(archivio disegni napolimonitor)
Il silenzio elettorale cade sul porticciolo di Pastena come una tregua
improvvisa. È mezzogiorno di un sabato assolato di maggio, vigilia delle
elezioni comunali a Salerno, e nei pressi dei muretti affacciati sul mare sono
radunate alcune decine di persone: qualcuno seduto sugli scogli, qualcuno in
piedi col bicchiere in mano, qualcuno più giù che si fa il bagno. La Ghassan
Kanafani — una delle imbarcazioni della Freedom Flotilla, la flottiglia
internazionale di solidarietà con la Palestina che toccherà cento porti in cento
città — è ormeggiata poco lontano. Il suo passaggio ha trasformato quella che
doveva essere un’assemblea organizzativa del comitato Giù le mani dal
Porticciolo in un momento di confronto tra realtà diverse che condividono la
stessa grammatica di lotta. Mi siedo per terra sotto un ombrellone da spiaggia
con alcuni attivisti del comitato. «C’è un filo rosso che unisce queste
battaglie», dice Lorenzo. «La libertà dei popoli di autodeterminarsi, di
decidere cosa fare della propria vita, della propria terra». Alle spalle c’è
Pastena: ingoiata dal cemento, con un’alta densità abitativa, priva di spazi
verdi. Il porticciolo è uno degli ultimi tratti di costa accessibile a tutti in
questa striscia di città.
Salerno conta già quattro porti su meno di dieci chilometri di costa: il porto
commerciale, il molo Manfredi, il Masuccio Salernitano e il Marina d’Arechi. Il
progetto Pastena farebbe nascere il quinto, sempre con lo stesso pretesto da
quindici anni: la mancanza di posti barca. Solo che Marina d’Arechi è stato
costruito nel frattempo, il Masuccio è in ampliamento e un ulteriore intervento
di grandi dimensioni è già previsto nella poco lontana Pontecagnano. Il
ministero dell’ambiente lo ha notato: tra le integrazioni richieste al
proponente c’è proprio la dimostrazione dell’effettiva necessità di nuovi posti
barca — argomento che, evidentemente, allo stato attuale non regge.
La storia ha radici nei primi anni Duemila, quando il Comune affidò in un’unica
delibera le concessioni demaniali a due promotori. La famiglia Gallozzi costruì
il Marina d’Arechi, mentre quella Ilardi ottenne la concessione per il porto di
Pastena, anche se non aveva i soldi per aprire i cantieri. Per quel porto fu
funzionale anche la progettazione di un pennello foraneo sull’arenile:
realizzato con finanziamenti pubblici, ma progettato in vista dell’opera
privata. Nel 2008 il project financing cristallizzò la presenza del porto nel
Piano urbanistico comunale, ma da allora l’operazione è rimasta congelata.
La cittadinanza scoprì il pericolo solo nel 2011, quando i promotori allestirono
al Polo Nautico un plastico in scala del progetto. «Quando è stato
pubblicizzato, i giochi erano già fatti: avevano tutte le autorizzazioni»,
racconta Chiara. Il plastico rimase esposto poche settimane. «Dopodiché hanno
pensato bene di levarlo», aggiunge Davide. «Era controproducente che la gente
capisse cosa stava succedendo»
D’altronde il Comune, la Provincia, la Regione e la Soprintendenza avevano già
dato il via libera. Il sindaco che aveva gestito l’iter era Vincenzo De Luca,
che però anni dopo, da “neo” candidato per l’ennesima volta a primo cittadino di
Salerno, si sarebbe detto contrario al porto. «Si è schierato contro – spiega
Lorenzo – ma dodici anni fa era stato lui a dare i permessi». Una domanda resta
senza risposta: «Se De Luca oggi è contrario, e se tutti i candidati si sono
schierati contro il progetto, chi lo vuole, questo porto?».
Il progetto è tornato d’attualità quando i fratelli Ilardi hanno ripreso in mano
la pratica. La connessione tra il Polo Nautico e il resto del progetto approvato
costituirebbe un pacchetto da circa venticinque milioni di euro. Per
monetizzarlo serve però la Valutazione di Impatto Ambientale ministeriale, che
ancora manca. Quella rilasciata dalla Regione a suo tempo è infatti scaduta
perché i lavori non sono stati avviati nei termini — per responsabilità dei
promotori stessi. La competenza è passata così al ministero dell’ambiente, che
ha raccolto una cinquantina di osservazioni: ingegneri, architetti ed esperti di
pianificazione costiera hanno smontato il progetto pezzo per pezzo. «Le tavole
mancano dei dettagli. Non c’è mai una legenda che ti riporti al progetto
generale. Sembrano cose buttate là», spiega Chiara. Il ministero ha chiesto
integrazioni su tutti i fronti, riconoscendo il valore culturale del tratto di
costa e domandando ai promotori quale utilità pubblica concreta garantirebbe
l’opera.
Nelle settimane successive alle elezioni anche il ministero della cultura è
entrato nella partita. La Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio
ha trasmesso le richieste di integrazione avanzate dalla Soprintendenza di
Salerno e Avellino, rilevando gravi carenze nella documentazione paesaggistica.
La relazione presentata dai promotori, secondo la Soprintendenza, non consente
di verificare la compatibilità dell’intervento con i valori paesaggistici
tutelati. Vengono richiesti aggiornamenti sullo stato dei luoghi, nuove analisi
dell’impatto visivo, rendering aggiornati e valutazioni sulle alternative
progettuali. Soprattutto, la Soprintendenza ha dichiarato non più valida
l’autorizzazione paesaggistica del 2012. Due ministeri con le mani alzate sullo
stesso progetto: «La mobilitazione civica e il lavoro tecnico di questi mesi
hanno avuto un peso concreto nell’iter amministrativo», sostiene Chiara.
Guardare le tavole di progetto è, in effetti, cruciale. Il porto di Pastena
prevede circa quattrocentocinquanta posti barca, ma soprattutto parcheggi a
pagamento, box auto, un centro commerciale, l’ampliamento dell’albergo, una
piscina di acqua di mare depurata. «Tecnicamente non è neanche un porto. È un
centro commerciale con una darsena», dice Davide. A chi giova? Non ai pescatori
locali, che oggi ormeggiano a prezzi accessibili. Non ai cittadini, a cui
verrebbero sottratte le ultime spiagge libere. Non ai commercianti, a cui è
stata promessa una ricaduta economica: i negozi del nuovo centro faranno
concorrenza a quelli esistenti.
Pastena è un quartiere popolare, senza parchi né luoghi di socialità. Il
porticciolo è l’unico spazio che non sia privato o commerciale. «I salernitani
sono sempre stati chiamati pisciaioli (chi lavora e vive di pesce, ndr)», dice
Chiara con ironia. «Questa identità è stata massacrata. I luoghi legati alla
cultura del mare sono spariti uno dopo l’altro. Adesso esistono solo grandi navi
e piccoli yacht». La cura del posto è affidata agli abitanti: c’è chi pianta
alberi tra le panchine, chi pulisce la piazzetta senza che nessuno glielo
chieda. I cantieri del ripascimento del litorale poco lontano sono un’altra
fonte di frustrazione: l’Ambito 2 è sotto sequestro per materiali non conformi —
sabbia dura, inutilizzabile, tanto che qualcuno l’ha individuata come arena per
l’edilizia. Quasi un quarto della costa centrale è inagibile. «Le persone
pensano che prima o poi arriverà il prossimo potente a mettere le mani su ciò
che abbiamo di più bello», dice Alessandra.
In effetti, finché il porto di Pastena resta nel Piano urbanistico comunale,
quella zona resterà bloccata. «Morto un porto se ne potrà fare un altro. Finché
non cambia il piano regolatore la lotta sarà lunga», aggiunge Davide. Dal canto
suo il comitato lavora su più fronti: questionari rivolti alla cittadinanza,
rigenerazione partecipata con studenti Erasmus, eventi sportivi con le squadre
di rugby e calcio popolare del territorio. Nelle due settimane prima del voto
sono state raccolte duemila firme per fermare la realizzazione del progetto:
tutti i candidati a sindaco si sono detti contrari, ma nessuno ha spiegato come
avrebbe rimosso la destinazione dal piano regolatore.
Ora che lo sceriffo De Luca è stato rieletto, il comitato monitora la distanza
tra le parole e gli atti. Sul muretto del porticciolo la gente resta a
chiacchierare e mangiare qualcosa. C’è ancora qualcuno in acqua, qualcuno
rassetta la spiaggia. La comunità parla chiaro: nessuno ha intenzione di
guardare il mare dalle vetrate del parcheggio di un albergo. (edoardo m.
benassai)
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(disegno di ginevra naviglio)
Mi trovo su un pullman mezzo vuoto, partito con qualche minuto di ritardo dal
Metropark di Napoli, direzione Isernia. Sto tornando per trascorrere il ponte
del primo maggio con la mia famiglia e i vecchi amici del liceo e, come me,
anche gli altri ragazzi sul pullman, a giudicare dalla mole delle valigie che si
trascinano dietro. Siamo arrivati a Venafro, l’ultima fermata che mi separa da
casa. Come sempre, mando un messaggio sul gruppo di famiglia per avvisare che a
breve arriverò in stazione. Durante l’ultima mezz’ora, osservo gli alberi e le
montagne che sembrano ripetersi. Ci stiamo avvicinando a Isernia, precisamente
al suo lato meridionale.
Una volta in città, ad accoglierci è un edificio con le mura di un color salmone
un po’ sbiadito, ovvero l’ospedale Veneziale di Isernia. Sul marciapiede
antistante, c’è una tenda da campeggio azzurra, che da oltre cento giorni è
diventata il simbolo delle gravi carenze della sanità molisana. Di fianco, uno
striscione in caratteri cubitali rossi: “Quanto vale qui una vita?”. A montarli
è stato Piero Castrataro, sindaco d’Isernia e indipendente di centro-sinistra,
che dorme lì da ormai più di tre mesi. Dietro a tale gesto c’è la volontà di
riportare l’attenzione sulle condizioni in cui versa l’ospedale del capoluogo
pentro e cercare di trovare delle soluzioni pratiche. La situazione a Isernia è
problematica da diversi anni, ma le criticità si estendono a tutta la regione.
In Molise, infatti, la sanità è commissariata da diciassette anni e, in questo
tempo, si sono accumulati oltre cinquecento milioni di debiti, portando così la
regione in un regime di piano di rientro. In particolare, l’ospedale Veneziale,
l’unico del territorio, negli ultimi anni ha visto un drastico calo del
personale: al pronto soccorso lavorano quattro medici sui tredici previsti,
mentre in radiologia sono tre su dodici.
Sebbene molti problemi fossero già noti, per il sindaco il punto di rottura è
arrivato lo scorso dicembre, dopo aver letto le dichiarazioni di uno dei
subcommissari, secondo il quale andrebbe disattivato il punto nascita di Isernia
e mantenuto quello di Termoli, che avrebbe migliori prospettive di crescita
demografica. Uno dei problemi principali, infatti, è strettamente numerico:
secondo il decreto ministeriale 70 ci sono dei parametri che andrebbero
rispettati per mantenere funzionanti le strutture ospedaliere, ma Isernia, che è
sottoposta a un massiccio spopolamento, non è in grado di soddisfarli. L’epilogo
di questa vicenda è arrivato proprio negli ultimi giorni: il punto nascita del
Veneziale chiude i battenti. Non si nascerà più a Isernia, ma si dovrà
necessariamente arrivare a Campobasso.
In stazione trovo mia madre ad attendermi. Il breve tragitto in auto è tutto un
aggiornarsi di cose successe nelle settimane trascorse dalla mia ultima visita.
Arriviamo a casa, una villetta trifamiliare tinteggiata di un arancione vivace,
circondata da diverse file di ulivi, che si trova a metà strada tra Isernia e
Miranda, il paesino in cui sono cresciuta. Visto da casa mia, Miranda sembra una
macchietta colorata in mezzo alle montagne che, di questi giorni, sono di un
verde brillantissimo. Che quel verde fosse così vitale per me l’ho realizzato
solo quando mi sono trasferita a Napoli, dove, tra i palazzi del centro storico,
sembra scarseggiare.
Passano un paio d’ore, salgo in auto e inizio a guidare in direzione Miranda. La
strada per arrivare in paese è un susseguirsi di tornanti e curve strettissime,
sulle quali a volte capita di incontrare qualche animale selvatico. È maggio, ma
a Miranda fa ancora freddo, e l’aria odora di fumo di camino. Sono venuta a
trovare mia nonna, che abita nel centro storico di questo paese, ormai ridotto a
un insieme di case per la maggior parte vuote. La sua, di quelle proprio a forma
di “casa”, come le disegnano i bambini, grande e gialla, di pietra, col tetto a
due spioventi e le tegole color terracotta, è una delle uniche ancora abitate in
questa strada.
Arrivata la sera, mi ritrovo al bar con gli amici, come sempre. O meglio, come
quelle tre o quattro volte l’anno che, tornati dalle nostre rispettive città, ci
riuniamo. A Miranda ci sono due bar, ai due estremi della piccola piazza
principale, che a causa della loro posizione vengono chiamati il “bar di sopra”
e il “bar di sotto”. Stasera siamo tutti al bar di sopra. In un angolo, affissa
su una bacheca, c’è la civetta di un giornale locale che riferisce “A Isernia
non si nascerà più”.
