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Guerra civile in Messico
Riceviamo e diffondiamo questo interessantissimo opuscolo sulla guerra civile dall’alto in Messico, che raccoglie gli interventi dell’incontro svoltosi a Radio Blackout il 20 febbraio 2026, a cura di Torino Diserta e Happy Hour, con Claudio Albertani e Collettivo Nodo Solidale. Sarà presto disponibile anche il podcast. Guerracivile_Messico_DEF
Approfondimenti
Materiali
Dal convegno di Viterbo: “Sionizzazione dello Stato” e “41-bis, carcere di guerra”
Riprendiamo dal sito https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/ questi due interventi tenuti al convegno Sabotiamo la guerra e la repressione, tenuto a Viterbo lo scorso 8 febbraio. Nel sito dedicato ci sono anche i podcast degli audio. https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/25/ddl-gasparri-delrio-la-sionizzazione-dello-stato/ DDL GASPARRI -DELRIO LA SIONIZZAZIONE DELLO STATO Buongiorno a tutte e a tutti. Aggredisco subito l’argomento, invertendo un po’ la relazione. Il titolo della relazione: partiremo dalla sionizzazione dello Stato e poi andremo a vedere il DDL Gasparri Del Rio, che nel mentre è diventato il DDL Gasparri-Delrio-Romeo-Scalfarotto, per cui è diventato perlomeno otto DDL contemporaneamente. Perché? Il perché evidentemente è anche collegato agli interventi che mi hanno preceduto, tutti molto interessanti e che, ognuno dalla sua sfaccettatura, comunque ha analizzato un processo composito. E proveremo a reinquadrare nell’ottica che il nemico va conosciuto, va conosciuto nei suoi contenuti, va conosciuto nella sua fisionomia. Il nemico è sempre lo stesso da secoli, però questo non significa che non modifica e non si adatta alla realtà che si trova a ad affrontare. In questo senso ieri si diceva, e anche nell’introduzione, il nostro nemico è lo Stato imperialista delle multinazionali. Questa è una definizione coniata una cinquantina d’anni fa da un movimento rivoluzionario in Italia. In quella fase, però, questa si è mantenuta nel contenuto e questa definizione secondo noi va recuperata perché fotografa meglio la situazione. Cinquant’anni fa fu un’intuizione, adesso è una definizione conclamata, cioè quello che fu un’intuizione oggi si dimostra in se stessa. Che significa questa definizione? Che c’è una relazione tra una Struttura costituita da un dominio monopolistico delle multinazionali di stampo imperialista, che ha una sua Sovrastruttura, ossia uno Stato che ne garantisce questo dominio. Questo in pratica significa tale definizione, non è nient’altro. Ieri ci si diceva se fosse “Stato, Stati…”. Non è questo il contenuto, in realtà quello che ci interessa della relazione tra l’elemento della Struttura, ossia del dominio monopolistico delle multinazionali, per cui nel meccanismo di sfruttamento delle classi, nel meccanismo di oppressione dei popoli, che è un congiunto di questo dominio e le forme con cui questo dominio si preserva, soprattutto è stato ripetuto diversi interventi precedenti. Oggi quel tipo particolare di dominio, che coincide oltretutto con l’imperialismo a matrice “occidentale”, sta paradossalmente, anche se appare molto aggressivo, sulla difensiva; ossia sta nel meccanismo di difendere le sue prerogative, la sua posizione egemone, la sua posizione di dominio che la realtà materiale della società umana, di altri capitalismi emergenti, della lotta di classe mettono in discussione. Profondamente in questo senso, quindi, ferma restando l’essenza dello Stato, che è nient’altro che il dominio di una classe sulle altre, lo rappresenta. Detto ciò, però, evidentemente questo (Stato) è suscettibile di modificazioni, di adattamenti. In questo senso le oligarchie imperialiste internazionali, in questa fase hanno scoperto che uno dei modelli di dominio, di coercizione, di repressione e prevenzione più funzionali alle loro esigenze è quello sionista. Ossia ciò che lo Stato di Israele ha implementato in quello che può essere considerato un gigantesco laboratorio storico e laboratorio sociale, di dominio, di repressione, di sperimentazione delle tecniche e così via. In questo senso, oggi come oggi, lo Stato israeliano rappresenta, come è stato descritto precedentemente, sia nell’intervento del compagno di Radio Blackout e sia negli interventi fatti dai palestinesi, tutti questi meccanismi, dinamiche e prospettive. Applicazioni che dimostrano che (il modello) funziona per l’oligarchia imperialista, soprattutto occidentale. Gli “funziona”, lo credono, lo ritengono funzionale, per cui in questo senso si spiega quello che veniva detto, ossia il fatto che una struttura multinazionale dove evidentemente i coinvolgimenti, le intersecazioni del Capitale sionista sta proprio dentro i meccanismi di proprietà, per cui è un dato Strutturale. Ormai, se noi pensiamo a Meta, che di fatto è una multinazionale sionista e Zuckerberg lo rappresenta anche fisicamente. Questa partecipazione di proprietà veniva prima illustrata dal compagno di Blackout e venivano nominate molte multinazionali che intervengono in tutti gli aspetti più articolati dell’azione di repressione degli Stati imperialisti. Per cui è un termine, le multinazionali, che se quando noi pensiamo a questo dominio delle multinazionali e poi andiamo a scorrere nella Campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) i nomi di tutte le multinazionali, praticamente (queste) innervano tutta la nostra vita quotidiana. Se noi facessimo il boicottaggio sincero, noi non vivremmo, perché tutta la nostra vita, tra quello che fumiamo, le bollette che paghiamo, quello che mangiamo e così via, è tutto pieno, innervato di questo capitale (sionista) ormai mischiato, transnazionale, multinazionale, che poi deve trovare riscontro delle forme di dominio, di preservazione, di concezione. E in questo senso è, per loro, il meccanismo di (dominio) più adatto in questo momento storico. In questo poi può darsi che cambieranno le esigenze più avanti, come sono state cambiate in precedenza. Ma in questo momento la sionizzazione dello Stato, la sionizzazione della Sovrastruttura, non solo dello Stato, ma nella narrazione delle ideologie e della cultura, è un meccanismo che gli “funziona”. Soprattutto a ciò che viene inteso come imperialismo occidentale, nella realtà e, in questo senso, per le istituzioni di questo Stato. Ieri, per esempio, ho partecipato ad un convegno a Roma che prendeva sempre in esame questo argomento. Per la situazione attuale veniva un proposta e riproposta una dualità: se lo Stato fosse un elemento sovranazionale o lo Stato fosse un elemento nazionale, se uno primeggiasse. In realtà non va messa in atto questa dualità a “esclusione”, perché è come che se noi dicessimo sul caso “nazionale” che l’autonomia differenziata riservata alle Regioni va in conflitto aperto, contraddittoria e antagonista con lo stesso Stato nazionale. Stessa cosa è come dire che l’Italia può entrare di per sé in conflitto aperto con la NATO, con l’Unione Europea. Oggi i meccanismi di integrazione (di Sovrastruttura) riflettono la Struttura: se la Struttura è multinazionale, anche la Sovrastruttura rifletterà questo meccanismo e in questo senso, ciò è emerso con forza ed è “leggibile” nella ridefinizione di questa Sovrastruttura. Ripeto, già gli interventi che mi hanno preceduto l’hanno messo in risalto negli aspetti repressivi, nelle aspetti tecnologici, negli aspetti della comunicazione e in tutti gli aspetti per cui l’elemento sovrastrutturale nient’altro riflette questo rapporto (strutturale) di dominio delle multinazionali. Questo è un dato che noi dobbiamo analizzare e tener presente in quello che facciamo. Si diceva all’inizio, non cadiamo nella trappola di credere che i nuovi dispositivi, i nuove decreti, i nuovi disegni di legge securitarie, ci portano nella logica della fascistizzazione dello Stato. Non è così. Non lo è perché poi vedremo, quando analizzeremo i vari disegni di legge più specifici – Gasparri, Delrio, eccetera -, che non vengano ripresi anche degli spunti da quella che, addirittura, era la legislazione fascista. Ci sono nel Disegno di Legge, riferimenti direttamente al Codice Rocco, per cui non è questo il problema, è politico. Se noi parliamo di fascistizzazione, apriamo alla convinzione – e questo ieri nell’altro Convegno un po’ ha fatto capolino – il fatto che se noi diciamo che lo Stato è “fascistizzato” perché il governo Meloni ha quel tipo di matrice, significa che poi ci consegniamo mani e piedi all’altra componente dello Stato, quella della finta opposizione, che poi ci utilizzerà, ci manipolerà proprio nel momento, guarda caso, di una campagna elettorale già avviata. Per cui cadremmo nella trappola nella quale invece noi non dovremmo cadere, perché non ci spiega poi il contenuto, ma anche perché smentisce il contenuto della fascistizzazione di una “fazione” (istituzionale). Qui è lo Stato che si sta ridefinendo, chi ha firmato l’ultimo Decreto Legge securitario emanato, ma anche tutti quegli altri che l’hanno preceduto è stato Mattarella. Mattarella non è un Capo di governo, è il Capo dello Stato, rappresenta lo Stato e rappresenta teoricamente, secondo la loro Costituzione, quello che dice si può fare e non si può fare dal punto di vista dello Stato. Ma guarda caso non compare nella critica, nella denuncia che le finte opposizioni fanno di questi Disegni di Legge, di questi dispositivi securitari. (Ieri) dicevano che è una boutade propagandistica del governo Meloni e non chiarivano bene il fatto che Mattarella ha firmato, ossia il Presidente della Repubblica, ci ha messo il sigillo dello Stato. Questi sono leggi dello Stato, non è la politica “governativa”. Non a caso gli veniva detto che questa dinamica rappresenta una continuità con le dinamiche securitarie precedentemente messe in atto. In questo senso noi dobbiamo analizzare ciò che avviene nella logica che è lo Stato dominante, lo Stato imperialista delle multinazionali, che applica questa sua ridefinizione, che norma se stesso e si adatta a difesa di se stesso. Faccio un esempio banale: “la difesa di se stesso” prima si diceva, molto interessante, che uno degli hub di dominio e di ricatto, di dossieraggio che è stato impiantato è stata pedo-land di Epstein. “Questi” hanno costruito un gigantesco bordello, dove le élites, soprattutto