Riceviamo e diffondiamo questo interessantissimo opuscolo sulla guerra civile
dall’alto in Messico, che raccoglie gli interventi dell’incontro svoltosi a
Radio Blackout il 20 febbraio 2026, a cura di Torino Diserta e Happy Hour, con
Claudio Albertani e Collettivo Nodo Solidale.
Sarà presto disponibile anche il podcast.
Guerracivile_Messico_DEF
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Riprendiamo dal sito https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/ questi due
interventi tenuti al convegno Sabotiamo la guerra e la repressione, tenuto a
Viterbo lo scorso 8 febbraio. Nel sito dedicato ci sono anche i podcast degli
audio.
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/25/ddl-gasparri-delrio-la-sionizzazione-dello-stato/
DDL GASPARRI -DELRIO
LA SIONIZZAZIONE DELLO STATO
Buongiorno a tutte e a tutti.
Aggredisco subito l’argomento, invertendo un po’ la relazione. Il titolo della
relazione: partiremo dalla sionizzazione dello Stato e poi andremo a vedere il
DDL Gasparri Del Rio, che nel mentre è diventato il DDL
Gasparri-Delrio-Romeo-Scalfarotto, per cui è diventato perlomeno otto DDL
contemporaneamente. Perché? Il perché evidentemente è anche collegato agli
interventi che mi hanno preceduto, tutti molto interessanti e che, ognuno dalla
sua sfaccettatura, comunque ha analizzato un processo composito. E proveremo a
reinquadrare nell’ottica che il nemico va conosciuto, va conosciuto nei suoi
contenuti, va conosciuto nella sua fisionomia. Il nemico è sempre lo stesso da
secoli, però questo non significa che non modifica e non si adatta alla realtà
che si trova a ad affrontare. In questo senso ieri si diceva, e anche
nell’introduzione, il nostro nemico è lo Stato imperialista delle
multinazionali. Questa è una definizione coniata una cinquantina d’anni fa da un
movimento rivoluzionario in Italia. In quella fase, però, questa si è mantenuta
nel contenuto e questa definizione secondo noi va recuperata perché fotografa
meglio la situazione. Cinquant’anni fa fu un’intuizione, adesso è una
definizione conclamata, cioè quello che fu un’intuizione oggi si dimostra in se
stessa. Che significa questa definizione? Che c’è una relazione tra una
Struttura costituita da un dominio monopolistico delle multinazionali di stampo
imperialista, che ha una sua Sovrastruttura, ossia uno Stato che ne garantisce
questo dominio. Questo in pratica significa tale definizione, non è nient’altro.
Ieri ci si diceva se fosse “Stato, Stati…”. Non è questo il contenuto, in realtà
quello che ci interessa della relazione tra l’elemento della Struttura, ossia
del dominio monopolistico delle multinazionali, per cui nel meccanismo di
sfruttamento delle classi, nel meccanismo di oppressione dei popoli, che è un
congiunto di questo dominio e le forme con cui questo dominio si preserva,
soprattutto è stato ripetuto diversi interventi precedenti. Oggi quel tipo
particolare di dominio, che coincide oltretutto con l’imperialismo a matrice
“occidentale”, sta paradossalmente, anche se appare molto aggressivo, sulla
difensiva; ossia sta nel meccanismo di difendere le sue prerogative, la sua
posizione egemone, la sua posizione di dominio che la realtà materiale della
società umana, di altri capitalismi emergenti, della lotta di classe mettono in
discussione. Profondamente in questo senso, quindi, ferma restando l’essenza
dello Stato, che è nient’altro che il dominio di una classe sulle altre, lo
rappresenta. Detto ciò, però, evidentemente questo (Stato) è suscettibile di
modificazioni, di adattamenti. In questo senso le oligarchie imperialiste
internazionali, in questa fase hanno scoperto che uno dei modelli di dominio, di
coercizione, di repressione e prevenzione più funzionali alle loro esigenze è
quello sionista. Ossia ciò che lo Stato di Israele ha implementato in quello che
può essere considerato un gigantesco laboratorio storico e laboratorio sociale,
di dominio, di repressione, di sperimentazione delle tecniche e così via. In
questo senso, oggi come oggi, lo Stato israeliano rappresenta, come è stato
descritto precedentemente, sia nell’intervento del compagno di Radio Blackout e
sia negli interventi fatti dai palestinesi, tutti questi meccanismi, dinamiche e
prospettive. Applicazioni che dimostrano che (il modello) funziona per
l’oligarchia imperialista, soprattutto occidentale. Gli “funziona”, lo credono,
lo ritengono funzionale, per cui in questo senso si spiega quello che veniva
detto, ossia il fatto che una struttura multinazionale dove evidentemente i
coinvolgimenti, le intersecazioni del Capitale sionista sta proprio dentro i
meccanismi di proprietà, per cui è un dato Strutturale. Ormai, se noi pensiamo a
Meta, che di fatto è una multinazionale sionista e Zuckerberg lo rappresenta
anche fisicamente. Questa partecipazione di proprietà veniva prima illustrata
dal compagno di Blackout e venivano nominate molte multinazionali che
intervengono in tutti gli aspetti più articolati dell’azione di repressione
degli Stati imperialisti. Per cui è un termine, le multinazionali, che se quando
noi pensiamo a questo dominio delle multinazionali e poi andiamo a scorrere
nella Campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) i nomi di tutte le
multinazionali, praticamente (queste) innervano tutta la nostra vita quotidiana.
Se noi facessimo il boicottaggio sincero, noi non vivremmo, perché tutta la
nostra vita, tra quello che fumiamo, le bollette che paghiamo, quello che
mangiamo e così via, è tutto pieno, innervato di questo capitale (sionista)
ormai mischiato, transnazionale, multinazionale, che poi deve trovare riscontro
delle forme di dominio, di preservazione, di concezione. E in questo senso è,
per loro, il meccanismo di (dominio) più adatto in questo momento storico. In
questo poi può darsi che cambieranno le esigenze più avanti, come sono state
cambiate in precedenza. Ma in questo momento la sionizzazione dello Stato, la
sionizzazione della Sovrastruttura, non solo dello Stato, ma nella narrazione
delle ideologie e della cultura, è un meccanismo che gli “funziona”. Soprattutto
a ciò che viene inteso come imperialismo occidentale, nella realtà e, in questo
senso, per le istituzioni di questo Stato. Ieri, per esempio, ho partecipato ad
un convegno a Roma che prendeva sempre in esame questo argomento. Per la
situazione attuale veniva un proposta e riproposta una dualità: se lo Stato
fosse un elemento sovranazionale o lo Stato fosse un elemento nazionale, se uno
primeggiasse. In realtà non va messa in atto questa dualità a “esclusione”,
perché è come che se noi dicessimo sul caso “nazionale” che l’autonomia
differenziata riservata alle Regioni va in conflitto aperto, contraddittoria e
antagonista con lo stesso Stato nazionale. Stessa cosa è come dire che l’Italia
può entrare di per sé in conflitto aperto con la NATO, con l’Unione Europea.
Oggi i meccanismi di integrazione (di Sovrastruttura) riflettono la Struttura:
se la Struttura è multinazionale, anche la Sovrastruttura rifletterà questo
meccanismo e in questo senso, ciò è emerso con forza ed è “leggibile” nella
ridefinizione di questa Sovrastruttura. Ripeto, già gli interventi che mi hanno
preceduto l’hanno messo in risalto negli aspetti repressivi, nelle aspetti
tecnologici, negli aspetti della comunicazione e in tutti gli aspetti per cui
l’elemento sovrastrutturale nient’altro riflette questo rapporto (strutturale)
di dominio delle multinazionali. Questo è un dato che noi dobbiamo analizzare e
tener presente in quello che facciamo. Si diceva all’inizio, non cadiamo nella
trappola di credere che i nuovi dispositivi, i nuove decreti, i nuovi disegni di
legge securitarie, ci portano nella logica della fascistizzazione dello Stato.
