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Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina
Le curatrici del programma Harraga, che va in onda su Radio Blackout, hanno intervistato in due puntate del mese di aprile la compagna italo-palestinese Mjriam Abu Samra, ricercatrice e fondatrice del Palestinian Youth Movement. Dal concetto di “orientalismo” alla depoliticizzazione umanitaria della causa palestinese, dagli accordi di Oslo al ruolo delle ONG, dal palestinese-vittima al palestinese-terrorista, dalla violenza coloniale in Palestina all’israelizzazione delle società occidentali, questi approfondimenti sono solidi come i sassi, e come tali andrebbero scagliati contro l’ordine coloniale del mondo. Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma vittima/terrorista – parte1 Parte 2: decostruire il paradigma vittima/terrorista  
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Anatomia di un microchip
Anatomia di un microchip (una prefazione) Abbiamo tradotto e pubblichiamo la prefazione che Celia Izoard ha scritto per Anatomie d’une puce, un interessante volume – edito da Le monde à l’envers – che raccoglie interventi e materiali realizzati in occasione del convegno internazionale tenutosi il 28 e 29 marzo 2025 a Grenoble. A Celia Izoard si devono diversi lavori-inchiesta sulla rovinosa materialità del digitale nonché riflessioni sulla necessità di sbarazzarcene, tra cui Cambiate lavoro per favore. Lettere agli umani che robotizzano il mondo, pubblicato in italiano nel 2022 dalle edizioni Malamente. Questa prefazione, nella sua sinteticità, ci fa scorgere il mondo intero dentro i semiconduttori in quanto tecnologie imperiali; e formula con chiarezza la posta in gioco per un’Internazionale del genere umano: spezzare la spirale di rafforzamento reciproco tra digitalizzazione e guerra. Qui in pdf: Anatomia di un microchip   È possibile rilocalizzare l’impero? Il digitale è una tecnologia imperiale. Cosa diventa quando l’impero va in frantumi?   di Celia Izoard La vedete la colonnina per la convalida dei biglietti e tesserini di viaggio? È il grande rettangolo grigio alto circa un metro e mezzo che superate all’entrata della metro. Qualche giorno fa, quando sono scesa in una stazione a Tolosa, alcuni tecnici avevano aperto questa colonnina per lavori di manutenzione. Si poteva quindi vedere ciò che abitualmente è invisibile: l’interno. In mezzo a fili di tutti i colori, ho visto delle targhette di resina epossidica verde lunghe circa quaranta centimetri. Su queste schede elettroniche si sviluppa una sorta di città all’americana: schiere di punti argentati, luci rosse, torri cilindriche, blocchi rettangolari. Alcuni di questi rettangoli, neri, circondati da piccole linee argentate perpendicolari, assomigliano a magazzini logistici in miniatura con le loro file di camion: ecco i microchip, chiamati anche semiconduttori oppure circuiti integrati. Ho incontrato Hubert Cros, progettista di sistemi elettronici per delle aziende del Sud-Ovest. Mi ha raccontato che in una colonnina come questa, si utilizzano alcune decine di semiconduttori. Ce ne sono quasi 160 in un cellulare, e circa 3500 in un’auto ibrida. Un microchip di una colonnina di convalida può contenere fino a 10.000 transistor, ma quelli che troviamo in un server dei data center (utilizzati per esempio nei calcoli di «intelligenza artificiale») ne contengono circa 100 miliardi: milioni di volte di più. Resta il fatto che questa semplice colonnina finalizzata a leggere un titolo di trasporto, aprire la barriera ed emettere un bip positivo o un bop negativo a seconda dalla validità della tessera, questo oggetto che a malapena possiamo definire «high tech», necessita da solo di quasi un milione di componenti elettronici. All’interno di questo oggetto inutile, dalle finalità mercantili e burocratiche, si potrebbero ritrovare delle tracce del mondo intero: decine di minerali estratti e raffinati in luoghi differenti, acidi e solventi arrivati da ovunque, siti di montaggio e di assemblaggio sparsi su diversi continenti. Sull’esempio di queste colonnine, da una quarantina d’anni, la vita nei Paesi ricchi è irrigata da microchip onnipresenti e invisibili. In una brochure informativa per il grande pubblico, l’associazione europea delle imprese di semiconduttori (ESIA), si felicita di ricordare che questi ultimi sono indispensabili «alle cure mediche critiche», «alle infrastrutture idriche», «all’agricoltura sostenibile che nutrirà il mondo» (ESIA, Semiconductors : strategic enabler of everyday life, 2024). Nello stesso documento, essa spiega che «la fabbricazione di semiconduttori è l’attività di fabbricazione più complessa che si conosca attualmente. Prima di raggiungere lo stadio del prodotto finale, un microchip può compiere 2 volte e mezzo il giro del mondo e attraversare 80 frontiere». Come siamo giunti a questo punto? Esistono delle tecnologie emblematiche di certe forme politiche. Il telaio meccanico, per esempio, cristallizza il capitalismo industriale inglese del XIX secolo: il cotone prodotto in India, le fabbriche tessili di Manchester alimentate a carbone, le cotonine vendute ai mercanti di schiave e schiavi africani. Il microchip di silicio, invece, è un puro prodotto dell’egemonia neoliberale delle potenze occidentali degli anni Duemila. Produrre un tale oggetto necessita la capacità di ammassare quantità inaudite di capitali in eccesso (grazie alle riforme neoliberali) e di essere i beneficiari ultimi di catene di approvvigionamento di una complessità prodigiosa, suddivise su decine di Paesi. Di fatto, il microchip è la quintessenza del «modo di vita imperiale» così come lo hanno definito i sociologi tedeschi Brand e Wissen: un quotidiano in cui gli oggetti più ordinari sono dei prodotti iper-mondializzati fondati su rapporti di potere asimmetrici. È la pax americana che ha reso possibili la Silicon Valley e le sue catene di approvvigionamento tentacolari. Se non fosse esistito questo dominio mondiale, naturalizzato all’inizio degli anni Duemila al punto di passare per «la fine della storia», se il mondo non fosse stato questo spazio di libero scambio comodamente organizzato per rifornire le multinazionali occidentali, a nessuno sarebbe venuto in mente di digitalizzare le attività