Le curatrici del programma Harraga, che va in onda su Radio Blackout, hanno
intervistato in due puntate del mese di aprile la compagna italo-palestinese
Mjriam Abu Samra, ricercatrice e fondatrice del Palestinian Youth Movement.
Dal concetto di “orientalismo” alla depoliticizzazione umanitaria della causa
palestinese, dagli accordi di Oslo al ruolo delle ONG, dal palestinese-vittima
al palestinese-terrorista, dalla violenza coloniale in Palestina
all’israelizzazione delle società occidentali, questi approfondimenti sono
solidi come i sassi, e come tali andrebbero scagliati contro l’ordine coloniale
del mondo.
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma
vittima/terrorista – parte1
Parte 2: decostruire il paradigma vittima/terrorista
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Riceviamo e pubblichiamo questo importante documento di rivendicazione,
riflessione e proposta. Le questioni che solleva richiedono senz’altro un
confronto, nei tempi e negli spazi più opportuni:
Una proposta di guerra
Anatomia di un microchip (una prefazione)
Abbiamo tradotto e pubblichiamo la prefazione che Celia Izoard ha scritto per
Anatomie d’une puce, un interessante volume – edito da Le monde à l’envers – che
raccoglie interventi e materiali realizzati in occasione del convegno
internazionale tenutosi il 28 e 29 marzo 2025 a Grenoble. A Celia Izoard si
devono diversi lavori-inchiesta sulla rovinosa materialità del digitale nonché
riflessioni sulla necessità di sbarazzarcene, tra cui Cambiate lavoro per
favore. Lettere agli umani che robotizzano il mondo, pubblicato in italiano nel
2022 dalle edizioni Malamente. Questa prefazione, nella sua sinteticità, ci fa
scorgere il mondo intero dentro i semiconduttori in quanto tecnologie imperiali;
e formula con chiarezza la posta in gioco per un’Internazionale del genere
umano: spezzare la spirale di rafforzamento reciproco tra digitalizzazione e
guerra.
Qui in pdf: Anatomia di un microchip
È possibile rilocalizzare l’impero?
Il digitale è una tecnologia imperiale.
Cosa diventa quando l’impero va in frantumi?
di Celia Izoard
La vedete la colonnina per la convalida dei biglietti e tesserini di viaggio? È
il grande rettangolo grigio alto circa un metro e mezzo che superate all’entrata
della metro. Qualche giorno fa, quando sono scesa in una stazione a Tolosa,
alcuni tecnici avevano aperto questa colonnina per lavori di manutenzione. Si
poteva quindi vedere ciò che abitualmente è invisibile: l’interno. In mezzo a
fili di tutti i colori, ho visto delle targhette di resina epossidica verde
lunghe circa quaranta centimetri. Su queste schede elettroniche si sviluppa una
sorta di città all’americana: schiere di punti argentati, luci rosse, torri
cilindriche, blocchi rettangolari. Alcuni di questi rettangoli, neri, circondati
da piccole linee argentate perpendicolari, assomigliano a magazzini logistici in
miniatura con le loro file di camion: ecco i microchip, chiamati anche
semiconduttori oppure circuiti integrati.
Ho incontrato Hubert Cros, progettista di sistemi elettronici per delle aziende
del Sud-Ovest. Mi ha raccontato che in una colonnina come questa, si utilizzano
alcune decine di semiconduttori. Ce ne sono quasi 160 in un cellulare, e circa
3500 in un’auto ibrida. Un microchip di una colonnina di convalida può contenere
fino a 10.000 transistor, ma quelli che troviamo in un server dei data center
(utilizzati per esempio nei calcoli di «intelligenza artificiale») ne contengono
circa 100 miliardi: milioni di volte di più.
Resta il fatto che questa semplice colonnina finalizzata a leggere un titolo di
trasporto, aprire la barriera ed emettere un bip positivo o un bop negativo a
seconda dalla validità della tessera, questo oggetto che a malapena possiamo
definire «high tech», necessita da solo di quasi un milione di componenti
elettronici. All’interno di questo oggetto inutile, dalle finalità mercantili e
burocratiche, si potrebbero ritrovare delle tracce del mondo intero: decine di
minerali estratti e raffinati in luoghi differenti, acidi e solventi arrivati da
ovunque, siti di montaggio e di assemblaggio sparsi su diversi continenti.
Sull’esempio di queste colonnine, da una quarantina d’anni, la vita nei Paesi
ricchi è irrigata da microchip onnipresenti e invisibili. In una brochure
informativa per il grande pubblico, l’associazione europea delle imprese di
semiconduttori (ESIA), si felicita di ricordare che questi ultimi sono
indispensabili «alle cure mediche critiche», «alle infrastrutture idriche»,
«all’agricoltura sostenibile che nutrirà il mondo» (ESIA, Semiconductors :
strategic enabler of everyday life, 2024). Nello stesso documento, essa spiega
che «la fabbricazione di semiconduttori è l’attività di fabbricazione più
complessa che si conosca attualmente. Prima di raggiungere lo stadio del
prodotto finale, un microchip può compiere 2 volte e mezzo il giro del mondo e
attraversare 80 frontiere». Come siamo giunti a questo punto?
Esistono delle tecnologie emblematiche di certe forme politiche. Il telaio
meccanico, per esempio, cristallizza il capitalismo industriale inglese del XIX
secolo: il cotone prodotto in India, le fabbriche tessili di Manchester
alimentate a carbone, le cotonine vendute ai mercanti di schiave e schiavi
africani. Il microchip di silicio, invece, è un puro prodotto dell’egemonia
neoliberale delle potenze occidentali degli anni Duemila. Produrre un tale
oggetto necessita la capacità di ammassare quantità inaudite di capitali in
eccesso (grazie alle riforme neoliberali) e di essere i beneficiari ultimi di
catene di approvvigionamento di una complessità prodigiosa, suddivise su decine
di Paesi. Di fatto, il microchip è la quintessenza del «modo di vita imperiale»
così come lo hanno definito i sociologi tedeschi Brand e Wissen: un quotidiano
in cui gli oggetti più ordinari sono dei prodotti iper-mondializzati fondati su
rapporti di potere asimmetrici.
È la pax americana che ha reso possibili la Silicon Valley e le sue catene di
approvvigionamento tentacolari. Se non fosse esistito questo dominio mondiale,
naturalizzato all’inizio degli anni Duemila al punto di passare per «la fine
della storia», se il mondo non fosse stato questo spazio di libero scambio
comodamente organizzato per rifornire le multinazionali occidentali, a nessuno
sarebbe venuto in mente di digitalizzare le attività umane. Sembra inconcepibile
rendere una società intera dipendente, per la propria sopravvivenza, da un
oggetto che si basa sull’attività di decine di miniere ai quattro angoli del
mondo, superando 80 diverse frontiere prima di raggiungere lo stadio del
prodotto finale. In altri termini: il digitale è una tecnologia imperiale. Cosa
diventa quando l’impero va in frantumi?
Il vento cambia, l’impero occidentale s’incrina e si frammenta. Da qualche anno,
il Pianeta non è più questa comoda base logistica, gestita dalle politiche della
Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per rifornire le
multinazionali occidentali. La Cina, seconda potenza economica mondiale, non può
più essere trattata come un subappaltatore dell’elettronica. Essa ha costruito
dei monopoli sui metalli critici e potrebbe invadere Taiwan, dove è fabbricata
la maggior parte dei microchip del mondo. L’egemonia è finita, con diversi
imperi in concorrenza tra loro per le risorse e i mercati. Convertite al
capitalismo, le classi dirigenti dei BRICS+ (Brasile, Russia, India, Cina,
Sudafrica, Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia ed Etiopia) vogliono
metalli, semiconduttori ecc. per produrre più o meno gli stessi oggetti: auto,
aerei, armi, satelliti, telefoni, schermi e il resto dell’infrastruttura
digitale.
