Riceviamo e diffondiamo:
Alcuni contributi da dentro e fuori le carceri per le iniziative
“Sabotiamo la guerra e la repressione” del 7 e 8 febbraio a Viterbo
Il 7 febbraio circa 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una
manifestazione dai contenuti radicali che ha mostrato come sia possibile e
necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con
la resistenza del popolo palestinese, per il disfattismo in Ucraina, contro la
repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno,
contro il 41 bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Tematiche che sono state approfondite l’indomani, sempre nella città di Viterbo,
in un ricchissimo convegno militante. Qui il testo di indizione delle due
iniziative:
https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2025/12/Sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corretto-al-23.12.pdf
In attesa di pubblicare ulteriori materiali mano a mano che questi saranno
disponibili, diamo diffusione alle lettere di Anna e Juan dalle carceri in cui
sono rinchiusi come contributi al convegno dell’8 febbraio. Pubblichiamo inoltre
un saluto giunto dall’Irlanda, quale testimonianza ancorché parziale della
caratura internazionalista delle giornate di lotta e approfondimento del 7 e 8
febbraio.
Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia
(Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su
Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più
chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di
politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società,
globali.
Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e
risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non
virtuale, implica reazione, repressione.
Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal
timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e
fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro
repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi.
A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di
scrive più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima,
fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e
“straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana
contro il 41 bis mi ricollego.
Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito,
né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in
sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non
sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può
essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla
ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare
soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari
processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche
con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei
pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la
“lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e
l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati
nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si
prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di
solidarietà tra gli oppressi.
Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di
mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza
mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e
fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della
riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da
mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in
stato vegetativo.
I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota
ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo
qualche piccola nota aggiuntiva…
Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e
centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri
dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media
locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione
sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di
carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è
quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare
che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso
carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi
e militarizzare ulteriormente il regime.
Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS,
stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre
nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di
semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti
spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi
gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è
palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati
nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e
psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di
situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili
sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è
il lavoro preventivo della repressione.
Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle
carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte
degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella
tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si
muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target.
Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto
negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal
interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino
del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà
dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per
sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della
repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel
“diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta”
repressiva e della platea dei papabili.
Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato
associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della
strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e
procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies,
ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici
nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a
quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese.
Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà
attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo
“multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico.
Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio &
“Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più
lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso
militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano
sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di
una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da
queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e
tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale
d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale.
Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato,
lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro.
Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si
amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere
anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che
normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o
meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e
pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza).
Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora.
Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore
repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione
preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più
facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come
movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia.
Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e
compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate
e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più.
Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni
nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale,
informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che
privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che
privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del
“non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in
un rapporto di odio-amore non risolto.
Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici:
“eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari
per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano
rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato
tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori,
spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa.
È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in
purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il
passaggio è già avvenuto?
Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e
dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali
siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo
politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di
ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare
sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan,
Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare
però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione”
politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno
altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e
nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di
nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al
momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la
carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top
gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di
casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e
“performativa”, carne da cannone “smart”…
Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e
militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti
rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e
anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto
che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più
confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di
diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo
a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un
sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle
generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia.
Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui
del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse
postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra
rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se
esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli
oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la
sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come
armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare.
Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un
piccolo punto di partenza, non un approdo.
Anna,
gennaio ‘26
Roma, Rebibbia
Contributo di Juan Sorroche dalla sezione AS2 del carcere di Terni per il
convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Hola a tutte, compagne, e a tutti, compagni, presenti all’iniziativa che si fa
oggi. Un saluto a chi ha creato questo spazio di confronto, e ci ha dato la
possibilità come prigionieri di esprimerci in questo spazio, e anche per la
solidarietà che spesso esprimete.
lo sono Juan Sorroche, prigioniero anarchico arrestato il 22 maggio 2019, e
scrivo dalla sezione AS2 del carcere di Terni dove mi trovo rinchiuso da 6 anni
con una condanna complessiva di 28 anni con due processi ancora in corso.
Mi preme di dire alcune cose in questo convegno, anche col rischio di passare
per autoreferenziale e retorico. Come anarchico prigioniero non scrivo per il
gusto estetico di farlo e il mio intento è di creare dei confronti e stimoli che
portino ad auto-organizzarsi e coordinarsi per la lotta. Come prigioniero e come
militante anarchico sempre ho pensato che bisogna essere chiari e non nascondere
le nostre opinioni ed intenzioni ideologiche, a volte pure di fronte ai giudici,
a testa alta e non lasciando che nessuno parli per noi.
Sempre ho creduto e mi sono sentito intimamente legato al posto dove sono nato,
però non alla terra o al luogo, ossia non in senso in nazionalista, ma
cosmopolita, della cultura della storia internazionalista anarchica, spagnola.
Prima ancora di essere consapevole di cosa fosse l’anarchia e l’anarchismo, la
mia cara nonna (che credeva molto in dio, ma era una convinta anticlericale per
le esperienze di vita vissute in quel periodo di insurrezione di rivoluzione, e
poi nella guerra civile), già mi cantava da piccolissimo un pezzo di una canzone
della CNT, era in particolare una sola strofa contro i preti che diceva più o
meno; “se i preti sapessero quante botte stanno per prendere canterebbero
libertà libertà libertà”. Poi mio zio che dopo la morte di Franco rientrò in
Spagna, da piccolo abitava con noi, era un punto di riferimento per me, durante
la guerra aveva disertato, era un disertore dell’esercito di Franco, e lo
beccarono dandogli a scegliere: essere fucilato o andare in Tunisia a combattere
per loro. Scelse, ovvio, quest’ultima possibilità: e là disertò di nuovo con il
rischio d’esser fucilato. Poi raggiunge nascosto in nave la Francia, facendosi
lì una vita fino al suo rientro. Potrei spiegare altre diverse esperienze e
racconti della mia famiglia.
Questa piccola digressione per dire che sono arrivato alla conclusione che per
me e probabilmente per tante individualità anarchiche e libertarie, oltre
l’aspetto razionale, c’è anche bisogno di curare, d’animare quello del cuore,
dell’anima di rivolta.
È fondamentale e necessario esplorarli ed osservare continuamente con curiosità
per darci la forza d’animo, nonostante galera, sofferenze, sfiducia, e
nonostante tutti i giudizi pessimisti che uccidono la volontà dell’anarchia. E
personalmente credo che l’anima, il cuore che muove individualmente ogni
anarchico e libertario non è una questione folcloristica perché ci dice tante
cose sagge, se osserviamo sinceramente ci fa delle domande, serve per capirmi e
capire: da dove arrivano quei lontani sentimenti profondi e i nostri primordiali
moti di rivolta che hanno acceso questa fiamma? E ci dice di alzarci dal letto
ogni giorno, muoverci verso la vita-lotta dell’anarchismo. E ci dice anche come
Essere anarchici e dove ciò ci ha portato e dove vogliamo andare. Senza
rimpianti.
