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L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I) Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali (e sessiste) accumulatesi nella storia, la smisurata potenza tecnologica di cui godono oggi i dominatori? Il motivo per cui gran parte dei “movimenti” si tiene accuratamente lontana dal castello degli orrori legato al “caso Epstein” non è misterioso. La materia non appare solo mostruosa in sé, ma anche ricettacolo di spiegazioni mostruose. Quei “files” sembrano la conferma oggettiva delle più “deliranti” teorie della cospirazione; più prosaicamente, essi rappresentano un concentrato di tutte le perversioni che le classi popolari, dal Medioevo ad oggi, hanno sempre attribuito ai ricchi (cannibalismo compreso). Il punto è che tale putrida materia non è un’isola, bensì un tratto distintivo dell’epoca; la sua interpretazione è quindi parte integrante della lotta di classe, cioè una battaglia sulle opposte direzioni che possono prendere il disgusto e la rabbia. Per questo è fuorviante entrare troppo nei dettagli che man mano emergono da quei milioni di documenti. Ciò che serve è una griglia interpretativa. Ed è quello che ci proponiamo di abbozzare con queste note. Una seconda parte che uscirà prossimamente conterrà invece dei riferimenti più specifici e puntuali ai “files”. Facciamo un parallelo con Gaza (parallelo tutt’altro che arbitrario, come vedremo). Per comprendere il genocidio del popolo palestinese non serve a molto sprofondare nelle quotidiane cronache dell’orrore; né aiuta granché conoscere il nome dei presidenti israeliani o le date esatte del “conflitto israelo-palestinese”. Bisogna capire cos’è un colonialismo d’insediamento, la cui violenza – come ha acutamente riassunto lo storico Patrick Wolfe – non è un evento, bensì una struttura. Qualcosa di analogo vale per quella che Marx ha chiamato «accumulazione originaria del capitale». Come hanno spiegato Silvia Federici, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen e altre femministe, quell’accumulazione non è un lontano evento storico, bensì una struttura che si rinnova di continuo, e che riattualizza la sua brutalità originaria soprattutto nei periodi di profonda ristrutturazione. Per capirlo è necessario liberarsi di una zavorra: la concezione lineare-progressiva del tempo storico. Lo sviluppo tecnologico non supera affatto la barbarie del passato, bensì la disloca nello spazio e la equipaggia di nuova potenza. Dentro questa dinamica strutturale, vediamo tornare armati di tutto punto i caratteri salienti che hanno presieduto alla nascita del capitalismo: violenza coloniale, recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, sviluppo della Scienza, attacco ai saperi medici popolari, soggiogamento delle donne e caccia alle streghe. Le nuove enclosures non si riferiscono solo alle terre (dal land grabbing in Africa alle distese di campi transgenici in Ucraina), ma riguardano ormai i cicli vitali stessi della natura (dalla produzione di sementi sterili alla biologia di sintesi) e le facoltà della specie umana (sottoposta a una gigantesca disaccumulazione di saperi e capacità prodotti in milioni di anni); i commons sotto attacco non attengono solo ai rapporti comunitari, ma alla rigenerazione della materia-mondo; quanto alla messe fuori legge di ogni sapere medico popolare, pensiamo ai «cacciatori di geni» che accaparrano per la tecno-industria le conoscenze indigene sulle proprietà farmaceutiche delle piante o alla criminalizzazione delle cure non ufficiali durante il Covid; il corpo delle donne non viene soltanto sessualizzato e messo a profitto, ma artificializzato e ridotto a «materiale generativo». In questo contesto, torna anche la caccia alle streghe. Non soltanto in senso metaforico (come diabolizzazione della dissidente e del diverso), ma in senso ferocemente letterale. Stiamo parlando, cioè, di centinaia di migliaia di donne che – come ha documentato, tra le altre, Silvia Federici – vengono rinchiuse in «campi per streghe» o uccise (soprattutto in Africa). Sono, molto spesso, donne anziane, sole e contadine, la cui morte permette la privatizzazione delle terre che coltivano. L’intreccio tra logica patriarcale, superstizioni popolari e piani di «aggiustamento strutturale» promossi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale rivela in modo esemplare come il dominio sappia mobilitare i diversi elementi della propria stratificazione storica. Da questo punto di vista, non è casuale che migliaia di donne siano state rinchiuse, violentate e uccise nell’Indonesia di Suharto in quanto «streghe comuniste», né che l’ambasciatore israeliano all’ONU abbia definito «strega» Francesca Albanese, o che il transumanista e afrikaner Peter Thiel si sia spinto fino a chiamare «Anticristo» Greta Thumberg (insieme, guarda un po’, al «luddista»). Così come sarebbe fuorviante ricondurre la caccia alle streghe in Africa a «residui di tribalismo», lo stesso vale per la denuncia del rapporto tra la sparizione di migliaia di donne ogni anno in Messico e la «guerra dei narcos», denuncia che spesso omette il ruolo dello Stato, delle compagnie minerarie e degli accaparratori tecno-industriali di terra. Avvicinandoci così al nostro argomento, possiamo tracciare un primo parallelo tra l’orrore di Gaza, i campi di annientamento in Messico e le segrete sull’isola di Epstein. Chi si appresta a colonizzare Marte e a schiavizzare miliardi di persone (pensiamo a un Elon Musk o a un Peter Thiel) deve dimostrare anche nella vita quotidiana di non avere alcun limite etico: il corpo femminile da violentare è insieme trofeo, sigillo di appartenenza e ventre da cui far uscire la nuova stirpe di dominatori. Ma a questa brutalità tipica delle piantagioni schiavistiche (dove la violenza sul corpo delle schiave era anche un rito di iniziazione del giovane latifondista per dimostrarsi degno del “popolo dei signori”) si aggiungono oggi progetti di potenza che sono tecnicamente transumani. Nelle proprietà di Epstein, infatti, ragazzine e bambine non venivano solo stuprate e torturate, ma trasformate in «materiale generativo» con cui creare la «prole perfetta». Parliamo, cioè, di centinaia di milioni di dollari investiti nelle tecniche di editing genetico da applicare agli embrioni. L’eugenetica, liberale prima e nazista poi, si nasconde oggi dietro centri universitari e fondazioni “filantropiche”, si affina su vegetali e animali per prepararsi al salto di specie. Epstein offriva soldi ed extra-territorialità giuridico-accademica ai genetisti d’assalto. Anche le porte girevoli tra le sue proprietà e gli ambienti della Silicon Valley vanno ben oltre i confini di una comunità di predatori sessuali. In comune con i vari Gates, Musk e Thiel c’era molto di più: una visione di mondo. Quella secondo cui le masse sono solo «bestiame», da cui si distingue una nuova stirpe di padroni che aspirano a superare i limiti della Terra e persino della morte. Le «bestie» non sono solo i popoli di colore e le donne, ma gli umani che vogliono rimanere tali, cioè creature terrestre e mortali. Ciò che il complesso scientifico-militare-industriale sviluppatosi attorno al Progetto Manhattan ha già fatto alla materia-mondo (alterare con le radiazioni nucleari la magnetosfera, la ionosfera e la biosfera) esprime oggi la propria compiuta ideologia: il transumanesimo. Su Marte non si può coltivare e nemmeno – per via dell’effetto della gravità sugli uteri – partorire. Produrre “carne” con la biologia di sintesi e le stampanti 3D, creare uteri artificiali in grado di generare la vita, fare dei propri corpi delle fabbriche di proteine non sono “deliri”, ma condizioni preliminari di un tecno-colonialismo in atto. Per chi considera la Terra stessa un’arma da usare nella guerra mondiale – si può immaginare una forma più smisurata di hýbris? – le perversioni di un Epstein sono ben poca cosa… La riattualizzazione della violenza coloniale non avviene solo attraverso i fatti muti: viene esplicitamente rivendicata. Il discorso che Marc Rubio ha tenuto di recente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ne è l’espressione più cristallina. Per cinquecento anni la civiltà occidentale ha conquistato – con soldati, mercanti e missionari – tutti i continenti. La conquista ha subìto una battuta di arresto a causa delle rivoluzioni anticoloniali e della «perversa ideologia comunista», ma ora può riprendere il suo glorioso cammino. Gli storici più cauti hanno stimato che i morti provocati nei primi quattro secoli di colonialismo siano stati almeno duecento milioni. Per quattro secoli, cioè, si è consumato ogni dieci anni uno sterminio quantitativamente paragonabile a quello compiuto nei campi nazisti. Per quanto rimossa nelle segrete della storia, una tale violenza – costitutiva della Modernità – non può che continuare ad agire dietro le quinte. Ecco, l’isola di Epstein assomiglia a una Compagnia delle Indie – con i suoi rampolli della casa reale inglese, i suoi commercianti, i suoi politici, i suoi intellettuali – che si appresta a una nuova ristrutturazione dei propri domìni. Quando il programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene definito «nuovo Progetto Manhattan», non si può certo dire che l’impatto e la necessaria segretezza vengano edulcorati. D’altronde, quanti sanno che allo sviluppo della bomba atomica hanno lavorato quasi 600 mila persone – tutte ignare, tranne il ristretto gruppo di Los Alamos, del prodotto che stavano confezionando –, distribuite su trentadue siti industriali? Quanto alla portata, si può dire che l’infrastruttura dell’IA è ancora più vampiresca di lavoro umano e materie prime di quella del nucleare. Quanto alla segretezza delle decisioni, questa non è più una discriminante politico-militare, bensì qualcosa di incorporato nella «scatola nera» degli algoritmi. Di fronte a tanta potenza, come appaiono inutili, sudaticci e sacrificabili i corpi di chi non appartiene all’iper-classe tecnocratica. E come dev’essere insopportabile per dei «neo-feudatari» (un’autodefinizione made in Silicon Valley) dover morire come i propri servi… Dai documenti-Epstein emergono due livelli di corporeità: quello delle donne e dei bambini sacrificabili, intesi come corpi da sfruttare e violentare, e quello dei bambini su misura, creati grazie all’editing genetico. In entrambi i casi si tratta di accumulazione, ma il valore attribuito ai due livelli, ai due corpi, è molto diverso, e diverso è anche il valore del prodotto commercializzabile. Questo nuovo nazismo, insomma, non ha solo la forma della Salò pasoliniana, ma anche quella – lucidamente intuita decenni fa da Günther Anders – della «comunità nazionalsocialista degli apparecchi», una «comunità» incomparabilmente più potente della somma dei singoli apparecchi. A porgere bene l’orecchio sul macchinario tecnologico, diceva il filosofo austriaco, si può udire lo stesso motto delle SA hitleriane: «…e domani il mondo intero». Ora, i progetti transumani non si sviluppano in un mondo liscio, bensì dentro la giungla di acciaio