umane. Sembra inconcepibile rendere una società intera dipendente, per la propria sopravvivenza, da un oggetto che si basa sull’attività di decine di miniere ai quattro angoli del mondo, superando 80 diverse frontiere prima di raggiungere lo stadio del prodotto finale. In altri termini: il digitale è una tecnologia imperiale. Cosa diventa quando l’impero va in frantumi? Il vento cambia, l’impero occidentale s’incrina e si frammenta. Da qualche anno, il Pianeta non è più questa comoda base logistica, gestita dalle politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per rifornire le multinazionali occidentali. La Cina, seconda potenza economica mondiale, non può più essere trattata come un subappaltatore dell’elettronica. Essa ha costruito dei monopoli sui metalli critici e potrebbe invadere Taiwan, dove è fabbricata la maggior parte dei microchip del mondo. L’egemonia è finita, con diversi imperi in concorrenza tra loro per le risorse e i mercati. Convertite al capitalismo, le classi dirigenti dei BRICS+ (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia ed Etiopia) vogliono metalli, semiconduttori ecc. per produrre più o meno gli stessi oggetti: auto, aerei, armi, satelliti, telefoni, schermi e il resto dell’infrastruttura digitale. In Europa e negli Stati Uniti le imprese esigono dai loro Stati che le aiutino a garantire i loro approvvigionamenti in materie prime e in componenti. Che aprano miniere e industrie, che reindustrializzino i territori da cui queste stesse imprese hanno traslocato vent’anni fa per aumentare i propri profitti. Nel 2022, il governo federale degli Stati Uniti ha votato un Chips Act per sovvenzionare la produzione di semiconduttori nel Paese. Nel 2023, i deputati europei votano a loro volta l’European Chips Act, una replica della stessa legge il cui obiettivo è produrre sul continente il 20% della domanda europea di semiconduttori. A Crolles, nei pressi di Grenoble, lo Stato ha promesso 2,9 miliardi di euro per finanziare l’allargamento della fabbrica STMicrolectronics, un gruppo franco-italiano la cui sede è in Svizzera. Ma è davvero possibile rimpatriare queste catene di approvvigionamento mondiali? All’interno della classe politica, nessuno sembra porsi tale questione, per quanto cruciale: si possono produrre dei microchip in un solo Paese o per lo meno in un solo continente? Non più di quanto ci si chieda se si possono produrre delle batterie elettriche, delle armi o dei satelliti a partire da un unico continente. Si tratta di ignoranza, di cinismo? Tutti sembrano aver dimenticato che l’industrialismo è fondato sull’imperialismo – sugli «scambi», come dicono i manuali scolastici. L’industria automobilistica francese si è costruita con caucciù e rame congolesi, con piombo e cobalto magrebini, nichel canaco, petrolio mediorientale ecc. Le catene di approvvigionamento di STMicrolectronics sono oggi mille volte più lunghe, intrecciate e complesse di quelle dell’impresa Renault degli anni Sessanta. Il fatto che STMicrolectronics, a Crolles, abbia più di 6000 fornitori diretti fornisce un’idea della complessità dei processi da cui dipende questo sito gigantesco. Il minimo microchip di qualche millimetro può contenere decine di metalli differenti: arsenico, tantalo, titanio, antimonio, gallio… Tuttavia, a destra, a sinistra o presso gli ecologisti, tutti applaudono questi investimenti sulla «sovranità tecnologica» chiamati persino «rilocalizzazioni». Eccoci qui a Grenoble, dove un’intera industria dell’elettricità e dell’elettronica si è installata da lunga data per beneficiare dell’acqua delle montagne. Le imprese di semiconduttori impiantate a partire dagli anni Novanta hanno regolarmente aumentato i loro prelievi di acqua, al punto che in un decennio il consumo da parte di STMicro è quasi raddoppiato. Con il moltiplicarsi e l’aggravarsi degli episodi di siccità. Dopo l’estate 2022, un’estate torrida, il collettivo STopMicro è entrato in scena depositando casse e casse di bottiglie davanti a EAUX de Grenoble Alpes, la regia incaricata del servizio idrico della zona. Esattamente 336 litri, tanti quanti STMicrolectronics e Soitec ne consumano ogni secondo in seguito al loro allargamento. Da soli, questi due siti inghiottono l’acqua di una città di 400 mila abitanti e l’elettricità di una città di 230 mila abitanti. La popolazione della ragione è probabilmente inquieta nel veder scomparire le proprie risorse d’acqua, come la maggior parte di noi. Ma il muro che le impedisce di contestare questo accaparramento è il consenso politico sulla «rilocalizzazione». Bisogna pur produrre dei microchip. Meglio produrli qui che altrove. Di fatto, se avete ascoltato su France Inter l’intervista a Jean-Marc Chéry, amministratore delegato di STMicrolectronics, dovreste essere convinte e convinti che questo consumo d’acqua servirà almeno a produrre dei microchip «made in France» (trasmissione dell’11 novembre 2021 dedicata a Grenoble). Ci sono argomenti per tutte le parrocchie politiche: ciò impedirà le penurie che rischiano di paralizzare l’economia; le condizioni di produzione saranno migliori a Crolles che presso un subappaltatore asiatico. Rispondendo ai giornalisti, l’AD ha lasciato intendere che la fabbrica produceva «diversi miliardi di microchip ogni anno» a partire da una materia prima che sarebbe una «tavoletta di silicio». Tutto questo è falso. Era il primo punto del convegno organizzato da STopMicro e dai Soulèvements de la Terre il 28-29 marzo 2025: spiegare perché le fabbriche di STMicrolectronics a Crolles e di Soitec a Bernin sono solo una tappa di una catena industriale estremamente costosa e complessa. Che comincia con l’estrazione di quarzo nei rari giacimenti di quarzo ad alta purezza che esistono sul Pianeta. A cui seguono le tappe della metallurgia necessarie alla purificazione di questo minerale di silicio e che durano diverse settimane. Prima trasformato «in silicio metallo attraverso l’addizione di carbonio ricavato dal carbone o dal legno degli altiforni molto energivori»1, viene poi trasformato in polisilicio. «Il polisilicio viene quindi fuso ancora una volta a temperature elevatissime in lingotti di silicio monocristallino ultra-puro. Questi lingotti saranno poi divisi in gallette molto fini (wafers, in inglese)». È solo a questo