
Anche a Milano si vedono le stelle. Un racconto delle Utopiadi 2026
NapoliMONiTOR - Thursday, February 12, 2026Fotogalleria a cura del Laboratorio Atlante Olimpico (CFP Bauer/afol)¹
Prima sono comparsi gli ermellini in metropolitana, poi le scalinate della stazione centrale sono diventate tricolori, poi le pubblicità in giro per la città hanno iniziato a mostrare paesaggi innevati e beni di consumo poco probabili considerando quegli scenari alpini e le attuali temperature. Poi, all’improvviso, la città si è riempita di persone in tuta da sci blu e verde, con un cartoncino al collo a certificare lo status di volontari per l’evento, mentre metropolitane e tram si affollavano di giornalisti internazionali, staff degli atleti e qualche curioso dalle valigie ingombranti.
L’aria, però, non era di festa, complici anche il cielo grigio e i valori fuori controllo dell’inquinamento atmosferico che hanno accompagnato le ultime settimane a Milano. Il clima si è fatto più pesante quando agli studenti di buona parte delle scuole della città è stato comunicato che il 6 febbraio, giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, sarebbero stati a casa. Molte aziende hanno chiesto lo stesso ai propri dipendenti, mentre chi doveva comunque andare a lavorare era incerto sui percorsi possibili, tra chiusure di stazioni della metropolitana, deviazioni di mezzi di superficie e zone rosse intorno ai luoghi sensibili, mentre gli scioperi del trasporto pubblico locale venivano sospesi fino a metà marzo.
Già dai giorni precedenti l’inaugurazione, alcune porzioni della città hanno sperimentato blocchi stradali, il ronzio di elicotteri sulla testa e file di auto blu che sfrecciavano a sirene spiegate. Intorno alla Fabbrica del Vapore, area di proprietà comunale che la sera del 5 febbraio avrebbe ospitato la cena di gala organizzata dal Comitato Olimpico Internazionale, le strade si sono svuotate all’improvviso e sono state presidiate in maniera massiccia. Su vari negozi della zona sono comparsi cartelli che annunciavano una chiusura temporanea e una non meglio definita riapertura. A molti quelle immagini hanno ricordato l’avvio dei tempi pandemici. Anche la pervasiva campagna pubblicitaria di un’azienda farmaceutica sponsor dei Giochi, fondata sullo slogan “Non ci fermiamo”, sembrava far riecheggiare il motto “Milano non si ferma” del febbraio 2020.
NONOSTANTE TUTTO, LE UTOPIADI
A pesare ulteriormente sull’umore di parte della città, il 5 febbraio è arrivata la notizia dell’approvazione in consiglio dei ministri del nuovo “pacchetto-sicurezza”, meno di una settimana dopo il corteo per Askatasuna a Torino, a due giorni dalla manifestazione contro le nocività olimpiche a Milano e un paio d’ore prima del passaggio della fiaccola per il centro della città. La contestazione studentesca della torcia olimpica, primo atto di una serie di iniziative promosse dal Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO) nell’ambito delle Utopiadi 2026, però c’è stata lo stesso. Le quattro giornate di alternativa all’inaugurazione dei Giochi, dal 5 all’8 febbraio, erano state immaginate come momento di lotta e di festa al culmine di quasi tre anni di mobilitazioni promosse dal CIO. Punto di arrivo di un percorso fatto di analisi approfondite sull’insostenibilità economica, ambientale e sociale del grande evento, assemblee pubbliche, cortei in città e in montagna, un’occupazione temporanea di un impianto sportivo abbandonato, un documentario e una rete di relazioni che si è ampliata e consolidata nel tempo.
La mattina del 6 febbraio, mentre la città si presentava vuota e militarizzata in attesa dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali, il CIO, composto tra gli altri dai collettivi Off Topic, Zam, Le Sberle e dall’Associazione Proletari Escursionisti, ha reso noto di aver liberato per tre giorni un palazzetto dello sport di proprietà pubblica da oltre diecimila posti, l’ex Palasharp. Molti abitanti della città qui hanno assistito a concerti storici e negli anni si sono abituati a vedere chiusa quella grande tensostruttura bianca a ridosso della montagnetta di San Siro, poco lontano dallo stadio. La notizia della sua riapertura temporanea per ospitare incontri di sport popolare e musica è suonata incredibile. Sarà forse stato anche quello stupore a dare nuovo slancio alla partecipazione alle Utopiadi, nonostante l’aria che si respirava in città, come si è visto durante la parata del 6 sera attraverso il quartiere popolare di San Siro, al corteo nazionale del giorno successivo che ha attraversato il sud-est milanese e nei vari momenti di sport, di festa e di socialità all’ex Palasharp.
