In seguito al tragico incidente che ha visto dei minori investire Cecilia De
Astis i media si sono scatenati, incoraggiati da un governo intollerante. di
Vincenzo Scalia da l’Unità Il recente tragico evento di Milano, in cui ha
trovato la morte la 71enne Cecilia De Astis, investita da una macchina con 4
minorenni a bordo, […]
Tag - riflessioni
Di fronte a un drammatico fatto di cronaca (la morte, a Milano, di una donna
investita da un’auto guidata da un bambino rom) Walter Veltroni invita la
sinistra a “riscoprire la sicurezza”. Come se questa “riscoperta” non fosse in
atto da decenni… Forse l’ex sindaco di Roma farebbe meglio a chiedersi come mai
trent’anni di […]
Sovraffollamento carcerario, suicidi e le vergognose dichiarazioni del ministro
Nordio di Luigi Mollo Nell’agosto 2023, a seguito di diversi suicidi registrati
nelle carceri italiane, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha diffuso un
videomessaggio in diretta al sistema penitenziario. In quell’occasione ha
affermato: “Il mio primo pensiero va alla memoria di chi ha compiuto questa […]
Siamo sempre stanchi. Per l’eccessivo carico di lavoro, per la ripetitività
della mansione svolta, per l’ostilità dell’ambiente lavorativo, perché
consapevoli d’essere inutili rotelle di un ingranaggio che potrebbe stritolarci
in qualsiasi momento. E se ci avessero narcotizzati per impedire il nostro
risveglio? di Marco Sommariva da Carmilla L’8 giugno 1976 fu ucciso Francesco
Coco, il […]
L’attuale situazione carceraria risulta insopportabile per uno stato di diritto.
Per far fronte al sovraffollamento servono riforme. E serve un’opera radicale di
“rieducazione”, ma della società e delle istituzioni di Sergio Moccia da il
manifesto L’attuale situazione carceraria risulta insopportabile per uno stato
di diritto. Eppure quest’anno ricorre il cinquantenario di quella che pareva una
[…]
Appare chiaro che sia l’incarico, che la stessa persona fisica di Francesca
Albanese sono in pericolo e che la società civile, sia italiana, dato che stiamo
parlando di una nostra connazionale, che europea ed internazionale debba
mobilitarsi di Enrico Calamai da il manifesto Sostiene il segretario di Stato
Usa Marc Rubio che quelli di Francesca […]
Le ripetute condanne dell’Italia per la pratica della tortura durante le
giornate del G8 di Genova del luglio 2001 e per l’inadeguata punizione dei
responsabili non bastano a indurre il Governo e la maggioranza a interventi che
disincentivino fatti analoghi. Al contrario Salvini e la Lega propongono una
sorta di “scudo penale” che impedisca il […]
Filippo Ferri, condannato per i fatti del G8 di Genova 2001, è stato di recente
indicato dal governo come questore a Monza. Le reazioni, salvo alcune deboli
iniziative, sono quasi assenti. La dimostrazione è che in Italia abbiamo
permesso che l’onda lunga degli abusi, delle violenze, dei falsi e delle
menzogne si estendesse nel tempo e coprisse di un manto oscuro il volto delle
forze dell’ordine
di Lorenzo Guadagnucci da Altreconomia
“Per quanto riguarda le misure disciplinari, la Corte ha dichiarato più volte
che, quando degli agenti dello Stato sono imputati per reati che implicano dei
maltrattamenti, è importante che siano sospesi dalle loro funzioni durante
l’istruzione o il processo e che, in caso di condanna, ne siano rimossi”: così
la Corte europea per i diritti umani nella famosa sentenza Cestaro (2015) sul
caso Diaz.
Il passo viene in mente di fronte alle polemiche nate dalla fresca nomina di
Filippo Ferri a questore di Monza. Ferri nel processo Diaz fu condannato a tre
anni e otto mesi, con annessa -automatica- sospensione dai pubblici uffici per
cinque anni, ma né lui né altri sono stati mai sospesi durante i processi, tanto
meno “rimossi” dopo la condanna definitiva (2012).
