(archivio disegni napolimonitor)
«E ora dove andiamo?», si chiede e ci chiede un ragazzo del Bangladesh. Siamo
arrivati davanti al magazzino 2A del porto vecchio di Trieste intorno alle 13:30
del 3 dicembre quando ormai da alcune ore è in corso uno sgombero delle persone
in movimento provenienti soprattutto da Pakistan, Afghanistan, Nepal e
Bangladesh che vivevano da tempo nella struttura. Sotto a una tettoia di cemento
in diversi aspettano di capire il loro destino, mentre due operai montano delle
grate e dei pannelli di compensato sulle porte e gli infissi del magazzino per
impedire che venga rioccupato. Degli operatori della Protezione civile ripiegano
dei gazebo, mentre alcuni poliziotti fanno capannello poco distanti. Passano tir
che trasportano dei container. Se si guarda verso il mare si vedono delle
persone che camminano, ci sono dei panni stesi.
Alcuni migranti vengono fatti salire su dei furgoncini della polizia per essere
identificati in questura. Altri sono stati già trasferiti in altre regioni. Chi
è rimasto ha spesso in mano un documento dell’ufficio della questura di Gorizia
che ha ricevuto la loro domanda d’asilo: si tratta dell’invito a presentarsi per
formulare la domanda; i documenti che vediamo presentano diverse cancellazioni e
riscritture delle date per l’appuntamento. La questura di Trieste nelle ultime
settimane ha fatto resistenza alla presentazione di domande d’asilo e questo ha
spinto chi voleva iniziare la procedura ad andare a Gorizia o Monfalcone, salvo
poi non trovare posto nei sistemi di accoglienza di quella provincia. Sono
quindi rimasti a Trieste, senza poter più accedere ai posti dell’accoglienza
locale e sentendosi dire il giorno dello sgombero che la questura di Trieste non
è responsabile per quello che fanno altre questure. Ora si chiedono perché loro
che sono arrivati da più tempo qui siano stati messi da parte, senza soluzioni
abitative alternative ai vecchi magazzini.
Per chi arriva a Trieste dalla rotta balcanica le problematiche sono molteplici:
una è la gestione dei trasferimenti verso altre regioni (più o meno frequenti a
seconda del momento) e la mancanza di un solido sistema di accoglienza locale in
grado di fare fronte ai flussi migratori da cui la città è interessata da anni.
Quando i trasferimenti diventano più rari i posti in accoglienza diventano
insufficienti e si crea l’impressione dell’“emergenza”. Chi arriva, sia che
voglia rimanere a Trieste sia che voglia andare via, deve trovare così delle
soluzioni autogestite. Per anni l’enorme Silos, un insieme di due edifici ormai
diroccati accanto alla stazione ferroviaria, ha rappresentato il punto di
approdo per chi si trovava in queste condizioni. Sgomberato per l’ultima volta
il 21 giugno 2024, il Silos è ora al centro di un tentativo di vendita da parte
della Coop, proprietaria dell’immobile, e nel frattempo è stato circondato da un
parcheggio e da uno spiazzo cementificato per fare spazio al Cirque du Soleil
durante la scorsa estate.
Dopo lo sgombero del Silos le persone in movimento che transitano per Trieste
hanno trovato proprio nel vicino porto vecchio una nuova soluzione abitativa.
L’intera area, estesa circa sessanta ettari e realizzata nella seconda metà
dell’Ottocento come infrastruttura logistica per sostenere lo sviluppo del
porto, è stata in disuso per decenni: si tratta soprattutto di grandi magazzini
a più piani con ballatoi che danno sull’esterno, rimasti inutilizzati dopo la
diffusione dei container come strumenti per spostare le merci.
Il porto vecchio è ora al centro di un processo urbanistico che nei piani del
Comune dovrebbe trasformarlo del tutto nel giro di pochi anni. Al momento
diversi lavori sono in svolgimento, ma la maggior parte dei magazzini è rimasta
ancora al di fuori degli interventi e sono diventati così il rifugio per un
numero imprecisato di persone. Il giorno dello sgombero, in una nota il
Consorzio italiano di solidarietà di Trieste ha parlato di circa centocinquanta
persone coinvolte nell’operazione, con quaranta escluse dai trasferimenti, e ha
denunciato il mancato coinvolgimento delle realtà attive sul territorio
nell’accoglienza alle persone in movimento.
Lo sgombero è avvenuto dopo che nelle ultime settimane erano stati segnalati
nella stessa zona degli incendi la cui causa è difficile ricondurre a fuochi
accesi per riscaldarsi o per cucinare, visto che sono avvenuti o all’esterno o
in spazi non abitati. Questi episodi potrebbero essere stati usati come motivo
per accelerare lo sgombero, avvenuto peraltro in un momento in cui le
temperature si stanno abbassando e le giornate di vento forte sono in aumento.
Rimane però il fatto che gli altri magazzini sono stati ignorati, facendo
emergere ancora una volta la mancanza di un piano organico per affrontare il
problema dell’accoglienza e per non lasciare delle persone al freddo e senza
nessun tipo di servizio.
Questo carattere dell’operazione è emerso con forza nel pomeriggio dello stesso
3 dicembre, quando è stata data la notizia della morte di MagouraHichemBillal,
un cittadino algerino di trentadue anni. Il suo corpo è stato trovato da un suo
compagno in un edificio collocato a poca distanza dai magazzini sgomberati. Le
circostanze della morte non sono state ancora chiarite. L’Ics in un comunicato
ha parlato di morte annunciata e denuncia la mancanza di servizi a bassa soglia
capaci di intercettare chi si trova in difficoltà senza mettere barriere
d’accesso. Finora la scelta di chi amministra la città, e in particolare della
giunta del sindaco Roberto Dipiazza, è stata evitare l’attivazione di strutture
di questo tipo, sostenendo che avrebbero solo attirato sempre più persone dalle
rotte migratorie. La soluzione proposta è stata quindi nascondere per quanto
possibile il problema scaricando poi le attività di assistenza ad associazioni
come Linea d’Ombra, che da anni si occupa dell’accoglienza di chi arriva dalla
rotta balcanica, e ad altre strutture legate alla Caritas o alla comunità di San
Martino al Campo che gestisce il cruciale centro diurno, un punto di riferimento
per chi si trova in situazione di difficoltà a Trieste.
Un reportage del quotidiano locale Il Piccolo, pubblicato il 5 dicembre, ha
avuto gioco facile nel sottolineare la sporcizia e la precarietà dei luoghi in
cui vivevano i migranti all’interno del porto vecchio, dimenticando di
sottolineare come precise scelte politiche abbiano contribuito a creare questa
situazione. La stessa cosa era stata fatta anche all’indomani dello sgombero del
Silos. La morte di Magoura Hichem Billal arriva in un periodo che ha visto altre
tre morti di migranti in Friuli Venezia Giulia: Shirzai Farhdullah, venticinque
anni, a Pordenone; Nabi Ahmad, trentacinque anni e Muhammad Baig, trent’otto, a
Udine. Tutti e tre sono morti per intossicazione da monossido di carbonio,
avvenuta mentre cercavano di scaldarsi.
Il porto vecchio rimane abitato in mancanza di alternative mentre al di fuori i
lavori avanzano e promettono di dare una spinta ulteriore alla trasformazione di
Trieste in una città sempre più a misura di turista. Rimane anche la certezza
che lo sgombero non risolve un problema ormai strutturale di cui le istituzioni
dovrebbero farsi carico con un piano chiaro e di lungo periodo. Per il momento
rimane, pesante, la domanda: «E ora dove andiamo?». (alessandro stoppoloni)
Tag - altre città
(disegno di irene servillo)
Sono a Trieste per lavoro. Alle persone dico che mi occupo dell’accoglienza per
un noto festival cinematografico, ma in sostanza faccio l’autista. Devo
trasferire gli ospiti in vari teatri e poi assicurarmi che non perdano il volo
di ritorno. Non è un lavoro difficile, forse stancante, ma di positivo ha il
metterti alla prova in varie situazioni. La principale difficoltà è quella di
trovare parcheggio, soprattutto in una città piccola e ricca come questa.
Ovunque mi giri vedo suv, berline e macchine costose, sembra che nessuno guidi
utilitarie. Ogni volta che torno in questa città il pensiero va al tenore di
vita. Le persone sono ben vestite, solitamente hanno una shopper di qualche
boutique tra le mani. I palazzi sono bassi, curati, con bellissimi infissi
colorati e piante verdeggianti dietro grandi finestre-balcone. Dopo giorni in
continuo movimento i miei occhi si abituano a quella realtà fatta di
pellicciotti, cappellini, caffè in vetro e attese ai semafori. Finisco per
assuefarmi e neanche mi chiedo più dove siano finiti tutti gli altri: quelli che
non parcheggiano e non vanno in boutique.
Incontro Emanuela, una giornalista che trasporto dal lussuoso e centralissimo
Hotel Modernist alla periferica e abbandonata Rozzol Melara. Deve fare una
presentazione di un libro nella sede di un’associazione. Percorro i tornanti che
dal centro portano verso il limite nord della città. Superata la zona
residenziale mi si para davanti un gigantesco complesso brutalista: due
scatoloni in cemento collegati da ponti in ferro e costellati da piccole
finestre intervallate da giganteschi oblò. Percepisco una sensazione già nota.
Sono attratto da quella struttura come da un morto in autostrada, che vuoi
vedere e non vuoi vedere. Accompagno Emanuela e decido di addentrarmi. Ho poco
tempo prima del prossimo pick-up.
Mi rendo conto che quel tipo di complesso è qualcosa di contemporaneamente
familiare e inedito. Il cemento delle pareti sta iniziando a macchiarsi e a
formare lunghe lingue verdastre. Molte vetrate sono spaccate, i graffiti
ricoprono le superfici interne, c’è un’intensa puzza di urina e pochissime
persone: un’anziana con un carrello, un uomo con un cane. Mi addentro ancora di
più, arrivo fino ai garage. Si accende automaticamente la luce generale,
attivata da un qualche sensore. Ci sono molte macchine costose in fila: suv,
berline, ecc. Un uomo in tuta e scarpe da ginnastica mi taglia la strada, a
tracolla ha delle racchette da tennis. Entra in una Bmw e parte. Salgo la rampa
di scale, passo in una delle uscite di emergenza che permettono l’ingresso nei
palazzi dal garage. Mi ritrovo in un lungo tunnel con il pavimento in gomma, ai
lati file di attività abbandonate. Un gruppo di ragazzi fumano una canna. Li
supero e finisco in una piazza coperta all’incrocio di quattro vie. Seduti su un
cubo in cemento, utilizzato come panchina, ci sono due anziani. Il signor
Michele e il suo amico Giovanni. Chiedo se sono del posto e intanto mi accendo
una sigaretta. «Noi sì, siamo nati qua – dice il signor Michele –. Qua l’ha
fatta l’Atar, sarebbe l’azienda territoriale per l’edilizia. Ha fatto
seicentoquaranta appartamenti, hanno cominciato nel ’69, hanno fatto mezza ala,
poi hanno fatto l’altra, ci abitavano milleseicento persone in quasi novantamila
metri quadri. Ma adesso sono cambiate le cose. Prima c’era un ufficio postale,
c’erano un sacco di cose. L’hanno costruito gli architetti di Trieste, era un
Ordine intero… trenta tra architetti e ingegneri. Il coordinatore era Celli, che
aveva anche uno studio importante a Trieste. Doveva essere un paese nel paese,
ma hanno fatto una cazzata. Il cemento è fatto per sgretolarsi, e qui si sta
sgretolando tutto. L’idea di partenza era anche buona, i primi vent’anni ha
funzionato. Adesso mi sembra solo un mostro di cemento, non c’è un cazzo».
