Riceviamo e diffondiamo. Mentre pubblichiamo questo testo, un nuovo capitolo si
aggiunge alla repressione dei palestinesi e degli immigrati che lottano contro
sionismo e imperialismo in Italia: l’arresto di 9 persone accusate di finanziare
Hamas, tra le quali il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia
Mohamed Hannoun, già colpito con un foglio di via da Milano per un suo
intervento durante una manifestazione. L’ennesima conferma che guerra e
repressione devono essere combattute insieme, come tenterà di suggerire anche
questa iniziativa a Viterbo.
Sabotiamo la guerra! Fuori Alfredo dal 41-bis!
Sabotiamo la guerra e la repressione (corretto al 23.12)
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Faccio la mia passeggiata,
essa mi porta un poco lontano
e a casa; poi, in silenzio e senza
parole, mi ritrovo in disparte.
Epigrafe sulla tomba di Robert Walser, nel cimitero di Herisau
La morte di Robert Walser sembra in tutto e per tutto un racconto walseriano.
Il pomeriggio di Natale del 1956 il corpo dello scrittore viene trovato disteso
nella neve un po’ fuori della cittadina di Herisau, nella Svizzera orientale.
Walser era intento in una delle sue celebri passeggiate, a cui si era dedicato
sempre, nei giorni festivi, anche nel corso degli ultimi ventitré anni trascorsi
nella clinica psichiatrica di Herisau (Haus 1, «padiglione degli uomini
tranquilli»).
Neve e passeggiate sono due protagonisti dei suoi racconti e delle sue poesie.
Ma non è tanto, o soltanto, questo a rendere così walseriana la sua morte.
Secondo W. G. Sebald – che allo scrittore svizzero ha dedicato pagine insieme
profonde e di rara delicatezza – l’ideale di Walser era «sfidare la
gravitazione».
Come è stato notato, l’unica foto rimasta del corpo di Walser adagiato sulla
neve (con il cappello leggermente in disparte) ha davvero un che di magico. Tra
le ultime quattordici impronte dei suoi ultimi sette passi e il cadavere c’è un
inspiegabile spazio di neve intonsa, come se per qualche attimo Walser avesse
volato; come se la gravitazione infine fosse stata vinta dalla leggerezza. Un
balzo quasi impercettibile, un «preferirei di no» rivolto alla clinica
psichiatrica. Cioè al mondo.
Simone Weil ha ipotizzato l’esistenza di una corrispondenza precisa tra i
«miracoli» e un’esatta disposizione dell’animo. Se così fosse, per sfidare la
forza di gravità ci vuole una ben specifica virtù. Forse quella di cui parla uno
dei Microgrammi walseriani: «Questo paesaggio innevato lo vorrei grazioso. E
spero che andrà così. Aveva appena fioccato, e la neve, nonostante una certa
morbidezza, era ancora piuttosto compatta. C’era aria di virtù in me, adesso.
Voglio essere gentile con le persone, ma a patto di poter magnificamente
rinunciare a tutti quanti». L’estrema mossa di Walser assomiglia allora a un
passo d’addio (titolo di una raccolta di poesie di Cristina Campo, nonché
riferimento all’ultimo saggio di danza con cui le ballerine si congedano dalla
scuola e dalle proprie compagne). Un passo che indica anche una dimensione dello
spirito: «Era solito, allora, sognare senza parole né pensieri, non farsi più
alcun rimprovero e abbandonarsi alla deliziosa stanchezza» (I fratelli Tanner).
Walser ha trasformato se stesso in una delle sue umbratili figure: «Ma ho ancora
una cosa nelle mente: sarebbe bello fare il saltimbanco. Un famoso funambolo,
con i fuochi d’artificio sul dorso, le stelle sopra di me, un abisso accanto, e
davanti una via così piccola, così sottile, su cui avanzare». Forse è proprio
così che Walser ha salutato il principio d’individuazione (con le sue impronte)
per ricongiungersi con l’ápeiron (l’indeterminato bianco).
Si legge in un’annotazione del direttore dell’Istituto Waldau, in cui Walser era
stato internato prima della clinica di Herisau: «Uno schizofrenico molto calmo,
socievole, che vive per metà della giornata nei suoi sogni di poeta scrivendo un
po’, e i lavori di giardinaggio nell’altra metà».
Walter Benjamin ha scritto che i racconti di Walser cominciano là dove finiscono
le fiabe. Con le quali hanno in comune soprattutto l’idea che la felicità non
può darsi come compito, ma giunge unicamente per soprammercato. La morale
walseriana è proprio lì, «nel punto che ancora prima ci pareva fondamentale [e
dove] d’un tratto non si trova nulla» (Sebald). L’ideale walseriano, non a caso,
era diventare «uno zero».
Per accompagnarci nel territorio della fiaba, disponiamo di una maestra
assoluta: Cristina Campo. La quale ha descritto «con lievi mani» le virtù da cui
dev’essere toccato l’eroe di fiaba per scoprire il passaggio segreto nel bosco,
quel luogo raggiunto dopo mille peregrinazioni, pur essendo proprio a due passi
dall’inizio del cammino. «Come scegliere di volta in volta fra abbandono ed
astuzia, ingenuità e sapienza, memoria e oblio salutare? Uno vince perché in un
paese di creduloni e integranti fu diffidente e segreto, l’altro perché si
affidò infantilmente al primo venuto, o addirittura a un cerchio di malfattori.
Enigma ogni giorno nuovo, proposto e mai risolto, se non nell’ora decisiva, nel
gesto puro – non dettato da nulla ma alimentato, giorno per giorno, di pazienza
e silenzio». Quella di affidarsi infantilmente al primo venuto, o a un cerchio
di briganti incontrati nelle passeggiate apparentemente più ordinarie, è una
virtù che Walser ha sperimentato in sommo grado. Quanto alla pazienza e al
silenzio, nelle camerate e nel giardino della clinica li ha soppesati grammo per
grammo. Portandoli con sé anche nel «territorio della matita», cioè nei momenti
in cui scriveva con un lapis, su fogli volanti, bigliettini e ricevute, i suoi
testi minuscoli e apparentemente indecifrabili, rimasti per anni in una vecchia
scatola da scarpe. Walser è stato davvero un eroe di fiaba. Se n’è andato «in
disparte» senza aver mai ceduto alla logica della potenza, preferendole sempre
«la mancanza di scopi, il buon umore senza ragione, la gioia immotivata». Come i
suoi eroi di fiaba – dissimulati nei racconti, nelle poesie, nelle micrografie:
un chiodo, una stufa, un fiocco di neve.
