Riceviamo e diffondiamo questo aggiornamento (ringraziando chi l’ha tradotto):
Qui l’originale (con un
video): https://prisonersforpalestine.org/breaking-around-100-arrested-as-police-violently-attack-protestors-on-second-day-of-umer-khalids-thirst-strike/
ULTIME NOTIZIE: CIRCA 100 ARRESTATI MENTRE LA POLIZIA ATTACCA VIOLENTEMENTE I
MANIFESTANTI NEL SECONDO GIORNO DELLO SCIOPERO DELLA SETE DI UMER KHALID
25 gennaio 2026
Ieri sera almeno 86 persone sono state arrestate per aver protestato a Wormwood
Scrubs per chiedere che al ventiduenne Umer Khalid fossero consegnate per
iscritto le promesse fatte dal direttore del carcere HMP Wormwood Scrubs, Amy
Frost, riguardo al suo trattamento in prigione.
In risposta a questa notizia dell’ultima ora, un portavoce di Prisoners for
Palestine ha dichiarato:
“Ieri sera, la polizia ha reagito in modo violento e sproporzionato alla
protesta fuori dal carcere di Wormwood Scrubs, mentre Umer entrava nel secondo
giorno del suo sciopero della sete.
I partecipanti, tra cui alcuni pensionati, sono stati picchiati, presi a calci e
legati a terra a faccia in giù dalla polizia. Un comandante è stato ripreso
mentre prendeva ripetutamente a pugni un manifestante immobilizzato.
Quasi un centinaio di arresti violenti hanno messo a nudo la fragilità e la
paura dello Stato britannico. I nostri prigionieri hanno dimostrato che nessuna
sbarra può fermare la loro resistenza, e all’esterno nessuna violenza ci
impedirà di intensificare la nostra lotta per la Palestina.
Centinaia di persone si sono impegnate a cacciare Elbit dalla Gran Bretagna con
azioni dirette a seguito degli scioperi della fame, e questa repressione e
violenza non faranno altro che renderci più forti”.
In risposta alle accuse della polizia di violazione aggravata di domicilio, un
testimone ha descritto le accuse come “tutte sciocchezze”, dicendo:
«Non c’è nulla che vieti l’accesso al cortile. Si trattava di un ingresso per i
visitatori con enormi cancelli aperti e senza personale di sicurezza. A nessuno
è stato chiesto di andarsene e nessuno ha bloccato il personale penitenziario.
Anzi, ho visto il personale penitenziario camminare intorno a noi ed entrare
dall’ingresso che i manifestanti sono stati ingiustamente accusati di aver
bloccato».
Umer, che soffre di una rara malattia genetica, la distrofia muscolare dei
cingoli, ed è attualmente detenuto in custodia cautelare presso l’HMP Wormwood
Scrubs, è l’ultimo scioperante della fame rimasto a partecipare alla campagna di
sciopero della fame Prisoners for Palestine. Umer è ora al sedicesimo giorno di
sciopero della fame e al terzo giorno di sciopero della sete. Il fatto che Umer
soffra di distrofia muscolare dei cingoli aumenta notevolmente i rischi
associati al suo sciopero della fame. Inizialmente ha fatto lo sciopero della
fame per dodici giorni prima di ammalarsi gravemente e non essere più in grado
di camminare.
Umer è stato accusato in relazione a un’azione che ha avuto luogo presso la base
RAF di Brize Norton, dove due aerei militari sono stati imbrattati con vernice
spray. I dati non filtrati dei transponder di volo pubblicati la scorsa estate
hanno mostrato che gli aerei da rifornimento aereo KC-707 “Re’em”
dell’aeronautica militare israeliana atterravano alla base RAF di Brize Norton
prima di partire per Gaza. Un aereo israeliano che ha fatto scalo alla base RAF
Brize Norton si trovava nei cieli sopra Gaza all’epoca di due evidenti crimini
di guerra, tra cui quello dell’ottobre 2024, quando l’IAF ha bombardato un
complesso residenziale nella città settentrionale di Beit Lahiya, uccidendo 73
persone.
Tag - Carcere
Riceviamo e diffondiamo:
Riceviamo e diffondiamo:
Scarica la chiamata in pdf: fuori alfredo dal 41 bis dibattito per rilanciare
dei momenti di mobilitazione sabato 24 gennaio 2026 a carrara imp
Scarica la locandina in pdf: carrara-24-gennaio-2026
Fuori Alfredo dal 41 bis: dibattito per rilanciare dei momenti di mobilitazione.
Sabato 24 gennaio 2026 a Carrara
Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini
dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il
limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione
morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41 bis grazie proprio alla
sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per
un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere
in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge (Alfredo Cospito,
dichiarazione durante l’udienza preliminare del procedimento “Sibilla”, 2025).
Ore 16:30 – Dibattito sulla reclusione di Alfredo Cospito in 41 bis al fine di
rilanciare nuovi momenti di mobilitazione
Mentre gli Stati si attrezzano per la guerra, prosegue l’offensiva repressiva
contro il “nemico interno” e particolarmente contro gli anarchici, un nemico da
debellare perché da sempre in lotta contro lo Stato e il capitalismo. Il regime
detentivo del 41 bis contro i rivoluzionari è tra le massime espressioni di
quest’offensiva. Con l’approssimarsi del momento in cui il Ministero della
giustizia potrà esprimersi sul rinnovo della reclusione di Alfredo in 41 bis, è
quindi importante mantenere delle occasioni di confronto al fine di sviluppare
delle iniziative che possano rinnovare e dare respiro alla nostra lotta.
A seguire aperitivo a buffet per sostenere le spese relative al processo sulla
manifestazione del 28 gennaio 2023 a Trastevere, per cui il “Gruppo
antiterrorismo” della procura di Roma ha ottenuto il rinvio a giudizio di 13
imputati/e per resistenza a pubblico ufficiale e porto di armi o di oggetti atti
a offendere, con numerose circostanze aggravanti.
Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi”, via Ulivi 8/B, Carrara
E-mail: circolofiaschi@canaglie.org
* * *
Alleghiamo il testo che segue come contributo al dibattito.
Una breve panoramica e qualche considerazione sulla lotta contro il 41 bis e la
repressione anti-anarchica nell’ambito delle politiche di guerra dello Stato
italiano
Un anno fa a Perugia è stata emessa la sentenza di non luogo a procedere al
termine dell’udienza preliminare del cosiddetto procedimento “Sibilla”, diretto
dalla DDAA del capoluogo umbro e coordinato dalla DNAA con sede a Roma, nei
confronti di Alfredo Cospito, attualmente prigioniero nel carcere di Bancali (in
Sardegna), e di altri 11 anarchici e anarchiche. Le accuse: istigazione a
delinquere pluriaggravata, e con finalità di terrorismo, perlopiù in relazione
alla pubblicazione del giornale “Vetriolo” e di altri testi. “Siamo stati
inquisiti non per delle parole in libertà, o qualche scritta sul muro, ma per
quello che siamo: anarchiche e anarchici coerenti. Questa ennesima operazione
repressiva va a colpire, tra le altre cose, un giornale anarchico e
rivoluzionario come ‘Vetriolo’, che in un periodo pregno di rivolte (e quindi di
occasioni da non mancare) e di confusione ideologica ha continuato imperterrito
a fomentare lotta di classe in un’ottica anarchica ed insurrezionale”, scrisse
Alfredo nel 2021. Quella di Perugia è stata l’ultima circostanza in cui il
compagno ha potuto esprimersi, sebbene in videoconferenza dal carcere di Bancali
(in Sardegna), squarciando la coltre di isolamento del regime detentivo previsto
dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Uno tra i regimi carcerari più
afflittivi esistenti in Europa, che gli è stato imposto per metterlo a tacere e
per dare un monito – nell’ambito dell’allora crescente clima bellicista – alle
componenti più avanzate sul terreno della lotta rivoluzionaria e anche a tutte
le forme di conflitto radicale.
In quella come in altre occasioni gli esponenti della nuova inquisizione di
Stato hanno parlato a gran voce di capacità “istigatorie” e “orientative” in un
ambito come quello del movimento anarchico, da sempre fautore di un’ostinata e
radicale autonomia di pensiero e di azione. Un’affermazione che fa il paio con
l’aver sostenuto nel processo “Scripta Manent”, svoltosi a Torino, delle
condanne per “strage politica” in relazione a una strage senza strage attribuita
senza prove (il duplice attacco esplosivo contro la Caserma Allievi Carabinieri
di Fossano, 2 giugno 2006), nel paese in cui dagli anni Sessanta le stragi,
quelle vere, le hanno perpetrate sempre gli apparati dello Stato e della NATO,
coadiuvati dai neofascisti.
