Dal convegno di Viterbo: “Sionizzazione dello Stato” e “41-bis, carcere di guerra”

il Rovescio - Friday, February 27, 2026

Riprendiamo dal sito https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/ questi due interventi tenuti al convegno Sabotiamo la guerra e la repressione, tenuto a Viterbo lo scorso 8 febbraio. Nel sito dedicato ci sono anche i podcast degli audio.

https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/25/ddl-gasparri-delrio-la-sionizzazione-dello-stato/

DDL GASPARRI -DELRIO

LA SIONIZZAZIONE DELLO STATO

Buongiorno a tutte e a tutti.

Aggredisco subito l’argomento, invertendo un po’ la relazione. Il titolo della relazione: partiremo dalla sionizzazione dello Stato e poi andremo a vedere il DDL Gasparri Del Rio, che nel mentre è diventato il DDL Gasparri-Delrio-Romeo-Scalfarotto, per cui è diventato perlomeno otto DDL contemporaneamente. Perché? Il perché evidentemente è anche collegato agli interventi che mi hanno preceduto, tutti molto interessanti e che, ognuno dalla sua sfaccettatura, comunque ha analizzato un processo composito. E proveremo a reinquadrare nell’ottica che il nemico va conosciuto, va conosciuto nei suoi contenuti, va conosciuto nella sua fisionomia. Il nemico è sempre lo stesso da secoli, però questo non significa che non modifica e non si adatta alla realtà che si trova a ad affrontare. In questo senso ieri si diceva, e anche nell’introduzione, il nostro nemico è lo Stato imperialista delle multinazionali. Questa è una definizione coniata una cinquantina d’anni fa da un movimento rivoluzionario in Italia. In quella fase, però, questa si è mantenuta nel contenuto e questa definizione secondo noi va recuperata perché fotografa meglio la situazione. Cinquant’anni fa fu un’intuizione, adesso è una definizione conclamata, cioè quello che fu un’intuizione oggi si dimostra in se stessa. Che significa questa definizione? Che c’è una relazione tra una Struttura costituita da un dominio monopolistico delle multinazionali di stampo imperialista, che ha una sua Sovrastruttura, ossia uno Stato che ne garantisce questo dominio. Questo in pratica significa tale definizione, non è nient’altro. Ieri ci si diceva se fosse “Stato, Stati…”. Non è questo il contenuto, in realtà quello che ci interessa della relazione tra l’elemento della Struttura, ossia del dominio monopolistico delle multinazionali, per cui nel meccanismo di sfruttamento delle classi, nel meccanismo di oppressione dei popoli, che è un congiunto di questo dominio e le forme con cui questo dominio si preserva, soprattutto è stato ripetuto diversi interventi precedenti. Oggi quel tipo particolare di dominio, che coincide oltretutto con l’imperialismo a matrice “occidentale”, sta paradossalmente, anche se appare molto aggressivo, sulla difensiva; ossia sta nel meccanismo di difendere le sue prerogative, la sua posizione egemone, la sua posizione di dominio che la realtà materiale della società umana, di altri capitalismi emergenti, della lotta di classe mettono in discussione. Profondamente in questo senso, quindi, ferma restando l’essenza dello Stato, che è nient’altro che il dominio di una classe sulle altre, lo rappresenta. Detto ciò, però, evidentemente questo (Stato) è suscettibile di modificazioni, di adattamenti. In questo senso le oligarchie imperialiste internazionali, in questa fase hanno scoperto che uno dei modelli di dominio, di coercizione, di repressione e prevenzione più funzionali alle loro esigenze è quello sionista. Ossia ciò che lo Stato di Israele ha implementato in quello che può essere considerato un gigantesco laboratorio storico e laboratorio sociale, di dominio, di repressione, di sperimentazione delle tecniche e così via. In questo senso, oggi come oggi, lo Stato israeliano rappresenta, come è stato descritto precedentemente, sia nell’intervento del compagno di Radio Blackout e sia negli interventi fatti dai palestinesi, tutti questi meccanismi, dinamiche e prospettive. Applicazioni che dimostrano che (il modello) funziona per l’oligarchia imperialista, soprattutto occidentale. Gli “funziona”, lo credono, lo ritengono funzionale, per cui in questo senso si spiega quello che veniva detto, ossia il fatto che una struttura multinazionale dove evidentemente i coinvolgimenti, le intersecazioni del Capitale sionista sta proprio dentro i meccanismi di proprietà, per cui è un dato Strutturale. Ormai, se noi pensiamo a Meta, che di fatto è una multinazionale sionista e Zuckerberg lo rappresenta anche fisicamente. Questa partecipazione di proprietà veniva prima illustrata dal compagno di Blackout e venivano nominate molte multinazionali che intervengono in tutti gli aspetti più articolati dell’azione di repressione degli Stati imperialisti. Per cui è un termine, le multinazionali, che se quando noi pensiamo a questo dominio delle multinazionali e poi andiamo a scorrere nella Campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) i nomi di tutte le multinazionali, praticamente (queste) innervano tutta la nostra vita quotidiana. Se noi facessimo il boicottaggio sincero, noi non vivremmo, perché tutta la nostra vita, tra quello che fumiamo, le bollette che paghiamo, quello che mangiamo e così via, è tutto pieno, innervato di questo capitale (sionista) ormai mischiato, transnazionale, multinazionale, che poi deve trovare riscontro delle forme di dominio, di preservazione, di concezione. E in questo senso è, per loro, il meccanismo di (dominio) più adatto in questo momento storico. In questo poi può darsi che cambieranno le esigenze più avanti, come sono state cambiate in precedenza. Ma in questo momento la sionizzazione dello Stato, la sionizzazione della Sovrastruttura, non solo dello Stato, ma nella narrazione delle ideologie e della cultura, è un meccanismo che gli “funziona”. Soprattutto a ciò che viene inteso come imperialismo occidentale, nella realtà e, in questo senso, per le istituzioni di questo Stato. Ieri, per esempio, ho partecipato ad un convegno a Roma che prendeva sempre in esame questo argomento. Per la situazione attuale veniva un proposta e riproposta una dualità: se lo Stato fosse un elemento sovranazionale o lo Stato fosse un elemento nazionale, se uno primeggiasse. In realtà non va messa in atto questa dualità a “esclusione”, perché è come che se noi dicessimo sul caso “nazionale” che l’autonomia differenziata riservata alle Regioni va in conflitto aperto, contraddittoria e antagonista con lo stesso Stato nazionale. Stessa cosa è come dire che l’Italia può entrare di per sé in conflitto aperto con la NATO, con l’Unione Europea. Oggi i meccanismi di integrazione (di Sovrastruttura) riflettono la Struttura: se la Struttura è multinazionale, anche la Sovrastruttura rifletterà questo meccanismo e in questo senso, ciò è emerso con forza ed è “leggibile” nella ridefinizione di questa Sovrastruttura. Ripeto, già gli interventi che mi hanno preceduto l’hanno messo in risalto negli aspetti repressivi, nelle aspetti tecnologici, negli aspetti della comunicazione e in tutti gli aspetti per cui l’elemento sovrastrutturale nient’altro riflette questo rapporto (strutturale) di dominio delle multinazionali. Questo è un dato che noi dobbiamo analizzare e tener presente in quello che facciamo. Si diceva all’inizio, non cadiamo nella trappola di credere che i nuovi dispositivi, i nuove decreti, i nuovi disegni di legge securitarie, ci portano nella logica della fascistizzazione dello Stato. Non è così. Non lo è perché poi vedremo, quando analizzeremo i vari disegni di legge più specifici – Gasparri, Delrio, eccetera -, che non vengano ripresi anche degli spunti da quella che, addirittura, era la legislazione fascista. Ci sono nel Disegno di Legge, riferimenti direttamente al Codice Rocco, per cui non è questo il problema, è politico. Se noi parliamo di fascistizzazione, apriamo