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«Un pessimo affare per gli allibratori». Parole di Mahmud Darwish contro il tempo del “Board of Peace”
Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché «imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza». Qui in pdf: Darwish Silenzio per Gaza Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere. Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione. Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio. È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico. Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa, perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno d’immagine. Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo bilancio. Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo sangue. Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il sangue, il sudore, le fiamme. Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue. Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio sia per i nemici che per gli amici. Gaza non è la città più bella. Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe. Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo. Gaza non è la città più ricca. (Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando, braccia a noleggio.) Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una nazione. Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più disgraziata, la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore tra tutti noi. Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni. Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi. Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa e di pianti per le case perdute. Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari. (Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.) Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello dell’insegnante con gli allievi. La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione. La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione. Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla firma né al marchio di nessuno. Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza. Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un sorriso stampato. Lei non vuole questo, noi nemmeno. La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la fragranza femminile delle nostre canzoni. Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori. Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi. La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e dissenso, morte e dissenso. I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.) Possono tagliarle tutti gli alberi. Possono spezzarle le ossa. Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue. Ma lei: non ripeterà le bugie. Non dirà sì agli invasori. Continuerà a farsi esplodere. Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere. Andando straniero per il mondo A tarda notte il mondo va a dormire. È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono capaci di crescere. A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità. Così dorme il mondo. Così si sveglia il mondo. Così mi dimentica. Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte. Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo, ho cercato di entrare. “Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?” “La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.” “Dove mi hai visto la prima volta?” “Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la tranquillità?” Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco. L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità. Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi. Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza. Così il mondo va a dormire e mi dimentica. “Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.” “Chi l’ha svegliata? Chi è stato?” “Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.” “Da dove soffia?” “Da ogni direzione, dalla patria.” “Chi ha insegnato loro questo termine desueto?” “Poeti che cantano al suono del rababa.” “Uccideteli.” “Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.” “Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?” “Ferventi rivoluzionari” “Uccideteli.” “Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.” “Chi ha insegnato loro questo termine?” “L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?” “Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.” “Che facciamo?” “Uccidiamo la memoria.” Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal globo terrestre perché sono io il terrorista. Che cosa faceva il mondo? A tarda notte andava a letto e dormiva. Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti? Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di combattere per la propria libertà. Cos’è l’opinione pubblica internazionale? Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie. Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa “opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi. Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa domanda? Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole giocare e bere. “Perché svegli il mondo?” “Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.” “Perché non muori in silenzio?” “Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.” “E una morte urlata?” “È una causa.” “Sei venuto a dichiarare la tua presenza?” “Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.” “Perché uccidi?” “Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.” “Vai all’inferno.” “Vengo dall’inferno.” Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?” “Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno esplosivo?” “Cacciatelo dal cerchio del mondo.” “Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.” “Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.” “Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione.” “Un terrorista?” “Sì, un terrorista disperato.” Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza, questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi. Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre. Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo: terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo! Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò, so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo. Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da letto.
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La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei palestinesi in Italia Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi, Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati sono stati assolti. Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh. Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di terrorismo). Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità dell’impianto accusatorio. Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente, erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2 del carcere di Melfi. Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a questo processo. Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la causa palestinese. Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed appoggio. Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente significativa. Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è l’espressione di una precisa volontà politica. Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia). Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo successivamente riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA). In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?» Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino». Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli interessi economici che legano Italia ed Israele. Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e l’Europa non sono luoghi sicuri per voi. In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che vengono scientemente fatte morire di fame e freddo. Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini. Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia, le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis. La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di antisionismo con quello di antisemitismo. Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione «Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano sommamente ipocrite. Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno materiale possibile. Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed impossessarsi delle loro risorse. Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare nella propria sfera di influenza. Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di stampo coloniale. Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra. La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale, che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina. La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine. La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario. Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici, omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione, attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di questi strumenti offensivi. L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari, per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di beni stranieri. Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere contro chi detiene il potere. Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa aggressione. Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando con questa operazione le fantasie più distopiche. In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che certo non rispettavano la fila… Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese (A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio. Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a spada tratta. Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire diversi aspetti che ci legano ad esse. C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora. Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare per noi. Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo passivo, ma sono parte in gioco. I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque. Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose. In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed autodistruttive della società capitalista. Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla repressione. Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a Torino Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action Per una Palestina libera in un mondo libero. Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni. Complici e solidali
Approfondimenti
Stato di emergenza
“Il tempo dei padroni e dei mullah è finito”. Voci dall’Iran in rivolta
In vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso. Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli) della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste, l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca, dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza. Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran! Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta! Contro i padroni di casa nostra! Qui in pdf: Materiali Iran -------------------------------------------------------------------------------- Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” “Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo iraniano”. Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi, lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue: Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati fantoccio del regime. Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra protezione. Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie. Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere. Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” (*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della produzione di macchine per l’industria. ======= Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da disuguaglianze, corruzione e ingiustizia. Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie. Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in prima linea in queste lotte. Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo. Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la continuazione della violenza e della repressione da parte del governo. Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e perpetrato l’uccisione di persone. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe. ============= Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati nel loro undicesimo giorno.  Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.  Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di 25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati arrestati.  Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini, sono stati uccisi. Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401 (settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.  Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana. Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da disuguaglianza, corruzione e ingiustizia. Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e autoritarie imposte dall’alto.  In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste lotte.  Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere. Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello nazionale.  Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele.  Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il potere.  L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione 7 gennaio 2026 Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Collettivo Roja (*) (*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022 – di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”. https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja Aggiornamento, 9 gennaio Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento – soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46 città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti, spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979. La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli omicidi. Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente – si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza, comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela. I. La quinta insurrezione dal 2017 Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo. II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi. Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani. Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione. “Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica. Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane. Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo. Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa. Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica. III. La diffusione della rivolta Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste. Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria. Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese. IV. La geografia della rivolta Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022. Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa. Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali. La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione. Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza. V. L’impatto della guerra dei dodici giorni Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza. La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio. Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale. Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone. Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi. Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra. I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio. VI. Le contraddizioni Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele. Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran. La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica. Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente. VII. L’orizzonte L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione. Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa. Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione. Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti. Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione. Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno. Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979: Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio
Approfondimenti
Stato di emergenza
Rivolte senza rivoluzione (e un commento)
Cosa chiediamo a un testo? Non necessariamente che sia condivisibile, ma che affronti delle questioni importanti e che nel farlo offra una buona base di discussione. È il caso, ci sembra, di questo contributo che abbiamo tradotto. Al di là dei foucaultismi e dei “tiqqunismi” che contiene, e malgrado qualche ambiguità che lo caratterizza, questo testo illustra con una certa precisione la fase storica in cui siamo entrati e – cosa non molto frequente – cerca di analizzare le innovazioni organizzative sperimentate dai movimenti di rivolta degli ultimi tempi. Alla fine del testo troverete un nostro commento. Qui in pdf: Rivolte senza rivoluzione-Per delle iperboli esatte Rivolte senza rivoluzione* di Adrian Wohlleben tratto dal sito statunitense illwill.com I. L’èra delle rivolte non è finita Coloro che cercano una scienza rivoluzionaria del presente devono prepararsi alla delusione. Non esiste alcuna bussola per navigare nei nostri mari tumultuosi, alcuna chiave universale o formula magica capace di raddrizzare la nostra nave e collocarci senza equivoci sulla via della rivoluzione. L’oscurità del nostro orizzonte è più profonda di tutto ciò che abbiamo conosciuto nelle nostre vite. Tuttavia – anche se si potrebbe perdonare ai nordamericani di pensare il contrario – i movimenti non mancano: su scala mondiale, le onde si alzano e s’infrangono a un ritmo così stordente che diventa impossibile seguirne tutte le manifestazioni, anche per coloro che vi si dedicano. Soltanto gli ultimi sei mesi hanno visto disordini massicci in Turchia, Argentina, Serbia, Kenya, Indonesia, Nepal, Filippine e Perù. Prima di questo: Bangladesh, Georgia, Nigeria, Bolivia… e la lista è sicuramente incompleta. In ogni circostanza, delle mobilitazioni che riuniscono decine di migliaia di persone hanno portato a crescenti scontri con le forze dell’ordine in diverse città, provocando delle crisi nazionali di sicurezza. Questo mese, il presidente del Madagascar ha sciolto il governo in risposta a tre giorni di manifestazioni sanguinose guidate dalla “Generazione Z” contro le interruzioni d’acqua e di elettricità e contro la corruzione politica, sventolando la stessa bandiera pirata One Piece agitata in Indonesia o in Nepal [1]. Nel momento in cui scrivo queste righe, scoppia una nuova rivolta in Marocco: le manifestazioni di massa si trasformano in undici città in sommosse feroci e in scontri violenti. A questo si aggiungono delle sequenze precedenti ancora in corso, come la guerra civile in Myanmar, in cui gli insorti continuano ad avanzare sottraendo città intere alla Giunta. Insomma, anche se la pandemia mondiale di Covid-19 è sembrata a certi teorici un complotto destinato a schiacciare l’ondata di rivolte del 2018-2019, questi timori, come gli Americani hanno scoperto fin dal maggio 2020, erano infondati. Malgrado un affievolimento tra il 2021 e il 2023, l’ultimo anno e mezzo conferma che la nuova «èra delle sommosse» [2] (così chiamata nel 2011 dal gruppo comunista greco Blaumachen) è lungi dall’essersi conclusa. Il compito di riflessione è doppio: situare queste rivolte nelle rotture storiche di cui sono testimonianza, e identificare le loro potenzialità ancora incompiute rintracciando le fessure tra le pratiche che le compongono. II. L’ordine neoliberale sta finendo, ma nessun nuovo regime l’ha ancora rimpiazzato. Tutte le forze sono spinte su un piano strategico Benché sotto il cielo non ci sia altro che caos, non si può dire che la situazione sia eccellente. Viviamo in un interregno. Da quasi due decenni, l’ordine neoliberale mondiale del capitalismo finanziario – installatosi negli anni Ottanta e diffusosi ovunque negli anni Novanta – è minato da persistenti crisi dei tassi di profitto. Incapaci di assicurare la crescita attraverso i soli mezzi del mercato, i partiti politici si trovano di fronte a una scelta: esseri battuti alle prossime elezioni da oppositori che promettono essi stessi una crescita che nemmeno loro possono garantire; oppure garantire i profitti attraverso strategie extra-economiche fondate sulla guerra, sul saccheggio, sulla conquista e sullo spossessamento. A partire dalla crisi finanziaria del 2008, il ciclo di accumulazione non può più funzionare secondo le proprie regole interne, poiché i suoi «impasse e blocchi (…) esigono l’intervento di un ciclo strategico fondato sui rapporti di forza e la relazione non-economica amico-nemico» [3]. Per esempio: qual è il piano di Trump per «mettere in sicurezza» l’economia americana grazie alla reindustrializzazione? Attraverso una combinazione di minacce economiche e militari (tariffe per alcuni, invasioni per altri), l’obiettivo è quello di costringere i Paesi alleati a investire nelle fabbriche situate negli Stati Uniti. Come ha esplicitato il segretario al Tesoro Scott Bessent in un’intervista a Fox News nel mese di agosto [4], in cambio della «riduzione di certe tariffe per gli alleati», il Giappone, la Corea del Sud, gli Emirati Arabi e altri Paesi europei «investiranno nelle imprese e nelle industrie che indicheremo loro – ad ampia discrezione del presidente». In altri termini: la stabilità americana sarà acquisita tramite intimidazione economica e ricatto militare. III. Le sollevazioni contemporanee, come i neo-autoritarismi, sono i sintomi del crollo del capitalismo neoliberale È in questo contesto che bisogna collocare l’ondata di sollevazioni mondiali cominciata con i movimenti delle piazze e la Primavera araba (2010-2012), ma anche la reazione neo-autoritaria che hanno generato – da Trump e Bolsonaro a Duerte, Orbán e Savini [5]. Se le rivolte sono animate maggioritariamente da giovani e lavoratori poveri, in collera per l’estrattivismo neoliberale e la confisca di opportunità da parte di élite definite «corrotte», condizioni che spingono molti giovani a concepire come sola strada per il futuro il lavoro all’estero, i fanfaroni neo-populisti traggono il sostegno da una piccola borghesia sempre meno mobile, ansiosa per la crisi di crescita e le sue ricadute sempre meno ampie sui propri privilegi a lungo acquisiti. Nella misura in cui la crisi di crescita si aggrava, il ciclo strategico necessario per sostenere il mercato si separa progressivamente da quest’ultimo: in alto, i deficit commerciali sono «risolti» con l’intimidazione, la guerra o il saccheggio; in basso, le tensioni sociali, anche modeste, sfociano direttamente nelle rivolte. Queste due dinamiche appaiono come indissociabili. Ogni mese l’estrema destra conquista terreno elettorale; ogni settimana una nuova ondata di sommosse incendia commissariati, blocca strade, occupa piazze, saccheggia palazzi e affronta i capi di Stato. IV. Il ritorno del piano strategico