quelle occidentali, si andavano a “rifocillare” secondo i loro criteri da depravati. Vengono fuori tre milioni di email – dicono loro, per cui saranno minimo il doppio… -. Vengono fuori decine di migliaia di video, fotografie, immagini che verificano tutto. Viene fuori che ci sono migliaia di vittime. Quanti sono gli arresti? Zero. Per cui in questo senso il sistema difende se stesso. Questo su un aspetto specifico, ma questo lo rifà anche su tutto l’aspetto generale dello scontro di classe e dello scontro contro i popoli oppressi, in questo senso c’è una segno di continuità. Quello che è stato sperimentato in Palestina adesso viene “Chiavi in mano” venduto all’Occidente. Non a caso venivano descritti casi in precedenza. “Questi” arrivano, che ne so, sulla polizia locale: devo far funzionare in una certa maniera, arrivano gli istruttori o se ne vanno a Tel Aviv e “chiavi in mano” gli danno una sovrastruttura funzionale. Un pacchetto di modalità che hanno già sperimentato sulla pelle del popolo palestinese, funziona ora per l’ICE. L’ICE è nient’altro, adattato alla realtà statunitense, quello che l’IDF ha sperimentato nei territori occupati di Palestina. Nient’altro, anche l’approccio, anche il modus, l’avete visto tutti, del “prima ti sparo, poi ti chiedo che stai facendo…”. Questo (i sionisti) lo fanno quotidianamente coi palestinesi, lo abbiamo denunciato per tanto tempo negli ultimi due anni. E’ diventato un refrain sul genocidio, eccetera. Questo è il concetto di sionizzazione. Qui voglio chiarire che non ci deve essere l’equivoco che pensano che adesso, quando nominano i ministri, questi giureranno sulla Torah. Questa è una idiozia. Il sionismo e l’ebraismo ormai sono due cose che non c’entrano l’una con l’altra. Può essere, può esserci un ebreo antisionista, come può esserci un cristiano evangelico sionista, per cui questa è una trappola politico ideologica. L’ebraismo non c’entra più niente col sionismo. Il movimento sionista è, guarda caso, la base del la razzializzazione, l’Apartheid classista. Perché pure il cosiddetto odio verso i poveri è un “Apartheid razzista”, per cui il dispositivo securitario aumenta e si approfondisce sulle classi subalterne e si autoassolve sulle classi dominanti. Per cui i tipici reati delle classi dominanti vengono tutti depenalizzati, i tipici, tra virgolette, reati delle classi dominate vengono tutti appesantiti, vengono su tutti inasprite le pene. Questo è il concetto di sionizzazione. Il concetto di sionizzazione è dare il via libera al fatto del nuovo neocolonialismo. E’ “voglio un pezzo di Siria”, vado entro e me lo prendo; “voglio un pezzo di Libano” , vado entro e me lo prendo. “Voglio la Groenlandia”, vado dentro e me lo prendo. Devo assassinare il segretario di Hamas a Teheran, ok, “sdoganizzo” il precedente e dopodiché mi vado a prendere il Presidente del Venezuela come voglio. Questo è la uniformità, omogeneizzazione dei criteri del dominio delle classi dominanti a livello internazionale. È con questo noi abbiamo a che fare e con questo noi avremo a che fare. Ovviamente adesso passo invece a un all’aspetto più specifico, che è questa storia dei dell’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo. Questa è formulata così, ma in realtà è la difesa del processo di sionizzazione dello Stato imperialista, per cui in questo senso non è casuale e alcuni dati andiamo ad analizzarli. Uno, “chi” è la fonte del DDL? Tutti, diciamo tutti, i disegni di legge che sono stati presentati con l’articolo 1 dice: “dobbiamo considerare antisemitismo con la definizione proposta dall’IRHA (International Remembrance Holocaust Alliance,) che è di fatto – qui ho portato l’immagine da “chi” è composta quest’IRHA -, praticamente, la NATO allargata all’Australia, all’Argentina e Israele. Eccoli qua, questi 34 paesi, la NATO allargata: in questo senso loro spacciano per un board internazionale mondiale, la NATO allargata a altri tre paesi. In cui l’ispiratrice, ovviamente, è l’entità sionista. Questa dice che antisemitismo da questo momento in poi deve essere definito in una certa maniera. Ma perché hanno bisogno di questo? Perché soprattutto in Occidente – va detto, una piccola medaglietta che ci possiamo tutti mettere con soddisfazione… -, hanno perso la battaglia della narrazione di ciò che è successo dal 7 Ottobre in poi. L’hanno persa la gran parte. L’autunno scorso è stata proprio la fotografia plastica di questa sconfitta. Dove in circa 10 giorni, centinaia di migliaia, se non qualcuno dice un milione di persone, il 4 ottobre è sceso in piazza chiaramente dicendo: “Che sapeva da che parte stare: Palestina libera dal Fiume fino al Mare”. C’eravamo praticamente tutti, l’abbiamo visto, per cui un è posizionamento che ha infranto una narrazione che si è scontrata con un sentimento diffuso e che ha smontato quello che invece il 100% dei dei mezzi di comunicazione di mass-media hanno “raccontato”. Questo li ha spaventati, ossia che il meccanismo di comunicazione e controllo che lo Stato imperialista ha adottato negli ultimi due anni non ha funzionato e loro sperano che con dispositivi legislativi molto più aggressivi possono andare contro ed intimorire. Il che avverrà, come già abbiamo sentito negli interventi precedenti, interverrà in questo senso, ma sarà solo un problema di shock iniziale e poi dovremmo noi trovare il modo di adattarci in tal senso. Delrio, nel presentare il suo DDL, è molto chiaro e spiega perché lo sta facendo. Ha la bontà di dirci chiaramente, di parlarci chiaramente. Il problema di questa necessità di equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo è legato al fatto che abbiano subito delle, lui non le chiama, sconfitte, degli avvenimenti gravissimi in cui sono stati messi in discussione. Fa l’elenco: il 5 ottobre 2024, il 25 aprile 2025, il 27 gennaio 2025, dove sono stati messi in discussione quei divieti sui contenuti che venivano imposti. Quindi nelle costruzioni politico demagogiche che loro hanno preparato, li elenca e dice “in base a questo dobbiamo necessariamente fare questi passaggi (DDL)”. Ovviamente (Delrio) poi va in soccorso di Gasparri, insieme hanno provato una sorta di mini “compromesso storico” per dare soddisfazione alla Di Segni prima, alla senatrice Segre poi, che chiedevano un ampio spettro parlamentare per approvare questo Disegno di Legge. Va in “soccorso” perché dice di fatto a Gasparri: “Gasparri, però sei stato incompleto, perché se noi non ci occupiamo di militarizzare in termini di contrasto all’antisemitismo, la scuola e i mezzi di comunicazione: sta cosa non funziona, questo è chiaro”. Venendo da una formazione piccista, sa che l’egemonia nel meccanismo di dominio è una è una parte fondamentale, per cui lui chiaramente indica qual’è la strada per completare, affiancare alle leggi repressive dei meccanismi di controllo egemonico. La prova della sperimentazione di questo “disegno” sono stati gli avvenimenti al liceo Righi, dove la (sionista) Di Segni è stata garantita l’effettuazione di una conferenza apologetica dell’IDF. Lei lo ha rivendicato proprio nella sua presenza, scortata da un plotoncino di Digos e polizia che persino ha impedito agli studenti di partecipare al suo discorso. Questo in barba al fatto che nello stesso DDL che Delrio presenta, si dice che “per obbligo di legge”, in tutte le iniziative sulla Palestina, quelle poche che vi faremo fare, dovranno essere sempre fatte in presenza di contraddittorio. Ossia: “se viene un giovane palestinese, mi ci devi mettere accanto un Riccardo Pacifici, per esempio, o mi ci devi mettere una Di Segni…”. Questo secondo loro è “l’equilibrio della cosa”. Oppure Delrio e Gasparri dicono che dentro la scuola dovrà vigere l’obbligo di delazione, ossia di fronte al fatto che se qualcuno inneggia a Palestina Libera!, inneggia al fianco della Resistenza!, tutto il personale scolastico sarà obbligato a dire chi è e a denunciarlo all’autorità. In questo senso l’autorità può essere il preside o direttamente la polizia, pena sanzione economica o sanzione penale. Siamo a questo, per cui il controllo della narrazione per loro è proprio dove vogliono andare a incidere con questi Disegni di Legge. In questo senso diventa però molto difficile l’applicazione proprio di questi Disegni di Legge e per questo stanno prendendo tempo, oltretutto perché hanno trovato più resistenza di quello che hanno immaginato. Il fatto sta che l’IRHA definisce antisemitismo, per esempio, dire “Netanyahu è uguale a Hitler”. Il problema che loro si pongono è, ma è antisemita solo dire che “Netanyahu è uguale a Hitler”? Ma invece dire che “Putin è uguale a Hitler” è antisemita lo stesso? In questo senso diventa un problema, così come definire “antisemita” chi brucia la bandiera di Israele. Allora, se l’ebreo che a Tel Aviv brucia la bandiera di Israele è quindi un “antisemita”? Hanno questo tipo di problemi… Però se uno va bene a scandagliare dentro questi Disegni di Legge, si rende conto pure che sono una razzializzazione non solo che fa il controcanto a una razzializzazione dell’oppressione e dello sfruttamento, ma è anche una razzializzazione del privilegio, perché queste norme di legge, appunto secondo questi meccanismi, garantiscono solo una particolare comunità all’interno di una comunità nazionale. Ossia se tu dici che “Netanyahu è uguale a Hitler” è antisemitismo. Se tu lo dici di qualsiasi altro non è niente, per cui significa che si stabilisce per legge, e questo vogliono fare, che c’è una sorta, guarda caso di un “popolo eletto”, di una “razza eletta”, intoccabile. A ottant’anni dalle Leggi Razziali, fanno le “Leggi Razziali al contrario”, ossia fanno un impianto difensivo, un “quadrato” intorno a un’entità occupante, un’entità colonialista, un’entità razzista, un’entità dell’Apartheid. Perché tutti gli altri si sono resi conto che è proprio quello che è, per cui che il Sionismo è un movimento politico di quel tipo: spacciando la sua critica per antisemitismo, cercando di proteggere i “loro” interessi. Questo è veramenteun vulnus rispetto al dominio dello Stato, ossia ormai il meccanismo che passa e che vogliono far passare, che è quello che dovrà definire non solo la fisionomia di chi è il nostro nemico, di come è fatto, ma quello che dovremmo noi fare e che oggi come oggi anche loro violano le