Di più: nessuno -salvo forse uno, multato per 47 euro- è stato nemmeno
sottoposto a procedimenti disciplinari. E dire che la “perquisizione” alla Diaz
fu qualificata dalla Corte europea come un caso di tortura e che la condotta dei
vertici di polizia e dello Stato fu fortemente stigmatizzato dai giudici di
Strasburgo, specie per la constatazione che la polizia “ostacolò impunemente”
l’azione della magistratura.
Che dire, dunque, del “caso Ferri”? Una cosa semplice: che il governo italiano,
con qualche ragione a dire il vero, ritiene che il caso Genova G8 sia chiuso e
archiviato, ormai dimenticato dall’opinione pubblica, per cui nulla osta alla
nomina a questore di un funzionario con un passato così problematico.
E non si sbaglia, il governo, se guardiamo all’assenza quasi totale di reazioni,
se non fosse per un appello di gruppi e associazioni della Brianza e qualche
debole iniziativa parlamentare (la senatrice Ilaria Cucchi e forse qualche
altro); tacciono i commentatori, tacciono i giornalisti “esperti” di forze
dell’ordine, tacciono i leader politici e sindacali. Del resto Ferri non è il
primo fra i condannati nel processo Diaz a rientrare nei ranghi, e con ruoli di
rilievo, a pena scontata.
La verità è che in Italia abbiamo rimosso Genova G8, abbiamo permesso che l’onda
lunga degli abusi, delle violenze, dei falsi e delle menzogne si estendesse nel
tempo e coprisse di un manto oscuro il volto delle forze dell’ordine, minando
alla radice la loro credibilità democratica. Non vi è stata al tempo alcuna
autocritica in seno alle polizie, né furono presi i provvedimenti necessari:
sospensioni, licenziamenti, riforme. Genova G8, in questo modo, non è stata una
caduta improvvisa e circoscritta della legalità costituzionale, né una pagina
nera ormai chiusa e superata. Genova G8, piuttosto, è un biglietto da visita che
le forze dell’ordine italiane continuano a presentare a chi governa e a tutti i
cittadini.
> Poliziotto condannato per la Diaz diventa questore di Monza
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Gli ordinamenti democratici nazionali e internazionali hanno perso la loro
capacità di essere bussola del mondo
di Riccardo De Vito da il manifesto
Tra poco più di due mesi l’ordinamento penitenziario compirà cinquant’anni.
Chiamiamo così la legge del 1975 che aveva dato vigore e prospettiva
all’articolo 27, comma 3, della Costituzione, per il quale le pene devono
tendere alla rieducazione del condannato.
Il compleanno di mezzo secolo, però, si è macchiato di sangue e quel sangue si è
tinto di strumentalizzazioni. Tutto accade in pochi giorni, tra il 9 e l’11
maggio, quando Emanuele De Maria, in espiazione della pena per l’omicidio di una
donna, esce dal carcere per recarsi a svolgere attività lavorativa all’esterno.
Sono due giorni di tragedia: Emanuele torna a uccidere una donna, Chamila;
ferisce quasi mortalmente un collega di lavoro; infine, si toglie la vita
lanciandosi dalle terrazze del Duomo di Milano.
Si riaffaccia una domanda insistente: è ancora tollerabile il sacrificio di una
vittima per consentire ai detenuti di riconnettersi gradualmente alla società?
Fino a qualche tempo fa ci si poteva trincerare dietro la forza della del
diritto: è giusto perché lo dice l’articolo 27 della Costituzione. Questa
replica rischia di non funzionare più.
Gli ordinamenti democratici nazionali e internazionali hanno perso la loro
capacità di essere bussola del mondo. Gaza segna l’assoggettamento della logica
dei diritti umani e del diritto internazionale alla ragione della forza; negli
Stati uniti si fa spettacolo delle persone incatenate e si ventila di abolire
l’habeas corpus per i migranti; alle nostre latitudini, si ricostruiscono
neo-colonie detentive in territorio estero e si prevedono ergastoli automatici.
La Costituzione ha perso il suo carattere di fondamento della Repubblica ed è
diventata culturalmente rifiutabile. L’articolo 27 dice che il condannato deve
essere risocializzato? Sbaglia, lo si cancelli con un tratto di penna. E,
infatti, un disegno di legge costituzionale prevede che la rieducazione possa
essere limitata da «altre finalità» ed «esigenze di difesa sociale» (disegno di
legge del deputato Cirielli di Fratelli d’Italia).