Ma sopratutto ci dice e ci dà la nostra volontà e lo spirito la certezza di
credere in noi stessi, nell’Anarchia e nello spirito rivoluzionario-libertario.
E ci dice di continuare e continuare ogni giorno, e principalmente di ascoltare,
comprendere, superare quella parte nostra dell’interno che ci schiaccia, ci
sfiducia, che ci fa rimanere costantemente immobili senza comprendere le nostre
paure e ci corrode dall’interno accrescendo rassegnazioni e frustrazioni. Tutto
ciò e tanto ancora e ancora dicono le nostre radici, il cuore, lo spirito che
muove individualmente ogni anarchico.
E perciò credo che è profondo il mio essere antimilitarista ed
internazionalista-anarchico, per me è una questione molto intima che mi è stata
tramandata nel calore e nell’amore umano; e quelle persone hanno saputo senza
pretese imporsi come figure, e proprio per ciò per me rimangono radici
essenziali, pilastri di riferimento che mi hanno amato e ho amato da bambino,
radici da non perdere che sono in me profonde.
Non riesco a sentire e a capire queste complesse sensibilità-sentimenti come
questi complessi diversi concetti razionali come separati, per me sono un
insieme olistico-taoista, sono integrativi, inseparabili in senso
personale-ideologico.
Però, attenzione, io non penso sia solo esclusivamente questione di sensibilità,
di spirito di volontà anarchica o libertaria!
Perché credo che ci vuole auto-organizzazione, sia come una nostra bussola che
come fondamenta materiali. Ci vuole l’azione diretta libertaria, e che sia
accompagnata dalla progettualità con delle prospettive chiare a livelli diversi,
tattici e strategici, approfondititi tra tutti senza delega.
La Chiarezza è fondamentale con i compagni/e con cui ci auto-organizziamo, siano
anarchici, libertari o non.
Questa chiarezza: che queste prospettive possono essere raggiunte solo dalla
distruzione violenta dello Stato e del capitalismo e dell’industrialismo
progressista nel mondo.
Certo, compagni/e, io non credo che la lotta di classe riguardi esclusivamente
azioni violente. Come anche non credo che riguardi solo ed esclusivamente lotte
pacifiche e culturali. Se mai è l’incontro di tutte queste multiformi lotte e
tante altre; sia lotte sociali con innumerevoli persone che minoranze, gruppi,
individualità che praticano azioni dirette, e anche quelle più specifiche della
propaganda armata, è tutto questo incontro diverso e diversificato ciò che fa la
forza reale, le qualità necessarie per lo scontro di classe.
Lottare contro, vista anche la misera pacificazione sociale interclassista dei
guerrafondai che c’è oggi in Palestina, e nei nostri contesti, che serve solo ad
addormentare, trasformare le coscienze per spegnere le lotte di rottura di
rivolta, e che bisogna auto-organizzasi in autonomia nella lotta di classe.
Perché io non credo che bastino le sole e spontanee esplosioni sociali radicali
delle lotte, come le giornate stupende del 22 settembre del “blocchiamo tutto”
e, attenzione, io credo siano anche comunque importantissime e fondamentali!
Però in questo momento storico serve anche lo spirito, l’animo della volontà dei
rivoluzionari, che devono essere anche connessi e preparati nel corpo e
materialmente auto-organizzati come minoranze rivoluzionarie-libertarie ed
autonome.
Già Malatesta lo diceva nel lontano 1915, nella prima guerra mondiale, affermava
con forza concetti che ritengo oggi ancora validissimi in un contesto come è lo
scontro di classe presente, di guerra mondiale, lo affermava con il testo;
“L’internazionale anarchica e la guerra“. II cosiddetto Manifesto dei
trentacinque. Uscito un anno prima del nocivo e deleterio Manifesto dei sedici.
lo credo come Malatesta quello che scrisse nel testo: “Gli anarchici e la
guerra”.
«Gli anarchici hanno, in tempi di guerra, un’azione personale, molto particolare
da compiere: la loro azione, potremmo dire, azione particolare per quanto
riguarda i mezzi e per quanto riguarda i fini. Noi restiamo fra noi e ci
mettiamo d’accordo a tre o quattro per agire. Un gruppo di quindici, venti,
quaranta individui si dovrebbe suddividere dunque in quattro, sei, dieci gruppi,
liberi rispettivamente dalle preoccupazioni collettive dell’azione.»
Certo qui parla solo agli anarchici. E certo io credo che questo sia solo un
problema che deve essere risolto prima dagli anarchici e libertari.
Però ciò dà uno spunto di riflessione e una domanda per riflettere nel convegno.
Una questione per niente nuova. Ma io credo sia prioritario affrontare come
dovrebbero essere auto-organizzati questi nostri diversi spazi e tempi
specifici.
Dico questo anche perché credo che è un grave errore fare confusione e
confondere tra spazi e tempi auto-organizzativi specifici anarchici e libertari,
confonderli con quelli altri e specifici non anarchici, senza chiarire ciò.
Anche perché questo crea, secondo me, solo confusione e malintesi con tutti,
anarchici e non, e non porta lontano nello scontro di classe.
E che sia chiaro, questo per me non esclude minimamente di lottare con altri
compagni/e non anarchici.
Semplicemente credo che bisogna essere sinceri nell’auto-organizzazione tra
tutti noi compagni/e anarchici e non, per creare diversi altri spazi e tempi con
patti mutui, reciproci e chiari, che siano anti-autoritari.
Però mi domando, e domando nel convegno: se noi stessi non siamo capaci
d’auto-organizzarci autonomamente come si può pensare di poter apportare ed
appoggiarsi mutuamente nei conflitti, nelle lotte specifiche, oppure nella lotta
di classe apportare delle forza reali e qualitative?
E soprattutto: come pensiamo di non trovarci costantemente impreparati e fuori
del tempo e degli spazi delle lotte se non siamo auto-organizzati, senza darci
progetti, e compiti chiari, con obbiettivi tattici concreti, e una bussola
prospettica strategica ideologica per questi nostri specifici incontri come
strumento metodologico e che sia in divenire?
Un’altra questione da affrontare è come auto-organizzarsi per difendere ed
attaccare il gran problema all’interno delle nostre lotte in Italia che causa e
produce il recupero interclassista delle lotte sociali di rivolte radicali e
autonome di rottura?
lo credo che il problema arriva sempre come conseguenza di queste mancanze di
spazi e tempi auto-organizzati in autonomia nella lotta di classe, lasciando dei
vuoti, senza una reale difesa ed attacco per contrastarli con obbiettivi chiari
sia materialmente che politicamente-ideologicamente.
lo credo tutto questo, questa mancanza, a parte piccolissime e coraggiose
componenti minoritarie nel mondo, è una delle principali ragioni dell’incapacità
del nostro movimento anarchico e del movimento generale di rottura
rivoluzionaria, di sviluppare delle lotte articolate verso una reale lotta di
classe e che vada incontro alle lotte sociali e in autonomia nello scontro di
classe.
