“Siamo ancora qua!”. Ostinazione e ambiguità nel mercato dell’Albergheria di Palermo

NapoliMONiTOR - Wednesday, January 28, 2026
(foto di agnese giovanardi)

È una domenica notte di metà gennaio, i fuochi d’artificio hanno appena brillato sul cielo di Palermo. Attraverso il centro storico, pattugliato da auto della polizia devote al presidio delle nuove zone rosse. È passata da poco la mezzanotte quando percorro in bici le strade dell’Albergheria, in direzione di casa. Tutto tace. A piazza Colajanni, epicentro del progetto di riqualifica dell’Albergheria Creativa, c’è solo un ragazzo che fa da guardia a un camion con tanti cavalli disegnati sugli sportelloni laterali. Il bar Astra è chiuso, il braciere di Piero lo stigghiolaro riposa sotto il gazebo che dà sulla piazza.

Oggi il mercato dell’usato è stato grande. Domani, pioggia permettendo, monteranno in pochi, quelli che per tirare su dei soldi hanno solo questo lavoro. Una mia amica stamattina cercava degli occhiali da sole. «Belli questi, ma sono rovinati», le ho detto mentre si provava un modello buffo, appariscente, un po’ da diva. «E chi è che non è rovinato di noi qua», mi ha fatto eco Mariana, che é tornata da poco dalla Romania con suo marito, le tre figlie, suo fratello e la loro gallina Nikolaj. Qualcuno vendeva un tavolo e panche di legno che sembravano provenire da un rifugio alpino. Davanti la chiesa stava esposto il modellino di un veliero alto più di in un metro. Poco più in là, un vestito da prete, vero, non da carnevale. Sì, oggi il mercato è stato grande, divertente e pieno. A testimoniarlo, a notte ormai giunta, un cumulo di roba invenduta che riposa tranquillo in piazza San Francesco Saverio, la zona da cui si vuole espellere il mercato, inadatto per quello che le istituzioni auspicano diventare presto il nuovo “distretto creativo e del riuso”. È in quel cumulo di stoffe e piatti e pagine di libri e infinità di altre materie che trovo Massimo.

STORIA DI MASSIMO

È da mesi che non lo vedo. L’ho conosciuto una notte infame di due anni fa. Un gruppo di ragazzini lo aveva messo sotto col motorino, lasciandolo a terra con una gamba fracassata e sanguinante. Non voleva che chiamassimo l’ambulanza, voleva solo che lo aiutassimo a tornare al suo giaciglio tra le aiuole che costeggiano corso Tukory, quasi all’altezza della ex pompa di benzina. Stasera invece sembra in gran forma. Sta provando a smontare il cestello di una lavatrice abbandonata sul marciapiede. Dopo qualche chiacchiera gli chiedo se vuole che gli porti un martello da casa, visto che ormai ci sono quasi. Mi dice che non ce n’è bisogno, ce l’ha quasi fatta. Massimo ha quarantatré anni, è originario di Monreale. Ha lavorato a lungo come muratore. Un matrimonio alle spalle, due figli, già due nipoti. Tempo fa passammo una serata assieme nel cuore del mercato del cibo, da Sonia, la donna africana che ogni sera, da quattordici anni a questa parte, accende la brace in piazza del Carmine e ci mette su piccantissimi arrosticini e pezzi di pollo. Sonia pensa che prima il mercato era più divertente: «Gli stanno togliendo l’anima con tutti questi turisti».

Quella notte Massimo aveva voglia di parlare accanto alla griglia esalante fumi caldi e odore di spezie forti come la donna che ci tribolava su. «Quando mi sveglio cerco ancora l’odore della roba (l’eroina), poi non lo sento e mi accorgo di non avere più bisogno di sentirlo, io non lo so com’è che ho fatto a togliermi sta croce. Pesavo centocinque chili, dopo che mi facevo mangiavo come un porco, io non mi sono mai bucato guarda – mi faceva vedere le mani e le braccia – la roba me la fumavo. Stavo con l’obbligo di firma, quando vivevo a Monreale, perché per anni mi ero attaccato alla luce del comune e quando cominciarono ad arrivare le bollette non le pagavo, fino a che non mi hanno sgamato. Arrivavo sempre tardi in questura, perché lavoravo in cantiere. Potevo firmare dalle cinque alle sei e io magari arrivavo alle sei e dieci, sei e un quarto. Fino a quando un giorno il commissario m’ha detto: “No no non c’è bisogno che firmi, ti riaccompagniamo noi a casa”. Ce l’ho detto mica mille, tremilacinquecentosessanta volte che si trattava solo di un ritardo! Ma niente, sono iniziati i domiciliari. Dopo tre giorni c’avevo il braccialetto al piede. Io ero dipendente dall’eroina, ho chiamato subito l’avvocato che mi avevano assegnato e gli ho detto: “O mi fai fare il foglio per andare al SERT o io stasera esco e mi vado a fare”. E così ho iniziato: lunedì, mercoledì e venerdì al SERT. La luce non pagata si è trasformata in metadone. Otto mesi di arresti uguale primi otto mesi senza eroina».