Se così stanno le cose, occorre ri-giustificare il normativo, il dover essere
del mondo, a partire dalla sostanza delle cose. Il progressivo reinserimento del
detenuto in società – quelle finestre nella pena detentiva che consentono di
mettere i piedi fuori dalla prigione – serve perché rende il mondo più sicuro e
meno violento. Se le pene fossero scontate in carcere dal primo all’ultimo
giorno, si finirebbe per consegnare alla libertà esseri umani incapacitati alla
costruzione della relazione più semplice, pericolose bombe a orologeria. La
pena, prima o poi, finisce e i conti con il pericolo di recidiva si dovranno
fare comunque. Tutte le statistiche dimostrano che quei conti è bene farli
prima, in quelle famose finestre che servono anche come momenti di
sperimentazione controllata.
Circola nell’aria, sempre meno latente, una pulsione a fare in modo che la pena
non finisca. Non servirebbe: chi uccide, quasi sempre lo fa senza aver valutato
le conseguenze in modo razionale. Il caso di questi giorni ne è un esempio: il
condannato sa che perderà tutto, a partire dalla libertà riconquistata, ma
uccide lo stesso. Subito dopo telefona alla madre, chiede perdono e va a
lanciarsi dal Duomo di Milano. L’essere umano, troppo umano, è più complesso e
drammatico di ogni tecnologia normativa della dissuasione.
Statistiche e ragione, tuttavia, non bastano a dare senso alla vittima, che
rimane unica. Quell’unicità ha bisogno di risposte ulteriori. La prima,
essenziale. L’area del controllo penale, si è allargata a dismisura: 95mila
persone in misure alternative, 62.400 detenuti. Sono numeri che rendono
impossibile agli operatori (educatori e assistenti sociali) concentrarsi sui
casi davvero importanti, quelli che meritano di essere seguiti anche quando
tutto pare filare liscio. Se l’area penale fosse meno affollata di condannati
per reati senza vittima, funzionerebbe meglio. Amnistia, indulto e
depenalizzazione sono le parole di un vocabolario di sicurezza. Non serve
risocializzare meno, serve risocializzare meglio.
Strettamente collegato a questo punto, ne viene un altro: rieducare è una parola
brutta, lascia pensare a pretese egemoniche sull’animo. Sappiamo che deve essere
declinata a livello laico, come risocializzazione, ma il tema non cambia: è un
problema che investe tutta la società e le sue agenzie, non può essere scaricata
solo sul carcere. Sulle pagine online dei quotidiani più diffusi, nei giorni
successivi alla vicenda De Maria, circolavano i video degli ultimi istanti di
vita della vittima e del detenuto. Accanto a essi, il video del robot umanoide
di Tesla che danza a ritmo di musica, accendendosi e spegnendosi a comando. Non
serve scomodare «la precessione del simulacro» per capire che qualcosa è
saltato. Ri-educare, nella società come in carcere, dovrebbe significare tornare
a mettere in discussione (o in crisi) le strutture psichiche dell’ordine
economico e sociale, i rapporti tra desiderio e frustrazione, la confusione tra
libertà e signoria. Sono questioni che vengono prima del carcere e che vanno
oltre il carcere.
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Per fortuna non so mai chi sono, ma per certo non godo quando gli anormali son
trattati da criminali e non ho alcuna intenzione di chiudere in un manicomio
tutti gli zingari e gli intellettuali
di Marco Sommariva*
Giorni fa mi son trovato a disquisire con un amico su chi sono, oggi, i borghesi
e a chiedermi se facessi parte di questa schiera; lo spunto per la discussione
ci era stato dato da una scritta su un muro, tanto breve quanto solleticante, un
microscopico j’accuse: “Ti sei imborghesito!”
L’indomani, lo stesso amico mi ha segnalato un articolo pubblicato diversi anni
fa su Repubblica e, così, ripartendo da questo,ho provato a mettermi nuovamente
in discussione – questa volta da solo.
