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Adolescence
Chi più chi meno, temo si sia tutti ostaggio della propria adolescenza, soprattutto coloro che, anagraficamente, l’hanno superata di Marco Sommariva* In un articolo di Stefania Garassini pubblicato qualche giorno fa su Avvenire, leggo che Adolescence – la miniserie tv britannica che affronta il tema della violenza tra i teenager, appena uscita e già la più vista sulla piattaforma Netflix – conta “quattro episodi girati tutti in tempo reale (un’ora circa di durata corrisponde esattamente a un’ora di vicenda narrata) e con inquadrature continue che seguono i personaggi in ogni loro movimento con l’effetto di immergere completamente lo spettatore nella storia, evitando di dare alcun giudizio su quanto accade”. Adolescence è la storia dello sconvolgimento di una famiglia quando il figlio tredicenne, Jamie, viene arrestato per l’omicidio di una sua coetanea, compagna di scuola. Stefania Garassini prosegue spiegandoci che “sono diversi e tutti cruciali i temi che la serie affronta, dal bullismo, alle dinamiche tossiche all’interno dei social media, all’incomunicabilità tra genitori e figli. Un oceano di dolore che lambisce le vite di tutti i personaggi, senza che sia possibile identificare con certezza un colpevole per il disastro cui si assiste. […] Adolescence invita ad allargare lo sguardo su un mondo adulto che non sembra avere più gli strumenti per capire quanto sta accadendo nelle menti e nei cuori dei propri figli, troppo spesso soli, totalmente immersi nel mondo dei social, dove la derisione e la vergogna possono nascondersi anche dietro le parole e le emoji apparentemente più innocue”. Su un altro articolo pubblicato da Avvenire, questa volta a firma di Marco Pappalardo, vengono riportate le parole di una studentessa alla quale il giornalista ha chiesto un parere su Adolescence: “Non ero pronta a vedere una storia così violenta eppure così normale oggi. La necessità di sentirsi accettati non si nega e non è solo della mia generazione. Avere le proprie idee, diverse dagli altri, è difficile. Devi essere brava a scuola, educata, obbediente a casa, tra i compagni furba e vestita in un certo modo; devi piacere e condividere storie nel posto giusto. Senza uno di questi requisiti, la vita potrebbe diventare un inferno e per colpa dei social non c’è un posto dove nascondersi. Mi ha sconvolta l’incapacità del protagonista di capire che aveva un’altra scelta. Mi ha spaventato che nessuno abbia chiesto aiuto agli adulti e che essi siano così ciechi e sordi. Questa serie non dà speranze!” Nell’articolo di Pappalardo, quello sopra non è l’unico commento per bocca dei giovani; altri dicono la loro, come per esempio un certo Marco: “Il contrasto a casa riesce ad isolarci, facendoci sentire soli, impotenti uditori di liti tra adulti. Così giungono delle “consolazioni” che ci distruggono: droga, bullismo, alcool, azzardo, atti criminali. Mi fa riflettere la fragilità umana e la delicatezza dei rapporti”. Da giorni, sono tantissimi a occuparsi di questa miniserie tv di Netflix: il Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica, Il Messaggero, Il Mattino, Il Fatto Quotidiano, Il Foglio, Libero, Internazionale, L’Espresso, eccetera. Oltre ai due articoli già citati, Avvenire ne ha pubblicati altri su Adolescence, tra cui quello di Massimo Calvi, il quale ci fa notare che “Il vero motivo per cui tutti in questi giorni stanno parlando di Adolescence […] non risiede probabilmente nella sua elevata qualità di regia e recitazione, e nemmeno nella complessità del tema affrontato, aspetti che in ogni caso ne stanno decretando uno straordinario successo. La ragione più profonda che tiene sulla bocca di tanti la storia del giovane Jamie è legata al fatto che dopo aver visto la serie per intero si manifesta pressante il bisogno di parlarne. Perché è necessario liberarsi di qualcosa, trovare il modo di espellere il disagio condividendolo, superare il trauma attraverso le parole e lo scambio. Adolescence è sì un pugno nello stomaco, come in tanti hanno rilevato – o meglio, sono quattro cazzotti, quante le puntate della serie – ma è soprattutto una forma di abuso, un racconto talmente disturbante per un genitore da richiedere di essere elaborato il prima possibile”. Ora, anche giustamente, qualcuno di voi s’aspetterà una mia disamina su Adolescence così che anch’io possa liberarmi di qualcosa, trovare il modo di espellere un disagio, superare un trauma attraverso la scrittura di un articolo. No. La mia disamina sarà leggermente diversa, verterà sull’adolescenza di altre epoche cui fanno cenno alcuni scrittori e scrittrici a me cari, anche per capire se, in passato, tutto filava liscio o meno; quindi, tranquilli, non si parlerà della mia adolescenza o di quella “dei miei tempi”. Intanto, inizierei col dire che sono d’accordo con Laura Pariani quando nella sua raccolta di racconti Il pettine, scrive che “L’adolescenza è una brutta età. […] come un trapezista, devi abbandonare la salda presa dell’infanzia e cercare di afferrare l’appiglio dell’età adulta; e tutto ciò dipende, in un intervallo che mozza il fiato dall’emozione, dall’attendibilità di coloro da cui ti sganci e di coloro che sono destinati a riceverti…” In Autunno tedesco, Stig Dagerman scrive della Germania dell’immediato dopoguerra, quella del 1946, e dei giovani ci racconta questo: “I ventenni gironzolano per le stazioni delle piccole città fino a quando fa buio, senza avere un treno o qualcosa d’altro da aspettare. Qui si assiste a piccoli, disperati tentativi di furto da parte di adolescenti nervosi che buttano fieramente all’indietro il ciuffo con un colpo di testa quando vengono presi, si vedono ragazzine brille che si attaccano al collo dei soldati alleati e se ne stanno quasi sdraiate sui divani delle sale d’aspetto in compagnia di negri ubriachi. Nessuna gioventù ha mai vissuto un simile destino […]. Hanno conquistato il mondo a diciotto anni, e a ventidue hanno perso tutto”. Mi verrebbe da dire che gli adolescenti d’oggi hanno perso tutto senza, prima, aver mai conquistato nulla, ma forse la faccio troppo semplice, e allora mi limito a scrivere che questi disperati tentativi di furto da parte di adolescenti e queste ragazzine brille che si attaccano al collo di qualcuno, mi ricordano un po’ troppo da vicino i nostri figli; fosse così, significherebbe che siamo riusciti a devastarli come fossero usciti da una guerra mondiale. Nel libro Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa, si racconta la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di “senza patria”, a iniziare dall’abbandono delle case di ‘Ain Hod nel 1948, per il campo profughi di Jenin: “[…] il corpo di Jolanta era stato devastato dai nazisti, che l’avevano costretta a dare gli ultimi anni della sua adolescenza in pasto agli appetiti sessuali delle SS. Quell’incubo le aveva salvato la vita ma l’aveva resa sterile. Avendo perso ogni membro della sua famiglia nei campi di sterminio, Jolanta si era imbarcata da sola per la Palestina alla fine della Seconda guerra mondiale. Non sapeva nulla della Palestina né dei palestinesi, seguiva solo il richiamo del sionismo e le lussureggianti promesse di una terra di latte e miele. Voleva un rifugio. Voleva fuggire dai ricordi di tedeschi sudati che contaminavano il suo corpo, dai ricordi di fame, dai ricordi di depravazione. Voleva fuggire dalle urla di morte che popolavano i suoi sogni, dalle canzoni ormai spente di sua madre e suo padre, di suo fratello e delle sorelle, dalle grida senza fine degli ebrei agonizzanti”. Non sarà che i nostri figli vorrebbero “semplicemente” scappare dalle urla di morte che popolano i loro sogni, dalle grida di chi agonizza in questi nostri tempi in cui la ricchezza dei miliardari è cresciuta nel 2024 di duemila miliardi di dollari, tre volte più velocemente del 2023, mentre tre miliardi e mezzo di persone vivono con meno di 6,85 dollari al giorno?  Non solo, non è che i nostri figli vengono devastati sempre più spesso dagli appetiti sessuali degli adulti o si devastano vicendevolmente pensandosi protagonisti di quei video pornografici da cui si fatica a star distanti e che nessuno ha insegnato loro a studiare, analizzare, verificare, decifrare? Tra il 1963 e il 1966, Jim Carroll – poeta e musicista – racconta in un diario gli anni della sua adolescenza, scritti che poi diventeranno il libro culto Jim entra nel campo di basket. Quando uscì negli Stati Uniti, rappresentò un caso letterario, suscitando l’entusiasmo di Jack Kerouac; racconta la vita on the road di un ragazzino straordinariamente intelligente, un libro autobiografico, un racconto fedele della sua adolescenza segnata da una precoce dipendenza dall’eroina e dall’esperienza della prostituzione: “Poi ci siamo noialtri ragazzi di strada che cominciamo a cazzeggiare da molto giovani, sui tredici, e crediamo di poter tenere la testa sopra l’acqua e di non prendere l’abitudine. Funziona raramente. Ne sono la riprova io. Così dopo due o tre anni di controllo, finisco nell’ultimo atto: con la scimmia e niente altro da fare che passare tutta la giornata a caccia di droga. In qualunque maniera, va bene tutto, ragazzi. Non ci sono Coste Azzurre e non ci sono mamme ricche da cui correre. Sai quando ci sei dentro definitivamente perché è la volta che svegliandoti la mattina te lo dici chiaro e tondo, senza mezzi termini: Oggi o mi trovo la mia dose o finisco a farmi spaccare il culo ai Tombs, non ci sono cazzi”. Non so dalle vostre parti cosa stia succedendo, ma qui, dalle mie – a Genova – lo spaccio di stupefacenti è così diffuso che il più conosciuto quotidiano locale, ha dedicato ultimamente numerosi articoli “all’inferno del crack nel Centro città” e, credetemi, sono tantissimi i ragazzi che si alzano da letto decisi a qualsiasi cosa, anche a farsi “spaccare” pur di avere la propria dose giornaliera; fosse così, significherebbe che siamo riusciti a bucarli, intossicarli, stordirli e mortificarli come certi ragazzi eroinomani newyorkesi dei primi anni Sessanta, e senza neppure aver la consolazione di ritrovarli ostili alle mode e alle comparsate televisive come lo era Jim Carroll, appunto. Nel 1967 viene pubblicato Ora d’aria, la storia di un gruppo di detenuti in un carcere statunitense dove la vita scorre senza tempo: qualcuno è arrivato da poco, qualcuno è dietro le sbarre da anni, qualcuno ci resterà per sempre. Il carcere descritto da Malcolm Braly, l’autore, è un mondo straordinariamente simile a ciò che sta fuori, capace di farci comprendere che tutti, sotto certi aspetti, siamo prigionieri delle nostre esistenze. Braly, abbandonato dai genitori ancora bambino, si dedicherà fin dall’adolescenza a piccole attività criminali, perlopiù rapine, che lo porteranno presto in riformatorio; dei suoi primi quarant’anni, diciassette li trascorrerà nelle più dure prigioni americane: “Si svegliò. Mentre la sensazione del sogno scivolava via, lui ne riconobbe i contorni adolescenziali e gli venne un desiderio nostalgico per quel mondo perduto, le cui aspettative troppo alte avevano avvelenato la sua vita di adulto quando ne aveva scoperto il grigiore”. E forse qui troviamo un altro aspetto su cui bisognerebbe fermarsi a ragionare un bel po’: le aspettative troppo alte di quel mondo adolescenziale che avvelenano la vita adulta quando se ne scopre il grigiore. Chi genera queste aspettative troppo alte? I genitori? Magari per provare a rifarsi dei propri fallimenti? Magari nel tentativo di “perfezionare” i figli senza rendersi conto che, invece, questa loro deleteria ricerca di perfezione distruggerà i ragazzi? O certe ideologie? Magari quelle che ti promettono ricchezza e benessere se competi contro tutto e tutti e in continuazione? O forse è lo stato? Magari con le sue promesse di sconfiggere nemici, conquistare terre, anche fosse “solo” occupandole culturalmente? Riprendo la frase di Laura Pariani – “L’adolescenza è una brutta età. […] come un trapezista, devi abbandonare la salda presa dell’infanzia e cercare di afferrare l’appiglio dell’età adulta; e tutto ciò dipende, in un intervallo che mozza il fiato dall’emozione, dall’attendibilità di coloro da cui ti sganci e di coloro che sono destinati a riceverti…” – e mi domando se, noi che di questi adolescenti siamo genitori zii nonni e insegnanti, siamo attendibili o se siamo soltanto corpi che attraversano i giorni con modalità talmente anonima e passiva da garantire agli altri un minimo di credibilità unicamente quando viene pubblicato il nostro necrologio, o se magari la nostra affidabilità l’abbiamo esaurita perché interamente impegnata nel soddisfare il nostro bisogno di far sapere al mondo intero ogni cosa noi si pensi e si faccia postando tutti i nostri palpiti, o se siamo così presi a dispiacerci per i figli adolescenti e per chiunque altro esclusivamente per ignorare noi stessi, la nostra inattendibilità. L’adolescenza è l’unico periodo della vita in cui non si è sopraffatti dalla nostra adolescenza, è un santuario dove alcuni trascorrono tutto il loro tempo anche mentre i capelli s’ingrigiscono. Forse perché è quel periodo della vita tanto bello quanto tormentato, in cui l’innocenza dell’infanzia non è ancora stata contaminata dall’età adulta e si riesce ancora a immaginare un futuro a colori. Chi più chi meno, temo si sia tutti ostaggio della propria adolescenza, soprattutto coloro che, anagraficamente, l’hanno superata.   *scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni     > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp  
riflessioni
misure repressive
recensioni
Pedagogia sicuritaria e istituzione scolastica
