Fotogalleria a cura del Laboratorio Atlante Olimpico (CFP Bauer/afol)¹
Prima sono comparsi gli ermellini in metropolitana, poi le scalinate della
stazione centrale sono diventate tricolori, poi le pubblicità in giro per la
città hanno iniziato a mostrare paesaggi innevati e beni di consumo poco
probabili considerando quegli scenari alpini e le attuali temperature. Poi,
all’improvviso, la città si è riempita di persone in tuta da sci blu e verde,
con un cartoncino al collo a certificare lo status di volontari per l’evento,
mentre metropolitane e tram si affollavano di giornalisti internazionali, staff
degli atleti e qualche curioso dalle valigie ingombranti.
L’aria, però, non era di festa, complici anche il cielo grigio e i valori fuori
controllo dell’inquinamento atmosferico che hanno accompagnato le ultime
settimane a Milano. Il clima si è fatto più pesante quando agli studenti di
buona parte delle scuole della città è stato comunicato che il 6 febbraio,
giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, sarebbero stati a casa.
Molte aziende hanno chiesto lo stesso ai propri dipendenti, mentre chi doveva
comunque andare a lavorare era incerto sui percorsi possibili, tra chiusure di
stazioni della metropolitana, deviazioni di mezzi di superficie e zone rosse
intorno ai luoghi sensibili, mentre gli scioperi del trasporto pubblico locale
venivano sospesi fino a metà marzo.
Già dai giorni precedenti l’inaugurazione, alcune porzioni della città hanno
sperimentato blocchi stradali, il ronzio di elicotteri sulla testa e file di
auto blu che sfrecciavano a sirene spiegate. Intorno alla Fabbrica del Vapore,
area di proprietà comunale che la sera del 5 febbraio avrebbe ospitato la cena
di gala organizzata dal Comitato Olimpico Internazionale, le strade si sono
svuotate all’improvviso e sono state presidiate in maniera massiccia. Su vari
negozi della zona sono comparsi cartelli che annunciavano una chiusura
temporanea e una non meglio definita riapertura. A molti quelle immagini hanno
ricordato l’avvio dei tempi pandemici. Anche la pervasiva campagna pubblicitaria
di un’azienda farmaceutica sponsor dei Giochi, fondata sullo slogan “Non ci
fermiamo”, sembrava far riecheggiare il motto “Milano non si ferma” del febbraio
2020.
NONOSTANTE TUTTO, LE UTOPIADI
A pesare ulteriormente sull’umore di parte della città, il 5 febbraio è arrivata
la notizia dell’approvazione in consiglio dei ministri del
nuovo “pacchetto-sicurezza”, meno di una settimana dopo il corteo per Askatasuna
a Torino, a due giorni dalla manifestazione contro le nocività olimpiche a
Milano e un paio d’ore prima del passaggio della fiaccola per il centro della
città. La contestazione studentesca della torcia olimpica, primo atto di una
serie di iniziative promosse dal Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO)
nell’ambito delle Utopiadi 2026, però c’è stata lo stesso. Le quattro giornate
di alternativa all’inaugurazione dei Giochi, dal 5 all’8 febbraio, erano state
immaginate come momento di lotta e di festa al culmine di quasi tre anni di
mobilitazioni promosse dal CIO. Punto di arrivo di un percorso fatto di analisi
approfondite sull’insostenibilità economica, ambientale e sociale del grande
evento, assemblee pubbliche, cortei in città e in montagna, un’occupazione
temporanea di un impianto sportivo abbandonato, un documentario e una rete di
relazioni che si è ampliata e consolidata nel tempo.