Assieme alla condanna per associazione sovversiva con finalità di terrorismo o
di eversione dell’ordine democratico nel processo d’appello a Torino (2020),
l’operazione “Sibilla” (2021) è stata determinante nel trasferimento in 41 bis
di Alfredo Cospito, già condannato per il ferimento – in una splendida mattina
di maggio del 2012 – dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, tra i
principali responsabili del nucleare in Italia ed Europa. Un’azione rivendicata
durante il processo tenutosi a Genova l’anno seguente. È quindi venuta meno una
delle basi giudiziarie e repressive che sostenevano l’imposizione di quel regime
di tortura. Tuttavia, naturalmente, non ci facciamo illusioni sulla facoltà del
Ministero della giustizia nel trovare nuove e sempre più “fantasiose”
motivazioni a sostegno della permanenza di Alfredo in 41 bis.
A partire dal trasferimento in 41 bis (5 maggio 2022), veniva avviata una
mobilitazione che nel corso dei mesi seguenti assumeva una dimensione
internazionale. Con l’esito del processo “Scripta Manent” in Cassazione (6
luglio), che rinviava alla Corte d’appello di Torino la definizione dell’entità
delle condanne in relazione alle sole posizioni processuali di Anna Beniamino e
Alfredo Cospito, per i due compagni condannati (anche) per “strage politica” si
prefigurava la seria possibilità di una pena molto estesa. Rispettivamente, a 27
anni e 1 mese e all’ergastolo con 12 mesi di isolamento diurno, come richiesto
dal procuratore generale di Torino. Pertanto, l’imposizione del 41 bis e la
possibile condanna all’ergastolo ostativo significavano un’intenzione di
annientamento totale.
Mesi dopo (20 ottobre 2022) Alfredo iniziava un lunghissimo sciopero della fame
contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, interrotto solo dopo oltre 180 giorni
(19 aprile 2023) a seguito del pronunciamento della Corte costituzionale sulla
normativa inerente l’applicazione dell’ergastolo come pena fissa in circostanze
processuali come quella presentatasi a Torino per “Scripta Manent”. Il movimento
di solidarietà internazionale sviluppatosi negli anni 2022-’23, grazie alle
contraddizioni generatesi in pressoché tutti gli ambiti istituzionali e
repressivi, ha quindi impedito una condanna all’ergastolo ostativo per Alfredo e
ampiamente ridotto quella richiesta per Anna, gettato luce sulla natura di un
regime detentivo di tortura prima di allora intoccabile, messo un serio bastone
tra le ruote della macchina della repressione che ci riguarda tutti. Azioni
dirette e rivoluzionarie, uno sciopero della fame a oltranza, iniziative nelle
carceri di mezzo mondo, manifestazioni in ogni dove. Impeti di dignità che non
hanno riguardato solamente le sorti processuali e detentive di qualche anarchico
recluso.
La rappresaglia dello Stato dopo la mobilitazione l’abbiamo vista negli ultimi
anni con alcune operazioni repressive, particolarmente “Scripta Scelera” dalla
DDAA di Genova (mirata contro il quindicinale “Bezmotivny”), “City” dalla
procura di Torino e “Delivery” dalla DDAA di Firenze (che ha coinvolto compagni
tra Faenza, Pisa, Carrara e le Alpi Apuane), nonché con l’avvio di indagini e
processi a Roma, Milano, Bologna, in Sardegna e altre località. Analogamente,
gli organi antiterrorismo e la magistratura stanno tutt’oggi dando seguito agli
esiti finali del processo “Scripta Manent” anche nei confronti dei compagni
condannati per istigazione a delinquere (sempre con l’aggravante della finalità
di terrorismo) in relazione alla pubblicazione dell’ultima edizione di “Croce
Nera Anarchica” e alla gestione di alcuni siti internet. Si vedano in questo
senso la perdurante reclusione di Lello Valitutti agli arresti domiciliari e il
recente mandato di arresto europeo per Gabriel Pombo da Silva, in Spagna, che ha
già trascorso decenni nelle carceri tedesche e spagnole, dove peraltro ha
scontato 2 anni e 8 mesi in eccesso. Un arresto, quest’ultimo, che nonostante le
forze repressive nostrane abbiano “cantato vittoria” strombazzando la notizia
tramite i mass-media, non è stato convalidato dalla magistratura spagnola (che
ha solo imposto alcune restrizioni).
Mentre gli Stati si attrezzano per la guerra e i profitti per gli armamenti
crescono a dismisura, mentre si sprecano le parole a giustificazione del
genocidio a Gaza, mentre assistiamo alle consuete chiacchiere sulle stragi sul
lavoro a difesa degli interessi dei padroni, mentre con l’attuazione
dell’ennesimo decreto sicurezza viene portato un ulteriore attacco al conflitto
sociale… prosegue l’offensiva repressiva contro il “nemico interno”, nel caso
degli anarchici un nemico da debellare perché da sempre in lotta contro lo Stato
e il capitalismo, senza compromessi né mezze misure. Il 41 bis contro i
rivoluzionari è precisamente una tra le massime espressioni di quest’offensiva.
Con l’approssimarsi del momento in cui il Ministero della giustizia potrà
esprimersi sul rinnovo della reclusione di Alfredo in 41 bis, è quindi
importante mantenere delle occasioni di confronto al fine di sviluppare dei
momenti di mobilitazione che possano rinnovare e dare respiro alla nostra lotta.
Alpi Apuane – Carrara, gennaio 2025
Riceviamo e diffondiamo:
Qui
l’originale: https://prisonersforpalestine.org/hunger-strikers-demands-met-on-73rd-day-as-three-end-strike/
Le richieste degli scioperanti della fame soddisfatte al 73° giorno, mentre tre
di loro interrompono lo sciopero
14 gennaio 2026
Oggi Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione
di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Systems UK è stato negato
un importante contratto governativo, una delle richieste chiave degli
scioperanti.
Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Lewie Chiaramello, Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser
Zuhrah e Amu Gib hanno ora iniziato a reintegrare il loro apporto calorico in
conformità con le linee guida sanitarie. È stato annunciato oggi che Elbit
Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe previsto
l’addestramento di 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, Elbit ha vinto
oltre 10 appalti pubblici, segnando un cambiamento nella sua popolarità tra i
funzionari.
Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire
addestramento all’esercito britannico per dieci anni, è stato perso nonostante
gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico,
che, secondo quanto rivelato, avevano collaborato con Elbit Systems UK e la sua
società madre Elbit Systems in incontri segreti e “tour” nella capitale della
Palestina, Gerusalemme.
Venerdì 9 gennaio 2026, in un importante passo avanti, i leader nazionali
dell’assistenza sanitaria carceraria hanno finalmente incontrato i
rappresentanti dei detenuti in sciopero della fame, su richiesta del Ministero
della Giustizia, per discutere delle condizioni carcerarie e delle
raccomandazioni terapeutiche. La decisione arriva mentre il gruppo Prisoners for
Palestine ha dichiarato una serie di vittorie dello sciopero della fame,
descrivendole in una dichiarazione:
“Oltre al soddisfacimento di questa richiesta fondamentale, vogliamo cogliere
l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della
fame:
Solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono impegnate in azioni dirette
contro il complesso militare-industriale genocida, più del numero di persone che
hanno partecipato alla campagna quinquennale di Palestine Action. Durante quella
campagna quinquennale, sono state chiuse 4 fabbriche di armi israeliane. Elbit
Systems sta vivendo un tempo rubato: la vedremo chiudere definitivamente, non
per merito del governo, ma grazie al popolo.
Il trasferimento di Heba all’HMP Bronzefield è stato accettato dall’HMP Newhall,
dove attualmente è detenuta in isolamento intenzionale dalla sua famiglia e dai
suoi amici.
A T. Hoxha è stato offerto un incontro con il capo della JEXU (Joint Extremism
Unit) nella sua prigione, la stessa organizzazione che orchestra il trattamento
dei prigionieri come “terroristi”.
Nonostante la crudele e costante negligenza medica nei confronti dei detenuti in
sciopero della fame, che ha comportato il mancato registro del rifiuto del cibo,
il rifiuto di ambulanze in emergenze potenzialmente letali e trattamenti
degradanti in ospedale, i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria
carceraria ci hanno incontrati su richiesta del Ministero della Giustizia.
