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Anatomia di un microchip
Anatomia di un microchip (una prefazione) Abbiamo tradotto e pubblichiamo la prefazione che Celia Izoard ha scritto per Anatomie d’une puce, un interessante volume – edito da Le monde à l’envers – che raccoglie interventi e materiali realizzati in occasione del convegno internazionale tenutosi il 28 e 29 marzo 2025 a Grenoble. A Celia Izoard si devono diversi lavori-inchiesta sulla rovinosa materialità del digitale nonché riflessioni sulla necessità di sbarazzarcene, tra cui Cambiate lavoro per favore. Lettere agli umani che robotizzano il mondo, pubblicato in italiano nel 2022 dalle edizioni Malamente. Questa prefazione, nella sua sinteticità, ci fa scorgere il mondo intero dentro i semiconduttori in quanto tecnologie imperiali; e formula con chiarezza la posta in gioco per un’Internazionale del genere umano: spezzare la spirale di rafforzamento reciproco tra digitalizzazione e guerra. Qui in pdf: Anatomia di un microchip   È possibile rilocalizzare l’impero? Il digitale è una tecnologia imperiale. Cosa diventa quando l’impero va in frantumi?   di Celia Izoard La vedete la colonnina per la convalida dei biglietti e tesserini di viaggio? È il grande rettangolo grigio alto circa un metro e mezzo che superate all’entrata della metro. Qualche giorno fa, quando sono scesa in una stazione a Tolosa, alcuni tecnici avevano aperto questa colonnina per lavori di manutenzione. Si poteva quindi vedere ciò che abitualmente è invisibile: l’interno. In mezzo a fili di tutti i colori, ho visto delle targhette di resina epossidica verde lunghe circa quaranta centimetri. Su queste schede elettroniche si sviluppa una sorta di città all’americana: schiere di punti argentati, luci rosse, torri cilindriche, blocchi rettangolari. Alcuni di questi rettangoli, neri, circondati da piccole linee argentate perpendicolari, assomigliano a magazzini logistici in miniatura con le loro file di camion: ecco i microchip, chiamati anche semiconduttori oppure circuiti integrati. Ho incontrato Hubert Cros, progettista di sistemi elettronici per delle aziende del Sud-Ovest. Mi ha raccontato che in una colonnina come questa, si utilizzano alcune decine di semiconduttori. Ce ne sono quasi 160 in un cellulare, e circa 3500 in un’auto ibrida. Un microchip di una colonnina di convalida può contenere fino a 10.000 transistor, ma quelli che troviamo in un server dei data center (utilizzati per esempio nei calcoli di «intelligenza artificiale») ne contengono circa 100 miliardi: milioni di volte di più. Resta il fatto che questa semplice colonnina finalizzata a leggere un titolo di trasporto, aprire la barriera ed emettere un bip positivo o un bop negativo a seconda dalla validità della tessera, questo oggetto che a malapena possiamo definire «high tech», necessita da solo di quasi un milione di componenti elettronici. All’interno di questo oggetto inutile, dalle finalità mercantili e burocratiche, si potrebbero ritrovare delle tracce del mondo intero: decine di minerali estratti e raffinati in luoghi differenti, acidi e solventi arrivati da ovunque, siti di montaggio e di assemblaggio sparsi su diversi continenti. Sull’esempio di queste colonnine, da una quarantina d’anni, la vita nei Paesi ricchi è irrigata da microchip onnipresenti e invisibili. In una brochure informativa per il grande pubblico, l’associazione europea delle imprese di semiconduttori (ESIA), si felicita di ricordare che questi ultimi sono indispensabili «alle cure mediche critiche», «alle infrastrutture idriche», «all’agricoltura sostenibile che nutrirà il mondo» (ESIA, Semiconductors : strategic enabler of everyday life, 2024). Nello stesso documento, essa spiega che «la fabbricazione di semiconduttori è l’attività di fabbricazione più complessa che si conosca attualmente. Prima di raggiungere lo stadio del prodotto finale, un microchip può compiere 2 volte e mezzo il giro del mondo e attraversare 80 frontiere». Come siamo giunti a questo punto? Esistono delle tecnologie emblematiche di certe forme politiche. Il telaio meccanico, per esempio, cristallizza il capitalismo industriale inglese del XIX secolo: il cotone prodotto in India, le fabbriche tessili di Manchester alimentate a carbone, le cotonine vendute ai mercanti di schiave e schiavi africani. Il microchip di silicio, invece, è un puro prodotto dell’egemonia neoliberale delle potenze occidentali degli anni Duemila. Produrre un tale oggetto necessita la capacità di ammassare quantità inaudite di capitali in eccesso (grazie alle riforme neoliberali) e di essere i beneficiari ultimi di catene di approvvigionamento di una complessità prodigiosa, suddivise su decine di Paesi. Di fatto, il microchip è la quintessenza del «modo di vita imperiale» così come lo hanno definito i sociologi tedeschi Brand e Wissen: un quotidiano in cui gli oggetti più ordinari sono dei prodotti iper-mondializzati fondati su rapporti di potere asimmetrici. È la pax americana che ha reso possibili la Silicon Valley e le sue catene di approvvigionamento tentacolari. Se non fosse esistito questo dominio mondiale, naturalizzato all’inizio degli anni Duemila al punto di passare per «la fine della storia», se il mondo non fosse stato questo spazio di libero scambio comodamente organizzato per rifornire le multinazionali occidentali, a nessuno sarebbe venuto in mente di digitalizzare le attività umane. Sembra inconcepibile rendere una società intera dipendente, per la propria sopravvivenza, da un oggetto che si basa sull’attività di decine di miniere ai quattro angoli del mondo, superando 80 diverse frontiere prima di raggiungere lo stadio del prodotto finale. In altri termini: il digitale è una tecnologia imperiale. Cosa diventa quando l’impero va in frantumi? Il vento cambia, l’impero occidentale s’incrina e si frammenta. Da qualche anno, il Pianeta non è più questa comoda base logistica, gestita dalle politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per rifornire le multinazionali occidentali. La Cina, seconda potenza economica mondiale, non può più essere trattata come un subappaltatore dell’elettronica. Essa ha costruito dei monopoli sui metalli critici e potrebbe invadere Taiwan, dove è fabbricata la maggior parte dei microchip del mondo. L’egemonia è finita, con diversi imperi in concorrenza tra loro per le risorse e i mercati. Convertite al capitalismo, le classi dirigenti dei BRICS+ (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia ed Etiopia) vogliono metalli, semiconduttori ecc. per produrre più o meno gli stessi oggetti: auto, aerei, armi, satelliti, telefoni, schermi e il resto dell’infrastruttura digitale. In Europa e negli Stati Uniti le imprese esigono dai loro Stati che le aiutino a garantire i loro approvvigionamenti in materie prime e in componenti. Che aprano miniere e industrie, che reindustrializzino i territori da cui queste stesse imprese hanno traslocato vent’anni fa per aumentare i propri profitti. Nel 2022, il governo federale degli Stati Uniti ha votato un Chips Act per sovvenzionare la produzione di semiconduttori nel Paese. Nel 2023, i deputati europei votano a loro volta l’European Chips Act, una replica della stessa legge il cui obiettivo è produrre sul continente il 20% della domanda europea di semiconduttori. A Crolles, nei pressi di Grenoble, lo Stato ha promesso 2,9 miliardi di euro per finanziare l’allargamento della fabbrica STMicrolectronics, un gruppo franco-italiano la cui sede è in Svizzera. Ma è davvero possibile rimpatriare queste catene di approvvigionamento mondiali? All’interno della classe politica, nessuno sembra porsi tale questione, per quanto cruciale: si possono produrre dei microchip in un solo Paese o per lo meno in un solo continente? Non più di quanto ci si chieda se si possono produrre delle batterie elettriche, delle armi o dei satelliti a partire da un unico continente. Si tratta di ignoranza, di cinismo? Tutti sembrano aver dimenticato che l’industrialismo è fondato sull’imperialismo – sugli «scambi», come dicono i manuali scolastici. L’industria automobilistica francese si è costruita con caucciù e rame congolesi, con piombo e cobalto magrebini, nichel canaco, petrolio mediorientale ecc. Le catene di approvvigionamento di STMicrolectronics sono oggi mille volte più lunghe, intrecciate e complesse di quelle dell’impresa Renault degli anni Sessanta. Il fatto che STMicrolectronics, a Crolles, abbia più di 6000 fornitori diretti fornisce un’idea della complessità dei processi da cui dipende questo sito gigantesco. Il minimo microchip di qualche millimetro può contenere decine di metalli differenti: arsenico, tantalo, titanio, antimonio, gallio… Tuttavia, a destra, a sinistra o presso gli ecologisti, tutti applaudono questi investimenti sulla «sovranità tecnologica» chiamati persino «rilocalizzazioni». Eccoci qui a Grenoble, dove un’intera industria dell’elettricità e dell’elettronica si è installata da lunga data per beneficiare dell’acqua delle montagne. Le imprese di semiconduttori impiantate a partire dagli anni Novanta hanno