La mattina del 6 febbraio, mentre la città si presentava vuota e militarizzata
in attesa dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali, il CIO, composto tra
gli altri dai collettivi Off Topic, Zam, Le Sberle e dall’Associazione Proletari
Escursionisti, ha reso noto di aver liberato per tre giorni un palazzetto dello
sport di proprietà pubblica da oltre diecimila posti, l’ex Palasharp. Molti
abitanti della città qui hanno assistito a concerti storici e negli anni si sono
abituati a vedere chiusa quella grande tensostruttura bianca a ridosso della
montagnetta di San Siro, poco lontano dallo stadio. La notizia della sua
riapertura temporanea per ospitare incontri di sport popolare e musica è suonata
incredibile. Sarà forse stato anche quello stupore a dare nuovo slancio alla
partecipazione alle Utopiadi, nonostante l’aria che si respirava in città, come
si è visto durante la parata del 6 sera attraverso il quartiere popolare di San
Siro, al corteo nazionale del giorno successivo che ha attraversato il sud-est
milanese e nei vari momenti di sport, di festa e di socialità all’ex Palasharp.
LA FIACCOLA ANTIOLIMPICA PER LE VIE DI SAN SIRO
Nel tardo pomeriggio del 6 febbraio lo stadio di San Siro, venduto, destinato
alla demolizione, ma ancora al centro di una battaglia promossa da vari comitati
della città, era illuminato a giorno per la cerimonia di inaugurazione dei
Giochi. A poche centinaia di metri da lì, sulla linea di confine tra il
quartiere popolare di San Siro e la zona rossa istituita per l’occasione, si
sono radunate oltre duemila persone mentre un elicottero volava sulle loro
teste. Da un lato, comitati di lotta per la casa, spazi sociali del quartiere,
reti per il diritto all’abitare, famiglie della zona. Dall’altro, un enorme
dispiegamento di forze di polizia in assetto antisommossa, a difesa del confine
e dell’accesso alla stazione metropolitana di Segesta, tra quelle chiuse per
l’occasione.
La parata popolare per il quartiere si è aperta con la voce dei promotori
dell’iniziativa: «La cerimonia a San Siro si sta svolgendo alla presenza di
personaggi inaccettabili e impresentabili, a testimoniare la trasversalità di
interessi che stanno dietro le Olimpiadi», mentre «chi è sceso in piazza oggi
sono lavoratrici, lavoratori, abitanti delle case popolari che da queste
Olimpiadi hanno tutto da perdere». Sono stati poi portati dati e numeri
sull’emergenza abitativa a Milano e sulle condizioni delle case del quartiere.
Poi, la parata ha iniziato ad addentrarsi per le vie di San Siro, guidata dal
CIO e da moltissimi bambini della zona che non perdevano occasione per chiedere
ai giornalisti «mi fai una foto?», prendere il megafono e gridare «viva
Palestina!», correre per le vie, saltare intorno ai pali o continuare a giocare
a calcio per strada, sotto lo sguardo vigile delle madri che scambiavano parole
e timidi sorrisi con le ragazze in corteo.
Al termine della parata, in piazza Selinunte, un’attivista del CIO ha preso la
parola in mezzo a fumogeni rosa e verdi: «Questo tipo di eventi sono
indesiderabili, indesiderati, insostenibili. Sono prevaricazione sui territori e
sui corpi, senza che venga richiesta in alcuna maniera la partecipazione». Poi,
indicando uno strano oggetto – uno sturalavandino adornato da pezzi di tessuto
colorati con scritte in diverse lingue e un fumogeno al centro – ha proseguito:
«E lei rappresenta quello che noi vogliamo. Qualcosa di costruito insieme,
qualcosa che siamo ancora in grado di fare insieme». La fiaccola antiolimpica,
dopo aver viaggiato tra i vari comitati internazionali di lotta contro le
Olimpiadi degli ultimi anni, da Rio de Janeiro a Parigi, ripartirà da Milano per
Los Angeles, dove si terranno i Giochi olimpici estivi del 2028. L’attivista ha
poi concluso: «Per questi giorni ci siamo ripresi il Palasharp perché era
abbandonato dal 2011. Costruiscono opere e poi le lasciano lì. Non è importante
la vita delle persone che abitano i territori, chi paga, come stiamo, cosa
facciamo, quanta fatica facciamo. Questa torcia ci aiuta a ricordarci che
un’alternativa è possibile, va costruita e noi lo stiamo facendo, insieme».
