Da
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/06/una-proposta-chiara-sul-convegno-di-viterbo-del-7-e-8-febbraio/
UNA PROPOSTA CHIARA
Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio
Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di
approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti,
compreso quello interno della repressione.
Il 7 febbraio più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una
manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e
necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con
la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra
NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle
politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra
e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti
trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della
popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero
della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già
stati oltre un migliaio di morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni
radicali che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre
2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello
NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due
fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei
rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi
argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di
guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo
Stato porta avanti contro la nostra classe.
Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei
numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come
la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una
popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima
politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e
le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il
livello della partecipazione è stato buono.
Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le
complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi
snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno
comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è
sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno
spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori
Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a
pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di
quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e
benpensanti.
E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra,
prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e
propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un
qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e
confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura
sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di
unire le lotte di chi vi si oppone.
Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli
stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco
proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la
parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le
relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo
a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che
proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento
teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi).
Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di
Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton
for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali,
raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in
aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli
interventi:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/
Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un
centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre
iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori.
Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo
dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di
essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato,
questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di
eco nazionale.
E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni
viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo
allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla
lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo
al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il
quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di
più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e
“gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio
dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo
delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a
ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro,
così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda.
Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che
un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”
– Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di
persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un
suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di
una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati.
Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo
cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello
sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella
popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la
sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità
organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”,
tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli
altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte
le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso
al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una
condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione,
fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è
un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di
diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi
personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto
di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il
manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi.
Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo
tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da
parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per
via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in
questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che
evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno
Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte
sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire
dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva,
anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste
per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa
indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un
fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della
pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è
proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una
tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare.
Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della
contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle
ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un
potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva,
non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico
di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi
vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una
cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione
altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno.
In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto
successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare
sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada
giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti,
magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un
genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali.
Assemblea Sabotiamo la Guerra
Rete dei comitati e collettivi di lotta
Tag - Carcere
Riceviamo e diffondiamo:
Libertà per la rivoluzionaria prigioniera María José Baños Andújar!
Nelle ultime settimane, le condizioni di salute della militante antifascista
María José Baños Andújar (reclusa nel carcere spagnolo di Murcia II e che soffre
di alcune patologie croniche molto gravi) si sono ulteriormente aggravate. La
direzione del carcere ha inasprito le sue condizioni di isolamento e
disattenzione medica, arrivando fino a negare l’accesso al carcere della sua
avvocata (con l’intervento della forza pubblica!) e i colloqui che María José
aveva con il suo compagno, anch’egli recluso nello stesso carcere.
María José è una militante dei GRAPO (Gruppi di Resistenza Antifascista Primo di
Ottobre – organizzazione armata comunista che è stata attiva nello Stato
spagnolo) imprigionata dal 2002 e che continua a rivendicare con dignità e
coerenza il suo percorso rivoluzionario.
Dal 23 febbraio Marcos Martín Ponce (compagno di María José, militante anch’egli
dei GRAPO e recluso nello stesso carcere di Murcia II) ha iniziato uno sciopero
della fame a tempo indefinito. E aumenta di giorno in giorno il numero dei
prigionieri rivoluzionari spagnoli e baschi che aderiscono allo sciopero della
fame simbolico di un giorno alla settimana che è stato indetto dai prigionieri e
dalle prigioniere politiche recluse nel carcere di A Lama.
La richiesta immediata degli scioperanti, e dei/delle solidali che si stanno
mobilitando nelle strade, è che María José venga trasferita in ospedale affinché
possa ricevere le necessarie cure che le vengono sistematicamente negate in
carcere, e che venga avviata la procedura per la sua scarcerazione per motivi di
salute.
A fianco di chi lotta! María José libera! Solidarietà senza frontiere!
Cassa AntiRep delle Alpi occidentali
Per aggiornamenti: www.presos.org.es
María José Baños Andújar
Marcos Martín Ponce:
CP Murcia II
Paraje Los Charcos, S/N
Campos del Río
30191 Murcia
España
Riprendiamo dal sito https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/ questi due
interventi tenuti al convegno Sabotiamo la guerra e la repressione, tenuto a
Viterbo lo scorso 8 febbraio. Nel sito dedicato ci sono anche i podcast degli
audio.
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/25/ddl-gasparri-delrio-la-sionizzazione-dello-stato/
DDL GASPARRI -DELRIO
LA SIONIZZAZIONE DELLO STATO
Buongiorno a tutte e a tutti.
Aggredisco subito l’argomento, invertendo un po’ la relazione. Il titolo della
relazione: partiremo dalla sionizzazione dello Stato e poi andremo a vedere il
DDL Gasparri Del Rio, che nel mentre è diventato il DDL
Gasparri-Delrio-Romeo-Scalfarotto, per cui è diventato perlomeno otto DDL
contemporaneamente. Perché? Il perché evidentemente è anche collegato agli
interventi che mi hanno preceduto, tutti molto interessanti e che, ognuno dalla
sua sfaccettatura, comunque ha analizzato un processo composito. E proveremo a
reinquadrare nell’ottica che il nemico va conosciuto, va conosciuto nei suoi
contenuti, va conosciuto nella sua fisionomia. Il nemico è sempre lo stesso da
secoli, però questo non significa che non modifica e non si adatta alla realtà
che si trova a ad affrontare. In questo senso ieri si diceva, e anche
nell’introduzione, il nostro nemico è lo Stato imperialista delle
multinazionali. Questa è una definizione coniata una cinquantina d’anni fa da un
movimento rivoluzionario in Italia. In quella fase, però, questa si è mantenuta
nel contenuto e questa definizione secondo noi va recuperata perché fotografa
meglio la situazione. Cinquant’anni fa fu un’intuizione, adesso è una
definizione conclamata, cioè quello che fu un’intuizione oggi si dimostra in se
stessa. Che significa questa definizione? Che c’è una relazione tra una
Struttura costituita da un dominio monopolistico delle multinazionali di stampo
imperialista, che ha una sua Sovrastruttura, ossia uno Stato che ne garantisce
questo dominio. Questo in pratica significa tale definizione, non è nient’altro.
Ieri ci si diceva se fosse “Stato, Stati…”. Non è questo il contenuto, in realtà
quello che ci interessa della relazione tra l’elemento della Struttura, ossia
del dominio monopolistico delle multinazionali, per cui nel meccanismo di
sfruttamento delle classi, nel meccanismo di oppressione dei popoli, che è un
congiunto di questo dominio e le forme con cui questo dominio si preserva,
soprattutto è stato ripetuto diversi interventi precedenti. Oggi quel tipo
particolare di dominio, che coincide oltretutto con l’imperialismo a matrice
“occidentale”, sta paradossalmente, anche se appare molto aggressivo, sulla
difensiva; ossia sta nel meccanismo di difendere le sue prerogative, la sua
posizione egemone, la sua posizione di dominio che la realtà materiale della
società umana, di altri capitalismi emergenti, della lotta di classe mettono in
discussione. Profondamente in questo senso, quindi, ferma restando l’essenza
dello Stato, che è nient’altro che il dominio di una classe sulle altre, lo
rappresenta. Detto ciò, però, evidentemente questo (Stato) è suscettibile di
modificazioni, di adattamenti. In questo senso le oligarchie imperialiste
internazionali, in questa fase hanno scoperto che uno dei modelli di dominio, di
coercizione, di repressione e prevenzione più funzionali alle loro esigenze è
quello sionista. Ossia ciò che lo Stato di Israele ha implementato in quello che
può essere considerato un gigantesco laboratorio storico e laboratorio sociale,
di dominio, di repressione, di sperimentazione delle tecniche e così via. In
questo senso, oggi come oggi, lo Stato israeliano rappresenta, come è stato
descritto precedentemente, sia nell’intervento del compagno di Radio Blackout e
sia negli interventi fatti dai palestinesi, tutti questi meccanismi, dinamiche e
prospettive. Applicazioni che dimostrano che (il modello) funziona per
l’oligarchia imperialista, soprattutto occidentale. Gli “funziona”, lo credono,
lo ritengono funzionale, per cui in questo senso si spiega quello che veniva
detto, ossia il fatto che una struttura multinazionale dove evidentemente i
coinvolgimenti, le intersecazioni del Capitale sionista sta proprio dentro i
meccanismi di proprietà, per cui è un dato Strutturale. Ormai, se noi pensiamo a
Meta, che di fatto è una multinazionale sionista e Zuckerberg lo rappresenta
anche fisicamente. Questa partecipazione di proprietà veniva prima illustrata
dal compagno di Blackout e venivano nominate molte multinazionali che
intervengono in tutti gli aspetti più articolati dell’azione di repressione
degli Stati imperialisti. Per cui è un termine, le multinazionali, che se quando
noi pensiamo a questo dominio delle multinazionali e poi andiamo a scorrere
nella Campagna BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) i nomi di tutte le
multinazionali, praticamente (queste) innervano tutta la nostra vita quotidiana.
Se noi facessimo il boicottaggio sincero, noi non vivremmo, perché tutta la
nostra vita, tra quello che fumiamo, le bollette che paghiamo, quello che
mangiamo e così via, è tutto pieno, innervato di questo capitale (sionista)
ormai mischiato, transnazionale, multinazionale, che poi deve trovare riscontro
delle forme di dominio, di preservazione, di concezione. E in questo senso è,
per loro, il meccanismo di (dominio) più adatto in questo momento storico. In
questo poi può darsi che cambieranno le esigenze più avanti, come sono state
cambiate in precedenza. Ma in questo momento la sionizzazione dello Stato, la
sionizzazione della Sovrastruttura, non solo dello Stato, ma nella narrazione
delle ideologie e della cultura, è un meccanismo che gli “funziona”. Soprattutto
a ciò che viene inteso come imperialismo occidentale, nella realtà e, in questo
senso, per le istituzioni di questo Stato. Ieri, per esempio, ho partecipato ad
un convegno a Roma che prendeva sempre in esame questo argomento. Per la
situazione attuale veniva un proposta e riproposta una dualità: se lo Stato
fosse un elemento sovranazionale o lo Stato fosse un elemento nazionale, se uno
primeggiasse. In realtà non va messa in atto questa dualità a “esclusione”,
perché è come che se noi dicessimo sul caso “nazionale” che l’autonomia
differenziata riservata alle Regioni va in conflitto aperto, contraddittoria e
antagonista con lo stesso Stato nazionale. Stessa cosa è come dire che l’Italia
può entrare di per sé in conflitto aperto con la NATO, con l’Unione Europea.
