurezza. In quest’ottica l’eurodeputato Aldo
Patriciello ha espresso le seguenti considerazioni:
«Gli agenti di polizia sono il baluardo della democrazia e soprattutto sono per
noi un punto di riferimento per rappresentare la presenza dello stato. Questa
iniziativa mira dunque a riconoscere alle forze di polizia e al sindacato di
polizia quel lavoro silenzioso, costante che fanno quotidianamente a difesa
della democrazia e soprattutto a difesa dei cittadini».
Questa costruzione di significati presenta quantomeno delle aporie: in
un’entità statuale, la funzione strategica delle forze polizia consiste – sia
sul piano operativo, sia sul piano simbolico – nell’imposizione e nel
consolidamento di un principio weberiano: l’utilizzo della forza fisica –
l’utilizzo della violenza – è monopolio incondizionato dello stato. Lo stato
detiene l’indiscutibile monopolio della forza fisica. Questa è la priorità
strategica di un corpo di polizia, in quanto derivazione di uno o più apparati
di potere. Essa è tenuta a ribadire e conservare – nella propria funzione
simbolica e operativa – tale principio. L’obiettivo delle forze di polizia non
consiste certamente nella “difesa della democrazia”, bensì nella tutela di un
sistema di apparati – istituzionali, politici ed economici – annessi e connessi
allo stato. A riguardo, ciò che è possibile osservare come “difesa dei
cittadini” è solo uno dei molteplici effetti – delle funzioni derivate,
secondarie – prodotti dal perseguimento dell’obiettivo strategico di cui sopra.
In realtà, la “difesa della democrazia” può essere detenuta, e legittimamente
ambita, dai cittadini. E sono i cittadini ricompresi in specifiche classi,
quelle subalterne, a costituire un elemento nevralgico nella difesa di ciò che
intendiamo con il termine democrazia.
Dunque a cosa assistiamo? Il potere, che in tal caso corrisponde immediatamente
allo Stato, eleva degli indicatori – dei fattori circoscrivibili e misurabili
quali sono la legalità e la sicurezza – al grado di valore-concetto. È
un’operazione di astrazione, con la quale si idealizza uno specifico stato delle
cose e/o un obiettivo strategico. Tale operazione mira anzitutto a produrre un
immaginario o a colonizzarne uno già esistente; il suo fine ultimo, invece, può
essere individuato nella costruzione del consenso, o – in maniera più sottile –
nella produzione delle condizioni meno favorevoli all’emersione del dissenso. La
mistificazione consiste per l’appunto in una sorta di rovesciamento, che è prima
sintattico e poi sociologico: in una condizione di effettiva democraticità,
legalità e sicurezza sarebbero concepiti e adoperati come due semplici
variabili, due categorie descrittive che misurano, in termini qualitativi e
quantitativi, un oggetto dell’indagine, uno fra i numerosi oggetti empirici di
cui può disporre un campo di ricerca, come la qualità e la quantità di
specifiche condotte criminose, o, più precisamente, la corrispondenza fra
precise condotte e le tipologie di reato codificate dal diritto. Detto ciò,
l’oggetto empirico – l’adozione di una condotta legale o illegale, ad esempio –
si conferma, il più delle volte, come un effetto, una conseguenza. Esso ha poco
o nulla a che vedere con la valenza “pedagogica” del binomio legalità/sicurezza
o con l’adesione a tali concetti-valore. Al contrario, l’adozione di una
condotta “illegale” può scaturire dalla convergenza di molteplici fattori,
quindi dell’azione, più o meno congiunta, di molteplici fenomeni. Sulla base
dell’impatto o dell’andamento che tali fenomeni registrano in un dato contesto
sociale potrà derivare, invero, una specifica condizione di legalità/illegalità
o sicurezza/insicurezza, né più né meno.
Riflettiamo. In un dato luogo, a partire da specifiche condizioni
socio-economiche – tasso di occupazione; livello di produttività; qualità delle
condizioni contrattuali etc. – si potrebbe registrare un determinato “grado” di
legalità e sicurezza, non certo il contrario. La penuria materiale, il
logoramento progressivo e costante delle condizioni di vita possono spingere, o
costringere, coloro che versano in tali condizioni ad adottare condotte che
violino il principio di legalità. Si tratterebbe, in molti casi, di stratagemmi
o espedienti per poter vivere, o sopravvivere, appena al di sopra di quella
soglia che separa la dignità dall’indecenza.
Al contempo, nel medesimo luogo, precise condizioni socio-politiche – corruzione
della classe politica e dei colletti bianchi; scambio voto/lavoro; privilegi di
ceto connessi a specifici esiti elettorali e rapporti economici etc. –
potrebbero generare o esacerbare un forte rancore sociale. Tale risentimento,
connaturato a una specifica condizione di esclusione sociale, potrebbe
registrare, a sua volta, una significativa incidenza sull’emersione di
molteplici condotte “devianti”, e dunque sul “grado” di illegalità e insicurezza
che caratterizzano il contesto sociale considerato.
In ultimo, specifiche scelte di economia pubblica e welfare – disinvestimento
nell’edilizia popolare; espansione della sanità privata a discapito della sanità
pubblica; gestione iniqua delle principali fonti di vita (risorse idriche ad
esempio) – potrebbero generare o accrescere una concorrenza cinica, spietata,
fra coloro che non hanno accesso a un reddito minimo, a una dimora stabile e a
prestazioni sanitarie di base o specialistiche. Le penuria e la scarsità delle
risorse alimenterebbe conflitti laceranti fra le classi subalterne, fra
proletari e sottoproletari. Va da sé che in questa lotta “fratricida” –
combattuta, attualmente, in molte periferie delle città italiane – possano
emergere condotte criminose.
In definitiva, tutte le variabili e le dinamiche passate in rassegna possono
co-determinare specifici livelli di legalità e sicurezza. Legalità e sicurezza
sono i risultati, gli effetti, di queste complesse combinazioni. Ridimensionare
o escludere dal discorso fondamentali variabili di carattere
economico-produttivo, sociopolitico, amministrativo-partitico e imprenditoriale,
a favore di un indottrinamento alla legalità e alla sicurezza – intese come a
priori, come concetti-valore che, di per sé, possono e devono essere imposti in
termini pedagogici e propagandistici – non fa che certificare uno scivolamento
autoritario, dalla chiara impronta mistificatoria. Lungo questo crinale si
assiste dunque alla imponente e assillante generazione di un feticcio: legalità
e sicurezza avrebbero, in sé, un valore intrinseco e inalienabile, in grado di
garantire condotte sociali “accettabili”, ergo compatibili con quanto il diritto
penale e l’esecuzione penale approvano o, per converso, deplorano. Si tratta, in
tal caso, di una mistificazione ideologica, poiché il discorso rovescia, o
meglio occulta, l’effettivo nesso tra cause ed effetti, elevando gli effetti –
legalità e sicurezza – ad assiomi, a concetti-valore da inculcare. Tale lavorio
ideologico misconosce le serie di cause e concause da cui dipendono, nei fatti,
specifiche determinazioni storiche e sociali, come la forma e il grado di
legalità o sicurezza in un dato luogo e in un dato momento, ad esempio. Il
carattere elusivo di questa manipolazione lascia innominati una serie di
significanti che uno stato realmente democratico potrebbe, e dovrebbe, elevare a
concetti-valore. È il caso dell’equità, ad esempio. L’equità potrebbe essere
“idealizzata” e collocata in questa posizione apicale. Un valido corollario
dell’equità potrebbe essere composto dalle seguenti categorie concettuali:
soddisfazione dei bisogni primari, giustizia sociale e parità dei diritti.
Nel verso opposto, quando al rango di concetti-valore sono collocati la legalità
e la sicurezza, giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza alla
forza-lavoro, riconoscimento dei diritti alle minoranze, accesso alle risorse
vitali (acqua, cibo, casa) subiscono, il più delle volte, effetti regressivi.
Retrocedendo, divengono fattori opzionali, e in quanto tali sono facilmente
eliminabili, giacché l’operazione ideologica dello stato sovrastima,
indefinitamente, l’incidenza positiva che i valori-concetto di legalità e
sicurezza avranno sulle condotte individuali e collettive. Tale pedagogia è
imposta sulla base di una subdola e malcelata consapevolezza: sono specifiche
logiche di mercato, condizioni economiche, sociali e politiche che, in verità,
producono, in misura differente ma combinata, determinate condotte legali o
illegali. In spregio a tali evidenze, legalità e sicurezza sono altresì
ricostituite come un valore-concetto dal segno esclusivamente positivo. Ad oggi
è altamente improbabile che tale segno possa essere messo in discussione, a meno
che non siano le classi subalterne a riqualificare la collocazione, l’incidenza
e la funzione dei termini “legalità” e “sicurezza”.
In conclusione, cosa suggerisce tutto ciò? La legalità e la sicurezza dei
cittadini vengono prima di ogni altra cosa. È da manuale lo slogan adottato dal
sindacato autonomo di polizia e dalla dirigente scolastica dell’Isis
Fermi-Mattei di Isernia. È un messaggio che arriva immediatamente alla pancia,
che sollecita un primitivo bisogno di autoconservazione. Nel binomio
legalità/sicurezza, il primo termine è assorbito dal secondo, in una voragine di
pulsione sicuritaria.
Slogan di questo genere sono il peggior veleno per la democrazia, poiché parlano
al nostro istinto e dunque trovano una prima, istantanea, accoglienza: tutti
siamo spaventati dalla mancanza di sicurezza, e una promessa sicuritaria,
istintivamente, ci rassicura. Ma in questo modo il corpo della democrazia
assimila gradualmente uno spirito che gli è contrario, e questo spirito,
lentamente, la corrompe, la svuota dall’interno, come il più letale dei mali.
Non è vero che la legalità e la sicurezza dei cittadini vengono prima di ogni
altra cosa. Non è questa la democrazia. Non è questo lo stato di diritto. Se per
legalità si intende il rispetto della legge, in un’effettiva democrazia esso non
è l’elemento, il valore-concetto, che precede ogni altra cosa: una legge è
sempre e solo la volontà espressa dalla maggioranza; la democrazia non dovrebbe
essere il regime in cui comanda la maggioranza, ma quello in cui sono tutelate
le minoranze. Nel gioco delle parti, la legge è sì espressione della volontà
della maggioranza, ma essa non può negare i princìpi della dignità della persona
e i suoi corollari, così come fissati nell’assiologia costituzionale. Dunque non
è il rispetto della legge – la legalità – a precedere ogni altra cosa, ma il
rispetto della dignità dell’uomo e dei suoi diritti fissati in Costituzione.
Quanto all’altro polo dello slogan – la sicurezza –, sì, certo, la sicurezza
costituisce una priorità, ma occorre essere cauti: la sicurezza non può essere
ridotta alla mera tutela dell’integrità fisica delle persone; quest’ultima
dimensione ne costituisce certamente una misura minima, ma non esclusiva. Del
resto, tale sicurezza potrebbe essere garantita anche in un regime autoritario,
in un regime oppressivo. Si può essere “sicurissimi”, sotto questo punto di
vista, anche in un regime di privazione assoluta della libertà. La sicurezza cui
mira la nostra democrazia è invece un’altra cosa; essa è la sicurezza sociale a
cui si riferisce l’articolo 3, secondo comma, della nostra Costituzione:
«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione
di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del
paese».
E di questa sicurezza chi ne parla più? È forse il caso di sottoporre tale
quesito al sindaco di Isernia, Piero Castrataro, così che possa riflettere
sull’assennatezza e sulla validità delle proprie riflessioni. Secondo il primo
cittadino di Isernia è stata «una scelta vincente quella di coinvolgere gli
studenti dei tre istituti superiori della città» nella celebrazione del decimo
congresso provinciale del sindacato autonomo di polizia.
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Mentre non è ancora morto il Poteve Opevaio, schiere di sfruttati continuano a
prendere il bus al volo
di Marco Sommariva da Carmilla
Per la regia di Luciano Salce, il 27 marzo 1975 usciva nei cinema Fantozzi, e il
giorno del cinquantesimo anniversario – giovedì 27 marzo 2025 – tornerà nelle
sale questo primo leggendario capitolo della saga del Ragionier Ugo; a
festeggiare lo storico personaggio inventato da Paolo Villaggio, sarà una
versione del film rimessa a nuovo dal laboratorio di restauro cinematografico
L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì per il processo di
color correction.
Fantozzi nasce nelle storie che Villaggio scrive per “L’Europeo”, un settimanale
d’attualità edito da Rizzoli pubblicato sino al 2013; diventerà un libro nel
1971, quando lo stesso editore del settimanale gli proporrà di raccogliere
queste storie in volume.