Poi, buona parte del gruppo si è diretta verso l’ex palazzetto dello sport,
ribattezzato PalaUtopiadi, dove erano previste la proiezione collettiva del film
Il Grande Gioco e una serata di musica. Sul posto, poco dopo sono arrivate
alcune troupe di giornalisti a caccia di voci e immagini che potessero
scandalizzare e alimentare narrazioni fondate sulla paura. Di fronte alla loro
insistenza, qualcuno dal gruppo ha risposto: «Vuoi uno scoop? Stasera a Milano
si vedono le stelle», indicando il cielo incredibilmente terso sopra il tendone
bianco, mentre in lontananza balenavano le luci di San Siro.
QUANDO LE FORESTE SI MUOVONO, I TIRANNI CADONO
Il 7 febbraio, mentre tremila persone scendevano in piazza a Bagnoli per
protestare contro l’America’s Cup, in piazza Medaglie d’Oro a Milano, zona Porta
Romana, il corteo nazionale contro le nocività olimpiche era pronto a partire.
Associazioni ambientaliste, comitati di lotta contro grandi opere, studenti,
reti per il diritto all’abitare, associazioni palestinesi, collettivi dello
sport popolare arrivati da varie parti d’Italia, diventati in questi anni parti
della fitta rete di relazioni intessuta dal CIO.
In testa al corteo di oltre diecimila persone, cinquecento larici gialli di
cartone preparati dall’Associazione Proletari Escursionisti, a simboleggiare gli
alberi abbattuti per far posto alla pista da bob a Cortina. Gli interventi di
apertura hanno ricordato che «negli ultimi anni quattrocentomila persone se ne
sono dovute andare da Milano, perché non se lo possono permettere».
Avvicinandosi all’ex scalo di Porta Romana, gli attivisti del CIO hanno indicato
il Villaggio Olimpico dove «vengono costruiti studentati con camere a mille
euro, altri investimenti che ledono il diritto alla casa, all’abitare in una
città in cui quattromila persone vivono in mezzo alle vie e venticinquemila sono
in attesa di un alloggio popolare». Il CIO ha poi ricordato che il corteo non
stava solo denunciando un’eredità di «debito, cemento, precarietà», parole
d’ordine del movimento No Expo 2015, ma anche proponendo un’alternativa.
Superato lo scalo, il corteo si è addentrato nelle vie del quartiere Brenta,
dove si sono succeduti interventi dell’Associazione Palestinesi d’Italia, della
Rete “Olimpiadi No Grazie” di Verona e dei Giovani Palestinesi d’Italia. In
prossimità di Corvetto alcuni centri sociali milanesi, tra cui il Cantiere,
hanno posto l’attenzione sui «rastrellamenti di giovani di seconda generazione»
nei quartieri periferici mentre da un’impalcatura veniva calato lo striscione
«ICE out of Milan». In piazza Ferrara, il CIO ha promosso un’azione sull’ex
mercato comunale, abbandonato da anni e oggetto di progetti irrealizzati,
trasformandolo in “mercato popolare”. Il corteo ha poi proseguito lungo via
Mompiani, percorrendola in senso opposto rispetto alla fiaccolata per Ramy
Elgaml di poco più di un anno prima, mentre alcune abitanti salutavano dalle
finestre.
In prossimità di piazzale Corvetto un intervento ha ricordato le grandi
mobilitazioni di settembre e ottobre e ha rilanciato: «Blocchiamo tutto per
riprenderci le strade, per ribadire l’insostenibilità delle Olimpiadi». Mentre
la testa del corteo si dirigeva verso l’ingresso della tangenziale, l’orizzonte
si tingeva di luci blu e un elicottero illuminava con un faro i manifestanti. La
voce che accompagnava la coda del corteo proseguiva: «Come ci insegna Macbeth,
quando le foreste si muovono i tiranni cadono. Qui c’è una foresta di larici che
sta venendo a farvi cadere». Poi, in cielo sono comparsi fuochi d’artificio e la
gola ha iniziato a pizzicare anche a molta distanza dall’ingresso della
tangenziale, mentre l’aria diventava nebbiosa e la voce incalzava: «Ricordiamo
alla polizia che non abbiamo bisogno dei lacrimogeni per piangere, ci basta
guardare questa città, ci basta leggere le nostre buste paga». Poi conclude: «E
se sappiamo piangere, sappiamo anche ridere».