non è una rottura con le istituzioni liberali ma vi passa attraverso A questo stadio, bisogna evitare sue confusioni. La prima consiste nel credere che il momento presente equivalga a un rifiuto totale degli ordini giuridici e politici liberal-democratici che l’hanno preceduto. Molti liberali hanno cercato di presentare le politiche interne dell’amministrazione Trump come sovversione delle norme e procedure democratiche, le quali dovrebbero di conseguenze essere difese. In realtà, è vero il contrario. Ciò che distingue i «nuovi fascismi» da quelli del passato non è il loro emergere dentro il quadro della democrazia liberale – questo era già il caso per i loro predecessori del XX secolo. Piuttosto (come hanno sostenuto di recente alcuni compagni del Cile) «hanno saputo perfezionare delle politiche fasciste e permettere il loro sviluppo all’interno di un quadro democratico, al punto da saper edificare un’industria fondata sul crimine e sull’insicurezza come giustificazioni alla pianificazione di queste politiche» [6]. Ogni riconoscimento autentico di questo esigerebbe che le critiche rivolte alle tendenze fascisteggianti dell’amministrazione Trump siano accompagnate da una critica approfondita della democrazia stessa; mentre la sinistra progressista persiste nella sua credenza erronea nell’opposizione totale tra democrazia e fascismo. Allo stesso tempo, tuttavia, il fatto che i fascismi latenti s’appoggino su quadri giuridici preesistenti non deve farci credere che oggi un ritorno alla democrazia liberale sia ancora possibile. I sostenitori di Zohran Mandami che s’immaginano di aver «rimesso l’auto nella buona direzione» non fanno che andare fino in fondo nella parodia. In realtà, la dipendenza transitoria del fascismo rispetto alla democrazia liberale costituisce solo il prerequisito necessario per riflettere su ciò che deve avvenire dopo. V. La sola certezza condivisa: la necessità di un salto Il fatto di vivere in un interregno – tra un ordine morente e un altro che non si è ancora stabilizzato – significa che la sola certezza condivisa da tutte le forze in campo è che ci troviamo nel mezzo di una rottura, e che le contraddizioni del nostro presente non possono essere risolte con l’aiuto degli strumenti e delle procedure delle istituzioni che ci hanno condotto qui, anche se queste istituzioni sussistono oggi ancora sotto certe forme. Ciò che è necessario, è un «salto fuori della situazione» [7]. Il bisogno di questo salto si fa sentire ovunque, talvolta in maniera confusa, talaltra in maniera cosciente. Questo salto si sta già preparando e abbozzando intorno a noi; esso spiega l’audacia stupefacente che sorge in tutti gli angoli della società, dagli attentati «gamer»** al cinismo animale del genocidio israeliano a Gaza, fino ai giovani nepalesi e alle classi popolari che, in rappresaglia contro i 21 manifestanti abbattuti dal loro governo l’8 settembre, in un solo giorno hanno incendiato la Corte suprema, il Parlamento, la residenza del Primo ministro, quella del presidente, così come decine di commissariati, supermercati e una sede mediatica, rovesciando un governo «in meno di 35 ore» [8]. È questo salto – di cui già si sentono ovunque le scosse – che dobbiamo pensare, organizzare e spingere verso una rottura irreversibile con il dominio dell’economia. VI. Le rivolte contemporanee producono nella migliore delle ipotesi una coscienza del capitale, ma non il suo superamento In una società in cui le riforme costituzionali possono essere ottenute soltanto attraverso la rivolta, la questione del loro rapporto con la rivoluzione deve essere considerata. Le rivolte sono dappertutto, ma – ad eccezione forse della guerra civile in Myanmar (il cui esito resta incerto) – la gran parte di esse, stupefatte dalla vittoria contro le forze dell’ordine, finiscono con il reclamare né più né meno che un ritorno negoziato allo status quo. Tale schema era già chiaramente visibile durante la sollevazione del 2022 in Sri Lanka: «Le lotte sono spesso sconfitte non dallo Stato, ma dallo choc delle proprie vittorie. Raggiunta una certa ampiezza, i movimenti hanno la tendenza a conseguire i propri obiettivi più rapidamente di quanto avrebbero potuto aspettarsi. La caduta del regime Rajapaksa si è prodotta così velocemente che nessuno ha preso seriamente in considerazione il seguito. La finestra aperta dal movimento si è richiusa in fretta e l’aria soffocante della normalità ha ripreso tutto lo spazio nella stanza» [9]. Uno dei limiti fondamentali delle rivolte contemporanee attiene all’ambito stesso della lotta, che tende a interpretare le penurie della sussistenza come il semplice riflesso della corruzione, dell’austerità e del clientelismo [10]. Questa cornice, che non mette in discussione il capitalismo stesso ma soltanto la sua (cattiva) gestione, sfocia inevitabilmente in un semplice rimescolamento delle carte: «Le critiche della corruzione forniscono una falsa immagine delle capacità effettive di azione di cui dispone lo Stato nelle crisi economiche e sociali, come se potesse evitare, se solo lo volesse, di mettere in campo politiche di austerità… Dopo la caduta del regime, la gente si trova ad affrontare il fatto che la logica strutturale della società capitalistica resta in piedi. I governi usciti dalla rivoluzione si trovano ad applicare misure di austerità del tutto simili a quelle che inizialmente avevano scatenato le proteste» [11]. Da un lato, ci si potrebbe aspettare che tali fallimenti contribuiscano a far emergere una critica più sistemica del capitalismo, allo sviluppo della «coscienza di classe», nella misura in cui «l’unità essenziale degli interessi della classe dominante» diventa evidente per chiunque vi presti attenzione. Tuttavia, come osserva Passad: «… sarebbe forse più corretto pensare allo sviluppo di una coscienza del capitale. Affinché la sollevazione si spingesse oltre, sarebbe stato necessario ch’essa affrontasse l’incertezza di sapere come il paese avrebbe potuto nutrirsi e vivere mentre la sua relazione con il mercato mondiale era interrotta. Dopo tutto, è soltanto attraverso e dentro la società capitalistica che i proletari sono in grado di riprodurre la propria forza lavoro». In altri termini, se una rivolta non arriva ad affrontare il problema di una rottura rivoluzionaria nel momento in cui l’ordine è sospeso, la lezione interiorizzata rischia di essere quella della legge di ferro dell’economia: i e le partecipanti diventano coscienti del capitale come costrizione immediata sulla vita, ma incapaci d’immaginarne il superamento [12]. VII. Le rivolte hanno prodotto forme alternative di autorganizzazione – senza comprendere la loro portata Negli anni Cinquanta, il filosofo tedesco della tecnica Günther Anders descriveva ciò che chiamava un «dislivello prometeico», apparso nelle società industriali, che operava un rovesciamento del rapporto classico tra immaginazione e azione. Laddove l’utopismo si basava sull’idea che la nostra immaginazione oltrepassi ciò che esiste, proiettandosi al di là dell’attualità, Anders sostiene che oggi accade l’inverso: con l’invenzione della bomba nucleare, è emerso uno scarto prometeico nel quale gli atti fattuali eccedono ormai la facoltà dei loro agenti a immaginarli, a pensarli o a sentirne il peso. Non siamo capaci di comprendere – ancor meno di assumere – ciò che stiamo già facendo [13]. Siamo diventati degli «utopisti al contrario», incapaci di contemplare l’ampiezza o le ripercussioni delle nostre stesse pratiche. Siamo più piccoli dei nostri atti, i quali dissimulano in se stessi qualcosa d’insondabile. L’immaginazione non solo non riesce più a superare il presente: essa fallisce persino nel cogliere l’attualità [14]. Un fenomeno analogo può prodursi nelle lotte politiche. Anche quando perseguono degli obiettivi riformisti, i partecipanti compiono talvolta delle svolte la cui radicalità reale resta inavvertita, soprattutto quando tali svolte non possono essere integrate nei concetti e nelle categorie adottati fino a quel momento dalla lotta. Gli insorti sono quindi incapaci di trarre tutte le implicazioni da ciò che stanno già facendo; né riconosceranno necessariamente queste spinte nei cicli di lotta successivi al fine di spingerli in una nuova direzione. È in questo scarto tra la pratica e la riflessione, tra i mezzi e i fini, tra le punte più avanzate di un ciclo e quelle che emergono nel successivo, che la teoria può giocare un ruolo di appoggio, facendo emergere l’eccedente nascosto nelle pieghe della storia, la sua Entwicklungsfähigkeit [capacità di sviluppo] [15]. Il movimento dei Gilet gialli è stato in tal senso esemplare. Tra le sue varie innovazioni, si possono evidenziare due punte avanzate. Per prima cosa, benché i suoi elementi catalizzatori siano stati delle pressioni sociali già note – aumento del costo della vita, abbassamento della mobilità sociale, tagli ai servizi pubblici ecc. –, l’organizzazione della rivolta ha aggirato le categorie tradizionali d’identificazione politica e d’identità sociale grazie a un gesto semplice e riproducibile d’auto-inclusione: per unirsi al movimento era sufficiente indossare il gilet e fare qualcosa. In tal modo il movimento ha superato d’un salto il problema trotzkista della «convergenza» tra movimenti sociali costruiti nella separazione (studenti, lavoratori, immigrati ecc.). Ogni lotta politica richiede un certo grado di formalizzazione per delimitare l’appartenenza; ora, l’uso di un oggetto quotidiano come un gilet ben visibile – o un ombrello – garantiva il fatto che la forza di combattimento fosse definita dalle iniziative contagiose che diffondeva e non in riferimento a un gruppo sociale specifico autorizzato a rappresentarla. Ciò ha permesso ai Gilet gialli di aggirare un meccanismo centrale della governamentalità: la cattura delle nostre identità sociali per contenere gli antagonismi nei circuiti istituzionali (politiche universitarie, conflitti di lavoro ecc.). Dai «frontliners» di Hong Kong ai «terremoti dei giovani» [youthquakes] d’oggi, riuniti sotto il sigillo impersonale di una bandiera pirata in stile manga [16], le rivolte scoppiano ormai come dei contagi virali, come dei mème che favoriscono sperimentazioni più aperte e riducono i rischi di recupero. Tuttavia, incapaci di riconoscere la potenza delle loro stesse innovazioni, i Gliet gialli sono ricaduti nell’immaginario della Rivoluzione francese e del suo ondivago significante, «il popolo», spingendo molti a confondere l’innovazione di quel movimento con un rinascente populismo di destra. Sull’immanenza inappropriabile del mème hanno sovrascritto la trascendenza del mito [17]. In secondo luogo, mentre numerose rivolte si fanno magnetizzare dai simboli del potere borghese – tribunali, parlamenti, commissariati –, i Gilet gialli hanno stabilito le loro basi di organizzazione, di strategia e di vita collettiva quanto più in prossimità del loro quotidiano. Come è stato osservato all’epoca: «Questa prossimità con la vita quotidiana è la chiave del potenziale rivoluzionario del movimento: più i blocchi sono vicini al domicilio dei partecipanti, più è probabile che tali luoghi diventino personali e importanti in mille modi. E il fatto che sia una rotatoria – piuttosto che un bosco o una valle – a essere occupata toglie ogni contenuto prefigurativo o utopico a questi movimenti. […] Occupare la rotonda vicino a casa propria assicura che la fiducia collettiva, l’intelligenza tattica e il senso politico condiviso che i Gilet gialli coltivano di giorno in giorno attraversino e contaminino le reti, i legami, le amicizie e gli affetti della vita sociale nelle zone coinvolte» [18]. Sentimenti che resterebbero utopici in una piazza occupata del centro città o in uno spazio come la