Nella premessa del libro datata luglio 1971, l’attore genovese scrive: “Con
Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione
della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o
sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con
onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per
sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il
padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, è la società,
il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque perché sa che è
una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai
abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un
discorso politico troppo serio per uno «scherzo» quale deve essere tutta questa
faccenda del «libro» e mi fermo qui”.
Era ed è sì un discorso politico: lo era allora, quando sul viso di Fantozzi
ritrovavamo tutte le sconfitte dell’impiegato medio italiano, non una
caricatura, ma una discarica pubblica dove ci si alleggeriva tutti, in cui si
evacuavano le risate amare che le nostre facce da culo producevano guardando le
genuflessioni del Ragionier Ugo davanti allo stesso Megadirettore Galattico che
ci aspettava l’indomani in ufficio, al quale rispondevamo “faccio subito”
intanto che speravamo che qualcuno gli sparasse nelle gambe; lo è al giorno
d’oggi, mentre una struttura-società che non ha bisogno di noi e non ci
difenderà mai abbastanza, ci sta sfruttando con quella viscida delicatezza che
cinquant’anni fa ancora non esisteva, che prevede di non prenderci a
manganellate perché, con gli anni, è stata capace di convincerci che dobbiamo
essere noi a manganellare i nostri pari che non seguono le direttive dei potenti
– non a caso, nella stessa premessa l’autore ci consiglia coi potenti “di essere
vischiosi, servili e sempre d’accordo anche su posizioni «fasciste»”, un po’
come certi conduttori televisivi che da decenni non riusciamo a scollarceli di
dosso, regnanti indiscussi di squallidi studi televisivi consacrati alle
celebrazioni del regime.
Sul manganellare i nostri pari, Villaggio aveva capito che era un processo già
iniziato: “[…] la pesantissima boccia di metallo di 42 chili centrò in piena
nuca il suo direttore, che aveva accostato alle labbra in quel momento un
bicchiere di vino ristoratore. Fantozzi non si fermò neppure a chiedere scusa ma
si diede alla macchia sulle montagne. Cominciò allora una delle più feroci cacce
all’uomo degli ultimi centovent’anni. Parteciparono alla ricerca cani-poliziotto
e feroci molossi napoletani, mescolati ai quali c’erano moltissimi impiegati
ruffiani che si erano offerti come cani da riporto per segnalarsi presso la
direzione sperando in un aumento. Dopo tre giorni e tre notti di drammatica
caccia tra gli acquitrini, Fantozzi fu circondato da un gruppo di colleghi
abbaianti, tenuti al guinzaglio da alcuni feroci dirigenti”.
A differenza dei tanti comici che proliferano nei numerosi spettacoli d’oggi
creati apposta per far ridere il pubblico e che sempre più raramente raggiungono
l’obiettivo, Villaggio non ci parla di una zona dell’Italia – siciliani o
calabresi “contro” milanesi, nordisti “contro” sudisti, apologie del romanesco,
napoletano, toscano, eccetera – non ci parla di uomini “contro” donne e
viceversa – i primi che sporcano di pipì la seduta del water, le seconde che
sono intrattabili in “quei giorni” – no, Villaggio non ha alcuna intenzione di
anestetizzarci con queste fesserie che fingiamo di credere esistere ancora
ridendo fintamente a crepapelle perché intorno a noi altri fanno la stessa cosa,
no, Villaggio ci parla dell’autobus preso al volo perché cinquant’anni fa si
provava a dormire sino all’ultimo minuto dopo giornate snervanti già allora per
la mancanza di senso, che mi ricordano molto da vicino la vita che fanno certe
dipendenti della cooperativa che ha in appalto la pulizia degli uffici dove
lavoro che, stremate dalla giornata lavorativa precedente, alle cinque del
mattino prendono al volo il primo di tre autobus che, dopo un’ora e mezza di
viaggio, le porterà a svuotarmi nuovamente il cestino chiedendomi scusa per il
disturbo, e il tutto per un pugno di euro all’ora, lo stesso che a volte mi
capita di dare in elemosina a Yassir, il ragazzo bengalese che mi riporta a
posto il carrello vuoto, dopo che ho riempito l’auto coi sacchetti della spesa,
situazione che a volte mi fa sentire come il Megadirettore Galattico Duca Conte
Maria Rita Vittorio Balabam, il Direttore Marchese Conte Piermatteo Barambani o
un altro qualsiasi feroce padrone o amministratore delegato: è un attimo saltare
dall’altra parte della barricata senza neppure accorgersene.
Se è vero che 1984 di Orwell fu un romanzo premonitore, vedete se vi dice
qualcosa dei nostri giorni questo estratto del libro Fantozzi: “Cominciò […] una
discussione tra giovani sulla contestazione studentesca e l’intervento americano
in Vietnam. Fantozzi credeva di essere nel covo della reazione: ma con suo
grande stupore s’accorse che più quei gran signori erano bardati con orologi
Cartier e brillanti (con uno solo dei quali lui avrebbe vissuto senza patemi il
resto dei suoi giorni) più erano su posizioni maoiste. La maggior parte, giudicò
Fantozzi, era a sinistra del partito comunista cinese. […] L’indomani mattina
lui “timbrava” alle 8: pensando a quei giovani sovversivi che si sarebbero
svegliati a mezzogiorno, gli si confondevano le idee”.
Questo è Fantozzi; Villaggio, invece, nella biografia in quarta di copertina
della seconda edizione del libro, datata 1981, si definisce “figlio di padre
ricchissimo” e per questo “a sinistra del partito comunista cinese”, non solo,
sostiene che “a Roma ha fondato con un gruppo di nobili una frangia politica di
estrema sinistra molto “in” che si chiama «POTEVE OPEVAIO»”.
Il libro Fantozzi era anche confortante; alla rabbia di mio padre che
bestemmiava nel leggere dell’ennesima apparizione mariana a una contadina
quattordicenne, piuttosto che a dei bambini impegnati a sorvegliare un gregge o
a una bambina belga, il concittadino e quasi coetaneo Paolo Villaggio rispondeva
così: “Un giorno c’era un tale caldo che a Fantozzi alle undici del mattino,
mentre era in cucina che faceva correre un po’ d’acqua per bere, comparve
improvvisamente la Madonna. Era in piedi sull’acquaio e gli sorrideva, poi
scomparve. “Sarà questo maledetto caldo” si disse: e decise di raggiungere la
moglie in campagna. Mentre si preparava per il viaggio si domandava perché mai
la Madonna per il passato si sia limitata a comparire a pastorelli
semianalfabeti e in zone montuose, e mai per esempio a Von Braun, al Centro
Spaziale di Houston durante una riunione della NASA. Non ricordava infatti di
aver mai letto sui giornali notizie di questo tipo: “Ieri alle 16,30 la Santa
Vergine è comparsa improvvisamente dietro la lavagna di un’aula gremita di
studenti della scuola di ingegneria di Pisa, durante la lezione di “meccanica
applicata alle macchine”. Il docente professor Mannaroni-Turri, noto ateo, è
svenuto di fronte a duecento studenti”.
Il libro Fantozzi è ancora confortante; alla mia rabbia condita di bestemmie che
fa seguito all’ascolto di boiate pazzesche tipo quella espressa da due signore
bionde col fisico scolpito che, d’estate, alla spiaggia, lamentano il “sold out”
– a giugno! – nelle “location” più “in” di New York che le costringerà a
trascorrere il Capodanno da un’altra parte, mentre una donna africana larga
quanto le due messe assieme passa loro accanto stracarica di mercanzia che
nessuno vuole, le pagine del libro mi consolano così: “A un’ora da Roma,
Fantozzi andò in corridoio a fumare. C’erano due bambini molto belli biondi,
figli di ricchi: tutti i figli dei ricchi sono biondi e uguali, i figli dei
braccianti calabresi sono scuri, disuguali e sembrano scimmie. Erano dei bambini
molto educati e non facevano rumore. Una baby-sitter americana bionda li
custodiva. Uscirono dallo scompartimento le madri. Erano molto giovani, molto
belle, molto ricche, molto profumate, molto eleganti e molto abbronzate:
venivano da due mesi sulla neve a Gstaad in Svizzera e parlavano della gente che
c’era lassù. Fantozzi le guardava con la bocca semiaperta. Le due donne
cominciarono a parlare delle loro prossime vacanze al mare ed erano un po’ in
pensiero perché non sapevano più dove andare: dovunque ormai andassero, dalla
Corsica alle isole Vergini, trovavano della gente orribile. Fantozzi si commosse
quasi per il dramma di quelle poverette. Il treno entrò alla stazione Termini.
Sulla banchina c’era una tragica lunga fila di terremotati siciliani del Belice.
Erano seduti sulle loro valigie di cartone […] e guardavano muti il vuoto. Una
delle due signore disse: “E’ stato un anno davvero disgraziato!”. “Meno male”
pensò Fantozzi “che si occupano di questi poveracci!”. “Perché?” domandò
l’amica. E l’altra: “Perché non abbiamo mai avuto a Gstaad una neve così poco
farinosa!”
Perché mi consolano queste pagine? Perché avere testimonianza scritta che figure
così mostruosamente stronze già esistevano più di mezzo secolo fa e che, quindi,
certi orrori non sono solo frutto degli sfaceli della mia generazione, solleva
un poco il morale: lo so, non sono messo bene.
Perché la mia generazione, e pure quella dopo, di errori ne ha fatti veramente
tanti, nonostante gli ammonimenti ricevuti da cinema e letteratura; avvertimenti
che, ancor oggi, continuano a esser lanciati vista la produzione di Scissione,
una serie televisiva statunitense del 2022 dove gli impiegati di una ditta non
conoscono altro al di fuori delle attività svolte all’interno dell’azienda, sono
solo schiavi asserviti al raggiungimento di uno scopo il cui significato è loro
precluso. Allo sceneggiatore televisivo e produttore statunitense Dan Erickson,
l’idea gli è stata ispirata da certe sue deprimenti esperienze lavorative
giovanili maturate in ambito impiegatizio, un po’ come Paolo Villaggio quando,
da giovane, lavorava all’Italsider di Genova come impiegato e iniziava a mettere
in cantiere certe idee, ma per saperne di più su Scissione v’invito a leggere
questo pezzo di Walter Catalano: Severance/Scissione: il Corporate Horror e gli
incubi di Fantozzi.
Conforto, consolazione, riconoscenza, ecco quello che raccolgo dal genio di
Paolo Villaggio, e non sono il solo; scriveva Oreste Del Buono nell’introduzione
al libro: “L’ultima apparizione di Paolo Villaggio a cui ho assistito in
televisione quasi mi ha fatto piangere per la riconoscenza. La riconoscenza per
chi si sobbarca il peso di tutti i diseredati dell’aspetto e del gesto, di tutti
gli umiliati e offesi dalla propria bruttezza e goffaggine, di tutti i mutilati
del pensiero e della prassi, dell’affabilità e della sintassi. Si era sotto le
feste di Natale, magari alla viglia stessa. Avevano chiamato Paolo Villaggio in
televisione per commentare insieme natività e austerità, un miscuglio di moda
nel nostro disgraziato paese”.
Chi aveva invitato l’attore genovese s’aspettava da lui un po’ d’umorismo, ma
sbagliò i suoi conti: Villaggio si presentò trasandato, malmostoso e, parlando
con piglio truce, disse “controvoglia una sgradevolezza dopo l’altra” e prese a
parlar male di se stesso, perché quello aveva da dire – Paolo Villaggio non
fingeva mai.
A proposito di Natale, leggete quest’altro estratto del libro Fantozzi: “A casa
la signora Pina gli preparò una minestra calda. Lui si sedette a tavola con uno
sguardo da pazzo e diede la prima cucchiaiata. La moglie lo guardò e gli disse:
“Buon Natale, amore!”. In quel momento l’albero si abbatté sulla tavola con
violenza, centrò Fantozzi in piena nuca e lui tuffò la faccia nella minestra
rovente. Si provocò ustioni di quarto grado. Non gli uscì un lamento: più tardi,
nel buio della stanza da letto, pare che abbia pianto in silenzio con grande
dignità”.
Quella dignità che perdiamo quando siamo preda della sindrome da consumo; ossia,
quasi sempre.