alla convinzione – e questo ieri nell’altro Convegno un po’ ha fatto capolino – il fatto che se noi diciamo che lo Stato è “fascistizzato” perché il governo Meloni ha quel tipo di matrice, significa che poi ci consegniamo mani e piedi all’altra componente dello Stato, quella della finta opposizione, che poi ci utilizzerà, ci manipolerà proprio nel momento, guarda caso, di una campagna elettorale già avviata. Per cui cadremmo nella trappola nella quale invece noi non dovremmo cadere, perché non ci spiega poi il contenuto, ma anche perché smentisce il contenuto della fascistizzazione di una “fazione” (istituzionale). Qui è lo Stato che si sta ridefinendo, chi ha firmato l’ultimo Decreto Legge securitario emanato, ma anche tutti quegli altri che l’hanno preceduto è stato Mattarella. Mattarella non è un Capo di governo, è il Capo dello Stato, rappresenta lo Stato e rappresenta teoricamente, secondo la loro Costituzione, quello che dice si può fare e non si può fare dal punto di vista dello Stato. Ma guarda caso non compare nella critica, nella denuncia che le finte opposizioni fanno di questi Disegni di Legge, di questi dispositivi securitari. (Ieri) dicevano che è una boutade propagandistica del governo Meloni e non chiarivano bene il fatto che Mattarella ha firmato, ossia il Presidente della Repubblica, ci ha messo il sigillo dello Stato. Questi sono leggi dello Stato, non è la politica “governativa”. Non a caso gli veniva detto che questa dinamica rappresenta una continuità con le dinamiche securitarie precedentemente messe in atto. In questo senso noi dobbiamo analizzare ciò che avviene nella logica che è lo Stato dominante, lo Stato imperialista delle multinazionali, che applica questa sua ridefinizione, che norma se stesso e si adatta a difesa di se stesso. Faccio un esempio banale: “la difesa di se stesso” prima si diceva, molto interessante, che uno degli hub di dominio e di ricatto, di dossieraggio che è stato impiantato è stata pedo-land di Epstein. “Questi” hanno costruito un gigantesco bordello, dove le élites, soprattutto quelle occidentali, si andavano a “rifocillare” secondo i loro criteri da depravati. Vengono fuori tre milioni di email – dicono loro, per cui saranno minimo il doppio… -. Vengono fuori decine di migliaia di video, fotografie, immagini che verificano tutto. Viene fuori che ci sono migliaia di vittime. Quanti sono gli arresti? Zero. Per cui in questo senso il sistema difende se stesso. Questo su un aspetto specifico, ma questo lo rifà anche su tutto l’aspetto generale dello scontro di classe e dello scontro contro i popoli oppressi, in questo senso c’è una segno di continuità. Quello che è stato sperimentato in Palestina adesso viene “Chiavi in mano” venduto all’Occidente. Non a caso venivano descritti casi in precedenza. “Questi” arrivano, che ne so, sulla polizia locale: devo far funzionare in una certa maniera, arrivano gli istruttori o se ne vanno a Tel Aviv e “chiavi in mano” gli danno una sovrastruttura funzionale. Un pacchetto di modalità che hanno già sperimentato sulla pelle del popolo palestinese, funziona ora per l’ICE. L’ICE è nient’altro, adattato alla realtà statunitense, quello che l’IDF ha sperimentato nei territori occupati di Palestina. Nient’altro, anche l’approccio, anche il modus, l’avete visto tutti, del “prima ti sparo, poi ti chiedo che stai facendo…”. Questo (i sionisti) lo fanno quotidianamente coi palestinesi, lo abbiamo denunciato per tanto tempo negli ultimi due anni. E’ diventato un refrain sul genocidio, eccetera. Questo è il concetto di sionizzazione. Qui voglio chiarire che non ci deve essere l’equivoco che pensano che adesso, quando nominano i ministri, questi giureranno sulla Torah. Questa è una idiozia. Il sionismo e l’ebraismo ormai sono due cose che non c’entrano l’una con l’altra. Può essere, può esserci un ebreo antisionista, come può esserci un cristiano evangelico sionista, per cui questa è una trappola politico ideologica. L’ebraismo non c’entra più niente col sionismo. Il movimento sionista è, guarda caso, la base del la razzializzazione, l’Apartheid classista. Perché pure il cosiddetto odio verso i poveri è un “Apartheid razzista”, per cui il dispositivo securitario aumenta e si approfondisce sulle classi subalterne e si autoassolve sulle classi dominanti. Per cui i tipici reati delle classi dominanti vengono tutti depenalizzati, i tipici, tra virgolette, reati delle classi dominate vengono tutti appesantiti, vengono su tutti inasprite le pene. Questo è il concetto di sionizzazione. Il concetto di sionizzazione è dare il via libera al fatto del nuovo neocolonialismo. E’ “voglio un pezzo di Siria”, vado entro e me lo prendo; “voglio un pezzo di Libano” , vado entro e me lo prendo. “Voglio la Groenlandia”, vado dentro e me lo prendo. Devo assassinare il segretario di Hamas a Teheran, ok, “sdoganizzo” il precedente e dopodiché mi vado a prendere il Presidente del Venezuela come voglio. Questo è la uniformità, omogeneizzazione dei criteri del dominio delle classi dominanti a livello internazionale. È con questo noi abbiamo a che fare e con questo noi avremo a che fare. Ovviamente adesso passo invece a un all’aspetto più specifico, che è questa storia dei dell’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo. Questa è formulata così, ma in realtà è la difesa del processo di sionizzazione dello Stato imperialista, per cui in questo senso non è casuale e alcuni dati andiamo ad analizzarli. Uno, “chi” è la fonte del DDL? Tutti, diciamo tutti, i disegni di legge che sono stati presentati con l’articolo 1 dice: “dobbiamo considerare antisemitismo con la definizione proposta dall’IRHA (International Remembrance Holocaust Alliance,) che è di fatto – qui ho portato l’immagine da “chi” è composta quest’IRHA -, praticamente, la NATO allargata all’Australia, all’Argentina e Israele. Eccoli qua, questi 34 paesi, la NATO allargata: in questo senso loro spacciano per un board internazionale mondiale, la NATO allargata a altri tre paesi. In cui l’ispiratrice, ovviamente, è l’entità sionista. Questa dice che antisemitismo da questo momento in poi deve essere definito in una certa maniera. Ma perché hanno bisogno di questo? Perché soprattutto in Occidente – va detto, una piccola medaglietta che ci possiamo tutti mettere con soddisfazione… -, hanno perso la battaglia della narrazione di ciò che è successo dal 7 Ottobre in poi. L’hanno persa la gran parte. L’autunno scorso è stata proprio la fotografia plastica di questa sconfitta. Dove in circa 10 giorni, centinaia di migliaia, se non qualcuno dice un milione di persone, il 4 ottobre è sceso in piazza chiaramente dicendo: “Che sapeva da che parte stare: Palestina libera dal Fiume fino al Mare”. C’eravamo praticamente tutti, l’abbiamo visto, per cui un è posizionamento che ha infranto una narrazione che si è scontrata con un sentimento diffuso e che ha smontato quello che invece il 100% dei dei mezzi di comunicazione di mass-media hanno “raccontato”. Questo li ha spaventati, ossia che il meccanismo di comunicazione e controllo che lo Stato imperialista ha adottato negli ultimi due anni non ha funzionato e loro sperano che con dispositivi legislativi molto più aggressivi possono andare contro ed intimorire. Il che avverrà, come già abbiamo sentito negli interventi precedenti, interverrà in questo senso, ma sarà solo un problema di shock iniziale e poi dovremmo noi trovare il modo di adattarci in tal senso. Delrio, nel presentare il suo DDL, è molto chiaro e spiega perché lo sta facendo. Ha la bontà di dirci chiaramente, di parlarci chiaramente. Il problema di questa necessità di equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo è legato al fatto che abbiano subito delle, lui non le chiama, sconfitte, degli avvenimenti gravissimi in cui sono stati messi in discussione. Fa