Lo stato della propaganda e la propaganda di stato. Isernia: un caso emblematico di Alessandro Ugo Imbriglia Lo scorso 25 marzo, il sindacato autonomo di polizia ha ricevuto, nella città di Isernia, gli studenti dei tre istituti di scuola superiore della città, per celebrare – nei modi in cui si conviene – il suo decimo congresso provinciale. Il quotidiano Primo Piano Molise ha estratto alcune fra le considerazioni più significative dei promotori e degli invitati. Commentiamone alcune. La segretaria provinciale del sindacato autonomo di polizia, Sonia Iacovone, ha affermato: «Questo incontro è stato fortemente voluto dal Sap. Abbiamo coinvolto i ragazzi per dare una prospettiva diversa a questa giornata. Vogliamo partire dalle loro curiosità, dai loro dubbi, dai loro punti di vista, per capire meglio il concetto di sicurezza, per capire come loro vedano la legalità, ma anche il ruolo delle forze dell’ordine. Insomma, vogliamo riflettere su questi valori, che sono fondamentali per la nostra società». Dall’estratto emerge un’evidente puntualizzazione, che è probabilmente la più significativa: «vogliamo riflettere su questi valori, che sono fondamentali per la nostra società». Sicurezza e legalità sono dunque annessi al rango di valore, di concetti–valore. Ciò cosa significa? Quando un significante assurge a valore esprime, su un piano semantico, il massimo grado di generalità: poste in questo ordine, legalità e sicurezza devono apparire, in seno alla propaganda, come idee “increate”. Esse sono collocate, all’interno del discorso di stato, per essere recepite come tali, dunque inamovibili, in una posizione che dovrà essere intesa e assimilata come elemento permanente rispetto alle sue modalità di applicazione e agli effetti che ad esse conseguiranno. Un concetto-valore, espresso nei termini succitati, attribuisce a sé stesso una grande forza generativa, poiché compare, anzitutto, come elemento inderivato: prima di esso non v’è nulla, nulla da cui possa dipendere o da cui possa conseguire. Per tal motivo si appone al sostantivo “valore” un attributo ovvio, ad esso implicito, qual è il termine “fondamentale”. La legalità deve essere concepita come fondamento primo, come basamento. È essa stessa a costituire, sia sul piano concettuale, sia sul piano fattuale, la fonte unica e originaria di potenziali effetti, conseguenze e derivazioni. Poste in questi termini, sembra che alla legalità e alla sicurezza non preesista una forza, una fonte che, sul piano anzitutto dell’idea, sia in grado di stabilirne e contenerne la dimensione semantica, la posizione sintattica e la funzione operativa. Ecco che allora “il ruolo delle forze di polizia” assume, nell’ordine del discorso, una configurazione autolegittimante, poiché si manifesta come immediata espressione dei concetti-valore, quali sembrano essere la legalità e la sicurezza. In quest’ottica l’eurodeputato Aldo Patriciello ha espresso le seguenti considerazioni: «Gli agenti di polizia sono il baluardo della democrazia e soprattutto sono per noi un punto di riferimento per rappresentare la presenza dello stato. Questa iniziativa mira dunque a riconoscere alle forze di polizia e al sindacato di polizia quel lavoro silenzioso, costante che fanno quotidianamente a difesa della democrazia e soprattutto a difesa dei cittadini».  Questa costruzione di significati presenta quantomeno delle aporie: in un’entità statuale, la funzione strategica delle forze polizia consiste – sia sul piano operativo, sia sul piano simbolico – nell’imposizione e nel consolidamento di un principio weberiano: l’utilizzo della forza fisica – l’utilizzo della violenza – è monopolio incondizionato dello stato. Lo stato detiene l’indiscutibile monopolio della forza fisica. Questa è la priorità strategica di un corpo di polizia, in quanto derivazione di uno o più apparati di potere. Essa è tenuta a ribadire e conservare – nella propria funzione simbolica e operativa – tale principio. L’obiettivo delle forze di polizia non consiste certamente nella “difesa della democrazia”, bensì nella tutela di un sistema di apparati – istituzionali, politici ed economici – annessi e connessi allo stato. A riguardo, ciò che è possibile osservare come “difesa dei cittadini” è solo uno dei molteplici effetti – delle funzioni derivate, secondarie – prodotti dal perseguimento dell’obiettivo strategico di cui sopra. In realtà, la “difesa della democrazia” può essere detenuta, e legittimamente ambita, dai cittadini. E sono i cittadini ricompresi in specifiche classi, quelle subalterne, a costituire un elemento nevralgico nella difesa di ciò che intendiamo con il termine democrazia. Dunque a cosa assistiamo? Il potere, che in tal caso corrisponde immediatamente allo Stato, eleva degli indicatori – dei fattori circoscrivibili e misurabili quali sono la legalità e la sicurezza – al grado di valore-concetto. È un’operazione di astrazione, con la quale si idealizza uno specifico stato delle cose e/o un obiettivo strategico. Tale operazione mira anzitutto a produrre un immaginario o a colonizzarne uno già esistente; il suo fine ultimo, invece, può essere individuato nella costruzione del consenso, o – in maniera più sottile – nella produzione delle condizioni meno favorevoli all’emersione del dissenso. La mistificazione consiste per l’appunto in una sorta di rovesciamento, che è prima sintattico e poi sociologico: in una condizione di effettiva democraticità, legalità e sicurezza sarebbero concepiti e adoperati come due semplici variabili, due categorie descrittive che misurano, in termini qualitativi e quantitativi, un oggetto dell’indagine, uno fra i numerosi oggetti empirici di cui può disporre un campo di ricerca, come la qualità e la quantità di specifiche condotte criminose, o, più precisamente, la corrispondenza fra precise condotte e le tipologie di reato codificate dal diritto. Detto ciò, l’oggetto empirico – l’adozione di una condotta legale o illegale, ad esempio – si conferma, il più delle volte, come un effetto, una conseguenza. Esso ha poco o nulla a che vedere con la valenza “pedagogica” del binomio legalità/sicurezza o con l’adesione a tali concetti-valore.  Al contrario, l’adozione di una condotta “illegale” può scaturire dalla convergenza di molteplici fattori, quindi dell’azione, più o meno congiunta, di molteplici fenomeni. Sulla base dell’impatto o dell’andamento che tali fenomeni registrano in un dato contesto sociale potrà derivare, invero, una specifica condizione di legalità/illegalità o sicurezza/insicurezza, né più né meno. Riflettiamo. In un dato luogo, a partire da specifiche condizioni socio-economiche – tasso di occupazione; livello di produttività; qualità delle condizioni contrattuali etc. – si potrebbe registrare un determinato “grado” di legalità e sicurezza, non certo il contrario. La penuria materiale, il logoramento progressivo e costante delle condizioni di vita possono spingere, o costringere, coloro che versano in tali condizioni ad adottare condotte che violino il principio di legalità. Si tratterebbe, in molti casi, di stratagemmi o espedienti per poter vivere, o sopravvivere, appena al di sopra di quella soglia che separa la dignità dall’indecenza. Al contempo, nel medesimo luogo, precise condizioni socio-politiche – corruzione della classe politica e dei colletti bianchi; scambio voto/lavoro; privilegi di ceto connessi a specifici esiti elettorali e rapporti economici etc. – potrebbero generare o esacerbare un forte rancore sociale. Tale risentimento, connaturato a una specifica condizione di esclusione sociale, potrebbe registrare, a sua volta, una significativa incidenza sull’emersione di molteplici condotte “devianti”, e dunque sul “grado” di illegalità e insicurezza che caratterizzano il contesto sociale considerato. In ultimo, specifiche scelte di economia pubblica e welfare – disinvestimento nell’edilizia popolare; espansione della sanità privata a discapito della sanità pubblica; gestione iniqua delle principali fonti di vita (risorse idriche ad esempio) – potrebbero generare o accrescere una concorrenza cinica, spietata, fra coloro che non hanno accesso a un reddito minimo, a una dimora stabile e a prestazioni sanitarie di base o specialistiche. Le penuria e la scarsità delle risorse alimenterebbe conflitti laceranti fra le classi subalterne, fra proletari e sottoproletari. Va da sé che in questa lotta “fratricida” – combattuta, attualmente, in molte periferie delle città italiane – possano emergere condotte criminose. In definitiva, tutte le variabili e le dinamiche passate in rassegna possono co-determinare specifici livelli di legalità e sicurezza. Legalità e sicurezza sono i risultati, gli effetti, di queste complesse combinazioni. Ridimensionare o escludere dal discorso fondamentali variabili di carattere economico-produttivo, sociopolitico, amministrativo-partitico e imprenditoriale, a favore di un indottrinamento alla legalità e alla sicurezza – intese come a priori, come concetti-valore che, di per sé, possono e devono essere imposti in termini pedagogici e propagandistici – non fa che certificare uno scivolamento autoritario, dalla chiara impronta mistificatoria. Lungo questo crinale si assiste dunque alla imponente e assillante generazione di un feticcio: legalità e sicurezza avrebbero, in sé, un valore intrinseco e inalienabile, in grado di garantire condotte sociali “accettabili”, ergo compatibili con quanto il diritto penale e l’esecuzione penale approvano o, per converso, deplorano. Si tratta, in tal caso, di una mistificazione ideologica, poiché il discorso rovescia, o meglio occulta, l’effettivo nesso tra cause ed effetti, elevando gli effetti – legalità e sicurezza – ad assiomi, a concetti-valore da inculcare. Tale lavorio ideologico misconosce le serie di cause e concause da cui dipendono, nei fatti, specifiche determinazioni storiche e sociali, come la forma e il grado di legalità o sicurezza in un dato luogo e in un dato momento, ad esempio. Il carattere elusivo di questa manipolazione lascia innominati una serie di significanti che uno stato realmente democratico potrebbe, e dovrebbe, elevare a concetti-valore. È il caso dell’equità, ad esempio. L’equità potrebbe essere “idealizzata” e collocata in questa posizione apicale. Un valido corollario dell’equità potrebbe essere composto dalle seguenti categorie concettuali: soddisfazione dei bisogni primari, giustizia sociale e parità dei diritti. Nel verso opposto, quando al rango di concetti-valore sono collocati la legalità e la sicurezza, giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza alla forza-lavoro, riconoscimento dei diritti alle minoranze, accesso alle risorse vitali (acqua, cibo, casa) subiscono, il più delle volte, effetti regressivi. Retrocedendo, divengono fattori opzionali, e in quanto tali sono facilmente eliminabili, giacché l’operazione ideologica dello stato sovrastima, indefinitamente, l’incidenza positiva che i valori-concetto di legalità e sicurezza avranno sulle condotte individuali e collettive. Tale pedagogia è imposta sulla base di una subdola e malcelata consapevolezza: sono specifiche logiche di mercato, condizioni economiche, sociali e politiche che, in verità, producono, in misura differente ma combinata, determinate condotte legali o illegali. In spregio a tali evidenze, legalità e sicurezza sono altresì ricostituite come un valore-concetto dal segno esclusivamente positivo. Ad oggi è altamente improbabile che tale segno possa essere messo in discussione, a meno che non siano le classi subalterne a riqualificare la collocazione, l’incidenza e la funzione dei termini “legalità” e “sicurezza”. In conclusione, cosa suggerisce tutto ciò? La legalità e la sicurezza dei cittadini vengono prima di ogni altra cosa. È da manuale lo slogan adottato dal sindacato autonomo di polizia e dalla dirigente scolastica dell’Isis Fermi-Mattei di Isernia. È un messaggio che arriva immediatamente alla pancia, che sollecita un primitivo bisogno di autoconservazione. Nel binomio legalità/sicurezza, il primo termine è assorbito dal secondo, in una voragine di pulsione sicuritaria. Slogan di questo genere sono il peggior veleno per la democrazia, poiché parlano al nostro istinto e dunque trovano una prima, istantanea, accoglienza: tutti siamo spaventati dalla mancanza di sicurezza, e una promessa sicuritaria, istintivamente, ci rassicura. Ma in questo modo il corpo della democrazia assimila gradualmente uno spirito che gli è contrario, e questo spirito, lentamente, la corrompe, la svuota dall’interno, come il più letale dei mali. Non è vero che la legalità e la sicurezza dei cittadini vengono prima di ogni altra cosa. Non è questa la democrazia. Non è questo lo stato di diritto. Se per legalità si intende il rispetto della legge, in un’effettiva democrazia esso non è l’elemento, il valore-concetto, che precede ogni altra cosa: una legge è sempre e solo la volontà espressa dalla maggioranza; la democrazia non dovrebbe essere il regime in cui comanda la maggioranza, ma quello in cui sono tutelate le minoranze. Nel gioco delle parti, la legge è sì espressione della volontà della maggioranza, ma essa non può negare i princìpi della dignità della persona e i suoi corollari, così come fissati nell’assiologia costituzionale. Dunque non è il rispetto della legge – la legalità – a precedere ogni altra cosa, ma il rispetto della dignità dell’uomo e dei suoi diritti fissati in Costituzione. Quanto all’altro polo dello slogan – la sicurezza –, sì, certo, la sicurezza costituisce una priorità, ma occorre essere cauti: la sicurezza non può essere ridotta alla mera tutela dell’integrità fisica delle persone; quest’ultima dimensione ne costituisce certamente una misura minima, ma non esclusiva. Del resto, tale sicurezza potrebbe essere garantita anche in un regime autoritario, in un regime oppressivo. Si può essere “sicurissimi”, sotto questo punto di vista, anche in un regime di privazione assoluta della libertà. La sicurezza cui mira la nostra democrazia è invece un’altra cosa; essa è la sicurezza sociale a cui si riferisce l’articolo 3, secondo comma, della nostra Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese». E di questa sicurezza chi ne parla più? È forse il caso di sottoporre tale quesito al sindaco di Isernia, Piero Castrataro, così che possa riflettere sull’assennatezza e sulla validità delle proprie riflessioni. Secondo il primo cittadino di Isernia è stata «una scelta vincente quella di coinvolgere gli studenti dei tre istituti superiori della città» nella celebrazione del decimo congresso provinciale del sindacato autonomo di polizia.     > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. 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Poteve Opevaio. Fantozzi e l’astrazione kafkiana del padrone