Questo è il problema, non è solo questione di analisi, che tra l’altro più di
una volta nel nostro movimento sono state puntuali e molto buone, ma rimangono
solo punti di vista teorici. Il punto è come cambiare la realtà dimostrando tali
analisi nella lotta. Ma io credo che l’indirizzo d’interpretazione di alcune
ultime analisi sono giuste ed utilissime – come per me il testo anarchico La
fase nichilista di “Vetriolo”, ma bisogna non cadere nell’inazione, per andare
al passo dello scontro di classe e dare un nostro contributo reale di
prospettiva rivoluzionaria-libertaria. Perché solo l’integrazione tra la
propaganda con i fatti e l’analisi, e viceversa, che è ciò che dimostra la
credibilità, la concretezza reale di tali analisi e delle minoranze
rivoluzionarie, che assieme alle azioni dei movimenti specifici sociali generali
ed internazionali può cambiare con forze reali qualitative nello scontro di
classe il contesto sociale della realtà.
Certo i concetti d’analisi sono fondamentali, e lo è sopratutto saper fare una
puntuale analisi tutt’oggi, ma devono avere un legame sia reale che complesso e
di fatto inscindibile ed intrinseco a quello che ha scritto Malatesta. Così lo
stesso per la intrinseca propaganda armata, in un rapporto integrativo che c’è
tra minoranze rivoluzionarie-libertarie e movimenti specifici generali ed
internazionali e la lotta di classe.
Senza questo intreccio di prassi-teoria-teoria-prassi… e auto-organizzazione nel
reale come forza e nel qualitativo, sia nel tempo che nello spazio, a lungo
andare io credo che le analisi, per quanto buone e qualitative come ad esempio
La fase nichilista, restino un semplice punto di vista filosofico.
E, che sia chiaro, io credo che invece sono preziosi i movimenti
internazionalisti e bisogna ritenerli degni di interesse e credo anche che sia
fondamentale il relazionarsi con questi per lo sviluppo, è la linfa vitale per i
diversi movimenti di lotta di classe rivoluzionaria.
Ma, sinceramente, per il compito rivoluzionario io credo oggi che questi siano
molto, molto, molto timidi e io non gli darei così tanta enfasi. E, ripeto, dico
timidi o non gli darei enfasi per il gran compito rivoluzionario, che per me
deve essere compito libertario di rottura, e soprattutto creare un rapporto di
forza reale che bisognerebbe creare come rivoluzionari, per provare a difendersi
per attaccare nella realtà lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo
progressista e tecnologico.
Ma pure bisogna essere franchi, dibattere tra noi stessi, confrontarci ed essere
auto-critici e critici costruttivamente, al nostro interno, sopratutto di fronte
al “cretinismo parlamentare” e al riformismo-democratico che c’è oggi, e che,
per inciso, è completamente controrivoluzionario.
E sopratutto all’interno di tanti di questi nostri movimenti di lotta, e questo
riformismo democratico è interclassista e molto forte.
E diciamoci sinceramente che il discorso non è nuovo, certi metodi
tattici-strategici di prassi, anche armata, come d’azione dirette d’attacco sia
alle cose che alle persone vanno bene a certi individui, gruppi, minoranze e
movimenti di lotta in Italia solo se succedono in paesi lontani “tropicali” con
le loro folkloristiche guerriglie armate e partigiane. E purtroppo lo stesso
anche oggi tocca di nuovo sull’Asia occidentale come la Palestina, ieri toccava
con Kurdi, Algerini, Zapatisiti, Mapuche ecc.ecc. Però, soprattutto, subito
prendono le distanze, come al G8 a Genova ecc., e soprattutto, mi raccomando,
neanche pensarlo come possibilità qui sulle necessarie guerriglie armate e
partigiane, in un contesto di lotta di classe almeno non qui, siamo in
democrazia costituzionale.
Cose già viste e riviste nelle diverse “ondate” universitarie, e in diverse
lotte di movimenti antagonisti in venticinque anni di lotta in Italia, e non
vedo perché oggi dovrebbe essere diverso senza avere fatto un duro lavoro
politico e concreto di lotta rivoluzionaria e di rottura autonoma nello scontro
di classe.
Dunque ripeto: come contrastare fortemente e politicamente con delle prassi di
rottura e in autonomia questo “cretinismo parlamentare”?
lo credo che Malatesta già nel 1915 ci dava un buon indirizzo.
E il caso Salis è emblematico, ci dà il polso della situazione e ci dice tanto
su questo metodo interiorizzato del “cretinismo parlamentare” interclassista,
che è molto grave, sopratutto per il contesto sociale e storico di guerra in qui
ci troviamo! E soprattutto grave all’interno dei nostri movimenti di lotta,
grave per quanti hanno delegato la lotta di classe antiautoritaria e autonoma
votando un partito, per rinforzare di fatto così lo Stato-nazione, il
capitalismo e l’industrialismo tecnologico e il sistema democratico
guerrafondaio interclassista e così minare fortemente una già debole solidarietà
reale rivoluzionaria ed internazionalista.
lo credo che non affrontare tutto questo con chiarezza nel complesso è un grande
errore per le lotte.
Un abbraccio….
Salut i anarquia!
Juan Sorroche
AS2- Terni- 27/01/2026 –
Un saluto da Action for Palestine Ireland alle iniziative del 7 e 8 febbraio a
Viterbo
Action for Palestine Ireland porge i suoi saluti rivoluzionari ai nostri
compagni in Italia. Rendiamo omaggio alla vostra mobilitazione contro la guerra
e la repressione e alla vostra posizione intransigente contro l’imperialismo in
un periodo caratterizzato dall’accelerazione della militarizzazione, della
censura e del controllo sociale nel cuore dell’imperialismo e nelle sue
periferie.
Dal nostro punto di vista in Irlanda, la fase attuale segna un inasprimento
delle contraddizioni globali. L’intensificarsi dell’assalto sionista alla
Cisgiordania e a Gaza, i continui tentativi imperialisti di destabilizzazione
contro il Venezuela e l’Iran e l’ampliamento dell’arco di confronto guidato
dalla NATO indicano tutti un approfondimento della strategia di guerra
permanente. Questa strategia richiede non solo aggressioni esterne, ma anche un
inasprimento della repressione sul fronte interno. Il prossimo anno richiederà
non solo la resistenza come in passato, ma anche nuove forme di coordinamento
internazionale e chiarezza politica tra i rivoluzionari. È tempo di costruire
nuove ondate di resistenza radicate in un’analisi comune e in una lotta
condivisa.
In Irlanda, questa riconfigurazione di stampo bellico è sempre più evidente.