Non è così. Non lo è perché poi vedremo, quando analizzeremo i vari disegni di
legge più specifici – Gasparri, Delrio, eccetera -, che non vengano ripresi
anche degli spunti da quella che, addirittura, era la legislazione fascista. Ci
sono nel Disegno di Legge, riferimenti direttamente al Codice Rocco, per cui non
è questo il problema, è politico. Se noi parliamo di fascistizzazione, apriamo
alla convinzione – e questo ieri nell’altro Convegno un po’ ha fatto capolino –
il fatto che se noi diciamo che lo Stato è “fascistizzato” perché il governo
Meloni ha quel tipo di matrice, significa che poi ci consegniamo mani e piedi
all’altra componente dello Stato, quella della finta opposizione, che poi ci
utilizzerà, ci manipolerà proprio nel momento, guarda caso, di una campagna
elettorale già avviata. Per cui cadremmo nella trappola nella quale invece noi
non dovremmo cadere, perché non ci spiega poi il contenuto, ma anche perché
smentisce il contenuto della fascistizzazione di una “fazione” (istituzionale).
Qui è lo Stato che si sta ridefinendo, chi ha firmato l’ultimo Decreto Legge
securitario emanato, ma anche tutti quegli altri che l’hanno preceduto è stato
Mattarella. Mattarella non è un Capo di governo, è il Capo dello Stato,
rappresenta lo Stato e rappresenta teoricamente, secondo la loro Costituzione,
quello che dice si può fare e non si può fare dal punto di vista dello Stato. Ma
guarda caso non compare nella critica, nella denuncia che le finte opposizioni
fanno di questi Disegni di Legge, di questi dispositivi securitari. (Ieri)
dicevano che è una boutade propagandistica del governo Meloni e non chiarivano
bene il fatto che Mattarella ha firmato, ossia il Presidente della Repubblica,
ci ha messo il sigillo dello Stato. Questi sono leggi dello Stato, non è la
politica “governativa”. Non a caso gli veniva detto che questa dinamica
rappresenta una continuità con le dinamiche securitarie precedentemente messe in
atto. In questo senso noi dobbiamo analizzare ciò che avviene nella logica che è
lo Stato dominante, lo Stato imperialista delle multinazionali, che applica
questa sua ridefinizione, che norma se stesso e si adatta a difesa di se stesso.
Faccio un esempio banale: “la difesa di se stesso” prima si diceva, molto
interessante, che uno degli hub di dominio e di ricatto, di dossieraggio che è
stato impiantato è stata pedo-land di Epstein. “Questi” hanno costruito un
gigantesco bordello, dove le élites, soprattutto quelle occidentali, si andavano
a “rifocillare” secondo i loro criteri da depravati. Vengono fuori tre milioni
di email – dicono loro, per cui saranno minimo il doppio… -. Vengono fuori
decine di migliaia di video, fotografie, immagini che verificano tutto. Viene
fuori che ci sono migliaia di vittime. Quanti sono gli arresti? Zero. Per cui in
questo senso il sistema difende se stesso. Questo su un aspetto specifico, ma
questo lo rifà anche su tutto l’aspetto generale dello scontro di classe e dello
scontro contro i popoli oppressi, in questo senso c’è una segno di continuità.
Quello che è stato sperimentato in Palestina adesso viene “Chiavi in mano”
venduto all’Occidente. Non a caso venivano descritti casi in precedenza.
“Questi” arrivano, che ne so, sulla polizia locale: devo far funzionare in una
certa maniera, arrivano gli istruttori o se ne vanno a Tel Aviv e “chiavi in
mano” gli danno una sovrastruttura funzionale. Un pacchetto di modalità che
hanno già sperimentato sulla pelle del popolo palestinese, funziona ora per
l’ICE. L’ICE è nient’altro, adattato alla realtà statunitense, quello che l’IDF
ha sperimentato nei territori occupati di Palestina. Nient’altro, anche
l’approccio, anche il modus, l’avete visto tutti, del “prima ti sparo, poi ti
chiedo che stai facendo…”. Questo (i sionisti) lo fanno quotidianamente coi
palestinesi, lo abbiamo denunciato per tanto tempo negli ultimi due anni. E’
diventato un refrain sul genocidio, eccetera. Questo è il concetto di
sionizzazione. Qui voglio chiarire che non ci deve essere l’equivoco che pensano
che adesso, quando nominano i ministri, questi giureranno sulla Torah. Questa è
una idiozia. Il sionismo e l’ebraismo ormai sono due cose che non c’entrano
l’una con l’altra. Può essere, può esserci un ebreo antisionista, come può
esserci un cristiano evangelico sionista, per cui questa è una trappola politico
ideologica. L’ebraismo non c’entra più niente col sionismo. Il movimento
sionista è, guarda caso, la base del la razzializzazione, l’Apartheid classista.
Perché pure il cosiddetto odio verso i poveri è un “Apartheid razzista”, per cui
il dispositivo securitario aumenta e si approfondisce sulle classi subalterne e
si autoassolve sulle classi dominanti. Per cui i tipici reati delle classi
dominanti vengono tutti depenalizzati, i tipici, tra virgolette, reati delle
classi dominate vengono tutti appesantiti, vengono su tutti inasprite le pene.
Questo è il concetto di sionizzazione. Il concetto di sionizzazione è dare il
via libera al fatto del nuovo neocolonialismo. E’ “voglio un pezzo di Siria”,
vado entro e me lo prendo; “voglio un pezzo di Libano” , vado entro e me lo
prendo. “Voglio la Groenlandia”, vado dentro e me lo prendo. Devo assassinare il
segretario di Hamas a Teheran, ok, “sdoganizzo” il precedente e dopodiché mi
vado a prendere il Presidente del Venezuela come voglio. Questo è la uniformità,
omogeneizzazione dei criteri del dominio delle classi dominanti a livello
internazionale. È con questo noi abbiamo a che fare e con questo noi avremo a
che fare. Ovviamente adesso passo invece a un all’aspetto più specifico, che è
questa storia dei dell’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo. Questa
è formulata così, ma in realtà è la difesa del processo di sionizzazione dello
Stato imperialista, per cui in questo senso non è casuale e alcuni dati andiamo
ad analizzarli. Uno, “chi” è la fonte del DDL? Tutti, diciamo tutti, i disegni
di legge che sono stati presentati con l’articolo 1 dice: “dobbiamo considerare
antisemitismo con la definizione proposta dall’IRHA (International Remembrance
Holocaust Alliance,) che è di fatto – qui ho portato l’immagine da “chi” è
composta quest’IRHA -, praticamente, la NATO allargata all’Australia,
all’Argentina e Israele. Eccoli qua, questi 34 paesi, la NATO allargata: in
questo senso loro spacciano per un board internazionale mondiale, la NATO
allargata a altri tre paesi. In cui l’ispiratrice, ovviamente, è l’entità
sionista. Questa dice che antisemitismo da questo momento in poi deve essere
definito in una certa maniera. Ma perché hanno bisogno di questo? Perché
soprattutto in Occidente – va detto, una piccola medaglietta che ci possiamo
tutti mettere con soddisfazione… -, hanno perso la battaglia della narrazione di
ciò che è successo dal 7 Ottobre in poi. L’hanno persa la gran parte. L’autunno
scorso è stata proprio la fotografia plastica di questa sconfitta. Dove in circa
10 giorni, centinaia di migliaia, se non qualcuno dice un milione di persone, il
4 ottobre è sceso in piazza chiaramente dicendo: “Che sapeva da che parte stare:
Palestina libera dal Fiume fino al Mare”. C’eravamo praticamente tutti,
l’abbiamo visto, per cui un è posizionamento che ha infranto una narrazione che
si è scontrata con un sentimento diffuso e che ha smontato quello che invece il
100% dei dei mezzi di comunicazione di mass-media hanno “raccontato”. Questo li