Mentre non è ancora morto il Poteve Opevaio, schiere di sfruttati continuano a prendere il bus al volo di Marco Sommariva da Carmilla Per la regia di Luciano Salce, il 27 marzo 1975 usciva nei cinema Fantozzi, e il giorno del cinquantesimo anniversario – giovedì 27 marzo 2025 – tornerà nelle sale questo primo leggendario capitolo della saga del Ragionier Ugo; a festeggiare lo storico personaggio inventato da Paolo Villaggio, sarà una versione del film rimessa a nuovo dal laboratorio di restauro cinematografico L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì per il processo di color correction. Fantozzi nasce nelle storie che Villaggio scrive per “L’Europeo”, un settimanale d’attualità edito da Rizzoli pubblicato sino al 2013; diventerà un libro nel 1971, quando lo stesso editore del settimanale gli proporrà di raccogliere queste storie in volume. Nella premessa del libro datata luglio 1971, l’attore genovese scrive: “Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, è la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno «scherzo» quale deve essere tutta questa faccenda del «libro» e mi fermo qui”. Era ed è sì un discorso politico: lo era allora, quando sul viso di Fantozzi ritrovavamo tutte le sconfitte dell’impiegato medio italiano, non una caricatura, ma una discarica pubblica dove ci si alleggeriva tutti, in cui si evacuavano le risate amare che le nostre facce da culo producevano guardando le genuflessioni del Ragionier Ugo davanti allo stesso Megadirettore Galattico che ci aspettava l’indomani in ufficio, al quale rispondevamo “faccio subito” intanto che speravamo che qualcuno gli sparasse nelle gambe; lo è al giorno d’oggi, mentre una struttura-società che non ha bisogno di noi e non ci difenderà mai abbastanza, ci sta sfruttando con quella viscida delicatezza che cinquant’anni fa ancora non esisteva, che prevede di non prenderci a manganellate perché, con gli anni, è stata capace di convincerci che dobbiamo essere noi a manganellare i nostri pari che non seguono le direttive dei potenti – non a caso, nella stessa premessa l’autore ci consiglia coi potenti “di essere vischiosi, servili e sempre d’accordo anche su posizioni «fasciste»”, un po’ come certi conduttori televisivi che da decenni non riusciamo a scollarceli di dosso, regnanti indiscussi di squallidi studi televisivi consacrati alle celebrazioni del regime. Sul manganellare i nostri pari, Villaggio aveva capito che era un processo già iniziato: “[…] la pesantissima boccia di metallo di 42 chili centrò in piena nuca il suo direttore, che aveva accostato alle labbra in quel momento un bicchiere di vino ristoratore. Fantozzi non si fermò neppure a chiedere scusa ma si diede alla macchia sulle montagne. Cominciò allora una delle più feroci cacce all’uomo degli ultimi centovent’anni. Parteciparono alla ricerca cani-poliziotto e feroci molossi napoletani, mescolati ai quali c’erano moltissimi impiegati ruffiani che si erano offerti come cani da riporto per segnalarsi presso la direzione sperando in un aumento. Dopo tre giorni e tre notti di drammatica caccia tra gli acquitrini, Fantozzi fu circondato da un gruppo di colleghi abbaianti, tenuti al guinzaglio da alcuni feroci dirigenti”. A differenza dei tanti comici che proliferano nei numerosi spettacoli d’oggi creati apposta per far ridere il pubblico e che sempre più raramente raggiungono l’obiettivo, Villaggio non ci parla di una zona dell’Italia – siciliani o calabresi “contro” milanesi, nordisti “contro” sudisti, apologie del romanesco, napoletano, toscano, eccetera – non ci parla di uomini “contro” donne e viceversa – i primi che sporcano di pipì la seduta del water, le seconde che sono intrattabili in “quei giorni” – no, Villaggio non ha alcuna intenzione di anestetizzarci con queste fesserie che fingiamo di credere esistere ancora ridendo fintamente a crepapelle perché intorno a noi altri fanno la stessa cosa, no, Villaggio ci parla dell’autobus preso al volo perché cinquant’anni fa si provava a dormire sino all’ultimo minuto dopo giornate snervanti già allora per la mancanza di senso, che mi ricordano molto da vicino la vita che fanno certe dipendenti della cooperativa che ha in appalto la pulizia degli uffici dove lavoro che, stremate dalla giornata lavorativa precedente, alle cinque del mattino prendono al volo il primo di tre autobus che, dopo un’ora e mezza di viaggio, le porterà a svuotarmi nuovamente il cestino chiedendomi scusa per il disturbo, e il tutto per un pugno di euro all’ora, lo stesso che a volte mi capita di dare in elemosina a Yassir, il ragazzo bengalese che mi riporta a posto il carrello vuoto, dopo che ho riempito l’auto coi sacchetti della spesa, situazione che a volte mi fa sentire come il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, il Direttore Marchese Conte Piermatteo Barambani o un altro qualsiasi feroce padrone o amministratore delegato: è un attimo saltare dall’altra parte della barricata senza neppure accorgersene. Se è vero che 1984 di Orwell fu un romanzo premonitore, vedete se vi dice qualcosa dei nostri giorni questo estratto del libro Fantozzi: “Cominciò […] una discussione tra giovani sulla contestazione studentesca e l’intervento americano in Vietnam. Fantozzi credeva di essere nel covo della reazione: ma con suo grande stupore s’accorse che più quei gran signori erano bardati con orologi Cartier e brillanti (con uno solo dei quali lui avrebbe vissuto senza patemi il resto dei suoi giorni) più erano su posizioni maoiste. La maggior parte, giudicò Fantozzi, era a sinistra del partito comunista cinese. […] L’indomani mattina lui “timbrava” alle 8: pensando a quei giovani sovversivi che si sarebbero svegliati a mezzogiorno, gli si confondevano le idee”. Questo è Fantozzi; Villaggio, invece, nella biografia in quarta di copertina della seconda edizione del libro, datata 1981, si definisce “figlio di padre ricchissimo” e per questo “a sinistra del partito comunista cinese”, non solo, sostiene che “a Roma ha fondato con un gruppo di nobili una frangia politica di estrema sinistra molto “in” che si chiama «POTEVE OPEVAIO»”. Il libro Fantozzi era anche confortante; alla rabbia di mio padre che bestemmiava nel leggere dell’ennesima apparizione mariana a una contadina quattordicenne, piuttosto che a dei bambini impegnati a sorvegliare un gregge o a una bambina belga, il concittadino e quasi coetaneo Paolo Villaggio rispondeva così: “Un giorno c’era un tale caldo che a Fantozzi alle undici del mattino, mentre era in cucina che faceva correre un po’ d’acqua per bere, comparve improvvisamente la Madonna. Era in piedi sull’acquaio e gli sorrideva, poi scomparve. “Sarà questo maledetto caldo” si disse: e decise di raggiungere la moglie in campagna. Mentre si preparava per il viaggio si domandava perché mai la Madonna per il passato si sia limitata a comparire a pastorelli semianalfabeti e in zone montuose, e mai per esempio a Von Braun, al Centro Spaziale di Houston durante una riunione della NASA. Non ricordava infatti di aver mai letto sui giornali notizie di questo tipo: “Ieri alle 16,30 la Santa Vergine è comparsa improvvisamente dietro la lavagna di un’aula gremita di studenti della scuola di ingegneria di Pisa, durante la lezione di “meccanica applicata alle macchine”. Il docente professor Mannaroni-Turri, noto ateo, è svenuto di fronte a duecento studenti”. Il libro Fantozzi è ancora confortante; alla mia rabbia condita di bestemmie che fa seguito all’ascolto di boiate pazzesche tipo quella espressa da due signore bionde col fisico scolpito che, d’estate, alla spiaggia, lamentano il “sold out” – a giugno! – nelle “location” più “in” di New York che le costringerà a trascorrere il Capodanno da un’altra parte, mentre una donna africana larga quanto le due messe assieme passa loro accanto stracarica di mercanzia che nessuno vuole, le pagine del libro mi consolano così: “A un’ora da Roma, Fantozzi andò in corridoio a fumare. C’erano due bambini molto belli biondi, figli di ricchi: tutti i figli dei ricchi sono biondi e uguali, i figli dei braccianti calabresi sono scuri, disuguali e sembrano scimmie. Erano dei bambini molto educati e non facevano rumore. Una baby-sitter americana bionda li custodiva. Uscirono dallo scompartimento le madri. Erano molto giovani, molto belle, molto ricche, molto profumate, molto eleganti e molto abbronzate: venivano da due mesi sulla neve a Gstaad in Svizzera e parlavano della gente che c’era lassù. Fantozzi le guardava con la bocca semiaperta. Le due donne cominciarono a parlare delle loro prossime vacanze al mare ed erano un po’ in pensiero perché non sapevano più dove andare: dovunque ormai andassero, dalla Corsica alle isole Vergini, trovavano della gente orribile. Fantozzi si commosse quasi per il dramma di quelle poverette. Il treno entrò alla stazione Termini. Sulla banchina c’era una tragica lunga fila di terremotati siciliani del Belice. Erano seduti sulle loro valigie di cartone […] e guardavano muti il vuoto. Una delle due signore disse: “E’ stato un anno davvero disgraziato!”. “Meno male” pensò Fantozzi “che si occupano di questi poveracci!”. “Perché?” domandò l’amica. E l’altra: “Perché non abbiamo mai avuto a Gstaad una neve così poco farinosa!” Perché mi consolano queste pagine? Perché avere testimonianza scritta che figure così mostruosamente stronze già esistevano più di mezzo secolo fa e che, quindi, certi orrori non sono solo frutto degli sfaceli della mia generazione, solleva un poco il morale: lo so, non sono messo bene. Perché la mia generazione, e pure quella dopo, di errori ne ha fatti veramente tanti, nonostante gli ammonimenti ricevuti da cinema e letteratura; avvertimenti che, ancor oggi, continuano a esser lanciati vista la produzione di Scissione, una serie televisiva statunitense del 2022 dove gli impiegati di una ditta non conoscono altro al di fuori delle attività svolte all’interno dell’azienda, sono solo schiavi asserviti al raggiungimento di uno scopo il cui significato è loro precluso. Allo sceneggiatore televisivo e produttore statunitense Dan Erickson, l’idea gli è stata ispirata da certe sue deprimenti esperienze lavorative giovanili maturate in ambito impiegatizio, un po’ come Paolo Villaggio quando, da giovane, lavorava all’Italsider di Genova come impiegato e iniziava a mettere in cantiere certe idee, ma per saperne di più su Scissione v’invito a leggere questo pezzo di Walter Catalano: Severance/Scissione: il Corporate Horror e gli incubi di Fantozzi. Conforto, consolazione, riconoscenza, ecco quello che raccolgo dal genio di Paolo Villaggio, e non sono il solo; scriveva Oreste Del Buono nell’introduzione al libro: “L’ultima apparizione di Paolo Villaggio a cui ho assistito in televisione quasi mi ha fatto piangere per la riconoscenza. La riconoscenza per chi si sobbarca il peso di tutti i diseredati dell’aspetto e del gesto, di tutti gli umiliati e offesi dalla propria bruttezza e goffaggine, di tutti i mutilati del pensiero e della prassi, dell’affabilità e della sintassi. Si era sotto le feste di Natale, magari alla viglia stessa. Avevano chiamato Paolo Villaggio in televisione per commentare insieme natività e austerità, un miscuglio di moda nel nostro disgraziato paese”. Chi aveva invitato l’attore genovese s’aspettava da lui un po’ d’umorismo, ma sbagliò i suoi conti: Villaggio si presentò trasandato, malmostoso e, parlando con piglio truce, disse “controvoglia una sgradevolezza dopo l’altra” e prese a parlar male di se stesso, perché quello aveva da dire – Paolo Villaggio non fingeva mai. A proposito di Natale, leggete quest’altro estratto del libro Fantozzi: “A casa la signora Pina gli preparò una minestra calda. Lui si sedette a tavola con uno sguardo da pazzo e diede la prima cucchiaiata. La moglie lo guardò e gli disse: “Buon Natale, amore!”. In quel momento l’albero si abbatté sulla tavola con violenza, centrò Fantozzi in piena nuca e lui tuffò la faccia nella minestra rovente. Si provocò ustioni di quarto grado. Non gli uscì un lamento: più tardi, nel buio della stanza da letto, pare che abbia pianto in silenzio con grande dignità”. Quella dignità che perdiamo quando siamo preda della sindrome da consumo; ossia, quasi sempre. Villaggio fa cenno al boom consumistico in un’intervista rilasciata alla Televisione Svizzera nel 1975: “Il piccolo Fantozzi, l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico, ha ricevuto dai mass-media, cioè dalla televisione, dai settimanali e da tutte le informazioni possibili, uno stimolo preciso, quasi un ordine a consumare, ad acquistare, a vivere secondo determinati schemi, e lo schema di questa filosofia era precisissimo: attento!, che se compri e ti attrezzi in determinati modi, cioè secondo la chiave consumistica, potrai essere felice, vivrai in un mondo che sarà felice e contento per mille anni. Improvvisamente, invece, un crack strano; insomma, tutto questo sistema meraviglioso, pieno di promesse, questo mondo fiabesco si è incrinato: è bastato che nel Medio Oriente una forte tensione internazionale chiudesse i rubinetti del petrolio perché tutta la grande economia mondiale entrasse in crisi”. Villaggio fa riferimento al periodo a cavallo tra il 1973 e il 1974 quando, in seguito alla crisi petrolifera, diversi governi del mondo occidentale, tra cui l’Italia, emanarono disposizioni per contenere drasticamente i consumi energetici: ricordo, per esempio, che ci si metteva d’accordo tra parenti per uscire insieme nei giorni festivi, con l’auto che poteva circolare senza prendere la multa – una domenica toccava alle macchine con targhe che terminavano col numero pari, quella dopo era il turno delle dispari. Oggi come oggi pare che il consumare, l’acquistare, il vivere secondo determinati schemi, siano azioni che non si riescano a fermare, neppure a rallentare. E se pensate che anche andare a vedere la versione di Fantozzi rimessa a nuovo faccia parte di questo circolo vizioso, quello del consumare e del vivere secondo determinati schemi, vi rispondo che andrò ugualmente a vederlo lasciandovi alla vostra erre moscia e a quella cagata pazzesca de La corazzata Potëmkin. E mentre mi si azzera la salivazione per l’emozione dovuta a questa mia intransigente presa di posizione, già sento iniziare lo scroscio dei novantadue minuti di applausi che mi renderanno immortale. > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp  
