Riceviamo e diffondiamo:
DUE INIZIATIVE IN SOLIDARIETÀ CON UN COMPAGNO DELL’ASSEMBLEA CONTRO IL CARCERE E
LA REPRESSIONE DEL FRIULI E DI TRIESTE.
DUE INIZIATIVE CONTRO IL REGIME DI TORTURA DEMOCRATICA DEL 41 BIS.
DUE INIZIATIVE CONTRO IL SISTEMA AUTORITARIO, PREVARICATORE, SFRUTTATORE E
VIOLENTO CHE PRODUCE LA SOCIETÀ BASATA SUI PRIVILEGI.
Il prossimo 21 settembre, lunedì mattina alle h 9:00, si svolgerà a Trieste,
presso il tribunale, l’udienza di appello per un procedimento che vede imputato
un nostro compagno.
Saremo davanti al tribunale per manifestare la nostra solidarietà e ribadire che
il regime di carcerazione del 41 bis è una tortura autorizzata dallo Stato
democratico verso i soggetti che non accettano di piegarsi. È il tentativo di
blindare questa situazione per accelerare il processo di criminalizzazione del
conflitto e portarci alla guerra.
L’11 settembre, venerdì sera alle h 20:00, a Udine, allo Spazio autogestito (via
de Rubeis), verrà proiettato il documentario autoprodotto 181 giorni contro il
41 bis. Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, che ripercorre e rievoca le
mobilitazioni e le piazze “agitate” dell’inverno 2022-’23, al fianco del
prigioniero rivoluzionario anarchico Alfredo Cospito, tutt’ora rinchiuso al
regime infame del 41 bis. Sarà anche un’occasione di approfondimento e
discussione sul recente passato, sulla gestione autoritaria della pandemia
covid-19, sulla risposta repressiva dello Stato alle richieste, a volte molto
lucide e coscienti, dei detenuti, sull’imposizione del bavaglio a chiunque abbia
osato schierarsi al loro fianco. Sulla necessità di non dimenticare e continuare
la lotta!
liberetutti [at] autistiche.org
zardinsmagneticsradio.noblogs.org
t.me/zardins
Associazione “Senza Sbarre”
casella postale 129
34121 TRIESTE
—
Assemblea permanente
contro il carcere e la repressione
del Friuli e di Trieste
liberetutti@autistiche.org
Associazione “Senza sbarre”
c.p.129, 34121 Trieste
zardinsmagneticsradio.noblogs.org
Tag - Carcere
Riceviamo e diffondiamo
Riceviamo e diffondiamo:
Veneto, luglio 2026
Note a partire dai recenti atti di insubordinazione nel carcere di Padova e
dalle opposizioni spontanee ai rastrellamenti razziali nei quartieri
Carcere Due Palazzi di Padova
Di uno sbirro all’ospedale non possiamo che rallegrarci, specie se a mandarcelo
è un carcerato. Sappiamo quanto possa costare ogni atto di vita, ogni più
piccola presa di libertà dentro le galere dello stato. La nostra, però, è
un’allegria spuntata, un odio per un mondo che non riconosciamo che si mischia
all’amore per la vita che resiste, tradendo mondi vivi possibili e presenti,
mondi testimoni della sconfitta di questo presente che con tutti i suoi sforzi
ancora non riesce nel suo intento totale di morte.
Domenica 21 giugno un detenuto in isolamento al carcere Due Palazzi di Padova si
rivolta contro i suoi carcerieri. All’ennesimo rifiuto di poter usare la
palestra della sezione ha fatto a pezzi la sua cella per poi scagliarsi contro
gli aguzzini in divisa intervenuti per fermarlo, mandandone uno all’ospedale.
La settimana prima, ancora un carcerato in isolamento si era opposto al divieto
dei secondini di prendere un caffè con un altro detenuto, decidendo di
vendicarsi dei soprusi subiti fino ad allora e destinando al pronto soccorso tre
guardie.
Il 21 maggio un’altra aggressione contro la penitenziaria, per l’ennesimo
divieto discrezionale immotivato posto ad un detenuto. Detenuto che ha
prontamente proceduto a ricordare che le violenze agite dallo stato e dai suoi
servi, anche le più quotidiane, hanno un prezzo: in quel caso un setto nasale
rotto e qualche lesione su braccia e mani di tre sbirri.