Oggi i meccanismi di integrazione (di Sovrastruttura) riflettono la Struttura:
se la Struttura è multinazionale, anche la Sovrastruttura rifletterà questo
meccanismo e in questo senso, ciò è emerso con forza ed è “leggibile” nella
ridefinizione di questa Sovrastruttura. Ripeto, già gli interventi che mi hanno
preceduto l’hanno messo in risalto negli aspetti repressivi, nelle aspetti
tecnologici, negli aspetti della comunicazione e in tutti gli aspetti per cui
l’elemento sovrastrutturale nient’altro riflette questo rapporto (strutturale)
di dominio delle multinazionali. Questo è un dato che noi dobbiamo analizzare e
tener presente in quello che facciamo. Si diceva all’inizio, non cadiamo nella
trappola di credere che i nuovi dispositivi, i nuove decreti, i nuovi disegni di
legge securitarie, ci portano nella logica della fascistizzazione dello Stato.
Non è così. Non lo è perché poi vedremo, quando analizzeremo i vari disegni di
legge più specifici – Gasparri, Delrio, eccetera -, che non vengano ripresi
anche degli spunti da quella che, addirittura, era la legislazione fascista. Ci
sono nel Disegno di Legge, riferimenti direttamente al Codice Rocco, per cui non
è questo il problema, è politico. Se noi parliamo di fascistizzazione, apriamo
alla convinzione – e questo ieri nell’altro Convegno un po’ ha fatto capolino –
il fatto che se noi diciamo che lo Stato è “fascistizzato” perché il governo
Meloni ha quel tipo di matrice, significa che poi ci consegniamo mani e piedi
all’altra componente dello Stato, quella della finta opposizione, che poi ci
utilizzerà, ci manipolerà proprio nel momento, guarda caso, di una campagna
elettorale già avviata. Per cui cadremmo nella trappola nella quale invece noi
non dovremmo cadere, perché non ci spiega poi il contenuto, ma anche perché
smentisce il contenuto della fascistizzazione di una “fazione” (istituzionale).
Qui è lo Stato che si sta ridefinendo, chi ha firmato l’ultimo Decreto Legge
securitario emanato, ma anche tutti quegli altri che l’hanno preceduto è stato
Mattarella. Mattarella non è un Capo di governo, è il Capo dello Stato,
rappresenta lo Stato e rappresenta teoricamente, secondo la loro Costituzione,
quello che dice si può fare e non si può fare dal punto di vista dello Stato. Ma
guarda caso non compare nella critica, nella denuncia che le finte opposizioni
fanno di questi Disegni di Legge, di questi dispositivi securitari. (Ieri)
dicevano che è una boutade propagandistica del governo Meloni e non chiarivano
bene il fatto che Mattarella ha firmato, ossia il Presidente della Repubblica,
ci ha messo il sigillo dello Stato. Questi sono leggi dello Stato, non è la
politica “governativa”. Non a caso gli veniva detto che questa dinamica
rappresenta una continuità con le dinamiche securitarie precedentemente messe in
atto. In questo senso noi dobbiamo analizzare ciò che avviene nella logica che è
lo Stato dominante, lo Stato imperialista delle multinazionali, che applica
questa sua ridefinizione, che norma se stesso e si adatta a difesa di se stesso.
Faccio un esempio banale: “la difesa di se stesso” prima si diceva, molto
interessante, che uno degli hub di dominio e di ricatto, di dossieraggio che è
stato impiantato è stata pedo-land di Epstein. “Questi” hanno costruito un
gigantesco bordello, dove le élites, soprattutto quelle occidentali, si andavano
a “rifocillare” secondo i loro criteri da depravati. Vengono fuori tre milioni
di email – dicono loro, per cui saranno minimo il doppio… -. Vengono fuori
decine di migliaia di video, fotografie, immagini che verificano tutto. Viene
fuori che ci sono migliaia di vittime. Quanti sono gli arresti? Zero. Per cui in
questo senso il sistema difende se stesso. Questo su un aspetto specifico, ma
questo lo rifà anche su tutto l’aspetto generale dello scontro di classe e dello
scontro contro i popoli oppressi, in questo senso c’è una segno di continuità.
Quello che è stato sperimentato in Palestina adesso viene “Chiavi in mano”
venduto all’Occidente. Non a caso venivano descritti casi in precedenza.
“Questi” arrivano, che ne so, sulla polizia locale: devo far funzionare in una
certa maniera, arrivano gli istruttori o se ne vanno a Tel Aviv e “chiavi in
mano” gli danno una sovrastruttura funzionale. Un pacchetto di modalità che
hanno già sperimentato sulla pelle del popolo palestinese, funziona ora per
l’ICE. L’ICE è nient’altro, adattato alla realtà statunitense, quello che l’IDF
ha sperimentato nei territori occupati di Palestina. Nient’altro, anche
l’approccio, anche il modus, l’avete visto tutti, del “prima ti sparo, poi ti
chiedo che stai facendo…”. Questo (i sionisti) lo fanno quotidianamente coi
palestinesi, lo abbiamo denunciato per tanto tempo negli ultimi due anni. E’
diventato un refrain sul genocidio, eccetera. Questo è il concetto di
sionizzazione. Qui voglio chiarire che non ci deve essere l’equivoco che pensano
che adesso, quando nominano i ministri, questi giureranno sulla Torah. Questa è
una idiozia. Il sionismo e l’ebraismo ormai sono due cose che non c’entrano
l’una con l’altra. Può essere, può esserci un ebreo antisionista, come può
esserci un cristiano evangelico sionista, per cui questa è una trappola politico
ideologica. L’ebraismo non c’entra più niente col sionismo. Il movimento
sionista è, guarda caso, la base del la razzializzazione, l’Apartheid classista.
Perché pure il cosiddetto odio verso i poveri è un “Apartheid razzista”, per cui
il dispositivo securitario aumenta e si approfondisce sulle classi subalterne e
si autoassolve sulle classi dominanti. Per cui i tipici reati delle classi
dominanti vengono tutti depenalizzati, i tipici, tra virgolette, reati delle
classi dominate vengono tutti appesantiti, vengono su tutti inasprite le pene.
Questo è il concetto di sionizzazione. Il concetto di sionizzazione è dare il
via libera al fatto del nuovo neocolonialismo. E’ “voglio un pezzo di Siria”,
vado entro e me lo prendo; “voglio un pezzo di Libano” , vado entro e me lo
prendo. “Voglio la Groenlandia”, vado dentro e me lo prendo. Devo assassinare il
segretario di Hamas a Teheran, ok, “sdoganizzo” il precedente e dopodiché mi
vado a prendere il Presidente del Venezuela come voglio. Questo è la uniformità,
omogeneizzazione dei criteri del dominio delle classi dominanti a livello
internazionale. È con questo noi abbiamo a che fare e con questo noi avremo a
che fare. Ovviamente adesso passo invece a un all’aspetto più specifico, che è
questa storia dei dell’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo. Questa
è formulata così, ma in realtà è la difesa del processo di sionizzazione dello
Stato imperialista, per cui in questo senso non è casuale e alcuni dati andiamo
ad analizzarli. Uno, “chi” è la fonte del DDL? Tutti, diciamo tutti, i disegni
di legge che sono stati presentati con l’articolo 1 dice: “dobbiamo considerare
antisemitismo con la definizione proposta dall’IRHA (International Remembrance
Holocaust Alliance,) che è di fatto – qui ho portato l’immagine da “chi” è
composta quest’IRHA -, praticamente, la NATO allargata all’Australia,
all’Argentina e Israele. Eccoli qua, questi 34 paesi, la NATO allargata: in
questo senso loro spacciano per un board internazionale mondiale, la NATO
allargata a altri tre paesi. In cui l’ispiratrice, ovviamente, è l’entità
sionista. Questa dice che antisemitismo da questo momento in poi deve essere
definito in una certa maniera. Ma perché hanno bisogno di questo? Perché
soprattutto in Occidente – va detto, una piccola medaglietta che ci possiamo
tutti mettere con soddisfazione… -, hanno perso la battaglia della narrazione di
ciò che è successo dal 7 Ottobre in poi. L’hanno persa la gran parte. L’autunno
scorso è stata proprio la fotografia plastica di questa sconfitta. Dove in circa
10 giorni, centinaia di migliaia, se non qualcuno dice un milione di persone, il
4 ottobre è sceso in piazza chiaramente dicendo: “Che sapeva da che parte stare:
Palestina libera dal Fiume fino al Mare”. C’eravamo praticamente tutti,
l’abbiamo visto, per cui un è posizionamento che ha infranto una narrazione che
si è scontrata con un sentimento diffuso e che ha smontato quello che invece il
100% dei dei mezzi di comunicazione di mass-media hanno “raccontato”. Questo li
ha spaventati, ossia che il meccanismo di comunicazione e controllo che lo Stato
imperialista ha adottato negli ultimi due anni non ha funzionato e loro sperano
che con dispositivi legislativi molto più aggressivi possono andare contro ed
intimorire. Il che avverrà, come già abbiamo sentito negli interventi
precedenti, interverrà in questo senso, ma sarà solo un problema di shock
iniziale e poi dovremmo noi trovare il modo di adattarci in tal senso. Delrio,
nel presentare il suo DDL, è molto chiaro e spiega perché lo sta facendo. Ha la
bontà di dirci chiaramente, di parlarci chiaramente. Il problema di questa
necessità di equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo è legato al fatto
che abbiano subito delle, lui non le chiama, sconfitte, degli avvenimenti
gravissimi in cui sono stati messi in discussione. Fa l’elenco: il 5 ottobre
2024, il 25 aprile 2025, il 27 gennaio 2025, dove sono stati messi in
discussione quei divieti sui contenuti che venivano imposti. Quindi nelle
costruzioni politico demagogiche che loro hanno preparato, li elenca e dice “in
base a questo dobbiamo necessariamente fare questi passaggi (DDL)”. Ovviamente
(Delrio) poi va in soccorso di Gasparri, insieme hanno provato una sorta di mini
“compromesso storico” per dare soddisfazione alla Di Segni prima, alla senatrice
Segre poi, che chiedevano un ampio spettro parlamentare per approvare questo
Disegno di Legge. Va in “soccorso” perché dice di fatto a Gasparri: “Gasparri,
però sei stato incompleto, perché se noi non ci occupiamo di militarizzare in
termini di contrasto all’antisemitismo, la scuola e i mezzi di comunicazione:
sta cosa non funziona, questo è chiaro”. Venendo da una formazione piccista, sa
che l’egemonia nel meccanismo di dominio è una è una parte fondamentale, per cui
lui chiaramente indica qual’è la strada per completare, affiancare alle leggi
repressive dei meccanismi di controllo egemonico. La prova della sperimentazione
di questo “disegno” sono stati gli avvenimenti al liceo Righi, dove la
(sionista) Di Segni è stata garantita l’effettuazione di una conferenza
apologetica dell’IDF. Lei lo ha rivendicato proprio nella sua presenza, scortata
da un plotoncino di Digos e polizia che persino ha impedito agli studenti di
partecipare al suo discorso. Questo in barba al fatto che nello stesso DDL che
Delrio presenta, si dice che “per obbligo di legge”, in tutte le iniziative
sulla Palestina, quelle poche che vi faremo fare, dovranno essere sempre fatte
in presenza di contraddittorio. Ossia: “se viene un giovane palestinese, mi ci
devi mettere accanto un Riccardo Pacifici, per esempio, o mi ci devi mettere una
Di Segni…”. Questo secondo loro è “l’equilibrio della cosa”. Oppure Delrio e
Gasparri dicono che dentro la scuola dovrà vigere l’obbligo di delazione, ossia
di fronte al fatto che se qualcuno inneggia a Palestina Libera!, inneggia al
fianco della Resistenza!, tutto il personale scolastico sarà obbligato a dire
chi è e a denunciarlo all’autorità. In questo senso l’autorità può essere il
preside o direttamente la polizia, pena sanzione economica o sanzione penale.