stadio che intervengono le fabbriche di Grenoble, le quali ricevono queste gallette e vi imprimono miliardi di transistor e circuiti miniaturizzati attraverso la fotolitografia (simile a una foto argentica ma molto più complessa). Al termine di queste centinaia di tappe che durano diversi mesi nelle camere sterili dell’Isère, ciò che esce dal sito di STMicrolectronics a Crolles non è ancora un microchip come oggetto separato. È in altre fabbriche chiamate OSAT o back-end, spesso collocate in Asia, che questi semiconduttori sono singolarmente separati, testati e preparati per essere integrati in circuiti elettronici. Malgrado il suo colossale consumo d’acqua e di elettricità, la produzione realizzata nelle Alpi non è che una trappa tra decine di altre, suddivise su tutto il Pianeta. Una volta stabilito che la costruzione o l’allargamento di una fabbrica di semiconduttori non può cambiare la natura mondializzata dell’elettronica, il secondo punto di questo convegno era smontare il multistrato di forme di dominio contenuto in questo oggetto così minuscolo. In quanto tecnologie imperiali, i semiconduttori sono dei microcosmi. Attraverso i milioni di tappe e di sostanze che ne permettono l’esistenza, offrono un’istantanea mondiale delle devastazioni dell’industria, delle dinamiche coloniali e neocoloniali. È il caso, per esempio, dello stato di guerra permanente nella parte est della Repubblica democratica del Congo, di cui ci parlano David Maendha Kithoko e Fabien Lebrun. Questa regione del Kivu dove vengono sfruttare numerose miniere artigianali di tantalo e di stagno (utilizzati nei condensatori e nelle saldature delle schede elettroniche) si è infiammata già agli albori della rivoluzione informatica. Le manovre delle grandi potenze per beneficiare di questa economia di guerra hanno alimentato fino ad oggi il reclutamento dei bambini per la guerra e per le miniere, gli stupri, i massacri e le deforestazioni. Parallelamente, l’espansione dei mercati delle batterie per le auto, i datacenter e gli apparecchi digitali hanno scatenato una corsa ai giacimenti di litio sulle Ande, in particolare nel Nord dell’Argentina, dove decine di comunità autoctone resistono al proprio sradicamento. È quello che ci raccontano Roger Moreau da Salinas Grandes e Azul Blaseotto, venuta da Buenos Aires. Cosa vediamo ancora in questi microchip di cristallo? Possiamo vedervi riflessi i movimenti meccanici e ripetitivi degli operai e delle operaie dell’elettronica in Cina e in India, raccontati da Agnès Crépet, che studia questa industria da dieci anni all’interno dell’impresa Fairphone. O ancora vedervi scintillare le acque cristalline dei laghi delle comunità innu e inuit nell’estremo Nord del Quebec, e immaginare la collera degli abitanti del porto di Sept-Îles di fronte a un progetto di estrazione di terre rare da giacimenti radioattivi. Marc Fafard ha attraversato l’Atlantico per venire a raccontare l’eterno ritorno di queste imprese minerarie nella regione. Esse puntano questa volta ad estrarre del gallio, il metallo di cui sono fatte le nuove generazioni di microchip, le cui performance continuano a raddoppiare ogni due anni, in conformità con la legge di Moore [secondo la quale il numero di transistor su un microchip raddoppia circa ogni 18 mesi] che le potenze economiche fanno implacabilmente rispettare nel mondo. A partire da tutti questi racconti, si comprende facilmente che più lasciamo le imprese disseminare schede elettroniche in tutto ciò che ci circonda, più aumentano gli accaparramenti e le intossicazioni – a Crolles, a Salinas Grandes, a Sept-Îles e altrove – ma anche il rischio sempre più evidente di guerra tra potenze economiche rivali. È per mettere le mani sui giacimenti di terre rare e altre miniere indispensabili al digitale che l’amministrazione Trump minaccia di occupare la Groenlandia. È per procurarsi il petrolio necessario alla corsa all’IA e all’armamento ch’essa attacca il Venezuela. In questo mondo dominato dall’industria del digitale, per via degli usi e degli oggetti che impone, ogni potenza economica avrebbe bisogno di almeno due continenti per accaparrarsi le risorse. Sono i tassi di crescita di questo settore che ci incarcerano ogni giorno di più in questo tunnel hyperloop in fondo al quale c’è la guerra. Di ritorno, questo orizzonte di scontro ineluttabile rafforza ancora la crescita del digitale, diventato il sistema nervoso delle tecnologie militari contemporanee. Così, che sia promossa dalla Cina, dagli Stati Uniti o dall’Europa, la «sovranità tecnologica» non designa affatto una ricerca di autosussistenza il cui corollario sarebbe di lasciare in pace il resto del mondo, una forma di autosufficienza tecnica e materiale. La «sovranità tecnologica» indica in realtà il rafforzamento imperiale e la corsa all’armamento. Il terzo punto di questo convegno e della manifest’azione che ne è seguìta è quindi davanti a noi, e per molto tempo. Piuttosto che credere alle favole per bambini dell’«industria rilocalizzata», dobbiamo far cessare la condizione di dipendenza generalizzata che si rafforza con ogni nuovo servizio digitale: la scuola degli schermi, la tele-medicina, i cervelli alimentati con l’IA e così via. Queste imprese all’apparenza onnipotenti hanno delle vulnerabilità: il rischio di disaffezione, la rivolta degli utenti contro la colonizzazione della vita da parte di queste tecnologie potrebbe esserne una, se delle iniziative tanto ricche quanto festose come quelle di Grenoble si moltiplicassero. In una prospettiva più realistica, l’altra vulnerabilità evidente è precisamente ciò che il lavoro di STopMicro ha contribuito a mettere in luce: la crescente fragilità delle sue catene di approvvigionamento man mano che il contesto geopolitico si fa più volatile. Esse potrebbero essere destabilizzate dalla molteplicità dei conflitti e delle resistenze che hanno scatenato, dalle miniere fino ai data center, se la solidarietà internazionale riuscisse ad amplificarle e a unirle come altrettanti anelli. 1. Questa e le citazioni successive sono tratte da Combien de tours du monde faut-il pour fabriquer une puce « made in France »? [Quanti giri del mondo servono per fabbricare un microchip “made in France”?], l’intervento del Collettivo STopMicro che apre Anatomie d’une puce.
