Riceviamo e diffondiamo questo articolo in anteprima da una nuova pubblicazione
dell’assemblea Sabotiamo la guerra, di prossima uscita.
Qui in pdf: imperialismo italiano(1)
NESSUNO SCONTO. NOTE SULL’IMPERIALISMO ITALIANO
Lo scontro verbale tra il presidente statunitense Donald Trump e la premier
italiana Giorgia Meloni – o, per meglio dire, le invettive del primo contro
quest’ultima – ha suscitato un prevedibile scalpore sia all’interno del Bel
Paese che a livello internazionale.
Nel teatrino parlamentare, il dibattito sulla politica estera dell’Italia, su
cui si accipiglia quella che pare davvero essere la più mediocre classe
dirigente della sua storia, è in fondo riducibile alla questione se l’attuale
governo di destra sia succube di Trump (tesi dell’opposizione) o se al contrario
offra una lungimirante politica di mediazione tra le due sponde dell’Atlantico
(tesi della maggioranza). Le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza
hanno elevato appena un poco il livello del dibattito, fondamentalmente nel
tentativo tardivo di inseguire le piazze al momento del loro parossismo (con gli
scioperi di settembre e ottobre 2025) da parte della minoranza di
centrosinistra, che sperava di potersene accaparrare qualche piccolo profitto
elettorale; ma in fondo allargando appena la questione: ovvero gridando che
l’attuale governo sia succube di Trump e di Netanyahu.
Stante il livello della discussione, non sorprende che anche lo scontro tra
Trump e Meloni sia stato tradotto in questi termini dagli attori politici
italiani: per la sinistra, come la dimostrazione che l’attuale governo sia
talmente asservito all’attuale amministrazione americana da venire finanche
maltrattato dal proprio padrone; per la destra, come la dimostrazione al
contrario che Giorgia Meloni non si inginocchia davanti a nessuno e che, quando
serve, può anche scontrarsi a testa alta contro l’uomo più potente del mondo.
Si tratta in fondo di un ulteriore impoverimento della discussione politica dei
tempi della cosiddetta “prima repubblica”. Se all’epoca avevamo i “comunisti”
che accusavano i democristiani di aver reso l’Italia schiava dei nordamericani,
oggi la “sinistra” rimprovera la destra di essere succube degli statunitensi
solo quando ci sono amministrazioni repubblicane a Washington (viceversa, quando
ci sono i democratici sono loro a candidarsi come servi). Da questo punto di
vista, quel che resta del “movimento” (qualunque cosa significhi), che non ha
una visione più avanzata rispetto al livello culturale della politica
istituzionale, è semplicemente rimasto indietro. Nelle manifestazioni, nei
canali di controinformazione, persino fuori dai tribunali dove sono a processo i
tanti “colpevoli di Palestina”, anche da parte di tanti nostri compagni di
strada continua a venire propinato l’equivoco luogocomunista per cui l’Italia è
una colonia degli Stati Uniti, oppure che i nostri governanti, i magistrati, la
polizia, ecc., sono servi di Israele.
Ma le cose stanno davvero così?
A ben vedere quella italiana è la terza economia dell’Unione Europea e la
seconda potenza industriale europea (che significa la seconda nazione per
capacità di produrre acciaio, motori, macchine, aerei, armi). L’Italia è un
Paese del G7, vale a dire uno dei sette Paesi più potenti del blocco
politico-militare occidentale. La Leonardo, controllata al 30% dal “nostro”
ministero dell’economia e delle finanze, è in termini di grandezza la
quattordicesima azienda di armi nel mondo, la seconda in Europa. Di recente la
“nostra” Unicredit ha scalato in borsa e infine “conquistato” il colosso tedesco
Commerzbank. E l’elenco potrebbe continuare.
Evidentemente l’Italia non è il vertice della piramide alimentare dei pescecani
che depredano il mondo, nondimeno il nostro Stato va senz’altro iscritto nel
novero dei predatori e non certo delle prede. Collocata nel blocco occidentale e
sottomessa al predominio statunitense, l’Italia conserva relativi margini di
autonomia. Le amicizie coltivate nel mondo arabo dai governi Andreotti, la crisi
di Sigonella ai tempi di Craxi, l’amicizia personale di Berlusconi con Gheddafi
e Putin sono solo degli esempi – talvolta drammatici, talaltra ridicoli – di
come si sia espressa negli anni questa autonomia relativa.
Da ultimo, il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, programma di investimento
neocoloniale dell’attuale governo, ricalca sin dal nome l’espressione di questa
auspicata autonomia imperialista: la dedica è non a caso a quell’Enrico Mattei,
fondatore dell’ENI, esponente della corrente del cosiddetto neoatlantismo, che
avrebbe osato fare concorrenza al monopolio a stelle e strisce
nell’approvvigionamento degli idrocarburi e che per questo, forse, sarebbe stato
assassinato. Un manifesto di specificità coloniale “all’italiana”,
fondamentalmente con lo strumento dell’indebitamento dei Paesi “beneficiari”
(siamo pur sempre il Paese che ha inventato le banche).
Anche lo scontro tra Trump e Meloni va letto in questa cornice. Matura
evidentemente nella frustrazione dell’istrionico presidente americano per la
sconfitta cocente che sta subendo nel Golfo Persico, quindi nella rabbia nei
confronti degli alleati colpevoli di non averlo aiutato abbastanza nella guerra
contro l’Iran. In effetti l’aggressione all’Iran è apparsa incomprensibile alla
gran parte dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali, spesso giudicata
come un autentico suicidio sin dalle prime ore del conflitto. Sembrerebbe
peraltro che gli stessi servizi segreti italiani abbiano giocato un ruolo nel
raffreddare ulteriormente gli entusiasmi per questo nuovo fronte di guerra,
rivelando informazioni, che si sono dimostrate per giunta più esatte di quelle
in possesso dell’amministrazione americana, sull’effettiva capacità missilistica
iraniana (fonte: La Stampa, 6 marzo 2026).
Che i nostri governanti abbiano cercato di smarcarsi un poco di più dalla
partecipazione alla guerra all’Iran di quanto abbiano fatto con il genocidio a
Gaza, dove per quasi due anni la copertura istituzionale e materiale dei crimini
di Israele è stata molto più generosa, dimostra peraltro una certa vigliaccheria
morale della borghesia tricolore. Laddove la repubblica islamica ha dimostrato
di possedere argomenti di deterrenza piuttosto convincenti, meglio non farsi
coinvolgere più di tanto.
Queste osservazioni non solo non finiscono per avvalorare un giudizio positivo a
favore dei nostri governanti, ma al contrario ne accentuano le responsabilità:
la loro non è la complicità del servo che obbedisce al padrone, ma quella del
corrèo. Ne è esempio tra i più significativi, quanto disgustosi, la
partecipazione proprio dell’ENI nella spartizione dei giacimenti di gas davanti
alle coste di Gaza. Anche qui, più che Italia serva di Israele, è piuttosto
Israele che serve quale avamposto dell’imperialismo occidentale (quindi anche di
quello italiano) in Asia Occidentale.
Un’alleanza che non si esprime soltanto ai livelli più alti, a livello politico
o economico, negli incontri al vertice fra i capi del governo, ma penetra a
fondo l’organismo sociale e l’organizzazione dello Stato. I procedimenti
giudiziari contro esponenti e simpatizzanti della resistenza palestinese in
Italia vanno davvero compresi nella loro gravità: quindi non tanto come
espressione di un tale giudice servo di Israele, quanto piuttosto come
l’espressione di veri e propri tribunali di guerra contro i nemici di guerra. E
su questo c’è una certa coerenza con la repressione anti-anarchica e in generale
contro il nemico interno. Tribunali che non sono riformabili, ma possono essere
distrutti solo con la sconfitta del nostro imperialismo.
D’altro canto non bisogna nemmeno esagerare sul pacifismo del gabinetto Meloni,
nemmeno limitatamente al conflitto nel Golfo: la base di Sigonella è stata
utilizzata ripetutamente come terminale logistico per i voli statunitensi
diretti o di ritorno dalla guerra, mentre solo dopo diversi mesi dallo scoppio
del conflitto si è saputo della presenza di ben 700 militari italiani in Arabia
Saudita, Kuwait e Baherein a supporto della difesa aerea contro le rappresaglie
iraniane. E non bisogna certo dimenticare la missione Aspides, di cui l’Italia è
ammiraglia, a proposito di imperialismo tricolore.