Abbiamo assistito a una marcata escalation nella repressione delle attività
anti-imperialiste: la brutalità della Garda contro le manifestazioni di
solidarietà con la Palestina e contro la NATO; le violente intimidazioni nei
confronti dei repubblicani irlandesi da parte della Special Branch; e la
creazione di nuovi precedenti repressivi all’interno dei tribunali illegittimi
dello Stato Libero d’Irlanda, che ora rispecchiano le tendenze britanniche in
materia di condanne volte a criminalizzare il dissenso. Questi sviluppi non sono
abusi isolati, ma espressioni di uno Stato che si prepara a disciplinare
l’opposizione interna mentre si allinea più apertamente alla guerra
imperialista.
Un esempio recente illustra chiaramente questo concetto. Attivisti provenienti
da tutta l’Irlanda hanno organizzato una protesta segreta all’aeroporto di
Shannon, da tempo centro logistico per le truppe statunitensi e gli apparati
militari in transito verso le guerre imperialiste. All’arrivo, sono stati
accolti dai vertici della Garda e da unità speciali della polizia investigativa.
Questa mobilitazione preventiva dell’apparato repressivo più alto dello Stato
segnala un’intensificazione della sorveglianza sui militanti anti-imperialisti e
conferma che la presunta “neutralità” militare dell’Irlanda è una finzione. Lo
Stato Libero d’Irlanda sta attivamente abbandonando anche la facciata della
neutralità per integrarsi più pienamente nella macchina da guerra della NATO,
reprimendo al contempo coloro che denunciano e resistono a questo ruolo.
Queste tendenze non promettono nulla di buono per la Palestina, né per la classe
lavoratrice e gli oppressi in generale. Tuttavia, esse mettono anche in luce le
vulnerabilità del sistema. È proprio quando le contraddizioni si acuiscono,
quando la guerra all’estero richiede la repressione in patria, che il
capitalismo rivela la sua debolezza. Il nostro compito è quello di prepararci a
questi momenti, di organizzarci e di agire di comune accordo oltre i confini
nazionali.
Per questi motivi, accogliamo con favore le vostre mobilitazioni a Viterbo e il
vostro impegno in una lotta internazionalista contro la guerra e la repressione.
Auspichiamo un rafforzamento della collaborazione tra le nostre lotte,
contribuendo a un fronte comune contro l’imperialismo, il colonialismo sionista
e gli Stati borghesi che li sostengono. Insieme, attraverso il coordinamento e
la determinazione rivoluzionaria, ci impegniamo a trasformare la resistenza in
una forza concreta.
Solidarietà,
Action for Palestine Ireland
Tag - Carcere
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/02/11/attacco-incendiario-contro-i-macchinari-del-cantiere-del-campus-di-intelligenza-artificiale-presso-il-data-center-equinix-meudon-francia-23-novembre-2025/
Qui
l’originale: https://nantes.indymedia.org/posts/158585/incendie-dengins-de-chantier-du-datacenter-de-meudon-2/
ATTACCO INCENDIARIO CONTRO I MACCHINARI DEL CANTIERE DEL CAMPUS DI INTELLIGENZA
ARTIFICIALE, PRESSO IL DATA CENTER EQUINIX (MEUDON, FRANCIA, 23 NOVEMBRE 2025)
Nella notte tra venerdì 22 e sabato 23 novembre, alcuni ordigni incendiari sono
stati collocati nei macchinari del cantiere del campus di intelligenza
artificiale, adiacente al data center Equinix già presente. Il cantiere si trova
nella zona industriale di Vélizy-Meudon, di fronte al cantiere del nuovo
complesso Thales. Tra i clienti di Equinix figurano Thales, Dassault, Bouygues,
Amazon e molte altre aziende presenti in questo quartiere.
Queste aziende fanno tutte parte del complesso militare-industriale che fornisce
armi a Israele e che è responsabile del genocidio dei palestinesi. Tutte
traggono profitto dal genocidio coloniale, dalla sorveglianza di massa e dal
controllo delle frontiere. Le tecnologie da loro sviluppate vengono testate
sulla popolazione palestinese e poi vendute a paesi di tutto il mondo in
occasione di fiere commerciali come la Milipol, che si è tenuta in Francia dal
18 al 21 novembre. L’intelligenza artificiale è un elemento chiave di queste
tecnologie che Israele utilizza per sorvegliare e compiere il genocidio delle
popolazioni di Gaza e della Cisgiordania. Oltre a partecipare a massacri
coloniali a livello internazionale, la Francia sta militarizzando i propri
confini e rafforzando la sorveglianza e la repressione nei territori colonizzati
e nei quartieri. Per cercare di porre fine a tutto questo, abbiamo scelto la via
del fuoco e del sabotaggio.
Attacchiamo in solidarietà con i prigionieri palestinesi, il cui destino lo
Stato di Israele cerca di aggravare legalizzando le esecuzioni, che sono già la
norma nelle sue prigioni.
Attacchiamo in solidarietà con i “Prisoners for Palestine”, attualmente in
sciopero della fame nelle prigioni britanniche per aver attaccato gli
stabilimenti dell’azienda israeliana produttrice di armi Elbit.
Attacchiamo in omaggio all’anarchico Kyriakos Xymitiris e in solidarietà con le
anarchiche imprigionate Marianna e Dimitra, nonché con gli altri prigionieri del
caso Ampelokipoi. La fiamma della lotta non si spegnerà mai.
Attacchiamo in solidarietà con chi attraversa le frontiere e in omaggio a chi vi
ha perso la vita.
Attacchiamo in omaggio a tutte le persone che sono morte in prigione e per la
libertà di tutti i prigionieri.
CONTRO OGNI FASCISMO: quali prospettive oggi? Sabato 28 febbraio a 100celle
Aperte
Sabato 28 febbraio a 100celle Aperte
Come individualità anarchiche proponiamo un momento di discussione con dibattito
aperto sulla dilagante fascistizzazione della società e la necessità di
opporvisi.
A partire dalla situazione dell’anarchico prigioniero e nostro compagno Ghespe e
dall’esperienza fiorentina di lotta contro Casapound, vorremmo confrontarci tra
differenti soggettività su che tipo di pratiche radicali possiamo mettere in
campo oggi per arginare questa nuova deriva autoritaria.
Sabato 28 febbraio h 17.30
iniziativa di discussione e a seguire cena e dj set Electro Tek con Hermeside e
Freshnesss
A 100celle aperte, via delle Resede 5 – Roma
Per consigli di lettura in vista dell’iniziativa,
consultare https://bencivenga15occupato.noblogs.org/post/2026/02/09/contro-ogni-fascismo-quali-prospettive-oggi-sabato-28-febbraio-a-100celle-aperte/
Riceviamo e diffondiamo:
A Padova due morti in 36 ore, ecco la “normale” amministrazione carceraria
Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due
Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio
anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”,
pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie
di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile
dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”.
Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade
negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli
accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie
per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi
lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”.
Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non
funziona bene, e noi non ci crediamo.
Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai
tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente
ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante
è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che
amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano
pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un
po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più
schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che
chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla
determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi
con loro.
Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci
incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina,
una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere
punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza
di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci
un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli
“politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta
dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce,
che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria
respirabile.
“Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati.
Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che ci insegnano e
vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa
praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più
pensabile.
Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è
tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto
abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate.
Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per
accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza
accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli
di mezzo per questo.
Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli
operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia.
Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri.
Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in
blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano
dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere
sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era
rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle
persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare
ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde
un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere
nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di
impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro.
Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della
sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di
Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel
fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio
psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi
inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma
normale, perfetta, amministrazione.
Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un
sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza
nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del
territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi
sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì
dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra
le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali.
Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo
stato. Ma i debiti saranno saldati.
Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte,
portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia”
italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle
galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx.
Fuoco alle galere, liberx tuttx.
Qui in pdf: A Padova due morti in 36 ore
Riceviamo e diffondiamo:
SABATO 7 FEBBRAIO alle 17.00
presentazione del libro
NEXT STOP MODENA 2020 – Viaggio tra le carceri
di Claudio Cipriani
edito da Sensibili alle foglie
allo Spazio Autogestito di Udine
Via De Rubeis, 43
MODENA 2020: I DETENUTI CHIESERO SANITÁ, LO STATO RISPOSE «FATELI
MORIRE!»
PER NON DIMENTICARE, PER UN MONDO SENZA GABBIE, AL FIANCO DI CHI LOTTA!
Il 20 novembre 2020 cinque uomini coraggiosi, cinque detenuti,
presentarono alla procura di Modena un esposto: di fronte alle ripetute
falsità e reticenze dei funzionari e delle guardie, responsabili di aver
assassinato 9 uomini nel contesto di una massiccia rivolta scoppiata nel
carcere modenese nelle giornate di esordio del primo confinamento di
massa, in seguito al diffondersi del Covid 19 nel marzo di quell’anno,
questi cinque detenuti diedero una svolta, raccontando la verità di quei
giorni, raccontando le percosse, gli sputi, le manganellate, le
negligenze, le omissioni, il terrore, le brutalità, le umiliazioni.
Il racconto di Claudio, Ferruccio, Mattia, Francesco, Belmonte li espose
alle rappresaglie e al rischio di morte: quando si parla franco davanti
al potere, quando si dice la verità, ci insegnano gli antichi, la
propria vita è esposta al pericolo. Infatti in seguito al loro racconto
subirono ulteriori umiliazioni, l’isolamento e il trasferimento
conclusivo in 5 differenti carceri. Ma la notizia dell’esposto trapelò e
fu fatta circolare da compagne e compagni solidali nelle strade e nei
quartieri sotto coprifuoco. In quel caos pilotato che fu l’emergenza
Covid 19 l’esposizione mediatica, anche se debole, attutì il colpo
repressivo delle autorità sui cinque di Modena.
Claudio Cipriani, uno di loro, ha curato i propri materiali relativi a
quella vicenda per darne una restituzione pubblica e riportare
l’attenzione su quegli eventi.
La presentazione del libro è promossa dall’Assemblea permanente contro il
carcere e la repressione del Friuli e Trieste
liberetutti@autistiche.org
zardinsmagneticsradio.noblogs.org
Riceviamo e diffondiamo:
da https://rifiuti.noblogs.org/post/2026/01/27/una-lettera-di-paolo-da-uta/
UNA LETTERA DI PAOLO DA UTA
Riceviamo e pubblichiamo integralmente una lettera di Paolo dal carcere di Uta.
Solidali e complici con chi lotta.
Mi chiamo Paolo Todde ed il 16/12/2025 ho presenziato ad un’udienza del
tribunale della libertà/riesame a Cagliari, concernente la mia richiesta di
mutare la mia detenzione carceraria, in quella meno afflittiva dei domiciliari
con braccialetto elettronico.
In quell’udienza avrei voluto parlare di carcere, non ci sono riuscito, perché
in parte mi è stato impedito dal presidente, ed anche dal mio stato d’animo
molto nervoso ed ansioso.
Ho un tarlo che mi rode, mi sta consumando piano piano, perché devo riuscire a
parlare di carcere in maniera esaustiva, senza peli sulla lingua e con poche
paure dietro, questo tra l’altro lo devo ai morti, ai disperati di questo lager.
Mi sono sempre occupato di carcere nella mia vita, ed una volta che ci sono
finito dentro, ho potuto sperimentare, documentare la vigliaccheria, il sadismo
dei “Lei non sa chi sono io”, ed è stato quindi per me molto facile parlare con
l’esterno, su come si vive in un carcere dello stato italico.
Questo mio documentare con l’esterno è stato visto dalla componente securitaria,
come la rottura di un tabù.
Di carcere, fuori meno se ne sa meglio è, tra l’altro quando gli organi di
informazione, quando parlano di carcere, fanno i velinari dei sindacati dei
secondini, che in quanto a lamentele sono esperti, ma nessuno si degna di
ascoltare/sentire i prigionieri, di noi/loro si parla se in “negativo” di
aggressioni ai secondini (senza però chiedersene le ragioni, se in “positivo”
quando fanno croci per il giubileo, scrivono poesie e balle varie.
La galera è altro, è sofferenza, è lontananza dagli affetti, è anche stare nelle
mani di loschi figuri in divisa, che il più delle volte non hanno nessuna idea
di come ci si comporti con la controparte (siamo noi prigionieri), oppure
scaricano frustrazioni esterne sul disgraziato di turno che hanno davanti, e
meno male che non sono tutti così miseri.
Io di questo parlavo, e parlerò, però come dicevo prima i tabù non bisogna
sfiorarli, perché poi in breve tempo sono iniziate le manovre dilatorie,
provocazioni di bassa lega nei miei confronti.
La prima che ricordo è stata quando io, comprando in carcere l’”Unione Sarda”,
lo ricevevo alle 8 di sera se non anche il giorno dopo. A quel punto dopo varie
settimane passate in questa maniera, decidemmo io e L. (una compagna), che lei
mi spedisse i quotidiani (una volta la settimana) tramite piego libri (le
vecchie stampe).
Anche qui il diavolo (in divisa) si mise a fare i dispetti.
Per ritirare i giornali dovevo (supinamente) che questi invii figurassero come
pacchi postali, ovviamente io rifiutavo tutto ciò, ed i giornali si accumulavano
nel casellario del carcere, tutto questo era fatto per impedire alle persone che
venivano in carcere a farmi colloquio, di portarmi dei pacchi con roba da
mangiare, vestiario e altre cose permesse.
In un mese ogni prigioniero non può ricevere più di 4 pacchi, per un max di 20
kg al mese, al conto non si possono mettere giornali, riviste, libri perché
hanno un’altra procedura.
“Maestri” di questa viltà erano Pinto e Nonnis (due secondini), uno coordinatore
del piano (il 2º in questo caso) l’altro al casellario, alla fine un brigadiere
della sorveglianza ha risolto il tutto, facendomi avere giornali (una
cinquantina), riviste e libri, non so come abbia saputo di questo stupido
giochetto.