Siamo a questo, per cui il controllo della narrazione per loro è proprio dove
vogliono andare a incidere con questi Disegni di Legge. In questo senso diventa
però molto difficile l’applicazione proprio di questi Disegni di Legge e per
questo stanno prendendo tempo, oltretutto perché hanno trovato più resistenza di
quello che hanno immaginato. Il fatto sta che l’IRHA definisce antisemitismo,
per esempio, dire “Netanyahu è uguale a Hitler”. Il problema che loro si pongono
è, ma è antisemita solo dire che “Netanyahu è uguale a Hitler”? Ma invece dire
che “Putin è uguale a Hitler” è antisemita lo stesso? In questo senso diventa un
problema, così come definire “antisemita” chi brucia la bandiera di Israele.
Allora, se l’ebreo che a Tel Aviv brucia la bandiera di Israele è quindi un
“antisemita”? Hanno questo tipo di problemi… Però se uno va bene a scandagliare
dentro questi Disegni di Legge, si rende conto pure che sono una
razzializzazione non solo che fa il controcanto a una razzializzazione
dell’oppressione e dello sfruttamento, ma è anche una razzializzazione del
privilegio, perché queste norme di legge, appunto secondo questi meccanismi,
garantiscono solo una particolare comunità all’interno di una comunità
nazionale. Ossia se tu dici che “Netanyahu è uguale a Hitler” è antisemitismo.
Se tu lo dici di qualsiasi altro non è niente, per cui significa che si
stabilisce per legge, e questo vogliono fare, che c’è una sorta, guarda caso di
un “popolo eletto”, di una “razza eletta”, intoccabile. A ottant’anni dalle
Leggi Razziali, fanno le “Leggi Razziali al contrario”, ossia fanno un impianto
difensivo, un “quadrato” intorno a un’entità occupante, un’entità colonialista,
un’entità razzista, un’entità dell’Apartheid. Perché tutti gli altri si sono
resi conto che è proprio quello che è, per cui che il Sionismo è un movimento
politico di quel tipo: spacciando la sua critica per antisemitismo, cercando di
proteggere i “loro” interessi. Questo è veramenteun vulnus rispetto al dominio
dello Stato, ossia ormai il meccanismo che passa e che vogliono far passare, che
è quello che dovrà definire non solo la fisionomia di chi è il nostro nemico, di
come è fatto, ma quello che dovremmo noi fare e che oggi come oggi anche loro
violano le loro leggi. Faccio un piccolo esempio personale: quando abbiamo
organizzato l’iniziativa davanti al PD, per il 27 di gennaio, “Giornata della
Memoria”, siamo stati convocati e quelli ci hanno detto chiaramente, senza
nessuna ipocrisia: “questa iniziativa non si può fare perché il giorno è
sbagliato, la sede del PD è sbagliata…”. La risposta che noi gli abbiamo dato
dicendo “Non accettiamo questo divieto” perché dal nostro punto di vista quella
data è giusta. Quella data è giusta perché quello è il “Giorno della Memoria”,
non dello sterminio “solo” degli ebrei. È la “Giornata della Memoria dello
sterminio oltre che degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, degli
antifascisti, dei comunisti. Per cui in questo senso noi rientriamo in quelle
celebrazioni. Abbiamo pieno diritto, mentre “voi” state piegando le leggi stesse
che avete fatto, voi le volete piegare al servizio di un’ambasciata estera e per
cui gli abbiamo detto “non si può fare, noi ci saremo”. Il luogo, abbiamo anche
detto, è proprio quello giusto, perché tra gli ispiratori di questa Giornata c’è
stato proprio quel PD che per “foglia di fico” lo estese in questo termini, ma
dopodiché lo ha piegato alle esigenze dell’ambasciata israeliana e noi abbiamo
detto: “noi ci vedremo là proprio per questo”. Come dire, dovremmo sempre
sforzarci di smascherarli in questo senso. Quindi il problema non è che il
governo di destra fa dei disegni di legge liberticidi, è lo Stato italiano che
fa dei disegni di legge liberticidi. Su questo voglio sottolineare chi ha
assunto le linee guida dell’IRHA come “Strategia Nazionale di contrasto
all’antisemitismo” non è stato il governo Meloni, ma è stato il governo Conte,
il Secondo. Subito dopo che ha sostituito il governo Conte-Salvini, col governo
Conte-Bersani, se non erro, o chi era a quell’epoca il Segretario (del PD), non
lo so. Comunque il governo M5S-PD, uno dei primi atti dopo l’insediamento di
quel governo fu proprio l’assunzione da parte del governo di quelle linee guida.
Era il gennaio del 2020, non il gennaio del 2026, questo va ricordato quando c’è
e ci sarà da discutere. È da “sinistra” che è arrivata questa cosa, da
“sinistra” come definito nell’arco parlamentare, è venuta. Questa cosa non è
arrivata da “destra”. Questi (la “destra”) hanno anche gioco facile nel dire:
“io ho recepito solo quello che voi (“sinistra”) già avete introdotto. Io ho
avuto solo il coraggio di farlo diventare una legge dello Stato, invece voi
l’avete avuto”. E voglio anche sottolineare a chi fa capo il “Coordinamento
della strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo”. Dici: “ci sarà il
solito politico di turno abbastanza sgamato?” No, visto che loro lo vedono come
un processo repressivo, ci hanno messo un generale dell’Arma dei Carabinieri,
dei Reparti Operativi Speciali (ROS), che aveva seguito le indagini di Biagio e
D’Antona. Per cui quando tu usi un generale dei carabinieri dei reparti speciali
che ti dice in piena audizione, “per noi questa storia è un problema di
sicurezza nazionale…” e il senatore Giorgis che ha presentato l’ultimo Disegno
di Legge per conto del PD e, c’è proprio la videoconferenza, gli risponde:
“siamo perfettamente d’accordo…”, questo è contro cosa noi ci troveremo a che
fare, e vado quindi alle conclusioni.
Questi passaggi, questi ridefinizione della Sovrastruttura in termini coercitivo
e repressivo, ancora più di quello che era, ci pone di fronte a un problema.
Siamo passati, questo veniva detto all’inizio, siamo entrati nella fase dello
“Stato di guerra e polizia”, dello “Stato di guerra e polizia” qua, non in
Palestina, per cui in questo senso il nostro “che fare?” sarà condizionato da
questa consapevolezza. Non si tratterà più di supportare la Resistenza
palestinese che eroicamente resiste nella Palestina occupata. Qui ci sarà da
organizzare la nostra Resistenza. Qui dove viviamo, perché avremo a che fare con
dei dispositivi che metteranno seriamente in discussione la nostra agibilità
politica. Siamo entrati in una fase in cui, in previsione di una manifestazione,
squillerà il nostro cellulare e l’altra parte del telefono ci sarà qui il
Commissariato Tal dei Tali: “Lei è convocato presso il nostro commissariato. La
cella la sta aspettando per 12 ore, perché lei non può andare con i suoi
precedenti alla manifestazione…”. Per cui noi saremmo messi in gabbia prima di
aver commesso il reato. Questa è un’operazione pesantissima, che ovviamente
deriva dall’esperienza fatta sulle spalle dei palestinesi in Palestina, e che
oggi è diventato una realtà qui, in questo paese. Oppure verrà il divieto di
manifestazione, di assembramento, di riunione,nel momento in cui verrà sancito
il fatto che ci sono dei contenuti che non riflettono la narrazione di Stato,
che non riflettono la narrazione delle classi dominanti, per cui il divieto sarà
preventivo, appunto il ” 27 gennaio vi diamo il divieto perché la giornata non
si può fare, il luogo non si può fare” perché non si può fare quella
manifestazione, il “giorno degli ebrei”, come dicono loro. E non si può fare
tanto meno davanti al PD, perché quello è il partito dello Stato, che ne
rappresenta una chiara articolazione politica, per cui questa resistenza va
costruita e non solo. La difesa della solidarietà alla Resistenza palestinese,
ma va organizzata la Nuova Resistenza che in questa fase è necessaria, per poter
garantire i termini di agibilità che ci verranno tolti se noi rimaniamo passivi.
Grazie.
Rete dei Comitati e Collettivi di lotta
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https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/41-bis-carcere-di-guerra/
41-BIS, CARCERE DI GUERRA
Questo intervento, fatto “a braccio” durante il convegno, registrato e poi
trascritto, compare qui in una versione leggermente rielaborata e arricchita. Il
compagno che l’ha pronunciato ci tiene a confessare il proprio debito verso i
lavori (alcuni dei quali reperibili sul web) del sociologo Charlie Barnao,
principale fonte utilizzata per ricostruire le origini della tortura
contemporanea su cui si basano i regimi di isolamento torturativo come il
41-bis.
Ciao a tutti, ho molto piacere di essere insieme in questo convegno così ricco
di idee e tensioni. Per presentarmi, sono un compagno anarchico, vivo in
Trentino da diversi anni e faccio parte di Sabotiamo la guerra, che è
un’assemblea di compagni anarchici che si riunisce già da prima del 7 ottobre
2023, a partire dalla questione della guerra imperialista in Ucraina.