Approfondimenti
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Tecnoguerra (o la guerra mondializzata)
Pubblichiamo questo prezioso contributo del Gruppo Grothendieck di Grenoble. Parte di un’ampia disamina sulle varie forme storiche di guerra (Bienvenue dans la technoguerre. Quelques analyses sur la guerre de « haute intensité » à notre époque technocapitaliste), abbiamo tradotto solo l’ultimo capitolo, relativo alle guerre contemporanee. Allo stesso collettivo si deve un eccellente approfondimento in cinque episodi sulle biotecnologie e sulla guerra generalizzata al vivente (https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/). Due ci paiono gli aspetti più interessanti del testo che pubblichiamo: la distinzione tra guerra mondializzata e guerra mondiale; e il fatto di vedere la guerra già presente nei massicci finanziamenti alle tecnologie “duali” (cioè quelle militarizzate e quelle militarizzabili). «Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa “fase preparatoria” che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico». Qui in pdf: Tecnoguerra(1)   Tecnoguerra (o la guerra mondializzata) da: ggrothendieck.wordpress.com Oggi le guerre sono molteplici e variegate. Ciò che qui ci interessa, sono le guerre «convenzionali», vale a dire le guerre ufficiali dei paesi bellicisti, non le operazioni segrete e le «scaramucce» tra bande armate. Esse sono di due tipi: le «operazioni speciali» o OPEX e la guerra industriale totale. Le OPEX s’inscrivono nel «continuum sicurezza-difesa» [1], in cui l’obiettivo è l’egemonia di uno Stato-nazione o il suo mantenimento in una regione del mondo spesso per molteplici fattori (politici, ideologici, legati alle risorse ecc.). L’operazione Barkhane della Francia nel Sahel è una OPEX, che mira a dominare una regione e mantenere un equilibrio capitalista politico-economico contrastando l’influenza jihadista. La guerra Ucraina-Russia o Iran-Israele-USA sono delle guerre industriali totali (gli Stati Maggiori degli eserciti parlano eufemisticamente di «guerre ad alta intensità»). Queste guerre tendono allora a diventare mondiali quando non sono già mondializzate, in quanto mobilitano umani, risorse, infrastrutture civili e militari nonché diplomazie di numerosi Paesi interconnessi. Questo «mondialismo» della guerra è dovuto al fatto che questa si dispiega su campi d’azione (aria, terra, mare, spazio, cyber, propaganda ecc.) che un singolo esercito non padroneggia totalmente. La tecnoguerra fa appello a molteplici risorse esterne in un opportunismo internazionale legato alla facilità delle logistiche e delle comunicazioni. Il ricorso all’aiuto esterno, come il fatto che la Francia, grazie ai propri satelliti militari, fornisca i due terzi delle informazioni all’Ucraina [2], è quasi-obbligatorio nelle tecnoguerre moderne pena una rapida sconfitta. Inoltre, questo «mondialismo» è una riconfigurazione permanente di fronte agli embarghi della controparte: i Russi riorientano la vendita del loro petrolio alla Cina dopo l’embargo europeo del 2022 e ricevono i componenti elettronici dall’Europa per il tramite di Paesi terzi come Singapore, Hong-Kong o Kazakistan. Questo ridispiegamento è permanente e dipende dai «ponti di trasmissione», spesso paradisi fiscali e regimi autocratici le cui politiche sono indifferenti o addirittura inclini a servire da intermediari per le zone di guerra. Oltre all’Estremo Oriente (Singapore, Taiwan, Hong-Kong o Cina), la penisola arabica (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Barhein) e alcuni Paesi che giocano sui due fronti (specialmente India e Turchia) servono da intermediari per fornire armamenti, petrolio e riciclare capitali di guerra. Con buona pace del «commercio tranquillo», il quale, qualunque cosa accada, non sarà mai colpito da embargo. Citiamo come esempio il settore nucleare russo, indispensabile a tutti i regimi nucleari e in particolari alla Francia, la quale continua ad importare un terzo del proprio uranio dalla Russia e stringe accordi con Rosatom e lo Stato russo (nello specifico ITER e la stazione spaziale internazionale) [3]. Questo tipo di guerra mobilita una economia di guerra, dal momento che una gran parte dell’industria e dei capitali è messa al servizio della guerra [4]. Grazie al loro complesso scientifico-militar-industriale, le grandi potenze (in concreto quelle che possiedono la bomba atomica: Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Israele, India e qualche altra) hanno un’economia in cui lo Stato, attraverso leggi e sovvenzioni, promuove un riorientamento dei piani: le imprese d’armi producono di più e realizzano degli stock, quelle duali (civili e militari) aumentano la loro partecipazione all’armamento e i laboratori di ricerca ridisegnano i loro obiettivi verso il militare. Oltre a predisporre degli stock (per esempio Macron nel 2024 chiedeva al produttore di missili MBDA di fare importanti scorte [5]), l’industria bellica esporta massicciamente verso zone di guerra. Per esempio, l’economia di guerra a livello di vertice del capitalismo si traduce nel fatto che l’Europa è diventata nel 2024 il principale continente d’importazione di materiale militare al mondo, e allo stesso tempo nel fatto ch’essa è diventata il continente in cui le spese militari hanno avuto l’aumento più netto dal 2015 al 2024 (+ 83%) e dove nel 2024 si sono contate più vittime militari [6]. Questo dimostra che l’Europa ridiventa dopo decenni di pausa il continente in cui la guerra assoluta è in corso. La guerra mondializzata non tende per forza alla guerra mondiale, poiché le interdipendenze economiche (per esempio con la Cina per i metalli rari e con la Russia per le competenze nucleari) impediscono nella maggior parte dei casi di assumere alleanze esplicite in un conflitto ad alta intensità. Per esempio, benché aiuti in modo massiccio l’Ucraina fornendo artiglieria e competenze militari, ufficialmente la Francia non è in guerra con la Russia e non partecipa direttamente alle