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TAV e guerra viaggiano sugli stessi binari (con l’aiuto di Leonardo)
Pubblichiamo questo volantino dell’Assemblea di solidarietà alla resistenza palestinese di Trento, diffuso durante il corteo contro il progetto di circonvallazione Tav che si è tenuto in città lo scorso sabato 13 giugno. Ci sembra il caso di integrare un aspetto, che nel testo è stato appena sfiorato per motivi di spazio. Se è solo nel 2016 (e non già nel 2014) che cominciano a essere varati i Piani di mobilità militare dell’Unione Europea, c’è una ragione precisa: il loro legame con la costruzione di un esercito comune europeo. Mentre questa vecchia idea ha visto atteggiamenti diversi da parte delle varie amministrazioni USA (ostile da parte di Bush II, apparentemente favorevole da parte di Obama e Biden, ambivalente, come al suo solito, da parte di Trump), divise tra chi percepisce il militarismo in proprio del Vecchio continente come un potenziale concorrente imperialistico (e con la Francia a pretenderne la guida) e chi invece lo pensa come un prolungamento più solido dell’imperialismo a stelle e strisce, questo progetto ha sempre trovato l’opposizione del Regno Unito, preoccupato dal possibile “risveglio” (peraltro, in questo momento, realmente in corso) del suo storico rivale tedesco. È quindi solo con la Brexit, avvenuta appunto nel 2016, che queste pulsioni hanno potuto ridestarsi. Al di là delle questioni “geopolitiche”, per le quali rimandiamo alla piccola sitografia in fondo al volantino, una cosa ci sembra chiara: il militarismo europeo è una realtà con cui dovremo sempre più fare i conti. Se non possiamo ovviamente sapere se si arriverà davvero a uno scontro diretto con la Russia, non considerare seriamente questa possibilità ci sembra solo irresponsabile, mentre questa minaccia è già il motore che permette l’economia di guerra e lo sviluppo del complesso scientifico-militare-industriale, di per sé foriero di controllo tecnologico e distruzione del vivente. Abbiamo poi un’altra certezza: una volta prodotte le armi, arruolati i soldati, coscritti i lavoratori, questi andranno in ogni caso usati. Se in Europa orientale, Asia occidentale o Africa, lo diranno le circostanze future. A noi il compito di osservare per tempo i movimenti del nemico: per denunciarli e intralciarli da subito, e per farci trovare sulla sua strada al momento giusto. Qui in pdf: tav e guerra con introduzione Qui il volantino: tav e guerra volantino 13.06.25 TAV E GUERRA VIAGGIANO SUGLI STESSI BINARI (con l’assistenza di Leonardo SpA) «[Dobbiamo] assumerci la responsabilità di proteggere i nostri interessi e il modo di vivere europeo. L’Europa non può più permettersi di fare affidamento sulla potenza militare degli altri o di consentire che il suo onore in Mali sia difeso solo dalla Francia.» Jean-Claude Juncker, allora presidente della Commissione Europea, 2016 Che il TAV abbia anche una marcata finalità militare – trasporto di truppe, armamenti e materiali nucleari – è stato un sospetto che ha accompagnato la lotta No TAV fin dai suoi inizi. Un sospetto che negli ultimi dieci anni è diventato certezza, dato che i vari Piani d’azione per la mobilità militare dell’Unione Europea esplicitano questa funzione, con aperto riferimento agli eventi del 2014 in Ucraina (il “cambio di regime” di EuroMaidan, il movimento autonomista nel Donbas, l’aggregazione della Crimea alla Russia). Se una ferrovia adeguatamente potenziata è infatti il mezzo più idoneo a trasportare armamenti sempre più pesanti, il TAV è anche l’ariete che permette di sfondare tutti gli ostacoli – materiali e giuridici – al movimento rapido delle truppe. Non è casuale che a questi documenti – e relativi “pacchetti” finanziari – sia seguita (nel 2020 e nel 2021) l’esercitazione militare Defender Europe, la più massiccia condotta sul continente dalla Seconda guerra mondiale (circa 30.000 soldati provenienti da 26 Stati, dispiegati in una dozzina di Paesi dell’Europa centro-orientale). Non solo una deliberata provocazione anti-Russa, ma anche un’operazione dichiaratamente mirata ad adeguare il territorio al passaggio di truppe corazzate, a partire… dall’allargamento delle gallerie. L’obiettivo degli Eu Military Plan è potenziare al massimo il ruolo delle ferrovie ad alta velocità all’interno dei cosiddetti «corridoi Ten-T» (le vie di comunicazione “intermodali” individuate dall’Unione Europea). Il perché ce lo dice il Center for European Analysis (CEPA), un think tank della NATO: «la capacità [dell’UE] di agire efficacemente richiederà anche il rapido movimento di forze in Europa prima del loro dispiegamento nelle regioni di crisi adiacenti ai confini del blocco e oltre». Per questo sono necessarie «infrastrutture prioritarie a doppio uso (civile e militare) che potrebbero essere co-finanziate dalla Commissione europea». Infatti, «durante il dispiegamento di forze per le operazioni di risposta alle crisi, le restrizioni di peso sulle strade tenderanno a favorire l’uso della ferrovia o delle vie fluviali/barche. Questo perché la combinazione di camion, rimorchio e carro armato pesante potrebbe in futuro superare le 120 tonnellate». Si tratta di un investimento finanziario considerevole, che come al solito aumenta con il passare del tempo: l’ultimo Piano di mobilità militare del 2025 prevede un investimento da 17 miliardi di euro, dieci volte in più del precedente, mentre solo per l’Italia l’UE ha già stanziato 42 milioni per i progetti di adeguamento delle stazioni di Pontedera e Tombolo (Pisa), Palmanova (Udine), Genova-Sampierdarena e La Spezia Marittima. In questa lucrosa partita non poteva mancare il colosso italiano degli armamenti: Leonardo. Che nel 2024 ha stipulato un accordo con Rete Ferroviaria Italiana per la militarizzazione digitale delle ferrovie. L’accordo prevede che, «in situazioni ordinarie e straordinarie», le «infrastrutture dual use» (le ferrovie) potranno «assicurare la movimentazione di risorse militari, all’interno e all’esterno dell’Europa» anche «con breve preavviso e su larga scala». Dal canto suo, Leonardo mette a disposizione «tecniche avanzate di A.I.» e uno dei «super computer più potenti del settore aerospazio, difesa e sicurezza» (https://www.rfi.it/it/news-e-media/comunicati-stampa-e-news/2024/4/15/leonardo-e-rete-ferroviaria-italiana-sottoscrivono-un-accordo-su.html). Nel frattempo, con il pacchetto legislativo Defence Readiness Omnibus, la Commissione Europea legalizza il lavoro in deroga, arruolando di fatto i ferrovieri che, per qualsiasi esigenza di “sicurezza” e “difesa”, potrebbero essere costretti a lavorare in condizioni e orari straordinari, non previsti dai contratti collettivi. La guerra ha un peso. Per reggerlo servono binari più robusti, ma anche popolazioni sufficientemente resilienti da farsi portare al macello – a cominciare da quello del proprio territorio, della spesa sociale, delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Mentre l’UE, minacciata di “abbandono” da Trump, accarezza più che mai l’idea di costruire un proprio esercito per un imperialismo in proprio. Mentre il massacro in Ucraina continua, dopo almeno due milioni di morti da entrambe le parti. Mentre Zelensky e la sua banda colpiscono il territorio russo sempre più in profondità, provocando stragi di civili con droni costruiti insieme alle industrie europee, missili da crociera forniti dai “nostri” governi (e pilotati da ufficiali NATO…), e con il plauso delle “nostre” televisioni. Mentre le “nostre” élite cercano con ogni mezzo lo scontro diretto con la Russia. Mentre le guerre aggravano la crisi economica, e la crisi economica viene tamponata con il riarmo. Mentre il “nostro” imperialismo continua a massacrare in Palestina, Medio Oriente, Africa… la guerra è già qui, contro di noi. Se “a casa nostra” non si è ancora materializzata nelle trincee, è già arrivata sotto forma di cantieri devastanti e avvelenamento dei territori, treni carichi di blindati e materiale radioattivo, valanghe di prebende da intascare (per i soliti noti) e debito pubblico da ripagare (per tutti gli altri). A noi saperla riconoscere e combattere prima che ci piombi addosso, sempre più veloce. Trento, 13 giugno 2026 Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese Per approfondire: Assemblea No Tav Torino e Cintura, Il TAV all’interno dei corridoi militari europei https://www.notavtorino.org/documenti-24/opuscolo-tav-militare-marzo-2022.pdf Antonio Mazzeo, Trasportare la guerra. Mobilità militare 2.0 e rete TEN-T https://umanitanova.org/trasportare-la-guerra-mobilita-militare-2-0-e-rete-ten-t/ Bollettino dei Ferrovieri contro la guerra (CUB Rail), n°7 https://ilrovescio.info/2026/03/11/ferrovieri-contro-la-guerra-bollettino-n-7/ e n°8 https://ilrovescio.info/2026/04/21/bollettino-dei-ferrovieri-contro-la-guerra-n8-aprile-2026/
Rompere le righe
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Anatomia di un microchip
Anatomia di un microchip (una prefazione) Abbiamo tradotto e pubblichiamo la prefazione che Celia Izoard ha scritto per Anatomie d’une puce, un interessante volume – edito da Le monde à l’envers – che raccoglie interventi e materiali realizzati in occasione del convegno internazionale tenutosi il 28 e 29 marzo 2025 a Grenoble. A Celia Izoard si devono diversi lavori-inchiesta sulla rovinosa materialità del digitale nonché riflessioni sulla necessità di sbarazzarcene, tra cui Cambiate lavoro per favore. Lettere agli umani che robotizzano il mondo, pubblicato in italiano nel 2022 dalle edizioni Malamente. Questa prefazione, nella sua sinteticità, ci fa scorgere il mondo intero dentro i semiconduttori in quanto tecnologie imperiali; e formula con chiarezza la posta in gioco per un’Internazionale del genere umano: spezzare la spirale di rafforzamento reciproco tra digitalizzazione e guerra. Qui in pdf: Anatomia di un microchip   È possibile rilocalizzare l’impero? Il digitale è una tecnologia imperiale. Cosa diventa quando l’impero va in frantumi?   di Celia Izoard La vedete la colonnina per la convalida dei biglietti e tesserini di viaggio? È il grande rettangolo grigio alto circa un metro e mezzo che superate all’entrata della metro. Qualche giorno fa, quando sono scesa in una stazione a Tolosa, alcuni tecnici avevano aperto questa colonnina per lavori di manutenzione. Si poteva quindi vedere ciò che abitualmente è invisibile: l’interno. In mezzo a fili di tutti i colori, ho visto delle targhette di resina epossidica verde lunghe circa quaranta centimetri. Su queste schede elettroniche si sviluppa una sorta di città all’americana: schiere di punti argentati, luci rosse, torri cilindriche, blocchi rettangolari. Alcuni di questi rettangoli, neri, circondati da piccole linee argentate perpendicolari, assomigliano a magazzini logistici in miniatura con le loro file di camion: ecco i microchip, chiamati anche semiconduttori oppure circuiti integrati. Ho incontrato Hubert Cros, progettista di sistemi elettronici per delle aziende del Sud-Ovest. Mi ha raccontato che in una colonnina come questa, si utilizzano alcune decine di semiconduttori. Ce ne sono quasi 160 in un cellulare, e circa 3500 in un’auto ibrida. Un microchip di una colonnina di convalida può contenere fino a 10.000 transistor, ma quelli che troviamo in un server dei data center (utilizzati per esempio nei calcoli di «intelligenza artificiale») ne contengono circa 100 miliardi: milioni di volte di più. Resta il fatto che questa semplice colonnina finalizzata a leggere un titolo di trasporto, aprire la barriera ed emettere un bip positivo o un bop negativo a seconda dalla validità della tessera, questo oggetto che a malapena possiamo definire «high tech», necessita da solo di quasi un milione di componenti elettronici. All’interno di questo oggetto inutile, dalle finalità mercantili e burocratiche, si potrebbero ritrovare delle tracce del mondo intero: decine di minerali estratti e raffinati in luoghi differenti, acidi e solventi arrivati da ovunque, siti di montaggio e di assemblaggio sparsi su diversi continenti. Sull’esempio di queste colonnine, da una quarantina d’anni, la vita nei Paesi ricchi è irrigata da microchip onnipresenti e invisibili. In una brochure informativa per il grande pubblico, l’associazione europea delle imprese di semiconduttori (ESIA), si felicita di ricordare che questi ultimi sono indispensabili «alle cure mediche critiche», «alle infrastrutture idriche», «all’agricoltura sostenibile che nutrirà il mondo» (ESIA, Semiconductors : strategic enabler of everyday life, 2024). Nello stesso documento, essa spiega che «la fabbricazione di semiconduttori è l’attività di fabbricazione più complessa che si conosca attualmente. Prima di raggiungere lo stadio del prodotto finale, un microchip può compiere 2 volte e mezzo il giro del mondo e attraversare 80 frontiere». Come siamo giunti a questo punto? Esistono delle tecnologie emblematiche di certe forme politiche. Il telaio meccanico, per esempio, cristallizza il capitalismo industriale inglese del XIX secolo: il cotone prodotto in India, le fabbriche tessili di Manchester alimentate a carbone, le cotonine vendute ai mercanti di schiave e schiavi africani. Il microchip di silicio, invece, è un puro prodotto dell’egemonia neoliberale delle potenze occidentali degli anni Duemila. Produrre un tale oggetto necessita la capacità di ammassare quantità inaudite di capitali in eccesso (grazie alle riforme neoliberali) e di essere i beneficiari ultimi di catene di approvvigionamento di una complessità prodigiosa, suddivise su decine di Paesi. Di fatto, il microchip è la quintessenza del «modo di vita imperiale» così come lo hanno definito i sociologi tedeschi Brand e Wissen: un quotidiano in cui gli oggetti più ordinari sono dei prodotti iper-mondializzati fondati su rapporti di potere asimmetrici. È la pax americana che ha reso possibili la Silicon Valley e le sue catene di approvvigionamento tentacolari. Se non fosse esistito questo dominio mondiale, naturalizzato all’inizio degli anni Duemila al punto di passare per «la fine della storia», se il mondo non fosse stato questo spazio di libero scambio comodamente organizzato per rifornire le multinazionali occidentali, a nessuno sarebbe venuto in mente di digitalizzare le attività umane. Sembra inconcepibile rendere una società intera dipendente, per la propria sopravvivenza, da un oggetto che si basa sull’attività di decine di miniere ai quattro angoli del mondo, superando 80 diverse frontiere prima di raggiungere lo stadio del prodotto finale. In altri termini: il digitale è una tecnologia imperiale. Cosa diventa quando l’impero va in frantumi? Il vento cambia, l’impero occidentale s’incrina e si frammenta. Da qualche anno, il Pianeta non è più questa comoda base logistica, gestita dalle politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per rifornire le multinazionali occidentali. La Cina, seconda potenza economica mondiale, non può più essere trattata come un subappaltatore dell’elettronica. Essa ha costruito dei monopoli sui metalli critici e potrebbe invadere Taiwan, dove è fabbricata la maggior parte dei microchip del mondo. L’egemonia è finita, con diversi imperi in concorrenza tra loro per le risorse e i mercati. Convertite al