«Qui ci vive un po’ di tutto – continua Giovanni, l’amico –. Lo chiamano “il
quadrilatero” quando parlano di cose ufficiali, ma è conosciuto anche come
Bronx. Ci sono cose che non vanno bene, mettono gente che si dovrebbe
recuperare. Non sanno dove metterla e la mettono qua, extracomunitari e zingari.
Gira un po’ di tutto. Qua per fare politica costruiscono casone, palazzoni e se
ne fottono di quelle vecchie, qualcuno gli dovrebbe dire: “Dio bono, sistema
quello che c’era prima”, no? Lo fanno perché così possono dire che hanno
costruito».
Ora capisco la sensazione provata inizialmente. Quel richiamo che mi ha portato
a scendere dall’auto, che mi ha fatto immergere nel quadrilatero di Rozzol
Melara: come trovarsi davanti un sogno disatteso, una visione rimasta
incompleta. L’idea di una schiera di ingegneri e architetti influenzati dalle
teorie socio-architettoniche di Le Corbusier che hanno creduto di poter
costruire una città fatta su misura dei cittadini, con tutto ciò che sarebbe
servito, trascurando i fattori dell’identità e del rapporto con la “dimensione
umana” che impallidisce all’ombra di un colossale blocco di cemento. Domando al
signor Michele e al signor Giovanni come si vive oggi nel “quadrilatero”.
«Qua aprono solo cose di comunità e associazioni, non ci sono attività. Provano
a fare qualcosa per le persone, hanno aperto una biblioteca per i ragazzi un
anno fa – risponde Michele –. Poi c’è un bar e basta, manco un panettiere,
bisogna andare fuori, non c’è neanche una banca. Almeno c’è l’autobus che ti
porta a Trieste, sono dieci minuti. Poi qua spendono un mare di soldi, stanno a
spendere per cambiare gli ascensori, quindi bene, perché qui ci stanno dei
vecchi come noi che capirà, come salgono su sti palazzoni? Ma sono cinquanta
ascensori, strutture enormi… Quindi qualcosa la fanno. Ma poi è tutto pisciato.
Gli extracomunitari, che per carità io non voglio giudicare, ma non si possono
integrare, fanno le cose a cazzo e magari non hanno lavoro…».
«C’era anche un’altra passerella, ma l’hanno tirata giù – ricomincia Giovanni –,
hanno tolto dei ponti perché una decina si sono buttati giù. Sai, qui c’è gente
che ha problemi, non c’è psicologo, non c’è niente, e si sono buttati giù dal
ponte. Queste sono case popolari. I giovani non possono lavorare e magari si
trovano i debiti o si sentono falliti. Io il mio l’ho fatto, prendo mille e
quattro di pensione, non mi lamento. Sono del ’54, ho lavorato quarantadue anni
e cinque mesi. Mi dispiace per loro. I giovani stanno impazzendo per questo, si
fanno patologie, disturbi, io non riesco a fregarmene anche se sono vecchio».
«Io ho fatto un po’ di tutto – continua Michele –. Sono andato in alto e poi
sono andato in basso, nelle fabbriche sempre qua in zona. Poi sono andato in
“mamma Rai”, mi ha mandato l’ufficio del lavoro. Però sempre meglio di quelli di
adesso: un ragazzetto che era perito in telecomunicazioni doveva riparare una
radio e non sapeva fare un cazzo. Ma dio bono, dico io, che si studiano questi?
A che serve? Io sono radioamatore. Sono entrato in Rai con la terza media, sono
andato a lavorare con le camere e con i registratori. Ma ci mandavano in posti a
cazzo, sui campi minati… Eravamo in tre, giornalista, operatore e uno che segue
per portare il necessario. Io portavo le cose, che sembrava avessi addosso
un’armatura, quindici chili pesava quella roba là. Era faticoso, in due anni
dieci persone se ne sono andate. Uno che è andato dove dovevo andare anch’io,
qua vicino in Bosnia, gli è arrivato un missile ed è morto. Ho fatto bene ad
andarmene, mi sono salvato, altro che. Gli davano dei soldi, ma ti sparavano,
col cazzo che ci andavo, già normalmente camminavo sulle bombe…».
Guardo l’orologio, è tardissimo. Ringrazio il signor Michele e il signor
Giovanni e procedo a ritroso: passo dalla piazza al tunnel, discendo le scale di
uno dei palazzi, taglio per un parchetto con delle giostrine, arrivo sulla
strada ed entro in auto. Metto in moto e discendo i tornanti a velocità
sconsiderata. Prima dell’ultima curva guardo lo specchietto retrovisore. Vedo i
palazzoni in cemento scomparire dietro la montagna. (fabrizio ferraro)
(disegno di andrea nolè)
Il processo di primo grado per i maltrattamenti nei confronti degli ospiti della
struttura per persone con disabilità di Montalto di Fauglia, gestita dalla
fondazione Stella Maris in provincia di Pisa, si è concluso, dopo sette anni di
dibattimento, il 4 novembre scorso con dieci condanne agli operatori e alle
operatrici e cinque assoluzioni. Due operatori sono stati assolti. Assolti anche
il direttore sanitario e le due dottoresse responsabili della struttura.
Il dispositivo sposa quasi a pieno la tesi che la Stella Maris aveva caldeggiato
sin dall’inizio, tanto che la giudice Messina ha condannato penalmente solo gli
esecutori materiali delle violenze. Evidentemente non poteva farne a meno: le
immagini degli abusi e dei maltrattamenti erano e restano inequivocabili.
L’assoluzione dei dirigenti medici, figure apicali dell’organizzazione, vorrebbe
rappresentare un segnale chiaro: i piani alti non si toccano. Alla Stella Maris
è stata però riconosciuta una responsabilità civile da quantificare in un futuro
processo civile, qualora lo decideranno le famiglie. E questo non è poco.
Innanzitutto, perché per molti mesi si è rischiato che il processo rimanesse
impantanato sino alla prescrizione, tanto era stata lenta, e rallentata
scientemente in una prima fase, la successione delle udienze. Poi perché, almeno
in primo grado, una forma di responsabilità, anche se solo civile, è stata
riconosciuta alla Stella Maris. Alla Fondazione spetta infatti il pagamento
delle spese processuali, anche di quelle spettanti agli operatori condannati,
qualora questi non fossero in grado di sopperire autonomamente. Il “noi non
c’entriamo nulla” che trapela dal conciliante comunicato del presidente della
Fondazione (che si conclude con uno goffo appello al “Bene” con la B maiuscola)
andrebbe pertanto riconsiderato in questa prospettiva. Rimane lì, infatti, a
testimoniare un malcelato imbarazzo nei confronti di una vicenda che ha gettato
non poco discredito sulla sbandierata “eccellenza” dell’“istituto di ricovero e
cura a carattere scientifico”.
La sentenza, tuttavia, non soddisfa la richiesta di giustizia che le famiglie si
sarebbero aspettate dopo anni di attesa. La tesi del pubblico ministero, che
assegnava alle dottoresse la responsabilità maggiore per le violenze perpetrate
all’interno della struttura, è stata ribaltata. Colpevole non è chi aveva
assunto personale non qualificato, chi deteneva la gestione della struttura, chi
doveva vigilare. Colpevole è, ancora una volta, solo chi agiva in prima linea e
lì si è “sporcato le mani”. Rimangono impuniti i responsabili, assolto è chi
doveva occuparsi della formazione del personale, non colpevoli penalmente sono
state considerate tutte le rappresentanze della filiera di gestione e
organizzazione che avrebbe dovuto occuparsi della presa in carico e della cura
dei ragazzi con disabilità.
Il primo a uscire di scena è stato il direttore generale Roberto Cutajar:
dapprima condannato con rito abbreviato a due anni e otto mesi, poi assolto in
appello con la motivazione che “le responsabilità della gestione e delle
assunzioni andavano ricercate altrove”, una motivazione fondata sul fatto che
Cutajar era il responsabile dell’intera Stella Maris e non solo del presidio di
Montalto. Le responsabili effettive della sede Stella Maris di Montalto sono
state in seguito individuate quindi nelle due dottoresse, ma anche loro, alla
fine, sono state ritenute non condannabili (si attendono sul punto le
argomentazioni nella motivazione della sentenza).
Rimane inevasa una domanda cruciale: ma allora, chi decideva a Montalto? Chi ne
presiedeva la gestione e il controllo? Un velo di omertà ha coperto sin
dall’inizio le vicende di un processo di per sé clamoroso, che avrebbe dovuto
avere una ribalta nazionale. Si è trattato infatti del più grande processo per
maltrattamenti a persone con disabilità nella storia d’Italia, eppure le
telecamere sono state tagliate fuori sin dalla prima udienza. Secondo la giudice
non sussisteva alcuna rilevanza sociale per un evento di questa portata:
ventiquattro famiglie, diciassette imputati, oltre duecentottanta episodi di
violenza registrati dalle impietose microcamere (posizionate esclusivamente
negli spazi comuni) in tre mesi. Coerentemente con questa impostazione, la
giudice ha pensato bene di emettere la sentenza a porte chiuse, in presenza di
soltanto alcune famiglie, come se per i sette lunghi anni della durata del
processo l’aula fosse stata assediata da orde di parenti scomposti e
irrispettosi.
In realtà, mai un urlo di sdegno, mai un commento sopra le righe si è levato
nell’aula. Non davanti alle immagini delle sevizie dei propri cari, quando
qualche genitore ha preferito uscire dall’aula piuttosto che inveire; non di
fronte alle testimonianze di chi con arroganza parlava di “buffetti di
simpatia”, “linguaggio colorito”, “strumenti inadeguati di relazione” da parte
degli operatori; non di fronte a un consulente di parte che impunemente
affermava che “quelle persone non sono neanche in grado di provare dolore”; e
neppure quando, come se fosse una cosa normale, è venuta a galla l’aberrazione
dei “tappeti contenitivi”, comprati all’Ikea e spacciati come un “presidio di
civiltà”, per “evitare i lividi sui pazienti” prodotti dai consueti strumenti di
contenzione fisica (strumenti di contenzione che intanto continuavano a essere
utilizzati, producendo fratture e traumi vari).
Di fronte a questa galleria degli orrori il pubblico e i parenti hanno mantenuto
un atteggiamento fin troppo rispettoso: lacrime e dolore soffocato, nel rispetto
di chi avrebbe dovuto assicurare loro una parvenza di giustizia. Solo al termine
della requisitoria del pm Pelosi, nella quale erano state individuate
motivazioni e responsabilità di tanta violenza a partire dalle figure apicali,
si è levato dai banchi in fondo (luogo di costante presenza delle parti civili)
un applauso lungo e liberatorio.
