di Carlo A. Bachschmidt Black Box. Sicurezza e sorveglianza nelle nostre città
di Laura Carrer è un libro che affronta un tema sempre più presente nella vita
quotidiana, il rapporto …
Tag - recensioni
In “Immagina un mondo senza polizia“, Geo Maher non propone un’utopia ingenua:
indica la strada per rendere obsoleti polizia, carcere, confini e apparati di
deportazione, mostrando che la sicurezza può …
di Marco Sommariva* Da Fahrenheit 451 ai “fascisti della porta accanto”: “Il
libro segreto di CasaPound” racconta come il neofascismo italiano abbia smesso
di nascondersi, colonizzando cultura, media, istituzioni e …
di Vincenzo Scalia* Con Policing Pain, Ken Revier mostra come negli USA la
guerra alla droga trasformi il trattamento in controllo penale e la cura in
nuova prigione. Alcuni anni …
di Roberta Cospito La storia di un’universitaria abusata dal suo relatore. Un
film che, fra le tante cose, racconta l’umanità di uno sconosciuto capace di
aiutare la donna violentata senza …
di Marco Sommariva* Quando tutti parlano e nessuno ascolta: la metropoli
incomprensibile di Budai come specchio del nostro presente. Recensione al libro
Epepe di Ferenc Karinthy Trent’anni fa iniziai a …
di Roberta Cospito Un film perché non venga mai archiviata la tragedia di
Giulio, per denunciare quanto abbiano pesato sull’atroce vicenda sia gli
interessi economici del nostro Paese sia i …
di Edoardo Todaro Nel libro di Maria Rita Prette una ricostruzione necessaria
dell’universo concentrazionario israeliano: torture, detenzione amministrativa,
ostaggi politici e centralità della lotta dei prigionieri nella resistenza
palestinese. Essere …
Da Trump a Orbán fino all’Europa: il libro di Mattia Tombolini “Antifascismo
illegale” (Momo edizioni) mostra come si sta costruendo un nemico pubblico per
giustificare repressione, controllo e autoritarismo Non …
(archivio disegni monitor)
Ho da poco visto l’ultima puntata della serie Portobello, diretta da Marco
Bellocchio, sul terribile caso giudiziario di Enzo Tortora. L’ho trovata bella e
appassionante, capace di trasmettere, con tutta l’angoscia relativa, il senso di
reclusione di un innocente e quello conturbante di una Legge senza Giustizia. La
bravura del regista e degli altri autori, attraverso delle interpretazioni
riuscitissime, è stata anche quella di aver ridato il ritratto di un’Italia
cialtrona e grottesca che, purtroppo, ha avuto, e ha ancora, un ruolo
determinante nella storia del nostro paese. Bellocchio ha dimostrato coraggio ad
accettare di mandarla in onda in un momento in cui si votava per il referendum
sulla giustizia, senza risparmiare le necessarie critiche a quei magistrati che
furono i ciechi coautori della tragedia del povero presentatore televisivo. Non
è certo una sorpresa, perché Bellocchio è un regista che da anni si è dato il
compito di dare al suo cinema anche lo scopo di analizzare la storia e la
coscienza di un paese. Ho però un appunto, che non riguarda l’opera, quanto
invece lo sguardo che Bellocchio ha avuto su un aspetto di questa vicenda, e su
una questione per la quale mi sono interrogato dall’inizio, puntata per puntata,
in cerca di una risposta. Scioccamente mi dicevo che forse a mancare nel suo
sguardo era la lezione di Leonardo Sciascia sulla mafia (e di cui la camorra
rappresenta una declinazione), finché mi sono accorto che invece Sciascia è ben
presente nella serie. Devo spiegare qui ciò che non per tutti e tutte può
risultare chiaro, e cioè che Sciascia scrisse più volte la sua opinione sul caso
Tortora, di cui era amico pur, come lui stesso precisa, senza averlo mai visto
in televisione. In particolare, il suo commento sul Corriere della Sera del 7
agosto 1983, è un esempio di lucida analisi, oltre che di convinzione
dell’innocenza di Enzo Tortora, appena dopo il suo arresto per associazione
camorristica. In quell’articolo, lo scrittore siciliano lamenta
l’irresponsabilità dei giudici, cita inoltre i duecento casi, sugli 856 totali,
di persone fatte arrestare erroneamente dalla procura di Napoli in quella
primavera dell’83, e arriva alla proposta, per evitare il ripetersi di tali
empietà giudiziarie, che “un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe
quello di far fare a ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e
vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti, e
preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone e Poggioreale. Sarebbe
indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni
volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”.
Di questo punto di vista, il film a episodi di Bellocchio, contiene quasi tutto,
con un uso esemplare dell’intreccio cinematografico nella ricostruzione della
vicenda. Anche un precedente passaggio, dallo stesso articolo di Sciascia, è
diventato simbolo ricorrente della sua serie, e cioè quello in cui le accuse a
Tortora vengono descritte come “un costruire, insomma, uno di quei castelli di
carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione
crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave
di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera
costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E
resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano
prestato fede a una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile
all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie”.