riflessioni
misure repressive
Intellettuali con l’elmetto per il nazionalismo europeo
Da Piazza del Popolo allo scontro surreale su Ventotene. È evidente il tentativo in atto, da parte di chi guida la cultura e la comunicazione mainstream, di convincere l’opinione pubblica che è giunto per tutti il momento di combattere, e forse anche morire, per difendere l’Europa, i suoi valori, la sua tradizione di pensiero di Gianmaria Nerli da l’Unità Anche questo periodo di rivolgimenti geopolitici e crisi epocali è tempo di “fenomeni morbosi”, per dirla con Gramsci. E anche oggi inedite forme di nazionalismo tornano a ridisegnare il senso e l’orizzonte del mondo. È infatti un fenomeno ormai evidente il tentativo in atto, da parte di chi guida la cultura e la comunicazione mainstream, di convincere l’opinione pubblica che è giunto per noi tutti il momento di combattere, e forse anche morire, per difendere l’Europa, i suoi valori, la sua tradizione di pensiero. Il tutto all’insegna di un ri-nato orgoglio nazionalista europeo, che accantona i sovranismi e i nazionalismi dei singoli paesi in nome dell’europeismo, ma che del nazionalismo ripropone neanche troppo velatamente le logiche e di cui riproduce le matrici psicologiche, forze indispensabili per una chiamata alle armi. Campo di battaglia di tale propaganda è l’ampio fronte di chi sente di appartenere alla cultura liberale moderata e progressista egemone in questi decenni; ovvero la maggioranza più o meno silenziosa dei nostri giorni che è ragionevolmente bisognosa di riconoscersi in qualche valore fondante dopo il vuoto lasciato da 40 anni di politiche neoliberali e di ipocrita demonizzazione delle ideologie. Mentre per la cultura di destra, nell’attuale cataclisma, è facile riconoscersi nelle radici identitarie della nazione o del credo cristiano, ed infatti rimane fuori dal target della propaganda, diverso è il discorso per chi anche a sinistra è vissuto per decenni sotto la martellante litania dei miti postmoderni della globalizzazione redentrice, della pacificante fine della storia, della religione unica del mercato. Questo ampio fronte, disorientato dall’imminente crollo del mondo in cui ancora vive, deve essere convinto che oggi la vera battaglia di civiltà sta nel difendere l’Europa e i suoi valori. E così, come in un remake holliwoodiano degli anni Dieci del Novecento, una parte sostanziosa di intellettuali, chiamiamoli mainstream, organici a questo ampio fronte sono stati ormai arruolati, come dimostra l’attivismo di Repubblica, nel promuovere un europeismo idealizzato e insieme armato, ultimo baluardo di bene in nome del quale combattere. È l’europeismo sentimentale ed eurocentrico che si è ritrovato nella manifestazione del 15 marzo lanciata non a caso da Michele Serra, un intellettuale che di mestiere scrive elzeviri. Va detto subito che lo scoglio principale di questo progetto di costruzione di un sentimento nazionalista europeo consiste nel confronto con la realtà, da qui il bisogno della propaganda. La realtà tanto dei fatti storici: alla cultura europea dobbiamo da alcuni secoli l’ideazione dello sterminio sistematico delle altre popolazioni in nome della propria superiorità, inventando il razzismo come legittimazione, imponendo il colonialismo come forma di governo e l’imperialismo come forma di sostegno all’economia; più che erede della democrazia ateniese, che, ricordiamolo en passant, si sosteneva grazie a un’economia schiavile, l’Europa assomiglia piuttosto al discendente stanco di chi ha accumulato le proprie ricchezze con la rapina e il saccheggio. Quanto alla realtà dei fatti attuali: il sentimento popolare diffuso non si riconosce nel pensiero di queste élite intellettuali, stando almeno ai recenti sondaggi che bocciano tanto il piano di riarmo di Von der Leyen che il sostegno all’Ucraina voluto dall’Ue. Come cento anni fa, quando gli intellettuali e gli studenti manifestavano per l’entrata in guerra, e contadini e operai, consci che a morire nelle trincee sarebbero andati soprattutto loro, si opponevano. Anche oggi a volere la difesa europea, e magari il ripristino della leva obbligatoria per forgiare dei veri guerrieri, sono la classe dirigente e una parte di intellettuali tra i 60 e 70 anni, non gli anonimi e impauriti cittadini che magari pensano al futuro concreto dei propri figli. Vale la pena dunque interrogarsi sulle ragioni profonde di tale nuovo arruolamento degli intellettuali alla causa del nazionalismo, e della creazione di un nuovo mito nazionalista europeo. Le polemiche sui discorsi che hanno accompagnato la manifestazione per l’Europa, e lo scontro surreale sul Manifesto di Ventotene danno alcune utili chiavi di lettura, in quanto sono entrambi sintomatici di un modo di ragionare e di fondare il pensiero teso a rimuovere o capovolgere il senso delle cose, come si fa quando si deve adattare la realtà alla narrazione che si ha in testa. L’aspetto più interessante del gran rifiuto meloniano verso l’autorità simbolica del Manifesto di Ventotene, negli ultimi anni trasformato in una sacra reliquia della religione europeista, e come tale quasi mai letto, non è il disconoscimento di quel testo evidenziandone la matrice socialista, procedimento tutto sommato legittimo da parte di chi incarna i valori di una destra non antifascista che della nazione fa un mito fondante: sta anzi nelle cose, e fortunatamente, che quel manifesto da costoro sia disprezzato. Ciò che invece è estremamente interessante è l’ampio fenomeno di indignazione con rimozione con cui l’ampio mondo liberale e progressista ha reagito. Non si contano storici, intellettuali, parlamentari, che si sono affrettati a dire che estrapolando delle citazioni si falsifica il testo, che bisogna tenere conto del contesto storico, che è frutto dell’isolamento, insomma tutte dichiarazioni per dire che parole come abolizione proprietà privata, partito rivoluzionario ecc. sono parolacce, che facevano parte dello spirito dei tempi e della reclusione, ma che quel testo, in seguito emendato nei fatti dagli stessi autori, è santo. Addirittura il Benigni addomesticato di questi tempi, ha sentito di dover dire che, sì, ci sono delle idee superate, ma l’opera dei tre eroi è fondamentale per costruire l’Europa federalista. Questo diffuso atteggiamento di giustificazione mette in luce il rimosso vero e proprio: ossia la cancellazione di ogni forma di pensiero che fuoriesce dall’ortodossia liberale oggi egemone. In questo modo, cancellando il pensiero sociale che lo ispira, non solo si rovesciano le premesse filosofiche antinazionaliste del Manifesto, ma l’uso che se ne fa è ribaltato: di quell’esperienza si prende solamente un astratto federalismo europeo, che, va ricordato, nelle premesse di quel testo era un passaggio per arrivare kantianamente all’unità politica della terra, e lo si eleva a obiettivo strategico. Ma quell’involucro federale, se è svuotato dei contenuti che portano alla pace, resta un involucro vuoto, che afferma il contrario dell’internazionalismo ispiratore: nelle premesse teoriche del Manifesto la guerra imperialista nasce dall’implosione degli stati perché le classi dei possidenti non accettano le conquiste dei ceti proletari, e che i limitati spazi della democrazia liberale d’inizio secolo diventano un pericolo perché mostrano la possibilità di raggiungere più uguaglianza e libertà per vie legali. Senza quindi questi contenuti sociali e rivoluzionari, che oggi si cerca di liquidare come residui trascurabili, il federalismo europeo millantato, trasformandosi nella rivendicazione di una superiorità per natura, è la negazione degli intenti internazionalisti dei cosiddetti padri fondatori. Allo stesso modo, già dall’iniziale vaghezza dell’appello per la manifestazione in difesa dell’Europa, senza entrare nel dettaglio dei singoli discorsi o articoli con cui si è costruita la campagna, su cui ci si potrebbe divertire a lungo mostrandone i reali contenuti di verità, si intuisce l’operazione di rovesciamento che viene orchestrata. Si chiama il popolo europeo a raccolta per stringersi unito contro la minaccia di un nemico: in primo luogo la Russia di Putin, ma anche gli Stati Uniti del traditore Trump, e magari la Cina insondabile e sorniona che se ne sta in silenzio. Questa è d’altronde la narrazione a cui ci hanno allenato. Eppure questa narrazione si basa su una falsità tanto lampante quanto pericolosa. La Russia, pur portando avanti una politica di potenza di tipo imperialistico, non assume nell’Europa un nemico, non la vuole conquistare, non ne avrebbe le capacità, e in definitiva combatte una guerra che avrebbe volentieri evitato. In sintesi, non vuole e non ha bisogno dell’Europa come nemico. È questa Europa che ha bisogno di costruire un nemico per non sgretolarsi, per non crollare, e la Russia è il candidato ideale. La manifestazione ideata dagli intellettuali mainstream serve anche a questo proposito, a creare il nemico, anche per legittimare la costruzione del mito nazionalistico dell’Europa indomita e coraggiosa. Lo potremmo chiamare, con un po’ di fantasia, la nascita dell’irredentismo europeo, il tentativo di liberare dal giogo nemico una terra che ancora non esiste nella realtà. Non esiste nella realtà, ma sì nella scommessa imbastita dalle élite, che nel tentativo di non soccombere hanno deciso che anche l’Europa, stretta tra opposti imperialismi, si deve fare impero. La speranza è che nessuno di questi intellettuali mainstream voglia morire imperiale, anche se si sente parte della élite che lotta per salvarsi. Se qualcosa di veramente memorabile ha prodotto nei secoli la cultura europea è stata la capacità creare sempre un pensiero antagonista e alternativo a quello che creava continui mostri: così è stato per il movimento operaio con lo sfruttamento capitalistico, così per il movimento anticolonialista, così per il pensiero femminista, e così via. Questa tradizione può essere ripresa, rinnovata, rinvigorita, coinvolgendo in questo lavoro di speranza anche tutti gli intellettuali che oggi si sentono smarriti e si affidano a un facile e prevedibilmente fallace nazionalismo europeo. Non è certo infatti da questa linea di pensiero eurocentrica, organica alla cultura liberale e neoliberale che ha creato il disastro in cui stiamo affondando, che possiamo aspettarci uno scarto per superare indenni e pacifici questi anni turbolenti. Da qui la rimozione operata sul Manifesto di Spinelli, Colorni e Rossi: sarà solo mettendo in discussione il sistema economico e sociale costruito dal capitalismo liberale e neoliberale che si estirperanno le ragioni della guerra, della politica di potenza, dell’imperialismo e del nazionalismo, e si affermeranno le ragioni della pace e della giustizia sociale. Forse quello di cui abbiamo bisogno è proprio quel pensiero rivoluzionario rimosso; e insieme di tutti quegli intellettuali che con un pensiero di radicale cambiamento vogliano misurarsi, per il presente e per il futuro. Ma per costruire, kantianamente, non un’Europa, bensì una Terra unita, uguale, in pace. > Caro Roberto (Vecchioni) > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
riflessioni
misure repressive
Caro Roberto (Vecchioni)