Durante lo sciopero della fame, alcuni detenuti hanno iniziato a ricevere pacchi
contenenti la posta trattenuta e, in un caso, hanno ricevuto le scuse del
personale carcerario per una lettera che era stata ritardata di 6 mesi. Dopo
mesi di attesa sono stati consegnati anche libri su Gaza e sul femminismo.
Alla ricerca di un processo equo, i partecipanti allo sciopero della fame hanno
chiesto la divulgazione delle licenze di esportazione degli ultimi cinque anni
da parte di Elbit Systems. Dopo ripetute richieste, queste informazioni sono
state divulgate a un ricercatore indipendente dal Dipartimento del Commercio
durante lo sciopero della fame.
Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più
grande e lungo sciopero della fame coordinato in Gran Bretagna, durato in totale
73 giorni, con Heba Muraisi che ha concluso dopo 73 giorni.
Il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine ha sottolineato che la vittoria
più preziosa dello sciopero della fame è stata la forte crescita dell’impegno
nell’azione diretta:
“Lo sciopero della fame dei nostri prigionieri sarà ricordato come un momento
storico di pura sfida, un imbarazzo per lo Stato britannico. Ha rivelato al
mondo che la Gran Bretagna ha prigionieri politici al servizio di un regime
straniero genocida e ha visto centinaia di persone impegnarsi a intraprendere
azioni dirette seguendo le orme dei prigionieri.
Sebbene questi prigionieri abbiano concluso il loro sciopero della fame, la
resistenza è appena iniziata. Vietare un gruppo e imprigionare i nostri compagni
si è rivelato controproducente per lo Stato britannico: l’azione diretta è viva
e il popolo caccerà Elbit dalla Gran Bretagna per sempre”.
Amu Gib ha dichiarato:
“Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo
ora. Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla
liberazione”.
Lewie ha detto:
“È sicuramente un momento di festa. Un momento per gioire e abbracciare la
nostra gioia come rivoluzione e come liberazione. Lo facciamo per la Palestina,
perché siamo stati ispirati, perché siamo stati autorizzati ad agire e a cercare
di realizzare i nostri sogni per una Palestina libera, per un mondo emancipato”.
Riceviamo e diffondiamo – con grande ritardo dovuto alla censura carceraria: il
testo è stato chiuso agli inizi dello scorso dicembre – questo bel contributo
del nostro Stecco. Un appello lucido e appassionato a fare un passo più in là
proprio adesso – nell’ora più buia.
Qui in pdf: stecco testo di fine sciopero
Testo di fine sciopero e riflessioni sulla lotta alla guerra
Il 28 novembre ho interrotto lo sciopero della fame in supporto ai compagni e
alle compagne di Palestine Action in lotta dal 2 novembre nelle carceri inglesi.
In questo arco temporale della protesta, grazie al supporto esterno di compagni
e compagne e avvocatesse, ho potuto ricevere le parole di indizione e adesione
della protesta di ognuna delle partecipanti, ed anche di un accorato
ringraziamento di Manar Suleiman Amra che vive a Gaza.
Questa protesta mi porta a scrivere delle note ulteriori sulla guerra che
esporrò più avanti nel testo.
Ma prima di tutto vorrei esprimere quanto quest’esperienza, tuttora in corso,
sia così intensa e profonda dentro di me e nelle idee di libertà che coltivo da
molto tempo.
Da oltre due anni rinchiuso in questa prigione, ho accumulato ore ed ore di
letture di articoli e libri, della visione di telegiornali di regime e dossier,
su questo genocidio in corso. Esso viene costantemente sviscerato in tutte le
sue concrete e palpabili sfumature, viene dibattuto e vivisezionato, la classe
politica e padronale si accusa e si assolve mentre poco o nulla si dice, e si
fa, per fermarlo veramente in un’ottica che non sia di potere statale,
strategica e disumana, arrogante, beffarda e menzognera.
Di questo accumulo di informazioni, ad un certo punto bisogna sapere cosa trarne
e cosa farne, anche dentro una galera.
Sappiamo per esperienza quanto l’appoggio a livello internazionale tra
prigionieri sia motivo di forza morale e politica, di potenziale scambio nelle
differenze e nell’apertura di nuove strade che valichino mura e frontiere. Oggi
questo avvicinarsi e conoscersi tra compagni/e internazionalisti/e è
fondamentale e necessario perché, condividendo le parole di Jon Cink, per
assottigliare la linea del privilegio (lo scrivo in quanto sono un uomo bianco
con i documenti a posto) occorre che ognuno a modo proprio prenda posizione e si
chieda cosa è disposto a fare delle proprie scelte di vita, scrollandosi di
dosso alcune zavorre ideologiche per osservare il mondo al di fuori degli
steccati che ci tengono in una zona di sicurezza, e questo non vuol dire
abbandonare i propri principi e metodi.
La forza delle parole che mi sono giunte qui dentro ha ulteriormente reso
inutili queste sbarre, il peso della detenzione è divenuto inefficace, perché la
determinazione e lo slancio per una giusta causa con una prospettiva
liberatrice, allontana ogni mano repressiva dalle proprie “convinzioni” ideali.
Il corpo in questo caso è una scatola, lo spirito di lotta si ravviva e si salda
nella congiuntura delle volontà di donne e uomini liberi/e anche se fisicamente
imprigionate e lontane.
I ventri vuoti in protesta, suonano il ritmo calmo ma inesorabilmente costante e
deciso che preannuncia raggi di sole in rivolta che si trasformano in una
dedizione sovversiva, e nubi nere di tempesta sopra le teste degli assassini e
massacratori.
Da questa mia cella, oltre la grata, vedo un triangolo di mare in lontananza, lo
stesso mare che bagna la terra di Gaza. Dalle montagne a nord, dietro il
carcere, in primavera arrivano i profumi forti delle piante di timo che con le
loro essenze profumano l’aria. È lo stesso odore che in Palestina è simbolo di
una nobile resistenza anticoloniale che è diventata contagiosa.
Che questi venti e maree, superando lo stretto di Gibilterra e le Alpi,
raggiungano le terre chiamate Inghilterra, e possano fortificare le menti e i
corpi delle e degli scioperanti in lotta. Che queste energie raggiungano la
terra di Gaza, e che si infondano in chi resiste dentro un campo di
concentramento e sterminio ad alta tecnologia.
A pugno chiuso alzato al cielo, invio a voi il mio più alto e sincero saluto di
lotta ed amore per una vita libera.
Al fianco di Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Jon Cink, Teuta Hoxha, Kamran
Ahmed, Jakhy McCray, Dimitris Chatzivasileiadis, e di tutti e tutte quelle
compagne che in varie forme si stanno unendo alla protesta a livello
internazionale.
Guerra alla guerra!
Contro il sionismo ed il colonialismo, contro lo Stato e il suo militarismo
diciamo ed agiamo con forza al motto: No Pasaran!
Organizzare la Resistenza dentro e fuori le prigioni con una prospettiva
rivoluzionaria e per una vita libera!
Libertà per tutti e tutte le prigioniere palestinesi!
Libertà per tutti e tutte!
Palestina libera!
Novembre-dicembre 2025
Carcere di Sanremo
Luca Dolce detto Stecco
Compagno anarchico
È ancora guerra… di sterminio
Sarei curioso di conoscere come il filosofo sociale Elias Canetti descriverebbe,
ora che le masse in mezzo mondo si sono espresse in solidarietà con Gaza, il suo
concetto di “massa” in un’epoca così tecnologica e trasversalmente bellica e
sterminatrice. Egli dice che la società di massa esiste nella mente dell’essere
umano, prima che essa si esprima materialmente. Se le società antiche
sceglievano certe forme sociali ed economiche di sussistenza, è perché
sceglievano volutamente di non intraprendere metodi autoritari e burocratici, ne
intravedevano i pericoli. Quindi i nostri antenati erano perfettamente animali
politici, coscienti ed osservatori in modo attivo della vita sociale
comunitaria.
Ma cosa sono queste piazze e strade piene di gente oggi, se poi nel quotidiano
ritorniamo nell’alveo della vita organizzata ed imposta da altri?