battaglie. Il mondo è cambiato dal 1945. Non ci sono più due poli tecnocapitalisti, bensì 5 o 6 (polo statunitense, polo russo-cinese, polo indiano, polo turco, polo sud-coreano ecc.) in cui si concentrano i flussi di capitale, le conoscenze tecnologiche e le materie prime e le cui alleanze sono multipolari. Per esempio, esistono la NATO e il suo avversario, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva OTSC (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan), i Brics+ [7], al cui interno certe nazioni possono seguire politiche contraddittorie. Per esempio, la Turchia fa parte della NATO, ha basi militari americane sul suo territorio, vende petrolio a Israele, ma è anche alleata dell’Iran, acquista il suo gas, fa parte della Via della Seta cinese ed è un partner privilegiato della Russia pur considerando Israele il «Grande Satana» [8]. Tutto è faccenda di opportunismo e di propaganda per allargare la propria sfera d’influenza. Altro esempio: l’Armenia, benché membro dell’OTSC, sviluppa partenariati militari avanzati con la Francia che è membro della NATO. Bisogna riconoscerlo: queste multiple alleanze economiche, militari e strategiche non hanno impedito le guerre «ad alta intensità». Con la guerra russo-ucraina, la guerra Iran-USA-Israele, ma anche Israele-Palestina-Libano, ne abbiamo tre contemporaneamente! Su molteplici fronti con molteplici attori. Per esempio, la Francia aiuta l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati a difendere i loro territori dagli attacchi iraniani e allo stesso tempo dovrebbe essere partner del Libano nel quadro degli accordi CEDRE [9]. Prendiamo la morte dei Caschi Blu indonesiani di UNIFIL (ONU) in Libano sotto i colpi israeliani nonché gli attacchi israeliani contro dei Caschi Blu francesi e la non-risposta della Francia: tutto questo è dovuto al fatto che la Francia, come altre grandi potenze militari, a livello geopolitico è firmataria di molteplici accordi di cooperazione contraddittori. Tanto più che non bisogna indispettire i cugini americani e israeliani i quali cominciano già a rivedere la loro politica di importazione nei nostri confronti, specialmente per il materiale bellico [10]. Alla fine, è chiaro che ogni Paese non entrerà in guerra a meno che i propri interessi non vengano gravemente minacciati (per esempio, nel caso francese, un massiccio attacco iraniano contro le sue basi militari distribuite un po’ ovunque sul globo) e a condizione che i propri arsenali siano ben riempiti (il che non è ancora il caso della Francia, il cui Stato Maggiore annuncia la data del 2030 per un dispositivo completo d’ingaggio ad alta intensità [11]). Tutto ciò fa sì che le tre zone di guerra totale formino una continuità nella guerra mondializzata con numerosi fronti, numerose coalizioni e misure contraddittorie, ma con una logica simile in cui l’impegno dei più forti (Stati Uniti, Russia) spinge tutti gli altri a muoversi, per il momento nelle retrovie, in attesa di poter essi stessi «ingaggiare» una guerra… Possiamo formulare qualche ipotesi per il seguito degli eventi: 1° La guerra mondializzata si amplifica (scenario più probabile): con l’implicazione degli alleati europei a sostegno delle guerre condotte dagli USA e da altri attraverso dei colpi di mano sotterranei da parte di alleati dell’Iran o della Russia (per esempio la Cina) e magari l’apertura di una quarta guerra ad alta intensità che coinvolga Stati Uniti e Europa (Cuba, Turchia, Taiwan ecc.) 2° La guerra diventa mondiale con due blocchi che si scontrano per esempio sul continente europeo: le cifre delle massicce importazioni di materiale di guerra in Europa, le esercitazioni su grande scala sempre più frequenti sul Vecchio Continente possono farci pensare a una futura guerra mondiale. Questo può concludersi con quell’Apocalisse nucleare su cui ironizzava Einstein: «Non so come sarà combattuta la Terza Guerra mondiale. Ma so come sarà combattuta la Quarta: con i bastoni e con le pietre». Tale scenario non è probabile nell’immediato, poiché i giochi di alleanze, le dipendenze reciproche delle grandi potenze in materia di petrolio, gas e risorse primarie, nonché gli intrecci finanziari, fanno sì che la guerra mondiale sia l’ultima iniziativa prima di una grande crisi capitalistica (ma anche antropologica). Tuttavia la guerra non è solo una faccenda di economia: elementi imponderabili, incidenti, cause ideologiche potrebbero innescarla e la spirale tecnologica potrebbe «schiacciare» la logica capitalista. 3° Il decremento della mondializzazione della guerra e la fine delle tre guerre ad alta intensità: questo scenario appare attualmente poco probabile viste la velleità di tutti Paesi del vertice capitalista, l’aumento spettacolare di tutti i budget militari, i piani di arruolamento e gli stock di armi che costano caro. Prima della de-escalation, bisogna fare la guerra per liquidare gli stock e confermare determinate egemonie. Ci troviamo dentro una spirale in cui la guerra chiama la guerra, dal momento che troppe grandi potenze acquistano una certa fiducia nella propria capacità bellica. Lo spazio dei generali e degli esperti militari si fa preponderante, il tabù della guerra in Europa è saltato, gli antimilitaristi e i pacifisti non sono una forza politica. No, tale scenario non sembra concepibile a breve e a medio termine. La tecnoguerra: sangue e droni «I campi di battaglia d’Ucraina, di Siria e dello Yemen, ma anche le regioni di scontri geopolitici come il Golfo Persico o il mare della Cina, sono sempre più intasati di droni dalle dimensioni e dalle caratteristiche differenti. Che siano impiegati per la raccolta delle informazioni, i bombardamenti aerei, il puntamento dell’artiglieria o la guerra elettronica, i droni sono un fattore centrale nell’evoluzione della guerra moderna» [12]. Conviene ora guardare più da vicino le guerre ad alta intensità in corso, per osservare le evoluzioni già all’opera e comprendere verso che tipo di guerra ci si dirige. Diciamo innanzitutto e in modo