Non ci interessa stare a fare stime su quanta disperazione, quanta rabbia o
quanta coscienza abbiano motivato questi gesti, quanto il caldo che rende quei
posti roventi e ancora più ostili alla vita sia stato determinante, o quanto i
colpi quotidianamente inferti alla dignità umana siano diventati intollerabili.
Ciò che ci preme in questo testo è illuminare una radice comune sottesa a quello
che sta accadendo al Due Palazzi, ma anche in ogni carcere e cpr che sia, nelle
strade e negli istituti di pena minorile.
Spontanea e informale si generalizza con nuovo vigore una richiesta di vita tra
persone che abitano luoghi distanti in questo mondo, temporalità ed esperienze
diversissime: senza che una coscienza politica ben formata sia essenziale, senza
che assemblee e riunioni varino la rivolta, questa si accende e si interra
carsicamente, abitando le vite dellx ultimx di questa società. Una rivolta che è
vita, che è umanità che si riprende il mondo a partire dai più piccoli atti di
insubordinazione al destino carcerario (materiale o sociale che sia) e che dà
corpo ad una tensione di libertà che è personalissima ma già sempre collettiva.
Assistiamo ad un’unica, profonda ed umana richiesta di vita che recita: “Aria!”.
Quartiere Arcella, Padova
Procede a tappe serrate il programma mortifero di occupazione militare dei
territori e di sottomissione delle popolazioni portato avanti dal cosiddetto
stato italiano: le istituzioni, con i rami sociali e civili conniventi,
approntano gli attacchi decisivi alle ultime province della vita negli
spazi-tempi che amministrano, tracciando le vie che conducono all’annichilimento
generalizzato. Ma qualcosa di imprevisto sta rovinando questi propositi.
Nel mondo della guerra totale si moltiplicano i fronti esterni e si
irrobustiscono quelli interni: leggi e nuove narrazioni inaspriscono la
repressione accettabile per chi si oppone allo stato delle cose, per tutte
quelle resistenze sociali (dalla delinquenza all’illegalità) e/o politiche
(basti soffermarsi sulle campagne anti-anarchiche che stanno avendo i loro
dolorosi sviluppi) non recuperabili nei fittizi meccanismi del dialogo
democratico.
In questo scenario le città si svuotano dellx indesideratx, e Padova non fa
eccezione. I quartieri cambiano volto mentre viene inesorabilmente portato
avanti il programma statale di morte che sta avvelenando gli ultimi pozzi di
umanità scavati dalle comunità resistenti in ogni dove. Le grandi opere
infrastrutturali segnano il tessuto materiale e umano delle città: in nome del
profitto e dell’interesse generale, ovverosia dello stato e dei suoi progetti,
il territorio viene deturpato, espropriato alle comunità che vi si erano
radicate e consegnato a chi può farne qualcosa di più economicamente
remunerativo o strategicamente efficace. Sfratti e daspi informali dalle zone in
via di riqualificazione sono consegnati allx indesideratx attraverso
fluttuazioni di mercato, emergenze giornalistiche e soprusi ad opera di sbirri
particolarmente zelanti. L’accesso a interi quartieri viene sottoposto, anche
attraverso le “zone rosse”, a checkpoint polizieschi ben coperti mediaticamente
da un’opinione pubblica addomesticata e prezzolata, pronta a soffiare benzina
sui venti caldi del razzismo e del classismo fortemente radicati tra alcuni
strati della cittadinanza.
In questo contesto, gli ultimi anni hanno permesso un buon rodaggio di nuovi
meccanismi che concretizzano l’ispirazione razzista dello stato: al fianco del
perfezionamento in atto del sistema dei Cpr ne vediamo il suo ampliamento ed il
cementarsi di retoriche razziste ad ogni altezza sociale, assieme ad un robusto
impianto normativo e di prassi che ne permetta un’agibilità ampia e
incontestata. L’istituzione delle zone rosse e la presenza ormai diventata
consuetudine di presidi polizieschi permanenti nelle zone a più alta presenza di
persone con background migratorio sono solo alcuni esempi di come il razzismo di
stato privilegi alla base dei suoi meccanismi un programma massivo di
profilazione e persecuzione razziale, che getta le basi per retate,
rastrellamenti e deportazioni. Così, interi pezzi di comunità razzializzate,
povere o marginalizzate per etnia, provenienza geografica o religione sono
lentamente costrette a spostarsi altrove, in zone più lontane dagli occhi
dell’opinione pubblica e degli investitori.