regolarmente aumentato i loro prelievi di acqua, al punto che in un decennio il consumo da parte di STMicro è quasi raddoppiato. Con il moltiplicarsi e l’aggravarsi degli episodi di siccità. Dopo l’estate 2022, un’estate torrida, il collettivo STopMicro è entrato in scena depositando casse e casse di bottiglie davanti a EAUX de Grenoble Alpes, la regia incaricata del servizio idrico della zona. Esattamente 336 litri, tanti quanti STMicrolectronics e Soitec ne consumano ogni secondo in seguito al loro allargamento. Da soli, questi due siti inghiottono l’acqua di una città di 400 mila abitanti e l’elettricità di una città di 230 mila abitanti. La popolazione della ragione è probabilmente inquieta nel veder scomparire le proprie risorse d’acqua, come la maggior parte di noi. Ma il muro che le impedisce di contestare questo accaparramento è il consenso politico sulla «rilocalizzazione». Bisogna pur produrre dei microchip. Meglio produrli qui che altrove. Di fatto, se avete ascoltato su France Inter l’intervista a Jean-Marc Chéry, amministratore delegato di STMicrolectronics, dovreste essere convinte e convinti che questo consumo d’acqua servirà almeno a produrre dei microchip «made in France» (trasmissione dell’11 novembre 2021 dedicata a Grenoble). Ci sono argomenti per tutte le parrocchie politiche: ciò impedirà le penurie che rischiano di paralizzare l’economia; le condizioni di produzione saranno migliori a Crolles che presso un subappaltatore asiatico. Rispondendo ai giornalisti, l’AD ha lasciato intendere che la fabbrica produceva «diversi miliardi di microchip ogni anno» a partire da una materia prima che sarebbe una «tavoletta di silicio». Tutto questo è falso. Era il primo punto del convegno organizzato da STopMicro e dai Soulèvements de la Terre il 28-29 marzo 2025: spiegare perché le fabbriche di STMicrolectronics a Crolles e di Soitec a Bernin sono solo una tappa di una catena industriale estremamente costosa e complessa. Che comincia con l’estrazione di quarzo nei rari giacimenti di quarzo ad alta purezza che esistono sul Pianeta. A cui seguono le tappe della metallurgia necessarie alla purificazione di questo minerale di silicio e che durano diverse settimane. Prima trasformato «in silicio metallo attraverso l’addizione di carbonio ricavato dal carbone o dal legno degli altiforni molto energivori»1, viene poi trasformato in polisilicio. «Il polisilicio viene quindi fuso ancora una volta a temperature elevatissime in lingotti di silicio monocristallino ultra-puro. Questi lingotti saranno poi divisi in gallette molto fini (wafers, in inglese)». È solo a questo stadio che intervengono le fabbriche di Grenoble, le quali ricevono queste gallette e vi imprimono miliardi di transistor e circuiti miniaturizzati attraverso la fotolitografia (simile a una foto argentica ma molto più complessa). Al termine di queste centinaia di tappe che durano diversi mesi nelle camere sterili dell’Isère, ciò che esce dal sito di STMicrolectronics a Crolles non è ancora un microchip come oggetto separato. È in altre fabbriche chiamate OSAT o back-end, spesso collocate in Asia, che questi semiconduttori sono singolarmente separati, testati e preparati per essere integrati in circuiti elettronici. Malgrado il suo colossale consumo d’acqua e di elettricità, la produzione realizzata nelle Alpi non è che una trappa tra decine di altre, suddivise su tutto il Pianeta. Una volta stabilito che la costruzione o l’allargamento di una fabbrica di semiconduttori non può cambiare la natura mondializzata dell’elettronica, il secondo punto di questo convegno era smontare il multistrato di forme di dominio contenuto in questo oggetto così minuscolo. In quanto tecnologie imperiali, i semiconduttori sono dei microcosmi. Attraverso i milioni di tappe e di sostanze che ne permettono l’esistenza, offrono un’istantanea mondiale delle devastazioni dell’industria, delle dinamiche coloniali e neocoloniali. È il caso, per esempio, dello stato di guerra permanente nella parte est della Repubblica democratica del Congo, di cui ci parlano David Maendha Kithoko e Fabien Lebrun. Questa regione del Kivu dove vengono sfruttare numerose miniere artigianali di tantalo e di stagno (utilizzati nei condensatori e nelle saldature delle schede elettroniche) si è infiammata già agli albori della rivoluzione informatica. Le manovre delle grandi potenze per beneficiare di questa economia di guerra hanno alimentato fino ad oggi il reclutamento dei bambini per la guerra e per le miniere, gli stupri, i massacri e le deforestazioni. Parallelamente, l’espansione dei mercati delle batterie per le auto, i datacenter e gli apparecchi digitali hanno scatenato una corsa ai giacimenti di litio sulle Ande, in particolare nel Nord dell’Argentina, dove decine di comunità autoctone resistono al proprio sradicamento. È quello che ci raccontano Roger Moreau da Salinas Grandes e Azul Blaseotto, venuta da Buenos Aires. Cosa vediamo ancora in questi microchip di cristallo? Possiamo vedervi riflessi i movimenti meccanici e ripetitivi degli operai e delle operaie dell’elettronica in Cina e in India, raccontati da Agnès Crépet, che studia questa industria da dieci anni all’interno dell’impresa Fairphone. O ancora vedervi scintillare le acque cristalline dei laghi delle comunità innu e inuit nell’estremo Nord del Quebec, e immaginare la collera degli abitanti del porto di Sept-Îles di fronte a un progetto di estrazione di terre rare da giacimenti radioattivi. Marc Fafard ha attraversato l’Atlantico per venire a raccontare l’eterno ritorno di queste imprese minerarie nella regione. Esse puntano questa volta ad estrarre del gallio, il metallo di cui sono fatte le nuove generazioni di microchip, le cui performance continuano a raddoppiare ogni due anni, in conformità con la legge di Moore [secondo la quale il numero di transistor su un microchip raddoppia circa ogni 18 mesi] che le potenze economiche fanno implacabilmente rispettare nel mondo. A partire da tutti questi racconti, si comprende facilmente che più lasciamo le imprese disseminare schede elettroniche in tutto ciò che ci circonda, più aumentano gli accaparramenti e le intossicazioni – a Crolles, a Salinas Grandes, a Sept-Îles e altrove – ma anche il rischio sempre più evidente di guerra tra potenze economiche rivali. È per mettere le mani sui giacimenti di terre rare e altre miniere indispensabili al digitale che l’amministrazione Trump minaccia di occupare la Groenlandia. È per procurarsi il petrolio necessario alla corsa all’IA e all’armamento ch’essa attacca il Venezuela. In questo mondo dominato dall’industria del digitale, per via degli usi e degli oggetti che impone, ogni potenza economica avrebbe bisogno di almeno due continenti per accaparrarsi le risorse. Sono i tassi di crescita di questo settore che ci incarcerano ogni giorno di più in questo tunnel hyperloop in fondo al quale c’è la guerra. Di ritorno, questo orizzonte di scontro ineluttabile rafforza ancora la crescita del digitale, diventato il sistema nervoso delle tecnologie militari contemporanee. Così, che sia promossa dalla Cina, dagli Stati Uniti o dall’Europa, la «sovranità tecnologica» non designa affatto una ricerca di autosussistenza il cui corollario sarebbe di lasciare in pace il resto del mondo, una forma di autosufficienza tecnica e materiale. La «sovranità tecnologica» indica in realtà il rafforzamento imperiale e la corsa all’armamento. Il terzo punto di questo convegno e della manifest’azione che ne è seguìta è quindi davanti a noi, e per molto tempo. Piuttosto che credere alle favole per bambini dell’«industria rilocalizzata», dobbiamo far cessare la condizione di dipendenza generalizzata che si rafforza con ogni nuovo servizio digitale: la scuola degli schermi, la tele-medicina, i cervelli alimentati con l’IA e così via. Queste imprese all’apparenza onnipotenti hanno delle vulnerabilità: il rischio di disaffezione, la rivolta degli utenti contro la colonizzazione della vita da parte di queste tecnologie potrebbe esserne una, se delle iniziative tanto ricche quanto festose come quelle di Grenoble si moltiplicassero. In una prospettiva più realistica, l’altra vulnerabilità evidente è precisamente ciò che il lavoro di STopMicro ha contribuito a mettere in luce: la crescente fragilità delle sue catene di approvvigionamento man mano che il contesto geopolitico si fa più volatile. Esse potrebbero essere destabilizzate dalla molteplicità dei conflitti e delle resistenze che hanno scatenato, dalle miniere fino ai data center, se la solidarietà internazionale riuscisse ad amplificarle e a unirle come altrettanti anelli. 1. Questa e le citazioni successive sono tratte da Combien de tours du monde faut-il pour fabriquer une puce « made in France »? [Quanti giri del mondo servono per fabbricare un microchip “made in France”?], l’intervento del Collettivo STopMicro che apre Anatomie d’une puce.
Approfondimenti
In primo piano
Tecnoguerra (o la guerra mondializzata)