ha spaventati, ossia che il meccanismo di comunicazione e controllo che lo Stato
imperialista ha adottato negli ultimi due anni non ha funzionato e loro sperano
che con dispositivi legislativi molto più aggressivi possono andare contro ed
intimorire. Il che avverrà, come già abbiamo sentito negli interventi
precedenti, interverrà in questo senso, ma sarà solo un problema di shock
iniziale e poi dovremmo noi trovare il modo di adattarci in tal senso. Delrio,
nel presentare il suo DDL, è molto chiaro e spiega perché lo sta facendo. Ha la
bontà di dirci chiaramente, di parlarci chiaramente. Il problema di questa
necessità di equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo è legato al fatto
che abbiano subito delle, lui non le chiama, sconfitte, degli avvenimenti
gravissimi in cui sono stati messi in discussione. Fa l’elenco: il 5 ottobre
2024, il 25 aprile 2025, il 27 gennaio 2025, dove sono stati messi in
discussione quei divieti sui contenuti che venivano imposti. Quindi nelle
costruzioni politico demagogiche che loro hanno preparato, li elenca e dice “in
base a questo dobbiamo necessariamente fare questi passaggi (DDL)”. Ovviamente
(Delrio) poi va in soccorso di Gasparri, insieme hanno provato una sorta di mini
“compromesso storico” per dare soddisfazione alla Di Segni prima, alla senatrice
Segre poi, che chiedevano un ampio spettro parlamentare per approvare questo
Disegno di Legge. Va in “soccorso” perché dice di fatto a Gasparri: “Gasparri,
però sei stato incompleto, perché se noi non ci occupiamo di militarizzare in
termini di contrasto all’antisemitismo, la scuola e i mezzi di comunicazione:
sta cosa non funziona, questo è chiaro”. Venendo da una formazione piccista, sa
che l’egemonia nel meccanismo di dominio è una è una parte fondamentale, per cui
lui chiaramente indica qual’è la strada per completare, affiancare alle leggi
repressive dei meccanismi di controllo egemonico. La prova della sperimentazione
di questo “disegno” sono stati gli avvenimenti al liceo Righi, dove la
(sionista) Di Segni è stata garantita l’effettuazione di una conferenza
apologetica dell’IDF. Lei lo ha rivendicato proprio nella sua presenza, scortata
da un plotoncino di Digos e polizia che persino ha impedito agli studenti di
partecipare al suo discorso. Questo in barba al fatto che nello stesso DDL che
Delrio presenta, si dice che “per obbligo di legge”, in tutte le iniziative
sulla Palestina, quelle poche che vi faremo fare, dovranno essere sempre fatte
in presenza di contraddittorio. Ossia: “se viene un giovane palestinese, mi ci
devi mettere accanto un Riccardo Pacifici, per esempio, o mi ci devi mettere una
Di Segni…”. Questo secondo loro è “l’equilibrio della cosa”. Oppure Delrio e
Gasparri dicono che dentro la scuola dovrà vigere l’obbligo di delazione, ossia
di fronte al fatto che se qualcuno inneggia a Palestina Libera!, inneggia al
fianco della Resistenza!, tutto il personale scolastico sarà obbligato a dire
chi è e a denunciarlo all’autorità. In questo senso l’autorità può essere il
preside o direttamente la polizia, pena sanzione economica o sanzione penale.
Siamo a questo, per cui il controllo della narrazione per loro è proprio dove
vogliono andare a incidere con questi Disegni di Legge. In questo senso diventa
però molto difficile l’applicazione proprio di questi Disegni di Legge e per
questo stanno prendendo tempo, oltretutto perché hanno trovato più resistenza di
quello che hanno immaginato. Il fatto sta che l’IRHA definisce antisemitismo,
per esempio, dire “Netanyahu è uguale a Hitler”. Il problema che loro si pongono
è, ma è antisemita solo dire che “Netanyahu è uguale a Hitler”? Ma invece dire
che “Putin è uguale a Hitler” è antisemita lo stesso? In questo senso diventa un
problema, così come definire “antisemita” chi brucia la bandiera di Israele.
Allora, se l’ebreo che a Tel Aviv brucia la bandiera di Israele è quindi un
“antisemita”? Hanno questo tipo di problemi… Però se uno va bene a scandagliare
dentro questi Disegni di Legge, si rende conto pure che sono una
razzializzazione non solo che fa il controcanto a una razzializzazione
dell’oppressione e dello sfruttamento, ma è anche una razzializzazione del
privilegio, perché queste norme di legge, appunto secondo questi meccanismi,
garantiscono solo una particolare comunità all’interno di una comunità
nazionale. Ossia se tu dici che “Netanyahu è uguale a Hitler” è antisemitismo.
Se tu lo dici di qualsiasi altro non è niente, per cui significa che si
stabilisce per legge, e questo vogliono fare, che c’è una sorta, guarda caso di
un “popolo eletto”, di una “razza eletta”, intoccabile. A ottant’anni dalle
Leggi Razziali, fanno le “Leggi Razziali al contrario”, ossia fanno un impianto
difensivo, un “quadrato” intorno a un’entità occupante, un’entità colonialista,
un’entità razzista, un’entità dell’Apartheid. Perché tutti gli altri si sono
resi conto che è proprio quello che è, per cui che il Sionismo è un movimento
politico di quel tipo: spacciando la sua critica per antisemitismo, cercando di
proteggere i “loro” interessi. Questo è veramenteun vulnus rispetto al dominio
dello Stato, ossia ormai il meccanismo che passa e che vogliono far passare, che
è quello che dovrà definire non solo la fisionomia di chi è il nostro nemico, di
come è fatto, ma quello che dovremmo noi fare e che oggi come oggi anche loro
violano le loro leggi. Faccio un piccolo esempio personale: quando abbiamo
organizzato l’iniziativa davanti al PD, per il 27 di gennaio, “Giornata della
Memoria”, siamo stati convocati e quelli ci hanno detto chiaramente, senza
nessuna ipocrisia: “questa iniziativa non si può fare perché il giorno è
sbagliato, la sede del PD è sbagliata…”. La risposta che noi gli abbiamo dato
dicendo “Non accettiamo questo divieto” perché dal nostro punto di vista quella
data è giusta. Quella data è giusta perché quello è il “Giorno della Memoria”,
non dello sterminio “solo” degli ebrei. È la “Giornata della Memoria dello
sterminio oltre che degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli
antifascisti, dei comunisti. Per cui in questo senso noi rientriamo in quelle
celebrazioni. Abbiamo pieno diritto, mentre “voi” state piegando le leggi stesse
che avete fatto, voi le volete piegare al servizio di un’ambasciata estera e per
cui gli abbiamo detto “non si può fare, noi ci saremo”. Il luogo, abbiamo anche
detto, è proprio quello giusto, perché tra gli ispiratori di questa Giornata c’è
stato proprio quel PD che per “foglia di fico” lo estese in questo termini, ma
dopodiché lo ha piegato alle esigenze dell’ambasciata israeliana e noi abbiamo
detto: “noi ci vedremo là proprio per questo”. Come dire, dovremmo sempre
sforzarci di smascherarli in questo senso. Quindi il problema non è che il
governo di destra fa dei disegni di legge liberticidi, è lo Stato italiano che
fa dei disegni di legge liberticidi. Su questo voglio sottolineare chi ha
assunto le linee guida dell’IRHA come “Strategia Nazionale di contrasto
all’antisemitismo” non è stato il governo Meloni, ma è stato il governo Conte,
il Secondo. Subito dopo che ha sostituito il governo Conte-Salvini, col governo
Conte-Bersani, se non erro, o chi era a quell’epoca il Segretario (del PD), non
lo so. Comunque il governo M5S-PD, uno dei primi atti dopo l’insediamento di
quel governo fu proprio l’assunzione da parte del governo di quelle linee guida.
