Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso –
segnaliamo tra gli altri la puntata “Sul patto migrazione e asilo 2026” – e
approfondito le varie modifiche…
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VIA CONTADINA O VIA CIBERNETICA
Note su agroecologia e digitale alternativo
La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato
può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce
dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un
territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento
in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con
essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una
variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci
sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine,
software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo.
Introduzione
Nell’aprile 2025, il Coordinamento Europeo della Via Campesina (ECVC) pubblica
un testo di posizionamento intitolato “Le sfide che la digitalizzazione pone
all’agroecologia contadina”. Il testo, a margine di un’analisi approfondita,
individua 25 raccomandazioni indirizzate all’UE e agli Stati membri su come
regolamentare e gestire la digitalizzazione dell’agricoltura1.
Il rapporto argomenta in maniera puntuale come il processo di digitalizzazione,
per come si sta dispiegando nel settore agricolo, sia in contrapposizione
netta ad una agricoltura contadina e agroecologica. L’ECVC cita i danni
ecologici, la contaminazione delle acque e lo sfruttamento neo-coloniale
necessario a reperire le materie prime per chip e sensori, così come i costi
energetici astronomici del funzionamento dei data center. Il Coordinamento
evidenzia come le tecnologie digitali siano pensate per le coltivazioni
monoculturali su larga scala, e dunque come la loro diffusione metta a rischio i
piccoli appezzamenti e la biodiversità. Inoltre gli agricoltori, indotti a
delegare sempre di più a computer e macchine, rischiano di perdere la loro
autonomia e i saperi tramandati nel tempo. Infine, ECVC è ben consapevole che la
digitalizzazione, tutt’altro che affidata alla libera scelta dei singoli, viene
di fatto imposta agli agricoltori, che vengono intrappolati in un vincolo di
dipendenza tecnologica ed economica e diventano produttori di dati il cui vero
scopo è alimentare i profitti di grandi aziende.
Dopo una disamina così ampia e attenta, ci si aspetterebbe una posizione netta
contro l’agricoltura digitale. ECVC, invece, conclude in senso esattamente
opposto: la digitalizzazione «può giocare un ruolo nella creazione di un sistema
alimentare giusto», e favorire la sovranità e la sicurezza alimentare. Quindi,
gli Stati membri devono garantire connessioni Internet veloci per tutti,
soprattutto nelle zone rurali, e promuovere l’educazione al digitale senza
lasciare nessuno indietro. Ora, se la maggior parte della propaganda a favore
della digitalizzazione dell’agricoltura si basa su omissioni plateali dei suoi
costi e delle sue conseguenze – ignorando ad esempio gli aspetti ambientali ed
energetici –, non si può certo dire la stessa cosa di questo documento. ECVC
passa in rassegna in modo convincente e preciso molti dei motivi per cui sarebbe
necessario opporsi alla digitalizzazione, ma poi, con un colpo di scena poco
adatto ai deboli di cuore, finisce per difenderla – a patto che sia una
digitalizzazione diversa. Questo testo offre dunque un’ottima opportunità per
criticare non tanto l’ECVC, quanto una più ampia tendenza, purtroppo non rara e
non recente nel mondo “alternativo”, che mobilita i contenuti della critica al
complesso tecnologico-scientifico-industriale non per minarne le fondamenta ma
per legittimarlo.
Lontani sono i tempi in cui, anche tra le file dei movimenti sociali, si
potevano riporre speranze nel potenziale liberatore della rete. Controllato
ormai da pochi miliardari con ambizioni sempre più apertamente reazionarie, e
piegato alle esigenze della speculazione finanziaria, il mondo digitale ha
rivelato anche agli osservatori più distratti il suo ruolo di controllo,
repressione, sfruttamento. A protendersi verso l’agricoltura sono le mani
sporche di sangue delle aziende che hanno sorvegliato e massacrato il popolo
palestinese, e l’hanno fatto con le stesse tecnologie che ora vogliono imporre
ai contadini. Il testo dell’ECVC però dimostra che non è necessario negare la
realtà, è sufficiente non trarne le dovute conseguenze. Se il digitale così
com’è si rivela irrimediabilmente segnato dalla sua collusione con gli interessi
dei capitalisti e può esacerbare le disuguaglianze sociali – sostiene ECVC –, un
digitale alternativo adeguatamente regolato potrebbe garantire tutti i benefici
di maggiore efficienza evitando le conseguenze negative a livello agricolo,
sociale, ambientale. Questa è la tesi di fondo di ECVC, ed è su questa tesi che
vogliamo concentrarci. Per farlo, ci sembra utile separarla nelle sue quattro
componenti principali, che rimangono implicite nell’argomentazione ma ne
sottendono tutto l’impianto. Affinché la digitalizzazione auspicata da ECVC
possa essere una alternativa sostanziale alla digitalizzazione reale guidata
dalle corporation, allora 1) la digitalizzazione alternativa deve evitare gli
impatti negativi sugli agricoltori in termini di autonomia, biodiversità,
sorveglianza; 2) la digitalizzazione alternativa deve evitare o ridurre
drasticamente l’impatto ecologico e sociale; 3) gli Stati devono poter
regolamentare e controllare la digitalizzazione sottraendola al potere delle
corporation e rendendola aderente agli interessi dei loro elettori; 4) la
digitalizzazione alternativa deve produrre dei benefici reali.
Una premessa sul concetto di agroecologia
Prima di entrare nel vivo, ci sembre utile fare una premessa sul concetto di
agroecologia: ad oggi, non esiste una definizione unanime – e anche per questo
il termine si presta a una certa ambiguità. Ciascun attore fa riferimento a una
propria definizione di agroecologia; tendenzialmente, tuttavia, queste sono
accomunate da alcuni elementi chiave: una scienza degli ecosistemi agricoli
(l’applicazione di concetti e principi ecologici ai sistemi agricoli); pratiche
rispettose di tutte le componenti dell’ambiente; un movimento sociale a difesa
di sistemi agricoli e alimentari sostenibili ed equi. Inoltre, se per alcuni
attori l’agroecologia è intrinsecamente incompatibile con l’agroindustria, altri
– in particolare quelli istituzionali – ne sostengono la piena compatibilità con
un’agricoltura industriale riformata.
Dal nostro punto di vista, perché quello di agroecologia possa essere un
concetto significativo attorno al quale si possa coagulare un movimento di
resistenza all’espropriazione dell’autonomia contadina, è cruciale porsi il
problema di quali tecnologie sono concretamente compatibili con questo obiettivo
e quali no. Un’agroecologia autentica non può che essere luddista, riprendendo
un filo storico di resistenza attiva al processo di espropriazione del controllo
sulle proprie condizioni di esistenza da parte dell’industria, e accettando solo
le tecniche realmente conviviali – che accrescono cioè l’autonomia di individui
e comunità anziché minacciarla.
1. Può una digitalizzazione alternativa evitare le conseguenze negative sugli
agricoltori?
L’idea centrale sostenuta da ECVC è che, se è pur vero che la digitalizzazione
reale (quella che sta effettivamente avvenendo su scala globale)
dell’agricoltura mette a rischio l’autonomia dei contadini, esista una
digitalizzazione agricola alternativa che invece la preserverebbe. Questa
digitalizzazione alternativa ha come cardini la trasparenza degli algoritmi
(l’uso di software open source), il controllo dei dati da parte di chi li
produce, e l’uso di strumenti digitali progettati dal basso e riparabili
localmente.
1.1 Algoritmi trasparenti
La possibilità di integrare vaste quantità di dati eterogenei è oggi tipicamente
affidata ad algoritmi che fanno riferimento al campo del machine learning
(ML), una branca dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi possono
“imparare” dai dati. Ovviamente la digitalizzazione ricopre un insieme di
tecnologie ben più vasto, ma questi sono gli strumenti più promettenti se
l’obiettivo è quello di utilizzare i dati per «ottimizzare le pratiche agricole»
e aumentare l’«efficienza» del lavoro agricolo (obiettivi che ECVC non sembra
mettere in discussione), dunque ci concentreremo brevemente su questo.
Nel caso di quella che viene comunemente chiamata intelligenza artificiale ai
giorni nostri, ovvero il cosiddetto deep learning basato su reti neurali,
l’apertura è impossibile. Quando uno di questi sistemi “prende una decisione”,
infatti, è impossibile risalire al perché. Si tratta del “problema della scatola
nera” (black box problem)2: nemmeno i programmatori dell’algoritmo possono
risalire, una volta che il sistema è stato addestrato, al motivo per cui produce
un certo risultato. L’apertura del codice sorgente, in questo caso, aumenta ben
poco la trasparenza delle decisioni.
Si obietterà che esistono algoritmi di ML più semplici e più trasparenti del
deep learning, ed è sicuramente vero. Ma prendiamo l’esempio di un decision tree
(“albero di decisione”), un semplice algoritmo di ML tra i più interpretabili.