A inizio pezzo leggo: “Nel significato oggi più diffuso il borghese è un membro
di un ceto medio che va dai benestanti ai ceti impiegatizi e che comprende sia
gli industriali, i grandi professionisti, i livelli superiori del pubblico
impiego (la cosiddetta alta borghesia) sia una più vasta platea di persone che,
in condizioni più modeste, sono tuttavia fornite di qualche bene, di qualche
indipendenza, di qualche responsabilità anche se limitata, e di qualche
istruzione (la piccola borghesia)”.
Non so se il mio stipendio può essere considerato un bene e non so neppure se
l’indipendenza che questo stipendio mi garantisce si possa annoverare fra quelle
ipotizzate nell’articolo di Repubblica, ma di certo ho qualche responsabilità
“anche se limitata” – un ufficio in cui coordino, così dice l’organigramma
aziendale, due colleghi – e ho una “qualche istruzione”: sono uno di quei
tantissimi periti industriali che nei primi anni Ottanta sbandierava il “pezzo
di carta” che occorreva per provare a non replicare la vita di stenti dei
genitori che, “con tanti sacrifici”, ti avevano fatto studiare.
Possibile davvero io sia un piccolo borghese?
Proseguo la lettura: “Borghesi sono […] i ceti che si affermano nell’età moderna
come i più adatti a governare secondo ragione, scalzando – anche attraverso le
rivoluzioni – il potere tradizionale dei nobili e degli ecclesiastici […]”, e
qui non c’entro nulla: “scalzare chi governa” sì, “anche attraverso le
rivoluzioni” sì, ma non di certo per governare. Dài!, questa l’ho sfangata, ma
non so se riuscirò a passare l’esame dei miei libri, delle mie letture.
Per l’egoismo con cui custodisco i miei libri, e pure i miei dischi, mi sa che
Gustave Flaubert mi definirebbe borghese: “si divertiva a fabbricare
portasalviette: ne aveva riempito la casa, li conservava con la gelosia di un
artista e l’egoismo di un borghese” – Madame Bovary.
Ma André Malraux – sapendo di tutte le mie cause (perse) combattute fianco a
fianco coi più deboli, per i più deboli – mi difenderebbe: “La borghesia starà
col più forte. La conosco” – La condizione umana.
Non essendo spilorcio e arrogante, ed essendo spesso criticato per la troppa
sincerità, credo che anche Doris Lessing prenderebbe le mie parti: “Dio sa
quanto lei li odiava, i borghesi, così attaccati ai soldi, attenti a non
sprecare un centesimo, sempre con il pensiero fisso di mettere da parte, di
risparmiare […]”; e ancora “Alice sapeva che Muriel apparteneva all’alta
borghesia ed era per questo che non la poteva soffrire. Come in tutte le
rappresentanti della sua classe, ogni sua parola, ogni gesto, era implicitamente
arrogante”; e infine “non c’è mai una volta che manifestino quello che pensano
questi maledetti piccoli borghesi” – La brava terrorista.
E se fossi, invece, un borghese perché mangio troppo? “Come dicono i sandinisti,
era da tempo che avevo perso l’abitudine borghese di fare due pasti al giorno” –
Dead end blues di Hugues Pagan.
O forse lo sono perché, quando mi sposai, pensai anch’io – lo ammetto –
d’essermi sistemato e, per un po’, rinunciai alla vita reale? “noi due abbiamo
accettato quest’enorme illusione, perché di questo si tratta: l’idea che, una
volta messa su famiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e
“sistemarsi”. È la grande menzogna sentimentalistica piccolo borghese […]” –
Revolutionary road di Richard Yates.
In effetti, non lo nego, sono anche uno di quelli che appena uscì dal suo
piccolo mondo che pensava fosse il mondo intero – fu quando non riuscii a
sfuggire al servizio di leva e partii per la naja –, andò in crisi: “Quando si
nasce nella piccola borghesia, si pensa che l’intero mondo sia uguale
all’ambiente in cui si vive. Non appena giunsi a vedere un altro tipo di mondo,
naturalmente il mio fu messo in crisi” – Pasolini su Pasolini di Pier Paolo
Pasolini e Jon Halliday.