Ciò che emerge dal processo, ma non dalla sentenza, è che la Stella Maris
sapeva. Risultano agli atti violenze compiute nella struttura sin dal 2002. Nel
2009 un altro operatore aveva mandato al pronto soccorso un ospite per una
ecchimosi e una frattura a un dito. Nel 2014 lo stesso avrebbe schiaffeggiato e
schiacciato con le ginocchia un adolescente (davanti a questa denuncia il
direttore Cutajar avrebbe sospeso il responsabile, senza licenziarlo). Dalle
intercettazioni telefoniche, le dottoresse responsabili della struttura
lamentavano di aver denunciato più volte i dipendenti violenti: “Questi quattro
stronzi dovevano essere mandati via illo tempore perché noi abbiamo fatto tutte
le segnalazioni all’istituzione, la quale si è ben guardata dal procedere…”.
Ancora più inquietanti i messaggi dei genitori alla giornalista della Rai Maria
Elena Scandaliato, che provava a intervistarli: “Io ho paura. Me lo dico da sola
che è una cosa sbagliata, ma io c’ho mio figlio lì dentro…”. D’altronde anche il
tono degli scambi telefonici tra i dirigenti della Stella Maris, era questo: “I
genitori sono ambigui, però io voglio dimettere tre persone, per dare un segnale
ai genitori eh… Perché loro devono stare attenti!”¹.[1] Il tutto, mentre la
struttura di Montalto di Fauglia propagandava sé stessa con queste parole,
tratte dalla sua Carta dei servizi:
“La nostra filosofia di intervento è ‘prenderci cura’ oltre che curare,
ascoltare e coinvolgere sia il paziente che i familiari. […] La nostra
organizzazione è centrata sul modello del piccolo gruppo di pazienti condotto da
educatori professionali e da assistenti con funzioni educative, che fungono da
‘io ausiliario’ o ‘compagni adulti’ dei pazienti, che li supportano
concretamente e psicologicamente in ogni atto della vita quotidiana. I programmi
di trattamento sono differenziati sia sulla base dei protocolli che sulla base
delle caratteristiche individuali di ogni ragazzo che è visto come portatore di
affetti, bisogni emotivi, aspirazioni, competenze”.
HANNO VINTO I POTENTI
Medici e sanitari dei reparti psichiatrici hanno avuto la conferma di quella
sorta di scudo penale che spesso li protegge nell’esercizio delle loro funzioni.
Troppe volte come Collettivo Artaud abbiamo assistito alla cerimonia
inconcludente della giustizia dei tribunali. Questa sentenza assolutoria è solo
l’ennesima di una lunga serie, con la conseguenza che all’aumento della
presunzione di intoccabilità corrisponde un incremento del ricorso agli
strumenti più controversi della pratica psichiatrica di derivazione manicomiale:
elettroshock, contenzioni, Tso.
La Fondazione (privata) Stella Maris continuerà a ricevere contribuzioni di
milioni di euro dalla Regione Toscana, che intanto si era guardata bene dal
costituirsi parte civile al processo. Al contrario, si era anzi premurata di
premiare l’eccellenza Stella Maris con il Gonfalone d’argento, massima
onorificenza toscana, nello stesso 2021 in cui il processo era nelle sue fasi
più calde.
D’altronde, Stella Maris continua a investire: 27.830 metri quadri su quattro
livelli, quarantaquattro camere per la degenza, altrettanti ambulatori,
cinquanta sale per l’osservazione terapeutica, ventiquattromila metri quadri di
parco. Sono queste le cifre del nuovo ultramoderno ospedale che sorgerà a Pisa,
zona Cisanello. L’inizio dei lavori è stato inaugurato in pompa magna da
sindaco, vescovo e autorità varie, compreso il presidente della Regione, quelle
stesse autorità che non hanno rivolto nemmeno una parola alla famiglie, di
fronte allo scempio del dolore e delle immagini dei maltrattamenti e di un
processo che è andato avanti per anni.
Certo, non si può sospettare di chi agisce per conto del Bene: “Nei nove anni
che sono trascorsi dai fatti di Montalto di Fauglia – afferma ancora il
comunicato di Stella Maris emesso dopo la sentenza – abbiamo impegnato tutte le
nostre energie per migliorare sempre più le nostre attività riabilitative. Il
nostro compito è sempre quello di dare il meglio con professionalità e
soprattutto con il cuore, imparando dagli errori”.
A Marina di Pisa, intanto, la struttura che sostituisce Montalto di Fauglia da
quando è stata chiusa, il personale è sì cambiato, ma non vi può entrare nessun
visitatore, neanche i genitori o i parenti dei ragazzi (gli ospiti vengono
accompagnati all’esterno quando i familiari vanno a prenderli). Nel frattempo,
all’interno di altre strutture, dove nessuno entra e dove non è previsto alcun
tipo di controllo, storie simili a quelle della Stella Maris continuano a
ripetersi, riproponendo i dispositivi delle istituzioni totali. Imperia (Villa
Galeazza), Manfredonia (Stella Maris), Foggia (Opera Don Uva), Como (Comunità
Sacro Cuore), Cuneo (Cooperativa Per Mano), Ivrea (Ospedale di Settimo
Torinese), Siracusa (strutture per disabili e anziani), Bologna (Villa Donnini),
Perugia (Centro Forabosco), Decimomannu (Centro AIAS), Brescia (Comunità
Shalom), tanto per citare solamente i casi più recenti: botte, violenze,
contenzioni meccaniche, maltrattamenti, insulti, umiliazioni.
Giustizia insomma non è fatta: le pratiche manicomiali sopravvivono intatte e,
malgrado le promesse della legge 180, continuano a seminare dolore; le strutture
che le utilizzano, continuano a presentarsi all’esterno come paradisi di
accoglienza e cura, mentre la giustizia dei tribunali volge lo sguardo altrove,
di fronte ad abusi perpetrati da un modello di psichiatria obsoleto e
fallimentare (collettivo antipsichiatrico antonin artaud)
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¹ La Storia di Mattia in una puntata di Spotlight (Rai News 24)
(archivio disegni napolimonitor)
La scorsa estate, a seguito di ripetute tensioni createsi all’interno del
carcere di Matera, una certa attenzione mediatica si concentrava sul
funzionamento dell’istituto e sulle sue criticità. Dopo una visita alla casa
circondariale, la garante regionale per i detenuti Tiziana Silletti denunciava
una situazione insostenibile in termini di sovraffollamento, con 197 detenuti a
fronte di 132 posti (dato coerente con quello di tutte le strutture della
regione Basilicata, che si attesta sul 144 per cento). Poche settimane dopo,
l’associazione Luca Coscioni, che aveva lavorato a un report sulla situazione
sanitaria delle carceri della regione, comunicava che l’azienda sanitaria
materana non aveva fornito alcuna documentazione a dispetto della richiesta di
accesso civico agli atti.
Con il passare dei mesi, a dispetto di una situazione rimasta pressappoco
immutata, l’interesse per le condizioni del corpo detentivo dell’istituto
materano sembra essersi sopito. Nel tentativo di rialzare il livello di
attenzione su quanto accade in quel carcere, e ovviamente in tanti altri
istituti del paese, pubblichiamo a seguire un resoconto della dottoressa Maria
Clara Labanca, medico penitenziario e membro dell’associazione Yairaiha.
* * *
Celle sovraffollate, personale sanitario insufficiente e accesso alle cure
estremamente limitato: questa è la realtà quotidiana del carcere di Matera. La
struttura, progettata per centotrenta posti, ospita stabilmente oltre
centosettanta detenuti, con punte superiori alle duecento unità. In questo
contesto, il diritto alla salute dei detenuti risulta sistematicamente
compromesso.
Il presidio sanitario funziona in maniera frammentaria. La mattina non è
presente alcun medico, e a volte il peso della gestione di casi clinici
complessi ricade sugli infermieri, costretti a intervenire senza supervisione
diretta. Le visite mediche, effettuate nel pomeriggio, si svolgono in modo molto
concitato a causa della carenza di personale di polizia che limita gli
spostamenti dei detenuti. Questo comporta un aumento del rischio di diagnosi
incomplete, visite superficiali e ritardi nella presa in carico di patologie
rilevanti. Di notte, tutte le emergenze ricadono su un unico medico, senza
supporto infermieristico, compromettendo ulteriormente la capacità di intervento
tempestivo.
La salute mentale dei detenuti è un ambito particolarmente critico. Lo
psichiatra effettua interventi solo due ore a settimana, a fronte di un numero
elevato di soggetti con disturbi psichici spesso associati a problemi di
tossicodipendenze. In assenza di percorsi terapeutici strutturati, molti di essi
vengono trattati con psicofarmaci senza adeguato inquadramento diagnostico,
aumentando il rischio di effetti collaterali e senza risolvere le problematiche
esistenti. Inoltre, alcuni agenti penitenziari esercitano pressioni indebite sui
medici affinché somministrino sedativi o ipnotici, trasformando il trattamento
psichiatrico in strumento di controllo piuttosto che in intervento terapeutico.
Non sono neanche infrequenti episodi di tensione tra personale sanitario e di
polizia penitenziaria, di fronte a un rifiuto da parte del medico nella
prescrizione di questa tipologia di farmaci. La carenza di supporto psicologico
e di personale qualificato determina un peggioramento dei disturbi psichici, con
ricadute sulla sicurezza interna e sul benessere dei detenuti.
Le visite specialistiche rappresentano un ulteriore fattore di criticità.
Consultazioni come quelle gastroenterologiche, infettivologiche o oculistiche
possono richiedere mesi di attesa, talvolta oltre un anno. Le carenze
nell’ambito del Nucleo Traduzioni, incaricato di accompagnare i detenuti agli
appuntamenti esterni, provoca rinvii sistematici. Anche quando l’azienda
sanitaria fissa regolarmente gli appuntamenti, questi spesso non vengono
rispettati perché non viene presa visione delle comunicazioni e delle
prenotazioni, privando i detenuti delle cure pianificate.
Molti detenuti si trovano in condizioni di grave criticità clinica a causa di
patologie acute o croniche, ma la presa in carico è frequentemente ritardata o
inadeguata. Il trasferimento verso strutture idonee è subordinato alla
produzione di documentazione che attesti l’incompatibilità con il regime
detentivo, determinando ritardi nell’accesso a interventi sanitari appropriati
e, in alcuni casi, esiti clinici sfavorevoli.
Le strutture e le attrezzature sanitarie risultano insufficienti. Mancano
cartelle cliniche informatizzate, dispositivi diagnostici e terapeutici adeguati
e personale specializzato in grado di utilizzarli. La combinazione di
infrastrutture carenti e organico ridotto compromette la tempestività
nell’identificazione e nel trattamento delle patologie, riducendo
significativamente la qualità della presa in carico sanitaria.
Il sovraffollamento e la carenza di personale di sicurezza aggravano
ulteriormente la situazione. Le quattro sezioni della struttura – Accoglienza,
Giudiziario, Sirio e Pegaso – ospitano centinaia di persone in spazi inadeguati
e obsoleti. Le carenze di personale complicano la gestione dei piantonamenti
ospedalieri e delle udienze, spesso impossibili da svolgere tramite collegamento
da remoto.