«C’erano una volta dei fiocchi di neve che, non avendo niente di meglio da fare,
volarono giù sulla terra. Molti volarono sui campi, e là rimasero, altri caddero
sui tetti e là rimasero, diversi altri caddero sui cappelli e cappucci di
persone che camminavano in fretta e là rimasero finché non vennero scossi via,
alcuni pochi volarono sulla faccia fida e cara di un cavallo, e rimasero sulle
ciglia lunghe degli occhi equini, un fiocco di neve volò dentro una finestra, ma
quello che vi fece non è mai stato raccontato, comunque rimase là».
Leggere Walser mi infonde allo stesso tempo commozione, buon umore e
un’immotivata gratitudine per gli esseri e le cose.
Forse anche la rivoluzione è preceduta da impronte ben visibili e poi,
improvvisamente, da uno spazio intonso che nessuno sa come sia stato saltato.
Un pensierino per l’anno nuovo: come tenere insieme la necessaria rivolta contro
un mondo ignobile e il senso di grata pienezza di fronte ai fiocchi di neve o
alla faccia «fida e cara di un cavallo»?
Riceviamo e diffondiamo:
È uscito il terzo numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”,
dell’autunno 2025.
Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires:
disfare@autistici.org
* 56 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su)
* 56 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards)
* 56 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de
3 exemplaires)
Scarica il pdf dell’editoriale: disfare_3_editoriale
Editoriale
Interrompere il flusso, ritrovare il mondo
Quella avvenuta tra fine settembre e inizio ottobre è stata per certi versi una
tempesta perfetta. L’appello lanciato dai portuali di Genova (e raccolto nei
porti di Ravenna, Livorno, Salerno, Marghera, Trieste, Napoli…) a “bloccare
tutto”, in occasione del tentativo di rompere il blocco navale israeliano su
Gaza da parte della Sumud Flotilla, ha visto milioni di persone scendere in
strada con l’idea di partecipare a uno sforzo concreto contro il genocidio. Le
ambivalenze a bordo si riflettevano nelle piazze – solidarietà internazionalista
contro umanitarismo, azione diretta contro rappresentazione, rottura della legge
contro proposta costituente, rifiuto della delega contro mediatizzazione,
riconoscimento tra sfruttati contro interclassismo – senza permetterne facili e
immediate letture. Moti “spuri”, “opachi” – come usano dire gli analisti della
politica dall’epoca dei Forconi a quella dei Trattori passando per i No Green
Pass – la cui simultaneità e i cui numeri hanno messo in difficoltà il governo,
mentre varie componenti della sinistra più o meno istituzionale tentavano di
garantirsi uno spazio di rappresentazione[1]. Foschia e strumentalizzazioni,
certo, ma nella rottura della normalità si è aperta una breccia per ciò che fino
a poco prima sarebbe stato impensabile. Bloccare fabbriche, porti, stazioni,
autostrade, aeroporti, scuole, università. Prendersi strade non concesse e
scontrarsi con chi le nega. Non più la domanda “perché scendere in strada?” ma,
per molti, ritrovarsi in strada senza niente da chiedere, con l’anelito che
tutto l’orrore finisca e la sensazione che il tempo d’agire non sia più
procrastinabile.
La propaganda ci aveva abituati a pensare alla guerra in Europa come a un fatto
novecentesco, ebbene sempre dal Novecento è tornato anche il mito dello sciopero
generale, con tutta la forza – e le faglie[2] – che si porta dietro. Centinaia
di migliaia di persone sono scese in strada in tutta Europa (in Francia, in
Spagna e in Grecia) producendo, volontariamente o no, irregolarità e
disallineamenti che – così come nelle manifestazioni di massa che hanno
infiammato il “Sud globale” grazie ai giovani no future (p. 41), quelli che
rischiano di trovarsi nei prossimi anni di fronte alla prospettiva
dell’arruolamento – hanno dischiuso la possibilità di inceppare la macchina del
terrore, con un connubio tra azione e non-collaborazione[3]. La pratica del
blocco diffuso ha infatti infranto il mortifero ordine costituito secondo un
gioco di scomposizioni e corrispondenze: “bloccare per avanzare”, diceva uno
slogan dal gusto per l’ossimoro. Scomporre la guerra totale nelle sue
ramificazioni determinate – una fabbrica, una strada, un porto, un palazzo del
governo, un cavo, la polizia – e, attaccandole, ricomporre il quadro generale
dei rapporti gerarchici e mercantili.
Dopo due anni di genocidio in streaming e mentre sul fronte orientale si
perpetua la minaccia della distruzione totale che la scienza vuole rendere
tecnicamente senza fine[4], quegli istanti – alcuni inaspettati, come l’attacco
alla Tech Week e alla Leonardo a Torino (p. 28), altri organizzati e collettivi,
come le pratiche di blocco (p. 22) e mobilitazione in diversi snodi decisivi per
la guerra – hanno talvolta rotto il tempo della rappresentazione, del diritto,
dell’umanitaria banalità del bene che non mette in discussione le strutture del
dominio, dell’ineluttabilità. E, contro il mare piatto della rassegnazione,
hanno reso palpabile una ritrovata tensione etica.
Disallineamenti e rotture contro la normalità, talvolta dentro e contro gli
stessi cortei, capaci di svelare la logistica – scienza e tecnologia la cui
razionalità si origina in ambito militare (p. 7) – quale perno centrale
nell’organizzazione della guerra totale. L’organizzazione dei flussi, sempre più
sofisticata ed ingegnerizzata ed in cui rotte civili e militari si sovrappongono
quotidianamente senza soluzione di continuità, presenta al contempo delle
evidenti vulnerabilità e diventa quindi potente terreno di lotta
antimilitarista, come emerge nelle azioni di anonimi sabotatori disfattisti in
molteplici punti del vecchio continente – contro ferrovie, porti e centri di
ricerca (p. 30, p. 46).
I recenti blocchi e sabotaggi della logistica di guerra (sia essa di merci,
esseri umani o informazioni), assumono un significato ben più profondo di quel
semplice “disarmare” la produzione e la tecnologia (affinché continuino ad
espandersi per il benessere generale) invocato nelle rappresentazioni della
sinistra – la cui storia dice guerra, che si chiami privatizzazione, missione di
pace, riforma del lavoro, ordine pubblico o detenzione amministrativa (p. 49). È
la vita stessa che giunge ad essere concepita come un flusso manipolabile e
ottimizzabile. Per questo interrompere i flussi della guerra può significare
mettere in questione tutto, rompendo con la concezione per cui la vita è ridotta
a un’entità in tutto analoga alle macchine, che è alla base del tentativo di
replicare l’intelligenza umana attraverso i computer – un progetto che fin dai
suoi albori è teso all’accrescimento della potenza militare (p. 14). Il concetto
stesso di militarizzazione, al netto della condivisibile sensibilità che spesso
ne muove l’utilizzo, è fuorviante: esso implica una corruzione o distorsione in
senso bellico di conoscenze, tecnologie, istituzioni che sarebbe solo recente o
localizzata. In realtà, il tecno-mondo e la guerra – come approfondiamo in
questo numero in particolare rispetto alla logistica e all’intelligenza
artificiale – sono implicati in un rapporto storico di co-produzione tramite cui
si sono dati e si danno forma a vicenda, e condividono le stesse logiche
profonde.