Villaggio fa cenno al boom consumistico in un’intervista rilasciata alla
Televisione Svizzera nel 1975: “Il piccolo Fantozzi, l’omino che per anni è
vissuto nel boom consumistico, ha ricevuto dai mass-media, cioè dalla
televisione, dai settimanali e da tutte le informazioni possibili, uno stimolo
preciso, quasi un ordine a consumare, ad acquistare, a vivere secondo
determinati schemi, e lo schema di questa filosofia era precisissimo: attento!,
che se compri e ti attrezzi in determinati modi, cioè secondo la chiave
consumistica, potrai essere felice, vivrai in un mondo che sarà felice e
contento per mille anni. Improvvisamente, invece, un crack strano; insomma,
tutto questo sistema meraviglioso, pieno di promesse, questo mondo fiabesco si è
incrinato: è bastato che nel Medio Oriente una forte tensione internazionale
chiudesse i rubinetti del petrolio perché tutta la grande economia mondiale
entrasse in crisi”.
Villaggio fa riferimento al periodo a cavallo tra il 1973 e il 1974 quando, in
seguito alla crisi petrolifera, diversi governi del mondo occidentale, tra cui
l’Italia, emanarono disposizioni per contenere drasticamente i consumi
energetici: ricordo, per esempio, che ci si metteva d’accordo tra parenti per
uscire insieme nei giorni festivi, con l’auto che poteva circolare senza
prendere la multa – una domenica toccava alle macchine con targhe che
terminavano col numero pari, quella dopo era il turno delle dispari.
Oggi come oggi pare che il consumare, l’acquistare, il vivere secondo
determinati schemi, siano azioni che non si riescano a fermare, neppure a
rallentare.
E se pensate che anche andare a vedere la versione di Fantozzi rimessa a nuovo
faccia parte di questo circolo vizioso, quello del consumare e del vivere
secondo determinati schemi, vi rispondo che andrò ugualmente a vederlo
lasciandovi alla vostra erre moscia e a quella cagata pazzesca de La corazzata
Potëmkin.
E mentre mi si azzera la salivazione per l’emozione dovuta a questa mia
intransigente presa di posizione, già sento iniziare lo scroscio dei novantadue
minuti di applausi che mi renderanno immortale.
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Da Piazza del Popolo allo scontro surreale su Ventotene. È evidente il tentativo
in atto, da parte di chi guida la cultura e la comunicazione mainstream, di
convincere l’opinione pubblica che è giunto per tutti il momento di combattere,
e forse anche morire, per difendere l’Europa, i suoi valori, la sua tradizione
di pensiero
di Gianmaria Nerli da l’Unità
Anche questo periodo di rivolgimenti geopolitici e crisi epocali è tempo di
“fenomeni morbosi”, per dirla con Gramsci. E anche oggi inedite forme di
nazionalismo tornano a ridisegnare il senso e l’orizzonte del mondo. È infatti
un fenomeno ormai evidente il tentativo in atto, da parte di chi guida la
cultura e la comunicazione mainstream, di convincere l’opinione pubblica che è
giunto per noi tutti il momento di combattere, e forse anche morire, per
difendere l’Europa, i suoi valori, la sua tradizione di pensiero. Il tutto
all’insegna di un ri-nato orgoglio nazionalista europeo, che accantona i
sovranismi e i nazionalismi dei singoli paesi in nome dell’europeismo, ma che
del nazionalismo ripropone neanche troppo velatamente le logiche e di cui
riproduce le matrici psicologiche, forze indispensabili per una chiamata alle
armi. Campo di battaglia di tale propaganda è l’ampio fronte di chi sente di
appartenere alla cultura liberale moderata e progressista egemone in questi
decenni; ovvero la maggioranza più o meno silenziosa dei nostri giorni che è
ragionevolmente bisognosa di riconoscersi in qualche valore fondante dopo il
vuoto lasciato da 40 anni di politiche neoliberali e di ipocrita demonizzazione
delle ideologie.
Mentre per la cultura di destra, nell’attuale cataclisma, è facile riconoscersi
nelle radici identitarie della nazione o del credo cristiano, ed infatti rimane
fuori dal target della propaganda, diverso è il discorso per chi anche a
sinistra è vissuto per decenni sotto la martellante litania dei miti postmoderni
della globalizzazione redentrice, della pacificante fine della storia, della
religione unica del mercato. Questo ampio fronte, disorientato dall’imminente
crollo del mondo in cui ancora vive, deve essere convinto che oggi la vera
battaglia di civiltà sta nel difendere l’Europa e i suoi valori. E così, come in
un remake holliwoodiano degli anni Dieci del Novecento, una parte sostanziosa di
intellettuali, chiamiamoli mainstream, organici a questo ampio fronte sono stati
ormai arruolati, come dimostra l’attivismo di Repubblica, nel promuovere un
europeismo idealizzato e insieme armato, ultimo baluardo di bene in nome del
quale combattere. È l’europeismo sentimentale ed eurocentrico che si è ritrovato
nella manifestazione del 15 marzo lanciata non a caso da Michele Serra, un
intellettuale che di mestiere scrive elzeviri.
Va detto subito che lo scoglio principale di questo progetto di costruzione di
un sentimento nazionalista europeo consiste nel confronto con la realtà, da qui
il bisogno della propaganda. La realtà tanto dei fatti storici: alla cultura
europea dobbiamo da alcuni secoli l’ideazione dello sterminio sistematico delle
altre popolazioni in nome della propria superiorità, inventando il razzismo come
legittimazione, imponendo il colonialismo come forma di governo e l’imperialismo
come forma di sostegno all’economia; più che erede della democrazia ateniese,
che, ricordiamolo en passant, si sosteneva grazie a un’economia schiavile,
l’Europa assomiglia piuttosto al discendente stanco di chi ha accumulato le
proprie ricchezze con la rapina e il saccheggio.
Quanto alla realtà dei fatti attuali: il sentimento popolare diffuso non si
riconosce nel pensiero di queste élite intellettuali, stando almeno ai recenti
sondaggi che bocciano tanto il piano di riarmo di Von der Leyen che il sostegno
all’Ucraina voluto dall’Ue. Come cento anni fa, quando gli intellettuali e gli
studenti manifestavano per l’entrata in guerra, e contadini e operai, consci che
a morire nelle trincee sarebbero andati soprattutto loro, si opponevano. Anche
oggi a volere la difesa europea, e magari il ripristino della leva obbligatoria
per forgiare dei veri guerrieri, sono la classe dirigente e una parte di
intellettuali tra i 60 e 70 anni, non gli anonimi e impauriti cittadini che
magari pensano al futuro concreto dei propri figli.
Vale la pena dunque interrogarsi sulle ragioni profonde di tale nuovo
arruolamento degli intellettuali alla causa del nazionalismo, e della creazione
di un nuovo mito nazionalista europeo. Le polemiche sui discorsi che hanno
accompagnato la manifestazione per l’Europa, e lo scontro surreale sul Manifesto
di Ventotene danno alcune utili chiavi di lettura, in quanto sono entrambi
sintomatici di un modo di ragionare e di fondare il pensiero teso a rimuovere o
capovolgere il senso delle cose, come si fa quando si deve adattare la realtà
alla narrazione che si ha in testa.
L’aspetto più interessante del gran rifiuto meloniano verso l’autorità simbolica
del Manifesto di Ventotene, negli ultimi anni trasformato in una sacra reliquia
della religione europeista, e come tale quasi mai letto, non è il
disconoscimento di quel testo evidenziandone la matrice socialista, procedimento
tutto sommato legittimo da parte di chi incarna i valori di una destra non
antifascista che della nazione fa un mito fondante: sta anzi nelle cose, e
fortunatamente, che quel manifesto da costoro sia disprezzato. Ciò che invece è
estremamente interessante è l’ampio fenomeno di indignazione con rimozione con
cui l’ampio mondo liberale e progressista ha reagito. Non si contano storici,
intellettuali, parlamentari, che si sono affrettati a dire che estrapolando
delle citazioni si falsifica il testo, che bisogna tenere conto del contesto
storico, che è frutto dell’isolamento, insomma tutte dichiarazioni per dire che
parole come abolizione proprietà privata, partito rivoluzionario ecc. sono
parolacce, che facevano parte dello spirito dei tempi e della reclusione, ma che
quel testo, in seguito emendato nei fatti dagli stessi autori, è santo.
Addirittura il Benigni addomesticato di questi tempi, ha sentito di dover dire
che, sì, ci sono delle idee superate, ma l’opera dei tre eroi è fondamentale per
costruire l’Europa federalista. Questo diffuso atteggiamento di giustificazione
mette in luce il rimosso vero e proprio: ossia la cancellazione di ogni forma di
pensiero che fuoriesce dall’ortodossia liberale oggi egemone.
In questo modo, cancellando il pensiero sociale che lo ispira, non solo si
rovesciano le premesse filosofiche antinazionaliste del Manifesto, ma l’uso che
se ne fa è ribaltato: di quell’esperienza si prende solamente un astratto
federalismo europeo, che, va ricordato, nelle premesse di quel testo era un
passaggio per arrivare kantianamente all’unità politica della terra, e lo si
eleva a obiettivo strategico. Ma quell’involucro federale, se è svuotato dei
contenuti che portano alla pace, resta un involucro vuoto, che afferma il
contrario dell’internazionalismo ispiratore: nelle premesse teoriche del
Manifesto la guerra imperialista nasce dall’implosione degli stati perché le
classi dei possidenti non accettano le conquiste dei ceti proletari, e che i
limitati spazi della democrazia liberale d’inizio secolo diventano un pericolo
perché mostrano la possibilità di raggiungere più uguaglianza e libertà per vie
legali. Senza quindi questi contenuti sociali e rivoluzionari, che oggi si cerca
di liquidare come residui trascurabili, il federalismo europeo millantato,
trasformandosi nella rivendicazione di una superiorità per natura, è la
negazione degli intenti internazionalisti dei cosiddetti padri fondatori.
Allo stesso modo, già dall’iniziale vaghezza dell’appello per la manifestazione
in difesa dell’Europa, senza entrare nel dettaglio dei singoli discorsi o
articoli con cui si è costruita la campagna, su cui ci si potrebbe divertire a
lungo mostrandone i reali contenuti di verità, si intuisce l’operazione di
rovesciamento che viene orchestrata. Si chiama il popolo europeo a raccolta per
stringersi unito contro la minaccia di un nemico: in primo luogo la Russia di
Putin, ma anche gli Stati Uniti del traditore Trump, e magari la Cina
insondabile e sorniona che se ne sta in silenzio. Questa è d’altronde la
narrazione a cui ci hanno allenato. Eppure questa narrazione si basa su una
falsità tanto lampante quanto pericolosa. La Russia, pur portando avanti una
politica di potenza di tipo imperialistico, non assume nell’Europa un nemico,
non la vuole conquistare, non ne avrebbe le capacità, e in definitiva combatte
una guerra che avrebbe volentieri evitato. In sintesi, non vuole e non ha
bisogno dell’Europa come nemico. È questa Europa che ha bisogno di costruire un
nemico per non sgretolarsi, per non crollare, e la Russia è il candidato ideale.
La manifestazione ideata dagli intellettuali mainstream serve anche a questo
proposito, a creare il nemico, anche per legittimare la costruzione del mito
nazionalistico dell’Europa indomita e coraggiosa. Lo potremmo chiamare, con un
po’ di fantasia, la nascita dell’irredentismo europeo, il tentativo di liberare
dal giogo nemico una terra che ancora non esiste nella realtà. Non esiste nella
realtà, ma sì nella scommessa imbastita dalle élite, che nel tentativo di non
soccombere hanno deciso che anche l’Europa, stretta tra opposti imperialismi, si
deve fare impero.
La speranza è che nessuno di questi intellettuali mainstream voglia morire
imperiale, anche se si sente parte della élite che lotta per salvarsi. Se
qualcosa di veramente memorabile ha prodotto nei secoli la cultura europea è
stata la capacità creare sempre un pensiero antagonista e alternativo a quello
che creava continui mostri: così è stato per il movimento operaio con lo
sfruttamento capitalistico, così per il movimento anticolonialista, così per il
pensiero femminista, e così via. Questa tradizione può essere ripresa,
rinnovata, rinvigorita, coinvolgendo in questo lavoro di speranza anche tutti
gli intellettuali che oggi si sentono smarriti e si affidano a un facile e
prevedibilmente fallace nazionalismo europeo. Non è certo infatti da questa
linea di pensiero eurocentrica, organica alla cultura liberale e neoliberale che
ha creato il disastro in cui stiamo affondando, che possiamo aspettarci uno
scarto per superare indenni e pacifici questi anni turbolenti. Da qui la
rimozione operata sul Manifesto di Spinelli, Colorni e Rossi: sarà solo mettendo
in discussione il sistema economico e sociale costruito dal capitalismo liberale
e neoliberale che si estirperanno le ragioni della guerra, della politica di
potenza, dell’imperialismo e del nazionalismo, e si affermeranno le ragioni
della pace e della giustizia sociale. Forse quello di cui abbiamo bisogno è
proprio quel pensiero rivoluzionario rimosso; e insieme di tutti quegli
intellettuali che con un pensiero di radicale cambiamento vogliano misurarsi,
per il presente e per il futuro. Ma per costruire, kantianamente, non un’Europa,
bensì una Terra unita, uguale, in pace.