Anche sull’altro grande fronte di guerra, quello ucraino, l’Italia non è del
tutto allineata con l’amministrazione Trump: se in questo caso quest’ultima ha
abbozzato dei tentativi contraddittori di disimpegno, al contrario l’Italia è
allineata all’Unione Europea su una politica di scontro totale con la Russia.
Diversamente da quanto rappresentato nella recita politica, sulle questioni
strategiche – dall’Ucraina alle scelte economiche principali – le politiche di
Giorgia Meloni sono in perfetta continuità con quelle di Mario Draghi e in
generale sono ben accordate con l’orchestra multinazionale europea. Con le
elezioni che si avvicinano e il volume della propaganda che si farà sempre più
assordante sarà bene ricordarcelo, anche di fronte all’eterno ritorno
dell’antifascismo elettorale.
Ribadire che l’Italia non è una colonia, ma un Paese imperialista, pur con tutte
le precisazioni e relativizzazioni del caso (collocato nel blocco occidentale,
subordinato agli USA, che ha rinunciato a una quota di sovranità a favore
dell’Europa delle multinazionali, ecc.), non è un mero esercizio di
puntigliosità teorica, ma ha delle evidenti implicazioni pratiche, non da ultimo
anche di tipo etico. La retorica dell’Italia colonia implica – consapevole o
meno – la necessità del fronte di liberazione nazionale. Ovvero salvare un pezzo
della borghesia italiana, quella giudicata illuminata o progressiva, con la
quale fare un’alleanza per liberarci dal male comune che ci opprime
dall’esterno.
Decidete voi quale: i perfidi americani, i tecnocrati di Bruxelles, la lobby
sionista. Che l’impero del male sia nell’internazionale tecno-fascista o in
quella di Soros, le fazioni opposte del multiverso rosso-bruno e dell’arcobaleno
postmoderno a ben vedere affondano le radici nello stesso equivoco frontista,
pur dandone delle interpretazioni opposte. È l’equivoco della lotta di
liberazione da un potenza straniera. Tutte queste interpretazioni, anche quando
sono opposte tra loro, tradiscono una mentalità sciovinista e finiscono per
portare acqua al mulino della guerra.
Il nostro internazionalismo viceversa si fonda sulla chiarezza di chi combatte
ogni Stato, ma a partire dal proprio. Non è solo una questione di principi o di
tattica; in fondo è una questione etica. Significa che ai nostri padroni non
concediamo nessuna attenuante, e non gli faremo nessuno sconto.
assemblea Sabotiamo la guerra
Tag - Approfondimenti
La puntata di ferragosto di Harraga -in onda su radio Blackout ogni venerdì alle
15- è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di
Pastrogor, in Bulgaria. Con…
Sul Patto Europeo su Migrazione e Asilo si è già ampiamente discusso –
segnaliamo tra gli altri la puntata “Sul patto migrazione e asilo 2026” – e
approfondito le varie modifiche…
Rilanciamo da
https://terraeliberta.noblogs.org/post/2026/06/12/via-contadina-o-via-cibernetica/
Per richiedere copie: terraeliberta@inventati.org
VIA CONTADINA O VIA CIBERNETICA
Note su agroecologia e digitale alternativo
La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato
può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce
dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un
territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento
in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con
essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una
variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci
sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine,
software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo.
Introduzione
Nell’aprile 2025, il Coordinamento Europeo della Via Campesina (ECVC) pubblica
un testo di posizionamento intitolato “Le sfide che la digitalizzazione pone
all’agroecologia contadina”. Il testo, a margine di un’analisi approfondita,
individua 25 raccomandazioni indirizzate all’UE e agli Stati membri su come
regolamentare e gestire la digitalizzazione dell’agricoltura1.
Il rapporto argomenta in maniera puntuale come il processo di digitalizzazione,
per come si sta dispiegando nel settore agricolo, sia in contrapposizione
netta ad una agricoltura contadina e agroecologica. L’ECVC cita i danni
ecologici, la contaminazione delle acque e lo sfruttamento neo-coloniale
necessario a reperire le materie prime per chip e sensori, così come i costi
energetici astronomici del funzionamento dei data center. Il Coordinamento
evidenzia come le tecnologie digitali siano pensate per le coltivazioni
monoculturali su larga scala, e dunque come la loro diffusione metta a rischio i
piccoli appezzamenti e la biodiversità. Inoltre gli agricoltori, indotti a
delegare sempre di più a computer e macchine, rischiano di perdere la loro
autonomia e i saperi tramandati nel tempo. Infine, ECVC è ben consapevole che la
digitalizzazione, tutt’altro che affidata alla libera scelta dei singoli, viene
di fatto imposta agli agricoltori, che vengono intrappolati in un vincolo di
dipendenza tecnologica ed economica e diventano produttori di dati il cui vero
scopo è alimentare i profitti di grandi aziende.
Dopo una disamina così ampia e attenta, ci si aspetterebbe una posizione netta
contro l’agricoltura digitale. ECVC, invece, conclude in senso esattamente
opposto: la digitalizzazione «può giocare un ruolo nella creazione di un sistema
alimentare giusto», e favorire la sovranità e la sicurezza alimentare. Quindi,
gli Stati membri devono garantire connessioni Internet veloci per tutti,
soprattutto nelle zone rurali, e promuovere l’educazione al digitale senza
lasciare nessuno indietro. Ora, se la maggior parte della propaganda a favore
della digitalizzazione dell’agricoltura si basa su omissioni plateali dei suoi
costi e delle sue conseguenze – ignorando ad esempio gli aspetti ambientali ed
energetici –, non si può certo dire la stessa cosa di questo documento. ECVC
passa in rassegna in modo convincente e preciso molti dei motivi per cui sarebbe
necessario opporsi alla digitalizzazione, ma poi, con un colpo di scena poco
adatto ai deboli di cuore, finisce per difenderla – a patto che sia una
digitalizzazione diversa. Questo testo offre dunque un’ottima opportunità per
criticare non tanto l’ECVC, quanto una più ampia tendenza, purtroppo non rara e
non recente nel mondo “alternativo”, che mobilita i contenuti della critica al
complesso tecnologico-scientifico-industriale non per minarne le fondamenta ma
per legittimarlo.
Lontani sono i tempi in cui, anche tra le file dei movimenti sociali, si
potevano riporre speranze nel potenziale liberatore della rete. Controllato
ormai da pochi miliardari con ambizioni sempre più apertamente reazionarie, e
piegato alle esigenze della speculazione finanziaria, il mondo digitale ha
rivelato anche agli osservatori più distratti il suo ruolo di controllo,
repressione, sfruttamento. A protendersi verso l’agricoltura sono le mani
sporche di sangue delle aziende che hanno sorvegliato e massacrato il popolo
palestinese, e l’hanno fatto con le stesse tecnologie che ora vogliono imporre
ai contadini. Il testo dell’ECVC però dimostra che non è necessario negare la
realtà, è sufficiente non trarne le dovute conseguenze. Se il digitale così
com’è si rivela irrimediabilmente segnato dalla sua collusione con gli interessi
dei capitalisti e può esacerbare le disuguaglianze sociali – sostiene ECVC –, un
digitale alternativo adeguatamente regolato potrebbe garantire tutti i benefici
di maggiore efficienza evitando le conseguenze negative a livello agricolo,
sociale, ambientale. Questa è la tesi di fondo di ECVC, ed è su questa tesi che
vogliamo concentrarci. Per farlo, ci sembra utile separarla nelle sue quattro
componenti principali, che rimangono implicite nell’argomentazione ma ne
sottendono tutto l’impianto. Affinché la digitalizzazione auspicata da ECVC
possa essere una alternativa sostanziale alla digitalizzazione reale guidata
dalle corporation, allora 1) la digitalizzazione alternativa deve evitare gli
impatti negativi sugli agricoltori in termini di autonomia, biodiversità,
sorveglianza; 2) la digitalizzazione alternativa deve evitare o ridurre
drasticamente l’impatto ecologico e sociale; 3) gli Stati devono poter
regolamentare e controllare la digitalizzazione sottraendola al potere delle
corporation e rendendola aderente agli interessi dei loro elettori; 4) la
digitalizzazione alternativa deve produrre dei benefici reali.