La Storia che vorrebbero scrivere i dominatori, nel frattempo, continua a
prendere forma. Il conflitto militare sembra sempre essere sull’orlo di
precipitare (dalla Polonia all’Iran), mentre la mobilitazione pre-bellica e la
complicità autoritaria si rafforza – ad esempio attraverso la caccia ai
disertori, oggi braccati in Ucraina dagli stessi droni che li rimpiazzano in
trincea (p. 31, p. 33). I BRICS+ – che hanno contribuito a fabbricare la
macchina del genocidio (dai droni cinesi e indiani, al petrolio brasiliano, al
carbone sudafricano e russo, alla logistica egiziana, emiratina e saudita…) –
non rappresentano affatto una “alternativa”; mentre la “pace eterna” sbandierata
da Trump in Medioriente è la stessa che viene proposta in Ucraina: tregue
traballanti o inesistenti, che prefigurano altri massacri in quella macabra
sequenza distruzione-spopolamento/ricostruzione-riordinamento che palesa la
continuità tra il piano genocidario e quello di un ordinario sgombero o progetto
di riqualificazione urbana. Mentre le alleanze tra Stati assumono sempre più
frequentemente geometrie variabili e inestricabili, l’attacco statunitense al
Venezuela conferma un vecchio e arcinoto adagio: l’America First comporta
innanzitutto il riserrare i ranghi nei “cortili di casa”. Infatti, se in America
Latina, dietro la retorica della guerra al narcotraffico (p. 35) si consolida il
dominio neocoloniale su materie e corpi considerati strategici per la logistica
militare-commerciale, per l’energia, per il dollaro (p. 44), in Europa la bolla
del riarmo (p. 11) spinta con retoriche diverse tanto dall’élite sovranista
quanto da quella globalista, apparecchia grossi affari per i finanzieri
d’assalto.
Il declino del potere occidentale ne svela la ferocia e rende l’incarceramento
di massa una realtà, già pienamente visibile a Gaza e in Cisgiordania, nelle
deportazioni di migranti negli USA come in Europa, nelle retate in periferia che
nelle favelas di Rio diventano carneficine, nella messa al bando di “nemici
interni” – terroristi, trafficanti, poveri “cattivi”. Riflettere sul «rapporto
di implicazione reciproca tra le forme della carcerazione e le caratteristiche
della resistenza» (p. 38) diventa quindi più che mai necessario. Proprio nel
momento in cui, a seguito della proscrizione e oltre duemila arresti, i
prigionieri di Palestine Action intraprendono uno sciopero della fame, e la
presenza della polizia penitenziaria in tenuta antisommossa durante il corteo
del 4 ottobre a Roma rende plastica l’immagine del futuro previsto per quella
parte di umanità considerata nemica o minaccia, dentro e fuori dalle mura
cintate. In questo scenario di guerra, che sia definita ad “alta” o a “bassa”
intensità, a difendere le popolazioni dall’abisso non ci saranno Diritti più o
meno internazionali, costituzioni, enti sovranazionali, per questo compito
«siamo tutto ciò che abbiamo».
Se l’umano è da tempo “senza mondo”, disfare il mondo-guerra – l’orrore che è
semplicemente “dato” – significa precisamente (ri)trovare il mondo come
intenzione e significato per quella parte di umanità tagliata-fuori o mai
ammessa alla Storia della classe dominante. Nel momento in cui, tramite le armi
di distruzione totale, si dischiude lo scenario di un mondo-senza-umani, le
brecce aperte a settembre e ottobre che si intrecciano all’imprevisto del 7
ottobre ci dicono che è possibile riattivare le storie dei dominati
interrompendo il continuum storico del dominio. Come sottolinea il contributo “I
compiti dell’ora presente” (p. 5): «Dobbiamo uscire da quello che Riccardo
d’Este chiamava “totalitarismo del frammento” (…). Se i nostri privilegi
differiscono alquanto in base al colore della pelle, alla classe e al sesso,
tutte le nostre vite si riproducono grazie al saccheggio planetario di materie e
corpi, foreste e infanzia, sussistenza comunitaria, ghiacciai e cosmovisioni.
Dal “Sud Globale” sta arrivando un’inaspettata notifica: materie e corpi sono
sempre meno disponibili, poiché il moto-Palestina cita all’ordine del giorno
cinquecento anni di depredazioni e di resistenza».
«Di doman non v’è certezza», dice la più grande rivolta carceraria della storia,
in Palestina. E come affermano i moti d’autunno, qui come altrove, rifiutare lo
spossessamento tecnologicamente equipaggiato e la predazione materiale e
spirituale delle nostre vite è forse diventato pensabile.
[1] Limitiamoci qui alla CGIL, che ha proclamato prima uno sciopero il 19
settembre – depotenziando lo sciopero del 22 settembre indetto dai sindacati di
base – per poi, senza tema di contraddizione, unirsi allo sciopero generale del
3 ottobre convocato inizialmente da SI Cobas, a rincorsa della propria base.
[2] Secondo la nota riflessione di Walter Benjamin (Per la critica della
violenza, 1920) che, riprendendo la critica di Sorel, distingue lo sciopero
generale politico – che mira ad un cambiamento nei rapporti di forza tutto
interno all’orizzonte dello Stato e del Diritto – da quello proletario, che pone
«la questione di una violenza di altro genere», rivoluzionaria perché non ha il
fine di impadronirsi dello Stato, ma si manifesta distruggendone l’ordine e la
temporalità.
[3] Su cui ci eravamo soffermati nel primo numero di disfare, con l’articolo “Il
fuoco di Prometeo”.
[4] Il nuovo missile a propulsione nucleare Burevestnik – “uccello delle
tempeste” –, testato dalla Russia riattivando la competizione tecno-scientifica
globale, può restare in volo a bassa quota per ore in forza del motore atomico.
Riceviamo e pubblichiamo questo profondo testo del nostro amico e compagno
Massimo, ora detenuto in regime di semilibertà nel carcere di Trento. Quello che
segue contiene le motivazioni di un gesto di solidarietà, al fianco di Stecco e
dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame, di Anan, Alì e
Mansour, dei prigionieri palestinesi.