Ritrovata la libertà, dal carcere e dalla dipendenza, Massimo si è allontanato da Monreale e ha preso a frequentare Ballarò, dove si è inventato un mosaico di lavoretti: pulire il banco di un fruttarolo la mattina, aiutare nel pomeriggio un amico che fa sbarazzi, di notte raccogliere dalla munnizza pezzi di ferro per rivenderseli, ogni tanto montare al mercato. Non può permettersi di pagare regolarmente un affitto, perciò abita per strada e quando riesce dà qualche soldo a un amico per piazzarsi sul divano di casa sua. Lo saluto mentre è ancora ostinatamente intento a scassare il cestello della lavatrice abbandonata. Mentre salgo le scale di casa mi ricordo di una mattina in cui l’avevo beccato al campetto di bocce, dove con altrettanta ostinazione insisteva nel vendere sotto la pioggia battente. Gridava: «Oggi sconti visto che piove!». Sul lenzuolo steso a terra quel giorno aveva un sacco di libri. Mentre li sfogliavo mi disse: «Io coi libri ho sempre fatto così: leggo l’inizio, qualcosa a metà e poi la fine».

CON CHI STA IL TERZO SETTORE?

Il ricordo di Massimo al campetto di bocce mi fa tornare a riflettere sull’Albergheria Creativa. All’associazione Sbaratto, nata nel 2019 sotto la giunta Orlando, il progetto assegnerà la gestione del mercato dell’usato, una volta terminati i lavori di riqualifica degli spazi urbani. Nel dicembre del 2023 Sbaratto, per una lunga giornata, ha partecipato al tavolo con gli esperti della facoltà di giurisprudenza e coi nuovi potenti della giunta Lagalla. Tra i tanti c’era anche Maurizio Carta, l’assessore all’urbanistica promotore del progetto di riqualificazione dell’Albergheria. All’uscita da quell’incontro Sbaratto ha stilato un documento dal titolo “Verso un regolamento del mercato dell’usato dell’Albergheria”. Oltre a pulizia regolare, bagni chimici, ambienti ben mantenuti e ben illuminati, pedonalizzazione, eccetera, l’associazione richiedeva anche più presenza delle forze dell’ordine in quartiere. E poi scriveva: “È possibile stralciare alcune zone di mercato [grassetto loro], come il campo di bocce in via Villanueva o la piazza San Francesco Saverio, quest’ultima da sempre esclusa dalle mappe del mercato. Ma è necessario non limitare troppo l’area, ad esempio prevedendo la possibilità di vendita su piazza San Pasquale e piazza Ritiro San Pietro, che sono parti fondamentali del mercato”.

>Nonostante queste dichiarazioni, nei più recenti post sui canali social le operatrici e gli operatori dell’associazione sembrano ritrattare. Scrivono frasi come: “L’Albergheria Creativa, l’espulsione dei mercatari del campo di bocce, la pedonalizzazione di fronte la chiesa di San Saverio: sono tutte decisioni che ci hanno imposto, che si sappia!”. Oppure: “Sicuramente una cosa che abbiamo capito è che i processi di formalizzazione sono ambigui, sono fragili, hanno delle contraddizioni. […] Sono però anche l’unico strumento che al momento conosciamo per dare un minimo di protezione, di visibilità mediatica, di capacità negoziale”. Quest’ultima asserzione proviene da un post in solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori del mercato torinese di via Carcano a Torino, attualmente minacciato da una modifica della legge regionale. L’associazione ViviBalon, che gestisce il mercato di via Carcano e che ha contribuito a realizzare l’espulsione dei venditori “illegali” da Borgo Dora, è comunque sempre portata in palmo di mano da Sbaratto, come nobile esempio da seguire.

Mi chiedo spesso quale sarà la fine di questa storia, consapevole che le pagine mancanti sono ancora tutte da scrivere. Non mi riesce però difficile immaginare lo scenario lugubre in cui l’armata dei buoni rimetterà alla giunta di destra la colpa dell’espulsione di molte, troppe persone dall’Albergheria. Mai ammetteranno che la loro angoscia di cambiamento necessario – tanto dedita all’imbellettamento urbano “dal basso” e alla legalizzazione del lavoro informale – coopera visceralmente con un sistema che, a prescindere dal partito di turno al governo, decide chi sta dentro e chi sta fuori, chi ha la dignità o le carte in regola per vivere nei luoghi asettici del decoro e chi deve essere spinto lontano dai riflettori della società dello spettacolo.