e silicio della competizione statale e capitalistica. La vasta rete di ricatto organizzata attorno ad Epstein dal sistema-Israele diventa allora una forma di selezione e di cooptazione, di cui i battibecchi su chi abbia pianificato gli attacchi all’Iran, cioè su chi sia intervenuto a sostegno di chi tra USA e regime sionista, sembrano un’insanguinata appendice. Il triangolo tra l’appartamento di Epstein a Manhattan, Ehud Barak e il consolato israeliano di New York smentisce che si trattasse di “operazioni deviate” dei servizi segreti. Parliamo dell’ex Primo Ministro e dei vertici dell’intelligence israeliani. Il collante di questa rete, tuttavia, non è solo politico-affaristico-sessuale, ma anche ideologico: potremmo chiamarlo suprematismo 4.0. Un suprematismo che considera i colonizzati sia «animali umani» sia «spazzatura algoritmica» (le prime sono le ben note parole dell’ex ministro della Difesa Gallant, le seconde quelle usate da un comandante dell’Unità 8200, il reparto dell’IDF che ha pianificato gli attacchi a Gaza basati sull’Intelligenza Artificiale). La potenza che il complesso israelo-statunitense-occidentale ha scatenato contro la Striscia è stata ed è programmaticamente ecocida, femminicida e infanticida, volta, cioè, a cancellare la riproduzione della vita. Più in generale, la furia coloniale-estrattivista del capitale – dalla Palestina al Messico, dall’Asia all’Africa – si poggia sempre, a imbuto, sui corpi delle donne e dei bambini. Alcuni frequentavano Epstein e consorte in quanto procacciatori di carne da stupro; altri li frequentavano nonostante questa loro attività. In un caso come nell’altro, quella struttura di abiezione era un ambiente ideale per stringere affari e reti di potere («globaliste» quanto «sovraniste», «democratiche» quanto «repubblicane»). Tant’è che in quei luoghi – veri e propri arcana imperii – si pianificavano anche le misure da prendere in caso di… pandemia. Misure, guarda caso, a base di tracciamento digitale (un antipasto della società dei varchi) e di ingegneria genetica (con una sperimentazione di massa di prodotti a m-RNA e a DNA ricombinante). Tutte promosse, ça va sans dire, per il bene dell’umanità. Questa doppia morale, a ben vedere, non è una perversa periferia del capitalismo, ma il suo centro. Nessun uomo di Stato e nessun capitalista possono fare a meno di nascondere dietro i presunti valori la violenza che esercitano sugli umani e sulla natura. E questo nascondimento è tanto più efficace quanto maggiori sono gli strumenti culturali a disposizione. Se vuoi allontanare i sospetti sulle nefandezze che commetti in cantina, devi conoscere bene le regole da seguire in salotto. Ma quando le cantine non sono più occultabili, arriva sempre qualcuno che mostra con orgoglio gli strumenti di tortura. Mentre cedono le pantomime democratiche, si fa largo la verità brutale del transumanenismo: sottomettere il bestiame umano non è una triste e sconveniente necessità, bensì il destino manifesto di una nuova élite. Le epoche apocalittiche sono quelle che ricapitolano e svelano (fino alla possibile rottura dell’intera trama) l’immane violenza accumulata e insieme rimossa nel processo storico che le ha costituite. Le due apocalissi del nostro tempo sono la distruzione di Gaza e il castello degli orrori di Epstein. Solo una violenza altrettanto apocalittica ce ne può liberare. Apocalittica qui non significa affatto smisurata, bensì radicalmente altra. Nutrita, cioè, dal perenne disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani del potere contro cui si è dovuta sollevare.
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Israele-UE: relazioni tecnologiche e plasmazione della repressione (dal convegno di Viterbo)
Pubblichiamo un nuovo capitolo del convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio: Anche con audio su https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/12/israele-ue-relazioni-tecnologiche-e-plasmazione-della-repressione/ Qui in pdf: plasmazione della tecnologia e repressione – corretto (1) Israele-UE: relazioni tecnologiche e plasmazione della repressione Un saluto a tutti i presenti, mi dispiace di non essere potuto venire per ascoltare anche gli altri interventi. Sono Francesco Cibele di Radio Blackout. Cercherò di delineare alcune modalità di interferenza tra apparato tecnico militare sorvegliante israeliano e apparati repressivi europei. Ovviamente, come oramai è già stato definito in modo molto chiaro, Israele utilizza i territori palestinesi come laboratorio di ricerca, sviluppo, perfezionamento e marketing dei suoi prodotti, sia in ambito bellico, sia sorvegliante. La letalità e la sorveglianza di fatto si fondono costantemente. Sappiamo anche benissimo che questa unità di signal intelligence, sorveglianza avanzata dell’esercito israeliano, l’ “unità 8200” è anche un incubatore di startup. La sua finanziaria si chiama 8200 EISP (Enterpreneurship and Innovation Support Program) finanzia startup per veterani e veterane dell”‘unità 8200″. Questi aspetti, appunto, li diamo abbastanza per scontati. Cerchiamo di andare a vedere come operino intanto a livello di plasmazione determinate aziende. Non facciamo un elenco, ma stiamo cercando di osservare più che altro delle traiettorie di trasformazione e in parte anche come operi la formazione, la cooperazione tra apparati repressivi e via dicendo. Intanto è chiaro che Israele, al di là degli accordi di cooperazione militare, quindi degli accordi con i governi di turno, seppure dotati di una certa stabilità, e gli accordi con le forze dell’ordine per la formazione, soprattutto in ambito di antiterrorismo, cyber-sicurezza e via dicendo, abbia una fortissima diplomazia industriale all’opera. Non c’è bisogno dei governi che stringono accordi: Israele porta avanti una diplomazia sotterranea con accordi industriali, sostanzialmente sia di partnership con aziende del settore, sia di presenza proprio di stabilimenti delle sue aziende in altri paesi. Pensiamo a tutto il caso di Elbit System nel Regno Unito, dove si crea questa rete di diplomazia industriale sostanzialmente molto forte. Al di là di questo, Israele accede ai fondi europei per la ricerca e questo è un aspetto molto importante. Israele e le aziende militari, anche israeliane, accedono ai fondi europei Horizon. Diciamo che Israele, associato ai programmi quadro di ricerca e innovazione europei dal ’96, inizia a partecipare agli accordi e ai programmi Horizon (quindi finanziati con i fondi Horizon) dal 2014. I programmi Horizon spaziano in diversi generi di contesti, vanno dal medicale all’ambientale, alle tecnologie ambientali, al restauro, alla farmaceutica, eccetera. Quelli che ci interessano maggiormente sono l’ambito della robotica e dell’informatica. Dicevamo che formalmente i programmi militari non possono entrare all’interno dei finanziamenti Horizon. Eppure aziende militari israeliane riescono a bypassare questi limiti. Per esempio, c’è un programma di Elbit System che si occupa dello sviluppo di head-up display (quindi di visori che sovrappongono dati alla realtà) che è passato all’interno del capitolo “Sfide della società – Trasporti green” e via dicendo: come se fosse una tecnologia neutralmente applicabile all’aeronautica. Elbit System, Israeli Aerospace Industries e altre compagnie di scala diversa dell’apparato tecnomilitare israeliano partecipano a questi programmi finanziati dai fondi europei. In particolare, riescono a entrare proprio aziende militari, soprattutto all’interno del portafoglio dell’Internal Security Fund e del Civil Security for Society; sono fondi che si occupano di finanziare ricerca tecnologica in ambito di sorveglianza interna e controllo delle frontiere, quindi biometria, varchi biometrici alle frontiere, accoppiamento di dati raccolti dal volto di una persona rispetto al suo storico di documenti e altre informazioni che riguardano l’individuo. Al di là di questo, appunto, già si evidenzia molto chiaramente come ci siano delle aree veramente molto liminali tra guerra e repressione. Queste aziende sono settore bellico sorvegliante: sostanzialmente si occupano di tecnologie applicate sia alla letalità sia al controllo e alla repressione. I programmi dual-use di Horizon non sono solo quelli degli esempi citati dove hanno partecipato aziende israeliane, ma anche contesti quasi incredibili da raccontare: cioè programmi per l’antincendio, droni che calcolano la traiettoria di caduta di oggetti dall’alto: “liquidi antincendio” ovviamente… Peccato che siano aziende come Israely Aerospace Industries che si occupano poi di fare cadere esplosivi addosso alla popolazione di Gaza. Altri programmi molto importanti sono quelli che riguardano la robotica e l’informatica. Attualmente sono in corso diverse partecipazioni di Israele nei programmi finanziati dai pacchetti dei fondi Horizon (che potete trovare su Cordis, che è il portale in cui vengono pubblicati tutti i progetti e i loro avanzamenti) dove Israele partecipa a diversi progetti in ambito di quantum computing e soprattutto di crittografia. Perché è importante la crittografia? Come i Large Language Models, i chatbot sostanzialmente, programmi importanti perché fanno parte dell’arsenale operativo israeliano per modificare, diciamo, il consenso attraverso la moltiplicazione di pareri, opinioni favorevoli online attraverso chatbot e via dicendo… ma soprattutto perché la maggior parte dei prodotti che Israele vende all’apparato repressivo riguardano proprio il “bucare” le protezioni dei dispositivi. Diciamo che ci sono due grandi famiglie di prodotti di questo tipo: ci sono quelli come Cellebrite che si chiamano Mobile Devices Forensic Tools, quindi dispositivi per l’analisi forense delle tecnologie mobili dei telefonini, e in questo caso Cellebrite è il prodotto più noto, che abbiamo visto venire progressivamente sempre più impiegato, il cui l’uso viene sempre più normalizzato in Italia. E se Cellebrite viene definita una tecnologia di grado militare, adesso vediamo che molte forze di polizia locale e di polizia stradale, hanno licenze Cellebrite in Italia – per esempio – per entrare nei dispositivi dopo gli incidenti e vedere se una persona era al telefonino mentre si è schiantata contro un lampione. Cellebrite non si occupa solo di quella parte, cioè di estrarre i dati con un cavo USB da un telefono, si occupa anche poi di organizzare questi dati, di elaborarli, di conservarli, e quindi vende strumenti alle forze dell’ordine basati su intelligenza artificiale per osservare ricorrenze, ad esempio all’interno dei dati: vedere all’interno di un set di dati, raccolto magari all’interno anche di indagini diverse, se ci sono corrispondenze tra immagini, tra indirizzi, tra messaggi, tra persone citate nei messaggi su WhatsApp, per esempio. Tutto questo compone appunto un’architettura informatica che va a plasmare l’operatività stessa delle forze dell’ordine grazie a questi strumenti. Ovviamente un altro contesto importantissimo (poi arriveremo anche agli spyware, appunto ai malware di Stato, gli strumenti per