capitalismo, le classi dirigenti dei BRICS+ (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia ed Etiopia) vogliono metalli, semiconduttori ecc. per produrre più o meno gli stessi oggetti: auto, aerei, armi, satelliti, telefoni, schermi e il resto dell’infrastruttura digitale. In Europa e negli Stati Uniti le imprese esigono dai loro Stati che le aiutino a garantire i loro approvvigionamenti in materie prime e in componenti. Che aprano miniere e industrie, che reindustrializzino i territori da cui queste stesse imprese hanno traslocato vent’anni fa per aumentare i propri profitti. Nel 2022, il governo federale degli Stati Uniti ha votato un Chips Act per sovvenzionare la produzione di semiconduttori nel Paese. Nel 2023, i deputati europei votano a loro volta l’European Chips Act, una replica della stessa legge il cui obiettivo è produrre sul continente il 20% della domanda europea di semiconduttori. A Crolles, nei pressi di Grenoble, lo Stato ha promesso 2,9 miliardi di euro per finanziare l’allargamento della fabbrica STMicrolectronics, un gruppo franco-italiano la cui sede è in Svizzera. Ma è davvero possibile rimpatriare queste catene di approvvigionamento mondiali? All’interno della classe politica, nessuno sembra porsi tale questione, per quanto cruciale: si possono produrre dei microchip in un solo Paese o per lo meno in un solo continente? Non più di quanto ci si chieda se si possono produrre delle batterie elettriche, delle armi o dei satelliti a partire da un unico continente. Si tratta di ignoranza, di cinismo? Tutti sembrano aver dimenticato che l’industrialismo è fondato sull’imperialismo – sugli «scambi», come dicono i manuali scolastici. L’industria automobilistica francese si è costruita con caucciù e rame congolesi, con piombo e cobalto magrebini, nichel canaco, petrolio mediorientale ecc. Le catene di approvvigionamento di STMicrolectronics sono oggi mille volte più lunghe, intrecciate e complesse di quelle dell’impresa Renault degli anni Sessanta. Il fatto che STMicrolectronics, a Crolles, abbia più di 6000 fornitori diretti fornisce un’idea della complessità dei processi da cui dipende questo sito gigantesco. Il minimo microchip di qualche millimetro può contenere decine di metalli differenti: arsenico, tantalo, titanio, antimonio, gallio… Tuttavia, a destra, a sinistra o presso gli ecologisti, tutti applaudono questi investimenti sulla «sovranità tecnologica» chiamati persino «rilocalizzazioni». Eccoci qui a Grenoble, dove un’intera industria dell’elettricità e dell’elettronica si è installata da lunga data per beneficiare dell’acqua delle montagne. Le imprese di semiconduttori impiantate a partire dagli anni Novanta hanno regolarmente aumentato i loro prelievi di acqua, al punto che in un decennio il consumo da parte di STMicro è quasi raddoppiato. Con il moltiplicarsi e l’aggravarsi degli episodi di siccità. Dopo l’estate 2022, un’estate torrida, il collettivo STopMicro è entrato in scena depositando casse e casse di bottiglie davanti a EAUX de Grenoble Alpes, la regia incaricata del servizio idrico della zona. Esattamente 336 litri, tanti quanti STMicrolectronics e Soitec ne consumano ogni secondo in seguito al loro allargamento. Da soli, questi due siti inghiottono l’acqua di una città di 400 mila abitanti e l’elettricità di una città di 230 mila abitanti. La popolazione della ragione è probabilmente inquieta nel veder scomparire le proprie risorse d’acqua, come la maggior parte di noi. Ma il muro che le impedisce di contestare questo accaparramento è il consenso politico sulla «rilocalizzazione». Bisogna pur produrre dei microchip. Meglio produrli qui che altrove. Di fatto, se avete ascoltato su France Inter l’intervista a Jean-Marc Chéry, amministratore delegato di STMicrolectronics, dovreste essere convinte e convinti che questo consumo d’acqua servirà almeno a produrre dei microchip «made in France» (trasmissione dell’11 novembre 2021 dedicata a Grenoble). Ci sono argomenti per tutte le parrocchie politiche: ciò impedirà le penurie che rischiano di paralizzare l’economia; le condizioni di produzione saranno migliori a Crolles che presso un subappaltatore asiatico. Rispondendo ai giornalisti, l’AD ha lasciato intendere che la fabbrica produceva «diversi miliardi di microchip ogni anno» a partire da una materia prima che sarebbe una «tavoletta di silicio». Tutto questo è falso. Era il primo punto del convegno organizzato da STopMicro e dai Soulèvements de la Terre il 28-29 marzo 2025: spiegare perché le fabbriche di STMicrolectronics a Crolles e di Soitec a Bernin sono solo una tappa di una catena industriale estremamente costosa e complessa. Che comincia con l’estrazione di quarzo nei rari giacimenti di quarzo ad alta purezza che esistono sul Pianeta. A cui seguono le tappe della metallurgia necessarie alla purificazione di questo minerale di silicio e che durano diverse settimane. Prima trasformato «in silicio metallo attraverso l’addizione di carbonio ricavato dal carbone o dal legno degli altiforni molto energivori»1, viene poi trasformato in polisilicio. «Il polisilicio viene quindi fuso ancora una volta a temperature elevatissime in lingotti di silicio monocristallino ultra-puro. Questi lingotti saranno poi divisi in gallette molto fini (wafers, in inglese)». È solo a questo stadio che intervengono le fabbriche di Grenoble, le quali ricevono queste gallette e vi imprimono miliardi di transistor e circuiti miniaturizzati attraverso la fotolitografia (simile a una foto argentica ma molto più complessa). Al termine di queste centinaia di tappe che durano diversi mesi nelle camere sterili dell’Isère, ciò che esce dal sito di STMicrolectronics a Crolles non è ancora un microchip come oggetto separato. È in altre fabbriche chiamate OSAT o back-end, spesso collocate in Asia, che questi semiconduttori sono singolarmente separati, testati e preparati per essere integrati in circuiti elettronici. Malgrado il suo colossale consumo d’acqua e di elettricità, la produzione realizzata nelle Alpi non è che una trappa tra decine di altre, suddivise su tutto il Pianeta. Una volta stabilito che la costruzione o l’allargamento di una fabbrica di semiconduttori non può cambiare la natura mondializzata dell’elettronica, il secondo punto di questo convegno era smontare il multistrato di forme di dominio contenuto in questo oggetto così minuscolo. In quanto tecnologie imperiali, i semiconduttori sono dei microcosmi. Attraverso i milioni di tappe e di sostanze che ne permettono l’esistenza, offrono un’istantanea mondiale delle devastazioni dell’industria, delle dinamiche coloniali e neocoloniali. È il caso, per esempio, dello stato di guerra permanente nella parte est della Repubblica democratica del Congo, di cui ci parlano David Maendha Kithoko e Fabien Lebrun. Questa regione del Kivu dove vengono sfruttare numerose miniere artigianali di tantalo e di stagno (utilizzati nei condensatori e nelle saldature delle schede elettroniche) si è infiammata già agli albori della rivoluzione informatica. Le manovre delle grandi potenze per beneficiare di questa economia di guerra hanno alimentato fino ad oggi il reclutamento dei bambini per la guerra e per le miniere, gli stupri, i massacri e le deforestazioni. Parallelamente, l’espansione dei mercati delle batterie per le auto, i datacenter e gli apparecchi digitali hanno scatenato una corsa ai giacimenti di litio sulle Ande, in particolare nel Nord dell’Argentina, dove decine di comunità autoctone resistono al proprio sradicamento. È quello che ci raccontano Roger Moreau da Salinas Grandes e Azul Blaseotto, venuta da Buenos Aires. Cosa vediamo ancora in questi microchip di cristallo? Possiamo vedervi riflessi i movimenti meccanici e ripetitivi degli operai e delle operaie dell’elettronica in Cina e in India, raccontati da Agnès Crépet, che studia questa industria da dieci anni all’interno dell’impresa Fairphone. O ancora vedervi scintillare le acque cristalline dei laghi delle comunità innu e inuit nell’estremo Nord del Quebec, e immaginare la collera degli abitanti del porto di Sept-Îles di fronte a un progetto di estrazione di terre rare da giacimenti radioattivi. Marc Fafard ha attraversato l’Atlantico per venire a raccontare l’eterno ritorno di queste imprese minerarie nella regione. Esse puntano questa volta ad estrarre del gallio, il metallo di cui sono fatte le nuove generazioni di microchip, le cui performance continuano a raddoppiare ogni due anni, in conformità con la legge di Moore [secondo la quale il numero di transistor su un microchip raddoppia circa ogni 18 mesi] che le potenze economiche fanno implacabilmente rispettare nel mondo. A partire da tutti questi racconti, si comprende facilmente che più lasciamo le imprese disseminare schede elettroniche in tutto ciò che ci circonda, più aumentano gli accaparramenti e le intossicazioni – a Crolles, a Salinas Grandes, a Sept-Îles e altrove – ma anche il rischio sempre più evidente di guerra tra potenze economiche rivali. È per mettere le mani sui giacimenti di terre rare e altre miniere indispensabili al digitale che l’amministrazione Trump minaccia di occupare la Groenlandia. È per procurarsi il petrolio necessario alla corsa all’IA e all’armamento ch’essa attacca il Venezuela. In questo mondo dominato dall’industria del digitale, per via degli usi e degli oggetti che impone, ogni potenza economica avrebbe bisogno di almeno due continenti per accaparrarsi le risorse. Sono i tassi di crescita di questo settore che ci incarcerano ogni giorno di più in questo tunnel hyperloop in fondo al quale c’è la guerra. Di ritorno, questo orizzonte di scontro ineluttabile rafforza ancora la crescita del digitale, diventato il sistema nervoso delle tecnologie militari contemporanee. Così, che sia promossa dalla Cina, dagli Stati Uniti o dall’Europa, la «sovranità tecnologica» non designa affatto una ricerca di autosussistenza il cui corollario sarebbe di lasciare in pace il resto del mondo, una forma di autosufficienza tecnica e materiale. La «sovranità tecnologica» indica in realtà il rafforzamento imperiale e la corsa all’armamento. Il terzo punto di questo convegno e della manifest’azione che ne è seguìta è quindi davanti a noi, e per molto tempo. Piuttosto che credere alle favole per bambini dell’«industria rilocalizzata», dobbiamo far cessare la condizione di dipendenza generalizzata che si rafforza con ogni nuovo servizio digitale: la scuola degli schermi, la tele-medicina, i cervelli alimentati con l’IA e così via. Queste imprese all’apparenza onnipotenti hanno delle vulnerabilità: il rischio di disaffezione, la rivolta degli utenti contro la colonizzazione della vita da parte di queste tecnologie potrebbe esserne una, se delle iniziative tanto ricche quanto festose come quelle di Grenoble si moltiplicassero. In una prospettiva più realistica, l’altra vulnerabilità evidente è precisamente ciò che il lavoro di STopMicro ha contribuito a mettere in luce: la crescente fragilità delle sue catene di approvvigionamento man mano che il contesto geopolitico si fa più volatile. Esse potrebbero essere destabilizzate dalla molteplicità dei conflitti e delle resistenze che hanno scatenato, dalle miniere fino ai data center, se la solidarietà internazionale riuscisse ad amplificarle e a unirle come altrettanti anelli. 1. Questa e le citazioni successive sono tratte da Combien de tours du monde faut-il pour fabriquer une puce « made in France »? [Quanti giri del mondo servono per fabbricare un microchip “made in France”?], l’intervento del Collettivo STopMicro che apre Anatomie d’une puce.
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L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (II)
Seconda parte dell’articolo. Qui la prima: https://ilrovescio.info/2026/03/18/lisola-di-epstein-ovvero-il-tecno-capitalismo-predatore-i/ L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (II) È il 1973 quando Donald Barr – ex preside della Dalton School, l’istituto scolastico privato dell’Upper East Side di New York dove Jeffrey Epstein insegna matematica dal 1974 al 1976 – pubblica Space Relations, un romanzo di fantascienza ambientato su un pianeta governato da oligarchi che praticano la schiavitù sessuale minorile. Nell’immaginario di Barr esiste un mondo caratterizzato da rituali sociali e controllo di classe ben prima che Epstein e la sua compagna Ghislaine Maxwell mettano insieme quel sistema di dominio e sfruttamento di corpi trapelato dai cosiddetti “Epstein files”, molti dei quali desecretati tra il 2025 e il 2026. Sembrerebbe però che la fantasia di Barr mostri dei limiti che la realtà non presenta: la comunità di predatori sessuali instaurata nell’isola di Epstein si macchia di un’hýbris che connota il progresso tecnologico a cui stiamo assistendo. La tracotanza della cerchia di Epstein – tra cui si annotano CEO della Silicon Valley, politici di tutti gli schieramenti, donne e uomini del mondo del cinema, insegnanti dei più prestigiosi atenei – e di Epstein stesso sconfina nella volontà di selezionare la prole perfetta, di sconfiggere la morte, di fare della materia viva un campo di sperimentazione e guadagno. Questi scenari sono resi possibili da una tecnologia senza margini, una tecnologia che vede nella morte l’ennesima sfida da accogliere. Come si legge nel libro Epstein Files curato da L’Indipendente, a partire dai primi anni 2000 l’ambizione di Epstein è quella di trasformare il suo ranch nel Nuovo Messico in un laboratorio in cui le donne sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. Il progetto prevede di mettere incinte contemporaneamente venti donne al fine di costruire una sorta di “allevamento umano” ispirato a un precedente reale: il Repository for Germinal Choice. Si tratta di un piano che vede la luce negli anni Ottanta con l’intento dichiarato di migliorare il patrimonio genetico dell’umanità attraverso la raccolta di sperma di uomini ritenuti eccezionali, tra cui vincitori del premio Nobel. Dal 1980 al 1999, anno in cui cessa di esistere, dalla banca del seme nascono più di 200 bambini. L’unico premio Nobel che dichiara di essere un donatore del Repository è il fisico statunitense William Bradford Shockley. A un certo punto della sua carriera, Shockley sposta la sua attenzione su questioni riguardanti la razza e l’eugenetica. Oltre a ritenere che un tasso di riproduzione più alto tra le persone meno intelligenti avrebbe portato a un effetto disgenico che, come fine ultimo, avrebbe condotto a un declino della civilizzazione, Shockley dichiara: «Le mie ricerche mi portano inevitabilmente all’idea che la causa principale dei deficit intellettivi e sociali dei neri americani è ereditaria e di origine genetica razziale e quindi non rimediabile in misura maggiore da miglioramenti pratici nell’ambiente». Anche per Epstein, come si legge da una mail indirizzata a Chomsky, «il divario intellettivo con gli afroamericani è documentato», uno scarto che il finanziere di New York propone di colmare con dei mutamenti genetici. L’ingegneria genetica è lo strumento che permette ai tecnocrati di dare forma alla propria fede nel progresso automatico della storia. Insieme a Bryan Bishop, sviluppatore di Bitcoin e imprenditore nel settore delle biotecnologie, Epstein collabora