La giornata è terminata con sei persone fermate, quindici ferite, la
trasmissione degli scontri su diverse televisioni internazionali, l’accusa
governativa che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” e la
risposta da parte del CIO, attraverso un comunicato. Nel frattempo, sulla
facciata del PalaUtopiadi un’opera di grandi dimensioni nata dalla
collaborazione tra Infinite e tera drop stava prendendo forma, come hanno poi
notato tutte le persone che hanno raggiunto il posto per la serata di musica e
per la successiva giornata dedicata allo sport popolare.
A cinque mesi dal corteo contro lo sgombero del Leoncavallo e per le lotte vive
della città, le giornate delle Utopiadi hanno mostrato che l’urgenza delle
azioni può convivere con un lungo lavoro di cura delle relazioni. Non era
scontato. Come diceva qualcuno, “abbiamo ancora tanto da fare”, ma la via è
tracciata e l’utopia forse è già realtà. (gloria pessina)
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¹ Le foto del corteo del 7 febbraio sono state realizzate dagli studenti del
triennio di fotografia di CFP Bauer – Afol Metropolitana che negli scorsi due
anni hanno partecipato ad “Atlante Olimpico”, un laboratorio a cura di Studio
Figure sull’impatto dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 sul
paesaggio e sull’immaginario della città. Le fotografie sono di: Arianna
Amorosi, Emil Bovey, Riccardo Cimorosi, Davide D’Agostino, Enea Fenoglio,
Melania Rima e Lorenzo Vargiu.
Tag - milano
Il primo argomento della puntata è stato quello delle mobilitazioni di
lavoratrici e lavoratori dei grandi alberghi milanesi, ne abbiamo parlato in
collegamento telefonico con Mattia Scolari del sindacato Cub Milano. Infatti per
il 6 febbraio, nel giorno di inaugurazione dei giochi olimpici invernali, era
stato lanciato un presidio davanti alla sede di Federalberghi per denunciare il
costante peggioramento delle condizioni di chi opera in questo settore, presidio
che nonostante il divieto posto dalla questura per non turbare le celebrazioni
per il passaggio della fiamma olimpica, ha avuto luogo comunque, seppure in un’
altra sede. La mobilitazione è parte di un percorso di lotta portato avanti
dall’ unione di lavoratori ma anche di sigle sindacali, che rivelano l’enorme
disparità tra i guadagni di chi lavora negli alberghi e di chi li gestisce, ma
svelando anche un meccanismo di vero e proprio lavoro a cottimo! si parla
infatti di pagamenti erogati in base alle camere d’albergo pulite. Di questo e
delle tante contraddizioni portate dalla costante turistificazione delle città e
di conseguenza anche dei lavori a disposizione, abbiamo parlato con il nostro
intervistato.
Buon ascolto
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Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di un
capotreno dell’Assemblea Nazionale PdM/PdB (personale di macchina/personale di
bordo) sul prossimo sciopero dei macchinisti e capotreno dalle 21.00 del
27/02/2026 alle 20.59 del 28/02/2026.
I temi caldi sono salute, sicurezza e giusta retribuzione: gli incidenti sul
lavoro non danno tregua, le aggressioni al personale durante le ore di lavoro e
non da ultimo gli aumenti salariali inesistenti. Durante l’intervista è stato
sottolineato come la turnazione, la reperibilità e gli stessi orari lavorativi,
cambiati da gli ultimi rinnovi contrattuali, hanno fatto tornare indietro
l’orologio dei diritti di parecchi anni.