Quest’assemblea ha cercato di stimolare una mobilitazione contro lo stato di
guerra che a questo punto deve diventare anche una mobilitazione contro la
repressione, come si sta cercando di fare appunto in queste giornate. Il titolo
del mio intervento è «41-bis, carcere di guerra». Forse dovrei completarlo
aggiungendo: «DNA, Direzione Nazionale Antimafia (divenuta nel 2015 anche
“Antiterrorismo”) come tribunale di guerra». Siccome non si può affrontare tutto
insieme, devo partire chiaramente dal primo corno del problema. In che senso il
41-bis è un carcere di guerra? Io credo che lo si possa chiamare così, senza
particolari enfasi, ma con un atteggiamento tutto sommato descrittivo, da due
punti di vista. Il primo punto di vista è che il 41-bis – lasciando un attimo da
parte i suoi precedenti, il noto articolo 90, l’isolamento utilizzato contro i
compagni, eccetera – il 41 bis, per come lo conosciamo oggi, nasce come risposta
dello Stato a una guerra: la «seconda guerra di mafia» che insanguina la Sicilia
tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, e in particolar modo la guerra che a un
certo momento una delle due fazioni, quella dei cosiddetti «corleonesi» di Totò
Riina, comincia a muovere allo Stato: prima con i famosi «omicidi eccellenti»
(ad esempio Piersanti Mattarella), e poi gli attentati di Capaci, di via
D’Amelio, di via dei de’ Georgofili e così via. Chiaramente si tratta di una
stagione oscura che qui non possiamo approfondire e sarebbe probabilmente molto
difficile farlo, però io credo che almeno un aspetto lo si possa dire con una
certa sicurezza, no? A quella criminalità organizzata, quella parte della
criminalità organizzata che non voleva più, come dire, agire come un partner
dello Stato, ma che voleva comandare sul territorio anche contro lo Stato (o
contro sue determinate componenti), lo Stato stesso reagisce passando da quello
che i giuristi chiamano «diritto ordinario» al «diritto penale del nemico». Un
passaggio che in termini, diciamo, più “terrestri”, possiamo chiamare da una
logica di contenimento di un fenomeno a una vera e propria logica di
annientamento. Questo lascia sul terreno tutta una serie di istituzioni con cui
oggi ci troviamo e ci troveremo sempre di più a fare i conti. Una è il 41-bis,
dove, come tutti sappiamo, da diversi anni sono rinchiusi tre compagni
comunisti, mentre da meno tempo vi è rinchiuso il compagno anarchico Alfredo
Cospito. L’altra istituzione che nasce in quel periodo è appunto la Direzione
Nazionale Antimafia, che ritroviamo sempre più spesso schierata contro di noi.
Ad esempio l’inchiesta che ha portato agli arresti di Hannoun e gli altri è
coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
C’è però un secondo aspetto per cui il 41-bis si può definire un carcere di
guerra. Ed è il fatto che sostanzialmente i regimi di isolamento sono dei veri e
propri regimi di tortura bianca, di quella che viene proprio tecnicamente
definita «tortura senza contatto», che è stata teorizzata e approntata dai
servizi segreti statunitensi, dalla CIA in particolare. In combutta spesso con i
servizi segreti francesi all’interno della nota scuola delle Americhe di Fort
Amador, inaugurata accanto al Canale di Panama nel 1946, in un momento preciso
che è l’inizio della guerra fredda. È stato accennato in interventi precedenti
come di fatto l’esercito sia un vero e proprio incubatore e una vera e propria
officina di tecnologie e tecno-scienze di vario tipo. Schematicamente possiamo
dire che se i protagonisti delle due guerre mondiali sono stati gli ingegneri e
i fisici (con il progetto Manhattan), grandi protagonisti della guerra fredda
diventano gli psicologi. In particolar modo gli psicologi comportamentisti e gli
antropologi. Perché? Perché in quel momento lì, il secondo dopoguerra e l’inizio
della guerra fredda, che è un momento di rilancio dell’imperialismo a livello
mondiale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo insieme si trovano sempre più
spesso a combattere delle guerre asimmetriche. Quindi in contesti che sono
diversi dalla guerra di trincea, o dalla guerra tecnologica a distanza tramite
l’uso del bombardamento, e in cui gli Stati imperialisti, dall’attacco alla
Corea nei primi anni Cinquanta alla guerra del Vietnam, passando per l’America
Latina, si trovano sempre più spesso ad affrontare dei movimenti di guerriglia
che si confondono con la popolazione. Con l’apporto, lo ripeto, soprattutto
degli psicologi comportamentisti e degli antropologi, si cominciano a sviluppare
delle tecniche che mirano da un lato ad addestrare un tipo di soldato che sia
assolutamente lucido, spietato, automatico nell’eseguire gli ordini in guerre in
cui sempre più spesso si trova a fronteggiare direttamente la popolazione; e
dall’altro lato si comincia ad approntare delle tecniche di tortura più
raffinate che potenzialmente destino meno scandalo, non lasciando segni o
lasciando meno segni sui corpi dei prigionieri; e che sappiano, viceversa,
penetrare profondamente all’interno della psicologia delle persone interrogate,
così da portarle a cedere. Questo tipo di tortura, che ha alla base la stessa
logica del moderno addestramento militare, viene codificato all’interno dei
manuali della CIA. Ce ne sono due in particolare: il Kubark, che è del ’63, e lo
Human Resource Exploitation Training Manual, che è del 1983. (Il “manuale delle
risorse umane”. Notate il linguaggio manageriale?). In cosa consiste il tipo di
tortura che vi viene teorizzato? Si potrebbe veramente dire con le parole di
Orwell in 1984: prendere un cervello, smembrarlo e ricomporlo secondo le
esigenze desiderate, inducendo nel prigioniero un processo di regressione
infantilizzante. In che senso? Nel senso che tutti noi, crescendo, abbiamo
acquisito delle abilità sociali. Questo tipo di tortura consiste nel far perdere
al torturato le capacità relazionali apprese, portarlo a regredire verso
l’infanzia, riducendolo sostanzialmente a un “bambino” che ha come unico punto
di riferimento il suo torturatore, al quale prima o poi cederà le informazioni,
o comunque ciò che il torturatore vuole ottenere in un determinato momento. Ora,
in cosa consistono a livello pratico queste forme di torture senza contatto?
Prima di tutto in forme di isolamento e di sradicamento del prigioniero dal suo
contesto. Capite che ci si sta avvicinando alla dimensione del 41-bis, no? Per
capire un po’ questo tipo di meccanismo, e la sua analogia con l’addestramento
militare, potete pensare alla prima parte del film Full Metal Jacket (che ha
ricevuto i complimenti dell’esercito USA per la precisione con cui mostra
l’addestramento dei Marines). Pensate al sergente Hartman – che nel film è
interpretato da un vero istruttore militare – che urla alle reclute: «Voi qui
dentro non siete nessuno, qui vige l’uguaglianza perché nessuno conta un cazzo!»
Quella è la fase in cui, fondamentalmente, il prigioniero è portato a perdere i
propri punti di riferimento. Nella tortura (e nel 41-bis) lo si fa isolandolo,
lo si fa mantenendolo in ambienti assolutamente silenziosi, lo si fa
incappucciandolo. Lo si fa anche – è banale ma è allo stesso tempo interessante
notarlo – quando si arresta qualcuno nelle prime ore del mattino: è per questo
che le retate molto frequentemente avvengono alle ore piccole. Quella è
esattamente una tecnica studiata all’interno dei manuali della CIA.
Qui vi leggo un pezzettino perché è interessante. Questo è lo Human Resource, il
“manuale delle risorse umane” dell’83 cui accennavo prima: «Le modalità e i
tempi dell’arresto dovrebbero essere pianificati in modo da cogliere il soggetto
di sorpresa e provocargli il massimo livello di disagio mentale. La maggior
parte dei soggetti arrestati nelle prime ore del mattino sperimentano sensazioni
intense di shock, smarrimento e tensione psicologica e provano grandi difficoltà
ad adattarsi alla situazione. È molto importante che quanti eseguono l’arresto
agiscano con un’efficienza tale da sorprendere il soggetto.» Questa, diciamo, è
la prima fase. La seconda fase, quindi quella “torturativa” vera e propria,
consiste soprattutto in tecniche di disorientamento del soggetto e tecniche di
umiliazione. E qui si arriva proprio al 41-bis. Facciamo un esempio. Non so se
vi è capitato di vedere qualche speciale sul 41-bis alla televisione. Ne ho
visto uno in cui si vede che i detenuti svolgono i colloqui all’interno di
apposite celle a cui si arriva attraverso «corridoi di disorientamento». Li
chiamano proprio così. Ufficialmente questo serve a disorientare i parenti dei
detenuti, perché magari potrebbero in qualche maniera veicolare delle
informazioni eccetera. In realtà, come dire, la loro funzione è produrre il
massimo disorientamento possibile in chi si trova internato. O ancora: tecniche
di umiliazione: voi pensate che cosa significa non solo stare in quella che è di
fatto una cella di deprivazione sensoriale, con le bocche di lupo alla finestra,
non riuscire a vedere il sole. Quanto all’umiliazione: essere ripresi 24 ore su
24 da una telecamera è assolutamente una condizione umiliante, no? E gli esempi
chiaramente potrebbero continuare, ma non voglio fare un tour dell’orrore.
Voglio che ci dotiamo di alcuni concetti che potranno servirci nella lotta.
Torniamo all’Italia e torniamo a quello che succede tra gli anni ’80 e gli anni
’90. L’antenato del 41 bis è l’articolo 90, quello che istituisce le carceri
speciali per i compagni negli anni ‘70. È chiaramente un prodotto di queste
strategie della guerra fredda. Si ispira fondamentalmente al modello tedesco, al
carcere di Stammheim, che era un modello pensato di concerto con la CIA da parte
della Repubblica Federale Tedesca. Passata l’emergenza “terrorismo”, con la
riforma Gozzini, nel 1986, il carcere speciale ha una seconda vita: si arriva al
41-bis, che nella sua prima formulazione viene previsto esclusivamente per le
rivolte. Nel periodo della guerra tra Cosa Nostra e lo Stato italiano si
comincia a discutere dell’uso del 41-bis contro i mafiosi, dicendo all’inizio
che sarebbe rimasto solo ed esclusivamente per un periodo di tempo limitato, e
solo ed esclusivamente per Cosa Nostra. Ovviamente con gli attentati di Capaci e
di via D’Amelio succede tutt’altro. Cadono le ultime perplessità garantiste:
all’inizio anche una certa sinistra istituzionale ne aveva parecchie di fronte a
quello che è di fatto uno strumento di tortura. E si comincia, come dire, ad
utilizzare sistematicamente il 41 bis non solo nei confronti di Cosa Nostra e
nei confronti delle grandi organizzazioni. Ma di fatto verso ogni forma di
criminalità organizzata. Badate bene anche questo concetto: quando si parla di
mafia al plurale, e si dice «le mafie», viene messa in piedi una certa retorica.
Una volta, una piccola banda di rapinatori, di spacciatori, di taglieggiatori,
non era immediatamente assimilata alla mafia. A partire da quel periodo, la
categoria «mafia» diventa una parola-contenitore che viene applicata a fenomeni
molto diversi.