loro leggi. Faccio un piccolo esempio personale: quando abbiamo organizzato l’iniziativa davanti al PD, per il 27 di gennaio, “Giornata della Memoria”, siamo stati convocati e quelli ci hanno detto chiaramente, senza nessuna ipocrisia: “questa iniziativa non si può fare perché il giorno è sbagliato, la sede del PD è sbagliata…”. La risposta che noi gli abbiamo dato dicendo “Non accettiamo questo divieto” perché dal nostro punto di vista quella data è giusta. Quella data è giusta perché quello è il “Giorno della Memoria”, non dello sterminio “solo” degli ebrei. È la “Giornata della Memoria dello sterminio oltre che degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli antifascisti, dei comunisti. Per cui in questo senso noi rientriamo in quelle celebrazioni. Abbiamo pieno diritto, mentre “voi” state piegando le leggi stesse che avete fatto, voi le volete piegare al servizio di un’ambasciata estera e per cui gli abbiamo detto “non si può fare, noi ci saremo”. Il luogo, abbiamo anche detto, è proprio quello giusto, perché tra gli ispiratori di questa Giornata c’è stato proprio quel PD che per “foglia di fico” lo estese in questo termini, ma dopodiché lo ha piegato alle esigenze dell’ambasciata israeliana e noi abbiamo detto: “noi ci vedremo là proprio per questo”. Come dire, dovremmo sempre sforzarci di smascherarli in questo senso. Quindi il problema non è che il governo di destra fa dei disegni di legge liberticidi, è lo Stato italiano che fa dei disegni di legge liberticidi. Su questo voglio sottolineare chi ha assunto le linee guida dell’IRHA come “Strategia Nazionale di contrasto all’antisemitismo” non è stato il governo Meloni, ma è stato il governo Conte, il Secondo. Subito dopo che ha sostituito il governo Conte-Salvini, col governo Conte-Bersani, se non erro, o chi era a quell’epoca il Segretario (del PD), non lo so. Comunque il governo M5S-PD, uno dei primi atti dopo l’insediamento di quel governo fu proprio l’assunzione da parte del governo di quelle linee guida. Era il gennaio del 2020, non il gennaio del 2026, questo va ricordato quando c’è e ci sarà da discutere. È da “sinistra” che è arrivata questa cosa, da “sinistra” come definito nell’arco parlamentare, è venuta. Questa cosa non è arrivata da “destra”. Questi (la “destra”) hanno anche gioco facile nel dire: “io ho recepito solo quello che voi (“sinistra”) già avete introdotto. Io ho avuto solo il coraggio di farlo diventare una legge dello Stato, invece voi l’avete avuto”. E voglio anche sottolineare a chi fa capo il “Coordinamento della strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo”. Dici: “ci sarà il solito politico di turno abbastanza sgamato?” No, visto che loro lo vedono come un processo repressivo, ci hanno messo un generale dell’Arma dei Carabinieri, dei Reparti Operativi Speciali (ROS), che aveva seguito le indagini di Biagio e D’Antona. Per cui quando tu usi un generale dei carabinieri dei reparti speciali che ti dice in piena audizione, “per noi questa storia è un problema di sicurezza nazionale…” e il senatore Giorgis che ha presentato l’ultimo Disegno di Legge per conto del PD e, c’è proprio la videoconferenza, gli risponde: “siamo perfettamente d’accordo…”, questo è contro cosa noi ci troveremo a che fare, e vado quindi alle conclusioni. Questi passaggi, questi ridefinizione della Sovrastruttura in termini coercitivo e repressivo, ancora più di quello che era, ci pone di fronte a un problema. Siamo passati, questo veniva detto all’inizio, siamo entrati nella fase dello “Stato di guerra e polizia”, dello “Stato di guerra e polizia” qua, non in Palestina, per cui in questo senso il nostro “che fare?” sarà condizionato da questa consapevolezza. Non si tratterà più di supportare la Resistenza palestinese che eroicamente resiste nella Palestina occupata. Qui ci sarà da organizzare la nostra Resistenza. Qui dove viviamo, perché avremo a che fare con dei dispositivi che metteranno seriamente in discussione la nostra agibilità politica. Siamo entrati in una fase in cui, in previsione di una manifestazione, squillerà il nostro cellulare e l’altra parte del telefono ci sarà qui il Commissariato Tal dei Tali: “Lei è convocato presso il nostro commissariato. La cella la sta aspettando per 12 ore, perché lei non può andare con i suoi precedenti alla manifestazione…”. Per cui noi saremmo messi in gabbia prima di aver commesso il reato. Questa è un’operazione pesantissima, che ovviamente deriva dall’esperienza fatta sulle spalle dei palestinesi in Palestina, e che oggi è diventato una realtà qui, in questo paese. Oppure verrà il divieto di manifestazione, di assembramento, di riunione,nel momento in cui verrà sancito il fatto che ci sono dei contenuti che non riflettono la narrazione di Stato, che non riflettono la narrazione delle classi dominanti, per cui il divieto sarà preventivo, appunto il ” 27 gennaio vi diamo il divieto perché la giornata non si può fare, il luogo non si può fare” perché non si può fare quella manifestazione, il “giorno degli ebrei”, come dicono loro. E non si può fare tanto meno davanti al PD, perché quello è il partito dello Stato, che ne rappresenta una chiara articolazione politica, per cui questa resistenza va costruita e non solo. La difesa della solidarietà alla Resistenza palestinese, ma va organizzata la Nuova Resistenza che in questa fase è necessaria, per poter garantire i termini di agibilità che ci verranno tolti se noi rimaniamo passivi. Grazie. Rete dei Comitati e Collettivi di lotta -------------------------------------------------------------------------------- https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/41-bis-carcere-di-guerra/ 41-BIS, CARCERE DI GUERRA Questo intervento, fatto “a braccio” durante il convegno, registrato e poi trascritto, compare qui in una versione leggermente rielaborata e arricchita. Il compagno che l’ha pronunciato ci tiene a confessare il proprio debito verso i lavori (alcuni dei quali reperibili sul web) del sociologo Charlie Barnao, principale fonte utilizzata per ricostruire le origini della tortura contemporanea su cui si basano i regimi di isolamento torturativo come il 41-bis. Ciao a tutti, ho molto piacere di essere insieme in questo convegno così ricco di idee e tensioni. Per presentarmi, sono un compagno anarchico, vivo in Trentino da diversi anni e faccio parte di Sabotiamo la guerra, che è un’assemblea di compagni anarchici che si riunisce già da prima del 7 ottobre 2023, a partire dalla questione della guerra imperialista in Ucraina. Quest’assemblea ha cercato di stimolare una mobilitazione contro lo stato di guerra che a questo punto deve diventare anche una mobilitazione contro la repressione, come si sta cercando di fare appunto in queste giornate. Il titolo del mio intervento è «41-bis, carcere di guerra». Forse dovrei completarlo aggiungendo: «DNA, Direzione Nazionale Antimafia (divenuta nel 2015 anche “Antiterrorismo”) come tribunale di guerra». Siccome non si può affrontare tutto insieme, devo partire chiaramente dal primo corno del problema. In che senso il 41-bis è un carcere di guerra? Io credo che lo si possa chiamare così, senza particolari enfasi, ma con un atteggiamento tutto sommato descrittivo, da due punti di vista. Il primo punto di vista è che il 41-bis – lasciando un attimo da parte i suoi precedenti, il noto articolo 90, l’isolamento utilizzato contro i compagni, eccetera – il 41 bis, per come lo conosciamo oggi, nasce come risposta dello Stato a una guerra: la «seconda guerra di mafia» che insanguina la Sicilia tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, e in particolar modo la guerra che a un certo momento una delle due fazioni, quella dei cosiddetti «corleonesi» di Totò Riina, comincia a muovere allo Stato: prima con i famosi «omicidi eccellenti» (ad esempio Piersanti Mattarella), e poi gli attentati di Capaci, di via D’Amelio, di via dei de’ Georgofili e così via. Chiaramente si tratta di una stagione oscura che qui non possiamo approfondire e sarebbe probabilmente molto difficile farlo, però io credo che almeno un aspetto lo si possa dire con una certa sicurezza, no? A quella criminalità organizzata, quella parte della criminalità organizzata che non voleva più, come dire, agire come un partner dello Stato, ma che voleva comandare sul territorio anche contro lo Stato (o contro sue determinate componenti), lo Stato stesso reagisce passando da quello che i giuristi chiamano «diritto ordinario» al «diritto penale del nemico». Un passaggio che in termini, diciamo, più “terrestri”, possiamo chiamare da una logica di contenimento di un fenomeno a una vera e propria logica di annientamento. Questo lascia sul terreno tutta una serie di istituzioni con cui oggi ci troviamo e ci troveremo sempre di più a fare i conti. Una è il 41-bis, dove, come tutti sappiamo, da diversi anni sono rinchiusi tre compagni comunisti, mentre da meno tempo vi è rinchiuso il compagno anarchico Alfredo Cospito. L’altra istituzione che nasce in quel periodo è appunto la Direzione Nazionale Antimafia, che ritroviamo sempre più spesso schierata contro di noi. Ad esempio l’inchiesta che ha portato agli arresti di Hannoun e gli altri è coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. C’è però un secondo aspetto per cui il 41-bis si può definire un carcere di guerra. Ed è il fatto che sostanzialmente i regimi di isolamento sono dei veri e propri regimi di tortura bianca, di quella che viene proprio tecnicamente definita «tortura senza contatto», che è stata teorizzata e approntata dai servizi segreti statunitensi, dalla CIA in particolare. In combutta spesso con i servizi segreti francesi all’interno della nota scuola delle Americhe di Fort Amador, inaugurata accanto al Canale di Panama nel 1946, in un momento preciso che è l’inizio della guerra fredda. È stato accennato in interventi precedenti come di fatto l’esercito sia un vero e proprio incubatore e una vera e propria officina di tecnologie e tecno-scienze di vario tipo. Schematicamente possiamo dire che se i protagonisti delle due guerre mondiali sono stati gli ingegneri e i fisici (con il progetto Manhattan), grandi protagonisti della guerra fredda diventano gli psicologi. In particolar modo gli psicologi comportamentisti e gli antropologi. Perché? Perché in quel momento lì, il