Nel solo 2025 a Padova, una città da poco più di 200.000 abitanti, sono state
identificate quasi 80.000 persone razzializzate, con grande giubilo del questore
e delle istituzioni. E quando parliamo della città che si svuota non lo facciamo
solamente per l’allontanamento dal perimetro cittadino a cui stanno venendo
costrette larghe fette di popolazione, ma ci riferiamo alle oltre 200 persone
fermate in strada per un controllo e trattenute per essere immediatamente
spedite in un Cpr dall’altro capo dell’Italia senza che nessunx sia avvertitx di
ciò (parenti, amicx o avvocatx), o alle 100 persone fermate e condotte nella
camera di sicurezza della questura che poi sono state direttamente accompagnate
in frontiera. A queste possiamo affiancare gli oltre 150 provvedimenti di
espulsione consegnati nelle mani di chi, da lì a pochi giorni, sarebbe stato
costretto ad uscire dal territorio nazionale. Più di una persona al giorno,
nella sola città di Padova, è stata presa per essere portata in un Cpr, alla
frontiera o per essere rilasciata con un ordine di rimpatrio.
Questi numeri dimostrano come la macchina del razzismo di stato stia funzionando
a pieno ritmo, ma testimoniano anche la piena omertà della società civile e
delle istituzioni politiche sull’operato e le direttive inoltrate dal ministero
degli interni e felicemente applicate dall’apparato di sicurezza pubblica
locale.
Negli scorsi mesi si sono verificati vari episodi di resistenza ai
rastrellamenti portati avanti quotidianamente in città dalla polizia. In
Arcella, una delle zone cittadine più colpite da operazioni sbirresche di
profilazione e persecuzione razzista, alcune persone razzializzate sono
intervenute spontaneamente durante due fermi particolarmente violenti:
assistendo all’ennesimo sopruso in divisa, si sono opposti verbalmente e
fisicamente al fermo, rallentando le operazioni e attirando l’attenzione del
circondario su ciò che stava succedendo e riuscendo a liberare i malcapitati
dalle grinfie degli sbirri, facendo allontanare le pattuglie dalla zona.
Episodi come questi, seppur si possonocontare sulle dita di una mano, ci sembra
testimonino qualcosa di prezioso. Non sono così rare le storie di chi sceglie di
agire spontaneamente nonostante la disparità con il nemico che lx si para
dinnanzi e con i suoi mezzi: il racconto di queste storie solitamente ci giunge
quando a viverle è qualche “gruppo politico” animato da buone idee e
dall’intenzione di applicarle. Ma quando ad esserne protagonisti sono persone
senza appartenenza politica e razzializzate, queste storie ci sfuggono; altre
memorie vivono, memorie che non ci appartengono e che non ci parlano, racconti
segreti e sediziosi che stanno al cuore di comunità a noi sconosciute. Non è
quindi nostra intenzione spendere altre parole sulla dinamica dei fatti, non ci
interessa trarne benefici tattici o narrare qualcosa che, a nostro parere, debba
rimanere sotterraneo, nascosto nei cuori di chi la agisce e delle tradizioni che
intesse.
Ci piacerebbe sottolineare, però, come i fuochi della vita continuino a
incendiare gli animi dell’umanità, come siano indomabili le fiamme di libertà
che continuano ad accendersi in ogni dove. Nonostante la miseria e il dolore a
cui questo mondo ci destina, nonostante le risorse e i soldi spesi a sostentare
l’ imponente e mostruosa macchina statale di morte, nonostante le vite immolate
per combattere la battaglia di un mondo più sicuro, perché ormai inerte e
inabitabile, combattivamente la vita continua a fiorire e a diffondersi.