Contemporaneamente si crea la DNA. Inizialmente anche la DNA non desta poche
preoccupazioni tra le “anime belle” garantiste. Perché? Perché fondamentalmente
la DNA è, come dire, un corpo dello Stato in cui la magistratura, o meglio una
certa parte della magistratura e gli apparati di polizia, servizi segreti
compresi, si incontrano ai più alti vertici ed eseguono operazioni pianificate
di concerto. I giuristi, a suo tempo, fecero notare come questo di fatto violava
alcune basi fondamentali del cosiddetto “stato di diritto”. Per dirne almeno un
paio: il principio di competenza territoriale (quello per cui si è giudicati da
un tribunale del territorio in cui è stato commesso il reato) e, di fatto, il
principio della separazione dei poteri. Al di là degli aspetti giuridici, quello
che a noi interessa e che dobbiamo capire è che siamo in presenza di un apparato
giudiziario che opera in strettissima relazione con le alte sfere della politica
e con gli apparati di sicurezza. E che quindi da un lato tende a favorire
determinati interessi politici, e dall’altro a… trovare quello che cerca. Come
non si stancava di ripetere Malatesta, «l’organo crea la funzione». Per poter
giustificare la sua esistenza, l’Antimafia deve trovare “la mafia”… o, al
plurale, “le mafie”. Ora, se noi consideriamo che nel 2015 la Direzione
Nazionale Antimafia è diventata anche “Antiterrorismo”, capiamo che questa
logica, quella dell’organo che crea la funzione, la troveremo sempre più spesso
schierata contro di noi. Non solo perché ormai la categoria di “terrorismo” è
sempre più usata contro qualsiasi lotta sociale. Ma anche perché, per esistere,
quello che è di fatto un “tribunale speciale antiterrorismo” deve pure trovare
dei presunti “terroristi” da combattere.
Faccio un esempio che chiarirà questo ragionamento. Probabilmente tutti sapete
chi è Federico Cafiero De Raho. Magistrato capo della DNAA fino a non molti anni
fa, e adesso parlamentare 5 stelle, Cafiero De Raho nei primi anni 10 di questo
secolo è forse il personaggio che più ha spinto perché la DNA diventasse anche
«antiterrorismo». Sapete perché? Perché in quel momento il governo italiano è
alle prese con la crisi libica, ed ha bisogno di un pretesto per imbastire,
sotto l’egida dell’ONU, delle missioni militari in Libia, così da fronteggiare
in qualche modo l’ingerenza francese nella ex colonia italiana. È così che De
Raho comincia a sostenere un suo personale teorema sugli sbarchi di emigranti
dalla Libia: questi sarebbero organizzati da “mafie africane”; i cosiddetti
“scafisti”, che spesso non sono altro che i poveracci al timone delle
imbarcazioni, o quelli che al momento dello sbarco vengono indicati come i
timonieri dai loro compagni di sventura, sarebbero “trafficanti di esseri umani”
e “mafiosi”; infine, per chiudere il cerchio, le imbarcazioni trasporterebbero
“terroristi islamici”. Tutte sciocchezze, ovviamente, ma che permettono alla
DNAA di giustificare la propria esistenza e al contempo di servire il governo
italiano nelle sue manovre imperialiste.
Ebbene, De Raho è ancora a capo della DNAA quando, nel 2019, questa coordina due
inchieste contro compagni anarchici, «Scintilla» a Torino e «Renata» in
Trentino. In quel periodo tre compagne anarchiche (Anna, che si trova ancora in
carcere, Agnese e Silvia) vengono trasferite nel carcere dell’Aquila, ovvero nel
carcere-simbolo del 41-bis, in una sezione Alta Sicurezza creata apposta per
loro. Non si trattava quindi di una sezione 41-bis, ma per tutta una serie di
motivi – in primis perché era gestita dai corpi speciali del GOM – le loro
condizioni di detenzione erano molto simili ad esso. Le compagne entrano quindi
in sciopero della fame per la chiusura della sezione e dopo circa un mese, anche
grazie alla mobilitazione di noi fuori, vincono la battaglia e sono trasferite
in altre carceri. Si è trattato, a mio parere, di un’importante vittoria. In
Trentino, durante quella mobilitazione, abbiamo infatti letto quella vicenda
come un “test” di applicazione del 41-bis a compagni e compagne. Credo che i
fatti successivi ci abbiano dato ragione. Nel luglio 2020, infatti, De Raho
pronuncia in Parlamento, davanti alla Commissione Antimafia, uno strano discorso
in cui da un lato parla della necessità di estendere e rafforzare il 41-bis, e
dall’altro accosta più volte anarchici e mafiosi, che si sarebbero alleati per
creare rivolte fuori e dentro le carceri (come le rivolte carcerarie all’inizio
del lockdown nel marzo 2020). [si veda qui:
https://ilrovescio.info/2020/07/15/piu-che-unantifona-un-programma/] Neanche due
anni dopo questo discorso, a maggio 2022… Marta Cartabia firmava il
trasferimento di Alfredo Cospito in 41-bis. Conosciamo il resto della storia, in
cui il teorema dell’assurda, impossibile, improponibile alleanza tra “anarchici
e mafiosi” viene riproposto dal duo Donzelli-Delmastro contro lo sciopero della
fame di Alfredo e la mobilitazione solidale contro 41-bis ed ergastolo ostativo
a fianco del compagno…
Ora, se voi pensate che la categoria di “terrorismo” è sempre più utilizzata
anche per indicare le manifestazioni, come abbiamo visto dopo gli scontri dello
scorso 31 gennaio a Torino; se pensate che si sta parlando sempre più
disinvoltamente di «terrorismo di piazza», categoria molto cara a Salvini e alla
Lega… capite dove stanno andando a parare questi signori. Sto dicendo che ci
metteranno tutti in 41-bis dopodomani? No, sto dicendo però che anche il 41-bis
potrà rientrare sempre più spesso in una panoplia repressiva che usa una grande
varietà di mezzi contro antagonisti e rivoluzionari e crea già grossi
impedimenti. E che verrà quindi usato come massima minaccia contro chi non si
rassegna a questo stato di cose: verso chi continuerà a lottare adottando anche
forme più radicali, visto che le altre saranno sempre meno permesse. Questo,
ovviamente, se non ci metteremo in mezzo. Con la lotta per Alfredo nel 2022-23 e
con quella per le compagne rinchiuse all’Aquila nel 2019, abbiamo dimostrato che
è possibile.
Quindi che fare?
Siamo in un momento in cui le questioni da affrontare sono tante. Cercare di
ricondurle alla guerra, che è l’orizzonte del nostro presente, è necessario e
sacrosanto. Tanto per cominciare, anche nelle piazze contro la guerra non
possono e non devono mancare, a mio avviso, i nomi di Alfredo Cospito e di Nadia
Lioce, di Roberto Morandi, di Marco Mezzasalma, compagni delle Brigate Rosse
rinchiusi in 41-bis.
Sono chiaramente discorsi scomodi e difficili, perché siamo costretti a muoverci
in mezzo a una retorica del “bene contro il male”: se la mafia è il male
assoluto, allora l’antimafia è il bene, quindi non si può parlar male
dell’antimafia. Dobbiamo fare questo sforzo e passare, come dire, dalle analisi
che ci facciamo tra di noi a delle parole d’ordine semplici che facciano capire
alla gente come questi apparati dello Stato, 41-bis e DNAA, sono schierati
contro noi sfruttati, contro le lotte e contro la possibilità di un futuro
diverso.
Riceviamo e diffondiamo:
Venerdì 6 marzo, allo Spazio Sole e Baleno di Cesena, presentazione del libro
“Next Stop Modena 2020, viaggio tra le carcerei”.
Ore 19 e 30 cena vegan
Ore 20 e 30 presentazione e discussione con una curatrice del libro
Il periodo “pandemico”, come viene oggi chiamato, in Italia inaugura la sua
funzione di esperimento sociale di reclusione, controllo, domesticazione con un
massacro all’interno nelle carceri italiane che non ha eguali nella storia
repubblicana: 13 detentui morti, tutti dimenticati e catalogati dal potere come
“tossici morti di overdose”
Claudio, uno dei detenuti che c’era, in quel momento imprigionato al Sant’Anna
di Modena, ricostruisce quei giorni di violenza sistemica (ma anche di sfogo
liberatorio da parte dei rivoltosi, di solidarietà) e riflette sulla natura del
carcere in quanto istituzione totale.
Un libro che l’autore non può presentare, perchè tutt’ora recluso nelle patrie
galere, ma che grazie alla generosità e all’impegno di alcunx compagnx può
portare in giro le idee e il vissuto di Claudio e di chi c’era, dal lato giusto
della barricata.
PER UN MONDO SENZA GALERE!
QUI NON ABBIAMO DIRITTO DI PAROLA - INIZIATIVA PER LA DIGNITÀ DELLE DONNE
DETENUTE A TORINO
Unione culturale - via C. Battisti 4b, Torino
(martedì, 3 marzo 18:00)
QUI NON ABBIAMO DIRITTO DI PAROLA
Ancora una volta riceviamo le grida di aiuto delle donne del carcere torinese
che denunciano la crescente gestione custodialista e disciplinare che mette a
rischio diritti, dignità e rispetto.
Ne vogliamo parlare con chi di carcere si occupa e con chi contro i sistemi
reclusivi e punitivi si batte.
Martedì 3 marzo h. 18.00 Unione Culturale Franco Antonicelli
Riceviamo da email anonima e diffondiamo:
AXA = GENOCIDIO
Nella notte tra domenica 15 e lunedì 16 febbraio, col favore delle tenebre,
abbiamo danneggiato la sede di AXA assicurazioni a Trento.
AXA trae enormi profitti dal genocidio in corso nei territori occupati di
palestina, dato che investe direttamente più di 170 milioni di euro ogni anno in
aziende che producono armi, di cui una buona fetta tratta anche armi al fosforo
bianco e all’uranio impoverito. Sostanzialmente contribuisce a fornire armi di
distruzione di massa ad un esercito di assassini sionisti fanatici guidati da
un’elite colonialista senza scrupoli. Cosa potrebbe andare storto?
Un mese fa apprendevamo la notizia della condanna del nostro compagno Juan a 5
anni di carcere per attentato con finalità terroriste (280bis) contro la scuola
di polizia POLGAI a Brescia, scuola nella quale sono passate anche le milizie
sioniste che oggi applicano sui palestinesi ciò che in Italia hanno appreso.
Appena un giorno dopo Anan Yaesh, partigiano palestinese detenuto in Italia su
mandato israeliano, veniva condannato a 5 anni e 6 mesi sempre per terrorismo,
con l’accusa di aver organizzato le brigate di autodifesa di Tulkarem, gruppo
della resistenza palestinese nato nel medesimo campo profughi.
In una spirale di guerra interna che lo stato porta avanti ai danni dei
proletari, ancor di più se essi lottano per la libertà, il nostro compito resta
sempre quello di individuare il nemico in casa nostra e agire di conseguenza.
Ancor di più se in “casa nostra” fa capolino la milizia razzista e assassina
dell’ICE, accolta a braccia tese da tutti quegli inetti che si nascondono dietro
al tema della remigrazione.