Da Samarcanda alla piazza del 15 marzo di Marco Sommariva* Non avevo ancora compiuto quattordici anni quando i miei pomeriggi venivano scanditi dal giradischi, o meglio, dai pochi vinili che avevo: all’epoca, trovare i soldi per comprarne uno non era semplice – sto parlando del ’76, ’77. Diesel di Eugenio Finardi, Burattino senza fili di Edoardo Bennato, La luna di Angelo Branduardi e Samarcanda di Roberto Vecchioni arrivarono a ruota di Umanamente uomo: il sogno di Lucio Battisti, del Volume 3° di Fabrizio De André, de La torre di Babele di Edoardo Bennato e di Elisir di Roberto Vecchioni: questi otto dischi hanno dato un’impronta indelebile all’animo di quel ragazzino che, tra le mille peripezie della Vita, è diventato l’uomo che sono, quello che oggi ha più di sessant’anni. Raccontare nel dettaglio cosa mi hanno insegnato questi otto dischi, quanto mi ha fatto crescere ogni loro canzone, quali ragionamenti la mia giovane mente è stata indotta a intraprendere, sviluppare grazie ai testi contenuti in questi long playing, sarebbe cosa lunga e, molto probabilmente, anche noiosa; nonostante tutto, vorrei provare a fare quest’analisi prendendone uno a caso: Elisir di Roberto Vecchioni, per esempio. Dal brano Un uomo navigato ho imparato che non vanno letti i giornali e i libri o ascoltati i telegiornali e i segretari di partito solo per poter ripetere come pappagalli frasi scritte o dette da altri, cercando di convincere se stessi e gli astanti che, non solo si crede fermamente in questa nostra recita, ma che l’esposizione è addirittura frutto del proprio intelletto, ragionamento; questo, secondo me, è ciò che Vecchioni mi ha insegnato col passaggio Sentirsi il migliore, il primo, il vero, il solo, e invece elencare concetti presi a nolo. Dal brano Velasquez ho imparato che bisogna sempre scrivere e lottare, e così ho sempre fatto, specie quando ho scoperto che la prima azione aiuta la seconda, e ho continuato a farlo anche quando era molto più semplice fermare la vela delle mie rotte intraprese volutamente fra i marosi della Vita e tornare in un porto sicuro che sapevo bene esserci e come trovarlo: Certe sere quanta voglia, fermare la vela e ritornare da mia moglie, e tu [Velasquez] mi dici Fatti scrivere è normale. Per te [Velasquez] bisogna sempre scrivere e lottare. Fu soprattutto lì che per me tutto cominciò, caro Roberto, con Velasquez, e per questo mondo, questo mondo da cambiare. Dal brano Le belle compagnie ho imparato che c’è qualcosa al mondo che si chiama anarchia e che occorre fare attenzione a non commettere l’errore di entrare in competizione con chi, come te, quest’idea prova a praticarla, ma anche che, in generale, non dev’essere una gara a chi è più antifascista, più “a sinistra”, più rivoluzionario o chissà che altro, specie se nel frattempo ci è sfuggito il fatto che proviamo ad avere conferma di quanto siamo belli per la nostra ribellione che spesso ci anima solo a parole senza, però, preoccuparci d’essere ancora una rotella dell’intero sistema che siamo convinti di combattere: Su, dimmi specchio delle mie brame chi è il più anarchico del reame? Dal brano A.R., iniziali di Arthur Rimbaud, ho imparato che, nel tentativo di cercare un’altra poesia, si può cambiare, persino rivoltare il senso alle parole, ma al contempo ho capito che la stessa tecnica la può utilizzare chi vuole farti credere una cosa per un’altra, chi tenta di far passare per “vincenti” concetti espressi in passato ma risultati chiaramente “perdenti” e, quindi, capisco che occorre fare attenzione a tutti questi artigiani della parola, che siano professori di scuola, preti, leader politici, parenti, giornalisti, partner, scrittori, eccetera: Ribaltare le parole, invertire il senso fino allo sputo. Da Il suonatore stanco ho imparato che si può anche dire no, che questo “no” può essere tanto deciso quanto pacifico ed elegante, e che il diniego va osato anche quando dall’altra parte c’è gente potente, capace di far male: All’alba verranno a domandarmi venti chili di riso, ma manteniamo la calma, l’importante è dirgli un no deciso. Forse li accoglierò con la vestaglia turchese, rendendo baci per le offese […] Sta di fatto, però, che quelli là giocan duro, quelli mi infilano in un muro. Da Canzone per Francesco, un testo dedicato al suo amico Francesco Guccini, ho imparato che se una volta ci si muoveva, si spendevano energie per far valere i propri diritti, oggi ci si muove per giungere a mete che altri ti hanno convinto essere importanti, movimenti di persone verso il niente, soprattutto, contro il niente: La rabbia un tempo la scandiva soltanto la locomotiva […] e contro il niente adesso parte ogni mezzora un volo charter itinerario di gran moda. Da questo testo ho anche imparato che il sedersi su un volo charter è deleterio, che invece bisognerebbe darsi da fare e pure in fretta, ma non per correre dietro ad aerei che decollano ogni mezz’ora: E noi vediamo un po’ d’alzarci, perché è l’ora, perché è tardi. Da Pani e pesci ho imparato a diffidare dalla Storia che ci insegnano, per cui ho iniziato a cercarla andando a chiedere lumi direttamente a chi aveva vissuto gli avvenimenti, e non leggendo pagine che, visto il periodo storico, potevo ricostruire e scrivere personalmente: Ad Adua si era in mille contro duecento negri però la Storia dice che ci siamo ben difesi. Ho imparato a diffidare di chi promette: I vecchi han mille mille mille maschere da giovani quando spargendo lacrime e medaglie ti promettono pani e pesci, pesci e pani. Ho imparato a diffidare di chi manda al macello gli altri, sia che si tratti di guerre sia che si tratti di lavori indegni: Ben altra morte in tanti senza batter ciglio affrontano per mantener le sedie a tutti quelli che promettono pani e pesci, pesci e pani. Ho imparato a diffidare persino di chi contesta il Potere e le sue modalità: E l’occhio del padrone a furia d’ingrassare fece ingrassare pure chi lo stava a contestare. Da Figlia ho imparato ad agitarmi, sempre, anche quando mi si diceva che era inutile tanta verve, che era meglio omologarsi, ho imparato a strillare la mia agitazione, a strillare la Vita: Sempre contro finché ti lasciano la voce, vorranno la foto col sorriso deficiente, diranno Non ti agitare che non serve a niente, e invece tu grida forte, la Vita contro la Morte. Da Pagando s’intende (Canzone degli effetti sbagliati) ho imparato che l’agitazione, la verve, il brio che, fra le tante cose, mi hanno permesso di gridare la Vita anche contro una libertà che non mi sembrava tale, erano tutti elementi che mi aiutavano a essere lucido: La rabbia mi mantiene calmo e abbasso questa libertà. Caro Roberto, credo proprio che fu soprattutto lì che tutto cominciò, fu con l’ascolto attento delle canzoni contenute nel trentatré giri Elisir che capii che serviva darsi da fare per questo mondo, questo mondo da cambiare. Caro Roberto, so che il 15 marzo scorso, durante la manifestazione «Una piazza per l’Europa», hai profferito anche questa frase: Ora […] chiudete gli occhi un momento e pensate ai nomi che vi dico, io vi dico Socrate, vi dico Spinoza, Cartesio, vi dico Hegel, Marx, e vi dico anche Shakespeare, vi dico Cervantes, vi dico Pirandello, Manzoni, Leopardi, ma gli altri le hanno queste cose? Non considererò altri passaggi del tuo intervento, anche perché so che l’hanno già fatto in molti e, sono certo, meglio di quanto potrei riuscire io: mi limiterò a questo. Caro Roberto, chi sono “gli altri”? Per cortesia, non rispondermi: è una domanda retorica – ho paura di quello che potresti dirmi. Ti dico solo che mi hai ricordato una conoscente che ho smesso di frequentare perché così pregna di tanta ignoranza da rivelarsi pericolosa per sé e per gli altri, perché col suo “noiatri” – “noi”, in dialetto genovese – a infarcire ogni suo discorso, ha sempre sbattuto in faccia a tutti “gli altri” che noi genovesi certe cose non le diciamo, non le facciamo, neppure le pensiamo, che il male viene sempre e soltanto da “gli altri”, e con questo sbattere in faccia a chiunque il suo pedigree peraltro tutto da dimostrare, ha creato rancori, inimicizie, odii, vendette che hanno colpito specialmente la persona in questione e i suoi cari, perché dopo aver seminato gerarchie, ghetti, confini, è questo che alla fine si raccoglie: astio, dolore, guerra. Nel ’76 mai avrei immaginato che tu finissi col ricordarmi personaggi del genere. Roberto, cosa ti è successo? Una volta “gli altri” erano quelli che ti tenevano fermo tanto per parlare, ricordi? Era quando tu pensavi Ora gli dico sono anch’io fascista, ma a ogni pugno che ti arrivava dritto sulla testa, la tua paura non bastava a farti dire Basta. Ricordi? Sapessi quanto coraggio mi hanno dato queste tue parole, quando il fascismo di tante insospettabili camicie bianche mi prendeva a pugni sulla testa per schiacciare e scacciare certi miei ragionamenti e io, che sapevo mi sarebbe bastato schierarmi un minimo dalla loro parte per smetterla di soffrire, nonostante la paura che m’incuteva la violenza del nemico, perseveravo perché non accettavo di scendere da quella pianta libertaria che tu avevi fatto germogliare e che nessuna ideologia al napalm riuscirà mai a defoliare, tantomeno ad abbattere Non ti ho seguito più molto, ma so che frequenti la TV, che spesso siedi accanto a un giornalista, e spero questo non t’abbia dato alla testa: ricordi quando in Canzone per Francesco cantavi che il giornalista in fondo è un modo di campare? Nella stessa canzone dicevi che gli imbonitori sono troppi e non li fermi, e avevi ragione: nessuno ti ha fermato durante il tuo intervento in Piazza del Popolo, nessuno ti ha detto sbagli, guarda che t’inganni, quelli che hanno organizzato tutto questo hanno solo meno dubbi e meno anni. Dove sono finiti i tuoi dubbi, Roberto? Nel caso il tuo fosse stato solo un tentativo, mi permetto di consigliarti di fare attenzione a certi esperimenti perché, andando a svestirti per tornar normale, potresti non essere più in grado di distinguere cos’avevi indossato di vero e cosa di finto rischiando, così, di confondere te stesso con la barba al mento. Hai parlato di “noi” europei scegliendo, quindi, per compagnia anche portoghesi, inglesi e tanti altri uccelli da rapina come cantavi in A.R. Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato che il più grande conquistò nazione dopo nazione e che quando fu di fronte al mare si sentì un coglione perché più in là non si poteva conquistare niente e che questo signore, in fondo, aveva percorso tanta strada solo per vedere un sole disperato. Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato ai ragazzi di fare attenzione a quelli che diranno loro parole rosse come il sangue, nere come la notte, perché non è vero che la ragione sta sempre col più forte. Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo avevi già invitato a chiudere gli occhi, ma non per pensare ai “nostri” Socrate, Spinoza, Cartesio, Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni e Leopardi, bensì per credere solo a quel che si vede dentro, hai invitato a chiudere gli occhi e insieme a stringere i pugni per non lasciargliela vinta neanche un momento. Non ti ho seguito più molto, ma so che nel frattempo hai cantato di lasciar parlare chi dice che al mondo certe persone sono destinate a perdere sempre perché, semmai, queste continue sconfitte che il Sistema ti affibbia sono, in realtà, delle vittorie. Ammetto che potrei aver scritto un’infinità di sciocchezze sinora perché potrei aver inteso dalle parole dei tuoi testi, cose che neanche hai mai pensato, ma sarei comunque contento d’aver interpretato così certi tuoi brani: mi hanno tenuto in piedi anche quando non sapevo fossero loro a darmi forza, e in questo senso funzionano ancora benissimo. Le tue parole cantate mi hanno insegnato una marea di cose, a essere forte, a essere dolce, a essere forte senza mai dimenticare la dolcezza, a essere dolce senza mai dimenticare la forza; sarà per questo che ho sempre un fiore dentro il pugno. Caro Roberto, anche se non credo sia per te granché importante, desideravo dirti che lo scorso 15 marzo mi hai deluso molto, mi hai ricordato troppo da vicino quel conte di cui canti in Pagando s’intende (Canzone degli effetti sbagliati), quel conte che, al sommo della sua gloria, fece a pezzi la sua vita, a pezzi la memoria, a pezzi i rubinetti e il sole, e si mangiò anche il cavallo gridando Adesso so chi sono, più tardi mi ci abituerò. Per piacere Roberto, non ti ci abituare. Caro Roberto, anche se non credo sia per te granché importante, desideravo dirti che, nonostante quanto sopra, non riesco ancora a non volerti bene: forse non lo sai ma pure questo è amore.   *scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni     > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
riflessioni
misure repressive
Signor censore
La censura è un fenomeno in crescita, molti dei libri messi al bando hanno in comune il fatto di occuparsi, anche solo indirettamente, di razzismo, questioni di genere o storia di Marco Sommariva* Nell’agosto del 2022, diversi giornali ripresero la notizia pubblicata dal quotidiano britannico The Times riguardo la cosiddetta “cancel culture”, la cultura della cancellazione, che pareva coinvolgere oltre centoquaranta università inglesi. Circa la volontà di oscurare o nascondere opere del passato ritenute incompatibili con la contemporaneità, due atenei – l’Essex e il Sussex – accettarono di parlarne col quotidiano inglese, confermando agli intervistatori d’aver eliminato alcuni titoli dall’elenco dei testi disponibili per gli studenti. Fra i libri banditi c’erano, per esempio, La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead, Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, Oliver Twist di Charles Dickens (perché contiene “abusi sui minori”), oltre a testi di Jane Austen, Charlotte Brontë, Agatha Christie e molti altri. Due anni dopo, nel settembre del 2024, grazie a una denuncia di PEN America – organizzazione non-profit dedicata alla libertà di espressione – venivamo a sapere  che il numero di libri messi al bando nelle scuole pubbliche americane s’era triplicato in un anno passando dai 3.362 titoli del 2023 agli oltre 10.000 del 2024; tra quelli vietati, c’era anche “Radici” di Alex Haley, un romanzo che ripercorre la storia di un ramo della famiglia dell’autore che, dal Gambia, fu deportato in America e fatto schiavo. Nei giorni scorsi, invece, Giovanni De Mauro scriveva sul settimanale Internazionale che tra le decisioni più recenti della nuova amministrazione di Donald Trump c’è l’annuncio della messa al bando di Freckleface strawberry, un romanzo per bambini e bambine, la storia di una ragazza che non ama le sue lentiggini ma impara a conviverci: il libro è stato vietato nelle scuole gestite dal ministero della difesa frequentate da ventimila alunni in tutto il paese, perché è “collegato all’ideologia di genere”. Non solo, nello stesso pezzo ci viene spiegato che negli Stati Uniti la censura può avvenire a tre livelli: locale, in un distretto scolastico che fa circolare una lista di libri a cui i genitori si sono opposti; statale, quando un governatore decide di vietare alcuni libri; oppure a livello federale, come nel caso di Freckleface strawberry. De Mauro scrive