l’elenco: il 5 ottobre 2024, il 25 aprile 2025, il 27 gennaio 2025, dove sono stati messi in discussione quei divieti sui contenuti che venivano imposti. Quindi nelle costruzioni politico demagogiche che loro hanno preparato, li elenca e dice “in base a questo dobbiamo necessariamente fare questi passaggi (DDL)”. Ovviamente (Delrio) poi va in soccorso di Gasparri, insieme hanno provato una sorta di mini “compromesso storico” per dare soddisfazione alla Di Segni prima, alla senatrice Segre poi, che chiedevano un ampio spettro parlamentare per approvare questo Disegno di Legge. Va in “soccorso” perché dice di fatto a Gasparri: “Gasparri, però sei stato incompleto, perché se noi non ci occupiamo di militarizzare in termini di contrasto all’antisemitismo, la scuola e i mezzi di comunicazione: sta cosa non funziona, questo è chiaro”. Venendo da una formazione piccista, sa che l’egemonia nel meccanismo di dominio è una è una parte fondamentale, per cui lui chiaramente indica qual’è la strada per completare, affiancare alle leggi repressive dei meccanismi di controllo egemonico. La prova della sperimentazione di questo “disegno” sono stati gli avvenimenti al liceo Righi, dove la (sionista) Di Segni è stata garantita l’effettuazione di una conferenza apologetica dell’IDF. Lei lo ha rivendicato proprio nella sua presenza, scortata da un plotoncino di Digos e polizia che persino ha impedito agli studenti di partecipare al suo discorso. Questo in barba al fatto che nello stesso DDL che Delrio presenta, si dice che “per obbligo di legge”, in tutte le iniziative sulla Palestina, quelle poche che vi faremo fare, dovranno essere sempre fatte in presenza di contraddittorio. Ossia: “se viene un giovane palestinese, mi ci devi mettere accanto un Riccardo Pacifici, per esempio, o mi ci devi mettere una Di Segni…”. Questo secondo loro è “l’equilibrio della cosa”. Oppure Delrio e Gasparri dicono che dentro la scuola dovrà vigere l’obbligo di delazione, ossia di fronte al fatto che se qualcuno inneggia a Palestina Libera!, inneggia al fianco della Resistenza!, tutto il personale scolastico sarà obbligato a dire chi è e a denunciarlo all’autorità. In questo senso l’autorità può essere il preside o direttamente la polizia, pena sanzione economica o sanzione penale. Siamo a questo, per cui il controllo della narrazione per loro è proprio dove vogliono andare a incidere con questi Disegni di Legge. In questo senso diventa però molto difficile l’applicazione proprio di questi Disegni di Legge e per questo stanno prendendo tempo, oltretutto perché hanno trovato più resistenza di quello che hanno immaginato. Il fatto sta che l’IRHA definisce antisemitismo, per esempio, dire “Netanyahu è uguale a Hitler”. Il problema che loro si pongono è, ma è antisemita solo dire che “Netanyahu è uguale a Hitler”? Ma invece dire che “Putin è uguale a Hitler” è antisemita lo stesso? In questo senso diventa un problema, così come definire “antisemita” chi brucia la bandiera di Israele. Allora, se l’ebreo che a Tel Aviv brucia la bandiera di Israele è quindi un “antisemita”? Hanno questo tipo di problemi… Però se uno va bene a scandagliare dentro questi Disegni di Legge, si rende conto pure che sono una razzializzazione non solo che fa il controcanto a una razzializzazione dell’oppressione e dello sfruttamento, ma è anche una razzializzazione del privilegio, perché queste norme di legge, appunto secondo questi meccanismi, garantiscono solo una particolare comunità all’interno di una comunità nazionale. Ossia se tu dici che “Netanyahu è uguale a Hitler” è antisemitismo. Se tu lo dici di qualsiasi altro non è niente, per cui significa che si stabilisce per legge, e questo vogliono fare, che c’è una sorta, guarda caso di un “popolo eletto”, di una “razza eletta”, intoccabile. A ottant’anni dalle Leggi Razziali, fanno le “Leggi Razziali al contrario”, ossia fanno un impianto difensivo, un “quadrato” intorno a un’entità occupante, un’entità colonialista, un’entità razzista, un’entità dell’Apartheid. Perché tutti gli altri si sono resi conto che è proprio quello che è, per cui che il Sionismo è un movimento politico di quel tipo: spacciando la sua critica per antisemitismo, cercando di proteggere i “loro” interessi. Questo è veramenteun vulnus rispetto al dominio dello Stato, ossia ormai il meccanismo che passa e che vogliono far passare, che è quello che dovrà definire non solo la fisionomia di chi è il nostro nemico, di come è fatto, ma quello che dovremmo noi fare e che oggi come oggi anche loro violano le loro leggi. Faccio un piccolo esempio personale: quando abbiamo organizzato l’iniziativa davanti al PD, per il 27 di gennaio, “Giornata della Memoria”, siamo stati convocati e quelli ci hanno detto chiaramente, senza nessuna ipocrisia: “questa iniziativa non si può fare perché il giorno è sbagliato, la sede del PD è sbagliata…”. La risposta che noi gli abbiamo dato dicendo “Non accettiamo questo divieto” perché dal nostro punto di vista quella data è giusta. Quella data è giusta perché quello è il “Giorno della Memoria”, non dello sterminio “solo” degli ebrei. È la “Giornata della Memoria dello sterminio oltre che degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli antifascisti, dei comunisti. Per cui in questo senso noi rientriamo in quelle celebrazioni. Abbiamo pieno diritto, mentre “voi” state piegando le leggi stesse che avete fatto, voi le volete piegare al servizio di un’ambasciata estera e per cui gli abbiamo detto “non si può fare, noi ci saremo”. Il luogo, abbiamo anche detto, è proprio quello giusto, perché tra gli ispiratori di questa Giornata c’è stato proprio quel PD che per “foglia di fico” lo estese in questo termini, ma dopodiché lo ha piegato alle esigenze dell’ambasciata israeliana e noi abbiamo detto: “noi ci vedremo là proprio per questo”. Come dire, dovremmo sempre sforzarci di smascherarli in questo senso. Quindi il problema non è che il governo di destra fa dei disegni di legge liberticidi, è lo Stato italiano che fa dei disegni di legge liberticidi. Su questo voglio sottolineare chi ha assunto le linee guida dell’IRHA come “Strategia Nazionale di contrasto all’antisemitismo” non è stato il governo Meloni, ma è stato il governo Conte, il Secondo. Subito dopo che ha sostituito il governo Conte-Salvini, col governo Conte-Bersani, se non erro, o chi era a quell’epoca il Segretario (del PD), non lo so. Comunque il governo M5S-PD, uno dei primi atti dopo l’insediamento di quel governo fu proprio l’assunzione da parte del governo di quelle linee guida. Era il gennaio del 2020, non il gennaio del 2026, questo va ricordato quando c’è e ci sarà da discutere. È da “sinistra” che è arrivata questa cosa, da “sinistra” come definito nell’arco parlamentare, è venuta. Questa cosa non è arrivata da “destra”. Questi (la “destra”) hanno anche gioco facile nel dire: “io ho recepito solo quello che voi (“sinistra”) già avete introdotto. Io ho avuto solo il coraggio di farlo diventare una legge dello Stato, invece voi l’avete avuto”. E voglio anche sottolineare a chi fa capo il “Coordinamento della strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo”. Dici: “ci sarà il solito politico di turno abbastanza sgamato?” No, visto che loro lo vedono come un processo repressivo, ci hanno messo un generale dell’Arma dei Carabinieri, dei Reparti Operativi Speciali (ROS), che aveva seguito le indagini di Biagio e D’Antona. Per cui quando tu usi un generale dei carabinieri dei reparti speciali che ti dice in piena audizione, “per noi questa storia è un problema di sicurezza nazionale…” e il senatore Giorgis che ha presentato l’ultimo Disegno di Legge per conto del PD e, c’è proprio la videoconferenza, gli risponde: “siamo perfettamente d’accordo…”, questo è contro cosa noi ci troveremo a che fare, e vado quindi alle conclusioni.