Era il gennaio del 2020, non il gennaio del 2026, questo va ricordato quando c’è
e ci sarà da discutere. È da “sinistra” che è arrivata questa cosa, da
“sinistra” come definito nell’arco parlamentare, è venuta. Questa cosa non è
arrivata da “destra”. Questi (la “destra”) hanno anche gioco facile nel dire:
“io ho recepito solo quello che voi (“sinistra”) già avete introdotto. Io ho
avuto solo il coraggio di farlo diventare una legge dello Stato, invece voi
l’avete avuto”. E voglio anche sottolineare a chi fa capo il “Coordinamento
della strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo”. Dici: “ci sarà il
solito politico di turno abbastanza sgamato?” No, visto che loro lo vedono come
un processo repressivo, ci hanno messo un generale dell’Arma dei Carabinieri,
dei Reparti Operativi Speciali (ROS), che aveva seguito le indagini di Biagio e
D’Antona. Per cui quando tu usi un generale dei carabinieri dei reparti speciali
che ti dice in piena audizione, “per noi questa storia è un problema di
sicurezza nazionale…” e il senatore Giorgis che ha presentato l’ultimo Disegno
di Legge per conto del PD e, c’è proprio la videoconferenza, gli risponde:
“siamo perfettamente d’accordo…”, questo è contro cosa noi ci troveremo a che
fare, e vado quindi alle conclusioni.
Questi passaggi, questi ridefinizione della Sovrastruttura in termini coercitivo
e repressivo, ancora più di quello che era, ci pone di fronte a un problema.
Siamo passati, questo veniva detto all’inizio, siamo entrati nella fase dello
“Stato di guerra e polizia”, dello “Stato di guerra e polizia” qua, non in
Palestina, per cui in questo senso il nostro “che fare?” sarà condizionato da
questa consapevolezza. Non si tratterà più di supportare la Resistenza
palestinese che eroicamente resiste nella Palestina occupata. Qui ci sarà da
organizzare la nostra Resistenza. Qui dove viviamo, perché avremo a che fare con
dei dispositivi che metteranno seriamente in discussione la nostra agibilità
politica. Siamo entrati in una fase in cui, in previsione di una manifestazione,
squillerà il nostro cellulare e l’altra parte del telefono ci sarà qui il
Commissariato Tal dei Tali: “Lei è convocato presso il nostro commissariato. La
cella la sta aspettando per 12 ore, perché lei non può andare con i suoi
precedenti alla manifestazione…”. Per cui noi saremmo messi in gabbia prima di
aver commesso il reato. Questa è un’operazione pesantissima, che ovviamente
deriva dall’esperienza fatta sulle spalle dei palestinesi in Palestina, e che
oggi è diventato una realtà qui, in questo paese. Oppure verrà il divieto di
manifestazione, di assembramento, di riunione,nel momento in cui verrà sancito
il fatto che ci sono dei contenuti che non riflettono la narrazione di Stato,
che non riflettono la narrazione delle classi dominanti, per cui il divieto sarà
preventivo, appunto il ” 27 gennaio vi diamo il divieto perché la giornata non
si può fare, il luogo non si può fare” perché non si può fare quella
manifestazione, il “giorno degli ebrei”, come dicono loro. E non si può fare
tanto meno davanti al PD, perché quello è il partito dello Stato, che ne
rappresenta una chiara articolazione politica, per cui questa resistenza va
costruita e non solo. La difesa della solidarietà alla Resistenza palestinese,
ma va organizzata la Nuova Resistenza che in questa fase è necessaria, per poter
garantire i termini di agibilità che ci verranno tolti se noi rimaniamo passivi.
Grazie.
Rete dei Comitati e Collettivi di lotta
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https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/41-bis-carcere-di-guerra/
41-BIS, CARCERE DI GUERRA
Questo intervento, fatto “a braccio” durante il convegno, registrato e poi
trascritto, compare qui in una versione leggermente rielaborata e arricchita. Il
compagno che l’ha pronunciato ci tiene a confessare il proprio debito verso i
lavori (alcuni dei quali reperibili sul web) del sociologo Charlie Barnao,
principale fonte utilizzata per ricostruire le origini della tortura
contemporanea su cui si basano i regimi di isolamento torturativo come il
41-bis.
Ciao a tutti, ho molto piacere di essere insieme in questo convegno così ricco
di idee e tensioni. Per presentarmi, sono un compagno anarchico, vivo in
Trentino da diversi anni e faccio parte di Sabotiamo la guerra, che è
un’assemblea di compagni anarchici che si riunisce già da prima del 7 ottobre
2023, a partire dalla questione della guerra imperialista in Ucraina.
Quest’assemblea ha cercato di stimolare una mobilitazione contro lo stato di
guerra che a questo punto deve diventare anche una mobilitazione contro la
repressione, come si sta cercando di fare appunto in queste giornate. Il titolo
del mio intervento è «41-bis, carcere di guerra». Forse dovrei completarlo
aggiungendo: «DNA, Direzione Nazionale Antimafia (divenuta nel 2015 anche
“Antiterrorismo”) come tribunale di guerra». Siccome non si può affrontare tutto
insieme, devo partire chiaramente dal primo corno del problema. In che senso il
41-bis è un carcere di guerra? Io credo che lo si possa chiamare così, senza
particolari enfasi, ma con un atteggiamento tutto sommato descrittivo, da due
punti di vista. Il primo punto di vista è che il 41-bis – lasciando un attimo da
parte i suoi precedenti, il noto articolo 90, l’isolamento utilizzato contro i
compagni, eccetera – il 41 bis, per come lo conosciamo oggi, nasce come risposta
dello Stato a una guerra: la «seconda guerra di mafia» che insanguina la Sicilia
tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, e in particolar modo la guerra che a un
certo momento una delle due fazioni, quella dei cosiddetti «corleonesi» di Totò
Riina, comincia a muovere allo Stato: prima con i famosi «omicidi eccellenti»
(ad esempio Piersanti Mattarella), e poi gli attentati di Capaci, di via
D’Amelio, di via dei de’ Georgofili e così via. Chiaramente si tratta di una
stagione oscura che qui non possiamo approfondire e sarebbe probabilmente molto
difficile farlo, però io credo che almeno un aspetto lo si possa dire con una
certa sicurezza, no? A quella criminalità organizzata, quella parte della
criminalità organizzata che non voleva più, come dire, agire come un partner
dello Stato, ma che voleva comandare sul territorio anche contro lo Stato (o
contro sue determinate componenti), lo Stato stesso reagisce passando da quello
che i giuristi chiamano «diritto ordinario» al «diritto penale del nemico». Un
passaggio che in termini, diciamo, più “terrestri”, possiamo chiamare da una
logica di contenimento di un fenomeno a una vera e propria logica di
annientamento. Questo lascia sul terreno tutta una serie di istituzioni con cui
oggi ci troviamo e ci troveremo sempre di più a fare i conti. Una è il 41-bis,
dove, come tutti sappiamo, da diversi anni sono rinchiusi tre compagni
comunisti, mentre da meno tempo vi è rinchiuso il compagno anarchico Alfredo
Cospito. L’altra istituzione che nasce in quel periodo è appunto la Direzione
Nazionale Antimafia, che ritroviamo sempre più spesso schierata contro di noi.