Una premessa sul concetto di agroecologia
Prima di entrare nel vivo, ci sembre utile fare una premessa sul concetto di
agroecologia: ad oggi, non esiste una definizione unanime – e anche per questo
il termine si presta a una certa ambiguità. Ciascun attore fa riferimento a una
propria definizione di agroecologia; tendenzialmente, tuttavia, queste sono
accomunate da alcuni elementi chiave: una scienza degli ecosistemi agricoli
(l’applicazione di concetti e principi ecologici ai sistemi agricoli); pratiche
rispettose di tutte le componenti dell’ambiente; un movimento sociale a difesa
di sistemi agricoli e alimentari sostenibili ed equi. Inoltre, se per alcuni
attori l’agroecologia è intrinsecamente incompatibile con l’agroindustria, altri
– in particolare quelli istituzionali – ne sostengono la piena compatibilità con
un’agricoltura industriale riformata.
Dal nostro punto di vista, perché quello di agroecologia possa essere un
concetto significativo attorno al quale si possa coagulare un movimento di
resistenza all’espropriazione dell’autonomia contadina, è cruciale porsi il
problema di quali tecnologie sono concretamente compatibili con questo obiettivo
e quali no. Un’agroecologia autentica non può che essere luddista, riprendendo
un filo storico di resistenza attiva al processo di espropriazione del controllo
sulle proprie condizioni di esistenza da parte dell’industria, e accettando solo
le tecniche realmente conviviali – che accrescono cioè l’autonomia di individui
e comunità anziché minacciarla.
1. Può una digitalizzazione alternativa evitare le conseguenze negative sugli
agricoltori?
L’idea centrale sostenuta da ECVC è che, se è pur vero che la digitalizzazione
reale (quella che sta effettivamente avvenendo su scala globale)
dell’agricoltura mette a rischio l’autonomia dei contadini, esista una
digitalizzazione agricola alternativa che invece la preserverebbe. Questa
digitalizzazione alternativa ha come cardini la trasparenza degli algoritmi
(l’uso di software open source), il controllo dei dati da parte di chi li
produce, e l’uso di strumenti digitali progettati dal basso e riparabili
localmente.
1.1 Algoritmi trasparenti
La possibilità di integrare vaste quantità di dati eterogenei è oggi tipicamente
affidata ad algoritmi che fanno riferimento al campo del machine learning
(ML), una branca dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi possono
“imparare” dai dati. Ovviamente la digitalizzazione ricopre un insieme di
tecnologie ben più vasto, ma questi sono gli strumenti più promettenti se
l’obiettivo è quello di utilizzare i dati per «ottimizzare le pratiche agricole»
e aumentare l’«efficienza» del lavoro agricolo (obiettivi che ECVC non sembra
mettere in discussione), dunque ci concentreremo brevemente su questo.
Nel caso di quella che viene comunemente chiamata intelligenza artificiale ai
giorni nostri, ovvero il cosiddetto deep learning basato su reti neurali,
l’apertura è impossibile. Quando uno di questi sistemi “prende una decisione”,
infatti, è impossibile risalire al perché. Si tratta del “problema della scatola
nera” (black box problem)2: nemmeno i programmatori dell’algoritmo possono
risalire, una volta che il sistema è stato addestrato, al motivo per cui produce
un certo risultato. L’apertura del codice sorgente, in questo caso, aumenta ben
poco la trasparenza delle decisioni.
Si obietterà che esistono algoritmi di ML più semplici e più trasparenti del
deep learning, ed è sicuramente vero. Ma prendiamo l’esempio di un decision tree
(“albero di decisione”), un semplice algoritmo di ML tra i più interpretabili.
Per ogni decisione presa dall’algoritmo, è possibile ripercorrere l’albero delle
decisioni e capire quali aspetti dei dati hanno condotto al risultato. Ma il
costo di tale trasparenza è che un algoritmo così semplice non è in grado di
analizzare vaste quantità di dati complessi come ad esempio le immagini
satellitari. Ipotizzando anche che fosse adatto alle esigenze, il pieno
controllo operativo sul funzionamento di un tale algoritmo richiede competenze
che non è pensabile diventino di dominio comune. L’addestramento di un decision
tree, per quanto elementare rispetto agli algoritmi di deep learning, richiede
comunque vari accorgimenti per evitare l’eccessivo adattamento ai dati di
addestramento: per usarlo in maniera autonoma è necessaria una comprensione
dettagliata dell’algoritmo e dei suoi vari parametri che poggi su basi di
statistica e informatica. È quindi probabile che nella maggior parte dei casi
l’agricoltore riceva dei risultati dall’analisi dei dati dei quali non
padroneggia la genesi, e che non è in grado di verificare o correggere
autonomamente. Anche laddove gli algoritmi siano “aperti”, dunque, l’agricoltore
cede una parte della sua autonomia decisionale sulle proprie pratiche a un
processo che è fuori dal suo controllo.
Ovviamente, anche nel rendere le decisioni in campo dipendenti dalle previsioni
meteorologiche gli agricoltori basano la loro attività su analisi di dati che
non controllano. L’utilizzo di algoritmi predittivi però aumenta la delega a
strumenti opachi, e va nella direzione opposta rispetto alla difesa
dell’autonomia dei contadini. Detto in altre parole, la riduzione degli
agricoltori a operatori di macchine guidati non dal loro sapere ma dalle
decisioni degli algoritmi non dipende dalla maggiore o minore trasparenza del
codice sorgente. L’approccio di fondo della digitalizzazione – che quantifica il
mondo per farlo elaborare ai computer sottraendolo alle menti umane nella
ricerca di sempre maggiore efficienza – non viene minimamente intaccato dalla
trasparenza degli algoritmi utilizzati. Il contadino delega comunque il suo
potere, semplicemente lo delega agli sviluppatori di software libero piuttosto
che alle Big Tech.
1.2 Controllo dei dati
Per garantire una digitalizzazione compatibile con l’autonomia dei contadini,
sarebbe inoltre necessario secondo ECVC assicurare agli agricoltori il
«controllo sui dati» e il «giusto accesso ai profitti». Da un punto di vista di
controllo “informazionale”, i dati generati dalla digitalizzazione sono dati che
non sono fatti per essere elaborati dalla mente umana ma dalle macchine, ovvero
dati che, senza l’utilizzo degli algoritmi di cui sopra, sono del tutto inutili.
Per mole e struttura non possono essere interpretati dagli umani senza il
ricorso ad algoritmi statistici più o meno sofisticati. Da un punto di vista di
controllo “materiale”, l’efficienza degli algoritmi di addestramento richiede la
raccolta di grandi quantità di dati, che difficilmente potrebbero essere
archiviati direttamente dagli agricoltori in server autogestiti. In ogni caso,
la gestione di flussi di dati in tempo reale e la loro archiviazione non
potrebbero essere fatte dagli agricoltori stessi, salvo immaginare un futuro di
agricoltori-ingegneri. Quindi, più che di reale controllo, al massimo potrebbe
essere riconosciuta agli agricoltori una proprietà formale dei loro dati, ovvero
un ritorno economico invocato dall’ECVC come «giusto accesso ai profitti».
Ovvero: i dati sono materialmente gestiti da altri, interpretati esclusivamente
dalle macchine, utilizzati per generare una economia dei dati, e parte dei
profitti verrebbe redistribuita ai produttori di dati. Alla faccia del
“controllo”.
1.3 Progettazione dal basso di strumenti riparabili
L’altro elemento di novità del “digitale agroecologico” sarebbe la possibilità
per i contadini di contribuire allo sviluppo di strumenti open source pensati
per le loro esigenze e che siano economici, adattabili, e riparabili dai
contadini stessi. Ma cosa vuol dire strumenti digitali riparabili dai contadini
stessi? Se ci si trovasse di fronte a un malfunzionamento a livello del
software, solo un ingegnere informatico con competenze in analisi dati potrebbe
intervenire a correggere errori nel codice sorgente o – come accennavamo prima –
modificare l’addestramento dell’algoritmo. Dal lato dell’hardware, invece,
praticamente tutti i dispositivi digitali, anche quelli con prestazioni
relativamente modeste, si basano su componenti – come i microchip – dal processo
produttivo incredibilmente complesso, come vedremo a proposito del suo impatto
ecologico: solo pochi grandi gruppi industriali possono essere in possesso delle
risorse economiche e tecnologiche necessarie a produrli. L’eventuale
riparabilità non potrebbe quindi che ridursi alla possibilità di aprire i
dispositivi per sostituirne i vari componenti, prospettiva che potrebbe forse
portare un certo risparmio economico, ma che sarebbe lontana dal rompere la
dipendenza nei confronti dell’industria.