La lungimiranza di Sciascia è forse quella che fa funzionare tutto il meccanismo
di catarsi che lo spettatore prova di fronte al film a puntate di Bellocchio.
Infatti l’ultimo episodio della serie finisce con la stessa apprensione, postuma
la sua e coeva quella di Sciascia, che il caso Tortora rappresenti una stortura,
anzi una terribile implicazione, di un sistema giudiziario suscettibile non solo
alla suddetta irresponsabilità dei magistrati ma anche all’uso errato dei
collaboratori di giustizia, fenomeno allora allo stato iniziale. Per dirlo con
parole più vicine a noi: l’assurdo in cui chiunque può ritrovarsi quando la
Legge perde la sua funzione di garante della Giustizia.
Su queste premesse, il mio appunto riguarda le motivazioni raccontate nella
serie di camorristi come Giovanni Pandico e Pasquale Barra, i principali
accusatori, insieme ad altri nove detenuti, di Enzo Tortora. Un’accusa in
malafede, come poi venne a galla grazie all’onestà di un altro magistrato,
Michele Morello, sia nella sentenza d’appello che in quella di cassazione. Nella
serie, Pandico è giustamente raccontato come l’iniziatore della strategia
accusatoria, seguito poi da Barra e dagli altri, i quali tutti poterono
concertare le loro dichiarazioni grazie al regime carcerario privilegiato di cui
godevano in quanto collaboratori (passarono molto tempo in cella insieme durante
la fase delle indagini). Di Pandico viene mostrata anche la pazzia, clinicamente
diagnosticata, mentre di Barra no, sebbene fosse un assassino efferato e sadico;
e ancora, del primo, emerge, grazie alla deposizione di un compagno di cella,
l’ossessione per il personaggio televisivo Enzo Tortora. Ma perché questi due
criminali tirarono in ballo il povero presentatore? Nella serie viene avvalorata
una sorta di complicità nella costruzione del caso tra i magistrati a capo
dell’indagine e i collaboratori di giustizia, nata a partire da un’annotazione
su un’agenda, sequestrata dagli investigatori e recante la dicitura “Enzo
Tortora” (anche se in realtà era “Enzo Tortona”). Questa convergenza fu
utilizzata dalla Procura per dare visibilità al primo grande processo contro la
camorra, attraverso un personaggio che catalizzasse l’attenzione dei media. Una
spaventosa spettacolarizzazione, data la quale, gli avvocati difensori dovevano
apprendere i dettagli delle accuse direttamente dai giornali. Nel film i
collaboratori di giustizia sono quasi imbeccati dai magistrati e si prestano al
gioco, gli uni convincendosi, gli altri inventandosi, che Tortora sia un
criminale. Le motivazioni di Pandico e degli altri, nella serie tv, partono
dalla follia e dall’ossessione per Tortora del primo, passano per i privilegi
dello status di collaboratori per tutti (ma che erano godibili anche senza le
accuse a Tortora) e arrivano a una miscela di mitomania, nichilismo e
iconoclastia.
Questo, più o meno, è quanto emerge dalla serie Portobello, ed è altamente
probabile che sia andata così, almeno per quanto riguarda i magistrati di quella
vicenda, ritratti nel film con il colore della malafede e anche, per dirla con
Sciascia, con quello dei “cretini intelligenti”. Ma c’è un punto cieco nello
sguardo della serie, come in quei grossi veicoli da trasporto su ruote, e deriva
dal fatto che i mondi che Bellocchio racconta sono tanti e vanno da quello dello
spettacolo e dei media, fino ai tribunali e alla camorra, ed è proprio su
quest’ultimo che sento di voler fare una precisazione. All’uopo, riporto qui un
altro passaggio dell’articolo di Sciascia: “Non credo nell’infermità mentale
quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e
nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi
piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a
considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce,
non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidare, nel
seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile”. È
l’inizio del capoverso dove poi lo scrittore utilizza la metafora del castello
di carte, e di cui mi sembra che il regista non abbia colto fino in fondo il
significato. Voglio precisare che questa miopia non è solo sua, ma di molti
artisti e intellettuali del nostro paese, quando si accostano alle dimensioni
sociali della cosiddetta devianza. Ed è una miopia che ha radici profonde:
consiste nel non riconoscere al male una propria razionalità, nel continuare a
pensarlo come errore, eccesso o follia individuale. Sembra di assistere a
un’applicazione sociologica del concetto di male descritto da Socrate, che in
verità è sovrastorico e quindi ontologico, per cui il male nasce dall’ignoranza
del bene, un’idea che attraversa anche il pensiero moderno: l’idea che il bene
coincida con la ragione e che il male sia una sua mancanza. Ma è proprio questo
schema che, di fronte a fenomeni come la camorra, una delle forme umane del
male, si rivela insufficiente. Perché la camorra – come ogni organizzazione
criminale – non è il luogo dell’irrazionale, ma al contrario è un sistema dotato
di logica, di strategia, di finalità precise per quanto condotte da un
individualismo estremo. Non è follia, o non lo è nel senso rassicurante che le
si potrebbe attribuire: è una razionalità altra, deviata quanto si vuole, ma
lucida, operativa, efficiente nei propri scopi. Quando Sciascia parla di “follia
non priva di metodo”, coglie esattamente questo punto: il metodo mira a un
obiettivo. Confondere, intorbidare, moltiplicare le accuse, coinvolgere
innocenti non sono derive patologiche, ma strumenti. Ridurre tutto questo a
follia o opportunismo significa, paradossalmente, risolvere tutto nella
categoria dell’assurdo e quindi praticare una forma di esorcismo. Il male
starebbe all’infuori della ragione e quindi, quando la ragione si imponesse, il
bene sarebbe al suo posto. Non ho la conoscenza necessaria per citare filosofi
come Nietzsche o Foucault, ma la loro visione potrebbe servire a stabilire che
forse il crimine, come la sopraffazione e l’ingiustizia vengono da un’estremo
della razionalità operativa. La camorra, in questo senso, non è il contrario
della ragione: è una delle sue possibili degenerazioni.