Ora che la “tregua” a Gaza viene divulgata ed imposta con il marchio
dell’anfibio militare e la mediaticità della Flottilla, ora che silenziano e
smorzano il moto contro il massacro, come trasformarlo in un’azione che vada
oltre la manifestazione ed espressione di opinioni? Il potere utilizza come un
apriscatole l’emotività umana, che spesso dà il meglio di sé nella sua empatica
emotività a scoppio ritardato e nei momenti di “emergenza”, la quale riesce a
coagularsi nei picchi di sdegno. Un’umanità comunque viva nonostante gli sforzi
di atomizzarla. Essa si sta dimostrando unita nelle sue categorie progressiste
di fronte all’evidenza di uno sterminio. Sui tempi di reazione si dovrebbe
ragionare a lungo. Purtroppo non si è ancora capito fino in fondo quanto le
tattiche dei nemici della vita siano subdole e ricattatrici, quanto la merce e
la vita quieta riescano a recuperare i moti anche se sinceri, per lo meno in
Europa. Per essere più efficaci e lungimiranti, devono superare con
testardaggine proprio le trappole disseminate sul terreno della lotta, le quali
hanno lo scopo di far ritornare tutti e tutte nell’alveo inconcludente della
morale democratica, di questioni come l’utilizzo o meno della violenza
liberatrice, dell’inazione. Dall’emotività si passi all’autorganizzazione e
all’azione. Se le strade della libertà vengono ostacolate, i movimenti
rivoluzionari della storia ci insegnano l’opacità e l’underground.
Tutta l’ipocrisia degli Stati e delle varie autorità nazionali si sta palesando,
non c’è nessuna “tregua” in corso, non c’è nessuna risoluzione del conflitto o
trattativa di pace. Queste menzogne raccontateci sono le stesse di altri periodi
storici, sono un puntello della continuazione dei progetti sionisti e
colonialisti di Israele, dell’Occidente e di quegli Stati che con loro
collaborano per meri interessi geoeconomici.
Gli affari della “ricostruzione” coloniale sono enormi, e camminano in parallelo
alla vicenda ucraina. L’Egitto per esempio in questi anni ha continuato a
vendere materiali fondamentali ad Israele come cibo, cemento, fertilizzanti. La
solidarietà di facciata di molti Paesi è frutto di un mero cinico calcolo.
Taiwan supporta gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, costruendo un
ospedale per loro a Sha’ar Binyamin.
In parallelo le deportazioni dei gazawi, definite come “evacuazioni”, con i voli
charter verso Sudafrica, Malaysia, Indonesia, portano a compimento un’altra
tattica di sradicamento appoggiandosi alle pratiche migratorie informali e ormai
consolidate dai gruppi criminali che rendono opaco il mercato di esseri umani,
monetizzando e brutalizzando una pratica che l’essere umano ha sempre attuato,
cioè migrare. Anche questa volta come altre, la spinta è indotta con la violenza
più sistemica.
Tutto il mondo, inoltre, conosce il ruolo delle Nazioni Unite, organizzazione
nella quale si distinguono vari coraggiosi ed autonome, ma esse non possono
incidere dall’interno, contro un meccanismo creato ad arte di vincitori della
Seconda Guerra Mondiale, che in decenni ha solo dimostrato di voler mantenere lo
status quo e il filantropismo dell’imperialismo americano ed occidentale e delle
potenze emergenti, colonialiste a loro volta.
Un altro trucco. Ricordiamoci le guerre di Jugoslavia e Somalia. Coloro che
stanno dettando l’agenda militare su Gaza sono ancora i pronipoti politici di
chi il 2 novembre 1917 aprì concretamente la strada ai progetti sionisti.
Per quanto riguarda l’Italia, la sua presenza in Palestina risiede nella nuova
base a Kiryat Gat, a 20 chilometri dalla Striscia, per mezzo di una specie di
“coalizione dei volenterosi”, simile a quella sul fronte ucraino, tramite il
C.M.C.C. (Civili-Military Coordination Center). Con il suo Generale di Brigata
Sergio Cardea, comandante del COVI creato nel 2007 per le aree di crisi che ora
si trova – assieme ai suoi camerati – a chiedere una carta straccia dell’Onu che
giustifichi questa operazione.
Questa istituzione è stata creata per attuare il “Piano di pace” dell’amerikano
Trump. Qui sono presenti le piattaforme tecnologiche Palantir, Maven, Datamiur,
che hanno il compito di perfezionare in modo oculato gli attacchi aerei
statunitensi in Medio Oriente. La creazione dell’ ISF (Forza Internazionale di
Stabilizzazione) con soldati di vari Paesi, imporrà con il terrore il regime di
vita dei palestinesi.
Questo identico sistema tecnologico è in uso contro i migranti entro i 100 km
dai confini nazionali Yankee. Abbiamo conosciuto a cosa serve l’utilizzo dell’IA
per creare obbiettivi da colpire a Gaza, ed in parallelo per la deportazione
dagli Usa degli indesiderabili.
Mentre il 20/11 il Ministro degli Esteri italiano ha discusso se il CoESPU
(Scuola di addestramento internazionale dei carabinieri, insediata dentro la
caserma “Ederle” di Vicenza), sarà la miglior soluzione come centro di
addestramento per 3000 futuri poliziotti mercenari palestinesi, controllati da
questa coalizione e dall’Idf.
Industria militare e civile
In questi mesi, vari giornali hanno fatto a gara nel denunciare le connivenze
tra l’industria militare e civile, rispetto a come essa faccia profitti con le
attuali guerre in corso. Quasi quotidianamente vengono resi pubblici i legami e
gli interessi di tutta la filiera bellica e tecnologica, la sua storia, le
affiliazioni civili e politiche, chi sono i responsabili, insomma come si
articola una rete mondiale di contratti, collaborazioni, esperimenti, scoperte
scientifiche tutte atte a scopi militari o di controllo e repressione sociale.
Gaza e il fronte ucraino, le favelas, i contesti di crisi climatiche, le
ribellioni sudanesi o nelle metropoli, sono tutti contesti adatti alla
sperimentazione e pubblicità per la compravendita, tra Stati ed imprese, dei
loro gingilli sofisticati ed esperimenti di architettura del panottico sociale.
Tutto questo rende quasi infinitesimale il lavoro fatto nell’ultimo decennio da
parte dei movimenti contro la guerra. La stessa propaganda ufficiale ci sbatte
in viso la portata del complesso tecnoindustriale.
Le domande da porsi sono: dov’è la differenza? Nella quantità o nella qualità
delle informazioni? Oppure: che farsene e con quali obiettivi e prospettiva
usarle?
Visto che Elbit Systems è al centro della lotta di Palestine Action, bisogna
dire che è di pochi giorni fa la notizia che la Germania, dopo 100 giorni
dall’embargo di armi tedesche verso Israele, alla fine di novembre ha ripreso ad
inviare le forniture. La cosa più importante sono i pezzi di ricambio per gli
ormai noti carri armati “Merkava” dell’azienda Renk. I motori del Tank della Mtu
con sede nel Baden-Württemberg non hanno mai avuto problemi bypassando l’embargo
via USA.
Con questa ripresa Elbit Systems venderà a Berlino munizioni “Lms” per 700
milioni di euro. L’Ad Gundbert Scherf ha promesso che dal 2026 verranno prodotti
tra i diecimila e i ventimila droni da guerra.
Questo esempio tedesco è emblematico perché dovrebbe smuovere tutte le persone
che hanno creduto ciecamente che gli Stati democratici abbiano una qualche
remora reale ad interrompere i conflitti e sanzionare lo Stato israeliano.
Sappiamo che ogni guerra è redditizia sia nella sua fase distruttiva che in
quella di ricostruzione. In mezzo la carneficina ingrassa i conti degli
industriali e della classe politica annessa. La lotta al militarismo deve
continuare senza sosta e con una continua visuale critica, portando la pratica
della denuncia e dell’agitazione verso una continua campagna d’azione e
scuotimento sociale e sovversivo d’ampio respiro.
Dietro le linee del nemico di classe
Un protagonista a volte dimenticato dalla critica al militarismo e la sua
industria è l’operaio. Quella massa di uomini e donne che, in tutti i paesi
industrializzati, crea e forgia le catene e gli ingranaggi utili alla classe
dominante per mordere e massacrare a proprio piacimento ed interesse i propri
sudditi. La propaganda nazionalista, la cultura razzista, la smania di
conquista, il terrore presunto dello straniero, l’egemonia
economico-territoriale, fanno il resto.