al progetto “designer baby”, un piano per creare «il primo neonato umano progettato e possibilmente un clone umano» (rif. EFTA01003966). In una mail del 2 agosto 2018 indirizzata a Epstein, Bishop scrive: «Una volta raggiunta la prima nascita, tutto cambia e il mondo non sarà più lo stesso, tanto meno il futuro della specie umana» (rif. EFTA01003966). L’orizzonte di riferimento è la tecnologia CRISPR/Cas9 e l’esperimento dello scienziato He Jiankui. Nel 2018, infatti, He Jiankui annuncia di aver fatto nascere due gemelle resistenti al virus dell’HIV dopo una modifica del DNA fatta con la tecnologia CRISPR. Con l’apparente scopo di contenere il virus, il genetista cinese impianta in un corpo femminile embrioni geneticamente modificati dando sfogo a una sorta di delirio di onnipotenza. In modo analogo, Epstein immagina di poter creare su misura un erede e per questo vede in CRISPR la tecnica migliore per potenziare le capacità cognitive e inserire nel DNA tratti considerati desiderabili. Sebbene Epstein e Bishop non avranno abbastanza tempo per ultimare il loro progetto, è evidente l’ossessione verso il controllo genetico, l’ereditarietà e la perpetuazione di sé. In questo senso il mito di Medea è esemplare: l’infanticida più famosa della letteratura, uccide i propri figli per punire Giasone, reo di aver infranto una promessa. Medea sa che quello che più può ferire Giasone è la fine della trasmissione del suo sangue: la disperazione dell’eroe greco non è legata alla morte dei figli ma alla mancanza di eredi e alla distruzione della sua memoria. I test genetici non riguardano solo la volontà di creare un bambino perfetto, ma anche quella di allungare la vita. Scrive Günther Anders ne L’uomo è antiquato: «Dunque propria della mentalità del progresso è un’idea specialissima di “eternità”, cioè l’idea dell’ininterrotto miglioramento del mondo; e anche uno specialissimo difetto, cioè l’incapacità di concepire una fine». E ancora: «per il credente nel progresso questo non finire costituisce una legge fondamentale, dunque ha validità universale, e vale quindi anche per la sua vita personale». Da quello che trapela dai documenti desecretati a gennaio di quest’anno, Epstein è interessato alle ricerche nel campo della longevità e della crionica: Epstein, insieme a diversi transumanisti e molti milionari, «non prende in considerazione nemmeno la sua fine personale, non può prenderla in considerazione; egli storna da sé la sua propria morte» (Anders). Non potendo, ancora, evitare che si continui a perire, Epstein occulta la vergogna del morire fornendo il proprio materiale genetico per analisi di laboratorio, nell’ambito di un progetto di sequenziamento – il Personal Genome Project – vòlto a individuare predisposizioni genetiche a varie malattie. Quello che viene messo in piedi, più che una pratica di medicina preventiva, sembrerebbe ricalcare l’idea di miglioramento biologico e prolungamento artificiale della vita. Joseph Thakuria, medico e ricercatore affiliato al Massachusetts General Hospital e collaboratore del Personal Genome Project della Harvard Medical School, concepisce a tal fine il Progetto Venus, uno studio di ricerca genomica basato sulla tecnologia CRISPR/Cas9. Thakuria ha in mente di «offrire un servizio di biobanking a lungo termine di DNA e cellule e la rianalisi dei dati per tutta la vita» (rif. EFTA02698643). In quanto credenti nel progresso, Thakuria e Bishop – che ricordiamo essere coinvolto nel progetto baby designer vòlto a progettare il primo neonato umano – non conoscono nessuna dimensione temporale al di fuori del futuro: sebbene all’epoca dei loro esperimenti l’editing genetico fosse ancora in una fase iniziale, individuano nella genetica lo strumento migliore per sfidare i limiti biologici umani e vedono nel transumanesimo l’orizzonte verso cui guardare. Approccio condiviso, naturalmente, anche da Epstein, che nel 2018 attraverso la sua fondazione, la Gratitude America, dona 100.000 dollari alla Humanity+, un’organizzazione transumanista fondata nel 1998 con il nome di World Transhumanist Association. Per i credenti nel progresso, il concetto del negativo, della fine, è diventato dunque irreale. Pensiamo alla frase di Peter Thiel: «Probabilmente la maggior forma di disuguaglianza umana è tra chi è vivo e chi non lo è più». Nella sfida con la morte, Thiel ed Epstein sono in compagnia di alcuni dei maggiori CEO della Silicon Valley: nel 2017 Larry Ellison, fondatore di Oracle, dona oltre 370 milioni di dollari in progetti per allungare la vita; Jeff Bezos avrebbe investito in Altos Labs, un’azienda che mira alla riprogrammazione biologica, un metodo per ringiovanire le cellule in laboratorio che, secondo alcuni scienziati, potrebbe essere utilizzato per rivitalizzare corpi animali e, in ultima analisi, per prolungare la vita umana. Tra gli scienziati che si sono uniti ad Altos Labs c’è Juan Carlos Izpisúa Belmonte, un biologo spagnolo del Salk Institute in California che, in collaborazione con dei ricercatori cinesi, ha aggiunto a degli embrioni di scimmia delle cellule umane. Larry Page – prima CEO di Google, poi di Alphabet – crea nel 2013 Calico Labs che ha avviato un laboratorio che si concentra esclusivamente sulla riprogrammazione cellulare. Nella Silicon Valley i sogni eccentrici dei miliardari succhiano letteralmente il sangue dei giovani: una pratica che prende piede è quella di ricevere trasfusioni di plasma di ragazzi, tanto che il 19 febbraio 2019 la Food and Drug Administration pubblica un comunicato stampa che mette in guardia dalle aziende che propongono tale pratica nel tentativo di rallentare i sintomi dell’invecchiamento. Quest’immagine trasferisce su un piano letterale ciò che il sistema capitalista fa da centinaia di anni: rubare la fonte vitale – che essa sia il sangue, o il corpo, o la terra, o le risorse – ai popoli. Si potrebbe andare avanti con gli esempi, ma il concetto è oramai chiaro di per sé: quello che fanno i vari Epstein è far sì che la tecnica diventi la vera e propria sostanza dell’uomo. Con gli esperimenti per creare “la prole perfetta” esattamente come con quelli per “sconfiggere la morte”, la tecnica non è più posta di fronte all’uomo, ma si integra in lui e progressivamente l’assorbe del tutto. L’ossessione del controllo e quella dell’accumulazione del capitale si manifestano anche nei piani di “preparazione alle pandemie” in cui Epstein risulta coinvolto. Tra il 2015 e il 2017 – cioè almeno due anni prima dello scoppio dell’emergenza Covid – risultano scambi che riguardano eventuali simulazioni di ceppi patogeni e la costruzione di infrastrutture per la gestione delle emergenze sanitarie. Il 20 marzo 2015 Epstein riceve una mail con Bill Gates in copia con oggetto “Preparing for pandemics” (rif. EFTA00654215). Il messaggio contiene una bozza di agenda per un incontro alla preparazione globale di eventi pandemici e propone di discutere su come coinvolgere ufficialmente l’Organizzazione mondiale della sanità e il Comitato internazionale della Croce Rossa. In una mail indirizzata a Gates, con Epstein in copia, datata 3 marzo 2017 (rif. EFTA02657725) che porta come oggetto “bgc3 deliverables and scope” (bgc3 risultati attesi e ambito di intervento) vengono elencati una serie di progetti per l’allora bgC3 – l’azienda di tipo think tank fondata da Bill Gates nel 2008 – tra cui un «documento sulle neurotecnologie come armi nell’intelligence e nella difesa» (!) e «raccomandazioni successive e/o specifiche tecniche per la simulazione di una pandemia di ceppo». Non sono gli unici riferimenti alla preparazione alle pandemie, c’è anche uno scambio (rif. EFTA01617419) tra due interlocutori legati a Epstein la cui identità è rimasta segreta i quali, riferendosi alla simulazione pandemica, scrivono: «potrebbe essere una grande piattaforma», cioè un laboratorio politico che vedrebbe coinvolto anche Bill Gates, che viene definito «matto per i vaccini e per le questioni riguardanti l’autismo». Evidentemente per questi personaggi una crisi sanitaria appare un’occasione per mettere in campo nuovi prodotti farmacologici, per sperimentare tanto misure mediche quanto sistemi di sorveglianza. Per Epstein e gli altri neo-feudatari la materia umana è laboratorio di sperimentazione: il corpo è qualcosa da potenziare, migliorare e cristallizzare – è questo il caso dei loro corpi – oppure da sfruttare, stuprare e accumulare – è questo il caso dei corpi delle altre. Nella loro visione, il mondo è qualcosa che si può possedere a partire dai suoi elementi più essenziali: la natura e l’uomo. Ciò che è avvenuto nell’isola di Epstein, quello che è emerso dai files sembra essere il delirio di alcuni pazzi che non vogliono mettere limiti alla loro brama di dominio, un unicum da cui tutti vogliono prendere le distanze. Ma, usando ancora le parole di Anders, «nella storia non esiste il baloccarsi con esperimenti, perché tutto ciò che si annuncia, affermando modestamente di svolgersi soltanto in veste di esperimento, avviene immediatamente “una volta per tutte”, si svolge dunque quale “caso concreto”».
Approfondimenti
In primo piano
Quando si parla di lockdown energetico…
Coloro che pensavano che «confinamento», coprifuoco e lasciapassare fossero misure eccezionali dettate da ragioni sanitarie, saranno ben presto costretti ad ammettere che chi ne ha denunciato fin da subito la natura di sperimentazione tecno-militare non si era certo bevuto il cervello. Da qualche settimana si annuncia un «lockdown energetico». A scanso di equivoci, il commissario europeo all’energia, Jorgensen, ha dichiarato: «Anche se la pace arrivasse domani, in un futuro prevedibile non torneremo alla normalità». Di fronte a un virus, il concetto di «confinamento» aveva almeno un’apparenza logica. Nel caso di penuria di risorse energetiche, si può al limite parlare di «razionamento», di «riduzione del consumo», di «austerità»: l’essere fisicamente separati dagli altri non impatta di per sé in alcun modo sul problema. Dieci persone che vanno in bicicletta a coltivare i campi o ad insegnare in una scuola non digitalizzata consumano meno di una sola persona chiusa in casa a consultare CHAT GPT (come è ormai piuttosto noto, un datacenter di medie dimensioni consuma tanta energia quanta una città di trentamila abitanti). È allora evidente che associare «lockdown» e «crisi energetica» fa parte di un metodo di governo: più precisamente, un metodo in cui arruolamento delle retrovie sociali e incarcerazione tecnologica dell’umanità si intrecciano sempre di più. Se già si parla di incentivare il tele-lavoro; se già si ipotizza il ritorno della «didattica a distanza» e la riduzione della circolazione, non si può affatto escludere che per misurare le razioni di carburante e assicurarne la fornitura ai «lavoratori essenziali» (tra i quali sono stati già inseriti, per impedirne gli scioperi, gli operai della logistica…) vengano introdotti appositi strumenti di controllo. Un’applicazione, una tessera con QR code con cui dimostrare che si ha «diritto» alla tal quantità di carburante. Un ulteriore passo avanti verso quella società dei varchi elettronici in costruzione, basata sull’accesso differenziato e sorvegliato a determinati spazi e servizi. Se la paura del virus ha giocato un ruolo fondamentale nell’accettazione della ginnastica di obbedienza imposta durante il Covid, in questo caso per governi e tecnocrati sarà senz’altro più difficile confinare menti e corpi. Impossibile presentare la «crisi energetica» come una tragica fatalità, vista l’evidenza della sua causa: l’aggressione israelo-statunitense all’Iran e al Libano; e palesemente insensato pretendere che gli umani stiano separati dai loro simili. Ma la sopravvivenza economica rende spesso preferibile la strada in discesa dell’accettazione che quella in salita della solidarietà e della rivolta. Per questo è urgente preparare discorsi e azioni. Non serve farla tanto lunga. Pretendere la gratuità dei trasporti pubblici, affiancando al sabotaggio di macchine obliteratrici e lettori QR code discorsi contro la guerra, la sua economia, la sua logistica, la sua ricerca: l’energia andrebbe tolta innanzitutto a ciò che produce la guerra e il controllo di chi vi si oppone. Bloccare strade, ferrovie, rotatorie, trasformando i blocchi in spazi di vita, di confronto e di autorganizzazione (come felicemente intuito dai Gilet gialli). Dal momento che la normalità capitalistica resta il principale ostacolo alla lotta, è necessario scordarsi, a fine manifestazione, le rotaie verso casa. Quello che non sempre si riesce a fare in tanti, si può fare anche in pochi. E intanto porre la questione più generale: energia per produrre e consumare cosa? Per quale società? Per quale vita? Non facciamoci spaventare dai deliri di onnipotenza dei nostri nemici. Governare questo mondo è ormai più complicato che sovvertirlo.
Stato di emergenza
In primo piano
Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano
Riceviamo e diffondiamo: Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano Nel nostro primo testo – l’Appello del settembre 2023 – scrivevamo che il conflitto in Ucraina era il primo capitolo di una più vasta guerra mondiale in formazione tra le potenze egemoni dell’Occidente e tutti i loro rivali capitalistici in ascesa, e che era necessario mobilitarsi per avere una voce, come sfruttati e come rivoluzionari, in un contesto che andava in quella direzione. Se si trattava di una facile previsione, nel Paese dei ciechi l’orbo è re, e i fatti ci hanno dato purtroppo ragione. Mentre Israele continua il genocidio a Gaza (con più di 1000 morti dallo scorso ottobre) e si annette per legge la Cisgiordania; mentre il movimento per la Palestina appare paralizzato dalla falsa pax trumpiana e l’osceno progetto neofeudale del Board of Peace non conosce contestazioni significative; dopo mesi di propaganda sulle trattative fasulle riguardo un «programma nucleare di Teheran» sostanzialmente inesistente, e sulle brutalità del «regime degli Ayatollah»1… il 28 febbraio Israele e USA hanno attaccato l’Iran e il Libano, facendo precipitare il secondo fronte della guerra globale. Se è probabile che l’iniziativa sia partita dal governo Netanyahu, ossessionato dal delirio teocratico del «Grande Israele» e deciso a sradicare la resistenza palestinese (cosa irrealizzabile senza l’eliminazione dei suoi sostenitori regionali, da cui anche l’attacco al Libano per eliminare Hezbollah), si tratta anche, dopo il Venezuela, del secondo attacco statunitense in due mesi contro uno dei principali fornitori di petrolio della Cina e contro un ganglio strategico delle sue «vie della seta», nonché contro un membro dei BRICS. Oltre a ciò, è piuttosto evidente la volontà degli USA di mettere le mani sulle vaste risorse iraniane (per dirne solo alcune: petrolio, gas, litio, terre rare) e di frenare i processi di dedollarizzazione avviati nella regione dalla penetrazione commerciale cinese, che alla lunga rischierebbero di far saltare il sistema dei «petrodollari» (le riserve di biglietti verdi detenute in tutto il mondo che hanno una funzione centrale nel mantenerne il valore). Se quindi la guerra mondiale non si sta allargando in modo lineare, con un attacco a Mosca che finisce per tirare in ballo Pechino, la