secondo dopoguerra e l’inizio della guerra fredda, che è un momento di rilancio dell’imperialismo a livello mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme si trovano sempre più spesso a combattere delle guerre asimmetriche. Quindi in contesti che sono diversi dalla guerra di trincea, o dalla guerra tecnologica a distanza tramite l’uso del bombardamento, e in cui gli Stati imperialisti, dall’attacco alla Corea nei primi anni Cinquanta alla guerra del Vietnam, passando per l’America Latina, si trovano sempre più spesso ad affrontare dei movimenti di guerriglia che si confondono con la popolazione. Con l’apporto, lo ripeto, soprattutto degli psicologi comportamentisti e degli antropologi, si cominciano a sviluppare delle tecniche che mirano da un lato ad addestrare un tipo di soldato che sia assolutamente lucido, spietato, automatico nell’eseguire gli ordini in guerre in cui sempre più spesso si trova a fronteggiare direttamente la popolazione; e dall’altro lato si comincia ad approntare delle tecniche di tortura più raffinate che potenzialmente destino meno scandalo, non lasciando segni o lasciando meno segni sui corpi dei prigionieri; e che sappiano, viceversa, penetrare profondamente all’interno della psicologia delle persone interrogate, così da portarle a cedere. Questo tipo di tortura, che ha alla base la stessa logica del moderno addestramento militare, viene codificato all’interno dei manuali della CIA. Ce ne sono due in particolare: il Kubark, che è del ’63, e lo Human Resource Exploitation Training Manual, che è del 1983. (Il “manuale delle risorse umane”. Notate il linguaggio manageriale?). In cosa consiste il tipo di tortura che vi viene teorizzato? Si potrebbe veramente dire con le parole di Orwell in 1984: prendere un cervello, smembrarlo e ricomporlo secondo le esigenze desiderate, inducendo nel prigioniero un processo di regressione infantilizzante. In che senso? Nel senso che tutti noi, crescendo, abbiamo acquisito delle abilità sociali. Questo tipo di tortura consiste nel far perdere al torturato le capacità relazionali apprese, portarlo a regredire verso l’infanzia, riducendolo sostanzialmente a un “bambino” che ha come unico punto di riferimento il suo torturatore, al quale prima o poi cederà le informazioni, o comunque ciò che il torturatore vuole ottenere in un determinato momento. Ora, in cosa consistono a livello pratico queste forme di torture senza contatto? Prima di tutto in forme di isolamento e di sradicamento del prigioniero dal suo contesto. Capite che ci si sta avvicinando alla dimensione del 41-bis, no? Per capire un po’ questo tipo di meccanismo, e la sua analogia con l’addestramento militare, potete pensare alla prima parte del film Full Metal Jacket (che ha ricevuto i complimenti dell’esercito USA per la precisione con cui mostra l’addestramento dei Marines). Pensate al sergente Hartman – che nel film è interpretato da un vero istruttore militare – che urla alle reclute: «Voi qui dentro non siete nessuno, qui vige l’uguaglianza perché nessuno conta un cazzo!» Quella è la fase in cui, fondamentalmente, il prigioniero è portato a perdere i propri punti di riferimento. Nella tortura (e nel 41-bis) lo si fa isolandolo, lo si fa mantenendolo in ambienti assolutamente silenziosi, lo si fa incappucciandolo. Lo si fa anche – è banale ma è allo stesso tempo interessante notarlo – quando si arresta qualcuno nelle prime ore del mattino: è per questo che le retate molto frequentemente avvengono alle ore piccole. Quella è esattamente una tecnica studiata all’interno dei manuali della CIA. Qui vi leggo un pezzettino perché è interessante. Questo è lo Human Resource, il “manuale delle risorse umane” dell’83 cui accennavo prima: «Le modalità e i tempi dell’arresto dovrebbero essere pianificati in modo da cogliere il soggetto di sorpresa e provocargli il massimo livello di disagio mentale. La maggior parte dei soggetti arrestati nelle prime ore del mattino sperimentano sensazioni intense di shock, smarrimento e tensione psicologica e provano grandi difficoltà ad adattarsi alla situazione. È molto importante che quanti eseguono l’arresto agiscano con un’efficienza tale da sorprendere il soggetto.» Questa, diciamo, è la prima fase. La seconda fase, quindi quella “torturativa” vera e propria, consiste soprattutto in tecniche di disorientamento del soggetto e tecniche di umiliazione. E qui si arriva proprio al 41-bis. Facciamo un esempio. Non so se vi è capitato di vedere qualche speciale sul 41-bis alla televisione. Ne ho visto uno in cui si vede che i detenuti svolgono i colloqui all’interno di apposite celle a cui si arriva attraverso «corridoi di disorientamento». Li chiamano proprio così. Ufficialmente questo serve a disorientare i parenti dei detenuti, perché magari potrebbero in qualche maniera veicolare delle informazioni eccetera. In realtà, come dire, la loro funzione è produrre il massimo disorientamento possibile in chi si trova internato. O ancora: tecniche di umiliazione: voi pensate che cosa significa non solo stare in quella che è di fatto una cella di deprivazione sensoriale, con le bocche di lupo alla finestra, non riuscire a vedere il sole. Quanto all’umiliazione: essere ripresi 24 ore su 24 da una telecamera è assolutamente una condizione umiliante, no? E gli esempi chiaramente potrebbero continuare, ma non voglio fare un tour dell’orrore. Voglio che ci dotiamo di alcuni concetti che potranno servirci nella lotta. Torniamo all’Italia e torniamo a quello che succede tra gli anni ’80 e gli anni ’90. L’antenato del 41 bis è l’articolo 90, quello che istituisce le carceri speciali per i compagni negli anni ‘70. È chiaramente un prodotto di queste strategie della guerra fredda. Si ispira fondamentalmente al modello tedesco, al carcere di Stammheim, che era un modello pensato di concerto con la CIA da parte della Repubblica Federale Tedesca. Passata l’emergenza “terrorismo”, con la riforma Gozzini, nel 1986, il carcere speciale ha una seconda vita: si arriva al 41-bis, che nella sua prima formulazione viene previsto esclusivamente per le rivolte. Nel periodo della guerra tra Cosa Nostra e lo Stato italiano si comincia a discutere dell’uso del 41-bis contro i mafiosi, dicendo all’inizio che sarebbe rimasto solo ed esclusivamente per un periodo di tempo limitato, e solo ed esclusivamente per Cosa Nostra. Ovviamente con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio succede tutt’altro. Cadono le ultime perplessità garantiste: all’inizio anche una certa sinistra istituzionale ne aveva parecchie di fronte a quello che è di fatto uno strumento di tortura. E si comincia, come dire, ad utilizzare sistematicamente il 41 bis non solo nei confronti di Cosa Nostra e nei confronti delle grandi organizzazioni. Ma di fatto verso ogni forma di criminalità organizzata. Badate bene anche questo concetto: quando si parla di mafia al plurale, e si dice «le mafie», viene messa in piedi una certa retorica. Una volta, una piccola banda di rapinatori, di spacciatori, di taglieggiatori, non era immediatamente assimilata alla mafia. A partire da quel periodo, la categoria «mafia» diventa una parola-contenitore che viene applicata a fenomeni molto diversi. Contemporaneamente si crea la DNA. Inizialmente anche la DNA non desta poche preoccupazioni tra le “anime belle” garantiste. Perché? Perché fondamentalmente la DNA è, come dire, un corpo dello Stato in cui la magistratura, o meglio una certa parte della magistratura e gli apparati di polizia, servizi segreti compresi, si incontrano ai più alti vertici ed eseguono operazioni pianificate di concerto. I giuristi, a suo tempo, fecero notare come questo di fatto violava alcune basi fondamentali del cosiddetto “stato di diritto”. Per dirne almeno un paio: il principio di competenza territoriale (quello per cui si è giudicati da un tribunale del territorio in cui è stato commesso il reato) e, di fatto, il principio della separazione dei poteri. Al di là degli aspetti giuridici, quello che a noi interessa e che dobbiamo capire è che siamo in presenza di un apparato giudiziario che opera in strettissima relazione con le alte sfere della politica e con gli apparati di sicurezza. E che quindi da un lato tende a favorire determinati interessi politici, e dall’altro a… trovare quello che cerca. Come non si stancava di ripetere Malatesta, «l’organo crea la funzione». Per poter giustificare la sua esistenza, l’Antimafia deve trovare “la mafia”… o, al plurale, “le mafie”. Ora, se noi consideriamo che nel 2015 la Direzione Nazionale Antimafia è diventata anche “Antiterrorismo”, capiamo che questa logica, quella dell’organo che crea la funzione, la troveremo sempre più spesso schierata contro di noi. Non solo perché ormai la categoria di “terrorismo” è sempre più usata contro qualsiasi lotta sociale. Ma anche perché, per esistere, quello che è di fatto un “tribunale speciale antiterrorismo” deve pure trovare dei presunti “terroristi” da combattere. Faccio un esempio che chiarirà questo ragionamento. Probabilmente tutti sapete chi è Federico Cafiero De Raho. Magistrato capo della DNAA fino a non molti anni fa, e adesso parlamentare 5 stelle, Cafiero De Raho nei primi anni 10 di questo secolo è forse il personaggio che più ha spinto perché la DNA diventasse anche «antiterrorismo». Sapete perché? Perché in quel momento il governo italiano è alle prese con la crisi libica, ed ha bisogno di un pretesto per imbastire, sotto l’egida dell’ONU, delle missioni militari in Libia, così da fronteggiare in qualche modo l’ingerenza francese nella ex colonia italiana. È così che De Raho comincia a sostenere un suo personale teorema sugli sbarchi di emigranti dalla Libia: questi sarebbero organizzati da “mafie africane”; i cosiddetti “scafisti”, che spesso non sono altro che i poveracci al timone delle imbarcazioni, o quelli che al momento dello sbarco vengono indicati come i timonieri dai loro compagni di sventura, sarebbero “trafficanti di esseri umani” e “mafiosi”; infine, per chiudere il cerchio, le imbarcazioni trasporterebbero “terroristi islamici”. Tutte sciocchezze, ovviamente, ma che permettono alla DNAA di giustificare la propria esistenza e al contempo di servire il governo italiano nelle sue manovre imperialiste. Ebbene, De Raho è ancora a capo della DNAA quando, nel 