Saremo ciò che il delitto ha fatto di noi
Trafittx da uno sguardo, farfalla
fissata su di un tappo di bottiglia,
tutti possono vedermi,
tutti possono sputarmi addosso.
Lo sguardo di questa società
fa di me materia
costituita.
Eppure bisogna vivere,
voglio farlo. Anche
se alla gogna,
la gola stretta in un collare di ferro.
Bisogna vivere,
ancora non sono argilla,
non m’importa che si fa di me,
ma ciò che faccio io stessx
di ciò che hanno fatto di me.
Spacciatorx, delinquenti, teppistx, rapinatorx, ladrx, terroristx: ognunx di noi
condivide un tacito impegno alla guerra. Non mera negligenza, o una distruzione
noncurante, ma una dedita avversione all’idea stessa di questa società, alla
silenziosa guerra che l’ha fondata e che, con la cieca forza della legge e della
giustizia, continua incessante a rifondarla.
Dal momento che ci rendono la vita invivibile, vivremo quest’impossibilità di
vivere come l’avessimo creata apposta per noi. Vogliamo il nostro destino, anche
questo destino terribile. Vogliamo la nostra vita, per amarla e odiarla.
Certamente la sventura è una cifra delle nostre vite, certamente indica
qualcosa. Ma ormai non si tratta più di comprendere, ma di agire. Agire la
nostra vita invivibile, agire quella maledizione che ci marchia e che dal fondo
del nostro passato risale fino a questo presente. La faremo nostra, e la
lanceremo davanti a noi: traccerà la rotta del nostro avvenire. Era il nostro
cruccio, ne faremo la nostra missione, la nostra buona, maledetta, balorda
stella.
Se noi siamo criminali, il nostro crimine è la libertà: la libertà di sottrarci
alla miseria di questo mondo, di derubarlo, di imbrattarlo, di rovinarlo, di
sabotarlo. Dalle galere alle strade fioriscono umanità illegali, umanità minori
e spurie che vivono sotto la pelle di questo mondo morente. In un mondo senza
cielo, senza luce, senza aria, noi abbiamo la nostra stella. E tanto ci basta.
A questa dolce e speranzosa guerra, all’odio che ci fonda le ossa e irrobustisce
la memoria, all’amore che ci lega e ci anima.
Per lx compagnx mortx e quelle portateci via.
Per le persone messe dentro a una gabbia o tenute in cattività.
Che guerra sia.
Riceviamo e diffondiamo:
Dal 7 settembre e d’ora in poi
OGNI PRIMO LUNEDÌ DEL MESE
torna il presidio di solidarietà anticarcerario sotto le infami mura della Rocca
a Forlì!!
Dalle 18:00 alle 20:30, lato via della Rocca: per rompere l’isolamento delle
galere, per portare solidarietà a chi resiste dentro, per non lasciare annegare
nell’indifferenza le carognate che accadono tra quelle mura!!
FUOCO ALLE GALERE!
PIETRO LIBERO!
COMPAGNX LIBERX!
Riceviamo e diffondiamo:
Qui la chiamata in pdf: DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
A breve il programma completo dell’iniziativa
DUE GIORNI CONTRO CARCERE E GUERRA
La guerra è sempre un fatto di politica interna.
Sia perché le sue basi materiali sono vicine a noi (come industrie, logistica,
ricerca) sia perché ha un ritorno altrettanto materiale (nei termini di guerra
al nemico interno, intruppamento della società, costi che vengono fatti pagare
alla classe proletaria).
Se il compito di rovesciare la guerra tra Stati e tra gli sfruttati in guerra
contro gli sfruttatori non può gravare sulle spalle di un qualunque movimento
specifico, a noi rimane il compito di dare concretezza alla solidarietà
internazionalista e capire come essere all’altezza delle sfide della nostra
epoca.
Un anno fa la due giorni contro “carcere e guerra” al terreno No Tav di
Acquaviva (Trento) è stata occasione per ritrovarsi tra compagni e compagne e
pensare la lotta fuori dalle carceri unita a quella dentro di esse, anche grazie
a contributi scritti di diversi prigionieri. Cadendo a ridosso delle giornate di
blocco di settembre e ottobre, ha anche permesso un confronto rispetto a quello
che stava accadendo. A un anno di distanza, tanto è successo ma non sono venute
meno le ragioni per discutere di “carcere e guerra”.