direzione rimane la stessa: un massacro planetario, in cui a ogni capitolo gli Stati attaccati tendono a stringere e rinsaldare alleanze e l’Occidente moltiplica gli attacchi – in una spirale senza fine. In Iran e in buona parte dell’Asia Occidentale si sta scatenando l’inferno. Inaugurata, nello stesso giorno dell’uccisione di Khamenei senior, dal bombardamento di una scuola elementare in cui sono morte almeno 165 bambine, l’impresa dei liberatori è proseguita a colpi di bombe contro altre scuole, ospedali, centrali elettriche, siti nucleari e anche impianti di desalinizzazione. Lo scorso 7 marzo, il bombardamento delle raffinerie di Teheran ha oscurato il cielo, sprigionando una nube tossica da cui cadono piogge acide, e che si è spostata rapidamente su Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, considerati a rischio di contaminazione. Dal canto suo, la Repubblica islamica ha reagito bombardando basi americane in tutti i Paesi circonvicini, colpendo ripetutamente Tel Aviv con missili e bloccando lo stretto di Hormuz, con l’immediato effetto di far salire il prezzo del petrolio. Se questa guerra continuerà anche solo per qualche mese (e potrebbe durare di più…), gli effetti sull’economia mondiale saranno devastanti, con una spirale inflazionistica in cui il costo dei carburanti trascinerà con sé quello di tutte le altre merci, a partire dai prodotti agricoli. Quello che ci viene annunciato è, come minimo, un immiserimento generalizzato, cui gli Stati non potranno far fronte che alla solita maniera: repressione, arresti, galera per chi dissente. Letti in controluce, la produzione a ciclo continuo di pacchetti sicurezza in Italia, il tentativo di estendere il 41-bis ai compagni cominciato dall’internamento di Alfredo Cospito, la legge detta “contro l’antisemitismo” (in realtà pro-Israele) o l’illegalizzazione della solidarietà a Palestine Action in Gran Bretagna, ci dicono una cosa: al di là dei suoi singoli capitoli, lo stato di guerra permanente inaugurato con l’Ucraina durerà a lungo. Da qui una legislazione che non solo vieta di combatterlo, ma persino – sempre più – di contestarlo. Di fronte a questo quadro, tocca porsi una domanda: per quale diavolo di motivo un movimento contro la guerra, ovvero contro gli interventi militari dei “nostri”, stenta a prendere piede? Al di là di ragioni più generali – l’assuefazione al militarismo indotta da trent’anni e più di “missioni di pace”, l’assenza di un qualche palestinese per cui tifare – crediamo che su questo pesi non poco il soft power dei media occidentali. Che cerca di incastrare tutti quanti – “comuni cittadini” e ancor più militanti – in una falsa dialettica: o con i “liberatori”, o con gli Ayatollah. Per questo, non casualmente, lo sguinzagliamento dei borghesi della diaspora iraniana contro le prime, poche manifestazioni di protesta. Una tattica volta a confondere le idee e fiaccare psicologicamente chi non intende scivolare nella spirale della guerra mondiale. Da qui la necessità di chiarirsi le idee: non tanto per sapere cosa fare, ma soprattutto per capire cosa dire, e sbloccare la situazione prima che sia troppo tardi. Noi non siamo tra quelli che riducono le sommosse iraniane a tentativi di rivoluzione colorata. Se quelle rivolte sono state certamente infiltrate, se non innescate, da spie e provocatori USA-sionisti (del Mossad e non solo), quando si tengono manifestazioni di migliaia e migliaia di persone in qualcosa come 800 città, è chiaro che esse contengono ed esprimono un malcontento reale che ha le sue ottime ragioni – tra le quali, va ricordato, anche la crisi economica che ha attraversato l’Iran con l’inasprimento dell’embargo USA, e che ha determinato una sollevazione molto più estesa delle precedenti. Ora, mentre siamo abbastanza convinti che la gran maggioranza di quegli stessi che sono scesi in piazza non vuole affatto l’intervento dei massacratori sionisti e statunitensi (come è emerso da numerosi comunicati della varia sinistra e degli anarchici del Paese, e come emerge dai cortei armati che adesso sfilano a Teheran contro gli aggressori), il punto è che solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi. Su questo vogliamo essere molto chiari. Se il nostro orizzonte ideale è l’internazionalismo proletario e rivoluzionario (solidarietà con tutti gli sfruttati del mondo contro i loro padroni e oppressori, nazionali e internazionali), in caso di guerra l’unico modo coerente per declinarlo è una pratica disfattista. Il che significa dare sempre addosso ai padroni nostrani e non fare mai nulla che possa favorirli. Se anche volendo non potremmo trovare, alle nostre latitudini, nessun bersaglio concreto per aiutare direttamente gli iraniani a liberarsi dal loro governo e dalla loro borghesia (per l’assenza di collaborazioni di qualsiasi tipo data dall’embargo), fare quel poco che si potrebbe – come protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove repressioni – sarebbe semplicemente deleterio, perché ci arruolerebbe nelle file dei padroni di casa nostra (e li favorirebbe nel diventare i nuovi padroni dell’Iran). Per questo la nostra solidarietà con i rivoltosi iraniani (beninteso: con quelli che sono o stanno dalla parte della nostra classe, non quelli che perseguono il regime change occidentale per fare meglio i loro affari) non può essere che indiretta, cominciando dall’aiutare il popolo iraniano a sgombrarsi la strada dai suoi affamatori e bombardatori, sui quali possiamo e dobbiamo agire. Sapendo anche che se questi vincessero, applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria, affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari dell’Occidente (o a una qualche giunta al servizio del FMI come quella installata a Kiev). Pensiamo che questo gli sfruttati iraniani lo sappiano meglio di noi, e che non abbiano alcune intenzione di passare dalla padella degli Ayatollah alla brace dei razziatori occidentali. Quanto ai borghesi di cui sopra, i loro cori per il genocida Netanyahu, le loro bandiere israeliane, i loro applausi per un intervento militare che si abbatte indiscriminatamente sul loro stesso popolo (e che ha già fatto morire circa 600 bambini), bastano a denunciarli per quello che sono. In seconda battuta, una reale liberazione dell’Iran (e non un regime change) non può che avvenire nel quadro di uno sconvolgimento di tutta la regione, il quale a sua volta può essere provocato solo dalla disfatta dell’imperialismo mondiale. In questo senso, attaccare la nostra classe dominante e le sue manovre militari non è solo l’unica posizione possibile per dei sovversivi: si tratta anche dell’unico intervento che in prospettiva – da un lato indebolendo la presa dei “nostri”, dall’altro dando forza e coraggio alle masse oppresse dell’Asia Occidentale – potrebbe contribuire anche al crollo dei vari regimi monarchico-islamici nella regione (nient’affatto meno oppressivi di quello iraniano). La maggior parte dei quali – conviene ribadirlo – è schierato con l’Occidente e con Israele, e la cui caduta travolgerebbe in breve l’infame Stato sionista. Se queste possono sembrare ipotesi campate in aria a chi non conosce la situazione locale, e non considera l’effetto-domino che potrebbe essere innescato dalla disfatta dell’imperialismo, si pensi che le folle che assaltano le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan stanno già andando in questa direzione. Se queste sono ovviamente delle ipotesi, non possiamo e non vogliamo sottacere un pensiero (ma sarebbe il caso di dire: un fatto) che in questo momento ci angoscia come angoscia tutti i sinceri nemici di questo mondo: nelle condizioni presenti, la caduta dello Stato iraniano sarebbe un colpo forse mortale per la resistenza palestinese, oltre che l’ennesima soddisfazione per l’imperialismo, che lo confermerebbe nelle proprie capacità e attizzerebbe la sua volontà di sferrare attacchi ulteriori anche altrove. Se l’Asse USA-Israele non incontrasse una disfatta contro l’Iran – diciamo una sua “Stalingrado” –, la conferma del suo delirio di onnipotenza sarebbe la più grave minaccia per le sorti dell’umanità. Gaza diventerebbe un Metodo. Se la Repubblica islamica cadesse, il proletariato iraniano dovrebbe farsi carico in proprio della resistenza armata contro gli sterminatori di Tel Aviv e di Washington, cioè qualcosa di una difficoltà titanica. Viceversa, la ritirata degli Stati Uniti (dovessero pure cantare vittoria!) e a rimorchio la fine dei bombardamenti sionisti fornirebbero uno straordinario carburante materiale e spirituale agli oppressi del mondo intero. E rimetterebbero al centro la lotta di classe (antimperialista e tout court) anche in Iran. Per questo non ci può essere alcuna equidistanza da parte nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore la disfatta del suprematismo occidentale! Se poi il pensiero degli iraniani oppressi e duramente repressi dal loro Stato ci riempie di rabbia, il genocidio compiuto sui palestinesi, che non troverebbe più argine se venisse smantellato «l’Asse della resistenza», ci angoscia e ci fa infuriare ancora di più, essendo obiettivamente più grave. Si tratta di contraddizioni che – prima ancora di aprirsi nelle nostre teste – sono nella realtà: finché ci saranno gli Stati (e le classi), gli sfruttati (gli esseri umani) saranno sempre divisi. Solo un movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo, sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà. Ci conforta l’idea che se nell’ora attuale non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere; solo la caduta dell’imperialismo potrà destabilizzare l’ordine internazionale; solo la caduta di quest’ordine potrà aprire un processo che abbatta le separazioni, permettendo a tutti gli sfruttati del mondo (occidentali, iraniani, russi, cinesi, africani e di ogni Paese) di ritrovarsi sempre più vicini contro tutto ciò che li opprime e li umilia. Per il resto, lasciare che la guerra imperialista prosegua indisturbata sarebbe semplicemente una disfatta per il proletariato mondiale, aprendo un abisso in cui rischiamo di scomparire anche noi – come sfruttati e ribelli occidentali. Se poi si considera che da entrambi gli schieramenti vengono bombardati siti atomici, e che tra gli aggressori c’è anche Israele, ovvero l’unica potenza nucleare al mondo che detiene un numero segreto di testate in barba a qualsiasi trattato e trattativa, il rischio è anche di scomparire tout court come umanità – e buonanotte ai suonatori. Mentre la guerra del capitale minaccia la nostra stessa esistenza, a noi la scelta: o approfittare dell’occasione per scatenare la rivolta contro i padroni di casa nostra, che sono anche i padroni del mondo intero, o lasciargli fare il loro gioco. Che se non si concluderà per forza nella catastrofe nucleare, ci sta già facendo scivolare in un regime di controllo e repressione, necessario ad amministrare la nostra crescente miseria. Mentre il governo italiano (insieme ad altri otto Stati, tra i quali i pacifisti spagnoli) invia una fregata militare nelle acque di Cipro; mentre aerei e droni già fanno la spola tra l’Asia Occidentale e le basi di Sigonella e Trapani-Birgi; mentre il MUOS di Niscemi è attivo 24 ore su 24 per permettere ai liberatori di concordare via radio il prossimo bombardamento; mentre si accelerano i piani di mobilità militare per le ferrovie… ricordiamoci che appena trent’anni fa, durante la prima guerra del Golfo, le reti venivano tagliate e le basi invase. Ricordiamoci che le fabbriche che producono ordigni, i vagoni e le navi che trasportano munizioni e soldati, le televisioni e i giornali che sostengono i massacratori, possono essere disturbati, ostacolati, attaccati. Mentre scriviamo queste righe, infine, un treno carico di armamenti è stato bloccato a Pisa da alcune decine di dimostranti, e costretto a tornare indietro. Se anche solo azioni come questa si moltiplicassero, il costo già alto che i belligeranti sono costretti a pagare per questa guerra diventerebbe insostenibile. Per andare in questa direzione, dobbiamo scomporre il mondo-guerra nei suoi diversi ingranaggi. Paradossalmente, questa lezione ci viene impartita dall’alto proprio dall’Iran, la cui risposta all’aggressione israelo-statunitense si basa su una sorta di guerriglia di Stato, cioè su di un uso assai intelligente dell’asimmetria delle forze (secondo la dottrina difesa a mosaico decentralizzata). Non solo perché un drone iraniano costa 35 mila dollari, mentre il costo per intercettarlo si aggira per USA-Israele sui 4 milioni di dollari; non solo perché la costosissima difesa di Israele lascia sguarnite le basi statunitensi nel Golfo; ma perché l’Iran sta colpendo, nei suoi gangli essenziali, la logistica globale e la capacità degli USA di proteggere i propri alleati-servi nella regione (una pessima pubblicità per la deterrenza statunitense). Dal punto di vista sociale e di classe, la presunta onnipotenza dei nostri padroni deriva dal fatto che ci pensano come forze inerti, o tutt’al più capaci di muoverci soltanto “a volo uniforme”. Per questo il transumanista e afrikaner Peter Thiel – i cui sistemi di IA vengono usati anche nei bombardamenti in Iran – ha dichiarato: «Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare tutta la scienza». Il sabot, allora, è l’arma dell’apocalisse proletaria… La posta in gioco è oggi totale. Si tratta di non abituarsi alla guerra, ma fermarla – e rivolgerla contro chi la vuole, la provoca, la estende. Persino l’Orbo vede di chi si tratta – e tutti possiamo prendere la mira. 22 marzo 2026 assemblea “sabotiamo la guerra” ________________ Mentre chiudiamo queste riflessioni, siamo straziati da una tragedia. Due anarchici, Sara e Sandro, sono morti a Roma per l’esplosione di un ordigno che stavano fabbricando in un casolare abbandonato. Erano compagni nostri e anche amici stretti di diversi tra noi, e entrambi avevano preso parte in più occasioni alla nostra assemblea. Non possiamo ovviamente sapere contro cosa sarebbe stata diretto l’esplosivo che li ha uccisi: conoscendoli siamo sicuri che Sandro e Sara ne avrebbero fatto buon uso, colpendo strutture o responsabili del sistema di dominio e sfruttamento, e non altri oppressi e sfruttati come loro, come noi. Ricordiamo la loro grande sensibilità e generosità, la loro schiettezza e onestà, la loro convinzione anarchica e rivoluzionaria. Continueranno a camminare con noi, perché li porteremo sempre nei nostri cuori. Ciao Sandro. Ciao Sara. Una donna iraniana in piazza durante la guerra dei 12 giorni del giugno 2025: «Non donnavitalibertàteci, assassini!» ¹ Cosa pensiamo di questo regime l’abbiamo già detto nel nostro testo sulla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025: https://ilrovescio.info/2025/06/19/finche-ci-sara-uno-stato-presa-di-posizione-sulla-guerra-israele-iran/ Mentre non dubitiamo della brutalità della Repubblica islamica, sia in generale che nella repressione delle sommosse, va anche detto in quest’ultimo caso che il numero di uccisi spacciato da ONG e mass media – arrivato sulle televisioni italiane addirittura a 30 o 40 mila morti! – è pura propaganda, con cui il nostro regime ha cercato affannosamente di “controbilanciare” l’enorme impressione prodotta sull’opinione pubblica dal genocidio a Gaza.  