prendere il controllo dei dispositivi) e fondamentale è quello della biometria: trasformare il corpo (l’immagine) in dati, trasformare di fatto un individuo in un codice che lo rende riconoscibile appena supera un varco biometrico. L’attore più interessante da studiare in ambito di aziende israeliane di sorveglianza biometrica è Corsight. Corsight nasce nel 2019 in quel contesto, appunto, come dicevamo prima, di incubazione di startup militari sorveglianti per il riconoscimento biometrico, non solo riconoscimento facciale. Inizia con il riconoscimento facciale, vende i suoi prodotti alle forze dell’ordine in giro per il mondo; sviluppa progressivamente testandoli proprio in West Bank, in Cisgiordania, degli algoritmi di analisi biometrica delle condotte, quindi analisi delle immagini non solo per riconoscere chi sia una persona, ma per capire che cosa stia facendo in modo automatico, visto che per osservare la mole di dati prodotti dai flussi video costanti di centinaia di telecamere, servirebbero molti operatori umani. L’automazione serve proprio a quello. L’automazione serve, così come per i sistemi d’arma autonomi, a disaccoppiare quantità di umani da quantità di letalità allo stesso modo, in ambito sorvegliante-repressivo, l’automazione serve a disaccoppiare operatori umani, che devono guardarsi degli schermi, rispetto invece a delle intelligenze artificiali che ti mandano una segnalazione. Corsight fa analisi biometrica delle condotte: dove sta guardando un individuo, se sta afferrando degli oggetti, se più individui si stanno radunando, si stanno accorpando, se si sta per esempio per formare un corteo. Tutti questi sono parametri che questi software analizzano e riconoscono in modo automatico e possono così mandare delle segnalazioni automatizzate a forze di intervento, forze di sicurezza umane. Le tecnologie di questo tipo di Corsight, non pensiamo siano circoscritte all’antiterrorismo più oscuro, col passamontagna che ti piomba in casa con la corda. No, vengono sviluppate in un contesto di oppressione e di forza letali, vengono poi vendute in giro per il mondo. Per esempio, la suite di Corsight sul riconoscimento biometrico viene utilizzata nei casinò per osservare condotte fraudolente. Vende tantissimi dei prodotti nel contesto dell’antitaccheggio: quindi vedere come una persona in un negozio si sta comportando, se ha delle condotte sospette, se si sta infilando qualcosa sotto la giacca, addirittura per quello che si definisce sweethearting (cuore d’oro), ovvero se i commessi fanno dei regalini impropri a dei loro amici, o trattano in modo preferenziale alcuni clienti. Tutto questo tipo di condotte all’interno dei negozi può essere controllato da tecnologie Corsight, che appunto nascono, vengono testate e hanno come spinta di marketing la letalità oppressiva dei territori palestinesi e finiscono poi nelle catene di negozi, per esempio nel Regno Unito, nei casinò in Australia e via dicendo. Il sistema di riconoscimento facciale di Corsight si chiama Fortify (usato dal DHS), e vende ad ICE la versione Mobile Fortify [nota: attribuita a NEC] che sta appunto all’interno dei dispositivi dei miliziani di ICE per i rastrellamenti all’interno dei territori statunitensi. La ministra degli interni britannica, la Home Secretary, ha appena pubblicato le linee guida per la riforma delle forze dell’ordine britanniche in chiave di normazione dell’utilizzo (già in corso da anni, ma che esce da una zona grigia e si moltiplica) del riconoscimento biometrico e dell’intelligenza artificiale. Tecnologie predittive per riformare appunto le forze dell’ordine britanniche: è uno dei cambiamenti più radicali nella storia recente delle forze dell’ordine in generale, perché viene appunto progettato nell’insieme questo corpo di trasformazione. All’interno di questo corpo di trasformazione, di questa traiettoria, un ruolo centrale ce l’avrà appunto Corsight, come già emerso. Dagli elementi preliminari sappiamo anche che i carabinieri italiani utilizzano tecnologia di riconoscimento facciale Corsight, come è uscito, anche se con pochi dati, da una recente inchiesta su Fanpage. Oltre appunto però alla biometria, torniamo al discorso degli spyware. Abbiamo visto che all’interno dei fondi di ricerca europei Horizon, Israele partecipa a programmi per la crittografia e il quantum computing: gli strumenti più venduti dell’apparato industriale sorvegliante israeliano sono appunto gli spyware. All’interno del mondo degli spyware ci sono quelli di Candiru, ci sono quelli di NSO Group… NSO Group sono un po’ i cattivi, sono quelli che sono balzati maggiormente all’onore delle cronache perché vendono le loro licenze per questo strumento – teoricamente antiterrorismo – più o meno a chiunque gliele chieda, per monitorare giornalisti, attivisti, e via dicendo. Il software Pegasus di NSO Group è stato trovato nel telefono della moglie del giornalista Khashoggi, prima che appunto venisse smembrato in un consolato saudita ad Istanbul. E poi c’è Paragon Solutions. Paragon Solutions, invece, cercano di porsi un po’ come quelli corretti, come i buoni nel mercato degli Spyware rispetto ai cattivi di NSO Group. Paragon Solution, ricordiamo, in Italia è stato al centro di questo teatrino: il suo software di spionaggio dei dispositivi Graphite è stato trovato sui telefoni di giornalisti di Fanpage invisi al governo Meloni per le inchieste su Gioventù Nazionale, oltre che trovato sui dispositivi di attivisti di ONG per il soccorso di migranti, e di fronte a ciò, Mantovano, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha detto: «Noi non possiamo dire nulla, diciamo che alcuni fenomeni riguardano la sicurezza nazionale, altri no. Non abbiamo mai acquistato licenze per spiare i giornalisti. Provate il contrario». Sarebbe abbastanza semplice provare il contrario, perché Paragon Solutions evidentemente avrà un registro di cosa è avvenuto. Ad acquistare le licenze dicono che magari non sia stata l’Italia… Di fatto, comunque, Paragon Solutions vende i suoi prodotti alle forze dell’ordine e se fino a qualche anno fa l’utilizzo dei captatori informatici, appunto degli spyware, era limitato, sia perché il mercato era meno esteso, sia perché non c’era una normazione chiara a riguardo, adesso vengono sostanzialmente equiparate alle intercettazioni ambientali. Sono in grado di attivare e disattivare i microfoni e le videocamere dei telefoni in momenti specifici, sono in grado di controllare tutta la corrispondenza delle telecomunicazioni. Perché è interessante proprio Paragon Solutions? Non solo perché il suo software spia è stato trovato in contesti di – diciamo – repressione del dissenso in Italia in particolar modo, mentre invece l’altra gamma in cui sicuramente opera è per il discorso della “sicurezza nazionale” e come tendono a definire loro i fenomeni… Ma Paragon Solution è fondata non da un militare qualunque dell’esercito israeliano, è fondata da Ehud Barak. Ehud Barak è sia un ex militare, sia un ex primo ministro israeliano. Ehud Barak, tra l’altro, è una persona che ha dei canali di collegamento con l’apparato di sicurezza italiano, oltre a essere tra l’altro probabilmente uno dei burattinai dietro l’asset Jeffrey Epstein come asset di dossieraggio e ricatto delle persone più potenti al mondo, visto che appunto ci sono contatti dimostrati tra Ehud Barak e Jeffrey Epstein… Ehud Barak che fonda un’azienda di spyware che vende alle forze dell’ordine anche italiane. Barak è anche una persona che lo stragista miliardario dell’amianto Schmidt Diney, ha contattato per essere assolto (ed è stato poi assolto in Italia) dalla strage dell’amianto che ha compiuto. Al di là di tutto questo, per concludere, un contesto veramente importante sono le forze dell’ordine locali. Le forze dell’ordine locali, perché sono molto permeabili sia al lobbying, sia all’introduzione di nuove tecnologie. Per esempio, una tecnologia che si sta diffondendo all’interno dei comuni italiani è Safer Place. Vi leggo un breve estratto di un articolo del 2023 del prestigioso quotidiano “La Provincia di Cremona”: «Il Comune di Cremona doterà una parte delle auto della polizia municipale con questo sistema derivato dal settore militare (non si specifica settore militare israeliano), nel quale viene utilizzato in particolare nella lotta contro il terrorismo. A Cremona, anziché monitorare situazioni di potenziale pericolo legato ad attentati, Safer Place sarà utilizzato per individuare e nel caso sanzionare comportamenti scorretti alla guida; il dispositivo è già in utilizzo in vari capoluoghi italiani». Siamo nel 2023… grazie alla connessione tra quanto registrato dalle videocamere e il software di elaborazione, la capacità di scansionare tutte le targhe visibili, di collegarsi al database ministeriale e di controllare in automatico se dovessero esserci problemi per la mancanza di revisione, assicurazione o addirittura auto nelle liste nere, quindi auto – per esempio – che possono essere veicoli che devono essere bloccati perché sospetti di essere stati coinvolti in dei reati. Sostanzialmente questo sistema si basa sulla lettura di targhe e la lettura di targhe è quella forma di riconoscimento degli oggetti molto affine al riconoscimento facciale: se il nostro volto viene trasformato in un codice, il nostro volto diventa la nostra targa. Sostanzialmente, adesso si stanno normalizzando all’interno dei comuni italiani degli strumenti di riconoscimento automatizzato. I primi sono stati attivati con le ZTL semplicemente per riconoscere se determinati veicoli potevano accedere a delle “zone rosse”. Si stanno moltiplicando le Zone Rosse per umani e stanno moltiplicando tecnologie in grado di automatizzare il riconoscimento e l’analisi dei dati che riguardano un veicolo. Ci sarebbe poi tutta una parte sulla formazione delle forze dell’ordine, i corsi antiterrorismo, i contatti, appunto, tra forze dell’ordine e l’ apparato sionista, o per esempio i corsi di indottrinamento recentemente emersi per – di fatto – formare le forze dell’ordine in un’ottica di rappresentazione delle mobilitazioni per Gaza come eterodirette dal Qatar e dai Fratelli Musulmani, sostenendo che il genocidio non è mai avvenuto. Ci sono poi dei corsi professionali di formazione del comando interforze (e quindi funzionari di polizia, carabinieri, Guardia di Finanza) che vanno in Israele a farsi addestrare dalle truppe delle forze speciali israeliane, e ci sono anche quei corsi privati fatti da aziende della formazione israeliana. Per esempio, c’è questa azienda che si chiama Cherries (come “ciliegie”) Counter Terror, che rilascia attestati con il grado di «addestramento israeliano per il riconoscimento dei comportamenti». Il loro motto è: «una delle differenze fondamentali nella metodologia israeliana di sicurezza è che noi non cerchiamo armi, ma cerchiamo terroristi» e quindi tutta una formazione sulla lettura della comunicazione non verbale e via dicendo. Non mi dilungo oltre. Grazie mille per questa iniziativa veramente importante. Buona lotta a tutte le compagne e i compagni. Ciao.  
