
La piazza dell’otto marzo resta una necessità
Osservatorio Repressione - Friday, March 7, 2025Per la situazione di generale oppressione sociale, per il peso della specifica oppressione sessista
di Marco Sommariva*
Sono una ragazzina ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il mio diario scritto nel periodo in cui io e la mia famiglia ci nascondevamo dai nazisti, e spesso mi sono fatta una di quelle domande che non mi lasciano tranquilla: perché un tempo, e di frequente anche oggi tra i popoli la donna occupa un posto molto meno importante dell’uomo? Chiunque è in grado di dire che è una cosa ingiusta, ma a me non basta, vorrei davvero conoscere il perché di questa grande ingiustizia! Si può ipotizzare che l’uomo per via della sua maggiore forza fisica abbia avuto fin dall’inizio una posizione di superiorità rispetto alla donna; l’uomo che guadagna, l’uomo che genera i figli, l’uomo che può tutto… già è stato piuttosto stupido da parte di tante donne aver lasciato fino a qualche tempo fa che le cose andassero in questo modo senza opporsi, perché per più secoli questo principio resiste, più prenderà piede. Fortunatamente grazie all’educazione, al lavoro, al progresso, la donna è diventata più consapevole. In tanti paesi le donne hanno raggiunto l’uguaglianza dei diritti; molte persone, più che altro donne, ma anche uomini, ora si rendono conto di quanto per così tanto tempo questa suddivisione fosse sbagliata, e le donne d’oggi reclamano il diritto all’indipendenza assoluta!
Vivo in Africa e ho tredici anni. Mi sono deflorata da sola, con un tubero di manioca. Intorno a me, le ragazze si fanno quasi sempre un’idea molto brutale di quel che le aspetta nel giaciglio del loro sposo. Di solito vengono sverginate verso i nove anni o poco più, nel folto della boscaglia, da uomini di passaggio, a volte da zii o cugini. Io non ho voluto vivere una cosa simile. Sicché mi sono rotta la membrana da sola. Senza troppa emozione, del resto. Il pensiero di quel fiotto di sangue sparso sotto gli assalti del sesso di un uomo mi disgusta. Non è romantico. È schifoso. E tutti quei tizi, che vogliono vedere a ogni costo il loro pene immerso nel sangue di una ragazzina, sono dei porci.
Ho venticinque anni e vivo in Afghanistan. Da quando ci sono i Talebani al potere la violenza contro donne e bambine ha raggiunto il suo picco. Non esiste più nessuna autorità che possa limitare questa tragedia. I suicidi di donne aumentano ogni mese. Nessuno può dire quanti siano, pochi sono registrati. Qui si soffoca. La vita è diventata così pesante che non riesci nemmeno a respirare. Se i Talebani fossero capaci di portar via l’ossigeno da dentro i nostri polmoni, lo farebbero. Nonostante i nostri stomaci siano vuoti e i nostri piedi pesanti come il piombo, io in questo orribile momento, non voglio vendere i miei figli come fanno molti. Ho imparato a combattere in questi tempi così duri e a sostenerli. Sono riuscita a iscrivere a scuola i due maggiori e studiano sodo. Cerco in tutti i modi di essere forte, ma la situazione di adesso è molto stressante, siamo sotto pressione, incerte, spaventate. A volte non riesco nemmeno più a prendermi cura di me stessa in modo appropriato. Devo vendere bolani [focacce di pasta fritta ripiene di verdure] per strada, per poter nutrire la mia famiglia. È dura, la gente non ha niente, non ha nemmeno soldi per mangiarsi un bolani. Ma il peggio è che ogni giorno vengo minacciata dai Talebani; mi gridano in faccia con il fucile puntato perché non sto a casa come dovrei. Mi ripetono che sono una prostituta, che sotto la copertura dei bolani cerco clienti. Devo sopportare tutto questo, non mi faccio colpire dalle loro parole e dai loro gesti, non li ascolto. Cambio ogni giorno strada. Ogni giorno cucino di nuovo i bolani che mi hanno rubato. Se dovessi restare chiusa in casa, come vogliono loro, moriremmo tutti di fame. Riuscire a vivere, in qualunque modo, è già un successo. Un’attività che esaurisce. Donne e bambine hanno invaso le strade per chiedere l’elemosina, che spesso è l’unica risorsa che rimane. Vediamo lunghe file davanti ai panettieri: non aspettano di comprare il pane, non possono. Aspettano che qualcuno, più fortunato di loro, glielo regali, per svoltare un altro giorno. Mio fratello è talebano e se sapesse che frequento la scuola segreta mi picchierebbe a morte. Mi obbliga ad andare alla madrasa [specie di convitto musulmano ove si impartiscono insegnamenti di religione e diritto] la mattina, ma il pomeriggio scappo a ritrovare la mia vita. Invento sempre nuove scuse, parto presto e faccio giri assurdi per non insospettire nessuno.