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L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I) Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali (e sessiste) accumulatesi nella storia, la smisurata potenza tecnologica di cui godono oggi i dominatori? Il motivo per cui gran parte dei “movimenti” si tiene accuratamente lontana dal castello degli orrori legato al “caso Epstein” non è misterioso. La materia non appare solo mostruosa in sé, ma anche ricettacolo di spiegazioni mostruose. Quei “files” sembrano la conferma oggettiva delle più “deliranti” teorie della cospirazione; più prosaicamente, essi rappresentano un concentrato di tutte le perversioni che le classi popolari, dal Medioevo ad oggi, hanno sempre attribuito ai ricchi (cannibalismo compreso). Il punto è che tale putrida materia non è un’isola, bensì un tratto distintivo dell’epoca; la sua interpretazione è quindi parte integrante della lotta di classe, cioè una battaglia sulle opposte direzioni che possono prendere il disgusto e la rabbia. Per questo è fuorviante entrare troppo nei dettagli che man mano emergono da quei milioni di documenti. Ciò che serve è una griglia interpretativa. Ed è quello che ci proponiamo di abbozzare con queste note. Una seconda parte che uscirà prossimamente conterrà invece dei riferimenti più specifici e puntuali ai “files”. Facciamo un parallelo con Gaza (parallelo tutt’altro che arbitrario, come vedremo). Per comprendere il genocidio del popolo palestinese non serve a molto sprofondare nelle quotidiane cronache dell’orrore; né aiuta granché conoscere il nome dei presidenti israeliani o le date esatte del “conflitto israelo-palestinese”. Bisogna capire cos’è un colonialismo d’insediamento, la cui violenza – come ha acutamente riassunto lo storico Patrick Wolfe – non è un evento, bensì una struttura. Qualcosa di analogo vale per quella che Marx ha chiamato «accumulazione originaria del capitale». Come hanno spiegato Silvia Federici, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen e altre femministe, quell’accumulazione non è un lontano evento storico, bensì una struttura che si rinnova di continuo, e che riattualizza la sua brutalità originaria soprattutto nei periodi di profonda ristrutturazione. Per capirlo è necessario liberarsi di una zavorra: la concezione lineare-progressiva del tempo storico. Lo sviluppo tecnologico non supera affatto la barbarie del passato, bensì la disloca nello spazio e la equipaggia di nuova potenza. Dentro questa dinamica strutturale, vediamo tornare armati di tutto punto i caratteri salienti che hanno presieduto alla nascita del capitalismo: violenza coloniale, recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, sviluppo della Scienza, attacco ai saperi medici popolari, soggiogamento delle donne e caccia alle streghe. Le nuove enclosures non si riferiscono solo alle terre (dal land grabbing in Africa alle distese di campi transgenici in Ucraina), ma riguardano ormai i cicli vitali stessi della natura (dalla produzione di sementi sterili alla biologia di sintesi) e le facoltà della specie umana (sottoposta a una gigantesca disaccumulazione di saperi e capacità prodotti in milioni di anni); i commons sotto attacco non attengono solo ai rapporti comunitari, ma alla rigenerazione della materia-mondo; quanto alla messe fuori legge di ogni sapere medico popolare, pensiamo ai «cacciatori di geni» che accaparrano per la tecno-industria le conoscenze indigene sulle proprietà farmaceutiche delle piante o alla criminalizzazione delle cure non ufficiali durante il Covid; il corpo delle donne non viene soltanto sessualizzato e messo a profitto, ma artificializzato e ridotto a «materiale generativo». In questo contesto, torna anche la caccia alle streghe. Non soltanto in senso metaforico (come diabolizzazione della dissidente e del diverso), ma in senso ferocemente letterale. Stiamo parlando, cioè, di centinaia di migliaia di donne che – come ha documentato, tra le altre, Silvia Federici – vengono rinchiuse in «campi per streghe» o uccise (soprattutto in Africa). Sono, molto spesso, donne anziane, sole e contadine, la cui morte permette la privatizzazione delle terre che coltivano. L’intreccio tra logica patriarcale, superstizioni popolari e piani di «aggiustamento strutturale» promossi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale rivela in modo esemplare come il dominio sappia mobilitare i diversi elementi della propria stratificazione storica. Da questo punto di vista, non è casuale che migliaia di donne siano state rinchiuse, violentate e uccise nell’Indonesia di Suharto in quanto «streghe comuniste», né che l’ambasciatore israeliano all’ONU abbia definito «strega» Francesca Albanese, o che il transumanista e afrikaner Peter Thiel si sia spinto fino a chiamare «Anticristo» Greta Thumberg (insieme, guarda un po’, al «luddista»). Così come sarebbe fuorviante ricondurre la caccia alle streghe in Africa a «residui di tribalismo», lo stesso vale per la denuncia del rapporto tra la sparizione di migliaia di donne ogni anno in Messico e la «guerra dei narcos», denuncia che spesso omette il ruolo dello Stato, delle compagnie minerarie e degli accaparratori tecno-industriali di terra. Avvicinandoci così al nostro argomento, possiamo tracciare un primo parallelo tra l’orrore di Gaza, i campi di annientamento in Messico e le segrete sull’isola di Epstein. Chi si appresta a colonizzare Marte e a schiavizzare miliardi di persone (pensiamo a un Elon Musk o a un Peter Thiel) deve dimostrare anche nella vita quotidiana di non avere alcun limite etico: il corpo femminile da violentare è insieme trofeo, sigillo di appartenenza e ventre da cui far uscire la nuova stirpe di dominatori. Ma a questa brutalità tipica delle piantagioni schiavistiche (dove la violenza sul corpo delle schiave era anche un rito di iniziazione del giovane latifondista per dimostrarsi degno del “popolo dei signori”) si aggiungono oggi progetti di potenza che sono tecnicamente transumani. Nelle proprietà di Epstein, infatti, ragazzine e bambine non venivano solo stuprate e torturate, ma trasformate in «materiale generativo» con cui creare la «prole perfetta». Parliamo, cioè, di centinaia di milioni di dollari investiti nelle tecniche di editing genetico da applicare agli embrioni. L’eugenetica, liberale prima e nazista poi, si nasconde oggi dietro centri universitari e fondazioni “filantropiche”, si affina su vegetali e animali per prepararsi al salto di specie. Epstein offriva soldi ed extra-territorialità giuridico-accademica ai genetisti d’assalto. Anche le porte girevoli tra le sue proprietà e gli ambienti della Silicon Valley vanno ben oltre i confini di una comunità di predatori sessuali. In comune con i vari Gates, Musk e Thiel c’era molto di più: una visione di mondo. Quella secondo cui le masse sono solo «bestiame», da cui si distingue una nuova stirpe di padroni che aspirano a superare i limiti della Terra e persino della morte. Le «bestie» non sono solo i popoli di colore e le donne, ma gli umani che vogliono rimanere tali, cioè creature terrestre e mortali. Ciò che il complesso scientifico-militare-industriale sviluppatosi attorno al Progetto Manhattan ha già fatto alla materia-mondo (alterare con le radiazioni nucleari la magnetosfera, la ionosfera e la biosfera) esprime oggi la propria compiuta ideologia: il transumanesimo. Su Marte non si può coltivare e nemmeno – per via dell’effetto della gravità sugli uteri – partorire. Produrre “carne” con la biologia di sintesi e le stampanti 3D, creare uteri artificiali in grado di generare la vita, fare dei propri corpi delle fabbriche di proteine non sono “deliri”, ma condizioni preliminari di un tecno-colonialismo in atto. Per chi considera la Terra stessa un’arma da usare nella guerra mondiale – si può immaginare una forma più smisurata di hýbris? – le perversioni di un Epstein sono ben poca cosa… La riattualizzazione della violenza coloniale non avviene solo attraverso i fatti muti: viene esplicitamente rivendicata. Il discorso che Marc Rubio ha tenuto di recente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ne è l’espressione più cristallina. Per cinquecento anni la civiltà occidentale ha conquistato – con soldati, mercanti e missionari – tutti i continenti. La conquista ha subìto una battuta di arresto a causa delle rivoluzioni anticoloniali e della «perversa ideologia comunista», ma ora può riprendere il suo glorioso cammino. Gli storici più cauti hanno stimato che i morti provocati nei primi quattro secoli di colonialismo siano stati almeno duecento milioni. Per quattro secoli, cioè, si è consumato ogni dieci anni uno sterminio quantitativamente paragonabile a quello compiuto nei campi nazisti. Per quanto rimossa nelle segrete della storia, una tale violenza – costitutiva della Modernità – non può che continuare ad agire dietro le quinte. Ecco, l’isola di Epstein assomiglia a una Compagnia delle Indie – con i suoi rampolli della casa reale inglese, i suoi commercianti, i suoi politici, i suoi intellettuali – che si appresta a una nuova ristrutturazione dei propri domìni. Quando il programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene definito «nuovo Progetto Manhattan», non si può certo dire che l’impatto e la necessaria segretezza vengano edulcorati. D’altronde, quanti sanno che allo sviluppo della bomba atomica hanno lavorato quasi 600 mila persone – tutte ignare, tranne il ristretto gruppo di Los Alamos, del prodotto che stavano confezionando –, distribuite su trentadue siti industriali? Quanto alla portata, si può dire che l’infrastruttura dell’IA è ancora più vampiresca di lavoro umano e materie prime di quella del nucleare. Quanto alla segretezza delle decisioni, questa non è più una discriminante politico-militare, bensì qualcosa di incorporato nella «scatola nera» degli algoritmi. Di fronte a tanta potenza, come appaiono inutili, sudaticci e sacrificabili i corpi di chi non appartiene all’iper-classe tecnocratica. E come dev’essere insopportabile per dei «neo-feudatari» (un’autodefinizione made in Silicon Valley) dover morire come i propri servi… Dai documenti-Epstein emergono due livelli di corporeità: quello delle donne e dei bambini sacrificabili, intesi come corpi da sfruttare e violentare, e quello dei bambini su misura, creati grazie all’editing genetico. In entrambi i casi si tratta di accumulazione, ma il valore attribuito ai due livelli, ai due corpi, è molto diverso, e diverso è anche il valore del prodotto commercializzabile. Questo nuovo nazismo, insomma, non ha solo la forma della Salò pasoliniana, ma anche quella – lucidamente intuita decenni fa da Günther Anders – della «comunità nazionalsocialista degli apparecchi», una «comunità» incomparabilmente più potente della somma dei singoli apparecchi. A porgere bene l’orecchio sul macchinario tecnologico, diceva il filosofo austriaco, si può udire lo stesso motto delle SA hitleriane: «…e domani il mondo intero». Ora, i progetti transumani non si sviluppano in un mondo liscio, bensì dentro la giungla di acciaio e silicio della competizione statale e capitalistica. La vasta rete di ricatto organizzata attorno ad Epstein dal sistema-Israele diventa allora una forma di selezione e di cooptazione, di cui i battibecchi su chi abbia pianificato gli attacchi all’Iran, cioè su chi sia intervenuto a sostegno di chi tra USA e regime sionista, sembrano un’insanguinata appendice. Il triangolo tra l’appartamento di Epstein a Manhattan, Ehud Barak e il consolato israeliano di New York smentisce che si trattasse di “operazioni deviate” dei servizi segreti. Parliamo dell’ex Primo Ministro e dei vertici dell’intelligence israeliani. Il collante di questa rete, tuttavia, non è solo politico-affaristico-sessuale, ma anche ideologico: potremmo chiamarlo suprematismo 4.0. Un suprematismo che considera i colonizzati sia «animali umani» sia «spazzatura algoritmica» (le prime sono le ben note parole dell’ex ministro della Difesa Gallant, le seconde quelle usate da un comandante dell’Unità 8200, il reparto dell’IDF che ha pianificato gli attacchi a Gaza basati sull’Intelligenza Artificiale). La potenza che il complesso israelo-statunitense-occidentale ha scatenato contro la Striscia è stata ed è programmaticamente ecocida, femminicida e infanticida, volta, cioè, a cancellare la riproduzione della vita. Più in generale, la furia coloniale-estrattivista del capitale – dalla Palestina al Messico, dall’Asia all’Africa – si poggia sempre, a imbuto, sui corpi delle donne e dei bambini. Alcuni frequentavano Epstein e consorte in quanto procacciatori di carne da stupro; altri li frequentavano nonostante questa loro attività. In un caso come nell’altro, quella struttura di abiezione era un ambiente ideale per stringere affari e reti di potere («globaliste» quanto «sovraniste», «democratiche» quanto «repubblicane»). Tant’è che in quei luoghi – veri e propri arcana imperii – si pianificavano anche le misure da prendere in caso di… pandemia. Misure, guarda caso, a base di tracciamento digitale (un antipasto della società dei varchi) e di ingegneria genetica (con una sperimentazione di massa di prodotti a m-RNA e a DNA ricombinante). Tutte promosse, ça va sans dire, per il bene dell’umanità. Questa doppia morale, a ben vedere, non è una perversa periferia del capitalismo, ma il suo centro. Nessun uomo di Stato e nessun capitalista possono fare a meno di nascondere dietro i presunti valori la violenza che esercitano sugli umani e sulla natura. E questo nascondimento è tanto più efficace quanto maggiori sono gli strumenti culturali a disposizione. Se vuoi allontanare i sospetti sulle nefandezze che commetti in cantina, devi conoscere bene le regole da seguire in salotto. Ma quando le cantine non sono più occultabili, arriva sempre qualcuno che mostra con orgoglio gli strumenti di tortura. Mentre cedono le pantomime democratiche, si fa largo la verità brutale del transumanenismo: sottomettere il bestiame umano non è una triste e sconveniente necessità, bensì il destino manifesto di una nuova élite. Le epoche apocalittiche sono quelle che ricapitolano e svelano (fino alla possibile rottura dell’intera trama) l’immane violenza accumulata e insieme rimossa nel processo storico che le ha costituite. Le due apocalissi del nostro tempo sono la distruzione di Gaza e il castello degli orrori di Epstein. Solo una violenza altrettanto apocalittica ce ne può liberare. Apocalittica qui non significa affatto smisurata, bensì radicalmente altra. Nutrita, cioè, dal perenne disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani del potere contro cui si è dovuta sollevare.
Approfondimenti
In primo piano
Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»
Pubblichiamo questo intervento per il convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio, pubblicato anche sul quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”. Anche all’indirizzo https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/futuro-anteriore-note-sulla-non-sottomissione/ Qui il pdf: Futuro anteriore.   Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»   Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni. In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte” dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in discussione. Solo si voleva compierlo senza armi. Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria». La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette). Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per «diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per “congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti, per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale, in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare – se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per «diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava «diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la “sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu “sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono “congedati”. Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido, passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché «individuale». Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa molto anche sul piano umano. In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999. Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge, che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio, processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi «mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università, circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio della guerra. Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari. Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del ’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene, raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo, le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine, fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte. Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle riflessioni sulla non-sottomissione. Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato». Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a spegnere le fiamme. Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i «signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio – tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che, incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami. Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale. Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo (condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte. Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima un’umanità «per tre quarti annegata». Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo, recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi manuali politici). La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi. Carcere di Trento, 11 gennaio 2026 Massimo Passamani
Approfondimenti
Rompere le righe
In primo piano
«Stupidi e ciechi reazionari». Impressioni di febbraio
Che lo sgombero di Askatasuna non potesse vedere che una risposta partecipata ed energica, era praticamente scontato. Non solo per il carattere “storico” del centro sociale – e la militarizzazione permanente del quartiere Vanchiglia che è seguita alla sua distruzione – ma anche per il carattere evidentemente ritorsivo dello sgombero, giustamente apparso come una punizione per le mobilitazioni a fianco della Palestina e dei suoi “colpevoli” come l’imam Shahin (nonché per l’ostilità manifestata verso la scorta propagandistica dell’oppressione chiamata stampa). Se ancora più scontata è stata la canea opinionistica e politica seguìta agli scontri del 31 gennaio (con la condanna e l’appello ad arrestare i “facinorosi” ripetuti da tutta l’opposizione, in testa una Schlein particolarmente sbavante), più fuori dalle righe è stata la reazione del governo. Non tanto per l’accelerazione del nuovo pacchetto sicurezza da ventennio (comprendente anche il DASPO per le manifestazioni), reso immediatamente esecutivo attraverso la decretazione d’urgenza. Ma soprattutto per la linea discorsiva che il governo ha tenuto, prima nelle dichiarazioni alla stampa di diversi suoi esponenti e poi nella relazione di Piantedosi alla Camera: chi si scontra con la polizia è un «terrorista rosso», che deve essere combattuto «come le Br»; chi invece lo appoggerebbe, anche solo prendendo parte a una manifestazione, ne è praticamente il fiancheggiatore. Parole da brividi, che se da un lato mirano a far desistere quel poco che resta della sinistra istituzionale da un sostegno (peraltro sempre più saltuario e strumentale) alle piazze, dall’altro agitano una chiara minaccia contro chi si ostina a protestare: “se continuate così, non esiteremo a mettervi tutti in galera (e magari in 41-bis)”. Tuttavia, quelle dell’immondo Piantedosi e compari ci sembrano anche dichiarazioni molto azzardate, che rischiano di avere l’effetto opposto a quello voluto. Se la divisione tra “buoni” e “cattivi”, tra manifestanti “violenti” e “pacifici” è da sempre un ingrediente essenziale della repressione, la criminalizzazione a tutto campo di chi si oppone potrebbe suonare come una sveglia per milioni di persone, che sentono minacciata (e pour cause) la libertà di manifestare proprio mentre sono incalzate dalla corsa alla guerra e dagli effetti sempre più tangibili della sua economia. E dicendo «milioni di persone» non crediamo di esagerare. Calcolatrice alla mano, l’attuale governo è stato votato, alle elezioni del 2022, da circa 14 milioni e 400mila persone (con appena 300mila voti in più rispetto alle elezioni precedenti). Nella stessa tornata elettorale – la più disertata dell’intera storia repubblicana – i non-votanti sono stati 18 milioni e 400mila, ovvero 4 milioni in più di quanti hanno votato tutta la coalizione di destra. Se si considera che si tratta, in gran parte, di un astensionismo di protesta (dato che negli anni ha penalizzato prima i partiti della sinistra più o meno “radicale” e poi i 5 stelle), ci apparirà evidente sia come la distanza tra Paese reale e Paese legale vada sempre più allargandosi, sia come il gioco del governo potrebbe rivolgerglisi contro. È infatti da cattivi statisti credere di governare appoggiandosi esclusivamente sugli appetiti di chi li ha votati, senza cercare di dare a tutti gli altri (che, come sempre succede in democrazia, sono molti di più) almeno la possibilità di dormire sonni tranquilli. Quando a votare, in misura crescente, va soltanto una componente privilegiata (quella che pensa, e non sempre a ragione, di poter ottenere almeno qualcosa dal Palazzo), il risveglio di tutti gli altri – di quelli che non si aspettano più nulla – potrebbe riservare brutte sorprese. Sia chiaro, anche noi siamo preoccupati. Ma ci vengono anche in mente certe pagine di Malatesta, che non si stancava mai di ripetere che i governi formati da «stupidi e ciechi reazionari» sono in fondo preferibili a quelli che si presentano come “progressisti” e “illuminati”: chiudendo ogni altro sbocco al malcontento, finiscono infatti per provocare lotte, rotture, rivolte. Quanto alla rituale vulgata di sinistra, per la quale gli scontri fornirebbero la scusa per una maggiore repressione, anche questa sta mostrando più che mai la corda. Chi può abboccarvi, stavolta, con un governo che ha fatto della legislazione penale la sua ragion d’essere, e quando il nuovo, fascistissimo pacchetto sicurezza era già pronto da prima, mentre i fatti di Torino sono serviti solo ad accelerarne il varo? “Tanto peggio, tanto meglio”, dunque? Non stiamo dicendo questo. Stiamo dicendo che la possibilità di reagire c’è, solo che si voglia vedere la brace che arde sotto lo spettacolo politico. E che si tratta di una via pressoché obbligata, davanti a un nemico che approfitta di ogni calma di vento per chiudere ogni spazio di libertà e agibilità. Ma che rivela poi tutta la sua impotenza davanti a manifestazioni consistenti e determinate a «bloccare tutto» come quelle dello scorso autunno (che hanno nullificato nei fatti il precedente pacchetto sicurezza “ex ddl 1660”). Quanto al terreno della mobilitazione, questo non può essere che la guerra. Perché il genocidio a Gaza ha finalmente riaperto uno spazio di consapevolezza sulla natura della nostra organizzazione sociale, scavando all’interno dell’Occidente un solco etico che non deve richiudersi. Ma anche perché la guerra non è un “tema” tra gli altri, ma l’orizzonte storico del nostro presente, e porta inevitabilmente con sé controllo, impoverimento e repressione, prodotti di una dinamica mondiale di cui il governo è soltanto l’amministratore locale (per quanto si tratti, in questo caso, di un esecutore particolarmente convinto, feroce e compiaciuto). Ci pensino bene quegli “antagonisti” più o meno al rimorchio dei vari Landini, che credono di poter passare all’incasso barattando la rabbia della «generazione Palestina» con qualche briciola caduta dal tavolo della nuova Finanziaria (salari, welfare ecc.). Di fronte a un attacco del capitale alla totalità della vita offesa, solo una risposta ad alta intensità morale può essere adeguata ai tempi, suscitando un’energia sufficiente a farci uscire dall’angolo in cui vogliono ficcarci, e dove ci attendono solo bastonate. Nel frattempo, a neanche una settimana dal 31 gennaio, quel concentrato di arroganza padronale e rimbecillimento spettacolare chiamato “Olimpiadi” è stato inaugurato da manifestazioni, scontri e sabotaggi. Qualche parola su questi ultimi. Contrariamente a quello che ripetono i politici (di tutti i colori) e i giornalisti (di ogni editore), l’incendio dei cavi a fibra ottica o delle centraline fa interrompere la circolazione ferroviaria, senza alcun rischio per passeggeri e lavoratori. Semmai, è la normale circolazione dei treni nell’epoca della ristrutturazione neoliberale delle ferrovie che ha provocato incidenti, feriti e morti. I sabotaggi, insomma, producono lo stesso effetto dei blocchi collettivi alle stazioni, ma hanno bisogno di molte meno persone, sono facilmente riproducibili, espongono meno alla ritorsione poliziesca e, a differenza degli scioperi, non possono essere precettati… Insomma, un jujitsu per sfruttate e oppressi, come veniva chiamato nella prima edizione italiana di Sabotaggio di Émile Pouget. Scioperi, manifestazioni combattive, blocchi e sabotaggi sono un “pacchetto” benaugurante da contrapporre al pacchetto di morte, devastazione e miseria che ci stanno approntando. Per quanto ci riguarda, bene così.