Ne parlo con Simone, che ha ventinove anni e da cinque si occupa di ricerca e
consulenza. Dopo triennale e magistrale in economia e management, ha fatto il
dottorato e ora sta portando avanti le sue ricerche con una borsa di studio
all’Università D’Annunzio di Pescara. «È la questione più importante del nostro
territorio, da cui dipende il futuro di questo posto. Perdiamo 30 mila persone
ogni dieci anni e nel momento in cui si riduce il gettito fiscale ci sono meno
soldi a disposizione per le misure pubbliche. La situazione dell’ospedale è
soltanto un anticipo di quello che accadrà in questi territori, ovvero il totale
smantellamento della sanità pubblica e in generale dei servizi pubblici. C’è poi
la connivenza con i poteri poco trasparenti e più o meno leciti della sanità
privata, che con le cliniche convenzionate sta facendo concorrenza al pubblico».
La conversazione si allarga dall’ospedale alla questione delle aree
interne. Simone, che su questo ci ha fatto pure un master e lavora con varie
associazioni in paese, si ritiene un vero e proprio attivista della causa. «La
Strategia Nazionale delle Aree Interne individua gli enti locali e li definisce
secondo la distanza dai centri dell’offerta di servizi, individuando tre
elementi fondamentali: sanità, trasporti e istruzione di secondo grado. Per
farla breve, va a classificare tra “enti centrali, di cintura, di nodo,
periferici e ultra-periferici”, a seconda che siano lontani dai dieci ai
quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi. Miranda, per esempio, è
un ente locale periferico, perché è a più di quarantacinque minuti dal centro di
offerta dei servizi, il cosiddetto polo, che per noi non è più Isernia, ma
Campobasso, il posto che rispetta tutti e tre i requisiti individuati dalla
Strategia Nazionale».
Quello delle aree interne non è un problema esclusivamente molisano, ma una
realtà sempre più presente nel territorio italiano. La Strategia Nazionale di
cui parla Simone è una politica volta a migliorare la qualità dei servizi
essenziali in questi territori, avviata dallo Stato nel 2014, poi confermata per
il ciclo 2021-2027. Nel Piano Strategico stilato a marzo 2025, vengono distinte
quattro tipologie di obiettivi, in funzione delle condizioni di partenza di ogni
realtà locale. L’obiettivo numero 4, chiamato “Accompagnamento in un percorso di
spopolamento irreversibile”, sostiene che alcune aree interne, a causa di
fattori demografici quali la popolazione di piccole dimensioni, “non possono
porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere
abbandonate a sé stesse”. Viene evidenziata la necessità di un piano che possa
assistere queste aree in un “percorso di cronicizzato declino” per renderlo
“socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”
Simone, dal suo canto, crede che si possa fare qualcosa di concreto, tenendo in
conto, però, la prima battaglia, che è sia culturale che psicologica. «Da
abitante delle aree interne, conosco perfettamente il fatalismo dei cittadini:
“qui si è sempre fatto così, non abbiamo la forza per cambiare le cose”. Io
invece penso che questo possa accadere, ne ho avuto testimonianza diretta
durante la mia esperienza di visiting in un’area interna dell’Abruzzo, Gagliano
Aterno, dove, grazie a un sindaco illuminato e a un gruppo di ricercatori e
volontari, in cinque anni si è ribaltato un paese e le sue tendenze
demografiche, mettendo una pezza a questa emorragia. Per fare qualcosa di
concreto, però, bisogna ripartire dalla partecipazione, senza la quale il
destino è abbastanza segnato».
Ed è proprio questo l’obiettivo di Miror, l’associazione nata nel 2019, di cui
Simone è parte attiva. «Miror nasce come reazione a un’assenza totale di un
discorso sulla cultura. Sono state varie le iniziative di questi anni, da
momenti di festa a quelli di dibattito, anche politico. Tre anni fa è nato un
gruppo di lettura, poi c’è stato “chiese aperte” col racconto della Chiesa di
Miranda, e poi ancora Memoranda, che ha raccolto le memorie degli abitanti
ultraottantenni di Miranda sul periodo del fascismo, ed è stato un lavoro di
raccolta e di salvaguardia della memoria storica».
Quattro anni fa, da Miror nasceva il festival Marginalia, citando le note ai
margini dei libri ricopiati dagli amanuensi, che spesso nascondevano significati
molto più importanti rispetto al corpus del libro. «Giocando – continua Simone –
sul significato della marginalità geografica, culturale e politica, diventa la
sfida di portare qualcosa della città al paese. Nell’ultima edizione abbiamo
regalato alla cittadinanza, insieme alle altre associazioni del territorio, un
murales fatto da Claudia Romagnoli, in arte Croma, che si trova sulla Casa La
Terra e che era legato al tema dell’anno scorso, la migrazione: rappresenta una
famiglia del secolo scorso che va via da Miranda; e c’è questa bimba che si
gira, all’ultimo, per dare un’ultima occhiata al paese, con uno sguardo
nostalgico ma direi anche speranzoso, che non esclude un potenziale ritorno,
come è stato per i nostri nonni, bisnonni e zii, e un po’ anche per noi, come
generazione di persone costrette a migrare loro malgrado».
Senza rendercene conto, abbiamo passato quasi mezz’ora a parlare. Nel frattempo,
ci siamo spostati al bar di sotto. Prendiamo un’altra birra e continuiamo la
nostra conversazione. Simone si scusa, dice che quando parla di questo argomento
si accalora tantissimo: «Il futuro di Miranda e di Isernia non mi fa dormire la
notte. Mi sento responsabile ogni volta che torno nel mio paese e vedo i miei
amici che sono rimasti qui a lottare. Io parlo spesso di aree interne, faccio
ricerche, sono un ragazzo di paese e anche un consulente per gli enti locali e
le aree interne, però di fatto vivo in città, il che fa di me un
privilegiato. Sta a noi giovani trovare delle soluzioni, che poi magari non
saranno efficaci, però sento spesso parlare di problemi e mai di soluzioni, e
mai come ora il Molise ha bisogno di provare a trovare tante piccole soluzioni».
Il barista interrompe la nostra conversazione per raccontare una barzelletta.
Ridiamo di gusto, anche se la barzelletta non è granché. Rimaniamo lì con gli
altri a chiacchierare, a ridere, a giocare a biliardino. Guardo l’orologio, si è
fatto tardi. Saluto tutti, probabilmente li rivedrò quest’estate. Dopo baci e
abbracci di rito, mi dirigo verso la mia auto. Il paese è vuoto, non c’è nessuno
per le strade. A rompere il silenzio, di tanto in tanto, le risate squillanti
dei ragazzi rimasti al bar, che ormai sento in lontananza.
Sono le 8:55 di lunedì. Mi trovo alla stazione di Isernia, in attesa
dell’autobus che mi porterà a Napoli. Si è creata una piccola fila al botteghino
per comprare i biglietti. Molti hanno la mia età, e riconosco anche un paio di
persone. Ognuno di loro si trascina dietro almeno una valigia, qualcuno ha anche
una borsa frigo. Arriva il mio autobus e quasi contemporaneamente appare da
dietro l’angolo anche quello per Roma. Saliamo tutti in maniera composta e i
pullman partono, uno dopo l’altro. Guardo fuori dal finestrino, la piazza si è
svuotata quasi del tutto. (caterina marzano)
(disegno di valentina galluccio)
È giovedì, metto nello zaino il cambio per un paio di giorni e mi chiudo la
porta alle spalle, direzione Avellino. Scendo le scale dei Cristallini e,
arrivato nei Vergini, noto che dopo qualche mese di lavori l’Antica Cantina Sepe
ha riaperto. Mi affaccio oltre la porta semiaperta e saluto Francesco. Una
decina d’anni fa, tornato dall’Inghilterra, aveva cominciato a tenere aperto lo
storico negozio di vini e oli di famiglia i giovedì sera. Da quegli anni in cui
l’Antica Cantina Sepe, seppure un solo giorno a settimana, era l’unico punto
luminoso ai Vergini, il quartiere è cambiato parecchio. Bar e trattorie si sono
moltiplicati e ora il locale di Francesco non stona più con la strada. Forse
anche per questo ha deciso di metterlo a nuovo. C’è infatti un bel bancone
laccato, nuovi stand da muro per le bottiglie, lampadari colorati e un piccolo
setup con due giradischi Technics. Dopo aver fatto a Francesco i miei auguri per
la riapertura, cammino verso la stazione di piazza Garibaldi.
Avendo una decina di minuti d’anticipo per il pullman Air Campania che mi
porterà nel capoluogo irpino, mi fermo da Attanasio per comprare delle
sfogliatelle. La pasticceria è un’istituzione a Napoli, e negli anni è rimasta
com’era, senza strizzare l’occhio alle pasticcerie-gioiellerie europee. Lo
ripeto compiaciuto al ragazzo dietro al bancone e lui mi dice che alcune cose
sono state messe a posto ma che per loro è importante che rimanga old school.
Gli faccio i complimenti per le magliette con il loro logo. Lui mi dice che se
voglio posso comprarne una, e indica una vetrinetta in cui sono esposte maglie,
borse di tela e cappellini. Forse per le domande da turista, per gli occhiali da
sole e la borsa a tracolla, o per l’entusiasmo nel commentare un posto tutto
sommato normale, il ragazzo mi chiede di dove sono. Quasi a giustificarmi, gli
dico che, anche se ho vissuto a Milano per qualche anno, in realtà sono di
Napoli. Dieci euro per cinque sfogliatelle, pago e vado a prendere il pullman.
Durante il viaggio mi scrivono vari amici irpini che hanno saputo del mio
arrivo. Sono rimasti in città per qualche giorno dopo le vacanze di Pasqua.
Dobbiamo assolutamente vederci. In un’ora arrivo alla stazione di Avellino. Ad
aspettarmi c’è Peppe, a bordo di una smart bianca, nuovissima. Non ci vediamo da
quando vivevamo insieme a Ponte Seveso a Milano. Io rido fortissimo perché lui
con una smart lucida fiammante proprio non me lo immaginavo. Ci abbracciamo ed
entro in macchina.
Nessuno dei due ha ancora pranzato, allora mi propone di prendere delle focacce
al Forno contemporaneo Capaldo, che ricordo per il pane grani antichi
iper-alveolato dei pacchi che la madre di Peppe ci mandava a casa a Milano. Ci
rimettiamo in macchina e in cinque minuti siamo in corso Umberto I. Entriamo
nella corte interna del Casino del Principe, costruito a fine XVI secolo per
volontà del principe Camillo Caracciolo. Indicando le finestre del primo piano
Peppe mi dice: «In questo palazzo, per qualche anno c’è stato Avionica, un
circolo Arci. Facevano eventi musicali, c’era la radio, un laboratorio di stampa
e progettazione. Poi il sindaco dell’epoca non rinnovò la concessione. Ora il
circolo è da un’altra parte.
Fino al 2019 non mi è mai pesato stare ad Avellino. All’epoca, al Parco Santo
Spirito c’era il Tilt, praticamente l’unico locale che faceva musica dal vivo,
concerti o dj set di un certo livello. Ci hanno suonato artisti come Johnny
Marsiglia e Venerus, nomi importanti anche a livello nazionale. Per me è stato
il punto di avvicinamento all’hip-hop, al mondo dei graffiti, insomma a tutta
quella cultura. Giusto prima della pandemia l’amministrazione comunale ha chiuso
il Tilt e altri locali. Il Covid è stato il colpo di grazia. A quel punto, col
pretesto dell’università, me ne sono andato a Roma, che poi per il secondo
lockdown non ho mai vissuto veramente. Dopo meno di sei mesi sono tornato ad
Avellino. Con degli amici ci eravamo inventati Red Room, un format di musica
elettronica che stava andando abbastanza bene. Se non fosse stato per i miei
genitori che mi facevano pesare il fatto di aver mollato gli studi e di vivere
organizzando feste, probabilmente ci sarei rimasto ad Avellino… Quell’anno poi
sono andato a Milano a trovare un’amica. La città mi aveva fatto una buona
impressione e, siccome i miei continuavano a pressarmi, ho deciso di spostarmi
là: prima a scienze giuridiche e poi a linguaggi dei media».
Finito di pranzare ci rimettiamo in macchina. Dobbiamo passare per casa e
prendere un giradischi e dei vinili da portare ad Altrove, uno spazio aperto
pochi mesi fa da Alessandra, un’amica di Peppe tornata in Irpinia dopo sette
anni a Torino. In macchina passiamo per il multicinema del parco commerciale tra
Mercogliano e Avellino. Peppe mi mostra una murata di graffiti iper-realistici,
con Joker e altri personaggi dei blockbuster. Mi dice che il murale lo hanno
commissionato quelli del cinema a lui e ad alcuni amici suoi: «Ho sempre fatto i
graffiti – dice Peppe –, ma qua ad Avellino eravamo una nicchia. Quando sono
arrivato a Milano ero diventato uno dei tanti. Lì ti senti quasi obbligato a
metterti in gioco, a cercare di migliorare anche tecnicamente. Quell’ambiente
così competitivo, per quanto pesante, mi ha fatto crescere a livello stilistico,
per potermi ritagliare uno spazio in quella scena. Sinceramente, se non fossi
stato tre anni a Milano, a sbattermi, a cercare di fare sempre meglio, imparando
da chi era più bravo di me, non mi sarei mai preso la responsabilità di fare un
lavoro del genere. Queste cose iper-realistiche poi a me non fanno nemmeno
impazzire… Però comunque è un muro grande, e poi porta soldi».