> Caro Roberto (Vecchioni)
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Da Samarcanda alla piazza del 15 marzo
di Marco Sommariva*
Non avevo ancora compiuto quattordici anni quando i miei pomeriggi venivano
scanditi dal giradischi, o meglio, dai pochi vinili che avevo: all’epoca,
trovare i soldi per comprarne uno non era semplice – sto parlando del ’76, ’77.
Diesel di Eugenio Finardi, Burattino senza fili di Edoardo Bennato, La luna di
Angelo Branduardi e Samarcanda di Roberto Vecchioni arrivarono a ruota di
Umanamente uomo: il sogno di Lucio Battisti, del Volume 3° di Fabrizio De André,
de La torre di Babele di Edoardo Bennato e di Elisir di Roberto Vecchioni:
questi otto dischi hanno dato un’impronta indelebile all’animo di quel ragazzino
che, tra le mille peripezie della Vita, è diventato l’uomo che sono, quello che
oggi ha più di sessant’anni.
Raccontare nel dettaglio cosa mi hanno insegnato questi otto dischi, quanto mi
ha fatto crescere ogni loro canzone, quali ragionamenti la mia giovane mente è
stata indotta a intraprendere, sviluppare grazie ai testi contenuti in questi
long playing, sarebbe cosa lunga e, molto probabilmente, anche noiosa;
nonostante tutto, vorrei provare a fare quest’analisi prendendone uno a caso:
Elisir di Roberto Vecchioni, per esempio.
Dal brano Un uomo navigato ho imparato che non vanno letti i giornali e i libri
o ascoltati i telegiornali e i segretari di partito solo per poter ripetere come
pappagalli frasi scritte o dette da altri, cercando di convincere se stessi e
gli astanti che, non solo si crede fermamente in questa nostra recita, ma che
l’esposizione è addirittura frutto del proprio intelletto, ragionamento; questo,
secondo me, è ciò che Vecchioni mi ha insegnato col passaggio Sentirsi il
migliore, il primo, il vero, il solo, e invece elencare concetti presi a nolo.
Dal brano Velasquez ho imparato che bisogna sempre scrivere e lottare, e così ho
sempre fatto, specie quando ho scoperto che la prima azione aiuta la seconda, e
ho continuato a farlo anche quando era molto più semplice fermare la vela delle
mie rotte intraprese volutamente fra i marosi della Vita e tornare in un porto
sicuro che sapevo bene esserci e come trovarlo: Certe sere quanta voglia,
fermare la vela e ritornare da mia moglie, e tu [Velasquez] mi dici Fatti
scrivere è normale. Per te [Velasquez] bisogna sempre scrivere e lottare.
Fu soprattutto lì che per me tutto cominciò, caro Roberto, con Velasquez, e per
questo mondo, questo mondo da cambiare.
Dal brano Le belle compagnie ho imparato che c’è qualcosa al mondo che si chiama
anarchia e che occorre fare attenzione a non commettere l’errore di entrare in
competizione con chi, come te, quest’idea prova a praticarla, ma anche che, in
generale, non dev’essere una gara a chi è più antifascista, più “a sinistra”,
più rivoluzionario o chissà che altro, specie se nel frattempo ci è sfuggito il
fatto che proviamo ad avere conferma di quanto siamo belli per la nostra
ribellione che spesso ci anima solo a parole senza, però, preoccuparci d’essere
ancora una rotella dell’intero sistema che siamo convinti di combattere: Su,
dimmi specchio delle mie brame chi è il più anarchico del reame?
Dal brano A.R., iniziali di Arthur Rimbaud, ho imparato che, nel tentativo di
cercare un’altra poesia, si può cambiare, persino rivoltare il senso alle
parole, ma al contempo ho capito che la stessa tecnica la può utilizzare chi
vuole farti credere una cosa per un’altra, chi tenta di far passare per
“vincenti” concetti espressi in passato ma risultati chiaramente “perdenti” e,
quindi, capisco che occorre fare attenzione a tutti questi artigiani della
parola, che siano professori di scuola, preti, leader politici, parenti,
giornalisti, partner, scrittori, eccetera: Ribaltare le parole, invertire il
senso fino allo sputo.
Da Il suonatore stanco ho imparato che si può anche dire no, che questo “no” può
essere tanto deciso quanto pacifico ed elegante, e che il diniego va osato anche
quando dall’altra parte c’è gente potente, capace di far male: All’alba verranno
a domandarmi venti chili di riso, ma manteniamo la calma, l’importante è dirgli
un no deciso. Forse li accoglierò con la vestaglia turchese, rendendo baci per
le offese […] Sta di fatto, però, che quelli là giocan duro, quelli mi infilano
in un muro.
Da Canzone per Francesco, un testo dedicato al suo amico Francesco Guccini, ho
imparato che se una volta ci si muoveva, si spendevano energie per far valere i
propri diritti, oggi ci si muove per giungere a mete che altri ti hanno convinto
essere importanti, movimenti di persone verso il niente, soprattutto, contro il
niente: La rabbia un tempo la scandiva soltanto la locomotiva […] e contro il
niente adesso parte ogni mezzora un volo charter itinerario di gran moda.
Da questo testo ho anche imparato che il sedersi su un volo charter è deleterio,
che invece bisognerebbe darsi da fare e pure in fretta, ma non per correre
dietro ad aerei che decollano ogni mezz’ora: E noi vediamo un po’ d’alzarci,
perché è l’ora, perché è tardi.
Da Pani e pesci ho imparato a diffidare dalla Storia che ci insegnano, per cui
ho iniziato a cercarla andando a chiedere lumi direttamente a chi aveva vissuto
gli avvenimenti, e non leggendo pagine che, visto il periodo storico, potevo
ricostruire e scrivere personalmente: Ad Adua si era in mille contro duecento
negri però la Storia dice che ci siamo ben difesi. Ho imparato a diffidare di
chi promette: I vecchi han mille mille mille maschere da giovani quando
spargendo lacrime e medaglie ti promettono pani e pesci, pesci e pani. Ho
imparato a diffidare di chi manda al macello gli altri, sia che si tratti di
guerre sia che si tratti di lavori indegni: Ben altra morte in tanti senza
batter ciglio affrontano per mantener le sedie a tutti quelli che promettono
pani e pesci, pesci e pani. Ho imparato a diffidare persino di chi contesta il
Potere e le sue modalità: E l’occhio del padrone a furia d’ingrassare fece
ingrassare pure chi lo stava a contestare.
Da Figlia ho imparato ad agitarmi, sempre, anche quando mi si diceva che era
inutile tanta verve, che era meglio omologarsi, ho imparato a strillare la mia
agitazione, a strillare la Vita: Sempre contro finché ti lasciano la voce,
vorranno la foto col sorriso deficiente, diranno Non ti agitare che non serve a
niente, e invece tu grida forte, la Vita contro la Morte.
Da Pagando s’intende (Canzone degli effetti sbagliati) ho imparato che
l’agitazione, la verve, il brio che, fra le tante cose, mi hanno permesso di
gridare la Vita anche contro una libertà che non mi sembrava tale, erano tutti
elementi che mi aiutavano a essere lucido: La rabbia mi mantiene calmo e abbasso
questa libertà.
Caro Roberto, credo proprio che fu soprattutto lì che tutto cominciò, fu con
l’ascolto attento delle canzoni contenute nel trentatré giri Elisir che capii
che serviva darsi da fare per questo mondo, questo mondo da cambiare.
Caro Roberto, so che il 15 marzo scorso, durante la manifestazione «Una piazza
per l’Europa», hai profferito anche questa frase: Ora […] chiudete gli occhi un
momento e pensate ai nomi che vi dico, io vi dico Socrate, vi dico Spinoza,
Cartesio, vi dico Hegel, Marx, e vi dico anche Shakespeare, vi dico Cervantes,
vi dico Pirandello, Manzoni, Leopardi, ma gli altri le hanno queste cose?
Non considererò altri passaggi del tuo intervento, anche perché so che l’hanno
già fatto in molti e, sono certo, meglio di quanto potrei riuscire io: mi
limiterò a questo.
Caro Roberto, chi sono “gli altri”? Per cortesia, non rispondermi: è una domanda
retorica – ho paura di quello che potresti dirmi. Ti dico solo che mi hai
ricordato una conoscente che ho smesso di frequentare perché così pregna di
tanta ignoranza da rivelarsi pericolosa per sé e per gli altri, perché col suo
“noiatri” – “noi”, in dialetto genovese – a infarcire ogni suo discorso, ha
sempre sbattuto in faccia a tutti “gli altri” che noi genovesi certe cose non le
diciamo, non le facciamo, neppure le pensiamo, che il male viene sempre e
soltanto da “gli altri”, e con questo sbattere in faccia a chiunque il suo
pedigree peraltro tutto da dimostrare, ha creato rancori, inimicizie, odii,
vendette che hanno colpito specialmente la persona in questione e i suoi cari,
perché dopo aver seminato gerarchie, ghetti, confini, è questo che alla fine si
raccoglie: astio, dolore, guerra.
Nel ’76 mai avrei immaginato che tu finissi col ricordarmi personaggi del
genere.
Roberto, cosa ti è successo? Una volta “gli altri” erano quelli che ti tenevano
fermo tanto per parlare, ricordi? Era quando tu pensavi Ora gli dico sono
anch’io fascista, ma a ogni pugno che ti arrivava dritto sulla testa, la tua
paura non bastava a farti dire Basta. Ricordi? Sapessi quanto coraggio mi hanno
dato queste tue parole, quando il fascismo di tante insospettabili camicie
bianche mi prendeva a pugni sulla testa per schiacciare e scacciare certi miei
ragionamenti e io, che sapevo mi sarebbe bastato schierarmi un minimo dalla loro
parte per smetterla di soffrire, nonostante la paura che m’incuteva la violenza
del nemico, perseveravo perché non accettavo di scendere da quella pianta
libertaria che tu avevi fatto germogliare e che nessuna ideologia al napalm
riuscirà mai a defoliare, tantomeno ad abbattere
Non ti ho seguito più molto, ma so che frequenti la TV, che spesso siedi accanto
a un giornalista, e spero questo non t’abbia dato alla testa: ricordi quando in
Canzone per Francesco cantavi che il giornalista in fondo è un modo di campare?
Nella stessa canzone dicevi che gli imbonitori sono troppi e non li fermi, e
avevi ragione: nessuno ti ha fermato durante il tuo intervento in Piazza del
Popolo, nessuno ti ha detto sbagli, guarda che t’inganni, quelli che hanno
organizzato tutto questo hanno solo meno dubbi e meno anni. Dove sono finiti i
tuoi dubbi, Roberto? Nel caso il tuo fosse stato solo un tentativo, mi permetto
di consigliarti di fare attenzione a certi esperimenti perché, andando a
svestirti per tornar normale, potresti non essere più in grado di distinguere
cos’avevi indossato di vero e cosa di finto rischiando, così, di confondere te
stesso con la barba al mento.
Hai parlato di “noi” europei scegliendo, quindi, per compagnia anche portoghesi,
inglesi e tanti altri uccelli da rapina come cantavi in A.R.
Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato che il più
grande conquistò nazione dopo nazione e che quando fu di fronte al mare si sentì
un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente e che questo
signore, in fondo, aveva percorso tanta strada solo per vedere un sole
disperato.
Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato ai ragazzi di
fare attenzione a quelli che diranno loro parole rosse come il sangue, nere come
la notte, perché non è vero che la ragione sta sempre col più forte.
Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo avevi già invitato a
chiudere gli occhi, ma non per pensare ai “nostri” Socrate, Spinoza, Cartesio,
Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni e Leopardi, bensì per
credere solo a quel che si vede dentro, hai invitato a chiudere gli occhi e
insieme a stringere i pugni per non lasciargliela vinta neanche un momento.
Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato di lasciar
parlare chi dice che al mondo certe persone sono destinate a perdere sempre
perché, semmai, queste continue sconfitte che il Sistema ti affibbia sono, in
realtà, delle vittorie.