che il fenomeno è in crescita e che molti dei libri messi al bando hanno in comune il fatto di occuparsi, anche solo indirettamente, di razzismo, questioni di genere o storia; non solo, riprende la denuncia di PEN America citando alcuni titoli dei 10.046 vietati: L’occhio più azzurro di Toni Morrison, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, Maus di Art Spiegelman, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood e la saga di Twilight di Stephenie Meyer. Detto che – come ricorda Esther Cyna , docente universitaria di storia – negli Stati Uniti “la censura c’è sempre stata, in particolare quando al potere ci sono i repubblicani, ma questa volta è senza precedenti in termini di quantità di libri censurati e di velocità con cui tutto succede”, visto che dei sei titoli citati sul pezzo di Internazionale ne ho letti la metà, ho provato a riprenderli in mano cercando di capire cosa può aver “spaventato” chi sta al potere. Il buio oltre la siepe di Harper Lee, edito nel 1960, è ambientato in una tranquilla cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti, dove l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di Tom, un bracciante negro – sì, è proprio riportato così nella sinossi della quarta di copertina di un’edizione Feltrinelli del 2011, “negro” – ingiustamente accusato di violenza carnale; la vicenda è raccontata dalla piccola Scout (sei anni), figlia dell’avvocato, mentre rivive il suo mondo, quello dell’infanzia. Finch riuscirà a dimostrare l’assenza di prove a carico dell’imputato e, in modo incontrovertibile, che la violenza subita dalla donna è opera del crudele e ignorante padre – malgrado questo, la giuria condannerà ugualmente Tom che verrà incarcerato. Nonostante mi sia impossibile calarmi nei panni di qualsiasi censore, ho cercato le mie note e sottolineature di quando avevo letto il romanzo della Lee e ho provato a immaginare cos’altro, oltre all’evidente ingiustizia narrata, poteva aver “spaventato” il potere, e così ho raccolto questi passaggi: “Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?” “[…] a volte fa più male la Bibbia in mano a un uomo qualunque che una bottiglia di whisky in mano a… a tuo padre, per esempio. […] Ci sono degli uomini… che si preoccupano tanto dell’altro mondo da non imparare mai a vivere in questo”. “Non è una buona ragione non cercare di vincere per il semplice fatto che si è battuti in partenza”. “[…] non è mai una vergogna sentirsi buttare addosso una parolaccia. Dimostra soltanto quanto sia meschina la persona che te la dice: a te non può fare alcun male”. “Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda”. “C’è qualcosa nel nostro mondo che fa perdere la testa alla gente: non riescono a essere giusti neanche quando lo vogliono”. Il mondo nuovo di Aldous Huxley, edito nel 1932, è ambientato in un immaginario stato totalitario del futuro, pianificato nel nome del razionalismo produttivistico, dove tutto è sacrificabile a un malinteso mito del progresso. I cittadini di questa società, concepiti e prodotti industrialmente in provetta, durante l’infanzia vengono condizionati con la tecnologia e con le droghe. Premesso che il libro è un documento inquietante che costringe a riflettere sul prezzo che quotidianamente siamo chiamati a pagare per costruire il futuro e che questo avvertimento ai lettori non può di certo lasciar tranquilli chi ha in mano il potere, anche in questo caso ho provato a raccogliere dal testo sei frasi capaci di disturbare il sonno di tutti i Trump e i Musk del mondo: “Le primule e i paesaggi […] hanno un grave difetto: sono gratuiti. L’amore per la natura non fa lavorare le fabbriche”. “Coloro che si sentono disprezzati fanno bene ad assumere un’aria sprezzante”. “Ognuno, uomo, donna e fanciullo, fu costretto a consumare tanto per anno. Nell’interesse dell’industria. […] È meglio buttare che aggiustare. Più sono i rammendi e minore è il benessere”. “Preferisco essere me stesso. Me stesso e antipatico. Non qualcun altro, per quanto allegro”. “Si credono le cose perché si è stati condizionati a crederle. […] La gente crede in Dio perché è stata condizionata a credere in Dio”. “[…] è il vostro sistema: sbarazzarsi di tutto ciò che non è gradito, invece di imparare a sopportarlo”. Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, edito nel 1985, è ambientato in un mondo devastato dalle radiazioni atomiche dove gli Stati Uniti sono diventati uno stato totalitario e teocratico basato sul controllo del corpo femminile, che priva le donne di qualsiasi potere; questo regime è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Eccovi i sei estratti “spaventevoli” che ho scelto: “Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà”. “Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene”. “C’è sempre qualcosa per tenere occupata la mente desiderosa di conoscenza”. “[…] per istituire un sistema totalitario efficace o invero un qualsiasi sistema, è necessario offrire qualche beneficio e qualche libertà, almeno a pochi privilegiati, in cambio di ciò che viene loro tolto”. “Quando il potere è scarso, averne anche solo un poco costituisce una tentazione”. “[…] il passato è un grande spazio buio, colmo di echi. Le voci che raggiungono di lì sono intrise dell’oscurità della matrice da cui provengono e, per quanto ci si provi, non sempre possiamo decifrarle con esattezza alla luce più chiara del nostro tempo”. Alla fine di questi miei ripassi, mi è più chiaro il perché il potere vieta questi titoli. Sono contento che il libro spaventi ancora così tanto anche perché, nonostante i mille divieti e incendi a cui è stato sottoposto nella sua storia, è forse l’unico oggetto capace, anche a distanza di secoli, di contrastare il potere. A tutti i Trump e i Musk dell’universo, dedico un brano che ho iniziato ad ascoltare quando non avevo ancora compiuto tredici anni; è Signor censore di Edoardo Bennato che, fra le varie cose, dice anche: “Signor Censore, tu stai facendo un bel lavoro/la tua teoria è che il silenzio è d’oro/prima fai un ghetto poi lo nascondi con un muro/e così mentre la gente continua a emigrare/tu sfogli i libri e passi il tempo a cancellare/le frasi sconce e qualche nudo un po’ volgare”. Mi sa che, oltre ai libri, il potere dovrà sbrigarsi a censurare anche le canzoni. E poi il teatro, e poi… non so, credo ci sia un lavoro enorme ad attenderli: chiedessero ai talebani.   *scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni   > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp  
riflessioni
misure repressive
Difesa-difensiva per la pace contro le lobby che producono le guerre
Come ha suggerito Alain Joxe, uno dei più grandi sociologi degli affari e delle strategie militari, la difesa-difensiva è l’unica prospettiva legittima dal punto di vista del rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani e della lotta coerente per la pace. L’Europa sognata dai padri della sua idea non può che essere quella di questa strategia e del divieto di ogni armamento offensivo. E’ urgente rilanciare la Resistenza per la pace di Salvatore Palidda Di fronte al delirio, per non dire alle idee degne di criminali di guerra, che in questo momento sembrano essere adottate dai leader europei, è più che mai necessario ricordare i suggerimenti di Alain Joxe, che aveva imparato i principi di strategia dal generale Beaufre, anche dal generale Poirier e anche da suo padre, Louis Joxe, gollisti coerenti che nutrivano un grande rispetto per i comunisti e i socialisti e per l’URSS, principale vincitrice del nazismo. Direttore degli studi all’EHESS di Parigi, Alain Joxe ha dedicato tutta la sua vita di ricercatore ha dedicato tutta la sua vita di ricerca allo sviluppo di una teoria strategica per la pace (nel 1981, ha partecipato alla creazione del Comitato per il disarmo nucleare in Europa, è stato membro del comitato di patrocinio del tribunale Russell per la Palestina e ha formato numerosi ricercatori francesi e stranieri, pubblicando, tra l’altro, decine di opere in diverse lingue). Ricordiamo che il generale Lucien Poirier, uno dei quattro più importanti autori del pensiero militare francese (André Beaufre, Charles Ailleret, Pierre Gallois), sempre molto attento a sottolineare che «l’arte di dissuadere non è l’arte di costringere – come la guerra – ma quella di convincere», dopo il crollo dell’URSS aveva invitato a una riflessione che andasse a mettere in discussione la «forza d’attacco». Perché il contesto bipolare era morto ed era necessario lavorare per ridurre e persino eliminare le armi atomiche, troppo pericolose in un mondo multipolare e con il rischio sempre più serio della loro proliferazione. Ed è qui che Alain Joxe rilancia la sua idea di difesa difensiva (ben evidenziata dalla Fondation des Etudes de Défense Nationale) come unica e irrinunciabile scelta che uno Stato di diritto veramente democratico dovrebbe perseguire. Alla luce dell’attuale situazione mondiale ed europea molto preoccupante, l’atteggiamento di difesa difensiva appare più che mai necessario, perché altrimenti si rischia di finire alla mercé dei criminali di guerra che lavorano per le lobby militari di ogni Paese. È evidente che il genocidio dei palestinesi, il massacro di migliaia di ucraini e soldati russi e le vittime di altre guerre permanenti sparse nel mondo, così come il massacro di decine di migliaia di bambini e persone di ogni età a causa del super-sfruttamento direttamente o indirettamente legato alle guerre, sono il prodotto della scelta dei leader politici (Putin, Stati Uniti, Europa, Netanyahu ecc.) asserviti alle lobby degli armamenti o direttamente coinvolti con esse. Sì, l’ideale europeo prospettato dagli autori del Manifesto di Ventotene era “Per un’Europa libera e unita”, un testo precursore dell’idea di federalismo europeo. E a garanzia del diritto internazionale sosteneva che bisognava “aggiungere una forza internazionale”. Ma la concezione di questa forza era solo quella di difesa-difensiva, perché gran parte di questo Manifesto si focalizza sull’auspicio della società europea futura totalmente organizzata secondo i criteri di una rivoluzione europea che deve essere socialista, consentendo l’emancipazione dei lavoratori e l’accesso a migliori condizioni di vita. Sono gli esseri umani a dovervi dominare le forze economiche e non viceversa. Per questo motivo è prescritta la nazionalizzazione delle imprese e la ridistribuzione della ricchezza ingiustamente accumulata attraverso vecchi privilegi e diritti di successione. In esso è implicito il principio di pari opportunità, così come la garanzia di uno standard minimo di vita fornito non dalla carità, ma dal “potenziale di produzione di massa di beni di prima necessità”. Si auspica anche la garanzia della libera scelta dei rappresentanti sindacali e la garanzia statale del rispetto dei contratti. Infine, il manifesto chiede la laicizzazione dello Stato. Ma, non appena si leggono i discorsi della signora von der Leyen, del signor Macron, di Starmer e di Friedrich Merz, ma anche quelli della signora Meloni, si è immediatamente sconcertati dalla loro nonchalance nell’annunciare la scelta di un’enorme quantità di denaro destinata ad armare una difesa europea pronta alla guerra attraverso il sacrificio esplicito della sanità pubblica, della pubblica istruzione e delle politiche sociali. Se si imporranno le scelte che questi leader europei prima citati vogliono perseguire, avremo un’Europa costretta a forgiare un’economia di guerra. L’Europa sociale, finora tanto ignorata e persino disprezzata, non potrà mai essere realizzata. È quindi più che mai indispensabile rilanciareuna forte RESISTENZA per la pace, per la difesa-difensiva, per salvaguardare la possibilità di politiche sociali, di misure atte a garantire il rispetto effettivo dei diritti universali di tutti gli esseri umani.   articolo pubblicato anche su mediapart.fr   > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp
riflessioni
misure repressive
Conflitto sociale, repressione, media: ancora il caso Askatasuna