Sono diversi mesi che io cerco di poter fare una visita odontoiatrica con una
dentista che viene da fuori, non ci sono mai riuscito perché o manca la mia
richiesta (falso visto che io le facevo), oppure Chiara (la dentista) veniva
cacciata perché fuori tempo massimo, quindi io saltavo la visita, anche perché
malgrado fossi messo in una lunga lista di pazienti, io finivo sempre ultimo.
Poiché io ho già subito una condanna sono finito nelle grinfie di Borruto
(direttore del carcere), e secondo la prassi dovrei fare la domanda a lui, per
potere fare questa dannata visita odontoiatrica, tutte le domandine che ho fatto
nel tempo non valgono più, comunque mi rifiuto di fare domanda a Borruto,
m’apoderu su dollori ‘e kasciali.
Anche di questa situazione c’è di mezzo un secondino, ne parlerò più avanti.
Ho scoperto di soffrire di claustrofobia, quando un giorno andando in tribunale,
sono stato portato con un furgone blindato, dove le cellette con meno di un
metro quadro di spazio, completamente buie se non con i led rossi della
telecamera interna, a dir poco spettrale la situazione, in verità ci sarebbe
anche una lampada sul soffitto della celletta, ma malgrado le mie urla fu tenuta
spenta dolosamente.
Nella sezione in cui siamo chiusi (Arborea C, al 2º piano), le celle sono chiuse
24 ore al giorno, l’unica possibilità di libertà sono le ore d’aria, che
dovrebbero essere 4 ore al dì, questo in teoria perché, se va bene riusciamo a
farne 2 e/o 3 ore al giorno, certo c’è la saletta, ma sempre chiuso sei.
Nelle celle ci sono 4 brande, e con questo dovrebbero starci (secondo loro) 4
persone che su meno di 10 metri quadri calpestabili, per 22/24 ore al giorno
sono una tortura al supplizio.
Di notte la situazione peggiora ulteriormente, perché chi soffre di
claustrofobia si trova sopra di sé un ostacolo (materasso per incominciare),
quindi per evitare problemi mettevo il materasso in terra per potere dormire.
Ho provato a parlare con una psicologa del carcere spiegandogli la situazione,
l’unica cosa che voleva fare per me era darmi degli psicofarmaci, per risolvere,
secondo lei, i miei problemi.
Ovvio che io ho sdegnosamente rifiutato il tutto, però non avevo fatto i conti
con Sarno (ispettore del piano), che nel mese di novembre dell’anno scorso, con
un bliz ha cercato di infilare una quarta persona in cella, io gli ho spiegato i
miei problemi, ha fatto finta di niente, e mentre comandava ad un suo sottoposto
di aprire la cella, io ho dato un cazzotto allo schermo della tv distruggendola,
al che si sono bloccati e sono andati via. Scampato pericolo!
Un dieci/quindici giorni dopo nuovo bliz, hanno fatto entrare un quarto in
cella, ma sono riuscito ad uscire dalla cella, e mi sono procurato una scopa e
uno spazzolone e con quelle ho distrutto numerose lampade del corridoio della
sezione; anche allora scampato pericolo, però con due denunce sul groppone
perché a nessuno importa delle mie sofferenze.
Per quanto ancora dovrò combattere, dovrò prendere denunce per evitare di stare
male, sono più di 14 mesi rinchiuso in una sezione con celle chiuse!
In tutti questi mesi non mi sono fatto mancare niente, ho fatto 44 giorni di
sciopero della fame per protestare contro l’inquinamento di coliformi fecali
dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle, per una migliore fruizione
della biblioteca, del campo di calcio del carcere. Ora biblioteca blindata,
campo di calcio chiuso. Sono stato sconfitto, diciamo vinto ma non convinto.
Mi sono scontrato con un’infermiera (penso sia la responsabile, ma non ho
certezza di ciò) che faceva dei giochetti quando di tanto in tanto mi pesavano,
tanto che una volta è intervenuto il secondino (penso responsabile)
dell’infermeria centrale: Tiziano Portas che si è rivolto a me dicendo – avresti
bisogno di schiaffi -, in quel momento gli ho risposto – perché non lo fai tu se
hai il coraggio? -.
Ho fatto subito dopo lo sciopero delle medicine, sempre per gli stessi motivi
(acqua, biblioteca…) dello sciopero della fame. Dal 25/12 ri-rifiuto le
medicine.
Ho salvato la vita a due compagni di cella, che impiccandosi cercavano la morte,
per sfuggire alle loro sofferenze (questo con l’aiuto di un altro compagno di
cella), in due situazioni temporali distanti.
Sono recidivo di situazioni “scabrose” in carcere, nel 2020/21 ho avuto a che
fare con un ispettore (Sanna, ora sta a Buoncammino) che, come mi vedeva, mi
faceva il saluto fascista e/o cantava “Faccetta nera”.
Ho raccolto e fatto uscire storie di disperazione come quella di Osvaldo Olla
residente a Sinnai, che era finito sotto le grinfie di un secondino di Guasila
(oggi presta servizio a Massama), che con prepotenza gliene faceva di tutti i
colori, di fatto per impedirgli di utilizzare apparati sanitari (sedia a
rotelle, grucce) per aiutarlo nei movimenti in quanto fratturato ad un piede.
Dopo un po’ di tempo il tipo si sarebbe sgozzato di notte (sarà vero?).
Che dire di Angelo Frigeri di Tempio, trasferito da Bad’e Carros, perché
accusato di avere aiutato Raduano ad evadere dal carcere nuorese.
In quel carcere Frigeri era stato interrogato da un ufficiale proveniente da Uta
(Angelucci), ed al tipo, l’ufficiale, disse che avrebbe fatto di tutto affinché
fosse trasferito proprio al carcere di Uta, e lì gli avrebbe fatto passare le
pene dell’inferno.
Detto e fatto, tanto che il tipo di Tempio dopo un po’ di tempo si è ucciso
strozzandosi nel letto.
Ne ho tante altre di storie così, più o meno funeste, sicuramente tristi, ed io
imperterrito continuerò a documentarle e a farle uscire dal carcere.
So benissimo anche che, se avessi seguito il consiglio di un amico – est mellusu
fai is scimprus po no pagai datziu -, ma io sono un inguaribile idealista, ed è
più forte di me: alla prepotenza e alla vigliaccheria non so fare come lo
struzzo, è più forte di me devo dire la mia, non riesco a voltarmi con
nonchalance, e questo mio modo di fare lo pago sempre.