Ammetto che potrei aver scritto un’infinità di sciocchezze sinora perché potrei
aver inteso dalle parole dei tuoi testi, cose che neanche hai mai pensato, ma
sarei comunque contento d’aver interpretato così certi tuoi brani: mi hanno
tenuto in piedi anche quando non sapevo fossero loro a darmi forza, e in questo
senso funzionano ancora benissimo.
Le tue parole cantate mi hanno insegnato una marea di cose, a essere forte, a
essere dolce, a essere forte senza mai dimenticare la dolcezza, a essere dolce
senza mai dimenticare la forza; sarà per questo che ho sempre un fiore dentro il
pugno.
Caro Roberto, anche se non credo sia per te granché importante, desideravo dirti
che lo scorso 15 marzo mi hai deluso molto, mi hai ricordato troppo da vicino
quel conte di cui canti in Pagando s’intende (Canzone degli effetti sbagliati),
quel conte che, al sommo della sua gloria, fece a pezzi la sua vita, a pezzi la
memoria, a pezzi i rubinetti e il sole, e si mangiò anche il cavallo gridando
Adesso so chi sono, più tardi mi ci abituerò. Per piacere Roberto, non ti ci
abituare.
Caro Roberto, anche se non credo sia per te granché importante, desideravo dirti
che, nonostante quanto sopra, non riesco ancora a non volerti bene: forse non lo
sai ma pure questo è amore.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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La censura è un fenomeno in crescita, molti dei libri messi al bando hanno in
comune il fatto di occuparsi, anche solo indirettamente, di razzismo, questioni
di genere o storia
di Marco Sommariva*
Nell’agosto del 2022, diversi giornali ripresero la notizia pubblicata dal
quotidiano britannico The Times riguardo la cosiddetta “cancel culture”, la
cultura della cancellazione, che pareva coinvolgere oltre centoquaranta
università inglesi.
Circa la volontà di oscurare o nascondere opere del passato ritenute
incompatibili con la contemporaneità, due atenei – l’Essex e il Sussex –
accettarono di parlarne col quotidiano inglese, confermando agli intervistatori
d’aver eliminato alcuni titoli dall’elenco dei testi disponibili per gli
studenti.
Fra i libri banditi c’erano, per esempio, La ferrovia sotterranea di Colson
Whitehead, Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, Oliver
Twist di Charles Dickens (perché contiene “abusi sui minori”), oltre a testi di
Jane Austen, Charlotte Brontë, Agatha Christie e molti altri.
Due anni dopo, nel settembre del 2024, grazie a una denuncia di PEN America –
organizzazione non-profit dedicata alla libertà di espressione – venivamo a
sapere che il numero di libri messi al bando nelle scuole pubbliche americane
s’era triplicato in un anno passando dai 3.362 titoli del 2023 agli oltre 10.000
del 2024; tra quelli vietati, c’era anche “Radici” di Alex Haley, un romanzo che
ripercorre la storia di un ramo della famiglia dell’autore che, dal Gambia, fu
deportato in America e fatto schiavo.
Nei giorni scorsi, invece, Giovanni De Mauro scriveva sul settimanale
Internazionale che tra le decisioni più recenti della nuova amministrazione di
Donald Trump c’è l’annuncio della messa al bando di Freckleface strawberry, un
romanzo per bambini e bambine, la storia di una ragazza che non ama le sue
lentiggini ma impara a conviverci: il libro è stato vietato nelle scuole gestite
dal ministero della difesa frequentate da ventimila alunni in tutto il paese,
perché è “collegato all’ideologia di genere”.
Non solo, nello stesso pezzo ci viene spiegato che negli Stati Uniti la censura
può avvenire a tre livelli: locale, in un distretto scolastico che fa circolare
una lista di libri a cui i genitori si sono opposti; statale, quando un
governatore decide di vietare alcuni libri; oppure a livello federale, come nel
caso di Freckleface strawberry.
De Mauro scrive che il fenomeno è in crescita e che molti dei libri messi al
bando hanno in comune il fatto di occuparsi, anche solo indirettamente, di
razzismo, questioni di genere o storia; non solo, riprende la denuncia di PEN
America citando alcuni titoli dei 10.046 vietati: L’occhio più azzurro di Toni
Morrison, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Il mondo nuovo di Aldous
Huxley, Maus di Art Spiegelman, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood e la
saga di Twilight di Stephenie Meyer.
Detto che – come ricorda Esther Cyna , docente universitaria di storia – negli
Stati Uniti “la censura c’è sempre stata, in particolare quando al potere ci
sono i repubblicani, ma questa volta è senza precedenti in termini di quantità
di libri censurati e di velocità con cui tutto succede”, visto che dei sei
titoli citati sul pezzo di Internazionale ne ho letti la metà, ho provato a
riprenderli in mano cercando di capire cosa può aver “spaventato” chi sta al
potere.
Il buio oltre la siepe di Harper Lee, edito nel 1960, è ambientato in una
tranquilla cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti, dove l’onesto avvocato
Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di Tom, un bracciante negro –
sì, è proprio riportato così nella sinossi della quarta di copertina di
un’edizione Feltrinelli del 2011, “negro” – ingiustamente accusato di violenza
carnale; la vicenda è raccontata dalla piccola Scout (sei anni), figlia
dell’avvocato, mentre rivive il suo mondo, quello dell’infanzia. Finch riuscirà
a dimostrare l’assenza di prove a carico dell’imputato e, in modo
incontrovertibile, che la violenza subita dalla donna è opera del crudele e
ignorante padre – malgrado questo, la giuria condannerà ugualmente Tom che verrà
incarcerato.
Nonostante mi sia impossibile calarmi nei panni di qualsiasi censore, ho cercato
le mie note e sottolineature di quando avevo letto il romanzo della Lee e ho
provato a immaginare cos’altro, oltre all’evidente ingiustizia narrata, poteva
aver “spaventato” il potere, e così ho raccolto questi passaggi:
“Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi
di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?”
“[…] a volte fa più male la Bibbia in mano a un uomo qualunque che una bottiglia
di whisky in mano a… a tuo padre, per esempio. […] Ci sono degli uomini… che si
preoccupano tanto dell’altro mondo da non imparare mai a vivere in questo”.
“Non è una buona ragione non cercare di vincere per il semplice fatto che si è
battuti in partenza”.
“[…] non è mai una vergogna sentirsi buttare addosso una parolaccia. Dimostra
soltanto quanto sia meschina la persona che te la dice: a te non può fare alcun
male”.
“Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare,
e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda”.
“C’è qualcosa nel nostro mondo che fa perdere la testa alla gente: non riescono
a essere giusti neanche quando lo vogliono”.
Il mondo nuovo di Aldous Huxley, edito nel 1932, è ambientato in un immaginario
stato totalitario del futuro, pianificato nel nome del razionalismo
produttivistico, dove tutto è sacrificabile a un malinteso mito del progresso. I
cittadini di questa società, concepiti e prodotti industrialmente in provetta,
durante l’infanzia vengono condizionati con la tecnologia e con le droghe.
Premesso che il libro è un documento inquietante che costringe a riflettere sul
prezzo che quotidianamente siamo chiamati a pagare per costruire il futuro e che
questo avvertimento ai lettori non può di certo lasciar tranquilli chi ha in
mano il potere, anche in questo caso ho provato a raccogliere dal testo sei
frasi capaci di disturbare il sonno di tutti i Trump e i Musk del mondo:
“Le primule e i paesaggi […] hanno un grave difetto: sono gratuiti. L’amore per
la natura non fa lavorare le fabbriche”.
“Coloro che si sentono disprezzati fanno bene ad assumere un’aria sprezzante”.
“Ognuno, uomo, donna e fanciullo, fu costretto a consumare tanto per anno.
Nell’interesse dell’industria. […] È meglio buttare che aggiustare. Più sono i
rammendi e minore è il benessere”.
“Preferisco essere me stesso. Me stesso e antipatico. Non qualcun altro, per
quanto allegro”.
“Si credono le cose perché si è stati condizionati a crederle. […] La gente
crede in Dio perché è stata condizionata a credere in Dio”.
“[…] è il vostro sistema: sbarazzarsi di tutto ciò che non è gradito, invece di
imparare a sopportarlo”.
Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, edito nel 1985, è ambientato in un
mondo devastato dalle radiazioni atomiche dove gli Stati Uniti sono diventati
uno stato totalitario e teocratico basato sul controllo del corpo femminile, che
priva le donne di qualsiasi potere; questo regime è fondato sullo sfruttamento
delle cosiddette ancelle, le uniche che dopo la catastrofe sono ancora in grado
di procreare.
Eccovi i sei estratti “spaventevoli” che ho scelto:
“Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi
mettere di buona volontà”.
“Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente
moriresti bollito senza nemmeno accorgertene”.
“C’è sempre qualcosa per tenere occupata la mente desiderosa di conoscenza”.
“[…] per istituire un sistema totalitario efficace o invero un qualsiasi
sistema, è necessario offrire qualche beneficio e qualche libertà, almeno a
pochi privilegiati, in cambio di ciò che viene loro tolto”.
“Quando il potere è scarso, averne anche solo un poco costituisce una
tentazione”.
“[…] il passato è un grande spazio buio, colmo di echi. Le voci che raggiungono
di lì sono intrise dell’oscurità della matrice da cui provengono e, per quanto
ci si provi, non sempre possiamo decifrarle con esattezza alla luce più chiara
del nostro tempo”.
Alla fine di questi miei ripassi, mi è più chiaro il perché il potere vieta
questi titoli.
Sono contento che il libro spaventi ancora così tanto anche perché, nonostante i
mille divieti e incendi a cui è stato sottoposto nella sua storia, è forse
l’unico oggetto capace, anche a distanza di secoli, di contrastare il potere.
A tutti i Trump e i Musk dell’universo, dedico un brano che ho iniziato ad
ascoltare quando non avevo ancora compiuto tredici anni; è Signor censore di
Edoardo Bennato che, fra le varie cose, dice anche: “Signor Censore, tu stai
facendo un bel lavoro/la tua teoria è che il silenzio è d’oro/prima fai un
ghetto poi lo nascondi con un muro/e così mentre la gente continua a emigrare/tu
sfogli i libri e passi il tempo a cancellare/le frasi sconce e qualche nudo un
po’ volgare”.
Mi sa che, oltre ai libri, il potere dovrà sbrigarsi a censurare anche le
canzoni. E poi il teatro, e poi… non so, credo ci sia un lavoro enorme ad
attenderli: chiedessero ai talebani.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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Come ha suggerito Alain Joxe, uno dei più grandi sociologi degli affari e delle
strategie militari, la difesa-difensiva è l’unica prospettiva legittima dal
punto di vista del rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani e della lotta
coerente per la pace. L’Europa sognata dai padri della sua idea non può che
essere quella di questa strategia e del divieto di ogni armamento offensivo. E’
urgente rilanciare la Resistenza per la pace
di Salvatore Palidda
Di fronte al delirio, per non dire alle idee degne di criminali di guerra, che
in questo momento sembrano essere adottate dai leader europei, è più che mai
necessario ricordare i suggerimenti di Alain Joxe, che aveva imparato i principi
di strategia dal generale Beaufre, anche dal generale Poirier e anche da suo
padre, Louis Joxe, gollisti coerenti che nutrivano un grande rispetto per i
comunisti e i socialisti e per l’URSS, principale vincitrice del nazismo.
Direttore degli studi all’EHESS di Parigi, Alain Joxe ha dedicato tutta la sua
vita di ricercatore ha dedicato tutta la sua vita di ricerca allo sviluppo di
una teoria strategica per la pace (nel 1981, ha partecipato alla creazione del
Comitato per il disarmo nucleare in Europa, è stato membro del comitato di
patrocinio del tribunale Russell per la Palestina e ha formato numerosi
ricercatori francesi e stranieri, pubblicando, tra l’altro, decine di opere in
diverse lingue).
Ricordiamo che il generale Lucien Poirier, uno dei quattro più importanti autori
del pensiero militare francese (André Beaufre, Charles Ailleret, Pierre
Gallois), sempre molto attento a sottolineare che «l’arte di dissuadere non è
l’arte di costringere – come la guerra – ma quella di convincere», dopo il
crollo dell’URSS aveva invitato a una riflessione che andasse a mettere in
discussione la «forza d’attacco». Perché il contesto bipolare era morto ed era
necessario lavorare per ridurre e persino eliminare le armi atomiche, troppo
pericolose in un mondo multipolare e con il rischio sempre più serio della loro
proliferazione. Ed è qui che Alain Joxe rilancia la sua idea di difesa difensiva
(ben evidenziata dalla Fondation des Etudes de Défense Nationale) come unica e
irrinunciabile scelta che uno Stato di diritto veramente democratico dovrebbe
perseguire.