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Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»
Pubblichiamo questo intervento per il convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio, pubblicato anche sul quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”. Anche all’indirizzo https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/futuro-anteriore-note-sulla-non-sottomissione/ Qui il pdf: Futuro anteriore.   Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»   Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni. In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte” dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in discussione. Solo si voleva compierlo senza armi. Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria». La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette). Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per «diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per “congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti, per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale, in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare – se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per «diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava «diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la “sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu “sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono “congedati”. Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido, passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché «individuale». Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa molto anche sul piano umano. In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999. Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge, che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio, processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi «mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università, circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio della guerra. Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari. Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del ’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene, raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo, le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine, fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte. Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle riflessioni sulla non-sottomissione. Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato». Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a spegnere le fiamme. Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i «signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio – tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che, incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami. Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale. Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo (condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte. Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima un’umanità «per tre quarti annegata». Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo, recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi manuali politici). La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi. Carcere di Trento, 11 gennaio 2026 Massimo Passamani
Approfondimenti
Rompere le righe
In primo piano
Guerra civile in Messico
Riceviamo e diffondiamo questo interessantissimo opuscolo sulla guerra civile dall’alto in Messico, che raccoglie gli interventi dell’incontro svoltosi a Radio Blackout il 20 febbraio 2026, a cura di Torino Diserta e Happy Hour, con Claudio Albertani e Collettivo Nodo Solidale. Sarà presto disponibile anche il podcast. Guerracivile_Messico_DEF
Approfondimenti
Materiali
Dal convegno di Viterbo: “Sionizzazione dello Stato” e “41-bis, carcere di guerra”
Riprendiamo dal sito https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/ questi due interventi tenuti al convegno Sabotiamo la guerra e la repressione, tenuto a Viterbo lo scorso 8 febbraio. Nel sito dedicato ci sono anche i podcast degli audio. https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/25/ddl-gasparri-delrio-la-sionizzazione-dello-stato/ DDL GASPARRI -DELRIO LA SIONIZZAZIONE DELLO STATO Buongiorno a tutte e a tutti. Aggredisco subito l’argomento, invertendo un po’ la relazione. Il titolo della relazione: partiremo dalla sionizzazione dello Stato e poi andremo a vedere il DDL Gasparri Del Rio, che nel mentre è diventato il DDL Gasparri-Delrio-Romeo-Scalfarotto, per cui è diventato perlomeno otto DDL contemporaneamente. Perché? Il perché evidentemente è anche collegato agli interventi che mi hanno preceduto, tutti molto interessanti e che, ognuno dalla sua sfaccettatura, comunque ha analizzato un processo composito. E proveremo a reinquadrare nell’ottica che il nemico va conosciuto, va conosciuto nei suoi contenuti, va conosciuto nella sua fisionomia. Il nemico è sempre lo stesso da secoli, però questo non significa che non modifica e non si adatta alla realtà che si trova a ad affrontare. In questo senso ieri si diceva, e anche nell’introduzione, il nostro nemico è lo Stato imperialista delle multinazionali. Questa è una definizione coniata una cinquantina d’anni fa da un movimento rivoluzionario in Italia. In quella fase, però, questa si è mantenuta nel contenuto e questa definizione secondo noi va recuperata perché fotografa meglio la situazione. Cinquant’anni fa fu un’intuizione, adesso è una definizione conclamata, cioè quello che fu un’intuizione oggi si dimostra in se stessa. Che significa questa definizione? Che c’è una relazione tra una Struttura costituita da un dominio monopolistico delle multinazionali di stampo imperialista, che ha una sua Sovrastruttura, ossia uno Stato che ne garantisce questo dominio. Questo in pratica significa tale definizione, non è nient’altro. Ieri ci si diceva se fosse “Stato, Stati…”. Non è questo il contenuto, in realtà quello che ci interessa della relazione tra l’elemento della Struttura, ossia del dominio monopolistico delle multinazionali, per cui nel meccanismo di sfruttamento delle classi, nel meccanismo di oppressione dei popoli, che è un congiunto di questo dominio e le forme con cui questo dominio si preserva, soprattutto è stato ripetuto diversi interventi precedenti. Oggi quel tipo particolare di dominio, che coincide oltretutto con l’imperialismo a matrice “occidentale”, sta paradossalmente, anche se appare molto aggressivo, sulla difensiva; ossia sta nel meccanismo di difendere le sue prerogative, la sua posizione egemone, la sua posizione di dominio che la realtà materiale della società umana, di altri capitalismi emergenti, della lotta di classe mettono in discussione. Profondamente in questo senso, quindi, ferma restando l’essenza dello Stato, che è nient’altro che il dominio di una classe sulle altre, lo rappresenta. Detto ciò, però, evidentemente questo (Stato) è suscettibile di modificazioni, di adattamenti. In questo senso le oligarchie imperialiste internazionali, in questa fase hanno scoperto che uno dei modelli di dominio, di coercizione, di repressione e prevenzione più funzionali alle loro esigenze è quello sionista. Ossia ciò che lo Stato di Israele ha implementato in quello che può essere considerato un gigantesco laboratorio storico e laboratorio sociale, di dominio, di repressione, di sperimentazione delle tecniche e così via. In questo senso, oggi come oggi, lo Stato israeliano rappresenta, come è stato descritto precedentemente, sia nell’intervento del compagno di Radio Blackout e sia negli interventi fatti dai palestinesi, tutti questi meccanismi, dinamiche e prospettive. Applicazioni che dimostrano che (il modello) funziona per l’oligarchia imperialista, soprattutto occidentale. Gli “funziona”, lo credono, lo ritengono funzionale, per cui in questo senso si spiega quello che veniva detto, ossia il fatto che una struttura multinazionale dove evidentemente i coinvolgimenti, le intersecazioni del Capitale sionista sta proprio dentro i meccanismi di proprietà, per cui è un dato Strutturale. Ormai, se noi pensiamo a Meta, che di fatto è una multinazionale sionista e Zuckerberg lo rappresenta anche fisicamente. Questa partecipazione di proprietà veniva prima illustrata dal compagno di Blackout e venivano nominate molte multinazionali che intervengono in tutti gli aspetti più articolati dell’azione di repressione degli Stati imperialisti. Per cui è un termine, le multinazionali, che se quando noi pensiamo a questo dominio delle multinazionali e poi andiamo a scorrere nella Campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) i nomi di tutte le multinazionali, praticamente (queste) innervano tutta la nostra vita quotidiana. Se noi facessimo il boicottaggio sincero, noi non vivremmo, perché tutta la nostra vita, tra quello che fumiamo, le bollette che paghiamo, quello che mangiamo e così via, è tutto pieno, innervato di questo capitale (sionista) ormai mischiato, transnazionale, multinazionale, che poi deve trovare riscontro delle forme di dominio, di preservazione, di concezione. E in questo senso è, per loro, il meccanismo di (dominio) più adatto in questo momento storico. In questo poi può darsi che cambieranno le esigenze più avanti, come sono state cambiate in precedenza. Ma in questo momento la sionizzazione dello Stato, la sionizzazione della Sovrastruttura, non solo dello Stato, ma nella narrazione delle ideologie e della cultura, è un meccanismo che gli “funziona”. Soprattutto a ciò che viene inteso come imperialismo occidentale, nella realtà e, in questo senso, per le istituzioni di questo Stato. Ieri, per