2019, questa coordina due inchieste contro compagni anarchici, «Scintilla» a Torino e «Renata» in Trentino. In quel periodo tre compagne anarchiche (Anna, che si trova ancora in carcere, Agnese e Silvia) vengono trasferite nel carcere dell’Aquila, ovvero nel carcere-simbolo del 41-bis, in una sezione Alta Sicurezza creata apposta per loro. Non si trattava quindi di una sezione 41-bis, ma per tutta una serie di motivi – in primis perché era gestita dai corpi speciali del GOM – le loro condizioni di detenzione erano molto simili ad esso. Le compagne entrano quindi in sciopero della fame per la chiusura della sezione e dopo circa un mese, anche grazie alla mobilitazione di noi fuori, vincono la battaglia e sono trasferite in altre carceri. Si è trattato, a mio parere, di un’importante vittoria. In Trentino, durante quella mobilitazione, abbiamo infatti letto quella vicenda come un “test” di applicazione del 41-bis a compagni e compagne. Credo che i fatti successivi ci abbiano dato ragione. Nel luglio 2020, infatti, De Raho pronuncia in Parlamento, davanti alla Commissione Antimafia, uno strano discorso in cui da un lato parla della necessità di estendere e rafforzare il 41-bis, e dall’altro accosta più volte anarchici e mafiosi, che si sarebbero alleati per creare rivolte fuori e dentro le carceri (come le rivolte carcerarie all’inizio del lockdown nel marzo 2020). [si veda qui: https://ilrovescio.info/2020/07/15/piu-che-unantifona-un-programma/] Neanche due anni dopo questo discorso, a maggio 2022… Marta Cartabia firmava il trasferimento di Alfredo Cospito in 41-bis. Conosciamo il resto della storia, in cui il teorema dell’assurda, impossibile, improponibile alleanza tra “anarchici e mafiosi” viene riproposto dal duo Donzelli-Delmastro contro lo sciopero della fame di Alfredo e la mobilitazione solidale contro 41-bis ed ergastolo ostativo a fianco del compagno… Ora, se voi pensate che la categoria di “terrorismo” è sempre più utilizzata anche per indicare le manifestazioni, come abbiamo visto dopo gli scontri dello scorso 31 gennaio a Torino; se pensate che si sta parlando sempre più disinvoltamente di «terrorismo di piazza», categoria molto cara a Salvini e alla Lega… capite dove stanno andando a parare questi signori. Sto dicendo che ci metteranno tutti in 41-bis dopodomani? No, sto dicendo però che anche il 41-bis potrà rientrare sempre più spesso in una panoplia repressiva che usa una grande varietà di mezzi contro antagonisti e rivoluzionari e crea già grossi impedimenti. E che verrà quindi usato come massima minaccia contro chi non si rassegna a questo stato di cose: verso chi continuerà a lottare adottando anche forme più radicali, visto che le altre saranno sempre meno permesse. Questo, ovviamente, se non ci metteremo in mezzo. Con la lotta per Alfredo nel 2022-23 e con quella per le compagne rinchiuse all’Aquila nel 2019, abbiamo dimostrato che è possibile. Quindi che fare? Siamo in un momento in cui le questioni da affrontare sono tante. Cercare di ricondurle alla guerra, che è l’orizzonte del nostro presente, è necessario e sacrosanto. Tanto per cominciare, anche nelle piazze contro la guerra non possono e non devono mancare, a mio avviso, i nomi di Alfredo Cospito e di Nadia Lioce, di Roberto Morandi, di Marco Mezzasalma, compagni delle Brigate Rosse rinchiusi in 41-bis. Sono chiaramente discorsi scomodi e difficili, perché siamo costretti a muoverci in mezzo a una retorica del “bene contro il male”: se la mafia è il male assoluto, allora l’antimafia è il bene, quindi non si può parlar male dell’antimafia. Dobbiamo fare questo sforzo e passare, come dire, dalle analisi che ci facciamo tra di noi a delle parole d’ordine semplici che facciano capire alla gente come questi apparati dello Stato, 41-bis e DNAA, sono schierati contro noi sfruttati, contro le lotte e contro la possibilità di un futuro diverso.
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Carcere
«Un pessimo affare per gli allibratori». Parole di Mahmud Darwish contro il tempo del “Board of Peace”
Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché «imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza». Qui in pdf: Darwish Silenzio per Gaza Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere. Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione. Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio. È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico. Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa, perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno d’immagine. Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo bilancio. Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo sangue. Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il sangue, il sudore, le fiamme. Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue. Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio sia per i nemici che per gli amici. Gaza non è la città più bella. Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe. Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo. Gaza non è la città più ricca. (Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando, braccia a noleggio.) Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una nazione. Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più disgraziata, la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore tra tutti noi. Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni. Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi. Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa e di pianti per le case perdute. Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari. (Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.) Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello dell’insegnante con gli allievi. La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione. La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione. Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla firma né al marchio di nessuno. Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza. Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un sorriso stampato. Lei non vuole questo, noi nemmeno. La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la fragranza femminile delle nostre canzoni. Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori. Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi. La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e dissenso, morte e dissenso. I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.) Possono tagliarle tutti gli alberi. Possono spezzarle le ossa. Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue. Ma lei: non ripeterà le bugie. Non dirà sì agli invasori. Continuerà a farsi esplodere. Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere. Andando straniero per il mondo A tarda notte il mondo va a dormire. È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono capaci di crescere. A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità. Così dorme il mondo. Così si sveglia il mondo. Così mi dimentica. Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte. Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo, ho cercato di entrare. “Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?” “La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.” “Dove mi hai visto la prima volta?” “Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la tranquillità?” Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco. L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità. Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi. Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza. Così il mondo va a dormire e mi dimentica. “Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.” “Chi l’ha svegliata? Chi è stato?” “Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.” “Da dove soffia?” “Da ogni direzione, dalla patria.” “Chi ha insegnato loro questo termine desueto?” “Poeti che cantano al suono del rababa.” “Uccideteli.” “Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.” “Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?” “Ferventi rivoluzionari” “Uccideteli.” “Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.” “Chi ha insegnato loro questo termine?” “L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?” “Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.” “Che facciamo?” “Uccidiamo la memoria.” Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal globo terrestre perché sono io il terrorista. Che cosa faceva il mondo? A tarda notte andava a letto e dormiva. Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti? Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di combattere per la propria libertà. Cos’è l’opinione pubblica internazionale? Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie. Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa “opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi. Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa domanda? Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole giocare e bere. “Perché svegli il mondo?” “Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.” “Perché non muori in silenzio?” “Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.” “E una morte urlata?” “È una causa.” “Sei venuto a dichiarare la tua presenza?” “Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.” “Perché uccidi?” “Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.” “Vai all’inferno.” “Vengo dall’inferno.” Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?” “Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno esplosivo?” “Cacciatelo dal cerchio del mondo.” “Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.” “Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.” “Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione.” “Un terrorista?” “Sì, un terrorista disperato.” Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza, questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi. Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre. Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo: terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo! Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò, so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo. Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da letto.