In Europa e negli Stati Uniti le imprese esigono dai loro Stati che le aiutino a
garantire i loro approvvigionamenti in materie prime e in componenti. Che aprano
miniere e industrie, che reindustrializzino i territori da cui queste stesse
imprese hanno traslocato vent’anni fa per aumentare i propri profitti. Nel 2022,
il governo federale degli Stati Uniti ha votato un Chips Act per sovvenzionare
la produzione di semiconduttori nel Paese. Nel 2023, i deputati europei votano a
loro volta l’European Chips Act, una replica della stessa legge il cui obiettivo
è produrre sul continente il 20% della domanda europea di semiconduttori. A
Crolles, nei pressi di Grenoble, lo Stato ha promesso 2,9 miliardi di euro per
finanziare l’allargamento della fabbrica STMicrolectronics, un gruppo
franco-italiano la cui sede è in Svizzera.
Ma è davvero possibile rimpatriare queste catene di approvvigionamento mondiali?
All’interno della classe politica, nessuno sembra porsi tale questione, per
quanto cruciale: si possono produrre dei microchip in un solo Paese o per lo
meno in un solo continente? Non più di quanto ci si chieda se si possono
produrre delle batterie elettriche, delle armi o dei satelliti a partire da un
unico continente. Si tratta di ignoranza, di cinismo? Tutti sembrano aver
dimenticato che l’industrialismo è fondato sull’imperialismo – sugli «scambi»,
come dicono i manuali scolastici. L’industria automobilistica francese si è
costruita con caucciù e rame congolesi, con piombo e cobalto magrebini, nichel
canaco, petrolio mediorientale ecc. Le catene di approvvigionamento di
STMicrolectronics sono oggi mille volte più lunghe, intrecciate e complesse di
quelle dell’impresa Renault degli anni Sessanta. Il fatto che STMicrolectronics,
a Crolles, abbia più di 6000 fornitori diretti fornisce un’idea della
complessità dei processi da cui dipende questo sito gigantesco. Il minimo
microchip di qualche millimetro può contenere decine di metalli differenti:
arsenico, tantalo, titanio, antimonio, gallio… Tuttavia, a destra, a sinistra o
presso gli ecologisti, tutti applaudono questi investimenti sulla «sovranità
tecnologica» chiamati persino «rilocalizzazioni».
Eccoci qui a Grenoble, dove un’intera industria dell’elettricità e
dell’elettronica si è installata da lunga data per beneficiare dell’acqua delle
montagne. Le imprese di semiconduttori impiantate a partire dagli anni Novanta
hanno regolarmente aumentato i loro prelievi di acqua, al punto che in un
decennio il consumo da parte di STMicro è quasi raddoppiato. Con il
moltiplicarsi e l’aggravarsi degli episodi di siccità. Dopo l’estate 2022,
un’estate torrida, il collettivo STopMicro è entrato in scena depositando casse
e casse di bottiglie davanti a EAUX de Grenoble Alpes, la regia incaricata del
servizio idrico della zona. Esattamente 336 litri, tanti quanti
STMicrolectronics e Soitec ne consumano ogni secondo in seguito al loro
allargamento. Da soli, questi due siti inghiottono l’acqua di una città di 400
mila abitanti e l’elettricità di una città di 230 mila abitanti.
La popolazione della ragione è probabilmente inquieta nel veder scomparire le
proprie risorse d’acqua, come la maggior parte di noi. Ma il muro che le
impedisce di contestare questo accaparramento è il consenso politico sulla
«rilocalizzazione». Bisogna pur produrre dei microchip. Meglio produrli qui che
altrove.
Di fatto, se avete ascoltato su France Inter l’intervista a Jean-Marc Chéry,
amministratore delegato di STMicrolectronics, dovreste essere convinte e
convinti che questo consumo d’acqua servirà almeno a produrre dei microchip
«made in France» (trasmissione dell’11 novembre 2021 dedicata a Grenoble). Ci
sono argomenti per tutte le parrocchie politiche: ciò impedirà le penurie che
rischiano di paralizzare l’economia; le condizioni di produzione saranno
migliori a Crolles che presso un subappaltatore asiatico. Rispondendo ai
giornalisti, l’AD ha lasciato intendere che la fabbrica produceva «diversi
miliardi di microchip ogni anno» a partire da una materia prima che sarebbe una
«tavoletta di silicio». Tutto questo è falso.
Era il primo punto del convegno organizzato da STopMicro e dai Soulèvements de
la Terre il 28-29 marzo 2025: spiegare perché le fabbriche di STMicrolectronics
a Crolles e di Soitec a Bernin sono solo una tappa di una catena industriale
estremamente costosa e complessa. Che comincia con l’estrazione di quarzo nei
rari giacimenti di quarzo ad alta purezza che esistono sul Pianeta. A cui
seguono le tappe della metallurgia necessarie alla purificazione di questo
minerale di silicio e che durano diverse settimane. Prima trasformato «in
silicio metallo attraverso l’addizione di carbonio ricavato dal carbone o dal
legno degli altiforni molto energivori»1, viene poi trasformato in polisilicio.
«Il polisilicio viene quindi fuso ancora una volta a temperature elevatissime in
lingotti di silicio monocristallino ultra-puro. Questi lingotti saranno poi
divisi in gallette molto fini (wafers, in inglese)». È solo a questo stadio che
intervengono le fabbriche di Grenoble, le quali ricevono queste gallette e vi
imprimono miliardi di transistor e circuiti miniaturizzati attraverso la
fotolitografia (simile a una foto argentica ma molto più complessa). Al termine
di queste centinaia di tappe che durano diversi mesi nelle camere sterili
dell’Isère, ciò che esce dal sito di STMicrolectronics a Crolles non è ancora un
microchip come oggetto separato. È in altre fabbriche chiamate OSAT o back-end,
spesso collocate in Asia, che questi semiconduttori sono singolarmente separati,
testati e preparati per essere integrati in circuiti elettronici. Malgrado il
suo colossale consumo d’acqua e di elettricità, la produzione realizzata nelle
Alpi non è che una trappa tra decine di altre, suddivise su tutto il Pianeta.
Una volta stabilito che la costruzione o l’allargamento di una fabbrica di
semiconduttori non può cambiare la natura mondializzata dell’elettronica, il
secondo punto di questo convegno era smontare il multistrato di forme di dominio
contenuto in questo oggetto così minuscolo. In quanto tecnologie imperiali, i
semiconduttori sono dei microcosmi. Attraverso i milioni di tappe e di sostanze
che ne permettono l’esistenza, offrono un’istantanea mondiale delle devastazioni
dell’industria, delle dinamiche coloniali e neocoloniali. È il caso, per
esempio, dello stato di guerra permanente nella parte est della Repubblica
democratica del Congo, di cui ci parlano David Maendha Kithoko e Fabien Lebrun.
Questa regione del Kivu dove vengono sfruttare numerose miniere artigianali di
tantalo e di stagno (utilizzati nei condensatori e nelle saldature delle schede
elettroniche) si è infiammata già agli albori della rivoluzione informatica. Le
manovre delle grandi potenze per beneficiare di questa economia di guerra hanno
alimentato fino ad oggi il reclutamento dei bambini per la guerra e per le
miniere, gli stupri, i massacri e le deforestazioni. Parallelamente,
l’espansione dei mercati delle batterie per le auto, i datacenter e gli
apparecchi digitali hanno scatenato una corsa ai giacimenti di litio sulle Ande,
in particolare nel Nord dell’Argentina, dove decine di comunità autoctone
resistono al proprio sradicamento. È quello che ci raccontano Roger Moreau da
Salinas Grandes e Azul Blaseotto, venuta da Buenos Aires.
Cosa vediamo ancora in questi microchip di cristallo? Possiamo vedervi riflessi
i movimenti meccanici e ripetitivi degli operai e delle operaie dell’elettronica
in Cina e in India, raccontati da Agnès Crépet, che studia questa industria da
dieci anni all’interno dell’impresa Fairphone. O ancora vedervi scintillare le
acque cristalline dei laghi delle comunità innu e inuit nell’estremo Nord del
Quebec, e immaginare la collera degli abitanti del porto di Sept-Îles di fronte
a un progetto di estrazione di terre rare da giacimenti radioattivi. Marc Fafard
ha attraversato l’Atlantico per venire a raccontare l’eterno ritorno di queste
imprese minerarie nella regione. Esse puntano questa volta ad estrarre del
gallio, il metallo di cui sono fatte le nuove generazioni di microchip, le cui
performance continuano a raddoppiare ogni due anni, in conformità con la legge
di Moore [secondo la quale il numero di transistor su un microchip raddoppia
circa ogni 18 mesi] che le potenze economiche fanno implacabilmente rispettare
nel mondo.