Questi passaggi, questi ridefinizione della Sovrastruttura in termini coercitivo e repressivo, ancora più di quello che era, ci pone di fronte a un problema. Siamo passati, questo veniva detto all’inizio, siamo entrati nella fase dello “Stato di guerra e polizia”, dello “Stato di guerra e polizia” qua, non in Palestina, per cui in questo senso il nostro “che fare?” sarà condizionato da questa consapevolezza. Non si tratterà più di supportare la Resistenza palestinese che eroicamente resiste nella Palestina occupata. Qui ci sarà da organizzare la nostra Resistenza. Qui dove viviamo, perché avremo a che fare con dei dispositivi che metteranno seriamente in discussione la nostra agibilità politica. Siamo entrati in una fase in cui, in previsione di una manifestazione, squillerà il nostro cellulare e l’altra parte del telefono ci sarà qui il Commissariato Tal dei Tali: “Lei è convocato presso il nostro commissariato. La cella la sta aspettando per 12 ore, perché lei non può andare con i suoi precedenti alla manifestazione…”. Per cui noi saremmo messi in gabbia prima di aver commesso il reato. Questa è un’operazione pesantissima, che ovviamente deriva dall’esperienza fatta sulle spalle dei palestinesi in Palestina, e che oggi è diventato una realtà qui, in questo paese. Oppure verrà il divieto di manifestazione, di assembramento, di riunione,nel momento in cui verrà sancito il fatto che ci sono dei contenuti che non riflettono la narrazione di Stato, che non riflettono la narrazione delle classi dominanti, per cui il divieto sarà preventivo, appunto il ” 27 gennaio vi diamo il divieto perché la giornata non si può fare, il luogo non si può fare” perché non si può fare quella manifestazione, il “giorno degli ebrei”, come dicono loro. E non si può fare tanto meno davanti al PD, perché quello è il partito dello Stato, che ne rappresenta una chiara articolazione politica, per cui questa resistenza va costruita e non solo. La difesa della solidarietà alla Resistenza palestinese, ma va organizzata la Nuova Resistenza che in questa fase è necessaria, per poter garantire i termini di agibilità che ci verranno tolti se noi rimaniamo passivi. Grazie.