Tuttavia, il carcere di Matera è solo l’emblema di un sistema penitenziario in
crisi. Sovraffollamento, carenze di personale e un presidio sanitario inadeguato
espongono quotidianamente i detenuti a rischi clinici significativi. Senza
interventi strutturali urgenti, la detenzione rischia di trasformarsi in un
tempo sospeso, in cui i diritti fondamentali, primo fra tutti quello alla
salute, restano sistematicamente negati. (maria clara labanca)
(disegno di adriana marineo)
Palermo, martedì 18 marzo 2025. Per tutto il pomeriggio un elicottero sorvola
Ballarò. Pattuglie di carabinieri, polizia e vigili urbani battono le strade,
passano e ripassano accanto al campo di bocce di via Albergheria, davanti al
pensionato San Saverio, nei punti in cui si sono accese le vampe negli anni
passati. Di solito, il pomeriggio del 18 marzo si vedono ragazzini girare per il
quartiere spingendo cassonetti pieni di legna, cercando un posto dove
accatastarla. Oggi no. “St’annu, unn’a fannu fari a nuddu” (“quest’anno non la
fanno fare a nessuno”, la vampa), commentano alcuni parrocchiani sugli scalini
di San Giuseppe Cafasso, gli occhi in su a guardare gli elicotteri, le
conversazioni accompagnate dal rumore del flappeggio delle pale del rotore.
Alle 18 si alza una colonna di fumo bianco davanti al Civico. Un elicottero
della polizia staziona sopra l’ospedale. Un’ora prima non c’erano segni di
preparativi. Hanno rovesciato i cassonetti dell’immondizia e li hanno disposti
lungo due file; alcuni sono incendiati, l’immondizia all’interno brucia,
squagliando il polietilene insieme all’asfalto della strada. Nell’area del
parcheggio di via Carmelo Lazzaro, delimitata dai cassonetti, arde una piccola
vampa. Tra l’immondizia sono stati affastellati in fretta e furia alcuni
pannelli di compensato, gli unici pezzi di legno che i ragazzini sono riusciti a
trasportare senza farsi notare. Per il resto, le fiamme sono alimentate dalla
plastica. L’aria è irrespirabile.
Mi avvicino alla vampa, scatto una fotografia – l’unica della serata. Intorno al
fuoco non c’è nessuno. Il falò propiziatorio di legna vecchia, preparato e
acceso dai ragazzi all’imbrunire della vigilia della festa del santo, brucia
nonostante i divieti. Ma non c’è nessuno a scaldarsi e a mangiare intorno alle
fiamme, non ci sono adolescenti che giocano a saltarle e ad alimentarle con
altra legna. Il centro del rito si è spostato, il fuoco principale sarà un
altro, l’attenzione della gente del quartiere è rivolta a uno spettacolo
diverso.
Accanto ai cassonetti bruciati, è stata rovesciata una campana del vetro.
Diversi ragazzi camminano con bottiglie di vetro in mano, le trasportano ai lati
della strada, ammucchiandole tra le auto e i motorini, sul marciapiede. Molti
indossano il passamontagna, altri si coprono il volto con cappucci, fazzoletti,
bandane, sciarpe, magliette annodate dietro alla nuca. Si muovono veloci, si
chiamano a voce alta, osservano attenti quello che succede intorno. Scherzano
tra loro, giocano. Aspettano la polizia. La gente guarda la scena, appoggiata ai
muri delle case, alle saracinesche dell’edicola, davanti alle vetrine della
salumeria, della pizzeria, del centro scommesse, o in piccoli gruppi in mezzo
alla strada, sotto gli alberi dell’aiuola davanti al Civico.
Si sente la sirena di un’ambulanza avvicinarsi; i ragazzi si muovono compatti
verso le barricate in fiamme, si calano i passamontagna sul volto. Poco dopo,
arrivano due autoblindo della celere e un’autopompa dei vigili del fuoco. I
ragazzini gli tirano contro una grandinata di bottiglie, alcuni restando in
sella ai motorini accesi, suonando i clacson all’impazzata. Il vetro si schianta
contro l’asfalto, il parabrezza del blindato e le fiancate delle automobili
parcheggiate. I poliziotti scendono in tenuta antisommossa, sparano due
lacrimogeni sui ragazzini a pochi metri di distanza, che si disperdono. Alcuni
continuano a lanciare bottiglie: si staccano dal gruppo, corrono verso la
polizia, caricano il braccio e scagliano una bottiglia, poi ritornano nel
gruppo. I lanci si fanno più frequenti, le bottiglie volano più vicine agli
agenti, i ragazzini si avvicinano sempre di più, fanno a gara tra loro. Uno
arriva a pochi metri dalla fiancata dell’autoblindo aperto, prende la mira e
tira una bottiglia di birra vuota sugli agenti; tre di questi si staccano dal
cordone e partono all’inseguimento, appesantiti dall’equipaggiamento. Il
ragazzino resta a guardarli, aspetta che arrivino a pochi passi da lui, si gira
e corre veloce guadagnando terreno in pochi istanti.
Mi allontano per stare al riparo dalle bottiglie, mi sposto vicino a un gruppo
di adulti che osservano lo scontro da un’aiuola. Fanno il tifo per i ragazzi,
ridono della goffaggine della polizia. Inizio a sentirmi meno sconvolto dalla
scena, recupero in parte il senso del rito, della comunità che osserva i giovani
maschi esibire il proprio coraggio intorno alle fiamme. C’è qualcosa di
radicalmente diverso però: il gioco è diventato più pericoloso, le fiamme fanno
solo da contorno, la prova di iniziazione è molto più violenta. Sento che non
c’è controllo collettivo, gli adulti commentano spaesati: “Ai tempi i nuatri un
c’era tuttu stu finimunnu! Chisti parunu scene i guierra”. Qualcuno prende le
distanze, un esercente dice ai ragazzini di spostarsi dai tavolini del suo
locale.
I poliziotti si schierano su due fronti ai lati del furgone, gli scudi compatti
uno sull’altro. Gli assembramenti si sciolgono, si riformano rapidamente poco
lontano, al riparo da eventuali cariche. I ragazzi continuano a tirare
bottiglie, si muovono in continuazione tra i capannelli di persone, attraversano
la strada, girano intorno all’isolato, si confondono tra gli spettatori, poi
scattano di corsa, lanciano quello che trovano e tornano indietro. I poliziotti
rientrano dentro il mezzo che parte a sirene spiegate, sfonda la barricata di
cassonetti ancora in fiamme. Il fronte dei ragazzini si disperde veloce, alcuni
retrocedono su via Giuseppe Basile e dal centro della strada continuano a
lanciare bottiglie. La polizia spara due lacrimogeni sui ragazzi, nel frattempo
i vigili del fuoco azionano la pompa sui cassonetti, mentre volano ancora
bottiglie.
È buio ormai. Le fiamme si spengono, il rito si è consumato. Le macchine e i
motorini riprendono a circolare tra i resti carbonizzati, le persone si
allontanano. Pian piano, i ragazzini sciolgono i fazzoletti e tolgono i
passamontagna. L’elicottero della polizia si sposta finalmente, ci sono altri
fuochi accesi in altre periferie. La città continua altrove la sua guerra alle
vampe e ai bambini che le accendono.
QUINDICI ANNI DOPO
Quindici anni fa, quando lavoravo come operatore di un centro sociale allo Zen
2, avevo seguito i bambini del quartiere nella preparazione della vampa di San
Giuseppe. I preparativi erano iniziati a fine febbraio, ogni pomeriggio i
ragazzini giravano per le case, le botteghe e le officine, raccogliendo mobili
vecchi, persiane e porte dismesse, che accatastavano in una piramide al centro
dello sterrato davanti all’insula dove abitavano molti di loro. C’erano anche
ragazzine a raccogliere la legna e a giocare, a comporre insieme la piramide di
legno, ogni giorno più alta, ad arrampicarsi e a saltare giù dalla vetta a
turno, atterrando su un vecchio materasso. Dall’altro lato della strada, altri
facevano un’altra vampa. I due gruppi rivaleggiavano, si contendevano il legno
portato dagli Ape degli sbarazzi e dai furgoni dei giardinieri, che di solito
scaricavano vicino a quelli che gridavano più forte, o che erano più svelti a
vederli arrivare dallo stradone e a chiamarli. Poi, la sera del 18 marzo, gli
adulti accendevano le vampe, il quartiere scendeva in strada, o si affacciava al
balcone a guardarle. Arrivava la polizia, gli agenti scendevano dalle volanti,
controllavano, poi risalivano e se ne andavano. La vampa continuava a bruciare
fino a mezzanotte passata, con i bambini che giocavano tra i tizzoni
semi-consumati. Alla fine, avevano vinto entrambi i gruppi: ogni ragazzino del
quartiere, nei giorni seguenti, avrebbe detto che la sua vampa era più grande
dell’altra, oppure che squagghiò pi ultima, si è spenta dopo.
La stridente differenza tra i resoconti di due vampe a quindici anni di distanza
mostra quanto Palermo sia cambiata in questo lasso di tempo. Nei due piazzali
dello Zen dove i ragazzini facevano le vampe, ora ci sono un campo di calcetto e
un piccolo parco giochi progettato da Renzo Piano. A Ballarò, facciate diroccate
che venivano lambite dalle fiamme di San Giuseppe ora sono coperte da murales
d’artista alti quindici metri, meta di passeggiate artistiche e turismo
“alternativo”. A largo Gerbasi, dove i ragazzini dell’Albergheria montavano la
vampa nello slargo della strada non ancora asfaltata davanti all’Ex Karcere
(centro sociale occupato nel 2001, oggi in via San Basilio), ora c’è una ricca
residenza universitaria.
La turistificazione, il mercato, la politica hanno profondamente modificato
alcuni spazi urbani, specialmente nel centro storico. Le voragini lasciate dallo
spopolamento del secondo dopoguerra, dalla speculazione edilizia in periferia,
dai crolli dovuti all’abbandono, sono state in parte riempite, in parte
camuffate da qualcos’altro. Il controllo istituzionale sul territorio è
aumentato, quello mafioso è meno visibile, si è trasformato. Le narrative dei
luoghi sono cambiate drasticamente – basti pensare a Ballarò.
Per molte persone che ci abitano, la trasformazione è preferibile. Giovani
adulti cresciuti facendo le vampe dicono che ormai è tutto cambiato, che negli
ultimi anni le cataste di legna si fanno troppo alte, troppo vicine alle case e
alle macchine posteggiate, che si brucia troppa plastica, che i ragazzini di
oggi sono troppo esagerati, troppo violenti, troppo scafazzati, maleducati.
Meglio non farle più le vampe, ormai sono solo degrado.
Il discorso sulla trasformazione dei quartieri è delicato. Questo articolo non è
certamente un’ode nostalgica a un’antica tradizione. Le preoccupazioni e i
desideri degli abitanti che sperano nella riqualificazione urbana del centro
sono certamente legittimi, e se il rito delle vampe dovesse in futuro
estinguersi autonomamente, non ci sarebbe niente da aggiungere. Il punto è che
sta avvenendo l’esatto contrario: il fenomeno delle vampe a Palermo continua a
crescere, sebbene stia diventando qualcosa di molto diverso dalla festa
tradizionale, con significati rituali stravolti, inediti attori e nuovi scenari
urbani e digitali, modificate percezioni da parte degli spettatori.