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Materiali
La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida La condanna di Anan Yaeesh è guerra ibrida Considerazioni sul processo ad Anan, Alì e Mansour e sulla repressione dei palestinesi in Italia Venerdì 16 gennaio si è concluso il processo di primo grado ai tre palestinesi, Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre gli altri due imputati sono stati assolti. Le richieste di condanna, fatte dalla pubblico ministero Roberta D’Avolio, erano state di12 anni di reclusione per Anan, 8 per Alì Irar e 7 per Mansou Doghmosh. Si tratta di richieste pesanti ma nei fatti corrispondenti alle accuse loro rivolte, tra cui quella dell’articolo 270 bis (associazione con finalità di terrorismo). Con questa sentenza la Corte di Assise ha da un lato ridimensionato le condanne rispetto a quanto richiesto dall’accusa, dall’altro ha confermato la validità dell’impianto accusatorio. Non se la sono sentita di condannare Alì e Mansour che, è sempre stato evidente, erano stati cinicamente coinvolti unicamente per giustificare il reato associativo. Mentre Anan, fiero e combattivo partigiano della resistenza della Cisgiordania, seppur condannato al minimo della pena, resta nella sezione AS 2 del carcere di Melfi. Riteniamo che le assoluzioni e la riduzione della pena per Anan rispetto alle richieste dell’accusa siano dovute all’inconsistenza delle prove presentate dalla pubblico ministero, ma soprattutto alla combattività del collegio difensivo e alla solidarietà che si è stati in grado di costruire intorno a questo processo. Come hanno sempre affermato i solidali era l’impianto in sé, su cui si fondava questo processo, che andava rigettato, in quanto si trattava di una farsa giudiziaria, un processo alla resistenza palestinese fatta su commissione di Israele. Purtroppo quel che più conta è che, per ora, quell’impianto accusatorio è passato e questo rappresenta un precedente pericoloso per chi sostiene la causa palestinese. Tra gli aggiornamenti va segnalato anche come, nelle ultime settimane le forze dell’ordine avevano tentato di drammatizzare il processo assegnando la scorta alla Pubblico ministero ed al presidente del collegio giudicante Giuseppe Romano Gargarella a causa del «rischio di infiltrazione di frange violente nell’ambito dei movimenti di solidarietà ai tre imputati». Si è trattato di un tentativo di drammatizzare la situazione, creando le ombre del nemico e del pericolo, per influenzare il giudizio della giuria popolare e preparare l’opinione pubblica a delle condanne, in un processo in cui le accuse erano molto fumose e gli imputati ricevevano costantemente ed in maniera crescente solidarietà ed appoggio. Seguendo con costanza questo processo ci è parso subito chiaro che non si trattasse di un’anomalia quanto, piuttosto, dell’anticipazione di una tendenza che in seguito si sarebbe manifestata ed affermata più chiaramente. Anche per questa ragione abbiamo ritenuto questa vicenda giudiziaria particolarmente significativa. Queste considerazioni derivano dalla constatazione che, se di facciata ad istruire il processo ad Anan e i suoi amici c’era una sgangherata procura di provincia, dietro a questa, a tirare i fili, c’erano invece i vertici degli apparati repressivi italiani (l’Antimafia ed il Dipartimento Centrale della Polizia di Prevenzione), inoltre a fornire le prove all’accusa ci hanno pensato i servizi segreti israeliani e quindi, conseguentemente, hanno avuto un ruolo anche i servizi italiani. Questo processo non è stato frutto del caso ma è l’espressione di una precisa volontà politica. Questa tendenza repressiva si è successivamente manifestata tramite un’ondata di inchieste ed arresti contro i palestinesi ed i sostenitori della Palestina. I casi giudiziari che maggiormente la incarnano sono: l’arresto di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni, originario dei campi profughi palestinesi in Libano, rinchiuso da 8 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto recentemente). La richiesta di espulsione per Mohamed Shahin, imam della moschea di S. Salvario a Torino. L’inchiesta “Domino”, condotta dalla procura di Genova e dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, che ha portato alla chiusura di alcune associazioni benefiche palestinesi con sede in Italia ed al mandato di arresto per nove persone, tra cui Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, uno dei più noti esponenti dell’API (Associazione dei Palestinesi in Italia). Nel processo ai tre palestinesi emergono alcune peculiarità che abbiamo successivamente riscontrato anche in alcuni degli altri episodi giudiziari. Ci riferiamo all’utilizzo di prove fornite dalle autorità israeliane (servizi segreti) ed al ruolo centrale del Dipartimento Nazionale antimafia ed Antiterrorismo (DNAA). In questo processo, infatti, la presenza di Israele è stata ingombrante. Le autorità israeliane avevano precedentemente richiesto l’estradizione per Anan, e quando questa è stata rifiutata la procura dell’Aquila ha imbastito un processo per le medesime accuse. In questo processo l’accusa ha tentato di utilizzare come prove documenti dei servizi segreti israeliani (Shin Bet), si tratta di verbali di interrogatori raccolti in centri detentivi dove si utilizza la tortura. Gli inquirenti hanno fornito agli israeliani le memorie dei dispositivi elettronici di Anan, che sono stati utilizzati per individuare i suoi contatti in Palestina ed ucciderli. La pubblico ministero ha convocato come teste una diplomatica israeliana, chiamata per chiarire se un determinato insediamento fosse civile o militare, cioè l’agente di un governo che occupa parte della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale. In questa occasione Anan ha dichiarato: «È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?» Analogamente a quanto era accaduto all’Aquila i documenti dei servizi israeliani saranno le prove utilizzate per imbastire l’operazione «Domino». Lo zelo degli inquirenti italiani nell’applicare le disposizioni giunte dallo Stato sionista risulta grottesco, in considerazione del fatto che Israele è un’entità coloniale che agisce senza scrupoli in base alla legge del più forte e non rispetta il diritto internazionale se non le è favorevole. Israele, al seguito degli Stati Uniti, è artefice della demolizione del diritto internazionale allo scopo di tornare ad una politica di potenza. Risulta evidente che le autorità italiane, facendosi dettare l’agenda della repressione dai sionisti, agiscono in base a considerazione di convenienza politica, quali i rapporti di totale sudditanza agli Stati Uniti, le alleanze militari e gli interessi economici che legano Italia ed Israele. Promuovendo e sovraintendendo a queste azioni repressive, il messaggio che i sionisti lanciano ai palestinesi è esplicito: non solo siete in costante pericolo all’interno della Palestina ma Israele può colpirvi ovunque, l’Italia e l’Europa non sono luoghi sicuri per voi. In Italia, se passasse la linea politica rappresentata da queste inchieste, si correrebbe il rischio che i palestinesi non possano più sostenere il diritto del loro popolo alla resistenza contro il colonialismo, non possano esprimere liberamente le loro idee e posizioni politiche (ad esempio il sostegno che una parte consistente della popolazione dà ad Hamas), non possano costituire organizzazioni, non possano neppure raccogliere aiuti per le popolazioni che vengono scientemente fatte morire di fame e freddo. Tutte queste inchieste sono processi politici contro il popolo palestinese ed il suo diritto all’autodeterminazione, vanno contrastate senza indugi e distinguo da chi sostiene la causa palestinese. Questi attacchi repressivi sono un passaggio chiave di fronte a cui ci troviamo come movimento di solidarietà con la Palestina, in base a come sapremo rispondere si capirà di che pasta siamo effettivamente fatti, perché difendere la Palestina significa in primo luogo combattere chi, a casa nostra, sostiene Israele ed è complice dei suoi crimini. Per quanto riguarda il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, l’attacco ai militanti palestinesi conferma come questo apparato si stia affermando come uno dei cervelli della repressione politica in Italia, le operazioni di repressione in ambito politico compiute dalla DNAA perseguono le strategie repressive stabilite dal potere dominante contro i nemici dello Stato, come, ad esempio, la decisione avvenuta nel 2022 di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito all’interno del regime carcerario speciale 41 bis. La DNAA ha in più occasioni collaborato con le autorità israeliane ed il suo capo, il procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Giovanni Melillo, ha dimostrato la sua vicinanza al movimento sionista partecipando a diversi convegni da questo organizzati, dichiarando il suo impegno a difendere i suoi interessi, attraverso l’equiparazione mistificatoria del concetto di antisionismo con quello di antisemitismo. Anche le sue controverse dichiarazioni fatte in occasione dell’operazione «Domino», «le indagini non cancellano i crimini di Israele verso Gaza», suonano sommamente ipocrite. Le procure italiane non si comportano assolutamente allo stesso modo con i palestinesi e con gli israeliani, né potrebbero farlo. Non potrebbero di certo incriminare il governo italiano per sostegno al genocidio, né l’industria Leonardo per aver fornito le armi utilizzate sterminare popolazioni civili, né i cittadini italiani con doppio passaporto arruolati nell’esercito israeliano per crimini di guerra, né arrestare Netanyahu quando sorvola l’Italia, mentre possono arrestare tutti i palestinesi che vogliono senza che dall’alto qualcuno li infastidisca. Questo perché il potere giudiziario, in sostanza, lavora per difendere gli interessi delle classi dominanti, e quelle italiane sono schierate al fianco di Israele. Se per i palestinesi si può spendere qualche parola di circostanza, tanto per pulirsi la coscienza, ad Israele si dà tutto il sostegno materiale possibile. Grazie alla logica dell’emergenza, ormai divenuta la modalità permanente di gestione dell’ordine da parte degli Stati democratici, apparati come la DNAA hanno un enorme potere, che permette loro una perenne revisione e aggiornamento del diritto in termini securitari. Oltre a ciò, questi apparati agiscono sempre più in combutta con i loro omologhi di Stati esteri (in primis gli apparati di sicurezza statunitensi e israeliani), dando forma a una sorta di internazionale padronale della polizia. La DNAA ha forti legami con la DEA (Drug Enforcement Administration ), l’agenzia federale per la lotta al narcotraffico statunitense che, dietro il paravento della lotta alla droga, è storicamente uno strumento utilizzato per praticare l’ingerenza nei paesi sudamericani attraverso forme di guerra ibrida, con il fine di destabilizzarli, controllarli, sottometterli ed impossessarsi delle loro risorse. Un caso recentissimo quanto eclatante, dove sono stati utilizzati gli strumenti della guerra ibrida, è quello del Venezuela. Dopo l’embargo, il controllo dell’opposizione, le sanzioni, il blocco navale, le esecuzioni extragiudiziali di civili in acque internazionali, si è giunti al vero e proprio attacco militare ed al sequestro del presidente Nicolás Maduro. Si tratta dell’ennesima operazione di pirateria e colonialismo ordita dagli Stati Uniti, che ha l’obiettivo di impossessarsi delle ricchezze di questo paese e farlo entrare nella propria sfera di influenza. Tra gli strumenti utilizzati – per riallacciarsi