Come rompere il vincolo tra questa enorme forza lavoro ricattata con un piatto
di lenticchie e l’illusione di una vita pacifica e serena? Come ridurre lo
scarto morale che dovrebbe smuovere la coscienza che può far disertare, ancora
prima dei soldati, gli operai che creano e montano l’ingranaggio bellico?
Il padronato sa molto bene come spezzare la solidarietà di classe
internazionalista. In Italia abbiamo un esempio di stretta attualità proprio in
una colonia interna, l’isola della Sardegna, dove il peso della guerra arriva
forte in quella terra economicamente depressa. Da una parte, per esempio,
abbiamo gli operai dell’azienda Eurallumina nell’Iglesiente, dove l’azienda
Rusal, di proprietà di un oligarca russo, è in difficoltà serie per via delle
sanzioni di guerra e con 300 milioni di investimenti bloccati per
l’ammodernamento degli impianti e la messa in sicurezza del sito di stoccaggio.
Dall’altra, a pochi chilometri di distanza, a Domusnovas, l’azienda tedesca Rwm
chiede alla Regione Sardegna il permesso per il raddoppio della fabbrica in
quanto il suo prodotto principale sono le bombe vendute per anni all’Arabia
Saudita nella guerra contro lo Yemen.
In questo caso il mercato di questi tempi è florido a causa delle politiche,
europee e non solo, di riarmo e potenziamento degli eserciti. Le contraddizioni
emergono palesemente ed i sindacati ancora una volta ondeggiano tra una retorica
della difesa del lavoro tout court ed una critica all’industria armiera che in
questi mesi ha indetto scioperi per Gaza con il blocco dei porti o scioperi
generali di un giorno, i quali però non sono riusciti ad allargarsi ed invitare
ad una diserzione radicale dalle industrie armiere, chimiche, dei laboratori
etc. Farlo costituirebbe un passo nel “vuoto” che incrinerebbe la loro facciata
di responsabili protettori del lavoro salariato e del comparto nazionale
industriale ed economico.
Anche in altre industrie italiane le contraddizioni si palesano in modo
inequivocabile vista la forte retorica bellica in corso, che in modo
preponderante viene fatta a spron battuto.
Una società come quella odierna, fortemente gerarchizzata e patriarcale nelle
sue visuali sul mondo, ci impone il binomio guerra calda – guerra fredda, dove
la “pace” è in realtà “l’assenza di guerra”.
Questa concezione della società si palesa esattamente in queste “pause” dalla
guerra tramite i trattati, i “cessate il fuoco”, i memorandum etc.
Questi tavoli se possono interrompere in qualche modo un conflitto in realtà
sono solamente la dimostrazione della forza di alcuni usando termini ed
argomentazioni che mettono sotto una luce di “debolezza” chi viene “battuto” sul
campo o messo alle strette tra la morsa economica e quella strategico-militare.
Ritirata, sconfitta, disarmo, e poi ancora parole come trincea, assaltare, sono
tutte parole che portano l’immaginario della guerra verso il concetto di
Eraclito, cioè che essa è “padre di tutte le cose, di tutte le cose è re”.
Sempre in Germania ed in Italia, l’industria dell’auto in forte crisi, dovuta
alla competizione mondiale, verrà in parte riconvertita per il nuovo e
mastodontico piano di riarmo europeo, e nel frattempo dalla Svezia alla Polonia,
dalla Croazia alla Francia, si vuole imporre il servizio di leva obbligato o
“volontario”; nelle scuole e nelle università italiane l’entrismo militare si fa
sempre più spinto. La sinistra istituzionale e riformista ondeggia tra un
posizionamento di facciata contro la guerra e un cavalcare l’onda dei movimenti
contro guerra e genocidio a Gaza. L’amnesia di massa su quello che questa classe
politica disse dopo l’attacco russo ed il 7 ottobre in Palestina, dovrebbe in
realtà mettere tutti in guardia sul doppiogiochismo e la retorica di questi
affossatori di ogni esuberanza radicale o rivoluzionaria. Ad ogni fatto di
violenza liberatrice che avviene nella società, essa subito si affianca al coro
moralizzatore della tanto criminalizzata lotta armata, del “terrorismo”, dei
“cattivi maestri”, dello slancio di chi non rimane imbrigliato nella rete della
moralizzazione ipocrita.
Operai e studenti, giovani e adulti, vengono spinti a milioni verso una
mentalità di paura guerrafondaia. Tramite esperti selezionati, messi in pubblica
piazza a spiegarci la realtà – del padrone –, ci viene detto che gli esseri
umani sono bellicosi per natura, che la volontà di potenza è una cosa innata
nell’uomo. Evitando così che le coscienze si mobilitino il più possibile verso
azioni contro la guerra, la società rimane bloccata in questa morsa.
Antropologi, storici, etc. come Lawrence Kegley hanno portato nel dibattito
pubblico argomentazioni per consolidare il pensiero rispetto al quale fin dalla
notte dei tempi l’essere umano ha combattuto una “guerra infinita”, rafforzando
la filosofia così onnipresente e “consolatoria” di Hobbes. Le interpretazioni,
per esempio, di fossati e mura, di alcune armi da caccia, di simboli di villaggi
e città del paleolitico o del neolitico, che li vedevano come strumenti con il
solo scopo di difesa dal nemico esterno sempre pronto ad assaltare. Secondo
queste interpretazioni, quindi, tutto è riconducibile alla guerra fratricida.
Niente di più falso.
Oggi siamo circondati ed assuefatti da immagini, simboli, rappresentazioni,
oggetti, filosofie, campagne di comunicazione che ci inducono e riconducono alla
guerra.
Gli operai, gli scienziati, i tecnici sono immersi in una retorica competitiva,
nazionalista, terrorista, dove il “progresso” è figlio del produttivismo, del
potere e del denaro.
Questo incubo lungo secoli forse si sta faticosamente spezzando, bisogna
alimentare il sogno, il reincanto di un nuovo immaginario sul mondo.
Possiamo disquisire di necropolitica, ecocidio, di totalitarismo, e ne possiamo
fare dei trattati mantenendo le mani morbide e le membra ed i muscoli flaccidi.
Questo può essere utile per inviare un messaggio di rottura contro la cappa
soffocante della modernità ed i suoi crimini, ma se non faremo delle scelte
individuali, e potenzialmente condivise con altri, che portino al centro del
pensiero l’azione, nulla cambierà. Potremo solo contare le lacrime amare.
È tempo di nervi tesi e sorrisi sovversivi che sbeffeggiano, dopo lo sforzo ed
il rischio, il comune nemico.
Lotta internazionalista, anticolonialismo e rivoluzione
La Resistenza palestinese ed il paradigma del Sumud hanno creato uno squarcio
profondo nel mondo. Nelle teste dei potenti c’è invidia e disprezzo, perché chi
ha la visuale e l’idea dell’“uomo forte”, sa ben riconoscere il coraggio e la
tenacia di chi si batte, anche per questo la risposta è così feroce e totale. La
sfida e lo slancio mettono in imbarazzo la volontà di potenza di un intero
sistema. Coloro che sono al potere sanno che la Resistenza non si fermerà e che
altri la imiteranno, con altre formule e prospettive, ma da essa ne trarranno
ispirazione. Allora il potente impaurito userà tutte le tattiche storiche e
tecnologiche per scardinarla, per annientarla alla radice.
Ma l’eco è ormai mondiale, come qualche decennio fa con altre resistenze, e
annuncia che resistere è possibile ed è necessario. La risposta dei governi è e
sarà dura e profonda, ne vediamo già le reazioni scomposte. Negli Usa il
movimento antifascista “Redneck Revolt” del North Carolina, attivo nelle aree
rurali del Sud in lotta con i lavoratori per la liberazione di classe, è stato
criminalizzato. In Texas due anarchici sono stati arrestati tramite la nuova
legge contro “Antifa” per un’azione contro ICE.
In Europa ben conosciamo la repressione che sta agendo contro i movimenti che si
oppongono alla guerra.
Ma il carsismo della lotta per la libertà porta acqua su vie ignote al nemico,
come un fiume carsico, essa sbuca e si nasconde, resta quieta e poi con un boato
colpisce.
In Marocco il movimento “Gen Z 212”, contro il governo e le spese mastodontiche
per la costruzione di stadi per i mondiali di calcio del 2030, chiede la
liberazione di tutti i detenuti delle proteste, anche quelli del 2017, e
combatte contro povertà, distruzione ambientale, etc.