Mi parla delle relazioni umane a Milano e di come, a un certo punto, abbia
iniziato a sentirle poco autentiche: «Sono rimasto scottato da alcuni rapporti
rivelatisi un po’ strumentali, come se l’obiettivo non fosse costruire amicizie
ma ampliare il proprio network, in ultima istanza per avere maggiori possibilità
lavorative. Inizialmente tornavo ad Avellino solo per Natale, Pasqua e in
estate. Poi, anche per una ragazza di qua, ho iniziato a scendere più spesso. Mi
mancava un modo più semplice di stare insieme, dei rapporti non orientati a
secondi fini. Anche perché, ad Avellino, quella logica semplicemente non c’è;
non è che puoi arrivare chissà dove tramite qualcuno… Per questo qua i rapporti
rimangono più spontanei».
Peppe mi dice che proprio quel cinema dove stanno facendo il graffito è stata
l’occasione per cui è tornato ad Avellino: «Dovevo fare il tirocinio
obbligatorio per l’università e, tramite avellinesi conosciuti a Milano, è
venuta fuori l’opportunità di farlo qui, al cinema Multiplex di Mercogliano. Ho
colto la palla al balzo e sono tornato. È stato un tentativo di riportare ad
Avellino quello che avevo imparato a Milano. In quel periodo è nato Sonoteca, un
progetto di sonorizzazione di film muti con musica elettronica. Riuscire a fare
una cosa del genere qui, coinvolgere le persone e vederle tornare la volta
successiva, valeva dieci volte di più che farlo a Milano. Là sono abituati a
questo tipo di eventi. Nosferatu del 1922 sonorizzato live con droni e
sintetizzatori in Irpinia, hai capito che roba!».
Recuperati giradischi e vinili, ci allontaniamo dal centro e andiamo verso il
Campo Coni. In cinque minuti accostiamo in doppia fila fuori il garage di
Antonello che sta lavorando con King. Insieme gestiscono un’associazione
culturale, I Love Av: la I, la nocciola avellana a forma di cuore e la sigla del
capoluogo irpino. Antonello viveva con me e Peppe a Milano. Per Pasqua è tornato
qualche giorno ad Avellino ma vive ancora su e studia al Politecnico. King, di
cui non ho mai saputo il vero nome, invece lavora a Varese per Poste italiane.
Per un incidente sul lavoro è in malattia ed è tornato un paio di mesi ad
Avellino. Il garage puzza di vernice e fumo buono. Stanno serigrafando la
Madonna di Montevergine su delle magliette. Ne mancano ancora una trentina per
cui li salutiamo per lasciarli lavorare, ci rivedremo in serata.
Ripartiamo e torniamo verso il centro di Avellino. Ad Altrove, lo spazio di
Alessandra, c’è un laboratorio di scrittura creativa sul rapporto tra poesia e
rap, organizzato da alcune ragazze che hanno messo su un club del libro. Lei è
fuori a fumare e mi dice che, per quanto a Torino la scena della danza
contemporanea sia sicuramente più viva che ad Avellino – dove, a quanto pare, la
scena è tutta lei –, era arrivata a un punto in cui voleva provare qualcosa di
nuovo, di suo. Farlo ad Avellino è stata la scelta più naturale. Ovviamente è
difficile tenersi in piedi, anche solo per l’affitto, però mi dice che valeva la
pena provarci.
Finisce il workshop, che più che un laboratorio è stata una conversazione sulla
pratica creativa dell’artista che lo teneva. Peppe dice: «In origine avevano
organizzato un laboratorio di scrittura, ma alla fine è diventato praticamente
un talk… Però capisci, per un evento del genere servono rapper, gente che
scrive. Quante delle persone in questa stanza scrivono secondo te? Questo format
può funzionare a Milano, a Roma, pure a Napoli, dove magari c’è il ragazzino che
fa le canzoni e usa il laboratorio per sperimentare. Ad Avellino siamo davvero
troppo pochi…».
Al di là della questione laboratorio o talk, l’evento sembra essere andato bene.
Tutti sembrano contenti e, finita la discussione, c’è un aperitivo a base di
birre Peroni e vino paesano. Peppe mette qualche disco e dopo un paio d’ore ce
ne andiamo. Non abbiamo cenato e, abituato agli orari napoletani, mi fa un po’
strano che di giovedì alle 23 non ci sia nessun posto aperto dove mangiare. Non
abbiamo nemmeno tanta fame, per cui decidiamo di saltare la cena. In meno di
cinque minuti siamo ai Cappuccini, fuori il bar Picone, ritrovo storico degli
ultras dell’Avellino. Anche se ad Avellino non ci sono mai stato, riconosco più
di una faccia: avellinesi passati per casa a Milano o conosciuti tramite i miei
coinquilini. Tra questi c’è Tommaso, (ormai non più tanto) giovane trapper, che
sta flexando la sua impresa del giorno. Gli hanno fatto una multa alla macchina,
a detta di Peppe uno degli introiti principali del Comune. Nelle sue storie di
Instagram, Tommaso ha pubblicato un video in cui dà degli sciacalli ai vigili
urbani. Si avvicinano un paio di ragazzi e gli dicono che è da stamattina che
stanno riguardando quel video a loop. Lui è entusiasta. Mi dice che il vigile ha
minacciato di denunciarlo e che quel video è un po’ sconveniente… però è troppo
iconico, novantotto mi piace, non poteva mai eliminarlo.
Lasciamo il bar Picone e le sue nuvole di hashish e torniamo verso casa. Tiriamo
fuori dalla dispensa le sfogliatelle che ho portato da Napoli. Ne prendiamo una
a testa e Peppe dice: «Me ne sono andato nel momento in cui più sarei dovuto
rimanere. Non c’è stato un ricambio che portasse avanti quella scena che avevamo
vissuto da ragazzini. A diciott’anni non hai la testa per costruire qualcosa. A
pensarci, saremmo dovuti essere noi a raccogliere la legacy di chi era venuto
prima e ci aveva avvicinato alla musica, ai graffiti, a tutta quella cultura.
Sono molto grato a questo posto. Gli interessi che ho sono nati qui e
probabilmente senza quelli non avrei nemmeno sentito l’esigenza di andarmene.
Quando sono tornato volevo restituire qualcosa, ma dopo cinque mesi mi rendo
conto che è molto difficile. Arrivi a poche persone… ma perché siamo proprio
pochi. Se tutti gli avellinesi fuorisede tornassero sarebbe incredibile. Infatti
a Natale, a Pasqua, quando organizziamo qualcosa, spacchiamo sempre: siamo tutti
qua e inevitabilmente si crea fermento. Con tutto quello che sta succedendo nel
mondo, secondo me ci sarà sempre di più la volontà di tornare a casa, di cercare
un posto sicuro. Con la guerra si torna sempre a casa…». (errico forte)
(foto di agnese giovanardi)
È una domenica notte di metà gennaio, i fuochi d’artificio hanno appena brillato
sul cielo di Palermo. Attraverso il centro storico, pattugliato da auto della
polizia devote al presidio delle nuove zone rosse. È passata da poco la
mezzanotte quando percorro in bici le strade dell’Albergheria, in direzione di
casa. Tutto tace. A piazza Colajanni, epicentro del progetto di riqualifica
dell’Albergheria Creativa, c’è solo un ragazzo che fa da guardia a un camion con
tanti cavalli disegnati sugli sportelloni laterali. Il bar Astra è chiuso,
il braciere di Piero lo stigghiolaro riposa sotto il gazebo che dà sulla piazza.
Oggi il mercato dell’usato è stato grande. Domani, pioggia permettendo,
monteranno in pochi, quelli che per tirare su dei soldi hanno solo questo
lavoro. Una mia amica stamattina cercava degli occhiali da sole. «Belli questi,
ma sono rovinati», le ho detto mentre si provava un modello buffo, appariscente,
un po’ da diva. «E chi è che non è rovinato di noi qua», mi ha fatto eco
Mariana, che é tornata da poco dalla Romania con suo marito, le tre figlie, suo
fratello e la loro gallina Nikolaj. Qualcuno vendeva un tavolo e panche di legno
che sembravano provenire da un rifugio alpino. Davanti la chiesa stava esposto
il modellino di un veliero alto più di in un metro. Poco più in là, un vestito
da prete, vero, non da carnevale. Sì, oggi il mercato è stato grande, divertente
e pieno. A testimoniarlo, a notte ormai giunta, un cumulo di roba invenduta che
riposa tranquillo in piazza San Francesco Saverio, la zona da cui si vuole
espellere il mercato, inadatto per quello che le istituzioni auspicano diventare
presto il nuovo “distretto creativo e del riuso”. È in quel cumulo di stoffe e
piatti e pagine di libri e infinità di altre materie che trovo Massimo.
STORIA DI MASSIMO
È da mesi che non lo vedo. L’ho conosciuto una notte infame di due anni fa. Un
gruppo di ragazzini lo aveva messo sotto col motorino, lasciandolo a terra con
una gamba fracassata e sanguinante. Non voleva che chiamassimo l’ambulanza,
voleva solo che lo aiutassimo a tornare al suo giaciglio tra le aiuole che
costeggiano corso Tukory, quasi all’altezza della ex pompa di benzina. Stasera
invece sembra in gran forma. Sta provando a smontare il cestello di una
lavatrice abbandonata sul marciapiede. Dopo qualche chiacchiera gli chiedo se
vuole che gli porti un martello da casa, visto che ormai ci sono quasi. Mi dice
che non ce n’è bisogno, ce l’ha quasi fatta. Massimo ha quarantatré anni, è
originario di Monreale. Ha lavorato a lungo come muratore. Un matrimonio alle
spalle, due figli, già due nipoti. Tempo fa passammo una serata assieme nel
cuore del mercato del cibo, da Sonia, la donna africana che ogni sera, da
quattordici anni a questa parte, accende la brace in piazza del Carmine e ci
mette su piccantissimi arrosticini e pezzi di pollo. Sonia pensa che prima il
mercato era più divertente: «Gli stanno togliendo l’anima con tutti questi
turisti».
Quella notte Massimo aveva voglia di parlare accanto alla griglia esalante fumi
caldi e odore di spezie forti come la donna che ci tribolava su. «Quando mi
sveglio cerco ancora l’odore della roba (l’eroina), poi non lo sento e mi
accorgo di non avere più bisogno di sentirlo, io non lo so com’è che ho fatto a
togliermi sta croce. Pesavo centocinque chili, dopo che mi facevo mangiavo come
un porco, io non mi sono mai bucato guarda – mi faceva vedere le mani e le
braccia – la roba me la fumavo. Stavo con l’obbligo di firma, quando vivevo a
Monreale, perché per anni mi ero attaccato alla luce del comune e quando
cominciarono ad arrivare le bollette non le pagavo, fino a che non mi hanno
sgamato. Arrivavo sempre tardi in questura, perché lavoravo in cantiere. Potevo
firmare dalle cinque alle sei e io magari arrivavo alle sei e dieci, sei e un
quarto. Fino a quando un giorno il commissario m’ha detto: “No no non c’è
bisogno che firmi, ti riaccompagniamo noi a casa”. Ce l’ho detto mica
mille, tremilacinquecentosessanta volte che si trattava solo di un ritardo! Ma
niente, sono iniziati i domiciliari. Dopo tre giorni c’avevo il braccialetto al
piede. Io ero dipendente dall’eroina, ho chiamato subito l’avvocato che mi
avevano assegnato e gli ho detto: “O mi fai fare il foglio per andare al SERT o
io stasera esco e mi vado a fare”. E così ho iniziato: lunedì, mercoledì e
venerdì al SERT. La luce non pagata si è trasformata in metadone. Otto mesi di
arresti uguale primi otto mesi senza eroina».
Ritrovata la libertà, dal carcere e dalla dipendenza, Massimo si è allontanato
da Monreale e ha preso a frequentare Ballarò, dove si è inventato un mosaico di
lavoretti: pulire il banco di un fruttarolo la mattina, aiutare nel pomeriggio
un amico che fa sbarazzi, di notte raccogliere dalla munnizza pezzi di ferro per
rivenderseli, ogni tanto montare al mercato. Non può permettersi di pagare
regolarmente un affitto, perciò abita per strada e quando riesce dà qualche
soldo a un amico per piazzarsi sul divano di casa sua. Lo saluto mentre è ancora
ostinatamente intento a scassare il cestello della lavatrice abbandonata. Mentre
salgo le scale di casa mi ricordo di una mattina in cui l’avevo beccato al
campetto di bocce, dove con altrettanta ostinazione insisteva nel vendere sotto
la pioggia battente. Gridava: «Oggi sconti visto che piove!». Sul lenzuolo steso
a terra quel giorno aveva un sacco di libri. Mentre li sfogliavo mi disse: «Io
coi libri ho sempre fatto così: leggo l’inizio, qualcosa a metà e poi la fine».
CON CHI STA IL TERZO SETTORE?