So long Paullheddu
Mentre aspettiamo di tradurre anche questo aggiornamento, apprendiamo e facciamo
sapere che anche Umer Khalid ha terminato lo sciopero, avendo ottenuto la fine
del blocco della corrispondenza. Inoltre tutti i Prisoners for Palestine hanno
dichiarato concluso il loro sciopero:
https://prisonersforpalestine.org/strike-ends/
Riceviamo e diffondiamo questo aggiornamento (ringraziando chi l’ha tradotto):
Qui l’originale (con un
video): https://prisonersforpalestine.org/breaking-around-100-arrested-as-police-violently-attack-protestors-on-second-day-of-umer-khalids-thirst-strike/
ULTIME NOTIZIE: CIRCA 100 ARRESTATI MENTRE LA POLIZIA ATTACCA VIOLENTEMENTE I
MANIFESTANTI NEL SECONDO GIORNO DELLO SCIOPERO DELLA SETE DI UMER KHALID
25 gennaio 2026
Ieri sera almeno 86 persone sono state arrestate per aver protestato a Wormwood
Scrubs per chiedere che al ventiduenne Umer Khalid fossero consegnate per
iscritto le promesse fatte dal direttore del carcere HMP Wormwood Scrubs, Amy
Frost, riguardo al suo trattamento in prigione.
In risposta a questa notizia dell’ultima ora, un portavoce di Prisoners for
Palestine ha dichiarato:
“Ieri sera, la polizia ha reagito in modo violento e sproporzionato alla
protesta fuori dal carcere di Wormwood Scrubs, mentre Umer entrava nel secondo
giorno del suo sciopero della sete.
I partecipanti, tra cui alcuni pensionati, sono stati picchiati, presi a calci e
legati a terra a faccia in giù dalla polizia. Un comandante è stato ripreso
mentre prendeva ripetutamente a pugni un manifestante immobilizzato.
Quasi un centinaio di arresti violenti hanno messo a nudo la fragilità e la
paura dello Stato britannico. I nostri prigionieri hanno dimostrato che nessuna
sbarra può fermare la loro resistenza, e all’esterno nessuna violenza ci
impedirà di intensificare la nostra lotta per la Palestina.
Centinaia di persone si sono impegnate a cacciare Elbit dalla Gran Bretagna con
azioni dirette a seguito degli scioperi della fame, e questa repressione e
violenza non faranno altro che renderci più forti”.
In risposta alle accuse della polizia di violazione aggravata di domicilio, un
testimone ha descritto le accuse come “tutte sciocchezze”, dicendo:
«Non c’è nulla che vieti l’accesso al cortile. Si trattava di un ingresso per i
visitatori con enormi cancelli aperti e senza personale di sicurezza. A nessuno
è stato chiesto di andarsene e nessuno ha bloccato il personale penitenziario.
Anzi, ho visto il personale penitenziario camminare intorno a noi ed entrare
dall’ingresso che i manifestanti sono stati ingiustamente accusati di aver
bloccato».
Umer, che soffre di una rara malattia genetica, la distrofia muscolare dei
cingoli, ed è attualmente detenuto in custodia cautelare presso l’HMP Wormwood
Scrubs, è l’ultimo scioperante della fame rimasto a partecipare alla campagna di
sciopero della fame Prisoners for Palestine. Umer è ora al sedicesimo giorno di
sciopero della fame e al terzo giorno di sciopero della sete. Il fatto che Umer
soffra di distrofia muscolare dei cingoli aumenta notevolmente i rischi
associati al suo sciopero della fame. Inizialmente ha fatto lo sciopero della
fame per dodici giorni prima di ammalarsi gravemente e non essere più in grado
di camminare.
Umer è stato accusato in relazione a un’azione che ha avuto luogo presso la base
RAF di Brize Norton, dove due aerei militari sono stati imbrattati con vernice
spray. I dati non filtrati dei transponder di volo pubblicati la scorsa estate
hanno mostrato che gli aerei da rifornimento aereo KC-707 “Re’em”
dell’aeronautica militare israeliana atterravano alla base RAF di Brize Norton
prima di partire per Gaza. Un aereo israeliano che ha fatto scalo alla base RAF
Brize Norton si trovava nei cieli sopra Gaza all’epoca di due evidenti crimini
di guerra, tra cui quello dell’ottobre 2024, quando l’IAF ha bombardato un
complesso residenziale nella città settentrionale di Beit Lahiya, uccidendo 73
persone.
Riceviamo e diffondiamo:
Riceviamo e diffondiamo:
Scarica la chiamata in pdf: fuori alfredo dal 41 bis dibattito per rilanciare
dei momenti di mobilitazione sabato 24 gennaio 2026 a carrara imp
Scarica la locandina in pdf: carrara-24-gennaio-2026
Fuori Alfredo dal 41 bis: dibattito per rilanciare dei momenti di mobilitazione.
Sabato 24 gennaio 2026 a Carrara
Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini
dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il
limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione
morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41 bis grazie proprio alla
sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per
un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere
in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge (Alfredo Cospito,
dichiarazione durante l’udienza preliminare del procedimento “Sibilla”, 2025).
Ore 16:30 – Dibattito sulla reclusione di Alfredo Cospito in 41 bis al fine di
rilanciare nuovi momenti di mobilitazione
Mentre gli Stati si attrezzano per la guerra, prosegue l’offensiva repressiva
contro il “nemico interno” e particolarmente contro gli anarchici, un nemico da
debellare perché da sempre in lotta contro lo Stato e il capitalismo. Il regime
detentivo del 41 bis contro i rivoluzionari è tra le massime espressioni di
quest’offensiva. Con l’approssimarsi del momento in cui il Ministero della
giustizia potrà esprimersi sul rinnovo della reclusione di Alfredo in 41 bis, è
quindi importante mantenere delle occasioni di confronto al fine di sviluppare
delle iniziative che possano rinnovare e dare respiro alla nostra lotta.
A seguire aperitivo a buffet per sostenere le spese relative al processo sulla
manifestazione del 28 gennaio 2023 a Trastevere, per cui il “Gruppo
antiterrorismo” della procura di Roma ha ottenuto il rinvio a giudizio di 13
imputati/e per resistenza a pubblico ufficiale e porto di armi o di oggetti atti
a offendere, con numerose circostanze aggravanti.
Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi”, via Ulivi 8/B, Carrara
E-mail: circolofiaschi@canaglie.org
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Alleghiamo il testo che segue come contributo al dibattito.
Una breve panoramica e qualche considerazione sulla lotta contro il 41 bis e la
repressione anti-anarchica nell’ambito delle politiche di guerra dello Stato
italiano
Un anno fa a Perugia è stata emessa la sentenza di non luogo a procedere al
termine dell’udienza preliminare del cosiddetto procedimento “Sibilla”, diretto
dalla DDAA del capoluogo umbro e coordinato dalla DNAA con sede a Roma, nei
confronti di Alfredo Cospito, attualmente prigioniero nel carcere di Bancali (in
Sardegna), e di altri 11 anarchici e anarchiche. Le accuse: istigazione a
delinquere pluriaggravata, e con finalità di terrorismo, perlopiù in relazione
alla pubblicazione del giornale “Vetriolo” e di altri testi. “Siamo stati
inquisiti non per delle parole in libertà, o qualche scritta sul muro, ma per
quello che siamo: anarchiche e anarchici coerenti. Questa ennesima operazione
repressiva va a colpire, tra le altre cose, un giornale anarchico e
rivoluzionario come ‘Vetriolo’, che in un periodo pregno di rivolte (e quindi di
occasioni da non mancare) e di confusione ideologica ha continuato imperterrito
a fomentare lotta di classe in un’ottica anarchica ed insurrezionale”, scrisse
Alfredo nel 2021. Quella di Perugia è stata l’ultima circostanza in cui il
compagno ha potuto esprimersi, sebbene in videoconferenza dal carcere di Bancali
(in Sardegna), squarciando la coltre di isolamento del regime detentivo previsto
dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Uno tra i regimi carcerari più
afflittivi esistenti in Europa, che gli è stato imposto per metterlo a tacere e
per dare un monito – nell’ambito dell’allora crescente clima bellicista – alle
componenti più avanzate sul terreno della lotta rivoluzionaria e anche a tutte
le forme di conflitto radicale.