Le violente trasformazioni del rito raccontano gli altrettanto violenti
cambiamenti della città, la disgregazione dei quartieri, l’indebolimento della
solidarietà e dei tradizionali strumenti di coesione delle classi popolari,
l’aumento del conflitto e della rabbia sociale e l’esponenziale aumento della
repressione istituzionale.
Protagonisti di questa storia sono i ragazzini dei quartieri popolari, nati
negli anni della crisi, cresciuti nella dissoluzione del welfare pubblico e di
quello mafioso, in famiglie sempre più precarie. La maggiore presenza dello
stato nei loro territori non ha determinato per loro maggiore protezione, ma
ulteriore destabilizzazione. La famiglia, la scuola, la chiesa cattolica, i
servizi sociali, le reti clientelari, il lavoro informale… tutte le istituzioni
preposte alla cura, alla riproduzione sociale, alla produzione, stanno vivendo
un periodo di forte crisi e di conseguente perdita di autorità. D’altra parte,
questi ragazzini hanno subito negli ultimi anni nuove e pesanti forme di
controllo, rafforzate dalle restrizioni pandemiche, che hanno determinato una
crescente e attiva presenza delle forze dell’ordine in quartieri come lo Zen e
Ballarò, in cui fino a dieci anni fa la polizia in genere neanche entrava e dove
invece adesso interrompe falò con gli elicotteri.
Le vampe di San Giuseppe sono esemplificative della nuova politica dello spazio
pubblico a Palermo: espressione di forte identità culturale delle classi
popolari, pratica di gestione autonoma dello spazio pubblico attraversata da
conflitti tra le diverse componenti sociali dei quartieri, non esente da
violenza e prevaricazioni, le vampe sono continuate attraverso i decenni nella
sostanziale indifferenza delle forze dell’ordine, in zone marginali della città,
nel centro storico abbandonato e nelle periferie di edilizia popolare. Oggi, la
tolleranza è finita. Le vampe sono diventate oggetto di una vera e propria
guerra, che mobilita ingenti risorse e dispiega forze di polizia, vigili del
fuoco e tribunali per cercare di scongiurare la preparazione delle cataste di
legna, per spegnere i fuochi una volta accesi, e per indagare i responsabili
dopo.
I ragazzini resistono, sentono ancora forte il valore della prova del fuoco,
della manifestazione pubblica di coraggio, per strada e su TikTok. La
repressione esaspera il conflitto, lo scontro è inevitabile e, in quanto tale,
diventa il centro del rito; i ragazzini lo cercano, lo pianificano, lo
gestiscono; la polizia ne diventa coprotagonista in negativo, pupazzo di
carnevale in carne e ossa. Una forma tradizionale di appropriazione dello spazio
pubblico attraverso il rito si trasforma in tattica di guerriglia, irrisione del
potere attraverso la provocazione fisica, sovversione violenta dei divieti. E
come ogni rito, anche le vampe riescono nell’impresa di imporre l’ordine al
mondo, di dare agli esseri umani la parvenza del controllo sulle grandi forze
che regolano l’universo intorno a loro: ogni anno, i ragazzini, da soli riescono
ad accendere i fuochi, nonostante i divieti e gli elicotteri, gli idranti e i
mezzi blindati, le telecamere e i lacrimogeni. Per un fugace momento, il buio
della sera di fine inverno viene illuminato dalle fiamme. Anche se a bruciare è
più plastica che legno. Anche se il coraggio va mostrato a volto coperto. Anche
se comporterà denunce, arresti e processi. La festa del santo compie il prodigio
di coordinare il malcontento, di dare ai ragazzi le energie per sfidare il
potere e per tenere testa alla polizia; ma il meccanismo rituale intrappola il
conflitto sociale, gli impedisce di entrare nella storia, di formularsi
politicamente. Spentosi il fuoco delle vampe, si spegne la protesta.
La persistenza delle vampe di San Giuseppe è certamente una forma di resistenza
al controllo da parte dei ragazzi di quartiere, ma l’esercizio di tale
resistenza produce effetti disgreganti. Le comunità si spaccano, il pubblico si
allontana dagli attori, ne prende le distanze. Gli adulti partecipano meno. I
ragazzini sperimentano uno spazio di totale autonomia, ma perdono la protezione
dei grandi, che si divertono a guardarli far la guerra con la polizia, ma li
lasciano soli a giocare. La festa di passaggio non celebra nessun passaggio:
saltato il fuoco delle vampe non si diventa grandi. Il rito urbano di San
Giuseppe, sempre più legato alla marginalità, turba gli spettatori, anche coloro
che ne sono stati attori qualche anno fa, quando andavano in scena copioni
rituali meno violenti. La comunità degli adulti consuma lo spettacolo dei
ragazzini ribelli, ma non vi si rispecchia, non approva. La repressione esacerba
la violenza rituale, scaricandone la responsabilità sui ragazzini. È un gioco
troppo pericoloso, troppo crudele. Come nel film I miserabili di Ladj Ly, la
violenza collettiva dei ragazzini esprime la loro estrema vulnerabilità sociale,
la perdita del controllo da parte degli adulti, la deresponsabilizzazione delle
istituzioni di riferimento, che esercitano coercizione e controllo senza
assumersi alcuna responsabilità di cura.
UN PUGNO DI VANDALI
Una città in guerra con i ragazzini è una città malata. La guerra non si svolge
solo nelle piazze dei quartieri la sera del 18 marzo, continua nei social, sui
giornali e in televisione, si nutre di narrazioni che colpevolizzano i ragazzi e
invitano all’intervento deciso delle forze dell’ordine, circoscrivendo la
questione a un problema di ordine pubblico, di volgare vandalismo. Sulle pagine
online dei quotidiani locali, i commenti sono pressoché unanimi: si tratta di
delinquenti che meritano la galera, o forse sarebbe meglio prenderli a pietrate,
come fanno loro con poliziotti e vigili del fuoco. Sono ragazzi, quasi bambini,
ma questo elemento la stampa lo menziona di passaggio. Le vampe sono un uso
barbaro, inconcepibile in una città “moderna”, che solo l’arretratezza e
l’ignoranza di un pugno di vandali mantiene viva.
La condanna delle vampe è una delle contraddizioni amare di una città che per
alimentare il mercato turistico cavalca il mito della convivenza pacifica tra
arabi e normanni, patrimonializza le tradizioni folkloriche di un secolo fa, ma
disconosce ogni forma di cultura popolare contemporanea che manifesti conflitto
sociale anche in forma indiretta, bollandola come rozza, incivile, retrograda.
Pelle meridionale, maschere europee.
Le vampe, per San Giuseppe o per altri santi in altri momenti dell’anno, sono
una tradizione millenaria che continua in molti centri siciliani senza
richiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Gli elementi sono gli stessi:
cataste di legna in spazi urbani, fuoco, ragazzini protagonisti, comunità in
festa. L’antropologia l’ha già raccontato. I lavori di Ignazio Buttitta (Le
fiamme dei santi, Meltemi, 1999), Orietta Sorgi e Nara Bernardi (Le vampe di
Palermo, Archivio delle tradizioni popolari siciliane, 1985) ricostruiscono la
storia millenaria della tradizione, il senso rituale del ciclo delle stagioni
della natura, del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, del cosmo e della
società che si rinnova. Eppure, dire tutto questo oggi non basta a sovvertire i
discorsi dominanti. Le narrazioni ufficiali, nei rari casi in cui viene
riconosciuta la profondità storica e la ricchezza culturale del rito delle
vampe, leggono i fenomeni violenti degli ultimi anni come perdita dei valori,
secolarizzazione del rito, pretesto per fare casino. Esemplare, in tal senso,
l’immancabile servizio di Striscia la notizia sulle vampe, raccontate come
vandalismo “in nome della tradizione, ormai trasformata in distruzione”.
L’auspicio formulato dall’inviata nel 2022 è “più controllo” per evitare
devastazioni. La cronaca degli ultimi anni l’ha smentita: aumenta il
dispiegamento di polizia ma anche la violenza degli scontri, il volume delle
inchieste e i Daspo emanati ai ragazzini nei giorni successivi.
Le narrazioni ufficiali fanno eco alle azioni istituzionali, mirate a reprimere
i comportamenti illeciti senza farsi carico della responsabilità politica della
violenza. Due anni fa, il questore Laricchia, parlando alla festa della polizia
qualche settimana dopo San Giuseppe, fece “il punto sul crimine nel capoluogo
siciliano” denunciando la connessione tra traffico mafioso di stupefacenti,
diffusione del crack tra i giovanissimi, “atti di violenza inconsulta e fine a
sé stessa” e “azioni criminali” in occasione delle vampe, “branchi selvaggi” di
adolescenti e baby gang arabe. La droga non c’entra. La violenza delle vampe
sarà anche fine a sé stessa, ma non è inconsulta. È effetto della campagna di
criminalizzazione, legata al quadro più generale della nuova politica degli
spazi pubblici a Palermo, segnata dal crescente esercizio di controllo e da una
sempre maggiore intolleranza per le forme di socialità autonoma e popolare. A
farne le spese sono principalmente i ragazzini, dipinti come vandali
irredimibili e sempre più esposti alla violenza, con sempre minori protezioni.
(eugenio giorgianni)
(fotografia di nm)
Il 9 agosto un fiume di gente ha attraversato le strade di Messina per dire no
al ponte. Più di diecimila persone sono scese in strada lanciando una sfida al
ministro Salvini che, qualche giorno prima, durante l’approvazione del progetto
definitivo del ponte da parte del Cipess, si era precipitato in città – accolto
da una decina di sostenitori tra cui il sindaco della città Basile – per
presentare in pompa magna il progetto, con l’avvio dei cantieri che avverrà
entro la fine del 2025, e che prevede l’inizio dei lavori a fine 2025 e
soprattutto a fine degli espropri.
Al termine dell’incontro, con un fare provocatorio, Salvini aveva lanciato dei
bacini ai manifestanti “No ponte” che lo aspettavano fuori dal luogo in cui si
teneva l’evento.
La manifestazione, partita alle diciotto da piazza Cairoli, ha attraversato le
principale arterie del centro, giungendo due ore dopo a piazza Duomo.
Sul camion con le bandiere della Palestina e dei No ponte, campeggiava la
fotografia di Santino Bonfiglio, militante morto qualche mese fa, a cui è stato
dedicato il corteo.
Appena dietro il camion, uno striscione con la scritta No ponte, e un pugno
chiuso che spezza in due il ponte che unisce le due sponde dello Stretto.
Tra i manifestanti tanta gente comune e qualche volto noto, come Antonio Mazzeo,
membro dell’equipaggio della Freedom Flotilla che ha provato a rompere l’assedio
a Gaza.
Il corteo, sebbene sia stato circondato da un numero enorme di agenti in tenuta
antisommossa – evidente il clima di intimidazione, nella nuova cornice
securitaria sublimatasi con l’approvazione del ddl sicurezza – è riuscito ad
affrontare con maturità le diverse provocazioni ricevute, a cominciare dal volo
basso dell’elicottero della polizia al momento della partenza del corteo, e
alcuni spostamenti anomali di contingenti verso una parte di manifestanti in
alcuni tratti della manifestazione.