esempio, ho partecipato ad un convegno a Roma che prendeva sempre in esame questo argomento. Per la situazione attuale veniva un proposta e riproposta una dualità: se lo Stato fosse un elemento sovranazionale o lo Stato fosse un elemento nazionale, se uno primeggiasse. In realtà non va messa in atto questa dualità a “esclusione”, perché è come che se noi dicessimo sul caso “nazionale” che l’autonomia differenziata riservata alle Regioni va in conflitto aperto, contraddittoria e antagonista con lo stesso Stato nazionale. Stessa cosa è come dire che l’Italia può entrare di per sé in conflitto aperto con la NATO, con l’Unione Europea. Oggi i meccanismi di integrazione (di Sovrastruttura) riflettono la Struttura: se la Struttura è multinazionale, anche la Sovrastruttura rifletterà questo meccanismo e in questo senso, ciò è emerso con forza ed è “leggibile” nella ridefinizione di questa Sovrastruttura. Ripeto, già gli interventi che mi hanno preceduto l’hanno messo in risalto negli aspetti repressivi, nelle aspetti tecnologici, negli aspetti della comunicazione e in tutti gli aspetti per cui l’elemento sovrastrutturale nient’altro riflette questo rapporto (strutturale) di dominio delle multinazionali. Questo è un dato che noi dobbiamo analizzare e tener presente in quello che facciamo. Si diceva all’inizio, non cadiamo nella trappola di credere che i nuovi dispositivi, i nuove decreti, i nuovi disegni di legge securitarie, ci portano nella logica della fascistizzazione dello Stato. Non è così. Non lo è perché poi vedremo, quando analizzeremo i vari disegni di legge più specifici – Gasparri, Delrio, eccetera -, che non vengano ripresi anche degli spunti da quella che, addirittura, era la legislazione fascista. Ci sono nel Disegno di Legge, riferimenti direttamente al Codice Rocco, per cui non è questo il problema, è politico. Se noi parliamo di fascistizzazione, apriamo alla convinzione – e questo ieri nell’altro Convegno un po’ ha fatto capolino – il fatto che se noi diciamo che lo Stato è “fascistizzato” perché il governo Meloni ha quel tipo di matrice, significa che poi ci consegniamo mani e piedi all’altra componente dello Stato, quella della finta opposizione, che poi ci utilizzerà, ci manipolerà proprio nel momento, guarda caso, di una campagna elettorale già avviata. Per cui cadremmo nella trappola nella quale invece noi non dovremmo cadere, perché non ci spiega poi il contenuto, ma anche perché smentisce il contenuto della fascistizzazione di una “fazione” (istituzionale). Qui è lo Stato che si sta ridefinendo, chi ha firmato l’ultimo Decreto Legge securitario emanato, ma anche tutti quegli altri che l’hanno preceduto è stato Mattarella. Mattarella non è un Capo di governo, è il Capo dello Stato, rappresenta lo Stato e rappresenta teoricamente, secondo la loro Costituzione, quello che dice si può fare e non si può fare dal punto di vista dello Stato. Ma guarda caso non compare nella critica, nella denuncia che le finte opposizioni fanno di questi Disegni di Legge, di questi dispositivi securitari. (Ieri) dicevano che è una boutade propagandistica del governo Meloni e non chiarivano bene il fatto che Mattarella ha firmato, ossia il Presidente della Repubblica, ci ha messo il sigillo dello Stato. Questi sono leggi dello Stato, non è la politica “governativa”. Non a caso gli veniva detto che questa dinamica rappresenta una continuità con le dinamiche securitarie precedentemente messe in atto. In questo senso noi dobbiamo analizzare ciò che avviene nella logica che è lo Stato dominante, lo Stato imperialista delle multinazionali, che applica questa sua ridefinizione, che norma se stesso e si adatta a difesa di se stesso. Faccio un esempio banale: “la difesa di se stesso” prima si diceva, molto interessante, che uno degli hub di dominio e di ricatto, di dossieraggio che è stato impiantato è stata pedo-land di Epstein. “Questi” hanno costruito un gigantesco bordello, dove le élites, soprattutto quelle occidentali, si andavano a “rifocillare” secondo i loro criteri da depravati. Vengono fuori tre milioni di email – dicono loro, per cui saranno minimo il doppio… -. Vengono fuori decine di migliaia di video, fotografie, immagini che verificano tutto. Viene fuori che ci sono migliaia di vittime. Quanti sono gli arresti? Zero. Per cui in questo senso il sistema difende se stesso. Questo su un aspetto specifico, ma questo lo rifà anche su tutto l’aspetto generale dello scontro di classe e dello scontro contro i popoli oppressi, in questo senso c’è una segno di continuità. Quello che è stato sperimentato in Palestina adesso viene “Chiavi in mano” venduto all’Occidente. Non a caso venivano descritti casi in precedenza. “Questi” arrivano, che ne so, sulla polizia locale: devo far funzionare in una certa maniera, arrivano gli istruttori o se ne vanno a Tel Aviv e “chiavi in mano” gli danno una sovrastruttura funzionale. Un pacchetto di modalità che hanno già sperimentato sulla pelle del popolo palestinese, funziona ora per l’ICE. L’ICE è nient’altro, adattato alla realtà statunitense, quello che l’IDF ha sperimentato nei territori occupati di Palestina. Nient’altro, anche l’approccio, anche il modus, l’avete visto tutti, del “prima ti sparo, poi ti chiedo che stai facendo…”. Questo (i sionisti) lo fanno quotidianamente coi palestinesi, lo abbiamo denunciato per tanto tempo negli ultimi due anni. E’ diventato un refrain sul genocidio, eccetera. Questo è il concetto di sionizzazione. Qui voglio chiarire che non ci deve essere l’equivoco che pensano che adesso, quando nominano i ministri, questi giureranno sulla Torah. Questa è una idiozia. Il sionismo e l’ebraismo ormai sono due cose che non c’entrano l’una con l’altra. Può essere, può esserci un ebreo antisionista, come può esserci un cristiano evangelico sionista, per cui questa è una trappola politico ideologica. L’ebraismo non c’entra più niente col sionismo. Il movimento sionista è, guarda caso, la base del la razzializzazione, l’Apartheid classista. Perché pure il cosiddetto odio verso i poveri è un “Apartheid razzista”, per cui il dispositivo securitario aumenta e si approfondisce sulle classi subalterne e si autoassolve sulle classi dominanti. Per cui i tipici reati delle classi dominanti vengono tutti depenalizzati, i tipici, tra virgolette, reati delle classi dominate vengono tutti appesantiti, vengono su tutti inasprite le pene. Questo è il concetto di sionizzazione. Il concetto di sionizzazione è dare il via libera al fatto del nuovo neocolonialismo. E’ “voglio un pezzo di Siria”, vado entro e me lo prendo; “voglio un pezzo di Libano” , vado entro e me lo prendo. “Voglio la Groenlandia”, vado dentro e me lo prendo. Devo assassinare il segretario di Hamas a Teheran, ok, “sdoganizzo” il precedente e dopodiché mi vado a prendere il Presidente del Venezuela come voglio. Questo è la uniformità, omogeneizzazione dei criteri del dominio delle classi dominanti a livello internazionale. È con questo noi abbiamo a che fare e con questo noi avremo a che fare. Ovviamente adesso passo invece a un all’aspetto più specifico, che è questa storia dei dell’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo. Questa è formulata così, ma in realtà è la difesa del processo di sionizzazione dello Stato imperialista, per cui in questo senso non è casuale e alcuni dati andiamo ad analizzarli. Uno, “chi” è la fonte del DDL? Tutti, diciamo tutti, i disegni di legge che sono stati presentati con l’articolo 1 dice: “dobbiamo considerare antisemitismo con la definizione proposta dall’IRHA (International Remembrance Holocaust Alliance,) che è di fatto – qui ho portato l’immagine da “chi” è composta quest’IRHA -, praticamente, la NATO allargata all’Australia, all’Argentina e Israele. Eccoli qua, questi 34 paesi, la NATO allargata: in questo senso loro spacciano per un board internazionale mondiale, la NATO allargata a altri tre paesi. In cui l’ispiratrice, ovviamente, è l’entità sionista. Questa dice che antisemitismo da questo momento in poi deve essere definito in una certa maniera. Ma perché hanno bisogno di questo? Perché soprattutto in Occidente – va detto, una piccola medaglietta che ci possiamo tutti mettere con soddisfazione… -, hanno perso la battaglia della narrazione di ciò che è successo dal 7 Ottobre in poi. L’hanno persa la gran parte. L’autunno scorso è stata proprio la fotografia plastica di questa sconfitta. Dove in circa 10 giorni, centinaia di migliaia, se non qualcuno dice un milione di persone, il 4 ottobre è sceso in piazza chiaramente dicendo: “Che sapeva da che parte stare: Palestina libera dal Fiume fino al Mare”. C’eravamo praticamente tutti, l’abbiamo visto, per cui un è posizionamento che ha infranto una narrazione che si è scontrata con un sentimento diffuso e che ha smontato quello che invece il 100% dei dei mezzi di comunicazione di mass-media hanno “raccontato”. Questo li ha spaventati, ossia che il meccanismo di comunicazione e controllo che lo Stato imperialista ha adottato negli ultimi due anni non ha funzionato e loro sperano che con dispositivi legislativi molto più aggressivi possono andare contro ed intimorire. Il che avverrà, come già abbiamo sentito negli interventi precedenti, interverrà in questo senso, ma sarà solo un problema di shock iniziale e poi dovremmo noi trovare il modo di adattarci in tal senso. Delrio, nel presentare il suo DDL, è molto chiaro e spiega perché lo sta facendo. Ha la bontà di dirci chiaramente, di parlarci chiaramente. Il problema di questa necessità di equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo è legato al fatto che abbiano subito delle, lui non le chiama, sconfitte, degli avvenimenti gravissimi in cui sono stati