Stato di emergenza
In primo piano
L’incendio
L’incendio «Come puoi spegnere un incendio dentro un cuore?», mi chiedi. «Non puoi». Puoi solo aspettare che la corrente delle cose se lo porti via. Che lo esaurisca. Puoi aspettare che quel cuore dimentichi i volti ipotetici di tutte le madri. Quelle che l’oppressione e la guerra hanno rese incapaci di provare ancora a raccogliere le lacrime. Che dimentichi l’usurpazione della terra, le sorelle e i fratelli mai visti ma sentiti, riusciti a sprigionare il battito della resistenza nel vento, oltre le montagne, lungo i fiumi. Che dimentichi persino le gabbie in cui lo avete rinchiuso, le segrete di un “paese libero” e i suoi fantasmi. E con esse la bellezza intravista nel sorriso di chi ha capito di essere libero: libero di sentire anch’esso l’incendio nel cuore. Puoi sperare che della parola libertà dimentichi proprio il significato. Puoi aspettare che l’immersione tra le gabbie tecnologiche che gli avete costruito tutt’attorno se lo mangi o che la quotidianità finisca per ridurlo ad una piccola fiamma. Ma questo non succederà, perché il fuoco si spegne solamente senza l’ossigeno, e l’ossigeno per quel cuore è l’oppressione che gli viene presentata ogni giorno senza rimedio. Puoi sperare in un’apnea, ma tornerà in superficie non appena i colpi delle mitragliatrici suoneranno fino a farsi sentire nell’acqua. Puoi aspettare che l’incendio lo consumi fino ad arrostirlo, alimentando le fiamme con qualche dose in più di violenza, ma questo non succederà. Perché le fiamme della rabbia sono ciò che lo tiene in vita. Aspetterai allora che l’organizzazione sociale sprigioni tutta la sua forza. All’interno del recinto della civiltà le minacce peggiori non sono la violenza o il terrore (di fronte alla violenza senza fine dell’organizzazione sociale queste sono solo parole che usate per convenienza), ma la libertà e il tempo. Perché possederli significa utilizzarli per mantenerli propri. Significa sapere di essere umani e capaci di esprimere il non previsto, significa poter interpretare il mondo. Scuola, lavoro, dopolavoro, assistenza, hobby, tempo-libero, gruppi d’analisi, virtualità: quante misure contenitive avete inventato affinché il mondo potesse dimenticare la sua poesia. Per potergli cavare anche gli occhi. Per fargli dimenticare che l’avanzamento stesso del Progresso è la dimensione della guerra. Perché questo non può darsi se non si annienta la vita incompatibile con la sua avanzata. Una “bomba a vuoto”. È questa l’espressione più adatta a dare l’idea del modo d’avanzare del Sistema. Perché la capacità di questo gioiello della civiltà è quella di togliere l’ossigeno nell’area in cui viene utilizzata. «Tutto ciò che è vivo semplicemente evapora», dice il vicecapo delle forze armate russe Rukshin. Ed è un’espressione tutt’altro che metaforica. Perché nemmeno uccidere è più sufficiente. Le bombe termobariche utilizzate contro la resistenza palestinese «annientano la materia» a tremila gradi Celsius. Di un corpo non resta nemmeno traccia. Perché quelle vite sono così pericolose che fanno paura addirittura all’interno della cinica conta dei morti. Perché lì dove avete fatto deserti, il vento continua a fischiare. Avete cercato di disattivare i cuori ancora innescati nelle zone della resistenza, avete provato ad isolarli dal mondo mostrandoli sul palcoscenico della civiltà come selvaggi. Avete provato ad estirpare la capacità di sentire, di portare attenzione, di capire. Ma l’incendio non si può nascondere dietro le quinte. Non lo si può nascondere a tutti. Per questo il primo compito dell’organizzazione sociale è quello di rinchiudere i cuori potenziali, i potenziali incendi che li animano. La Tecnica non poteva che divenire la forma assoluta della prevaricazione e dello sradicamento. Così come quando una “bomba a vuoto” toglie l’ossigeno, ciò che resta è una zona sconosciuta, abbandonata al deserto. Prima di tutto per distruggere tutto ciò che poteva dar senso alla libertà. Poi per stravolgerne i valori e il significato. E il suo nome sarà sempre lo stesso: modernizzazione. Ora la volete eliminare a colpi di fucile ovunque la si intraveda, perché la libertà è pericolosa. Perché quel cuore che non siete riusciti a trasformare in una pompa meccanica vuole bruciare. E brucia di vita, di qualcosa che è stato rubato al mondo. E ha fame di restituirgli almeno un po’ della sua poesia. E la poesia può essere fatta di parole o di dinamite. Perché entrambe hanno il suono dell’umanità. «Ma lascia chiedere a me, perché ti ostini a voler spegnere l’incendio?». «Perché poi uno come te perde il controllo». «Non lo perdiamo, lo acquistiamo». «Ma voi siete fortunati, potete vivere in pace. Non voglio dire che quello che dite sia sbagliato, sono i modi. I vostri modi non vanno bene». Un uomo, qualche decennio fa, diceva che il valore di una persona non si misura rispetto a ciò che le accade, ma rispetto a ciò che essa fa con quel che le accade. Ma come si misura la distanza tra ciò che accade e ciò che ti accade? Quanto possono essere distanti i cuori non ignifughi del globo per riuscire a sentirsi l’un con l’altro, come se una freccia che ne attraversasse uno soltanto ne facesse sanguinare a decine o a centinaia? Tutt’intorno il mondo della civiltà e del progresso sguaina le spade per ricordare agli schiavi che sono schiavi. Ora che il cuore degli esclusi sembra essere balzato nel tempo e ricorda d’essere stato colonizzato. Ricorda che l’automobile, il cellulare e il computer hanno un prezzo e che quel prezzo è stato troppo alto. Ora che le terre del Sud del mondo sono ridotte all’osso. E comprende, perché ancora non gli sono stati cavati gli occhi, ancora il sangue pulsa e le braci sono rimaste rosse. Comprende che la civiltà del progresso non sarà mai sazia, che proprio mentre dice di sanificare il mondo dai cancri che essa stessa ha generato programma di generarne di peggiori. Perché il cancro è quella civiltà. E comprende che il controllo e l’eliminazione coloniali tornano, approvati, ad edificare l’infrastruttura del recinto della civiltà tecnica. Così come i droni sperimentati sopra le terre della Cisgiordania ora sorvolano le città dell’Occidente. La prigione a cielo aperto si allarga. Tante “bombe a vuoto” hanno già fatto i loro deserti. Cosa significa allora avere il controllo della propria esistenza? Che cosa se non riuscire a sentire il mondo e riconoscere l’eco dei propri fratelli e delle proprie sorelle? Che cosa se non capire quando è necessario lasciare divampare l’incendio, affinché si possa rallentare l’avanzata dell’Inferno? Con in mano il passato si combatte la guerra del futuro. Gli aborigeni australiani e i nativi nordamericani utilizzavano la tecnica del “fuoco prescritto” per tenere sotto controllo un fuoco più ampio che avrebbe potuto causare danni irreversibili alle foreste. Questa tecnica consiste nell’incendiare porzioni di territorio scelte, con il fine di evitare che incendi ben peggiori si propaghino nella foresta. Poiché l’incendio è inevitabile, preferivano anticiparlo e conservavano così un ecosistema. Conservavano la vita. La guerra globale è l’incendio dell’intera foresta. Il fuoco prescritto la rivoluzione. «Vi fate ingannare dalle regole del cuore». «No. Noi vogliamo usare il cuore per innescare un incendio». «Nel mondo in cui viviamo bisogna comprendere che tutto ha un prezzo, e con questo la stabilità, la civiltà stessa. Ascoltare il cuore equivale ad essere pericolosi. Voi siete dei terroristi!». «Questa parola ha assunto così tanti significati che forse non ne ha più nemmeno uno».
Rompere le righe
In primo piano
Guerra alla guerra. Un testo di Stecco alla conclusione del suo sciopero della fame
Riceviamo e diffondiamo – con grande ritardo dovuto alla censura carceraria: il testo è stato chiuso agli inizi dello scorso dicembre – questo bel contributo del nostro Stecco. Un appello lucido e appassionato a fare un passo più in là proprio adesso – nell’ora più buia. Qui in pdf: stecco testo di fine sciopero Testo di fine sciopero e riflessioni sulla lotta alla guerra Il 28 novembre ho interrotto lo sciopero della fame in supporto ai compagni e alle compagne di Palestine Action in lotta dal 2 novembre nelle carceri inglesi. In questo arco temporale della protesta, grazie al supporto esterno di compagni e compagne e avvocatesse, ho potuto ricevere le parole di indizione e adesione della protesta di ognuna delle partecipanti, ed anche di un accorato ringraziamento di Manar Suleiman Amra che vive a Gaza. Questa protesta mi porta a scrivere delle note ulteriori sulla guerra che esporrò più avanti nel testo. Ma prima di tutto vorrei esprimere quanto quest’esperienza, tuttora in corso, sia così intensa e profonda dentro di me e nelle idee di libertà che coltivo da molto tempo. Da oltre due anni rinchiuso in questa prigione, ho accumulato ore ed ore di letture di articoli e libri, della visione di telegiornali di regime e dossier, su questo genocidio in corso. Esso viene costantemente sviscerato in tutte le sue concrete e palpabili sfumature, viene dibattuto e vivisezionato, la classe politica e padronale si accusa e si assolve mentre poco o nulla si dice, e si fa, per fermarlo veramente in un’ottica che non sia di potere statale, strategica e disumana, arrogante, beffarda e menzognera. Di questo accumulo di informazioni, ad un certo punto bisogna sapere cosa trarne e cosa farne, anche dentro una galera. Sappiamo per esperienza quanto l’appoggio a livello internazionale tra prigionieri sia motivo di forza morale e politica, di potenziale scambio nelle differenze e nell’apertura di nuove strade che valichino mura e frontiere. Oggi questo avvicinarsi e conoscersi tra compagni/e internazionalisti/e è fondamentale e necessario perché, condividendo le parole di Jon Cink, per assottigliare la linea del privilegio (lo scrivo in quanto sono un uomo bianco con i documenti a posto) occorre che ognuno a modo proprio prenda posizione e si chieda cosa è disposto a fare delle proprie scelte di vita, scrollandosi di dosso alcune zavorre ideologiche per osservare il mondo al di fuori degli steccati che ci tengono in una zona di sicurezza, e questo non vuol dire abbandonare i propri principi e metodi. La forza delle parole che mi sono giunte qui dentro ha ulteriormente reso inutili queste sbarre, il peso della detenzione è divenuto inefficace, perché la determinazione e lo slancio per una giusta causa con una prospettiva liberatrice, allontana ogni mano repressiva dalle proprie “convinzioni” ideali. Il corpo in questo caso è una scatola, lo spirito di lotta si ravviva e si salda nella congiuntura delle volontà di donne e uomini liberi/e anche se fisicamente imprigionate e lontane. I ventri vuoti in protesta, suonano il ritmo calmo ma inesorabilmente costante e deciso che preannuncia raggi di sole in rivolta che si trasformano in una dedizione sovversiva, e nubi nere di tempesta sopra le teste degli assassini e massacratori. Da questa mia cella, oltre la grata, vedo un triangolo di mare in lontananza, lo stesso mare che bagna la terra di Gaza. Dalle montagne a nord, dietro il carcere, in primavera arrivano i profumi forti delle piante di timo che con le loro essenze profumano l’aria. È lo stesso odore che in Palestina è simbolo di una nobile resistenza anticoloniale che è diventata contagiosa. Che questi venti e maree, superando lo stretto di Gibilterra e le Alpi, raggiungano le terre chiamate Inghilterra, e possano fortificare le menti e i corpi delle e degli scioperanti in lotta. Che queste energie raggiungano la terra di Gaza, e che si infondano in chi resiste dentro un campo di concentramento e sterminio ad alta tecnologia. A pugno chiuso alzato al cielo, invio a voi il mio più alto e sincero saluto di lotta ed amore per una vita libera. Al fianco di Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Jon Cink, Teuta Hoxha, Kamran Ahmed, Jakhy McCray, Dimitris Chatzivasileiadis, e di tutti e tutte quelle compagne che in varie forme si stanno unendo alla protesta a livello internazionale. Guerra alla guerra! Contro il sionismo ed il colonialismo, contro lo Stato e il suo militarismo diciamo ed agiamo con forza al motto: No Pasaran! Organizzare la Resistenza dentro e fuori le prigioni con una prospettiva rivoluzionaria e per una vita libera! Libertà per tutti e tutte le prigioniere palestinesi! Libertà per tutti e tutte! Palestina libera! Novembre-dicembre 2025 Carcere di Sanremo Luca Dolce detto Stecco Compagno anarchico È ancora guerra… di sterminio Sarei curioso di conoscere come il filosofo sociale Elias Canetti descriverebbe, ora che le masse in mezzo mondo si sono espresse in solidarietà con Gaza, il suo concetto di “massa” in un’epoca così tecnologica e trasversalmente bellica e sterminatrice. Egli dice che la società di massa esiste nella mente dell’essere umano, prima che essa si esprima materialmente. Se le società antiche sceglievano certe forme sociali ed economiche di sussistenza, è perché sceglievano volutamente di non intraprendere metodi autoritari e burocratici, ne intravedevano i pericoli. Quindi i nostri antenati erano perfettamente animali politici, coscienti ed osservatori in modo attivo della vita sociale comunitaria. Ma cosa sono queste piazze e strade piene di gente oggi, se poi nel quotidiano ritorniamo nell’alveo della vita organizzata ed imposta da altri? Ora che la “tregua” a Gaza viene divulgata ed imposta con il marchio dell’anfibio militare e la mediaticità della Flottilla, ora che silenziano e smorzano il moto contro il massacro, come trasformarlo in un’azione che vada oltre la manifestazione ed espressione di opinioni? Il potere utilizza come un apriscatole l’emotività umana, che spesso dà il meglio di sé nella sua empatica emotività a scoppio ritardato e nei momenti di “emergenza”, la quale riesce a coagularsi nei picchi di sdegno. Un’umanità comunque viva nonostante gli sforzi di atomizzarla. Essa si sta dimostrando unita nelle sue categorie progressiste di fronte all’evidenza di uno sterminio. Sui tempi di reazione si dovrebbe ragionare a lungo. Purtroppo non si è ancora capito fino in fondo quanto le tattiche dei nemici della vita siano subdole e ricattatrici, quanto la merce e la vita quieta riescano a recuperare i moti anche se sinceri, per lo meno in Europa. Per essere più efficaci e lungimiranti, devono superare con testardaggine proprio le trappole disseminate sul terreno della lotta, le quali hanno lo scopo di far ritornare tutti e tutte nell’alveo inconcludente della morale democratica, di questioni come l’utilizzo o meno della violenza liberatrice, dell’inazione. Dall’emotività si passi all’autorganizzazione e all’azione. Se le strade della libertà vengono ostacolate, i movimenti rivoluzionari della storia ci insegnano l’opacità e l’underground. Tutta l’ipocrisia degli Stati e delle varie autorità nazionali si sta palesando, non c’è nessuna “tregua” in corso, non c’è nessuna risoluzione del conflitto o trattativa di pace. Queste menzogne raccontateci sono le stesse