2. Può una digitalizzazione alternativa evitare conseguenze negative
sull’ambiente?
2.1 Biodiversità, monocolture e standardizzazione
«Bisogna creare standard per tutto, perché la standardizzazione dei dati che
compongono la società e l’essere umano è l’unico modo per garantire la piena
applicazione della tecnica e, allo stesso tempo, assicurarne
l’universalizzazione»3. Queste parole, scritte da Jacques Ellul in un’epoca dove
il digitale non si era ancora propagato a livello sociale, sono rivelatrici di
quanto si sta affermando anche in agricoltura. La meccanizzazione delle campagne
messa in atto dopo la Seconda Guerra mondiale ha avuto come conseguenze
certamente l’aumento delle dimensioni delle aziende agricole e la diminuzione
del numero di contadini, ma ha determinato anche una semplificazione
dell’ambiente coltivato. Ci si avviava così verso un mondo tecnologicamente
fuori misura, costituito da attrezzature specializzate inapplicabili al mondo
contadino che si voleva soppiantare. Un nuovo mondo che fu tanto distruttivo per
le attività umane quanto per l’ambiente agricolo, e che ha posto le basi per un
progressivo impoverimento della biodiversità e de facto per una
standardizzazione dell’agricoltura (basti pensare alla spinta offerta dalla
genetica agraria nel selezionare piante omogenee e adatte alle operazioni
colturali meccaniche).
A differenza di questa meccanizzazione, di cui l’agroecologia ha saputo
criticare con fermezza i limiti sviluppando talvolta anche delle tecniche
alternative, la rivoluzione digitale sembra essere considerata in qualche forma
utile per l’agricoltura contadina. L’assunto di base è che, nonostante le
escrezioni tossiche dell’agricoltura smart, lo sviluppo di tali tecnologie sia
di indiscusso interesse per il mantenimento e lo sviluppo della biodiversità in
agroecologia. La gestione tecnocratica e accentratrice delle tecnologie legate
all’agricoltura 4.0 viene in gran parte vista, giustamente, come un ulteriore
tassello dell’industrializzazione dell’agricoltura che non fa altro che
sviluppare le monocolture, l’omogeneità negli approcci al vivente e un’elevata
meccanizzazione. E allora in che modo queste tecnologie, tra le tante funzioni,
risulterebbero dei moltiplicatori di approcci agroecologici? Non sono piuttosto
degli ostacoli a dei processi di conoscenza e gestione dell’agrobiodiversità?
Uno degli assunti di queste tecnologie è che sarebbero così precise da poter
“scansionare” l’intera componente biotica e abiotica dell’agroecosistema.
Un’evoluzione dell’agricoltura di precisione che grazie allo sviluppo
dell’Internet delle cose e dell’intelligenza artificiale porterebbe informazioni
utili circa gli interventi nell’agroecosistema. Ma quali output ci forniscono le
applicazioni smart in un contesto, quello agroecologico, che cerca di seguire il
sentiero, non certo sempre facile, della diversificazione dell’ambiente
agricolo? Non solo la complessità del vivente è difficile da quantificare e
convertire in dati (presupposto necessario per l’informatizzazione delle
campagne), ma la coltivazione stessa, quando realizzata su piccola scala, basata
sull’intreccio di consociazione delle colture, su continue rotazioni, con campi
coltivati interrotti dalla biodiversità naturale, necessiterebbe di tecnologie
digitali molto specializzate e quindi costose. Di fatto l’agricoltura smart, in
questo contesto, produrrebbe dei dati molto eterogenei, spesso non
rappresentativi e difficili da interpretare. Infatti non è un caso che
l’agricoltura digitale che più si è affermata sul mercato sia quella che ben si
adatta ad un tipo di azienda che presenta un processo lineare, omogeneo e
standard e che ha sostituito passo dopo passo il rapporto con la terra. Pensiamo
a questo proposito alla raccolta automatizzata della frutta ad opera di robot
che per poter operare necessita di un frutteto a spalliera disposto quindi su
filari uniformi.
Ma proviamo ad entrare un po’ più nello specifico. Considerando le tecnologie
dell’informazione come un sistema di tecnologie, che va ad esempio dai sensori
per il rilevamento dei parametri fisici del terreno, all’uso dei droni per i
rilievi della vegetazione o della fertilità, e che possono appoggiarsi anche ai
sistemi satellitari, l’elemento comune e centrale diventa il dato raccolto.
Attraverso la misurazione dei parametri fisici, della quantità di sostanza
organica, del potere riflettente delle foglie si raccolgono dei dati che un
determinato contesto tecno-scientifico considera utili e necessari. Pensiamo per
esempio per quanto tempo, e in certi ambienti tuttora, la fertilità del suolo
sia stata equiparata esclusivamente alla concentrazione di alcuni nutrienti
chimici. Un sensore che misura la quantità di azoto nel terreno fornisce
sicuramente un dato legato alla produttività, dato che da solo però è riduttivo
e insufficiente rispetto all’importanza di tutti gli altri fattori che non si
limitano alla componente chimica del terreno, ma includono la dimensione fisica
e biologica, dalla quale la fertilità chimica deriva. Ciò che si crea è quindi
una rappresentazione impoverita del “reale” che non tiene conto della ricchezza
che si può percepire in campagna. Se crediamo ancora che la produzione di cibo
sia un’attività umana che deve restare alla portata di tutti e tutte e che la
produzione industriale non abbia fatto altro che impoverire quello che mangiamo,
abbiamo da moltiplicare le nostre pratiche agroecologiche e non orientarci verso
pratiche mutuate dall’attività informatico-industriale. Certo, in terreni
impoveriti dall’uso di diserbanti e concimi chimici e dalle continue
monosuccessioni si può essere costretti ad affidarsi ai rilevatori di
macroelementi, ormai ultima spiaggia per rendere ancora un po’ produttivo un
terreno che si discosta molto da quella pellicola palpitante di vita che è il
suolo. Ma questo non è certo il caso di ambienti ricchi di vita coltivati da
persone che hanno a cuore tanto la terra sotto i nostri piedi quanto il rapporto
che si crea con la natura.
Queste misurazioni inoltre creano implicitamente una classificazione di terreni
dove il più fertile chimicamente risulta quello idealmente da raggiungere. Non
tutti i terreni, però, sono fertili allo stesso modo e le popolazioni locali
hanno saputo per millenni coltivare varietà locali, meno produttive ma anche
meno esigenti, che non alterassero in maniera rovinosa la produttività e la
ricchezza del suolo, questo anche in terreni naturalmente più poveri e più
soggetti all’erosione di fertilità. L’agricoltura 4.0, anche se declinata in
chiave “agroecologica”, non risolve le criticità che le sono costitutive;
risulta invece evidente che questo nuovo pacchetto tecnologico digitale
avvicinerà ulteriormente l’agricoltura a un settore industriale, uniforme e
standardizzato. Per quanto precise e veloci siano le nuove tecnologie, un cibo
sarà di qualità se affidato ai custodi dei saperi secolari e quindi alla cura
degli uomini e delle donne.
2.2 Gli inevitabili rovesci del digitale
Nel documento relativamente articolato di ECVC sul digitale applicato alla
terra, stride lo scarsissimo spazio dedicato alla filiera produttiva dei
dispositivi e alle sue conseguenze ecologiche. Fra i «rischi» ecologici, ci si
riferisce perlopiù al problema del consumo di energia, oltre alla possibilità
che la digitalizzazione spinga l’agricoltura verso pratiche ancor meno
sostenibili (un inciso: ci sembra indicativo che nel testo tornino a più riprese
termini come rischi e sfide, tipici della lingua del nemico – ossia di chi,
lungi dal voler contrastare un processo, si candida a gestirlo). La proposta di
una “digitalizzazione alternativa” nella direzione dell’agroecologia si rivela
così sostanzialmente dissociata dalla realtà materiale che inevitabilmente
sottende e fondata su contraddizioni insanabili, a partire proprio dalla
sostenibilità ambientale.