Nel ricordare che l’assemblea PDM PDB “Siamo il gruppo auto-organizzato di
Macchinisti e Capitreno delle FSI che rivendica un giusto rinnovo del CCNL e
difendiamo la retrocessione dei nostri diritti” si rilancia alla partecipazione
del prossimo sciopero che ha avuto il primo stop dalla commissione di garanzia:
lo sciopero era stato organizzato e proclamato per il 20 gennaio 2026.
Buon ascolto
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Il terzo argomento della serata è stato quello delle ultime vicende giudiziarie
che hanno visto coinvolto il colosso Glovo, Lo abbiamo trattato in compagnia di
un ex rider attivo nel collettivo Colpo di Torino.
Non è la prima volta che queste piattaforme del food delivery finiscono alla
sbarra in Italia, questa volta il PM Storari di Milano ha accusato l’azienda di
caporalato e di sfruttamento del lavoro, e di avere creato un sistema di
intimidazione e ricatto agita dall’algoritmo utilizzato dai riders, disponendo
conseguentemente il commissariamento di Glovo.
La vicenda ha sollevato un dibattito pubblico in cui c’è chi di base invoca la
regolarizzazione di questi lavoratori, con contratti subordinati e che
soprattutto dispongano di tutele per la salvaguardia e prevenzione della loro
salute. Contenuti questi, anticipati da vincoli di adattamento a standard
europei in materia di contratti di lavoro, proprio per i lavoratori delle
piattaforme.
Buon ascolto
di Mario Di Vito* Nessuna impronta sulla pistola a salve e ferita compatibile
con un colpo esploso mentre Mansouri era girato: la dinamica resta tutta da
ricostruire La prima consulenza …
Dal sito di APE – Associazione proleteri escursionisti
Le terre alte bruciano. Non è una metafora.Lo zero termico a 4200 metri in pieno
autunno,i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie sono la
realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione
di chi continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio.
Gli scienziati ci dicono chel’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure
si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per
l’innevamento artificiale, a devastare versanti perinutili collegamenti tra
comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata,
assistiamo allo stesso copione: opere nocive imposte dall’alto, trivellazioni,
cementificazione, spopolamento.
LO SCI DI MASSA È MORTO (E CONTINUARE A INVESTIRCI È FOLLIA)
I ghiacciai alpini hanno perso oltre il 60% della loro massa dall’inizio del
secolo. Il permafrost si scioglie provocando frane e instabilità sempre più
frequenti. Le stagioni sciistiche si accorciano anno dopo anno: ciò che
trent’anni fa durava 120 giorni oggi ne dura 80, e la tendenza è in
accelerazione.
L’innevamento artificiale è un cerotto su un’emorragia. Servono temperature
sotto lo zero per produrre neve artificiale, ma quelle temperature sono sempre
più rare. Servono quantità enormi di acqua – fino a3000 metri cubi per una
singola pista da bob – in un momento di crisi idrica strutturale. Serve energia
elettrica in quantità industriali, con costi economici ed ambientali
insostenibili.
Il risultato? Piste che sono nastri bianchi circondati da prati verdi, paesaggi
lunari che nulla hanno a che fare con l’esperienza della montagna innevata.
Impianti che funzionano poche settimane l’anno a costi sempre più alti.
Comprensori sciistici sotto i 2000 metri che stanno chiudendo uno dopo l’altro
perché economicamente insostenibili.
Con Sofia Farina, fisica dell’atmosfera specializzata in metereologia alpina,
parliamo delle conseguenze del cambiamento climatico sui fragili ecosistemi
alpini, dell’impatto ambientale di eventi come le Olimpiadi e della neve
artificiale. Per dare una dimensione alla questione, il 90% delle piste da sci
italiane dipende dall‘innevamente artificiale.
Al telefono con Abo, di APE, parliamo dell’impatto delle Olimpiadi sulle terre
alte e in città, da un punto di vista ambientale, economico, sociale, a partire
dall’archivio storico dell’Associazione.
In ultimo, qualche lettura e riflessione.