di altri periodi storici, sono un puntello della continuazione dei progetti sionisti e colonialisti di Israele, dell’Occidente e di quegli Stati che con loro collaborano per meri interessi geoeconomici. Gli affari della “ricostruzione” coloniale sono enormi, e camminano in parallelo alla vicenda ucraina. L’Egitto per esempio in questi anni ha continuato a vendere materiali fondamentali ad Israele come cibo, cemento, fertilizzanti. La solidarietà di facciata di molti Paesi è frutto di un mero cinico calcolo. Taiwan supporta gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, costruendo un ospedale per loro a Sha’ar Binyamin. In parallelo le deportazioni dei gazawi, definite come “evacuazioni”, con i voli charter verso Sudafrica, Malaysia, Indonesia, portano a compimento un’altra tattica di sradicamento appoggiandosi alle pratiche migratorie informali e ormai consolidate dai gruppi criminali che rendono opaco il mercato di esseri umani, monetizzando e brutalizzando una pratica che l’essere umano ha sempre attuato, cioè migrare. Anche questa volta come altre, la spinta è indotta con la violenza più sistemica. Tutto il mondo, inoltre, conosce il ruolo delle Nazioni Unite, organizzazione nella quale si distinguono vari coraggiosi ed autonome, ma esse non possono incidere dall’interno, contro un meccanismo creato ad arte di vincitori della Seconda Guerra Mondiale, che in decenni ha solo dimostrato di voler mantenere lo status quo e il filantropismo dell’imperialismo americano ed occidentale e delle potenze emergenti, colonialiste a loro volta. Un altro trucco. Ricordiamoci le guerre di Jugoslavia e Somalia. Coloro che stanno dettando l’agenda militare su Gaza sono ancora i pronipoti politici di chi il 2 novembre 1917 aprì concretamente la strada ai progetti sionisti. Per quanto riguarda l’Italia, la sua presenza in Palestina risiede nella nuova base a Kiryat Gat, a 20 chilometri dalla Striscia, per mezzo di una specie di “coalizione dei volenterosi”, simile a quella sul fronte ucraino, tramite il C.M.C.C. (Civili-Military Coordination Center). Con il suo Generale di Brigata Sergio Cardea, comandante del COVI creato nel 2007 per le aree di crisi che ora si trova – assieme ai suoi camerati – a chiedere una carta straccia dell’Onu che giustifichi questa operazione. Questa istituzione è stata creata per attuare il “Piano di pace” dell’amerikano Trump. Qui sono presenti le piattaforme tecnologiche Palantir, Maven, Datamiur, che hanno il compito di perfezionare in modo oculato gli attacchi aerei statunitensi in Medio Oriente. La creazione dell’ ISF (Forza Internazionale di Stabilizzazione) con soldati di vari Paesi, imporrà con il terrore il regime di vita dei palestinesi. Questo identico sistema tecnologico è in uso contro i migranti entro i 100 km dai confini nazionali Yankee. Abbiamo conosciuto a cosa serve l’utilizzo dell’IA per creare obbiettivi da colpire a Gaza, ed in parallelo per la deportazione dagli Usa degli indesiderabili. Mentre il 20/11 il Ministro degli Esteri italiano ha discusso se il CoESPU (Scuola di addestramento internazionale dei carabinieri, insediata dentro la caserma “Ederle” di Vicenza), sarà la miglior soluzione come centro di addestramento per 3000 futuri poliziotti mercenari palestinesi, controllati da questa coalizione e dall’Idf. Industria militare e civile In questi mesi, vari giornali hanno fatto a gara nel denunciare le connivenze tra l’industria militare e civile, rispetto a come essa faccia profitti con le attuali guerre in corso. Quasi quotidianamente vengono resi pubblici i legami e gli interessi di tutta la filiera bellica e tecnologica, la sua storia, le affiliazioni civili e politiche, chi sono i responsabili, insomma come si articola una rete mondiale di contratti, collaborazioni, esperimenti, scoperte scientifiche tutte atte a scopi militari o di controllo e repressione sociale. Gaza e il fronte ucraino, le favelas, i contesti di crisi climatiche, le ribellioni sudanesi o nelle metropoli, sono tutti contesti adatti alla sperimentazione e pubblicità per la compravendita, tra Stati ed imprese, dei loro gingilli sofisticati ed esperimenti di architettura del panottico sociale. Tutto questo rende quasi infinitesimale il lavoro fatto nell’ultimo decennio da parte dei movimenti contro la guerra. La stessa propaganda ufficiale ci sbatte in viso la portata del complesso tecnoindustriale. Le domande da porsi sono: dov’è la differenza? Nella quantità o nella qualità delle informazioni? Oppure: che farsene e con quali obiettivi e prospettiva usarle? Visto che Elbit Systems è al centro della lotta di Palestine Action, bisogna dire che è di pochi giorni fa la notizia che la Germania, dopo 100 giorni dall’embargo di armi tedesche verso Israele, alla fine di novembre ha ripreso ad inviare le forniture. La cosa più importante sono i pezzi di ricambio per gli ormai noti carri armati “Merkava” dell’azienda Renk. I motori del Tank della Mtu con sede nel Baden-Württemberg non hanno mai avuto problemi bypassando l’embargo via USA. Con questa ripresa Elbit Systems venderà a Berlino munizioni “Lms” per 700 milioni di euro. L’Ad Gundbert Scherf ha promesso che dal 2026 verranno prodotti tra i diecimila e i ventimila droni da guerra. Questo esempio tedesco è emblematico perché dovrebbe smuovere tutte le persone che hanno creduto ciecamente che gli Stati democratici abbiano una qualche remora reale ad interrompere i conflitti e sanzionare lo Stato israeliano. Sappiamo che ogni guerra è redditizia sia nella sua fase distruttiva che in quella di ricostruzione. In mezzo la carneficina ingrassa i conti degli industriali e della classe politica annessa. La lotta al militarismo deve continuare senza sosta e con una continua visuale critica, portando la pratica della denuncia e dell’agitazione verso una continua campagna d’azione e scuotimento sociale e sovversivo d’ampio respiro. Dietro le linee del nemico di classe Un protagonista a volte dimenticato dalla critica al militarismo e la sua industria è l’operaio. Quella massa di uomini e donne che, in tutti i paesi industrializzati, crea e forgia le catene e gli ingranaggi utili alla classe dominante per mordere e massacrare a proprio piacimento ed interesse i propri sudditi. La propaganda nazionalista, la cultura razzista, la smania di conquista, il terrore presunto dello straniero, l’egemonia economico-territoriale, fanno il resto. Come rompere il vincolo tra questa enorme forza lavoro ricattata con un piatto di lenticchie e l’illusione di una vita pacifica e serena? Come ridurre lo scarto morale che dovrebbe smuovere la coscienza che può far disertare, ancora prima dei soldati, gli operai che creano e montano l’ingranaggio bellico? Il padronato sa molto bene come spezzare la solidarietà di classe internazionalista. In Italia abbiamo un esempio di stretta attualità proprio in una colonia interna, l’isola della Sardegna, dove il peso della guerra arriva forte in quella terra economicamente depressa. Da una parte, per esempio, abbiamo gli operai dell’azienda Eurallumina nell’Iglesiente, dove l’azienda Rusal, di proprietà di un oligarca russo, è in difficoltà serie per via delle sanzioni di guerra e con 300 milioni di investimenti bloccati per l’ammodernamento degli impianti e la messa in sicurezza del sito di stoccaggio. Dall’altra, a pochi chilometri di distanza, a Domusnovas, l’azienda tedesca Rwm chiede alla Regione Sardegna il permesso per il raddoppio della fabbrica in quanto il suo prodotto principale sono le bombe vendute per anni all’Arabia Saudita nella guerra contro lo Yemen. In questo caso il mercato di questi tempi è florido a causa delle politiche, europee e non solo, di riarmo e potenziamento degli eserciti. Le contraddizioni emergono palesemente ed i sindacati ancora una volta ondeggiano tra una retorica della difesa del lavoro tout court ed una critica all’industria armiera che in questi mesi ha indetto scioperi per Gaza con il blocco dei porti o scioperi generali di un giorno, i quali però non sono riusciti ad allargarsi ed invitare ad una diserzione radicale dalle industrie armiere, chimiche, dei laboratori etc. Farlo costituirebbe un passo nel “vuoto” che incrinerebbe la loro facciata di responsabili protettori del lavoro salariato e del comparto nazionale industriale ed economico. Anche in altre industrie italiane le contraddizioni si palesano in modo inequivocabile vista la forte retorica bellica in corso, che in modo preponderante viene fatta a spron battuto. Una società come quella odierna, fortemente gerarchizzata e patriarcale nelle sue visuali sul mondo, ci impone il binomio guerra calda – guerra fredda, dove la “pace” è in realtà “l’assenza di guerra”. Questa concezione della società si palesa esattamente in queste “pause” dalla guerra tramite i trattati, i “cessate il fuoco”, i memorandum etc. Questi tavoli se possono interrompere in qualche modo un conflitto in realtà sono solamente la dimostrazione della forza di alcuni usando termini ed argomentazioni che mettono sotto una luce di “debolezza” chi viene “battuto” sul campo o messo alle strette tra la morsa economica e quella strategico-militare. Ritirata, sconfitta, disarmo, e poi ancora parole come trincea, assaltare, sono tutte parole che portano l’immaginario della guerra verso il concetto di Eraclito, cioè che essa è “padre di tutte le cose, di tutte le cose è re”. Sempre in Germania ed in Italia, l’industria dell’auto in forte crisi, dovuta alla competizione mondiale, verrà in parte riconvertita per il nuovo e mastodontico piano di riarmo europeo, e nel frattempo dalla Svezia alla Polonia, dalla Croazia alla Francia, si vuole imporre il servizio di leva obbligato o “volontario”; nelle scuole e nelle università italiane l’entrismo militare si fa sempre più spinto. La sinistra istituzionale e riformista ondeggia tra un posizionamento di facciata contro la guerra e un cavalcare l’onda dei movimenti contro guerra e genocidio a Gaza. L’amnesia di massa su quello che questa classe politica disse dopo l’attacco russo ed il 7 ottobre in Palestina, dovrebbe in realtà mettere tutti in guardia sul doppiogiochismo e la retorica di questi affossatori di ogni esuberanza radicale o rivoluzionaria. Ad ogni fatto di violenza liberatrice che avviene nella società, essa subito si affianca al coro moralizzatore della tanto criminalizzata lotta armata, del “terrorismo”, dei “cattivi maestri”, dello slancio di chi non rimane imbrigliato nella rete della moralizzazione ipocrita. Operai e studenti, giovani e adulti, vengono spinti a milioni verso una mentalità di paura guerrafondaia. Tramite esperti selezionati, messi in pubblica piazza a spiegarci la realtà – del padrone –, ci viene detto che gli esseri umani sono bellicosi per natura, che la volontà di potenza è una cosa innata nell’uomo. Evitando così che le coscienze si mobilitino il più possibile verso azioni contro la guerra, la società rimane bloccata in questa morsa. Antropologi, storici, etc. come Lawrence Kegley hanno portato nel dibattito pubblico argomentazioni per consolidare il pensiero rispetto al quale fin dalla notte dei tempi l’essere umano ha combattuto una “guerra infinita”, rafforzando la filosofia così onnipresente e “consolatoria” di Hobbes. Le interpretazioni, per esempio, di fossati e mura, di alcune armi da caccia, di simboli di villaggi e città del paleolitico o del neolitico, che li vedevano come strumenti con il solo scopo di difesa dal nemico esterno sempre pronto ad assaltare. Secondo queste interpretazioni, quindi, tutto è riconducibile alla guerra fratricida. Niente di più falso. Oggi siamo circondati ed assuefatti da immagini, simboli, rappresentazioni, oggetti, filosofie, campagne di comunicazione che ci inducono e riconducono alla guerra. Gli operai, gli scienziati, i tecnici sono immersi in una retorica competitiva, nazionalista, terrorista, dove il “progresso” è figlio del produttivismo, del potere e del denaro. Questo incubo lungo secoli forse si sta faticosamente spezzando, bisogna alimentare il sogno, il reincanto di un nuovo immaginario sul mondo. Possiamo disquisire di necropolitica, ecocidio, di totalitarismo, e ne possiamo fare dei trattati mantenendo le mani morbide e le membra ed i muscoli flaccidi. Questo può essere utile per inviare un messaggio di rottura contro la cappa soffocante della modernità ed i suoi crimini, ma se non faremo delle scelte individuali, e potenzialmente condivise con altri, che portino al centro del pensiero l’azione, nulla cambierà. Potremo solo contare le lacrime amare. È tempo di nervi tesi e sorrisi sovversivi che sbeffeggiano, dopo lo sforzo ed il rischio, il comune nemico. Lotta internazionalista, anticolonialismo e rivoluzione La Resistenza palestinese ed il paradigma del Sumud hanno creato uno squarcio profondo nel mondo. Nelle teste dei potenti c’è invidia e disprezzo, perché chi ha la visuale e l’idea dell’“uomo forte”, sa ben riconoscere il coraggio e la tenacia di chi si batte, anche per questo la risposta è così feroce e totale. La sfida e lo slancio mettono in imbarazzo la volontà di potenza di un intero sistema. Coloro che sono al potere sanno che la Resistenza non si fermerà e che altri la imiteranno, con altre formule e prospettive, ma da essa ne trarranno ispirazione. Allora il potente impaurito userà tutte le tattiche storiche e tecnologiche per scardinarla, per annientarla alla radice. Ma l’eco è ormai mondiale, come qualche decennio fa con altre resistenze, e annuncia che resistere è possibile ed è necessario. La risposta dei governi è e sarà dura e profonda, ne vediamo già le reazioni scomposte. Negli Usa il movimento antifascista “Redneck Revolt” del North Carolina, attivo nelle aree rurali del Sud in lotta con i lavoratori per la liberazione di classe, è stato criminalizzato. In Texas due anarchici sono stati arrestati tramite la nuova legge contro “Antifa” per un’azione contro ICE. In Europa ben conosciamo la repressione che sta agendo contro i movimenti che si oppongono alla guerra. Ma il carsismo della lotta per la libertà porta acqua su vie ignote al nemico, come un fiume carsico, essa sbuca e si nasconde, resta quieta e poi con un boato colpisce. In Marocco il movimento “Gen Z 212”, contro il governo e le spese mastodontiche per la costruzione di stadi per i mondiali di calcio del 2030, chiede la liberazione di tutti i detenuti delle proteste, anche quelli del 2017, e combatte contro povertà, distruzione ambientale, etc. In Tunisia la lotta contro l’impianto chimico di Gabès, che produce fosfati creando così un forte aumento del tasso di tumori, sta mobilitando masse di giovani sempre più arrabbiati e disillusi dalla classe politica e padronale. In Madagascar, Nepal, Mongolia le mobilitazioni e i rovesciamenti politici sono avvenuti con la forza della lotta e la sua costanza. L’Europa risponde in vari modi. In tutte queste lotte citate, la Resistenza palestinese riecheggia a gran voce. In Serbia gli studenti contro il governo corrotto di Vučić e le multinazionali cinesi che