LA FIACCOLA ANTIOLIMPICA PER LE VIE DI SAN SIRO
Nel tardo pomeriggio del 6 febbraio lo stadio di San Siro, venduto, destinato alla demolizione, ma ancora al centro di una battaglia promossa da vari comitati della città, era illuminato a giorno per la cerimonia di inaugurazione dei Giochi. A poche centinaia di metri da lì, sulla linea di confine tra il quartiere popolare di San Siro e la zona rossa istituita per l’occasione, si sono radunate oltre duemila persone mentre un elicottero volava sulle loro teste. Da un lato, comitati di lotta per la casa, spazi sociali del quartiere, reti per il diritto all’abitare, famiglie della zona. Dall’altro, un enorme dispiegamento di forze di polizia in assetto antisommossa, a difesa del confine e dell’accesso alla stazione metropolitana di Segesta, tra quelle chiuse per l’occasione.
La parata popolare per il quartiere si è aperta con la voce dei promotori dell’iniziativa: «La cerimonia a San Siro si sta svolgendo alla presenza di personaggi inaccettabili e impresentabili, a testimoniare la trasversalità di interessi che stanno dietro le Olimpiadi», mentre «chi è sceso in piazza oggi sono lavoratrici, lavoratori, abitanti delle case popolari che da queste Olimpiadi hanno tutto da perdere». Sono stati poi portati dati e numeri sull’emergenza abitativa a Milano e sulle condizioni delle case del quartiere. Poi, la parata ha iniziato ad addentrarsi per le vie di San Siro, guidata dal CIO e da moltissimi bambini della zona che non perdevano occasione per chiedere ai giornalisti «mi fai una foto?», prendere il megafono e gridare «viva Palestina!», correre per le vie, saltare intorno ai pali o continuare a giocare a calcio per strada, sotto lo sguardo vigile delle madri che scambiavano parole e timidi sorrisi con le ragazze in corteo.
Al termine della parata, in piazza Selinunte, un’attivista del CIO ha preso la parola in mezzo a fumogeni rosa e verdi: «Questo tipo di eventi sono indesiderabili, indesiderati, insostenibili. Sono prevaricazione sui territori e sui corpi, senza che venga richiesta in alcuna maniera la partecipazione». Poi, indicando uno strano oggetto – uno sturalavandino adornato da pezzi di tessuto colorati con scritte in diverse lingue e un fumogeno al centro – ha proseguito: «E lei rappresenta quello che noi vogliamo. Qualcosa di costruito insieme, qualcosa che siamo ancora in grado di fare insieme». La fiaccola antiolimpica, dopo aver viaggiato tra i vari comitati internazionali di lotta contro le Olimpiadi degli ultimi anni, da Rio de Janeiro a Parigi, ripartirà da Milano per Los Angeles, dove si terranno i Giochi olimpici estivi del 2028. L’attivista ha poi concluso: «Per questi giorni ci siamo ripresi il Palasharp perché era abbandonato dal 2011. Costruiscono opere e poi le lasciano lì. Non è importante la vita delle persone che abitano i territori, chi paga, come stiamo, cosa facciamo, quanta fatica facciamo. Questa torcia ci aiuta a ricordarci che un’alternativa è possibile, va costruita e noi lo stiamo facendo, insieme».
Poi, buona parte del gruppo si è diretta verso l’ex palazzetto dello sport, ribattezzato PalaUtopiadi, dove erano previste la proiezione collettiva del film Il Grande Gioco e una serata di musica. Sul posto, poco dopo sono arrivate alcune troupe di giornalisti a caccia di voci e immagini che potessero scandalizzare e alimentare narrazioni fondate sulla paura. Di fronte alla loro insistenza, qualcuno dal gruppo ha risposto: «Vuoi uno scoop? Stasera a Milano si vedono le stelle», indicando il cielo incredibilmente terso sopra il tendone bianco, mentre in lontananza balenavano le luci di San Siro.
QUANDO LE FORESTE SI MUOVONO, I TIRANNI CADONO
Il 7 febbraio, mentre tremila persone scendevano in piazza a Bagnoli per protestare contro l’America’s Cup, in piazza Medaglie d’Oro a Milano, zona Porta Romana, il corteo nazionale contro le nocività olimpiche era pronto a partire. Associazioni ambientaliste, comitati di lotta contro grandi opere, studenti, reti per il diritto all’abitare, associazioni palestinesi, collettivi dello sport popolare arrivati da varie parti d’Italia, diventati in questi anni parti della fitta rete di relazioni intessuta dal CIO.