La bidonvia di Pian dei Fiacconi, sul versante nord della Marmolada, la Regina
delle Dolomiti. Chiuso nel 2019, è stato travolto nel dicembre 2020 da una
valanga che ha coinvolto anche il vicino rifugio, luogo in cui il suo gestore,
proprio nel 2020 assieme alle associazioni ambientaliste aveva lanciato una
petizione volta a far rimuovere tutte le tracce dei vicini impianti in disuso.
Ad oggi, però, in quota rimane una struttura abbandonata e sventrata, dal
pesante impatto ambientale e paesaggistico in un’area montana che è patrimonio
Unesco.
Citati nella puntata
Dalla montagna alla città: perché opporsi alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 –
Associazione proletari escursionisti
Nevediversa – Legambiente
Se la neve non basta più: l’urgenza di adattare le montagne agli inverni del
futuro – Sofia Farina
Olimpiadi: previsto un volume di neve artificiale comparabile alla Piramide di
Cheope. Quanta C02 verrà immessa e quanta acqua è necessaria? – Michele Argenta
La prima grande piazza dopo la stretta del governo Meloni sul diritto a
manifestare finisce tra lacrimogeni, idranti e cariche. Sei fermi e diversi
feriti al corteo La prima risposta …
Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi
lungo…
Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi lungo
tutta l’Italia (oltre a quello in Albania) funzionano in una cinica e
agghiacciante sincronia. Coordinazione che mira a creare un monito ai liberi, un
terrore su larga scala che – tra le altre cose – garantisce il perpetuarsi della
possibilità di sfruttamento lavorativo continuo delle persone immigrate: sui
campi, sui punti della logistica, tra le strade della città.
In questa puntata mandiamo in onda audio, di analisi e racconti, che ci arrivano
direttamente dai reclusi di Pian del Lago (lager ubicato nell’entroterra
nisseno) che non solo ci parlano della sistematica violenza a cui sono
sottoposti quotidianamente i reclusi, ma entrano anche nel dettaglio di una
violenta perquisizione a scopo punitivo subita pochi giorni prima.
Nel sottolineare la settimanale cadenza delle deportazioni verso i cosiddetti
paesi di origine cogliamo la possibilità di fare una diretta con una compagna
dell’assemblea NoCpr di Milano che ci precisa come oramai il lager di via
Corelli sia divenuto l’hub deportativo degli egiziani e dei gambiani. Non a
caso, ci contestualizza, per la prima volta dopo tanto tempo, il CPR di Milano è
stato completamente ristrutturato portando la sua capienza alla totalità delle 4
aree e dunque al contenimento di circa un centinaio di reclusi, spesso solo di
passaggio poiché destinati alla deportazione.
di Enzo Cuomo Tra Milano-Cortina 2026, retorica olimpica e repressione: Mansouri
colpito mentre fuggiva diventa la medaglia d’oro di un Paese che scambia lo
sport per guerra e la sicurezza …
(immagine da: il grande gioco. milano-cortina, il rovescio delle medaglie)
Dal 6 al 22 febbraio 2026 Milano e parte dell’arco alpino tra la Valtellina e
Cortina d’Ampezzo ospiteranno la venticinquesima edizione dei Giochi olimpici
invernali. Un grande evento su cui si è scatenata una fitta propaganda secondo
cui le Olimpiadi sarebbero un’occasione unica per lo sviluppo dei territori
coinvolti e la crescita della reputazione turistica dell’Italia.
Memori di Expo2015, associazioni, comitati e collettivi attivi tra montagne e
città, tra cui Off Topic, hanno elaborato negli ultimi anni un discorso
critico sulle nocività connesse al grande evento, in opposizione alle narrazioni
dominanti. Osservando il recente passato, il presente e le ipotesi di futuro di
territori divenuti mera scenografia olimpica si vedono in azione logiche
speculative volte a massimizzare il consumo di suolo, aumentare le
disuguaglianze e far perdere terreno a quel che resta della città pubblica.