Alla luce dell’attuale situazione mondiale ed europea molto preoccupante,
l’atteggiamento di difesa difensiva appare più che mai necessario, perché
altrimenti si rischia di finire alla mercé dei criminali di guerra che lavorano
per le lobby militari di ogni Paese.
È evidente che il genocidio dei palestinesi, il massacro di migliaia di ucraini
e soldati russi e le vittime di altre guerre permanenti sparse nel mondo, così
come il massacro di decine di migliaia di bambini e persone di ogni età a causa
del super-sfruttamento direttamente o indirettamente legato alle guerre, sono il
prodotto della scelta dei leader politici (Putin, Stati Uniti, Europa, Netanyahu
ecc.) asserviti alle lobby degli armamenti o direttamente coinvolti con esse.
Sì, l’ideale europeo prospettato dagli autori del Manifesto di Ventotene era
“Per un’Europa libera e unita”, un testo precursore dell’idea di federalismo
europeo. E a garanzia del diritto internazionale sosteneva che bisognava
“aggiungere una forza internazionale”. Ma la concezione di questa forza era solo
quella di difesa-difensiva, perché gran parte di questo Manifesto si focalizza
sull’auspicio della società europea futura totalmente organizzata secondo i
criteri di una rivoluzione europea che deve essere socialista, consentendo
l’emancipazione dei lavoratori e l’accesso a migliori condizioni di vita. Sono
gli esseri umani a dovervi dominare le forze economiche e non viceversa. Per
questo motivo è prescritta la nazionalizzazione delle imprese e la
ridistribuzione della ricchezza ingiustamente accumulata attraverso vecchi
privilegi e diritti di successione. In esso è implicito il principio di pari
opportunità, così come la garanzia di uno standard minimo di vita fornito non
dalla carità, ma dal “potenziale di produzione di massa di beni di prima
necessità”. Si auspica anche la garanzia della libera scelta dei rappresentanti
sindacali e la garanzia statale del rispetto dei contratti. Infine, il manifesto
chiede la laicizzazione dello Stato.
Ma, non appena si leggono i discorsi della signora von der Leyen, del signor
Macron, di Starmer e di Friedrich Merz, ma anche quelli della signora Meloni, si
è immediatamente sconcertati dalla loro nonchalance nell’annunciare la scelta di
un’enorme quantità di denaro destinata ad armare una difesa europea pronta alla
guerra attraverso il sacrificio esplicito della sanità pubblica, della pubblica
istruzione e delle politiche sociali.
Se si imporranno le scelte che questi leader europei prima citati vogliono
perseguire, avremo un’Europa costretta a forgiare un’economia di guerra.
L’Europa sociale, finora tanto ignorata e persino disprezzata, non potrà mai
essere realizzata.
È quindi più che mai indispensabile rilanciareuna forte RESISTENZA per la pace,
per la difesa-difensiva, per salvaguardare la possibilità di politiche sociali,
di misure atte a garantire il rispetto effettivo dei diritti universali di tutti
gli esseri umani.
articolo pubblicato anche su mediapart.fr
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Richieste di risarcimenti stratosferici, interventi a gamba tesa di vertici
giudiziari, aggressioni mediatiche a catena: la criminalizzazione del conflitto
sociale si arricchisce di nuove pagine. C’è un caso di scuola: il processo
torinese contro 28 militanti del centro sociale Askatasuna. In attesa
dell’approvazione del disegno di legge sicurezza
di Claudio Novaro da Volere la Luna
Sta volgendo al termine il processo contro 28 militanti del centro sociale
Askatasuna e del movimento No Tav, in corso da oltre due anni avanti al
Tribunale di Torino. Si tratta di un processo in cui, come ho già avuto modo di
segnalare, il vero imputato è il conflitto sociale metropolitano e valsusino, a
partire dal 2009 ad oggi (come recita, in sostanza, il principale capo di
imputazione), affrontato, fin dalle prime battute delle indagini, con categorie
interpretative inadeguate sul piano storico, rivelatrici di una cultura permeata
di ostilità verso il conflitto e chi lo agisce, inconsapevoli dei codici, dei
linguaggi, della sintassi politica delle aree antagoniste e, più in generale,
dei movimenti sociali di questo paese. La lunga istruttoria dibattimentale
sembra aver smentito radicalmente alcuni pilastri dell’impianto frutto delle
indagini della Digos. Ciò nonostante nella loro requisitoria i pubblici
ministeri hanno chiesto la condanna ad 88 anni di carcere per tutti gli imputati
e in riferimento a (quasi) tutti i 72 capi di imputazione, sulla base di un
recupero integrale dell’impianto di indagini costruito dalla Digos torinese, con
tutte le sue aporie, le sue rigidità ricostruttive, la sua perentorietà di
accenti, quasi come non si fosse affrontata una lunga istruttoria
dibattimentale.
La partita processuale si gioca soprattutto su due fronti. Anzitutto, quello
associativo, che ha visto riqualificare il sodalizio incriminato da associazione
sovversiva ad associazione per delinquere comune, in sintonia con il tentativo
di depotenziare le finalità ideali e politiche dei militanti del centro sociale,
trattati alla stregua di meri delinquenti, mossi solo, come il pm ha affermato
in più occasioni, da una sorta di istinto alla violenza. Sublime, nel suo sapore
vintage, la contestazione a tutti gli associati dell’aggravante dello scorrere
“in armi le campagne o le pubbliche vie”, con la rivitalizzazione di una norma
desueta, introdotta per contrastare il brigantaggio di fine ‘800 (e rimasta, per
inerzia, al suo posto nel codice Rocco e nella successiva stagione
repubblicana). Si tratta di una previsione che comporta però un notevole aumento
delle pene (da 5 a 15 anni di carcere anche per i soli partecipi, contro quelle
da 1 a 5 anni previste in assenza di aggravante), a dimostrazione di una volontà
persecutoria particolarmente accanita. In secondo luogo, quello legato alle
vicende dello Spazio popolare Neruda, un’occupazione abitativa che riguarda
numerose decine di famiglie, in larga parte migranti, che viene caricaturizzata
dagli inquirenti alla stregua di paravento per azioni illecite o per il recupero
di forze fresche da gettare nel conflitto sociale, senza alcuna capacità di
confronto con il suo ruolo sociale, sul piano non solo abitativo, ma anche
sanitario, culturale, scolastico, educativo e sportivo.
Le parti civili costituite (Telt, la società costruttrice della linea ad alta
velocità, di proprietà al 50% dello Stato italiano e di quello francese, e
l’Avvocatura distrettuale per la presidenza del Consiglio e per i ministeri
dell’Interno e della Difesa) hanno, a loro volta, richiesto imponenti
risarcimenti (un milione di euro, come provvisionale, Telt, oltre 6,7 milioni di
euro, l’Avvocatura, per i soli fatti relativi agli anni 2020-2021), del tutto
iperbolici e bizzarri, ma di estremo interesse, perché offrono uno spaccato di
quanto la lunga resistenza in Valle di Susa contro l’alta velocità inquieti le
nostre istituzioni. Presupposto di tali richieste è che tutto quello che è
avvenuto in Valle debba ricadere sulle spalle dei militanti del centro sociale e
di quei pochi militanti No Tav, non inseriti in Askatasuna, imputati nel
processo, con una interessata incomprensione di fondo per le caratteristiche
plurali e reticolari del movimento No Tav e della sua grande capacità,
consolidatasi negli anni, di sviluppare identità, capacità di protesta e di
cooperazione tra soggettività diverse.
Quel che lascia interdetti sono i criteri usati per la quantificazione dei
danni, in particolare da parte dell’Avvocatura di Stato. Ben 86.330,00 euro
vengono richiesti quali somme erogate a titolo retributivo, contributivo,
assistenziale al personale infortunato per periodi di assenza da servizio e per
invalidità contratte a causa delle lesioni (vale a dire 4.950 euro per ogni
giorno di malattia dei pochi poliziotti lesionati, contro i 90 euro al giorno
liquidati nel cosiddetto processone No Tav per i fatti del 3 luglio 2011).
25.955,33 euro vengono richiesti per i materiali e il vestiario protettivo delle
forze dell’ordine (che senza le manifestazioni avrebbero probabilmente
presidiato il cantiere esibendo le loro nudità). Infine, ben 3.595.047 euro
vengono pretesi da tutti gli imputati e per tutti i capi di imputazione (anche
di quelli che si sono risolti con modesti danneggiamenti alle reti del cantiere)
quale “costo dell’attività info-investigativa svolta ai fini dell’individuazione
dei responsabili degli illeciti, nonché con riferimento alla spesa sostenuta a
titolo di straordinari, indennità accessorie e indennità di ordine pubblico
corrisposte al personale impiegato per contenere e limitare i manifestanti e i
danni”. Insomma, con incredibile sfrontatezza, ma anche scarsa conoscenza dei
criteri che presiedono al ristoro dei danni, la scelta dello Stato di impiegare
migliaia di agenti per la protezione del cantiere (per l’anno 2021, un numero
complessivo di 266.541 unità, 205.988 nel 2020, per 24 ore al giorno) viene
fatta gravare sugli imputati, che dovrebbero farsi carico anche delle spese per
gli straordinari (per oltre 135.000 euro), le spese del carburante per lo
spostamento dei reparti mobili, quelle di vitto, di alloggiamento e di
vettovagliamento. L’altra grossa voce di risarcimento, che fa lievitare
ulteriormente la richiesta, riguarda il danno morale patito dall’amministrazione
e cioè il danno di immagine subito dai ministeri e dalla presidenza del
Consiglio, inteso come lesione del loro prestigio e della loro credibilità:
prestigio e credibilità indubbiamente ai minimi termini in Val di Susa, e
altrove, il cui danno però, per consolidata giurisprudenza della Corte di
cassazione, presuppone imprescindibilmente che il soggetto che pone in essere la
condotta illecita sia legato all’amministrazione lesa da un rapporto di
servizio.
Telt non è da meno. Dopo che il suo direttore generale in udienza ha dichiarato
di non essere in grado di quantificare i danni subiti per i danneggiamenti al
cantiere, chiede una provvisionale, cioè un acconto sul maggior danno, per un
milione di euro, per danni presunti derivanti dalle varianti, dagli
approfondimenti e dalle nuove progettazioni di sviluppo della cantierizzazione,
causate dalla opposizione all’opera, e per le spese di sicurezza a tutela
dell’ordine pubblico e dell’incolumità dei lavoratori e per la prevenzione di
atti vandalici. In breve, se Telt avesse deciso spontaneamente di dotarsi di
testate nucleari per la difesa del cantiere, anche queste sarebbero state messe
in conto agli imputati.
Nuovi e diversi protagonisti hanno però portato, tra fine gennaio-inizio
febbraio, una ventata di novità nel processo, che ha provveduto ad appesantirne
ulteriormente il clima. Nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario
tenutasi nell’aula magna del palazzo di giustizia, la Procuratice generale
presso la Corte d’Appello di Torino ha sostenuto che il capoluogo sabaudo è
divenuto da tempo la capitale nazionale dell’eversione, aggiungendo poi che il
centro sociale Askatasuna è il regista di tutte le azioni violente avvenute in
città e in Val di Susa e si è da tempo costituito in associazione per
delinquere. Un alto magistrato, soprattutto in una sessione davanti a una platea
costituita in larga parte da suoi colleghi, dovrebbe saper calibrare i termini
usati, che non a caso sono stati immediatamente ripresi ed enfatizzati da tutti
i giornali. In realtà, le ipotesi eversive volta a volta addebitate
all’antagonismo sociale torinese e al movimento No Tav sono state sempre
smentite in tutti i processi. In quello in esame, poi, l’ipotesi iniziale di
associazione sovversiva è caduta davanti ai primi giudici che si sono occupati
delle misure cautelari e non è poi stata nemmeno coltivata dalla Procura, che ha
preferito orientarsi verso l’accusa di associazione per delinquere. L’intervento
della Procuratrice, «in contrasto con il valore del dubbio e la prudenza del
giudizio ed entrando nel merito di una concreta vicenda giudiziaria» come
abbiamo scritto in una lettera aperta sottoscritta da tutti i difensori degli
imputati, è apparso a molti un intervento a gamba tesa sul processo in corso,
quasi ad anticiparne l’esito. Nella stessa occasione, un membro laico del Csm,
in quota Forza Italia, intervenuto in rappresentanza del Consiglio, si è
complimentato con l’avvocatura distrettuale per la fantasiosa richiesta
risarcitoria di cui si è detto, dando prova, anche se non ce n’era bisogno, di
quel garantismo a corrente alternata che caratterizza buona parte del ceto
politico e, purtroppo, anche significativi settori della magistratura e
dell’avvocatura associata.