Il genocidio a Gaza continua, con l’estensione della guerra totale a Yemen, Iran
e Libano.
L’imperialismo statunitense mostra i muscoli in Sudamerica dietro la facciata
della lotta “al narco-terrorismo” e si rivale sui suoi alleati-vassalli europei,
scatenando nel frattempo la violenza anti-proletaria per le strade delle proprie
città (coi raid tecnologicamente equipaggiati dell’ICE).
La competizione tra le potenze – che per quanto ci concerne si concretizza nel
riarmo dell’Occidente – si traduce in una feroce predazione delle risorse
necessarie a un capitalismo digitale che sviluppa l’IA come nuova atomica,
mentre rende progressivamente il pianeta inadatto alla vita (come testimoniano
le temperature record dell’estate trascorsa).
Emerge in tutta la sua arroganza una tecno-oligarchia che non ha problemi a
considerare gran parte dell’umanità massa eccedente e a trattarla come bestiame
da macello.
Il razzismo sistemico si riverbera nelle periferie e nell’intera società
occidentale.
L’altra faccia del riarmo è la crescente repressione, in Italia strutturata
attorno ai costantemente aggiornati decreti sicurezza: impunità per gli omicidi
di Stato, allargamento della sorveglianza tecnologica, criminalizzazione della
gioventù immigrata, finanche la proposta di messa al bando degli “anarchici e
antifascisti” dopo la morte di Sara e Sandrone…
Ma non viviamo in un tempo in cui i soli colpi vengono assestati dal nemico di
classe.
Insurrezioni e sommosse si succedono per tutto il mondo (dall’Indonesia alla
Bolivia).
Nel ventre della Bestia alle resistenze contro l’ICE si aggiungono quelle contro
i progetti di datacenter e una crescente rabbia contro gli oligarchi capitalisti
(testimoniata dai vari attacchi a CEOs e dal ritorno del sabotaggio).
In Albania un progetto immobiliare israelo-saudita-statunitense ha scatenato un
movimento di massa contro il governo.
In Italia i moti del “Blocchiamo tutto” hanno palesato la disponibilità al
conflitto di nuove generazioni, riemersa poi in momenti di conflittualità come
la piazza bolognese per Fakir.
Le sfide che ci pone la tendenza alla guerra mondiale necessitano tanto di
riflessione quanto di iniziativa.
Proponiamo questa due giorni con in testa, più che delle proposte, degli
interrogativi da affinare assieme, per avere più slancio nelle lotte a cui
partecipiamo e parteciperemo.
Che strada dovremmo prendere come internazionalisti contro un mondo di guerra,
genocidio e incarcerazione tecnologica?
Che cosa significa essere con la resistenza palestinese e contro lo Stato di
Israele?
Quali valutazioni e quali prospettive possiamo condividere a partire da quanto
si è mosso nell’ultimo anno, in Italia e non solo, contro colonialismo e
genocidio?
Quali le possibilità di lotta a partire dai nervi scoperti che strutturano i
rapporti tra Israele e stati occidentali, dalle reti logistiche alla trama
dell’interesse economico?
A quali scenari di incarcerazione tecnologica lavorano gli stati e che ruolo
giocherà l’apparato di controllo nel disinnescare e reprimere la protesta alle
nostre latitudini?
Che forme di rivolta ed evasione sono praticabili contro le sue manifestazioni
più tangibili, come i data center?
Come sta cambiando la forma del potere (e dunque la possibilità di attaccarlo)
oggi che l’apparato tecnologico sta riempiendo il mondo di enormi “contenitori”
di dati necessari al suo stesso mantenimento?
Quello che sta venendo vidimato, decreto dopo decreto, è la costruzione di un
diritto penale da stato di guerra.
La lotta dentro le carceri è punita sempre più duramente e lottando fuori è
sempre più facile finirci dentro: con l’art. 270 quinquies è sufficiente la
disponibilità di testi o materiale video per essere arrestati con l’accusa di
terrorismo, mentre alle mobilitazioni al fianco della resistenza palestinese
hanno fatto seguito decine di misure cautelari, non ci dimentichiamo dei due
compagni che hanno perso la vita mentre erano sottoposti a tali misure.