Richieste di risarcimenti stratosferici, interventi a gamba tesa di vertici giudiziari, aggressioni mediatiche a catena: la criminalizzazione del conflitto sociale si arricchisce di nuove pagine. C’è un caso di scuola: il processo torinese contro 28 militanti del centro sociale Askatasuna. In attesa dell’approvazione del disegno di legge sicurezza di Claudio Novaro da Volere la Luna Sta volgendo al termine il processo contro 28 militanti del centro sociale Askatasuna e del movimento No Tav, in corso da oltre due anni avanti al Tribunale di Torino. Si tratta di un processo in cui, come ho già avuto modo di segnalare, il vero imputato è il conflitto sociale metropolitano e valsusino, a partire dal 2009 ad oggi (come recita, in sostanza, il principale capo di imputazione), affrontato, fin dalle prime battute delle indagini, con categorie interpretative inadeguate sul piano storico, rivelatrici di una cultura permeata di ostilità verso il conflitto e chi lo agisce, inconsapevoli dei codici, dei linguaggi, della sintassi politica delle aree antagoniste e, più in generale, dei movimenti sociali di questo paese. La lunga istruttoria dibattimentale sembra aver smentito radicalmente alcuni pilastri dell’impianto frutto delle indagini della Digos. Ciò nonostante nella loro requisitoria i pubblici ministeri hanno chiesto la condanna ad 88 anni di carcere per tutti gli imputati e in riferimento a (quasi) tutti i 72 capi di imputazione, sulla base di un recupero integrale dell’impianto di indagini costruito dalla Digos torinese, con tutte le sue aporie, le sue rigidità ricostruttive, la sua perentorietà di accenti, quasi come non si fosse affrontata una lunga istruttoria dibattimentale. La partita processuale si gioca soprattutto su due fronti. Anzitutto, quello associativo, che ha visto riqualificare il sodalizio incriminato da associazione sovversiva ad associazione per delinquere comune, in sintonia con il tentativo di depotenziare le finalità ideali e politiche dei militanti del centro sociale, trattati alla stregua di meri delinquenti, mossi solo, come il pm ha affermato in più occasioni, da una sorta di istinto alla violenza. Sublime, nel suo sapore vintage, la contestazione a tutti gli associati dell’aggravante dello scorrere “in armi le campagne o le pubbliche vie”, con la rivitalizzazione di una norma desueta, introdotta per contrastare il brigantaggio di fine ‘800 (e rimasta, per inerzia, al suo posto nel codice Rocco e nella successiva stagione repubblicana). Si tratta di una previsione che comporta però un notevole aumento delle pene (da 5 a 15 anni di carcere anche per i soli partecipi, contro quelle da 1 a 5 anni previste in assenza di aggravante), a dimostrazione di una volontà persecutoria particolarmente accanita. In secondo luogo, quello legato alle vicende dello Spazio popolare Neruda, un’occupazione abitativa che riguarda numerose decine di famiglie, in larga parte migranti, che viene caricaturizzata dagli inquirenti alla stregua di paravento per azioni illecite o per il recupero di forze fresche da gettare nel conflitto sociale, senza alcuna capacità di confronto con il suo ruolo sociale, sul piano non solo abitativo, ma anche sanitario, culturale, scolastico, educativo e sportivo. Le parti civili costituite (Telt, la società costruttrice della linea ad alta velocità, di proprietà al 50% dello Stato italiano e di quello francese, e l’Avvocatura distrettuale per la presidenza del Consiglio e per i ministeri dell’Interno e della Difesa) hanno, a loro volta, richiesto imponenti risarcimenti (un milione di euro, come provvisionale, Telt, oltre 6,7 milioni di euro, l’Avvocatura, per i soli fatti relativi agli anni 2020-2021), del tutto iperbolici e bizzarri, ma di estremo interesse, perché offrono uno spaccato di quanto la lunga resistenza in Valle di Susa contro l’alta velocità inquieti le nostre istituzioni. Presupposto di tali richieste è che tutto quello che è avvenuto in Valle debba ricadere sulle spalle dei militanti del centro sociale e di quei pochi militanti No Tav, non inseriti in Askatasuna, imputati nel processo, con una interessata incomprensione di fondo per le caratteristiche plurali e reticolari del movimento No Tav e della sua grande capacità, consolidatasi negli anni, di sviluppare identità, capacità di protesta e di cooperazione tra soggettività diverse. Quel che lascia interdetti sono i criteri usati per la quantificazione dei danni, in particolare da parte dell’Avvocatura di Stato. Ben 86.330,00 euro vengono richiesti quali somme erogate a titolo retributivo, contributivo, assistenziale al personale infortunato per periodi di assenza da servizio e per invalidità contratte a causa delle lesioni (vale a dire 4.950 euro per ogni giorno di malattia dei pochi poliziotti lesionati, contro i 90 euro al giorno liquidati nel cosiddetto processone No Tav per i fatti del 3 luglio 2011). 25.955,33 euro vengono richiesti per i materiali e il vestiario protettivo delle forze dell’ordine (che senza le manifestazioni avrebbero probabilmente presidiato il cantiere esibendo le loro nudità). Infine, ben 3.595.047 euro vengono pretesi da tutti gli imputati e per tutti i capi di imputazione (anche di quelli che si sono risolti con modesti danneggiamenti alle reti del cantiere) quale “costo dell’attività info-investigativa svolta ai fini dell’individuazione dei responsabili degli illeciti, nonché con riferimento alla spesa sostenuta a titolo di straordinari, indennità accessorie e indennità di ordine pubblico corrisposte al personale impiegato per contenere e limitare i manifestanti e i danni”. Insomma, con incredibile sfrontatezza, ma anche scarsa conoscenza dei criteri che presiedono al ristoro dei danni, la scelta dello Stato di impiegare migliaia di agenti per la protezione del cantiere (per l’anno 2021, un numero complessivo di 266.541 unità, 205.988 nel 2020, per 24 ore al giorno) viene fatta gravare sugli imputati, che dovrebbero farsi carico anche delle spese per gli straordinari (per oltre 135.000 euro), le spese del carburante per lo spostamento dei reparti mobili, quelle di vitto, di alloggiamento e di vettovagliamento. L’altra grossa voce di risarcimento, che fa lievitare ulteriormente la richiesta, riguarda il danno morale patito dall’amministrazione e cioè il danno di immagine subito dai ministeri e dalla presidenza del Consiglio, inteso come lesione del loro prestigio e della loro credibilità: prestigio e credibilità indubbiamente ai minimi termini in Val di Susa, e altrove, il cui danno però, per consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione, presuppone imprescindibilmente che il soggetto che pone in essere la condotta illecita sia legato all’amministrazione lesa da un rapporto di servizio. Telt non è da meno. Dopo che il suo direttore generale in udienza ha dichiarato di non essere in grado di quantificare i danni subiti per i danneggiamenti al cantiere, chiede una provvisionale, cioè un acconto sul maggior danno, per un milione di euro, per danni presunti derivanti dalle varianti, dagli approfondimenti e dalle nuove progettazioni di sviluppo della cantierizzazione, causate dalla opposizione all’opera, e per le spese di sicurezza a tutela dell’ordine pubblico e dell’incolumità dei lavoratori e per la prevenzione di atti vandalici. In breve, se Telt avesse deciso spontaneamente di dotarsi di testate nucleari per la difesa del cantiere, anche queste sarebbero state messe in conto agli imputati. Nuovi e diversi protagonisti hanno però portato, tra fine gennaio-inizio febbraio, una ventata di novità nel processo, che ha provveduto ad appesantirne ulteriormente il clima. Nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario tenutasi nell’aula magna del palazzo di giustizia, la Procuratice generale presso la Corte d’Appello di Torino ha sostenuto che il capoluogo sabaudo è divenuto da tempo la capitale nazionale dell’eversione, aggiungendo poi che il centro sociale Askatasuna è il regista di tutte le azioni violente avvenute in città e in Val di Susa e si è da tempo costituito in associazione per delinquere. Un alto magistrato, soprattutto in una sessione davanti a una platea costituita in larga parte da suoi colleghi, dovrebbe saper calibrare i termini usati, che non a caso sono stati immediatamente ripresi ed enfatizzati da tutti i giornali. In realtà, le ipotesi eversive volta a volta addebitate all’antagonismo sociale torinese e al movimento No Tav sono state sempre smentite in tutti i processi. In quello in esame, poi, l’ipotesi iniziale di associazione sovversiva è caduta davanti ai primi giudici che si sono occupati delle misure cautelari e non è poi stata nemmeno coltivata dalla Procura, che ha preferito orientarsi verso l’accusa di associazione per delinquere. L’intervento della Procuratrice, «in contrasto con il valore del dubbio e la prudenza del giudizio ed entrando nel merito di una concreta vicenda giudiziaria» come abbiamo scritto in una lettera aperta sottoscritta da tutti i difensori degli imputati, è apparso a molti un intervento a gamba tesa sul processo in corso, quasi ad anticiparne l’esito. Nella stessa occasione, un membro laico del Csm, in quota Forza Italia, intervenuto in rappresentanza del Consiglio, si è complimentato con l’avvocatura distrettuale per la fantasiosa richiesta risarcitoria di cui si è detto, dando prova, anche se non ce n’era bisogno, di quel garantismo a corrente alternata che caratterizza buona parte del ceto politico e, purtroppo, anche significativi settori della magistratura e dell’avvocatura associata. Quasi contestualmente, sono apparsi, tra fine gennaio-inizio febbraio, tre puntate di un servizio televisivo andato in onda su Rete 4, nella trasmissione Quarta Repubblica (a cui ha fatto da sponda un’altra inchiesta coeva, altrettanto temibile, su Raitre, nell’ambito della trasmissione Lo stato delle cose) sul centro sociale Askatasuna, indicato al pubblico ludibrio come covo non solo di eversori violenti, ma anche di estorsori razzisti. Nel corso delle tre puntate, accompagnati dai commenti di osservatori in larga parte astiosi, sono stati trasmessi – tra l’altro in contrasto con uno specifico divieto normativo – estratti dall’annotazione finale della Digos, spezzoni di intercettazioni del tutto decontestualizzati, conditi con filmati che riguardano altre vicende storiche (ad esempio, quelli in cui compaiono negozi del centro con vetrine infrante, in realtà “saccheggiati” durante la pandemia, a margine di una manifestazione indetta dai commercianti contro le restrizioni sanitarie). Quel che è più grave, e denota quantomeno, a voler essere indulgenti, un’assoluta mancanza di controllo delle fonti informative, è stato l’utilizzo di interviste in cui alcuni soggetti hanno riferito circostanze ampiamente smentite a dibattimento (tra cui, addirittura, il racconto di un procurato aborto, che ha sollecitato, ovviamente, scandalizzati commenti in studio, ma che è stato radicalmente negato dalla stessa donna sentita come testimone nel processo). Niente di nuovo per una rete televisiva che ha fatto in più occasioni dell’odio e del disprezzo verso migranti, ribelli e solidali la sua cifra comunicativa. La novità sta, piuttosto, nella convergenza, nell’azione contemporanea di più soggetti per il raggiungimento di uno stesso risultato. Il teorema, esplicitamente espresso nel corso dei servizi televisivi, è stato chiaro: Askatasuna «cerca di ottenere il consenso attraverso pseudo o apparenti manifestazioni di solidarietà […] approfitta di tutte quelle che sono le tensioni sociali […] per fomentare da un lato la violenza e […] cercare di acquisire consensi e […] fare proseliti tra ragazzi minorenni […] e l’opinione pubblica cosiddetta perbenista» (fonte: il dott. Rinaudo, ex pm della Procura di Torino, nella seconda trasmissione di Rete 4). E, allora, non basta solo più cercare di sanzionare i suoi attivisti sul piano processuale, ma bisogna screditarli politicamente e moralmente. Qui si rintraccia il momento forse più indecente di tutta l’operazione, che trova le sue radici proprio nell’impianto iniziale approntato dalla Digos, con la sua annotazione conclusiva. I militanti del centro sociale, sulla base di una manciata di conversazioni intercettate, malamente e faziosamente interpretate, vengono descritti non solo come personaggi votati alla violenza, registi occulti di tutti gli scontri di piazza, ma anche come persone che si fanno scudo di iniziative di solidarietà, ad esempio con i migranti, solo per coprire i loro personali interessi, politici o anche economici. Così, ispirata dalle agenzie di controllo sociale e assecondata da media compiacenti, viene generata una narrazione ostile verso ben individuati nemici pubblici, che sollecita nei loro confronti atteggiamenti di censura, un po’ sulla falsariga di quella che nelle scienze sociali viene chiamata l’attivazione del “panico morale” (i folk devils, di cui parlava Stanley Cohen una cinquantina di anni fa, sono in questo caso i militanti del centro sociale), con una prospettiva di fondo che sembra sempre la stessa: silenziare qualsiasi ipotesi di conflitto. Disegno già tentato, e almeno in parte riuscito, qualche anno fa con altre aree antagoniste, ad esempio quella anarchica, nonostante il totale naufragio dell’iniziativa giudiziaria. La novità qui è costituita dalla pluralità di strumenti utilizzati e dalla sinergia dovuta all’interazione tra attori diversi. Anzitutto, le strategie repressive classiche. Negli ultimi anni la questura ci ha provato più volte con Askatasuna, da un lato, con le sanzioni economiche e amministrative (per la violazione delle norme sugli spettacoli pubblici, per i concerti tenuti all’aperto e per la somministrazione di bevande e generi alimentari venduti senza autorizzazione), con il sequestro degli impianti usati per i concerti, dall’altra, con gli avvisi orali e i fogli di via dalla Val di Susa e i successivi processi per le loro violazioni. Parallelamente, e in accordo con la magistratura inquirente, è stato dato avvio a un procedimento con contestazioni da brivido, in sintonia con quella “mutazione genetica” del sistema penale, come l’ha definito la dottrina più avvertita, che ha trasformato il processo da luogo di accertamento dei fatti, a strumento di lotta e di repressione per regolare i conflitti sociali. Infine, l’ultimo tentativo prima della sentenza del tribunale, l’attacco mediatico, per legittimare a priori interventi repressivi sproporzionati e per condurre crociate simboliche (in questo caso in consonanza con i desiderata e il comune sentire della destra al governo), stigmatizzando il ruolo del centro sociale nel conflitto di piazza a Torino e in Val di Susa, negando agli attivisti incriminati quella caratteristica, verrebbe da dire quasi antropologica, del militante di sinistra, cioè lo schierarsi empaticamente con gli ultimi e a sostegno delle fasce più deboli della popolazione. Senza dimenticare un uso politico di piccolo cabotaggio, omaggio dovuto alla destra cittadina: l’attacco diretto alla giunta comunale, e ai garanti del progetto, per l’operazione “Askatasuna bene comune”, che prevede un percorso di coprogettazione finalizzato a rendere maggiormente sicuro l’edificio di corso Regina Margherita 47 e a consentire una sua maggior agibilità per le attività sociali e culturali connesse con il territorio. Orbene, al di là del giudizio sulle iniziative politiche del centro sociale, quello che non dovrebbe sfuggire è il salto di qualità dell’operazione messa in campo, in un passaggio storico in cui, con il disegno di legge sulla sicurezza ma non solo, l’aria che si respira diventa ogni giorno più mefitica .