Pubblichiamo questo prezioso contributo del Gruppo Grothendieck di Grenoble. Parte di un’ampia disamina sulle varie forme storiche di guerra (Bienvenue dans la technoguerre. Quelques analyses sur la guerre de « haute intensité » à notre époque technocapitaliste), abbiamo tradotto solo l’ultimo capitolo, relativo alle guerre contemporanee. Allo stesso collettivo si deve un eccellente approfondimento in cinque episodi sulle biotecnologie e sulla guerra generalizzata al vivente (https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/). Due ci paiono gli aspetti più interessanti del testo che pubblichiamo: la distinzione tra guerra mondializzata e guerra mondiale; e il fatto di vedere la guerra già presente nei massicci finanziamenti alle tecnologie “duali” (cioè quelle militarizzate e quelle militarizzabili). «Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa “fase preparatoria” che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico». Qui in pdf: Tecnoguerra(1)   Tecnoguerra (o la guerra mondializzata) da: ggrothendieck.wordpress.com Oggi le guerre sono molteplici e variegate. Ciò che qui ci interessa, sono le guerre «convenzionali», vale a dire le guerre ufficiali dei paesi bellicisti, non le operazioni segrete e le «scaramucce» tra bande armate. Esse sono di due tipi: le «operazioni speciali» o OPEX e la guerra industriale totale. Le OPEX s’inscrivono nel «continuum sicurezza-difesa» [1], in cui l’obiettivo è l’egemonia di uno Stato-nazione o il suo mantenimento in una regione del mondo spesso per molteplici fattori (politici, ideologici, legati alle risorse ecc.). L’operazione Barkhane della Francia nel Sahel è una OPEX, che mira a dominare una regione e mantenere un equilibrio capitalista politico-economico contrastando l’influenza jihadista. La guerra Ucraina-Russia o Iran-Israele-USA sono delle guerre industriali totali (gli Stati Maggiori degli eserciti parlano eufemisticamente di «guerre ad alta intensità»). Queste guerre tendono allora a diventare mondiali quando non sono già mondializzate, in quanto mobilitano umani, risorse, infrastrutture civili e militari nonché diplomazie di numerosi Paesi interconnessi. Questo «mondialismo» della guerra è dovuto al fatto che questa si dispiega su campi d’azione (aria, terra, mare, spazio, cyber, propaganda ecc.) che un singolo esercito non padroneggia totalmente. La tecnoguerra fa appello a molteplici risorse esterne in un opportunismo internazionale legato alla facilità delle logistiche e delle comunicazioni. Il ricorso all’aiuto esterno, come il fatto che la Francia, grazie ai propri satelliti militari, fornisca i due terzi delle informazioni all’Ucraina [2], è quasi-obbligatorio nelle tecnoguerre moderne pena una rapida sconfitta. Inoltre, questo «mondialismo» è una riconfigurazione permanente di fronte agli embarghi della controparte: i Russi riorientano la vendita del loro petrolio alla Cina dopo l’embargo europeo del 2022 e ricevono i componenti elettronici dall’Europa per il tramite di Paesi terzi come Singapore, Hong-Kong o Kazakistan. Questo ridispiegamento è permanente e dipende dai «ponti di trasmissione», spesso paradisi fiscali e regimi autocratici le cui politiche sono indifferenti o addirittura inclini a servire da intermediari per le zone di guerra. Oltre all’Estremo Oriente (Singapore, Taiwan, Hong-Kong o Cina), la penisola arabica (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Barhein) e alcuni Paesi che giocano sui due fronti (specialmente India e Turchia) servono da intermediari per fornire armamenti, petrolio e riciclare capitali di guerra. Con buona pace del «commercio tranquillo», il quale, qualunque cosa accada, non sarà mai colpito da embargo. Citiamo come esempio il settore nucleare russo, indispensabile a tutti i regimi nucleari e in particolari alla Francia, la quale continua ad importare un terzo del proprio uranio dalla Russia e stringe accordi con Rosatom e lo Stato russo (nello specifico ITER e la stazione spaziale internazionale) [3]. Questo tipo di guerra mobilita una economia di guerra, dal momento che una gran parte dell’industria e dei capitali è messa al servizio della guerra [4]. Grazie al loro complesso scientifico-militar-industriale, le grandi potenze (in concreto quelle che possiedono la bomba atomica: Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Israele, India e qualche altra) hanno un’economia in cui lo Stato, attraverso leggi e sovvenzioni, promuove un riorientamento dei piani: le imprese d’armi producono di più e realizzano degli stock, quelle duali (civili e militari) aumentano la loro partecipazione all’armamento e i laboratori di ricerca ridisegnano i loro obiettivi verso il militare. Oltre a predisporre degli stock (per esempio Macron nel 2024 chiedeva al produttore di missili MBDA di fare importanti scorte [5]), l’industria bellica esporta massicciamente verso zone di guerra. Per esempio, l’economia di guerra a livello di vertice del capitalismo si traduce nel fatto che l’Europa è diventata nel 2024 il principale continente d’importazione di materiale militare al mondo, e allo stesso tempo nel fatto ch’essa è diventata il continente in cui le spese militari hanno avuto l’aumento più netto dal 2015 al 2024 (+ 83%) e dove nel 2024 si sono contate più vittime militari [6]. Questo dimostra che l’Europa ridiventa dopo decenni di pausa il continente in cui la guerra assoluta è in corso. La guerra mondializzata non tende per forza alla guerra mondiale, poiché le interdipendenze economiche (per esempio con la Cina per i metalli rari e con la Russia per le competenze nucleari) impediscono nella maggior parte dei casi di assumere alleanze esplicite in un conflitto ad alta intensità. Per esempio, benché aiuti in modo massiccio l’Ucraina fornendo artiglieria e competenze militari, ufficialmente la Francia non è in guerra con la Russia e non partecipa direttamente alle battaglie. Il mondo è cambiato dal 1945. Non ci sono più due poli tecnocapitalisti, bensì 5 o 6 (polo statunitense, polo russo-cinese, polo indiano, polo turco, polo sud-coreano ecc.) in cui si concentrano i flussi di capitale, le conoscenze tecnologiche e le materie prime e le cui alleanze sono multipolari. Per esempio, esistono la NATO e il suo avversario, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva OTSC (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan), i Brics+ [7], al cui interno certe nazioni possono seguire politiche contraddittorie. Per esempio, la Turchia fa parte della NATO, ha basi militari americane sul suo territorio, vende petrolio a Israele, ma è anche alleata dell’Iran, acquista il suo gas, fa parte della Via della Seta cinese ed è un partner privilegiato della Russia pur considerando Israele il «Grande Satana» [8]. Tutto è faccenda di opportunismo e di propaganda per allargare la propria sfera d’influenza. Altro esempio: l’Armenia, benché membro dell’OTSC, sviluppa partenariati militari avanzati con la Francia che è membro della NATO. Bisogna riconoscerlo: queste multiple alleanze economiche, militari e strategiche non hanno impedito le guerre «ad alta intensità». Con la guerra russo-ucraina, la guerra Iran-USA-Israele, ma anche Israele-Palestina-Libano, ne abbiamo tre contemporaneamente! Su molteplici fronti con molteplici attori. Per esempio, la Francia aiuta l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati a difendere i loro territori dagli attacchi iraniani e allo stesso tempo dovrebbe essere partner del Libano nel quadro degli accordi CEDRE [9]. Prendiamo la morte dei Caschi Blu indonesiani di UNIFIL (ONU) in Libano sotto i colpi israeliani nonché gli attacchi israeliani contro dei Caschi Blu francesi e la non-risposta della Francia: tutto questo è dovuto al fatto che la Francia, come altre grandi potenze militari, a livello geopolitico è firmataria di molteplici accordi di cooperazione contraddittori. Tanto più che non bisogna indispettire i cugini americani e israeliani i quali cominciano già a rivedere la loro politica di importazione nei nostri confronti, specialmente per il materiale bellico [10]. Alla fine, è chiaro che ogni Paese non entrerà in guerra a meno che i propri interessi non vengano gravemente minacciati (per esempio, nel caso francese, un massiccio attacco iraniano contro le sue basi militari distribuite un po’ ovunque sul globo) e a condizione che i propri arsenali siano ben riempiti (il che non è ancora il caso della Francia, il cui Stato Maggiore annuncia la data del 2030 per un dispositivo completo d’ingaggio ad alta intensità [11]). Tutto ciò fa sì che le tre zone di guerra totale formino una continuità nella guerra mondializzata con numerosi fronti, numerose coalizioni e misure contraddittorie, ma con una logica simile in cui l’impegno dei più forti (Stati Uniti, Russia) spinge tutti gli altri a muoversi, per il momento nelle retrovie, in attesa di poter essi stessi «ingaggiare» una guerra… Possiamo formulare qualche ipotesi per il seguito degli eventi: 1° La guerra mondializzata si amplifica (scenario più probabile): con l’implicazione degli alleati europei a sostegno delle guerre condotte dagli USA e da altri attraverso dei colpi di mano sotterranei da parte di alleati dell’Iran o della Russia (per esempio la Cina) e magari l’apertura di una quarta guerra ad alta intensità che coinvolga Stati Uniti e Europa (Cuba, Turchia, Taiwan ecc.) 2° La guerra diventa mondiale con due blocchi che si scontrano per esempio sul continente europeo: le cifre delle massicce importazioni di materiale di guerra in Europa, le esercitazioni su grande scala sempre più frequenti sul Vecchio Continente possono farci pensare a una futura guerra mondiale. Questo può concludersi con quell’Apocalisse nucleare su cui ironizzava Einstein: «Non so come sarà combattuta la Terza Guerra mondiale. Ma so come sarà combattuta la Quarta: con i bastoni e con le pietre». Tale scenario non è probabile nell’immediato, poiché i giochi di alleanze, le dipendenze reciproche delle grandi potenze in materia di petrolio, gas e risorse primarie, nonché gli intrecci finanziari, fanno sì che la guerra mondiale sia l’ultima iniziativa prima di una grande crisi capitalistica (ma anche antropologica). Tuttavia la guerra non è solo una faccenda di economia: elementi imponderabili, incidenti, cause ideologiche potrebbero innescarla e la spirale tecnologica potrebbe «schiacciare» la logica capitalista. 