
La parola della settimana. Sì
NapoliMONiTOR - Saturday, March 7, 2026
(disegno di ottoeffe)La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no, certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? (pierpaolo pasolini, saggi sulla politica e sulla società)
Non so se Per sempre sì, la canzone di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo, sia un inno al patriarcato come ha scritto qualcuno. A me ciò che non piace, oltre a qualche frase un po’ sconveniente sparsa tra i versi, è il sottotesto secondo cui, a duemila anni dalla morte di Cristo, per essere eterno l’amore debba indossare una fede di cinque-seicento euro iva esclusa ed essere celebrato da una persona che indossa una talare, che probabilmente dell’amore non sa nulla, e che chiede per officiare una tangente (ma a differenza dei parcheggiatori abusivi per questo non ci indigniamo) con la scusa di addobbare un luogo di culto con fiori e stronzaggini varie.
(credits in nota 1)
Non so se la canzone di Sal Da Vinci sia come ha scritto Aldo Cazzullo una canzone da “matrimonio di camorra”, anche perché non so se Cazzullo è mai stato a un “matrimonio di camorra” né al matrimonio di una coppia napoletana che ascolta un certo genere musicale, cantato in dialetto, semplicemente perché gli piace, è popolare e per tanti altri motivi. Non so neppure se il fatto che tanto ai “matrimoni di camorra” (qualsiasi cosa essi siano), quanto ai matrimoni dell’ottanta per cento delle coppie napoletane (e a naso a un dieci-quindici per cento di quelli italiani) si sentano canzoni come Tammurriata nera, Reginella, Napule è, renda i lavori di E.A. Mario, Nicolardi, Libero Bovio e Pino Daniele “musica da matrimonio di camorra”.
So, in compenso, che per quanto Per sempre sì sia una canzonetta buona per Sanremo, un po’ ammiccante al massimo, semplice e semplicistica nel testo, non mi sembra diversa da che ne so – è solo la prima che mi viene in mente – Anema e core di Serena Brancale, acclamatissima qualche anno fa e che sfrutta l’oleografia della mia città molto più del balletto di Sal Da Vinci, rubando addirittura il titolo alla poesia di Manlio e infarcendo un testo non certo da Nobel di frasi in dialetto.
Per chiudere l’excursus, direi che una delle poche cose intelligenti su questa vicenda l’ha scritta sui social Gianfranco Gallo. Il punto non è il vittimismo (vero o presunto) dei napoletani, il meridionalismo d’accatto, l’ostentazione identitaria. Il vero punto è che c’è mezza società che odia il popolo, e lo odia purtroppo molto di più di quanto il popolo odi loro. Sanremo, Sal Da Vinci, il patriarcato, la musica, nella maggior parte dei casi sono solo pretesti. È guerra di classe, nada mas.
Ora, quale sarebbe la colpa di Sal? Avere preparato un pezzo adatto a Sanremo? Essersi diretto a un pubblico che lo ha sempre premiato? O essere napoletano? Ieri l’attacco a Sal il talebano, campione di patriarcato, oggi a Sal il napoletano, e dunque “camorra e matrimoni”. […] Cazzullo rivela un razzismo pericoloso: lui non ce l’ha con Sal, ce l’ha col suo pubblico. Come si permettono di esistere? Come si permettono di cantare, ballare, applaudire chi vogliono loro? (gianfranco gallo)
(credits in nota 2)
Allarmato, qualche ora dopo la vittoria di SDV a Sanremo, un amico mi ha telefonato prefigurando un trionfo del Sì al referendum sulla giustizia sull’onda lunga dell’orecchiabile motivetto. Un altro, con cui ho condiviso questa linea mi ha risposto citando Vasco. Ieri mattina mi hanno girato invece questo sketch di Peppe Iodice, che fino a qualche tempo fa mi era antipatico ma ora – non sempre, non esageriamo – capita mi faccia ridere.
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Intanto i rappresentanti del governo in carica si candidano a superare, per pacchianaggine, persino la compagnia di giro dei ministri berlusconiani:
Fuffa anche sui suoi impegni: pur essendo lì per motivi privati, Crosetto ha svolto incontri istituzionali di alto livello, pare col ministro della Difesa emiratino. Ma questo è ridicolo, oltre che irrituale: incontri così delicati non si fanno “in vacanza” e senza staff. Inoltre, non è credibile: il governo non era informato del viaggio. Tajani ha dichiarato di non saperlo, cosa insolita, dato il ruolo delle ambasciate; ma qui potrebbe valere la scusante che stiamo parlando di Tajani. Però se Crosetto, come afferma, ha preso decisioni “non da solo”, i Servizi sapevano, quindi non è credibile che il governo fosse davvero all’oscuro. […] Non stupisce quindi che la vicenda abbia sollevato forti perplessità per le incongruenze, la scarsa trasparenza e i comportamenti anomali di un ministro della Difesa in un momento di grave crisi internazionale. Insomma, balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?
Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere
181) È vero che Alain Ducasse, lo chef francese, con le sue 14 stelle Michelin è il più stellato al mondo, ma non è vero che ottenne la sua prima stella con una zuppa di cipolle il cui ingrediente segreto era la nebbia.
(daniele luttazzi, ilfattoquotidiano.it)
Ho spesso cercato invano delle risposte al fatto che, al contrario dell’Italia o della Spagna, dove nel momento topico di una partita di calcio i tifosi urlino scompostamente «Goooooooooool», in Inghilterra la voce collettiva che più chiaramente si solleva è «Yeeeeeeeeeeah» o addirittura «Yeeeeeeeeeees!» (off topic: ma quanto gioca bene l’Arsenal di Arteta?). Questa rubrica è stata buona occasione per approfondire:
L’esultanza dei tifosi napoletani in Curva A non è la stessa dei milanisti in Curva Sud; e all’interno dello stesso stadio, i romanisti esultano in un modo, i laziali in un altro ancora. In Inghilterra ci si sbraccia e agita un po’ goffamente – soprattutto da quando la Thatcher ha deciso certe regole di comportamento per i tifosi –, in Spagna il suono del “gol” è quasi sordo e cattedrale, di una tonalità bassissima rispetto allo ‘Yeah’ quasi femminile proprio del calcio anglosassone. E così anche la teatralità dell’atto quando è gol varia da paese a paese, di cultura in cultura. Esiste persino una squadra di calcio in Brasile, il Gremio, celebre per il modo di esultare dei propri tifosi: è la famosa e pericolosissima avalanche (cascata) oggi proibita dopo i sette feriti del 2013 – gli unici ufficiali, perché a guardare le immagini possiamo tranquillamente immaginarne un numero maggiore. (gianluca palamidessi, rivistacontrasti.it)
(credits in nota 3)
(a cura di riccardo rosa)
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¹ Totò, Nino Taranto, Macario e Lisa Gastoni in: Il monaco di Monza, di Sergio Corbucci (1963)
² Carlo Verdone e Sal Da Vinci in: Troppo forte!, di Carlo Verdone (1986)
³ Carlo Monni, Roberto Benigni e Massimo Troisi in: Non ci resta che piangere, di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984)