Il ricordo di Massimo al campetto di bocce mi fa tornare a riflettere
sull’Albergheria Creativa. All’associazione Sbaratto, nata nel 2019 sotto la
giunta Orlando, il progetto assegnerà la gestione del mercato dell’usato, una
volta terminati i lavori di riqualifica degli spazi urbani. Nel dicembre del
2023 Sbaratto, per una lunga giornata, ha partecipato al tavolo con gli esperti
della facoltà di giurisprudenza e coi nuovi potenti della giunta Lagalla. Tra i
tanti c’era anche Maurizio Carta, l’assessore all’urbanistica promotore del
progetto di riqualificazione dell’Albergheria. All’uscita da quell’incontro
Sbaratto ha stilato un documento dal titolo “Verso un regolamento del mercato
dell’usato dell’Albergheria”. Oltre a pulizia regolare, bagni chimici, ambienti
ben mantenuti e ben illuminati, pedonalizzazione, eccetera, l’associazione
richiedeva anche più presenza delle forze dell’ordine in quartiere. E poi
scriveva: “È possibile stralciare alcune zone di mercato [grassetto loro], come
il campo di bocce in via Villanueva o la piazza San Francesco Saverio,
quest’ultima da sempre esclusa dalle mappe del mercato. Ma è necessario non
limitare troppo l’area, ad esempio prevedendo la possibilità di vendita su
piazza San Pasquale e piazza Ritiro San Pietro, che sono parti fondamentali del
mercato”.
>Nonostante queste dichiarazioni, nei più recenti post sui canali social le
operatrici e gli operatori dell’associazione sembrano ritrattare. Scrivono frasi
come: “L’Albergheria Creativa, l’espulsione dei mercatari del campo di bocce, la
pedonalizzazione di fronte la chiesa di San Saverio: sono tutte decisioni che ci
hanno imposto, che si sappia!”. Oppure: “Sicuramente una cosa che abbiamo capito
è che i processi di formalizzazione sono ambigui, sono fragili, hanno delle
contraddizioni. […] Sono però anche l’unico strumento che al momento conosciamo
per dare un minimo di protezione, di visibilità mediatica, di capacità
negoziale”. Quest’ultima asserzione proviene da un post in solidarietà alle
lavoratrici e ai lavoratori del mercato torinese di via Carcano a
Torino, attualmente minacciato da una modifica della legge
regionale. L’associazione ViviBalon, che gestisce il mercato di via Carcano e
che ha contribuito a realizzare l’espulsione dei venditori “illegali” da Borgo
Dora, è comunque sempre portata in palmo di mano da Sbaratto, come nobile
esempio da seguire.
Mi chiedo spesso quale sarà la fine di questa storia, consapevole che le pagine
mancanti sono ancora tutte da scrivere. Non mi riesce però difficile immaginare
lo scenario lugubre in cui l’armata dei buoni rimetterà alla giunta di destra la
colpa dell’espulsione di molte, troppe persone dall’Albergheria. Mai
ammetteranno che la loro angoscia di cambiamento necessario – tanto dedita
all’imbellettamento urbano “dal basso” e alla legalizzazione del lavoro
informale – coopera visceralmente con un sistema che, a prescindere dal partito
di turno al governo, decide chi sta dentro e chi sta fuori, chi ha la dignità o
le carte in regola per vivere nei luoghi asettici del decoro e chi deve essere
spinto lontano dai riflettori della società dello spettacolo.
PERMANENZA IN STATO DI ALLERTA
Dalla primavera a oggi, il campo di bocce di via Villanueva è stato sottratto al
mercato dell’usato. Red Bull ci ha pittato su un osceno murales con tanto di
scritta “Ti mette le aaali” e una pattuglia della polizia lo ha presidiato ogni
weekend fino alla fine dell’estate. Dall’autunno mi è capitato spesso di
incontrare lì una guida turistica che porta a spasso signori che camminano a
testa china per via delle pesanti fotocamere appese ai loro colli. La guida
declamava la rinascita di un quartiere per mezzo di due spruzzi di vernice che
sono valsi al comune di Palermo duecentomila euro grazie alla pubblicità
dell’energizzante. Così perlomeno mi ha raccontato a inizio settembre Nanà,
mercataro da vent’anni, espulso dal campetto.
In estate Nanà ha preso a montare su corso Tukory, alimentando il processo di
naturale straripamento che solo un fiume senza foce come il mercato può mettere
in atto nel momento in cui gli si devia il corso. Un giorno di fine estate, dopo
una retata della polizia che una mattina aveva sgomberato sia i mercatari sia le
persone che vivono per strada in quel tratto del corso, Nanà mi ha detto:
«Abbiamo arrivato! Salvo Imperiale [il consigliere comunale della DC, molto in
voga nel quartiere] ha detto che noi che non siamo iscritti all’associazione
Sbaratto dobbiamo trasferirci al parcheggio Basile [un quadrilatero adiacente al
Centro di Raccolta Comunale, a due passi dalla strada a scorrimento veloce che
circumnaviga Palermo, nella periferia ovest]. Per due anni saremo autonomi, poi
arriverà anche lì l’associazione a rappresentarci. Intanto dentro l’Albergheria
ci rimangono solo quelli già tesserati».
Per qualche settimana di settembre effettivamente chi montava su corso Tukory si
è spostato nel parcheggio. Lì tirava un’aria quieta e desolata che nulla aveva a
che vedere col pullulare di urla e sguardi, oggetti stravaganti e beni di prima
necessità che ogni mattina abita le strade dell’Albergheria. L’ultimo weekend di
ottobre, però, su via Basile era rimasto solo lo sportello in lamiera di un
vecchio armadio. “Il mercatino dell’usato è qui nel parcheggio” diceva, ma
dentro regnava il deserto. Nanà aveva ripreso il suo posto su corso Tukory e mi
ha detto: «Ho cambiato idea, finché non ci cacciano con la forza resto qui».
A fine agosto del 2025 il comune di Palermo ha emanato un bando di gara per
l’affidamento dell’appalto dei “lavori di rigenerazione dell’Albergheria come
distretto creativo e del riciclo”. Il 14 gennaio 2026 l’appalto è stato
aggiudicato alla Coinap Srl di Bronte, che ha presentato un’offerta al ribasso
rispetto all’importo a base d’asta pari a 350 mila euro. “Al posto dell’asfalto,
di concerto con la sovrintendenza dei Beni culturali, si è scelto il basolato in
Billiemi quale materiale per la pavimentazione. Il fulcro del cambiamento sarà
piazza San Francesco Saverio, che verrà trasformata in un’isola pedonale e area
conviviale. Qui, nell’area che va dalla chiesa alla via San Francesco Saverio,
saranno invece utilizzati ciottoli di fiume con inserti di pietra calcarea di
Sicilia, che verrà posizionata lungo le linee di attraversamento diagonale della
piazza”. Così scrive PalermoToday, allegando rendering della piazza del futuro,
attraversata da avatar di donne sui tacchi a spillo e di uomini in carriera che
parlano al telefono. I lavori dovrebbero iniziare la prima settimana di
febbraio.
Ora è mattina. «Hai visto? Siamo ancora qua!» – mi ha detto Alessia, mentre il
mercato brilla affollato nel suo splendore. «Sta per tornare mio figlio dalla
Svizzera. Quando finisce la stagione al ristorante viene a farsi un po’ di
vacanze qui. Mi darà una mano a montare, anche se io non mi posso lamentare, un
aiuto qui lo ricevo da tutti». Alessia è sempre di buon umore. Prende la
pensione di invalidità, ma per arrivare a fine mese ha bisogno di fare il
mercato. Per questo è ancora qua. E il suo solo esserci significa resistere alle
politiche di bonifica di questo tempo della storia. Non smetto di pensare che
dovremmo mantenere gli occhi aperti su quanto accade al mercato e posizionarci a
fianco delle mercatare dell’Albergheria, soprattutto di quelle non associate. I
volti e le storie di Alessia, di Massimo, di Nanà non possono trasformarsi in
gelide pietre calcaree, che io non saprei mai ingoiare. (agnese giovanardi)
(archivio disegni napolimonitor)
«E ora dove andiamo?», si chiede e ci chiede un ragazzo del Bangladesh. Siamo
arrivati davanti al magazzino 2A del porto vecchio di Trieste intorno alle 13:30
del 3 dicembre quando ormai da alcune ore è in corso uno sgombero delle persone
in movimento provenienti soprattutto da Pakistan, Afghanistan, Nepal e
Bangladesh che vivevano da tempo nella struttura. Sotto a una tettoia di cemento
in diversi aspettano di capire il loro destino, mentre due operai montano delle
grate e dei pannelli di compensato sulle porte e gli infissi del magazzino per
impedire che venga rioccupato. Degli operatori della Protezione civile ripiegano
dei gazebo, mentre alcuni poliziotti fanno capannello poco distanti. Passano tir
che trasportano dei container. Se si guarda verso il mare si vedono delle
persone che camminano, ci sono dei panni stesi.
Alcuni migranti vengono fatti salire su dei furgoncini della polizia per essere
identificati in questura. Altri sono stati già trasferiti in altre regioni. Chi
è rimasto ha spesso in mano un documento dell’ufficio della questura di Gorizia
che ha ricevuto la loro domanda d’asilo: si tratta dell’invito a presentarsi per
formulare la domanda; i documenti che vediamo presentano diverse cancellazioni e
riscritture delle date per l’appuntamento. La questura di Trieste nelle ultime
settimane ha fatto resistenza alla presentazione di domande d’asilo e questo ha
spinto chi voleva iniziare la procedura ad andare a Gorizia o Monfalcone, salvo
poi non trovare posto nei sistemi di accoglienza di quella provincia. Sono
quindi rimasti a Trieste, senza poter più accedere ai posti dell’accoglienza
locale e sentendosi dire il giorno dello sgombero che la questura di Trieste non
è responsabile per quello che fanno altre questure. Ora si chiedono perché loro
che sono arrivati da più tempo qui siano stati messi da parte, senza soluzioni
abitative alternative ai vecchi magazzini.
Per chi arriva a Trieste dalla rotta balcanica le problematiche sono molteplici:
una è la gestione dei trasferimenti verso altre regioni (più o meno frequenti a
seconda del momento) e la mancanza di un solido sistema di accoglienza locale in
grado di fare fronte ai flussi migratori da cui la città è interessata da anni.
Quando i trasferimenti diventano più rari i posti in accoglienza diventano
insufficienti e si crea l’impressione dell’“emergenza”. Chi arriva, sia che
voglia rimanere a Trieste sia che voglia andare via, deve trovare così delle
soluzioni autogestite. Per anni l’enorme Silos, un insieme di due edifici ormai
diroccati accanto alla stazione ferroviaria, ha rappresentato il punto di
approdo per chi si trovava in queste condizioni. Sgomberato per l’ultima volta
il 21 giugno 2024, il Silos è ora al centro di un tentativo di vendita da parte
della Coop, proprietaria dell’immobile, e nel frattempo è stato circondato da un
parcheggio e da uno spiazzo cementificato per fare spazio al Cirque du Soleil
durante la scorsa estate.
Dopo lo sgombero del Silos le persone in movimento che transitano per Trieste
hanno trovato proprio nel vicino porto vecchio una nuova soluzione abitativa.
L’intera area, estesa circa sessanta ettari e realizzata nella seconda metà
dell’Ottocento come infrastruttura logistica per sostenere lo sviluppo del
porto, è stata in disuso per decenni: si tratta soprattutto di grandi magazzini
a più piani con ballatoi che danno sull’esterno, rimasti inutilizzati dopo la
diffusione dei container come strumenti per spostare le merci.
Il porto vecchio è ora al centro di un processo urbanistico che nei piani del
Comune dovrebbe trasformarlo del tutto nel giro di pochi anni. Al momento
diversi lavori sono in svolgimento, ma la maggior parte dei magazzini è rimasta
ancora al di fuori degli interventi e sono diventati così il rifugio per un
numero imprecisato di persone. Il giorno dello sgombero, in una nota il
Consorzio italiano di solidarietà di Trieste ha parlato di circa centocinquanta
persone coinvolte nell’operazione, con quaranta escluse dai trasferimenti, e ha
denunciato il mancato coinvolgimento delle realtà attive sul territorio
nell’accoglienza alle persone in movimento.
Lo sgombero è avvenuto dopo che nelle ultime settimane erano stati segnalati
nella stessa zona degli incendi la cui causa è difficile ricondurre a fuochi
accesi per riscaldarsi o per cucinare, visto che sono avvenuti o all’esterno o
in spazi non abitati. Questi episodi potrebbero essere stati usati come motivo
per accelerare lo sgombero, avvenuto peraltro in un momento in cui le
temperature si stanno abbassando e le giornate di vento forte sono in aumento.
Rimane però il fatto che gli altri magazzini sono stati ignorati, facendo
emergere ancora una volta la mancanza di un piano organico per affrontare il
problema dell’accoglienza e per non lasciare delle persone al freddo e senza
nessun tipo di servizio.
Questo carattere dell’operazione è emerso con forza nel pomeriggio dello stesso
3 dicembre, quando è stata data la notizia della morte di MagouraHichemBillal,
un cittadino algerino di trentadue anni. Il suo corpo è stato trovato da un suo
compagno in un edificio collocato a poca distanza dai magazzini sgomberati. Le
circostanze della morte non sono state ancora chiarite. L’Ics in un comunicato
ha parlato di morte annunciata e denuncia la mancanza di servizi a bassa soglia
capaci di intercettare chi si trova in difficoltà senza mettere barriere
d’accesso. Finora la scelta di chi amministra la città, e in particolare della
giunta del sindaco Roberto Dipiazza, è stata evitare l’attivazione di strutture
di questo tipo, sostenendo che avrebbero solo attirato sempre più persone dalle
rotte migratorie. La soluzione proposta è stata quindi nascondere per quanto
possibile il problema scaricando poi le attività di assistenza ad associazioni
come Linea d’Ombra, che da anni si occupa dell’accoglienza di chi arriva dalla
rotta balcanica, e ad altre strutture legate alla Caritas o alla comunità di San
Martino al Campo che gestisce il cruciale centro diurno, un punto di riferimento
per chi si trova in situazione di difficoltà a Trieste.