ZAD (in cui la maggior parte dei partecipanti non vivono), una volta spostati in una rotatoria possono a quel punto diffondersi nella vita quotidiana invece di rimanerne separati. E quando le sue basi sono attaccate dalle forze repressive, le risorse della vita privata possono rialimentarle e ricostruirle, come si è visto a Rouen, dove le casette improvvisate sono state distrutte e poi ricostruite una mezza dozzina di volte [19]. L’innovazione non consisteva soltanto nella prossimità con la vita quotidiana. Occupare i centri dei paesi sarebbe potuto bastare. Ma collocando la loro base alla giuntura tra l’economia e la vita quotidiana – là dove i camion merci che lasciano l’autostrada entrano in città –, le rotonde sono diventate anche dei blocchi di filtraggio, consegnando agli insorti una leva logistica. Occupando la circolazione non nel punto vitale per il capitale, ma nel luogo in cui il capitale entra nell’ambito della vita, hanno politicizzato la membrana tra vita e denaro alle proprie condizioni, invece di piegarsi al luogo simbolico indicato dal potere borghese (come aveva fatto Occupy Wall Street). In realtà: «Il vero orizzonte strategico dei blocchi del retro-paese non è sospendere completamente i flussi dell’economia, ma produrre delle basi territoriali abitate che la restituiscono alla dimensione della vita quotidiana, a un livello in cui essa può essere compresa e decisa» [20]. Una combinazione di intelligenza logistica collocata sulla soglia della vita quotidiana, ma federata a livello nazionale attraverso assemblee regionali e nazionali di delegati [21]. Per Jérôme Baschet, invece, la costruzione di questi «spazi liberati» – spinta fino in fondo – avrebbe potuto rappresentare lo zoccolo di una più vasta offensiva contro l’economia, approfondendo non solo «i legami tra spazi liberati esistenti», ma combinando «la moltiplicazione degli spazi liberati con dei blocchi generalizzati. Nella misura in cui gli spazi liberati possono dispiegare le proprie risorse materiali e le proprie capacità tecniche, possono servire da nodi decisivi in grado di amplificare i blocchi nei momenti chiave, in forme diverse. Più abbiamo spazi liberati, più dovremmo essere in grado di estendere la nostra capacità di blocco. Inversamente, più i blocchi diventano diffusi, più questi favoriscono l’emergere di nuovi spazi liberati» [22]. Il rischio, certo, sarebbe credere che si tratti semplicemente di ripetere la situazione Gilet gialli. Questo errore – visibile nella strana bolla speculativa che ha circondato quest’estate l’iniziativa «Blocchiamo tutto» del 10 settembre – proviene da una tendenza a dissociare la questione delle tattiche e delle pratiche dalla rottura evenemenziale che ha presieduto al loro emergere [23]. Coloro che tentano di forzare la storia a ripetersi garantiscono una cosa sola: la farsa. VIII. Nei suoi slanci pratici, la lotta contro l’ICE punta al superamento delle separazioni della Floyd rebellion La capacità offensiva della sollevazione George Floyd del 2020 è stata ostacolata da una separazione tra la sua presa degli spazi e la sua intelligenza logistica. Le occupazioni che assediavano formalmente i luoghi del potere («sommossa politica») non sono mai arrivate a combinare in modo significativo le proprie forze con le carovane di saccheggi che si scatenavano contro i centri commerciali e le zone mercantili secondo una strategia del mordi e fuggi («sommossa delle vetrine») [24]. Di conseguenza, la coscienza logistico-infrastrutturale è rimasta relativamente depoliticizzata – semplice assemblaggio di tecniche – mentre la coscienza politica restava fissata su degli edifici evacuati dal forte valore simbolico [25]. Con la costruzione di centri di difesa, o centros, combinata con altre pratiche di auto-sorveglianza, di inseguimento e di perturbazione, la lotta attuale contro l’ICE ha abbozzato una ripoliticizzazione dell’intelligenza infrastrutturale, così come un’inversione del suo orientamento «cinegetico» (dal ruolo di preda a quello di predatore). Questo fatto, unito alla marcata tendenza a restituire la politica agli spazi della vita quotidiana, indica una possibilità reale di superare i limiti del 2020 – che gli attori di questa lotta ne abbiano formalizzato l’idea o meno. Dopo l’invasione delle città americane – Washington, Chicago, Portland – da parte delle forze federali, l’attrazione simbolica esercitata da certi luoghi del potere, come i centri di detenzione dell’ICE a Broadview (Illinois), ha ceduto lo spazio a un diffuso ethos d’autorganizzazione, oltrepassando persino barriere di classe e di razza in passato invalicabili. Il centro di gravità si è spostato lontano dal tritacarne delle guerre d’assedio attorno alle fortezze nemiche, per ritornare verso gli spazi della vita quotidiana – un’evoluzione, questa, da salutare. I e le residenti invadono le proprie strade non appena sentono quel richiamo dell’usignolo che sono i clacson e i fischietti; carovane di auto private inseguono e disturbano gli agenti dell’ICE lungo i viali; mentre vicine e vicini si riuniscono intorno alle scuole, ai luoghi di lavoro e alle bancarelle dei rivenditori di strada. Dei consigli di difesa sono sorti a Chicago come altrove nel Paese, militanti hanno installato dei centri di difesa negli assembramenti di Home Depot e in altri luoghi frequentati dai lavoratori a giornata. Secondo una recente guida pratica, questi centri servono da spazi di incontro che vanno al di là delle affinità della sotto-cultura o dell’ambito di lavoro, «offrendo alle persone colpite delle relazioni radicate localmente che dànno una direzione alla loro collera» [26]. Nella misura in cui i nessi tra la vita quotidiana e la riproduzione sociale diventano via via più politicizzati, l’intelligenza logistica di solito riservata ai saccheggi e all’attacco mordi e fuggi comincia a generalizzarsi, a de-specializzarsi e a diventare accessibile a chiunque sia pronto a raggiungere una rete Signal locale e a cominciare a pattugliare. Le pratiche di sorveglianza collettiva dal basso, associate a un insieme di compiti concreti – impedire gli arresti, garantire un passaggio sicuro, esasperare ed espellere i nemici – realizzano lentamente ciò che due decenni di movimenti sociali non sono riusciti a fare: reintrodurre una partecipazione collettiva nello spazio metropolitano, su di una base partigiana, non economica. Le strategie politiche sono coerenti solo in funzione delle verità su cui si basano. Questo riconoscimento ha spinto i partecipanti alla sollevazione di Hong Kong nel 2019 ad attribuire un’importanza fondamentale alla verifica delle informazioni. Queste pratiche trovano oggi una nuova espressione nelle lotte anti-ICE, che mescolano una condivisione di conoscenze infrastrutturali con un ethos collettivo di coinvolgimento nella situazione. Nelle città americane, un nuovo empirismo politico scruta la vita quotidiana per individuare i segni del nemico. Per attivarsi ed evitare i rapimenti, le reti di intervento rapido dipendono dalle informazioni raccolte da attivisti che pattugliano in auto o a piedi, o dalle segnalazioni pubblicate sulle reti social. Queste informazioni sono in seguito filtrate in ampie reti Signal nelle quali si confrontano descrizioni di veicoli e targhe, si estraggono i numeri VIN e si scambiano in tempo reale dettagli di localizzazione. L’uso del protocollo SALUTE [27] garantisce che l’informazione sia completa e circolabile, ma la posta in gioco va ben al di là della diffusione di informazioni fattuali: ciò che sta nascendo è una nuova sensibilità politica. L’esperienza individuale, atomizzata, della città lascia il posto a un’attenzione collettiva, espressa attraverso il tracciamento continuo del nemico così come da una sensibilità ai ritmi, ai flussi e alle relazioni qualitative che strutturano i luoghi abitati. Come nota la già citata guida pratica, questi centri «riusciranno o falliranno a seconda che siate attenti o meno ai bisogni della zona circostante» [28] Tramite questo apprendimento dei segni, la lotta anti-ICE contribuisce a far nascere un mondo in comune. La minaccia rappresentata da questa politicizzazione logistica della vita quotidiana per la legittimità delle forze governanti è considerevole. È probabilmente il motivo per cui l’amministrazione Trump ha cercato di disinnescare la resistenza attribuendole un’identità pre-digerita e un racconto. Invece di riconoscere la lotta per ciò che è – una circolazione di pratiche diffuse di sovversione accessibili a tutti, indipendentemente dalle ideologie o identità sociali – il potere proietta il mito di un’organizzazione gerarchica («Antifa»), finanziata da élite liberali e organizzata militarmente in «cellule» che ricevono ordini centralizzati. Lo scopo di questo racconto caricaturale e palesemente falso non è quello di essere preso alla lettera da chicchessia (dal momento che non ha alcuna realtà), ma di dissimulare la verità sensibile che si afferma ogni giorno di più: il binarismo cittadino/non-cittadino è uno strumento intollerabile di apartheid violento. Quali potenziali inavvertiti porta in sé questa nuova ondata di contestazione? Cosa potrebbe realizzare una rete diffusa di Consigli di quartiere, animata da un’intelligenza logistica collettiva e da una capacità estremamente mobile di rottura e di intervento, se guadagnasse una maggiore ampiezza? Per evitare efficacemente gli arresti e proteggere i vicini, potrebbero diventare necessarie delle forme di blocco logistico più ambiziose. Cosa richiederebbe il coordinamento delle azioni su scala di intere città, o la messa in pratica di blocchi di filtraggio in grado di assicurare un controllo comunitario di certe zone o quartieri? A quali altre ambizioni di potere popolare potrebbero servire queste tecniche se – o quando – l’ICE si ritirerà dalle città coinvolte? IX. La fine delle mediazioni potrebbe significare la fine della sinistra – e l’emergere di un nuovo underground rivoluzionario Nella misura in cui le forze in campo competono per determinare quale direzione prenderà il salto al di là della democrazia liberale, le mediazioni continueranno a dissolversi. In quanto vettore principale del «soft power», il ruolo della sinistra, che consiste nel contenere l’energia ribelle attraverso la promessa di riconoscimento statale e di riforme, potrebbe smettere di funzionare. Mentre la destra prosegue il suo attacco contro la base della cultura di sinistra – licenziando professori, criminalizzando militanti e studenti, e sopprimendo i finanziamenti destinati alle ONG LGBTQ e ai diritti delle e dei migranti – si fa largo un’occasione: quella di reiventare da cima a fondo il sottosuolo politico. A tal riguardo, l’esempio del Sudan può rivelarsi istruttivo. Come scrive Prasad: «Dopo una sollevazione nel 2013, è emerso un proliferare di comitati di resistenza, il cui scopo era quello di preparare l’ondata successiva di lotte. Concretamente, questo significava: mantenere dei centri sociali di quartiere; costruire un’infrastruttura e raccogliere riserve di materiale ritenuto necessario; sviluppare reti di compagni e simpatizzanti a livello delle città e del paese; e testare la capacità di queste reti attraverso azioni coordinate. Quando la rivoluzione è arrivata davvero, alla fine del 2018, questi gruppi hanno potuto agire come vettori d’intensificazione. I comitati di resistenza hanno anche potuto sostenere la rivoluzione nella sua fase successiva, quando il presidente Al-Bashir è stato costretto a dimissionare» [29]. I compiti esatti che un sottosuolo post-sinistra deve intraprendere sono ancora da chiarire. Se la reazione pubblica all’affare Luigi Mangione ha provato qualcosa, è che questo sottosuolo non ha alcun bisogno di trarre le proprie