alla situazione che stiamo analizzando – notiamo appunto l’uso degli apparati per la lotta alla criminalità con poteri speciali ed emergenziali. In questo specifico caso della DEA, e della magistratura (tribunale federale) come cavallo di troia per perseguire scopi politici e per giustificare e portare a termine un aggressione militare di stampo coloniale. Parlare di guerra ibrida è quindi utile, se vogliamo allargare il campo delle nostre riflessioni, ed inserire in un contesto più complesso le operazioni repressive che abbiamo descritto, considerandole come iniziative giudiziarie che hanno lo scopo di ottenere vantaggi in un contesto di guerra. La guerra di cui parliamo è uno scontro tra blocchi di paesi capitalisti per la ridefinizione degli equilibri internazionali. Si tratta di una tensione globale, che riguarda tutti i continenti, e che emerge costantemente tramite la rottura di specifiche linee di faglia, tra le quali l’aggressione alla Palestina. La tendenza alla guerra si manifesta con una serie continua di nuovi eclatanti episodi che accadono a ritmi sempre più accelerati e si dirigono verso un orizzonte in cui si situa un conflitto di proporzioni inedite. Si tratta di un fatto politico totale, ed i singoli episodi locali di conflitto ne sono emanazioni e vanno ricondotti alla medesima origine. La guerra, nella sua versione contemporanea, si manifesta sotto molteplici forme: la guerra guerreggiata, come ad esempio quella in corso in Ucraina, è solo una di queste. I belligeranti utilizzano una composizione variegata di strumenti per indebolire e sottomettere l’avversario. Un elenco parziale di queste forme di guerra comprende attacchi terroristici, omicidi mirati, sanzioni, sequestro e furto di beni, inchieste giudiziarie pilotate, brogli elettorali, lotta alla droga, controllo dell’immigrazione, attacchi informatici e ancora molti altri strumenti. Ovviamente il controllo dell’informazione, la manipolazione, la propaganda e la censura rivolta verso avversari e oppositori è un tassello fondamentale per giustificare l’utilizzo di questi strumenti offensivi. L’Europa, e quindi anche l’Italia, sono in guerra, perché le operazioni in atto di preparazione alla guerra sono già guerra. Tra queste operazioni preliminari, per fare qualche esempio, segnaliamo il costante supporto e finanziamento dei conflitti in corso, l’aumento delle spese militari, le proposte di reintroduzione della leva obbligatoria, la guerra cognitiva, il sequestro di beni stranieri. Tra le operazioni di preparazione alla guerra vanno considerate anche tutte quelle attività rivolte alla gestione del fronte interno. Attività necessarie in quanto gli Stati non possono combattere una guerra se non riescono a tenere sotto controllo la propria popolazione, la quale dovrà fornire la carne da cannone, accettare le condizioni di vita e di sfruttamento imposte da un’economia di guerra ed inoltre non criticare, opporsi, sabotare od insorgere contro chi detiene il potere. Tra le manovre in atto finalizzate alla gestione del fronte interno, vi sono l’incremento delle misure di controllo e repressione del dissenso e la limitazione della libertà. Per quanto riguarda l’Italia, di particolare rilevanza è l’introduzione di una serie di misure di sicurezza tramite procedure d’emergenza, tra queste il decreto sicurezza (ex 1660) che inasprisce l’aggressione verso movimenti di lotta, sfruttati ed esclusi, le proposte dei disegni di legge “antisemitismo” Gasparri e Delrio (prevenzione e segnalazione degli atti “antisemiti”) che hanno lo scopo di disarticolare il movimento di sostegno alla Palestina, e la recente proposta di emanare un ennesimo pacchetto sicurezza che prosegue la medesima strada degli altri, inasprendo ulteriormente l’attacco alle medesime categorie, con un occhio di riguardo verso le fasce giovanili. Queste misure sono un attacco complessivo a tutti gli sfruttati ed i movimenti di lotta, che investe anche il movimento di solidarietà con la Palestina, ma va oltre, al fine di tentare di sterilizzare ogni forma di conflittualità nel paese. Per questo è necessario coalizzarsi tra chi sostiene i diversi settori di lotta al fine di contrastare efficacemente questa aggressione. Un’altra forma di guerra ibrida, che emerge nelle inchieste contro i palestinesi, è quella della gestione degli aiuti umanitari. In Palestina il blocco di questi aiuti, scientificamente applicato da parte di Israele per affamare la popolazione, è uno degli strumenti attraverso il quale si sta perpetrando il genocidio. Israele ha addirittura utilizzato una falsa organizzazione umanitaria, la mostrusa Gaza Humanitarian Foundation, per uccidere ed infliggere sofferenza alle popolazioni affamate di Gaza, superando con questa operazione le fantasie più distopiche. In un paese che sta subendo una pesante aggressione, gestire la distribuzione degli aiuti umanitari è una forma di potere, poiché permette di controllare e manipolare la popolazione, oltre che di costituire una classe parassitaria che prospera gestendo queste risorse e che, per garantirsi dei privilegi, diventa una fedele collaborazionista delle forze coloniali. Esattamente ciò che ha fatto la ANP (Autorità Nazionale Palestinese) capeggiata da Abu Mazen. Oltre a ciò, la modalità di gestione degli “aiuti” adottata dalla GHF, con la loro distribuzione volutamente disordinata in mezzo a strade piene di affamati, è stata anche un’ottima scusa per consentire alle IDF di sparare su folle di palestinesi che certo non rispettavano la fila… Contemporaneamente all’operazione «Domino» della procura di Genova, che ha sequestrato i beni di alcune ONG che sostenevano il popolo palestinese (A.B.S.P.P., associazione benefica la palma, associazione benefica la cupola d’oro), Israele ha sospeso le autorizzazioni operative a 37 organizzazione a cui è stato vietato l’accesso ai territori occupati ed alla striscia di Gaza. Si tratta di alcune tra le principali ONG mondiali che da anni garantiscono la sopravvivenza alle popolazioni assediate. Per noi, queste due operazioni fanno parte del medesimo disegno di sterminio del popolo palestinese: dopo avere distrutto Gaza, ora fingono una tregua; ma in realtà, negando beni di prima necessità e la possibilità di ricostruire, continuano a mietere vittime. La chiusura delle associazioni italiane da parte della magistratura è quindi un atto di supporto alla guerra di sterminio in corso, e il fatto che la procura di Genova si sia fatta dettare da Israele la lista delle organizzazioni umanitarie da chiudere è testimonianza della sua complicità con il genocidio. Per noi è chiaro che le associazioni colpite in Italia dalla procura di Genova e dall’antiterrorismo, lo sono state in quanto non sono assoggettate al potere coloniale ma bensì agiscono nell’interesse del popolo palestinese. Il fatto che siano state chiuse su ordine di Israele rappresenta un sigillo di garanzia del loro giusto operare, perciò riteniamo che queste associazioni vadano difese a spada tratta. Abbiamo voluto collegare le vicende repressive che stanno colpendo i palestinesi ed i sostenitori della Palestina ad un contesto più generale per chiarire diversi aspetti che ci legano ad esse. C’è la giusta solidarietà verso un popolo che resiste, ma anche altro ancora. Riteniamo che la lotta in Palestina, lotta di un popolo senza Stato contro la punta di lancia del colonialismo capitalista, ci riguardi direttamente. Non siamo tanto noi, il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, a sostenere la Palestina, quanto piuttosto è l’eroico popolo palestinese a lottare per noi. Consideriamo lo scontro tra lo Stato colonialista israeliano e la resistenza palestinese un pezzo di un più generale conflitto tra il dominio capitalista ed il proletariato internazionale. Se a livello mondiale è chiaramente in corso anche una guerra tra Stati che si gioca su più teatri, dovremmo leggere anche questa come un capitolo o una forma della guerra più generale del capitale all’intera umanità sfruttata, in cui gli oppressi non hanno soltanto un ruolo passivo, ma sono parte in gioco. I padroni in questa guerra dimostrano di non avere alcuna pietà nei confronti della vita degli sfruttati, manifestano chiaramente l’intento di eliminare il maggior numero possibile di masse eccedenti al fine di fare spazio ai loro progetti, profitti e speculazioni. Questo ci viene svelato dalla vicenda di Gaza, in modo tale che chiunque ha la possibilità di prenderne coscienza. Quanto lì accade, in modo cosi brutale, è lo specchio di un conflitto tra capitale e umanità, che con proporzioni e modalità differenti è in atto ovunque. Gaza ci ha insegnato come sia necessario e possibile resistere alla macchina assassina del profitto capitalista. Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose. In un mondo in cui si raggiungono i vertici dell’oppressione rappresentati dalla guerra e l’élite capitalista è disposta a sacrificare l’umanità per tentare di sopravvivere, il nostro obiettivo è sviluppare ogni lotta degli oppressi e accrescere la solidarietà tra gli oppressi in lotta in tutto il mondo per affermare forme di vita e di società differenti da quelle omicide ed autodistruttive della società capitalista. Solidarietà ad Anan, Ahmed, Hannoun e a tutti i palestinesi colpiti dalla repressione. Solidarietà a chi lotta per la Palestina, a tutti gli studenti arrestati a Torino Solidarietà a tutti i prigionieri di Palestine Action Per una Palestina libera in un mondo libero. Ancora una volta trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni. Complici e solidali
Approfondimenti
Stato di emergenza
“Il tempo dei padroni e dei mullah è finito”. Voci dall’Iran in rivolta
In vista di una nostra posizione più articolata, pubblichiamo alcuni materiali sull’Iran da cui emerge la natura generalizzata della rivolta in corso. Attanagliata dalla morsa tra un regime anti-proletario e le mire imperialiste di Stati Uniti, Israele ed Europa, tra riferimenti espliciti alle Shora (Consigli) della rivoluzione contro lo Scià e manipolazioni da parte delle organizzazioni monarchiche, tra prospettiva internazionalista e campisti di destra e di sinistra, tra emancipazione di classe e di genere e forze nazionaliste, l’insurrezione in Iran è un crogiuolo delle contraddizioni della nostra epoca, dove il nesso guerra/rivoluzione torna in tutta la sua drammatica concretezza. Per collocare la sollevazione in corso nella storia del rapporto tra rivoluzione e controrivoluzione, rinviamo inoltre a due testi sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979 che avevamo tradotto e pubblicato più di tre anni fa, in occasione del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Con le sfruttate e gli sfruttati d’Iran! Giù le mani imperialiste dalla loro rivolta! Contro i padroni di casa nostra! Qui in pdf: Materiali Iran -------------------------------------------------------------------------------- Da Arak (*) – “Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” “Ai lavoratori di Markazi, ai compagni del Khuzestan e a tutto il popolo iraniano”. Per decenni hanno risposto alle nostre richieste di pane con il piombo e alle nostre richieste di dignità con la prigione. Ma oggi il silenzio è finito. Noi, lavoratori delle industrie di Arak, dichiariamo quanto segue: Controllo dei Luoghi di Lavoro: da questo momento, la gestione delle fabbriche di Machine Sazi, AzarAb e Wagon Pars è assunta dai Consigli Operai eletti dai lavoratori. Non riconosciamo più i manager nominati dallo Stato né i sindacati fantoccio del regime. Saldatura con il Territorio: Il nostro