messi in discussione. Fa l’elenco: il 5 ottobre 2024, il 25 aprile 2025, il 27 gennaio 2025, dove sono stati messi in discussione quei divieti sui contenuti che venivano imposti. Quindi nelle costruzioni politico demagogiche che loro hanno preparato, li elenca e dice “in base a questo dobbiamo necessariamente fare questi passaggi (DDL)”. Ovviamente (Delrio) poi va in soccorso di Gasparri, insieme hanno provato una sorta di mini “compromesso storico” per dare soddisfazione alla Di Segni prima, alla senatrice Segre poi, che chiedevano un ampio spettro parlamentare per approvare questo Disegno di Legge. Va in “soccorso” perché dice di fatto a Gasparri: “Gasparri, però sei stato incompleto, perché se noi non ci occupiamo di militarizzare in termini di contrasto all’antisemitismo, la scuola e i mezzi di comunicazione: sta cosa non funziona, questo è chiaro”. Venendo da una formazione piccista, sa che l’egemonia nel meccanismo di dominio è una è una parte fondamentale, per cui lui chiaramente indica qual’è la strada per completare, affiancare alle leggi repressive dei meccanismi di controllo egemonico. La prova della sperimentazione di questo “disegno” sono stati gli avvenimenti al liceo Righi, dove la (sionista) Di Segni è stata garantita l’effettuazione di una conferenza apologetica dell’IDF. Lei lo ha rivendicato proprio nella sua presenza, scortata da un plotoncino di Digos e polizia che persino ha impedito agli studenti di partecipare al suo discorso. Questo in barba al fatto che nello stesso DDL che Delrio presenta, si dice che “per obbligo di legge”, in tutte le iniziative sulla Palestina, quelle poche che vi faremo fare, dovranno essere sempre fatte in presenza di contraddittorio. Ossia: “se viene un giovane palestinese, mi ci devi mettere accanto un Riccardo Pacifici, per esempio, o mi ci devi mettere una Di Segni…”. Questo secondo loro è “l’equilibrio della cosa”. Oppure Delrio e Gasparri dicono che dentro la scuola dovrà vigere l’obbligo di delazione, ossia di fronte al fatto che se qualcuno inneggia a Palestina Libera!, inneggia al fianco della Resistenza!, tutto il personale scolastico sarà obbligato a dire chi è e a denunciarlo all’autorità. In questo senso l’autorità può essere il preside o direttamente la polizia, pena sanzione economica o sanzione penale. Siamo a questo, per cui il controllo della narrazione per loro è proprio dove vogliono andare a incidere con questi Disegni di Legge. In questo senso diventa però molto difficile l’applicazione proprio di questi Disegni di Legge e per questo stanno prendendo tempo, oltretutto perché hanno trovato più resistenza di quello che hanno immaginato. Il fatto sta che l’IRHA definisce antisemitismo, per esempio, dire “Netanyahu è uguale a Hitler”. Il problema che loro si pongono è, ma è antisemita solo dire che “Netanyahu è uguale a Hitler”? Ma invece dire che “Putin è uguale a Hitler” è antisemita lo stesso? In questo senso diventa un problema, così come definire “antisemita” chi brucia la bandiera di Israele. Allora, se l’ebreo che a Tel Aviv brucia la bandiera di Israele è quindi un “antisemita”? Hanno questo tipo di problemi… Però se uno va bene a scandagliare dentro questi Disegni di Legge, si rende conto pure che sono una razzializzazione non solo che fa il controcanto a una razzializzazione dell’oppressione e dello sfruttamento, ma è anche una razzializzazione del privilegio, perché queste norme di legge, appunto secondo questi meccanismi, garantiscono solo una particolare comunità all’interno di una comunità nazionale. Ossia se tu dici che “Netanyahu è uguale a Hitler” è antisemitismo. Se tu lo dici di qualsiasi altro non è niente, per cui significa che si stabilisce per legge, e questo vogliono fare, che c’è una sorta, guarda caso di un “popolo eletto”, di una “razza eletta”, intoccabile. A ottant’anni dalle Leggi Razziali, fanno le “Leggi Razziali al contrario”, ossia fanno un impianto difensivo, un “quadrato” intorno a un’entità occupante, un’entità colonialista, un’entità razzista, un’entità dell’Apartheid. Perché tutti gli altri si sono resi conto che è proprio quello che è, per cui che il Sionismo è un movimento politico di quel tipo: spacciando la sua critica per antisemitismo, cercando di proteggere i “loro” interessi. Questo è veramenteun vulnus rispetto al dominio dello Stato, ossia ormai il meccanismo che passa e che vogliono far passare, che è quello che dovrà definire non solo la fisionomia di chi è il nostro nemico, di come è fatto, ma quello che dovremmo noi fare e che oggi come oggi anche loro violano le loro leggi. Faccio un piccolo esempio personale: quando abbiamo organizzato l’iniziativa davanti al PD, per il 27 di gennaio, “Giornata della Memoria”, siamo stati convocati e quelli ci hanno detto chiaramente, senza nessuna ipocrisia: “questa iniziativa non si può fare perché il giorno è sbagliato, la sede del PD è sbagliata…”. La risposta che noi gli abbiamo dato dicendo “Non accettiamo questo divieto” perché dal nostro punto di vista quella data è giusta. Quella data è giusta perché quello è il “Giorno della Memoria”, non dello sterminio “solo” degli ebrei. È la “Giornata della Memoria dello sterminio oltre che degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli antifascisti, dei comunisti. Per cui in questo senso noi rientriamo in quelle celebrazioni. Abbiamo pieno diritto, mentre “voi” state piegando le leggi stesse che avete fatto, voi le volete piegare al servizio di un’ambasciata estera e per cui gli abbiamo detto “non si può fare, noi ci saremo”. Il luogo, abbiamo anche detto, è proprio quello giusto, perché tra gli ispiratori di questa Giornata c’è stato proprio quel PD che per “foglia di fico” lo estese in questo termini, ma dopodiché lo ha piegato alle esigenze dell’ambasciata israeliana e noi abbiamo detto: “noi ci vedremo là proprio per questo”. Come dire, dovremmo sempre sforzarci di smascherarli in questo senso. Quindi il problema non è che il governo di destra fa dei disegni di legge liberticidi, è lo Stato italiano che fa dei disegni di legge liberticidi. Su questo voglio sottolineare chi ha assunto le linee guida dell’IRHA come “Strategia Nazionale di contrasto all’antisemitismo” non è stato il governo Meloni, ma è stato il governo Conte, il Secondo. Subito dopo che ha sostituito il governo Conte-Salvini, col governo Conte-Bersani, se non erro, o chi era a quell’epoca il Segretario (del PD), non lo so. Comunque il governo M5S-PD, uno dei primi atti dopo l’insediamento di quel governo fu proprio l’assunzione da parte del governo di quelle linee guida. Era il gennaio del 2020, non il gennaio del 2026, questo va ricordato quando c’è e ci sarà da discutere. È da “sinistra” che è arrivata questa cosa, da “sinistra” come definito nell’arco parlamentare, è venuta. Questa cosa non è arrivata da “destra”. Questi (la “destra”) hanno anche gioco facile nel dire: “io ho recepito solo quello che voi (“sinistra”) già avete introdotto. Io ho avuto solo il coraggio di farlo diventare una legge dello Stato, invece voi l’avete avuto”. E voglio anche sottolineare a chi fa capo il “Coordinamento della strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo”. Dici: “ci sarà il solito politico di turno abbastanza sgamato?” No, visto che loro lo vedono come un processo repressivo, ci hanno messo un generale dell’Arma dei Carabinieri, dei Reparti Operativi Speciali (ROS), che aveva seguito le indagini di Biagio e D’Antona. Per cui quando tu usi un generale dei carabinieri dei reparti speciali che ti dice in piena audizione, “per noi questa storia è un problema di sicurezza nazionale…” e il senatore Giorgis che ha presentato l’ultimo Disegno di Legge per conto del PD e, c’è proprio la videoconferenza, gli risponde: “siamo perfettamente d’accordo…”, questo è contro cosa noi ci troveremo a che fare, e vado quindi alle conclusioni. Questi passaggi, questi ridefinizione della Sovrastruttura in termini coercitivo e repressivo, ancora più di quello che era, ci pone di fronte a un problema. Siamo passati, questo veniva detto all’inizio, siamo entrati nella fase dello “Stato di guerra e polizia”, dello “Stato di guerra e polizia” qua, non in Palestina, per cui in questo senso il nostro “che fare?” sarà condizionato da questa consapevolezza. Non si tratterà più di supportare la Resistenza palestinese che eroicamente resiste nella Palestina occupata. Qui ci sarà da organizzare la nostra Resistenza. Qui dove viviamo, perché avremo a che fare con dei dispositivi che metteranno seriamente in discussione la nostra agibilità politica. Siamo entrati in una fase in cui, in previsione di una manifestazione, squillerà il nostro cellulare e l’altra parte del telefono ci sarà qui il Commissariato Tal dei Tali: “Lei è convocato presso il nostro commissariato. La cella la sta aspettando per 12 ore, perché lei non può andare con i suoi precedenti alla manifestazione…”. Per cui noi saremmo messi in gabbia prima di aver commesso il reato. Questa è un’operazione pesantissima, che ovviamente deriva dall’esperienza fatta sulle spalle dei palestinesi in Palestina, e che oggi è diventato una realtà qui, in questo paese. Oppure verrà il divieto di manifestazione, di assembramento, di riunione,nel momento in cui verrà sancito il fatto che ci sono dei contenuti che non riflettono la narrazione di Stato, che non riflettono la narrazione delle classi dominanti, per cui il divieto sarà preventivo, appunto il ” 27 gennaio vi diamo il divieto perché la giornata non si può fare, il luogo non si può fare” perché non si può fare quella manifestazione, il “giorno degli ebrei”, come dicono loro. E non si può fare tanto meno davanti al PD, perché quello è il partito dello Stato, che ne