Un cesto di pensieri
In quella sorta di interregno in cui mi trovo – né libero né del tutto carcerato
–, ho deciso di rinunciare per la prossima settimana alle uscite giornaliere
dalla prigione, come gesto di solidarietà con le compagne e i compagni di
Palestine Action in sciopero della fame nelle carceri britanniche, sciopero a
cui si è unito anche il mio amico e fratello Stecco. So che stando in prigione
invece di andare al lavoro non impensierisco certo l’amministrazione
penitenziaria. Ma il mio messaggio non è rivolto alla direzione del carcere – a
cui non ho niente da dire né da chiedere –, bensì a chi si sta battendo contro
il genocidio del popolo palestinese, al fianco della sua indomita resistenza.
Quello che posso offrire, insieme a questo mio piccolo gesto, è un cesto di
pensieri, un pugno di parole con cui esprimere ciò che ho nel cuore.
La forza che mi arriva dalle carceri britanniche – che a sua volta riflette la
tenacia di quella resistenza che le prigioni e i centri di detenzione
amministrativa sionisti non riescono a piegare, nonostante l’isolamento, la
tortura e gli stupri – non ha solo la forma della condivisione etica e ideale,
ma anche l’intensità delle emozioni che provo nel leggere le dichiarazioni di
sciopero. Sono convinto – perché lo sento con tutte le fibre dell’animo – che il
moto internazionale contro il genocidio a Gaza e contro il sistema globale che
lo rende possibile sia un nuovo inizio, un cominciamento.
In aggiunta a quello che è successo nelle strade, nei porti, nelle università;
in aggiunta ai sabotaggi avvenuti di giorno e di notte, anche le proteste che
collegano prigioniere e prigionieri al di là delle sbarre, dei Paesi e dei
continenti ne sono un segnale importante. Innanzitutto perché tra “dentro” e
“fuori” si sta creando un rapporto di reciprocità e di circolarità, non solo di
sostegno da “fuori” a “dentro”. Il fatto che tra le rivendicazioni dei
prigionieri per la Palestina ci sia la chiusura di tutti gli stabilimenti di
Elbit Systems UK dimostra la volontà di non separare la propria sorte dalla
liberazione della Palestina, la quale implica niente meno che la sovversione
globale dei rapporti di potere e di sfruttamento, di cui il colonialismo
d’insediamento sionista è un ganglio fondamentale.
Il genocidio algoritmico del popolo palestinese è l’espressione più atroce di un
sistema scientifico-militare-industriale in guerra con gli oppressi, con gli
immigrati, con le donne, con i diversi, con i bambini, con tutto il vivente e
ormai con gli umani in quanto tali.
Se, come ha scritto Mohammed El-Kurd, ci sono «semi che germogliano
all’inferno», la rivolta contro l’inferno di Gaza sta facendo germogliare
un’Internazionale del genere umano.
Che i terroristi di Stato strillino al «terrorismo» di fronte ai tentativi di
sabotare almeno in parte la loro violenza sterminatrice significa che cominciano
ad avere paura. E fanno bene. Perché i cuori ardenti, a differenza degli
algoritmi, non sono prevedibili. E non sono prevedibili perché non subordinano
al calcolo costi-benefici la propria ricerca della libertà e della giustizia.
Come un albero non ha bisogno di vedere l’insieme della foresta per sapere che
la grande quercia è stata abbattuta – perché lo avverte attraverso la fitta rete
delle sue radici –, anche gli umani che si rifiutano di diventare macchine
sentono la sofferenza e la gioia di altri umani che non incontreranno mai. La
solidarietà tra sorelle e fratelli sconosciuti, le cui azioni e parole ci fanno
vibrare, è il lievito morale di ogni Intifada, il dono più prezioso nel cesto.
Forza e coraggio ai prigionieri palestinesi. Forza e coraggio ai prigionieri per
la Palestina. Solidarietà con Anan, Alì e Mansour. Fianco a fianco con il mio
amico e compagno Stecco.
Carcere di Trento, 12 novembre 2025
Massimo Passamani
Veniamo a sapere in queste ore che il nostro compagno Luca Dolce, detto Stecco,
attualmente rinchiuso nel carcere di Sanremo, inizierà da domani sabato 8
novembre uno sciopero della fame unendosi a quello intrapreso dai “Prisoners for
Palestine” nelle carceri inglesi a partire dal 2 novembre. Mentre attendiamo
ulteriori notizie dal compagno, quello che possiamo dire è che siamo al suo
fianco esprimendogli tutta la nostra solidarietà e complicità.
Seguiranno aggiornamenti al più presto.
Per scrivergli:
Luca Dolce
c/o Casa Circondariale Sanremo
Strada Armea, 144
18038, Sanremo (IM)
Vladimir Žabotinskij, il fondatore dell’organizzazione paramilitare sionista
Irgun, ammetteva senza fronzoli: «[I palestinesi] guardavano la Palestina con lo
stesso amore istintivo e con lo stesso fervore con cui un qualsiasi Azteco
guardava il suo Messico o un qualunque Sioux guardava la sua prateria». Il
colonialismo sionista ha fatto di tutto per rimuovere tali paralleli storici. Ma
l’orrore di Gaza ci fa vedere in diretta – equipaggiato con tutti i mezzi che il
complesso scientifico-militare-industriale ha sviluppato nel frattempo –
l’annientamento dei nativi americani o degl’aborigeni d’Australia.