coordinate politiche dal conflitto culturale classico sinistra/destra. È possibile che un movimento vasto, combattivo e audace – capace di esplorare gli interstizi della storia recente, di risuscitarne giudiziosamente le intuizioni, e di perseguirne senza sosta le conclusioni – possa risuonare ben al di là dei bacini dell’ultrasinistra, e trovare un vasto ascolto in un periodo di profonda incertezza. Più di un secolo fa, Kropotkin proponeva il seguente correttivo: «”Però”, ci avvertono spesso i nostri amici, “attenzione a non spingersi troppo in là! L’umanità non può essere cambiata in un sol giorno, non siate quindi troppo affrettati con i vostri progetti di esproprio e di anarchia, col rischio di non ottenere alcun risultato duraturo”. Ora, ciò che temiamo noi rispetto all’esproprio è esattamente l’opposto. Abbiamo paura di non andare abbastanza a fondo, di realizzare degli espropri su scala troppo limitata affinché questi possano durare. Non vorremmo che lo slancio rivoluzionario si fermi a metà strada, spegnendosi nelle mezze misure che non soddisferebbe nessuno e che, facendo sprofondare la società in un’immensa confusione e interrompendo le sue abituali attività, non avrebbero alcuna potenza vitale, non farebbero che diffondere un malcontento generale e preparerebbero inevitabilmente il terreno per il trionfo della reazione» [30]. Se – e quando – la marea vira di nuovo a loro favore, i commissariati ricominciano a bruciare e i politici si seppelliscono nei bunker o fuggono in elicottero, gli insorti non devono essere presi alla sprovvista. Essi non devono permettere che la comune sia rimpiazzata da un parlamento virtuale di server Discord; devono utilizzare tale occasione per mettere in atto delle sperimentazioni comuni, incarnate, in presenza, in grado di coinvolgere il maggior numero di partecipanti. Benché nulla di ciò che è attualmente immaginabile sia adeguato, la storia nasconde delle tracce in cui potrebbero ancora alloggiare delle sorprese. Adrian Wohlleben Ottobre 2025 *Questo articolo è basato su una conferenza pubblica tenuta il 3 ottobre 2025 a Montréal, in Quebec, prima puntata di una serie di discussioni dedicate alle prospettive rivoluzionarie nell’èra attuale. [1] Nella misura in cui la stessa bandiera One Piece si diffonde, si arricchisce poco a poco di attributi locali. In Madagascar, per esempio, il cappello di paglia viene sostituito dal satroka, un berretto tradizionalmente indossato dal gruppo etnico Betsileo. Resta tuttavia significativo il fatto che sia l’identità nazionale a cavalcare questo simbolo contagioso, come semplice accessorio, e non il contrario. Cfr. Monica Mark, «‘Gen Z’ protesters in Madagascar call for general strike», Financial Times, 9 ottobre 2025. (online). [2] Blaumachen, «The Transitional Phase of the Crisis : the Era of Riots», 2011 (online). [3] Maurizio Lazzarato, Gli Stati Uniti e il «capitalismo fascista» (online). [4] Intervista citata in Vasudha Mukherjee, «Trump turns ally investments into $10 trillion US ‘sovereign wealth fund’», Business Standard, 14 agosto 2025 (online). [5] Il fatto che l’èra delle rivolte sia apparsa per prima, e ch’essa sia stata integrata solo in seguito da uno sforzo fascisteggiante di reimporre un ordine incentrato sugli Stati Uniti, sia all’interno che all’esterno, non deve indurci in errore. Il bilancio che tracciava il Comitato invisibile del ciclo 2008-2013 si concludeva con queste parole: «Niente garantisce che l’opzione fascista non venga preferita alla rivoluzione» (Ai nostri amici). [6] Nueva Icaria, «New Fascisms and the Reconfiguration of the Global Counterrevolution», Ill Will, 11 agosto 2025 (online). [7] Ibidem. ** Il riferimento qui è all’attentatore di Charlie Kirk, che pareva essere un gamer, appassionato di videogiochi. [8] Pranaya Rana, «The Week after Revolution», Kalam Weekly (Substack), 19 settembre 2025 (online). [9] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online). [10] Phil Neel distingue tra le lotte in difesa delle «condizioni di sussistenza» economico-ecologiche e quelle che si scontrano con «l’imposizione autoritaria di queste condizioni» («Teoria del partito» Ill Will, 6 settembre 2025: in italiano online). La recente tendenza globale fa sì che movimenti sociali di massa non-violenti che rivendano una riforma delle condizioni di sussistenza siano proiettati nel combattimento non appena le forze dell’ordine reagiscono per eccesso e aprono il fuoco, spostando il quadro della lotta dal primo tipo al secondo: dall’austerità all’autorità. Gli Stati Uniti costituiscono un’eccezione: benché le misure di austerità rappresentino lo sfondo, le lotte sulle questioni economiche non producono quasi mai rivolte combattive di massa: queste sono catalizzate soltanto dai mezzi autoritari di repressione. Anche se una rivolta ha poche probabilità di scoppiare negli USA direttamente a causa dei tagli ai buoni alimentari, della precarietà dell’abitare o della negazione delle cure mediche, le reti militanti forgiate da queste lotte di sussistenza possono tuttavia contribuire ad approfondire dei movimenti di massa antiautoritari, come quando l’infrastruttura del sindacato degli inquilini di Los Anglese è stata mobilitata per allestire dei centri di difesa anti-ICE in seguito alle sommosse di giugno 2025. [11] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online). [12] In questo caso, la debolezza dell’immaginazione è legata a sperimentazioni pratiche intentate nel momento in cui avrebbero dovuto essere tentate. La tesi VII esplora lo scenario inverso, quando tali sperimentazioni hanno avuto effettivamente luogo ma la loro potenza è passata inosservata. [13] Günther Anders, «Theses for the Atomic Age», The Massachusetts Review, vol. III, n. 3 (primavera 1962), p. 496. In italiano, il testo andersiano si può trovare in appendice al suo Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki, Einaudi, 1961; Linea d’ombra, 1995. È leggibile anche qui.  [14] Per esempio, chiamare «armi» le bombe nucleari e dibattere del loro uso tattico equivale ad assimilarle a uno strumento, un mezzo in vista di un fine. Ora, l’uso di tali bombe minaccia di distruggere il mondo intero all’interno del quale soltanto dei fini possono essere perseguìti. Il loro uso annulla di conseguenza ogni rapporto mezzi-fini e rende caduche le considerazioni tattiche. Eppure, questa attitudine strumentale resta la sola maniera in cui l’immaginazione riesce a pensarle, malgrado si tratti di un errore di categoria. Cfr. Günther Anders, «I comandamenti dell’èra atomica», in Burning Conscience, Monthly Review Press, 1962, pp. 15-17. In italiano, il testo è stato pubblicato in Essere e non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki. Lo si può leggere anche qui: I comandamenti dell’Era Atomica | Günther Anders – Granelli di Pace [15] Gilbert Simondon sosteneva che la «relazione artificiale» che intratteniamo con gli oggetti tecnici può essere corretta soltanto a condizione di imparare a concepire la loro evoluzione geneticamente, cioè dissociandola dalle intenzioni umana proiettate su di loro, per cogliere invece lo sviluppo dei loro elementi, dei loro insiemi e del loro contesti associati secondo i loro stessi termini. In maniera analoga, quando studiamo l’evoluzione, la mutazione e la circolazione degli stimoli pratici e dei gesti attraverso differenti sequenze di lotta, può essere utile sospendere metodologicamente il riferimento ai fini che i partecipanti si dànno, per considerare l’evoluzione di queste pratiche, da un ciclo all’altro, secondo i loro stessi termini. Qualcuno ha espresso il timore che una simile focalizzazione sulla circolazione e l’evoluzione delle pratiche ceda a quello che Kiersten Solt ha definito «nichilismo della tecnica.». Mi sembra al contrario che i rivoluzionati non pensino ancora abbastanza tecnicamente. Sono fin troppo numerosi coloro che continuano a reificare un concetto astratto e a-storico dell’azione politica, nel quale i metodi di lotta deriverebbero immediatamente dai fini perseguìti o potrebbero essere volontaristicamente adottati per semplice decreto. In pratica, l’attualità precede la possibilità: tutte le lotte fondano la loro esperienza del possibile politico su un serbatoio di impulsi già in circolazione, innovando all’interno dei limiti fissati da tale serbatoio. È questo menù o repertorio esistente – che potremmo chiamare il phylum tattico – che delimita il campo dell’immaginabile. E, lungi dal superare questo repertorio, la nostra immaginazione resta spesso al di qua. Di conseguenza, invece di proiettare dei valori etici e politici davanti alla realtà e di trattare la pratica come semplice mezzo per realizzarli, l’analisi delle pratiche può servire ad allargare la nostra immaginazione e a rendere l’attualità di nuovo possibile. Questo presuppone di rintracciare l’evoluzione delle spinte pratiche attraverso le sequenze di lotta, alla ricerca di brecce, di faglie e dei momenti in cui i limiti sono stati oltrepassati. [16] Adottando il «Jolly Roger» come bandiera globale, l’ondata di sollevazioni del 2025 ha convertito il termine «Gen Z» da una designazione demografica banale al simbolo di uno spossessamento condiviso. Attraverso la sua circolazione virale, da Indonesia e Nepal fino al Madagascar, al Marocco e al Perù, la bandiera pirata «Gen Z» mette in luce una tensione ormai familiare tra lo Stato e il capitale: dal momento che tutti i buoni impieghi locali sono monopolizzati dai figli della borghesia (i «nepo babies»), bisogna andare all’estero per guadagnarsi da vivere; ma nella misura in cui l’ordine neoliberale crolla, gli Stati chiudono le frontiere. Ne consegue un’esperienza contraddittoria: i lavoratori sono sradicali pur essendo chiusi nello spazio, con il digitale come unica apertura sul mondo. La comunità virtuale della libertà pirata è il riflesso negativo di questa condizione economica confinata. Naturalmente, questa condizione non si limita per nulla ai giovani. L’accento messo sulla «gioventù» sembra legato piuttosto a una virtù paradossalmente negativa: non avere le mani sporche. Essere giovani significa non essere ancora al potere, non essere ancora in grado di “trafficare”, non essere ancora inseriti in una rete di potere locale e globale, non essere ancora corrotti. È questa negatività – e non la proprietà positiva dell’età – che ha permesso a una forza combattente di cristalizzarsi all’attorno all’evidenziatore «Gen Z». [17] Per una lettura opposta che afferma l’uso del mito nei Gilet gialli, si veda «Epistemology of the Heart», in Liaisons Vol. II, Horizons, PM Press, 2022 (online). Tuttavia, come gli stessi autori riconoscono: «Il problema è che, mentre il compimento del mito contribuisce alla forza della lotta, la tradizione dei vinti deve rimanere vinta per poter restare una tradizione» (375). Qui come sempre, l’affermazione del mito si rivela inseparabile da un culto della morte esemplare, una religio mortis. Il comunismo, a mio avviso, deve essere una scommessa sulla vita terrena, non sull’eternità. [18] Adrian Wohlleben e Paul Torino, «Memes with Force. Lessons from the Yellow Vests», Mute, 26 febbraio 2019 (in italiano qui). [19] Adrian Wohlleben, «The Counterrevolution is Failing», Commune, 16 febbraio 2019 (online). [20] Adrian Wohlleben, «Memes without End», Ill Will, 17 maggio 2021 (in italiano qui). Ripubblicato in The George Floyd Uprising, a cura del Vortex Collective, PM Press, 2023, 224-47. [21] Anonymous, «Learning to Build Together: the Yellow Vests», Ill Will, 9 maggio 2019 (online). Essa costituiva un paradigma originale e potente di autorganizzazione insurrezionale. Ancora una volta, non è affatto certo che i Gilet gialli avessero còlto appieno la portata della propria