distruggono montagne e fiumi, anche loro portano le bandiere di Gaza. In Polonia alle manifestazioni contro l’ondata fascista e militarista, succede lo stesso. Nelle strade delle città europee la gioventù risponde in massa. Le mura e le tattiche coloniali, le argomentazioni storico-morali sioniste e capitaliste, vengono criticate nelle metropoli di questa vecchia Europa imperiale e decadente, la solidarietà internazionalista si esprime e fa riecheggiare le lotte passate. Ma se tutto questo è un indicatore della realtà odierna, se il virus della lotta si diffonde nelle strade, allo stesso tempo esse non sono ancora riuscite a superare gli argini che impongono la pace sociale, la legalità, il divieto di osare e sognare qualcosa d’altro e più profondo che non sia mera indignazione. Ecco allora che nella quiete della notte anonima, mani irrequiete senza lacci, agiscono e colpiscono. In Francia gli anarchici sabotano reti elettriche e magazzini di materie prime nelle zone industriali e nei suoi comparti bellici. In Germania colossi come Tesla perdono milioni di euro perché gli è stata staccata l’elettricità. Il 9 settembre a Berlino c’è stato un importante sabotaggio al complesso militare-industriale. In Canada le linee ferroviarie vengono da anni sistematicamente colpite contro l’industria estrattivista e le sue multinazionali, necessarie alla filiera di materie prime fondamentali alla guerra ed al mondo che la produce e finanzia. In Grecia i compagni e le compagne che agiscono contro le politiche di un governo reazionario e fascista, e che ricordano il compagno Kyriakos Khymitris caduto lungo la strada della lotta, anche loro rilanciano la solidarietà per Gaza. Gli anarchici, e non solo, non aspettano che la rivoluzione avvenga per incanto, la vivono ardentemente studiando ed organizzandosi. Sabotare ed attaccare il sistema di dominio di certo non basta per innescare un cambiamento radicale, ma ci avvicina e ci fa guardare in faccia la vita che vogliamo, agendo contro un nemico che ci vincola al suo sistema, dal quale ci vogliamo liberare. Questa vita libera ci viene sempre più preclusa, veniamo diseducati nello sviluppare una capacità di scelta, nel ponderare ed attivare una volontà che detti e sperimenti le linee guida e le regole sociali che rompano quelle odierne autoritarie, che scelgano coscientemente le strade ed i metodi che fanno a meno di un sistema iniquo, velenoso ed assassino. Va abbattuta l’idea moralistica del “confronto democratico”, essa ci allontana da alcune possibilità di lotta, e credo che il migliore esempio di una frattura insurrezionale ci stia arrivando dalle rivolte indonesiane di questi mesi. Di fronte agli appelli e alle richieste della gente, alle loro proposte di autorganizzazione e di comunismo antiautoritario, il potere si è mostrato violento ed arrogante. La risposta sovversiva è stata precisa e netta, l’inganno e il trucco democratici sono stati rotti con le case incendiate dei politici. Questa loro arroganza gli si è rivolta contro, sono stati loro per una volta gli obiettivi materiali, le prede della furia liberatrice. Chi in Europa continua a produrre, finanziare, giustificare un operato assassino al fianco dello Stato israeliano ed americano? A questa loro sfacciataggine e senso di onnipotenza, va data risposta? I rapporti di forza nel conflitto sociale sono ancora a loro favore? Se sì, come rovesciarli? Se il loro intento è armare masse di giovani per il futuro annunciato macello, sappiamo bene che storicamente i soldati di leva sono stati la chiave di alcuni movimenti rivoluzionari, nel momento in cui l’opera di ribelli e sovversivi si è intrecciata con proposte concrete e la diffusione del disfattismo rivoluzionario. Forse non si riuscirà nell’immediato a fermare l’ondata militarista, ma è compito di chi lotta contro la guerra continuare a battere e incentivare l’azione demolitrice che operi nel tessuto sociale, con le idee più avanzate contro ogni meccanismo del nazionalismo, del razzismo, dell’imperialismo. Il fronte interno deve essere quello più preoccupante per i nostri comuni nemici di classe. Per portare avanti la solidarietà con Gaza e con chi oggi subisce sul campo la guerra degli Stati c’è anche per noi, compagni e compagne europei, la necessità di svincolarci da alcune zavorre. La campagna di stampa in appoggio ad Israele si innesta sull’egemonia culturale incancrenita in corso da molto tempo da parte delle forze coloniali e padronali; conosciamo in tanti le idee di Edward Said rispetto al pensiero orientalista. La sua articolata osservazione della ragnatela che ci limita lo sguardo direzionandolo verso concetti creati e stratificati nei processi storici degli ultimi secoli, in particolare quelli che vengono chiamati “Occidente” ed “Oriente”, ci consiglia di camminare su sentieri erti e scomodi. Il ruolo di intellettuali, di nuove discipline scientifiche, rafforza questa divisione storica e umana. Questi legacci spesso impercettibili ci trattengono dall’agire e separano chi da una parte all’altra del mondo ha la stessa necessità di liberarsi dalla comune, anche se diversificata, oppressione, la quale lavora in modo alternato a seconda delle latitudini. La boria dei dotti e delle nazioni deve essere combattuta da ogni lato. Nel libro “Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma”, Amos Goldberg e Bashir Bashir ci dicono che questi due avvenimenti storici si guardano faccia a faccia. In Occidente però, giusto per capirsi, è stato costruito un regime della memoria che vieta paragoni ed accostamenti, il che porta a ritenere che un genocidio debba assumere – per essere nominato – la forma radicale dell’Olocausto. Loro suggeriscono la via del perturbamento empatico, che vuol dire confrontarsi con il trauma altrui per una nuova grammatica morale. Le ingegnerie geopolitiche, i confini variabili di cui oggi analisti ed esperti, generali e coretti opinionisti razzisti blaterano nelle reti dei media, ci inebetiscono utilizzando complesse analisi, che a volte soffocano lo slancio solidale. Alleggeriti da queste zavorre cosa potremmo vedere? Se osserviamo la microstoria volutamente accantonata e censurata, i cui fatti sono quasi impronunciabili, sappiamo che il movimento sionista attuò, in diversi momenti storici, manovre contro gli ebrei sovversivi e contadini dell’Est Europa (soprattutto in Polonia, Ucraina e Russia), utilizzando idee e pratiche reazionarie. A Bialystok gli anarchici organizzati, in unione con altri solidali, difesero le comunità ebraiche contadine e proletarie dai pogrom. Successivamente fu il movimento machnovista ucraino tra il 1919 e il 1921 a difendere le comunità, e molti compagni e compagne di origini ebraiche denunciarono e criticarono il sionismo che ha tra le sue basi filosofico-culturali anche una reazione antiproletaria ed antisocialista nel senso più ampio del termine. Oggi il sionismo attacca chi in Israele non vuole subire la brutalizzazione culturale ed è costretto a scappare creando una nuova forma di diaspora: 130.000 sono già fuggiti all’estero tra il 2022 e il 2024. Un esodo che marcia parallelo ad un massacro genocida. La violenza senza argini dei coloni si riversa dentro e fuori la Cisgiordania, il sionismo lavora in più direzioni. In Ucraina e in Russia intanto la massa di disertori anonima, ricercata dai rispettivi eserciti, si incrocia con i partigiani che dall’interno contribuiscono ad ostacolare la macchina bellica di entrambi i fronti, e portano una ventata d’aria fresca in questa guerra fratricida. La lotta anticoloniale di fine Ottocento contro l’ormai finito impero spagnolo, portò alla deportazione dei rivoluzionari filippini nel carcere di Barcellona di Montjuic. I detenuti spagnoli – molti dei quali imprigionati per le continue lotte contro il sanguinario Canovas – videro questi uomini all’aria con vestiti leggeri tipici della loro terra. Dentro la prigione la solidarietà si mobilitò subito, perché i gruppi si riconoscevano come compagni di lotta contro lo stesso regime oppressivo. Dalle finestre delle celle vennero lanciati indumenti pesanti in segno di vicinanza con i ribelli filippini colpiti da uno dei più feroci e longevi regimi colonialisti. Le lotte anticoloniali dell’epoca, a Cuba, Puerto Rico, nelle Filippine, in Corea o in Cina, si intrecciavano con i movimenti rivoluzionari e le idee anarchiche e socialiste. I compagni e le compagne europei partivano e partecipavano ai moti insurrezionali. In Egitto, Algeria e Argentina, in Giappone, un po’ ovunque le lotte di liberazione nazionale cospiravano e si coniugavano con idee più generali di emancipazione sociale e rivoluzionaria. Questi esperimenti sovversivi crearono ipotesi di vita collettiva mettendo in pratica “il mondo per cui ci battiamo”, con veri e propri piani insurrezionali figli di un’epoca cospirativa. Le idee circolavano grazie ad una vivace attività di traduzione di libri e opuscoli propagandistici. Questo fermento si unì alla solidarietà internazionalista che portò l’anarchico Angiolillo a colpire a morte il dittatore Canovas, torturatore all’estero di filippini, cubani etc. e dei rivoluzionari in patria. I moti anticoloniali in giro per il mondo e quelli insurrezionali europei dialogavano, non esistevano carte dell’Onu e dei “diritti dell’uomo” a cui appellarsi in un macabro inganno e vane speranze. In parallelo essi marciavano alla conquista della agognata libertà soffocata dal capitalismo e dal governo della madrepatria sanguinaria. L’ideologia della “guerra infinita”, si insinua nei cuori e nelle menti con i suoi reticolati. La violenza della sopraffazione, dove la vita non vale nulla e non c’è vergogna nel fucilare uomini e donne inermi, dove l’odio religioso inzuppato di promesse territoriali e supremazie razziali crea quell’humus che cancella ogni empatia umana e fomenta rancori e vendette che vanno a colpire sempre in basso e mai in alto della gerarchia sociale, può avvilire e creare un senso di ingiustizia fino ad essere percepita come un dolore fisico. Oggi vediamo donne che tra le macerie di Gaza piantano ulivi mostrando al mondo l’amore per la terra natia, uomini che imperterriti raccolgono le olive, bambini e bambine che scavano canali di scolo per avere un luogo dove poter giocare e studiare, giovani che continuano a resistere. Il popolo palestinese ci mostra ogni giorno cosa siano la dignità, la tenacia e l’infinita fantasia pratica e morale allenate durante decenni di vita in una prigione a cielo aperto. Il 28 novembre Fadi e Jumaa’ Tamer Abu Asi sono stati assassinati dall’Idf perché intenti a raccogliere pezzi di legno da rivendere, poiché si trovavano vicini alla linea gialla. Età di 8 e 10 anni. La terra di Palestina ha una storia infinita di fatti simili ed essi sono tra quelli che colpiscono l’opinione pubblica progressista, portandola a schierarsi a favore di chi nell’immaginario colonialista europeo è in qualche modo accettabile in quanto vittima e vulnerabile. Alcuni giornali sono disponibili a mostrare gli occhi di bambini e bambine sofferenti. Poi c’è quella parte profondamente razzista che si schiera apertamente e in modo netto con qualsiasi pratica omicida e repressiva dello Stato israeliano. Entrambe le parti, alla fine, fanno parte di un’impalcatura sociale che si regge in piedi perché anche se esse sono diverse nelle apparenze, in realtà difendono gli stessi privilegi ed interessi. Certo è importante denunciare ed indignarsi, ma questo fa parte dello spettacolo concesso dai padroni, che funziona come valvola di sfogo per buttare fuori l’indignazione e ritornare a dormire sonni tranquilli. Guai destarsi dal torpore e mettere il dito nella piaga di ciò che spinge l’individuo che dall’indignazione passa all’azione. Peggio ancora se si organizza in una prospettiva di lunga durata. Il palestinese va bene se ha una gamba amputata ed un corpo scavato dalla fame. Se mette un passamontagna ed impugna un mitra, se lancia pietre o molotov, si rompe lo specchio dell’accettabilità occidentale, liberista o socialdemocratica che sia. In generale siamo abituati pigramente ad accettare qualcosa solo se si mostra debole e innocuo ai nostri occhi. Il detenuto o la detenuta che per mesi studia un piano di fuga, e poi una notte sega le sbarre e fugge, inquieta la società borghese ed ipocrita. Il “pazzo” che di “botto” esplode in gesta “inconsuete”, spacca e sbava “senza senso”, sciocca per l’imprevedibilità. Il bambino o la bambina che gioca ed urla in modo “sconsiderato” creando imbarazzo, oggi rischia di essere incasellato con l’aggettivo di “iperattivo”. Il palestinese o la palestinese che odiano chi gli ha massacrato la famiglia e fatto mangiare polvere e paura, sono già moralizzati e marchiati dall’uomo bianco colonialista. L’animale in gabbia che “dal nulla” morde e ferisce, deve essere abbattuto. Ora che i riflettori dei media – almeno qui in Italia – si stanno spegnendo, è il momento di agire con più energia, e in qualche modo scuotere la parte della società che nei modi più variegati ha già preso posizione, ma che non ha eccesso, non ha valicato i limiti morali imposti dalle leggi dello Stato e della cristianità, non ha trasformato la propria quotidianità portandola su un terreno di lotta irrecuperabile da parte dello Stato. Conosciamo le mire colonialiste italiane a Gaza. L’Eni vuole il gas presente al largo delle coste di Gaza, mentre il governo Meloni porta avanti il suo “Piano Mattei”, che è la continuazione del colonialismo italico. Sappiamo che se anche qui si comincia a mettere il bastone tra le ruote a colossi come l’Eni, si muovono direttamente i Servizi Segreti. Se in Italia si ascolta l’eco di Gaza, e si vuole buttare a mare gli yankee che dallo sbarco in Sicilia del 1944 hanno imposto la propria egemonia economica e politica in questo paese, sappiamo che la pratica della tortura, della destabilizzazione politica, delle stragi, potrebbe tornare come avvenne fino a qualche decennio fa. Bisogna esserne consapevoli, con questi poteri non si scherza. Ora che ci annunciano che la fase 2 sta per partire, possiamo già intuire e sapere che la gente di Gaza e della Cisgiordania subirà solo ed esclusivamente delle politiche di terrore ed eliminazione. Mentre finisco di scrivere queste righe in data 8 dicembre, è appena uscita la notizia che la Procura Federale del Belgio ha avviato un mandato di cattura internazionale contro un consulente italiano, il quale ha agito per conto dell’azienda israeliana Elbit Systems, per alcuni contratti stipulati con un’agenzia della Nato. Sono indagati anche magistrati e poliziotti di altri paesi. Che il lavoro di questa azienda e di altre simili siano sporchi o “puliti”, poco cambia. Il loro operato rimane criminale e va fermato. Questa lotta non va intrapresa in un’ottica di emergenza, ma di ampio e lungo respiro, quindi bisogna confrontarsi ed organizzarsi. Così facendo potremo in vari modi aspirare ad una liberazione integrale dal sistema statale e tecno-industriale.
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