Per ogni decisione presa dall’algoritmo, è possibile ripercorrere l’albero delle
decisioni e capire quali aspetti dei dati hanno condotto al risultato. Ma il
costo di tale trasparenza è che un algoritmo così semplice non è in grado di
analizzare vaste quantità di dati complessi come ad esempio le immagini
satellitari. Ipotizzando anche che fosse adatto alle esigenze, il pieno
controllo operativo sul funzionamento di un tale algoritmo richiede competenze
che non è pensabile diventino di dominio comune. L’addestramento di un decision
tree, per quanto elementare rispetto agli algoritmi di deep learning, richiede
comunque vari accorgimenti per evitare l’eccessivo adattamento ai dati di
addestramento: per usarlo in maniera autonoma è necessaria una comprensione
dettagliata dell’algoritmo e dei suoi vari parametri che poggi su basi di
statistica e informatica. È quindi probabile che nella maggior parte dei casi
l’agricoltore riceva dei risultati dall’analisi dei dati dei quali non
padroneggia la genesi, e che non è in grado di verificare o correggere
autonomamente. Anche laddove gli algoritmi siano “aperti”, dunque, l’agricoltore
cede una parte della sua autonomia decisionale sulle proprie pratiche a un
processo che è fuori dal suo controllo.
Ovviamente, anche nel rendere le decisioni in campo dipendenti dalle previsioni
meteorologiche gli agricoltori basano la loro attività su analisi di dati che
non controllano. L’utilizzo di algoritmi predittivi però aumenta la delega a
strumenti opachi, e va nella direzione opposta rispetto alla difesa
dell’autonomia dei contadini. Detto in altre parole, la riduzione degli
agricoltori a operatori di macchine guidati non dal loro sapere ma dalle
decisioni degli algoritmi non dipende dalla maggiore o minore trasparenza del
codice sorgente. L’approccio di fondo della digitalizzazione – che quantifica il
mondo per farlo elaborare ai computer sottraendolo alle menti umane nella
ricerca di sempre maggiore efficienza – non viene minimamente intaccato dalla
trasparenza degli algoritmi utilizzati. Il contadino delega comunque il suo
potere, semplicemente lo delega agli sviluppatori di software libero piuttosto
che alle Big Tech.
1.2 Controllo dei dati
Per garantire una digitalizzazione compatibile con l’autonomia dei contadini,
sarebbe inoltre necessario secondo ECVC assicurare agli agricoltori il
«controllo sui dati» e il «giusto accesso ai profitti». Da un punto di vista di
controllo “informazionale”, i dati generati dalla digitalizzazione sono dati che
non sono fatti per essere elaborati dalla mente umana ma dalle macchine, ovvero
dati che, senza l’utilizzo degli algoritmi di cui sopra, sono del tutto inutili.
Per mole e struttura non possono essere interpretati dagli umani senza il
ricorso ad algoritmi statistici più o meno sofisticati. Da un punto di vista di
controllo “materiale”, l’efficienza degli algoritmi di addestramento richiede la
raccolta di grandi quantità di dati, che difficilmente potrebbero essere
archiviati direttamente dagli agricoltori in server autogestiti. In ogni caso,
la gestione di flussi di dati in tempo reale e la loro archiviazione non
potrebbero essere fatte dagli agricoltori stessi, salvo immaginare un futuro di
agricoltori-ingegneri. Quindi, più che di reale controllo, al massimo potrebbe
essere riconosciuta agli agricoltori una proprietà formale dei loro dati, ovvero
un ritorno economico invocato dall’ECVC come «giusto accesso ai profitti».
Ovvero: i dati sono materialmente gestiti da altri, interpretati esclusivamente
dalle macchine, utilizzati per generare una economia dei dati, e parte dei
profitti verrebbe redistribuita ai produttori di dati. Alla faccia del
“controllo”.
1.3 Progettazione dal basso di strumenti riparabili
L’altro elemento di novità del “digitale agroecologico” sarebbe la possibilità
per i contadini di contribuire allo sviluppo di strumenti open source pensati
per le loro esigenze e che siano economici, adattabili, e riparabili dai
contadini stessi. Ma cosa vuol dire strumenti digitali riparabili dai contadini
stessi? Se ci si trovasse di fronte a un malfunzionamento a livello del
software, solo un ingegnere informatico con competenze in analisi dati potrebbe
intervenire a correggere errori nel codice sorgente o – come accennavamo prima –
modificare l’addestramento dell’algoritmo. Dal lato dell’hardware, invece,
praticamente tutti i dispositivi digitali, anche quelli con prestazioni
relativamente modeste, si basano su componenti – come i microchip – dal processo
produttivo incredibilmente complesso, come vedremo a proposito del suo impatto
ecologico: solo pochi grandi gruppi industriali possono essere in possesso delle
risorse economiche e tecnologiche necessarie a produrli. L’eventuale
riparabilità non potrebbe quindi che ridursi alla possibilità di aprire i
dispositivi per sostituirne i vari componenti, prospettiva che potrebbe forse
portare un certo risparmio economico, ma che sarebbe lontana dal rompere la
dipendenza nei confronti dell’industria.
2. Può una digitalizzazione alternativa evitare conseguenze negative
sull’ambiente?
2.1 Biodiversità, monocolture e standardizzazione
«Bisogna creare standard per tutto, perché la standardizzazione dei dati che
compongono la società e l’essere umano è l’unico modo per garantire la piena
applicazione della tecnica e, allo stesso tempo, assicurarne
l’universalizzazione»3. Queste parole, scritte da Jacques Ellul in un’epoca dove
il digitale non si era ancora propagato a livello sociale, sono rivelatrici di
quanto si sta affermando anche in agricoltura. La meccanizzazione delle campagne
messa in atto dopo la Seconda Guerra mondiale ha avuto come conseguenze
certamente l’aumento delle dimensioni delle aziende agricole e la diminuzione
del numero di contadini, ma ha determinato anche una semplificazione
dell’ambiente coltivato. Ci si avviava così verso un mondo tecnologicamente
fuori misura, costituito da attrezzature specializzate inapplicabili al mondo
contadino che si voleva soppiantare. Un nuovo mondo che fu tanto distruttivo per
le attività umane quanto per l’ambiente agricolo, e che ha posto le basi per un
progressivo impoverimento della biodiversità e de facto per una
standardizzazione dell’agricoltura (basti pensare alla spinta offerta dalla
genetica agraria nel selezionare piante omogenee e adatte alle operazioni
colturali meccaniche).
A differenza di questa meccanizzazione, di cui l’agroecologia ha saputo
criticare con fermezza i limiti sviluppando talvolta anche delle tecniche
alternative, la rivoluzione digitale sembra essere considerata in qualche forma
utile per l’agricoltura contadina. L’assunto di base è che, nonostante le
escrezioni tossiche dell’agricoltura smart, lo sviluppo di tali tecnologie sia
di indiscusso interesse per il mantenimento e lo sviluppo della biodiversità in
agroecologia. La gestione tecnocratica e accentratrice delle tecnologie legate
all’agricoltura 4.0 viene in gran parte vista, giustamente, come un ulteriore
tassello dell’industrializzazione dell’agricoltura che non fa altro che
sviluppare le monocolture, l’omogeneità negli approcci al vivente e un’elevata
meccanizzazione. E allora in che modo queste tecnologie, tra le tante funzioni,
risulterebbero dei moltiplicatori di approcci agroecologici? Non sono piuttosto
degli ostacoli a dei processi di conoscenza e gestione dell’agrobiodiversità?
Uno degli assunti di queste tecnologie è che sarebbero così precise da poter
“scansionare” l’intera componente biotica e abiotica dell’agroecosistema.
Un’evoluzione dell’agricoltura di precisione che grazie allo sviluppo
dell’Internet delle cose e dell’intelligenza artificiale porterebbe informazioni
utili circa gli interventi nell’agroecosistema. Ma quali output ci forniscono le
applicazioni smart in un contesto, quello agroecologico, che cerca di seguire il
sentiero, non certo sempre facile, della diversificazione dell’ambiente
agricolo? Non solo la complessità del vivente è difficile da quantificare e
convertire in dati (presupposto necessario per l’informatizzazione delle
campagne), ma la coltivazione stessa, quando realizzata su piccola scala, basata
sull’intreccio di consociazione delle colture, su continue rotazioni, con campi
coltivati interrotti dalla biodiversità naturale, necessiterebbe di tecnologie
digitali molto specializzate e quindi costose. Di fatto l’agricoltura smart, in
questo contesto, produrrebbe dei dati molto eterogenei, spesso non
rappresentativi e difficili da interpretare. Infatti non è un caso che
l’agricoltura digitale che più si è affermata sul mercato sia quella che ben si
adatta ad un tipo di azienda che presenta un processo lineare, omogeneo e
standard e che ha sostituito passo dopo passo il rapporto con la terra. Pensiamo
a questo proposito alla raccolta automatizzata della frutta ad opera di robot
che per poter operare necessita di un frutteto a spalliera disposto quindi su
filari uniformi.
Ma proviamo ad entrare un po’ più nello specifico. Considerando le tecnologie
dell’informazione come un sistema di tecnologie, che va ad esempio dai sensori
per il rilevamento dei parametri fisici del terreno, all’uso dei droni per i
rilievi della vegetazione o della fertilità, e che possono appoggiarsi anche ai
sistemi satellitari, l’elemento comune e centrale diventa il dato raccolto.
Attraverso la misurazione dei parametri fisici, della quantità di sostanza
organica, del potere riflettente delle foglie si raccolgono dei dati che un
determinato contesto tecno-scientifico considera utili e necessari. Pensiamo per
esempio per quanto tempo, e in certi ambienti tuttora, la fertilità del suolo
sia stata equiparata esclusivamente alla concentrazione di alcuni nutrienti
chimici. Un sensore che misura la quantità di azoto nel terreno fornisce
sicuramente un dato legato alla produttività, dato che da solo però è riduttivo
e insufficiente rispetto all’importanza di tutti gli altri fattori che non si
limitano alla componente chimica del terreno, ma includono la dimensione fisica
e biologica, dalla quale la fertilità chimica deriva. Ciò che si crea è quindi
una rappresentazione impoverita del “reale” che non tiene conto della ricchezza
che si può percepire in campagna. Se crediamo ancora che la produzione di cibo
sia un’attività umana che deve restare alla portata di tutti e tutte e che la
produzione industriale non abbia fatto altro che impoverire quello che mangiamo,
abbiamo da moltiplicare le nostre pratiche agroecologiche e non orientarci verso
pratiche mutuate dall’attività informatico-industriale. Certo, in terreni
impoveriti dall’uso di diserbanti e concimi chimici e dalle continue
monosuccessioni si può essere costretti ad affidarsi ai rilevatori di
macroelementi, ormai ultima spiaggia per rendere ancora un po’ produttivo un
terreno che si discosta molto da quella pellicola palpitante di vita che è il
suolo. Ma questo non è certo il caso di ambienti ricchi di vita coltivati da
persone che hanno a cuore tanto la terra sotto i nostri piedi quanto il rapporto
che si crea con la natura.
Queste misurazioni inoltre creano implicitamente una classificazione di terreni
dove il più fertile chimicamente risulta quello idealmente da raggiungere. Non
tutti i terreni, però, sono fertili allo stesso modo e le popolazioni locali
hanno saputo per millenni coltivare varietà locali, meno produttive ma anche
meno esigenti, che non alterassero in maniera rovinosa la produttività e la
ricchezza del suolo, questo anche in terreni naturalmente più poveri e più
soggetti all’erosione di fertilità. L’agricoltura 4.0, anche se declinata in
chiave “agroecologica”, non risolve le criticità che le sono costitutive;
risulta invece evidente che questo nuovo pacchetto tecnologico digitale
avvicinerà ulteriormente l’agricoltura a un settore industriale, uniforme e
standardizzato. Per quanto precise e veloci siano le nuove tecnologie, un cibo
sarà di qualità se affidato ai custodi dei saperi secolari e quindi alla cura
degli uomini e delle donne.
2.2 Gli inevitabili rovesci del digitale
Nel documento relativamente articolato di ECVC sul digitale applicato alla
terra, stride lo scarsissimo spazio dedicato alla filiera produttiva dei
dispositivi e alle sue conseguenze ecologiche. Fra i «rischi» ecologici, ci si
riferisce perlopiù al problema del consumo di energia, oltre alla possibilità
che la digitalizzazione spinga l’agricoltura verso pratiche ancor meno
sostenibili (un inciso: ci sembra indicativo che nel testo tornino a più riprese
termini come rischi e sfide, tipici della lingua del nemico – ossia di chi,
lungi dal voler contrastare un processo, si candida a gestirlo). La proposta di
una “digitalizzazione alternativa” nella direzione dell’agroecologia si rivela
così sostanzialmente dissociata dalla realtà materiale che inevitabilmente
sottende e fondata su contraddizioni insanabili, a partire proprio dalla
sostenibilità ambientale.
Per fare un esempio (ma lo stesso vale per tutti i dispositivi digitali), un
oggetto dato ormai per scontato come un normale smartphone contiene oltre
cinquanta materie prime, il doppio di un cellulare degli anni Novanta e cinque
volte quelle contenute in un telefono degli anni Sessanta. Ricavare e assemblare
queste materie prime richiede un’organizzazione globale di inimmaginabile
complessità: dovrebbe essere ormai risaputo che intere montagne devono essere
sbancate per estrarne materiali che hanno richiesto miliardi di anni per
formarsi all’interno della terra, e che per essere separati dagli scarti
richiedono bagni di acido e altri procedimenti che lasciano in eredità residui
radioattivi, acqua inquinata e altre sostanze tossiche. Le catene di
approvvigionamento delle materie prime sono talmente complesse che è a dir poco
illusorio immaginare di conoscere nel dettaglio le condizioni ambientali,
sociali e lavorative a monte, e le filiere di produzione sono suddivise in
centinaia di processi che coinvolgono migliaia di subappaltatori in decine di
Paesi del mondo, comportando un consumo energetico e livelli di inquinamento
folli. Nel caso dei microchip, che sono allo stesso tempo il cuore di qualsiasi
dispositivo digitale e il componente dal maggiore impatto ecologico e fra i più
complessi da produrre, si arriva al rapporto di 1 a 16.000 fra il peso del
prodotto finito e quello delle risorse mobilitate nel suo ciclo di vita. Ai
singoli dispositivi occorre aggiungere i ripetitori e la quantità smisurata di
chilometri di fibra ottica necessari a farli comunicare tra loro – e a garantire
«un’infrastruttura digitale veloce per tutti gli individui», come chiedono gli
estensori del documento. Ogni successiva generazione di dispositivi e di reti
promette di essere energeticamente più efficiente, ma in realtà fa ulteriormente
impennare il traffico di dati, e richiede la sostituzione di molti apparecchi. I
dati prodotti e trasmessi anche per le attività più banali mobilitano centinaia
di data center, infrastrutture che per garantire la sicurezza dei dati devono
essere “ridondanti” (cioè almeno doppie) e il cui numero – e con esso il loro
mostruoso consumo energetico – è in crescita esponenziale a causa
dell’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale4. I dispositivi e le
altre componenti di questa infrastruttura globale hanno una durata limitata, e
un loro parziale riciclo, ove possibile, richiederebbe comunque
un’organizzazione non meno complessa della loro produzione.
Come sostiene fra gli altri L’Atelier Paysan in Liberare la terra dalle
macchine5, l’unica reale possibilità di immaginare una via d’uscita dalla
società industriale è quella di ricreare comunità che si sentano responsabili
della conservazione della capacità di autorigenerazione di determinate
eco-regioni. Questo implica, oltre a produrre in base alle necessità reali della
comunità e non a quelle artificiali del mercato globale, anche astenersi da
quelle attività i cui rifiuti e altri effetti collaterali non possano essere
riassorbiti dalla stessa eco-regione. Appare evidente che la produzione di
dispositivi digitali è tra queste, dipendente com’è da una complessa – e a dir
poco iniqua, perpetuando gerarchie coloniali – divisione internazionale del
lavoro e dallo scellerato consumo di risorse non rinnovabili.
In alcuni passaggi del testo, la cosiddetta agricoltura di precisione, basata su
sensoristica IoT, GPS e intelligenza artificiale viene – giustamente – criticata
in quanto centrata sui dati e sugli investimenti in tecnologia, e la sua
presunta efficienza in termini di risorse viene definita – ancora, giustamente –
una «falsa promessa». Ma allora di quali dispositivi e infrastrutture si parla,
in concreto, quando ci si riferisce a un digitale che invece «può supportare
l’agroecologia»? Di un’eventuale nicchia di dispositivi digitali da filiera
certificata “equa e solidale”, più simile allo scaffale del biologico dentro un
ipermercato che alla radicale messa in discussione dell’agroindustria? O di
strumenti talmente rudimentali che davvero non si capisce quali significativi
vantaggi potrebbero offrire, in un’ottica agroecologica, rispetto a
un’agricoltura a bassa tecnologia? L’efficacia (tutta interna a un’ottica di
efficientismo industriale e soluzionismo tecnologico, che per quanto ci riguarda
comunque rifiutiamo) delle tecnologie informatiche è una funzione della quantità
di dati raccolti, della potenza di calcolo e della capacità di trasmissione,
tutti fattori all’aumentare dei quali aumentano inevitabilmente anche la
complessità produttiva dei dispositivi e il loro impatto ambientale: ci sembra
una contraddizione non aggirabile. I difensori del digitale alternativo tendono
sempre a evitare di entrare nel merito – sul piano materiale, delle risorse
necessarie, e non solo su quello del controllo dei dati – di quale sia il
livello di tecnologia capace di salvaguardare l’autonomia di individui e
comunità.
Ignorare la materialità del digitale significa anche ignorare il suo stretto
legame con la guerra: se le tecnologie informatiche sostanzialmente devono al
mondo militare la propria stessa nascita e il proprio sviluppo, oggi queste
tecnologie si trovano al centro della tendenza globale alla guerra e allo stesso
tempo nel ruolo di posta in gioco: il controllo delle materie prime, delle
filiere produttive, e dei mezzi della potenza. Per questo, tra l’altro, si
progetta di rilocalizzare sul suolo europeo l’estrazione dei minerali
strategici. Accettare la digitalizzazione dell’agricoltura come inevitabile
significa rendere dipendente la sussistenza delle comunità da sistemi che non
saranno mai autogestibili anche perché strategici militarmente (e renderla così
anche potenziale bersaglio di attacchi più o meno cyber). Sistemi che, mentre si
vaneggia di una loro possibile riappropriazione e uso alternativo, diffondendosi
allontanano la possibilità di scrollarsi di dosso le catene del mercato e delle
burocrazie, approntando capacità di controllo e ricatto sempre più pervasive: se
le tecnologie digitali non fossero state già ampiamente diffuse, quella vera e
propria ginnastica di guerra che è stata la gestione pandemica, con
l’emarginazione automatica di chi non si adeguava alle direttive, non sarebbe
stata possibile; e a dimostrazione del fatto che non si è trattato di una
parentesi, in Ucraina e in Russia sistemi analoghi al green pass sono impiegati
per scovare chi cerca di sottrarsi all’arruolamento forzato.