Riportiamo anche la vittoria del gruppo inglese Palestine Action che, nonostante
conti una trentina di membri in galera con le solite accuse di terrorismo, è
riuscito con più di 50 giorni di sciopero della fame collettivo a far rescindere
un accordo da più di un miliardo di euro tra il colosso militare israeliano
Elbit e il governo britannico. Al loro sciopero della fame si sono uniti vari
prigionieri in solidarietà, tra cui il nostro compagno Stecco, prigioniero dello
stato nel carcere di Sanremo.
Libertà per Anan, Juan, Stecco e Palestine action.
Libertà per la Palestina e per tutti gli oppressi del mondo.
Alla prossima, chissà…
Riceviamo e diffondiamo:
8 MARZO 2020: in concomitanza con l’inizio del lockdown, scoppiano decine di
rivolte negli istituti penitenziari italiani.
Tra tentativi d’ evasione di massa e la distruzione di intere sezioni, centinaia
di persone detenute si ribellano a quei veri e propri luoghi di sofferenza e
morte che sono le patrie galere.
Per sedare le agitazioni in un clima di crescente paura, lo Stato risponde con
una violenta repressione, torture e mancati soccorsi.
Il bilancio di quei giorni è tragico: 14 detenuti muoiono nelle prigioni in
sommossa, 9 solo nella rivolta del Sant’ Anna di Modena.
Si tratta della più grande strage carceraria italiana dal dopoguerra.
A 6 anni di distanza, dopo le varie archiviazioni di Stato e il tentativo di
rimozione dalla memoria collettiva, c’è chi ancora vuole tenere vivo il ricordo
di quelle giornate attraverso il racconto di chi l’ha vissuto da dentro, in
prima persona.
Next Stop Modena 2020 è la preziosa testimonianza di Claudio Cipriani, uno dei
cinque firmatari dell’ esposto alla procura di Modena per i fatti dell’ 8 marzo
2020.
Essendo Claudio tuttora detenuto, la pubblicazione del suo libro rappresenta una
forte crepa nel muro di isolamento tra dentro e fuori e per questo crediamo
nell’importanza di sostenerne la più ampia diffusione. Inoltre, per volontà
dell’ autore, il ricavato del libro sarà destinato a sostenere la battaglia per
la verità portata avanti dai familiari dei detenuti morti.
Abbiamo quindi organizzato la presentazione del libro di Claudio in Sala Ulivi
presso l’istituto storico della Resistenza di Modena domenica 8 marzo.
Che la crepa nel muro che ci divide diventi un varco ; che delle galere restino
solo macerie.
Riceviamo e diffondiamo:
Alcuni contributi da dentro e fuori le carceri per le iniziative
“Sabotiamo la guerra e la repressione” del 7 e 8 febbraio a Viterbo
Il 7 febbraio circa 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una
manifestazione dai contenuti radicali che ha mostrato come sia possibile e
necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con
la resistenza del popolo palestinese, per il disfattismo in Ucraina, contro la
repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno,
contro il 41 bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Tematiche che sono state approfondite l’indomani, sempre nella città di Viterbo,
in un ricchissimo convegno militante. Qui il testo di indizione delle due
iniziative:
https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2025/12/Sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-corretto-al-23.12.pdf
In attesa di pubblicare ulteriori materiali mano a mano che questi saranno
disponibili, diamo diffusione alle lettere di Anna e Juan dalle carceri in cui
sono rinchiusi come contributi al convegno dell’8 febbraio. Pubblichiamo inoltre
un saluto giunto dall’Irlanda, quale testimonianza ancorché parziale della
caratura internazionalista delle giornate di lotta e approfondimento del 7 e 8
febbraio.
Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia
(Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su
Guerra e Repressione, ci provo, partendo dalla prospettiva, mio malgrado più
chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di
politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società,
globali.
Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e
risolutive, ma una banale e solida certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non
virtuale, implica reazione, repressione.
Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal
timore di questa, costruire solidarietà e consapevolezza dei propri mezzi e
fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro
repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi.
A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di
scrive più volte di circuiti e regimi differenziati oltre che, da molto prima,
fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e
“straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana
contro il 41 bis mi ricollego.
Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito,
né sono caduti i presupposti etici che lo sostenevano, per non lasciare in
sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non
sprecare un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può
essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili positivamente fuori dalla
ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare
soli i compagni e le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari
processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si costruisce anche
con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei
pilastri della retorica bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la
“lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di dimensioni globali e
l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati
nell’approvvigionamento delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si
prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario, antimilitarista e di
solidarietà tra gli oppressi.
Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di
mantenere, non è residuale (contenitore di compostaggio per la manovalanza
mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e
fondante, espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della
riduzione del corpo a macchina e dell’individuo recluso a simulacro corporeo da
mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in
stato vegetativo.
I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota
ormai anche sul mainstream (ed anche grazie alla mobilitazione passata), solo
qualche piccola nota aggiuntiva…
Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e
centralizzazione, con un prevedibile aumento di capienza – con 7 carceri
dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media
locali negli ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione
sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non vogliono una tipologia di
carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è
quella di nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare
che da parte dell’amministrazione penitenziaria centralizzare nello stesso
carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi
e militarizzare ulteriormente il regime.
Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS,
stabilizzati a regime chiuso, con graduali riduzioni di agibilità, sempre
nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di
semplificare il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti
spiccioli, che il sistema penitenziario sia in cronica e crescente crisi
gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è
palese, per cui i primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati
nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e l’intossicazione di droghe e
psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di
situazioni al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili
sono in sovraffollamento come non mai, a plastica dimostrazione di quello che è
il lavoro preventivo della repressione.
Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle
carcerazioni di prigionieri politici di più lunga data, dalla stagione di lotte
degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella
tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si
muove costantemente sul margine del “diritto”, adattabile a seconda del target.
Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto
negato e proprio questo credo sia uno dei punti critici controversi e mal
interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino
del diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà
dei fatti contraddizioni formali, forzature giuridiche e processuali anche per
sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della
repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel
“diritto penale del nemico” di cui si discute) e l’ampliarsi dell’“offerta”
repressiva e della platea dei papabili.
Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato
associativo, il 270 bis è impossibile per degli anarchici, è un residuo della
strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e
procedimenti a raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies,
ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli equilibri politici
nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a
quello islamista, per attestarsi adesso sulla resistenza palestinese.
Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà
attuale, non sono esperimenti da studiare è la prassi da combattere, l’utilizzo
“multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico.
Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio &
“Gaza beach” rendano ormai palese anche al cittadino occidentale più
lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso
militare del progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano
sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione (da qui, dall’acquario di
una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da
queste parti la repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e
tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il piglio marziale
d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale.
Ma comunque in grado di snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato,
lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il lavoro.
Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si
amplia, quasi uno stress test del punto di tolleranza, andando a comprendere
anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che
normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o
meglio si autoconvincono di esserlo, avendo barattato scampoli di libertà e
pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza).
Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora.
Potrebbe parere contradditorio, la logica vorrebbe maggiore azione, maggiore
repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione
preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più
facile farlo, dilettandosi a manipolare quello che inizia a palesarsi, non come
movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia.
Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e
compravendita delle componenti più recuperabili, bastone e carota, pistolettate
e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in più.
Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni
nelle piazze occidentali a prevalere sono gli aspetti simbolico, rituale,
informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che
privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che
privilegiavano i cartelli da brandire a favore di telecamera, dalla retorica del
“non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in
un rapporto di odio-amore non risolto.
Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici:
“eversivi”, “insurrezionalisti” manifestanti high tech, portatori di cellulari
per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano
rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato
tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old style dei suoi oppositori,
spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa.
È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in
purezza, il campanello d’allarme di un cambio di scenario od il segno che il
passaggio è già avvenuto?
Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e
dobloni berlusconiani alle mostrine meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali
siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo
politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di
ricostruzione post-bellica (a seconda dell’osso che gli lasciano rosicchiare
sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan,
Dio-Patria-Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare
però dallo schermo di uno smartphone, la capillare forma di “educazione”
politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno
altri due conti spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e
nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma necessaria alla ricerca di
nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al
momento siamo nel bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la
carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche ondivaghe tra top
gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di
casa… a breve rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e
“performativa”, carne da cannone “smart”…
Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e
militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai distillati delle correnti
rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e
anticlericalismo, internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto
che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle rappresentazioni più
confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di
diserzione da entrambi i fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo
a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio dall’indignazione per un
sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle
generazioni nate e cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia.
Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui
del proprio ruolo, limiti, mancanze e responsabilità di liberarsi da melasse
postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra
rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se
esercitare solidarietà tra gli oppressi od essere incapaci di riconoscere gli
oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la
sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come
armi preventive. Ed anche i refrattari tendono a farsi distrarre, abbagliare.
Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un
piccolo punto di partenza, non un approdo.
Anna,
gennaio ‘26
Roma, Rebibbia
Contributo di Juan Sorroche dalla sezione AS2 del carcere di Terni per il
convegno dell’8 febbraio a Viterbo
Hola a tutte, compagne, e a tutti, compagni, presenti all’iniziativa che si fa
oggi. Un saluto a chi ha creato questo spazio di confronto, e ci ha dato la
possibilità come prigionieri di esprimerci in questo spazio, e anche per la
solidarietà che spesso esprimete.
lo sono Juan Sorroche, prigioniero anarchico arrestato il 22 maggio 2019, e
scrivo dalla sezione AS2 del carcere di Terni dove mi trovo rinchiuso da 6 anni
con una condanna complessiva di 28 anni con due processi ancora in corso.
Mi preme di dire alcune cose in questo convegno, anche col rischio di passare
per autoreferenziale e retorico. Come anarchico prigioniero non scrivo per il
gusto estetico di farlo e il mio intento è di creare dei confronti e stimoli che
portino ad auto-organizzarsi e coordinarsi per la lotta. Come prigioniero e come
militante anarchico sempre ho pensato che bisogna essere chiari e non nascondere
le nostre opinioni ed intenzioni ideologiche, a volte pure di fronte ai giudici,
a testa alta e non lasciando che nessuno parli per noi.
Sempre ho creduto e mi sono sentito intimamente legato al posto dove sono nato,
però non alla terra o al luogo, ossia non in senso in nazionalista, ma
cosmopolita, della cultura della storia internazionalista anarchica, spagnola.
Prima ancora di essere consapevole di cosa fosse l’anarchia e l’anarchismo, la
mia cara nonna (che credeva molto in dio, ma era una convinta anticlericale per
le esperienze di vita vissute in quel periodo di insurrezione di rivoluzione, e
poi nella guerra civile), già mi cantava da piccolissimo un pezzo di una canzone
della CNT, era in particolare una sola strofa contro i preti che diceva più o
meno; “se i preti sapessero quante botte stanno per prendere canterebbero
libertà libertà libertà”. Poi mio zio che dopo la morte di Franco rientrò in
Spagna, da piccolo abitava con noi, era un punto di riferimento per me, durante
la guerra aveva disertato, era un disertore dell’esercito di Franco, e lo
beccarono dandogli a scegliere: essere fucilato o andare in Tunisia a combattere
per loro. Scelse, ovvio, quest’ultima possibilità: e là disertò di nuovo con il
rischio d’esser fucilato. Poi raggiunge nascosto in nave la Francia, facendosi
lì una vita fino al suo rientro. Potrei spiegare altre diverse esperienze e
racconti della mia famiglia.