sciopero non è più una questione di salari. Invitiamo i cittadini di Arak a formare Consigli di Quartiere per gestire la sicurezza e i rifornimenti. Le nostre fabbriche sono la vostra protezione. Difesa dei Soldati: Ci rivolgiamo ai nostri fratelli nell’Esercito: non diventate gli assassini dei vostri padri. Se sceglierete la nostra parte, i nostri Consigli garantiranno la vostra sicurezza e quella delle vostre famiglie. Ultimatum al Regime: Ogni tentativo di entrare con la forza nei complessi industriali o di arrestare i nostri delegati sarà considerato un atto di guerra contro l’intera città. Se una sola goccia di sangue operaio sarà versata, le fiamme della rivolta non lasceranno traccia del vostro potere. Non siamo qui solo per i salari arretrati. Siamo qui per decidere come deve essere gestita questa fabbrica e questo Paese. Il tempo dei padroni e dei mullah è finito. Tutto il potere ai Consigli!” (*) Arak è uno dei principali centri industriali dell’Iran, sede di importanti impianti dell’industria siderurgica, metalmeccanica, petrolchimica, della produzione di macchine per l’industria. ======= Dichiarazione del Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie Pur dichiarando solidarietà alle lotte popolari contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e l’oppressione, dichiariamo esplicitamente la nostra opposizione a qualsiasi ritorno a un passato dominato da disuguaglianze, corruzione e ingiustizia. Crediamo che la vera liberazione sia possibile solo attraverso la leadership e la partecipazione consapevoli e organizzate della classe operaia e delle persone oppresse, non attraverso la riproduzione di vecchie forme di potere autoritarie. Nel frattempo, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e le pressioni sui mezzi di sussistenza, continuano a essere in prima linea in queste lotte. Il Sindacato dei Lavoratori della Compagnia degli Autobus di Teheran e delle Periferie sottolinea la necessità di proseguire le proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Lo abbiamo detto più volte e lo ripetiamo ancora: la via per la liberazione dei lavoratori e dei lavoratori non passa attraverso una guida creata dall’alto, né affidandosi a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno del governo. Passa, piuttosto, attraverso l’unità, la solidarietà e la creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro e a livello nazionale. Non dobbiamo permetterci di essere nuovamente vittime dei giochi di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di governi stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele. Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di persone, ma forniscono anche un’ulteriore scusa per la continuazione della violenza e della repressione da parte del governo. Le esperienze passate hanno dimostrato che i governi occidentali autoritari non attribuiscono il minimo valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza e ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e perpetrato l’uccisione di persone. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe. ============= Proteste popolari e scioperi nelle città di tutto il Paese sono ormai entrati nel loro undicesimo giorno.  Nonostante un clima sempre più militarizzato, il massiccio dispiegamento di polizia e forze di sicurezza e la violenta repressione, le proteste hanno continuato a espandersi sia nella portata che nella forma.  Secondo i resoconti, durante questo periodo almeno 174 località in 60 città di 25 province hanno assistito a proteste e centinaia di manifestanti sono stati arrestati.  Tragicamente, durante questo periodo almeno 35 manifestanti, compresi bambini, sono stati uccisi. Da Dey 1396 (gennaio 2018) ad Aban 1398 (novembre 2019) e Shahrivar 1401 (settembre 2022), il popolo oppresso dell’Iran è sceso ripetutamente in piazza per dimostrare il suo rifiuto delle relazioni economiche e politiche prevalenti e delle strutture basate sullo sfruttamento e sulla disuguaglianza.  Questi movimenti non sono nati per restaurare il passato, ma per costruire un futuro libero dal dominio del capitale, un futuro fondato sulla libertà, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la dignità umana. Esprimendo la nostra solidarietà con le lotte del popolo contro la povertà, la disoccupazione, la discriminazione e la repressione, ci opponiamo chiaramente e inequivocabilmente a qualsiasi ritorno a un passato caratterizzato da disuguaglianza, corruzione e ingiustizia. Crediamo che una vera liberazione possa essere raggiunta solo attraverso la partecipazione consapevole e organizzata e la guida della classe operaia e degli oppressi stessi, non attraverso la rinascita di forme di potere arretrate e autoritarie imposte dall’alto.  In questo contesto, lavoratori, insegnanti, pensionati, infermieri, studenti, donne e soprattutto i giovani, nonostante la diffusa repressione, gli arresti, i licenziamenti e la forte pressione economica, rimangono in prima linea in queste lotte.  Il Sindacato dei Lavoratori di Teheran e della Compagnia degli Autobus Suburbani sottolinea la necessità di proseguire con proteste indipendenti, consapevoli e organizzate. Abbiamo ripetutamente affermato – e lo ribadiamo ancora una volta – che la via verso la liberazione dei lavoratori e degli oppressi non risiede nell’imposizione di leader dall’alto, né nell’affidamento a potenze straniere, né attraverso fazioni all’interno dell’establishment al potere. Piuttosto, risiede nell’unità, nella solidarietà e nella creazione di organizzazioni indipendenti nei luoghi di lavoro, nelle comunità e a livello nazionale.  Non dobbiamo permettere a noi stessi di diventare ancora una volta vittime di lotte di potere e degli interessi delle classi dominanti. Il Sindacato condanna inoltre fermamente qualsiasi propaganda, giustificazione o sostegno all’intervento militare da parte di stati stranieri, inclusi Stati Uniti e Israele.  Tali interventi non solo portano alla distruzione della società civile e all’uccisione di civili, ma forniscono anche un ulteriore pretesto per la continuazione della violenza e della repressione da parte di chi detiene il potere.  L’esperienza passata ha dimostrato che gli stati occidentali dominanti non attribuiscono alcun valore alla libertà, ai mezzi di sussistenza o ai diritti del popolo iraniano. Chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di tutti i detenuti e sottolineiamo la necessità di identificare e perseguire coloro che hanno ordinato e compiuto l’uccisione dei manifestanti. Lunga vita alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà di classe La soluzione per gli oppressi sta nell’unità e nell’organizzazione 7 gennaio 2026 Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni – Collettivo Roja (*) (*) questo collettivo femminista, anticapitalista e internazionalista, composto di donne iraniane, curde e afghane, è nato a Parigi nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione scoppiata in Iran dopo l’uccisione – nel settembre 2022 – di Jina Masha Amini, caratterizzata dallo slogan “Donna, vita, libertà”. https://it.crimethinc.com/2026/01/07/iran-an-uprising-besieged-from-within-and-without-three-perspectives https://lanticapitaliste.org/auteurs/collectif-roja Aggiornamento, 9 gennaio Questo intervento politico è stato scritto da Roja il 4 gennaio 2026, nel sesto giorno di proteste nazionali in Iran. Molto è successo da quel momento – soprattutto la notte del 8 gennaio che non ha precedenti storici, il dodicesimo giorno di rivolta. La giornata è iniziata con uno sciopero generale dei negozianti e dell’economia di mercato, segnatamente in Kurdistan, chiamato dai partiti curdi. La chiusura dei negozi è coincisa con mobilitazioni nelle strade e nei campus attraverso la nazione. Scontri con le forze di polizia attraverso dozzine di città, dalla capitale alle province di frontiera; un report di un osservatorio dei diritti, ha contato quel giorno azioni di protesta in almeno 46 città attraverso 21 province. Arrivati alla notte, le immagini che circolavano mostravano folle di dimensioni impressionanti, ingestibili da parte della polizia: milioni di persone che si riprendevano le strade e in molti posti, spingevano le forze di sicurezza presenti a ritirarsi – un’atmosfera che, per molti, rimandava nella memoria ai mesi che portarono alla rivoluzione del 1979. La sera dell’8 gennaio, mentre l’apparato repressivo della Repubblica Islamica vacillava e le strade sfuggivano dalla sua presa, implementava un quasi totale shutdown di internet. Il blackout continua mentre scriviamo, un tentativo di dividere i circuiti di coordinamento e di impedire la documentazione degli omicidi. Allo stesso tempo Donald Trump ha reiterato minacce di ritorsione se la Repubblica Islamica continua con gli omicidi, mentre – soltanto parzialmente – si distanziava da Reza Pahlavi, dicendo che non era sicuro che un incontro fosse appropriato e che “dovremmo lasciare che tutti vadano fuori e vedere chi emerge”. La fissazione sul “figlio dello Scià” oscura un’altra tendenza, comunque vera, su cui ci focalizziamo in questo testo: la prospettiva di una transizione controllata attraverso la riconfigurazione interna – un cambiamento senza rottura – sulla falsariga di ciò che è recentemente successo in Venezuela. I. La quinta insurrezione dal 2017 Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo. II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi. Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani. Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione. “Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica. Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane. Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo. Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa. Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica. III. La diffusione della rivolta Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste. Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria. Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese. IV. La geografia della rivolta Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022. Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa. Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali. La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione. Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza. V. L’impatto della guerra dei dodici giorni Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza. La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio. Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale. Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone. Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi. Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra. I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio. VI. Le contraddizioni Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele. Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran. La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica. Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente. VII. L’orizzonte L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione. Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa. Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione. Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti. Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione. Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno. Sulla rivoluzione dei Consigli del 1978-1979: Una scintilla nella notte. Sulla rivoluzione in Iran (1978-1979) – il Rovescio
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