Un altro elemento da sottolineare è stata la decisione di eliminare qualsiasi
caratterizzazione partitica, collocando a inizio corteo le bandiere No ponte, e
spostando in coda tutti i militanti con le bandiere dei propri partiti e gruppi
politici.
Nei primi interventi i manifestanti denunciano il tentativo di colonizzazione
del progetto ponte promosso dal governo Meloni, la Società Stretto di Messina e
Webuild, che alimentano la macchina ponte.
In particolare il ruolo di WeBuild (ex Salini-Impregilo), a cui vengono
appaltati diversi cantieri in Italia, che ha visto schizzare verso l’alto le
azioni in borsa dopo l’annuncio della costruzione del ponte del 2023.
Il progetto di WeBuild si realizzerà attraverso un utilizzo di tecniche
invasive, cantierizzazione diffusa e alimentando criticità legate allo
smaltimento di materiali tossici, come quella già verificatasi per la
costruzione del raddoppio ferroviario sulla Messina-Catania, che ha inquinato di
arsenico l’area di Contesse, alla periferia sud della città.
(fotografia di nm)
Tutte criticità che preoccupano la popolazione, visto che le aree di cantiere,
tra stoccaggio di materiali e costruzione dei cavi, interesseranno tutta la
città, compresi i quartieri che si trovano a più di venti chilometri di distanza
rispetto a dove sorgeranno i pilastri del ponte. Il tutto verrà facilitato dal
decreto infrastrutture, che per accelerare la costruzione prevede la possibilità
di cantierizzazione per fasi.
Dopo circa trenta minuti dalla partenza del corteo, mentre una signora esce dal
proprio balcone di casa sventolando una bandiera della Palestina, un altro
intervento dal camion ricorda che i territori sono di chi li abita e se ne
prende cura. Un riferimento è alla legge 2001, che come avvenuto con la Tav in
Val di Susa, per la costruzione delle opere pubbliche non prevede alcuna
consultazione con le popolazioni locali.
Tra i quattordici miliardi che serviranno per la costruzione di questa grande
opera, una buona parte delle risorse potrebbe essere utilizzata invece per
intervenire sulla gestione idrica o sul dissesto idrogeologico.
Messina registra perdite della rete idrica che costringono la popolazione ad
avere l’acqua solo per alcune ore al giorno. O la sanità, con la sua crisi
economica strutturale che impedisce l’incremento dei posti letto negli ospedali,
e le assunzioni di ausiliari, Oss, infermieri e medici specializzati.
(fotografia di nm)
Altrettanto menzognera resta la manovra del governo di far passare il ponte come
un’infrastruttura militare che rafforza i sistemi di mobilità in una regione
piena di basi Nato, come emergerebbe dalla recente delibera Iropi che
giustificherebbe la costruzione del ponte per facilitare lo spostamento di
truppe militari nel Mediterraneo.
Secondo Antonio Mazzeo a oggi non esiste alcun documento ufficiale che consideri
il ponte funzionale allo spostamento di truppe, mezzi e armamenti. Eppure il
dispositivo ponte continua ad essere alimentato non solo dal governo ma anche
dalla magistratura, come dimostrato dalla sentenza del tribunale di Roma che ha
condannato i militanti No ponte – che avevano presentato un ricorso contro la
costruzione da parte della Società Stretto di Messina – al pagamento di 340 mila
euro di spese legali.
Ed è per questo che appena il corteo arriva a piazza Duomo, un ultimo intervento
dal camion ricorda come il movimento No ponte non può fare affidamento su nessun
soggetto istituzionale, consigliere o partito, ma solo sulle forze degli stessi
militanti che con passione e energia continuano a sostenere la mobilitazione, da
più di venti anni.
Gli stessi manifestanti ricordano ai reparti mobili schierati davanti e in coda
al corteo che i militanti continueranno la battaglia, sia nei cantieri dove
partiranno i lavori, che davanti a ogni casa dove verrà eseguito lo sfratto per
l’esproprio.
Prima di entrare in piazza un ultimo coro arriva dalla folla: “Lo stretto di
Messina non si tocca, lo difenderemo con la lotta!” (giuseppe mammana)
(archivio disegni napolimonitor)
Ho conosciuto S. in un pomeriggio di novembre a un evento in un centro sportivo
della provincia casertana in occasione della presentazione di un progetto per
l’autonomia di persone disabili.
S. è una bambina, con fattezze già di adolescente, con disturbi dello spettro
autistico. In quel pomeriggio, circondata da tanti ragazzi e ragazze, era in
compagnia della mamma, che scoprii successivamente di una determinazione ed
energia ineguagliabili, e di un’altra mamma, con il proprio figliolo disabile,
che si rivelò molto legata alla famiglia di S. per le comuni battaglie che le
avevano viste impegnate per il futuro dei piccoli. A quell’evento era
intervenuta anche il ministro della disabilità Alessandra Locatelli, spegnendo
con un nulla di fatto le speranze riposte dalla mamma di S. per un impegno
concreto nel risolvere la situazione di tanti ragazzi disabili privati
dell’assistenza scolastica con personale specializzato.
Salutai S. e la mamma, che la portava verso l’uscita della manifestazione dove
le aspettava il padre e conservai a lungo la sensazione di una fatica quotidiana
sperimentata dai genitori di un soggetto autistico che non ha pause e chiama a
una responsabilità poderosa, senza sconti. L’organizzazione carente delle
politiche sociali nella città di Caserta ha garantito un’assistenza scolastica a
S. e agli studenti come lei ad anno scolastico inoltrato, nel mese di febbraio.
Le motivazioni addotte sono state il ritardo dei bandi per il conferimento del
servizio a cooperative di operatori qualificati. Come ha stabilito una recente
sentenza del Tar, le esigenze di bilancio non possono però considerarsi
prevalenti rispetto al diritto all’istruzione e all’integrazione scolastica
degli studenti con disabilità: l’eventuale diminuzione delle ore di assistenza
determina il risarcimento del danno.
La figura dell’assistente alla comunicazione è importante per agevolare la
frequenza e la permanenza dello studente, facilitarne la partecipazione alle
attività didattiche in collaborazione con i servizi socio-sanitari territoriali.
Nel 2024 i genitori di S., come quelli di tanti altri alunni disabili
dell’Ambito Sociale C01 di cui Caserta è l’ente capofila (gli altri comuni sono
San Nicola La Strada, Casagiove e Castel Morrone), non hanno potuto che
aspettare il ripristino del servizio, senza ricevere riscontri
dall’amministrazione. Nel 2025 si assiste a una replica. Gli operatori delle
cooperative non vengono pagati. Di proroga in proroga il servizio, iniziato a
dicembre 2024, subisce due interruzioni per più di quindici giorni, una a
gennaio e una a fine febbraio. Dal 14 marzo riprende con una proroga di venti
giorni. Vincenzo Mataluna, direttore dell’Azienda speciale consortile, la cui
creazione fu a suo tempo annunciata con grande clamore mediatico, dichiara che
si sta provvedendo alla transizione delle risorse economiche dal Comune alla
nuova azienda, che gestisce i servizi alla persona nell’ambito delle politiche
sociali. “In realtà, l’Azienda non è operativa sul piano finanziario – dice
Mataluna – e fino al 30 giugno è il Comune a svolgere la gestione dei servizi”.
Il bando per assegnare il servizio non viene espletato e lunedì 7 aprile si
registra un’altra interruzione. L’11 aprile, al termine di un presidio, la
segreteria provinciale della Confederazione sindacati autonomi federati italiani
incontra i funzionari competenti sulla questione, in presenza di una delegazione
dei genitori. I funzionari mostrano una nuova determina con una proroga di dieci
giorni del servizio. Questa proroga, però, non sarà accolta dalla cooperativa a
causa di un numero già esorbitante di contratti temporanei che andrebbero
convertiti a tempo indeterminato. Allo stesso tempo l’incontro fortuito dei
familiari dei disabili, fuori al Comune, con l’assessore alle politiche sociali
e vicesindaco rivela l’inerzia e l’inefficienza della macchina amministrativa.
I genitori di S. ricorrono così a Osservatorio 182, un’associazione nata su
iniziativa di diverse associazioni di familiari attive a livello nazionale con
l’obiettivo di fornire assistenza legale a costo zero sui temi dell’inclusione
scolastica degli alunni con disabilità. Con l’assistenza degli avvocati di
Osservatorio 182 i genitori di S. ottengono un’ultima ordinanza del Tribunale
amministrativo regionale che ordina al comune di Caserta “di provvedere al
ripristino del servizio di assistenza specialistica, in favore della minore nel
più breve tempo possibile”.
Il 18 aprile, alla fine, il colpo di scena: il consiglio dei ministri “in
considerazione degli accertati condizionamenti da parte della criminalità
organizzata che compromettono il buon andamento dell’azione amministrativa”
delibera “lo scioglimento del consiglio comunale di Caserta e l’affidamento
della gestione, per diciotto mesi, a una commissione straordinaria”.
La decisione segue a un’indagine sui rapporti tra esponenti della giunta e
dirigenti del Comune accusati di aver concorso ad affidare appalti comunali in
cambio di favori, soldi e voti a imprenditori ritenuti vicini al clan Belforte
di Marcianise. La commissione straordinaria che dovrà gestire il Comune nei
prossimi mesi non sarà decisiva nel risolvere i problemi nell’ambito delle
politiche sociali, che si sommano a tanti altri che hanno decretato la prematura
fine del governo cittadino. Se è vero che il corrente anno scolastico volge alla
fine, si è rivelato fondamentale allora chiedere il risarcimento del danno
all’ente e così provare a scoraggiare il ripetersi di una insufficiente gestione
del servizio anche nel prossimo anno. Di recente, infatti, il Tar della Campania
ha condannato il comune di Caserta al risarcimento di un danno subito da D., un
bambino con disabilità, per la mancata assistenza prevista dal Piano educativo
individualizzato. Il ricorso era stato presentato dagli avvocati di Osservatorio
182 in collaborazione con l’associazione Vorrei prendere il treno, entrambe
attive in tutta Italia per la tutela dei diritti degli studenti con disabilità.
Il Comune è stato quindi condannato a risarcire l’alunno con mille euro per ogni
mese in cui l’assistenza è stata assente e con quattrocento euro per ogni mese
in cui è stata erogata solo parzialmente. Una sentenza che riafferma un
principio essenziale: il diritto all’inclusione scolastica non può essere
ignorato, ritardato o ridotto. Ora la mamma di S. aspetta con fiducia la
sentenza del Tar anche per il suo analogo ricorso. (mena moretta)
(disegno di cyop&kaf)
Soltanto nel 2022, donne e uomini sono stati contenuti immobilizzati a letto
7534 volte, in dodici regioni italiane. Il numero è certamente molto più alto,
visto che le altre otto non hanno inviato dati utilizzabili o affermano di non
averli. Tra queste la Regione Toscana: “I dati richiesti non sono detenuti dalla
scrivente amministrazione”, è la sorprendente risposta ricevuta
dall’amministrazione, i cui funzionari – forse ignari dell’impegno preso
dall’intesa Stato-Regioni dell’aprile 2022 sul monitoraggio delle contenzioni
entro luglio 2024 – hanno invitato a rivolgersi direttamente a ciascuna delle
aziende sanitarie locali, oppure ai singoli reparti psichiatrici ospedalieri.