Rete dei Comitati e Collettivi di lotta

https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/41-bis-carcere-di-guerra/

41-BIS, CARCERE DI GUERRA

Questo intervento, fatto “a braccio” durante il convegno, registrato e poi trascritto, compare qui in una versione leggermente rielaborata e arricchita. Il compagno che l’ha pronunciato ci tiene a confessare il proprio debito verso i lavori (alcuni dei quali reperibili sul web) del sociologo Charlie Barnao, principale fonte utilizzata per ricostruire le origini della tortura contemporanea su cui si basano i regimi di isolamento torturativo come il 41-bis.

Ciao a tutti, ho molto piacere di essere insieme in questo convegno così ricco di idee e tensioni. Per presentarmi, sono un compagno anarchico, vivo in Trentino da diversi anni e faccio parte di Sabotiamo la guerra, che è un’assemblea di compagni anarchici che si riunisce già da prima del 7 ottobre 2023, a partire dalla questione della guerra imperialista in Ucraina. Quest’assemblea ha cercato di stimolare una mobilitazione contro lo stato di guerra che a questo punto deve diventare anche una mobilitazione contro la repressione, come si sta cercando di fare appunto in queste giornate. Il titolo del mio intervento è «41-bis, carcere di guerra». Forse dovrei completarlo aggiungendo: «DNA, Direzione Nazionale Antimafia (divenuta nel 2015 anche “Antiterrorismo”) come tribunale di guerra». Siccome non si può affrontare tutto insieme, devo partire chiaramente dal primo corno del problema. In che senso il 41-bis è un carcere di guerra? Io credo che lo si possa chiamare così, senza particolari enfasi, ma con un atteggiamento tutto sommato descrittivo, da due punti di vista. Il primo punto di vista è che il 41-bis – lasciando un attimo da parte i suoi precedenti, il noto articolo 90, l’isolamento utilizzato contro i compagni, eccetera – il 41 bis, per come lo conosciamo oggi, nasce come risposta dello Stato a una guerra: la «seconda guerra di mafia» che insanguina la Sicilia tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, e in particolar modo la guerra che a un certo momento una delle due fazioni, quella dei cosiddetti «corleonesi» di Totò Riina, comincia a muovere allo Stato: prima con i famosi «omicidi eccellenti» (ad esempio Piersanti Mattarella), e poi gli attentati di Capaci, di via D’Amelio, di via dei de’ Georgofili e così via. Chiaramente si tratta di una stagione oscura che qui non possiamo approfondire e sarebbe probabilmente molto difficile farlo, però io credo che almeno un aspetto lo si possa dire con una certa sicurezza, no? A quella criminalità organizzata, quella parte della criminalità organizzata che non voleva più, come dire, agire come un partner dello Stato, ma che voleva comandare sul territorio anche contro lo Stato (o contro sue determinate componenti), lo Stato stesso reagisce passando da quello che i giuristi chiamano «diritto ordinario» al «diritto penale del nemico». Un passaggio che in termini, diciamo, più “terrestri”, possiamo chiamare da una logica di contenimento di un fenomeno a una vera e propria logica di annientamento. Questo lascia sul terreno tutta una serie di istituzioni con cui oggi ci troviamo e ci troveremo sempre di più a fare i conti. Una è il 41-bis, dove, come tutti sappiamo, da diversi anni sono rinchiusi tre compagni comunisti, mentre da meno tempo vi è rinchiuso il compagno anarchico Alfredo Cospito. L’altra istituzione che nasce in quel periodo è appunto la Direzione Nazionale Antimafia, che ritroviamo sempre più spesso schierata contro di noi. Ad esempio l’inchiesta che ha portato agli arresti di Hannoun e gli altri è coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