Questa piccola digressione per dire che sono arrivato alla conclusione che per
me e probabilmente per tante individualità anarchiche e libertarie, oltre
l’aspetto razionale, c’è anche bisogno di curare, d’animare quello del cuore,
dell’anima di rivolta.
È fondamentale e necessario esplorarli ed osservare continuamente con curiosità
per darci la forza d’animo, nonostante galera, sofferenze, sfiducia, e
nonostante tutti i giudizi pessimisti che uccidono la volontà dell’anarchia. E
personalmente credo che l’anima, il cuore che muove individualmente ogni
anarchico e libertario non è una questione folcloristica perché ci dice tante
cose sagge, se osserviamo sinceramente ci fa delle domande, serve per capirmi e
capire: da dove arrivano quei lontani sentimenti profondi e i nostri primordiali
moti di rivolta che hanno acceso questa fiamma? E ci dice di alzarci dal letto
ogni giorno, muoverci verso la vita-lotta dell’anarchismo. E ci dice anche come
Essere anarchici e dove ciò ci ha portato e dove vogliamo andare. Senza
rimpianti.
Ma sopratutto ci dice e ci dà la nostra volontà e lo spirito la certezza di
credere in noi stessi, nell’Anarchia e nello spirito rivoluzionario-libertario.
E ci dice di continuare e continuare ogni giorno, e principalmente di ascoltare,
comprendere, superare quella parte nostra dell’interno che ci schiaccia, ci
sfiducia, che ci fa rimanere costantemente immobili senza comprendere le nostre
paure e ci corrode dall’interno accrescendo rassegnazioni e frustrazioni. Tutto
ciò e tanto ancora e ancora dicono le nostre radici, il cuore, lo spirito che
muove individualmente ogni anarchico.
E perciò credo che è profondo il mio essere antimilitarista ed
internazionalista-anarchico, per me è una questione molto intima che mi è stata
tramandata nel calore e nell’amore umano; e quelle persone hanno saputo senza
pretese imporsi come figure, e proprio per ciò per me rimangono radici
essenziali, pilastri di riferimento che mi hanno amato e ho amato da bambino,
radici da non perdere che sono in me profonde.
Non riesco a sentire e a capire queste complesse sensibilità-sentimenti come
questi complessi diversi concetti razionali come separati, per me sono un
insieme olistico-taoista, sono integrativi, inseparabili in senso
personale-ideologico.
Però, attenzione, io non penso sia solo esclusivamente questione di sensibilità,
di spirito di volontà anarchica o libertaria!
Perché credo che ci vuole auto-organizzazione, sia come una nostra bussola che
come fondamenta materiali. Ci vuole l’azione diretta libertaria, e che sia
accompagnata dalla progettualità con delle prospettive chiare a livelli diversi,
tattici e strategici, approfondititi tra tutti senza delega.
La Chiarezza è fondamentale con i compagni/e con cui ci auto-organizziamo, siano
anarchici, libertari o non.
Questa chiarezza: che queste prospettive possono essere raggiunte solo dalla
distruzione violenta dello Stato e del capitalismo e dell’industrialismo
progressista nel mondo.
Certo, compagni/e, io non credo che la lotta di classe riguardi esclusivamente
azioni violente. Come anche non credo che riguardi solo ed esclusivamente lotte
pacifiche e culturali. Se mai è l’incontro di tutte queste multiformi lotte e
tante altre; sia lotte sociali con innumerevoli persone che minoranze, gruppi,
individualità che praticano azioni dirette, e anche quelle più specifiche della
propaganda armata, è tutto questo incontro diverso e diversificato ciò che fa la
forza reale, le qualità necessarie per lo scontro di classe.
Lottare contro, vista anche la misera pacificazione sociale interclassista dei
guerrafondai che c’è oggi in Palestina, e nei nostri contesti, che serve solo ad
addormentare, trasformare le coscienze per spegnere le lotte di rottura di
rivolta, e che bisogna auto-organizzasi in autonomia nella lotta di classe.
Perché io non credo che bastino le sole e spontanee esplosioni sociali radicali
delle lotte, come le giornate stupende del 22 settembre del “blocchiamo tutto”
e, attenzione, io credo siano anche comunque importantissime e fondamentali!
Però in questo momento storico serve anche lo spirito, l’animo della volontà dei
rivoluzionari, che devono essere anche connessi e preparati nel corpo e
materialmente auto-organizzati come minoranze rivoluzionarie-libertarie ed
autonome.
Già Malatesta lo diceva nel lontano 1915, nella prima guerra mondiale, affermava
con forza concetti che ritengo oggi ancora validissimi in un contesto come è lo
scontro di classe presente, di guerra mondiale, lo affermava con il testo;
“L’internazionale anarchica e la guerra“. II cosiddetto Manifesto dei
trentacinque. Uscito un anno prima del nocivo e deleterio Manifesto dei sedici.
lo credo come Malatesta quello che scrisse nel testo: “Gli anarchici e la
guerra”.
«Gli anarchici hanno, in tempi di guerra, un’azione personale, molto particolare
da compiere: la loro azione, potremmo dire, azione particolare per quanto
riguarda i mezzi e per quanto riguarda i fini. Noi restiamo fra noi e ci
mettiamo d’accordo a tre o quattro per agire. Un gruppo di quindici, venti,
quaranta individui si dovrebbe suddividere dunque in quattro, sei, dieci gruppi,
liberi rispettivamente dalle preoccupazioni collettive dell’azione.»
Certo qui parla solo agli anarchici. E certo io credo che questo sia solo un
problema che deve essere risolto prima dagli anarchici e libertari.
Però ciò dà uno spunto di riflessione e una domanda per riflettere nel convegno.
Una questione per niente nuova. Ma io credo sia prioritario affrontare come
dovrebbero essere auto-organizzati questi nostri diversi spazi e tempi
specifici.
Dico questo anche perché credo che è un grave errore fare confusione e
confondere tra spazi e tempi auto-organizzativi specifici anarchici e libertari,
confonderli con quelli altri e specifici non anarchici, senza chiarire ciò.
Anche perché questo crea, secondo me, solo confusione e malintesi con tutti,
anarchici e non, e non porta lontano nello scontro di classe.
E che sia chiaro, questo per me non esclude minimamente di lottare con altri
compagni/e non anarchici.
Semplicemente credo che bisogna essere sinceri nell’auto-organizzazione tra
tutti noi compagni/e anarchici e non, per creare diversi altri spazi e tempi con
patti mutui, reciproci e chiari, che siano anti-autoritari.
Però mi domando, e domando nel convegno: se noi stessi non siamo capaci
d’auto-organizzarci autonomamente come si può pensare di poter apportare ed
appoggiarsi mutuamente nei conflitti, nelle lotte specifiche, oppure nella lotta
di classe apportare delle forza reali e qualitative?
E soprattutto: come pensiamo di non trovarci costantemente impreparati e fuori
del tempo e degli spazi delle lotte se non siamo auto-organizzati, senza darci
progetti, e compiti chiari, con obbiettivi tattici concreti, e una bussola
prospettica strategica ideologica per questi nostri specifici incontri come
strumento metodologico e che sia in divenire?
Un’altra questione da affrontare è come auto-organizzarsi per difendere ed
attaccare il gran problema all’interno delle nostre lotte in Italia che causa e
produce il recupero interclassista delle lotte sociali di rivolte radicali e
autonome di rottura?
lo credo che il problema arriva sempre come conseguenza di queste mancanze di
spazi e tempi auto-organizzati in autonomia nella lotta di classe, lasciando dei
vuoti, senza una reale difesa ed attacco per contrastarli con obbiettivi chiari
sia materialmente che politicamente-ideologicamente.
lo credo tutto questo, questa mancanza, a parte piccolissime e coraggiose
componenti minoritarie nel mondo, è una delle principali ragioni dell’incapacità
del nostro movimento anarchico e del movimento generale di rottura
rivoluzionaria, di sviluppare delle lotte articolate verso una reale lotta di
classe e che vada incontro alle lotte sociali e in autonomia nello scontro di
classe.
Questo è il problema, non è solo questione di analisi, che tra l’altro più di
una volta nel nostro movimento sono state puntuali e molto buone, ma rimangono
solo punti di vista teorici. Il punto è come cambiare la realtà dimostrando tali
analisi nella lotta. Ma io credo che l’indirizzo d’interpretazione di alcune
ultime analisi sono giuste ed utilissime – come per me il testo anarchico La
fase nichilista di “Vetriolo”, ma bisogna non cadere nell’inazione, per andare
al passo dello scontro di classe e dare un nostro contributo reale di
prospettiva rivoluzionaria-libertaria. Perché solo l’integrazione tra la
propaganda con i fatti e l’analisi, e viceversa, che è ciò che dimostra la
credibilità, la concretezza reale di tali analisi e delle minoranze
rivoluzionarie, che assieme alle azioni dei movimenti specifici sociali generali
ed internazionali può cambiare con forze reali qualitative nello scontro di
classe il contesto sociale della realtà.
Certo i concetti d’analisi sono fondamentali, e lo è sopratutto saper fare una
puntuale analisi tutt’oggi, ma devono avere un legame sia reale che complesso e
di fatto inscindibile ed intrinseco a quello che ha scritto Malatesta. Così lo
stesso per la intrinseca propaganda armata, in un rapporto integrativo che c’è
tra minoranze rivoluzionarie-libertarie e movimenti specifici generali ed
internazionali e la lotta di classe.
Senza questo intreccio di prassi-teoria-teoria-prassi… e auto-organizzazione nel
reale come forza e nel qualitativo, sia nel tempo che nello spazio, a lungo
andare io credo che le analisi, per quanto buone e qualitative come ad esempio
La fase nichilista, restino un semplice punto di vista filosofico.
E, che sia chiaro, io credo che invece sono preziosi i movimenti
internazionalisti e bisogna ritenerli degni di interesse e credo anche che sia
fondamentale il relazionarsi con questi per lo sviluppo, è la linfa vitale per i
diversi movimenti di lotta di classe rivoluzionaria.
Ma, sinceramente, per il compito rivoluzionario io credo oggi che questi siano
molto, molto, molto timidi e io non gli darei così tanta enfasi. E, ripeto, dico
timidi o non gli darei enfasi per il gran compito rivoluzionario, che per me
deve essere compito libertario di rottura, e soprattutto creare un rapporto di
forza reale che bisognerebbe creare come rivoluzionari, per provare a difendersi
per attaccare nella realtà lo Stato-nazione, il capitalismo e l’industrialismo
progressista e tecnologico.