chiaro che la dottrina statunitense del zero kill con le sue «operazioni chirurgiche», sorta durante prima la prima guerra d’Iraq, è molto semplicemente un fantasma o una trovata pubblicitaria degli Stati Maggiori. Può dichiararsi «high-tech» quanto vuole, ma la guerra provoca un numero enorme di morti tra i militari e soprattutto tra i civili [13]. L’aspetto più rilevante da osservare in queste tecnoguerre, è il fatto che il fronte si trova ora ovunque in un Paese in guerra e che non esiste più un luogo dove nascondersi. L’enorme sviluppo delle tecnologie dei sensori, in particolari a infrarossi, permette a un drone (chiamato anche UAV [14]) che vola a diverse centinaia di chilometri d’altezza di vedere più o meno ovunque, di giorno come di notte [15]. Se all’utilizzo dei droni armati che possono intervenire in tutto lo spettro dello spazio aereo (fin dentro gli edifici) si aggiunge il controllo delle comunicazioni, la discrezione ne risulta fortemente compromessa e i jammer sono diventati uno strumento essenziale per non perdere gli uomini in massa. La grande lezione della guerra Ucraina-Russia è proprio l’impiego massiccio dei droni, in tutti i campi operativi e a tutte le altitudini. Questo non sostituisce né i cacciabombardieri né le truppe sul terreno, ma funge da complemento, soprattutto in un Paese come l’Ucraina dove il numero di umani da mobilitare non è infinito [16]. Potendo sia eseguire bombardamenti a diverse centinaia di chilometri dal fronte e diffondere così il terrore nelle città (e distruggerne le infrastrutture importanti), sia colpire obiettivi a breve distanza, l’utilizzo dei droni è a buon mercato se paragonato ai missili trasportati da aerei o da sistemi di terra estremamente costosi [17]. L’Ucraina è diventata il primo produttore di droni al mondo con circa 2 milioni di unità all’anno e 500 imprese coinvolte, al punto che lo Stato si vanta di essere la «Silicon Valley delle tecnologie di difesa» [18]. I Paesi attaccati dall’Iran come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati chiamano in aiuto degli esperti ucraini di droni [19]. Intreccio di guerra high tech e di esperimenti sul terreno, la guerra d’Ucraina utilizza tutte le possibilità offerte: la filiera corta delle start-up e delle competenze do it yourself dei geek e dei laboratori informali [20], come le tecnologie pesanti provenienti dalle industrie belliche e che necessitano lunghi addestramenti in Europa occidentale (per esempio i sistemi anti-missile Patriot o i caccia F-35 [21]). Questa mescolanza di soldato low tech e high tech fa sì che malgrado abbia un esercito decisamente più ridotto l’Ucraina regga il fronte e «sprechi» molti meno uomini della Russia. Tutti gli Stati Maggiori studiano senza sosta questa guerra, poiché essa mette alla prova un certo numero di ipotesi sulla «resilienza delle forze» o sulla «asimmetria» e mostra all’opera una vera e propria ibridazione (soprattutto dal lato ucraino) tra civili e militari [22], al punto che la Ministra francese delle Forze armate parla anch’ella di «esercito ibrido» per la Francia [23]. In questa mondializzazione dei flussi di guerra, molte industrie di armi europee hanno compreso quanto l’Ucraina fosse diventata l’Eldorado e vi impiantano ora le loro fabbriche [24]. Come Renault, che, con la start-up di droni EOS di Grenoble, prevede di costruire uno stabilimento a Kiev [25]. Oltre che hotspot di produzione, queste tecnoguerre sono anche dei laboratori di sperimentazione di materiali e di nuove competenze: drone cablato, robot killer, robot umanoide [26], guerra dei satelliti, intelligenza artificiale [27], il campo di battaglia permette di testare in campo aperto tutta una nuova chincaglieria e altri prototipi non ancora perfezionati, nonostante le dichiarazioni mirabolanti di Zelensky o di Putin sull’efficacia dei robot killer [28]. Ciò detto, si tratta quanto meno di una vera e propria opportunità per gli industriali dell’armamento che ne ricavano il loro RETEX o «ritorno d’esperienza» al fine di migliorare i loro prodotti a basso costo e in condizioni reali. In ultimo, le tecnoguerre sono anche delle vetrine per il commercio di morte. Per esempio hanno permesso all’impresa francese Nexter di mostrare l’efficacia del suo cannone mobile CEASAR e così di venderne a profusione a una pletora di eserciti (Croazia, Estonia, Armenia, Bulgaria i nuovi acquirenti post-guerra), essendo l’Ucraina il primo parco per cannoni CEASAR al mondo. È stata lanciata persino una canzoncina per ringraziare la Francia sulle arie di Je t’aime… moi non plus di Gainsbourg et Birkin [29]. Le tecnoguerre, le attuali guerre totali, malgrado la loro facciata zero kill, «senza fanteria senza perdite» (Zelensky in riferimento al suo battaglione di robot killer), restano e resteranno prima di tutto degli anonimi mattatoi di milioni di morti, di feriti e di traumatizzati (circa 2 milioni di morti e feriti per la guerra russo-ucraina), in cui sono le popolazioni civili a pagare il prezzo più alto. Esse sono in continuità con le guerre mondiali in cui la ricerca scientifica è messa altamente al servizio per uccidere nel modo più massiccio e più intenso. Esse sono guerre di annientamento nel loro dispiegarsi attraverso l’uso potenziale di armi e di strategie di combattimento in cui il controllo del campo di battaglia è gestito e generato dal computer e dai suoi algoritmi, anche quando questo non sempre avviene sul terreno effettivo. L’ultima tappa di questo tipo di guerra è raggiunta attraverso l’impiego totale della potenza di fuoco e di annichilimento in una parte del globo o nella sua interezza. «L’ipotesi Terminator», dall’omonimo film di fantascienza in cui l’annientamento atomico è scatenato da un’IA, è la risultante di questo tipo di guerre se ne svolgiamo fino in fondo le conclusioni. Senza giocare ai pessimisti, non dobbiamo bendarci gli occhi, bensì avere realmente, visceralmente paura di questo genere di guerre il cui ampliamento sarà, al di là dei campi e dei