invenzione. Invece di riconoscere che stavano reimmaginando le forme e le pratiche con cui lo slogan «tutto il potere alle communi» potrebbe essere attualizzato oggi, uno sguardo incentrato sulle dimissioni di Macron spingeva molti ad adottare semplicemente una nuova forma di proceduralità parlamentare: il Referendum d’iniziativa cittadina (RIC) [finalizzato a permettere la consultazione referendaria per la proposta o l’abrogazione di leggi, la revoca dei mandati politici e gli emendamenti costituzionali]. [22] Jérôme Baschet e ACTA, «History Is No Longer on Our Side: An Interview with Jérôme Baschet», Mute, 23 gennaio 2020 (online). [23] Temps Critiques, «On the 10th of September», Ill Will, 10 settembre 2025 (online). [24] Questo argomento è sviluppato più dettagliatamente in Wohlleben, «Memes without End». [25] La lezione da trarre da sequenze come il Kazakhstan del 2022, o il Nepal di quest’estate, non è che bisognerebbe ignorare i luoghi del potere o lasciarli in pace, ma che non c’è niente da farne, se non raderli al suolo con sangue freddo. In tale prospettiva, anche la festa in piscina in Sri Lanka è durata forse troppo tempo, distogliendo le energie dalle festività che avrebbero dovuto svolgersi nelle strade, nei quartieri e nelle stazioni di benzina dell’intero paese. Mentre riducevano in cenere i simboli fisici del potere borghese, i manifestanti nepalesi hanno nondimeno fallito nel costruire le basi di un potere popolare indipendente in prossimità delle zone abitate, ripiegando piuttosto sui forum virtuali di Discord, dove complottavano per piazzare i “loro” politici ai posti di potere. Malgrado la ferocia del loro assalto, il concetto parlamentare di politica ne è uscito intatto. [26] Lake Effect Collective, «Defend our Neighbors, Defend Ourselves! Community Self-Defense from Los Angeles to Chicago», p. 4 (online). Benché il testo oscilli tra un atteggiamento «proattivo» d’intervento autonomo (p. 4) e la politica di un alleato che limita il proprio ruolo a «sostenere e facilitare» le azioni dei cosiddetti «locali» (il che definisce implicitamente i loro autori/autrici come extraterrestri) (p. 5), esso offre una solida cassetta degli attrezzi per gli individui e i collettivi desiderosi di partecipare al momento presente. [27] SALUTE è un mezzo mnemotecnico che significa: taglia/forza (Size/Strength – S), azioni/attività (Actions/Activity – A), localizzazione (Location – L), uniforme/vestiti (Uniform – U), momento dell’osservazione (Time – T), equipaggiamento/armi (Equipment – E). Tale quadro serve ad assicurare che un rapporto di osservazione fornisca informazioni sufficientemente dettagliate e complete. [28] Lake Effect Collective, «Community Self-Defense», p. 9 (online). [29] S. Prasad, «Paper Planes», 31 agosto 2022 (online). Con la differenza che, laddove il movimento neo-consiliare sudanese è stato alla fine vinto per via della sua incapacità a difendersi, una sollevazione americana dovrà mobilitare tutta la sua inventiva per impedire la guerra aperta che cova in permanenza, affinché delle sperimentazioni di autonomia collettiva possano generalizzarsi e rafforzarsi nel frattempo. [30] Pëtr Kropotkin, La conquista del pane [1892], Anarchismo, Trieste, 2024 [quarta edizione]. Disponibile anche qui: La conquista del pane | Edizioni Anarchismo Per delle iperboli esatte Due sono a nostro avviso i pregi di questo testo. Il primo è quello di collocare su un terreno strategico – cioè decisivo – lo scontro tra il moto di sommosse in corso nel mondo e l’ascesa dei neo-autoritarismi, scontro la cui posta in gioco è la direzione del salto oltre una democrazia liberale ormai defunta ma non ancora crollata; cosa ben diversa dalle solite geremiadi sul conflitto tra fascismo e democrazia, con il correlativo (e fuorviante) invito a difendere la seconda per scongiurare il primo. L’altro pregio del testo è quello di osservare con attenzione cosa stanno producendo di innovativo alcuni movimenti di rivolta. Anche quando non è quello del semplice consumo spettacolare, lo sguardo sulle rivolte è spesso “mitico”, nel senso che le immagini di blocchi, scontri e saccheggi sembrano uscire da uno spazio-tempo sempre-uguale (quello estatico della rottura della normalità). Se quel mitico punto di appoggio della rivolta (là dove gli incappucciati si scontrano con la polizia e assaltano i luoghi del potere) è di per sé un antidoto rispetto al mito autoritario dell’ineluttabilità della storia, rivoluzionario è soltanto lo sguardo che vuole imparare da ciò che concretamente fanno – nelle opere e nei giorni della lotta – le proprie sorelle e i propri fratelli di classe al di là di qualche fermo immagine che li immortala. Così come la rivolta è sempre l’iperbole di un insieme di fattori storici e sociali, anche la teoria sulla rivolta si serve di iperboli per evidenziare alcuni elementi anziché altri. Vale tuttavia per la teoria-pratica rivoluzionaria ciò che Cristina Campo diceva della poesia: la sua verità «parla per iperboli esatte». Ci limitiamo qui a segnalare i disaccordi e le integrazioni che ci sembrano più importanti. Per poi abbozzare qualche riflessione. Nell’analisi della fase storica manca nel testo la tendenza fondamentale del nostro tempo: la guerra. La quale non può essere rubricata dentro un elenco di misure extra-economiche insieme al «saccheggio», alla «conquista» e allo «spossessamento». Senza addentraci qui nel rapporto di reciproco incremento tra i «monopoli radicali» tecno-industriali e la potenza militare per allargarli e per difenderli, sarà sufficiente dire che più lo scontro inter-statale e inter-capitalistico passa dal piano economico-finanziario a quello strategico, più la guerra diventa allo stesso tempo un precipitato e un’ulteriore radicalizzazione dello scontro. Il passaggio dei moti di rivolta a un piano rivoluzionario si giocherà innanzitutto contro gli effetti di una mobilitazione bellica totale. Di tutto ciò non c’è traccia nel testo, tant’è che nell’analisi degli ultimi cinque anni non si menziona nemmeno la prima guerra simmetrica dall’epoca di quella di Corea: il conflitto tra Nato e Russia giocato sul terreno dell’Ucraina. Considerazione analoga vale per il susseguirsi di sollevazione negli ultimi due anni. Come si fa a non collegarli a Gaza, vera apocalisse del nostro tempo? Il solo accenno al genocidio del popolo palestinese è espresso in termini palesemente assurdi: il salto ormai necessario oltre la democrazia liberale determina, secondo l’autore, «l’audacia stupefacente che sorge in tutti gli angoli della società, dagli attentati “gamer” al cinismo animale del genocidio israeliano a Gaza, fino ai giovani nepalesi e alle classi popolari …». Ma come si fa a individuare un carattere comune («l’audacia stupefacente») nella combattività di certe rivolte e nello sterminio perpetrato dallo Stato d’Israele (per altro un esempio atroce di razionalità scientifico-militare-industriale applicata a una logica coloniale, altro che «cinismo animale»!). L’unico riferimento, poi, alla potenza tecnologica come caratteristica fondamentale della società in cui viviamo consiste in un uso di Anders che più che «originale» a noi sembra strampalato. Lo «scarto prometeico» andersiano si riferisce alla producibilità tecnica di catastrofi troppo smisurate («sovraliminali») per essere afferrate dalla nostra «fantasia morale». Cosa c’entra con il fatto che nelle lotte – e ciò da ben prima dell’èra nucleare – la coscienza pratica è sempre più avanti di quella teorica? Che la rivolta sociale appaia ai suoi stessi partecipanti una sorta di enigma attiene al fatto che le sue risultanti mescolano passato e futuro, continuità e rottura, abitudini ereditate e nuovi inizi; e che le sue «innovazioni» più feconde non sono né individuali né collettive, bensì impersonali. Ciò non toglie che il ruolo della teoria è proprio quello di cogliere l’elemento vivo più nelle pratiche che nelle dichiarazioni d’intenti (questo è il rapporto che si è dato, per esempio, tra l’invenzione proletaria dei Soviet e la teoria consiliare). Da questo punto di vista, le parti del testo dedicate ai Gilet gialli e alle lotte in corso negli USA contro i rapimenti dell’ICE sono estremamente puntuali e interessanti. Se anche per noi l’intreccio tra autorganizzazione comunitaria e capacità offensiva è uno degli elementi decisivi, non c’è alcun bisogno di vedere in tale intreccio delle «basi di un potere politico popolare». La nozione di «potere» è estremamente ambigua, perché indica sia la capacità di agire di concerto e di realizzare un determinato rapporto di forza, sia l’usurpazione di tale capacità da parte di minoranze che si dànno a tal fine una legittimazione popolare. È solo una questione linguistica? L’ultimo rilievo attiene a uno scarto (non prometeico…) tra le considerazioni logistico/infrastrutturali e la citazione di Kropotkin. Né le rotatorie dei Gilet gialli né i centri di difesa anti-ICE nei quartieri sono esempi di esproprio (mentre le «carovane dei saccheggi» citate a proposito della Floyd rebellion ne costituiscono un’espressione parziale). Se i blocchi-luoghi di vita rappresentano un punto di appoggio che permette alle lotte di tenere nel tempo e di estendersi nello spazio, il passaggio dalle rivolte alla rivoluzione non può avvenire senza l’esproprio generalizzato. Ora, se è abbastanza chiaro cosa debba distruggere un movimento insurrezionale, lo è molto meno, nell’epoca del tecno-capitalismo e dei «monopoli radicali», di cosa ci si possa davvero riappropriare per rendere irreversibile un conflitto e gettare così le basi di una vita altra. Per cercare di cogliere appieno l’hic Rhodus, hic salta di ogni ipotesi rivoluzionaria oggi, è necessario formulare con chiarezza l’ordine dei problemi. Da questo punto di vista – l’ordine dei problemi, non necessariamente le «soluzioni» – rimangono ancora estremamente preziose le analisi sviluppate negli anni Ottanta dall’Encyclopédie des Nuisances. Partendo quindi da alcuni loro brani (riportati in corsivo) possiamo cercare di tracciare qualche spunto finale. Le forze produttive e tecnologiche sono adesso mobilitate dalle classi proprietarie e dai loro Stati per rendere irreversibile l’espropriazione della vita e devastare il mondo fino a farne qualcosa che nessuno possa più pensare di contendere loro. Ecco il fronte di lotta che contiene tutti gli altri. Lo sviluppo tecnologico, vero motore del dominio e della sua cosmovisione, è un apparato d’incarcerazione della società. Questo non significa solo che esso tende, grazie alle sue stesse dinamiche, a mercificare ogni cosa, e quindi a trasformare in valore gli stessi corpi e i cicli vitali della natura e della specie; significa anche che la sua presa totalitaria costituisce la principale potenza anti-rivoluzionaria e anti-utopica in atto. Rendendo irreversibili i suoi processi, punta a rendere incontendibile il suo mondo, sempre più gestibile unicamente dalle sue macchine e dai suoi esperti. È da quest’angolo visuale – allo stesso tempo dentro e contro la storia – che si possono giudicare le singole «innovazioni». Che siano macchine, dispositivi digitali o farmaci genetici, il punto non è tanto e soltanto: chi ci guadagna? Oppure: sono davvero efficaci? Bensì: accrescono la sottomissione delle nostre vite? Rendono ancora più irreversibile lo spossessamento individuale e sociale? Per formulare un simile giudizio è necessaria la costituzione di un punto di vista collettivo a partire dal quale diventa possibile condannare tutta l’innovazione tecnica autoritaria, senza più lasciarsi impressionare dall’insulso rimprovero di passatismo. A impedire la formazione di tale «punto di vista collettivo» non è tanto l’ideologia del dominio, in quanto apparato di giustificazione