3° Il decremento della mondializzazione della guerra e la fine delle tre guerre ad alta intensità: questo scenario appare attualmente poco probabile viste la velleità di tutti Paesi del vertice capitalista, l’aumento spettacolare di tutti i budget militari, i piani di arruolamento e gli stock di armi che costano caro. Prima della de-escalation, bisogna fare la guerra per liquidare gli stock e confermare determinate egemonie. Ci troviamo dentro una spirale in cui la guerra chiama la guerra, dal momento che troppe grandi potenze acquistano una certa fiducia nella propria capacità bellica. Lo spazio dei generali e degli esperti militari si fa preponderante, il tabù della guerra in Europa è saltato, gli antimilitaristi e i pacifisti non sono una forza politica. No, tale scenario non sembra concepibile a breve e a medio termine. La tecnoguerra: sangue e droni «I campi di battaglia d’Ucraina, di Siria e dello Yemen, ma anche le regioni di scontri geopolitici come il Golfo Persico o il mare della Cina, sono sempre più intasati di droni dalle dimensioni e dalle caratteristiche differenti. Che siano impiegati per la raccolta delle informazioni, i bombardamenti aerei, il puntamento dell’artiglieria o la guerra elettronica, i droni sono un fattore centrale nell’evoluzione della guerra moderna» [12]. Conviene ora guardare più da vicino le guerre ad alta intensità in corso, per osservare le evoluzioni già all’opera e comprendere verso che tipo di guerra ci si dirige. Diciamo innanzitutto e in modo chiaro che la dottrina statunitense del zero kill con le sue «operazioni chirurgiche», sorta durante prima la prima guerra d’Iraq, è molto semplicemente un fantasma o una trovata pubblicitaria degli Stati Maggiori. Può dichiararsi «high-tech» quanto vuole, ma la guerra provoca un numero enorme di morti tra i militari e soprattutto tra i civili [13]. L’aspetto più rilevante da osservare in queste tecnoguerre, è il fatto che il fronte si trova ora ovunque in un Paese in guerra e che non esiste più un luogo dove nascondersi. L’enorme sviluppo delle tecnologie dei sensori, in particolari a infrarossi, permette a un drone (chiamato anche UAV [14]) che vola a diverse centinaia di chilometri d’altezza di vedere più o meno ovunque, di giorno come di notte [15]. Se all’utilizzo dei droni armati che possono intervenire in tutto lo spettro dello spazio aereo (fin dentro gli edifici) si aggiunge il controllo delle comunicazioni, la discrezione ne risulta fortemente compromessa e i jammer sono diventati uno strumento essenziale per non perdere gli uomini in massa. La grande lezione della guerra Ucraina-Russia è proprio l’impiego massiccio dei droni, in tutti i campi operativi e a tutte le altitudini. Questo non sostituisce né i cacciabombardieri né le truppe sul terreno, ma funge da complemento, soprattutto in un Paese come l’Ucraina dove il numero di umani da mobilitare non è infinito [16]. Potendo sia eseguire bombardamenti a diverse centinaia di chilometri dal fronte e diffondere così il terrore nelle città (e distruggerne le infrastrutture importanti), sia colpire obiettivi a breve distanza, l’utilizzo dei droni è a buon mercato se paragonato ai missili trasportati da aerei o da sistemi di terra estremamente costosi [17]. L’Ucraina è diventata il primo produttore di droni al mondo con circa 2 milioni di unità all’anno e 500 imprese coinvolte, al punto che lo Stato si vanta di essere la «Silicon Valley delle tecnologie di difesa» [18]. I Paesi attaccati dall’Iran come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati chiamano in aiuto degli esperti ucraini di droni [19]. Intreccio di guerra high tech e di esperimenti sul terreno, la guerra d’Ucraina utilizza tutte le possibilità offerte: la filiera corta delle start-up e delle competenze do it yourself dei geek e dei laboratori informali [20], come le tecnologie pesanti provenienti dalle industrie belliche e che necessitano lunghi addestramenti in Europa occidentale (per esempio i sistemi anti-missile Patriot o i caccia F-35 [21]). Questa mescolanza di soldato low tech e high tech fa sì che malgrado abbia un esercito decisamente più ridotto l’Ucraina regga il fronte e «sprechi» molti meno uomini della Russia. Tutti gli Stati Maggiori studiano senza sosta questa guerra, poiché essa mette alla prova un certo numero di ipotesi sulla «resilienza delle forze» o sulla «asimmetria» e mostra all’opera una vera e propria ibridazione (soprattutto dal lato ucraino) tra civili e militari [22], al punto che la Ministra francese delle Forze armate parla anch’ella di «esercito ibrido» per la Francia [23]. In questa mondializzazione dei flussi di guerra, molte industrie di armi europee hanno compreso quanto l’Ucraina fosse diventata l’Eldorado e vi impiantano ora le loro fabbriche [24]. Come Renault, che, con la start-up di droni EOS di Grenoble, prevede di costruire uno stabilimento a Kiev [25]. Oltre che hotspot di produzione, queste tecnoguerre sono anche dei laboratori di sperimentazione di materiali e di nuove competenze: drone cablato, robot killer, robot umanoide [26], guerra dei satelliti, intelligenza artificiale [27], il campo di battaglia permette di testare in campo aperto tutta una nuova chincaglieria e altri prototipi non ancora perfezionati, nonostante le dichiarazioni mirabolanti di Zelensky o di Putin sull’efficacia dei robot killer [28]. Ciò detto, si tratta quanto meno di una vera e propria opportunità per gli industriali dell’armamento che ne ricavano il loro RETEX o «ritorno d’esperienza» al fine di migliorare i loro prodotti a basso costo e in condizioni reali. In ultimo, le tecnoguerre sono anche delle vetrine per il commercio di morte. Per esempio hanno permesso all’impresa francese Nexter di mostrare l’efficacia del suo cannone mobile CEASAR e così di venderne a profusione a una pletora di eserciti (Croazia, Estonia, Armenia, Bulgaria i nuovi acquirenti post-guerra), essendo l’Ucraina il primo parco per cannoni CEASAR al mondo. È stata lanciata persino una canzoncina per ringraziare la Francia sulle arie di Je t’aime… moi non plus di Gainsbourg et Birkin [29]. Le tecnoguerre, le attuali guerre totali, malgrado la loro facciata zero kill, «senza fanteria senza perdite» (Zelensky in riferimento al suo battaglione di robot killer), restano e resteranno prima di tutto degli anonimi mattatoi di milioni di morti, di feriti e di traumatizzati (circa 2 milioni di morti e feriti per la guerra russo-ucraina), in cui sono le popolazioni civili a pagare il prezzo più alto. Esse sono in continuità con le guerre mondiali in cui la ricerca scientifica è messa altamente al servizio per uccidere nel modo più massiccio e più intenso. Esse sono guerre di annientamento nel loro dispiegarsi attraverso l’uso potenziale di armi e di strategie di combattimento in cui il controllo del campo di battaglia è gestito e generato dal computer e dai suoi algoritmi, anche quando questo non sempre avviene sul terreno effettivo. L’ultima tappa di questo tipo di guerra è raggiunta attraverso l’impiego totale della potenza di fuoco e di annichilimento in una parte del globo o nella sua interezza. «L’ipotesi Terminator», dall’omonimo film di fantascienza in cui l’annientamento atomico è scatenato da un’IA, è la risultante di questo tipo di guerre se ne svolgiamo fino in fondo le conclusioni. Senza giocare ai pessimisti, non dobbiamo bendarci gli occhi, bensì avere realmente, visceralmente paura di questo genere di guerre il cui ampliamento sarà, al di là dei campi e dei cappelli politici, 100% kill. Conclusione «L’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie dirompenti strategiche potrà realizzarsi solo alla condizione di investire a sufficienza e di coordinare le nostre azioni per trovare il giusto equilibrio tra innovazione e regolamentazione. Gli Europei, per conservare il proprio rango nel mondo e promuovere il proprio modello, devono unirsi anche in questo e