rappresenta una chiara articolazione politica, per cui questa resistenza va costruita e non solo. La difesa della solidarietà alla Resistenza palestinese, ma va organizzata la Nuova Resistenza che in questa fase è necessaria, per poter garantire i termini di agibilità che ci verranno tolti se noi rimaniamo passivi. Grazie. Rete dei Comitati e Collettivi di lotta -------------------------------------------------------------------------------- https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/41-bis-carcere-di-guerra/ 41-BIS, CARCERE DI GUERRA Questo intervento, fatto “a braccio” durante il convegno, registrato e poi trascritto, compare qui in una versione leggermente rielaborata e arricchita. Il compagno che l’ha pronunciato ci tiene a confessare il proprio debito verso i lavori (alcuni dei quali reperibili sul web) del sociologo Charlie Barnao, principale fonte utilizzata per ricostruire le origini della tortura contemporanea su cui si basano i regimi di isolamento torturativo come il 41-bis. Ciao a tutti, ho molto piacere di essere insieme in questo convegno così ricco di idee e tensioni. Per presentarmi, sono un compagno anarchico, vivo in Trentino da diversi anni e faccio parte di Sabotiamo la guerra, che è un’assemblea di compagni anarchici che si riunisce già da prima del 7 ottobre 2023, a partire dalla questione della guerra imperialista in Ucraina. Quest’assemblea ha cercato di stimolare una mobilitazione contro lo stato di guerra che a questo punto deve diventare anche una mobilitazione contro la repressione, come si sta cercando di fare appunto in queste giornate. Il titolo del mio intervento è «41-bis, carcere di guerra». Forse dovrei completarlo aggiungendo: «DNA, Direzione Nazionale Antimafia (divenuta nel 2015 anche “Antiterrorismo”) come tribunale di guerra». Siccome non si può affrontare tutto insieme, devo partire chiaramente dal primo corno del problema. In che senso il 41-bis è un carcere di guerra? Io credo che lo si possa chiamare così, senza particolari enfasi, ma con un atteggiamento tutto sommato descrittivo, da due punti di vista. Il primo punto di vista è che il 41-bis – lasciando un attimo da parte i suoi precedenti, il noto articolo 90, l’isolamento utilizzato contro i compagni, eccetera – il 41 bis, per come lo conosciamo oggi, nasce come risposta dello Stato a una guerra: la «seconda guerra di mafia» che insanguina la Sicilia tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, e in particolar modo la guerra che a un certo momento una delle due fazioni, quella dei cosiddetti «corleonesi» di Totò Riina, comincia a muovere allo Stato: prima con i famosi «omicidi eccellenti» (ad esempio Piersanti Mattarella), e poi gli attentati di Capaci, di via D’Amelio, di via dei de’ Georgofili e così via. Chiaramente si tratta di una stagione oscura che qui non possiamo approfondire e sarebbe probabilmente molto difficile farlo, però io credo che almeno un aspetto lo si possa dire con una certa sicurezza, no? A quella criminalità organizzata, quella parte della criminalità organizzata che non voleva più, come dire, agire come un partner dello Stato, ma che voleva comandare sul territorio anche contro lo Stato (o contro sue determinate componenti), lo Stato stesso reagisce passando da quello che i giuristi chiamano «diritto ordinario» al «diritto penale del nemico». Un passaggio che in termini, diciamo, più “terrestri”, possiamo chiamare da una logica di contenimento di un fenomeno a una vera e propria logica di annientamento. Questo lascia sul terreno tutta una serie di istituzioni con cui oggi ci troviamo e ci troveremo sempre di più a fare i conti. Una è il 41-bis, dove, come tutti sappiamo, da diversi anni sono rinchiusi tre compagni comunisti, mentre da meno tempo vi è rinchiuso il compagno anarchico Alfredo Cospito. L’altra istituzione che nasce in quel periodo è appunto la Direzione Nazionale Antimafia, che ritroviamo sempre più spesso schierata contro di noi. Ad esempio l’inchiesta che ha portato agli arresti di Hannoun e gli altri è coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. C’è però un secondo aspetto per cui il 41-bis si può definire un carcere di guerra. Ed è il fatto che sostanzialmente i regimi di isolamento sono dei veri e propri regimi di tortura bianca, di quella che viene proprio tecnicamente definita «tortura senza contatto», che è stata teorizzata e approntata dai servizi segreti statunitensi, dalla CIA in particolare. In combutta spesso con i servizi segreti francesi all’interno della nota scuola delle Americhe di Fort Amador, inaugurata accanto al Canale di Panama nel 1946, in un momento preciso che è l’inizio della guerra fredda. È stato accennato in interventi precedenti come di fatto l’esercito sia un vero e proprio incubatore e una vera e propria officina di tecnologie e tecno-scienze di vario tipo. Schematicamente possiamo dire che se i protagonisti delle due guerre mondiali sono stati gli ingegneri e i fisici (con il progetto Manhattan), grandi protagonisti della guerra fredda diventano gli psicologi. In particolar modo gli psicologi comportamentisti e gli antropologi. Perché? Perché in quel momento lì, il secondo dopoguerra e l’inizio della guerra fredda, che è un momento di rilancio dell’imperialismo a livello mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme si trovano sempre più spesso a combattere delle guerre asimmetriche. Quindi in contesti che sono diversi dalla guerra di trincea, o dalla guerra tecnologica a distanza tramite l’uso del bombardamento, e in cui gli Stati imperialisti, dall’attacco alla Corea nei primi anni Cinquanta alla guerra del Vietnam, passando per l’America Latina, si trovano sempre più spesso ad affrontare dei movimenti di guerriglia che si confondono con la popolazione. Con l’apporto, lo ripeto, soprattutto degli psicologi comportamentisti e degli antropologi, si cominciano a sviluppare delle tecniche che mirano da un lato ad addestrare un tipo di soldato che sia assolutamente lucido, spietato, automatico nell’eseguire gli ordini in guerre in cui sempre più spesso si trova a fronteggiare direttamente la popolazione; e dall’altro lato si comincia ad approntare delle tecniche di tortura più raffinate che potenzialmente destino meno scandalo, non lasciando segni o lasciando meno segni sui corpi dei prigionieri; e che sappiano, viceversa, penetrare profondamente all’interno della psicologia delle persone interrogate, così da portarle a cedere. Questo tipo di tortura, che ha alla base la stessa logica del moderno addestramento militare, viene codificato all’interno dei manuali della CIA. Ce ne sono due in particolare: il Kubark, che è del ’63, e lo Human Resource Exploitation Training Manual, che è del 1983. (Il “manuale delle risorse umane”. Notate il linguaggio manageriale?). In cosa consiste il tipo di tortura che vi viene teorizzato? Si potrebbe veramente dire con le parole di Orwell in 1984: prendere un cervello, smembrarlo e ricomporlo secondo le esigenze desiderate, inducendo nel prigioniero un processo di regressione infantilizzante. In che senso? Nel senso che tutti noi, crescendo, abbiamo acquisito delle abilità sociali. Questo tipo di tortura consiste nel far perdere al torturato le capacità relazionali apprese, portarlo a regredire verso l’infanzia, riducendolo sostanzialmente a un “bambino” che ha come unico punto di riferimento il suo torturatore, al quale prima o poi cederà le informazioni, o comunque ciò che il torturatore vuole ottenere in un determinato momento. Ora, in cosa consistono a livello pratico queste forme di torture senza contatto? Prima di tutto in forme di isolamento e di sradicamento del prigioniero dal suo contesto. Capite che ci si sta avvicinando alla dimensione del 41-bis, no? Per capire un po’ questo tipo di meccanismo, e la sua analogia con l’addestramento militare, potete pensare alla prima parte del film Full Metal Jacket (che ha ricevuto i complimenti dell’esercito USA per la precisione con cui mostra l’addestramento dei Marines). Pensate al sergente Hartman – che nel film è interpretato da un vero istruttore militare – che urla alle reclute: «Voi qui dentro non siete nessuno, qui vige l’uguaglianza perché nessuno conta un cazzo!» Quella è la fase in cui, fondamentalmente, il prigioniero è portato a perdere i propri punti di riferimento. Nella tortura (e nel 41-bis) lo si fa isolandolo, lo si fa mantenendolo in ambienti assolutamente silenziosi, lo si fa incappucciandolo. Lo si fa anche – è banale ma è allo stesso tempo interessante notarlo – quando si arresta qualcuno nelle prime ore del mattino: è per questo che le retate molto frequentemente avvengono alle ore piccole. Quella è esattamente una tecnica studiata all’interno dei manuali della CIA. Qui vi leggo un pezzettino perché è interessante. Questo è lo Human Resource, il “manuale delle risorse umane” dell’83 cui accennavo prima: «Le modalità e i tempi dell’arresto dovrebbero essere pianificati in modo da cogliere il soggetto di sorpresa e provocargli il massimo livello di disagio mentale. La maggior parte dei soggetti arrestati nelle prime ore del mattino sperimentano sensazioni intense di shock, smarrimento e tensione psicologica e provano grandi difficoltà ad adattarsi alla situazione. È molto importante che quanti eseguono l’arresto agiscano con un’efficienza tale da sorprendere il soggetto.» Questa, diciamo, è la prima fase. La seconda fase, quindi quella “torturativa” vera e propria, consiste soprattutto in tecniche di disorientamento del soggetto e tecniche di umiliazione. E qui si arriva proprio al 41-bis. Facciamo un esempio. Non so se vi è capitato di vedere qualche speciale sul 41-bis alla televisione. Ne ho visto uno in