Ad esempio l’inchiesta che ha portato agli arresti di Hannoun e gli altri è
coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
C’è però un secondo aspetto per cui il 41-bis si può definire un carcere di
guerra. Ed è il fatto che sostanzialmente i regimi di isolamento sono dei veri e
propri regimi di tortura bianca, di quella che viene proprio tecnicamente
definita «tortura senza contatto», che è stata teorizzata e approntata dai
servizi segreti statunitensi, dalla CIA in particolare. In combutta spesso con i
servizi segreti francesi all’interno della nota scuola delle Americhe di Fort
Amador, inaugurata accanto al Canale di Panama nel 1946, in un momento preciso
che è l’inizio della guerra fredda. È stato accennato in interventi precedenti
come di fatto l’esercito sia un vero e proprio incubatore e una vera e propria
officina di tecnologie e tecno-scienze di vario tipo. Schematicamente possiamo
dire che se i protagonisti delle due guerre mondiali sono stati gli ingegneri e
i fisici (con il progetto Manhattan), grandi protagonisti della guerra fredda
diventano gli psicologi. In particolar modo gli psicologi comportamentisti e gli
antropologi. Perché? Perché in quel momento lì, il secondo dopoguerra e l’inizio
della guerra fredda, che è un momento di rilancio dell’imperialismo a livello
mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme si trovano sempre più
spesso a combattere delle guerre asimmetriche. Quindi in contesti che sono
diversi dalla guerra di trincea, o dalla guerra tecnologica a distanza tramite
l’uso del bombardamento, e in cui gli Stati imperialisti, dall’attacco alla
Corea nei primi anni Cinquanta alla guerra del Vietnam, passando per l’America
Latina, si trovano sempre più spesso ad affrontare dei movimenti di guerriglia
che si confondono con la popolazione. Con l’apporto, lo ripeto, soprattutto
degli psicologi comportamentisti e degli antropologi, si cominciano a sviluppare
delle tecniche che mirano da un lato ad addestrare un tipo di soldato che sia
assolutamente lucido, spietato, automatico nell’eseguire gli ordini in guerre in
cui sempre più spesso si trova a fronteggiare direttamente la popolazione; e
dall’altro lato si comincia ad approntare delle tecniche di tortura più
raffinate che potenzialmente destino meno scandalo, non lasciando segni o
lasciando meno segni sui corpi dei prigionieri; e che sappiano, viceversa,
penetrare profondamente all’interno della psicologia delle persone interrogate,
così da portarle a cedere. Questo tipo di tortura, che ha alla base la stessa
logica del moderno addestramento militare, viene codificato all’interno dei
manuali della CIA. Ce ne sono due in particolare: il Kubark, che è del ’63, e lo
Human Resource Exploitation Training Manual, che è del 1983. (Il “manuale delle
risorse umane”. Notate il linguaggio manageriale?). In cosa consiste il tipo di
tortura che vi viene teorizzato? Si potrebbe veramente dire con le parole di
Orwell in 1984: prendere un cervello, smembrarlo e ricomporlo secondo le
esigenze desiderate, inducendo nel prigioniero un processo di regressione
infantilizzante. In che senso? Nel senso che tutti noi, crescendo, abbiamo
acquisito delle abilità sociali. Questo tipo di tortura consiste nel far perdere
al torturato le capacità relazionali apprese, portarlo a regredire verso
l’infanzia, riducendolo sostanzialmente a un “bambino” che ha come unico punto
di riferimento il suo torturatore, al quale prima o poi cederà le informazioni,
o comunque ciò che il torturatore vuole ottenere in un determinato momento. Ora,
in cosa consistono a livello pratico queste forme di torture senza contatto?
Prima di tutto in forme di isolamento e di sradicamento del prigioniero dal suo
contesto. Capite che ci si sta avvicinando alla dimensione del 41-bis, no? Per
capire un po’ questo tipo di meccanismo, e la sua analogia con l’addestramento
militare, potete pensare alla prima parte del film Full Metal Jacket (che ha
ricevuto i complimenti dell’esercito USA per la precisione con cui mostra
l’addestramento dei Marines). Pensate al sergente Hartman – che nel film è
interpretato da un vero istruttore militare – che urla alle reclute: «Voi qui
dentro non siete nessuno, qui vige l’uguaglianza perché nessuno conta un cazzo!»
Quella è la fase in cui, fondamentalmente, il prigioniero è portato a perdere i
propri punti di riferimento. Nella tortura (e nel 41-bis) lo si fa isolandolo,
lo si fa mantenendolo in ambienti assolutamente silenziosi, lo si fa
incappucciandolo. Lo si fa anche – è banale ma è allo stesso tempo interessante
notarlo – quando si arresta qualcuno nelle prime ore del mattino: è per questo
che le retate molto frequentemente avvengono alle ore piccole. Quella è
esattamente una tecnica studiata all’interno dei manuali della CIA.
Qui vi leggo un pezzettino perché è interessante. Questo è lo Human Resource, il
“manuale delle risorse umane” dell’83 cui accennavo prima: «Le modalità e i
tempi dell’arresto dovrebbero essere pianificati in modo da cogliere il soggetto
di sorpresa e provocargli il massimo livello di disagio mentale. La maggior
parte dei soggetti arrestati nelle prime ore del mattino sperimentano sensazioni
intense di shock, smarrimento e tensione psicologica e provano grandi difficoltà
ad adattarsi alla situazione. È molto importante che quanti eseguono l’arresto
agiscano con un’efficienza tale da sorprendere il soggetto.» Questa, diciamo, è
la prima fase. La seconda fase, quindi quella “torturativa” vera e propria,
consiste soprattutto in tecniche di disorientamento del soggetto e tecniche di
umiliazione. E qui si arriva proprio al 41-bis. Facciamo un esempio. Non so se
vi è capitato di vedere qualche speciale sul 41-bis alla televisione. Ne ho
visto uno in cui si vede che i detenuti svolgono i colloqui all’interno di
apposite celle a cui si arriva attraverso «corridoi di disorientamento». Li
chiamano proprio così. Ufficialmente questo serve a disorientare i parenti dei
detenuti, perché magari potrebbero in qualche maniera veicolare delle
informazioni eccetera. In realtà, come dire, la loro funzione è produrre il
massimo disorientamento possibile in chi si trova internato. O ancora: tecniche
di umiliazione: voi pensate che cosa significa non solo stare in quella che è di
fatto una cella di deprivazione sensoriale, con le bocche di lupo alla finestra,
non riuscire a vedere il sole. Quanto all’umiliazione: essere ripresi 24 ore su
24 da una telecamera è assolutamente una condizione umiliante, no? E gli esempi
chiaramente potrebbero continuare, ma non voglio fare un tour dell’orrore.
Voglio che ci dotiamo di alcuni concetti che potranno servirci nella lotta.
Torniamo all’Italia e torniamo a quello che succede tra gli anni ’80 e gli anni
’90. L’antenato del 41 bis è l’articolo 90, quello che istituisce le carceri
speciali per i compagni negli anni ‘70. È chiaramente un prodotto di queste
strategie della guerra fredda. Si ispira fondamentalmente al modello tedesco, al
carcere di Stammheim, che era un modello pensato di concerto con la CIA da parte
della Repubblica Federale Tedesca. Passata l’emergenza “terrorismo”, con la
riforma Gozzini, nel 1986, il carcere speciale ha una seconda vita: si arriva al
41-bis, che nella sua prima formulazione viene previsto esclusivamente per le
rivolte. Nel periodo della guerra tra Cosa Nostra e lo Stato italiano si
comincia a discutere dell’uso del 41-bis contro i mafiosi, dicendo all’inizio
che sarebbe rimasto solo ed esclusivamente per un periodo di tempo limitato, e
solo ed esclusivamente per Cosa Nostra. Ovviamente con gli attentati di Capaci e
di via D’Amelio succede tutt’altro. Cadono le ultime perplessità garantiste:
all’inizio anche una certa sinistra istituzionale ne aveva parecchie di fronte a
quello che è di fatto uno strumento di tortura. E si comincia, come dire, ad
utilizzare sistematicamente il 41 bis non solo nei confronti di Cosa Nostra e
nei confronti delle grandi organizzazioni. Ma di fatto verso ogni forma di
criminalità organizzata. Badate bene anche questo concetto: quando si parla di
mafia al plurale, e si dice «le mafie», viene messa in piedi una certa retorica.
Una volta, una piccola banda di rapinatori, di spacciatori, di taglieggiatori,
non era immediatamente assimilata alla mafia. A partire da quel periodo, la
categoria «mafia» diventa una parola-contenitore che viene applicata a fenomeni
molto diversi.