Con quali prospettive possiamo immaginare di affrontare il carcere di oggi
nell’eventualità di essere arrestati/e?
Quali insegnamenti traiamo dall’esperienza dei Prisoners for Palestine e dalla
mobilitazione internazionale in loro sostegno?
Come provare dunque a dare una dimensione internazionale alle lotte all’interno
del carcere?
In che modo un movimento contro la guerra si fa carico di sostenere i propri
prigionieri a partire dai prigionieri palestinesi attualmente detenuti in
Italia?
Come si possono affrontare le nuove forme di repressione economica (es. multe
per manifestazioni e “grida sediziose”)?
Come affrontare collettivamente la risposta repressiva agli ultimi blocchi e
alla mobilitazioni per la Palestina?
Con Sara e Sandrone nel cuore.
Anche quest’anno la due giorni si terrà al Terreno Notav di Acqua Viva
(Mattarello, Trento), Sabato 17 e Domenica 18 Ottobre. Sarà disponibile
campeggiare e sono gradite le distro.
Pranzi e cena saranno benefit per spese legali e mantenimento dei prigionieri.
Riceviamo da Stecco e diffondiamo:
Sulle condanne contro Palestine Action
In questi giorni ho avuto notizia delle condanne di quattro compagni/e di
Palestine Action in Inghilterra per le loro azioni contro l’azienda d’armi
israeliana Elbit Systems UK.
La solidarietà e la lotta dello scorso inverno con lo sciopero della fame dentro
le prigioni che unì prigionieri/e a livello internazionale, hanno portato a
momenti di coesione e conoscenza nella lotta internazionalista contro la guerra
genocida a Gaza, contro il colonialismo. Uno slancio che ha accomunato molte
anime. Sono passati mesi ed il massacro continua.
A Kramatorsk, in Ucraina, in questi giorni i marchingegni tecnologici chiamati
droni continuano a terrorizzare le popolazioni, lo stesso accade in Russia.
L’Iran e la Turchia continuano con questo nuovo paradigma della guerra moderna
ad attaccare la resistenza curda sulle montagne, mentre per la Palestina non ci
sono più parole da spendere per descrivere l’evidenza che conosciamo e
ripetiamo. Nonostante la vita brutale in cui è costretta a vivere la popolazione
essa cerca ancora la vita tra le macerie. Gli obiettivi di Israele ed Occidente
li conosciamo.
Ad Ankara, con il summit della Nato, in queste ore i bastardi aguzzini fanno
affari, e tra un trattato, un contratto ed una stretta di mano, solo una cosa li
inquieta, e non è la guerra perché di questa si nutrono. È la variabile della
resistenza umana e politica che nonostante i massacri si annida nelle menti, le
quali non sono state disarmate del pensiero critico, dove le dosi di pace
sociale non hanno potuto mettere radici con i loro spettacoli farlocchi.
Compagni/e continuano a cadere nella lotta, gli studi sul nemico della vita
libera si susseguono, piccoli e grandi tentativi di attaccare il sistema
capitalista anche. Nuovi cuori pulsanti rompono l’inganno imposto da una vita
mortifera.
La lotta continua, il carcere fa parte di essa e questi cuori pulsanti, come
hanno fatto in tribunale i compagni/e di Palestine Action, reagiscono a testa
alta.
Se la repressione dell’autorità dello stato si fa più asfissiante, se ogni gesto
o pensiero rivoluzionario che tende alla liberazione totale viene soffocato, se
i padroni ed i politici credono di comandare queste nostre vite, rispondiamo con
le parole della resistenza dentro i lager dette da una donna nel campo di
sterminio di Bolzenburg e quelle dette in un altro campo a Dachau: “Sabotavamo
il lavoro in tutti i modi possibili”, “lavorare lentamente? No, sabotate tutto
quello che potete”.
Questo dovrebbe essere lo stimolo di sottofondo di ogni lotta contro la guerra,
contro lo Stato.