Ma sempre Pasolini potrebbe riabilitarmi, vista la mia ripugnanza per il “pare
brutto” e le “buone maniere” in generale: “il mio odio per la borghesia è in
realtà una specie di ripugnanza fisica verso la volgarità piccoloborghese, la
volgarità delle “buone maniere” ipocrite, e così via. Forse soprattutto perché
trovo insopportabile la grettezza intellettuale di questa gente” – ancora
Pasolini su Pasolini.
Anche Jack London avrebbe parole buone per il sottoscritto che – me l’hanno
riconosciuto in tanti – non ha mai avuto paura della Vita: “Il realismo è
essenziale alla mia natura, e lo spirito borghese odia il realismo. La borghesia
è codarda. Ha paura della vita” – Martin Eden.
Forse la mia colpa è stata passare impiegato dopo otto anni trascorsi
orgogliosamente da operaio? Forse mi sarebbe bastato restare una tuta blu per
non rischiare d’esser confuso con qualche lacchè borghese? Ma davvero una cosa
esclude l’altra? E qui è Paco Ignacio Taibo II a venirmi in soccorso: “Il più
borghese è l’operaio che offre il culo al padrone, e addirittura lo difende come
un coglione, e dice ma no, le cose in fabbrica vanno benissimo così” – E doña
Eustolia brandì il coltello per le cipolle.
Che se poi andiamo a vedere, ce n’è un po’ per tutti, per la morale borghese
senza dubbio ma, per esempio, non è che una “certa” sinistra – quella che
lottava per il proletariato – ne esca tanto bene: “non possiamo più fare a meno
di valori positivi. Ma dove trovarli? La morale borghese ci indigna con la sua
ipocrisia e la sua mediocre crudeltà. Il cinismo politico che regna su gran
parte del movimento rivoluzionario ci ripugna. Quanto alla sinistra cosiddetta
indipendente, in realtà, affascinata dalla potenza del comunismo e invischiata
in un marxismo pudibondo di sé, ha già abbandonato la lotta. Dobbiamo allora
trovare in noi stessi, nel vivo della nostra esperienza, cioè all’interno del
pensiero in rivolta, i valori che ci necessitano. Se non li troviamo, il mondo
crollerà, e forse sarà giusto, ma prima saremo noi a crollare, e questo sarà
infame” – Ribellione e morte di Albert Camus.
Non sarà che il pensiero della borghesia s’è già diffuso al popolo? Sarebbe un
bel guaio: “Gli avari non credono nella vita dopo la morte, per loro il presente
è tutto, e questo stesso concetto diffonde una luce orribile sul mondo odierno,
dove più che mai il denaro domina le leggi, la politica e i costumi.
Istituzioni, libri, uomini e dottrina cospirano insieme a scuotere la fede in
un’altra vita, fede su cui da diciotto secoli si basa tutta la struttura
sociale. Tuttavia ci troviamo quasi al medesimo punto, poiché l’avvenire che ci
attendeva al di là del requiem è stato trasportato nel presente. Giungere al
paradiso terrestre del lusso e delle gioie vanitose, far divenire il cuore di
pietra e macerarsi il corpo nell’ansia di accumulare beni passeggeri, come una
volta si soffriva il martirio per conquistare l’eternità, ecco l’idea che oramai
si è fatta comune, l’idea fissa, in ogni luogo, persino nelle leggi, che ormai
domandano all’uomo: “Quanto paghi?” invece di chiedergli: “Cosa pensi?” Se un
simile pensiero si diffonderà dalla borghesia al popolo, chissà cosa ne sarà del
mondo” – Eugénie Grandet di Honoré de Balzac.
Anche perché il nuovo potere borghese parrebbe, davvero, essere una brutta cosa:
“L’accettazione del fascismo è stato un atroce episodio: ma l’accettazione della
civiltà borghese capitalistica è un fatto definitivo, il cui cinismo non è solo
una macchia, l’ennesima macchia nella storia della Chiesa, ma un errore storico
che la Chiesa pagherà probabilmente con il suo declino. […] il nuovo potere
borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico
ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può
svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per
la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è spazio” – Scritti corsari di
Pier Paolo Pasolini.