Contemporaneamente si crea la DNA. Inizialmente anche la DNA non desta poche
preoccupazioni tra le “anime belle” garantiste. Perché? Perché fondamentalmente
la DNA è, come dire, un corpo dello Stato in cui la magistratura, o meglio una
certa parte della magistratura e gli apparati di polizia, servizi segreti
compresi, si incontrano ai più alti vertici ed eseguono operazioni pianificate
di concerto. I giuristi, a suo tempo, fecero notare come questo di fatto violava
alcune basi fondamentali del cosiddetto “stato di diritto”. Per dirne almeno un
paio: il principio di competenza territoriale (quello per cui si è giudicati da
un tribunale del territorio in cui è stato commesso il reato) e, di fatto, il
principio della separazione dei poteri. Al di là degli aspetti giuridici, quello
che a noi interessa e che dobbiamo capire è che siamo in presenza di un apparato
giudiziario che opera in strettissima relazione con le alte sfere della politica
e con gli apparati di sicurezza. E che quindi da un lato tende a favorire
determinati interessi politici, e dall’altro a… trovare quello che cerca. Come
non si stancava di ripetere Malatesta, «l’organo crea la funzione». Per poter
giustificare la sua esistenza, l’Antimafia deve trovare “la mafia”… o, al
plurale, “le mafie”. Ora, se noi consideriamo che nel 2015 la Direzione
Nazionale Antimafia è diventata anche “Antiterrorismo”, capiamo che questa
logica, quella dell’organo che crea la funzione, la troveremo sempre più spesso
schierata contro di noi. Non solo perché ormai la categoria di “terrorismo” è
sempre più usata contro qualsiasi lotta sociale. Ma anche perché, per esistere,
quello che è di fatto un “tribunale speciale antiterrorismo” deve pure trovare
dei presunti “terroristi” da combattere.
Faccio un esempio che chiarirà questo ragionamento. Probabilmente tutti sapete
chi è Federico Cafiero De Raho. Magistrato capo della DNAA fino a non molti anni
fa, e adesso parlamentare 5 stelle, Cafiero De Raho nei primi anni 10 di questo
secolo è forse il personaggio che più ha spinto perché la DNA diventasse anche
«antiterrorismo». Sapete perché? Perché in quel momento il governo italiano è
alle prese con la crisi libica, ed ha bisogno di un pretesto per imbastire,
sotto l’egida dell’ONU, delle missioni militari in Libia, così da fronteggiare
in qualche modo l’ingerenza francese nella ex colonia italiana. È così che De
Raho comincia a sostenere un suo personale teorema sugli sbarchi di emigranti
dalla Libia: questi sarebbero organizzati da “mafie africane”; i cosiddetti
“scafisti”, che spesso non sono altro che i poveracci al timone delle
imbarcazioni, o quelli che al momento dello sbarco vengono indicati come i
timonieri dai loro compagni di sventura, sarebbero “trafficanti di esseri umani”
e “mafiosi”; infine, per chiudere il cerchio, le imbarcazioni trasporterebbero
“terroristi islamici”. Tutte sciocchezze, ovviamente, ma che permettono alla
DNAA di giustificare la propria esistenza e al contempo di servire il governo
italiano nelle sue manovre imperialiste.
Ebbene, De Raho è ancora a capo della DNAA quando, nel 2019, questa coordina due
inchieste contro compagni anarchici, «Scintilla» a Torino e «Renata» in
Trentino. In quel periodo tre compagne anarchiche (Anna, che si trova ancora in
carcere, Agnese e Silvia) vengono trasferite nel carcere dell’Aquila, ovvero nel
carcere-simbolo del 41-bis, in una sezione Alta Sicurezza creata apposta per
loro. Non si trattava quindi di una sezione 41-bis, ma per tutta una serie di
motivi – in primis perché era gestita dai corpi speciali del GOM – le loro
condizioni di detenzione erano molto simili ad esso. Le compagne entrano quindi
in sciopero della fame per la chiusura della sezione e dopo circa un mese, anche
grazie alla mobilitazione di noi fuori, vincono la battaglia e sono trasferite
in altre carceri. Si è trattato, a mio parere, di un’importante vittoria. In
Trentino, durante quella mobilitazione, abbiamo infatti letto quella vicenda
come un “test” di applicazione del 41-bis a compagni e compagne. Credo che i
fatti successivi ci abbiano dato ragione. Nel luglio 2020, infatti, De Raho
pronuncia in Parlamento, davanti alla Commissione Antimafia, uno strano discorso
in cui da un lato parla della necessità di estendere e rafforzare il 41-bis, e
dall’altro accosta più volte anarchici e mafiosi, che si sarebbero alleati per
creare rivolte fuori e dentro le carceri (come le rivolte carcerarie all’inizio
del lockdown nel marzo 2020). [si veda qui:
https://ilrovescio.info/2020/07/15/piu-che-unantifona-un-programma/] Neanche due
anni dopo questo discorso, a maggio 2022… Marta Cartabia firmava il
trasferimento di Alfredo Cospito in 41-bis. Conosciamo il resto della storia, in
cui il teorema dell’assurda, impossibile, improponibile alleanza tra “anarchici
e mafiosi” viene riproposto dal duo Donzelli-Delmastro contro lo sciopero della
fame di Alfredo e la mobilitazione solidale contro 41-bis ed ergastolo ostativo
a fianco del compagno…
Ora, se voi pensate che la categoria di “terrorismo” è sempre più utilizzata
anche per indicare le manifestazioni, come abbiamo visto dopo gli scontri dello
scorso 31 gennaio a Torino; se pensate che si sta parlando sempre più
disinvoltamente di «terrorismo di piazza», categoria molto cara a Salvini e alla
Lega… capite dove stanno andando a parare questi signori. Sto dicendo che ci
metteranno tutti in 41-bis dopodomani? No, sto dicendo però che anche il 41-bis
potrà rientrare sempre più spesso in una panoplia repressiva che usa una grande
varietà di mezzi contro antagonisti e rivoluzionari e crea già grossi
impedimenti. E che verrà quindi usato come massima minaccia contro chi non si
rassegna a questo stato di cose: verso chi continuerà a lottare adottando anche
forme più radicali, visto che le altre saranno sempre meno permesse. Questo,
ovviamente, se non ci metteremo in mezzo. Con la lotta per Alfredo nel 2022-23 e
con quella per le compagne rinchiuse all’Aquila nel 2019, abbiamo dimostrato che
è possibile.
Quindi che fare?
Siamo in un momento in cui le questioni da affrontare sono tante. Cercare di
ricondurle alla guerra, che è l’orizzonte del nostro presente, è necessario e
sacrosanto. Tanto per cominciare, anche nelle piazze contro la guerra non
possono e non devono mancare, a mio avviso, i nomi di Alfredo Cospito e di Nadia
Lioce, di Roberto Morandi, di Marco Mezzasalma, compagni delle Brigate Rosse
rinchiusi in 41-bis.
Sono chiaramente discorsi scomodi e difficili, perché siamo costretti a muoverci
in mezzo a una retorica del “bene contro il male”: se la mafia è il male
assoluto, allora l’antimafia è il bene, quindi non si può parlar male
dell’antimafia. Dobbiamo fare questo sforzo e passare, come dire, dalle analisi
che ci facciamo tra di noi a delle parole d’ordine semplici che facciano capire
alla gente come questi apparati dello Stato, 41-bis e DNAA, sono schierati
contro noi sfruttati, contro le lotte e contro la possibilità di un futuro
diverso.
Se siamo qui sul banco delle/degli imputate/i è perché abbiamo scelto di lottare
contro il 41bis e l’ergastolo, al fianco e in solidarietà con Alfredo Cospito,
rinchiuso nel maggio 2022…
Ad Harraga – trasmissione in onda tutti i venerdì dalle 15 alle 16 su Radio
Black Out – proviamo a ricostruire, con due compagne di Milano, gli ultimi
omicidi per…
La puntata di Harraga del 13.2.26 è iniziata con una carrellata di brutte
notizie. Partendo dall’ennesima morte di CPR, questa volta nel lager di Bari
Palese, di Simo Said (al…
Come più volte è stato ribadito ai microfoni di Harraga – trasmissione in onda
ogni venerdì dalle 15 alle 16 su radio Blackout – la decina di CPR diffusi
lungo…
Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due
testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria
tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il
presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del
colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di
un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare
per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole
farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma
una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché
«imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo
uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di
queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza».