Per fare un esempio (ma lo stesso vale per tutti i dispositivi digitali), un
oggetto dato ormai per scontato come un normale smartphone contiene oltre
cinquanta materie prime, il doppio di un cellulare degli anni Novanta e cinque
volte quelle contenute in un telefono degli anni Sessanta. Ricavare e assemblare
queste materie prime richiede un’organizzazione globale di inimmaginabile
complessità: dovrebbe essere ormai risaputo che intere montagne devono essere
sbancate per estrarne materiali che hanno richiesto miliardi di anni per
formarsi all’interno della terra, e che per essere separati dagli scarti
richiedono bagni di acido e altri procedimenti che lasciano in eredità residui
radioattivi, acqua inquinata e altre sostanze tossiche. Le catene di
approvvigionamento delle materie prime sono talmente complesse che è a dir poco
illusorio immaginare di conoscere nel dettaglio le condizioni ambientali,
sociali e lavorative a monte, e le filiere di produzione sono suddivise in
centinaia di processi che coinvolgono migliaia di subappaltatori in decine di
Paesi del mondo, comportando un consumo energetico e livelli di inquinamento
folli. Nel caso dei microchip, che sono allo stesso tempo il cuore di qualsiasi
dispositivo digitale e il componente dal maggiore impatto ecologico e fra i più
complessi da produrre, si arriva al rapporto di 1 a 16.000 fra il peso del
prodotto finito e quello delle risorse mobilitate nel suo ciclo di vita. Ai
singoli dispositivi occorre aggiungere i ripetitori e la quantità smisurata di
chilometri di fibra ottica necessari a farli comunicare tra loro – e a garantire
«un’infrastruttura digitale veloce per tutti gli individui», come chiedono gli
estensori del documento. Ogni successiva generazione di dispositivi e di reti
promette di essere energeticamente più efficiente, ma in realtà fa ulteriormente
impennare il traffico di dati, e richiede la sostituzione di molti apparecchi. I
dati prodotti e trasmessi anche per le attività più banali mobilitano centinaia
di data center, infrastrutture che per garantire la sicurezza dei dati devono
essere “ridondanti” (cioè almeno doppie) e il cui numero – e con esso il loro
mostruoso consumo energetico – è in crescita esponenziale a causa
dell’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale4. I dispositivi e le
altre componenti di questa infrastruttura globale hanno una durata limitata, e
un loro parziale riciclo, ove possibile, richiederebbe comunque
un’organizzazione non meno complessa della loro produzione.
Come sostiene fra gli altri L’Atelier Paysan in Liberare la terra dalle
macchine5, l’unica reale possibilità di immaginare una via d’uscita dalla
società industriale è quella di ricreare comunità che si sentano responsabili
della conservazione della capacità di autorigenerazione di determinate
eco-regioni. Questo implica, oltre a produrre in base alle necessità reali della
comunità e non a quelle artificiali del mercato globale, anche astenersi da
quelle attività i cui rifiuti e altri effetti collaterali non possano essere
riassorbiti dalla stessa eco-regione. Appare evidente che la produzione di
dispositivi digitali è tra queste, dipendente com’è da una complessa – e a dir
poco iniqua, perpetuando gerarchie coloniali – divisione internazionale del
lavoro e dallo scellerato consumo di risorse non rinnovabili.
In alcuni passaggi del testo, la cosiddetta agricoltura di precisione, basata su
sensoristica IoT, GPS e intelligenza artificiale viene – giustamente – criticata
in quanto centrata sui dati e sugli investimenti in tecnologia, e la sua
presunta efficienza in termini di risorse viene definita – ancora, giustamente –
una «falsa promessa». Ma allora di quali dispositivi e infrastrutture si parla,
in concreto, quando ci si riferisce a un digitale che invece «può supportare
l’agroecologia»? Di un’eventuale nicchia di dispositivi digitali da filiera
certificata “equa e solidale”, più simile allo scaffale del biologico dentro un
ipermercato che alla radicale messa in discussione dell’agroindustria? O di
strumenti talmente rudimentali che davvero non si capisce quali significativi
vantaggi potrebbero offrire, in un’ottica agroecologica, rispetto a
un’agricoltura a bassa tecnologia? L’efficacia (tutta interna a un’ottica di
efficientismo industriale e soluzionismo tecnologico, che per quanto ci riguarda
comunque rifiutiamo) delle tecnologie informatiche è una funzione della quantità
di dati raccolti, della potenza di calcolo e della capacità di trasmissione,
tutti fattori all’aumentare dei quali aumentano inevitabilmente anche la
complessità produttiva dei dispositivi e il loro impatto ambientale: ci sembra
una contraddizione non aggirabile. I difensori del digitale alternativo tendono
sempre a evitare di entrare nel merito – sul piano materiale, delle risorse
necessarie, e non solo su quello del controllo dei dati – di quale sia il
livello di tecnologia capace di salvaguardare l’autonomia di individui e
comunità.
Ignorare la materialità del digitale significa anche ignorare il suo stretto
legame con la guerra: se le tecnologie informatiche sostanzialmente devono al
mondo militare la propria stessa nascita e il proprio sviluppo, oggi queste
tecnologie si trovano al centro della tendenza globale alla guerra e allo stesso
tempo nel ruolo di posta in gioco: il controllo delle materie prime, delle
filiere produttive, e dei mezzi della potenza. Per questo, tra l’altro, si
progetta di rilocalizzare sul suolo europeo l’estrazione dei minerali
strategici. Accettare la digitalizzazione dell’agricoltura come inevitabile
significa rendere dipendente la sussistenza delle comunità da sistemi che non
saranno mai autogestibili anche perché strategici militarmente (e renderla così
anche potenziale bersaglio di attacchi più o meno cyber). Sistemi che, mentre si
vaneggia di una loro possibile riappropriazione e uso alternativo, diffondendosi
allontanano la possibilità di scrollarsi di dosso le catene del mercato e delle
burocrazie, approntando capacità di controllo e ricatto sempre più pervasive: se
le tecnologie digitali non fossero state già ampiamente diffuse, quella vera e
propria ginnastica di guerra che è stata la gestione pandemica, con
l’emarginazione automatica di chi non si adeguava alle direttive, non sarebbe
stata possibile; e a dimostrazione del fatto che non si è trattato di una
parentesi, in Ucraina e in Russia sistemi analoghi al green pass sono impiegati
per scovare chi cerca di sottrarsi all’arruolamento forzato.
3. Possono gli Stati governare la digitalizzazione?
La proposta di ECVC è di affidare la digitalizzazione dell’agricoltura alla
regolamentazione statale, che sarebbe in grado di conservarne gli aspetti
“positivi” e buttarne a mare quelli più invasivi e distruttivi. Il problema, al
di là degli aspetti specifici, è che la digitalizzazione applicata
all’agricoltura non è separabile dallo sviluppo della digitalizzazione nel suo
complesso, che a sua volta non è separabile dalle altre tecnoscienze e da tutto
l’ecosistema della ricerca: dipartimenti universitari, laboratori, industrie.
Per normare una applicazione specifica – ad esempio dell’intelligenza
artificiale in agricoltura – bisognerebbe normare e limitare tutto l’insieme.
Ciò che lo Stato non ha, e non può avere, nessuna intenzione di fare. Perché lo
Stato (qualsiasi Stato) dovrebbe infatti desiderare un’intelligenza artificiale
meno invasiva, e quindi meno sviluppata e performante? Se la caratteristica
fondamentale dell’intelligenza artificiale è quella di evolversi
proporzionalmente alla quantità di dati che riesce ad assorbire, quello Stato
che limitasse la disseminazione di dispositivi di controllo o il furto di dati
(e lo sviluppo di sistemi d’arma) si infliggerebbe da solo uno svantaggio
strategico; con il risultato che ad approfittarne sarebbero altri, tra i quali
si troverebbe come un vaso di coccio tra i vasi di ferro (e silicio).