Un reportage del quotidiano locale Il Piccolo, pubblicato il 5 dicembre, ha
avuto gioco facile nel sottolineare la sporcizia e la precarietà dei luoghi in
cui vivevano i migranti all’interno del porto vecchio, dimenticando di
sottolineare come precise scelte politiche abbiano contribuito a creare questa
situazione. La stessa cosa era stata fatta anche all’indomani dello sgombero del
Silos. La morte di Magoura Hichem Billal arriva in un periodo che ha visto altre
tre morti di migranti in Friuli Venezia Giulia: Shirzai Farhdullah, venticinque
anni, a Pordenone; Nabi Ahmad, trentacinque anni e Muhammad Baig, trent’otto, a
Udine. Tutti e tre sono morti per intossicazione da monossido di carbonio,
avvenuta mentre cercavano di scaldarsi.
Il porto vecchio rimane abitato in mancanza di alternative mentre al di fuori i
lavori avanzano e promettono di dare una spinta ulteriore alla trasformazione di
Trieste in una città sempre più a misura di turista. Rimane anche la certezza
che lo sgombero non risolve un problema ormai strutturale di cui le istituzioni
dovrebbero farsi carico con un piano chiaro e di lungo periodo. Per il momento
rimane, pesante, la domanda: «E ora dove andiamo?». (alessandro stoppoloni)
(disegno di irene servillo)
Sono a Trieste per lavoro. Alle persone dico che mi occupo dell’accoglienza per
un noto festival cinematografico, ma in sostanza faccio l’autista. Devo
trasferire gli ospiti in vari teatri e poi assicurarmi che non perdano il volo
di ritorno. Non è un lavoro difficile, forse stancante, ma di positivo ha il
metterti alla prova in varie situazioni. La principale difficoltà è quella di
trovare parcheggio, soprattutto in una città piccola e ricca come questa.
Ovunque mi giri vedo suv, berline e macchine costose, sembra che nessuno guidi
utilitarie. Ogni volta che torno in questa città il pensiero va al tenore di
vita. Le persone sono ben vestite, solitamente hanno una shopper di qualche
boutique tra le mani. I palazzi sono bassi, curati, con bellissimi infissi
colorati e piante verdeggianti dietro grandi finestre-balcone. Dopo giorni in
continuo movimento i miei occhi si abituano a quella realtà fatta di
pellicciotti, cappellini, caffè in vetro e attese ai semafori. Finisco per
assuefarmi e neanche mi chiedo più dove siano finiti tutti gli altri: quelli che
non parcheggiano e non vanno in boutique.
Incontro Emanuela, una giornalista che trasporto dal lussuoso e centralissimo
Hotel Modernist alla periferica e abbandonata Rozzol Melara. Deve fare una
presentazione di un libro nella sede di un’associazione. Percorro i tornanti che
dal centro portano verso il limite nord della città. Superata la zona
residenziale mi si para davanti un gigantesco complesso brutalista: due
scatoloni in cemento collegati da ponti in ferro e costellati da piccole
finestre intervallate da giganteschi oblò. Percepisco una sensazione già nota.
Sono attratto da quella struttura come da un morto in autostrada, che vuoi
vedere e non vuoi vedere. Accompagno Emanuela e decido di addentrarmi. Ho poco
tempo prima del prossimo pick-up.
Mi rendo conto che quel tipo di complesso è qualcosa di contemporaneamente
familiare e inedito. Il cemento delle pareti sta iniziando a macchiarsi e a
formare lunghe lingue verdastre. Molte vetrate sono spaccate, i graffiti
ricoprono le superfici interne, c’è un’intensa puzza di urina e pochissime
persone: un’anziana con un carrello, un uomo con un cane. Mi addentro ancora di
più, arrivo fino ai garage. Si accende automaticamente la luce generale,
attivata da un qualche sensore. Ci sono molte macchine costose in fila: suv,
berline, ecc. Un uomo in tuta e scarpe da ginnastica mi taglia la strada, a
tracolla ha delle racchette da tennis. Entra in una Bmw e parte. Salgo la rampa
di scale, passo in una delle uscite di emergenza che permettono l’ingresso nei
palazzi dal garage. Mi ritrovo in un lungo tunnel con il pavimento in gomma, ai
lati file di attività abbandonate. Un gruppo di ragazzi fumano una canna. Li
supero e finisco in una piazza coperta all’incrocio di quattro vie. Seduti su un
cubo in cemento, utilizzato come panchina, ci sono due anziani. Il signor
Michele e il suo amico Giovanni. Chiedo se sono del posto e intanto mi accendo
una sigaretta. «Noi sì, siamo nati qua – dice il signor Michele –. Qua l’ha
fatta l’Atar, sarebbe l’azienda territoriale per l’edilizia. Ha fatto
seicentoquaranta appartamenti, hanno cominciato nel ’69, hanno fatto mezza ala,
poi hanno fatto l’altra, ci abitavano milleseicento persone in quasi novantamila
metri quadri. Ma adesso sono cambiate le cose. Prima c’era un ufficio postale,
c’erano un sacco di cose. L’hanno costruito gli architetti di Trieste, era un
Ordine intero… trenta tra architetti e ingegneri. Il coordinatore era Celli, che
aveva anche uno studio importante a Trieste. Doveva essere un paese nel paese,
ma hanno fatto una cazzata. Il cemento è fatto per sgretolarsi, e qui si sta
sgretolando tutto. L’idea di partenza era anche buona, i primi vent’anni ha
funzionato. Adesso mi sembra solo un mostro di cemento, non c’è un cazzo».
«Qui ci vive un po’ di tutto – continua Giovanni, l’amico –. Lo chiamano “il
quadrilatero” quando parlano di cose ufficiali, ma è conosciuto anche come
Bronx. Ci sono cose che non vanno bene, mettono gente che si dovrebbe
recuperare. Non sanno dove metterla e la mettono qua, extracomunitari e zingari.
Gira un po’ di tutto. Qua per fare politica costruiscono casone, palazzoni e se
ne fottono di quelle vecchie, qualcuno gli dovrebbe dire: “Dio bono, sistema
quello che c’era prima”, no? Lo fanno perché così possono dire che hanno
costruito».
Ora capisco la sensazione provata inizialmente. Quel richiamo che mi ha portato
a scendere dall’auto, che mi ha fatto immergere nel quadrilatero di Rozzol
Melara: come trovarsi davanti un sogno disatteso, una visione rimasta
incompleta. L’idea di una schiera di ingegneri e architetti influenzati dalle
teorie socio-architettoniche di Le Corbusier che hanno creduto di poter
costruire una città fatta su misura dei cittadini, con tutto ciò che sarebbe
servito, trascurando i fattori dell’identità e del rapporto con la “dimensione
umana” che impallidisce all’ombra di un colossale blocco di cemento. Domando al
signor Michele e al signor Giovanni come si vive oggi nel “quadrilatero”.
«Qua aprono solo cose di comunità e associazioni, non ci sono attività. Provano
a fare qualcosa per le persone, hanno aperto una biblioteca per i ragazzi un
anno fa – risponde Michele –. Poi c’è un bar e basta, manco un panettiere,
bisogna andare fuori, non c’è neanche una banca. Almeno c’è l’autobus che ti
porta a Trieste, sono dieci minuti. Poi qua spendono un mare di soldi, stanno a
spendere per cambiare gli ascensori, quindi bene, perché qui ci stanno dei
vecchi come noi che capirà, come salgono su sti palazzoni? Ma sono cinquanta
ascensori, strutture enormi… Quindi qualcosa la fanno. Ma poi è tutto pisciato.
Gli extracomunitari, che per carità io non voglio giudicare, ma non si possono
integrare, fanno le cose a cazzo e magari non hanno lavoro…».
«C’era anche un’altra passerella, ma l’hanno tirata giù – ricomincia Giovanni –,
hanno tolto dei ponti perché una decina si sono buttati giù. Sai, qui c’è gente
che ha problemi, non c’è psicologo, non c’è niente, e si sono buttati giù dal
ponte. Queste sono case popolari. I giovani non possono lavorare e magari si
trovano i debiti o si sentono falliti. Io il mio l’ho fatto, prendo mille e
quattro di pensione, non mi lamento. Sono del ’54, ho lavorato quarantadue anni
e cinque mesi. Mi dispiace per loro. I giovani stanno impazzendo per questo, si
fanno patologie, disturbi, io non riesco a fregarmene anche se sono vecchio».
«Io ho fatto un po’ di tutto – continua Michele –. Sono andato in alto e poi
sono andato in basso, nelle fabbriche sempre qua in zona. Poi sono andato in
“mamma Rai”, mi ha mandato l’ufficio del lavoro. Però sempre meglio di quelli di
adesso: un ragazzetto che era perito in telecomunicazioni doveva riparare una
radio e non sapeva fare un cazzo. Ma dio bono, dico io, che si studiano questi?
A che serve? Io sono radioamatore. Sono entrato in Rai con la terza media, sono
andato a lavorare con le camere e con i registratori. Ma ci mandavano in posti a
cazzo, sui campi minati… Eravamo in tre, giornalista, operatore e uno che segue
per portare il necessario. Io portavo le cose, che sembrava avessi addosso
un’armatura, quindici chili pesava quella roba là. Era faticoso, in due anni
dieci persone se ne sono andate. Uno che è andato dove dovevo andare anch’io,
qua vicino in Bosnia, gli è arrivato un missile ed è morto. Ho fatto bene ad
andarmene, mi sono salvato, altro che. Gli davano dei soldi, ma ti sparavano,
col cazzo che ci andavo, già normalmente camminavo sulle bombe…».
Guardo l’orologio, è tardissimo. Ringrazio il signor Michele e il signor
Giovanni e procedo a ritroso: passo dalla piazza al tunnel, discendo le scale di
uno dei palazzi, taglio per un parchetto con delle giostrine, arrivo sulla
strada ed entro in auto. Metto in moto e discendo i tornanti a velocità
sconsiderata. Prima dell’ultima curva guardo lo specchietto retrovisore. Vedo i
palazzoni in cemento scomparire dietro la montagna. (fabrizio ferraro)
(disegno di andrea nolè)
Il processo di primo grado per i maltrattamenti nei confronti degli ospiti della
struttura per persone con disabilità di Montalto di Fauglia, gestita dalla
fondazione Stella Maris in provincia di Pisa, si è concluso, dopo sette anni di
dibattimento, il 4 novembre scorso con dieci condanne agli operatori e alle
operatrici e cinque assoluzioni. Due operatori sono stati assolti. Assolti anche
il direttore sanitario e le due dottoresse responsabili della struttura.
Il dispositivo sposa quasi a pieno la tesi che la Stella Maris aveva caldeggiato
sin dall’inizio, tanto che la giudice Messina ha condannato penalmente solo gli
esecutori materiali delle violenze. Evidentemente non poteva farne a meno: le
immagini degli abusi e dei maltrattamenti erano e restano inequivocabili.
L’assoluzione dei dirigenti medici, figure apicali dell’organizzazione, vorrebbe
rappresentare un segnale chiaro: i piani alti non si toccano. Alla Stella Maris
è stata però riconosciuta una responsabilità civile da quantificare in un futuro
processo civile, qualora lo decideranno le famiglie. E questo non è poco.
Innanzitutto, perché per molti mesi si è rischiato che il processo rimanesse
impantanato sino alla prescrizione, tanto era stata lenta, e rallentata
scientemente in una prima fase, la successione delle udienze. Poi perché, almeno
in primo grado, una forma di responsabilità, anche se solo civile, è stata
riconosciuta alla Stella Maris. Alla Fondazione spetta infatti il pagamento
delle spese processuali, anche di quelle spettanti agli operatori condannati,
qualora questi non fossero in grado di sopperire autonomamente. Il “noi non
c’entriamo nulla” che trapela dal conciliante comunicato del presidente della
Fondazione (che si conclude con uno goffo appello al “Bene” con la B maiuscola)
andrebbe pertanto riconsiderato in questa prospettiva. Rimane lì, infatti, a
testimoniare un malcelato imbarazzo nei confronti di una vicenda che ha gettato
non poco discredito sulla sbandierata “eccellenza” dell’“istituto di ricovero e
cura a carattere scientifico”.
La sentenza, tuttavia, non soddisfa la richiesta di giustizia che le famiglie si
sarebbero aspettate dopo anni di attesa. La tesi del pubblico ministero, che
assegnava alle dottoresse la responsabilità maggiore per le violenze perpetrate
all’interno della struttura, è stata ribaltata. Colpevole non è chi aveva
assunto personale non qualificato, chi deteneva la gestione della struttura, chi
doveva vigilare. Colpevole è, ancora una volta, solo chi agiva in prima linea e
lì si è “sporcato le mani”. Rimangono impuniti i responsabili, assolto è chi
doveva occuparsi della formazione del personale, non colpevoli penalmente sono
state considerate tutte le rappresentanze della filiera di gestione e
organizzazione che avrebbe dovuto occuparsi della presa in carico e della cura
dei ragazzi con disabilità.
Il primo a uscire di scena è stato il direttore generale Roberto Cutajar:
dapprima condannato con rito abbreviato a due anni e otto mesi, poi assolto in
appello con la motivazione che “le responsabilità della gestione e delle
assunzioni andavano ricercate altrove”, una motivazione fondata sul fatto che
Cutajar era il responsabile dell’intera Stella Maris e non solo del presidio di
Montalto. Le responsabili effettive della sede Stella Maris di Montalto sono
state in seguito individuate quindi nelle due dottoresse, ma anche loro, alla
fine, sono state ritenute non condannabili (si attendono sul punto le
argomentazioni nella motivazione della sentenza).