Per questo è tanto vertiginoso quanto necessario elaborare e mettere in pratica
una concezione della storia more Gaza demonstrata
Prendiamo la ben nota frase dello storico Patrick Wolfe (al quale dobbiamo
alcuni degli studi più puntuali sul colonialismo d’insediamento): «l’invasione
coloniale di una terra per crearvi degli insediamenti è una struttura, non un
evento». (Da cui discende il corollario: «l’eliminazione dei nativi è un
principio organizzativo».) Questa struttura rende ancora operativa nel 2025 la
giustificazione giuridica dell’esproprio coloniale fornita nel 1689 da John
Locke (Secondo trattato sul governo): proprietario della terra non è chi vi
risiede, ma chi la mette a profitto. Definire terra di nessuno (terra nullius)
gli ambienti abitati dalle popolazioni native è l’architrave dell’insediamento
coloniale. Non si tratta di un evento, appunto, ma di una struttura. Tant’è che
le leggi sulla terra nullius sono state abrogate, in Australia, solo nel 1992, a
lavoro ampiamente concluso. L’esproprio non si è compiuto solo con la
coercizione fisica, ma anche con i contratti commerciali e con i trattati
legali. Lo stesso vale per la colonizzazione sionista: «L’architettura di
sfollamento del regime israeliano usa tanti metodi diversi, ma hanno tutti un
unico scopo: controllare quanta più terra possibile tenendo all’interno quanti
meno palestinesi possibile, senza innescare i campanelli d’allarme
internazionale – sia attraverso l’invenzione di “dispute immobiliari”; demolendo
case costruite “senza autorizzazione”; rubando terre dichiarandole “zone
militari”, “siti archeologici”, “tutela ambientale” o “proprietà dello stato”; o
semplicemente stroncando la crescita delle comunità palestinesi isolandole e
recidendo i loro legami economici e sociali con le città vicine. Il progetto
sionista ha già creato le narrazioni per rendere legale e giustificare la
sostituzione del nativo con il colono» (Mohammed El-Kurd, Vittime perfette e la
politica del gradimento, Fandango, Roma, 2025). La celebre frase di Kafka – «le
catene dell’umanità torturata sono fatte di carta protocollata» – vale in
particolare per le colonie. È il sovrano – in epoca moderna, lo Stato – a
decidere chi è il legittimo proprietario della terra. Lo Stato, insieme prodotto
e garante dell’esproprio delle terre, rivela proprio nei colonialismi
d’insediamento il rapporto di implicazione reciproca tra la violenza
extra-legale e l’estensione dell’imperio della legge: la seconda sancisce la
prima, occultandola. Non a caso lo Stato sionista, unico colonialismo
d’insediamento rimasto incompiuto – un’incompiutezza che si chiama resistenza
palestinese –, è il solo Stato al mondo a non avere confini definiti. Più terra
viene strappata con la violenza ai palestinesi, più si allarga lo Stato
israeliano, con la relativa giurisdizione. «Il colonialismo è il rapinatore e
simultaneamente il poliziotto, che commette il crimine e lo rende legale»
(Mohammed El-Kurd). Il rapporto che le leggi di Tel Aviv hanno con le azioni
extra-legali dei coloni ai danni dei palestinesi è lo stesso che quelle di
Washington avevano con le ruberie e le stragi compiute dai cowboy ai danni dei
nativi americani. Né le «leggi fondamentali» d’Israele né la Costituzione degli
Stati Uniti ammettono ufficialmente l’incendio di villaggi e l’espulsione armata
dei suoi abitanti da parte di privati cittadini, ma ciò che chiamiamo «Stato
d’Israele» e «Stati Uniti d’America» sono niente meno che la legalizzazione di
quelle violenze. Più passa il tempo, più il fatto compiuto diventa un fatto
giuridico. La differenza tra i due contesti è che nel caso del sionismo il suo
«genocidio incrementale» («l’eliminazione del nativo come principio
organizzativo») è tutt’ora in corso, mentre la violenza contro i nativi
americani è stata conclusa, cioè sancita e occultata.
Il cosiddetto «piano Trump» prende atto che l’alleato sionista ha subìto una
cocente sconfitta (lo scambio di 2000 prigionieri palestinesi contro 20
prigionieri israeliani ne è la manifestazione più immediate ed evidente). Ecco
allora che il «principio organizzativo» (annettere quanta più terra palestinese
con quanti meno palestinesi possibile) ricorre ad altri mezzi. Quel diritto
legale di proprietà che serve in genere a giustificare a posteriori l’esproprio
violento delle terre diventa ora un presupposto per i futuri espropri. Eccolo,
ben riassunto, il meccanismo: «Le Nazioni Unite stimano che, dopo il 7 ottobre
2023, quasi due milioni di abitanti di Gaza sono stati sfollati. In sostanza,
per il 90 percento della popolazione, i palestinesi hanno dovuto abbandonare le
loro abitazioni, o quel poco che resta di esse. Per rivendicare la proprietà
delle terre che hanno lasciato dovrebbero allora disporre di un atto che li
legittimi.
«Il guaio è che in Palestina, in particolar modo nei territori occupati, la
percentuale di terre e di immobili regolarmente registrati è a dir poco scarsa.
Israele ha sempre reso complicate le procedure di validazione degli atti di
proprietà. […] Il risultato è facilmente intuibile: i palestinesi evacuati da
Gaza e dagli altri territori occupati non potranno rivendicare la proprietà dei
terreni selezionati per il rilancio economico dell’area. […] Magari i più
disciplinati potranno anche servire ai tavoli dei futuri resort di proprietà
degli invasori» (Emiliano Brancaccio, Palestinesi schiavi moderni: espropriati e
resi vagabondi, “il manifesto”, 30 settembre 2025).
Se vogliamo un’immagine di brutale chiarezza sul rapporto tra violenza e diritto
di proprietà, e su come il tecno-capitalismo cancelli la storia per imporre agli
umani di vivere in una sorta di cantiere permanente, eccola: un potere costruito
in alcuni decenni annuncia di edificare una «Nuova Gaza» su quella millenaria
che ha raso al suolo in ventiquattro mesi.
Il «piano di pace» è mosso dalla consapevolezza ubuesca che l’unico modo per
demolire anche le rovine, è «equilibrarle in begli edifici ben ordinati». Non
solo resort di lusso, ma anche e soprattutto poli tecnologici, grazie ai quali
trasformare in un modello internazionale la «Nazione Start-up»: il
mondo-cantiere, il mondo-laboratorio. Come è stato ben documentato (per esempio:
https://merip.org/2025/10/the-military-backbone-of-normalization/), infatti, il
motivo principale per cui quasi tutti i Paesi arabi sono favorevoli a questo
piano coloniale e schiavistico non è tanto e soltanto l’affare immobiliare che
si annuncia, o una generica convenienza politica, quanto la volontà di
rafforzare i rispettivi complessi scientifico-militare-industriali. Da questo
punto di vista, l’esperienza sul campo d’Israele in materia di sorveglianza di
massa, di fusione civile-militare e di guerra cibernetica non ha rivali.
Riunendo epoche diverse nello stesso spazio-tempo, il colonialismo smart
aggiorna di continuo le triplici alleanze più funeste della storia: «inchiostro,
tecnica e morte» (Karl Kraus); «denaro, macchinismo e algebra» (Simone Weil);
«Stato, scienza e industria» (Jean-Marc Royer). In uno scenario di guerra
mondiale, di sconvolgimenti ambientali e di politiche di “razionamento” degli
accessi a beni, servizi o aree geografiche, tutti i poteri vogliono comprare un
simile know-how. Mentre il transumanesimo di destra e di sinistra vorrebbe farci
credere che si può vivere sulle nuvole (cloud), Gaza mette a nudo che lo
sviluppo tecno-militare è il braccio armato dell’esproprio della terra, prodotto
e insieme gendarme di quella lunga «guerra alla sussistenza» (Ivan Illich) che è
la modernità capitalistica industriale.
Mentre su quella striscia di terra si «infrange il mito dell’invincibilità
coloniale», stare al fianco della resistenza palestinese non significa
collocarsi in modo autocompiaciuto «dal lato giusto della storia», bensì
scegliere la sua parte maledetta, le sue «classi annientate», i suoi «semi in
grado di germogliare all’inferno».