In testa al corteo di oltre diecimila persone, cinquecento larici gialli di cartone preparati dall’Associazione Proletari Escursionisti, a simboleggiare gli alberi abbattuti per far posto alla pista da bob a Cortina. Gli interventi di apertura hanno ricordato che «negli ultimi anni quattrocentomila persone se ne sono dovute andare da Milano, perché non se lo possono permettere». Avvicinandosi all’ex scalo di Porta Romana, gli attivisti del CIO hanno indicato il Villaggio Olimpico dove «vengono costruiti studentati con camere a mille euro, altri investimenti che ledono il diritto alla casa, all’abitare in una città in cui quattromila persone vivono in mezzo alle vie e venticinquemila sono in attesa di un alloggio popolare». Il CIO ha poi ricordato che il corteo non stava solo denunciando un’eredità di «debito, cemento, precarietà», parole d’ordine del movimento No Expo 2015, ma anche proponendo un’alternativa.
Superato lo scalo, il corteo si è addentrato nelle vie del quartiere Brenta, dove si sono succeduti interventi dell’Associazione Palestinesi d’Italia, della Rete “Olimpiadi No Grazie” di Verona e dei Giovani Palestinesi d’Italia. In prossimità di Corvetto alcuni centri sociali milanesi, tra cui il Cantiere, hanno posto l’attenzione sui «rastrellamenti di giovani di seconda generazione» nei quartieri periferici mentre da un’impalcatura veniva calato lo striscione «ICE out of Milan». In piazza Ferrara, il CIO ha promosso un’azione sull’ex mercato comunale, abbandonato da anni e oggetto di progetti irrealizzati, trasformandolo in “mercato popolare”. Il corteo ha poi proseguito lungo via Mompiani, percorrendola in senso opposto rispetto alla fiaccolata per Ramy Elgaml di poco più di un anno prima, mentre alcune abitanti salutavano dalle finestre.
In prossimità di piazzale Corvetto un intervento ha ricordato le grandi mobilitazioni di settembre e ottobre e ha rilanciato: «Blocchiamo tutto per riprenderci le strade, per ribadire l’insostenibilità delle Olimpiadi». Mentre la testa del corteo si dirigeva verso l’ingresso della tangenziale, l’orizzonte si tingeva di luci blu e un elicottero illuminava con un faro i manifestanti. La voce che accompagnava la coda del corteo proseguiva: «Come ci insegna Macbeth, quando le foreste si muovono i tiranni cadono. Qui c’è una foresta di larici che sta venendo a farvi cadere». Poi, in cielo sono comparsi fuochi d’artificio e la gola ha iniziato a pizzicare anche a molta distanza dall’ingresso della tangenziale, mentre l’aria diventava nebbiosa e la voce incalzava: «Ricordiamo alla polizia che non abbiamo bisogno dei lacrimogeni per piangere, ci basta guardare questa città, ci basta leggere le nostre buste paga». Poi conclude: «E se sappiamo piangere, sappiamo anche ridere».
La giornata è terminata con sei persone fermate, quindici ferite, la trasmissione degli scontri su diverse televisioni internazionali, l’accusa governativa che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” e la risposta da parte del CIO, attraverso un comunicato. Nel frattempo, sulla facciata del PalaUtopiadi un’opera di grandi dimensioni nata dalla collaborazione tra Infinite e tera drop stava prendendo forma, come hanno poi notato tutte le persone che hanno raggiunto il posto per la serata di musica e per la successiva giornata dedicata allo sport popolare.
A cinque mesi dal corteo contro lo sgombero del Leoncavallo e per le lotte vive della città, le giornate delle Utopiadi hanno mostrato che l’urgenza delle azioni può convivere con un lungo lavoro di cura delle relazioni. Non era scontato. Come diceva qualcuno, “abbiamo ancora tanto da fare”, ma la via è tracciata e l’utopia forse è già realtà. (gloria pessina)
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¹ Le foto del corteo del 7 febbraio sono state realizzate dagli studenti del triennio di fotografia di CFP Bauer – Afol Metropolitana che negli scorsi due anni hanno partecipato ad “Atlante Olimpico”, un laboratorio a cura di Studio Figure sull’impatto dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sul paesaggio e sull’immaginario della città. Le fotografie sono di: Arianna Amorosi, Emil Bovey, Riccardo Cimorosi, Davide D’Agostino, Enea Fenoglio, Melania Rima e Lorenzo Vargiu.