lanciare insieme un vero e proprio shock competitivo» (Tesi 15 della Revue nationale stratégique des armées 2025, diretta da Macron). Con questo testo abbiamo cercato di uscire dai fantasmi sulla guerra per studiare concretamente le forme che potrebbero condurci in Europa a dei sacrifici mortiferi se un vasto movimento di resistenza non vi si oppone [30]. Carni martoriate e droni, amputazioni e IA, stupri e missili ipersonici, ecco cos’è la tecnoguerra! «Furia Epica», «Leone ruggente», «Piombo fuso», «Giorni di penitenza» sono i suoi nuovi nomi, barbari appelli a uccidere, a uccidere ancora, a uccidere sempre e schiacciare chiunque. Il dominio degli Stati e il rafforzamento dei loro fronti e delle loro frontiere passano oggi attraverso questo «Tempo di guerre» in cui saremo nostro malgrado costretti a scegliere un campo. Possiamo affermare che ciò che accade oggi in Europa è già l’inizio della guerra totale chiamata «ad alta intensità»: programma di 800 miliardi per ReArm Europe, forte aumento delle spese militari (come negli auspici del primo ministro Lecornu di aggiungere altri 36 miliardi alla Legge di Programmazione Militare che ne prevede già 413) [31], incremento degli stock di armi e non solo per l’Ucraina, progetti dello Stato Maggiore francese di collocare missili atomici nelle basi in Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Belgio, Svizzera, Danimarca, o ancora iniziative militari europee come la forza d’intervento rapido EUNAM o il programma di missile balistico europeo ELSA [32]. Tutti i Paesi europei si preparano alla «guerra ad alta intensità» da qui al 2030, e segnatamente la Francia secondo la Revue nationale stratégique 2025 [33], la quale è il giornale di bordo dell’esercito francese. La tecnoguerra non comincia con le cannonate, ma attraverso l’accaparramento militare della ricerca scientifica e lo sviluppo delle tecnologie «duali» verso la loro militarizzazione (microelettronica, informatica, robotica, aerospazio). È quello che vediamo attualmente: oltre alle speranze di una riserva ben nutrita di umani per fare la guerra (ciò che lo Stato francese si accinge a creare), a dominare questo periodo sono i finanziamenti massicci verso i settori tecnoscientifici militarizzabili e il finanziamento a oltranza di ricerche civili e start-up. L’ultimo e istruttivo esempio in ordine di tempo è quello della start-up Harmattan IA. In seguito a un bando di base della DGA, la start-up civile, in meno di un anno ha realizzato il prototipo di un drone militare a basso costo, lo ha messo in produzione, ne ha venduto 300 esemplari all’esercito francese e 1000 a quello britannico [34]. Nel gennaio del 2026, Dassault Aviation ha sottoscritto con la start-up un partenariato di sviluppo per il proprio Rafale F5 (atteso per il 2030) e il drone da combattimento associato, UCAS. Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa «fase preparatoria» che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico. Contro la ben nota essenzializzazione «le guerre sono sempre esistite», diciamo che ciò che oggi si chiama «guerra» e in particolare «guerra ad alta intensità» è una forma apparsa dopo la Prima Guerra mondiale e non prima. Essa non ha nulla da spartire con le battaglie del Medio Evo o dell’Antichità. Queste guerre moderne sono altamente tecnologizzate e sono diventate più mortifere per i civili [35]. Sono guerre industriali inscritte nella logica tecnocapitalista della guerra generalizzata al vivente [36]. Queste guerre hanno la tendenza a mondializzarsi anche in assenza di blocchi strategici offensivi. Non sappiamo se la guerra mondializzata si trasformerà in guerra mondiale, ma la questione stessa è mal posta, dal momento che è proprio adesso che tale bellicismo e tale militarismo si stanno tremendamente ampliando con milioni di morti in Palestina, in Ucraina, in Russia, in Libano, in Iraq. E più l’Europa si prepara sul proprio suolo, più questo velo d’obbedienza copre le nostre possibilità di azione storica. Spetta a noi, «la gente che sta in basso», lottare nei Paesi in cui la guerra già presente non è ancora effettiva. Il tempo stringe. Dopo… dopo sarà un’altra storia. Groupe Grothendieck, Grenoble, aprile 2026. groupe-grothendieck@riseup.net ggrothendieck.wordpress.com     [1] « Protéger le territoire. Le continuum sécurité défense », Institut national des hautes études de la sécurité et de la justice, Giugno 2019. https://www.ihemi.fr/publications/cahiers-de-la-securite-et-de-la-justice/proteger-le-territoire-le-continuum-securite-defense [2] https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260115-budget-groenland-ukraine-macron-a-rendez-vous-avec-les-arm%C3%A9es-%C3%A0-istres [3] « Le commerce d’uranium entre la France et la Russie se poursuit, près de quatre ans après l’invasion de l’Ukraine », Le Monde, 28 gennaio 2026. [4] Nel suo discorso alle Forze armate di gennaio 2026 presso la base d’Istres, Macron mette pressione agli industriali affermando che non siamo ancora in «economia di guerra»: «Siamo onesti con noi stessi, se la domanda è se siamo in economia di guerra in senso stretto, la risposta è no. Perché se fossimo in guerra, oso sperare che non produrremmo in questo modo. Guardo cosa hanno saputo fare gli Ucraini, il che è ben diverso». Ora, il budget militare francese è aumentato di 100 miliardi rispetto a quello precedente, con ancora delle aggiunte previste. Siamo evidentemente in «economia di guerra» e questa si realizza lentamente. Macron vorrebbe certo accelerare i ritmi, da buon capo impresa della Francia. Cfr: https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-double-coup-de-pression-de-macron-dans-son-discours-martial-devant-les-armees_259250.html [5] Il più grande produttore europeo di missili, MBDA, ha un giro di affari letteralmente esploso negli ultimi anni con la maggior parte delle vendite in Europa (Uraina compresa), dove le commesse raggiungono i 44 miliardi di euro nel 2026; vendite definite «bisogni operativi urgenti» (UOR) per l’Ucraina e per i Rafale francesi in Arabia Saudita nel contrasto ai droni iraniani. https://www.forcesoperations.com/2026-lannee-du-changement-de-dimension-pour-mbda/ [6] SIPRI Yearbook 2025. Per dati affidabili e internazionali sulle guerre in corso e sugli armamenti, si possono leggere i Rapporti dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (SIPRI). [7] Paesi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti ecc. Messico, Corea del Sud e Turchia valutano di entrarvi. [8] « La position délicate de la Turquie par rapport à l’Iran », The Conversation, https://theconversation.com/la-position-delicate-de-la-turquie-face-a-la-guerre-en-iran-278226 [9] «Nelle corte dell’Eliseo è stata affrontata anche la questione delle tensioni tra Hezbollah e Israele. Su questo dossier, Macron ha sottolineato che il Libano, “che attraversa un momento delicato, può contare sul sostegno della Francia”. Egli ha invitato a “evitare ogni escalation con Israele”, esortando le diverse parti implicate a “dare prova della più grande moderazione”». Articolo de L’Orient le jour del 20 settembre 2019 : https://www.lorientlejour.com/article/1187502/depuis-paris-hariri-sengage-a-appliquer-les-reformes-prevues-par-la-cedre.html [10] Il governo israeliano ha annunciato recentemente di bloccare tutte le principali importazioni di armi francesi. [11] Cfr. l’ultimo numero del giornale del Ministero delle Forze armate e degli ex combattenti, Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026, dossier « le défi de la mobilité en haute intensité ». [12] https://dronecenter.bard.edu/files/2019/10/CSD-Drone-Databook-Web.pdf [13] Senza parlare del genocidio a Gaza, la guerra Ucraina-Russia ha provocato nei primi anni circa 10 mila morti all’anno. Si calcola in più di 1 milione e mezzo il numero totale dei morti in questa guerra. [14] Unmanned Aerial Vehicule. [15] Per vedere e comprendere le tecnoguerre, è utile il documentario Il n’y aura plus de nuit (2020). La regista, Éléonore Weber, ha recuperato delle immagini a infrarossi delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan e si interroga con l’aiuto di esperti militari sulla natura di queste guerre in cui nessuno è al riparo. [16] Sull’impiego dei droni in Ucraina-Russia e su come la guerra sia cambiata, rinviamo all’ottimo rapporto: « Ukraine–Russie : quand la guerre des drones redéfinit le champ de bataille », Institut des hautes études de défense nationale (IHEDN), Febbraio 2026. [17] Per esempio, un solo missile francese Mica (terra-aria) costa 700 mila euro, mentre un drone Shahed iraniano costa circa 30 mila euro. [18] https://ts2.tech/fr/drones-en-ukraine-2022-2025-un-rapport-complet/ [19] « Zelensky en vedette aux USA et dans le Golfe », Canard enchaîné, 1° aprile 2026. [20] Esempio: i sei Mirage 2000 offerti dalla Francia all’Ucraina sono stati trasformati in lanciatori di terra in grado di scagliare missili da crociera Scalp (400 chilometri di portata). [21] https://www.lecoupdapres.fr/realisations/le-soldat-low-tech [22] Tant’è che la nuova ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, nell’ultimo