A partire da tutti questi racconti, si comprende facilmente che più lasciamo le
imprese disseminare schede elettroniche in tutto ciò che ci circonda, più
aumentano gli accaparramenti e le intossicazioni – a Crolles, a Salinas Grandes,
a Sept-Îles e altrove – ma anche il rischio sempre più evidente di guerra tra
potenze economiche rivali. È per mettere le mani sui giacimenti di terre rare e
altre miniere indispensabili al digitale che l’amministrazione Trump minaccia di
occupare la Groenlandia. È per procurarsi il petrolio necessario alla corsa
all’IA e all’armamento ch’essa attacca il Venezuela. In questo mondo dominato
dall’industria del digitale, per via degli usi e degli oggetti che impone, ogni
potenza economica avrebbe bisogno di almeno due continenti per accaparrarsi le
risorse. Sono i tassi di crescita di questo settore che ci incarcerano ogni
giorno di più in questo tunnel hyperloop in fondo al quale c’è la guerra. Di
ritorno, questo orizzonte di scontro ineluttabile rafforza ancora la crescita
del digitale, diventato il sistema nervoso delle tecnologie militari
contemporanee.
Così, che sia promossa dalla Cina, dagli Stati Uniti o dall’Europa, la
«sovranità tecnologica» non designa affatto una ricerca di autosussistenza il
cui corollario sarebbe di lasciare in pace il resto del mondo, una forma di
autosufficienza tecnica e materiale. La «sovranità tecnologica» indica in realtà
il rafforzamento imperiale e la corsa all’armamento. Il terzo punto di questo
convegno e della manifest’azione che ne è seguìta è quindi davanti a noi, e per
molto tempo. Piuttosto che credere alle favole per bambini dell’«industria
rilocalizzata», dobbiamo far cessare la condizione di dipendenza generalizzata
che si rafforza con ogni nuovo servizio digitale: la scuola degli schermi, la
tele-medicina, i cervelli alimentati con l’IA e così via. Queste imprese
all’apparenza onnipotenti hanno delle vulnerabilità: il rischio di disaffezione,
la rivolta degli utenti contro la colonizzazione della vita da parte di queste
tecnologie potrebbe esserne una, se delle iniziative tanto ricche quanto festose
come quelle di Grenoble si moltiplicassero. In una prospettiva più realistica,
l’altra vulnerabilità evidente è precisamente ciò che il lavoro di STopMicro ha
contribuito a mettere in luce: la crescente fragilità delle sue catene di
approvvigionamento man mano che il contesto geopolitico si fa più volatile. Esse
potrebbero essere destabilizzate dalla molteplicità dei conflitti e delle
resistenze che hanno scatenato, dalle miniere fino ai data center, se la
solidarietà internazionale riuscisse ad amplificarle e a unirle come altrettanti
anelli.
1. Questa e le citazioni successive sono tratte da Combien de tours du monde
faut-il pour fabriquer une puce « made in France »? [Quanti giri del mondo
servono per fabbricare un microchip “made in France”?], l’intervento del
Collettivo STopMicro che apre Anatomie d’une puce.
Il CPR viene spesso presentato quasi in opposizione al carcere più che in
continuità, e molto spesso proprio da chi cerca in qualche modo di evidenziarne
l’illegittimità senza mettere realmente…
Pubblichiamo questo prezioso contributo del Gruppo Grothendieck di Grenoble.
Parte di un’ampia disamina sulle varie forme storiche di guerra (Bienvenue dans
la technoguerre. Quelques analyses sur la guerre de « haute intensité » à notre
époque technocapitaliste), abbiamo tradotto solo l’ultimo capitolo, relativo
alle guerre contemporanee. Allo stesso collettivo si deve un eccellente
approfondimento in cinque episodi sulle biotecnologie e sulla guerra
generalizzata al vivente
(https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/).
Due ci paiono gli aspetti più interessanti del testo che pubblichiamo: la
distinzione tra guerra mondializzata e guerra mondiale; e il fatto di vedere la
guerra già presente nei massicci finanziamenti alle tecnologie “duali” (cioè
quelle militarizzate e quelle militarizzabili). «Eccoci qui, umani e macchine,
al servizio della barbarie in questa “fase preparatoria” che assomiglia al 1910
e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille
(senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più
complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e
produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare,
trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale
capitalistico».
Qui in pdf: Tecnoguerra(1)
Tecnoguerra (o la guerra mondializzata)
da: ggrothendieck.wordpress.com
Oggi le guerre sono molteplici e variegate. Ciò che qui ci interessa, sono le
guerre «convenzionali», vale a dire le guerre ufficiali dei paesi bellicisti,
non le operazioni segrete e le «scaramucce» tra bande armate.
Esse sono di due tipi: le «operazioni speciali» o OPEX e la guerra industriale
totale. Le OPEX s’inscrivono nel «continuum sicurezza-difesa» [1], in cui
l’obiettivo è l’egemonia di uno Stato-nazione o il suo mantenimento in una
regione del mondo spesso per molteplici fattori (politici, ideologici, legati
alle risorse ecc.). L’operazione Barkhane della Francia nel Sahel è una OPEX,
che mira a dominare una regione e mantenere un equilibrio capitalista
politico-economico contrastando l’influenza jihadista.
La guerra Ucraina-Russia o Iran-Israele-USA sono delle guerre industriali totali
(gli Stati Maggiori degli eserciti parlano eufemisticamente di «guerre ad alta
intensità»). Queste guerre tendono allora a diventare mondiali quando non sono
già mondializzate, in quanto mobilitano umani, risorse, infrastrutture civili e
militari nonché diplomazie di numerosi Paesi interconnessi. Questo «mondialismo»
della guerra è dovuto al fatto che questa si dispiega su campi d’azione (aria,
terra, mare, spazio, cyber, propaganda ecc.) che un singolo esercito non
padroneggia totalmente. La tecnoguerra fa appello a molteplici risorse esterne
in un opportunismo internazionale legato alla facilità delle logistiche e delle
comunicazioni. Il ricorso all’aiuto esterno, come il fatto che la Francia,
grazie ai propri satelliti militari, fornisca i due terzi delle informazioni
all’Ucraina [2], è quasi-obbligatorio nelle tecnoguerre moderne pena una rapida
sconfitta.
Inoltre, questo «mondialismo» è una riconfigurazione permanente di fronte agli
embarghi della controparte: i Russi riorientano la vendita del loro petrolio
alla Cina dopo l’embargo europeo del 2022 e ricevono i componenti elettronici
dall’Europa per il tramite di Paesi terzi come Singapore, Hong-Kong o
Kazakistan. Questo ridispiegamento è permanente e dipende dai «ponti di
trasmissione», spesso paradisi fiscali e regimi autocratici le cui politiche
sono indifferenti o addirittura inclini a servire da intermediari per le zone di
guerra. Oltre all’Estremo Oriente (Singapore, Taiwan, Hong-Kong o Cina), la
penisola arabica (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Barhein) e alcuni
Paesi che giocano sui due fronti (specialmente India e Turchia) servono da
intermediari per fornire armamenti, petrolio e riciclare capitali di guerra. Con
buona pace del «commercio tranquillo», il quale, qualunque cosa accada, non sarà
mai colpito da embargo. Citiamo come esempio il settore nucleare russo,
indispensabile a tutti i regimi nucleari e in particolari alla Francia, la quale
continua ad importare un terzo del proprio uranio dalla Russia e stringe accordi
con Rosatom e lo Stato russo (nello specifico ITER e la stazione spaziale
internazionale) [3]. Questo tipo di guerra mobilita una economia di guerra, dal
momento che una gran parte dell’industria e dei capitali è messa al servizio
della guerra [4].
Grazie al loro complesso scientifico-militar-industriale, le grandi potenze (in
concreto quelle che possiedono la bomba atomica: Stati Uniti, Cina, Russia, Gran
Bretagna, Francia, Israele, India e qualche altra) hanno un’economia in cui lo
Stato, attraverso leggi e sovvenzioni, promuove un riorientamento dei piani: le
imprese d’armi producono di più e realizzano degli stock, quelle duali (civili e
militari) aumentano la loro partecipazione all’armamento e i laboratori di
ricerca ridisegnano i loro obiettivi verso il militare. Oltre a predisporre
degli stock (per esempio Macron nel 2024 chiedeva al produttore di missili MBDA
di fare importanti scorte [5]), l’industria bellica esporta massicciamente verso
zone di guerra.
Per esempio, l’economia di guerra a livello di vertice del capitalismo si
traduce nel fatto che l’Europa è diventata nel 2024 il principale continente
d’importazione di materiale militare al mondo, e allo stesso tempo nel fatto
ch’essa è diventata il continente in cui le spese militari hanno avuto l’aumento
più netto dal 2015 al 2024 (+ 83%) e dove nel 2024 si sono contate più vittime
militari [6]. Questo dimostra che l’Europa ridiventa dopo decenni di pausa il
continente in cui la guerra assoluta è in corso. La guerra mondializzata non
tende per forza alla guerra mondiale, poiché le interdipendenze economiche (per
esempio con la Cina per i metalli rari e con la Russia per le competenze
nucleari) impediscono nella maggior parte dei casi di assumere alleanze
esplicite in un conflitto ad alta intensità. Per esempio, benché aiuti in modo
massiccio l’Ucraina fornendo artiglieria e competenze militari, ufficialmente la
Francia non è in guerra con la Russia e non partecipa direttamente alle
battaglie.
Il mondo è cambiato dal 1945. Non ci sono più due poli tecnocapitalisti, bensì 5
o 6 (polo statunitense, polo russo-cinese, polo indiano, polo turco, polo
sud-coreano ecc.) in cui si concentrano i flussi di capitale, le conoscenze
tecnologiche e le materie prime e le cui alleanze sono multipolari. Per esempio,
esistono la NATO e il suo avversario, l’Organizzazione del trattato di sicurezza
collettiva OTSC (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan,
Tajikistan), i Brics+ [7], al cui interno certe nazioni possono seguire
politiche contraddittorie. Per esempio, la Turchia fa parte della NATO, ha basi
militari americane sul suo territorio, vende petrolio a Israele, ma è anche
alleata dell’Iran, acquista il suo gas, fa parte della Via della Seta cinese ed
è un partner privilegiato della Russia pur considerando Israele il «Grande
Satana» [8]. Tutto è faccenda di opportunismo e di propaganda per allargare la
propria sfera d’influenza. Altro esempio: l’Armenia, benché membro dell’OTSC,
sviluppa partenariati militari avanzati con la Francia che è membro della NATO.
Bisogna riconoscerlo: queste multiple alleanze economiche, militari e
strategiche non hanno impedito le guerre «ad alta intensità». Con la guerra
russo-ucraina, la guerra Iran-USA-Israele, ma anche Israele-Palestina-Libano, ne
abbiamo tre contemporaneamente! Su molteplici fronti con molteplici attori. Per
esempio, la Francia aiuta l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati a
difendere i loro territori dagli attacchi iraniani e allo stesso tempo dovrebbe
essere partner del Libano nel quadro degli accordi CEDRE [9].
Prendiamo la morte dei Caschi Blu indonesiani di UNIFIL (ONU) in Libano sotto i
colpi israeliani nonché gli attacchi israeliani contro dei Caschi Blu francesi e
la non-risposta della Francia: tutto questo è dovuto al fatto che la Francia,
come altre grandi potenze militari, a livello geopolitico è firmataria di
molteplici accordi di cooperazione contraddittori. Tanto più che non bisogna
indispettire i cugini americani e israeliani i quali cominciano già a rivedere
la loro politica di importazione nei nostri confronti, specialmente per il
materiale bellico [10].
Alla fine, è chiaro che ogni Paese non entrerà in guerra a meno che i propri
interessi non vengano gravemente minacciati (per esempio, nel caso francese, un
massiccio attacco iraniano contro le sue basi militari distribuite un po’
ovunque sul globo) e a condizione che i propri arsenali siano ben riempiti (il
che non è ancora il caso della Francia, il cui Stato Maggiore annuncia la data
del 2030 per un dispositivo completo d’ingaggio ad alta intensità [11]).
Tutto ciò fa sì che le tre zone di guerra totale formino una continuità nella
guerra mondializzata con numerosi fronti, numerose coalizioni e misure
contraddittorie, ma con una logica simile in cui l’impegno dei più forti (Stati
Uniti, Russia) spinge tutti gli altri a muoversi, per il momento nelle retrovie,
in attesa di poter essi stessi «ingaggiare» una guerra…
Possiamo formulare qualche ipotesi per il seguito degli eventi:
1° La guerra mondializzata si amplifica (scenario più probabile): con
l’implicazione degli alleati europei a sostegno delle guerre condotte dagli USA
e da altri attraverso dei colpi di mano sotterranei da parte di alleati
dell’Iran o della Russia (per esempio la Cina) e magari l’apertura di una quarta
guerra ad alta intensità che coinvolga Stati Uniti e Europa (Cuba, Turchia,
Taiwan ecc.)
2° La guerra diventa mondiale con due blocchi che si scontrano per esempio sul
continente europeo: le cifre delle massicce importazioni di materiale di guerra
in Europa, le esercitazioni su grande scala sempre più frequenti sul Vecchio
Continente possono farci pensare a una futura guerra mondiale. Questo può
concludersi con quell’Apocalisse nucleare su cui ironizzava Einstein: «Non so
come sarà combattuta la Terza Guerra mondiale. Ma so come sarà combattuta la
Quarta: con i bastoni e con le pietre». Tale scenario non è probabile
nell’immediato, poiché i giochi di alleanze, le dipendenze reciproche delle
grandi potenze in materia di petrolio, gas e risorse primarie, nonché gli
intrecci finanziari, fanno sì che la guerra mondiale sia l’ultima iniziativa
prima di una grande crisi capitalistica (ma anche antropologica). Tuttavia la
guerra non è solo una faccenda di economia: elementi imponderabili, incidenti,
cause ideologiche potrebbero innescarla e la spirale tecnologica potrebbe
«schiacciare» la logica capitalista.
3° Il decremento della mondializzazione della guerra e la fine delle tre guerre
ad alta intensità: questo scenario appare attualmente poco probabile viste la
velleità di tutti Paesi del vertice capitalista, l’aumento spettacolare di tutti
i budget militari, i piani di arruolamento e gli stock di armi che costano caro.
Prima della de-escalation, bisogna fare la guerra per liquidare gli stock e
confermare determinate egemonie. Ci troviamo dentro una spirale in cui la guerra
chiama la guerra, dal momento che troppe grandi potenze acquistano una certa
fiducia nella propria capacità bellica. Lo spazio dei generali e degli esperti
militari si fa preponderante, il tabù della guerra in Europa è saltato, gli
antimilitaristi e i pacifisti non sono una forza politica. No, tale scenario non
sembra concepibile a breve e a medio termine.
La tecnoguerra: sangue e droni
«I campi di battaglia d’Ucraina, di Siria e dello Yemen, ma anche le regioni di
scontri geopolitici come il Golfo Persico o il mare della Cina, sono sempre più
intasati di droni dalle dimensioni e dalle caratteristiche differenti. Che siano
impiegati per la raccolta delle informazioni, i bombardamenti aerei, il
puntamento dell’artiglieria o la guerra elettronica, i droni sono un fattore
centrale nell’evoluzione della guerra moderna» [12].
Conviene ora guardare più da vicino le guerre ad alta intensità in corso, per
osservare le evoluzioni già all’opera e comprendere verso che tipo di guerra ci
si dirige.
Diciamo innanzitutto e in modo chiaro che la dottrina statunitense del zero kill
con le sue «operazioni chirurgiche», sorta durante prima la prima guerra d’Iraq,
è molto semplicemente un fantasma o una trovata pubblicitaria degli Stati
Maggiori. Può dichiararsi «high-tech» quanto vuole, ma la guerra provoca un
numero enorme di morti tra i militari e soprattutto tra i civili [13].
L’aspetto più rilevante da osservare in queste tecnoguerre, è il fatto che il
fronte si trova ora ovunque in un Paese in guerra e che non esiste più un luogo
dove nascondersi. L’enorme sviluppo delle tecnologie dei sensori, in particolari
a infrarossi, permette a un drone (chiamato anche UAV [14]) che vola a diverse
centinaia di chilometri d’altezza di vedere più o meno ovunque, di giorno come
di notte [15]. Se all’utilizzo dei droni armati che possono intervenire in tutto
lo spettro dello spazio aereo (fin dentro gli edifici) si aggiunge il controllo
delle comunicazioni, la discrezione ne risulta fortemente compromessa e i jammer
sono diventati uno strumento essenziale per non perdere gli uomini in massa.
La grande lezione della guerra Ucraina-Russia è proprio l’impiego massiccio dei
droni, in tutti i campi operativi e a tutte le altitudini. Questo non
sostituisce né i cacciabombardieri né le truppe sul terreno, ma funge da
complemento, soprattutto in un Paese come l’Ucraina dove il numero di umani da
mobilitare non è infinito [16]. Potendo sia eseguire bombardamenti a diverse
centinaia di chilometri dal fronte e diffondere così il terrore nelle città (e
distruggerne le infrastrutture importanti), sia colpire obiettivi a breve
distanza, l’utilizzo dei droni è a buon mercato se paragonato ai missili
trasportati da aerei o da sistemi di terra estremamente costosi [17].
L’Ucraina è diventata il primo produttore di droni al mondo con circa 2 milioni
di unità all’anno e 500 imprese coinvolte, al punto che lo Stato si vanta di
essere la «Silicon Valley delle tecnologie di difesa» [18]. I Paesi attaccati
dall’Iran come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati chiamano in aiuto degli
esperti ucraini di droni [19].
Intreccio di guerra high tech e di esperimenti sul terreno, la guerra d’Ucraina
utilizza tutte le possibilità offerte: la filiera corta delle start-up e delle
competenze do it yourself dei geek e dei laboratori informali [20], come le
tecnologie pesanti provenienti dalle industrie belliche e che necessitano lunghi
addestramenti in Europa occidentale (per esempio i sistemi anti-missile Patriot
o i caccia F-35 [21]). Questa mescolanza di soldato low tech e high tech fa sì
che malgrado abbia un esercito decisamente più ridotto l’Ucraina regga il fronte
e «sprechi» molti meno uomini della Russia.
Tutti gli Stati Maggiori studiano senza sosta questa guerra, poiché essa mette
alla prova un certo numero di ipotesi sulla «resilienza delle forze» o sulla
«asimmetria» e mostra all’opera una vera e propria ibridazione (soprattutto dal
lato ucraino) tra civili e militari [22], al punto che la Ministra francese
delle Forze armate parla anch’ella di «esercito ibrido» per la Francia [23].
In questa mondializzazione dei flussi di guerra, molte industrie di armi europee
hanno compreso quanto l’Ucraina fosse diventata l’Eldorado e vi impiantano ora
le loro fabbriche [24]. Come Renault, che, con la start-up di droni EOS di
Grenoble, prevede di costruire uno stabilimento a Kiev [25].
Oltre che hotspot di produzione, queste tecnoguerre sono anche dei laboratori di
sperimentazione di materiali e di nuove competenze: drone cablato, robot killer,
robot umanoide [26], guerra dei satelliti, intelligenza artificiale [27], il
campo di battaglia permette di testare in campo aperto tutta una nuova
chincaglieria e altri prototipi non ancora perfezionati, nonostante le
dichiarazioni mirabolanti di Zelensky o di Putin sull’efficacia dei robot killer
[28]. Ciò detto, si tratta quanto meno di una vera e propria opportunità per gli
industriali dell’armamento che ne ricavano il loro RETEX o «ritorno
d’esperienza» al fine di migliorare i loro prodotti a basso costo e in
condizioni reali.
In ultimo, le tecnoguerre sono anche delle vetrine per il commercio di morte.
Per esempio hanno permesso all’impresa francese Nexter di mostrare l’efficacia
del suo cannone mobile CEASAR e così di venderne a profusione a una pletora di
eserciti (Croazia, Estonia, Armenia, Bulgaria i nuovi acquirenti post-guerra),
essendo l’Ucraina il primo parco per cannoni CEASAR al mondo. È stata lanciata
persino una canzoncina per ringraziare la Francia sulle arie di Je t’aime… moi
non plus di Gainsbourg et Birkin [29].
Le tecnoguerre, le attuali guerre totali, malgrado la loro facciata zero kill,
«senza fanteria senza perdite» (Zelensky in riferimento al suo battaglione di
robot killer), restano e resteranno prima di tutto degli anonimi mattatoi di
milioni di morti, di feriti e di traumatizzati (circa 2 milioni di morti e
feriti per la guerra russo-ucraina), in cui sono le popolazioni civili a pagare
il prezzo più alto.
Esse sono in continuità con le guerre mondiali in cui la ricerca scientifica è
messa altamente al servizio per uccidere nel modo più massiccio e più intenso.
Esse sono guerre di annientamento nel loro dispiegarsi attraverso l’uso
potenziale di armi e di strategie di combattimento in cui il controllo del campo
di battaglia è gestito e generato dal computer e dai suoi algoritmi, anche
quando questo non sempre avviene sul terreno effettivo. L’ultima tappa di questo
tipo di guerra è raggiunta attraverso l’impiego totale della potenza di fuoco e
di annichilimento in una parte del globo o nella sua interezza. «L’ipotesi
Terminator», dall’omonimo film di fantascienza in cui l’annientamento atomico è
scatenato da un’IA, è la risultante di questo tipo di guerre se ne svolgiamo
fino in fondo le conclusioni. Senza giocare ai pessimisti, non dobbiamo bendarci
gli occhi, bensì avere realmente, visceralmente paura di questo genere di guerre
il cui ampliamento sarà, al di là dei campi e dei cappelli politici, 100% kill.
Conclusione
«L’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie dirompenti strategiche potrà
realizzarsi solo alla condizione di investire a sufficienza e di coordinare le
nostre azioni per trovare il giusto equilibrio tra innovazione e
regolamentazione. Gli Europei, per conservare il proprio rango nel mondo e
promuovere il proprio modello, devono unirsi anche in questo e lanciare insieme
un vero e proprio shock competitivo»
(Tesi 15 della Revue nationale stratégique des armées 2025, diretta da Macron).
Con questo testo abbiamo cercato di uscire dai fantasmi sulla guerra per
studiare concretamente le forme che potrebbero condurci in Europa a dei
sacrifici mortiferi se un vasto movimento di resistenza non vi si oppone [30].
Carni martoriate e droni, amputazioni e IA, stupri e missili ipersonici, ecco
cos’è la tecnoguerra! «Furia Epica», «Leone ruggente», «Piombo fuso», «Giorni di
penitenza» sono i suoi nuovi nomi, barbari appelli a uccidere, a uccidere
ancora, a uccidere sempre e schiacciare chiunque. Il dominio degli Stati e il
rafforzamento dei loro fronti e delle loro frontiere passano oggi attraverso
questo «Tempo di guerre» in cui saremo nostro malgrado costretti a scegliere un
campo.
Possiamo affermare che ciò che accade oggi in Europa è già l’inizio della guerra
totale chiamata «ad alta intensità»: programma di 800 miliardi per ReArm Europe,
forte aumento delle spese militari (come negli auspici del primo ministro
Lecornu di aggiungere altri 36 miliardi alla Legge di Programmazione Militare
che ne prevede già 413) [31], incremento degli stock di armi e non solo per
l’Ucraina, progetti dello Stato Maggiore francese di collocare missili atomici
nelle basi in Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Belgio, Svizzera, Danimarca, o
ancora iniziative militari europee come la forza d’intervento rapido EUNAM o il
programma di missile balistico europeo ELSA [32].
Tutti i Paesi europei si preparano alla «guerra ad alta intensità» da qui al
2030, e segnatamente la Francia secondo la Revue nationale stratégique
2025 [33], la quale è il giornale di bordo dell’esercito francese.
La tecnoguerra non comincia con le cannonate, ma attraverso l’accaparramento
militare della ricerca scientifica e lo sviluppo delle tecnologie «duali» verso
la loro militarizzazione (microelettronica, informatica, robotica, aerospazio).
È quello che vediamo attualmente: oltre alle speranze di una riserva ben nutrita
di umani per fare la guerra (ciò che lo Stato francese si accinge a creare), a
dominare questo periodo sono i finanziamenti massicci verso i settori
tecnoscientifici militarizzabili e il finanziamento a oltranza di ricerche
civili e start-up. L’ultimo e istruttivo esempio in ordine di tempo è quello
della start-up Harmattan IA. In seguito a un bando di base della DGA, la
start-up civile, in meno di un anno ha realizzato il prototipo di un drone
militare a basso costo, lo ha messo in produzione, ne ha venduto 300 esemplari
all’esercito francese e 1000 a quello britannico [34]. Nel gennaio del 2026,
Dassault Aviation ha sottoscritto con la start-up un partenariato di sviluppo
per il proprio Rafale F5 (atteso per il 2030) e il drone da combattimento
associato, UCAS.
Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa «fase
preparatoria» che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di
calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di
alleanze commerciali più complessi.
Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre
delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare
obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale
capitalistico. Contro la ben nota essenzializzazione «le guerre sono sempre
esistite», diciamo che ciò che oggi si chiama «guerra» e in particolare «guerra
ad alta intensità» è una forma apparsa dopo la Prima Guerra mondiale e non
prima. Essa non ha nulla da spartire con le battaglie del Medio Evo o
dell’Antichità. Queste guerre moderne sono altamente tecnologizzate e sono
diventate più mortifere per i civili [35]. Sono guerre industriali inscritte
nella logica tecnocapitalista della guerra generalizzata al vivente [36]. Queste
guerre hanno la tendenza a mondializzarsi anche in assenza di blocchi strategici
offensivi.
Non sappiamo se la guerra mondializzata si trasformerà in guerra mondiale, ma la
questione stessa è mal posta, dal momento che è proprio adesso che tale
bellicismo e tale militarismo si stanno tremendamente ampliando con milioni di
morti in Palestina, in Ucraina, in Russia, in Libano, in Iraq. E più l’Europa si
prepara sul proprio suolo, più questo velo d’obbedienza copre le nostre
possibilità di azione storica. Spetta a noi, «la gente che sta in basso»,
lottare nei Paesi in cui la guerra già presente non è ancora effettiva. Il tempo
stringe. Dopo… dopo sarà un’altra storia.
Groupe Grothendieck,
Grenoble, aprile 2026.
groupe-grothendieck@riseup.net
ggrothendieck.wordpress.com
[1] « Protéger le territoire. Le continuum sécurité défense », Institut national
des hautes études de la sécurité et de la justice,
Giugno 2019. https://www.ihemi.fr/publications/cahiers-de-la-securite-et-de-la-justice/proteger-le-territoire-le-continuum-securite-defense
[2] https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260115-budget-groenland-ukraine-macron-a-rendez-vous-avec-les-arm%C3%A9es-%C3%A0-istres
[3] « Le commerce d’uranium entre la France et la Russie se poursuit, près de
quatre ans après l’invasion de l’Ukraine », Le Monde, 28 gennaio 2026.
[4] Nel suo discorso alle Forze armate di gennaio 2026 presso la base d’Istres,
Macron mette pressione agli industriali affermando che non siamo ancora in
«economia di guerra»: «Siamo onesti con noi stessi, se la domanda è se siamo in
economia di guerra in senso stretto, la risposta è no. Perché se fossimo in
guerra, oso sperare che non produrremmo in questo modo. Guardo cosa hanno saputo
fare gli Ucraini, il che è ben diverso». Ora, il budget militare francese è
aumentato di 100 miliardi rispetto a quello precedente, con ancora delle
aggiunte previste. Siamo evidentemente in «economia di guerra» e questa si
realizza lentamente. Macron vorrebbe certo accelerare i ritmi, da buon capo
impresa della Francia.
Cfr: https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-double-coup-de-pression-de-macron-dans-son-discours-martial-devant-les-armees_259250.html
[5] Il più grande produttore europeo di missili, MBDA, ha un giro di affari
letteralmente esploso negli ultimi anni con la maggior parte delle vendite in
Europa (Uraina compresa), dove le commesse raggiungono i 44 miliardi di euro nel
2026; vendite definite «bisogni operativi urgenti» (UOR) per l’Ucraina e per i
Rafale francesi in Arabia Saudita nel contrasto ai droni iraniani.
https://www.forcesoperations.com/2026-lannee-du-changement-de-dimension-pour-mbda/
[6] SIPRI Yearbook 2025. Per dati affidabili e internazionali sulle guerre in
corso e sugli armamenti, si possono leggere i Rapporti dell’Istituto
internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (SIPRI).
[7] Paesi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Iran, Egitto, Etiopia, Emirati
Arabi Uniti ecc. Messico, Corea del Sud e Turchia valutano di entrarvi.
[8] « La position délicate de la Turquie par rapport à l’Iran », The
Conversation, https://theconversation.com/la-position-delicate-de-la-turquie-face-a-la-guerre-en-iran-278226
[9] «Nelle corte dell’Eliseo è stata affrontata anche la questione delle
tensioni tra Hezbollah e Israele. Su questo dossier, Macron ha sottolineato che
il Libano, “che attraversa un momento delicato, può contare sul sostegno della
Francia”. Egli ha invitato a “evitare ogni escalation con Israele”, esortando le
diverse parti implicate a “dare prova della più grande moderazione”». Articolo
de L’Orient le jour del
20 settembre 2019 : https://www.lorientlejour.com/article/1187502/depuis-paris-hariri-sengage-a-appliquer-les-reformes-prevues-par-la-cedre.html
[10] Il governo israeliano ha annunciato recentemente di bloccare tutte le
principali importazioni di armi francesi.
[11] Cfr. l’ultimo numero del giornale del Ministero delle Forze armate e degli
ex combattenti, Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026, dossier « le défi de la
mobilité en haute intensité ».
[12] https://dronecenter.bard.edu/files/2019/10/CSD-Drone-Databook-Web.pdf
[13] Senza parlare del genocidio a Gaza, la guerra Ucraina-Russia ha provocato
nei primi anni circa 10 mila morti all’anno. Si calcola in più di 1 milione e
mezzo il numero totale dei morti in questa guerra.
[14] Unmanned Aerial Vehicule.
[15] Per vedere e comprendere le tecnoguerre, è utile il documentario Il n’y
aura plus de nuit (2020). La regista, Éléonore Weber, ha recuperato delle
immagini a infrarossi delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan e si interroga con
l’aiuto di esperti militari sulla natura di queste guerre in cui nessuno è al
riparo.
[16] Sull’impiego dei droni in Ucraina-Russia e su come la guerra sia cambiata,
rinviamo all’ottimo rapporto: « Ukraine–Russie : quand la guerre des drones
redéfinit le champ de bataille », Institut des hautes études de défense
nationale (IHEDN), Febbraio 2026.
[17] Per esempio, un solo missile francese Mica (terra-aria) costa 700 mila
euro, mentre un drone Shahed iraniano costa circa 30 mila euro.
[18] https://ts2.tech/fr/drones-en-ukraine-2022-2025-un-rapport-complet/
[19] « Zelensky en vedette aux USA et dans le Golfe », Canard enchaîné, 1°
aprile 2026.
[20] Esempio: i sei Mirage 2000 offerti dalla Francia all’Ucraina sono stati
trasformati in lanciatori di terra in grado di scagliare missili da crociera
Scalp (400 chilometri di portata).
[21] https://www.lecoupdapres.fr/realisations/le-soldat-low-tech
[22] Tant’è che la nuova ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin,
nell’ultimo Esprit de Défense (n. 186) parla anche di «esercito ibrido» per
quello francese.
[23] «Dobbiamo confermare in modo molto chiaro l’evoluzione delle nostre forze
armate verso un modello ibrido», afferma Catherine Vautrin intervistata
da Esprit de défense, n. 18, Inverno 2026.
