
Portuali
Osservatorio Repressione - Tuesday, April 1, 2025Uno spaccato sulla lotta politica del C.A.L.P., Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova, tra il 2019 e il 2023. Gli scioperi contro la “nave delle armi” e la ricerca di un sindacato più attento alle istanze del presente. La sicurezza sul posto di lavoro, l’antimilitarismo, il dialogo con gli altri portuali del Mediterraneo. Il sogno di dare forma a un mondo diverso, e il prezzo che comporta. Nelle burrascose settimane in cui la parola “” viene pronunciata con inquietante sconsideratezza, “Portuali” ci invita a non sottrarci alle nostre responsabilità, riproponendo un modello di resistenza dal basso di cui abbiamo tremendamente bisogno.
di Ossydiana Speri da OndaCinema.
“La chiamata”: così, con enfasi quasi biblica, era ribattezzata la convocazione degli aspiranti camalli che ogni mattina affollavano il porto di Genova. Una massa sgomitante a cui, caso più unico che raro, veniva comunque corrisposto un obolo qualora non avessero ottenuto il lavoro. Lavoro che non era certo un bagno di salute (basti pensare alle vittime da bollettino di guerra mietute dalla silicosi), ma che quantomeno vedeva in campo un sindacato battagliero e un padronato meno spietato che altrove. Quest’ultimo lato della barricata ha da tempo cambiato faccia: “Il porto è una macchina inesorabile, una miniera infernale. È l’immagine stessa del capitalismo globale nel ventunesimo secolo”, apprendiamo dal libro-inchiesta “Le frontiere del mondo” di Andrea Bottalico, dedicato all’oscuro universo geometrico dei container. Ancora intatta è invece la pelle dura dei nuovi lavoratori del porto, mirabilmente ritratti nel primo lungometraggio della marchigiana Perla Sardella, autrice anche della fotografia e del montaggio.
Ad aprirlo e chiuderlo, sulle note strozzate del sax di Alabaster DePlume, sono materiali d’archivio che documentano quel mondo di fatica e orgoglio. Tirare in ballo la pellicola qui non è certo un vezzo hipsteroide, semmai la prova del filo diretto tra le lotte di ieri e di oggi. Ulteriore nota di merito, il proemio e il congedo sono le uniche occasioni in cui si ricorre sia al found footage sia al commento musicale, senza negarsi qualche straniante manipolazione (i movimenti in reverse dei primi cinque minuti).
Lo stesso rigore formale permea tutte le scelte della regista, pienamente consapevole dei suoi obiettivi e dei suoi strumenti: niente interviste, niente voice over, niente didascalie se non concentrate nei tableux che di tanto in tanto intervallano il montato, peraltro di pregevole confezione (i testi si materializzano dal basso verso l’alto con un incisivo font rosso, unica concessione al background arty dell’autrice). A contenuti coerenti, forme coerenti, sembra chiosare Sardella.
Mosca sul muro di ammirevole discrezione, la camera plana tra assemblee fluviali e impavide manifestazioni che chiariscono la natura sui generis dei soggetti in esame: i portuali genovesi non si limitano a perorare la loro causa, ma portano avanti una crociata senza quartiere contro il traffico di armi di cui la Superba è ben noto scalo, per nulla intimoriti dalle innumerevoli denunce e minacce di cui son fatti bersaglio. Ben consci che non c’è rivoluzione senza condivisione, nelle loro arringhe auspicano una saldatura tra tutti i dissidenti del Mediterraneo, in un afflato internazionalista che sempre più di rado attraversa gli slogan di categoria.
Se nei documentari d’osservazione fa spesso gioco pedinare un protagonista, la regista ne trova uno maiuscolo in Josè Nivoi, sindacalista USB e portavoce del CALP, il portentoso Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali autore dell’imperdibile “Fino all’ultimo di noi”, edito l’anno scorso da Red Star Press. Un personaggio d’altri tempi e fuori dal comune, tabagista incallito e impetuoso oratore, a suo agio (più o meno) sulle banchine del molo quanto al Parlamento Europeo. Cicerone affabile e grintoso, è lui a farci strada tra un’umanità dai modi spicci ma dal cuore grande, in cui le vecchie generazioni vegliano sulle nuove senza pretese indottrinanti. Ed è così che conosciamo anche Bruno Rossi, tenero vegliardo che negli anni si è fatto simbolo vivente della causa portuale.
Rivendicazioni sindacali, ma non solo: c’è spazio anche per la straziante vicenda della figlia di Bruno, Martina, precipitata nel 2011 da un hotel di Palma di Maiorca per sottrarsi a uno stupro. È stata la tenacia investigativa del padre a incastrare i due autori, non predatori dei bassifondi ma “bravi ragazzi” di buona famiglia, rivoltante categoria umana messa alla berlina, proprio nella Genova degli scorsi mesi, dall’impietoso j’accuse dalla consigliera comunale Francesca Ghio, rimbalzato sulle cronache nazionali tra gli sfottò maschilisti.
Alla barbara vigliaccheria di chi confida nell’impunità risponde per le rime la solidarietà dei compagni di Bruno, compatti e sul pezzo anche all’asciutto, sempre e comunque dalla parte delle vittime. Una sberla a mano piena contro chi vorrebbe le battaglie compartimentate come la stiva di una nave.
Nelle burrascose settimane in cui la parola “riarmo” viene pronunciata con inquietante sconsideratezza, “Portuali” ci invita a non sottrarci ai nostri doveri civici, riproponendo un modello di resistenza dal basso di cui abbiamo tremendamente bisogno.
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