3. Possono gli Stati governare la digitalizzazione?
La proposta di ECVC è di affidare la digitalizzazione dell’agricoltura alla
regolamentazione statale, che sarebbe in grado di conservarne gli aspetti
“positivi” e buttarne a mare quelli più invasivi e distruttivi. Il problema, al
di là degli aspetti specifici, è che la digitalizzazione applicata
all’agricoltura non è separabile dallo sviluppo della digitalizzazione nel suo
complesso, che a sua volta non è separabile dalle altre tecnoscienze e da tutto
l’ecosistema della ricerca: dipartimenti universitari, laboratori, industrie.
Per normare una applicazione specifica – ad esempio dell’intelligenza
artificiale in agricoltura – bisognerebbe normare e limitare tutto l’insieme.
Ciò che lo Stato non ha, e non può avere, nessuna intenzione di fare. Perché lo
Stato (qualsiasi Stato) dovrebbe infatti desiderare un’intelligenza artificiale
meno invasiva, e quindi meno sviluppata e performante? Se la caratteristica
fondamentale dell’intelligenza artificiale è quella di evolversi
proporzionalmente alla quantità di dati che riesce ad assorbire, quello Stato
che limitasse la disseminazione di dispositivi di controllo o il furto di dati
(e lo sviluppo di sistemi d’arma) si infliggerebbe da solo uno svantaggio
strategico; con il risultato che ad approfittarne sarebbero altri, tra i quali
si troverebbe come un vaso di coccio tra i vasi di ferro (e silicio).
Oltre a ciò, quale Stato non tende ad accrescere il controllo sui suoi
cittadini, quando ne ha i mezzi? Che si tratti di combattere organizzazioni
criminali o gruppi rivoluzionari, sovversivi o teppisti (o magari agricoltori
che non si attengono alle norme…), o ancora di rispondere alle ansie securitarie
di cittadini o partiti politici, lo Stato troverà sempre nel controllo più
ossessivo la modalità che gli assicura i maggiori vantaggi, o che gli crea meno
problemi. Se a questo poi si aggiunge che i legislatori non tengono minimamente
il passo delle innovazioni prodotte dalle industrie e dalla ricerca, o ancora
che tutti gli Stati vivono grazie al credito che gli viene irrogato dalle
banche, a sua volta tanto più abbondante quanto più “liberamente” circolano i
capitali a livello internazionale, ci si renderà conto di come pensare di
regolare lo sviluppo o l’uso della digitalizzazione attraverso la legge sia
molto più utopistico dell’Anarchia.
Entrando più nello specifico del rapporto fra Stato e industria digitale, a
partire dall’11 settembre 2001 questo si è fatto sempre più stretto, fino a
formare quello che è stato definito complesso militare-digitale. Gli Stati Uniti
e le aziende della Silicon Valley hanno fatto da apripista, ma lo stesso vale
anche per i loro contendenti: il rapporto fra apparati militari-polizieschi e
Big Tech è sempre più di mutua dipendenza. Da una parte, i primi hanno bisogno
delle seconde per le loro capacità tecnologiche e infrastrutturali che vanno
ormai al di là della portata dei singoli Stati (raccolta ed elaborazione dati su
larga scala, sistemi di intelligenza artificiale, comunicazioni satellitari…);
dall’altra, le seconde hanno bisogno dei primi per difendere le filiere
produttive dei dispositivi digitali – a partire dalle materie prime – e
l’accesso ai mercati, e per mantenere regolamentazioni favorevoli.
L’imperialismo delle piattaforme digitali – che rendono intere popolazioni
dipendenti dai propri monopoli – e quello delle potenze militari si rafforzano a
vicenda. Non è un caso che negli ultimi anni le Big Tech siano entrate
prepotentemente, al fianco dei “vecchi” oligopoli industriali (energia,
telecomunicazioni, automobili, armamenti), nel sistema delle “porte girevoli”
fra industria e apparato statale: i vertici delle società del digitale approdano
nelle amministrazioni pubbliche (in particolare in quelle legate alla difesa)
portando con sé competenze chiave e relazioni con le start-up più promettenti;
mentre funzionari e generali fanno il percorso inverso rafforzando la capacità
delle piattaforme di relazionarsi con il settore pubblico, partecipare ai
progetti di ricerca e ottenere commesse. Fra i molti, si può fare l’esempio di
Eric Schmidt, già amministratore delegato di Alphabet (la “casa madre” di
Google) e poi a capo di diversi organismi del Dipartimento della Difesa
statunitense nei quali ha ricoperto un ruolo di consigliere sulla politica
tecnologica in ambito militare, nonché “ideologo” dell’alleanza fra Stato e Big
Tech6. Attriti e contraddizioni fra gli interessi immediati di questi due
attori, pur spesso presenti, vengono puntualmente superati in nome del superiore
interesse comune – quello della supremazia commerciale e militare e del
controllo degli individui –, dimostrando che ostinarsi a vedere nonostante tutto
nelle istituzioni un possibile arbitro imparziale fra gli interessi delle
popolazioni e quelli dell’industria non è che un’illusione rinnovabile.
Conclusioni
Tutto considerato, a cosa si riducono i benefici che una digitalizzazione
alternativa dovrebbe portare a un’agricoltura non industriale? Lo stesso ECVC
non approfondisce né dimostra concretamente in che modo i presunti vantaggi si
possano realizzare. Si accenna a una facilitazione dello scambio di conoscenze e
pratiche attraverso «applicazioni e reti» – ma questo scambio non è sempre
avvenuto anche senza dispositivi digitali? Si spiega che «la digitalizzazione ha
il potenziale di semplificare i processi amministrativi e ridurre gli oneri per
i piccoli agricoltori» – ma non è esperienza diffusa proprio il contrario?
Infine, si cita «la vendita tramite piattaforme di mercato digitale». Ma se uno
degli elementi costitutivi dell’agroecologia è ridurre sprechi ed impatti
negativi, allora si guarda a modalità di vendita a chilometro zero, non a
mercati digitali!
Perché allora dovremmo consegnarci a nuove dipendenze quando stiamo già pagando
il prezzo di quelle vecchie? L’agricoltura moderna è cresciuta sotto il segno
del petrolio: fertilizzanti, pesticidi, macchinari, trasporti. Una dipendenza
profonda, sistemica, che ha reso la produzione di cibo vulnerabile, fragile. Già
oggi la nostra società è estremamente dipendente da risorse e tecnologie che
possiedono tutte le caratteristiche per trasformarsi in nuove forme di
sottomissione e monopolio. La digitalizzazione in ambito agricolo viene
raccontata come inevitabile e neutra, ma in realtà introduce nuove forme di
subordinazione. Software, sensori, piattaforme, cloud, aggiornamenti continui:
strumenti che non appartengono a chi coltiva, che richiedono capitale,
infrastrutture, competenze specifiche e che funzionano secondo logiche impostate
da chi le produce. L’agricoltore non solo dipende dall’energia e dai mercati
globali, ma anche da sistemi tecnologici di non sempre facile comprensione
gestiti da grandi (o piccole) aziende che controllano dati, decisioni e processi
produttivi. Questa nuova dipendenza non sostituisce le precedenti, le
stratifica. L’agricoltura, invece di liberarsi, viene ulteriormente incastrata
in un sistema complesso e vulnerabile, in cui un blackout, un guasto o un cambio
di licenza possono compromettere intere stagioni di lavoro. Criticare questa
tendenza significa rifiutare l’idea che ogni problema debba essere risolto con
più tecnologia. Significa riconoscere che la resilienza agricola non nasce
dall’iper-connessione, ma dalla semplicità, dalla conoscenza diretta dei luoghi,
dalla capacità di adattarsi senza dipendere da sistemi esterni. Ogni nuova
dipendenza riduce lo spazio di scelta e aumenta il controllo esercitato
dall’alto. Difendere un’agricoltura orientata all’autonomia vuol dire scegliere
consapevolmente di non aggiungere nuove catene a quelle esistenti. Vuol dire
criticare una digitalizzazione che non serve a nutrire meglio le persone, ma a
rafforzare un modello economico che trasforma anche il cibo in un nodo di
controllo. In gioco non c’è solo il modo in cui coltiviamo, ma il grado di
libertà con cui potremo continuare a farlo. Per secoli l’agricoltura è stata
molto più di un lavoro, era una forma di vita, e il legame profondo con la terra
una fonte di gioia. Un dialogo quotidiano con le stagioni, con le ore di luce
all’interno di una giornata, con il suolo toccato, annusato, ascoltato. In quel
gesto ripetuto di cura e fatica donne e uomini trovavano equilibrio,
appartenenza e una libertà essenziale, lontana dal ricatto della produttività e
dell’accumulazione. La spinta alla digitalizzazione agricola accelera
incredibilmente la rottura di questo rapporto, iniziata già da tempo. Trasforma
la terra in un’interfaccia, la vita in un flusso di dati, l’esperienza in un
elemento da ottimizzare. Ci viene detto che serve, che è progresso, che senza
sensori e algoritmi non si può coltivare, o che comunque quella sarà la
direzione inevitabile; anche in nome della cosiddetta sostenibilità. È falso.