Rimane inevasa una domanda cruciale: ma allora, chi decideva a Montalto? Chi ne
presiedeva la gestione e il controllo? Un velo di omertà ha coperto sin
dall’inizio le vicende di un processo di per sé clamoroso, che avrebbe dovuto
avere una ribalta nazionale. Si è trattato infatti del più grande processo per
maltrattamenti a persone con disabilità nella storia d’Italia, eppure le
telecamere sono state tagliate fuori sin dalla prima udienza. Secondo la giudice
non sussisteva alcuna rilevanza sociale per un evento di questa portata:
ventiquattro famiglie, diciassette imputati, oltre duecentottanta episodi di
violenza registrati dalle impietose microcamere (posizionate esclusivamente
negli spazi comuni) in tre mesi. Coerentemente con questa impostazione, la
giudice ha pensato bene di emettere la sentenza a porte chiuse, in presenza di
soltanto alcune famiglie, come se per i sette lunghi anni della durata del
processo l’aula fosse stata assediata da orde di parenti scomposti e
irrispettosi.
In realtà, mai un urlo di sdegno, mai un commento sopra le righe si è levato
nell’aula. Non davanti alle immagini delle sevizie dei propri cari, quando
qualche genitore ha preferito uscire dall’aula piuttosto che inveire; non di
fronte alle testimonianze di chi con arroganza parlava di “buffetti di
simpatia”, “linguaggio colorito”, “strumenti inadeguati di relazione” da parte
degli operatori; non di fronte a un consulente di parte che impunemente
affermava che “quelle persone non sono neanche in grado di provare dolore”; e
neppure quando, come se fosse una cosa normale, è venuta a galla l’aberrazione
dei “tappeti contenitivi”, comprati all’Ikea e spacciati come un “presidio di
civiltà”, per “evitare i lividi sui pazienti” prodotti dai consueti strumenti di
contenzione fisica (strumenti di contenzione che intanto continuavano a essere
utilizzati, producendo fratture e traumi vari).
Di fronte a questa galleria degli orrori il pubblico e i parenti hanno mantenuto
un atteggiamento fin troppo rispettoso: lacrime e dolore soffocato, nel rispetto
di chi avrebbe dovuto assicurare loro una parvenza di giustizia. Solo al termine
della requisitoria del pm Pelosi, nella quale erano state individuate
motivazioni e responsabilità di tanta violenza a partire dalle figure apicali,
si è levato dai banchi in fondo (luogo di costante presenza delle parti civili)
un applauso lungo e liberatorio.
Ciò che emerge dal processo, ma non dalla sentenza, è che la Stella Maris
sapeva. Risultano agli atti violenze compiute nella struttura sin dal 2002. Nel
2009 un altro operatore aveva mandato al pronto soccorso un ospite per una
ecchimosi e una frattura a un dito. Nel 2014 lo stesso avrebbe schiaffeggiato e
schiacciato con le ginocchia un adolescente (davanti a questa denuncia il
direttore Cutajar avrebbe sospeso il responsabile, senza licenziarlo). Dalle
intercettazioni telefoniche, le dottoresse responsabili della struttura
lamentavano di aver denunciato più volte i dipendenti violenti: “Questi quattro
stronzi dovevano essere mandati via illo tempore perché noi abbiamo fatto tutte
le segnalazioni all’istituzione, la quale si è ben guardata dal procedere…”.
Ancora più inquietanti i messaggi dei genitori alla giornalista della Rai Maria
Elena Scandaliato, che provava a intervistarli: “Io ho paura. Me lo dico da sola
che è una cosa sbagliata, ma io c’ho mio figlio lì dentro…”. D’altronde anche il
tono degli scambi telefonici tra i dirigenti della Stella Maris, era questo: “I
genitori sono ambigui, però io voglio dimettere tre persone, per dare un segnale
ai genitori eh… Perché loro devono stare attenti!”¹.[1] Il tutto, mentre la
struttura di Montalto di Fauglia propagandava sé stessa con queste parole,
tratte dalla sua Carta dei servizi:
“La nostra filosofia di intervento è ‘prenderci cura’ oltre che curare,
ascoltare e coinvolgere sia il paziente che i familiari. […] La nostra
organizzazione è centrata sul modello del piccolo gruppo di pazienti condotto da
educatori professionali e da assistenti con funzioni educative, che fungono da
‘io ausiliario’ o ‘compagni adulti’ dei pazienti, che li supportano
concretamente e psicologicamente in ogni atto della vita quotidiana. I programmi
di trattamento sono differenziati sia sulla base dei protocolli che sulla base
delle caratteristiche individuali di ogni ragazzo che è visto come portatore di
affetti, bisogni emotivi, aspirazioni, competenze”.
HANNO VINTO I POTENTI
Medici e sanitari dei reparti psichiatrici hanno avuto la conferma di quella
sorta di scudo penale che spesso li protegge nell’esercizio delle loro funzioni.
Troppe volte come Collettivo Artaud abbiamo assistito alla cerimonia
inconcludente della giustizia dei tribunali. Questa sentenza assolutoria è solo
l’ennesima di una lunga serie, con la conseguenza che all’aumento della
presunzione di intoccabilità corrisponde un incremento del ricorso agli
strumenti più controversi della pratica psichiatrica di derivazione manicomiale:
elettroshock, contenzioni, Tso.
La Fondazione (privata) Stella Maris continuerà a ricevere contribuzioni di
milioni di euro dalla Regione Toscana, che intanto si era guardata bene dal
costituirsi parte civile al processo. Al contrario, si era anzi premurata di
premiare l’eccellenza Stella Maris con il Gonfalone d’argento, massima
onorificenza toscana, nello stesso 2021 in cui il processo era nelle sue fasi
più calde.
D’altronde, Stella Maris continua a investire: 27.830 metri quadri su quattro
livelli, quarantaquattro camere per la degenza, altrettanti ambulatori,
cinquanta sale per l’osservazione terapeutica, ventiquattromila metri quadri di
parco. Sono queste le cifre del nuovo ultramoderno ospedale che sorgerà a Pisa,
zona Cisanello. L’inizio dei lavori è stato inaugurato in pompa magna da
sindaco, vescovo e autorità varie, compreso il presidente della Regione, quelle
stesse autorità che non hanno rivolto nemmeno una parola alla famiglie, di
fronte allo scempio del dolore e delle immagini dei maltrattamenti e di un
processo che è andato avanti per anni.
Certo, non si può sospettare di chi agisce per conto del Bene: “Nei nove anni
che sono trascorsi dai fatti di Montalto di Fauglia – afferma ancora il
comunicato di Stella Maris emesso dopo la sentenza – abbiamo impegnato tutte le
nostre energie per migliorare sempre più le nostre attività riabilitative. Il
nostro compito è sempre quello di dare il meglio con professionalità e
soprattutto con il cuore, imparando dagli errori”.
A Marina di Pisa, intanto, la struttura che sostituisce Montalto di Fauglia da
quando è stata chiusa, il personale è sì cambiato, ma non vi può entrare nessun
visitatore, neanche i genitori o i parenti dei ragazzi (gli ospiti vengono
accompagnati all’esterno quando i familiari vanno a prenderli). Nel frattempo,
all’interno di altre strutture, dove nessuno entra e dove non è previsto alcun
tipo di controllo, storie simili a quelle della Stella Maris continuano a
ripetersi, riproponendo i dispositivi delle istituzioni totali. Imperia (Villa
Galeazza), Manfredonia (Stella Maris), Foggia (Opera Don Uva), Como (Comunità
Sacro Cuore), Cuneo (Cooperativa Per Mano), Ivrea (Ospedale di Settimo
Torinese), Siracusa (strutture per disabili e anziani), Bologna (Villa Donnini),
Perugia (Centro Forabosco), Decimomannu (Centro AIAS), Brescia (Comunità
Shalom), tanto per citare solamente i casi più recenti: botte, violenze,
contenzioni meccaniche, maltrattamenti, insulti, umiliazioni.
Giustizia insomma non è fatta: le pratiche manicomiali sopravvivono intatte e,
malgrado le promesse della legge 180, continuano a seminare dolore; le strutture
che le utilizzano, continuano a presentarsi all’esterno come paradisi di
accoglienza e cura, mentre la giustizia dei tribunali volge lo sguardo altrove,
di fronte ad abusi perpetrati da un modello di psichiatria obsoleto e
fallimentare (collettivo antipsichiatrico antonin artaud)
______________________
¹ La Storia di Mattia in una puntata di Spotlight (Rai News 24)
(archivio disegni napolimonitor)
La scorsa estate, a seguito di ripetute tensioni createsi all’interno del
carcere di Matera, una certa attenzione mediatica si concentrava sul
funzionamento dell’istituto e sulle sue criticità. Dopo una visita alla casa
circondariale, la garante regionale per i detenuti Tiziana Silletti denunciava
una situazione insostenibile in termini di sovraffollamento, con 197 detenuti a
fronte di 132 posti (dato coerente con quello di tutte le strutture della
regione Basilicata, che si attesta sul 144 per cento). Poche settimane dopo,
l’associazione Luca Coscioni, che aveva lavorato a un report sulla situazione
sanitaria delle carceri della regione, comunicava che l’azienda sanitaria
materana non aveva fornito alcuna documentazione a dispetto della richiesta di
accesso civico agli atti.
Con il passare dei mesi, a dispetto di una situazione rimasta pressappoco
immutata, l’interesse per le condizioni del corpo detentivo dell’istituto
materano sembra essersi sopito. Nel tentativo di rialzare il livello di
attenzione su quanto accade in quel carcere, e ovviamente in tanti altri
istituti del paese, pubblichiamo a seguire un resoconto della dottoressa Maria
Clara Labanca, medico penitenziario e membro dell’associazione Yairaiha.
* * *
Celle sovraffollate, personale sanitario insufficiente e accesso alle cure
estremamente limitato: questa è la realtà quotidiana del carcere di Matera. La
struttura, progettata per centotrenta posti, ospita stabilmente oltre
centosettanta detenuti, con punte superiori alle duecento unità. In questo
contesto, il diritto alla salute dei detenuti risulta sistematicamente
compromesso.
Il presidio sanitario funziona in maniera frammentaria. La mattina non è
presente alcun medico, e a volte il peso della gestione di casi clinici
complessi ricade sugli infermieri, costretti a intervenire senza supervisione
diretta. Le visite mediche, effettuate nel pomeriggio, si svolgono in modo molto
concitato a causa della carenza di personale di polizia che limita gli
spostamenti dei detenuti. Questo comporta un aumento del rischio di diagnosi
incomplete, visite superficiali e ritardi nella presa in carico di patologie
rilevanti. Di notte, tutte le emergenze ricadono su un unico medico, senza
supporto infermieristico, compromettendo ulteriormente la capacità di intervento
tempestivo.
La salute mentale dei detenuti è un ambito particolarmente critico. Lo
psichiatra effettua interventi solo due ore a settimana, a fronte di un numero
elevato di soggetti con disturbi psichici spesso associati a problemi di
tossicodipendenze. In assenza di percorsi terapeutici strutturati, molti di essi
vengono trattati con psicofarmaci senza adeguato inquadramento diagnostico,
aumentando il rischio di effetti collaterali e senza risolvere le problematiche
esistenti. Inoltre, alcuni agenti penitenziari esercitano pressioni indebite sui
medici affinché somministrino sedativi o ipnotici, trasformando il trattamento
psichiatrico in strumento di controllo piuttosto che in intervento terapeutico.
Non sono neanche infrequenti episodi di tensione tra personale sanitario e di
polizia penitenziaria, di fronte a un rifiuto da parte del medico nella
prescrizione di questa tipologia di farmaci. La carenza di supporto psicologico
e di personale qualificato determina un peggioramento dei disturbi psichici, con
ricadute sulla sicurezza interna e sul benessere dei detenuti.
Le visite specialistiche rappresentano un ulteriore fattore di criticità.
Consultazioni come quelle gastroenterologiche, infettivologiche o oculistiche
possono richiedere mesi di attesa, talvolta oltre un anno. Le carenze
nell’ambito del Nucleo Traduzioni, incaricato di accompagnare i detenuti agli
appuntamenti esterni, provoca rinvii sistematici. Anche quando l’azienda
sanitaria fissa regolarmente gli appuntamenti, questi spesso non vengono
rispettati perché non viene presa visione delle comunicazioni e delle
prenotazioni, privando i detenuti delle cure pianificate.
Molti detenuti si trovano in condizioni di grave criticità clinica a causa di
patologie acute o croniche, ma la presa in carico è frequentemente ritardata o
inadeguata. Il trasferimento verso strutture idonee è subordinato alla
produzione di documentazione che attesti l’incompatibilità con il regime
detentivo, determinando ritardi nell’accesso a interventi sanitari appropriati
e, in alcuni casi, esiti clinici sfavorevoli.
Le strutture e le attrezzature sanitarie risultano insufficienti. Mancano
cartelle cliniche informatizzate, dispositivi diagnostici e terapeutici adeguati
e personale specializzato in grado di utilizzarli. La combinazione di
infrastrutture carenti e organico ridotto compromette la tempestività
nell’identificazione e nel trattamento delle patologie, riducendo
significativamente la qualità della presa in carico sanitaria.
