L’incendio

il Rovescio - Monday, February 16, 2026

L’incendio

«Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi.

«Non puoi».

Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi.

Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un “paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel cuore.

Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato.

Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi sentire nell’acqua.

Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita.

Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza. All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo. Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby, tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si annienta la vita incompatibile con la sua avanzata.

Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura addirittura all’interno della cinica conta dei morti.

Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare attenzione, di capire.

Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a tutti.

Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione.

Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono dell’umanità.

«Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?».

«Perché poi uno come te perde il controllo».

«Non lo perdiamo, lo acquistiamo».

«Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene».

Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade? Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto ne facesse sanguinare a decine o a centinaia?

Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano, approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga.

Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti.

Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno?

Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro.

Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del “fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema. Conservavano la vita.

La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la rivoluzione.

«Vi fate ingannare dalle regole del cuore».

«No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio».

«Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere pericolosi. Voi siete dei terroristi!».

«Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno uno».