In Tunisia la lotta contro l’impianto chimico di Gabès, che produce fosfati
creando così un forte aumento del tasso di tumori, sta mobilitando masse di
giovani sempre più arrabbiati e disillusi dalla classe politica e padronale.
In Madagascar, Nepal, Mongolia le mobilitazioni e i rovesciamenti politici sono
avvenuti con la forza della lotta e la sua costanza.
L’Europa risponde in vari modi. In tutte queste lotte citate, la Resistenza
palestinese riecheggia a gran voce. In Serbia gli studenti contro il governo
corrotto di Vučić e le multinazionali cinesi che distruggono montagne e fiumi,
anche loro portano le bandiere di Gaza. In Polonia alle manifestazioni contro
l’ondata fascista e militarista, succede lo stesso.
Nelle strade delle città europee la gioventù risponde in massa.
Le mura e le tattiche coloniali, le argomentazioni storico-morali sioniste e
capitaliste, vengono criticate nelle metropoli di questa vecchia Europa
imperiale e decadente, la solidarietà internazionalista si esprime e fa
riecheggiare le lotte passate.
Ma se tutto questo è un indicatore della realtà odierna, se il virus della lotta
si diffonde nelle strade, allo stesso tempo esse non sono ancora riuscite a
superare gli argini che impongono la pace sociale, la legalità, il divieto di
osare e sognare qualcosa d’altro e più profondo che non sia mera indignazione.
Ecco allora che nella quiete della notte anonima, mani irrequiete senza lacci,
agiscono e colpiscono. In Francia gli anarchici sabotano reti elettriche e
magazzini di materie prime nelle zone industriali e nei suoi comparti bellici.
In Germania colossi come Tesla perdono milioni di euro perché gli è stata
staccata l’elettricità. Il 9 settembre a Berlino c’è stato un importante
sabotaggio al complesso militare-industriale. In Canada le linee ferroviarie
vengono da anni sistematicamente colpite contro l’industria estrattivista e le
sue multinazionali, necessarie alla filiera di materie prime fondamentali alla
guerra ed al mondo che la produce e finanzia. In Grecia i compagni e le compagne
che agiscono contro le politiche di un governo reazionario e fascista, e che
ricordano il compagno Kyriakos Khymitris caduto lungo la strada della lotta,
anche loro rilanciano la solidarietà per Gaza.
Gli anarchici, e non solo, non aspettano che la rivoluzione avvenga per incanto,
la vivono ardentemente studiando ed organizzandosi.
Sabotare ed attaccare il sistema di dominio di certo non basta per innescare un
cambiamento radicale, ma ci avvicina e ci fa guardare in faccia la vita che
vogliamo, agendo contro un nemico che ci vincola al suo sistema, dal quale ci
vogliamo liberare. Questa vita libera ci viene sempre più preclusa, veniamo
diseducati nello sviluppare una capacità di scelta, nel ponderare ed attivare
una volontà che detti e sperimenti le linee guida e le regole sociali che
rompano quelle odierne autoritarie, che scelgano coscientemente le strade ed i
metodi che fanno a meno di un sistema iniquo, velenoso ed assassino.
Va abbattuta l’idea moralistica del “confronto democratico”, essa ci allontana
da alcune possibilità di lotta, e credo che il migliore esempio di una frattura
insurrezionale ci stia arrivando dalle rivolte indonesiane di questi mesi. Di
fronte agli appelli e alle richieste della gente, alle loro proposte di
autorganizzazione e di comunismo antiautoritario, il potere si è mostrato
violento ed arrogante. La risposta sovversiva è stata precisa e netta, l’inganno
e il trucco democratici sono stati rotti con le case incendiate dei politici.
Questa loro arroganza gli si è rivolta contro, sono stati loro per una volta gli
obiettivi materiali, le prede della furia liberatrice.
Chi in Europa continua a produrre, finanziare, giustificare un operato assassino
al fianco dello Stato israeliano ed americano? A questa loro sfacciataggine e
senso di onnipotenza, va data risposta? I rapporti di forza nel conflitto
sociale sono ancora a loro favore? Se sì, come rovesciarli?
Se il loro intento è armare masse di giovani per il futuro annunciato macello,
sappiamo bene che storicamente i soldati di leva sono stati la chiave di alcuni
movimenti rivoluzionari, nel momento in cui l’opera di ribelli e sovversivi si è
intrecciata con proposte concrete e la diffusione del disfattismo
rivoluzionario. Forse non si riuscirà nell’immediato a fermare l’ondata
militarista, ma è compito di chi lotta contro la guerra continuare a battere e
incentivare l’azione demolitrice che operi nel tessuto sociale, con le idee più
avanzate contro ogni meccanismo del nazionalismo, del razzismo,
dell’imperialismo. Il fronte interno deve essere quello più preoccupante per i
nostri comuni nemici di classe.
Per portare avanti la solidarietà con Gaza e con chi oggi subisce sul campo la
guerra degli Stati c’è anche per noi, compagni e compagne europei, la necessità
di svincolarci da alcune zavorre.
La campagna di stampa in appoggio ad Israele si innesta sull’egemonia culturale
incancrenita in corso da molto tempo da parte delle forze coloniali e padronali;
conosciamo in tanti le idee di Edward Said rispetto al pensiero orientalista. La
sua articolata osservazione della ragnatela che ci limita lo sguardo
direzionandolo verso concetti creati e stratificati nei processi storici degli
ultimi secoli, in particolare quelli che vengono chiamati “Occidente” ed
“Oriente”, ci consiglia di camminare su sentieri erti e scomodi. Il ruolo di
intellettuali, di nuove discipline scientifiche, rafforza questa divisione
storica e umana. Questi legacci spesso impercettibili ci trattengono dall’agire
e separano chi da una parte all’altra del mondo ha la stessa necessità di
liberarsi dalla comune, anche se diversificata, oppressione, la quale lavora in
modo alternato a seconda delle latitudini. La boria dei dotti e delle nazioni
deve essere combattuta da ogni lato.
Nel libro “Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma”, Amos Goldberg e
Bashir Bashir ci dicono che questi due avvenimenti storici si guardano faccia a
faccia. In Occidente però, giusto per capirsi, è stato costruito un regime della
memoria che vieta paragoni ed accostamenti, il che porta a ritenere che un
genocidio debba assumere – per essere nominato – la forma radicale
dell’Olocausto. Loro suggeriscono la via del perturbamento empatico, che vuol
dire confrontarsi con il trauma altrui per una nuova grammatica morale.
Le ingegnerie geopolitiche, i confini variabili di cui oggi analisti ed esperti,
generali e coretti opinionisti razzisti blaterano nelle reti dei media, ci
inebetiscono utilizzando complesse analisi, che a volte soffocano lo slancio
solidale. Alleggeriti da queste zavorre cosa potremmo vedere?
Se osserviamo la microstoria volutamente accantonata e censurata, i cui fatti
sono quasi impronunciabili, sappiamo che il movimento sionista attuò, in diversi
momenti storici, manovre contro gli ebrei sovversivi e contadini dell’Est Europa
(soprattutto in Polonia, Ucraina e Russia), utilizzando idee e pratiche
reazionarie. A Bialystok gli anarchici organizzati, in unione con altri
solidali, difesero le comunità ebraiche contadine e proletarie dai pogrom.
Successivamente fu il movimento machnovista ucraino tra il 1919 e il 1921 a
difendere le comunità, e molti compagni e compagne di origini ebraiche
denunciarono e criticarono il sionismo che ha tra le sue basi
filosofico-culturali anche una reazione antiproletaria ed antisocialista nel
senso più ampio del termine.
Oggi il sionismo attacca chi in Israele non vuole subire la brutalizzazione
culturale ed è costretto a scappare creando una nuova forma di diaspora: 130.000
sono già fuggiti all’estero tra il 2022 e il 2024. Un esodo che marcia parallelo
ad un massacro genocida. La violenza senza argini dei coloni si riversa dentro e
fuori la Cisgiordania, il sionismo lavora in più direzioni.
In Ucraina e in Russia intanto la massa di disertori anonima, ricercata dai
rispettivi eserciti, si incrocia con i partigiani che dall’interno
contribuiscono ad ostacolare la macchina bellica di entrambi i fronti, e portano
una ventata d’aria fresca in questa guerra fratricida.