Il sovraffollamento e la carenza di personale di sicurezza aggravano
ulteriormente la situazione. Le quattro sezioni della struttura – Accoglienza,
Giudiziario, Sirio e Pegaso – ospitano centinaia di persone in spazi inadeguati
e obsoleti. Le carenze di personale complicano la gestione dei piantonamenti
ospedalieri e delle udienze, spesso impossibili da svolgere tramite collegamento
da remoto.
Tuttavia, il carcere di Matera è solo l’emblema di un sistema penitenziario in
crisi. Sovraffollamento, carenze di personale e un presidio sanitario inadeguato
espongono quotidianamente i detenuti a rischi clinici significativi. Senza
interventi strutturali urgenti, la detenzione rischia di trasformarsi in un
tempo sospeso, in cui i diritti fondamentali, primo fra tutti quello alla
salute, restano sistematicamente negati. (maria clara labanca)
(disegno di adriana marineo)
Palermo, martedì 18 marzo 2025. Per tutto il pomeriggio un elicottero sorvola
Ballarò. Pattuglie di carabinieri, polizia e vigili urbani battono le strade,
passano e ripassano accanto al campo di bocce di via Albergheria, davanti al
pensionato San Saverio, nei punti in cui si sono accese le vampe negli anni
passati. Di solito, il pomeriggio del 18 marzo si vedono ragazzini girare per il
quartiere spingendo cassonetti pieni di legna, cercando un posto dove
accatastarla. Oggi no. “St’annu, unn’a fannu fari a nuddu” (“quest’anno non la
fanno fare a nessuno”, la vampa), commentano alcuni parrocchiani sugli scalini
di San Giuseppe Cafasso, gli occhi in su a guardare gli elicotteri, le
conversazioni accompagnate dal rumore del flappeggio delle pale del rotore.
Alle 18 si alza una colonna di fumo bianco davanti al Civico. Un elicottero
della polizia staziona sopra l’ospedale. Un’ora prima non c’erano segni di
preparativi. Hanno rovesciato i cassonetti dell’immondizia e li hanno disposti
lungo due file; alcuni sono incendiati, l’immondizia all’interno brucia,
squagliando il polietilene insieme all’asfalto della strada. Nell’area del
parcheggio di via Carmelo Lazzaro, delimitata dai cassonetti, arde una piccola
vampa. Tra l’immondizia sono stati affastellati in fretta e furia alcuni
pannelli di compensato, gli unici pezzi di legno che i ragazzini sono riusciti a
trasportare senza farsi notare. Per il resto, le fiamme sono alimentate dalla
plastica. L’aria è irrespirabile.
Mi avvicino alla vampa, scatto una fotografia – l’unica della serata. Intorno al
fuoco non c’è nessuno. Il falò propiziatorio di legna vecchia, preparato e
acceso dai ragazzi all’imbrunire della vigilia della festa del santo, brucia
nonostante i divieti. Ma non c’è nessuno a scaldarsi e a mangiare intorno alle
fiamme, non ci sono adolescenti che giocano a saltarle e ad alimentarle con
altra legna. Il centro del rito si è spostato, il fuoco principale sarà un
altro, l’attenzione della gente del quartiere è rivolta a uno spettacolo
diverso.
Accanto ai cassonetti bruciati, è stata rovesciata una campana del vetro.
Diversi ragazzi camminano con bottiglie di vetro in mano, le trasportano ai lati
della strada, ammucchiandole tra le auto e i motorini, sul marciapiede. Molti
indossano il passamontagna, altri si coprono il volto con cappucci, fazzoletti,
bandane, sciarpe, magliette annodate dietro alla nuca. Si muovono veloci, si
chiamano a voce alta, osservano attenti quello che succede intorno. Scherzano
tra loro, giocano. Aspettano la polizia. La gente guarda la scena, appoggiata ai
muri delle case, alle saracinesche dell’edicola, davanti alle vetrine della
salumeria, della pizzeria, del centro scommesse, o in piccoli gruppi in mezzo
alla strada, sotto gli alberi dell’aiuola davanti al Civico.
Si sente la sirena di un’ambulanza avvicinarsi; i ragazzi si muovono compatti
verso le barricate in fiamme, si calano i passamontagna sul volto. Poco dopo,
arrivano due autoblindo della celere e un’autopompa dei vigili del fuoco. I
ragazzini gli tirano contro una grandinata di bottiglie, alcuni restando in
sella ai motorini accesi, suonando i clacson all’impazzata. Il vetro si schianta
contro l’asfalto, il parabrezza del blindato e le fiancate delle automobili
parcheggiate. I poliziotti scendono in tenuta antisommossa, sparano due
lacrimogeni sui ragazzini a pochi metri di distanza, che si disperdono. Alcuni
continuano a lanciare bottiglie: si staccano dal gruppo, corrono verso la
polizia, caricano il braccio e scagliano una bottiglia, poi ritornano nel
gruppo. I lanci si fanno più frequenti, le bottiglie volano più vicine agli
agenti, i ragazzini si avvicinano sempre di più, fanno a gara tra loro. Uno
arriva a pochi metri dalla fiancata dell’autoblindo aperto, prende la mira e
tira una bottiglia di birra vuota sugli agenti; tre di questi si staccano dal
cordone e partono all’inseguimento, appesantiti dall’equipaggiamento. Il
ragazzino resta a guardarli, aspetta che arrivino a pochi passi da lui, si gira
e corre veloce guadagnando terreno in pochi istanti.
Mi allontano per stare al riparo dalle bottiglie, mi sposto vicino a un gruppo
di adulti che osservano lo scontro da un’aiuola. Fanno il tifo per i ragazzi,
ridono della goffaggine della polizia. Inizio a sentirmi meno sconvolto dalla
scena, recupero in parte il senso del rito, della comunità che osserva i giovani
maschi esibire il proprio coraggio intorno alle fiamme. C’è qualcosa di
radicalmente diverso però: il gioco è diventato più pericoloso, le fiamme fanno
solo da contorno, la prova di iniziazione è molto più violenta. Sento che non
c’è controllo collettivo, gli adulti commentano spaesati: “Ai tempi i nuatri un
c’era tuttu stu finimunnu! Chisti parunu scene i guierra”. Qualcuno prende le
distanze, un esercente dice ai ragazzini di spostarsi dai tavolini del suo
locale.
I poliziotti si schierano su due fronti ai lati del furgone, gli scudi compatti
uno sull’altro. Gli assembramenti si sciolgono, si riformano rapidamente poco
lontano, al riparo da eventuali cariche. I ragazzi continuano a tirare
bottiglie, si muovono in continuazione tra i capannelli di persone, attraversano
la strada, girano intorno all’isolato, si confondono tra gli spettatori, poi
scattano di corsa, lanciano quello che trovano e tornano indietro. I poliziotti
rientrano dentro il mezzo che parte a sirene spiegate, sfonda la barricata di
cassonetti ancora in fiamme. Il fronte dei ragazzini si disperde veloce, alcuni
retrocedono su via Giuseppe Basile e dal centro della strada continuano a
lanciare bottiglie. La polizia spara due lacrimogeni sui ragazzi, nel frattempo
i vigili del fuoco azionano la pompa sui cassonetti, mentre volano ancora
bottiglie.
È buio ormai. Le fiamme si spengono, il rito si è consumato. Le macchine e i
motorini riprendono a circolare tra i resti carbonizzati, le persone si
allontanano. Pian piano, i ragazzini sciolgono i fazzoletti e tolgono i
passamontagna. L’elicottero della polizia si sposta finalmente, ci sono altri
fuochi accesi in altre periferie. La città continua altrove la sua guerra alle
vampe e ai bambini che le accendono.
QUINDICI ANNI DOPO
Quindici anni fa, quando lavoravo come operatore di un centro sociale allo Zen
2, avevo seguito i bambini del quartiere nella preparazione della vampa di San
Giuseppe. I preparativi erano iniziati a fine febbraio, ogni pomeriggio i
ragazzini giravano per le case, le botteghe e le officine, raccogliendo mobili
vecchi, persiane e porte dismesse, che accatastavano in una piramide al centro
dello sterrato davanti all’insula dove abitavano molti di loro. C’erano anche
ragazzine a raccogliere la legna e a giocare, a comporre insieme la piramide di
legno, ogni giorno più alta, ad arrampicarsi e a saltare giù dalla vetta a
turno, atterrando su un vecchio materasso. Dall’altro lato della strada, altri
facevano un’altra vampa. I due gruppi rivaleggiavano, si contendevano il legno
portato dagli Ape degli sbarazzi e dai furgoni dei giardinieri, che di solito
scaricavano vicino a quelli che gridavano più forte, o che erano più svelti a
vederli arrivare dallo stradone e a chiamarli. Poi, la sera del 18 marzo, gli
adulti accendevano le vampe, il quartiere scendeva in strada, o si affacciava al
balcone a guardarle. Arrivava la polizia, gli agenti scendevano dalle volanti,
controllavano, poi risalivano e se ne andavano. La vampa continuava a bruciare
fino a mezzanotte passata, con i bambini che giocavano tra i tizzoni
semi-consumati. Alla fine, avevano vinto entrambi i gruppi: ogni ragazzino del
quartiere, nei giorni seguenti, avrebbe detto che la sua vampa era più grande
dell’altra, oppure che squagghiò pi ultima, si è spenta dopo.
La stridente differenza tra i resoconti di due vampe a quindici anni di distanza
mostra quanto Palermo sia cambiata in questo lasso di tempo. Nei due piazzali
dello Zen dove i ragazzini facevano le vampe, ora ci sono un campo di calcetto e
un piccolo parco giochi progettato da Renzo Piano. A Ballarò, facciate diroccate
che venivano lambite dalle fiamme di San Giuseppe ora sono coperte da murales
d’artista alti quindici metri, meta di passeggiate artistiche e turismo
“alternativo”. A largo Gerbasi, dove i ragazzini dell’Albergheria montavano la
vampa nello slargo della strada non ancora asfaltata davanti all’Ex Karcere
(centro sociale occupato nel 2001, oggi in via San Basilio), ora c’è una ricca
residenza universitaria.
La turistificazione, il mercato, la politica hanno profondamente modificato
alcuni spazi urbani, specialmente nel centro storico. Le voragini lasciate dallo
spopolamento del secondo dopoguerra, dalla speculazione edilizia in periferia,
dai crolli dovuti all’abbandono, sono state in parte riempite, in parte
camuffate da qualcos’altro. Il controllo istituzionale sul territorio è
aumentato, quello mafioso è meno visibile, si è trasformato. Le narrative dei
luoghi sono cambiate drasticamente – basti pensare a Ballarò.
Per molte persone che ci abitano, la trasformazione è preferibile. Giovani
adulti cresciuti facendo le vampe dicono che ormai è tutto cambiato, che negli
ultimi anni le cataste di legna si fanno troppo alte, troppo vicine alle case e
alle macchine posteggiate, che si brucia troppa plastica, che i ragazzini di
oggi sono troppo esagerati, troppo violenti, troppo scafazzati, maleducati.
Meglio non farle più le vampe, ormai sono solo degrado.
Il discorso sulla trasformazione dei quartieri è delicato. Questo articolo non è
certamente un’ode nostalgica a un’antica tradizione. Le preoccupazioni e i
desideri degli abitanti che sperano nella riqualificazione urbana del centro
sono certamente legittimi, e se il rito delle vampe dovesse in futuro
estinguersi autonomamente, non ci sarebbe niente da aggiungere. Il punto è che
sta avvenendo l’esatto contrario: il fenomeno delle vampe a Palermo continua a
crescere, sebbene stia diventando qualcosa di molto diverso dalla festa
tradizionale, con significati rituali stravolti, inediti attori e nuovi scenari
urbani e digitali, modificate percezioni da parte degli spettatori.
Le violente trasformazioni del rito raccontano gli altrettanto violenti
cambiamenti della città, la disgregazione dei quartieri, l’indebolimento della
solidarietà e dei tradizionali strumenti di coesione delle classi popolari,
l’aumento del conflitto e della rabbia sociale e l’esponenziale aumento della
repressione istituzionale.
Protagonisti di questa storia sono i ragazzini dei quartieri popolari, nati
negli anni della crisi, cresciuti nella dissoluzione del welfare pubblico e di
quello mafioso, in famiglie sempre più precarie. La maggiore presenza dello
stato nei loro territori non ha determinato per loro maggiore protezione, ma
ulteriore destabilizzazione. La famiglia, la scuola, la chiesa cattolica, i
servizi sociali, le reti clientelari, il lavoro informale… tutte le istituzioni
preposte alla cura, alla riproduzione sociale, alla produzione, stanno vivendo
un periodo di forte crisi e di conseguente perdita di autorità. D’altra parte,
questi ragazzini hanno subito negli ultimi anni nuove e pesanti forme di
controllo, rafforzate dalle restrizioni pandemiche, che hanno determinato una
crescente e attiva presenza delle forze dell’ordine in quartieri come lo Zen e
Ballarò, in cui fino a dieci anni fa la polizia in genere neanche entrava e dove
invece adesso interrompe falò con gli elicotteri.