Esprit de Défense (n. 186) parla anche di «esercito ibrido» per quello francese. [23] «Dobbiamo confermare in modo molto chiaro l’evoluzione delle nostre forze armate verso un modello ibrido», afferma Catherine Vautrin intervistata da Esprit de défense, n. 18, Inverno 2026. [24] La Francia ha firmato una quarantina di contratti industriali con l’Ucraina. Cfr. « Depuis 2022, la France aux côtés de l’Ukraine », Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026. [25] https://www.drone-actu.fr/drone-militaire/drones-defense-renault-ukraine-produire [26] https://www.ladepeche.fr/2026/03/18/guerre-en-ukraine-il-sappelle-le-phantom-mk-1-et-ce-robot-humanoide-pourrait-bientot-aller-combattre-sur-le-front-13277154.php [27] https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/affaires-etrangeres/l-intelligence-artificielle-et-la-guerre-lecons-d-ukraine-et-du-moyen-orient-9458640 [28] https://www.radiofrance.fr/franceinfo/podcasts/les-documents-franceinfo/sans-infanterie-et-sans-perte-l-ukraine-envoie-des-drones-et-des-robots-pour-prendre-une-position-aux-russes-5028667 [29] « Merci la France » https://www.dailymotion.com/video/x8ee8hn [30] Per un po’ di balsamo sul cuore e vedere alcune resistenze in atto, possiamo citare l’infaticabile journal de l’Union pacifiste de France che ancora nel suo ultimo numero (634) torna sulle importanti mobilitazioni contro la guerra in Germania. [31] « Des milliards pour l’armée débattus à la hussarde », Le Canard Enchaîné, 15 aprile 2026. [32] European Long Strike Approach, cfr. il rapporto parlamentare in conclusione dei lavori di una missione informativa sul tema «l’artiglieria alla luce di un nuovo contesto strategico» (30 aprile 2025), consultabile qui: https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cion_def/l17b1356_rapport-information#_Toc256000048 [33] Revue nationale stratégique 2025, Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale (SGDSN), https://www.sgdsn.gouv.fr/files/2025-08/20250713_NP_SGDSN_Actualisation_2025_RNS_FR.pdf [34] https://opexnews.fr/drones-combattant-dga-harmattan-ai/ [35] A cavallo del XX secolo, i morti civili delle guerre erano circa il 5%, ma di lì in avanti sono diventati il 90%. Cfr. « La dissuasion est un prétexte », Mensuel de l’Union Pacifiste, n. 634, Aprile 2026. [36] Groupe Grothendieck, guerre généralisée au vivant et biotechnologie, https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/  
Approfondimenti
Rompere le righe
“Guerriglia, sì!” Parole di un compagno a seguito di un avviso orale
Riceviamo e volentieri diffondiamo questo testo appassionato e ricco di spunti, che costringe a riflettere sui limiti della nostra (in)azione nell’epoca in cui “l’uomo [è giunto] ai limiti della propria inesistenza”. Il titolo, assente nel testo inviato, è nostro.  Qui in pdf: guerriglia sì «È certo vero che l’organizzazione dell’esistente si sta sgretolando, vacilla, non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza. Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.» Queste parole di Piero Coppo, da Critica radicale e rivoluzione, mi aiutano a chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso orale del questore di Messina. Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei “comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”. Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata. Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in vita. Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente, sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè) disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi, (necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura. Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante, anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per “rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto – novello “monello” chapliniano – una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto” ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco demolito con le ruspe la palestra Lupo affinché dei luoghi di aggregazione e discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”, dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni, fogli di via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse: anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto trentunenne aveva tentato il suicidio. Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante e tanto più si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia: nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della verbalizzazione inerte. Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto. Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti, finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere insieme i soldi per curarsi da un tumore. La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi? Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per la messa in sicurezza di case scuole e ospedali? Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? È stata forse rasa al suolo da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”? Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”? Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca di essere un terrorista, uno che si augura di far paura. Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime persone. Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa succederebbe oggi? Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane camerata col poster di Almirante – firmatario del Manifesto della razza che diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele. E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria inconciliabilità con questo mondo immondo. Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a via dei Georgofili. È storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto i propri piedi? Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici. Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella vita – l’adeguato seguito pratico. Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa! Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone – alla faccia degli ayatollah della mega-macchina capitalistica – ne fanno davvero esperienza in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile mela marcia venivano quasi tutti da fuori. Mi viene da vomitare e da piangere nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto. Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti, leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di banche, nei cui articoli mi posso riconoscere. «1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) I gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.» Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per istigazione a delinquere, si esprimeva così: «E’ innegabile che la diffusione capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente. Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.» Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a tutto il resto. Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione. Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme (rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale. Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx. Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse la neo-lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento un’operazione di polizia internazionale. (Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su cui sono piovute bombe al fosforo bianco.) Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che, specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare empatia. Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali. Delmastro – quello tutto law, order & camorra – ha proposto un encomio per gli agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra alla popolazione detenuta. (Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra, all’epoca del Covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.) In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è stato definito “terrorismo della parola”. Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili, che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto. Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo rifiuto. In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di un nodo veramente cruciale. Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente alla nostra contemporaneità. «Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale 1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno, appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono gli stessi che occupavano Budapest e Praga. Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche, che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T-47 e del Leopard, come si discute di modelli di automobili tra amici. Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza; sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il rifiuto dell’obbedienza ai feticci. Questa è la tragedia. Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi. ‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in passato, già risposero. A. Eichmann, per esempio. Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità anche più grandi’. La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario, anziché il cuore di ogni politica. Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa chi, per azioni che finiscono non si sa dove. Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui. Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli occhi, e poi partiamo’. Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e ‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi, ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione al potere. [..] Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata: il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia; l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato, unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo stile dell’ “Unità”, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno, ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano. E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo, inevitabilmente, aiutato il Vietnam.» Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando. E credo che ragione del nostro discorso non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri per la guerra del Vietnam ma sia: l’uso della violenza. Oggi molti la violenza costringe a non parlare.  A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando. E a pochi minuti da qui – ben distribuita fra storiche architetture e autostrade – un’altra violenza troppi più altri obbliga con le armi dei bisogni falsi e veri, troppi più altri obbliga spaventati o distratti a parlar d’altro o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando. Ma noi non vogliamo dire la penultima parola, la consolante penultima parola che ci fa sentire abbastanza onesti. La penultima parola che è la peggiore nemica dell’ultima.   Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione equivale a dire che oggi la situazione è rigida. Che quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti non è un episodio di polizia internazionale non è soltanto un episodio di neocolonialismo né soltanto una guerra d’aggressione. Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza. Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello del conflitto radicale fra due classi di uomini. Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini. [..] PER QUESTO I VIETNAMITI SONO OGGI IL POPOLO PIÙ LIBERO DELLA TERRA. PERCHÉ NESSUNO COME ESSI INCARNA OGGI LA COSCIENZA DELLA NECESSITÀ. NESSUNO SI DIMOSTRA CON TANTA COSTANZA DEGNO DELLA ELEZIONE STORICA FEROCE CHE IN SÉ RIASSUME TUTTI I CARATTERI DELL’OPPRESSIONE DEL PASSATO: DOVE RAZZA, SOTTOSVILUPPO E PERSINO LA STESSA CONSISTENZA ETNICA PAIONO FORMARE LA FIGURA DELL’UOMO RIDOTTO AL LIMITE DELLA PROPRIA INESISTENZA, AL MARGINE DELLA REALTÀ. MENTRE CHI LI SQUARTA E LI BRUCIA È L’EREDE DI TUTTO QUEL CHE GLI UOMINI D’OCCIDENTE HANNO SAPUTO E PENSATO, L’EREDE DEL CRISTIANESIMO, DEL RINASCIMENTO E DEL LIBERALISMO: L’AMERICANO DEL NORD. [..] C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare. È quello che dice Yankees go home, Americani a casa. È giusto dirlo? Era giusto e lo è dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa sola. Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo? I marines possono anche andarsene. Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria e coloro che per una lunga via gerarchica puntellano il sistema di potere e profitto, l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto, l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema. Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi. I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani Non hanno bisogno della NATO . Senza troppe lacrime lasciano la Francia. State attenti che, seguendo un collaudato sistema, partiti di governo o d’opposizione non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico contano già così poco nella strategia complessiva delle due superpotenze. E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere per nobili cause non essenziali. I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane ed i sinodi vescovili certo deplorano il massacro del Vietnam e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime – e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale – sarebbero molto lieti della pace. E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono. [..] Storia ed esperienza mi hanno insegnato  che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere. A dividere sempre più violentemente il mondo, a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione, divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria, per entro l’unità creata dal mercato internazionale, per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione. Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato, vuol dire vedere identificare interpretare l’unità confusa e corrotta che oggi esiste. [..] A noi la massima potenza industriale del mondo ha passato, come si fa talvolta con i servi, le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari, gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni. Se anzi c’era bisogno d’una conferma Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è nel loro odierno franco cinismo, in questa loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia. [..] I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano qualche bel gemito. I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo abbiamo accettato: il potere politico fondato su quello economico, lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti, temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma il sistema della libertà come scelta obbligatoria fra prodotti. Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano di ridursi alla parte che da essi anche i loro amici vorrebbero. Non accettano di essere i protagonisti di una situazione arretrata. E nemmeno un simbolo. Della loro lotta essi riconoscono amici ed eguali soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine, al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un modo diverso da quello che i loro padroni vorrebbero; dal modo che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».   Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il monopolio del furore e della violenza; non a chi ne fa o ne dispone l’uso che abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario, per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo, essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti dell’opportunismo siano le telecamere –, ritornava ossessivo il ritornello: “criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale, che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere? La nostra vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun giudice ha avuto alcunché da ridire). Questo però non dovrebbe mai significare revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi della sottomissione singolare e comune. Il questore scrive: “Risitano leggeva a tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa, con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che contiene tutti i crimini. «Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. È proprio vero che dove lo stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare; il mio pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me. La vita mi ha portato già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo. Il mio pensiero da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono rinchiusi. La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le prigioni come quella in cui sono rinchiuso io. Anche ora che ho perso il privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager solo per la sua provenienza. Questo pensiero rende ancora più insignificante la sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro. Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore. Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso Libertà per Andre Libertà per Guido Libertà per tuttx Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere! Fuoco alle questure, caserme e commissariati! Paura dell’indifferenza e dell’arresto Forza e grazie compagnx Viva l’anarchia! Viva gli e le harraga, che allah sia con voi! Un grosso abbraccio Poggioreale 14/09/2025» Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo affinché possano essere poste – in comune e ognunx per sè – delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro, le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma né più né meno che chiunque non sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere: la passione è irriducibile al calcolo.
Approfondimenti
Stato di emergenza
Guerra e repressione (dal convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio)