C’è però un secondo aspetto per cui il 41-bis si può definire un carcere di guerra. Ed è il fatto che sostanzialmente i regimi di isolamento sono dei veri e propri regimi di tortura bianca, di quella che viene proprio tecnicamente definita «tortura senza contatto», che è stata teorizzata e approntata dai servizi segreti statunitensi, dalla CIA in particolare. In combutta spesso con i servizi segreti francesi all’interno della nota scuola delle Americhe di Fort Amador, inaugurata accanto al Canale di Panama nel 1946, in un momento preciso che è l’inizio della guerra fredda. È stato accennato in interventi precedenti come di fatto l’esercito sia un vero e proprio incubatore e una vera e propria officina di tecnologie e tecno-scienze di vario tipo. Schematicamente possiamo dire che se i protagonisti delle due guerre mondiali sono stati gli ingegneri e i fisici (con il progetto Manhattan), grandi protagonisti della guerra fredda diventano gli psicologi. In particolar modo gli psicologi comportamentisti e gli antropologi. Perché? Perché in quel momento lì, il secondo dopoguerra e l’inizio della guerra fredda, che è un momento di rilancio dell’imperialismo a livello mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme si trovano sempre più spesso a combattere delle guerre asimmetriche. Quindi in contesti che sono diversi dalla guerra di trincea, o dalla guerra tecnologica a distanza tramite l’uso del bombardamento, e in cui gli Stati imperialisti, dall’attacco alla Corea nei primi anni Cinquanta alla guerra del Vietnam, passando per l’America Latina, si trovano sempre più spesso ad affrontare dei movimenti di guerriglia che si confondono con la popolazione. Con l’apporto, lo ripeto, soprattutto degli psicologi comportamentisti e degli antropologi, si cominciano a sviluppare delle tecniche che mirano da un lato ad addestrare un tipo di soldato che sia assolutamente lucido, spietato, automatico nell’eseguire gli ordini in guerre in cui sempre più spesso si trova a fronteggiare direttamente la popolazione; e dall’altro lato si comincia ad approntare delle tecniche di tortura più raffinate che potenzialmente destino meno scandalo, non lasciando segni o lasciando meno segni sui corpi dei prigionieri; e che sappiano, viceversa, penetrare profondamente all’interno della psicologia delle persone interrogate, così da portarle a cedere. Questo tipo di tortura, che ha alla base la stessa logica del moderno addestramento militare, viene codificato all’interno dei manuali della CIA. Ce ne sono due in particolare: il Kubark, che è del ’63, e lo Human Resource Exploitation Training Manual, che è del 1983. (Il “manuale delle risorse umane”. Notate il linguaggio manageriale?). In cosa consiste il tipo di tortura che vi viene teorizzato? Si potrebbe veramente dire con le parole di Orwell in 1984: prendere un cervello, smembrarlo e ricomporlo secondo le esigenze desiderate, inducendo nel prigioniero un processo di regressione infantilizzante. In che senso? Nel senso che tutti noi, crescendo, abbiamo acquisito delle abilità sociali. Questo tipo di tortura consiste nel far perdere al torturato le capacità relazionali apprese, portarlo a regredire verso l’infanzia, riducendolo sostanzialmente a un “bambino” che ha come unico punto di riferimento il suo torturatore, al quale prima o poi cederà le informazioni, o comunque ciò che il torturatore vuole ottenere in un determinato momento. Ora, in cosa consistono a livello pratico queste forme di torture senza contatto? Prima di tutto in forme di isolamento e di sradicamento del prigioniero dal suo contesto. Capite che ci si sta avvicinando alla dimensione del 41-bis, no? Per capire un po’ questo tipo di meccanismo, e la sua analogia con l’addestramento militare, potete pensare alla prima parte del film Full Metal Jacket (che ha ricevuto i complimenti dell’esercito USA per la precisione con cui mostra l’addestramento dei Marines). Pensate al sergente Hartman – che nel film è interpretato da un vero istruttore militare – che urla alle reclute: «Voi qui dentro non siete nessuno, qui vige l’uguaglianza perché nessuno conta un cazzo!» Quella è la fase in cui, fondamentalmente, il prigioniero è portato a perdere i propri punti di riferimento. Nella tortura (e nel 41-bis) lo si fa isolandolo, lo si fa mantenendolo in ambienti assolutamente silenziosi, lo si fa incappucciandolo. Lo si fa anche – è banale ma è allo stesso tempo interessante notarlo – quando si arresta qualcuno nelle prime ore del mattino: è per questo che le retate molto frequentemente avvengono alle ore piccole. Quella è esattamente una tecnica studiata all’interno dei manuali della CIA.