L’esigenza di organizzarsi contro il modello di sviluppo connesso con i Giochi
olimpici e per uno sport che sia veramente popolare ha dato vita al Comitato
Insostenibili Olimpiadi (CIO), che da tre anni
promuove analisi e mobilitazioni tra Milano e l’arco alpino.
Tra le principali criticità individuate nel dossier olimpico: sette miliardi di
euro di investimenti prevalentemente pubblici utili a foraggiare il privato – a
Milano, il dominus COIMA ma anche Covivio, Prada e CTS Eventim – e che
rispondono solo in minima parte alle istanze degli abitanti. Grandi
infrastrutture per il trasporto su gomma che rendono più semplice il trasporto
merci e l’accesso alla montagna per chi vive in città, ma che in larga parte non
saranno nemmeno pronte per le Olimpiadi. E ancora: nessun nuovo impianto
sportivo lasciato in eredità, nessuna nuova pista del ghiaccio, un piano di
smantellamento della società comunale MilanoSport e di vari impianti pubblici a
favore di un modello di pratica sportiva intesa come fitness e wellness a caro
prezzo. Un’idea di performance individuale a discapito di occasioni per creare
comunità e relazioni attraverso uno sport che sia accessibile e popolare. Questo
grande evento, come altri che l’hanno preceduto, conferma di essere uno
strumento di erosione del diritto alla città e di semplificazione procedurale di
opere complesse per le quali, nella maggior parte dei casi, non si richiede
nemmeno di presentare valutazioni sull’impatto ambientale.
UN FILM E UNA RETE
Nell’indagare questi temi, il CIO si è interrogato su quali strumenti fossero
più adatti per realizzare un’iniziativa che potesse coinvolgere la popolazione
interessata dagli impatti delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e non solo gli
addetti ai lavori. È nata così la proposta di realizzare un prodotto audiovisivo
in grado di svilupparsi insieme al percorso politico e capace di suscitare
curiosità per il tema. Un’occasione per accrescere la rete di relazioni senza la
quale ogni attività che si ritiene di base diventa mera questione da tavolo. Il
laboratorio per la realizzazione di un film sulle Olimpiadi, proposto in seno a
Off Topic e sviluppato nell’alveo del CIO, si è interrogato fin dall’inizio
sulle possibili forme del prodotto, cercando di rendere possibili anche le
ipotesi più fantasiose. Il campo da gioco che ha ospitato la realizzazione del
film si è definito fin da subito nella dialettica realtà/finzione, promozione
territoriale/bisogni dei cittadini, barbarie/soluzioni percorribili. Nel far
west del liberalismo gli attori che hanno promosso quest’avventura hanno
intrapreso duelli contro personaggi di finzione prodotti dalla rigenerazione
urbana, hanno risignificato porzioni di territorio e hanno camminato sui
sentieri tortuosi della sfiducia nel presente e nel futuro, così come su quelli
reali dei territori investiti delle Olimpiadi.
Davanti alla campagna propagandistica a cinque cerchi atta a vendere
un’ideologia esposta in forma di render, la scommessa è stata come presentare la
parte di realtà nascosta, sottovalutata o contraffatta. La città brillante e
verticale presentata tramite i render posizionati sul perimetro dei cantieri dei
grandi progetti ha lasciato il posto alle zone d’ombra, ai palazzi e alle
strutture abbandonate, ai nuovi quartieri in cui vecchi e nuovi abitanti si
incrociano mettendosi in relazione. All’idea della città dei grattacieli con
quartieri attrattivi abbiamo contrapposto l’abbandono di strutture frutto non
dell’apocalisse zombie ma della fine dell’intervento pubblico a fini
redistributivi.