PERMANENZA IN STATO DI ALLERTA

Dalla primavera a oggi, il campo di bocce di via Villanueva è stato sottratto al mercato dell’usato. Red Bull ci ha pittato su un osceno murales con tanto di scritta “Ti mette le aaali” e una pattuglia della polizia lo ha presidiato ogni weekend fino alla fine dell’estate. Dall’autunno mi è capitato spesso di incontrare lì una guida turistica che porta a spasso signori che camminano a testa china per via delle pesanti fotocamere appese ai loro colli. La guida declamava la rinascita di un quartiere per mezzo di due spruzzi di vernice che sono valsi al comune di Palermo duecentomila euro grazie alla pubblicità dell’energizzante. Così perlomeno mi ha raccontato a inizio settembre Nanà, mercataro da vent’anni, espulso dal campetto.

In estate Nanà ha preso a montare su corso Tukory, alimentando il processo di naturale straripamento che solo un fiume senza foce come il mercato può mettere in atto nel momento in cui gli si devia il corso. Un giorno di fine estate, dopo una retata della polizia che una mattina aveva sgomberato sia i mercatari sia le persone che vivono per strada in quel tratto del corso, Nanà mi ha detto: «Abbiamo arrivato! Salvo Imperiale [il consigliere comunale della DC, molto in voga nel quartiere] ha detto che noi che non siamo iscritti all’associazione Sbaratto dobbiamo trasferirci al parcheggio Basile [un quadrilatero adiacente al Centro di Raccolta Comunale, a due passi dalla strada a scorrimento veloce che circumnaviga Palermo, nella periferia ovest]. Per due anni saremo autonomi, poi arriverà anche lì l’associazione a rappresentarci. Intanto dentro l’Albergheria ci rimangono solo quelli già tesserati».

Per qualche settimana di settembre effettivamente chi montava su corso Tukory si è spostato nel parcheggio. Lì tirava un’aria quieta e desolata che nulla aveva a che vedere col pullulare di urla e sguardi, oggetti stravaganti e beni di prima necessità che ogni mattina abita le strade dell’Albergheria. L’ultimo weekend di ottobre, però, su via Basile era rimasto solo lo sportello in lamiera di un vecchio armadio. “Il mercatino dell’usato è qui nel parcheggio” diceva, ma dentro regnava il deserto. Nanà aveva ripreso il suo posto su corso Tukory e mi ha detto: «Ho cambiato idea, finché non ci cacciano con la forza resto qui».

A fine agosto del 2025 il comune di Palermo ha emanato un bando di gara per l’affidamento dell’appalto dei “lavori di rigenerazione dell’Albergheria come distretto creativo e del riciclo”. Il 14 gennaio 2026 l’appalto è stato aggiudicato alla Coinap Srl di Bronte, che ha presentato un’offerta al ribasso rispetto all’importo a base d’asta pari a 350 mila euro. “Al posto dell’asfalto, di concerto con la sovrintendenza dei Beni culturali, si è scelto il basolato in Billiemi quale materiale per la pavimentazione. Il fulcro del cambiamento sarà piazza San Francesco Saverio, che verrà trasformata in un’isola pedonale e area conviviale. Qui, nell’area che va dalla chiesa alla via San Francesco Saverio, saranno invece utilizzati ciottoli di fiume con inserti di pietra calcarea di Sicilia, che verrà posizionata lungo le linee di attraversamento diagonale della piazza”. Così scrive PalermoToday, allegando rendering della piazza del futuro, attraversata da avatar di donne sui tacchi a spillo e di uomini in carriera che parlano al telefono. I lavori dovrebbero iniziare la prima settimana di febbraio.

Ora è mattina. «Hai visto? Siamo ancora qua!» – mi ha detto Alessia, mentre il mercato brilla affollato nel suo splendore. «Sta per tornare mio figlio dalla Svizzera. Quando finisce la stagione al ristorante viene a farsi un po’ di vacanze qui. Mi darà una mano a montare, anche se io non mi posso lamentare, un aiuto qui lo ricevo da tutti». Alessia è sempre di buon umore. Prende la pensione di invalidità, ma per arrivare a fine mese ha bisogno di fare il mercato. Per questo è ancora qua. E il suo solo esserci significa resistere alle politiche di bonifica di questo tempo della storia. Non smetto di pensare che dovremmo mantenere gli occhi aperti su quanto accade al mercato e posizionarci a fianco delle mercatare dell’Albergheria, soprattutto di quelle non associate. I volti e le storie di Alessia, di Massimo, di Nanà non possono trasformarsi in gelide pietre calcaree, che io non saprei mai ingoiare. (agnese giovanardi)