Ma a cosa mirava questo metodo di Pandico e dei suoi “complici di giustizia”?
Possiamo avanzare delle ipotesi se partiamo dall’assunto che il nichilismo e
l’iconoclastia erano delle coperture, o meglio gli involucri, di una precisa
strategia. Ma devo precisare che esiste una differenza tra strategia e tattica,
e quella dei camorristi del caso Tortora è più definibile come tattica, mentre
la strategia è sempre la stessa, tipica di orientamenti del genere, e cioè
l’affermazione di un sistema di violenza e di sopraffazione come unica
possibilità esistenziale, una sua legittimazione. La tattica, io credo,
riguardava per Pandico e gli altri, il cercare di far collassare la nascente
istituzione del ruolo giudiziario dei collaboratori di giustizia, messa in atto
dallo Stato per far saltare dall’interno il meccanismo delle mafie. Questo
concetto giuridico era allora ispirato alle recenti leggi contro il terrorismo,
e venne applicato per la prima volta alla criminalità organizzata nella
repressione della camorra – organizzazione protagonista, agli inizi degli anni
Ottanta, di un’efferata guerra e, in generale, di una forte crescita in termini
di potere e di interessi – al fine di contrastare quella legge dell’omertà che
sta alla base di ogni organizzazione mafiosa. Il ruolo dei collaboratori fu
messo poi a punto nel maxi-processo di Palermo contro la mafia siciliana di
pochi anni dopo, e finalmente perfezionato nei primi anni Novanta, con continue
revisioni fino a oggi. Quello che fecero Pandico e gli altri fu di aderire come
dissociati alle appena stabilite possibilità collaborative, dopo che il loro
clan, ossia quello dei cutoliani, era imploso per il fallimento del progetto di
Cutolo di organizzare una cupola decisionale dei clan campani sul modello di
quella palermitana (anch’essa fallita e che portò invece alla collaborazione di
Tommaso Buscetta con il magistrato Giovanni Falcone). Entrambe queste ambizioni
egemoniche, scatenarono guerre tra clan e famiglie, in modo più mimetico a
Palermo e invece dichiarato a Napoli. All’indomani degli arresti di massa,
mentre lo Stato stava provando una via repressiva più sofisticata, Pandico e gli
altri, non tutti con la stessa consapevolezza, reagirono entrando in questo
circuito con lo scopo di sabotarlo e segnare così l’impotenza della legge di
fronte a loro e a quelli come loro. Non agirono quindi solo per vantaggio
personale, ma in nome degli interessi e dei valori di tutte le organizzazioni
criminali di quel tipo. Certo, come racconta Bellocchio, trovarono terreno
facile nell’incompetenza e nella vanità di quei magistrati del primo processo,
ma si videro fermati non appena un uomo di Giustizia e non di Legge prese il
controllo della situazione. Io non ho le prove di tutto questo, ma per la
conoscenza che ho e per le esperienza che ho vissuto, ho sofferto di fronte a
un’intensa ma incompleta raffigurazione di Pandico e di Barra come conduttori di
un’impresa personale ai limiti dell’assurdo, compiaciuta dalla stupida
intelligenza e malafede di quei magistrati. Il loro agire fu ispirato da un
sentimento più vasto e complesso, incomprensibile se letto solo secondo un
tornaconto o una condizione personale. La complessità dell’azione di tanti boss
e luogotenenti, anche se apparentemente inspiegabile o spiegabile con la follia,
va vista come effetto della consapevolezza del proprio ruolo dentro, e non
fuori, dalla società; in un attacco perenne a delle idee che rifiutano e di cui
sono nemici. Ma per vederli come tali, è necessario riconoscergli una ragione,
un’intelletto e, in fondo, una cultura, ossia un modo di vedere il mondo. Detto
in sintesi, l’azione di Pandico e degli altri nel caso Tortora fu un’azione
politica, fu l’azione di un “noi” e non solo di un “sé”; non vedere questo
significa non riconoscerne la reale forza e non capire che è quel “noi” che gli
si contrappone che deve essere sollecitato a essere migliore. (maurizio
braucci)