[24] La Francia ha firmato una quarantina di contratti industriali con
l’Ucraina. Cfr. « Depuis 2022, la France aux côtés de l’Ukraine », Esprit de
Défense, n. 18, Inverno 2026.
[25] https://www.drone-actu.fr/drone-militaire/drones-defense-renault-ukraine-produire
[26] https://www.ladepeche.fr/2026/03/18/guerre-en-ukraine-il-sappelle-le-phantom-mk-1-et-ce-robot-humanoide-pourrait-bientot-aller-combattre-sur-le-front-13277154.php
[27] https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/affaires-etrangeres/l-intelligence-artificielle-et-la-guerre-lecons-d-ukraine-et-du-moyen-orient-9458640
[28] https://www.radiofrance.fr/franceinfo/podcasts/les-documents-franceinfo/sans-infanterie-et-sans-perte-l-ukraine-envoie-des-drones-et-des-robots-pour-prendre-une-position-aux-russes-5028667
[29] « Merci la France » https://www.dailymotion.com/video/x8ee8hn
[30] Per un po’ di balsamo sul cuore e vedere alcune resistenze in atto,
possiamo citare l’infaticabile journal de l’Union pacifiste de France che ancora
nel suo ultimo numero (634) torna sulle importanti mobilitazioni contro la
guerra in Germania.
[31] « Des milliards pour l’armée débattus à la hussarde », Le Canard Enchaîné,
15 aprile 2026.
[32] European Long Strike Approach, cfr. il rapporto parlamentare in conclusione
dei lavori di una missione informativa sul tema «l’artiglieria alla luce di un
nuovo contesto strategico» (30 aprile 2025), consultabile
qui: https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cion_def/l17b1356_rapport-information#_Toc256000048
[33] Revue nationale stratégique 2025, Secrétariat général de la défense et de
la sécurité nationale
(SGDSN), https://www.sgdsn.gouv.fr/files/2025-08/20250713_NP_SGDSN_Actualisation_2025_RNS_FR.pdf
[34] https://opexnews.fr/drones-combattant-dga-harmattan-ai/
[35] A cavallo del XX secolo, i morti civili delle guerre erano circa il 5%, ma
di lì in avanti sono diventati il 90%. Cfr. « La dissuasion est un prétexte »,
Mensuel de l’Union Pacifiste, n. 634, Aprile 2026.
[36] Groupe Grothendieck, guerre généralisée au vivant et
biotechnologie, https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/
Mentre lottiamo a fianco dei popoli in rivolta contro il colonialismo e la
guerra, guardiamo a quello che l’assetto da guerra produce qui da noi. Oltre
alla partecipazione diretta al…
In questa nuova puntata di Harraga, trasmissione in onda ogni venerdì su Radio
Blackout alle ore 15, abbiamo tentato una disamina del nuovo disegno di legge
migrazione, che ad oggi…
In questa nuova puntata di Harraga, trasmissione in onda ogni venerdì alle 15 su
RadioBlackout, proviamo a parlare di sanità e del suo ruolo all’interno dei CPR,
di come la…
Questa puntata di Harraga, trasmissione in onda su radio blackout ogni venerdì
alle 15, segue altri due episodi (che vi invitiamo ad ascoltare! Parte 1 – Parte
2) nei quali,…
Riceviamo e volentieri diffondiamo questo testo appassionato e ricco di spunti,
che costringe a riflettere sui limiti della nostra (in)azione nell’epoca in cui
“l’uomo [è giunto] ai limiti della propria inesistenza”. Il titolo, assente nel
testo inviato, è nostro.
Qui in pdf: guerriglia sì
«È certo vero che l’organizzazione dell’esistente si sta sgretolando, vacilla,
non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa
debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani
iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che
resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito
anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza.
Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando
saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.»
Queste parole di Piero Coppo, da Critica radicale e rivoluzione, mi aiutano a
chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito
finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno
dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso
orale del questore di Messina.
Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine
pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della
giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme
sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo
la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un
freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei
“comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere
proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”.
Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la
revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata.
Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al
più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di
niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di
cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei
mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in
vita.
Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto
esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro
intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente,
sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel
mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a
ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi
sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e
il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè)
disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della
repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a
cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di
riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il
sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non
colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui
ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io
stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni
da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera
di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi,
(necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a
quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in
tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura.
Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante,
anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il
genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi
al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al
carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale
due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo
imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per
“rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto – novello “monello”
chapliniano – una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque
giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non
voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto”
ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo
l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco
demolito con le ruspe la palestra Lupo affinché dei luoghi di aggregazione e
discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole
passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile
per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”,
dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni, fogli di
via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza
rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe
sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler
espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non
sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si
accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure
continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse:
anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto
trentunenne aveva tentato il suicidio.
Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là
davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in
rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per
quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante
e tanto più si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni
interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo
sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della
galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un
corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza
subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia:
nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole
vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così
gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della
verbalizzazione inerte.
Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza
organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi
all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto.
Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di
detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i
corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti,
finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il
pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità
di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno
del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro
vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine
insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare
i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del
vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito
un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata
violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho
chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto
provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e
fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il
campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale
avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere
insieme i soldi per curarsi da un tumore.
La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo
Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera
pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi?
Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in
condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da
un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà
sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per
la messa in sicurezza di case scuole e ospedali?
Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna
economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la
stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha
inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di
un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una
bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa
penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o
Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso
le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? È stata forse rasa al suolo
da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle
migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi
insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo
etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”?
Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due
polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o
per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”?
Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca
di essere un terrorista, uno che si augura di far paura.
Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie
stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime
persone.
Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva
ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo
stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli
antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa
collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa
succederebbe oggi?
Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane
camerata col poster di Almirante – firmatario del Manifesto della razza che
diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché
si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele.
E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in
questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e
Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria
inconciliabilità con questo mondo immondo.
Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la
compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un
ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i
servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla
stazione di Bologna, a via dei Georgofili.
È storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato
uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita
deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare
il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele
all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo
scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia
e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in
carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi
da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse
io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere
finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri
privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto
i propri piedi?
Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il
terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla
ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso
dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è
giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la
popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di
giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non
a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici.
Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda
queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di
ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui
intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di
rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella
vita – l’adeguato seguito pratico.
Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine
esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto
questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa!
Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere
costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che
tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone – alla faccia
degli ayatollah della mega-macchina capitalistica – ne fanno davvero esperienza
in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito
minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di
apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento
sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di
non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha
sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a
Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi
compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza
quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei
sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il
coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per
fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo
slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in
nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del
conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin
da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni
prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile
mela marcia venivano quasi tutti da fuori. Mi viene da vomitare e da piangere
nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è
davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori
dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle
maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi
riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a
lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a
porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto.
Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti,
leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente
a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non
direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa
vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo
statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di
banche, nei cui articoli mi posso riconoscere.
«1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che
determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano
a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di
chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non
accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del
loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in
piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e
per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) I
gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le
gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si
annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani
non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate
d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il
precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.»
Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della
questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di
imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per
istigazione a delinquere, si esprimeva così: «E’ innegabile che la diffusione
capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio
scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo
costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di
persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione
criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente.
Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla
violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da
chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di
coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e
tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.»
Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente
più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa
ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente
delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E
questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il
dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve
circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino
da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li
considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a
queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi
dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto
materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a
tutto il resto.
Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti
per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna
senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione.
Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti
sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le
università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme
(rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia
dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei
talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale.
Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali
nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi
all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare
con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi
schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la
promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto
sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi
hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti
poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi
establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran
parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada
dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere
torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero
pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx.
Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse
la neo-lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento
un’operazione di polizia internazionale.
(Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto
internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su
cui sono piovute bombe al fosforo bianco.)
Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che,
specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un
personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente
addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la
disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare
empatia.
Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua
Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere
fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in
carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più
ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi
lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati
dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta
schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto
processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria
delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta
dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è
quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e
dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica
che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali.
Delmastro – quello tutto law, order & camorra – ha proposto un encomio per gli
agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno
dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno
formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano
prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra
alla popolazione detenuta.
(Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra,
all’epoca del Covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte
reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.)
In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e
gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione
inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di
regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi
documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza
palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto
al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è
stato definito “terrorismo della parola”.
Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili,
che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un
regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla
possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che
“un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd
veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque
pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa
che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è
consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già
abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più
gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non
farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto.
Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo
rifiuto.
In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di
un nodo veramente cruciale.
Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio
due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence
italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in
poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla
rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una
manifestazione contro la guerra in Vietnam.
Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino
gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente
alla nostra contemporaneità.
«Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale
1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno,
appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni
degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono
gli stessi che occupavano Budapest e Praga.
Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche,
che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono
pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T-47 e del Leopard, come si
discute di modelli di automobili tra amici.
Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza;
sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il
rifiuto dell’obbedienza ai feticci.
Questa è la tragedia.
Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e
recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi.
‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come
potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in
passato, già risposero.
A. Eichmann, per esempio.
Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di
Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di
riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità
anche più grandi’.
La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario,
anziché il cuore di ogni politica.
Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa
chi, per azioni che finiscono non si sa dove.
Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario
dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha
cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito
allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più
gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui.
Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha
dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli
occhi, e poi partiamo’.
Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli
psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e
‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi,
ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione
al potere. [..]
Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata:
il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia;
l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini
del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato,
unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo
stile dell’ “Unità”, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno,
ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci
rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano.
E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo,
inevitabilmente, aiutato il Vietnam.»
Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando.
E credo che ragione del nostro discorso
non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri
per la guerra del Vietnam
ma sia: l’uso della violenza.
Oggi molti la violenza costringe a non parlare.
A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando.
E a pochi minuti da qui
– ben distribuita fra storiche architetture e autostrade –
un’altra violenza
troppi più altri obbliga
con le armi dei bisogni falsi e veri,
troppi più altri obbliga
spaventati o distratti
a parlar d’altro
o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando.
Ma noi non vogliamo dire la penultima parola,
la consolante penultima parola
che ci fa sentire abbastanza onesti.
La penultima parola che è
la peggiore nemica dell’ultima.
Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione
equivale a dire che oggi la situazione è rigida.
Che quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti
non è un episodio di polizia internazionale
non è soltanto un episodio di neocolonialismo
né soltanto una guerra d’aggressione.
Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori
che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza.
Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello
del conflitto radicale fra due classi di uomini.
Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini.
[..]
PER QUESTO I VIETNAMITI SONO OGGI IL POPOLO PIÙ LIBERO DELLA TERRA. PERCHÉ
NESSUNO COME ESSI INCARNA OGGI LA COSCIENZA DELLA NECESSITÀ.
NESSUNO SI DIMOSTRA CON TANTA COSTANZA
DEGNO DELLA ELEZIONE STORICA FEROCE
CHE IN SÉ RIASSUME TUTTI I CARATTERI DELL’OPPRESSIONE DEL PASSATO:
DOVE RAZZA, SOTTOSVILUPPO E PERSINO LA STESSA CONSISTENZA ETNICA
PAIONO FORMARE LA FIGURA DELL’UOMO RIDOTTO AL LIMITE
DELLA PROPRIA INESISTENZA, AL MARGINE DELLA REALTÀ.
MENTRE CHI LI SQUARTA E LI BRUCIA
È L’EREDE DI TUTTO QUEL CHE GLI UOMINI D’OCCIDENTE
HANNO SAPUTO E PENSATO, L’EREDE
DEL CRISTIANESIMO, DEL RINASCIMENTO E DEL LIBERALISMO:
L’AMERICANO DEL NORD.
[..]
C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare.
È quello che dice Yankees go home, Americani a casa.
È giusto dirlo? Era giusto e lo è
dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa
sola.
Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America
La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo?
I marines possono anche andarsene.
Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria
e coloro che per una lunga via gerarchica
puntellano il sistema di potere e profitto,
l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto,
l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema.
Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi.
I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani
Non hanno bisogno della NATO .
Senza troppe lacrime lasciano la Francia.
State attenti che, seguendo un collaudato sistema,
partiti di governo o d’opposizione
non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino
a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire
dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico
contano già così poco
nella strategia complessiva delle due superpotenze.
E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere
per nobili cause non essenziali.
I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane
ed i sinodi vescovili
certo deplorano il massacro del Vietnam
e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime –
e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale –
sarebbero molto lieti della pace.
E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio
di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono.
[..]
Storia ed esperienza mi hanno insegnato
che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere.
A dividere sempre più violentemente il mondo,
a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione,
divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria,
per entro l’unità creata dal mercato internazionale,
per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione.
Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato,
vuol dire vedere identificare interpretare
l’unità confusa e corrotta che oggi esiste.
[..]
A noi la massima potenza industriale del mondo
ha passato, come si fa talvolta con i servi,
le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari,
gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie
di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni.
Se anzi c’era bisogno d’una conferma
Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti
dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è
nel loro odierno franco cinismo, in questa
loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia.
[..]
I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa
ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente
autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano
qualche bel gemito.
I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo
abbiamo accettato: il potere
politico fondato su quello economico,
lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti,
temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma
il sistema della libertà
come scelta obbligatoria
fra prodotti.
Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni
che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano
di ridursi alla parte che da essi
anche i loro amici vorrebbero. Non accettano
di essere i protagonisti di una situazione arretrata.
E nemmeno un simbolo. Della loro lotta
essi riconoscono amici ed eguali
soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico
ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine,
al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi
non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam
ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un
modo
diverso da quello che i loro padroni vorrebbero; dal modo
che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta
nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».
Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi
perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione
permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione
Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più
omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e
dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello
Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il
monopolio del furore e della violenza; non a chi ne fa o ne dispone l’uso che
abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in
solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come
Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario,
per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo,
essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti
dell’opportunismo siano le telecamere –, ritornava ossessivo il ritornello:
“criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per
poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale,
che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la
manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non
provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la
conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che
fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere? La nostra
vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è
successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da
certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande
statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco
costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di
fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun
giudice ha avuto alcunché da ridire). Questo però non dovrebbe mai significare
revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo
avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di
cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi
della sottomissione singolare e comune. Il questore scrive: “Risitano leggeva a
tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i
propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi
criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa,
con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o
sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a
Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il
resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non
finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che
contiene tutti i crimini.
«Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato
italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di
movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma
condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di
righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la
solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. È proprio vero che dove lo
stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare; il mio
pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me. La vita mi ha portato
già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza
rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la
detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma
con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo. Il mio pensiero
da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel
lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta
per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono
rinchiusi. La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le
prigioni come quella in cui sono rinchiuso io. Anche ora che ho perso il
privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene
perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager
solo per la sua provenienza. Questo pensiero rende ancora più insignificante la
sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei
CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di
essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che
si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro.
Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR
Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR
Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni
detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore.
Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da
questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx
Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso
Libertà per Andre
Libertà per Guido
Libertà per tuttx
Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere! Fuoco alle questure, caserme e commissariati!
Paura dell’indifferenza e dell’arresto
Forza e grazie compagnx
Viva l’anarchia!
Viva gli e le harraga, che allah sia con voi!
Un grosso abbraccio
Poggioreale 14/09/2025»
Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in
fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a
muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le
emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose
di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio
affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più
possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro
un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune
trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio
piccolo contributo affinché possano essere poste – in comune e ognunx per sè –
delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro,
le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti
nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri
no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi
piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte
e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato
qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla
costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento
di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che
contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E
infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda
è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che
riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi
psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma né più né meno che chiunque non
sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso
ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non
interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale
calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere:
la passione è irriducibile al calcolo.