Qui vi leggo un pezzettino perché è interessante. Questo è lo Human Resource, il “manuale delle risorse umane” dell’83 cui accennavo prima: «Le modalità e i tempi dell’arresto dovrebbero essere pianificati in modo da cogliere il soggetto di sorpresa e provocargli il massimo livello di disagio mentale. La maggior parte dei soggetti arrestati nelle prime ore del mattino sperimentano sensazioni intense di shock, smarrimento e tensione psicologica e provano grandi difficoltà ad adattarsi alla situazione. È molto importante che quanti eseguono l’arresto agiscano con un’efficienza tale da sorprendere il soggetto.» Questa, diciamo, è la prima fase. La seconda fase, quindi quella “torturativa” vera e propria, consiste soprattutto in tecniche di disorientamento del soggetto e tecniche di umiliazione. E qui si arriva proprio al 41-bis. Facciamo un esempio. Non so se vi è capitato di vedere qualche speciale sul 41-bis alla televisione. Ne ho visto uno in cui si vede che i detenuti svolgono i colloqui all’interno di apposite celle a cui si arriva attraverso «corridoi di disorientamento». Li chiamano proprio così. Ufficialmente questo serve a disorientare i parenti dei detenuti, perché magari potrebbero in qualche maniera veicolare delle informazioni eccetera. In realtà, come dire, la loro funzione è produrre il massimo disorientamento possibile in chi si trova internato. O ancora: tecniche di umiliazione: voi pensate che cosa significa non solo stare in quella che è di fatto una cella di deprivazione sensoriale, con le bocche di lupo alla finestra, non riuscire a vedere il sole. Quanto all’umiliazione: essere ripresi 24 ore su 24 da una telecamera è assolutamente una condizione umiliante, no? E gli esempi chiaramente potrebbero continuare, ma non voglio fare un tour dell’orrore. Voglio che ci dotiamo di alcuni concetti che potranno servirci nella lotta.

Torniamo all’Italia e torniamo a quello che succede tra gli anni ’80 e gli anni ’90. L’antenato del 41 bis è l’articolo 90, quello che istituisce le carceri speciali per i compagni negli anni ‘70. È chiaramente un prodotto di queste strategie della guerra fredda. Si ispira fondamentalmente al modello tedesco, al carcere di Stammheim, che era un modello pensato di concerto con la CIA da parte della Repubblica Federale Tedesca. Passata l’emergenza “terrorismo”, con la riforma Gozzini, nel 1986, il carcere speciale ha una seconda vita: si arriva al 41-bis, che nella sua prima formulazione viene previsto esclusivamente per le rivolte. Nel periodo della guerra tra Cosa Nostra e lo Stato italiano si comincia a discutere dell’uso del 41-bis contro i mafiosi, dicendo all’inizio che sarebbe rimasto solo ed esclusivamente per un periodo di tempo limitato, e solo ed esclusivamente per Cosa Nostra. Ovviamente con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio succede tutt’altro. Cadono le ultime perplessità garantiste: all’inizio anche una certa sinistra istituzionale ne aveva parecchie di fronte a quello che è di fatto uno strumento di tortura. E si comincia, come dire, ad utilizzare sistematicamente il 41 bis non solo nei confronti di Cosa Nostra e nei confronti delle grandi organizzazioni. Ma di fatto verso ogni forma di criminalità organizzata. Badate bene anche questo concetto: quando si parla di mafia al plurale, e si dice «le mafie», viene messa in piedi una certa retorica. Una volta, una piccola banda di rapinatori, di spacciatori, di taglieggiatori, non era immediatamente assimilata alla mafia. A partire da quel periodo, la categoria «mafia» diventa una parola-contenitore che viene applicata a fenomeni molto diversi.

Contemporaneamente si crea la DNA. Inizialmente anche la DNA non desta poche preoccupazioni tra le “anime belle” garantiste. Perché? Perché fondamentalmente la DNA è, come dire, un corpo dello Stato in cui la magistratura, o meglio una certa parte della magistratura e gli apparati di polizia, servizi segreti compresi, si incontrano ai più alti vertici ed eseguono operazioni pianificate di concerto. I giuristi, a suo tempo, fecero notare come questo di fatto violava alcune basi fondamentali del cosiddetto “stato di diritto”. Per dirne almeno un paio: il principio di competenza territoriale (quello per cui si è giudicati da un tribunale del territorio in cui è stato commesso il reato) e, di fatto, il principio della separazione dei poteri. Al di là degli aspetti giuridici, quello che a noi interessa e che dobbiamo capire è che siamo in presenza di un apparato giudiziario che opera in strettissima relazione con le alte sfere della politica e con gli apparati di sicurezza. E che quindi da un lato tende a favorire determinati interessi politici, e dall’altro a… trovare quello che cerca. Come non si stancava di ripetere Malatesta, «l’organo crea la funzione». Per poter giustificare la sua esistenza, l’Antimafia deve trovare “la mafia”… o, al plurale, “le mafie”. Ora, se noi consideriamo che nel 2015 la Direzione Nazionale Antimafia è diventata anche “Antiterrorismo”, capiamo che questa logica, quella dell’organo che crea la funzione, la troveremo sempre più spesso schierata contro di noi. Non solo perché ormai la categoria di “terrorismo” è sempre più usata contro qualsiasi lotta sociale. Ma anche perché, per esistere, quello che è di fatto un “tribunale speciale antiterrorismo” deve pure trovare dei presunti “terroristi” da combattere.