Oltre a ciò, quale Stato non tende ad accrescere il controllo sui suoi
cittadini, quando ne ha i mezzi? Che si tratti di combattere organizzazioni
criminali o gruppi rivoluzionari, sovversivi o teppisti (o magari agricoltori
che non si attengono alle norme…), o ancora di rispondere alle ansie securitarie
di cittadini o partiti politici, lo Stato troverà sempre nel controllo più
ossessivo la modalità che gli assicura i maggiori vantaggi, o che gli crea meno
problemi. Se a questo poi si aggiunge che i legislatori non tengono minimamente
il passo delle innovazioni prodotte dalle industrie e dalla ricerca, o ancora
che tutti gli Stati vivono grazie al credito che gli viene irrogato dalle
banche, a sua volta tanto più abbondante quanto più “liberamente” circolano i
capitali a livello internazionale, ci si renderà conto di come pensare di
regolare lo sviluppo o l’uso della digitalizzazione attraverso la legge sia
molto più utopistico dell’Anarchia.
Entrando più nello specifico del rapporto fra Stato e industria digitale, a
partire dall’11 settembre 2001 questo si è fatto sempre più stretto, fino a
formare quello che è stato definito complesso militare-digitale. Gli Stati Uniti
e le aziende della Silicon Valley hanno fatto da apripista, ma lo stesso vale
anche per i loro contendenti: il rapporto fra apparati militari-polizieschi e
Big Tech è sempre più di mutua dipendenza. Da una parte, i primi hanno bisogno
delle seconde per le loro capacità tecnologiche e infrastrutturali che vanno
ormai al di là della portata dei singoli Stati (raccolta ed elaborazione dati su
larga scala, sistemi di intelligenza artificiale, comunicazioni satellitari…);
dall’altra, le seconde hanno bisogno dei primi per difendere le filiere
produttive dei dispositivi digitali – a partire dalle materie prime – e
l’accesso ai mercati, e per mantenere regolamentazioni favorevoli.
L’imperialismo delle piattaforme digitali – che rendono intere popolazioni
dipendenti dai propri monopoli – e quello delle potenze militari si rafforzano a
vicenda. Non è un caso che negli ultimi anni le Big Tech siano entrate
prepotentemente, al fianco dei “vecchi” oligopoli industriali (energia,
telecomunicazioni, automobili, armamenti), nel sistema delle “porte girevoli”
fra industria e apparato statale: i vertici delle società del digitale approdano
nelle amministrazioni pubbliche (in particolare in quelle legate alla difesa)
portando con sé competenze chiave e relazioni con le start-up più promettenti;
mentre funzionari e generali fanno il percorso inverso rafforzando la capacità
delle piattaforme di relazionarsi con il settore pubblico, partecipare ai
progetti di ricerca e ottenere commesse. Fra i molti, si può fare l’esempio di
Eric Schmidt, già amministratore delegato di Alphabet (la “casa madre” di
Google) e poi a capo di diversi organismi del Dipartimento della Difesa
statunitense nei quali ha ricoperto un ruolo di consigliere sulla politica
tecnologica in ambito militare, nonché “ideologo” dell’alleanza fra Stato e Big
Tech6. Attriti e contraddizioni fra gli interessi immediati di questi due
attori, pur spesso presenti, vengono puntualmente superati in nome del superiore
interesse comune – quello della supremazia commerciale e militare e del
controllo degli individui –, dimostrando che ostinarsi a vedere nonostante tutto
nelle istituzioni un possibile arbitro imparziale fra gli interessi delle
popolazioni e quelli dell’industria non è che un’illusione rinnovabile.
Conclusioni
Tutto considerato, a cosa si riducono i benefici che una digitalizzazione
alternativa dovrebbe portare a un’agricoltura non industriale? Lo stesso ECVC
non approfondisce né dimostra concretamente in che modo i presunti vantaggi si
possano realizzare. Si accenna a una facilitazione dello scambio di conoscenze e
pratiche attraverso «applicazioni e reti» – ma questo scambio non è sempre
avvenuto anche senza dispositivi digitali? Si spiega che «la digitalizzazione ha
il potenziale di semplificare i processi amministrativi e ridurre gli oneri per
i piccoli agricoltori» – ma non è esperienza diffusa proprio il contrario?
Infine, si cita «la vendita tramite piattaforme di mercato digitale». Ma se uno
degli elementi costitutivi dell’agroecologia è ridurre sprechi ed impatti
negativi, allora si guarda a modalità di vendita a chilometro zero, non a
mercati digitali!
Perché allora dovremmo consegnarci a nuove dipendenze quando stiamo già pagando
il prezzo di quelle vecchie? L’agricoltura moderna è cresciuta sotto il segno
del petrolio: fertilizzanti, pesticidi, macchinari, trasporti. Una dipendenza
profonda, sistemica, che ha reso la produzione di cibo vulnerabile, fragile. Già
oggi la nostra società è estremamente dipendente da risorse e tecnologie che
possiedono tutte le caratteristiche per trasformarsi in nuove forme di
sottomissione e monopolio. La digitalizzazione in ambito agricolo viene
raccontata come inevitabile e neutra, ma in realtà introduce nuove forme di
subordinazione. Software, sensori, piattaforme, cloud, aggiornamenti continui:
strumenti che non appartengono a chi coltiva, che richiedono capitale,
infrastrutture, competenze specifiche e che funzionano secondo logiche impostate
da chi le produce. L’agricoltore non solo dipende dall’energia e dai mercati
globali, ma anche da sistemi tecnologici di non sempre facile comprensione
gestiti da grandi (o piccole) aziende che controllano dati, decisioni e processi
produttivi. Questa nuova dipendenza non sostituisce le precedenti, le
stratifica. L’agricoltura, invece di liberarsi, viene ulteriormente incastrata
in un sistema complesso e vulnerabile, in cui un blackout, un guasto o un cambio
di licenza possono compromettere intere stagioni di lavoro. Criticare questa
tendenza significa rifiutare l’idea che ogni problema debba essere risolto con
più tecnologia. Significa riconoscere che la resilienza agricola non nasce
dall’iper-connessione, ma dalla semplicità, dalla conoscenza diretta dei luoghi,
dalla capacità di adattarsi senza dipendere da sistemi esterni. Ogni nuova
dipendenza riduce lo spazio di scelta e aumenta il controllo esercitato
dall’alto. Difendere un’agricoltura orientata all’autonomia vuol dire scegliere
consapevolmente di non aggiungere nuove catene a quelle esistenti. Vuol dire
criticare una digitalizzazione che non serve a nutrire meglio le persone, ma a
rafforzare un modello economico che trasforma anche il cibo in un nodo di
controllo. In gioco non c’è solo il modo in cui coltiviamo, ma il grado di
libertà con cui potremo continuare a farlo. Per secoli l’agricoltura è stata
molto più di un lavoro, era una forma di vita, e il legame profondo con la terra
una fonte di gioia. Un dialogo quotidiano con le stagioni, con le ore di luce
all’interno di una giornata, con il suolo toccato, annusato, ascoltato. In quel
gesto ripetuto di cura e fatica donne e uomini trovavano equilibrio,
appartenenza e una libertà essenziale, lontana dal ricatto della produttività e
dell’accumulazione. La spinta alla digitalizzazione agricola accelera
incredibilmente la rottura di questo rapporto, iniziata già da tempo. Trasforma
la terra in un’interfaccia, la vita in un flusso di dati, l’esperienza in un
elemento da ottimizzare. Ci viene detto che serve, che è progresso, che senza
sensori e algoritmi non si può coltivare, o che comunque quella sarà la
direzione inevitabile; anche in nome della cosiddetta sostenibilità. È falso.
L’agricoltura di sussistenza ha sostenuto l’umanità per millenni senza
piattaforme, senza cloud, senza intelligenze artificiali, e ancora lo fa in
diverse aree del Pianeta. Ad oggi il concetto di sussistenza non deve essere
inteso come un ritorno nostalgico al passato, ma come una profonda scelta di
campo. Vivere di sussistenza, nel contesto contemporaneo, significa ridefinire i
bisogni, ridimensionare la dipendenza dai sistemi economici dominanti e
ricostruire un rapporto diretto con ciò che rende possibile la vita7. Non si
tratta di autosufficienza totale, ma di una tensione verso l’autonomia, verso
una vita meno mediata e meno ricattabile. Ciò che oggi viene chiamato
innovazione è per lo più solo un nuovo modo di sottrarre conoscenza, autonomia e
responsabilità a chi vive la terra ogni giorno. Come ha scritto Silvia Federici,
l’accumulazione di innovazioni tecnologiche disaccumula le capacità e i saperi
individuali e comunitari8.