cui si vede che i detenuti svolgono i colloqui all’interno di apposite celle a cui si arriva attraverso «corridoi di disorientamento». Li chiamano proprio così. Ufficialmente questo serve a disorientare i parenti dei detenuti, perché magari potrebbero in qualche maniera veicolare delle informazioni eccetera. In realtà, come dire, la loro funzione è produrre il massimo disorientamento possibile in chi si trova internato. O ancora: tecniche di umiliazione: voi pensate che cosa significa non solo stare in quella che è di fatto una cella di deprivazione sensoriale, con le bocche di lupo alla finestra, non riuscire a vedere il sole. Quanto all’umiliazione: essere ripresi 24 ore su 24 da una telecamera è assolutamente una condizione umiliante, no? E gli esempi chiaramente potrebbero continuare, ma non voglio fare un tour dell’orrore. Voglio che ci dotiamo di alcuni concetti che potranno servirci nella lotta. Torniamo all’Italia e torniamo a quello che succede tra gli anni ’80 e gli anni ’90. L’antenato del 41 bis è l’articolo 90, quello che istituisce le carceri speciali per i compagni negli anni ‘70. È chiaramente un prodotto di queste strategie della guerra fredda. Si ispira fondamentalmente al modello tedesco, al carcere di Stammheim, che era un modello pensato di concerto con la CIA da parte della Repubblica Federale Tedesca. Passata l’emergenza “terrorismo”, con la riforma Gozzini, nel 1986, il carcere speciale ha una seconda vita: si arriva al 41-bis, che nella sua prima formulazione viene previsto esclusivamente per le rivolte. Nel periodo della guerra tra Cosa Nostra e lo Stato italiano si comincia a discutere dell’uso del 41-bis contro i mafiosi, dicendo all’inizio che sarebbe rimasto solo ed esclusivamente per un periodo di tempo limitato, e solo ed esclusivamente per Cosa Nostra. Ovviamente con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio succede tutt’altro. Cadono le ultime perplessità garantiste: all’inizio anche una certa sinistra istituzionale ne aveva parecchie di fronte a quello che è di fatto uno strumento di tortura. E si comincia, come dire, ad utilizzare sistematicamente il 41 bis non solo nei confronti di Cosa Nostra e nei confronti delle grandi organizzazioni. Ma di fatto verso ogni forma di criminalità organizzata. Badate bene anche questo concetto: quando si parla di mafia al plurale, e si dice «le mafie», viene messa in piedi una certa retorica. Una volta, una piccola banda di rapinatori, di spacciatori, di taglieggiatori, non era immediatamente assimilata alla mafia. A partire da quel periodo, la categoria «mafia» diventa una parola-contenitore che viene applicata a fenomeni molto diversi. Contemporaneamente si crea la DNA. Inizialmente anche la DNA non desta poche preoccupazioni tra le “anime belle” garantiste. Perché? Perché fondamentalmente la DNA è, come dire, un corpo dello Stato in cui la magistratura, o meglio una certa parte della magistratura e gli apparati di polizia, servizi segreti compresi, si incontrano ai più alti vertici ed eseguono operazioni pianificate di concerto. I giuristi, a suo tempo, fecero notare come questo di fatto violava alcune basi fondamentali del cosiddetto “stato di diritto”. Per dirne almeno un paio: il principio di competenza territoriale (quello per cui si è giudicati da un tribunale del territorio in cui è stato commesso il reato) e, di fatto, il principio della separazione dei poteri. Al di là degli aspetti giuridici, quello che a noi interessa e che dobbiamo capire è che siamo in presenza di un apparato giudiziario che opera in strettissima relazione con le alte sfere della politica e con gli apparati di sicurezza. E che quindi da un lato tende a favorire determinati interessi politici, e dall’altro a… trovare quello che cerca. Come non si stancava di ripetere Malatesta, «l’organo crea la funzione». Per poter giustificare la sua esistenza, l’Antimafia deve trovare “la mafia”… o, al plurale, “le mafie”. Ora, se noi consideriamo che nel 2015 la Direzione Nazionale Antimafia è diventata anche “Antiterrorismo”, capiamo che questa logica, quella dell’organo che crea la funzione, la troveremo sempre più spesso schierata contro di noi. Non solo perché ormai la categoria di “terrorismo” è sempre più usata contro qualsiasi lotta sociale. Ma anche perché, per esistere, quello che è di fatto un “tribunale speciale antiterrorismo” deve pure trovare dei presunti “terroristi” da combattere. Faccio un esempio che chiarirà questo ragionamento. Probabilmente tutti sapete chi è Federico Cafiero De Raho. Magistrato capo della DNAA fino a non molti anni fa, e adesso parlamentare 5 stelle, Cafiero De Raho nei primi anni 10 di questo secolo è forse il personaggio che più ha spinto perché la DNA diventasse anche «antiterrorismo». Sapete perché? Perché in quel momento il governo italiano è alle prese con la crisi libica, ed ha bisogno di un pretesto per imbastire, sotto l’egida dell’ONU, delle missioni militari in Libia, così da fronteggiare in qualche modo l’ingerenza francese nella ex colonia italiana. È così che De Raho comincia a sostenere un suo personale teorema sugli sbarchi di emigranti dalla Libia: questi sarebbero organizzati da “mafie africane”; i cosiddetti “scafisti”, che spesso non sono altro che i poveracci al timone delle imbarcazioni, o quelli che al momento dello sbarco vengono indicati come i timonieri dai loro compagni di sventura, sarebbero “trafficanti di esseri umani” e “mafiosi”; infine, per chiudere il cerchio, le imbarcazioni trasporterebbero “terroristi islamici”. Tutte sciocchezze, ovviamente, ma che permettono alla DNAA di giustificare la propria esistenza e al contempo di servire il governo italiano nelle sue manovre imperialiste. Ebbene, De Raho è ancora a capo della DNAA quando, nel 2019, questa coordina due inchieste contro compagni anarchici, «Scintilla» a Torino e «Renata» in Trentino. In quel periodo tre compagne anarchiche (Anna, che si trova ancora in carcere, Agnese e Silvia) vengono trasferite nel carcere dell’Aquila, ovvero nel carcere-simbolo del 41-bis, in una sezione Alta Sicurezza creata apposta per loro. Non si trattava quindi di una sezione 41-bis, ma per tutta una serie di motivi – in primis perché era gestita dai corpi speciali del GOM – le loro condizioni di detenzione erano molto simili ad esso. Le compagne entrano quindi in sciopero della fame per la chiusura della sezione e dopo circa un mese, anche grazie alla mobilitazione di noi fuori, vincono la battaglia e sono trasferite in altre carceri. Si è trattato, a mio parere, di un’importante vittoria. In Trentino, durante quella mobilitazione, abbiamo infatti letto quella vicenda come un “test” di applicazione del 41-bis a compagni e compagne. Credo che i fatti successivi ci abbiano dato ragione. Nel luglio 2020, infatti, De Raho pronuncia in Parlamento, davanti alla Commissione Antimafia, uno strano discorso in cui da un lato parla della necessità di estendere e rafforzare il 41-bis, e dall’altro accosta più volte anarchici e mafiosi, che si sarebbero alleati per creare rivolte fuori e dentro le carceri (come le rivolte carcerarie all’inizio del lockdown nel marzo 2020). [si veda qui: https://ilrovescio.info/2020/07/15/piu-che-unantifona-un-programma/] Neanche due anni dopo questo discorso, a maggio 2022… Marta Cartabia firmava il trasferimento di Alfredo Cospito in 41-bis. Conosciamo il resto della storia, in cui il teorema dell’assurda, impossibile, improponibile alleanza tra “anarchici e mafiosi” viene riproposto dal duo Donzelli-Delmastro contro lo sciopero della fame di Alfredo e la mobilitazione solidale contro 41-bis ed ergastolo ostativo a fianco del compagno… Ora, se voi pensate che la categoria di “terrorismo” è sempre più utilizzata anche per indicare le manifestazioni, come abbiamo visto dopo gli scontri dello scorso 31 gennaio a Torino; se pensate che si sta parlando sempre più disinvoltamente di «terrorismo di piazza», categoria molto cara a Salvini e alla Lega… capite dove stanno andando a parare questi signori. Sto dicendo che ci metteranno tutti in 41-bis dopodomani? No, sto dicendo però che anche il 41-bis potrà rientrare sempre più spesso in una panoplia repressiva che usa una grande varietà di mezzi contro antagonisti e rivoluzionari e crea già grossi impedimenti. E che verrà quindi usato come massima minaccia contro chi non si rassegna a questo stato di cose: verso chi continuerà a lottare adottando anche forme più radicali, visto che le altre saranno sempre meno permesse. Questo, ovviamente, se non ci metteremo in mezzo. Con la lotta per Alfredo nel 2022-23 e con quella per le compagne rinchiuse all’Aquila nel 2019, abbiamo dimostrato che è possibile. Quindi che fare? Siamo in un momento in cui le questioni da affrontare sono tante. Cercare di ricondurle alla guerra, che è l’orizzonte del nostro presente, è necessario e sacrosanto. Tanto per cominciare, anche nelle piazze contro la guerra non possono e non devono mancare, a mio avviso, i nomi di Alfredo Cospito e di Nadia Lioce, di Roberto Morandi, di Marco Mezzasalma, compagni delle Brigate Rosse rinchiusi in 41-bis. Sono chiaramente discorsi scomodi e difficili, perché siamo costretti a muoverci in mezzo a una retorica del “bene contro il male”: se la mafia è il male assoluto, allora l’antimafia è il bene, quindi non si può parlar male dell’antimafia. Dobbiamo fare questo sforzo e passare, come dire, dalle analisi che ci facciamo tra di noi a delle parole d’ordine semplici che facciano capire alla gente come questi apparati dello Stato, 41-bis e DNAA, sono schierati contro noi sfruttati, contro le lotte e contro la possibilità di un futuro diverso.
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