Sulla necessità del potere borghese di pragmatismo da parte dei consumatori, ha
qualcosa da dire anche Raoul Vaneigem: “Se i borghesi preferiscono l’uomo a Dio,
è perché egli produce e consuma, acquista e fornisce” – Trattato del saper
vivere.
Ma chi sono io, oggi, ancora non l’ho capito.
Visto che non mi spavento se i lacci delle mie scarpe non sono in ordine e non
sono mai sicuro d’aver ragione, non dovrei esser compreso fra la media
borghesia: “la media borghesia inglese deve masticare ogni boccone trenta volte
perché ha l’intestino così stretto che un boccone grosso quanto un pisello lo
ostruirebbe. Sono un branco di disgraziati effeminati, pieni di boria,
spaventati se i lacci delle scarpe non sono in ordine, putridi come selvaggina
andata a male, e sempre sicuri di avere ragione. È questo che mi distrugge.
Sempre lì a leccare il culo finché non gli fa male la lingua, eppure sono sempre
sicuri di avere ragione. Presuntuosi! Presuntuosi su tutto. Presuntuosi! Una
generazione di presuntuosi effeminati senza coglioni…” – L’amante di Lady
Chatterley di David Herbert Lawrence.
E dato che non ho mai pensato che oltre i miei confini il mondo sia piuttosto
ignorante, anche Robert Louis Stevenson potrebbe aiutarmi a restare fuori da
certi elenchi in cui non avrei piacere di essere incluso: “L’ignoranza di voi
borghesucci mi sorprende. Al di là dei vostri confini, ritenete che il mondo sia
piuttosto ignorante e un universo indistinto, immerso in una degradazione
generale…” – Il terrorista.
Ma non sarà che questo problema dell’essere o non essere borghesi, è una fisima
tutta mia, nostra, dell’uomo occidentale, e magari una fissazione dei giorni
nostri? No, non è così; scrive Jean-Patrick Manchette ne Il caso N’Gustro: “Lo
Zimbabwin, il loro Paese, si è liberato e un Fronte di liberazione, l’Flz, ha
preso il potere. Ma se capisco bene, c’è un’etnia che cammina sulla testa delle
altre, nell’Flz, e ancora peggio è musulmana […]. Mi spiegano: i musulmani,
laggiù, sono l’equivalente dei borghesi qui, sono grandi famiglie, stirpi, da
sempre compromesse con le spedizioni arabe che discendevano l’Africa, risalendo
il Nilo e arrivando ben oltre nell’interno, attraverso il Sudan, fino al cuore
del continente, per razziare, rapire su grande scala intere popolazioni che
rivendevano sul Mar Rosso, gli uomini per il lavoro, le donne ai bordelli, i
bambini dipende”.
Niente, addirittura potrebbe essere un problema mondiale e, forse, sempre
esistito.
Pur non risparmiando i proletari, anche Johnny Rotten riteneva essere un
problema questa borghesia capace di opprimere: “Ricordo che quand’ero piccolo e
andavo a scuola i genitori inglesi mi prendevano a mattonate. Per arrivare alla
scuola cattolica dovevo passare in una zona in prevalenza protestante. Era
bruttissimo. La facevo sempre di corsa. “Quei luridi bastardi irlandesi!”. E
cazzate del genere. Adesso se la prendono coi neri, o chi altri. Ci sarà sempre
odio negli inglesi perché sono una nazione piena d’astio. È questo il guaio dei
proletari di tutto il mondo. Cercano sempre di sfogare i loro rancori su quelli
che considerano più in basso nella scala sociale, invece di saltare alla
giugulare di quei fottuti bastardi dell’alta e media borghesia che li tengono
oppressi, tanto per cominciare” – L’autobiografia.
Persino la Chiesa pare non abbia gradito il potere della borghesia, accusandola
d’aver fatto di questo mondo un luogo maledetto d’ingiustizia e di dolore,
benché la contestazione non parrebbe mossa sulla scia di una qualche carità
cristiana: “L’abate […] trovava delle scusanti alle scelleratezze degli
scioperanti, attaccava violentemente la borghesia sulla quale rigettava ogni
responsabilità. Era la borghesia, che, spossessando la Chiesa delle sue antiche
libertà, per servirsene lei stessa, aveva fatto di questo mondo un luogo
maledetto d’ingiustizia e di dolore, era lei che prolungava i malintesi, che
spingeva ad una catastrofe spaventosa, col suo ateismo, rifiutandosi di
ritornare alla fede, alle tradizioni fraterne dei primi cristiani” – Germinal di
Emile Zola.