Qui in pdf: Darwish
Silenzio per Gaza
Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di
morte, non si tratta di suicidio.
È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.
Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione.
Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio.
È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico.
Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal
filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e
attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non
smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne
interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa,
perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla
fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il
tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma
li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma
un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente
diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza
all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita
all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o
dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della
propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza
e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno
d’immagine.
Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo
bilancio.
Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo
sangue.
Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il
sangue, il sudore, le fiamme.
Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di
commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue.
Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la
gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio
sia per i nemici che per gli amici.
Gaza non è la città più bella.
Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe.
Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo.
Gaza non è la città più ricca.
(Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando,
braccia a noleggio.)
Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una
nazione.
Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più
disgraziata,
la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo
del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza
infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte
queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore
tra tutti noi.
Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la
bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo
cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci
siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo
vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico
aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni.
Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla
scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando
ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i
nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se
rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei
ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha
cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza
nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri
attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno
forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa
e di pianti per le case perdute.
Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari.
(Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.)
Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa
benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto
della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello
dell’insegnante con gli allievi.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla
firma né al marchio di nessuno.
Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza.
Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento
mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un
sorriso stampato.
Lei non vuole questo, noi nemmeno.
La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa
bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la
fragranza femminile delle nostre canzoni.
Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.
Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi.
La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la
distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di
spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese
che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando
sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e
dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e
dissenso, morte e dissenso.
I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su
una piccola isola.)
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza
dichiara che merita di vivere.
Andando straniero per il mondo
A tarda notte il mondo va a dormire.
È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni
della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre
asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via
chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar
Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a
calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente
ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono
capaci di crescere.
A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha
avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità.
Così dorme il mondo.
Così si sveglia il mondo.
Così mi dimentica.
Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando
sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte.
Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha
ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo,
ho cercato di entrare.
“Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?”
“La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.”
“Dove mi hai visto la prima volta?”
“Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e
tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la
tranquillità?”
Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando
me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco.
L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata
alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità.
Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto
rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e
gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina
in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua
solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato
farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato
la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali
dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi.
Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi
saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla
radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza.
Così il mondo va a dormire e mi dimentica.
“Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.”
“Chi l’ha svegliata? Chi è stato?”
“Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.”
“Da dove soffia?”
“Da ogni direzione, dalla patria.”
“Chi ha insegnato loro questo termine desueto?”
“Poeti che cantano al suono del rababa.”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.”
“Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?”
“Ferventi rivoluzionari”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.”
“Chi ha insegnato loro questo termine?”
“L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?”
“Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.”
“Che facciamo?”
“Uccidiamo la memoria.”
Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato
fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un
giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se
avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso
spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in
passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel
Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba
atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena
dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è
saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in
nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano
generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un
connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi
e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto
rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal
globo terrestre perché sono io il terrorista.
Che cosa faceva il mondo?
A tarda notte andava a letto e dormiva.
Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri
del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti?
Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è
che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione
per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i
propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di
combattere per la propria libertà.
Cos’è l’opinione pubblica internazionale?
Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo
termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di
comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie.
Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la
coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e
falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale
occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto
dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione
ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere
schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa
“opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro
sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi.
Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono
che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo
barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa
domanda?
Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far
tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole
giocare e bere.
“Perché svegli il mondo?”
“Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.”
“Perché non muori in silenzio?”
“Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.”
“E una morte urlata?”
“È una causa.”
“Sei venuto a dichiarare la tua presenza?”
“Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.”
“Perché uccidi?”
“Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.”
“Vai all’inferno.”
“Vengo dall’inferno.”
Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?”
“Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono
accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno
esplosivo?”
“Cacciatelo dal cerchio del mondo.”
“Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.”
“Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.”
“Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di
tragedia, rabbia ed esplosione.”
“Un terrorista?”
“Sì, un terrorista disperato.”
Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della
morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero
un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la
disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare
la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di
suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza,
questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba
protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba
liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora
morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia
schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me
chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del
mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone
e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per
la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale
asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una
paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi.
Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i
bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io
mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di
uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa
dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi
ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre.
Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo:
terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il
mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una
pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia
madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo!
Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò,
so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So
che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete
dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo.
Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da
letto.
La risposta nella città di Minneapolis alla violenza dell’Immigration and
Customs Enforcement (detta ICE), sta riuscendo a mettere in difficoltà le
incursioni delle milizie federali impegnate nei rapimenti e nelle…
Riceviamo e diffondiamo:
Qui in pdf: La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei
palestinesi in Italia
Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi,
Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati
sono stati assolti.
Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano
state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh.
Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro
rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di
terrorismo).
Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne
rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità
dell’impianto accusatorio.
Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente,
erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato
associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della
Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2
del carcere di Melfi.
Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle
richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate
dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio
difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a
questo processo.
Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava
questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa
giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di
Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio
è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la
causa palestinese.
Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze
dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta
alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano
Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito
dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di
drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per
influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a
delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli
imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed
appoggio.
Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si
trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza
che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per
questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente
significativa.
Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad
istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di
provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli
apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della
Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato
i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo
anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è
l’espressione di una precisa volontà politica.
Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di
inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I
casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un
richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in
Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di
accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto
recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea
di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova
e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla
chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al
mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno
dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia).
Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo
successivamente
riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo
all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al
ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA).
In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le
autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e
quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo
per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare
come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di
verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la
tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi
elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti
in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una
diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento
fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della
Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan
ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni
israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia
militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi
trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano
che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro
popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte
Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un
tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo
processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero
sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare
israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?»
Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani
saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino».
Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo
Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è
un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e
non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al
seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto
internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta
evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione
dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i
rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli
interessi economici che legano Italia ed Israele.
Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i
sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante
pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e
l’Europa non sono luoghi sicuri per voi.
In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si
correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del
loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere
liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una
parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire
organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che
vengono scientemente fatte morire di fame e freddo.
Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il
suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo
da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un
passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con
la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo
effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo
combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini.
Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed
Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato
si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia,
le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono
le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello
Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire
l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis.
La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo
capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha
dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi
convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi
interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di
antisionismo con quello di antisemitismo.
Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione
«Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano
sommamente ipocrite.
Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i
palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo
incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria
Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i
cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per
crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre
possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno
li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per
difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate
al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di
circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno
materiale possibile.
Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di
gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA
hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento
del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre
più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di
sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale
padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement
Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense
che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento
utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di
guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed
impossessarsi delle loro risorse.
Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti
della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo
dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali
di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco
militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima
operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha
l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare
nella propria sfera di influenza.
Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo
analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità
con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della
magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi
politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di
stampo coloniale.
Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle
nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni
repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che
hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra.
La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la
ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale,
che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura
di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina.
La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti
episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un
orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un
fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono
emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine.
La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici
forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è
solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di
strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario.
Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici,
omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie
pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione,
attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo
dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso
avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di
questi strumenti offensivi.
L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto
di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari,
per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei
conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di
reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di
beni stranieri.
Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte
quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in
quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere
sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da
cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da
un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere
contro chi detiene il potere.
Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono
l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la
limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare
rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure
d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce
l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei
disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione
degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di
sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto
sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente
l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce
giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i
movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la
Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di
conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i
diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa
aggressione.
Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i
palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il
blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per
affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta
perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa
organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per
uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando
con questa operazione le fantasie più distopiche.