L’agricoltura di sussistenza ha sostenuto l’umanità per millenni senza
piattaforme, senza cloud, senza intelligenze artificiali, e ancora lo fa in
diverse aree del Pianeta. Ad oggi il concetto di sussistenza non deve essere
inteso come un ritorno nostalgico al passato, ma come una profonda scelta di
campo. Vivere di sussistenza, nel contesto contemporaneo, significa ridefinire i
bisogni, ridimensionare la dipendenza dai sistemi economici dominanti e
ricostruire un rapporto diretto con ciò che rende possibile la vita7. Non si
tratta di autosufficienza totale, ma di una tensione verso l’autonomia, verso
una vita meno mediata e meno ricattabile. Ciò che oggi viene chiamato
innovazione è per lo più solo un nuovo modo di sottrarre conoscenza, autonomia e
responsabilità a chi vive la terra ogni giorno. Come ha scritto Silvia Federici,
l’accumulazione di innovazioni tecnologiche disaccumula le capacità e i saperi
individuali e comunitari8.
La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato
può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce
dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un
territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento
in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con
essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una
variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci
sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine,
software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo. I benefici non ricadono
sulle comunità, ma sulla macchina capitalista che vive di controllo,
standardizzazione e estrazione di valore. La digitalizzazione non serve al
vivente; serve al mercato. Rivendicare una vita orientata alla sussistenza
significa rifiutare questa colonizzazione tecnologica. Significa scegliere una
relazione diretta con la terra, basata sulla realtà, sulla cura e
sull’autonomia. Significa sottrarsi alla logica dell’efficienza forzata e
riaffermare che coltivare non è produrre dati, ma vivere. In questa scelta non
c’è arretratezza, ma resistenza.
Rovereto, maggio 2026
Collettivo Terra e Libertà
1 Le raccomandazioni di ECVC sono state tradotte in italiano e pubblicate sul
numero sei di Rivista Contadina (settembre 2025). Il testo di posizionamento
completo è consultabile in inglese sul sito di ECVC www.eurovia.org.
2 Per risolvere il problema della scatola nera è nato negli ultimi anni il
filone di ricerca della “explainable AI”, o “IA spiegabile”, che sperimenta
approcci per rendere più trasparente il funzionamento delle reti di deep
learning. Nonostante i tentativi in questo senso, al momento il problema della
scatola nera è però sostanzialmente irrisolto.
3 Citato in Nicolas Alep e Julia Lainae. Contro il digitale alternativo. Perché
non può essere né ecologico, né democratico, Edizioni Malamente, Urbino, 2023.
4 La crescita del consumo di energia per alimentare l’IA è talmente esponenziale
che Microsoft, Google e Amazon si stanno orientando verso il nucleare per
sostenere i propri impianti; Microsoft ha siglato un accordo per riaprire la
centrale di Three Mile Island (quella chiusa a seguito dell’incidente di fusione
del nocciolo, il 28 marzo 1979), mentre Amazon e Google puntano allo sviluppo di
reattori modulari.
5 Atelier Paysan, Liberare la terra dalle macchine. Manifesto per un’autonomia
contadina e alimentare, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2023.
6 Il tema dell’interdipendenza fra potenze militari e piattaforme digitali è
trattato più approfonditamente in Dario Guarascio, Imperialismo digitale.
Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026.
7 Veronika Bennholdt-Thomsen e Maria Mies, The subsistence perspective, Zed
Books, Londra, 1999. Segnaliamo in italiano, La sussistenza – una prospettiva
ecofemminista. Brani scelti, a cura del collettivo terra e libertà, Rovereto.
8 Silvia Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons,
ombre corte, Verona, 2018. Per l’attinenza con i temi qui trattati, segnaliamo
in particolare l’ultimo capitolo, “Reincantare il mondo. La tecnologia, il corpo
e i commons”
Riceviamo e diffondiamo
da https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/spagna-1936-il-monito-dei-quijotes-del-ideal-ancora-valido-a-90-anni-di-distanza/
SPAGNA 1936. IL MONITO DEI QUIJOTES DEL IDEAL ANCORA VALIDO A 90 ANNI DI
DISTANZA.
Quest’anno corrono i 90 anni dalla rivoluzione spagnola del 1936, nata in
seguito al tentativo di golpe — il cosiddetto alzamiento — dei militari guidati
dal generale Francisco Franco avvenuto il 17 luglio, che diede avvio ad una
guerra civile che si concluderà nel marzo 1939 con la vittoria dei golpisti,
appoggiati dagli aiuti militari dell’Italia fascista e della Germania nazista in
una sorta di prova generale della seconda guerra mondiale.
Traduciamo questo articolo pubblicato nell’estate 1989 dalla rivista di Detroit
(Michigan, Stati Uniti) Fifth Estate (numero 332) che riprende un appello del
febbraio 1937, quando la situazione cominciava ad essere compromessa e le
conquiste della rivoluzione libertaria sacrificate sull’altare della burocrazia,
delle alleanze internazionali e delle necessità della guerra, scritto dal gruppo
anarchico «Quijotes del Ideal» attivo nel quartiere Barrio de Gracia della
Barcellona rivoluzionaria. Il gruppo era stato fondato da Federico Arcos
Martinez (che in seguito sarà collaboratore proprio di Fifth Estate, una volta
emigrato in Canada nella regione di Detroit-Windsor, a cavallo tra Canada e
Stati Uniti), Liberto Sarrau, Diego Camacho (alias Abel Paz), José Baje e
Germinal Gracia Ibars (Víctor García).
Il gruppo redigeva in Spagna anche il proprio organo di stampa, El Quijote, che
pubblicò solo tre numeri poiché fu censurato per le sue critiche alla
partecipazione al governo dei dirigenti del sindacato anarcosindacalista CNT.
Durante la rivoluzione spagnola, nei territori autogestiti dai comitati
rivoluzionari e soprattutto a Barcellona e nella regione della Catalogna, dove
il movimento anarchico era molto forte, la proprietà privata fu abolita di
fatto: le fabbriche vennero occupate e gestite direttamente dagli operai, i
latifondi aboliti e gestiti per la metà direttamente dai contadini e per l’altra
metà dal Comitato delle Milizie antifasciste, i servizi caddero in mano ai
sindacati proletari (CNT e UGT), le chiese vennero date alle fiamme od occupate
ed adibite ad altri scopi. Ma come effetto della sconfitta della rivoluzione,
che ebbe anche cause interne, non ultima la collaborazione della dirigenza della
CNT al governo repubblicano, tutte queste conquiste vennero scalzate e Franco,
una volta vinta la guerra civile, avrebbe governato la Spagna con la sua
dittatura fino alla sua morte avvenuta nel 1975.
Quello che segue é uno scritto breve, nello stile del manifesto di propaganda
del tempo, in presa diretta mentre gli eventi si stavano svolgendo, che è però
anche un monito per l’oggi, e che con lucidità ci fornisce l’indicazione – anzi
di più, la prova! – che non sono mai esistiti, né potranno mai esistere, governi
amici.
Un monito che ieri si riferiva al governo spagnolo del Fronte Popolare (composto
da forze borghesi come i repubblicani catalani, dai socialisti del PSOE, dal
Partito Operaio di Unificazione Marxista-POUM, dall’UGT sindacato socialista
vicino al PSOE, dagli stalinisti del Partito Comunista, e successivamente da
quegli ossimori viventi che furono i “ministri anarchici” della CNT) ma che
certamente faceva riferimento anche al governo considerato ingenuamente alleato
della rivoluzione, quello sovietico di Stalin, che inviava armi al governo
repubblicano non per spirito solidaristico ma per mero calcolo, alla ricerca di
influenza politica e profitto (e il trasferimento nei forzieri russi dell’oro
del Banco di Spagna, con la scusa di “metterlo al sicuro” — 510 tonnellate,
corrispondenti ai tre terzi delle intere riserve spagnole, oro che non fu mai
riconsegnato —servì solo a renderlo esplicito!).
Un governo, quello dell’Unione Sovietica, che si presentava al mondo intero come
rappresentante internazionale del proletariato mentre i suoi agenti in Spagna
assassinavano i rivoluzionari anarchici e i militanti del POUM (partito della
sinistra comunista che pur faceva parte del Fronte Popolare) e disarticolavano
le conquiste della rivoluzione libertaria facendo approvare dal governo spagnolo
una serie di misure — dalla militarizzazione delle milizie autonome con la
creazione di un “esercito popolare” direttamente controllato dal governo, alla
riconsegna delle imprese collettivizzate ai precedenti proprietari — come
biglietto da visita da usare per stringere accordi con le potenze democratiche
Francia e Inghilterra (il che non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler nel
1939 per spartirsi la Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop e di siglare
accordi commerciali con la Germania nazista ancora nel 1940 e 1941).
Un monito, quello dei «Quijotes del Ideal», ancor oggi di stretta rilevanza;
l’affermazione schietta, puntuale, ineccepibile e storicamente comprovata, che
non esistono governi amici non ha perso niente della sua attualità purtroppo,
vista la partecipazione da una parte di cosiddetti “anarchici” nelle truppe
regolari dell’esercito ucraino in quella guerra che oppone Federazione Russa e
Paesi NATO alle porte dell’UE. E, dall’altra parte della medaglia, di un numero
impressionante di sinistri ammiratori di regimi autocratici quali Russia, Iran e
Cina.
— Piccoli Fuochi Vagabondi, luglio 2026 —
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Introduzione di Fifth Estate
Il 17 luglio 1936, le forze nazionaliste spagnole, guidate dal generale di
estrema destra Francisco Franco, tentarono un colpo di Stato contro la
Repubblica del Fronte Popolare da poco eletta. Nel contesto dello sconvolgimento
sociale e politico seguito alla resistenza di massa contro la rivolta fascista,
il movimento anarchico in Spagna organizzò l’opposizione più forte e radicale al
fascismo, nonché una rivoluzione sociale di vasta portata.
Nel corso dei tre anni successivi, gli ideali libertari e antiautoritari
dell’anarchia divennero la realtà quotidiana di milioni di spagnoli che presero
il controllo dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità, liberandosi
dal dominio burocratico e repressivo del governo.
Sebbene questo esperimento rivoluzionario sia stato alla fine distrutto da una
perfida combinazione di fascismo, stalinismo, “democrazie” occidentali e
tradimento da parte del governo liberale spagnolo, è stato, secondo David Porter
(vedi Fifth Estate, estate 1986), il “luogo di prova più intenso e su più vasta
scala della rilevanza e della forza delle idee anarchiche nel mondo moderno”. E
hanno funzionato.
Il seguente opuscoletto fu scritto e diffuso in Spagna nel 1937 da un gruppo di
giovani anarchici di età compresa tra i 15 e i 17 anni chiamato «Quijotes del
Ideal». Il testo ci è stato fornito da un nostro amico e compagno che fece parte
dei Quijotes e che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva ancora vivo il
suo ardore per gli ideali anarchici espressi in questo documento. È scritto
nello spirito rivoluzionario dell’epoca, rivolgendo la propria voce al popolo,
negando la legittimità di tutti i governi e di tutte le leggi, e indicando il
tradimento della rivoluzione da parte della Repubblica spagnola come prova
lampante dell’ostilità di quel governo verso il popolo.
— The Fifth Estate Staff —
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Febbraio 1937, Al popolo:
Ci rivolgiamo a voi, popolo. A voi, perché siamo i vostri figli e perché siete
voi che, come sempre, loro [le autorità governative] cercano di ingannare.
E non vi parleremo a nome della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) né a
nome della F.A.I. (Federación Anarquista Ibérica). Vi parliamo piuttosto a nome
del nostro ideale, l’Anarchia.
Siamo giovani libertari che, in onore del nostro nome, “I Quijotes”, incroceremo
le spade con coloro che cercano di rafforzare i nostri tiranni prima attraverso
discorsi ingannevoli e poi con la forza delle armi, grazie al potere delle forze
militari e di polizia al loro comando; e incroceremo le spade con coloro che,
collaborando con lo Stato, si definiscono anarchici pur sapendo che Anarchia
significa negazione del governo e delle leggi. [1]
Ingenuamente abbiamo aspettato di vedere se, per la prima volta nella storia, un
governo avrebbe smesso di essere tirannico e avrebbe esercitato la sua politica
per il bene del popolo. Ma, vedendo l’avanzata del riformismo e il tradimento
della rivoluzione, diciamo: basta; e resisteremo a questo con tutte le nostre
forze.
E non liquidateci definendoci degli indisciplinati [incontrolados] o dei
fascisti. Ciò che ci guida più di ogni altra cosa è l’immenso amore che proviamo
per il popolo, ben più di quel governo che non è controllato da nessuno. Quanto
ad essere fascisti, lo sono i funzionari governativi, non noi.
Il fascismo è imposizione, oppressione, schiavitù. Tutti gli Stati, senza
eccezioni, si impongono, opprimono e schiavizzano il popolo; sebbene essi [i
burocrati statali qui in Spagna] a loro volta siano tutti schiavi, consciamente
o inconsciamente, di un’organizzazione di vagabondi e teppisti chiamata:
L’Ordine dei Gesuiti. [2]
Alcuni dei ministri del governo della Repubblica sono milionari: Loro, insieme
ai milionari fascisti, detengono milioni nella stessa banca londinese; pertanto,
gli interessi degli uni e degli altri sono gli stessi. La rivoluzione mondiale
proletaria dissolverebbe quella banca e quegli interessi.
È quindi evidente che ciò che è importante per tutti loro è frantumare la
Rivoluzione che li minaccia e distruggere i lavoratori rivoluzionari in una
guerra violenta.
Popolo: cercate di ragionare senza alcuna delle trappole del fanatismo che vi
accecano gli occhi!
Un certo ministro del «popolo» ha già dimostrato, qualche giorno fa, che una
volta che «questo» sarà finito, la Repubblica spagnola manterrà sicuramente le
forme politiche che aveva prima della Rivoluzione.
Un ministro “operaio” permette che le prigioni e i penitenziari rimangano in
piedi e, per di più, crea campi di concentramento mentre grida: “Abbasso il
fascismo!”
E un altro va in giro a parlare nelle arene di anarchismo nazionalista e
patriottico, mentre allo stesso tempo un vecchio politico catalano ordina al
popolo di stare zitto e di obbedire ciecamente al governo.
Perché aggiungere altro? Gli anarchici non collaborano, non hanno mai
collaborato e non collaboreranno mai con nessun governo. Diffondete avvertimenti
al popolo ovunque affinché non si lasci ingannare come un eterno bambino,
affinché rompa con quella vecchia e putrida farsa per far posto alla piena e
bellissima luce del Sole dell’Anarchia.
Da parte nostra, siamo pronti a sacrificare le nostre stesse vite. Ma moriremo
con dignità, compagni, gridando con forza «Abbasso il Governo! Viva
l’Anarchia!».
— Il gruppo anarchico Quijotes dell’Ideal —
Note:
[1] Diversi «compagni di spicco» del sindacato anarchico-sindacalista, la CNT,
assunsero incarichi nel governo repubblicano liberale nel vano tentativo di
porre fine alla discriminazione nei confronti delle conquiste della Rivoluzione.
Il loro «esperimento» si rivelò un fallimento e questa violazione dei principi
anarchici provocò sgomento e ulteriore scoraggiamento in una situazione già in
fase di disgregazione.
[2] Questo paragrafo illustra il ruolo prevalentemente reazionario che la Chiesa
cattolica ha svolto nella società spagnola e l’odio che la gente comune nutriva
nei confronti delle sue organizzazioni.
Riceviamo e diffondiamo questa lettera-opuscolo dal nostro Stecco. Domande che
illuminano esperienze ed esperienze che pongono domande. Semplici, necessarie,
inaggirabili.
Mettere del peso
Sull’urgenza di sabotare, ostacolare, attaccare le linee via terra della
mobilità di guerra. La guerra parte da qui. La colonia è anche a queste
latitudini. All’alba del 16 giugno sotto…
Diffondiamo: Nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame, facciamo
quindi sentire forte la solidarietà ax nostrx compagnc ostaggx dello stato! Sono
passati dieci giorni da quando,…
Le curatrici del programma Harraga, che va in onda su Radio Blackout, hanno
intervistato in due puntate del mese di aprile la compagna italo-palestinese
Mjriam Abu Samra, ricercatrice e fondatrice del Palestinian Youth Movement.
Dal concetto di “orientalismo” alla depoliticizzazione umanitaria della causa
palestinese, dagli accordi di Oslo al ruolo delle ONG, dal palestinese-vittima
al palestinese-terrorista, dalla violenza coloniale in Palestina
all’israelizzazione delle società occidentali, questi approfondimenti sono
solidi come i sassi, e come tali andrebbero scagliati contro l’ordine coloniale
del mondo.
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma
vittima/terrorista – parte1
Parte 2: decostruire il paradigma vittima/terrorista
Riceviamo e pubblichiamo questo importante documento di rivendicazione,
riflessione e proposta. Le questioni che solleva richiedono senz’altro un
confronto, nei tempi e negli spazi più opportuni:
Una proposta di guerra
Anatomia di un microchip (una prefazione)
Abbiamo tradotto e pubblichiamo la prefazione che Celia Izoard ha scritto per
Anatomie d’une puce, un interessante volume – edito da Le monde à l’envers – che
raccoglie interventi e materiali realizzati in occasione del convegno
internazionale tenutosi il 28 e 29 marzo 2025 a Grenoble. A Celia Izoard si
devono diversi lavori-inchiesta sulla rovinosa materialità del digitale nonché
riflessioni sulla necessità di sbarazzarcene, tra cui Cambiate lavoro per
favore. Lettere agli umani che robotizzano il mondo, pubblicato in italiano nel
2022 dalle edizioni Malamente. Questa prefazione, nella sua sinteticità, ci fa
scorgere il mondo intero dentro i semiconduttori in quanto tecnologie imperiali;
e formula con chiarezza la posta in gioco per un’Internazionale del genere
umano: spezzare la spirale di rafforzamento reciproco tra digitalizzazione e
guerra.
Qui in pdf: Anatomia di un microchip
È possibile rilocalizzare l’impero?
Il digitale è una tecnologia imperiale.
Cosa diventa quando l’impero va in frantumi?
di Celia Izoard
La vedete la colonnina per la convalida dei biglietti e tesserini di viaggio? È
il grande rettangolo grigio alto circa un metro e mezzo che superate all’entrata
della metro. Qualche giorno fa, quando sono scesa in una stazione a Tolosa,
alcuni tecnici avevano aperto questa colonnina per lavori di manutenzione. Si
poteva quindi vedere ciò che abitualmente è invisibile: l’interno. In mezzo a
fili di tutti i colori, ho visto delle targhette di resina epossidica verde
lunghe circa quaranta centimetri. Su queste schede elettroniche si sviluppa una
sorta di città all’americana: schiere di punti argentati, luci rosse, torri
cilindriche, blocchi rettangolari. Alcuni di questi rettangoli, neri, circondati
da piccole linee argentate perpendicolari, assomigliano a magazzini logistici in
miniatura con le loro file di camion: ecco i microchip, chiamati anche
semiconduttori oppure circuiti integrati.
Ho incontrato Hubert Cros, progettista di sistemi elettronici per delle aziende
del Sud-Ovest. Mi ha raccontato che in una colonnina come questa, si utilizzano
alcune decine di semiconduttori. Ce ne sono quasi 160 in un cellulare, e circa
3500 in un’auto ibrida. Un microchip di una colonnina di convalida può contenere
fino a 10.000 transistor, ma quelli che troviamo in un server dei data center
(utilizzati per esempio nei calcoli di «intelligenza artificiale») ne contengono
circa 100 miliardi: milioni di volte di più.
Resta il fatto che questa semplice colonnina finalizzata a leggere un titolo di
trasporto, aprire la barriera ed emettere un bip positivo o un bop negativo a
seconda dalla validità della tessera, questo oggetto che a malapena possiamo
definire «high tech», necessita da solo di quasi un milione di componenti
elettronici. All’interno di questo oggetto inutile, dalle finalità mercantili e
burocratiche, si potrebbero ritrovare delle tracce del mondo intero: decine di
minerali estratti e raffinati in luoghi differenti, acidi e solventi arrivati da
ovunque, siti di montaggio e di assemblaggio sparsi su diversi continenti.
Sull’esempio di queste colonnine, da una quarantina d’anni, la vita nei Paesi
ricchi è irrigata da microchip onnipresenti e invisibili. In una brochure
informativa per il grande pubblico, l’associazione europea delle imprese di
semiconduttori (ESIA), si felicita di ricordare che questi ultimi sono
indispensabili «alle cure mediche critiche», «alle infrastrutture idriche»,
«all’agricoltura sostenibile che nutrirà il mondo» (ESIA, Semiconductors :
strategic enabler of everyday life, 2024). Nello stesso documento, essa spiega
che «la fabbricazione di semiconduttori è l’attività di fabbricazione più
complessa che si conosca attualmente. Prima di raggiungere lo stadio del
prodotto finale, un microchip può compiere 2 volte e mezzo il giro del mondo e
attraversare 80 frontiere». Come siamo giunti a questo punto?
Esistono delle tecnologie emblematiche di certe forme politiche. Il telaio
meccanico, per esempio, cristallizza il capitalismo industriale inglese del XIX
secolo: il cotone prodotto in India, le fabbriche tessili di Manchester
alimentate a carbone, le cotonine vendute ai mercanti di schiave e schiavi
africani. Il microchip di silicio, invece, è un puro prodotto dell’egemonia
neoliberale delle potenze occidentali degli anni Duemila. Produrre un tale
oggetto necessita la capacità di ammassare quantità inaudite di capitali in
eccesso (grazie alle riforme neoliberali) e di essere i beneficiari ultimi di
catene di approvvigionamento di una complessità prodigiosa, suddivise su decine
di Paesi. Di fatto, il microchip è la quintessenza del «modo di vita imperiale»
così come lo hanno definito i sociologi tedeschi Brand e Wissen: un quotidiano
in cui gli oggetti più ordinari sono dei prodotti iper-mondializzati fondati su
rapporti di potere asimmetrici.
È la pax americana che ha reso possibili la Silicon Valley e le sue catene di
approvvigionamento tentacolari. Se non fosse esistito questo dominio mondiale,
naturalizzato all’inizio degli anni Duemila al punto di passare per «la fine
della storia», se il mondo non fosse stato questo spazio di libero scambio
comodamente organizzato per rifornire le multinazionali occidentali, a nessuno
sarebbe venuto in mente di digitalizzare le attività umane. Sembra inconcepibile
rendere una società intera dipendente, per la propria sopravvivenza, da un
oggetto che si basa sull’attività di decine di miniere ai quattro angoli del
mondo, superando 80 diverse frontiere prima di raggiungere lo stadio del
prodotto finale. In altri termini: il digitale è una tecnologia imperiale. Cosa
diventa quando l’impero va in frantumi?
Il vento cambia, l’impero occidentale s’incrina e si frammenta. Da qualche anno,
il Pianeta non è più questa comoda base logistica, gestita dalle politiche della
Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per rifornire le
multinazionali occidentali. La Cina, seconda potenza economica mondiale, non può
più essere trattata come un subappaltatore dell’elettronica. Essa ha costruito
dei monopoli sui metalli critici e potrebbe invadere Taiwan, dove è fabbricata
la maggior parte dei microchip del mondo. L’egemonia è finita, con diversi
imperi in concorrenza tra loro per le risorse e i mercati. Convertite al
capitalismo, le classi dirigenti dei BRICS+ (Brasile, Russia, India, Cina,
Sudafrica, Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia ed Etiopia) vogliono
metalli, semiconduttori ecc. per produrre più o meno gli stessi oggetti: auto,
aerei, armi, satelliti, telefoni, schermi e il resto dell’infrastruttura
digitale.
In Europa e negli Stati Uniti le imprese esigono dai loro Stati che le aiutino a
garantire i loro approvvigionamenti in materie prime e in componenti. Che aprano
miniere e industrie, che reindustrializzino i territori da cui queste stesse
imprese hanno traslocato vent’anni fa per aumentare i propri profitti. Nel 2022,
il governo federale degli Stati Uniti ha votato un Chips Act per sovvenzionare
la produzione di semiconduttori nel Paese. Nel 2023, i deputati europei votano a
loro volta l’European Chips Act, una replica della stessa legge il cui obiettivo
è produrre sul continente il 20% della domanda europea di semiconduttori. A
Crolles, nei pressi di Grenoble, lo Stato ha promesso 2,9 miliardi di euro per
finanziare l’allargamento della fabbrica STMicrolectronics, un gruppo
franco-italiano la cui sede è in Svizzera.
Ma è davvero possibile rimpatriare queste catene di approvvigionamento mondiali?
All’interno della classe politica, nessuno sembra porsi tale questione, per
quanto cruciale: si possono produrre dei microchip in un solo Paese o per lo
meno in un solo continente? Non più di quanto ci si chieda se si possono
produrre delle batterie elettriche, delle armi o dei satelliti a partire da un
unico continente. Si tratta di ignoranza, di cinismo? Tutti sembrano aver
dimenticato che l’industrialismo è fondato sull’imperialismo – sugli «scambi»,
come dicono i manuali scolastici. L’industria automobilistica francese si è
costruita con caucciù e rame congolesi, con piombo e cobalto magrebini, nichel
canaco, petrolio mediorientale ecc. Le catene di approvvigionamento di
STMicrolectronics sono oggi mille volte più lunghe, intrecciate e complesse di
quelle dell’impresa Renault degli anni Sessanta. Il fatto che STMicrolectronics,
a Crolles, abbia più di 6000 fornitori diretti fornisce un’idea della
complessità dei processi da cui dipende questo sito gigantesco. Il minimo
microchip di qualche millimetro può contenere decine di metalli differenti:
arsenico, tantalo, titanio, antimonio, gallio… Tuttavia, a destra, a sinistra o
presso gli ecologisti, tutti applaudono questi investimenti sulla «sovranità
tecnologica» chiamati persino «rilocalizzazioni».
Eccoci qui a Grenoble, dove un’intera industria dell’elettricità e
dell’elettronica si è installata da lunga data per beneficiare dell’acqua delle
montagne. Le imprese di semiconduttori impiantate a partire dagli anni Novanta
hanno regolarmente aumentato i loro prelievi di acqua, al punto che in un
decennio il consumo da parte di STMicro è quasi raddoppiato. Con il
moltiplicarsi e l’aggravarsi degli episodi di siccità. Dopo l’estate 2022,
un’estate torrida, il collettivo STopMicro è entrato in scena depositando casse
e casse di bottiglie davanti a EAUX de Grenoble Alpes, la regia incaricata del
servizio idrico della zona. Esattamente 336 litri, tanti quanti
STMicrolectronics e Soitec ne consumano ogni secondo in seguito al loro
allargamento. Da soli, questi due siti inghiottono l’acqua di una città di 400
mila abitanti e l’elettricità di una città di 230 mila abitanti.