La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato
può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce
dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un
territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento
in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con
essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una
variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci
sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine,
software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo. I benefici non ricadono
sulle comunità, ma sulla macchina capitalista che vive di controllo,
standardizzazione e estrazione di valore. La digitalizzazione non serve al
vivente; serve al mercato. Rivendicare una vita orientata alla sussistenza
significa rifiutare questa colonizzazione tecnologica. Significa scegliere una
relazione diretta con la terra, basata sulla realtà, sulla cura e
sull’autonomia. Significa sottrarsi alla logica dell’efficienza forzata e
riaffermare che coltivare non è produrre dati, ma vivere. In questa scelta non
c’è arretratezza, ma resistenza.
Rovereto, maggio 2026
Collettivo Terra e Libertà
1 Le raccomandazioni di ECVC sono state tradotte in italiano e pubblicate sul
numero sei di Rivista Contadina (settembre 2025). Il testo di posizionamento
completo è consultabile in inglese sul sito di ECVC www.eurovia.org.
2 Per risolvere il problema della scatola nera è nato negli ultimi anni il
filone di ricerca della “explainable AI”, o “IA spiegabile”, che sperimenta
approcci per rendere più trasparente il funzionamento delle reti di deep
learning. Nonostante i tentativi in questo senso, al momento il problema della
scatola nera è però sostanzialmente irrisolto.
3 Citato in Nicolas Alep e Julia Lainae. Contro il digitale alternativo. Perché
non può essere né ecologico, né democratico, Edizioni Malamente, Urbino, 2023.
4 La crescita del consumo di energia per alimentare l’IA è talmente esponenziale
che Microsoft, Google e Amazon si stanno orientando verso il nucleare per
sostenere i propri impianti; Microsoft ha siglato un accordo per riaprire la
centrale di Three Mile Island (quella chiusa a seguito dell’incidente di fusione
del nocciolo, il 28 marzo 1979), mentre Amazon e Google puntano allo sviluppo di
reattori modulari.
5 Atelier Paysan, Liberare la terra dalle macchine. Manifesto per un’autonomia
contadina e alimentare, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2023.
6 Il tema dell’interdipendenza fra potenze militari e piattaforme digitali è
trattato più approfonditamente in Dario Guarascio, Imperialismo digitale.
Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026.
7 Veronika Bennholdt-Thomsen e Maria Mies, The subsistence perspective, Zed
Books, Londra, 1999. Segnaliamo in italiano, La sussistenza – una prospettiva
ecofemminista. Brani scelti, a cura del collettivo terra e libertà, Rovereto.
8 Silvia Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons,
ombre corte, Verona, 2018. Per l’attinenza con i temi qui trattati, segnaliamo
in particolare l’ultimo capitolo, “Reincantare il mondo. La tecnologia, il corpo
e i commons”
Riceviamo e diffondiamo
da https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/spagna-1936-il-monito-dei-quijotes-del-ideal-ancora-valido-a-90-anni-di-distanza/
SPAGNA 1936. IL MONITO DEI QUIJOTES DEL IDEAL ANCORA VALIDO A 90 ANNI DI
DISTANZA.
Quest’anno corrono i 90 anni dalla rivoluzione spagnola del 1936, nata in
seguito al tentativo di golpe — il cosiddetto alzamiento — dei militari guidati
dal generale Francisco Franco avvenuto il 17 luglio, che diede avvio ad una
guerra civile che si concluderà nel marzo 1939 con la vittoria dei golpisti,
appoggiati dagli aiuti militari dell’Italia fascista e della Germania nazista in
una sorta di prova generale della seconda guerra mondiale.
Traduciamo questo articolo pubblicato nell’estate 1989 dalla rivista di Detroit
(Michigan, Stati Uniti) Fifth Estate (numero 332) che riprende un appello del
febbraio 1937, quando la situazione cominciava ad essere compromessa e le
conquiste della rivoluzione libertaria sacrificate sull’altare della burocrazia,
delle alleanze internazionali e delle necessità della guerra, scritto dal gruppo
anarchico «Quijotes del Ideal» attivo nel quartiere Barrio de Gracia della
Barcellona rivoluzionaria. Il gruppo era stato fondato da Federico Arcos
Martinez (che in seguito sarà collaboratore proprio di Fifth Estate, una volta
emigrato in Canada nella regione di Detroit-Windsor, a cavallo tra Canada e
Stati Uniti), Liberto Sarrau, Diego Camacho (alias Abel Paz), José Baje e
Germinal Gracia Ibars (Víctor García).
Il gruppo redigeva in Spagna anche il proprio organo di stampa, El Quijote, che
pubblicò solo tre numeri poiché fu censurato per le sue critiche alla
partecipazione al governo dei dirigenti del sindacato anarcosindacalista CNT.
Durante la rivoluzione spagnola, nei territori autogestiti dai comitati
rivoluzionari e soprattutto a Barcellona e nella regione della Catalogna, dove
il movimento anarchico era molto forte, la proprietà privata fu abolita di
fatto: le fabbriche vennero occupate e gestite direttamente dagli operai, i
latifondi aboliti e gestiti per la metà direttamente dai contadini e per l’altra
metà dal Comitato delle Milizie antifasciste, i servizi caddero in mano ai
sindacati proletari (CNT e UGT), le chiese vennero date alle fiamme od occupate
ed adibite ad altri scopi. Ma come effetto della sconfitta della rivoluzione,
che ebbe anche cause interne, non ultima la collaborazione della dirigenza della
CNT al governo repubblicano, tutte queste conquiste vennero scalzate e Franco,
una volta vinta la guerra civile, avrebbe governato la Spagna con la sua
dittatura fino alla sua morte avvenuta nel 1975.
Quello che segue é uno scritto breve, nello stile del manifesto di propaganda
del tempo, in presa diretta mentre gli eventi si stavano svolgendo, che è però
anche un monito per l’oggi, e che con lucidità ci fornisce l’indicazione – anzi
di più, la prova! – che non sono mai esistiti, né potranno mai esistere, governi
amici.
Un monito che ieri si riferiva al governo spagnolo del Fronte Popolare (composto
da forze borghesi come i repubblicani catalani, dai socialisti del PSOE, dal
Partito Operaio di Unificazione Marxista-POUM, dall’UGT sindacato socialista
vicino al PSOE, dagli stalinisti del Partito Comunista, e successivamente da
quegli ossimori viventi che furono i “ministri anarchici” della CNT) ma che
certamente faceva riferimento anche al governo considerato ingenuamente alleato
della rivoluzione, quello sovietico di Stalin, che inviava armi al governo
repubblicano non per spirito solidaristico ma per mero calcolo, alla ricerca di
influenza politica e profitto (e il trasferimento nei forzieri russi dell’oro
del Banco di Spagna, con la scusa di “metterlo al sicuro” — 510 tonnellate,
corrispondenti ai tre terzi delle intere riserve spagnole, oro che non fu mai
riconsegnato —servì solo a renderlo esplicito!).
Un governo, quello dell’Unione Sovietica, che si presentava al mondo intero come
rappresentante internazionale del proletariato mentre i suoi agenti in Spagna
assassinavano i rivoluzionari anarchici e i militanti del POUM (partito della
sinistra comunista che pur faceva parte del Fronte Popolare) e disarticolavano
le conquiste della rivoluzione libertaria facendo approvare dal governo spagnolo
una serie di misure — dalla militarizzazione delle milizie autonome con la
creazione di un “esercito popolare” direttamente controllato dal governo, alla
riconsegna delle imprese collettivizzate ai precedenti proprietari — come
biglietto da visita da usare per stringere accordi con le potenze democratiche
Francia e Inghilterra (il che non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler nel
1939 per spartirsi la Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop e di siglare
accordi commerciali con la Germania nazista ancora nel 1940 e 1941).