istantanea di tutto ciò che l’economia divenuta totalitaria compie; bensì la difficoltà pratica di tagliare i rami marci su cui siamo noi stessi seduti. L’immensità di questo compito di trasformazione, che ognuno avverte confusamente, è senza dubbio la causa più universale e più vera della prostrazione di tanti nostri contemporanei, che conferisce alla propaganda spettacolare la sua relativa efficacia. Poiché il territorio nella sua integralità è stato ricostruito dal nemico secondo i suoi bisogni repressivi, ogni volontà sovversiva deve cominciare con il considerare freddamente a partire da quali realtà vissute può rinascere una coscienza critica collettiva, quali sono i nuovi punti d’applicazione della rivolta suscettibili di portare con sé tutti quelli precedenti. Non crediamo che questo possa davvero avvenire «freddamente». Gli spazi di libertà si aprano solo quando s’innalza la temperatura morale di una parte della società. Senza abbandonare le abituali regole di condotta – cioè senza rotture della trama capitalistica delle nostre vite – non si possano scatenare quei «baccanali della verità in cui nessuno rimane sobrio». I sostenitori della critica sociale rivendicavano la negazione della politica, volevano che si prendessero come punto di partenza quei germi di rivoluzione che erano le lotte operaie, ma dimenticavano che i veri germi di rivoluzione non si erano mai sviluppati nell’epoca recente (in Francia nel 1968 come in Polonia nel 1980-1981) se non con la creazione di una prima forma di comunicazione liberata in cui tutti i problemi della vita reale tendevano a trovare la loro espressione immediata, e in cui gli individui cominciavano, compiendo gli atti richiesti loro dalle necessità della loro emancipazione, a costituire quell’ambito pubblico dove la libertà può dispiegare le proprie seduzioni e divenire una realtà tangibile. In poche parole: non si può sopprimere la politica senza realizzarla. Il concetto di «politica» è quanto meno ambivalente, indicando tanto la cura comune della polis quanto l’arte di governare, cioè la creazione di una sfera di gestione separata e specializzata: in breve, l’usurpazione del «potere di agire di concerto» da parte dello Stato. Forse il punto non è – o non è più, dopo gli esperimenti totalitari del Novecento – contrapporre alla «politica» una supposta spontaneità sociale da liberare. Il grande antropologo libertario Pierre Clastres ha illustrato in modo meticoloso che le società senza e contro lo Stato non nascono libere perché «selvagge», bensì si autoistituiscono politicamente come tali, cioè introducono consapevolmente dei contrappesi simbolici e materiali affinché il potere rimanga circolatorio e non diventi coercitivo (affinché il «potere di agire di concerto» non si trasformi nel dominio di una minoranza). Se questo è vero, il comunismo anarchico non è l’insorgenza di un sociale represso, bensì la sua «invenzione» insurrezionale, cioè la consapevole riattivazione di «materiali antichi» levigati da nuovi modi d’uso. Forza e limiti delle sollevazioni in corso sono legati proprio al fatto che «i nuovi punti di applicazione della rivolta» sono «ambiti pubblici» reiventati (che tengono nella misura in cui si intrecciano con i luoghi e i tempi delle esigenze quotidiane). Se questo permette la loro generalizzazione – anche in termini di pezzi di società che vi si uniscono – più di quanto non facciano le lotte sui luoghi di lavoro, la «comunicazione liberata» che ne discende non ha sottomano un aggancio concreto per le prime, necessarie misure rivoluzionarie: gli espropri per la Comune. Non solo espropri di merci dai supermercati (con cui non si campa a lungo), bensì dei mezzi con cui farne a meno. «Grande è la ricchezza di un mondo in agonia», scriveva Ernst Bloch. Per il momento, con l’iniziativa che è ancora nelle mani di Stati e tecnocrati, questa «agonia» è ricca soprattutto di disastri, di coercizioni e di guerre, il cui tessuto di silicio copre letteralmente la vista. Se quella di uscire progressivamente da questa «infermità sovra-equipaggiata», con l’accumulazione quantitativa delle lotte e delle forze, è un’illusione fuori tempo massimo, anche l’idea che gli scossoni delle rivolte riannodino improvvisamente i fili dell’esperienza umana e del giudizio critico risulta a suo modo consolatoria. Serve più che mai la lucidità di far proprie delle verità scomode. Ad esempio, che non c’è alcun progetto rivoluzionario bell’e pronto da ereditare dal passato; e che non esistono delle capacità umane meta-storiche su cui fare affidamento. Il dominio ha scavato a fondo. Non solo per estorcere sotto tortura i segreti della vita biologica, sfruttata fin nelle sue particelle sub-atomiche; ma anche per condizionare fin nell’intimo degli individui il senso della libertà. Nondimeno, le forme autoritarie di organizzazione fanno sempre più fatica a imporsi nei movimenti, e lo spazio-tempo dentro il quale questi si sviluppano tende ad assomigliarsi sul piano internazionale. Resta probabilmente vero quello che diceva Gustav Landauer, e cioè che nelle epoche di rottura i rivoluzionari nascono per germinazione spontanea. Ma questo non è necessariamente vero per le rivoluzioni. Saranno le idee, le azioni e le prime misure rivoluzionarie a definire, in un dialogo a distanza, quei progetti che abbiano la ricchezza delle specificità locali e l’intensità universale di una chiamata alle armi. Non è di per sé l’estensione di un moto di protesta a renderlo contagioso, ma la sua profondità, il suo farsi esempio vivente e quindi iperbole esatta, per quanto limitata sia la sua dimensione geografica. Forse ciò di cui c’è bisogno è proprio questo federalismo degli esempi rivoluzionari, in grado di risuonare e creare così le condizioni del proprio allargamento. Sarà la germinazione degli esempi a scongelare la storia di cui ogni slancio di libertà ha bisogno.
Approfondimenti
Maledette zanzare! O come sterminarle con la biotecnologia gene drive
Andrea Crisanti è un nome noto al grande pubblico. DARPA e Fondazione Bill e Melinda Gates lo sono altrettanto per i lettori di questo sito. Tuttavia, se è conosciuto il ruolo di questi figuri nella vicenda del Covid, lo è meno questa ennesima impresa di hybris tecnologica promossa da questi stessi figuri: lo sterminio delle zanzare “pericolose” attraverso la tecnica gene drive. Ne parla questo eccellente articolo, che riprendiamo dal sito della rivista “Malamente”. Da https://rivista.edizionimalamente.it/2025/10/25/maledette-zanzare/ Qui in pdf: Malamente-38_10-Maledette_zanzare_gene_drive   MALEDETTE ZANZARE Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive” Di Luigi Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025) La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle, cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda caso, le agenzie militari. Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare. Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…] Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500 specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo? Chinino e DDT Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e, successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato. Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia). Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa. Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche. Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a trasmettere la malaria. Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni Hybris Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una sfida alla natura di dimensione prometeica».[3] Hybris: insolenza e tracotanza. È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill & Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle. I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo – cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali dirottandolo verso una rapidissima estinzione. Gene drive Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia, rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4] Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il 50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente) un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare. Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una specie, portandola di conseguenza all’estinzione. Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale. Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti & C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è buono).[7] Imprevedibilità Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non trascurabile» secondo alcuni studi?[8] E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali “nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente, o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale? C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe” promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10] Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che qualche stato canaglia ci metta le mani…[11] Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive. Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi (almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli armigeri del progresso. Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale, inascoltate, emergono anche negli anni successivi. Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13] Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara, dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella sanificazione dei villaggi. Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di “neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni “causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15] In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via. Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT – ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16] Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu) che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura, nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi dell’agricoltura e della cooperazione internazionale. -------------------------------------------------------------------------------- [1] <www.youtube.com/watch?v=rLzRGIaoYMw>. [2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI: 10.1038/35016096. [3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89. [4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio, ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024. [5] Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano, intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>. [6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245;  Andrew Hammond [et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021), DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6. [7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and supporters of gene drive research respond to a National Academies report, “Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026. [8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939. [9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive, “PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850. [10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history, “Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259. [11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>. [12] <https://www.boell.de/en/2016/11/16/offener-brief-fur-naturschutz-mit-gewissen-kein-platz-fur-gene-drives>. [13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307 [14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale youtube di Resistenze al nanomondo. [15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025. [16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment, cit.  