«Lo slogan Siamo tutti palestinesi deve abbandonare la metafora e manifestarsi
materialmente. Perché Gaza non può combattere contro l’impero da sola. […]
Siamo, senza ombra di dubbio, soggetti di conquista e colonizzazione, ma siamo
anche molto di più. A ogni svolta nella nostra storia insanguinata, siamo stati
brutalizzati, resi orfani dei nostri cari, espropriati, esiliati, affamati,
massacrati e imprigionati, ma ci siamo rifiutati – con grande sconcerto del
mondo – di sottometterci. Per ogni massacro e invasione, ci sono stati e ci sono
adesso uomini e donne che imbracciano le armi, artigianali e sofisticate –
molotov, fucili, fionde, razzi – per combattere. C’è sempre stata la lotta, c’è
sempre stato il gelsomino» (Mohammed El-Kurd).
Se è di un’evidenza abbacinante la natura suprematista e colonialista del “piano
Trump” per Gaza, forse l’aggettivo più corretto per definire il discorso con cui
il presidente degli Stati Uniti lo ha annunciato è «ubuesco». Soltanto la penna
di un Alfred Jarry, infatti, avrebbe potuto descrivere un potere a tal punto
mostruoso nei mezzi e grottesco nelle pretese. Alcune frasi di Ubu Roi – l’opera
teatrale che l’autore francese scrisse nel 1896 – si sarebbero incastonate alla
perfezione nella conferenza di Trump. L’immobiliarista statunitense, con a
fianco il suo amico genocida, ha promesso una vita piena di prosperità a una
popolazione che vive in un carcere di massima sicurezza, in mezzo a una distesa
di rovine, tra la fame e le bombe. Non diversamente da Ubu Re, che annunciava
tronfio : «Va bene, acconsento a espormi per voi. […] Grazie a me, avrete di che
cenare. […] Sono dispostissimo a diventare un sant’uomo, voglio essere vescovo e
vedere il mio nome sul calendario».
Se la patafisica fondata da Jarry era «la scienza delle soluzioni immaginarie»,
noi viviamo nell’epoca in cui la tecnoscienza, togliendo ogni misura storica ai
problemi, può offrire delle soluzioni eterne. Proprio così. In poche ore (72,
per la precisione) ci si può avviare, se tutti fanno quello che dice Padre Ubu,
verso una «pace eterna» in grado di risolvere per sempre un conflitto che va
avanti da «due-tremila anni». Millennio più, millennio meno. Per vendere una
soluzione eterna, il problema deve ben essere millenario. Circoscriverlo
storicamente al progetto sionista, alla Dichiarazione Balfour, alla nascita
dello Stato israeliano o alla «linea verde» oltrepassata da Israele nel 1967,
non permetterebbe alla tecnoscienza delle soluzioni immaginarie di girare a
pieno regime. Un immobiliarista che agisce per conto di Dio, un Padrone delle
Finanze attorniato da transumanisti che vogliono colonizzare Marte, non è tenuto
nemmeno a precisare tra chi e chi sarebbe in corso questo conflitto da
«due-tremila anni». Ubu Re (quello di Jarry): «Dovete convincervi che se siete
ancora vivi […], lo dovete alla virtù magnanima del Padrone delle Finanze, che
si è affannato, sfacchinato e sgolato a recitare paternostri per la vostra
salvezza […]. Abbiamo persino spinto oltre la nostra dedizione, perché non
abbiamo esitato a salire su una roccia altissima affinché le nostre preghiere
avessero meno strada da fare per giungere sino al cielo».
Come noto, non ci sono Soluzioni senza un Piano. «Gaza sarà riqualificata a
beneficio della popolazione». Ci penserà il Consiglio di Amministrazione.
«Questo organismo [il Board of Peace] si baserà sui migliori standard
internazionali per creare una governance moderna ed efficiente al servizio della
popolazione di Gaza e che favorisca l’attrazione di investimenti». Il Piano
«sarà elaborato convocando un gruppo di esperti che hanno contribuito alla
nascita di alcune delle fiorenti e miracolose città moderne del Medio Oriente».
Se la pace è «eterna», le città non possono essere niente meno che «miracolose».
Altro che quartieri pieni di strade e vicoli o villaggi circondati dagli
uliveti. «Sarà istituita una zona economica speciale con tariffe di accesso
preferenziali da negoziare con i paesi partecipanti». «La Nuova Gaza sarà
pienamente impegnata a costruire un’economia prospera».
Ubu Re (quello di Jarry): «Vi conduco verso una felicità che adesso non sareste
nemmeno in grado di sognare. Solo io lo so». Io e altre «brave persone» –
Erdogan, Tony Blair, il monarca dell’Arabia Saudita – le cui soluzioni non sono
state meno eterne per i curdi, gl’iracheni e gli yemeniti. (Ed è certo solo un
caso che Tony Blair sia anche consulente di British Petroleum, la multinazionale
inglese intenzionata a sfruttare i giacimenti di gas al largo di Gaza.)
Maurice Genevoix, nel suo Un Jour (1976), aveva già aggiornato il ritratto dei
tiranni ubueschi nell’èra della tecnocrazia: «saltimbanchi, persone designate
per la loro pura omni-incompetenza, buoni a nulla con poteri mostruosi». Per
concludere: «È il mondo alla rovescia, c’è da disperarsi». I buoni a nulla hanno
oggi poteri ancora più mostruosi. Il potere di far sorgere «città miracolose» su
decine di migliaia di cadaveri e sull’immane devastazione prodotti dal primo
genocidio automatizzato della storia. Sicuri che i sopravvissuti – quelli che
l’unità 8200 dell’esercito israeliano non ha trasformato in «spazzatura»
algoritmica – sapranno cogliere «l’opportunità di costruire una Gaza migliore»,
grazie a un «comitato palestinese tecnocratico e politico». Un massacro
tecnologicamente organizzato non può che avere una soluzione «tecnocratica».
Messianico il primo, eterna la seconda. È un Piano mostruoso. Infatti anche le
tecnocrazie russa e cinese sono d’accordo.
Circondati da specialisti omni-incompetenti di tutto ciò che è umano, di ciò che
richiede soluzioni storiche e sociali commisurate a problemi storici e sociali,
gli Ubu Re osano annunciare – Himalaya di infamia e di stupidità – che tra gli
sterminatori e gli sfuggiti allo sterminio ci sarà una «convivenza pacifica», e
che la vita futura di questi ultimi sarà «prospera» per gentile concessione dei
suoi colonizzatori e di chi li ha sostenuti, finanziati e armati.