La popolazione della ragione è probabilmente inquieta nel veder scomparire le
proprie risorse d’acqua, come la maggior parte di noi. Ma il muro che le
impedisce di contestare questo accaparramento è il consenso politico sulla
«rilocalizzazione». Bisogna pur produrre dei microchip. Meglio produrli qui che
altrove.
Di fatto, se avete ascoltato su France Inter l’intervista a Jean-Marc Chéry,
amministratore delegato di STMicrolectronics, dovreste essere convinte e
convinti che questo consumo d’acqua servirà almeno a produrre dei microchip
«made in France» (trasmissione dell’11 novembre 2021 dedicata a Grenoble). Ci
sono argomenti per tutte le parrocchie politiche: ciò impedirà le penurie che
rischiano di paralizzare l’economia; le condizioni di produzione saranno
migliori a Crolles che presso un subappaltatore asiatico. Rispondendo ai
giornalisti, l’AD ha lasciato intendere che la fabbrica produceva «diversi
miliardi di microchip ogni anno» a partire da una materia prima che sarebbe una
«tavoletta di silicio». Tutto questo è falso.
Era il primo punto del convegno organizzato da STopMicro e dai Soulèvements de
la Terre il 28-29 marzo 2025: spiegare perché le fabbriche di STMicrolectronics
a Crolles e di Soitec a Bernin sono solo una tappa di una catena industriale
estremamente costosa e complessa. Che comincia con l’estrazione di quarzo nei
rari giacimenti di quarzo ad alta purezza che esistono sul Pianeta. A cui
seguono le tappe della metallurgia necessarie alla purificazione di questo
minerale di silicio e che durano diverse settimane. Prima trasformato «in
silicio metallo attraverso l’addizione di carbonio ricavato dal carbone o dal
legno degli altiforni molto energivori»1, viene poi trasformato in polisilicio.
«Il polisilicio viene quindi fuso ancora una volta a temperature elevatissime in
lingotti di silicio monocristallino ultra-puro. Questi lingotti saranno poi
divisi in gallette molto fini (wafers, in inglese)». È solo a questo stadio che
intervengono le fabbriche di Grenoble, le quali ricevono queste gallette e vi
imprimono miliardi di transistor e circuiti miniaturizzati attraverso la
fotolitografia (simile a una foto argentica ma molto più complessa). Al termine
di queste centinaia di tappe che durano diversi mesi nelle camere sterili
dell’Isère, ciò che esce dal sito di STMicrolectronics a Crolles non è ancora un
microchip come oggetto separato. È in altre fabbriche chiamate OSAT o back-end,
spesso collocate in Asia, che questi semiconduttori sono singolarmente separati,
testati e preparati per essere integrati in circuiti elettronici. Malgrado il
suo colossale consumo d’acqua e di elettricità, la produzione realizzata nelle
Alpi non è che una trappa tra decine di altre, suddivise su tutto il Pianeta.
Una volta stabilito che la costruzione o l’allargamento di una fabbrica di
semiconduttori non può cambiare la natura mondializzata dell’elettronica, il
secondo punto di questo convegno era smontare il multistrato di forme di dominio
contenuto in questo oggetto così minuscolo. In quanto tecnologie imperiali, i
semiconduttori sono dei microcosmi. Attraverso i milioni di tappe e di sostanze
che ne permettono l’esistenza, offrono un’istantanea mondiale delle devastazioni
dell’industria, delle dinamiche coloniali e neocoloniali. È il caso, per
esempio, dello stato di guerra permanente nella parte est della Repubblica
democratica del Congo, di cui ci parlano David Maendha Kithoko e Fabien Lebrun.
Questa regione del Kivu dove vengono sfruttare numerose miniere artigianali di
tantalo e di stagno (utilizzati nei condensatori e nelle saldature delle schede
elettroniche) si è infiammata già agli albori della rivoluzione informatica. Le
manovre delle grandi potenze per beneficiare di questa economia di guerra hanno
alimentato fino ad oggi il reclutamento dei bambini per la guerra e per le
miniere, gli stupri, i massacri e le deforestazioni. Parallelamente,
l’espansione dei mercati delle batterie per le auto, i datacenter e gli
apparecchi digitali hanno scatenato una corsa ai giacimenti di litio sulle Ande,
in particolare nel Nord dell’Argentina, dove decine di comunità autoctone
resistono al proprio sradicamento. È quello che ci raccontano Roger Moreau da
Salinas Grandes e Azul Blaseotto, venuta da Buenos Aires.
Cosa vediamo ancora in questi microchip di cristallo? Possiamo vedervi riflessi
i movimenti meccanici e ripetitivi degli operai e delle operaie dell’elettronica
in Cina e in India, raccontati da Agnès Crépet, che studia questa industria da
dieci anni all’interno dell’impresa Fairphone. O ancora vedervi scintillare le
acque cristalline dei laghi delle comunità innu e inuit nell’estremo Nord del
Quebec, e immaginare la collera degli abitanti del porto di Sept-Îles di fronte
a un progetto di estrazione di terre rare da giacimenti radioattivi. Marc Fafard
ha attraversato l’Atlantico per venire a raccontare l’eterno ritorno di queste
imprese minerarie nella regione. Esse puntano questa volta ad estrarre del
gallio, il metallo di cui sono fatte le nuove generazioni di microchip, le cui
performance continuano a raddoppiare ogni due anni, in conformità con la legge
di Moore [secondo la quale il numero di transistor su un microchip raddoppia
circa ogni 18 mesi] che le potenze economiche fanno implacabilmente rispettare
nel mondo.
A partire da tutti questi racconti, si comprende facilmente che più lasciamo le
imprese disseminare schede elettroniche in tutto ciò che ci circonda, più
aumentano gli accaparramenti e le intossicazioni – a Crolles, a Salinas Grandes,
a Sept-Îles e altrove – ma anche il rischio sempre più evidente di guerra tra
potenze economiche rivali. È per mettere le mani sui giacimenti di terre rare e
altre miniere indispensabili al digitale che l’amministrazione Trump minaccia di
occupare la Groenlandia. È per procurarsi il petrolio necessario alla corsa
all’IA e all’armamento ch’essa attacca il Venezuela. In questo mondo dominato
dall’industria del digitale, per via degli usi e degli oggetti che impone, ogni
potenza economica avrebbe bisogno di almeno due continenti per accaparrarsi le
risorse. Sono i tassi di crescita di questo settore che ci incarcerano ogni
giorno di più in questo tunnel hyperloop in fondo al quale c’è la guerra. Di
ritorno, questo orizzonte di scontro ineluttabile rafforza ancora la crescita
del digitale, diventato il sistema nervoso delle tecnologie militari
contemporanee.
Così, che sia promossa dalla Cina, dagli Stati Uniti o dall’Europa, la
«sovranità tecnologica» non designa affatto una ricerca di autosussistenza il
cui corollario sarebbe di lasciare in pace il resto del mondo, una forma di
autosufficienza tecnica e materiale. La «sovranità tecnologica» indica in realtà
il rafforzamento imperiale e la corsa all’armamento. Il terzo punto di questo
convegno e della manifest’azione che ne è seguìta è quindi davanti a noi, e per
molto tempo. Piuttosto che credere alle favole per bambini dell’«industria
rilocalizzata», dobbiamo far cessare la condizione di dipendenza generalizzata
che si rafforza con ogni nuovo servizio digitale: la scuola degli schermi, la
tele-medicina, i cervelli alimentati con l’IA e così via. Queste imprese
all’apparenza onnipotenti hanno delle vulnerabilità: il rischio di disaffezione,
la rivolta degli utenti contro la colonizzazione della vita da parte di queste
tecnologie potrebbe esserne una, se delle iniziative tanto ricche quanto festose
come quelle di Grenoble si moltiplicassero. In una prospettiva più realistica,
l’altra vulnerabilità evidente è precisamente ciò che il lavoro di STopMicro ha
contribuito a mettere in luce: la crescente fragilità delle sue catene di
approvvigionamento man mano che il contesto geopolitico si fa più volatile. Esse
potrebbero essere destabilizzate dalla molteplicità dei conflitti e delle
resistenze che hanno scatenato, dalle miniere fino ai data center, se la
solidarietà internazionale riuscisse ad amplificarle e a unirle come altrettanti
anelli.
1. Questa e le citazioni successive sono tratte da Combien de tours du monde
faut-il pour fabriquer une puce « made in France »? [Quanti giri del mondo
servono per fabbricare un microchip “made in France”?], l’intervento del
Collettivo STopMicro che apre Anatomie d’une puce.
Il CPR viene spesso presentato quasi in opposizione al carcere più che in
continuità, e molto spesso proprio da chi cerca in qualche modo di evidenziarne
l’illegittimità senza mettere realmente…