Sono una giornalista e attivista britannica, quarantenne. Ritengo che le donne si sobbarchino una quota di lavoro non retribuito tre volte superiore a quella degli uomini. Penso siano molte le ragioni per cui le donne non denunciano violenze e soprusi. Alcune sono legate al contesto sociale (vergogna, paura di essere emarginate, di non essere credute, di essere incolpate per quanto è successo), e qui le autorità possono fare ben poco, perché il cambiamento deve avvenire nella società stessa. Ma accanto alle motivazioni sociali ve ne sono però altre, decisamente più prosaiche, sulle quali è possibile intervenire. Tanto per cominciare, a volte le donne non sono certissime di sapere «quali comportamenti rientrano nell’ambito delle molestie sessuali e temono una reazione negativa da parte delle autorità». Qualora invece si rendano conto di aver subito un torto, spesso non sanno a chi denunciare l’accaduto.
Sono una cinquantenne di origini indiane, cresciuta in Kenya che, oggi, vive tra l’Inghilterra e Berlino. Penso che ogni donna sia il prodotto di una costellazione diversa di razza, età, classe e provenienza, di personalità, storia, aspetto fisico e abilità, di religione, formazione, occupazione e motivazione; quindi, penso che ogni donna abbia una diversa capacità di resistere o accettare la propria oppressione. Ci sono donne che dicono: alcune di noi devono raggiungere la cima perché le cose migliorino per tutte. Ci sono donne che dicono: alcune di noi hanno raggiunto la cima da un po’ ormai e ha fatto ben poco differenza per le altre. Donne che dicono: una donna sola in cima è una specie di uomo se non trova il modo di consentire ad altre donne di raggiungerla. Ritengo ci sia un errore nel sistema: l’ostinata convinzione che per ottenere più potere si debbano raggiungere le cariche più alte o accumulare vaste ricchezze o assomigliare a chi già lo detiene. Ma davvero c’è qualche speranza di sgominare gli effetti corrosivi del potere semplicemente rincorrendolo o emulandolo? In A letto con Madonna, Madonna rivelava senza ambiguità di non saper pensare ad altro che a esercitare il potere secondo le tradizionalissime linee della supremazia bianca, del capitalismo, del patriarcato. Che le persone che dipendevano da lei per i loro bisogni più immediati fossero costrette a sottomettersi alla sua volontà non era né bello né piacevole.
Sono una scrittrice, attivista e femminista statunitense. Nera o, se preferite, “di colore”. Sessantenne. Ho notato che le donne hanno smesso di uscire di casa e di cercare altre donne che la pensino come loro, donne con cui parlare, con cui discutere per ore. Ricordo quanto tempo, negli anni dell’autocoscienza, io e altre abbiamo passato a discutere di monogamia, a chiederci se ci corrispondesse, se ci attirava. Da almeno dieci anni a questa parte non ho più avuto occasione di discutere con altre donne né la questione della monogamia né quella dell’eterosessualità. E così anche la nostra scrittura, i nostri testi, sono cambiati, perché un conto è mettersi al proprio tavolo da lavoro dopo aver discusso appassionatamente con altre donne o nell’interazione costante con un uomo, e un conto è farlo avendo come unico riferimento altri libri e la sola ricerca teorica. Lo scambio, le conversazioni, oggi avvengono, quando avvengono, esclusivamente nelle aule scolastiche o durante i convegni, vale a dire dopo che ognuna di noi ha prodotto in solitudine i propri testi.
Quanto avete letto sono parole scritte da Anna Frank, Léonora Miano, Priya Basil, Caroline Criado Perez, bell hooks e, quelle arrivate dall’Afghanistan, raccolte da Cristina Cella.
Il nome in calce al pezzo è giusto che sia il mio perché è mia la responsabilità di quanto riportato, scelto.
Spero di non aver urtato la sensibilità di nessuna parlando di quest’otto marzo che tanti s’apprestano a ricordarlo donando il solito rametto di mimosa – simbolo d’apprezzamento, rispetto e solidarietà verso la donna – per poi dimenticarlo allo scoccare della mezzanotte, spesso anche prima, fottendosene alla grande di mille abusi e ingiustizie, compreso il fatto che le retribuzioni medie lorde degli uomini continuano a essere decisamente superiori a quelle percepite dalle donne.
Un pensiero speciale alle detenute che, come ho letto ieri, “rappresentano una minoranza invisibile in un sistema carcerario plasmato su corpi, bisogni, rituali maschili”.
Ci si vede in piazza.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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