In quella come in altre occasioni gli esponenti della nuova inquisizione di
Stato hanno parlato a gran voce di capacità “istigatorie” e “orientative” in un
ambito come quello del movimento anarchico, da sempre fautore di un’ostinata e
radicale autonomia di pensiero e di azione. Un’affermazione che fa il paio con
l’aver sostenuto nel processo “Scripta Manent”, svoltosi a Torino, delle
condanne per “strage politica” in relazione a una strage senza strage attribuita
senza prove (il duplice attacco esplosivo contro la Caserma Allievi Carabinieri
di Fossano, 2 giugno 2006), nel paese in cui dagli anni Sessanta le stragi,
quelle vere, le hanno perpetrate sempre gli apparati dello Stato e della NATO,
coadiuvati dai neofascisti.
Assieme alla condanna per associazione sovversiva con finalità di terrorismo o
di eversione dell’ordine democratico nel processo d’appello a Torino (2020),
l’operazione “Sibilla” (2021) è stata determinante nel trasferimento in 41 bis
di Alfredo Cospito, già condannato per il ferimento – in una splendida mattina
di maggio del 2012 – dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, tra i
principali responsabili del nucleare in Italia ed Europa. Un’azione rivendicata
durante il processo tenutosi a Genova l’anno seguente. È quindi venuta meno una
delle basi giudiziarie e repressive che sostenevano l’imposizione di quel regime
di tortura. Tuttavia, naturalmente, non ci facciamo illusioni sulla facoltà del
Ministero della giustizia nel trovare nuove e sempre più “fantasiose”
motivazioni a sostegno della permanenza di Alfredo in 41 bis.
A partire dal trasferimento in 41 bis (5 maggio 2022), veniva avviata una
mobilitazione che nel corso dei mesi seguenti assumeva una dimensione
internazionale. Con l’esito del processo “Scripta Manent” in Cassazione (6
luglio), che rinviava alla Corte d’appello di Torino la definizione dell’entità
delle condanne in relazione alle sole posizioni processuali di Anna Beniamino e
Alfredo Cospito, per i due compagni condannati (anche) per “strage politica” si
prefigurava la seria possibilità di una pena molto estesa. Rispettivamente, a 27
anni e 1 mese e all’ergastolo con 12 mesi di isolamento diurno, come richiesto
dal procuratore generale di Torino. Pertanto, l’imposizione del 41 bis e la
possibile condanna all’ergastolo ostativo significavano un’intenzione di
annientamento totale.
Mesi dopo (20 ottobre 2022) Alfredo iniziava un lunghissimo sciopero della fame
contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, interrotto solo dopo oltre 180 giorni
(19 aprile 2023) a seguito del pronunciamento della Corte costituzionale sulla
normativa inerente l’applicazione dell’ergastolo come pena fissa in circostanze
processuali come quella presentatasi a Torino per “Scripta Manent”. Il movimento
di solidarietà internazionale sviluppatosi negli anni 2022-’23, grazie alle
contraddizioni generatesi in pressoché tutti gli ambiti istituzionali e
repressivi, ha quindi impedito una condanna all’ergastolo ostativo per Alfredo e
ampiamente ridotto quella richiesta per Anna, gettato luce sulla natura di un
regime detentivo di tortura prima di allora intoccabile, messo un serio bastone
tra le ruote della macchina della repressione che ci riguarda tutti. Azioni
dirette e rivoluzionarie, uno sciopero della fame a oltranza, iniziative nelle
carceri di mezzo mondo, manifestazioni in ogni dove. Impeti di dignità che non
hanno riguardato solamente le sorti processuali e detentive di qualche anarchico
recluso.
La rappresaglia dello Stato dopo la mobilitazione l’abbiamo vista negli ultimi
anni con alcune operazioni repressive, particolarmente “Scripta Scelera” dalla
DDAA di Genova (mirata contro il quindicinale “Bezmotivny”), “City” dalla
procura di Torino e “Delivery” dalla DDAA di Firenze (che ha coinvolto compagni
tra Faenza, Pisa, Carrara e le Alpi Apuane), nonché con l’avvio di indagini e
processi a Roma, Milano, Bologna, in Sardegna e altre località. Analogamente,
gli organi antiterrorismo e la magistratura stanno tutt’oggi dando seguito agli
esiti finali del processo “Scripta Manent” anche nei confronti dei compagni
condannati per istigazione a delinquere (sempre con l’aggravante della finalità
di terrorismo) in relazione alla pubblicazione dell’ultima edizione di “Croce
Nera Anarchica” e alla gestione di alcuni siti internet. Si vedano in questo
senso la perdurante reclusione di Lello Valitutti agli arresti domiciliari e il
recente mandato di arresto europeo per Gabriel Pombo da Silva, in Spagna, che ha
già trascorso decenni nelle carceri tedesche e spagnole, dove peraltro ha
scontato 2 anni e 8 mesi in eccesso. Un arresto, quest’ultimo, che nonostante le
forze repressive nostrane abbiano “cantato vittoria” strombazzando la notizia
tramite i mass-media, non è stato convalidato dalla magistratura spagnola (che
ha solo imposto alcune restrizioni).
Mentre gli Stati si attrezzano per la guerra e i profitti per gli armamenti
crescono a dismisura, mentre si sprecano le parole a giustificazione del
genocidio a Gaza, mentre assistiamo alle consuete chiacchiere sulle stragi sul
lavoro a difesa degli interessi dei padroni, mentre con l’attuazione
dell’ennesimo decreto sicurezza viene portato un ulteriore attacco al conflitto
sociale… prosegue l’offensiva repressiva contro il “nemico interno”, nel caso
degli anarchici un nemico da debellare perché da sempre in lotta contro lo Stato
e il capitalismo, senza compromessi né mezze misure. Il 41 bis contro i
rivoluzionari è precisamente una tra le massime espressioni di quest’offensiva.
Con l’approssimarsi del momento in cui il Ministero della giustizia potrà
esprimersi sul rinnovo della reclusione di Alfredo in 41 bis, è quindi
importante mantenere delle occasioni di confronto al fine di sviluppare dei
momenti di mobilitazione che possano rinnovare e dare respiro alla nostra lotta.
Alpi Apuane – Carrara, gennaio 2025