Un ultimo pensiero va ai due ragazzi che dopo aver subito il peso della
repressione della procura di Torino per la loro partecipazione alla lotta in
solidarietà alla Palestina lo scorso autunno, hanno deciso di lasciare questo
mondo. Avvenimenti che non possono non lasciare il segno e che ci spingono tutti
e tutte a riflettere con ancor più attenzione su quanto sia importante darci
forza e affinare strumenti per costruire una tenuta politica e direi anche, in
qualche modo, spirituale contro gli attacchi della repressione, con tutto che
ritengo queste scelte parte della libertà di ognuno, senza moralismi o giudizi.
La mia vicinanza e solidarietà a chi a loro era vicino.
Alla guerra dei padroni rispondiamo con la guerra sociale.
Un saluto a pugno chiuso a Leona, Samuel, Fatema e Charlotte!
Solidarietà a chi è sotto processo in Germania per il caso Ulm5!
Lunga resistenza al Prosfygika!
Carcere di Sanremo
11/07/2026
Luca Dolce detto Stecco
È uscito l'”opuscolo di versi” Poesia per tutte le stagioni, risonanze dal
carcere, di Juan Sorroche. Nonostante sia stato stampato, lo pubblichiamo sul
sito in versione completa.
Dall’introduzione:
L’idea di questo opuscolo di versi nasce tra la primavera e l’estate del 2023 a
partire dall’ispirazione di vari progetti in particolare il calendario del 2023
benefit per i prigionieri della cassa delle Alpi Occidentali con le bellissime
illustrazioni di Gabra Pan e che adoro e ho utilizzato. Nasce anche da stimoli
nel collaborare ai progetti solidali come “Haiku senza Haiku e versi scatenati”
o come “Respiro” con relazioni tra fuori-dentro e dentro-fuori e di tanti e
diversi impulsi che sono alla radice di questi progetti, e non solo, hanno
saputo creare delle risonanze e così amplificando articolazioni di relazioni sia
collettive che individuali di creatività espressive, e che arrivano tramite
energie ed entrano ed escono dal carcere sotto forma di impulsi costanti e
periodici anche con diverse intensità, e che con frequenza arrivano da diversi
luoghi.
Qui l’opuscolo: Calendario Juan2
Riceviamo e diffondiamo:
LUNEDÌ 3 AGOSTO
DALLE 18:00 ALLE 20:30
PRESIDIO SOTTO IL CARCERE DI FORLÌ (lato via della Rocca)
Torniamo sotto le mura del carcere “La rocca” di Forlì: per chi sta dentro e
resiste al caldo e alla tortura della reclusione; per noi che stiamo fuori e che
ritroviamo ogni volta lo spirito dello stare assieme, in strada, per un’ideale
pratico.
Ricordando che la lotta per la liberazione dex compagnx arrestatx il 16 giugno
non sarà terminata finché anche Pietro, prigioniero a Terni, non sarà nuovamente
con noi!
CONTRO OGNI MURO,
CONTRO OGNI GABBIA!
PIETRO LIBERO!
TUTTX LIBERX!
Riceviamo e diffondiamo
Riceviamo e diffondiamo, con rabbia solidale:
ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME CONFERMA IL CARCERE PER PIETRO
https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/pietro_riesame/
Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della
detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato
nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso.
Non abbiamo parole.
Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di
Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire
la reclusione del nostro compagno!
Ricordiamo che Pietro era stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della
parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto
sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante la perquisizione.
Toni, detenuto con la medesima accusa, era già stato scarcerato nei giorni
scorsi dal Riesame di Roma. Pietro resta invece tutt’ora rinchiuso nel carcere
di Terni nel circuito dell’Alta Sorveglianza.
A questo punto gli avvocati faranno ricorso per Cassazione e nel mentre, quando
si avranno anche le motivazioni del provvedimento, valuteranno un’istanza al Gip
di modifica della misura. Ma serve fin d’ora continuare ad esprimergli la nostra
vicinanza e solidarietà!
Scriviamogli e antenne dritte sulle prossime mobilitazioni.
Pietro Rosetti
C.C. Terni
Strada delle Campore 32
05100 Terni
Solidali dalla Romagna