Ma pure bisogna essere franchi, dibattere tra noi stessi, confrontarci ed essere
auto-critici e critici costruttivamente, al nostro interno, sopratutto di fronte
al “cretinismo parlamentare” e al riformismo-democratico che c’è oggi, e che,
per inciso, è completamente controrivoluzionario.
E sopratutto all’interno di tanti di questi nostri movimenti di lotta, e questo
riformismo democratico è interclassista e molto forte.
E diciamoci sinceramente che il discorso non è nuovo, certi metodi
tattici-strategici di prassi, anche armata, come d’azione dirette d’attacco sia
alle cose che alle persone vanno bene a certi individui, gruppi, minoranze e
movimenti di lotta in Italia solo se succedono in paesi lontani “tropicali” con
le loro folkloristiche guerriglie armate e partigiane. E purtroppo lo stesso
anche oggi tocca di nuovo sull’Asia occidentale come la Palestina, ieri toccava
con Kurdi, Algerini, Zapatisiti, Mapuche ecc.ecc. Però, soprattutto, subito
prendono le distanze, come al G8 a Genova ecc., e soprattutto, mi raccomando,
neanche pensarlo come possibilità qui sulle necessarie guerriglie armate e
partigiane, in un contesto di lotta di classe almeno non qui, siamo in
democrazia costituzionale.
Cose già viste e riviste nelle diverse “ondate” universitarie, e in diverse
lotte di movimenti antagonisti in venticinque anni di lotta in Italia, e non
vedo perché oggi dovrebbe essere diverso senza avere fatto un duro lavoro
politico e concreto di lotta rivoluzionaria e di rottura autonoma nello scontro
di classe.
Dunque ripeto: come contrastare fortemente e politicamente con delle prassi di
rottura e in autonomia questo “cretinismo parlamentare”?
lo credo che Malatesta già nel 1915 ci dava un buon indirizzo.
E il caso Salis è emblematico, ci dà il polso della situazione e ci dice tanto
su questo metodo interiorizzato del “cretinismo parlamentare” interclassista,
che è molto grave, sopratutto per il contesto sociale e storico di guerra in qui
ci troviamo! E soprattutto grave all’interno dei nostri movimenti di lotta,
grave per quanti hanno delegato la lotta di classe antiautoritaria e autonoma
votando un partito, per rinforzare di fatto così lo Stato-nazione, il
capitalismo e l’industrialismo tecnologico e il sistema democratico
guerrafondaio interclassista e così minare fortemente una già debole solidarietà
reale rivoluzionaria ed internazionalista.
lo credo che non affrontare tutto questo con chiarezza nel complesso è un grande
errore per le lotte.
Un abbraccio….
Salut i anarquia!
Juan Sorroche
AS2- Terni- 27/01/2026 –
Un saluto da Action for Palestine Ireland alle iniziative del 7 e 8 febbraio a
Viterbo
Action for Palestine Ireland porge i suoi saluti rivoluzionari ai nostri
compagni in Italia. Rendiamo omaggio alla vostra mobilitazione contro la guerra
e la repressione e alla vostra posizione intransigente contro l’imperialismo in
un periodo caratterizzato dall’accelerazione della militarizzazione, della
censura e del controllo sociale nel cuore dell’imperialismo e nelle sue
periferie.
Dal nostro punto di vista in Irlanda, la fase attuale segna un inasprimento
delle contraddizioni globali. L’intensificarsi dell’assalto sionista alla
Cisgiordania e a Gaza, i continui tentativi imperialisti di destabilizzazione
contro il Venezuela e l’Iran e l’ampliamento dell’arco di confronto guidato
dalla NATO indicano tutti un approfondimento della strategia di guerra
permanente. Questa strategia richiede non solo aggressioni esterne, ma anche un
inasprimento della repressione sul fronte interno. Il prossimo anno richiederà
non solo la resistenza come in passato, ma anche nuove forme di coordinamento
internazionale e chiarezza politica tra i rivoluzionari. È tempo di costruire
nuove ondate di resistenza radicate in un’analisi comune e in una lotta
condivisa.
In Irlanda, questa riconfigurazione di stampo bellico è sempre più evidente.
Abbiamo assistito a una marcata escalation nella repressione delle attività
anti-imperialiste: la brutalità della Garda contro le manifestazioni di
solidarietà con la Palestina e contro la NATO; le violente intimidazioni nei
confronti dei repubblicani irlandesi da parte della Special Branch; e la
creazione di nuovi precedenti repressivi all’interno dei tribunali illegittimi
dello Stato Libero d’Irlanda, che ora rispecchiano le tendenze britanniche in
materia di condanne volte a criminalizzare il dissenso. Questi sviluppi non sono
abusi isolati, ma espressioni di uno Stato che si prepara a disciplinare
l’opposizione interna mentre si allinea più apertamente alla guerra
imperialista.
Un esempio recente illustra chiaramente questo concetto. Attivisti provenienti
da tutta l’Irlanda hanno organizzato una protesta segreta all’aeroporto di
Shannon, da tempo centro logistico per le truppe statunitensi e gli apparati
militari in transito verso le guerre imperialiste. All’arrivo, sono stati
accolti dai vertici della Garda e da unità speciali della polizia investigativa.
Questa mobilitazione preventiva dell’apparato repressivo più alto dello Stato
segnala un’intensificazione della sorveglianza sui militanti anti-imperialisti e
conferma che la presunta “neutralità” militare dell’Irlanda è una finzione. Lo
Stato Libero d’Irlanda sta attivamente abbandonando anche la facciata della
neutralità per integrarsi più pienamente nella macchina da guerra della NATO,
reprimendo al contempo coloro che denunciano e resistono a questo ruolo.
Queste tendenze non promettono nulla di buono per la Palestina, né per la classe
lavoratrice e gli oppressi in generale. Tuttavia, esse mettono anche in luce le
vulnerabilità del sistema. È proprio quando le contraddizioni si acuiscono,
quando la guerra all’estero richiede la repressione in patria, che il
capitalismo rivela la sua debolezza. Il nostro compito è quello di prepararci a
questi momenti, di organizzarci e di agire di comune accordo oltre i confini
nazionali.
Per questi motivi, accogliamo con favore le vostre mobilitazioni a Viterbo e il
vostro impegno in una lotta internazionalista contro la guerra e la repressione.
Auspichiamo un rafforzamento della collaborazione tra le nostre lotte,
contribuendo a un fronte comune contro l’imperialismo, il colonialismo sionista
e gli Stati borghesi che li sostengono. Insieme, attraverso il coordinamento e
la determinazione rivoluzionaria, ci impegniamo a trasformare la resistenza in
una forza concreta.
Solidarietà,
Action for Palestine Ireland
Riprendiamo
da https://lanemesi.noblogs.org/post/2026/02/11/attacco-incendiario-contro-i-macchinari-del-cantiere-del-campus-di-intelligenza-artificiale-presso-il-data-center-equinix-meudon-francia-23-novembre-2025/
Qui
l’originale: https://nantes.indymedia.org/posts/158585/incendie-dengins-de-chantier-du-datacenter-de-meudon-2/
ATTACCO INCENDIARIO CONTRO I MACCHINARI DEL CANTIERE DEL CAMPUS DI INTELLIGENZA
ARTIFICIALE, PRESSO IL DATA CENTER EQUINIX (MEUDON, FRANCIA, 23 NOVEMBRE 2025)
Nella notte tra venerdì 22 e sabato 23 novembre, alcuni ordigni incendiari sono
stati collocati nei macchinari del cantiere del campus di intelligenza
artificiale, adiacente al data center Equinix già presente. Il cantiere si trova
nella zona industriale di Vélizy-Meudon, di fronte al cantiere del nuovo
complesso Thales. Tra i clienti di Equinix figurano Thales, Dassault, Bouygues,
Amazon e molte altre aziende presenti in questo quartiere.
Queste aziende fanno tutte parte del complesso militare-industriale che fornisce
armi a Israele e che è responsabile del genocidio dei palestinesi. Tutte
traggono profitto dal genocidio coloniale, dalla sorveglianza di massa e dal
controllo delle frontiere. Le tecnologie da loro sviluppate vengono testate
sulla popolazione palestinese e poi vendute a paesi di tutto il mondo in
occasione di fiere commerciali come la Milipol, che si è tenuta in Francia dal
18 al 21 novembre. L’intelligenza artificiale è un elemento chiave di queste
tecnologie che Israele utilizza per sorvegliare e compiere il genocidio delle
popolazioni di Gaza e della Cisgiordania. Oltre a partecipare a massacri
coloniali a livello internazionale, la Francia sta militarizzando i propri
confini e rafforzando la sorveglianza e la repressione nei territori colonizzati
e nei quartieri. Per cercare di porre fine a tutto questo, abbiamo scelto la via
del fuoco e del sabotaggio.
Attacchiamo in solidarietà con i prigionieri palestinesi, il cui destino lo
Stato di Israele cerca di aggravare legalizzando le esecuzioni, che sono già la
norma nelle sue prigioni.
Attacchiamo in solidarietà con i “Prisoners for Palestine”, attualmente in
sciopero della fame nelle prigioni britanniche per aver attaccato gli
stabilimenti dell’azienda israeliana produttrice di armi Elbit.
Attacchiamo in omaggio all’anarchico Kyriakos Xymitiris e in solidarietà con le
anarchiche imprigionate Marianna e Dimitra, nonché con gli altri prigionieri del
caso Ampelokipoi. La fiamma della lotta non si spegnerà mai.
Attacchiamo in solidarietà con chi attraversa le frontiere e in omaggio a chi vi
ha perso la vita.
Attacchiamo in omaggio a tutte le persone che sono morte in prigione e per la
libertà di tutti i prigionieri.
CONTRO OGNI FASCISMO: quali prospettive oggi? Sabato 28 febbraio a 100celle
Aperte
Sabato 28 febbraio a 100celle Aperte
Come individualità anarchiche proponiamo un momento di discussione con dibattito
aperto sulla dilagante fascistizzazione della società e la necessità di
opporvisi.
A partire dalla situazione dell’anarchico prigioniero e nostro compagno Ghespe e
dall’esperienza fiorentina di lotta contro Casapound, vorremmo confrontarci tra
differenti soggettività su che tipo di pratiche radicali possiamo mettere in
campo oggi per arginare questa nuova deriva autoritaria.
Sabato 28 febbraio h 17.30
iniziativa di discussione e a seguire cena e dj set Electro Tek con Hermeside e
Freshnesss
A 100celle aperte, via delle Resede 5 – Roma
Per consigli di lettura in vista dell’iniziativa,
consultare https://bencivenga15occupato.noblogs.org/post/2026/02/09/contro-ogni-fascismo-quali-prospettive-oggi-sabato-28-febbraio-a-100celle-aperte/