Mentre i commentatori stipendiati e i saltimbanchi politici scommettono sulla
ubuizzazione dei nostri cervelli («È fattibile il piano Trump?», chiede
l’elegante presentatrice all’immancabile esperto), c’è un unico argine agli
ubueschi deliri di un potere insaziabile: la rivolta degli oppressi. La cui
sacrosanta violenza potrà mantenere la misura della libertà solo conservando
intatto il disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani dei propri oppressori.
La giornata del 22 settembre è stata un’importante boccata d’aria, come se
finalmente fosse saltato il tappo. Non avevamo dubbi sul fatto che a rimettere
in moto la rabbia sociale sarebbe stata la Palestina e non la politica interna.
Per esempio, il “blocchiamo tutto per Gaza” ha sfidato il decreto sicurezza più
di quanto non abbiano fatto finora le piazze organizzate su quel terreno
specifico di contestazione. Il ciclo storico di guerra in cui siamo entrati
colloca le vite e quindi le iniziative di lotta su un piano necessariamente
internazionale, di cui il fronte interno è il riflesso. Se le idee spesso
divergono, c’è qualcosa di universale nei sentimenti. Che l’emozione contro il
genocidio stesse crescendo era palpabile: lo sciopero generale le ha fornito
l’occasione di esprimersi. Quel sentimento si è tradotto in partecipazione di
massa anche per la parziale e opportunistica legittimazione – sul piano
umanitario – da parte di mass media e mondo culturale, grazie al coinvolgimento
che ha suscitato la Global Sumud Flotilla. Il ponte tra il sostegno a distanza e
la partecipazione diretta ai blocchi è avvenuto grazie ai portuali di Genova.
Sono state le loro dichiarazioni – e la storia da cui provengono – a incrinare
il recupero politico-umanitario-spettacolare operato sulla Flotilla e a
trasformare uno sciopero in un movimento reale. Ha detto bene una scrittrice
palestinese, parlando di una flottiglia per i ritardatari. Se però tra questi
ultimi ci sono migliaia di giovani e di giovanissimi, il ritardo può assumere la
dimensione di un nuovo inizio. Si tratta dunque di spingere il più in avanti
possibile la marea, cogliendo fino in fondo la frattura che si è aperta (e che
non è detto che rimanga aperta a lungo).
Da questo punto di vista, la valutazione del 22 settembre cambia se lo si
osserva dal punto di vista sociale oppure se ci si concentra sui gruppi che
hanno mantenuto costante l’iniziativa a fianco della resistenza palestinese in
questi due anni. Le iniziative a nostro avviso più significative sono state i
blocchi dei porti, perché hanno unito precisione strategica e partecipazione di
massa – di lì passano le forniture belliche al sistema genocida israeliano, lì
si organizza la logistica di guerra –, mentre gli altri blocchi sono stati più
generici. Che di fronte a un genocidio si debba fermare tutto è un’indicazione
importante, sentita e facilmente riproducibile, anche nelle piccole realtà. Ma
ad essa va aggiunta la capacità di colpire in modo più preciso la macchina delle
collaborazioni (fabbriche, centri di ricerca, banche, assicurazioni, aziende).
La mancanza di tale aggiunta denota una certa arretratezza dei gruppi più
organizzati, a cui lo sciopero del 22 settembre ha fornito un’occasione in buona
parte non còlta. Se lo “stato di agitazione permanente” continuerà, come sembra,
a creare momenti di incontro e di rottura, è necessario saper dare nome, cognome
e indirizzo a chi si arricchisce con lo sterminio del popolo palestinese. Unendo
al “blocchiamo tutto” (che permette una partecipazione più ampia) il “mandiamo
in pezzi la macchina globale del genocidio”. Se persino una relatrice ONU parla
di “economia del genocidio”, si tratta di trarne le conclusioni pratiche. Se “il
genocidio continua perché è redditizio”, la solidarietà internazionale con la
resistenza palestinese lo deve trasformare in un pessimo affare.
Riceviamo e diffondiamo:
Qui il pdf: prepariamoci alla guerra
Prepariamoci alla guerra
Mentre i nostri occhi pieni di orrore sono per forza di cose puntati su Gaza, le
cancellerie d’Europa – in testa la Commissione europea – sembrano fare di tutto
per far precipitare la guerra contro la Russia. Nel giro di neanche un mese,
abbiamo assistito alla reintroduzione della leva militare in Germania (al
momento volontaria, ma con «opzione di obbligo» nel caso non si raggiunga un
numero sufficiente di arruolati); al clamore mediatico – dal chiaro linguaggio
bellicista – sull’incontro tra Putin, Xi Jinping e Kim Jong-un a Pechino; alla
fake news sul sabotaggio mai avvenuto all’aereo di Ursula von der Leyen nei
cieli della Bulgaria; alla circolare per la militarizzazione degli ospedali in
Francia (seguìta in questi giorni da un’analoga disposizione in Italia) e,
infine, all’episodio dei droni “russi” (virgolette d’obbligo, perché su questa
notizia sono più i dubbi che le certezze) in parte caduti e in parte abbattuti
dalla contraerea polacca all’interno dei propri confini. Nelle stesse ore in cui
il governo della Polonia convocava i vertici della NATO attivando l’articolo 4
dell’Alleanza, Ursula von der Leyen, nel suo quinto discorso sullo stato
dell’Unione Europea, pronunciava parole inequivocabili: «l’Europa deve
combattere» all’interno di «uno scontro per il nuovo ordine mondiale basato sul
potere», e rilanciava nuovamente la necessità di una «economia di guerra». Nello
stesso discorso, Von der Leyen ha dichiarato anche che il massacro a Gaza «non è
più accettabile» – come se lo fosse fino al giorno prima… – paventando delle
«sanzioni parziali» contro Israele. A strettissimo giro, è cominciata la
missione «Sentinella dell’Est», con lo schieramento di 40.000 soldati polacchi,
nonché di sistemi d’arma della NATO (aerei da bombardamento, fregate, radar),
sui confini russi e bielorussi, mentre viene ipotizzata una «no fly zone» sulla
parte occidentale dell’Ucraina. Da un lato e l’altro del fronte, entrambi i
contendenti stanno predisponendo e testando mezzi che possono essere armati con
testate nucleari (la Francia ha schierato in Polonia aerei Rafale, la Russia ha
simulato in Bielorussia il lancio di missili Iskander).
Come interpretare questo indubitabile crescendo di quelli che – comunque li si
voglia leggere – sono dei segnali, rivolti tanto alla popolazione europea quanto
ai vari gerarchi dello scacchiere internazionale (e ai “loro” popoli)? Se
sappiamo benissimo che nella società dello spettacolo il dominio persegue i
propri obiettivi facendo dell’organizzazione dell’apparenza una leva di
trasformazione della realtà, e che questa sequela di mosse potrebbe essere
finalizzata “soltanto” a riempire le casse dei produttori di armi e a rilanciare
il complesso scientifico-militare-industriale, sappiamo anche – come avvertiva
un vecchio situazionista – che non c’è illusione senza supporto reale.