La lotta anticoloniale di fine Ottocento contro l’ormai finito impero spagnolo,
portò alla deportazione dei rivoluzionari filippini nel carcere di Barcellona di
Montjuic. I detenuti spagnoli – molti dei quali imprigionati per le continue
lotte contro il sanguinario Canovas – videro questi uomini all’aria con vestiti
leggeri tipici della loro terra. Dentro la prigione la solidarietà si mobilitò
subito, perché i gruppi si riconoscevano come compagni di lotta contro lo stesso
regime oppressivo. Dalle finestre delle celle vennero lanciati indumenti pesanti
in segno di vicinanza con i ribelli filippini colpiti da uno dei più feroci e
longevi regimi colonialisti.
Le lotte anticoloniali dell’epoca, a Cuba, Puerto Rico, nelle Filippine, in
Corea o in Cina, si intrecciavano con i movimenti rivoluzionari e le idee
anarchiche e socialiste. I compagni e le compagne europei partivano e
partecipavano ai moti insurrezionali. In Egitto, Algeria e Argentina, in
Giappone, un po’ ovunque le lotte di liberazione nazionale cospiravano e si
coniugavano con idee più generali di emancipazione sociale e rivoluzionaria.
Questi esperimenti sovversivi crearono ipotesi di vita collettiva mettendo in
pratica “il mondo per cui ci battiamo”, con veri e propri piani insurrezionali
figli di un’epoca cospirativa.
Le idee circolavano grazie ad una vivace attività di traduzione di libri e
opuscoli propagandistici. Questo fermento si unì alla solidarietà
internazionalista che portò l’anarchico Angiolillo a colpire a morte il
dittatore Canovas, torturatore all’estero di filippini, cubani etc. e dei
rivoluzionari in patria.
I moti anticoloniali in giro per il mondo e quelli insurrezionali europei
dialogavano, non esistevano carte dell’Onu e dei “diritti dell’uomo” a cui
appellarsi in un macabro inganno e vane speranze. In parallelo essi marciavano
alla conquista della agognata libertà soffocata dal capitalismo e dal governo
della madrepatria sanguinaria.
L’ideologia della “guerra infinita”, si insinua nei cuori e nelle menti con i
suoi reticolati. La violenza della sopraffazione, dove la vita non vale nulla e
non c’è vergogna nel fucilare uomini e donne inermi, dove l’odio religioso
inzuppato di promesse territoriali e supremazie razziali crea quell’humus che
cancella ogni empatia umana e fomenta rancori e vendette che vanno a colpire
sempre in basso e mai in alto della gerarchia sociale, può avvilire e creare un
senso di ingiustizia fino ad essere percepita come un dolore fisico.
Oggi vediamo donne che tra le macerie di Gaza piantano ulivi mostrando al mondo
l’amore per la terra natia, uomini che imperterriti raccolgono le olive, bambini
e bambine che scavano canali di scolo per avere un luogo dove poter giocare e
studiare, giovani che continuano a resistere. Il popolo palestinese ci mostra
ogni giorno cosa siano la dignità, la tenacia e l’infinita fantasia pratica e
morale allenate durante decenni di vita in una prigione a cielo aperto.
Il 28 novembre Fadi e Jumaa’ Tamer Abu Asi sono stati assassinati dall’Idf
perché intenti a raccogliere pezzi di legno da rivendere, poiché si trovavano
vicini alla linea gialla. Età di 8 e 10 anni. La terra di Palestina ha una
storia infinita di fatti simili ed essi sono tra quelli che colpiscono
l’opinione pubblica progressista, portandola a schierarsi a favore di chi
nell’immaginario colonialista europeo è in qualche modo accettabile in quanto
vittima e vulnerabile.
Alcuni giornali sono disponibili a mostrare gli occhi di bambini e bambine
sofferenti. Poi c’è quella parte profondamente razzista che si schiera
apertamente e in modo netto con qualsiasi pratica omicida e repressiva dello
Stato israeliano.
Entrambe le parti, alla fine, fanno parte di un’impalcatura sociale che si regge
in piedi perché anche se esse sono diverse nelle apparenze, in realtà difendono
gli stessi privilegi ed interessi.
Certo è importante denunciare ed indignarsi, ma questo fa parte dello spettacolo
concesso dai padroni, che funziona come valvola di sfogo per buttare fuori
l’indignazione e ritornare a dormire sonni tranquilli. Guai destarsi dal torpore
e mettere il dito nella piaga di ciò che spinge l’individuo che
dall’indignazione passa all’azione. Peggio ancora se si organizza in una
prospettiva di lunga durata.
Il palestinese va bene se ha una gamba amputata ed un corpo scavato dalla fame.
Se mette un passamontagna ed impugna un mitra, se lancia pietre o molotov, si
rompe lo specchio dell’accettabilità occidentale, liberista o socialdemocratica
che sia.
In generale siamo abituati pigramente ad accettare qualcosa solo se si mostra
debole e innocuo ai nostri occhi.
Il detenuto o la detenuta che per mesi studia un piano di fuga, e poi una notte
sega le sbarre e fugge, inquieta la società borghese ed ipocrita. Il “pazzo” che
di “botto” esplode in gesta “inconsuete”, spacca e sbava “senza senso”, sciocca
per l’imprevedibilità. Il bambino o la bambina che gioca ed urla in modo
“sconsiderato” creando imbarazzo, oggi rischia di essere incasellato con
l’aggettivo di “iperattivo”. Il palestinese o la palestinese che odiano chi gli
ha massacrato la famiglia e fatto mangiare polvere e paura, sono già moralizzati
e marchiati dall’uomo bianco colonialista. L’animale in gabbia che “dal nulla”
morde e ferisce, deve essere abbattuto.
Ora che i riflettori dei media – almeno qui in Italia – si stanno spegnendo, è
il momento di agire con più energia, e in qualche modo scuotere la parte della
società che nei modi più variegati ha già preso posizione, ma che non ha
eccesso, non ha valicato i limiti morali imposti dalle leggi dello Stato e della
cristianità, non ha trasformato la propria quotidianità portandola su un terreno
di lotta irrecuperabile da parte dello Stato.
Conosciamo le mire colonialiste italiane a Gaza. L’Eni vuole il gas presente al
largo delle coste di Gaza, mentre il governo Meloni porta avanti il suo “Piano
Mattei”, che è la continuazione del colonialismo italico. Sappiamo che se anche
qui si comincia a mettere il bastone tra le ruote a colossi come l’Eni, si
muovono direttamente i Servizi Segreti. Se in Italia si ascolta l’eco di Gaza, e
si vuole buttare a mare gli yankee che dallo sbarco in Sicilia del 1944 hanno
imposto la propria egemonia economica e politica in questo paese, sappiamo che
la pratica della tortura, della destabilizzazione politica, delle stragi,
potrebbe tornare come avvenne fino a qualche decennio fa.
Bisogna esserne consapevoli, con questi poteri non si scherza. Ora che ci
annunciano che la fase 2 sta per partire, possiamo già intuire e sapere che la
gente di Gaza e della Cisgiordania subirà solo ed esclusivamente delle politiche
di terrore ed eliminazione.
Mentre finisco di scrivere queste righe in data 8 dicembre, è appena uscita la
notizia che la Procura Federale del Belgio ha avviato un mandato di cattura
internazionale contro un consulente italiano, il quale ha agito per conto
dell’azienda israeliana Elbit Systems, per alcuni contratti stipulati con
un’agenzia della Nato. Sono indagati anche magistrati e poliziotti di altri
paesi.
Che il lavoro di questa azienda e di altre simili siano sporchi o “puliti”, poco
cambia. Il loro operato rimane criminale e va fermato. Questa lotta non va
intrapresa in un’ottica di emergenza, ma di ampio e lungo respiro, quindi
bisogna confrontarsi ed organizzarsi. Così facendo potremo in vari modi aspirare
ad una liberazione integrale dal sistema statale e tecno-industriale.
Ringraziando chi l’ha fatta, riceviamo e pubblichiamo questa importante
traduzione:
Qui l’originale: Take Action: Demand Heba is moved to HMP Bronzefield –
Prisoners For Palestine
https://prisonersforpalestine.org/take-action-demand-heba-is-moved-to-hmp-bronzefield/
Agisci: chiedi che Heba venga trasferita all’HMP Bronzefield
Heba Muraisi è al 56° giorno di sciopero della fame. Chiede di essere trasferita
nuovamente all’HMP Bronzefield [carcere femminile di Bronzfieldt, ndt]
Heba si sente isolata perché è stata trasferita a chilometri di distanza dalla
sua famiglia e dalla sua comunità a Brent, Londra. Il viaggio è troppo lungo per
la sua famiglia. Sua madre non è in grado di percorrere i 286 chilometri che
separano Londra da Wakefield a causa delle sue condizioni di salute e non vede
sua figlia da oltre 4 mesi.