Tra le varie strutture, anche in quella di Montalto di Fauglia, gestita dalla
fondazione Stella Maris, veniva praticata la contenzione meccanica. Per i
maltrattamenti avvenuti in questo luogo è attualmente in corso un processo
presso il tribunale di Pisa e domani, martedì 6 maggio, in piazza della
Repubblica, in occasione della ripresa del processo – durante la quale verrà
ascoltato il nuovo consulente tecnico della difesa – si terrà un presidio in
solidarietà alle vittime degli abusi.
Pubblichiamo a seguire alcuni estratti del comunicato scritto dal Collettivo
antipsichiatrico Antonin Artaud al termine dell’ultima udienza (febbraio 2025).
* * *
Cinque testimoni della difesa sono stati ascoltati: il medico di base, due
assistenti, un infermiere e uno psichiatra. Il canovaccio usato dalla difesa è
stato lo stesso delle altre volte: i testimoni chiamati in aula hanno sostenuto
che i violenti erano in realtà i ragazzi con autismo; nessuno di loro, hanno
dichiarato, ha mai visto i colleghi maltrattare gli ospiti. Non c’è stato alcun
riscontro alle riprese delle telecamere installate in sala mensa, che hanno
immortalato più di duecentottanta episodi di violenza in meno di tre mesi. Una
violenza non episodica ma strutturale. Eppure sia le due assistenti che
l’infermiere hanno dovuto ammettere di aver ricevuto delle sanzioni disciplinari
dalla direzione della Stella Maris per essere stati ripresi dalla telecamere
mentre assistevano, senza intervenire, ad atti violenti contro i ragazzi (una
conferma indiretta della conoscenza dei maltrattamenti da parte dei vertici
della struttura).
È emersa inoltre, come era già stato messo in evidenza anche durante le udienze
precedenti, la mancata formazione del personale da parte della Stella Maris. Una
delle due assistenti ha infatti riferito di avere conseguito l’attestato di Oss
(Operatrice Socio Sanitaria) solamente nel 2018, quindi dopo gli abusi che
risalgono al 2016. Molto importanti in quest’ottica sono stati gli interrogatori
del dottor Marinari e dell’infermiere Biagini. Lo psichiatra ha ammesso di avere
svolto un doppio ruolo, cosa abbastanza inquietante già di per sé. Come primario
della psichiatria territoriale partecipava alle riunioni semestrali con la
Stella Maris per la stesura dei piani individualizzati dei ragazzi, mansione per
la quale seguiva soprattutto i ragazzi con autismo (il settantacinque per cento
dei ragazzi di Montalto). Dopo la pensione è stato poi assoldato dalla società
come consulente a contratto e poi ancora come responsabile sanitario della
struttura di Montalto fino a oggi. Marinari ha affermato che da primario
territoriale della psichiatria proponeva i ricoveri per i ragazzi quando i
costi, in caso di assistenza domiciliare oppure di ricovero in struttura al
momento della crisi, erano considerati troppo alti dalla Società della salute
(consorzio di diversi comuni e delle relative unità sanitarie locali per
l’erogazione di servizi sociosanitari, ndr) Ha detto testualmente: «Inserire
ragazzi a Montalto era spesso un risparmio economico per la Società della
salute».
L’infermiere Biagini ha raccontato in maniera molto asettica il funzionamento
dell’infermeria, dove la contenzione era una pratica costante e quotidiana. Ha
usato queste parole: «C’era un letto con le contenzioni di tipo meccanico, con
cinghie ancorate ai quattro lati del letto, più altre cinghie che venivano usate
sopra queste». Come nei manicomi. L’infermiere ha detto anche che questi
contenimenti provocavano spesso lesioni e lividi e a volte fratture, citando il
caso di un ragazzo con una gamba rotta. Ha poi continuato dicendo che a Montalto
di Fauglia non c’erano corsi di formazione su come usare questo tipo di
contenzione, ma molta improvvisazione. Testualmente: «Non c’è stato nessun corso
sulla contenzione, veniva detto tutto a voce». Lo stesso infermiere ha
confermato l’uso dei tappeti contenitivi, pratica che era già emersa durante le
scorse udienze. L’utilizzo dei tappeti contenitivi non è stato mai autorizzato
né dalla Regione Toscana, né dall’Asl, né dalla Società della salute. I tappeti
contenitivi non risultano essere dei dispositivi approvati da utilizzare in caso
di contenzione. L’infermiere, a precisa domanda da parte di un avvocato, ha
risposto che a oggi nella struttura di Marina di Pisa non usano più questo
dispositivo, che è stato sostituito da una non meglio qualificata “coperta di
sabbia”. Su questo ulteriore dispositivo di contenzione non è stato possibile
avere altre informazioni, dal momento che nessun avvocato si è sentito di
chiederne. Ma in cosa consiste questa “coperta di sabbia”? Che tipo di
dispositivo è? Chi l’ha autorizzato? Qualcuno prima o poi dovrà dare una
spiegazione, soprattutto per i familiari delle persone ospitate nella struttura
che meritano risposte chiare e trasparenti.
In generale, la Stella Maris dovrebbe avere il coraggio di prendere una
posizione chiara e definitiva contro ogni metodo coercitivo e degradante.
Sarebbe importante che la fondazione abbandonasse per sempre qualsiasi pratica
di contenzione o di trattamento inumano. Indipendentemente dall’esito del
processo, le sofferenze vissute rimarranno impresse nelle coscienze di chi li ha
subite e delle loro famiglie. Esprimiamo loro tutta la nostra solidarietà. La
presunta eccellenza della Stella Maris è un grande bluff. A Fauglia non venivano
fornite cure o trattamenti terapeutici, ma si perpetravano atti di violenza e
trattamenti degradanti e umilianti. Tutte le pratiche di contenzione, tra cui
anche i tappeti contenitivi o le “coperte di sabbia” rappresentano, oltre che
inaccettabili forme di abuso, uno dei tanti simboli del fallimento dell’utopia
psichiatrica. (collettivo antipsichiatrico antonin artaud)
(disegno di brochendors)
Sabato primo marzo 2025, Messina è stata attraversata dal Carnevale No Ponte.
Contro la costruzione di una grande opera figlia di “un’idea di progresso che se
ne infischia delle nostre vite: estrae valore dai territori a costo di
devastarli, li sottrae ai bisogni e ai desideri degli abitanti per far
guadagnare i pochi soliti noti”, come si scriveva nella chiamata al corteo.
Nella zona sud di Messina, all’altezza di Giampilieri, a novembre è stato aperto
un nuovo cantiere di raddoppiamento ferroviario, strettamente collegato al
futuro progetto di costruzione della grande opera. L’appalto di RFi è gestito
dal Consorzio Messina Catania Lotto Nord, di cui fa parte Webuild, la società a
cui sono stati affidati anche i lavori per il ponte sullo stretto. Nei cantieri
aperti precedentemente, quello tra Contesse e Villaggio Unrra e quello di Nizza
di Sicilia, sempre finalizzati al raddoppio della linea ferroviaria
Messina-Catania-Palermo, prima a ottobre e poi a febbraio sono state poste
sotto sequestro ampie zone per via della dannosa gestione dei materiali di
risulta scaturiti dagli scavi. Durante i lavori sono infatti emersi materiali
con elevate concentrazioni di arsenico, contenute naturalmente nei monti
Peloritani, che a causa dell’inadeguata copertura dei vasconi di stoccaggio da
parte della società competente del cantiere sono poi confluiti, complici le
piogge, all’interno del suolo e delle falde acquifere sottostanti. Le stesse che
portano acqua nelle case circostanti.
L’ombra del ponte è già qua. Per questo si è scesi in piazza, per ribaltare lo
scenario dell’estrazione che risucchia la vita, del progresso devastatore, dei
decreti legge che vorrebbero reprimere il dissenso. Si è scelto di farlo
sfruttando la complicità del Carnevale, “da sempre festa popolare, eretica,
liberatrice, che dissacra, rovescia e si fa beffe del potere: la festa del tempo
che tutto distrugge e rinnova”. Tra musica e colori, i muri hanno preso a
parlare, le voci dei manifestanti hanno gridato la loro opposizione a tutte le
forme di estrazione compulsiva e di progresso tecnologico che uccidono e
mortificano esseri umani in ogni angolo di mondo.
Quando il corteo ha raggiunto l’incrocio tra via XXIV maggio e viale Boccetta ci
si è trovati di fronte a uno schieramento della celere, posto a difesa del
tratto interdetto dalla questura di Messina per via della presenza della caserma
dei carabinieri, considerata come presunto obiettivo sensibile. È bastato il
lancio di un paio di petardi a scatenare la prima carica, nonostante il corteo
fosse rimasto all’interno del percorso prestabilito. Così di nuovo lungo viale
Boccetta. Un gruppo della celere si è distaccato per inseguire e menare a colpi
di manganello i manifestanti che transitavano sulla corsia del viale adiacente
all’incrocio con via Concezione, dove insiste l’ingresso della caserma. Una
ragazza è stata travolta e calpestata in questa intollerabile caccia agli esseri
umani. Ma tutto ciò non basta a descrivere la messa in scena dello spettacolo di
pratiche di militarizzazione e repressione di ogni forma di dissenso, figlie
degli ultimi decreti e dei progetti di “zone rosse”.
Passate circa due ore dall’arrivo a piazza Casa Pia, punto conclusivo del
corteo, l’ultimo gruppo di manifestanti, composto da una cinquantina di persone,
ha preso la via del ritorno verso casa. Parallelamente, si sono mossi una
ventina di uomini e donne della Digos, scortati da una camionetta della celere,
che erano rimasti lì ad aspettare lo scioglimento del gruppo per far partire una
randomica caccia all’uomo. Nel momento in cui, infatti, si è tentato uno
sparpagliamento in piazza Antonello, la Digos ha inseguito, subito raggiunta
dalla celere, un ragazzo che ha tentato di mettersi al riparo all’interno di
Galleria Vittorio Emanuele III. La galleria era stracolma di adolescenti che
trascorrevano lì il sabato sera. Il surreale slalom aperto dal ragazzo con la
Digos alle calcagna e seguito da compagni e compagne, accorse per difenderlo,
con la celere addosso si è bloccato su un ballatoio laterale della galleria.
Stretti tra i cancelli e il porticato, tra manganellate e colpi di scudo, si è
riusciti a liberare il compagno dalla presa della polizia e a lasciare la
galleria con un’unica voce: “tout le monde déteste la police”. I ragazzi e le
ragazze, assorte tra un hamburger e una birra, hanno assistito esterrefatti a
questo gratuito terrore seminato dalle forze dell’ordine. Qualcuno sarebbe
potuto cadere dal ballatoio, ci si sarebbe potuti rotolare l’una addosso
all’altra durante l’inseguimento, chiunque avrebbe potuto rimanere preda di un
attacco di panico vista la densità umana del luogo. Mi è rimasta impressa una
donna che si è schierata insieme a noi nel tentativo di fermare la celere dal
menare a caso e dal detenere il compagno, gridando “non toccate le ragazze, non
toccate i ragazzi”. Urlava anche che era la preside di una scuola, chissà se il
lunedì successivo ha raccontato questa storia ai suoi studenti.