(il grande gioco. milano-cortina: il rovescio delle medaglie | trailer)
Mentre il progetto avanzava abbiamo conosciuto le storie del comitato abitanti
zona 4 e di altri quartieri popolari coinvolti, dei piccoli commercianti, degli
occupanti della piscina Scarioni, dei partecipanti al World Congress for Climate
Justice. Ci siamo interfacciati con le associazioni dei territori montani per
comprendere e comunicare un disagio nato dall’ingerenza della città e dei suoi
bisogni sul fragile equilibrio montano. Abbiamo trovato ovunque spunti in grado
di arricchire le mobilitazioni del CIO. Abbiamo appreso cose nuove da nuovi
punti di vista, anche in dialogo con volti più noti della critica alle politiche
urbane o per le terre alte come Duccio Facchini, Lucia Tozzi e Marco Albino
Ferrari, presenti nel film.
Il documentario Il Grande Gioco, reso possibile grazie a una raccolta fondi e
ora distribuito da OpenDDB, è l’esito di un processo partecipato anche da chi
non ha avuto la possibilità di seguire ogni passo della realizzazione, ma che in
questo modo si è avvicinato alla mobilitazione. Proprio la presentazione del
film in città e territori coinvolti dalle Olimpiadi e più in generale in tutto
il Nord Italia a partire dallo scorso dicembre, con fughe che hanno raggiunto
anche la dorsale appenninica fino a Roma, ha dato slancio al percorso politico
sviluppato intorno ai temi del diritto alla città, del valore dello sport
popolare e del rispetto per i territori montani. A oggi contiamo quasi cinquanta
proiezioni. L’intenzione, superato l’appuntamento olimpico ormai alle porte, è
di proseguire il viaggio in altri territori in lotta in Italia e non solo.
VERSO LE UTOPIADI
Nell’autunno 2024 il CIO ha promosso la prima edizione delle Utopiadi attraverso
una serie di mobilitazioni e l’occupazione temporanea di un importante impianto
sportivo in disuso. ll riferimento sono le Utopiadi che si sarebbero dovute
svolgere a Barcellona nel 1936, come esplicita critica alle Olimpiadi
organizzate per quell’anno a Berlino, nel contesto del Terzo Reich. Le Utopiadi
di Barcellona non videro la luce a causa del golpe franchista e dell’inizio
della guerra civile in Spagna, ma l’impresa ha continuato a ispirare movimenti
di critica e contestazione ai Giochi olimpici ufficiali. Per questo il CIO
promuove una nuova edizione delle Utopiadi per le giornate dal 5 all’8 febbraio,
a Milano, con contestazioni diffuse, parate di quartiere, un corteo
nazionale contro le Olimpiadi e la loro eredità e due giornate dedicate
allo sport popolare.
Le Utopiadi si propongono come momento di convergenza per i movimenti che
desiderano andare in direzione opposta rispetto al nuovo ciclo economico
condotto da poteri repressivi, razzisti e bellicisti, che non offrono spazio ad
alcun contradditorio e hanno disseminato nelle due settimane olimpiche chiusure
di scuole, imposizione della DAD, protocolli sindacali che rendono tecnicamente
impossibili gli scioperi, come nel caso di ATM, e zone rosse a delimitare
confini interni alla propria città. Dal 5 febbraio, data in cui inizieranno le
contestazioni in città, fino all’8, data di chiusura delle Utopiadi, attendiamo
a Milano tutte le persone che hanno intenzione di ricostruire un mondo in cui le
macerie si accumulano, che a parole difende la pax olimpica ma che nei fatti si
presenta con la sua faccia da guerra. Estendiamo quindi l’invito ad attraversare
le Utopiadi e costruire con noi comunità resistenti: contro Daspo urbani e zone
rosse, sicurezza “privatizzata” in mano all’ICE e alle polizie militari di mezzo
mondo, scuole chiuse e divieto di sciopero per non disturbare il grande evento e
il suo turismo tossico. Riprendiamoci la città, liberiamo le montagne. Le nostre
vite non sono un gioco! (laboratorio politico off topic)
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QUI il comunicato di lancio delle Utopiadi e aderire al corteo nazionale di
sabato 7 febbraio
L’autopsia mette in dubbio la versione dell’agente indagato. Sul corpo lividi al
volto e l’impronta di una scarpa sul giubbotto della vittima L’autopsia sul
corpo di Abdherraim Mansouri, il 28enne …