Un’economia di guerra non può funzionare senza la guerra stessa, ovvero, nella
situazione attuale, senza rilanciarla e allargarla. Anche solo per il fatto che,
per poter essere prodotte a ciclo continuo, le armi devono essere via via
distrutte sui campi di battaglia.
Se a questo aggiungiamo che non sappiamo come reagirà il Cremlino davanti a
queste provocazioni, e che ogni guerra riapre sempre i conti lasciati in sospeso
nei conflitti passati (e infatti tutto il fronte orientale dell’Unione, da
Svezia e Finlandia alla Polonia a guida atlantista-nazionalista, passando per i
Paesi baltici, non vede l’ora di potersi scagliare contro la Russia – mentre la
Romania pacifista è già stata precettata), lo spettacolo della nuova “Grande
Guerra” potrebbe rovesciarsi in realtà da un giorno all’altro.
In questo contesto, che significa prepararsi? Innanzitutto sapere che la guerra
può effettivamente espandersi, e che non possiamo dare per scontato il suo
contenimento all’interno dell’Ucraina mentre tutto fa pensare il contrario. In
secondo luogo, sapere bene cosa dire e cosa fare in caso di allargamento del
conflitto, denunciando con fermezza le responsabilità sempre più flagranti dei
padroni di casa nostra: degli USA che l’hanno provocato; dell’Unione Europea
che, con la bava alla bocca, ne raccoglie il testimone; del governo italiano,
reggicoda di entrambi; della falsa opposizione, pacifista dell’ultim’ora o
realmente guerrafondaia. In terzo luogo, tenere bene a mente che chi varcherà
per primo il confine altrui, la NATO o la Federazione Russa, non deve fare per
noi alcuna differenza.
Solo con delle idee chiare è possibile evitare quell’effetto paralisi che ci ha
già còlti nel recente passato (con l’Emergenza Covid, con l’invasione russa
dell’Ucraina e, in misura fortunatamente minore, anche nella prima fase del
massacro dei palestinesi dopo il 7 ottobre), e che sarebbe ancora più
imperdonabile nel presente. Solo con le idee chiare si possono cogliere le
occasioni, senza regalare per l’ennesima volta ai nostri nemici quel tempo
prezioso che permetterebbe loro di seminare ancora una volta confusione e
divisioni attraverso un avvelenamento propagandistico che abbiamo già
conosciuto, e di dare un’ulteriore stretta securitaria e repressiva al fronte
interno.
Se ragionamenti come questi, per motivi che qui non ci interessa analizzare,
fanno un po’ fatica a muoversi negli attuali àmbiti “antagonisti”, teniamo
presente che non siamo soli. Là fuori c’è un mondo intero di sfruttati e
oppressi che negli ultimi cinque anni ha subito di tutto: restrizioni, terrore
televisivo in dosi inaudite, inoculazioni forzate, censura; che oggi boccheggia
sotto i colpi di inflazione, povertà e precarietà; e che soprattutto non vuole
la guerra.
Se questo mondo, in caso di escalation, scenderà nuovamente in strada, la
presenza di personaggi ambigui, quando non apertamente reazionari e razzisti,
non dovrà spaventarci. Mentre sappiamo per esperienza diretta che in giro non
mancano le persone di cuore che negli ultimi due anni hanno guardato a Gaza con
la nostra stessa angoscia, a tenere alla larga i vari Rizzo e Vannacci c’è una
parola di quattro sillabe: Palestina. Che basta e avanza a differenziare il
disfattismo internazionalista dal pacifismo reazionario: quello di chi è
contrario alla guerra solo quando pensa che possa arrivargli in casa, e per il
resto vuole che tutto continui come prima (e tanto meglio, come dice il premier
tedesco, se Israele fa il lavoro sporco per tutti noi). Da questo punto di
vista, non appare casuale che, nel discorso più bellicista della sua carriera,
la tecnocrate Von der Leyen abbia espresso per la prima volta una timidissima
condanna dell’operato di Israele. Senza neanche una mezza reprimenda verso un
genocidio che ormai solo i burocrati del suo stampo non chiamano per nome, come
sarebbe possibile legittimare un conflitto potenzialmente nucleare in nome dei
“valori” e della “libertà” occidentali? Nel frattempo si è visto in cosa
consisterebbero le fantozziane «sanzioni parziali» proposte dalla Commissione
Europea: ad Israele verrebbe negato soltanto il suo status di «partner
commerciale privilegiato» (ovvero, dovrebbe pagare le stesse tasse degli altri
Paesi extra-UE), e nella bozza della Commissione non c’è neanche l’ombra di un
divieto all’esportazione di armi e materiale bellico. A noi, e a chi si
ribellerà con noi, spetta ribadire che le mani che armano il genocidio e cercano
di incendiare la nuova Grande Guerra sono esattamente le stesse, con la
complicità della sinistra più o meno sionista e sempre con l’elmetto (PD, Avs,
Cgil), che da un lato cerca di «salvare Israele da se stesso» agitando la parola
d’ordine sempre più improponibile dei «due popoli due Stati» in Palestina, e
dall’altro soffia più di tutti sul fuoco della guerra alla Russia (quanto al
Movimento 5stelle, basta ricordare che ha votato fino a ieri l’invio di armi a
Kiev per smascherare la sua opposizione di facciata).
Mentre il grido “Blocchiamo tutto!” si alza dalle piazze per Gaza e dai porti
del Mediterraneo (e dalle manifestazioni francesi contro i piani di austerità),
fornendoci finalmente l’occasione per fare qualcosa di concreto contro i
massacratori sionisti – ma anche, indirettamente, contro i piani di repressione
e pacificazione del fronte interno; mentre le atrocità dell’IDF a Gaza City
potrebbero portare in strada anche chi finora non si è mosso; e mentre ci
prepariamo a una nuova mobilitazione per strappare Alfredo Cospito alla tortura
del 41-bis, non cessiamo né di agire né di pensare ai prossimi tornanti.
Mentre scendiamo in strada per la Palestina, creiamo le condizioni per poter
continuare a lottare, chiudendo la via alla guerra e rovesciandola contro i
padroni.
La realtà sta arrivando. Che ci trovi sulle barricate.
21 settembre 2025
assemblea Sabotiamo la guerra
Riprendiamo dal blog del collettivo Terra e Libertà un nuovo opuscolo che
ripercorre i legami storici di IBM con guerra, genocidi e apartheid, con
particolare attenzione al ruolo del colosso statunitense nell’olocausto nazista.
Link al testo sul blog di Terra e Libertà
Scarica l’opuscolo in pdf: ibm_def_lettura, ibm_def_stampa