Ci sono riusciti, poco dopo, su via XXIV Maggio, a catturare un compagno e una
compagna, cioè a fare i numeri che servivano per tenere vivo lo spettacolo della
criminalizzazione del dissenso. Siamo rimaste in presidio sotto la questura di
via Placida in attesa del loro rilascio, circondati da due cordoni della celere.
Le due compagne sono state rilasciate verso le tre di notte. Un labbro spaccato,
numerosi schiaffi e violenze verbali, una denuncia per resistenza e una per
detenzione di un coltellino svizzero.
Diffondiamo questo breve racconto affinché si possa conoscere sempre più la
violenza delle forze dell’ordine e l’opera di criminalizzazione messa in atto
dall’impianto statale tutto. (osservatorio stelle filanti)
(disegno di india santella)
Risulta difficile ragionare sulla città di Taranto senza conoscerne le origini.
La storia racconta di una comunità millenaria, capitale della Magna Grecia, e di
un passato che spesso ritorna, intrecciandosi con il presente. Ne è un esempio
il fiume Tara, un fiume di origine carsica lungo appena due chilometri, il cui
nome deriva da Taras, personaggio della mitologia greca, che secondo il mito fu
salvato da un delfino inviato da suo padre Poseidone dopo un naufragio,
raggiungendo la costa nei pressi del fiume. Ma oltre al mito è possibile
associare al Tara alcune vicende storiche, come l’incontro nel 35 a.C. tra Marco
Antonio e Ottaviano, che avvenne proprio al centro del fiume; e nel 1594 la
battaglia tra Cristiani e Saraceni presso le sponde del Tara, questi ultimi
respinti dalla popolazione della vicina Massafra.
A oggi il Tara è frequentato da una numerosa comunità, che ne approfitta durante
le calde estati per trovarvi ristoro. In occasione del rito della Madonna del
Tara, il primo giorno di settembre i credenti si riuniscono per pregare affinché
le acque del fiume possano proteggere la salute dei devoti; è credenza popolare
che bagnarsi nel Tara e cospargersi dei suoi fanghi comporti dei benefici.
Al di là del valore storico e sociale, va riconosciuto al Tara il suo importante
contributo dal punto di vista ambientale, infatti il suo ecosistema è parte
integrante del paesaggio ionico. Le acque e la vegetazione ripariale
costituiscono una forte attrattiva per le specie selvatiche tipiche delle zone
fluviali della Puglia: aironi, salamandre, anguille, diversi pesci d’acqua
dolce, una notevole quantità di insetti, e ultimamente è stata avvistata anche
la lontra, un mammifero considerato specie protetta. Pertanto, il fiume
rappresenta una vera e propria oasi naturale in un’area fortemente
caratterizzata dalle attività antropiche.
Il Tara, dunque, possiede tutte le caratteristiche necessarie affinché possano
essere intraprese azioni di tutela dello stesso da parte delle istituzioni, ma
negli anni nulla è stato fatto per preservare l’area. Oggi il fiume è minacciato
da un controverso progetto promosso da Acquedotto Pugliese, una società
partecipata della Regione Puglia. Si tratta di un dissalatore che avrebbe le
dimensioni di circa cinque volte l’attuale dissalatore più grande d’Italia,
quello di Cagliari. L’impianto sarà finanziato con fondi provenienti da Pnrr e
Fsc, quindi spendibili non oltre il 2026.
Il 25 settembre 2023, per un costo che si aggira intorno ai cento milioni di
euro, al netto del ribasso d’asta, vengono aggiudicati i lavori all’associazione
temporanea di imprese costituita dalle società Suez Italy, Suez International,
Edil Alta con sede ad Altamura, la tarantina Ecologicia e la massafrese Cisa,
società molto attiva nel settore dei rifiuti.
Dopo diverse sedute, la conferenza dei servizi del 10 gennaio 2025 ha dato il
via libera alla realizzazione del dissalatore. Un fattore rilevante è la
modalità di approvazione che viene utilizzata, ovvero a prevalenza di pareri.
Durante le precedenti conferenze si è sempre deciso di procedere all’unanimità,
salvo ora cambiare modalità di approvazione. Spiccano infatti i rumorosissimi
“no” provenienti dalla Soprintendenza del ministero della cultura, da Arpa
Puglia e Asl Taranto, con pareri ampiamente motivati dagli stessi enti; ma la
maggioranza non ha esitato nel procedere alla concessione della Valutazione
d’impatto ambientale, necessaria al rilascio di tutte le autorizzazioni che
consentiranno la realizzazione dell’impianto, lasciando aperto il dibattito sul
peso della componente politica rispetto a quella tecnica.
Il ministero della cultura, attraverso un documento di cinquanta pagine, afferma
la sua decisa contrarietà al progetto, dichiarando che l’opera andrebbe
realizzata altrove, essendo in netto contrasto con il paesaggio e l’ambiente, e
che nessuna modifica al progetto potrà modificare il parere contrario. Anche
Arpa Puglia indica che esistono criticità che non considerano l’importanza
naturalistica, geomorfologica e idrologica del sistema delle sorgenti e del
fiume, riconosciuta dalla pianificazione della stessa Regione Puglia. Arpa fa
notare inoltre che il progetto prevede l’espianto di circa novecento
ulivi (nella zona sono presenti ulivi secolari), e circa mille e quattrocento
alberi da frutto, di cui la maggior parte agrumi. In risposta, Acquedotto
Pugliese ha dichiarato che gli ulivi verranno reimpiantati, non si sa però dove,
e alcune voci sollevano dubbi sulla capacità degli alberi di adattarsi a nuove
aree ed eventualmente ad avere frutti.
Un’altra osservazione dell’ente di controllo ambientale riguarda l’utilizzo
delle acque, indicando come la quantità minima di acqua che deve rimanere nel
fiume debba essere maggiore o uguale a 2.000 l/s, considerando che la portata
media del Tara equivale a 3.700 l/s, e affinché i prelievi non abbiano impatti
negativi sull’ecosistema il limite massimo di prelievo è fissato a 1.300 l/s. A
oggi esiste già un prelievo di acque autorizzato dall’Autorità idrica pugliese
pari a 1.100 l/s, per uso destinato all’ex Ilva e all’irrigazione; il Wwf di
Taranto ha fatto sapere che questo prelievo può arrivare a 3.500 l/s. Il
progetto del dissalatore prevede un prelievo di 1.000 l/s, quindi la somma dei
prelievi potrebbe superare di gran lunga non solo il deflusso ecologico
(quantità minima necessaria), ma addirittura anche la portata del fiume stesso.
Il Tara ha origine carsica, la sua portata varia in funzione delle piogge. Non
si capisce come l’impianto possa sopperire a una mancanza delle stesse, se
strettamente legato ai fenomeni piovosi. Acquedotto Pugliese ha proposto durante
la conferenza dei servizi che se dovesse non esserci acqua a sufficienza, tutti
gli utilizzatori dovranno ridurre i prelievi secondo regole concordate.
In concomitanza con l’avanzare di questo progetto, si registrano le attività di
associazioni, comitati e liberi cittadini che hanno prodotto opposizioni, anche
tecniche, sufficienti per dimostrare quanto l’operazione sia inopportuna e
impattante dal punto di vista ambientale. Per esempio, il Wwf di Taranto ha
prodotto osservazioni sul consumo di suolo che questo progetto produrrà. È
prevista la costruzione di due grandi condotte: una di quattro chilometri,
condurrà gli scarichi della lavorazione in mare; l’altra, di quattordici
chilometri, accompagnerà le acque depurate al centro di raccolta. Inoltre, in
prossimità delle tubazioni, è prevista la costruzione di strade di servizio. La
somma di suolo occupato da strade, condotte e stabilimento occuperà quindi
all’incirca otto ettari di suolo, che corrispondono a una dozzina di campi da
calcio.
Bisogna inoltre segnalare un fatto di cronaca non irrilevante, ovvero la
comparsa di una numerazione registrata di nascosto su ulivi secolari all’interno
di proprietà private, secondo i proprietari dei terreni proprio in
corrispondenza del tratto che vede passare la condotta di quattordici
chilometri. Non è possibile attribuire alcuna colpevolezza in quanto non si
dispone di prove, ma i titolari degli alberi hanno sporto denuncia contro ignoti
e presentato un esposto ai carabinieri sottoscritto da circa centocinquanta
cittadini.
Altro punto critico: l’impianto si avvarrà della tecnologia a osmosi inversa per
desalinizzare le acque già dolci. La bassa salinità delle acque, di fatto,
costituisce un punto di forza del progetto di Acquedotto Pugliese: l’ente
sostiene che il dissalatore comporterebbe un consumo di energia minore per
produrre la stessa quantità di acqua che verrebbe prodotta lavorando acque più
salate. Sempre secondo il Wwf di Taranto, però, oltre la salamoia giungerebbero
in mare fanghi, metalli, anti-incrostanti e cloruri, che sarebbero poi soggetti
a un processo di stratificazione, determinando un’alterazione dell’habitat
marino.
Un altro interrogativo riguarda il consumo di energia: gli impianti di
dissalazione sono energivori, e in questa fattispecie i proponenti hanno
dichiarato che le fonti energetiche che alimenteranno l’impianto sono di tipo
rinnovabile. Dopo mesi di dibattito sul dissalatore, solo ora viene annunciato
che l’impianto sarà alimentato al cento per cento da energia rinnovabile. Questo
aspetto, che non era stato incluso nel progetto originale né menzionato nei
documenti ufficiali, appare più come un tentativo di rassicurare l’opinione
pubblica che come il frutto di una reale programmazione strategica. In altre
parole, sembra un’aggiunta dell’ultimo minuto piuttosto che un elemento
strutturale del piano iniziale.
Nonostante questo annuncio, però, analizzando i dettagli scopriamo che il
quattordici per cento dell’energia sarà autoprodotta tramite fotovoltaico,
mentre il restante arriverà dalla rete con “garanzie di origine”: una modalità
che non garantisce affatto che l’energia consumata in tempo reale sia davvero
rinnovabile. Si potrebbe continuare a elencare una serie di interrogativi da
porre alla Regione Puglia riguardanti il progetto, ma è altrettanto importante
soffermarsi sull’aspetto politico della vicenda.
Regione Puglia e Acquedotto Pugliese hanno scelto Taranto come sede per la
costruzione dell’impianto, pur essendo a conoscenza della critica situazione
ambientale del capoluogo ionico, definendo questo progetto strategico per la
Puglia (stessa cosa fu detta in altre situazioni da altri attori). Il progetto è
giunto alle battute finali, accompagnato da una scarsa partecipazione da parte
della comunità locale, ormai fragile e stanca di dover affrontare spesso
problemi che hanno natura comune. La politica ionica da diversi anni ha smesso
di avere un ruolo centrale nelle decisioni prese altrove, sebbene questo
territorio abbia già dato troppo in termini ambientali, e i suoi cittadini
continuino a pagarne le conseguenze. Considerando che già oggi la rete idrica
pugliese perde il 43,6% (fonte Istat), caro presidente Emiliano, non sarebbe il
caso di prendere in considerazione un’altra alternativa per risolvere la crisi?
(domenico colucci)