Leggo che la borghesia è fondamentalmente vile e ottusa e che, in ogni epoca, è
rimasta unita solo per abbattere ciò che le stava immediatamente sopra e
depredare coloro che stavano sotto: “Sono nato con dentro un odio per
l’ingiustizia… sin dall’infanzia il sangue mi ribolliva contro il cielo quando
vedevo la gente malata, e mi ribolliva contro gli uomini quando ero testimone
delle sofferenze dei poveri; pensando al tozzo di pane della povera gente, le
cose buone che mangiavo mi andavano di traverso, e un bambino storpio mi faceva
piangere. […] Anno dopo anno, questa passione per la gente più derelitta mi
ossessionò sempre di più. Si poteva riporre speranza nei re? Si poteva riporre
speranza nelle classi meglio pasciute che si rotolano nel denaro? Avevo studiato
il corso della storia… sapevo che la borghesia, il nostro monarca di oggi, è
fondamentalmente vile e ottusa… in ogni epoca, avevo visto come la borghesia si
unisse solo per abbattere ciò che le stava immediatamente sopra e depredare
coloro che stanno sotto; la sua ottusità, ne ero convinto, alla fine avrebbe
provocato la propria rovina; sapevo che ormai i suoi giorni erano contati, ma
come avrei potuto aspettare? Come potevo lasciare che i bambini poveri
tremassero sotto la pioggia? Certo, sarebbero arrivati giorni migliori, ma i
bambini sarebbero morti prima. […] con un’impazienza sicuramente non priva di
uno slancio di generosità mi arruolai tra i nemici di questa società ingiusta e
ormai condannata […]” – nuovamente da Il terrorista di Robert Louis Stevenson.
Anche il mio corregionale Edmondo De Amicis, nel romanzo Sull’oceano non ne dice
un granché bene di ‘sti borghesi: “tutta la sua persona rivelava la borghesuccia
impastata d’invidia per chi le sta sopra e di disprezzo per chi le sta sotto,
capace di commettere una vigliaccheria per entrare in relazione con una
marchesa, e di dimezzare il pane ai figliuoli per strascicare del velluto sui
marciapiedi”.
Ecco, non provando invidia per chi sta sopra né disprezzo per chi sta sotto
semplicemente perché il mondo che vedo io non è strutturato in verticale ma in
orizzontale; non avendo mai dimezzato il pane da dare a mio figlio per
qualsivoglia bene materiale a cui rinuncio tranquillamente, anche se ammetto che
i libri mi tentano sempre parecchio; non commettendo alcuna vigliaccheria per
entrare in relazione con una marchesa per lo stesso motivo di prima – nella mia
visione orizzontale del mondo, marchese, psicologhe, suore, operaie, casalinghe,
eccetera sono, giocoforza, tutte sullo stesso piano –; mi sento abbastanza
sollevato.
E mi sento abbastanza sollevato anche perché non provo alcuna gioia quando
s’arresta una puttana o se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova
campana; non godo quando gli anormali son trattati da criminali e non ho alcuna
intenzione di chiudere in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali;
non so mentire con cortesia, cinismo e vigliaccheria, e non faccio
dell’ipocrisia la mia formula di poesia; non ho nulla contro chi fa l’amore più
di una volta alla settimana e neanche contro chi lo fa per più di due ore o
verso chi lo fa in maniera strana; non pesto le mani a chi arranca dentro a una
fossa e neppure son disponibile, al più ricco e ai suoi cani, a leccar le ossa.
Sì, dài!, mi sento abbastanza sollevato.
Ora che finalmente so chi sono, devo chiudere il pezzo e salutarvi perché sono
già in ritardo: di là, sul tavolo di noce del tinello, la cena è apparecchiata,
son tutti già seduti e mi aspettano per il segno della croce. Rifiutarsi mi
pareva brutto.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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