cappelli politici, 100% kill. Conclusione «L’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie dirompenti strategiche potrà realizzarsi solo alla condizione di investire a sufficienza e di coordinare le nostre azioni per trovare il giusto equilibrio tra innovazione e regolamentazione. Gli Europei, per conservare il proprio rango nel mondo e promuovere il proprio modello, devono unirsi anche in questo e lanciare insieme un vero e proprio shock competitivo» (Tesi 15 della Revue nationale stratégique des armées 2025, diretta da Macron). Con questo testo abbiamo cercato di uscire dai fantasmi sulla guerra per studiare concretamente le forme che potrebbero condurci in Europa a dei sacrifici mortiferi se un vasto movimento di resistenza non vi si oppone [30]. Carni martoriate e droni, amputazioni e IA, stupri e missili ipersonici, ecco cos’è la tecnoguerra! «Furia Epica», «Leone ruggente», «Piombo fuso», «Giorni di penitenza» sono i suoi nuovi nomi, barbari appelli a uccidere, a uccidere ancora, a uccidere sempre e schiacciare chiunque. Il dominio degli Stati e il rafforzamento dei loro fronti e delle loro frontiere passano oggi attraverso questo «Tempo di guerre» in cui saremo nostro malgrado costretti a scegliere un campo. Possiamo affermare che ciò che accade oggi in Europa è già l’inizio della guerra totale chiamata «ad alta intensità»: programma di 800 miliardi per ReArm Europe, forte aumento delle spese militari (come negli auspici del primo ministro Lecornu di aggiungere altri 36 miliardi alla Legge di Programmazione Militare che ne prevede già 413) [31], incremento degli stock di armi e non solo per l’Ucraina, progetti dello Stato Maggiore francese di collocare missili atomici nelle basi in Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Belgio, Svizzera, Danimarca, o ancora iniziative militari europee come la forza d’intervento rapido EUNAM o il programma di missile balistico europeo ELSA [32]. Tutti i Paesi europei si preparano alla «guerra ad alta intensità» da qui al 2030, e segnatamente la Francia secondo la Revue nationale stratégique 2025 [33], la quale è il giornale di bordo dell’esercito francese. La tecnoguerra non comincia con le cannonate, ma attraverso l’accaparramento militare della ricerca scientifica e lo sviluppo delle tecnologie «duali» verso la loro militarizzazione (microelettronica, informatica, robotica, aerospazio). È quello che vediamo attualmente: oltre alle speranze di una riserva ben nutrita di umani per fare la guerra (ciò che lo Stato francese si accinge a creare), a dominare questo periodo sono i finanziamenti massicci verso i settori tecnoscientifici militarizzabili e il finanziamento a oltranza di ricerche civili e start-up. L’ultimo e istruttivo esempio in ordine di tempo è quello della start-up Harmattan IA. In seguito a un bando di base della DGA, la start-up civile, in meno di un anno ha realizzato il prototipo di un drone militare a basso costo, lo ha messo in produzione, ne ha venduto 300 esemplari all’esercito francese e 1000 a quello britannico [34]. Nel gennaio del 2026, Dassault Aviation ha sottoscritto con la start-up un partenariato di sviluppo per il proprio Rafale F5 (atteso per il 2030) e il drone da combattimento associato, UCAS. Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa «fase preparatoria» che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico. Contro la ben nota essenzializzazione «le guerre sono sempre esistite», diciamo che ciò che oggi si chiama «guerra» e in particolare «guerra ad alta intensità» è una forma apparsa dopo la Prima Guerra mondiale e non prima. Essa non ha nulla da spartire con le battaglie del Medio Evo o dell’Antichità. Queste guerre moderne sono altamente tecnologizzate e sono diventate più mortifere per i civili [35]. Sono guerre industriali inscritte nella logica tecnocapitalista della guerra generalizzata al vivente [36]. Queste guerre hanno la tendenza a mondializzarsi anche in assenza di blocchi strategici offensivi. Non sappiamo se la guerra mondializzata si trasformerà in guerra mondiale, ma la questione stessa è mal posta, dal momento che è proprio adesso che tale bellicismo e tale militarismo si stanno tremendamente ampliando con milioni di morti in Palestina, in Ucraina, in Russia, in Libano, in Iraq. E più l’Europa si prepara sul proprio suolo, più questo velo d’obbedienza copre le nostre possibilità di azione storica. Spetta a noi, «la gente che sta in basso», lottare nei Paesi in cui la guerra già presente non è ancora effettiva. Il tempo stringe. Dopo… dopo sarà un’altra storia. Groupe Grothendieck, Grenoble, aprile 2026. groupe-grothendieck@riseup.net ggrothendieck.wordpress.com     [1] « Protéger le territoire. Le continuum sécurité défense », Institut national des hautes études de la sécurité et de la justice, Giugno 2019. https://www.ihemi.fr/publications/cahiers-de-la-securite-et-de-la-justice/proteger-le-territoire-le-continuum-securite-defense [2] https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260115-budget-groenland-ukraine-macron-a-rendez-vous-avec-les-arm%C3%A9es-%C3%A0-istres [3] « Le commerce d’uranium entre la France et la Russie se poursuit, près de quatre ans après l’invasion de l’Ukraine », Le Monde, 28 gennaio 2026. [4] Nel suo discorso alle Forze armate di gennaio 2026 presso la base d’Istres, Macron mette pressione agli industriali affermando che non siamo ancora in «economia di guerra»: «Siamo onesti con noi stessi, se la domanda è se siamo in economia di guerra in senso stretto, la risposta è no. Perché se fossimo in guerra, oso sperare che non produrremmo in questo modo. Guardo cosa hanno saputo fare gli Ucraini, il che è ben diverso». Ora, il budget militare francese è aumentato di 100 miliardi rispetto a quello precedente, con ancora delle aggiunte previste. Siamo evidentemente in «economia di guerra» e questa si realizza lentamente. Macron vorrebbe certo accelerare i ritmi, da buon capo impresa della Francia. Cfr: https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-double-coup-de-pression-de-macron-dans-son-discours-martial-devant-les-armees_259250.html [5] Il più grande produttore europeo di missili, MBDA, ha un giro di affari letteralmente esploso negli ultimi anni con la maggior parte delle vendite in Europa (Uraina compresa), dove le commesse raggiungono i 44 miliardi di euro nel 2026; vendite definite «bisogni operativi urgenti» (UOR) per l’Ucraina e per i Rafale francesi in Arabia Saudita nel contrasto ai droni iraniani. https://www.forcesoperations.com/2026-lannee-du-changement-de-dimension-pour-mbda/ [6] SIPRI Yearbook 2025. Per dati affidabili e internazionali sulle guerre in corso e sugli armamenti, si possono leggere i Rapporti dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (SIPRI). [7] Paesi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti ecc. Messico, Corea del Sud e Turchia valutano di entrarvi. [8] « La position délicate de la Turquie par rapport à l’Iran », The Conversation, https://theconversation.com/la-position-delicate-de-la-turquie-face-a-la-guerre-en-iran-278226 [9] «Nelle corte dell’Eliseo è stata affrontata anche la questione delle tensioni tra Hezbollah e Israele. Su questo dossier, Macron ha sottolineato che il Libano, “che attraversa un momento delicato, può contare sul sostegno della Francia”. Egli ha invitato a “evitare ogni escalation con Israele”, esortando le diverse parti implicate a “dare prova della più grande moderazione”». Articolo de L’Orient le jour del 20 settembre 2019 : https://www.lorientlejour.com/article/1187502/depuis-paris-hariri-sengage-a-appliquer-les-reformes-prevues-par-la-cedre.html [10] Il governo israeliano ha annunciato recentemente di bloccare tutte le principali importazioni di armi francesi. [11] Cfr. l’ultimo numero del giornale del Ministero delle Forze armate e degli ex combattenti, Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026, dossier « le défi de la mobilité en haute intensité ». [12] https://dronecenter.bard.edu/files/2019/10/CSD-Drone-Databook-Web.pdf [13] Senza parlare del genocidio a Gaza, la guerra Ucraina-Russia ha provocato nei primi anni circa 10 mila morti all’anno. Si calcola in più di 1 milione e mezzo il numero totale dei morti in questa guerra. [14] Unmanned Aerial Vehicule. [15] Per vedere e comprendere le tecnoguerre, è utile il documentario Il n’y aura plus de nuit (2020). La regista, Éléonore Weber, ha recuperato delle immagini a infrarossi delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan e si interroga con l’aiuto di esperti militari sulla natura di queste guerre in cui nessuno è al riparo. [16] Sull’impiego dei droni in Ucraina-Russia e su come la guerra sia cambiata, rinviamo all’ottimo rapporto: « Ukraine–Russie : quand la guerre des drones redéfinit le champ de bataille », Institut des hautes études de défense nationale (IHEDN), Febbraio 2026. [17] Per esempio, un solo missile francese Mica (terra-aria) costa 700 mila euro, mentre un drone Shahed iraniano costa circa 30 mila euro. [18] https://ts2.tech/fr/drones-en-ukraine-2022-2025-un-rapport-complet/ [19] « Zelensky en vedette aux USA et dans le Golfe », Canard enchaîné, 1° aprile 2026. [20] Esempio: i sei Mirage 2000 offerti dalla Francia all’Ucraina sono stati trasformati in lanciatori di terra in grado di scagliare missili da crociera Scalp (400 chilometri di portata). [21] https://www.lecoupdapres.fr/realisations/le-soldat-low-tech [22] Tant’è che la nuova ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, nell’ultimo Esprit de Défense (n. 186) parla anche di «esercito ibrido» per quello francese. [23] «Dobbiamo confermare in modo molto chiaro l’evoluzione delle nostre forze armate verso un modello ibrido», afferma Catherine Vautrin intervistata da Esprit de défense, n. 18, Inverno 2026. [24] La Francia ha firmato una quarantina di contratti industriali con l’Ucraina. Cfr. « Depuis 2022, la France aux côtés de l’Ukraine », Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026. [25] https://www.drone-actu.fr/drone-militaire/drones-defense-renault-ukraine-produire [26] https://www.ladepeche.fr/2026/03/18/guerre-en-ukraine-il-sappelle-le-phantom-mk-1-et-ce-robot-humanoide-pourrait-bientot-aller-combattre-sur-le-front-13277154.php [27] https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/affaires-etrangeres/l-intelligence-artificielle-et-la-guerre-lecons-d-ukraine-et-du-moyen-orient-9458640 [28] https://www.radiofrance.fr/franceinfo/podcasts/les-documents-franceinfo/sans-infanterie-et-sans-perte-l-ukraine-envoie-des-drones-et-des-robots-pour-prendre-une-position-aux-russes-5028667 [29] « Merci la France » https://www.dailymotion.com/video/x8ee8hn [30] Per un po’ di balsamo sul cuore e vedere alcune resistenze in atto, possiamo citare l’infaticabile journal de l’Union pacifiste de France che ancora nel suo ultimo numero (634) torna sulle importanti mobilitazioni contro la guerra in Germania. [31] « Des milliards pour l’armée débattus à la hussarde », Le Canard Enchaîné, 15 aprile 2026. [32] European Long Strike Approach, cfr. il rapporto parlamentare in conclusione dei lavori di una missione informativa sul tema «l’artiglieria alla luce di un nuovo contesto strategico» (30 aprile 2025), consultabile qui: https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cion_def/l17b1356_rapport-information#_Toc256000048 [33] Revue nationale stratégique 2025, Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale (SGDSN), https://www.sgdsn.gouv.fr/files/2025-08/20250713_NP_SGDSN_Actualisation_2025_RNS_FR.pdf [34] https://opexnews.fr/drones-combattant-dga-harmattan-ai/ [35] A cavallo del XX secolo, i morti civili delle guerre erano circa il 5%, ma di lì in avanti sono diventati il 90%. Cfr. « La dissuasion est un prétexte », Mensuel de l’Union Pacifiste, n. 634, Aprile 2026. [36] Groupe Grothendieck, guerre généralisée au vivant et biotechnologie, https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/  
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