Quasi contestualmente, sono apparsi, tra fine gennaio-inizio febbraio, tre
puntate di un servizio televisivo andato in onda su Rete 4, nella trasmissione
Quarta Repubblica (a cui ha fatto da sponda un’altra inchiesta coeva,
altrettanto temibile, su Raitre, nell’ambito della trasmissione Lo stato delle
cose) sul centro sociale Askatasuna, indicato al pubblico ludibrio come covo non
solo di eversori violenti, ma anche di estorsori razzisti. Nel corso delle tre
puntate, accompagnati dai commenti di osservatori in larga parte astiosi, sono
stati trasmessi – tra l’altro in contrasto con uno specifico divieto normativo –
estratti dall’annotazione finale della Digos, spezzoni di intercettazioni del
tutto decontestualizzati, conditi con filmati che riguardano altre vicende
storiche (ad esempio, quelli in cui compaiono negozi del centro con vetrine
infrante, in realtà “saccheggiati” durante la pandemia, a margine di una
manifestazione indetta dai commercianti contro le restrizioni sanitarie). Quel
che è più grave, e denota quantomeno, a voler essere indulgenti, un’assoluta
mancanza di controllo delle fonti informative, è stato l’utilizzo di interviste
in cui alcuni soggetti hanno riferito circostanze ampiamente smentite a
dibattimento (tra cui, addirittura, il racconto di un procurato aborto, che ha
sollecitato, ovviamente, scandalizzati commenti in studio, ma che è stato
radicalmente negato dalla stessa donna sentita come testimone nel processo).
Niente di nuovo per una rete televisiva che ha fatto in più occasioni dell’odio
e del disprezzo verso migranti, ribelli e solidali la sua cifra comunicativa. La
novità sta, piuttosto, nella convergenza, nell’azione contemporanea di più
soggetti per il raggiungimento di uno stesso risultato. Il teorema,
esplicitamente espresso nel corso dei servizi televisivi, è stato chiaro:
Askatasuna «cerca di ottenere il consenso attraverso pseudo o apparenti
manifestazioni di solidarietà […] approfitta di tutte quelle che sono le
tensioni sociali […] per fomentare da un lato la violenza e […] cercare di
acquisire consensi e […] fare proseliti tra ragazzi minorenni […] e l’opinione
pubblica cosiddetta perbenista» (fonte: il dott. Rinaudo, ex pm della Procura di
Torino, nella seconda trasmissione di Rete 4). E, allora, non basta solo più
cercare di sanzionare i suoi attivisti sul piano processuale, ma bisogna
screditarli politicamente e moralmente.
Qui si rintraccia il momento forse più indecente di tutta l’operazione, che
trova le sue radici proprio nell’impianto iniziale approntato dalla Digos, con
la sua annotazione conclusiva. I militanti del centro sociale, sulla base di una
manciata di conversazioni intercettate, malamente e faziosamente interpretate,
vengono descritti non solo come personaggi votati alla violenza, registi occulti
di tutti gli scontri di piazza, ma anche come persone che si fanno scudo di
iniziative di solidarietà, ad esempio con i migranti, solo per coprire i loro
personali interessi, politici o anche economici. Così, ispirata dalle agenzie di
controllo sociale e assecondata da media compiacenti, viene generata una
narrazione ostile verso ben individuati nemici pubblici, che sollecita nei loro
confronti atteggiamenti di censura, un po’ sulla falsariga di quella che nelle
scienze sociali viene chiamata l’attivazione del “panico morale” (i folk devils,
di cui parlava Stanley Cohen una cinquantina di anni fa, sono in questo caso i
militanti del centro sociale), con una prospettiva di fondo che sembra sempre la
stessa: silenziare qualsiasi ipotesi di conflitto. Disegno già tentato, e almeno
in parte riuscito, qualche anno fa con altre aree antagoniste, ad esempio quella
anarchica, nonostante il totale naufragio dell’iniziativa giudiziaria.
La novità qui è costituita dalla pluralità di strumenti utilizzati e dalla
sinergia dovuta all’interazione tra attori diversi. Anzitutto, le strategie
repressive classiche. Negli ultimi anni la questura ci ha provato più volte con
Askatasuna, da un lato, con le sanzioni economiche e amministrative (per la
violazione delle norme sugli spettacoli pubblici, per i concerti tenuti
all’aperto e per la somministrazione di bevande e generi alimentari venduti
senza autorizzazione), con il sequestro degli impianti usati per i concerti,
dall’altra, con gli avvisi orali e i fogli di via dalla Val di Susa e i
successivi processi per le loro violazioni. Parallelamente, e in accordo con la
magistratura inquirente, è stato dato avvio a un procedimento con contestazioni
da brivido, in sintonia con quella “mutazione genetica” del sistema penale, come
l’ha definito la dottrina più avvertita, che ha trasformato il processo da luogo
di accertamento dei fatti, a strumento di lotta e di repressione per regolare i
conflitti sociali.
Infine, l’ultimo tentativo prima della sentenza del tribunale, l’attacco
mediatico, per legittimare a priori interventi repressivi sproporzionati e per
condurre crociate simboliche (in questo caso in consonanza con i desiderata e il
comune sentire della destra al governo), stigmatizzando il ruolo del centro
sociale nel conflitto di piazza a Torino e in Val di Susa, negando agli
attivisti incriminati quella caratteristica, verrebbe da dire quasi
antropologica, del militante di sinistra, cioè lo schierarsi empaticamente con
gli ultimi e a sostegno delle fasce più deboli della popolazione. Senza
dimenticare un uso politico di piccolo cabotaggio, omaggio dovuto alla destra
cittadina: l’attacco diretto alla giunta comunale, e ai garanti del progetto,
per l’operazione “Askatasuna bene comune”, che prevede un percorso di
coprogettazione finalizzato a rendere maggiormente sicuro l’edificio di corso
Regina Margherita 47 e a consentire una sua maggior agibilità per le attività
sociali e culturali connesse con il territorio.
Orbene, al di là del giudizio sulle iniziative politiche del centro sociale,
quello che non dovrebbe sfuggire è il salto di qualità dell’operazione messa in
campo, in un passaggio storico in cui, con il disegno di legge sulla sicurezza
ma non solo, l’aria che si respira diventa ogni giorno più mefitica .
Per la situazione di generale oppressione sociale, per il peso della specifica
oppressione sessista
di Marco Sommariva*
Sono una ragazzina ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il mio
diario scritto nel periodo in cui io e la mia famiglia ci nascondevamo dai
nazisti, e spesso mi sono fatta una di quelle domande che non mi lasciano
tranquilla: perché un tempo, e di frequente anche oggi tra i popoli la donna
occupa un posto molto meno importante dell’uomo? Chiunque è in grado di dire che
è una cosa ingiusta, ma a me non basta, vorrei davvero conoscere il perché di
questa grande ingiustizia! Si può ipotizzare che l’uomo per via della sua
maggiore forza fisica abbia avuto fin dall’inizio una posizione di superiorità
rispetto alla donna; l’uomo che guadagna, l’uomo che genera i figli, l’uomo che
può tutto… già è stato piuttosto stupido da parte di tante donne aver lasciato
fino a qualche tempo fa che le cose andassero in questo modo senza opporsi,
perché per più secoli questo principio resiste, più prenderà piede.
Fortunatamente grazie all’educazione, al lavoro, al progresso, la donna è
diventata più consapevole. In tanti paesi le donne hanno raggiunto l’uguaglianza
dei diritti; molte persone, più che altro donne, ma anche uomini, ora si rendono
conto di quanto per così tanto tempo questa suddivisione fosse sbagliata, e le
donne d’oggi reclamano il diritto all’indipendenza assoluta!
Vivo in Africa e ho tredici anni. Mi sono deflorata da sola, con un tubero di
manioca. Intorno a me, le ragazze si fanno quasi sempre un’idea molto brutale di
quel che le aspetta nel giaciglio del loro sposo. Di solito vengono sverginate
verso i nove anni o poco più, nel folto della boscaglia, da uomini di passaggio,
a volte da zii o cugini. Io non ho voluto vivere una cosa simile. Sicché mi sono
rotta la membrana da sola. Senza troppa emozione, del resto. Il pensiero di quel
fiotto di sangue sparso sotto gli assalti del sesso di un uomo mi disgusta. Non
è romantico. È schifoso. E tutti quei tizi, che vogliono vedere a ogni costo il
loro pene immerso nel sangue di una ragazzina, sono dei porci.
Ho venticinque anni e vivo in Afghanistan. Da quando ci sono i Talebani al
potere la violenza contro donne e bambine ha raggiunto il suo picco. Non esiste
più nessuna autorità che possa limitare questa tragedia. I suicidi di donne
aumentano ogni mese. Nessuno può dire quanti siano, pochi sono registrati. Qui
si soffoca. La vita è diventata così pesante che non riesci nemmeno a respirare.
Se i Talebani fossero capaci di portar via l’ossigeno da dentro i nostri
polmoni, lo farebbero. Nonostante i nostri stomaci siano vuoti e i nostri piedi
pesanti come il piombo, io in questo orribile momento, non voglio vendere i miei
figli come fanno molti. Ho imparato a combattere in questi tempi così duri e a
sostenerli. Sono riuscita a iscrivere a scuola i due maggiori e studiano sodo.
Cerco in tutti i modi di essere forte, ma la situazione di adesso è molto
stressante, siamo sotto pressione, incerte, spaventate. A volte non riesco
nemmeno più a prendermi cura di me stessa in modo appropriato. Devo
vendere bolani [focacce di pasta fritta ripiene di verdure] per strada, per
poter nutrire la mia famiglia. È dura, la gente non ha niente, non ha nemmeno
soldi per mangiarsi un bolani. Ma il peggio è che ogni giorno vengo minacciata
dai Talebani; mi gridano in faccia con il fucile puntato perché non sto a casa
come dovrei. Mi ripetono che sono una prostituta, che sotto la copertura
dei bolani cerco clienti. Devo sopportare tutto questo, non mi faccio colpire
dalle loro parole e dai loro gesti, non li ascolto. Cambio ogni giorno strada.
Ogni giorno cucino di nuovo i bolani che mi hanno rubato. Se dovessi restare
chiusa in casa, come vogliono loro, moriremmo tutti di fame. Riuscire a vivere,
in qualunque modo, è già un successo. Un’attività che esaurisce. Donne e bambine
hanno invaso le strade per chiedere l’elemosina, che spesso è l’unica risorsa
che rimane. Vediamo lunghe file davanti ai panettieri: non aspettano di comprare
il pane, non possono. Aspettano che qualcuno, più fortunato di loro, glielo
regali, per svoltare un altro giorno. Mio fratello è talebano e se sapesse che
frequento la scuola segreta mi picchierebbe a morte. Mi obbliga ad andare
alla madrasa [specie di convitto musulmano ove si impartiscono insegnamenti di
religione e diritto] la mattina, ma il pomeriggio scappo a ritrovare la mia
vita. Invento sempre nuove scuse, parto presto e faccio giri assurdi per non
insospettire nessuno.
Sono una giornalista e attivista britannica, quarantenne. Ritengo che le donne
si sobbarchino una quota di lavoro non retribuito tre volte superiore a quella
degli uomini. Penso siano molte le ragioni per cui le donne non denunciano
violenze e soprusi. Alcune sono legate al contesto sociale (vergogna, paura di
essere emarginate, di non essere credute, di essere incolpate per quanto è
successo), e qui le autorità possono fare ben poco, perché il cambiamento deve
avvenire nella società stessa. Ma accanto alle motivazioni sociali ve ne sono
però altre, decisamente più prosaiche, sulle quali è possibile intervenire.
Tanto per cominciare, a volte le donne non sono certissime di sapere «quali
comportamenti rientrano nell’ambito delle molestie sessuali e temono una
reazione negativa da parte delle autorità». Qualora invece si rendano conto di
aver subito un torto, spesso non sanno a chi denunciare l’accaduto.