riflessioni
lotte sociali
La piazza dell’otto marzo resta una necessità
Per la situazione di generale oppressione sociale, per il peso della specifica oppressione sessista di Marco Sommariva* Sono una ragazzina ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il mio diario scritto nel periodo in cui io e la mia famiglia ci nascondevamo dai nazisti, e spesso mi sono fatta una di quelle domande che non mi lasciano tranquilla: perché un tempo, e di frequente anche oggi tra i popoli la donna occupa un posto molto meno importante dell’uomo? Chiunque è in grado di dire che è una cosa ingiusta, ma a me non basta, vorrei davvero conoscere il perché di questa grande ingiustizia! Si può ipotizzare che l’uomo per via della sua maggiore forza fisica abbia avuto fin dall’inizio una posizione di superiorità rispetto alla donna; l’uomo che guadagna, l’uomo che genera i figli, l’uomo che può tutto… già è stato piuttosto stupido da parte di tante donne aver lasciato fino a qualche tempo fa che le cose andassero in questo modo senza opporsi, perché per più secoli questo principio resiste, più prenderà piede. Fortunatamente grazie all’educazione, al lavoro, al progresso, la donna è diventata più consapevole. In tanti paesi le donne hanno raggiunto l’uguaglianza dei diritti; molte persone, più che altro donne, ma anche uomini, ora si rendono conto di quanto per così tanto tempo questa suddivisione fosse sbagliata, e le donne d’oggi reclamano il diritto all’indipendenza assoluta! Vivo in Africa e ho tredici anni. Mi sono deflorata da sola, con un tubero di manioca. Intorno a me, le ragazze si fanno quasi sempre un’idea molto brutale di quel che le aspetta nel giaciglio del loro sposo. Di solito vengono sverginate verso i nove anni o poco più, nel folto della boscaglia, da uomini di passaggio, a volte da zii o cugini. Io non ho voluto vivere una cosa simile. Sicché mi sono rotta la membrana da sola. Senza troppa emozione, del resto. Il pensiero di quel fiotto di sangue sparso sotto gli assalti del sesso di un uomo mi disgusta. Non è romantico. È schifoso. E tutti quei tizi, che vogliono vedere a ogni costo il loro pene immerso nel sangue di una ragazzina, sono dei porci. Ho venticinque anni e vivo in Afghanistan. Da quando ci sono i Talebani al potere la violenza contro donne e bambine ha raggiunto il suo picco. Non esiste più nessuna autorità che possa limitare questa tragedia. I suicidi di donne aumentano ogni mese. Nessuno può dire quanti siano, pochi sono registrati. Qui si soffoca. La vita è diventata così pesante che non riesci nemmeno a respirare. Se i Talebani fossero capaci di portar via l’ossigeno da dentro i nostri polmoni, lo farebbero. Nonostante i nostri stomaci siano vuoti e i nostri piedi pesanti come il piombo, io in questo orribile momento, non voglio vendere i miei figli come fanno molti. Ho imparato a combattere in questi tempi così duri e a sostenerli. Sono riuscita a iscrivere a scuola i due maggiori e studiano sodo. Cerco in tutti i modi di essere forte, ma la situazione di adesso è molto stressante, siamo sotto pressione, incerte, spaventate. A volte non riesco nemmeno più a prendermi cura di me stessa in modo appropriato. Devo vendere bolani [focacce di pasta fritta ripiene di verdure] per strada, per poter nutrire la mia famiglia. È dura, la gente non ha niente, non ha nemmeno soldi per mangiarsi un bolani. Ma il peggio è che ogni giorno vengo minacciata dai Talebani; mi gridano in faccia con il fucile puntato perché non sto a casa come dovrei. Mi ripetono che sono una prostituta, che sotto la copertura dei bolani cerco clienti. Devo sopportare tutto questo, non mi faccio colpire dalle loro parole e dai loro gesti, non li ascolto. Cambio ogni giorno strada. Ogni giorno cucino di nuovo i bolani che mi hanno rubato. Se dovessi restare chiusa in casa, come vogliono loro, moriremmo tutti di fame. Riuscire a vivere, in qualunque modo, è già un successo. Un’attività che esaurisce. Donne e bambine hanno invaso le strade per chiedere l’elemosina, che spesso è l’unica risorsa che rimane. Vediamo lunghe file davanti ai panettieri: non aspettano di comprare il pane, non possono. Aspettano che qualcuno, più fortunato di loro, glielo regali, per svoltare un altro giorno. Mio fratello è talebano e se sapesse che frequento la scuola segreta mi picchierebbe a morte. Mi obbliga ad andare alla madrasa [specie di convitto musulmano ove si impartiscono insegnamenti di religione e diritto] la mattina, ma il pomeriggio scappo a ritrovare la mia vita. Invento sempre nuove scuse, parto presto e faccio giri assurdi per non insospettire nessuno. Sono una giornalista e attivista britannica, quarantenne. Ritengo che le donne si sobbarchino una quota di lavoro non retribuito tre volte superiore a quella degli uomini. Penso siano molte le ragioni per cui le donne non denunciano violenze e soprusi. Alcune sono legate al contesto sociale (vergogna, paura di essere emarginate, di non essere credute, di essere incolpate per quanto è successo), e qui le autorità possono fare ben poco, perché il cambiamento deve avvenire nella società stessa. Ma accanto alle motivazioni sociali ve ne sono però altre, decisamente più prosaiche, sulle quali è possibile intervenire. Tanto per cominciare, a volte le donne non sono certissime di sapere «quali comportamenti rientrano nell’ambito delle molestie sessuali e temono una reazione negativa da parte delle autorità». Qualora invece si rendano conto di aver subito un torto, spesso non sanno a chi denunciare l’accaduto. Sono una cinquantenne di origini indiane, cresciuta in Kenya che, oggi, vive tra l’Inghilterra e Berlino. Penso che ogni donna sia il prodotto di una costellazione diversa di razza, età, classe e provenienza, di personalità, storia, aspetto fisico e abilità, di religione, formazione, occupazione e motivazione; quindi, penso che ogni donna abbia una diversa capacità di resistere o accettare la propria oppressione. Ci sono donne che dicono: alcune di noi devono raggiungere la cima perché le cose migliorino per tutte. Ci sono donne che dicono: alcune di noi hanno raggiunto la cima da un po’ ormai e ha fatto ben poco differenza per le altre. Donne che dicono: una donna sola in cima è una specie di uomo se non trova il modo di consentire ad altre donne di raggiungerla. Ritengo ci sia un errore nel sistema: l’ostinata convinzione che per ottenere più potere si debbano raggiungere le cariche più alte o accumulare vaste ricchezze o assomigliare a chi già lo detiene. Ma davvero c’è qualche speranza di sgominare gli effetti corrosivi del potere semplicemente rincorrendolo o emulandolo? In A letto con Madonna, Madonna rivelava senza ambiguità di non saper pensare ad altro che a esercitare il potere secondo le tradizionalissime linee della supremazia bianca, del capitalismo, del patriarcato. Che le persone che dipendevano da lei per i loro bisogni più immediati fossero costrette a sottomettersi alla sua volontà non era né bello né piacevole. Sono una scrittrice, attivista e femminista statunitense. Nera o, se preferite, “di colore”. Sessantenne. Ho notato che le donne hanno smesso di uscire di casa e di cercare altre donne che la pensino come loro, donne con cui parlare, con cui discutere per ore. Ricordo quanto tempo, negli anni dell’autocoscienza, io e altre abbiamo passato a discutere di monogamia, a chiederci se ci corrispondesse, se ci attirava. Da almeno dieci anni a questa parte non ho più avuto occasione di discutere con altre donne né la questione della monogamia né quella dell’eterosessualità. E così anche la nostra scrittura, i nostri testi, sono cambiati, perché un conto è mettersi al proprio tavolo da lavoro dopo aver discusso appassionatamente con altre donne o nell’interazione costante con un uomo, e un conto è farlo avendo come unico riferimento altri libri e la sola ricerca teorica. Lo scambio, le conversazioni, oggi avvengono, quando avvengono, esclusivamente nelle aule scolastiche o durante i convegni, vale a dire dopo che ognuna di noi ha prodotto in solitudine i propri testi. Quanto avete letto sono parole scritte da Anna Frank, Léonora Miano, Priya Basil, Caroline Criado Perez, bell hooks e, quelle arrivate dall’Afghanistan, raccolte da Cristina Cella. Il nome in calce al pezzo è giusto che sia il mio perché è mia la responsabilità di quanto riportato, scelto. Spero di non aver urtato la sensibilità di nessuna parlando di quest’otto marzo che tanti s’apprestano a ricordarlo donando il solito rametto di mimosa – simbolo d’apprezzamento, rispetto e solidarietà verso la donna – per poi dimenticarlo allo scoccare della mezzanotte, spesso anche prima, fottendosene alla grande di mille abusi e ingiustizie, compreso il fatto che le retribuzioni medie lorde degli uomini continuano a essere decisamente superiori a quelle percepite dalle donne. Un pensiero speciale alle detenute che, come ho letto ieri, “rappresentano una minoranza invisibile in un sistema carcerario plasmato su corpi, bisogni, rituali maschili”. Ci si vede in piazza.   *scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni       > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp    
riflessioni
lotte sociali
Da tempo ci stanno togliendo l’ossigeno
E quello che ci lasciano serve solo perché restino integri gli organi che vogliono asportarci di Marco Sommariva* Giorni fa la Grecia si è fermata per chiedere giustizia per il disastro di Tebi che, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo del 2023, provocò la morte di cinquantasette persone in uno scontro frontale tra un treno passeggeri partito da Atene e diretto a Salonicco e un treno merci che viaggiava sullo stesso binario in direzione opposta; il quotidiano raccontava che era in atto uno sciopero generale che stava coinvolgendo l’intero Paese perché, a due anni di distanza, non era ancora stato avviato un procedimento penale; non solo, il governo era accusato di non aver fatto abbastanza per far emergere la verità su cosa avvenne quella notte. Le manifestazioni, che hanno registrato pesanti scontri, sono state capaci di radunare centinaia di migliaia di persone, forse un milione, se si sommano quelle svoltesi nelle altre principali città greche a quella tenuta ad Atene. Leggo esserci stati cortei in 361 località e che le immagini trasmesse dalle tv elleniche hanno mostrato fiumi di persone che protestavano; secondo il giornale di sinistra Efsyn, i raduni di quel giorno sono stati “i più grandi nella storia del Paese”, mentre l’emittente statale Ert ha riportato che raduni di sostegno alla protesta sono stati organizzati dai greci della diaspora nelle città di New York, Melbourne, Stoccolma e Copenaghen. La giornata era iniziata con un Paese paralizzato: trasporti via terra e via mare fermi, aerei rimasti a terra e stragrande maggioranza di locali commerciali chiusi. La mobilitazione di massa, alimentata dal risentimento dell’opinione pubblica contro l’inazione del governo conservatore che nega la propria responsabilità in una delle tragedie peggiori della storia della Grecia, ha raccolto studenti, lavoratori e famiglie con bambini al seguito, riempito strade e piazze, mostrato striscioni con slogan tipo “Il loro profitto, le nostre vite”, “Mai più Tebi” e, forse quello più usato, “Mi manca l’ossigeno”. “Mi manca l’ossigeno” è la frase pronunciata da una ragazza poco prima di morire in uno dei vagoni del treno passeggeri, resa pubblica dai media locali a gennaio suggerendo, tra le altre cose, che decine di vittime potrebbero esser morte come la ragazza, a causa dell’incendio divampato subito dopo lo scontro frontale fra i due treni. Detto che le cose da chiarire sono veramente tante, a iniziare da quanto riportato da swissinfo.ch , ossia che nel gennaio scorso una perizia indipendente commissionata dall’Associazione dei familiari delle vittime ha sostenuto che sul luogo dell’incidente è stata rinvenuta la presenza di alcuni solventi chimici, come lo xilene, e che la stessa perizia ha sollevato interrogativi sul treno merci e ha alimentato sui social media l’ipotesi secondo la quale il mezzo avrebbe trasportato un carico non dichiarato di materiale infiammabile di contrabbando che avrebbe causato il vasto incendio dopo lo scontro dei treni… dicevo… detto questo, ho sentito il bisogno di soffermarmi sulla frase pronunciata dalla povera ragazza, “Mi manca l’ossigeno”. È una frase che mi ha riportato alla mente un bel po’ di cose. Nel 1829 Victor Hugo scrisse L’ultimo giorno di un condannato a morte, libro che voleva spezzare una lancia a favore dell’abolizione della pena di morte, anticipando quei temi sociali che costituiranno gli elementi centrali delle opere dello scrittore francese. Racconta di un uomo di cui non conosciamo né il nome né la colpa, che sta aspettando il momento dell’esecuzione in una cella tetra e scura e, nell’inutile attesa di una grazia che non verrà, nel suo ultimo giorno di vita decide di ripercorrere la sua esistenza, raccontare il suo terrore, i suoi dolorosi ricordi: “Fino alla condanna a morte, m’ero sentito respirare, palpitare, vivere nello stesso spazio degli altri uomini; adesso distinguevo chiaramente una barriera tra me e il mondo. Niente m’appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Le ampie finestre luminose, il bel sole, il cielo puro, il fiorellino, tutto era bianco, pallido, del colore d’un lenzuolo. Mi pareva che gli uomini, le donne, i ragazzini che s’affollavano al mio passaggio, avessero l’aria di tanti fantasmi”. E così ho conferma di qualcosa di facilmente immaginabile, che una volta condannati a morte viene a mancare il respiro. Se qualche “spiritoso” suggerisse di attaccare a dei respiratori questi condannati a morte per aiutarli, sappia che è già stato pensato e realizzato, anche se non esattamente pensando a loro: “Vivo in un mondo in cui quattordici persone condannate a morte a Taiwan […] sono state uccise con un colpo di pistola mentre erano attaccate a dei respiratori così che i loro organi potessero essere raccolti integri e trapiantati in Giappone”. Lo racconta Ivan Illich a David Cayley nel libro Conversazioni con Ivan Illich, edito per la prima volta nel 1922. Sono conversazioni, appunto, in cui Illich si fa interrogare e s’interroga sui passaggi cruciali della sua vita intellettuale, spaziando su tutti i temi di cui si è occupato con eretica lucidità, dall’educazione alla storia, dal linguaggio all’ambiente, alla medicina. Altri condannati a morte ebbero a che fare con particolari respiratori, e furono i soldati tedeschi che nella Prima guerra mondiale fecero uso di maschere antigas: “[…] arrivò il gas a invadere le trincee. Facemmo in tempo a indossare le maschere, ma quella di Middendorf era guasta. Quando se ne accorse era troppo tardi, e prima che se la potesse strappare e ne trovasse un’altra aveva già inspirato troppo gas e vomitava sangue. Morì la mattina seguente, tutto nero e verde in viso. Aveva il collo dilaniato dai graffi nel tentativo di liberarsi per respirare”. Ce lo racconta Erich Maria Remarque nei Tre camerati, un romanzo pubblicato per la prima volta in Germania nel 1936, capace d’immergerci nella tragedia dei sopravvissuti “perseguitati” nel quotidiano postbellico dall’immagine dei cadaveri dei loro compagni morti. Si sa, respirare è vitale, ma da diverso tempo pare non essere un esercizio da persona seria, e persino respirare un fiore potrebbe risultare qualcosa di cui non essere particolarmente orgogliosi: “Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno ripete […]: Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! E si gonfia di orgoglio”. Sono parole tratte da Il piccolo principe, un racconto pubblicato nel 1943, un’allegoria della società moderna e contemporanea – l’autore è Antoine de Saint-Exupéry, nato in una famiglia cattolica di nobili origini il quale, durante la Seconda guerra mondiale, s’arruolerà nell’aeronautica militare francese. Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con la tragedia greca. Forse sbaglio, ma ripensando a chi, due secoli fa, ci faceva mancare il respiro perché ci aveva condannato a morte; a chi, un secolo fa, ci concedeva un po’ d’ossigeno unicamente per mantenere i nostri organi integri così da poter trapiantarli; a chi, poco meno di un secolo fa, ci ha fatto respirare gas velenosi in una guerra che non ci avrebbe portato in tasca nulla e che chi aveva deciso di combattere s’era guardato bene dal praticarla sui campi di battaglia; a chi, oltre ottant’anni fa, già provava a farci sentire persone poco serie se ci fermavamo a respirare un fiore e non a far addizioni magari per calcolare il capitale accumulato… bene, ripensando a tutto questo, ho come l’impressione che la morte della povera ragazza che dice “Mi manca l’ossigeno” e delle decine di altre persone coinvolte nel disastro di Tebi, siano tutte collegate a questi stralci di storia, di letteratura: la fretta di guadagnare quanto più possibile nel minor tempo possibile, il farlo sempre e comunque sulla pelle di chi non riceverà un centesimo di questi guadagni, la possibilità di decidere sui destini altrui senza che quest’ultimi possano muovere un dito anche fosse solo per deviare leggermente il proprio destino, mi sembrano un unico gigantesco comune denominatore delle tragedie che subiamo da secoli in nome del Capitale perché, ricordiamocelo, anche i criminali o presunti tali ai quali si somministra la pena capitale, sono frutto di come s’è deciso di strutturare, organizzare e mantenere la società: “[…] ogni società ha i criminali che si merita” – Riflessioni sulla pena di morte di Albert Camus. Aggiungo un’ultima cosa: forse sbaglio anche stavolta, ma quando penso che, fra le tante cose che già ci hanno tolto o che pensano di toglierci, non mi sembra si sia mai ipotizzato di eliminare le ferie d’agosto, il Natale o la festività della domenica, non è perché si tema la discesa in piazza di centinaia di migliaia di persone, è solo per via del bisogno che ha il sistema di riprendersi i soldi dello stipendio che ci ha versato dopo averci sfruttato per un mese, facendoceli spendere in un modo o nell’altro; insomma, ci stanno tenendo in vita grazie al respiratore del consumismo, ma temo siano pochi a essersene resi conto.   *scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni     > Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata. Puoi > sostenerci donando il tuo 5×1000  > > News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp  
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