In ogni caso, le visite sono raramente approvate nell’HMP New Hall. Anche i
propri cari che sono in grado di viaggiare non hanno potuto visitare Heba.
Agisci
Contatta oggi stesso l’HMP Bronzefield e chiedi che accettino la richiesta di
trasferimento. Di seguito i recapiti:
01784 425690: Numero principale
01932 232300: Numero di telefono alternativo
charlotte.wilson@sodexogov.co.uk
bf.correspondence@sodexogov.co.uk
bfsafercustody@sodexogov.co.uk
socialvisits.bronzefield@sodexojusticeservices.com
HMPPSPublicEnquiries@justice.gov.u
Ringraziando chi l’ha tradotto, pubblichiamo questo ennesimo e importante
aggiornamento.
Qui l’originale: https://prisonersforpalestine.org/two-hunger-strikers-pause/
Quattro scioperanti della fame continuano la protesta mentre altri due
sospendono lo sciopero dopo 49 giorni, nel corso del procedimento legale contro
Lammy (vice primo ministro inglese e segretario di Stato per la Giustizia)
Venerdì 19 dicembre, Qesser Zuhrah ha deciso di interrompere il suo sciopero
della fame dopo 48 giorni di digiuno. Ad essa si è unita Amu Gib, che ha ripreso
a nutrirsi dopo 49 giorni di sciopero della fame. Questa decisione è stata presa
dopo che a Zuhrah è stata negata l’ambulanza per oltre 18 ore durante la notte
dall’HMP Bronzefield, mettendo in pericolo la sua vita e alimentando le proteste
fuori dal carcere, tra cui quella di una parlamentare, Zarah Sultana, che si è
rifiutata di andarsene fino a quando a Qesser non fosse stata fornita
un’ambulanza.
Sia Qesser Zuhrah che Amu Gib sono detenuti in custodia cautelare presso l’HMP
Bronzefield. La decisione di porre fine allo sciopero è stata presa dopo che
Qesser ha sofferto di continui dolori lancinanti all’addome, mentre Amu ha
sofferto di grave debolezza e annebbiamento mentale che l’ha costretto su una
sedia a rotelle.
Altri quattro, Kamran Ahmed, Heba Muraisi, Teuta Hoxha e Lewie Chiaramello,
continuano lo sciopero della fame, nonostante Kamran sia stato ricoverato in
ospedale per la terza volta da quando ha iniziato lo sciopero. Heba Muraisi ha
dichiarato che non interromperà lo sciopero della fame a meno che non venga
trasferita nuovamente all’HMP Bronzefield, dove era inizialmente detenuta prima
di essere trasferita improvvisamente all’HMP New Hall, a chilometri di distanza
dalla sua famiglia e dalla sua rete di sostegno. Oggi a Teuta Hoxha è stata
negata la libertà provvisoria per motivi umanitari. Lewie Chiaramello continua a
digiunare in modo intermittente nonostante sia affetto da diabete di tipo 1, il
che sta avendo un impatto critico sulla sua salute, causandogli confusione,
vertigini e debolezza.
Sebbene il numero dei partecipanti allo sciopero della fame sia diminuito,
questi ultimi hanno avviato un procedimento legale contro David Lammy, citando
una violazione delle politiche governative in materia di sciopero della fame e
la mancanza di risposta ai partecipanti allo sciopero, nonostante l’invio di
numerose lettere al Segretario di Stato. La lettera, inviata lunedì, delinea
l’intenzione del gruppo di intraprendere un’azione legale, citando il presunto
abbandono da parte del governo del proprio quadro politico in materia di
sicurezza carceraria. La lettera richiede una risposta entro 24 ore,
sottolineando che la questione è “urgente” poiché “la salute dei nostri clienti
continua a deteriorarsi, tanto che il rischio di morte aumenta ogni giorno”. La
lettera è l’ultima mossa nel tentativo di coinvolgere il governo nell’avvio di
negoziati.
Un portavoce di Prisoners for Palestine ha dichiarato:
“I quattro rimasti continueranno a rifiutare il cibo sulla base delle cinque
richieste, specificando inoltre che le loro richieste includono la fine di tutti
gli ordini di non associazione tra i detenuti, il trasferimento di Heba all’HMP
Bronzefield e lo stesso accesso a tutti i corsi e le attività dei detenuti
condannati. Gli ordini di non associazione sono utilizzati per isolare
ulteriormente i detenuti gli uni dagli altri nonostante si trovino nella stessa
prigione; proprio come Heba è stata trasferita dall’altra parte del Paese,
lontano dalla sua famiglia e dai suoi amici a Londra. A causa del prolungato
periodo di custodia cautelare, ben oltre il limite legale di sei mesi, è giusto
che i detenuti possano accedere alle stesse attività di tutti gli altri”.
Al termine dello sciopero della fame, Qesser Zuhrah ha dichiarato:
“Al nostro governo diciamo: non rilassatevi, perché torneremo sicuramente a
combattervi con i nostri stomaci vuoti nel nuovo anno, quando sarete tornati
vergognosamente dalla vostra pausa intrisa di sangue, alla teatralità della
vostra ‘democrazia’. Le nostre richieste rimangono comunque ineludibili, e
questa pausa è la vostra occasione per soddisfarle, per fare la cosa giusta, per
smettere di armare e aiutare questo genocidio, altrimenti ci costringerete a
tornare ad affrontarvi con il nostro respiro, che sarà molto più disastroso e
pericoloso di questa prima volta”.
Amu Gib ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo
ora. Non ci sarà nessuna cena a base di tacchino né alcuna pausa nel programma
sionista di genocidio. Siamo impegnati nella resistenza al loro copione, non
solo fino a Natale, ma per il resto delle nostre vite…
Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla
liberazione”.
Riceviamo e diffondiamo:
Sciopero di solidarietà da parte di Mansoor Adaify
Salaam Alaikum.
Come ex detenuto di Guantanamo (GTMO441), ho trascorso anni a Guantanamo in
sciopero della fame e alimentazione forzata. So come i governi puniscono e
interrompono gli scioperi della fame.
Oggi, i prigionieri nelle carceri del Regno Unito sono in sciopero della fame
per ottenere giustizia.
Sono rimasti più di quarantacinque giorni senza cibo.
I loro corpi stanno collassando e il governo britannico ha scelto il silenzio e
la violenza. Il governo britannico li punisce, li ignora e si rifiuta di fornire
l’assistenza sanitaria necessaria di cui hanno urgente bisogno. Questa è una
condanna a morte.
Gli scioperi della fame non sono proteste volontarie. Sono proteste di ultima
istanza.
Il governo britannico vuole che questi uomini e queste donne spariscano in
silenzio.
I media vogliono distogliere lo sguardo.
Questo silenzio è un’arma di violenza.
Oggi mi unisco a questo sciopero della fame in solidarietà.
“Lo faccio perché ora vedo che Guantanamo è integrata nel sistema carcerario del
Regno Unito.”
Lo faccio perché è nostro dovere stare al fianco degli oppressi e affrontare
l’oppressore.
Lo faccio perché sono in grado di farlo, ed è il minimo che posso fare per
sostenerli.
Questo sciopero della fame non riguarda il cibo.
Riguarda la dignità e la giustizia.
Riguarda la custodia cautelare usata come punizione.
Riguarda un sistema che crede che il silenzio lo proteggerà.
Non lo farà.
Sono al fianco di chi fa lo sciopero della fame.
Non distoglierò lo sguardo.
E non lascerò che vengano cancellati.
Testo pubblicato il 17 dicembre 2025 su prisonersforpalestine.org: Mansoor è
avvocato ed esponente di Cage International.
Qui
l’originale: https://prisonersforpalestine.org/solidarity-strike-by-mansoor-adayfi/
Segnaliamo:
https://prisonersforpalestine.org/on-ending-statement-from-jon-cink/
Riceviamo e diffondiamo:
Mente tre sono in ospedale con un forte deterioramento fisico, un settimo
prigioniero di Palestine Action si è unito allo sciopero:
https://prisonersforpalestine.org/seventh-prisoner-joins-prisoners-for-palestine-hunger-strike/