Le vampe di San Giuseppe sono esemplificative della nuova politica dello spazio
pubblico a Palermo: espressione di forte identità culturale delle classi
popolari, pratica di gestione autonoma dello spazio pubblico attraversata da
conflitti tra le diverse componenti sociali dei quartieri, non esente da
violenza e prevaricazioni, le vampe sono continuate attraverso i decenni nella
sostanziale indifferenza delle forze dell’ordine, in zone marginali della città,
nel centro storico abbandonato e nelle periferie di edilizia popolare. Oggi, la
tolleranza è finita. Le vampe sono diventate oggetto di una vera e propria
guerra, che mobilita ingenti risorse e dispiega forze di polizia, vigili del
fuoco e tribunali per cercare di scongiurare la preparazione delle cataste di
legna, per spegnere i fuochi una volta accesi, e per indagare i responsabili
dopo.
I ragazzini resistono, sentono ancora forte il valore della prova del fuoco,
della manifestazione pubblica di coraggio, per strada e su TikTok. La
repressione esaspera il conflitto, lo scontro è inevitabile e, in quanto tale,
diventa il centro del rito; i ragazzini lo cercano, lo pianificano, lo
gestiscono; la polizia ne diventa coprotagonista in negativo, pupazzo di
carnevale in carne e ossa. Una forma tradizionale di appropriazione dello spazio
pubblico attraverso il rito si trasforma in tattica di guerriglia, irrisione del
potere attraverso la provocazione fisica, sovversione violenta dei divieti. E
come ogni rito, anche le vampe riescono nell’impresa di imporre l’ordine al
mondo, di dare agli esseri umani la parvenza del controllo sulle grandi forze
che regolano l’universo intorno a loro: ogni anno, i ragazzini, da soli riescono
ad accendere i fuochi, nonostante i divieti e gli elicotteri, gli idranti e i
mezzi blindati, le telecamere e i lacrimogeni. Per un fugace momento, il buio
della sera di fine inverno viene illuminato dalle fiamme. Anche se a bruciare è
più plastica che legno. Anche se il coraggio va mostrato a volto coperto. Anche
se comporterà denunce, arresti e processi. La festa del santo compie il prodigio
di coordinare il malcontento, di dare ai ragazzi le energie per sfidare il
potere e per tenere testa alla polizia; ma il meccanismo rituale intrappola il
conflitto sociale, gli impedisce di entrare nella storia, di formularsi
politicamente. Spentosi il fuoco delle vampe, si spegne la protesta.
La persistenza delle vampe di San Giuseppe è certamente una forma di resistenza
al controllo da parte dei ragazzi di quartiere, ma l’esercizio di tale
resistenza produce effetti disgreganti. Le comunità si spaccano, il pubblico si
allontana dagli attori, ne prende le distanze. Gli adulti partecipano meno. I
ragazzini sperimentano uno spazio di totale autonomia, ma perdono la protezione
dei grandi, che si divertono a guardarli far la guerra con la polizia, ma li
lasciano soli a giocare. La festa di passaggio non celebra nessun passaggio:
saltato il fuoco delle vampe non si diventa grandi. Il rito urbano di San
Giuseppe, sempre più legato alla marginalità, turba gli spettatori, anche coloro
che ne sono stati attori qualche anno fa, quando andavano in scena copioni
rituali meno violenti. La comunità degli adulti consuma lo spettacolo dei
ragazzini ribelli, ma non vi si rispecchia, non approva. La repressione esacerba
la violenza rituale, scaricandone la responsabilità sui ragazzini. È un gioco
troppo pericoloso, troppo crudele. Come nel film I miserabili di Ladj Ly, la
violenza collettiva dei ragazzini esprime la loro estrema vulnerabilità sociale,
la perdita del controllo da parte degli adulti, la deresponsabilizzazione delle
istituzioni di riferimento, che esercitano coercizione e controllo senza
assumersi alcuna responsabilità di cura.
UN PUGNO DI VANDALI
Una città in guerra con i ragazzini è una città malata. La guerra non si svolge
solo nelle piazze dei quartieri la sera del 18 marzo, continua nei social, sui
giornali e in televisione, si nutre di narrazioni che colpevolizzano i ragazzi e
invitano all’intervento deciso delle forze dell’ordine, circoscrivendo la
questione a un problema di ordine pubblico, di volgare vandalismo. Sulle pagine
online dei quotidiani locali, i commenti sono pressoché unanimi: si tratta di
delinquenti che meritano la galera, o forse sarebbe meglio prenderli a pietrate,
come fanno loro con poliziotti e vigili del fuoco. Sono ragazzi, quasi bambini,
ma questo elemento la stampa lo menziona di passaggio. Le vampe sono un uso
barbaro, inconcepibile in una città “moderna”, che solo l’arretratezza e
l’ignoranza di un pugno di vandali mantiene viva.
La condanna delle vampe è una delle contraddizioni amare di una città che per
alimentare il mercato turistico cavalca il mito della convivenza pacifica tra
arabi e normanni, patrimonializza le tradizioni folkloriche di un secolo fa, ma
disconosce ogni forma di cultura popolare contemporanea che manifesti conflitto
sociale anche in forma indiretta, bollandola come rozza, incivile, retrograda.
Pelle meridionale, maschere europee.
Le vampe, per San Giuseppe o per altri santi in altri momenti dell’anno, sono
una tradizione millenaria che continua in molti centri siciliani senza
richiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Gli elementi sono gli stessi:
cataste di legna in spazi urbani, fuoco, ragazzini protagonisti, comunità in
festa. L’antropologia l’ha già raccontato. I lavori di Ignazio Buttitta (Le
fiamme dei santi, Meltemi, 1999), Orietta Sorgi e Nara Bernardi (Le vampe di
Palermo, Archivio delle tradizioni popolari siciliane, 1985) ricostruiscono la
storia millenaria della tradizione, il senso rituale del ciclo delle stagioni
della natura, del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, del cosmo e della
società che si rinnova. Eppure, dire tutto questo oggi non basta a sovvertire i
discorsi dominanti. Le narrazioni ufficiali, nei rari casi in cui viene
riconosciuta la profondità storica e la ricchezza culturale del rito delle
vampe, leggono i fenomeni violenti degli ultimi anni come perdita dei valori,
secolarizzazione del rito, pretesto per fare casino. Esemplare, in tal senso,
l’immancabile servizio di Striscia la notizia sulle vampe, raccontate come
vandalismo “in nome della tradizione, ormai trasformata in distruzione”.
L’auspicio formulato dall’inviata nel 2022 è “più controllo” per evitare
devastazioni. La cronaca degli ultimi anni l’ha smentita: aumenta il
dispiegamento di polizia ma anche la violenza degli scontri, il volume delle
inchieste e i Daspo emanati ai ragazzini nei giorni successivi.
Le narrazioni ufficiali fanno eco alle azioni istituzionali, mirate a reprimere
i comportamenti illeciti senza farsi carico della responsabilità politica della
violenza. Due anni fa, il questore Laricchia, parlando alla festa della polizia
qualche settimana dopo San Giuseppe, fece “il punto sul crimine nel capoluogo
siciliano” denunciando la connessione tra traffico mafioso di stupefacenti,
diffusione del crack tra i giovanissimi, “atti di violenza inconsulta e fine a
sé stessa” e “azioni criminali” in occasione delle vampe, “branchi selvaggi” di
adolescenti e baby gang arabe. La droga non c’entra. La violenza delle vampe
sarà anche fine a sé stessa, ma non è inconsulta. È effetto della campagna di
criminalizzazione, legata al quadro più generale della nuova politica degli
spazi pubblici a Palermo, segnata dal crescente esercizio di controllo e da una
sempre maggiore intolleranza per le forme di socialità autonoma e popolare. A
farne le spese sono principalmente i ragazzini, dipinti come vandali
irredimibili e sempre più esposti alla violenza, con sempre minori protezioni.
(eugenio giorgianni)
(fotografia di nm)
Il 9 agosto un fiume di gente ha attraversato le strade di Messina per dire no
al ponte. Più di diecimila persone sono scese in strada lanciando una sfida al
ministro Salvini che, qualche giorno prima, durante l’approvazione del progetto
definitivo del ponte da parte del Cipess, si era precipitato in città – accolto
da una decina di sostenitori tra cui il sindaco della città Basile – per
presentare in pompa magna il progetto, con l’avvio dei cantieri che avverrà
entro la fine del 2025, e che prevede l’inizio dei lavori a fine 2025 e
soprattutto a fine degli espropri.
Al termine dell’incontro, con un fare provocatorio, Salvini aveva lanciato dei
bacini ai manifestanti “No ponte” che lo aspettavano fuori dal luogo in cui si
teneva l’evento.
La manifestazione, partita alle diciotto da piazza Cairoli, ha attraversato le
principale arterie del centro, giungendo due ore dopo a piazza Duomo.
Sul camion con le bandiere della Palestina e dei No ponte, campeggiava la
fotografia di Santino Bonfiglio, militante morto qualche mese fa, a cui è stato
dedicato il corteo.
Appena dietro il camion, uno striscione con la scritta No ponte, e un pugno
chiuso che spezza in due il ponte che unisce le due sponde dello Stretto.
Tra i manifestanti tanta gente comune e qualche volto noto, come Antonio Mazzeo,
membro dell’equipaggio della Freedom Flotilla che ha provato a rompere l’assedio
a Gaza.
Il corteo, sebbene sia stato circondato da un numero enorme di agenti in tenuta
antisommossa – evidente il clima di intimidazione, nella nuova cornice
securitaria sublimatasi con l’approvazione del ddl sicurezza – è riuscito ad
affrontare con maturità le diverse provocazioni ricevute, a cominciare dal volo
basso dell’elicottero della polizia al momento della partenza del corteo, e
alcuni spostamenti anomali di contingenti verso una parte di manifestanti in
alcuni tratti della manifestazione.
Un altro elemento da sottolineare è stata la decisione di eliminare qualsiasi
caratterizzazione partitica, collocando a inizio corteo le bandiere No ponte, e
spostando in coda tutti i militanti con le bandiere dei propri partiti e gruppi
politici.
Nei primi interventi i manifestanti denunciano il tentativo di colonizzazione
del progetto ponte promosso dal governo Meloni, la Società Stretto di Messina e
Webuild, che alimentano la macchina ponte.
In particolare il ruolo di WeBuild (ex Salini-Impregilo), a cui vengono
appaltati diversi cantieri in Italia, che ha visto schizzare verso l’alto le
azioni in borsa dopo l’annuncio della costruzione del ponte del 2023.
Il progetto di WeBuild si realizzerà attraverso un utilizzo di tecniche
invasive, cantierizzazione diffusa e alimentando criticità legate allo
smaltimento di materiali tossici, come quella già verificatasi per la
costruzione del raddoppio ferroviario sulla Messina-Catania, che ha inquinato di
arsenico l’area di Contesse, alla periferia sud della città.
(fotografia di nm)
Tutte criticità che preoccupano la popolazione, visto che le aree di cantiere,
tra stoccaggio di materiali e costruzione dei cavi, interesseranno tutta la
città, compresi i quartieri che si trovano a più di venti chilometri di distanza
rispetto a dove sorgeranno i pilastri del ponte. Il tutto verrà facilitato dal
decreto infrastrutture, che per accelerare la costruzione prevede la possibilità
di cantierizzazione per fasi.
Dopo circa trenta minuti dalla partenza del corteo, mentre una signora esce dal
proprio balcone di casa sventolando una bandiera della Palestina, un altro
intervento dal camion ricorda che i territori sono di chi li abita e se ne
prende cura. Un riferimento è alla legge 2001, che come avvenuto con la Tav in
Val di Susa, per la costruzione delle opere pubbliche non prevede alcuna
consultazione con le popolazioni locali.
Tra i quattordici miliardi che serviranno per la costruzione di questa grande
opera, una buona parte delle risorse potrebbe essere utilizzata invece per
intervenire sulla gestione idrica o sul dissesto idrogeologico.
Messina registra perdite della rete idrica che costringono la popolazione ad
avere l’acqua solo per alcune ore al giorno. O la sanità, con la sua crisi
economica strutturale che impedisce l’incremento dei posti letto negli ospedali,
e le assunzioni di ausiliari, Oss, infermieri e medici specializzati.
(fotografia di nm)
Altrettanto menzognera resta la manovra del governo di far passare il ponte come
un’infrastruttura militare che rafforza i sistemi di mobilità in una regione
piena di basi Nato, come emergerebbe dalla recente delibera Iropi che
giustificherebbe la costruzione del ponte per facilitare lo spostamento di
truppe militari nel Mediterraneo.
Secondo Antonio Mazzeo a oggi non esiste alcun documento ufficiale che consideri
il ponte funzionale allo spostamento di truppe, mezzi e armamenti. Eppure il
dispositivo ponte continua ad essere alimentato non solo dal governo ma anche
dalla magistratura, come dimostrato dalla sentenza del tribunale di Roma che ha
condannato i militanti No ponte – che avevano presentato un ricorso contro la
costruzione da parte della Società Stretto di Messina – al pagamento di 340 mila
euro di spese legali.
Ed è per questo che appena il corteo arriva a piazza Duomo, un ultimo intervento
dal camion ricorda come il movimento No ponte non può fare affidamento su nessun
soggetto istituzionale, consigliere o partito, ma solo sulle forze degli stessi
militanti che con passione e energia continuano a sostenere la mobilitazione, da
più di venti anni.
Gli stessi manifestanti ricordano ai reparti mobili schierati davanti e in coda
al corteo che i militanti continueranno la battaglia, sia nei cantieri dove
partiranno i lavori, che davanti a ogni casa dove verrà eseguito lo sfratto per
l’esproprio.
Prima di entrare in piazza un ultimo coro arriva dalla folla: “Lo stretto di
Messina non si tocca, lo difenderemo con la lotta!” (giuseppe mammana)