Riprendiamo da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/05/08/guerra-e-repressione/. Si tratta dell’intervento conclusivo del convegno “Sabotiamo la guerra e la repressione” tenutosi a Viterbo lo scorso 8 febbraio. Qui in pdf: VITERBO-Guerra-e-repressione-PER-PUBBLICAZIONE Guerra e repressione Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio 2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione. Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno. Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre capacità di intervento. La fine del mondo unipolare Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione della nostra assemblea: la guerra. Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare, tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹ Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni, dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine, nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia statunitense. L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari. Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”. Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi, del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del pianeta. Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello militare a quello etico. Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra agli oppressori. Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro), per arrivare fino a quello della forza militare. Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova potenza globale. La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza (America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale). La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale, in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra fornisce al massimo un’interpretazione. Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale, quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica, ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi strutturali e profondi. Alcune caratteristiche della guerra contemporanea Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni seguenti siano stati un periodo di pace. A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo», che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo, impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti dell’industria e della classe militare. Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze, risorse e capacità tecnologiche.³ Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di dottrina la guerra non è stata più vista dagli occidentali come un fenomeno che ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a comprendere quale tragedia sia la guerra . Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari contro cui si rivolge l’occidente sono vere e proprie potenze militari quali Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica. Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla riproposizione di strategie del passato. Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina, ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio, l’impiego di grandi masse di soldati, il grande consumo di materiali che servono in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi, avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea. Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente (che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire l’eliminazione di un popolo). Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora pronti per alimentare quella distopica società del controllo totale che è un incubo per tutti gli sfruttati ed un sogno per i capitalisti. La guerra ibrida Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni: ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del sistema dominante. Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi. Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso, ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra ibrida.⁵ I fronti della repressione Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione della libertà di espressione. Mondo del lavoro Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a questioni di necessità che di opportunità. Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione, se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo di base ne è testimonianza. La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale (pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità, necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la tenuta. La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe essere notevolmente aggravato. Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra. Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia, come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente specializzato, selezionato e fidelizzato. Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi. Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice, qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono per uccidere i loro fratelli. Esclusione sociale «Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città. Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele, ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una colonia penale extraterritoriale. Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la funzione di esercito industriale di riserva. Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati a livello di massa. Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in quanto detenuti. L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela, dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo. Società del controllo La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del controllo che rappresenta un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli sfruttati. La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente una costante della nostra quotidianità. Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre (ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo. Repressione politica Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa» nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di “antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta. In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci. Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica. Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse». La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic terrorism». Gli Stati capitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte. Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis, l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che contengono sempre elementi di repressione politica. Censura Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura. Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi si mobilita contro il genocidio in Palestina. Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente falsificata. La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali, apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare statunitense). Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal panorama della comunicazione ufficiale. Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello dell’operazione Sibilla.⁶ Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione leggi specifiche. Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta di introduzione del DDL “antisemitismo”. Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi. ⁷ Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale 41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di partecipazione al dibattito politico. Conclusioni A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste conclusioni. La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo proporzionale. La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati, non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della repressione è la controinsurrezione. Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo né l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il movimento di classe può crescere e rafforzarsi. Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista. Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del mondo. Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose. Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base per il lavoro da fare. Viterbo, 8 febbraio 2026 NOTE ¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf ²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992) ³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo (1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della «balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo (2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti. L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani. ⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream); omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi (gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia), inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO, molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il conflitto sociale interno agli Stati avversari. ⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/ ⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/ ⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/
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