Approfondimenti
Riarmo e toni apocalittici
Riprendiamo da lanemesi.noblogs.org questa riflessione, che fa da contrappunto a certi “toni apocalittici” sulla guerra spesso utlizzati anche dal nostro sito. Ne apprezziamo soprattutto lo sguardo verso la materialità dei rapporti economici e politici a livello internazionale: ciò che più conta, per noi, non è certo fare allarmismo, ma non perdere mai di vista la realtà, e in particolare quella che va oltre le nostre immediate vicinanze (l’analisi dell’economia e della politica internazionale, assolutamente necessaria in un mondo globale, non è esattamente un punto di forza della maggioranza degli anarchici). Dal canto nostro,  crediamo però che sia sempre buona cosa prepararsi, e preparare chi ci ascolta, allo scenario peggiore, specialmente in tempi di inerzia della catastrofe. Il che non esclude, ma integra l’attenzione – giustamente richiama dall’autore dell’articolo – agli effetti materiali che sono già prodotti dalla guerra sulla pelle degli sfruttati.   Riarmo e toni apocalittici Nell’attuale (e striminzito) campo rivoluzionario – quello che non ha rinunciato ad adottare una postura classista, internazionalista, antimilitarista e disfattista – la questione del riarmo viene spesso affrontata facendo largo ricorso a toni apocalittici. In particolare, per quanto riguarda l’Europa, stante lo scenario ucraino, il fatto che gli stati accelerino la corsa al riarmo, sembra spingere molti a credere che la guerra totale alle nostre latitudini sia questione di mesi, magari anni; la clessidra del tempo di ”pace” va esaurendosi, la catastrofe incombe. Sarà poi così? Se non si può rimanere indifferenti al riarmo europeo, soprattutto a quello intrapreso da potenze come la Germania, per orientarsi nel caos propagandistico e patriottardo promosso dalle classi dominanti del Vecchio continente,è altrettanto impossibile prescindere da una serie di valutazioni circa lo stato del conflitto in Ucraina e le possibilità concrete di ”scelta” alla portata, nel breve-medio termine, degli stati dell’Europa centrale e occidentale, al fine di preparasi a quella che viene presentata come un’incombente minaccia di attacco russo. Sarà allora il caso di prendere atto, come invitano a fare analisti, tutt’altro che sovversivi, del calibro di Fabio Mini o Lucio Caracciolo, che, nell’immediato, la Russia non ha alcuna seria intenzione di attaccare l’Europa, a partire dai paesi baltici; e non perché non disponga dei mezzi convenzionali e nucleari indispensabili a questo scopo, in questo senso semmai il problema vale per l’avversario. Ad esempio, dovrebbe far riflettere l’atteggiamento dell’Europa, che mentre dipinge il nemico moscovita come il nemico della democrazia pronto ad attaccarla da un momento all’altro, temporeggia, sperando nella prosecuzione del conflitto in Ucraina, per compensare le deficienze che si porta dietro da decenni sul piano militare, e non solo. Ad ogni modo, per la Russia, sin dallo scoppio del conflitto ucraino nel 2022, aggredire l’Europa, con la quale fino a pochi anni prima facevano affaroni, non è mai stata una priorità strategica, quanto piuttosto un’azione insensata frutto delle fantasticherie occidentali, dalla portata potenzialmente destabilizzante per Mosca. In tutto ciò, gli USA sono ben lungi dall’essersi defilati dal conflitto in Ucraina; fatto testimoniato dal recupero dei rapporti bilaterali con la Russia, incrinati dall’amministrazione Biden, funzionali ad evitare un coinvolgimento in uno scontro diretto con Mosca e, possibilmente, a tentare di sganciarla dalla Cina. Sempre Fabio Mini recentemente ha sottolineato che la titubanza dell’attuale amministrazione americana nel fornire agli ucraini i tanto richiesti missili Tomahawk si inserisce in questa direzione; senza tralasciare che il Pentagono ha fatto notare al dealmaker della Casa Bianca che la fornitura non rinforzerebbe affatto la capacità di deterrenza verso la Russia, ma anzi potrebbe favorire un’escalation nucleare. La Russia è dotata poi di sistemi difensivi antimissile capaci di ridurre fortemente il successo, in termini di capacità di colpire i bersagli russi individuati, a due missili su dieci lanciati. «In Ucraina è già successo agli ATACMS e ai Patriot, che hanno visto la loro percentuale di successo crollare dal 90% dichiarato al 6% effettivo». Altro che deterrenza. Per lo sbirro mondiale tanto vale allora fare più concessioni tattiche possibili a Mosca, rimettendo l’Europa, lacerata dai contrasti interni, al suo posto, senza mancare di rammentargli la sua irrilevanza, non avendo assolutamente nulla da mettere sulla bilancia dei rapporti di forza esistenti. Ciò che rimane, a partire dalla futura ricostruzione ucraina, è, ancora una volta, questione di affari. Tra i 28 punti della bozza del piano di pace per l’Ucraina, a quanto pare elaborato in un mese di confronto tra la delegazione statunitense e quella russa, era previsto non solo l’addio dell’Ucraina ai piani di integrazione nella NATO, ma anche la riammissione di Mosca nei circuiti della finanzia internazionale (leggi SWIFT), la cancellazione delle sanzioni, in cambio del 50% dei proventi della ricostruzione, finanziata in parte dagli assets russi congelati in Belgio e in parte dalle tasche europee. Le richieste di modifica del piano da parte degli europei evidenziano soprattutto, e per l’ennesima volta, il tentativo di mandare in vacca il deal, rimettendo al centro la palla dell’integrazione ucraina nella NATO. Intendiamoci, i proletari, di qualsiasi nazionalità siano, non hanno amici: piano USA-Russia o piano UE, ogni decisione viene presa sulla loro pelle; quattro anni di massacri in nome della difesa della democrazia contro la tirannide dovrebbero averlo dimostrato, in barba alla mitizzazione della resistenza ucraina, alimentata da disgraziati strappati via dalle proprie famiglie e comunità. Ecco le magnifiche e progressive della coscrizione obbligatorio e della legge marziale, ma, per l’amore del cielo, in salsa democratica, mica come in Russia. Ma torniamo al riarmo europeo, la cui necessità impellente non va attribuita esclusivamente alla minaccia Russa, ma ancor prima al ruolo degli Stati Uniti in Europa e all’incognita della loro permanenza nell’arco del prossimo decennio. La Germania, recentemente presa in considerazione in relazione alla presentazione della nuova legge sulla leva1, come sempre fa scuola, anche se bisogna tenere ben presente che tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene poi applicato la corrispondenza non è automatica: gli investimenti nella spesa bellica e il rafforzamento degli eserciti non avvengono dall’oggi al domani. Perché vengano destinati efficacemente occorre continuità, stabilità politica interna, collaborazione della popolazione e sforzo strategico nel lungo periodo. Partendo dalle deficienze a cui si accennava sopra, le Forze armate tedesche tra gli anni Novanta e il 2022 hanno perso finanziamenti per un valore complessivo di 400 miliardi di euro, con serie conseguenze sul piano della prontezza operativa, delle infrastrutture logistiche, delle scorte, del personale, delle tecnologie della comunicazione, ecc. Nel 2022 Scholz dichiara pubblicamente che la Germania si deve svegliare dal suo letargo pacifista per riarmarsi, e in fretta. Viene così stanziato il primo fondo da 102 miliardi, poi nel marzo del 2025 è il turno del programma di potenziamento della Bundeswher: le spese belliche oltre l’1% vanno fuori bilancio. Per il 2029 è previsto l’investimento di 150 miliardi; intanto, per quanto riguarda il 2026, si passa ai 108 miliardi. Sempre recentemente però, si è stimato ottimisticamente che entro il 2030 la Germania non sarà minimamente in grado di reggere una guerra convenzionale, a causa di tutte le mancanze di cui sopra. Anche perché per farlo è necessaria un’altra cosa: la conversione dell’industria in chiave bellica; un processo che richiede tempi lunghi, capitali e sviluppo tecnico. Rheinmetal punta già ad acquisire stabilimenti Volkswagen, coerentemente con l’idea di far leva sul settore automobilistico in forte crisi per realizzare la riconversione. Ancora poco, se è vero che il tempo stringe, e stiamo parlando della Germania, mica dell’Italietta. In un articolo dell’ultimo numero della Rivista di Geopolitica Limes, sempre in riferimento alla Germania, si riporta come: «le guerre del presente non si combattono con armi tecnologicamente sofisticate e pochi mestieranti. Nessuna blitzkrieg alle viste. Sono conflitti d’attrito, scontri di lunga durata tra apparati bellici di vaste proporzioni. Perdi quando si logora il consenso interno». Quando avviene questa frattura? Questo Limes non ce lo dice, o meglio ce lo dice diversamente: quando le condizioni di vita e la riproduzione della forza lavoro subiscono una forte degradazione funzionale allo sforzo bellico; diversamente gli appelli al disfattismo rivoluzionario, alla diserzione, sono esercitazione retoriche ad uso e consumo degli addetti ai lavori, piaccia o meno. La lotta di classe e l’antimilitarismo devono quindi essere necessariamente legate, giacché separarla, ricondurre la seconda a ragioni etiche, di giustizia e morale, senza sminuire la realtà e concretezza dell’atrocità, della disumanità connaturata a questi fenomeni abominevoli di negazione totale delle vite proletarie, è opera più da pretaglia che da sovversivi. Comunque, è lo stesso articolo a presentarci il sostanziale accordo di due terzi dei tedeschi verso l’aumento delle spese militari entro il 2032, ma con almeno due riserve: innanzitutto che non venga toccato lo stato sociale – ma anche a fronte della possibilità di scorporare la spesa bellica dal patto di stabilità, prima o poi i conti saranno da fare, e saranno dolori-; secondo: poca disponibilità a sacrificarsi per la patria; soltanto un tedesco su sei sarebbe pronto a rischiare la pelle per difendere i confini tedeschi. Ancora una volta: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare! 30/11/2025 1 https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/11/15/una-levataccia-per-la-gioventu-tedesca-ed-europea/
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