Un monito, quello dei «Quijotes del Ideal», ancor oggi di stretta rilevanza;
l’affermazione schietta, puntuale, ineccepibile e storicamente comprovata, che
non esistono governi amici non ha perso niente della sua attualità purtroppo,
vista la partecipazione da una parte di cosiddetti “anarchici” nelle truppe
regolari dell’esercito ucraino in quella guerra che oppone Federazione Russa e
Paesi NATO alle porte dell’UE. E, dall’altra parte della medaglia, di un numero
impressionante di sinistri ammiratori di regimi autocratici quali Russia, Iran e
Cina.
— Piccoli Fuochi Vagabondi, luglio 2026 —
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Introduzione di Fifth Estate
Il 17 luglio 1936, le forze nazionaliste spagnole, guidate dal generale di
estrema destra Francisco Franco, tentarono un colpo di Stato contro la
Repubblica del Fronte Popolare da poco eletta. Nel contesto dello sconvolgimento
sociale e politico seguito alla resistenza di massa contro la rivolta fascista,
il movimento anarchico in Spagna organizzò l’opposizione più forte e radicale al
fascismo, nonché una rivoluzione sociale di vasta portata.
Nel corso dei tre anni successivi, gli ideali libertari e antiautoritari
dell’anarchia divennero la realtà quotidiana di milioni di spagnoli che presero
il controllo dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità, liberandosi
dal dominio burocratico e repressivo del governo.
Sebbene questo esperimento rivoluzionario sia stato alla fine distrutto da una
perfida combinazione di fascismo, stalinismo, “democrazie” occidentali e
tradimento da parte del governo liberale spagnolo, è stato, secondo David Porter
(vedi Fifth Estate, estate 1986), il “luogo di prova più intenso e su più vasta
scala della rilevanza e della forza delle idee anarchiche nel mondo moderno”. E
hanno funzionato.
Il seguente opuscoletto fu scritto e diffuso in Spagna nel 1937 da un gruppo di
giovani anarchici di età compresa tra i 15 e i 17 anni chiamato «Quijotes del
Ideal». Il testo ci è stato fornito da un nostro amico e compagno che fece parte
dei Quijotes e che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva ancora vivo il
suo ardore per gli ideali anarchici espressi in questo documento. È scritto
nello spirito rivoluzionario dell’epoca, rivolgendo la propria voce al popolo,
negando la legittimità di tutti i governi e di tutte le leggi, e indicando il
tradimento della rivoluzione da parte della Repubblica spagnola come prova
lampante dell’ostilità di quel governo verso il popolo.
— The Fifth Estate Staff —
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Febbraio 1937, Al popolo:
Ci rivolgiamo a voi, popolo. A voi, perché siamo i vostri figli e perché siete
voi che, come sempre, loro [le autorità governative] cercano di ingannare.
E non vi parleremo a nome della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) né a
nome della F.A.I. (Federación Anarquista Ibérica). Vi parliamo piuttosto a nome
del nostro ideale, l’Anarchia.
Siamo giovani libertari che, in onore del nostro nome, “I Quijotes”, incroceremo
le spade con coloro che cercano di rafforzare i nostri tiranni prima attraverso
discorsi ingannevoli e poi con la forza delle armi, grazie al potere delle forze
militari e di polizia al loro comando; e incroceremo le spade con coloro che,
collaborando con lo Stato, si definiscono anarchici pur sapendo che Anarchia
significa negazione del governo e delle leggi. [1]
Ingenuamente abbiamo aspettato di vedere se, per la prima volta nella storia, un
governo avrebbe smesso di essere tirannico e avrebbe esercitato la sua politica
per il bene del popolo. Ma, vedendo l’avanzata del riformismo e il tradimento
della rivoluzione, diciamo: basta; e resisteremo a questo con tutte le nostre
forze.
E non liquidateci definendoci degli indisciplinati [incontrolados] o dei
fascisti. Ciò che ci guida più di ogni altra cosa è l’immenso amore che proviamo
per il popolo, ben più di quel governo che non è controllato da nessuno. Quanto
ad essere fascisti, lo sono i funzionari governativi, non noi.
Il fascismo è imposizione, oppressione, schiavitù. Tutti gli Stati, senza
eccezioni, si impongono, opprimono e schiavizzano il popolo; sebbene essi [i
burocrati statali qui in Spagna] a loro volta siano tutti schiavi, consciamente
o inconsciamente, di un’organizzazione di vagabondi e teppisti chiamata:
L’Ordine dei Gesuiti. [2]
Alcuni dei ministri del governo della Repubblica sono milionari: Loro, insieme
ai milionari fascisti, detengono milioni nella stessa banca londinese; pertanto,
gli interessi degli uni e degli altri sono gli stessi. La rivoluzione mondiale
proletaria dissolverebbe quella banca e quegli interessi.
È quindi evidente che ciò che è importante per tutti loro è frantumare la
Rivoluzione che li minaccia e distruggere i lavoratori rivoluzionari in una
guerra violenta.
Popolo: cercate di ragionare senza alcuna delle trappole del fanatismo che vi
accecano gli occhi!
Un certo ministro del «popolo» ha già dimostrato, qualche giorno fa, che una
volta che «questo» sarà finito, la Repubblica spagnola manterrà sicuramente le
forme politiche che aveva prima della Rivoluzione.
Un ministro “operaio” permette che le prigioni e i penitenziari rimangano in
piedi e, per di più, crea campi di concentramento mentre grida: “Abbasso il
fascismo!”
E un altro va in giro a parlare nelle arene di anarchismo nazionalista e
patriottico, mentre allo stesso tempo un vecchio politico catalano ordina al
popolo di stare zitto e di obbedire ciecamente al governo.
Perché aggiungere altro? Gli anarchici non collaborano, non hanno mai
collaborato e non collaboreranno mai con nessun governo. Diffondete avvertimenti
al popolo ovunque affinché non si lasci ingannare come un eterno bambino,
affinché rompa con quella vecchia e putrida farsa per far posto alla piena e
bellissima luce del Sole dell’Anarchia.
Da parte nostra, siamo pronti a sacrificare le nostre stesse vite. Ma moriremo
con dignità, compagni, gridando con forza «Abbasso il Governo! Viva
l’Anarchia!».
— Il gruppo anarchico Quijotes dell’Ideal —
Note:
[1] Diversi «compagni di spicco» del sindacato anarchico-sindacalista, la CNT,
assunsero incarichi nel governo repubblicano liberale nel vano tentativo di
porre fine alla discriminazione nei confronti delle conquiste della Rivoluzione.
Il loro «esperimento» si rivelò un fallimento e questa violazione dei principi
anarchici provocò sgomento e ulteriore scoraggiamento in una situazione già in
fase di disgregazione.
[2] Questo paragrafo illustra il ruolo prevalentemente reazionario che la Chiesa
cattolica ha svolto nella società spagnola e l’odio che la gente comune nutriva
nei confronti delle sue organizzazioni.
Riceviamo e diffondiamo questa lettera-opuscolo dal nostro Stecco. Domande che
illuminano esperienze ed esperienze che pongono domande. Semplici, necessarie,
inaggirabili.
Mettere del peso
Sull’urgenza di sabotare, ostacolare, attaccare le linee via terra della
mobilità di guerra. La guerra parte da qui. La colonia è anche a queste
latitudini. All’alba del 16 giugno sotto…
Diffondiamo: Nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame, facciamo
quindi sentire forte la solidarietà ax nostrx compagnc ostaggx dello stato! Sono
passati dieci giorni da quando,…
Le curatrici del programma Harraga, che va in onda su Radio Blackout, hanno
intervistato in due puntate del mese di aprile la compagna italo-palestinese
Mjriam Abu Samra, ricercatrice e fondatrice del Palestinian Youth Movement.
Dal concetto di “orientalismo” alla depoliticizzazione umanitaria della causa
palestinese, dagli accordi di Oslo al ruolo delle ONG, dal palestinese-vittima
al palestinese-terrorista, dalla violenza coloniale in Palestina
all’israelizzazione delle società occidentali, questi approfondimenti sono
solidi come i sassi, e come tali andrebbero scagliati contro l’ordine coloniale
del mondo.
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma
vittima/terrorista – parte1
Parte 2: decostruire il paradigma vittima/terrorista
Riceviamo e pubblichiamo questo importante documento di rivendicazione,
riflessione e proposta. Le questioni che solleva richiedono senz’altro un
confronto, nei tempi e negli spazi più opportuni:
Una proposta di guerra