Sono una cinquantenne di origini indiane, cresciuta in Kenya che, oggi, vive tra
l’Inghilterra e Berlino. Penso che ogni donna sia il prodotto di una
costellazione diversa di razza, età, classe e provenienza, di personalità,
storia, aspetto fisico e abilità, di religione, formazione, occupazione e
motivazione; quindi, penso che ogni donna abbia una diversa capacità di
resistere o accettare la propria oppressione. Ci sono donne che dicono: alcune
di noi devono raggiungere la cima perché le cose migliorino per tutte. Ci sono
donne che dicono: alcune di noi hanno raggiunto la cima da un po’ ormai e ha
fatto ben poco differenza per le altre. Donne che dicono: una donna sola in cima
è una specie di uomo se non trova il modo di consentire ad altre donne di
raggiungerla. Ritengo ci sia un errore nel sistema: l’ostinata convinzione che
per ottenere più potere si debbano raggiungere le cariche più alte o accumulare
vaste ricchezze o assomigliare a chi già lo detiene. Ma davvero c’è qualche
speranza di sgominare gli effetti corrosivi del potere semplicemente
rincorrendolo o emulandolo? In A letto con Madonna, Madonna rivelava senza
ambiguità di non saper pensare ad altro che a esercitare il potere secondo le
tradizionalissime linee della supremazia bianca, del capitalismo, del
patriarcato. Che le persone che dipendevano da lei per i loro bisogni più
immediati fossero costrette a sottomettersi alla sua volontà non era né bello né
piacevole.
Sono una scrittrice, attivista e femminista statunitense. Nera o, se preferite,
“di colore”. Sessantenne. Ho notato che le donne hanno smesso di uscire di casa
e di cercare altre donne che la pensino come loro, donne con cui parlare, con
cui discutere per ore. Ricordo quanto tempo, negli anni dell’autocoscienza, io e
altre abbiamo passato a discutere di monogamia, a chiederci se ci
corrispondesse, se ci attirava. Da almeno dieci anni a questa parte non ho più
avuto occasione di discutere con altre donne né la questione della monogamia né
quella dell’eterosessualità. E così anche la nostra scrittura, i nostri testi,
sono cambiati, perché un conto è mettersi al proprio tavolo da lavoro dopo aver
discusso appassionatamente con altre donne o nell’interazione costante con un
uomo, e un conto è farlo avendo come unico riferimento altri libri e la sola
ricerca teorica. Lo scambio, le conversazioni, oggi avvengono, quando avvengono,
esclusivamente nelle aule scolastiche o durante i convegni, vale a dire dopo che
ognuna di noi ha prodotto in solitudine i propri testi.
Quanto avete letto sono parole scritte da Anna Frank, Léonora Miano, Priya
Basil, Caroline Criado Perez, bell hooks e, quelle arrivate dall’Afghanistan,
raccolte da Cristina Cella.
Il nome in calce al pezzo è giusto che sia il mio perché è mia la responsabilità
di quanto riportato, scelto.
Spero di non aver urtato la sensibilità di nessuna parlando di quest’otto marzo
che tanti s’apprestano a ricordarlo donando il solito rametto di mimosa –
simbolo d’apprezzamento, rispetto e solidarietà verso la donna – per poi
dimenticarlo allo scoccare della mezzanotte, spesso anche prima, fottendosene
alla grande di mille abusi e ingiustizie, compreso il fatto che le retribuzioni
medie lorde degli uomini continuano a essere decisamente superiori a quelle
percepite dalle donne.
Un pensiero speciale alle detenute che, come ho letto ieri, “rappresentano una
minoranza invisibile in un sistema carcerario plasmato su corpi, bisogni,
rituali maschili”.
Ci si vede in piazza.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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E quello che ci lasciano serve solo perché restino integri gli organi che
vogliono asportarci
di Marco Sommariva*
Giorni fa la Grecia si è fermata per chiedere giustizia per il disastro di Tebi
che, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo del 2023, provocò la morte di
cinquantasette persone in uno scontro frontale tra un treno passeggeri partito
da Atene e diretto a Salonicco e un treno merci che viaggiava sullo stesso
binario in direzione opposta; il quotidiano raccontava che era in atto uno
sciopero generale che stava coinvolgendo l’intero Paese perché, a due anni di
distanza, non era ancora stato avviato un procedimento penale; non solo,
il governo era accusato di non aver fatto abbastanza per far emergere
la verità su cosa avvenne quella notte.
Le manifestazioni, che hanno registrato pesanti scontri, sono state capaci di
radunare centinaia di migliaia di persone, forse un milione, se si sommano
quelle svoltesi nelle altre principali città greche a quella tenuta ad Atene.
Leggo esserci stati cortei in 361 località e che le immagini trasmesse dalle tv
elleniche hanno mostrato fiumi di persone che protestavano; secondo il giornale
di sinistra Efsyn, i raduni di quel giorno sono stati “i più grandi nella storia
del Paese”, mentre l’emittente statale Ert ha riportato che raduni di sostegno
alla protesta sono stati organizzati dai greci della diaspora nelle città di New
York, Melbourne, Stoccolma e Copenaghen.
La giornata era iniziata con un Paese paralizzato: trasporti via terra e via
mare fermi, aerei rimasti a terra e stragrande maggioranza di locali commerciali
chiusi.
La mobilitazione di massa, alimentata dal risentimento dell’opinione pubblica
contro l’inazione del governo conservatore che nega la propria responsabilità in
una delle tragedie peggiori della storia della Grecia, ha raccolto
studenti, lavoratori e famiglie con bambini al seguito, riempito strade e
piazze, mostrato striscioni con slogan tipo “Il loro profitto, le nostre
vite”, “Mai più Tebi” e, forse quello più usato, “Mi manca l’ossigeno”.
“Mi manca l’ossigeno” è la frase pronunciata da una ragazza poco prima di morire
in uno dei vagoni del treno passeggeri, resa pubblica dai media locali a gennaio
suggerendo, tra le altre cose, che decine di vittime potrebbero esser morte come
la ragazza, a causa dell’incendio divampato subito dopo lo scontro frontale fra
i due treni.
Detto che le cose da chiarire sono veramente tante, a iniziare da quanto
riportato da swissinfo.ch , ossia che nel gennaio scorso una perizia
indipendente commissionata dall’Associazione dei familiari delle vittime ha
sostenuto che sul luogo dell’incidente è stata rinvenuta la presenza di alcuni
solventi chimici, come lo xilene, e che la stessa perizia ha sollevato
interrogativi sul treno merci e ha alimentato sui social media l’ipotesi secondo
la quale il mezzo avrebbe trasportato un carico non dichiarato di materiale
infiammabile di contrabbando che avrebbe causato il vasto incendio dopo lo
scontro dei treni… dicevo… detto questo, ho sentito il bisogno di soffermarmi
sulla frase pronunciata dalla povera ragazza, “Mi manca l’ossigeno”.
È una frase che mi ha riportato alla mente un bel po’ di cose.
Nel 1829 Victor Hugo scrisse L’ultimo giorno di un condannato a morte, libro che
voleva spezzare una lancia a favore dell’abolizione della pena di morte,
anticipando quei temi sociali che costituiranno gli elementi centrali delle
opere dello scrittore francese. Racconta di un uomo di cui non conosciamo né il
nome né la colpa, che sta aspettando il momento dell’esecuzione in una cella
tetra e scura e, nell’inutile attesa di una grazia che non verrà, nel suo ultimo
giorno di vita decide di ripercorrere la sua esistenza, raccontare il suo
terrore, i suoi dolorosi ricordi: “Fino alla condanna a morte, m’ero sentito
respirare, palpitare, vivere nello stesso spazio degli altri uomini; adesso
distinguevo chiaramente una barriera tra me e il mondo. Niente m’appariva più
sotto lo stesso aspetto di prima. Le ampie finestre luminose, il bel sole, il
cielo puro, il fiorellino, tutto era bianco, pallido, del colore d’un lenzuolo.
Mi pareva che gli uomini, le donne, i ragazzini che s’affollavano al mio
passaggio, avessero l’aria di tanti fantasmi”.
E così ho conferma di qualcosa di facilmente immaginabile, che una volta
condannati a morte viene a mancare il respiro.
Se qualche “spiritoso” suggerisse di attaccare a dei respiratori questi
condannati a morte per aiutarli, sappia che è già stato pensato e realizzato,
anche se non esattamente pensando a loro: “Vivo in un mondo in cui quattordici
persone condannate a morte a Taiwan […] sono state uccise con un colpo di
pistola mentre erano attaccate a dei respiratori così che i loro organi
potessero essere raccolti integri e trapiantati in Giappone”.
Lo racconta Ivan Illich a David Cayley nel libro Conversazioni con Ivan Illich,
edito per la prima volta nel 1922. Sono conversazioni, appunto, in cui Illich si
fa interrogare e s’interroga sui passaggi cruciali della sua vita intellettuale,
spaziando su tutti i temi di cui si è occupato con eretica lucidità,
dall’educazione alla storia, dal linguaggio all’ambiente, alla medicina.
Altri condannati a morte ebbero a che fare con particolari respiratori, e furono
i soldati tedeschi che nella Prima guerra mondiale fecero uso di maschere
antigas: “[…] arrivò il gas a invadere le trincee. Facemmo in tempo a indossare
le maschere, ma quella di Middendorf era guasta. Quando se ne accorse era troppo
tardi, e prima che se la potesse strappare e ne trovasse un’altra aveva già
inspirato troppo gas e vomitava sangue. Morì la mattina seguente, tutto nero e
verde in viso. Aveva il collo dilaniato dai graffi nel tentativo di liberarsi
per respirare”.
Ce lo racconta Erich Maria Remarque nei Tre camerati, un romanzo pubblicato per
la prima volta in Germania nel 1936, capace d’immergerci nella tragedia dei
sopravvissuti “perseguitati” nel quotidiano postbellico dall’immagine dei
cadaveri dei loro compagni morti.
Si sa, respirare è vitale, ma da diverso tempo pare non essere un esercizio da
persona seria, e persino respirare un fiore potrebbe risultare qualcosa di cui
non essere particolarmente orgogliosi: “Io conosco un pianeta su cui c’è un
signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella.
Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno
ripete […]: Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! E si gonfia di
orgoglio”.
Sono parole tratte da Il piccolo principe, un racconto pubblicato nel 1943,
un’allegoria della società moderna e contemporanea – l’autore è Antoine de
Saint-Exupéry, nato in una famiglia cattolica di nobili origini il quale,
durante la Seconda guerra mondiale, s’arruolerà nell’aeronautica militare
francese.
Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con la tragedia greca.
Forse sbaglio, ma ripensando a chi, due secoli fa, ci faceva mancare il respiro
perché ci aveva condannato a morte; a chi, un secolo fa, ci concedeva un po’
d’ossigeno unicamente per mantenere i nostri organi integri così da poter
trapiantarli; a chi, poco meno di un secolo fa, ci ha fatto respirare gas
velenosi in una guerra che non ci avrebbe portato in tasca nulla e che chi aveva
deciso di combattere s’era guardato bene dal praticarla sui campi di battaglia;
a chi, oltre ottant’anni fa, già provava a farci sentire persone poco serie se
ci fermavamo a respirare un fiore e non a far addizioni magari per calcolare il
capitale accumulato… bene, ripensando a tutto questo, ho come l’impressione che
la morte della povera ragazza che dice “Mi manca l’ossigeno” e delle decine di
altre persone coinvolte nel disastro di Tebi, siano tutte collegate a questi
stralci di storia, di letteratura: la fretta di guadagnare quanto più possibile
nel minor tempo possibile, il farlo sempre e comunque sulla pelle di chi non
riceverà un centesimo di questi guadagni, la possibilità di decidere sui destini
altrui senza che quest’ultimi possano muovere un dito anche fosse solo per
deviare leggermente il proprio destino, mi sembrano un unico gigantesco comune
denominatore delle tragedie che subiamo da secoli in nome del Capitale perché,
ricordiamocelo, anche i criminali o presunti tali ai quali si somministra la
pena capitale, sono frutto di come s’è deciso di strutturare, organizzare e
mantenere la società: “[…] ogni società ha i criminali che si merita” –
Riflessioni sulla pena di morte di Albert Camus.
Aggiungo un’ultima cosa: forse sbaglio anche stavolta, ma quando penso che, fra
le tante cose che già ci hanno tolto o che pensano di toglierci, non mi sembra
si sia mai ipotizzato di eliminare le ferie d’agosto, il Natale o la festività
della domenica, non è perché si tema la discesa in piazza di centinaia di
migliaia di persone, è solo per via del bisogno che ha il sistema di riprendersi
i soldi dello stipendio che ci ha versato dopo averci sfruttato per un mese,
facendoceli spendere in un modo o nell’altro; insomma, ci stanno tenendo in vita
grazie al respiratore del consumismo, ma temo siano pochi a essersene resi
conto.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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