In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione
degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e
manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che
prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa
una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto
la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la
modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione
volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche
un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che
certo non rispettavano la fila…
Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha
sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese
(A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola
d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui
è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si
tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la
sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno
parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere
distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima
necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La
chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un
atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di
Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie
da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio.
Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e
dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere
coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che
siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del
loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a
spada tratta.
Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi
ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire
diversi aspetti che ci legano ad esse.
C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora.
Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la
punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non
siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a
sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare
per noi.
Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza
palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed
il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso
anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche
questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale
all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo
passivo, ma sono parte in gioco.
I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti
della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il
maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro
progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di
Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto
lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e
umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque.
Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina
assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno
dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente
delle cose.
In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla
guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di
sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e
accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per
affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed
autodistruttive della società capitalista.
Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla
repressione.
Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a
Torino
Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action
Per una Palestina libera in un mondo libero.
Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali
In vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali
sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso.
Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di
Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli)
della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni
monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di
sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste,
l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca,
dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza.
Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione
e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli
del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione
del movimento “Donna, Vita, Libertà”.
Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran!
Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta!
Contro i padroni di casa nostra!
Qui in pdf: Materiali Iran
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Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai
Consigli!”
“Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo
iraniano”.
Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle
nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi,
lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue:
Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche
di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai
lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati
fantoccio del regime.
Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di
salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per
gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra
protezione.
Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non
diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i
nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie.
Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi
industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra
contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le
fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere.
Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve
essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah
è finito. Tutto il potere ai Consigli!”
(*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti
impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della
produzione di macchine per l’industria.
=======
Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di
Teheran e delle Periferie
Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente
la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da
disuguaglianze, corruzione e ingiustizia.
Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e
la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone
oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie.
Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e
soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i
licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in
prima linea in queste lotte.
Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle
Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti,
consapevoli e organizzate.
Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei
lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né
affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo.
Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di
organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non
dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli
interessi delle classi dominanti.
Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o
sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati
Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società
civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la
continuazione della violenza e della repressione da parte del governo.
Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non
attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai
diritti del popolo iraniano.
Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e
sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno
ordinato e perpetrato l’uccisione di persone.
Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe.
=============
Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati
nel loro undicesimo giorno.
Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di
polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno
continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.
Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di
25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati
arrestati.
Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini,
sono stati uccisi.
Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401
(settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza
per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti
e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.
Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un
futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà,
l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana.
Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la
disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e
inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da
disuguaglianza, corruzione e ingiustizia.
Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la
partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli
oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e
autoritarie imposte dall’alto.
In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti,
donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i
licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste
lotte.
Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani
sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e
organizzate.
Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via
verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede
nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere,
né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere.
Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di
organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello
nazionale.
Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di
lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti.
Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o
sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati
Uniti e Israele.
Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e
all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la
continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il
potere.
L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non
attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti
del popolo iraniano.
Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e
sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno
ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti.
Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe
La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione
7 gennaio 2026
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed
esterni – Collettivo Roja (*)
(*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto
di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla
spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022
– di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”.
https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives
https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja
Aggiornamento, 9 gennaio
Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto
giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento –
soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo
giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei
negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai
partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade
e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso
dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un
osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46
città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano
mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della
polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti,
spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per
molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979.
La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica
vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale
shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di
dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli
omicidi.
Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la
Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente –
si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse
appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi
emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza,
comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una
transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento
senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela.
I. La quinta insurrezione dal 2017
Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste
diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle
strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si
tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi,
l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema
politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la
maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne,
le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal
crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal
collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi
della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e
cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno
2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento
drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale
costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo
è rivendicare migliori condizioni di vita.
Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste
iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con
la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del
carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta
degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha
raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha
posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali
delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti.
L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione
sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di
proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con
sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al
governo.
II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne
Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne
sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al
Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti”
— ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti
pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro
soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo:
usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o
in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025
hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi.
Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva
già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui
social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del
sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la
guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini
occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una
rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una
campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e
alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela
la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere
mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una
reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo
gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e
ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di
sicari statunitensi e israeliani.
Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”,
che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una
maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste
sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco
sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso
la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto
orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività
politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità
discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria
popolazione.
“Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per
riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di
anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe
scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna
lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un
“pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero
altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e
solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei
governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica.
Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle
proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La
corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione
iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il
pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia
popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento
e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane.
Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che
sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno
sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando
frontalmente l’apparato repressivo.
Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la
violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di
sollevarsi contro di essa.
Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e
paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni:
vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di
un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si
paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo
orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della
Repubblica islamica.
III. La diffusione della rivolta
Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo
inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di
telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in
un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati,
venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran.
La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle
università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono
diventate l’epicentro di questa ondata di proteste.
Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica.
Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati:
giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti.
Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar
(l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e
simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come
“piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime
risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta
era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti
riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si
affrettarono a liquidarla come reazionaria.
Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine
non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto
riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche
qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri
urbani in tutto il Paese.
IV. La geografia della rivolta
Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni
marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e
del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan,
Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak
di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla
Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della
guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione
ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli
Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è
stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per
Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian
Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza
durante l’insurrezione del 2022.
Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era
espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle
proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la
loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa.
Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise
dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e
fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan
e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah).
Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70
minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la
violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di
sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i
feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il
bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si
approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali.
La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle
città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che
vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e
Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione
e repressione.
Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie
istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del
“freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di
spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar,
università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più
lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza.
V. L’impatto della guerra dei dodici giorni
Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di
compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora
più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili
iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello
spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di
deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca
incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale
produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone
attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento
sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica
tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza.
La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni
statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del
Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi
petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando
l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio.
Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre,
quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso
circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale”
del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello
sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il
basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta
nazionale.
Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia,
esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera
è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che
trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del
petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e
immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati.
Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno
di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo
delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita
quotidiana delle persone.
Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati,
lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro,
il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta
“ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato
e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato
stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione
diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei
profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una
ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe,
l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle
sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi.
Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale
organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni:
una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione
legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la
liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra.
I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e
all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della
Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione
finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo
occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e
trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a
vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe,
insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione
globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso
la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti
industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso
viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria
che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e
del petrolio.
VI. Le contraddizioni
Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per
il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo
stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della
Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e
pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche
amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la
vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il
principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International,
divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio
annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari,
finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e
Israele.
Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione
tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di
organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione
sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia
— visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del
2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza
precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci,
che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e
anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene
rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione
nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da
Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo
unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere
successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero.
Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno
spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista,
approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione
politica dei popoli dell’Iran.
La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di
un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una
vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un
discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla
repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo
reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di
sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come
libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente
appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente
progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono
persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente
qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica.
Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica
Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e
modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica
degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi”
rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e
su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme
di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le
regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono
in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione
contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente.
VII. L’orizzonte
L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una
delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano
internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse
della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni
ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della
crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova
esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se
l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa
congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire
la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella
repressione.
Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica
collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per
Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di
proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale
dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti
locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e
connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e
cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non
è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà
anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale
alternativa.
Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere
appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che
strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o
interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia
appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che
lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più
razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla
Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente,
ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa
di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché
provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla
gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con
le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata
l’autodeterminazione.
Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista
di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via”
astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi
e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da
leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi
l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli
all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio —
interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a
partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità
indipendenti.
Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe,
anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia
organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per
riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione
sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità
con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il
movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di
destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei
monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex
riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei
cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione.
Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può
contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre
l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”,
prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le
forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco
politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il
dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega
l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la
Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in
nome della lotta contro un nemico esterno.
Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979:
Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio