Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due
testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria
tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il
presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del
colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di
un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare
per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole
farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma
una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché
«imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo
uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di
queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza».
Qui in pdf: Darwish
Silenzio per Gaza
Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di
morte, non si tratta di suicidio.
È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.
Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione.
Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio.
È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico.
Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal
filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e
attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non
smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne
interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa,
perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla
fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il
tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma
li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma
un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente
diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza
all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita
all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o
dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della
propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza
e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno
d’immagine.
Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo
bilancio.
Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo
sangue.
Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il
sangue, il sudore, le fiamme.
Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di
commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue.
Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la
gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio
sia per i nemici che per gli amici.
Gaza non è la città più bella.
Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe.
Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo.
Gaza non è la città più ricca.
(Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando,
braccia a noleggio.)
Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una
nazione.
Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più
disgraziata,
la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo
del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza
infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte
queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore
tra tutti noi.
Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la
bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo
cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci
siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo
vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico
aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni.
Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla
scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando
ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i
nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se
rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei
ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha
cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza
nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri
attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno
forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa
e di pianti per le case perdute.
Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari.
(Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.)
Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa
benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto
della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello
dell’insegnante con gli allievi.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla
firma né al marchio di nessuno.
Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza.
Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento
mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un
sorriso stampato.
Lei non vuole questo, noi nemmeno.
La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa
bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la
fragranza femminile delle nostre canzoni.
Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.
Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi.
La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la
distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di
spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese
che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando
sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e
dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e
dissenso, morte e dissenso.
I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su
una piccola isola.)
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza
dichiara che merita di vivere.
Andando straniero per il mondo
A tarda notte il mondo va a dormire.
È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni
della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre
asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via
chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar
Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a
calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente
ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono
capaci di crescere.
A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha
avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità.
Così dorme il mondo.
Così si sveglia il mondo.
Così mi dimentica.
Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando
sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte.
Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha
ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo,
ho cercato di entrare.
“Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?”
“La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.”
“Dove mi hai visto la prima volta?”
“Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e
tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la
tranquillità?”
Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando
me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco.
L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata
alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità.
Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto
rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e
gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina
in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua
solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato
farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato
la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali
dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi.
Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi
saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla
radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza.
Così il mondo va a dormire e mi dimentica.
“Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.”
“Chi l’ha svegliata? Chi è stato?”
“Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.”
“Da dove soffia?”
“Da ogni direzione, dalla patria.”
“Chi ha insegnato loro questo termine desueto?”
“Poeti che cantano al suono del rababa.”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.”
“Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?”
“Ferventi rivoluzionari”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.”
“Chi ha insegnato loro questo termine?”
“L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?”
“Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.”
“Che facciamo?”
“Uccidiamo la memoria.”
Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato
fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un
giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se
avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso
spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in
passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel
Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba
atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena
dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è
saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in
nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano
generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un
connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi
e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto
rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal
globo terrestre perché sono io il terrorista.
Che cosa faceva il mondo?
A tarda notte andava a letto e dormiva.
Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri
del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti?
Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è
che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione
per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i
propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di
combattere per la propria libertà.
Cos’è l’opinione pubblica internazionale?
Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo
termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di
comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie.
Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la
coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e
falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale
occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto
dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione
ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere
schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa
“opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro
sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi.
Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono
che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo
barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa
domanda?
Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far
tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole
giocare e bere.
“Perché svegli il mondo?”
“Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.”
“Perché non muori in silenzio?”
“Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.”
“E una morte urlata?”
“È una causa.”
“Sei venuto a dichiarare la tua presenza?”
“Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.”
“Perché uccidi?”
“Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.”
“Vai all’inferno.”
“Vengo dall’inferno.”
Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?”
“Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono
accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno
esplosivo?”
“Cacciatelo dal cerchio del mondo.”
“Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.”
“Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.”
“Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di
tragedia, rabbia ed esplosione.”
“Un terrorista?”
“Sì, un terrorista disperato.”
Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della
morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero
un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la
disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare
la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di
suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza,
questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba
protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba
liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora
morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia
schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me
chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del
mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone
e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per
la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale
asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una
paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi.
Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i
bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io
mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di
uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa
dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi
ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre.
Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo:
terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il
mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una
pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia
madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo!
Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò,
so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So
che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete
dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo.
Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da
letto.
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La risposta nella città di Minneapolis alla violenza dell’Immigration and
Customs Enforcement (detta ICE), sta riuscendo a mettere in difficoltà le
incursioni delle milizie federali impegnate nei rapimenti e nelle…
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei
palestinesi in Italia
Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi,
Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati
sono stati assolti.
Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano
state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh.
Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro
rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di
terrorismo).
Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne
rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità
dell’impianto accusatorio.
Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente,
erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato
associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della
Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2
del carcere di Melfi.
Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle
richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate
dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio
difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a
questo processo.
Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava
questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa
giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di
Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio
è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la
causa palestinese.
Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze
dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta
alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano
Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito
dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di
drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per
influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a
delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli
imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed
appoggio.
Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si
trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza
che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per
questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente
significativa.
Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad
istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di
provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli
apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della
Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato
i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo
anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è
l’espressione di una precisa volontà politica.
Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di
inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I
casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un
richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in
Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di
accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto
recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea
di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova
e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla
chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al
mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno
dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia).
Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo
successivamente
riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo
all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al
ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA).
In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le
autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e
quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo
per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare
come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di
verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la
tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi
elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti
in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una
diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento
fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della
Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan
ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni
israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia
militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi
trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano
che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro
popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte
Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un
tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo
processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero
sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare
israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?»
Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani
saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino».
Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo
Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è
un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e
non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al
seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto
internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta
evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione
dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i
rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli
interessi economici che legano Italia ed Israele.
Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i
sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante
pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e
l’Europa non sono luoghi sicuri per voi.
In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si
correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del
loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere
liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una
parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire
organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che
vengono scientemente fatte morire di fame e freddo.
Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il
suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo
da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un
passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con
la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo
effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo
combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini.
Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed
Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato
si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia,
le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono
le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello
Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire
l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis.
La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo
capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha
dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi
convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi
interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di
antisionismo con quello di antisemitismo.
Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione
«Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano
sommamente ipocrite.
Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i
palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo
incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria
Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i
cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per
crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre
possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno
li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per
difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate
al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di
circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno
materiale possibile.
Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di
gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA
hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento
del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre
più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di
sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale
padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement
Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense
che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento
utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di
guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed
impossessarsi delle loro risorse.
Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti
della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo
dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali
di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco
militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima
operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha
l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare
nella propria sfera di influenza.
Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo
analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità
con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della
magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi
politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di
stampo coloniale.
Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle
nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni
repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che
hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra.
La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la
ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale,
che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura
di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina.
La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti
episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un
orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un
fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono
emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine.
La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici
forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è
solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di
strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario.
Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici,
omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie
pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione,
attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo
dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso
avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di
questi strumenti offensivi.
L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto
di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari,
per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei
conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di
reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di
beni stranieri.
Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte
quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in
quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere
sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da
cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da
un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere
contro chi detiene il potere.
Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono
l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la
limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare
rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure
d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce
l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei
disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione
degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di
sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto
sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente
l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce
giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i
movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la
Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di
conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i
diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa
aggressione.
Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i
palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il
blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per
affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta
perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa
organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per
uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando
con questa operazione le fantasie più distopiche.
In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione
degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e
manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che
prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa
una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto
la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la
modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione
volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche
un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che
certo non rispettavano la fila…
Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha
sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese
(A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola
d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui
è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si
tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la
sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno
parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere
distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima
necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La
chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un
atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di
Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie
da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio.
Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e
dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere
coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che
siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del
loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a
spada tratta.
Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi
ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire
diversi aspetti che ci legano ad esse.
C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora.
Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la
punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non
siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a
sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare
per noi.
Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza
palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed
il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso
anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche
questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale
all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo
passivo, ma sono parte in gioco.
I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti
della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il
maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro
progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di
Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto
lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e
umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque.
Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina
assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno
dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente
delle cose.
In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla
guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di
sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e
accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per
affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed
autodistruttive della società capitalista.
Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla
repressione.
Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a
Torino
Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action
Per una Palestina libera in un mondo libero.
Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali
In vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali
sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso.
Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di
Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli)
della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni
monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di
sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste,
l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca,
dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza.
Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione
e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli
del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione
del movimento “Donna, Vita, Libertà”.
Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran!
Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta!
Contro i padroni di casa nostra!
Qui in pdf: Materiali Iran
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Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai
Consigli!”
“Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo
iraniano”.
Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle
nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi,
lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue:
Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche
di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai
lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati
fantoccio del regime.
Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di
salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per
gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra
protezione.
Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non
diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i
nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie.
Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi
industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra
contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le
fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere.
Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve
essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah
è finito. Tutto il potere ai Consigli!”
(*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti
impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della
produzione di macchine per l’industria.
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Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di
Teheran e delle Periferie
Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente
la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da
disuguaglianze, corruzione e ingiustizia.
Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e
la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone
oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie.
Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e
soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i
licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in
prima linea in queste lotte.
Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle
Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti,
consapevoli e organizzate.
Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei
lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né
affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo.
Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di
organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non
dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli
interessi delle classi dominanti.
Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o
sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati
Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società
civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la
continuazione della violenza e della repressione da parte del governo.
Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non
attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai
diritti del popolo iraniano.
Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e
sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno
ordinato e perpetrato l’uccisione di persone.
Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe.
=============
Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati
nel loro undicesimo giorno.
Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di
polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno
continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.
Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di
25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati
arrestati.
Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini,
sono stati uccisi.
Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401
(settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza
per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti
e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.
Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un
futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà,
l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana.
Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e
inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da
disuguaglianza, corruzione e ingiustizia.
Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la
partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli
oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e
autoritarie imposte dall’alto.
In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti,
donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i
licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste
lotte.
Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani
sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e
organizzate.
Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via
verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede
nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere,
né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere.
Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di
organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello
nazionale.
Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di
lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti.
Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o
sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati
Uniti e Israele.
Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e
all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la
continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il
potere.
L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non
attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti
del popolo iraniano.
Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e
sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno
ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti.
Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe
La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione
7 gennaio 2026
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed
esterni – Collettivo Roja (*)
(*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto
di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla
spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022
– di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”.
https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives
https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja
Aggiornamento, 9 gennaio
Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto
giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento –
soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo
giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei
negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai
partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade
e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso
dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un
osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46
città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano
mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della
polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti,
spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per
molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979.
La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica
vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale
shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di
dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli
omicidi.
Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la
Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente –
si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse
appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi
emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza,
comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una
transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento
senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela.
I. La quinta insurrezione dal 2017
Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste
diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle
strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si
tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi,
l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema
politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la
maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne,
le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal
crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal
collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi
della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e
cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno
2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento
drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale
costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo
è rivendicare migliori condizioni di vita.
Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste
iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con
la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del
carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta
degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha
raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha
posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali
delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti.
L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione
sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di
proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con
sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al
governo.
II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne
Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne
sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al
Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti”
— ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti
pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro
soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo:
usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o
in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025
hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi.
Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva
già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui
social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del
sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la
guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini
occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una
rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una
campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e
alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela
la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere
mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una
reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo
gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e
ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di
sicari statunitensi e israeliani.
Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”,
che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una
maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste
sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco
sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso
la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto
orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività
politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità
discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria
popolazione.
“Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per
riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di
anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe
scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna
lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un
“pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero
altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e
solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei
governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica.
Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle
proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La
corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione
iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il
pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia
popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento
e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane.
Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che
sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno
sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando
frontalmente l’apparato repressivo.
Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la
violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di
sollevarsi contro di essa.
Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e
paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni:
vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di
un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si
paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo
orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della
Repubblica islamica.
III. La diffusione della rivolta
Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo
inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di
telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in
un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati,
venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran.
La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle
università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono
diventate l’epicentro di questa ondata di proteste.
Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica.
Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati:
giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti.
Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar
(l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e
simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come
“piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime
risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta
era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti
riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si
affrettarono a liquidarla come reazionaria.
Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine
non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto
riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche
qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri
urbani in tutto il Paese.
IV. La geografia della rivolta
Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni
marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e
del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan,
Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak
di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla
Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della
guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione
ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli
Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è
stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per
Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian
Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza
durante l’insurrezione del 2022.
Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era
espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle
proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la
loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa.
Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise
dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e
fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan
e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah).
Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70
minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la
violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di
sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i
feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il
bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si
approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali.
La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle
città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che
vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e
Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione
e repressione.
Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie
istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del
“freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di
spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar,
università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più
lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza.
V. L’impatto della guerra dei dodici giorni
Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di
compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora
più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili
iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello
spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di
deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca
incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale
produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone
attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento
sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica
tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza.
La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni
statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del
Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi
petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando
l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio.
Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre,
quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso
circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale”
del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello
sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il
basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta
nazionale.
Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia,
esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera
è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che
trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del
petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e
immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati.
Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno
di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo
delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita
quotidiana delle persone.
Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati,
lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro,
il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta
“ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato
e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato
stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione
diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei
profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una
ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe,
l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle
sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi.
Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale
organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni:
una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione
legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la
liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra.
I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e
all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della
Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione
finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo
occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e
trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a
vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe,
insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione
globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso
la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti
industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso
viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria
che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e
del petrolio.
VI. Le contraddizioni
Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per
il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo
stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della
Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e
pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche
amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la
vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il
principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International,
divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio
annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari,
finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e
Israele.
Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione
tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di
organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione
sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia
— visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del
2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza
precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci,
che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e
anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene
rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione
nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da
Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo
unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere
successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero.
Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno
spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista,
approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione
politica dei popoli dell’Iran.
La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di
un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una
vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un
discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla
repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo
reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di
sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come
libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente
appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente
progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono
persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente
qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica.
Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica
Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e
modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica
degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi”
rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e
su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme
di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le
regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono
in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione
contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente.
VII. L’orizzonte
L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una
delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano
internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse
della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni
ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della
crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova
esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se
l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa
congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire
la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella
repressione.
Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica
collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per
Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di
proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale
dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti
locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e
connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e
cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non
è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà
anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale
alternativa.
Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere
appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che
strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o
interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia
appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che
lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più
razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla
Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente,
ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa
di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché
provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla
gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con
le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata
l’autodeterminazione.
Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista
di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via”
astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi
e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da
leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi
l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli
all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio —
interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a
partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità
indipendenti.
Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe,
anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia
organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per
riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione
sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità
con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il
movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di
destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei
monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex
riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei
cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione.
Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può
contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre
l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”,
prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le
forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco
politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il
dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega
l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la
Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in
nome della lotta contro un nemico esterno.
Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979:
Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio
Il 27 dicembre un’operazione della DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e
Antiterrorismo) ha effettuato 9 arresti e diverse perquisizioni ai danni di
persone palestinesi e arabe nelle città di Genova, Firenze…
La seconda di una serie di puntate di Harraga – trasmissione in onda su Radio
Blackout ogni venerdì alle 15 – in cui proviamo a tracciare un fil rouge che…
Cosa chiediamo a un testo? Non necessariamente che sia condivisibile, ma che
affronti delle questioni importanti e che nel farlo offra una buona base di
discussione. È il caso, ci sembra, di questo contributo che abbiamo tradotto. Al
di là dei foucaultismi e dei “tiqqunismi” che contiene, e malgrado qualche
ambiguità che lo caratterizza, questo testo illustra con una certa precisione la
fase storica in cui siamo entrati e – cosa non molto frequente – cerca di
analizzare le innovazioni organizzative sperimentate dai movimenti di rivolta
degli ultimi tempi. Alla fine del testo troverete un nostro commento.
Qui in pdf: Rivolte senza rivoluzione-Per delle iperboli esatte
Rivolte senza rivoluzione*
di Adrian Wohlleben
tratto dal sito statunitense illwill.com
I. L’èra delle rivolte non è finita
Coloro che cercano una scienza rivoluzionaria del presente devono prepararsi
alla delusione. Non esiste alcuna bussola per navigare nei nostri mari
tumultuosi, alcuna chiave universale o formula magica capace di raddrizzare la
nostra nave e collocarci senza equivoci sulla via della rivoluzione. L’oscurità
del nostro orizzonte è più profonda di tutto ciò che abbiamo conosciuto nelle
nostre vite. Tuttavia – anche se si potrebbe perdonare ai nordamericani di
pensare il contrario – i movimenti non mancano: su scala mondiale, le onde si
alzano e s’infrangono a un ritmo così stordente che diventa impossibile seguirne
tutte le manifestazioni, anche per coloro che vi si dedicano.
Soltanto gli ultimi sei mesi hanno visto disordini massicci in Turchia,
Argentina, Serbia, Kenya, Indonesia, Nepal, Filippine e Perù. Prima di questo:
Bangladesh, Georgia, Nigeria, Bolivia… e la lista è sicuramente incompleta. In
ogni circostanza, delle mobilitazioni che riuniscono decine di migliaia di
persone hanno portato a crescenti scontri con le forze dell’ordine in diverse
città, provocando delle crisi nazionali di sicurezza. Questo mese, il presidente
del Madagascar ha sciolto il governo in risposta a tre giorni di manifestazioni
sanguinose guidate dalla “Generazione Z” contro le interruzioni d’acqua e di
elettricità e contro la corruzione politica, sventolando la stessa bandiera
pirata One Piece agitata in Indonesia o in Nepal [1].
Nel momento in cui scrivo queste righe, scoppia una nuova rivolta in Marocco: le
manifestazioni di massa si trasformano in undici città in sommosse feroci e in
scontri violenti. A questo si aggiungono delle sequenze precedenti ancora in
corso, come la guerra civile in Myanmar, in cui gli insorti continuano ad
avanzare sottraendo città intere alla Giunta.
Insomma, anche se la pandemia mondiale di Covid-19 è sembrata a certi teorici un
complotto destinato a schiacciare l’ondata di rivolte del 2018-2019, questi
timori, come gli Americani hanno scoperto fin dal maggio 2020, erano infondati.
Malgrado un affievolimento tra il 2021 e il 2023, l’ultimo anno e mezzo conferma
che la nuova «èra delle sommosse» [2] (così chiamata nel 2011 dal gruppo
comunista greco Blaumachen) è lungi dall’essersi conclusa.
Il compito di riflessione è doppio: situare queste rivolte nelle rotture
storiche di cui sono testimonianza, e identificare le loro potenzialità ancora
incompiute rintracciando le fessure tra le pratiche che le compongono.
II. L’ordine neoliberale sta finendo, ma nessun nuovo regime l’ha ancora
rimpiazzato. Tutte le forze sono spinte su un piano strategico
Benché sotto il cielo non ci sia altro che caos, non si può dire che la
situazione sia eccellente.
Viviamo in un interregno. Da quasi due decenni, l’ordine neoliberale mondiale
del capitalismo finanziario – installatosi negli anni Ottanta e diffusosi
ovunque negli anni Novanta – è minato da persistenti crisi dei tassi di
profitto. Incapaci di assicurare la crescita attraverso i soli mezzi del
mercato, i partiti politici si trovano di fronte a una scelta: esseri battuti
alle prossime elezioni da oppositori che promettono essi stessi una crescita che
nemmeno loro possono garantire; oppure garantire i profitti attraverso strategie
extra-economiche fondate sulla guerra, sul saccheggio, sulla conquista e sullo
spossessamento. A partire dalla crisi finanziaria del 2008, il ciclo di
accumulazione non può più funzionare secondo le proprie regole interne, poiché i
suoi «impasse e blocchi (…) esigono l’intervento di un ciclo strategico fondato
sui rapporti di forza e la relazione non-economica amico-nemico» [3].
Per esempio: qual è il piano di Trump per «mettere in sicurezza» l’economia
americana grazie alla reindustrializzazione? Attraverso una combinazione di
minacce economiche e militari (tariffe per alcuni, invasioni per altri),
l’obiettivo è quello di costringere i Paesi alleati a investire nelle fabbriche
situate negli Stati Uniti. Come ha esplicitato il segretario al Tesoro Scott
Bessent in un’intervista a Fox News nel mese di agosto [4], in cambio della
«riduzione di certe tariffe per gli alleati», il Giappone, la Corea del Sud, gli
Emirati Arabi e altri Paesi europei «investiranno nelle imprese e nelle
industrie che indicheremo loro – ad ampia discrezione del presidente». In altri
termini: la stabilità americana sarà acquisita tramite intimidazione economica e
ricatto militare.
III. Le sollevazioni contemporanee, come i neo-autoritarismi, sono i sintomi
del crollo del capitalismo neoliberale
È in questo contesto che bisogna collocare l’ondata di sollevazioni mondiali
cominciata con i movimenti delle piazze e la Primavera araba (2010-2012), ma
anche la reazione neo-autoritaria che hanno generato – da Trump e Bolsonaro a
Duerte, Orbán e Savini [5].
Se le rivolte sono animate maggioritariamente da giovani e lavoratori poveri, in
collera per l’estrattivismo neoliberale e la confisca di opportunità da parte di
élite definite «corrotte», condizioni che spingono molti giovani a concepire
come sola strada per il futuro il lavoro all’estero, i fanfaroni neo-populisti
traggono il sostegno da una piccola borghesia sempre meno mobile, ansiosa per la
crisi di crescita e le sue ricadute sempre meno ampie sui propri privilegi a
lungo acquisiti.
Nella misura in cui la crisi di crescita si aggrava, il ciclo strategico
necessario per sostenere il mercato si separa progressivamente da quest’ultimo:
in alto, i deficit commerciali sono «risolti» con l’intimidazione, la guerra o
il saccheggio; in basso, le tensioni sociali, anche modeste, sfociano
direttamente nelle rivolte. Queste due dinamiche appaiono come indissociabili.
Ogni mese l’estrema destra conquista terreno elettorale; ogni settimana una
nuova ondata di sommosse incendia commissariati, blocca strade, occupa piazze,
saccheggia palazzi e affronta i capi di Stato.
IV. Il ritorno del piano strategico non è una rottura con le istituzioni
liberali ma vi passa attraverso
A questo stadio, bisogna evitare sue confusioni. La prima consiste nel credere
che il momento presente equivalga a un rifiuto totale degli ordini giuridici e
politici liberal-democratici che l’hanno preceduto. Molti liberali hanno cercato
di presentare le politiche interne dell’amministrazione Trump come sovversione
delle norme e procedure democratiche, le quali dovrebbero di conseguenze essere
difese. In realtà, è vero il contrario. Ciò che distingue i «nuovi fascismi» da
quelli del passato non è il loro emergere dentro il quadro della democrazia
liberale – questo era già il caso per i loro predecessori del XX secolo.
Piuttosto (come hanno sostenuto di recente alcuni compagni del Cile) «hanno
saputo perfezionare delle politiche fasciste e permettere il loro sviluppo
all’interno di un quadro democratico, al punto da saper edificare un’industria
fondata sul crimine e sull’insicurezza come giustificazioni alla pianificazione
di queste politiche» [6].
Ogni riconoscimento autentico di questo esigerebbe che le critiche rivolte alle
tendenze fascisteggianti dell’amministrazione Trump siano accompagnate da una
critica approfondita della democrazia stessa; mentre la sinistra progressista
persiste nella sua credenza erronea nell’opposizione totale tra democrazia e
fascismo. Allo stesso tempo, tuttavia, il fatto che i fascismi latenti
s’appoggino su quadri giuridici preesistenti non deve farci credere che oggi un
ritorno alla democrazia liberale sia ancora possibile. I sostenitori di Zohran
Mandami che s’immaginano di aver «rimesso l’auto nella buona direzione» non
fanno che andare fino in fondo nella parodia. In realtà, la dipendenza
transitoria del fascismo rispetto alla democrazia liberale costituisce solo il
prerequisito necessario per riflettere su ciò che deve avvenire dopo.
V. La sola certezza condivisa: la necessità di un salto
Il fatto di vivere in un interregno – tra un ordine morente e un altro che non
si è ancora stabilizzato – significa che la sola certezza condivisa da tutte le
forze in campo è che ci troviamo nel mezzo di una rottura, e che le
contraddizioni del nostro presente non possono essere risolte con l’aiuto degli
strumenti e delle procedure delle istituzioni che ci hanno condotto qui, anche
se queste istituzioni sussistono oggi ancora sotto certe forme.
Ciò che è necessario, è un «salto fuori della situazione» [7].
Il bisogno di questo salto si fa sentire ovunque, talvolta in maniera confusa,
talaltra in maniera cosciente. Questo salto si sta già preparando e abbozzando
intorno a noi; esso spiega l’audacia stupefacente che sorge in tutti gli angoli
della società, dagli attentati «gamer»** al cinismo animale del genocidio
israeliano a Gaza, fino ai giovani nepalesi e alle classi popolari che, in
rappresaglia contro i 21 manifestanti abbattuti dal loro governo l’8 settembre,
in un solo giorno hanno incendiato la Corte suprema, il Parlamento, la residenza
del Primo ministro, quella del presidente, così come decine di commissariati,
supermercati e una sede mediatica, rovesciando un governo «in meno di 35 ore»
[8].
È questo salto – di cui già si sentono ovunque le scosse – che dobbiamo pensare,
organizzare e spingere verso una rottura irreversibile con il dominio
dell’economia.
VI. Le rivolte contemporanee producono nella migliore delle ipotesi una
coscienza del capitale, ma non il suo superamento
In una società in cui le riforme costituzionali possono essere ottenute soltanto
attraverso la rivolta, la questione del loro rapporto con la rivoluzione deve
essere considerata.
Le rivolte sono dappertutto, ma – ad eccezione forse della guerra civile in
Myanmar (il cui esito resta incerto) – la gran parte di esse, stupefatte dalla
vittoria contro le forze dell’ordine, finiscono con il reclamare né più né meno
che un ritorno negoziato allo status quo. Tale schema era già chiaramente
visibile durante la sollevazione del 2022 in Sri Lanka:
«Le lotte sono spesso sconfitte non dallo Stato, ma dallo choc delle proprie
vittorie. Raggiunta una certa ampiezza, i movimenti hanno la tendenza a
conseguire i propri obiettivi più rapidamente di quanto avrebbero potuto
aspettarsi. La caduta del regime Rajapaksa si è prodotta così velocemente che
nessuno ha preso seriamente in considerazione il seguito. La finestra aperta dal
movimento si è richiusa in fretta e l’aria soffocante della normalità ha ripreso
tutto lo spazio nella stanza» [9].
Uno dei limiti fondamentali delle rivolte contemporanee attiene all’ambito
stesso della lotta, che tende a interpretare le penurie della sussistenza come
il semplice riflesso della corruzione, dell’austerità e del clientelismo [10].
Questa cornice, che non mette in discussione il capitalismo stesso ma soltanto
la sua (cattiva) gestione, sfocia inevitabilmente in un semplice rimescolamento
delle carte:
«Le critiche della corruzione forniscono una falsa immagine delle capacità
effettive di azione di cui dispone lo Stato nelle crisi economiche e sociali,
come se potesse evitare, se solo lo volesse, di mettere in campo politiche di
austerità… Dopo la caduta del regime, la gente si trova ad affrontare il fatto
che la logica strutturale della società capitalistica resta in piedi. I governi
usciti dalla rivoluzione si trovano ad applicare misure di austerità del tutto
simili a quelle che inizialmente avevano scatenato le proteste» [11].
Da un lato, ci si potrebbe aspettare che tali fallimenti contribuiscano a far
emergere una critica più sistemica del capitalismo, allo sviluppo della
«coscienza di classe», nella misura in cui «l’unità essenziale degli interessi
della classe dominante» diventa evidente per chiunque vi presti attenzione.
Tuttavia, come osserva Passad:
«… sarebbe forse più corretto pensare allo sviluppo di una coscienza del
capitale. Affinché la sollevazione si spingesse oltre, sarebbe stato necessario
ch’essa affrontasse l’incertezza di sapere come il paese avrebbe potuto nutrirsi
e vivere mentre la sua relazione con il mercato mondiale era interrotta. Dopo
tutto, è soltanto attraverso e dentro la società capitalistica che i proletari
sono in grado di riprodurre la propria forza lavoro».
In altri termini, se una rivolta non arriva ad affrontare il problema di una
rottura rivoluzionaria nel momento in cui l’ordine è sospeso, la lezione
interiorizzata rischia di essere quella della legge di ferro dell’economia: i e
le partecipanti diventano coscienti del capitale come costrizione immediata
sulla vita, ma incapaci d’immaginarne il superamento [12].
VII. Le rivolte hanno prodotto forme alternative di autorganizzazione – senza
comprendere la loro portata
Negli anni Cinquanta, il filosofo tedesco della tecnica Günther Anders
descriveva ciò che chiamava un «dislivello prometeico», apparso nelle società
industriali, che operava un rovesciamento del rapporto classico tra
immaginazione e azione. Laddove l’utopismo si basava sull’idea che la nostra
immaginazione oltrepassi ciò che esiste, proiettandosi al di là dell’attualità,
Anders sostiene che oggi accade l’inverso: con l’invenzione della bomba
nucleare, è emerso uno scarto prometeico nel quale gli atti fattuali eccedono
ormai la facoltà dei loro agenti a immaginarli, a pensarli o a sentirne il peso.
Non siamo capaci di comprendere – ancor meno di assumere – ciò che stiamo già
facendo [13]. Siamo diventati degli «utopisti al contrario», incapaci di
contemplare l’ampiezza o le ripercussioni delle nostre stesse pratiche. Siamo
più piccoli dei nostri atti, i quali dissimulano in se stessi qualcosa
d’insondabile. L’immaginazione non solo non riesce più a superare il presente:
essa fallisce persino nel cogliere l’attualità [14].
Un fenomeno analogo può prodursi nelle lotte politiche. Anche quando perseguono
degli obiettivi riformisti, i partecipanti compiono talvolta delle svolte la cui
radicalità reale resta inavvertita, soprattutto quando tali svolte non possono
essere integrate nei concetti e nelle categorie adottati fino a quel momento
dalla lotta. Gli insorti sono quindi incapaci di trarre tutte le implicazioni da
ciò che stanno già facendo; né riconosceranno necessariamente queste spinte nei
cicli di lotta successivi al fine di spingerli in una nuova direzione. È in
questo scarto tra la pratica e la riflessione, tra i mezzi e i fini, tra le
punte più avanzate di un ciclo e quelle che emergono nel successivo, che la
teoria può giocare un ruolo di appoggio, facendo emergere l’eccedente nascosto
nelle pieghe della storia, la sua Entwicklungsfähigkeit [capacità di sviluppo]
[15].
Il movimento dei Gilet gialli è stato in tal senso esemplare. Tra le sue varie
innovazioni, si possono evidenziare due punte avanzate. Per prima cosa, benché i
suoi elementi catalizzatori siano stati delle pressioni sociali già note –
aumento del costo della vita, abbassamento della mobilità sociale, tagli ai
servizi pubblici ecc. –, l’organizzazione della rivolta ha aggirato le categorie
tradizionali d’identificazione politica e d’identità sociale grazie a un gesto
semplice e riproducibile d’auto-inclusione: per unirsi al movimento era
sufficiente indossare il gilet e fare qualcosa. In tal modo il movimento ha
superato d’un salto il problema trotzkista della «convergenza» tra movimenti
sociali costruiti nella separazione (studenti, lavoratori, immigrati ecc.). Ogni
lotta politica richiede un certo grado di formalizzazione per delimitare
l’appartenenza; ora, l’uso di un oggetto quotidiano come un gilet ben visibile –
o un ombrello – garantiva il fatto che la forza di combattimento fosse definita
dalle iniziative contagiose che diffondeva e non in riferimento a un gruppo
sociale specifico autorizzato a rappresentarla. Ciò ha permesso ai Gilet gialli
di aggirare un meccanismo centrale della governamentalità: la cattura delle
nostre identità sociali per contenere gli antagonismi nei circuiti istituzionali
(politiche universitarie, conflitti di lavoro ecc.). Dai «frontliners» di Hong
Kong ai «terremoti dei giovani» [youthquakes] d’oggi, riuniti sotto il sigillo
impersonale di una bandiera pirata in stile manga [16], le rivolte scoppiano
ormai come dei contagi virali, come dei mème che favoriscono sperimentazioni più
aperte e riducono i rischi di recupero. Tuttavia, incapaci di riconoscere la
potenza delle loro stesse innovazioni, i Gliet gialli sono ricaduti
nell’immaginario della Rivoluzione francese e del suo ondivago significante, «il
popolo», spingendo molti a confondere l’innovazione di quel movimento con un
rinascente populismo di destra. Sull’immanenza inappropriabile del mème hanno
sovrascritto la trascendenza del mito [17].
In secondo luogo, mentre numerose rivolte si fanno magnetizzare dai simboli del
potere borghese – tribunali, parlamenti, commissariati –, i Gilet gialli hanno
stabilito le loro basi di organizzazione, di strategia e di vita collettiva
quanto più in prossimità del loro quotidiano. Come è stato osservato all’epoca:
«Questa prossimità con la vita quotidiana è la chiave del potenziale
rivoluzionario del movimento: più i blocchi sono vicini al domicilio dei
partecipanti, più è probabile che tali luoghi diventino personali e importanti
in mille modi. E il fatto che sia una rotatoria – piuttosto che un bosco o una
valle – a essere occupata toglie ogni contenuto prefigurativo o utopico a questi
movimenti. […] Occupare la rotonda vicino a casa propria assicura che la fiducia
collettiva, l’intelligenza tattica e il senso politico condiviso che i Gilet
gialli coltivano di giorno in giorno attraversino e contaminino le reti, i
legami, le amicizie e gli affetti della vita sociale nelle zone coinvolte» [18].
Sentimenti che resterebbero utopici in una piazza occupata del centro città o in
uno spazio come la ZAD (in cui la maggior parte dei partecipanti non vivono),
una volta spostati in una rotatoria possono a quel punto diffondersi nella vita
quotidiana invece di rimanerne separati. E quando le sue basi sono attaccate
dalle forze repressive, le risorse della vita privata possono rialimentarle e
ricostruirle, come si è visto a Rouen, dove le casette improvvisate sono state
distrutte e poi ricostruite una mezza dozzina di volte [19].
L’innovazione non consisteva soltanto nella prossimità con la vita quotidiana.
Occupare i centri dei paesi sarebbe potuto bastare. Ma collocando la loro base
alla giuntura tra l’economia e la vita quotidiana – là dove i camion merci che
lasciano l’autostrada entrano in città –, le rotonde sono diventate anche dei
blocchi di filtraggio, consegnando agli insorti una leva logistica. Occupando la
circolazione non nel punto vitale per il capitale, ma nel luogo in cui il
capitale entra nell’ambito della vita, hanno politicizzato la membrana tra vita
e denaro alle proprie condizioni, invece di piegarsi al luogo simbolico indicato
dal potere borghese (come aveva fatto Occupy Wall Street). In realtà: «Il vero
orizzonte strategico dei blocchi del retro-paese non è sospendere completamente
i flussi dell’economia, ma produrre delle basi territoriali abitate che la
restituiscono alla dimensione della vita quotidiana, a un livello in cui essa
può essere compresa e decisa» [20].
Una combinazione di intelligenza logistica collocata sulla soglia della vita
quotidiana, ma federata a livello nazionale attraverso assemblee regionali e
nazionali di delegati [21].
Per Jérôme Baschet, invece, la costruzione di questi «spazi liberati» – spinta
fino in fondo – avrebbe potuto rappresentare lo zoccolo di una più vasta
offensiva contro l’economia, approfondendo non solo «i legami tra spazi liberati
esistenti», ma combinando «la moltiplicazione degli spazi liberati con dei
blocchi generalizzati. Nella misura in cui gli spazi liberati possono dispiegare
le proprie risorse materiali e le proprie capacità tecniche, possono servire da
nodi decisivi in grado di amplificare i blocchi nei momenti chiave, in forme
diverse. Più abbiamo spazi liberati, più dovremmo essere in grado di estendere
la nostra capacità di blocco. Inversamente, più i blocchi diventano diffusi, più
questi favoriscono l’emergere di nuovi spazi liberati» [22].
Il rischio, certo, sarebbe credere che si tratti semplicemente di ripetere la
situazione Gilet gialli. Questo errore – visibile nella strana bolla speculativa
che ha circondato quest’estate l’iniziativa «Blocchiamo tutto» del 10 settembre
– proviene da una tendenza a dissociare la questione delle tattiche e delle
pratiche dalla rottura evenemenziale che ha presieduto al loro emergere [23].
Coloro che tentano di forzare la storia a ripetersi garantiscono una cosa sola:
la farsa.
VIII. Nei suoi slanci pratici, la lotta contro l’ICE punta al superamento delle
separazioni della Floyd rebellion
La capacità offensiva della sollevazione George Floyd del 2020 è stata
ostacolata da una separazione tra la sua presa degli spazi e la sua intelligenza
logistica. Le occupazioni che assediavano formalmente i luoghi del potere
(«sommossa politica») non sono mai arrivate a combinare in modo significativo le
proprie forze con le carovane di saccheggi che si scatenavano contro i centri
commerciali e le zone mercantili secondo una strategia del mordi e fuggi
(«sommossa delle vetrine») [24].
Di conseguenza, la coscienza logistico-infrastrutturale è rimasta relativamente
depoliticizzata – semplice assemblaggio di tecniche – mentre la coscienza
politica restava fissata su degli edifici evacuati dal forte valore simbolico
[25].
Con la costruzione di centri di difesa, o centros, combinata con altre pratiche
di auto-sorveglianza, di inseguimento e di perturbazione, la lotta attuale
contro l’ICE ha abbozzato una ripoliticizzazione dell’intelligenza
infrastrutturale, così come un’inversione del suo orientamento «cinegetico» (dal
ruolo di preda a quello di predatore). Questo fatto, unito alla marcata tendenza
a restituire la politica agli spazi della vita quotidiana, indica una
possibilità reale di superare i limiti del 2020 – che gli attori di questa lotta
ne abbiano formalizzato l’idea o meno.
Dopo l’invasione delle città americane – Washington, Chicago, Portland – da
parte delle forze federali, l’attrazione simbolica esercitata da certi luoghi
del potere, come i centri di detenzione dell’ICE a Broadview (Illinois), ha
ceduto lo spazio a un diffuso ethos d’autorganizzazione, oltrepassando persino
barriere di classe e di razza in passato invalicabili. Il centro di gravità si è
spostato lontano dal tritacarne delle guerre d’assedio attorno alle fortezze
nemiche, per ritornare verso gli spazi della vita quotidiana – un’evoluzione,
questa, da salutare.
I e le residenti invadono le proprie strade non appena sentono quel richiamo
dell’usignolo che sono i clacson e i fischietti; carovane di auto private
inseguono e disturbano gli agenti dell’ICE lungo i viali; mentre vicine e vicini
si riuniscono intorno alle scuole, ai luoghi di lavoro e alle bancarelle dei
rivenditori di strada. Dei consigli di difesa sono sorti a Chicago come altrove
nel Paese, militanti hanno installato dei centri di difesa negli assembramenti
di Home Depot e in altri luoghi frequentati dai lavoratori a giornata. Secondo
una recente guida pratica, questi centri servono da spazi di incontro che vanno
al di là delle affinità della sotto-cultura o dell’ambito di lavoro, «offrendo
alle persone colpite delle relazioni radicate localmente che dànno una direzione
alla loro collera» [26].
Nella misura in cui i nessi tra la vita quotidiana e la riproduzione sociale
diventano via via più politicizzati, l’intelligenza logistica di solito
riservata ai saccheggi e all’attacco mordi e fuggi comincia a generalizzarsi, a
de-specializzarsi e a diventare accessibile a chiunque sia pronto a raggiungere
una rete Signal locale e a cominciare a pattugliare. Le pratiche di sorveglianza
collettiva dal basso, associate a un insieme di compiti concreti – impedire gli
arresti, garantire un passaggio sicuro, esasperare ed espellere i nemici –
realizzano lentamente ciò che due decenni di movimenti sociali non sono riusciti
a fare: reintrodurre una partecipazione collettiva nello spazio metropolitano,
su di una base partigiana, non economica.
Le strategie politiche sono coerenti solo in funzione delle verità su cui si
basano. Questo riconoscimento ha spinto i partecipanti alla sollevazione di Hong
Kong nel 2019 ad attribuire un’importanza fondamentale alla verifica delle
informazioni. Queste pratiche trovano oggi una nuova espressione nelle lotte
anti-ICE, che mescolano una condivisione di conoscenze infrastrutturali con un
ethos collettivo di coinvolgimento nella situazione. Nelle città americane, un
nuovo empirismo politico scruta la vita quotidiana per individuare i segni del
nemico. Per attivarsi ed evitare i rapimenti, le reti di intervento rapido
dipendono dalle informazioni raccolte da attivisti che pattugliano in auto o a
piedi, o dalle segnalazioni pubblicate sulle reti social. Queste informazioni
sono in seguito filtrate in ampie reti Signal nelle quali si confrontano
descrizioni di veicoli e targhe, si estraggono i numeri VIN e si scambiano in
tempo reale dettagli di localizzazione. L’uso del protocollo SALUTE [27]
garantisce che l’informazione sia completa e circolabile, ma la posta in gioco
va ben al di là della diffusione di informazioni fattuali: ciò che sta nascendo
è una nuova sensibilità politica. L’esperienza individuale, atomizzata, della
città lascia il posto a un’attenzione collettiva, espressa attraverso il
tracciamento continuo del nemico così come da una sensibilità ai ritmi, ai
flussi e alle relazioni qualitative che strutturano i luoghi abitati. Come nota
la già citata guida pratica, questi centri «riusciranno o falliranno a seconda
che siate attenti o meno ai bisogni della zona circostante» [28]
Tramite questo apprendimento dei segni, la lotta anti-ICE contribuisce a far
nascere un mondo in comune.
La minaccia rappresentata da questa politicizzazione logistica della vita
quotidiana per la legittimità delle forze governanti è considerevole. È
probabilmente il motivo per cui l’amministrazione Trump ha cercato di
disinnescare la resistenza attribuendole un’identità pre-digerita e un racconto.
Invece di riconoscere la lotta per ciò che è – una circolazione di pratiche
diffuse di sovversione accessibili a tutti, indipendentemente dalle ideologie o
identità sociali – il potere proietta il mito di un’organizzazione gerarchica
(«Antifa»), finanziata da élite liberali e organizzata militarmente in «cellule»
che ricevono ordini centralizzati. Lo scopo di questo racconto caricaturale e
palesemente falso non è quello di essere preso alla lettera da chicchessia (dal
momento che non ha alcuna realtà), ma di dissimulare la verità sensibile che si
afferma ogni giorno di più: il binarismo cittadino/non-cittadino è uno strumento
intollerabile di apartheid violento.
Quali potenziali inavvertiti porta in sé questa nuova ondata di contestazione?
Cosa potrebbe realizzare una rete diffusa di Consigli di quartiere, animata da
un’intelligenza logistica collettiva e da una capacità estremamente mobile di
rottura e di intervento, se guadagnasse una maggiore ampiezza? Per evitare
efficacemente gli arresti e proteggere i vicini, potrebbero diventare necessarie
delle forme di blocco logistico più ambiziose. Cosa richiederebbe il
coordinamento delle azioni su scala di intere città, o la messa in pratica di
blocchi di filtraggio in grado di assicurare un controllo comunitario di certe
zone o quartieri? A quali altre ambizioni di potere popolare potrebbero servire
queste tecniche se – o quando – l’ICE si ritirerà dalle città coinvolte?
IX. La fine delle mediazioni potrebbe significare la fine della sinistra – e
l’emergere di un nuovo underground rivoluzionario
Nella misura in cui le forze in campo competono per determinare quale direzione
prenderà il salto al di là della democrazia liberale, le mediazioni
continueranno a dissolversi. In quanto vettore principale del «soft power», il
ruolo della sinistra, che consiste nel contenere l’energia ribelle attraverso la
promessa di riconoscimento statale e di riforme, potrebbe smettere di
funzionare. Mentre la destra prosegue il suo attacco contro la base della
cultura di sinistra – licenziando professori, criminalizzando militanti e
studenti, e sopprimendo i finanziamenti destinati alle ONG LGBTQ e ai diritti
delle e dei migranti – si fa largo un’occasione: quella di reiventare da cima a
fondo il sottosuolo politico. A tal riguardo, l’esempio del Sudan può rivelarsi
istruttivo. Come scrive Prasad:
«Dopo una sollevazione nel 2013, è emerso un proliferare di comitati di
resistenza, il cui scopo era quello di preparare l’ondata successiva di lotte.
Concretamente, questo significava: mantenere dei centri sociali di quartiere;
costruire un’infrastruttura e raccogliere riserve di materiale ritenuto
necessario; sviluppare reti di compagni e simpatizzanti a livello delle città e
del paese; e testare la capacità di queste reti attraverso azioni coordinate.
Quando la rivoluzione è arrivata davvero, alla fine del 2018, questi gruppi
hanno potuto agire come vettori d’intensificazione. I comitati di resistenza
hanno anche potuto sostenere la rivoluzione nella sua fase successiva, quando il
presidente Al-Bashir è stato costretto a dimissionare» [29].
I compiti esatti che un sottosuolo post-sinistra deve intraprendere sono ancora
da chiarire. Se la reazione pubblica all’affare Luigi Mangione ha provato
qualcosa, è che questo sottosuolo non ha alcun bisogno di trarre le proprie
coordinate politiche dal conflitto culturale classico sinistra/destra. È
possibile che un movimento vasto, combattivo e audace – capace di esplorare gli
interstizi della storia recente, di risuscitarne giudiziosamente le intuizioni,
e di perseguirne senza sosta le conclusioni – possa risuonare ben al di là dei
bacini dell’ultrasinistra, e trovare un vasto ascolto in un periodo di profonda
incertezza.
Più di un secolo fa, Kropotkin proponeva il seguente correttivo:
«”Però”, ci avvertono spesso i nostri amici, “attenzione a non spingersi troppo
in là! L’umanità non può essere cambiata in un sol giorno, non siate quindi
troppo affrettati con i vostri progetti di esproprio e di anarchia, col rischio
di non ottenere alcun risultato duraturo”. Ora, ciò che temiamo noi rispetto
all’esproprio è esattamente l’opposto. Abbiamo paura di non andare abbastanza a
fondo, di realizzare degli espropri su scala troppo limitata affinché questi
possano durare. Non vorremmo che lo slancio rivoluzionario si fermi a metà
strada, spegnendosi nelle mezze misure che non soddisferebbe nessuno e che,
facendo sprofondare la società in un’immensa confusione e interrompendo le sue
abituali attività, non avrebbero alcuna potenza vitale, non farebbero che
diffondere un malcontento generale e preparerebbero inevitabilmente il terreno
per il trionfo della reazione» [30].
Se – e quando – la marea vira di nuovo a loro favore, i commissariati
ricominciano a bruciare e i politici si seppelliscono nei bunker o fuggono in
elicottero, gli insorti non devono essere presi alla sprovvista. Essi non devono
permettere che la comune sia rimpiazzata da un parlamento virtuale di server
Discord; devono utilizzare tale occasione per mettere in atto delle
sperimentazioni comuni, incarnate, in presenza, in grado di coinvolgere il
maggior numero di partecipanti.
Benché nulla di ciò che è attualmente immaginabile sia adeguato, la storia
nasconde delle tracce in cui potrebbero ancora alloggiare delle sorprese.
Adrian Wohlleben
Ottobre 2025
*Questo articolo è basato su una conferenza pubblica tenuta il 3 ottobre 2025 a
Montréal, in Quebec, prima puntata di una serie di discussioni dedicate alle
prospettive rivoluzionarie nell’èra attuale.
[1] Nella misura in cui la stessa bandiera One Piece si diffonde, si arricchisce
poco a poco di attributi locali. In Madagascar, per esempio, il cappello di
paglia viene sostituito dal satroka, un berretto tradizionalmente indossato dal
gruppo etnico Betsileo. Resta tuttavia significativo il fatto che sia l’identità
nazionale a cavalcare questo simbolo contagioso, come semplice accessorio, e non
il contrario. Cfr. Monica Mark, «‘Gen Z’ protesters in Madagascar call for
general strike», Financial Times, 9 ottobre 2025. (online).
[2] Blaumachen, «The Transitional Phase of the Crisis : the Era of Riots», 2011
(online).
[3] Maurizio Lazzarato, Gli Stati Uniti e il «capitalismo fascista» (online).
[4] Intervista citata in Vasudha Mukherjee, «Trump turns ally investments into
$10 trillion US ‘sovereign wealth fund’», Business Standard, 14 agosto 2025
(online).
[5] Il fatto che l’èra delle rivolte sia apparsa per prima, e ch’essa sia stata
integrata solo in seguito da uno sforzo fascisteggiante di reimporre un ordine
incentrato sugli Stati Uniti, sia all’interno che all’esterno, non deve indurci
in errore. Il bilancio che tracciava il Comitato invisibile del ciclo 2008-2013
si concludeva con queste parole: «Niente garantisce che l’opzione fascista non
venga preferita alla rivoluzione» (Ai nostri amici).
[6] Nueva Icaria, «New Fascisms and the Reconfiguration of the Global
Counterrevolution», Ill Will, 11 agosto 2025 (online).
[7] Ibidem.
** Il riferimento qui è all’attentatore di Charlie Kirk, che pareva essere
un gamer, appassionato di videogiochi.
[8] Pranaya Rana, «The Week after Revolution», Kalam Weekly (Substack), 19
settembre 2025 (online).
[9] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online).
[10] Phil Neel distingue tra le lotte in difesa delle «condizioni di
sussistenza» economico-ecologiche e quelle che si scontrano con «l’imposizione
autoritaria di queste condizioni» («Teoria del partito» Ill Will, 6 settembre
2025: in italiano online). La recente tendenza globale fa sì che movimenti
sociali di massa non-violenti che rivendano una riforma delle condizioni di
sussistenza siano proiettati nel combattimento non appena le forze dell’ordine
reagiscono per eccesso e aprono il fuoco, spostando il quadro della lotta dal
primo tipo al secondo: dall’austerità all’autorità. Gli Stati Uniti
costituiscono un’eccezione: benché le misure di austerità rappresentino lo
sfondo, le lotte sulle questioni economiche non producono quasi mai rivolte
combattive di massa: queste sono catalizzate soltanto dai mezzi autoritari di
repressione. Anche se una rivolta ha poche probabilità di scoppiare negli USA
direttamente a causa dei tagli ai buoni alimentari, della precarietà
dell’abitare o della negazione delle cure mediche, le reti militanti forgiate da
queste lotte di sussistenza possono tuttavia contribuire ad approfondire dei
movimenti di massa antiautoritari, come quando l’infrastruttura del sindacato
degli inquilini di Los Anglese è stata mobilitata per allestire dei centri di
difesa anti-ICE in seguito alle sommosse di giugno 2025.
[11] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online).
[12] In questo caso, la debolezza dell’immaginazione è legata a sperimentazioni
pratiche intentate nel momento in cui avrebbero dovuto essere tentate. La tesi
VII esplora lo scenario inverso, quando tali sperimentazioni hanno avuto
effettivamente luogo ma la loro potenza è passata inosservata.
[13] Günther Anders, «Theses for the Atomic Age», The Massachusetts Review, vol.
III, n. 3 (primavera 1962), p. 496. In italiano, il testo andersiano si può
trovare in appendice al suo Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki,
Einaudi, 1961; Linea d’ombra, 1995. È leggibile anche qui.
[14] Per esempio, chiamare «armi» le bombe nucleari e dibattere del loro uso
tattico equivale ad assimilarle a uno strumento, un mezzo in vista di un fine.
Ora, l’uso di tali bombe minaccia di distruggere il mondo intero all’interno del
quale soltanto dei fini possono essere perseguìti. Il loro uso annulla di
conseguenza ogni rapporto mezzi-fini e rende caduche le considerazioni tattiche.
Eppure, questa attitudine strumentale resta la sola maniera in cui
l’immaginazione riesce a pensarle, malgrado si tratti di un errore di categoria.
Cfr. Günther Anders, «I comandamenti dell’èra atomica», in Burning Conscience,
Monthly Review Press, 1962, pp. 15-17. In italiano, il testo è stato pubblicato
in Essere e non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki. Lo si può leggere anche
qui: I comandamenti dell’Era Atomica | Günther Anders – Granelli di Pace
[15] Gilbert Simondon sosteneva che la «relazione artificiale» che intratteniamo
con gli oggetti tecnici può essere corretta soltanto a condizione di imparare a
concepire la loro evoluzione geneticamente, cioè dissociandola dalle intenzioni
umana proiettate su di loro, per cogliere invece lo sviluppo dei loro elementi,
dei loro insiemi e del loro contesti associati secondo i loro stessi termini. In
maniera analoga, quando studiamo l’evoluzione, la mutazione e la circolazione
degli stimoli pratici e dei gesti attraverso differenti sequenze di lotta, può
essere utile sospendere metodologicamente il riferimento ai fini che i
partecipanti si dànno, per considerare l’evoluzione di queste pratiche, da un
ciclo all’altro, secondo i loro stessi termini.
Qualcuno ha espresso il timore che una simile focalizzazione sulla circolazione
e l’evoluzione delle pratiche ceda a quello che Kiersten Solt ha definito
«nichilismo della tecnica.».
Mi sembra al contrario che i rivoluzionati non pensino ancora abbastanza
tecnicamente. Sono fin troppo numerosi coloro che continuano a reificare un
concetto astratto e a-storico dell’azione politica, nel quale i metodi di lotta
deriverebbero immediatamente dai fini perseguìti o potrebbero essere
volontaristicamente adottati per semplice decreto. In pratica, l’attualità
precede la possibilità: tutte le lotte fondano la loro esperienza del possibile
politico su un serbatoio di impulsi già in circolazione, innovando all’interno
dei limiti fissati da tale serbatoio. È questo menù o repertorio esistente – che
potremmo chiamare il phylum tattico – che delimita il campo dell’immaginabile.
E, lungi dal superare questo repertorio, la nostra immaginazione resta spesso al
di qua.
Di conseguenza, invece di proiettare dei valori etici e politici davanti alla
realtà e di trattare la pratica come semplice mezzo per realizzarli, l’analisi
delle pratiche può servire ad allargare la nostra immaginazione e a rendere
l’attualità di nuovo possibile. Questo presuppone di rintracciare l’evoluzione
delle spinte pratiche attraverso le sequenze di lotta, alla ricerca di brecce,
di faglie e dei momenti in cui i limiti sono stati oltrepassati.
[16] Adottando il «Jolly Roger» come bandiera globale, l’ondata di sollevazioni
del 2025 ha convertito il termine «Gen Z» da una designazione demografica banale
al simbolo di uno spossessamento condiviso. Attraverso la sua circolazione
virale, da Indonesia e Nepal fino al Madagascar, al Marocco e al Perù, la
bandiera pirata «Gen Z» mette in luce una tensione ormai familiare tra lo Stato
e il capitale: dal momento che tutti i buoni impieghi locali sono monopolizzati
dai figli della borghesia (i «nepo babies»), bisogna andare all’estero per
guadagnarsi da vivere; ma nella misura in cui l’ordine neoliberale crolla, gli
Stati chiudono le frontiere. Ne consegue un’esperienza contraddittoria: i
lavoratori sono sradicali pur essendo chiusi nello spazio, con il digitale come
unica apertura sul mondo. La comunità virtuale della libertà pirata è il
riflesso negativo di questa condizione economica confinata. Naturalmente, questa
condizione non si limita per nulla ai giovani. L’accento messo sulla «gioventù»
sembra legato piuttosto a una virtù paradossalmente negativa: non avere le mani
sporche. Essere giovani significa non essere ancora al potere, non essere ancora
in grado di “trafficare”, non essere ancora inseriti in una rete di potere
locale e globale, non essere ancora corrotti. È questa negatività – e non la
proprietà positiva dell’età – che ha permesso a una forza combattente di
cristalizzarsi all’attorno all’evidenziatore «Gen Z».
[17] Per una lettura opposta che afferma l’uso del mito nei Gilet gialli, si
veda «Epistemology of the Heart», in Liaisons Vol. II, Horizons, PM Press, 2022
(online). Tuttavia, come gli stessi autori riconoscono: «Il problema è che,
mentre il compimento del mito contribuisce alla forza della lotta, la tradizione
dei vinti deve rimanere vinta per poter restare una tradizione» (375). Qui come
sempre, l’affermazione del mito si rivela inseparabile da un culto della morte
esemplare, una religio mortis. Il comunismo, a mio avviso, deve essere una
scommessa sulla vita terrena, non sull’eternità.
[18] Adrian Wohlleben e Paul Torino, «Memes with Force. Lessons from the Yellow
Vests», Mute, 26 febbraio 2019 (in italiano qui).
[19] Adrian Wohlleben, «The Counterrevolution is Failing», Commune, 16 febbraio
2019 (online).
[20] Adrian Wohlleben, «Memes without End», Ill Will, 17 maggio 2021 (in
italiano qui). Ripubblicato in The George Floyd Uprising, a cura del Vortex
Collective, PM Press, 2023, 224-47.
[21] Anonymous, «Learning to Build Together: the Yellow Vests», Ill Will, 9
maggio 2019 (online).
Essa costituiva un paradigma originale e potente di autorganizzazione
insurrezionale. Ancora una volta, non è affatto certo che i Gilet gialli
avessero còlto appieno la portata della propria invenzione. Invece di
riconoscere che stavano reimmaginando le forme e le pratiche con cui lo slogan
«tutto il potere alle communi» potrebbe essere attualizzato oggi, uno sguardo
incentrato sulle dimissioni di Macron spingeva molti ad adottare semplicemente
una nuova forma di proceduralità parlamentare: il Referendum d’iniziativa
cittadina (RIC) [finalizzato a permettere la consultazione referendaria per la
proposta o l’abrogazione di leggi, la revoca dei mandati politici e gli
emendamenti costituzionali].
[22] Jérôme Baschet e ACTA, «History Is No Longer on Our Side: An Interview with
Jérôme Baschet», Mute, 23 gennaio 2020 (online).
[23] Temps Critiques, «On the 10th of September», Ill Will, 10 settembre 2025
(online).
[24] Questo argomento è sviluppato più dettagliatamente in Wohlleben, «Memes
without End».
[25] La lezione da trarre da sequenze come il Kazakhstan del 2022, o il Nepal di
quest’estate, non è che bisognerebbe ignorare i luoghi del potere o lasciarli in
pace, ma che non c’è niente da farne, se non raderli al suolo con sangue freddo.
In tale prospettiva, anche la festa in piscina in Sri Lanka è durata forse
troppo tempo, distogliendo le energie dalle festività che avrebbero dovuto
svolgersi nelle strade, nei quartieri e nelle stazioni di benzina dell’intero
paese. Mentre riducevano in cenere i simboli fisici del potere borghese, i
manifestanti nepalesi hanno nondimeno fallito nel costruire le basi di un potere
popolare indipendente in prossimità delle zone abitate, ripiegando piuttosto sui
forum virtuali di Discord, dove complottavano per piazzare i “loro” politici ai
posti di potere. Malgrado la ferocia del loro assalto, il concetto parlamentare
di politica ne è uscito intatto.
[26] Lake Effect Collective, «Defend our Neighbors, Defend Ourselves! Community
Self-Defense from Los Angeles to Chicago», p. 4 (online). Benché il testo
oscilli tra un atteggiamento «proattivo» d’intervento autonomo (p. 4) e la
politica di un alleato che limita il proprio ruolo a «sostenere e facilitare» le
azioni dei cosiddetti «locali» (il che definisce implicitamente i loro
autori/autrici come extraterrestri) (p. 5), esso offre una solida cassetta degli
attrezzi per gli individui e i collettivi desiderosi di partecipare al momento
presente.
[27] SALUTE è un mezzo mnemotecnico che significa: taglia/forza (Size/Strength –
S), azioni/attività (Actions/Activity – A), localizzazione (Location – L),
uniforme/vestiti (Uniform – U), momento dell’osservazione (Time – T),
equipaggiamento/armi (Equipment – E). Tale quadro serve ad assicurare che un
rapporto di osservazione fornisca informazioni sufficientemente dettagliate e
complete.
[28] Lake Effect Collective, «Community Self-Defense», p. 9 (online).
[29] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online). Con la differenza che,
laddove il movimento neo-consiliare sudanese è stato alla fine vinto per via
della sua incapacità a difendersi, una sollevazione americana dovrà mobilitare
tutta la sua inventiva per impedire la guerra aperta che cova in permanenza,
affinché delle sperimentazioni di autonomia collettiva possano generalizzarsi e
rafforzarsi nel frattempo.
[30] Pëtr Kropotkin, La conquista del pane [1892], Anarchismo, Trieste, 2024
[quarta edizione]. Disponibile anche qui: La conquista del pane | Edizioni
Anarchismo
Per delle iperboli esatte
Due sono a nostro avviso i pregi di questo testo. Il primo è quello di collocare
su un terreno strategico – cioè decisivo – lo scontro tra il moto di sommosse in
corso nel mondo e l’ascesa dei neo-autoritarismi, scontro la cui posta in gioco
è la direzione del salto oltre una democrazia liberale ormai defunta ma non
ancora crollata; cosa ben diversa dalle solite geremiadi sul conflitto tra
fascismo e democrazia, con il correlativo (e fuorviante) invito a difendere la
seconda per scongiurare il primo. L’altro pregio del testo è quello di osservare
con attenzione cosa stanno producendo di innovativo alcuni movimenti di rivolta.
Anche quando non è quello del semplice consumo spettacolare, lo sguardo sulle
rivolte è spesso “mitico”, nel senso che le immagini di blocchi, scontri e
saccheggi sembrano uscire da uno spazio-tempo sempre-uguale (quello estatico
della rottura della normalità). Se quel mitico punto di appoggio della rivolta
(là dove gli incappucciati si scontrano con la polizia e assaltano i luoghi del
potere) è di per sé un antidoto rispetto al mito autoritario dell’ineluttabilità
della storia, rivoluzionario è soltanto lo sguardo che vuole imparare da ciò che
concretamente fanno – nelle opere e nei giorni della lotta – le proprie sorelle
e i propri fratelli di classe al di là di qualche fermo immagine che li
immortala.
Così come la rivolta è sempre l’iperbole di un insieme di fattori storici e
sociali, anche la teoria sulla rivolta si serve di iperboli per evidenziare
alcuni elementi anziché altri. Vale tuttavia per la teoria-pratica
rivoluzionaria ciò che Cristina Campo diceva della poesia: la sua verità «parla
per iperboli esatte».
Ci limitiamo qui a segnalare i disaccordi e le integrazioni che ci sembrano più
importanti. Per poi abbozzare qualche riflessione.
Nell’analisi della fase storica manca nel testo la tendenza fondamentale del
nostro tempo: la guerra. La quale non può essere rubricata dentro un elenco di
misure extra-economiche insieme al «saccheggio», alla «conquista» e allo
«spossessamento». Senza addentraci qui nel rapporto di reciproco incremento tra
i «monopoli radicali» tecno-industriali e la potenza militare per allargarli e
per difenderli, sarà sufficiente dire che più lo scontro inter-statale e
inter-capitalistico passa dal piano economico-finanziario a quello strategico,
più la guerra diventa allo stesso tempo un precipitato e un’ulteriore
radicalizzazione dello scontro. Il passaggio dei moti di rivolta a un piano
rivoluzionario si giocherà innanzitutto contro gli effetti di una mobilitazione
bellica totale. Di tutto ciò non c’è traccia nel testo, tant’è che nell’analisi
degli ultimi cinque anni non si menziona nemmeno la prima guerra simmetrica
dall’epoca di quella di Corea: il conflitto tra Nato e Russia giocato sul
terreno dell’Ucraina.
Considerazione analoga vale per il susseguirsi di sollevazione negli ultimi due
anni. Come si fa a non collegarli a Gaza, vera apocalisse del nostro tempo? Il
solo accenno al genocidio del popolo palestinese è espresso in termini
palesemente assurdi: il salto ormai necessario oltre la democrazia liberale
determina, secondo l’autore, «l’audacia stupefacente che sorge in tutti gli
angoli della società, dagli attentati “gamer” al cinismo animale del genocidio
israeliano a Gaza, fino ai giovani nepalesi e alle classi popolari …». Ma come
si fa a individuare un carattere comune («l’audacia stupefacente») nella
combattività di certe rivolte e nello sterminio perpetrato dallo Stato d’Israele
(per altro un esempio atroce di razionalità scientifico-militare-industriale
applicata a una logica coloniale, altro che «cinismo animale»!).
L’unico riferimento, poi, alla potenza tecnologica come caratteristica
fondamentale della società in cui viviamo consiste in un uso di Anders che più
che «originale» a noi sembra strampalato. Lo «scarto prometeico» andersiano si
riferisce alla producibilità tecnica di catastrofi troppo smisurate
(«sovraliminali») per essere afferrate dalla nostra «fantasia morale». Cosa
c’entra con il fatto che nelle lotte – e ciò da ben prima dell’èra nucleare – la
coscienza pratica è sempre più avanti di quella teorica? Che la rivolta sociale
appaia ai suoi stessi partecipanti una sorta di enigma attiene al fatto che le
sue risultanti mescolano passato e futuro, continuità e rottura, abitudini
ereditate e nuovi inizi; e che le sue «innovazioni» più feconde non sono né
individuali né collettive, bensì impersonali. Ciò non toglie che il ruolo della
teoria è proprio quello di cogliere l’elemento vivo più nelle pratiche che nelle
dichiarazioni d’intenti (questo è il rapporto che si è dato, per esempio, tra
l’invenzione proletaria dei Soviet e la teoria consiliare).
Da questo punto di vista, le parti del testo dedicate ai Gilet gialli e alle
lotte in corso negli USA contro i rapimenti dell’ICE sono estremamente puntuali
e interessanti. Se anche per noi l’intreccio tra autorganizzazione comunitaria e
capacità offensiva è uno degli elementi decisivi, non c’è alcun bisogno di
vedere in tale intreccio delle «basi di un potere politico popolare». La nozione
di «potere» è estremamente ambigua, perché indica sia la capacità di agire di
concerto e di realizzare un determinato rapporto di forza, sia l’usurpazione di
tale capacità da parte di minoranze che si dànno a tal fine una legittimazione
popolare. È solo una questione linguistica?
L’ultimo rilievo attiene a uno scarto (non prometeico…) tra le considerazioni
logistico/infrastrutturali e la citazione di Kropotkin. Né le rotatorie dei
Gilet gialli né i centri di difesa anti-ICE nei quartieri sono esempi di
esproprio (mentre le «carovane dei saccheggi» citate a proposito della Floyd
rebellion ne costituiscono un’espressione parziale). Se i blocchi-luoghi di vita
rappresentano un punto di appoggio che permette alle lotte di tenere nel tempo e
di estendersi nello spazio, il passaggio dalle rivolte alla rivoluzione non può
avvenire senza l’esproprio generalizzato. Ora, se è abbastanza chiaro cosa debba
distruggere un movimento insurrezionale, lo è molto meno, nell’epoca del
tecno-capitalismo e dei «monopoli radicali», di cosa ci si possa davvero
riappropriare per rendere irreversibile un conflitto e gettare così le basi di
una vita altra.
Per cercare di cogliere appieno l’hic Rhodus, hic salta di ogni ipotesi
rivoluzionaria oggi, è necessario formulare con chiarezza l’ordine dei problemi.
Da questo punto di vista – l’ordine dei problemi, non necessariamente le
«soluzioni» – rimangono ancora estremamente preziose le analisi sviluppate negli
anni Ottanta dall’Encyclopédie des Nuisances. Partendo quindi da alcuni loro
brani (riportati in corsivo) possiamo cercare di tracciare qualche spunto
finale.
Le forze produttive e tecnologiche sono adesso mobilitate dalle classi
proprietarie e dai loro Stati per rendere irreversibile l’espropriazione della
vita e devastare il mondo fino a farne qualcosa che nessuno possa più pensare di
contendere loro.
Ecco il fronte di lotta che contiene tutti gli altri. Lo sviluppo tecnologico,
vero motore del dominio e della sua cosmovisione, è un apparato d’incarcerazione
della società. Questo non significa solo che esso tende, grazie alle sue stesse
dinamiche, a mercificare ogni cosa, e quindi a trasformare in valore gli stessi
corpi e i cicli vitali della natura e della specie; significa anche che la sua
presa totalitaria costituisce la principale potenza anti-rivoluzionaria e
anti-utopica in atto. Rendendo irreversibili i suoi processi, punta a rendere
incontendibile il suo mondo, sempre più gestibile unicamente dalle sue macchine
e dai suoi esperti. È da quest’angolo visuale – allo stesso tempo dentro e
contro la storia – che si possono giudicare le singole «innovazioni». Che siano
macchine, dispositivi digitali o farmaci genetici, il punto non è tanto e
soltanto: chi ci guadagna? Oppure: sono davvero efficaci? Bensì: accrescono la
sottomissione delle nostre vite? Rendono ancora più irreversibile lo
spossessamento individuale e sociale?
Per formulare un simile giudizio è necessaria la costituzione di un punto di
vista collettivo a partire dal quale diventa possibile condannare tutta
l’innovazione tecnica autoritaria, senza più lasciarsi impressionare
dall’insulso rimprovero di passatismo.
A impedire la formazione di tale «punto di vista collettivo» non è tanto
l’ideologia del dominio, in quanto apparato di giustificazione istantanea di
tutto ciò che l’economia divenuta totalitaria compie; bensì la difficoltà
pratica di tagliare i rami marci su cui siamo noi stessi seduti.
L’immensità di questo compito di trasformazione, che ognuno avverte
confusamente, è senza dubbio la causa più universale e più vera della
prostrazione di tanti nostri contemporanei, che conferisce alla propaganda
spettacolare la sua relativa efficacia.
Poiché il territorio nella sua integralità è stato ricostruito dal nemico
secondo i suoi bisogni repressivi, ogni volontà sovversiva deve cominciare con
il considerare freddamente a partire da quali realtà vissute può rinascere una
coscienza critica collettiva, quali sono i nuovi punti d’applicazione della
rivolta suscettibili di portare con sé tutti quelli precedenti.
Non crediamo che questo possa davvero avvenire «freddamente». Gli spazi di
libertà si aprano solo quando s’innalza la temperatura morale di una parte della
società. Senza abbandonare le abituali regole di condotta – cioè senza rotture
della trama capitalistica delle nostre vite – non si possano scatenare quei
«baccanali della verità in cui nessuno rimane sobrio».
I sostenitori della critica sociale rivendicavano la negazione della politica,
volevano che si prendessero come punto di partenza quei germi di rivoluzione che
erano le lotte operaie, ma dimenticavano che i veri germi di rivoluzione non si
erano mai sviluppati nell’epoca recente (in Francia nel 1968 come in Polonia nel
1980-1981) se non con la creazione di una prima forma di comunicazione liberata
in cui tutti i problemi della vita reale tendevano a trovare la loro espressione
immediata, e in cui gli individui cominciavano, compiendo gli atti richiesti
loro dalle necessità della loro emancipazione, a costituire quell’ambito
pubblico dove la libertà può dispiegare le proprie seduzioni e divenire una
realtà tangibile. In poche parole: non si può sopprimere la politica senza
realizzarla.
Il concetto di «politica» è quanto meno ambivalente, indicando tanto la cura
comune della polis quanto l’arte di governare, cioè la creazione di una sfera di
gestione separata e specializzata: in breve, l’usurpazione del «potere di agire
di concerto» da parte dello Stato. Forse il punto non è – o non è più, dopo gli
esperimenti totalitari del Novecento – contrapporre alla «politica» una supposta
spontaneità sociale da liberare. Il grande antropologo libertario Pierre
Clastres ha illustrato in modo meticoloso che le società senza e contro lo Stato
non nascono libere perché «selvagge», bensì si autoistituiscono politicamente
come tali, cioè introducono consapevolmente dei contrappesi simbolici e
materiali affinché il potere rimanga circolatorio e non diventi coercitivo
(affinché il «potere di agire di concerto» non si trasformi nel dominio di una
minoranza). Se questo è vero, il comunismo anarchico non è l’insorgenza di un
sociale represso, bensì la sua «invenzione» insurrezionale, cioè la consapevole
riattivazione di «materiali antichi» levigati da nuovi modi d’uso.
Forza e limiti delle sollevazioni in corso sono legati proprio al fatto che «i
nuovi punti di applicazione della rivolta» sono «ambiti pubblici» reiventati
(che tengono nella misura in cui si intrecciano con i luoghi e i tempi delle
esigenze quotidiane). Se questo permette la loro generalizzazione – anche in
termini di pezzi di società che vi si uniscono – più di quanto non facciano le
lotte sui luoghi di lavoro, la «comunicazione liberata» che ne discende non ha
sottomano un aggancio concreto per le prime, necessarie misure rivoluzionarie:
gli espropri per la Comune. Non solo espropri di merci dai supermercati (con cui
non si campa a lungo), bensì dei mezzi con cui farne a meno.
«Grande è la ricchezza di un mondo in agonia», scriveva Ernst Bloch. Per il
momento, con l’iniziativa che è ancora nelle mani di Stati e tecnocrati, questa
«agonia» è ricca soprattutto di disastri, di coercizioni e di guerre, il cui
tessuto di silicio copre letteralmente la vista. Se quella di uscire
progressivamente da questa «infermità sovra-equipaggiata», con l’accumulazione
quantitativa delle lotte e delle forze, è un’illusione fuori tempo massimo,
anche l’idea che gli scossoni delle rivolte riannodino improvvisamente i fili
dell’esperienza umana e del giudizio critico risulta a suo modo consolatoria.
Serve più che mai la lucidità di far proprie delle verità scomode. Ad esempio,
che non c’è alcun progetto rivoluzionario bell’e pronto da ereditare dal
passato; e che non esistono delle capacità umane meta-storiche su cui fare
affidamento. Il dominio ha scavato a fondo. Non solo per estorcere sotto tortura
i segreti della vita biologica, sfruttata fin nelle sue particelle sub-atomiche;
ma anche per condizionare fin nell’intimo degli individui il senso della
libertà. Nondimeno, le forme autoritarie di organizzazione fanno sempre più
fatica a imporsi nei movimenti, e lo spazio-tempo dentro il quale questi si
sviluppano tende ad assomigliarsi sul piano internazionale. Resta probabilmente
vero quello che diceva Gustav Landauer, e cioè che nelle epoche di rottura i
rivoluzionari nascono per germinazione spontanea. Ma questo non è
necessariamente vero per le rivoluzioni.
Saranno le idee, le azioni e le prime misure rivoluzionarie a definire, in un
dialogo a distanza, quei progetti che abbiano la ricchezza delle specificità
locali e l’intensità universale di una chiamata alle armi. Non è di per sé
l’estensione di un moto di protesta a renderlo contagioso, ma la sua profondità,
il suo farsi esempio vivente e quindi iperbole esatta, per quanto limitata sia
la sua dimensione geografica. Forse ciò di cui c’è bisogno è proprio questo
federalismo degli esempi rivoluzionari, in grado di risuonare e creare così le
condizioni del proprio allargamento. Sarà la germinazione degli esempi a
scongelare la storia di cui ogni slancio di libertà ha bisogno.
Andrea Crisanti è un nome noto al grande pubblico. DARPA e Fondazione Bill e
Melinda Gates lo sono altrettanto per i lettori di questo sito. Tuttavia, se è
conosciuto il ruolo di questi figuri nella vicenda del Covid, lo è meno questa
ennesima impresa di hybris tecnologica promossa da questi stessi figuri: lo
sterminio delle zanzare “pericolose” attraverso la tecnica gene drive. Ne parla
questo eccellente articolo, che riprendiamo dal sito della rivista “Malamente”.
Da https://rivista.edizionimalamente.it/2025/10/25/maledette-zanzare/
Qui in pdf: Malamente-38_10-Maledette_zanzare_gene_drive
MALEDETTE ZANZARE
Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive”
Di Luigi
Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025)
La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti
antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro
fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui
abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non
potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre
malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le
biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle,
cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa
tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come
sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e
nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo
termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole
zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio
nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda
caso, le agenzie militari.
Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in
voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel
cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se
tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui
solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare.
Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti
di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…]
Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500
specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni
anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del
genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes
trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia
promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo?
Chinino e DDT
Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del
buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che
infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente
debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di
zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui
venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e,
successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili
anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato.
Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei
laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma
anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne
copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula
rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che
possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben
presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che
garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato
copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia).
Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni
successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena
costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare
resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa.
Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia
di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica
tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel
secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono
principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si
dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure
per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche.
Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli
esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri
zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in
laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a
trasmettere la malaria.
Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni
Hybris
Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più
arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera
popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli
apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per
cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare
responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di
mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di
anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una
sfida alla natura di dimensione prometeica».[3] Hybris: insolenza e tracotanza.
È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill &
Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il
progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità
riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle.
I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la
sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva
ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo
– cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che
regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo
ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si
chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa
possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali
dirottandolo verso una rapidissima estinzione.
Gene drive
Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing
genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o
meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia,
rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4]
Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della
diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il
50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se
trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando
i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo
vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente)
un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto
domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare.
Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste
nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo
che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo
sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della
popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene
che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che
quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte
sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una
specie, portandola di conseguenza all’estinzione.
Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di
insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e
sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe
partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede
il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale.
Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti &
C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di
genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente
tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva
all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla
rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e
sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli
standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto
controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso
con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è
buono).[7]
Imprevedibilità
Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di
sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra
organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere
ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci
saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni
modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non
trascurabile» secondo alcuni studi?[8]
E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali
“nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a
causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a
forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di
eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli
specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al
di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali
animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non
travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente,
o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale?
C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a
catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i
passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe”
promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del
raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti
agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando
successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della
popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata
probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la
morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10]
Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i
flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della
ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced
research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e
mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del
progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle
zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche
utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per
l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare
statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che
qualche stato canaglia ci metta le mani…[11]
Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della
ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la
COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un
appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive.
Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene
drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di
trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto
dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed
etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di
particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione
e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza
lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi
(almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar
del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi
in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli
armigeri del progresso.
Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in
Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi
rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target
Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus
research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale,
inascoltate, emergono anche negli anni successivi.
Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal
basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che
c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le
forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal,
Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni
di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13]
Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso
e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione
della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento
del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara,
dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie
denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un
modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più
visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi
miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente
modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove
per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou
Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una
questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale
motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per
la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia
locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo
luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella
sanificazione dei villaggi.
Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la
sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei
laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di
“neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi
presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni
“causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15]
In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di
irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima
che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa
tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove
soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via.
Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di
fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere
umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai
problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT –
ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16]
Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo
articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu)
che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura,
nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi
dell’agricoltura e della cooperazione internazionale.
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[1] <www.youtube.com/watch?v=rLzRGIaoYMw>.
[2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria
mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI:
10.1038/35016096.
[3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole
dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89.
[4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing
genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio,
ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024.
[5] Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano,
intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>.
[6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes
complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature
biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245; Andrew Hammond
[et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a
bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021),
DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6.
[7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and
supporters of gene drive research respond to a National Academies report,
“Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026.
[8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of
CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary
Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939.
[9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive,
“PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850.
[10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived
campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history,
“Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259.
[11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction
technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>.
[12]
<https://www.boell.de/en/2016/11/16/offener-brief-fur-naturschutz-mit-gewissen-kein-platz-fur-gene-drives>.
[13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina
delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per
la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target
Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of
the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di
sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307
[14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale
youtube di Resistenze al nanomondo.
[15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso
vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025.
[16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive
experiment, cit.
In questa puntata di Harraga parliamo di detenzione amministrativa in un modo
più diretto e vivido del solito, insieme ad alcuni reclusi nel CPR di Torino e
di un recluso…
Riprendiamo da lanemesi.noblogs.org questa riflessione, che fa da contrappunto a
certi “toni apocalittici” sulla guerra spesso utlizzati anche dal nostro sito.
Ne apprezziamo soprattutto lo sguardo verso la materialità dei rapporti
economici e politici a livello internazionale: ciò che più conta, per noi, non è
certo fare allarmismo, ma non perdere mai di vista la realtà, e in particolare
quella che va oltre le nostre immediate vicinanze (l’analisi dell’economia e
della politica internazionale, assolutamente necessaria in un mondo globale, non
è esattamente un punto di forza della maggioranza degli anarchici). Dal canto
nostro, crediamo però che sia sempre buona cosa prepararsi, e preparare chi ci
ascolta, allo scenario peggiore, specialmente in tempi di inerzia della
catastrofe. Il che non esclude, ma integra l’attenzione – giustamente richiama
dall’autore dell’articolo – agli effetti materiali che sono già prodotti dalla
guerra sulla pelle degli sfruttati.
Riarmo e toni apocalittici
Nell’attuale (e striminzito) campo rivoluzionario – quello che non ha rinunciato
ad adottare una postura classista, internazionalista, antimilitarista e
disfattista – la questione del riarmo viene spesso affrontata facendo largo
ricorso a toni apocalittici. In particolare, per quanto riguarda l’Europa,
stante lo scenario ucraino, il fatto che gli stati accelerino la corsa al
riarmo, sembra spingere molti a credere che la guerra totale alle nostre
latitudini sia questione di mesi, magari anni; la clessidra del tempo di ”pace”
va esaurendosi, la catastrofe incombe. Sarà poi così?
Se non si può rimanere indifferenti al riarmo europeo, soprattutto a quello
intrapreso da potenze come la Germania, per orientarsi nel caos propagandistico
e patriottardo promosso dalle classi dominanti del Vecchio continente,è
altrettanto impossibile prescindere da una serie di valutazioni circa lo stato
del conflitto in Ucraina e le possibilità concrete di ”scelta” alla portata, nel
breve-medio termine, degli stati dell’Europa centrale e occidentale, al fine di
preparasi a quella che viene presentata come un’incombente minaccia di attacco
russo. Sarà allora il caso di prendere atto, come invitano a fare analisti,
tutt’altro che sovversivi, del calibro di Fabio Mini o Lucio Caracciolo, che,
nell’immediato, la Russia non ha alcuna seria intenzione di attaccare l’Europa,
a partire dai paesi baltici; e non perché non disponga dei mezzi convenzionali e
nucleari indispensabili a questo scopo, in questo senso semmai il problema vale
per l’avversario. Ad esempio, dovrebbe far riflettere l’atteggiamento
dell’Europa, che mentre dipinge il nemico moscovita come il nemico della
democrazia pronto ad attaccarla da un momento all’altro, temporeggia, sperando
nella prosecuzione del conflitto in Ucraina, per compensare le deficienze che si
porta dietro da decenni sul piano militare, e non solo. Ad ogni modo, per la
Russia, sin dallo scoppio del conflitto ucraino nel 2022, aggredire l’Europa,
con la quale fino a pochi anni prima facevano affaroni, non è mai stata una
priorità strategica, quanto piuttosto un’azione insensata frutto delle
fantasticherie occidentali, dalla portata potenzialmente destabilizzante per
Mosca. In tutto ciò, gli USA sono ben lungi dall’essersi defilati dal conflitto
in Ucraina; fatto testimoniato dal recupero dei rapporti bilaterali con la
Russia, incrinati dall’amministrazione Biden, funzionali ad evitare un
coinvolgimento in uno scontro diretto con Mosca e, possibilmente, a tentare di
sganciarla dalla Cina. Sempre Fabio Mini recentemente ha sottolineato che la
titubanza dell’attuale amministrazione americana nel fornire agli ucraini i
tanto richiesti missili Tomahawk si inserisce in questa direzione; senza
tralasciare che il Pentagono ha fatto notare al dealmaker della Casa Bianca che
la fornitura non rinforzerebbe affatto la capacità di deterrenza verso la
Russia, ma anzi potrebbe favorire un’escalation nucleare. La Russia è dotata poi
di sistemi difensivi antimissile capaci di ridurre fortemente il successo, in
termini di capacità di colpire i bersagli russi individuati, a due missili su
dieci lanciati. «In Ucraina è già successo agli ATACMS e ai Patriot, che hanno
visto la loro percentuale di successo crollare dal 90% dichiarato al 6%
effettivo». Altro che deterrenza. Per lo sbirro mondiale tanto vale allora fare
più concessioni tattiche possibili a Mosca, rimettendo l’Europa, lacerata dai
contrasti interni, al suo posto, senza mancare di rammentargli la sua
irrilevanza, non avendo assolutamente nulla da mettere sulla bilancia dei
rapporti di forza esistenti. Ciò che rimane, a partire dalla futura
ricostruzione ucraina, è, ancora una volta, questione di affari. Tra i 28 punti
della bozza del piano di pace per l’Ucraina, a quanto pare elaborato in un mese
di confronto tra la delegazione statunitense e quella russa, era previsto non
solo l’addio dell’Ucraina ai piani di integrazione nella NATO, ma anche la
riammissione di Mosca nei circuiti della finanzia internazionale (leggi SWIFT),
la cancellazione delle sanzioni, in cambio del 50% dei proventi della
ricostruzione, finanziata in parte dagli assets russi congelati in Belgio e in
parte dalle tasche europee. Le richieste di modifica del piano da parte degli
europei evidenziano soprattutto, e per l’ennesima volta, il tentativo di mandare
in vacca il deal, rimettendo al centro la palla dell’integrazione ucraina nella
NATO. Intendiamoci, i proletari, di qualsiasi nazionalità siano, non hanno
amici: piano USA-Russia o piano UE, ogni decisione viene presa sulla loro pelle;
quattro anni di massacri in nome della difesa della democrazia contro la
tirannide dovrebbero averlo dimostrato, in barba alla mitizzazione della
resistenza ucraina, alimentata da disgraziati strappati via dalle proprie
famiglie e comunità. Ecco le magnifiche e progressive della coscrizione
obbligatorio e della legge marziale, ma, per l’amore del cielo, in salsa
democratica, mica come in Russia.
Ma torniamo al riarmo europeo, la cui necessità impellente non va attribuita
esclusivamente alla minaccia Russa, ma ancor prima al ruolo degli Stati Uniti in
Europa e all’incognita della loro permanenza nell’arco del prossimo decennio. La
Germania, recentemente presa in considerazione in relazione alla presentazione
della nuova legge sulla leva1, come sempre fa scuola, anche se bisogna tenere
ben presente che tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene poi applicato la
corrispondenza non è automatica: gli investimenti nella spesa bellica e il
rafforzamento degli eserciti non avvengono dall’oggi al domani. Perché vengano
destinati efficacemente occorre continuità, stabilità politica interna,
collaborazione della popolazione e sforzo strategico nel lungo periodo.
Partendo dalle deficienze a cui si accennava sopra, le Forze armate tedesche tra
gli anni Novanta e il 2022 hanno perso finanziamenti per un valore complessivo
di 400 miliardi di euro, con serie conseguenze sul piano della prontezza
operativa, delle infrastrutture logistiche, delle scorte, del personale, delle
tecnologie della comunicazione, ecc. Nel 2022 Scholz dichiara pubblicamente che
la Germania si deve svegliare dal suo letargo pacifista per riarmarsi, e in
fretta. Viene così stanziato il primo fondo da 102 miliardi, poi nel marzo del
2025 è il turno del programma di potenziamento della Bundeswher: le spese
belliche oltre l’1% vanno fuori bilancio. Per il 2029 è previsto l’investimento
di 150 miliardi; intanto, per quanto riguarda il 2026, si passa ai 108 miliardi.
Sempre recentemente però, si è stimato ottimisticamente che entro il 2030 la
Germania non sarà minimamente in grado di reggere una guerra convenzionale, a
causa di tutte le mancanze di cui sopra. Anche perché per farlo è necessaria
un’altra cosa: la conversione dell’industria in chiave bellica; un processo che
richiede tempi lunghi, capitali e sviluppo tecnico. Rheinmetal punta già ad
acquisire stabilimenti Volkswagen, coerentemente con l’idea di far leva sul
settore automobilistico in forte crisi per realizzare la riconversione. Ancora
poco, se è vero che il tempo stringe, e stiamo parlando della Germania, mica
dell’Italietta.
In un articolo dell’ultimo numero della Rivista di Geopolitica Limes, sempre in
riferimento alla Germania, si riporta come: «le guerre del presente non si
combattono con armi tecnologicamente sofisticate e pochi mestieranti. Nessuna
blitzkrieg alle viste. Sono conflitti d’attrito, scontri di lunga durata tra
apparati bellici di vaste proporzioni. Perdi quando si logora il consenso
interno».
Quando avviene questa frattura? Questo Limes non ce lo dice, o meglio ce lo dice
diversamente: quando le condizioni di vita e la riproduzione della forza lavoro
subiscono una forte degradazione funzionale allo sforzo bellico; diversamente
gli appelli al disfattismo rivoluzionario, alla diserzione, sono esercitazione
retoriche ad uso e consumo degli addetti ai lavori, piaccia o meno. La lotta di
classe e l’antimilitarismo devono quindi essere necessariamente legate, giacché
separarla, ricondurre la seconda a ragioni etiche, di giustizia e morale, senza
sminuire la realtà e concretezza dell’atrocità, della disumanità connaturata a
questi fenomeni abominevoli di negazione totale delle vite proletarie, è opera
più da pretaglia che da sovversivi. Comunque, è lo stesso articolo a presentarci
il sostanziale accordo di due terzi dei tedeschi verso l’aumento delle spese
militari entro il 2032, ma con almeno due riserve: innanzitutto che non venga
toccato lo stato sociale – ma anche a fronte della possibilità di scorporare la
spesa bellica dal patto di stabilità, prima o poi i conti saranno da fare, e
saranno dolori-; secondo: poca disponibilità a sacrificarsi per la patria;
soltanto un tedesco su sei sarebbe pronto a rischiare la pelle per difendere i
confini tedeschi. Ancora una volta: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!
30/11/2025
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https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/11/15/una-levataccia-per-la-gioventu-tedesca-ed-europea/