Faccio un esempio che chiarirà questo ragionamento. Probabilmente tutti sapete chi è Federico Cafiero De Raho. Magistrato capo della DNAA fino a non molti anni fa, e adesso parlamentare 5 stelle, Cafiero De Raho nei primi anni 10 di questo secolo è forse il personaggio che più ha spinto perché la DNA diventasse anche «antiterrorismo». Sapete perché? Perché in quel momento il governo italiano è alle prese con la crisi libica, ed ha bisogno di un pretesto per imbastire, sotto l’egida dell’ONU, delle missioni militari in Libia, così da fronteggiare in qualche modo l’ingerenza francese nella ex colonia italiana. È così che De Raho comincia a sostenere un suo personale teorema sugli sbarchi di emigranti dalla Libia: questi sarebbero organizzati da “mafie africane”; i cosiddetti “scafisti”, che spesso non sono altro che i poveracci al timone delle imbarcazioni, o quelli che al momento dello sbarco vengono indicati come i timonieri dai loro compagni di sventura, sarebbero “trafficanti di esseri umani” e “mafiosi”; infine, per chiudere il cerchio, le imbarcazioni trasporterebbero “terroristi islamici”. Tutte sciocchezze, ovviamente, ma che permettono alla DNAA di giustificare la propria esistenza e al contempo di servire il governo italiano nelle sue manovre imperialiste.

Ebbene, De Raho è ancora a capo della DNAA quando, nel 2019, questa coordina due inchieste contro compagni anarchici, «Scintilla» a Torino e «Renata» in Trentino. In quel periodo tre compagne anarchiche (Anna, che si trova ancora in carcere, Agnese e Silvia) vengono trasferite nel carcere dell’Aquila, ovvero nel carcere-simbolo del 41-bis, in una sezione Alta Sicurezza creata apposta per loro. Non si trattava quindi di una sezione 41-bis, ma per tutta una serie di motivi – in primis perché era gestita dai corpi speciali del GOM – le loro condizioni di detenzione erano molto simili ad esso. Le compagne entrano quindi in sciopero della fame per la chiusura della sezione e dopo circa un mese, anche grazie alla mobilitazione di noi fuori, vincono la battaglia e sono trasferite in altre carceri. Si è trattato, a mio parere, di un’importante vittoria. In Trentino, durante quella mobilitazione, abbiamo infatti letto quella vicenda come un “test” di applicazione del 41-bis a compagni e compagne. Credo che i fatti successivi ci abbiano dato ragione. Nel luglio 2020, infatti, De Raho pronuncia in Parlamento, davanti alla Commissione Antimafia, uno strano discorso in cui da un lato parla della necessità di estendere e rafforzare il 41-bis, e dall’altro accosta più volte anarchici e mafiosi, che si sarebbero alleati per creare rivolte fuori e dentro le carceri (come le rivolte carcerarie all’inizio del lockdown nel marzo 2020). [si veda qui: https://ilrovescio.info/2020/07/15/piu-che-unantifona-un-programma/] Neanche due anni dopo questo discorso, a maggio 2022… Marta Cartabia firmava il trasferimento di Alfredo Cospito in 41-bis. Conosciamo il resto della storia, in cui il teorema dell’assurda, impossibile, improponibile alleanza tra “anarchici e mafiosi” viene riproposto dal duo Donzelli-Delmastro contro lo sciopero della fame di Alfredo e la mobilitazione solidale contro 41-bis ed ergastolo ostativo a fianco del compagno…

Ora, se voi pensate che la categoria di “terrorismo” è sempre più utilizzata anche per indicare le manifestazioni, come abbiamo visto dopo gli scontri dello scorso 31 gennaio a Torino; se pensate che si sta parlando sempre più disinvoltamente di «terrorismo di piazza», categoria molto cara a Salvini e alla Lega… capite dove stanno andando a parare questi signori. Sto dicendo che ci metteranno tutti in 41-bis dopodomani? No, sto dicendo però che anche il 41-bis potrà rientrare sempre più spesso in una panoplia repressiva che usa una grande varietà di mezzi contro antagonisti e rivoluzionari e crea già grossi impedimenti. E che verrà quindi usato come massima minaccia contro chi non si rassegna a questo stato di cose: verso chi continuerà a lottare adottando anche forme più radicali, visto che le altre saranno sempre meno permesse. Questo, ovviamente, se non ci metteremo in mezzo. Con la lotta per Alfredo nel 2022-23 e con quella per le compagne rinchiuse all’Aquila nel 2019, abbiamo dimostrato che è possibile.

Quindi che fare?

Siamo in un momento in cui le questioni da affrontare sono tante. Cercare di ricondurle alla guerra, che è l’orizzonte del nostro presente, è necessario e sacrosanto. Tanto per cominciare, anche nelle piazze contro la guerra non possono e non devono mancare, a mio avviso, i nomi di Alfredo Cospito e di Nadia Lioce, di Roberto Morandi, di Marco Mezzasalma, compagni delle Brigate Rosse rinchiusi in 41-bis.

Sono chiaramente discorsi scomodi e difficili, perché siamo costretti a muoverci in mezzo a una retorica del “bene contro il male”: se la mafia è il male assoluto, allora l’antimafia è il bene, quindi non si può parlar male dell’antimafia. Dobbiamo fare questo sforzo e passare, come dire, dalle analisi che ci facciamo tra di noi a delle parole d’ordine semplici che facciano capire alla gente come questi apparati dello Stato, 41-bis e DNAA, sono schierati contro noi sfruttati, contro le lotte e contro la possibilità di un futuro diverso.